Alexandre Jollien_Il mestiere di uomo

Premessa

Non si nasce uomo, lo si diventa.
ERASMO DA ROTTERDAM

Vorrei unire la mia voce, i miei interrogativi a quelli dell' autore dell' Elogio della follia, esaminare a tentoni e rendere visita - senza preoccuparmi di essere esaustivo e a misura dei bisogni - ai filosofi che ci hanno preceduti per prendere a prestito da loro alcuni attrezzi. Perché? L'esigenza del quotidiano obbliga a mettere in opera tutto per arrischiare la singolarità, assumere un posto nel mondo, salvare la pelle. Progetto risibile? Pretesa folle? Può darsi. Ma la mia condizione mi porta ad armarmi. Rovesci della sorte, fallimenti, difficoltà con le quali c'è da costruire una vita, tutto invita a raccogliere la sfida implacabile: non si nasce uomo, lo si diventa...
Sono handicappato. Andatura ondeggiante, voce esitante; perfino nei minimi gesti, movimenti bruschi da direttore d'orchestra buffo e fuori tempo: ecco il ritratto dell'infermo.
In questa ricerca, l'esperienza della marginalità può aprire qualche porta singolare sulla nostra condizione. Uscire incontro al debole può forgiare una mentalità capace di assumere la totalità dell'
esistenza: questa è l'intuizione fondamentale e azzardata del nostro giro d'orizzonte pieno di brio, ci auguriamo.
Ultima precisazione: quando utilizzo il termine "uomo", abbraccio evidentemente... la donna.

 

I. Una lotta gioiosa

L'esistenza deriva dalla lotta, lo so fin troppo bene.
All'angolo della strada si profila l'autobus. Cala la notte. Abbraccio un'ultima volta i miei genitori. Le porte automatiche mi ghermiscono. Ogni volta mi immagino che mi strappino per sempre alla mia famiglia. Poi, l'odore rassicurante dei sedili, la moquette ruvida e secca, il corridoio stretto, i posacenere nauseanti. In fretta, scelgo un posto accanto al finestrino per dedicare gli ultimi minuti a riempirmi la mente di immagini, quelle dei miei genitori. Non esiste più nulla all'infuori di quei due volti.
Nulla può opporsi alla partenza, lo so. D'altronde l'autobus non tarda mai a mettersi in moto. Veloce, sempre troppo veloce. Un ragazzino continua a fissare i suoi genitori. Darebbe qualsiasi cosa purché il vetro vada in frantumi, purché si fermi il veicolo della sua disgrazia. Formano ormai solo un punto che svanisce in lontananza, laggiù.
Il bambino pensa al proprio destino. Essere infermo, passi; ma perché lo si priva dei genitori? Non lo capisce. Si rammenta con forza gli eventi che, domenica dopo domenica, ricominciano come un cerimoniale: dapprima l'attardarsi a letto al mattino, in mezzo al padre e alla madre, in ascolto delle loro parole semplici. Le fiabe nate dalla loro fantasia hanno il compito di portare la sua mente lontano, il più lontano possibile da quel giorno maledetto. Più tardi nella mattinata osservo i movimenti graziosi della mamma. Si dà da fare con abilità in cucina. Siamo insieme... Gustando la vita familiare, mi scopro quasi felice nell' assaporare per un momento delle grazie discrete, delle gioie semplici, tutto quello che durante la settimana verrà a mancare!
Anche se materno, lo spezzatino esige una faticosa masticazione. Nel ruminare percepisco il simbolo della giornata che porta ineluttabilmente alla separazione. Ogni istante con la mamma reca immancabilmente il sigillo di un' assenza imminente. Interminabile, l'attesa minaccia ogni minuto e grava su di esso. Gli occhi fissi sull' orologio, passo il pomeriggio a sopportare la vanità del presentatore televisivo, triste augure insensibile. Poi è la volta delle insipide e sterili serie, "L'Ecole des fans": altrettanti minuti plasmati di attesa disperata. Allo scoccare delle 18, l'auto di famiglia lascia l'amata casa per raggiungere la città e la sua stazione. Il padre scherza per distenderci, invano. Davanti all'enorme edificio alcune famiglie, anch' esse colpite dall'handicap, aspettano l'autobus incaricato di portarci al collegio. I secondi si sgranano, lenti e dolorosi, eppure al mio ricordo paiono sempre troppo corti quando l'attesa sarà finita.
Allora, mentre scoppia accanto a me il gioioso balbettio di un amico, vengo strappato di forza al sogno. Chiedono se va tutto bene. Con un groppo in gola sono obbligato a staccarmi dal vetro gelido. Ben presto gli sguardi degli uni e degli altri si incrociano: quei volti luminosi mi accolgono. Tutti cercano di scongiurare il dolore, tutti condividono l'anomala condizione: il nano sorride con convinzione, il muto fa un gran baccano. Solo il paralitico continua a fissare il punto che formano ormai i suoi.
No, non sono l'unico ad avere questa sorte. La gola si scioglie, le complicità si riannodano. L'altra vita, quella vera, riprende con forza i suoi diritti. Ecco cosa impone l'incontro precoce con l'isolamento e la solitudine: bisogna che serva a qualcosa. Sotto a chi tocca! Devo trarre profitto dalla vita, trovare un po' di gioia, altrimenti sono perduto. Ma come, come?

Ben presto l'esistenza si è annunciata come una lotta. I primi anni della mia vita li ho dedicati a raddrizzare l'animale, ad addomesticare un corpo recalcitrante. La lunga catena di disfunzioni esigeva infiniti sforzi, bisognava dedicarvisi anima e corpo, affrontare i movimenti falsi, controllare gli spasmi, evitare le cadute, giungere all'indomani sano piuttosto che salvo. Spesso l'irrimediabile conquistava terreno, spesso sembrava annientare il presente. Ogni mattina la lotta ricominciava, le strategie si affinavano. Ostacolo temibile e riconosciuto, la rassegnazione ostile era proscritta. Nessuna astuzia, nessuno sforzo potevano essere risparmiati. Lungi dal rattristarmi, la lotta da condurre dispensa senza tregua e inaspettatamente una gioia autentica che ho immancabilmente ritrovato nei compagni che mi circondavano. Sostenendo il morale di questa curiosa truppa, l'esultanza sopraggiungeva a coronare e a trasformare in trionfo ogni progresso, ogni successo, anche il più insignificante.
Quello che l'etologia insegna, l'infermo lo sperimenta costantemente: gli esseri organici sono obbligati, per sopravvivere, a lottare incessantemente contro il loro stato. Storpi, nani, zoppi, terapisti, paralitici: ecco l'ambiente nel quale dovevo lottare e progredire. Paradosso curioso: spesso le situazioni più precarie dispongono alla lotta. Vietando la passività, incitano alla sfida. Ci si può benissimo rassegnare per un taglio in un dito, per una sbronza, per le orecchie a sventola, persino per i piedi piatti... Ma per alcuni che se abbassano la guardia si condannano a un'esistenza marginale, quando non alla morte, è pericoloso lasciarsi andare.

Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura!

Da parte mia, la prospettiva di camminare diritto mi metteva le ali. Senza ragione, è vero: la lotta sembra vana e lo sforzo privo di utilità. Chi incrocia i ferri con le mille prove della giornata, chi tende l'intera sua volontà per compiere il gesto quotidiano più anodino, fatica a intravedere l'aspetto liberante della cultura. Quella che alcuni considerano pigrizia spesso ha piuttosto a che fare con l'ignoranza e la disperazione. L'imprescindibile Maslow, nel suo Verso una psicologia dell'essere, sostiene che "ogni individuo aspira a soddisfare diversi tipi di bisogni, dai più elementari - i bisogni fisiologici: fame, sete, sonno... - ai più essenziali, la realizzazione di se stesso. I bisogni superiori possono apparire solo se quelli inferiori sono già soddisfatti". Ignorante completo com' ero, la scuola mi sembrava appartenere a un lusso risibile. Leggere e far di conto, confinati al rango di corvée, come avrebbero potuto fornire il minimo aiuto a un apprendista bipede che moltiplicava i propri sforzi solo per conservare un equilibrio precario? Saper camminare e maneggiare la forchetta supera di gran lunga il sillabario e l'aritmetica elementare.
Nei miei sforzi mi sentivo accompagnato. Un'occhiata verso un vicino bastava a insegnarmi che la lotta concerne tutti i miei compagni, se non l'intero genere umano.
Ora, la vita a fianco degli altri richiese presto una nuova battaglia: vivere in comune. Il cortile per la ricreazione offriva uno strano spettacolo al nuovo arrivato. Con un casco in testa (per evitare commozioni cerebrali), deambulavo in mezzo agli zoppi, facevo slalom contro ogni buon senso in mezzo alle carrozzelle, cercavo di capirmi con una sorda. Il carattere sfigurato di queste esistenze ammaccate finì per imporsi. A volte, attraverso i rami degli alberi, mi arrischiavo a immaginarmi l'altro mondo, la città, i curiosi, gli altri... Sotto il casco mille interrogativi, sulle labbra una sola parola, esitante: perché?
L'incomprensione spinge a far di tutto per sfuggire alla crudeltà assurda del momento e a opporgli una schietta resistenza.

Così, con quella parola sulla bocca, tornavo, solo, al mio cortile. In mezzo ai giochi scacciavo la tristezza. La compagnia fini per aiutarmi. Il sostegno incondizionato, i segni di affetto che ricevevo mi incitarono allora a donare a mia volta, ma questa "filantropia" esordiente si situava, pur senza escluderla, al di qua di qualsiasi morale. Uno spirito meschino vedrà in questo legame solo l'espressione di un' alleanza generata innanzi tutto dall' avversità. Sia pure, ma questo impedisce forse che un' autentica amicizia vi si innesti e finisca per prevalere? In mezzo a grida, pianti e scoppi di risa ho imparato la vana e sterile crudeltà dell' egoismo, la semplice dolcezza del gesto consolatore. Di fronte a una sorte poco clemente, l'unione soppianta la lotta.

Seguito da molte letture, un incontro mi ha insegnato il valore insospettato di una nuova battaglia. Vicino al collegio viveva in mezzo ai libri un uomo anziano, il cappellano del convitto. Alla sua salute precaria contrapponeva una gioia sovrana che esercitò su di me una curiosità fatta prima di incomprensione, ma ben presto impastata di ammirazione. Per la prima volta prendevo coscienza che lo spirito (o l'anima, se preferite) merita qualche attenzione. Adolescente, ho intuito in quell'anziano il fascino della filosofia, le delizie delle "cose dello spirito". Da quel momento, spesso due uomini vegliavano al lume di una lampada da studio. Le discussioni scorrevano, gli argomenti si affinavano. Mi attrezzavo per la vita. Gli occhi logori aprivano quelli del giovane, le orecchie che l'oltraggio del tempo aveva chiuso ascoltavano senza compiacimento i rumori confusi di un cuore gonfio di incomprensione. Gli dicevo i sedici anni di istituzione, il mio smarrimento, la strana sensazione di appartenere a un altro mondo, mondo ricco, appassionante certo, ma difficile per chi era privato di quelli che amava. Il padre riempiva meticolosamente la pipa mentre l'infermo parlava sempre: del convitto, dei compagni. Nel cuore della notte, in quella bicocca, imparavo a esistere.
Che dire dei fuochi accesi da quel pensatore illuminato di discrezione in un individuo smodatamente preoccupato dalle esigenze di un corpo dai mille guai? Alla sera della sua vita, il prete consegnava la sua eredità, nella completa ammirazione di fronte a un corpo duro e tenero al contempo, e di fronte a uno spirito oscurato dalla prova ma del quale percepiva crescere le forze. L'uomo dalle guance scavate, dai denti ingialliti, prossimo alla morte, operava consapevolmente alla nascita di un progetto di cui ignorava tutto. L'edificazione dello spirito: questa sarebbe stata ormai la faccenda seria, la terra promessa. Restava da trovare la strada. Un piatto ghiotto mi attendeva.
Ho intuito che la nuova condizione così ambita avrebbe permesso di gettare uno sguardo stupito sulla realtà e di salvare la pelle di un prigioniero degli ostacoli quotidiani. La lotta ingaggiata un tempo contro le disfunzioni del corpo invadeva ora il terreno tortuoso del pensiero. Gli esercizi di pronuncia, gli stiramenti prodotti sui muscoli tro
vavano il loro prolungamento nella delicata ricerca di un'identità, nell'elaborazione di una personalità. Di fronte alla stranezza della mia condizione dovevo attrezzarmi. Ecco l'unica evidenza sul mio cammino.
Più tardi, leggendo Nietzsche, ho scoperto la stessa sete, lo stesso desiderio. Il filosofo che invita all'eterno superamento di sé mi istruisce: per salvarmi la pelle ogni passo va inventato. Mettermi in cammino: ecco quello che esige l'insostenibile precarietà del mio essere.
Questa tensione, credo sia all' opera in più di una persona. Boris Cyrulnik confessa di aver studiato psichiatria per "regolare un conto". Dopo aver assistito alla deportazione dei genitori verso un campo di concentramento dal quale sfuggirà a malapena, mette il suo talento a servizio dell'uomo. Il medico etologo si affretta ad aggiungere che si tratta di una nobile motivazione. Cita Pierre Feyereisen: "I bambini, le donne, gli stranieri, i neri, tutti quelli che hanno dovuto soffrire a causa degli altri diventano spesso osservatori migliori rispetto a quelli la cui personalità si sviluppa senza questo sforzo d'attenzione". Nel suo diario edo
nista, Le désir d'etre un volcan, Michel Onfray usa la stessa espressione per chiarire la propria vocazione letteraria. Enumera personaggi illustri che trovano nella loro arte un modo per sfuggire a vecchi demoni. Le avversità incontrate costituiscono così un terreno sul quale viene edificata l'esistenza. Senza colpevolizzare quanti ne vengono fuori solo a fatica, accontentiamoci di fare riferimento a quelle biografie che ci ricordano che nulla è mai "perduto" per sempre.
Forte di questo nuovo progetto, ho cominciato così a trasformare l' onnipresente precarietà del mio stato in una sorgente, in un pungolo. La debolezza, questa fedele compagna, assumeva una nuova dimensione. Insomma, cercavo di assumerla: il mondo avrebbe avuto il marchio della mia fragilità, tutto me lo indicava. Ma, una volta stabilita questa curiosa constatazione, poteva avere inizio la sua rischiosa conquista... nella libertà e nella gioia.
Chi fin dalla nascita cammina a fianco della sofferenza o del dolore, affronta l'esistenza provvisto di un benefico realismo. Insomma, messo in guardia troppo presto sul fatto che la vita è accompagnata inesorabilmente da sofferenze, sprofonda meno facilmente nello scoraggiamento e, gustando la necessità della lotta, smaschera e si prende gioco più agevolmente della crudeltà del suo avversano.
Così mi ricordo l'angoscia che si impadronì di me quando, smarriti, i miei genitori non ebbero altra scelta che lasciarmi in collegio, in mezzo a bambini anch'essi colpiti da handicap. La dolcezza impressa nei loro volti accentuava per contrasto la crudeltà del momento. Quanto ai loro sorrisi, non facevano che accentuare il mio disagio. Attimi di vertiginosa intensità, in cui le viscere sembrano consumarsi, le tempie scoppiare. Il tempo si immobilizza, i riferimenti svaniscono, l'universo si svuota... Poi riappare la calma. Uno sguardo scambiato, una voce amica ricostruiscono ciò che è stato inghiottito. Il sorriso che allora riaffiora alle labbra, esitante, prossimo al singhiozzo, ricorda che la lotta continua, che siamo ormai imbarcati, che ogni sosta sarebbe fatale. Spalle al muro, cerco il modo di costruire una condizione di spirito capace di salvarmi la vita.
In un freddo corridoio del collegio, sotto la violenza impersonale di un neon, ho provato per la prima volta l'obbligo assoluto di dare un senso a ogni esperienza. Ognuno degli esseri che mi erano attorno m'avrebbero aiutato ad affrontare l'aspra necessità della lotta.
Per tutta la vita, l'ho capito bene, mi impegnerò a costruire - sul dolore, sul vuoto, sulla minaccia incombenti - gioia.

Lungi da me la voglia di padroneggiare tutto: mi priverei dell'essenziale! D'altronde questo desiderio totalizzante rientra nel campo dell'utopia, di un banale riflesso di sicurezza. Quello che posso fare, per lo meno, è prepararmi. Come? Forse osservando gli esseri feriti che condividono la mia sorte. Lo schermidore che si lancia verso l'avversario quasi danzando sembra incarnare la pura grazia, la pura gratuità. Eppure, quante ore consacrate all' allenamento, all' esercizio, e che fanno di lui un atleta così abile! La sua leggerezza, la sua libertà nascono da un lavoro assiduo. Sul terreno della vita quotidiana sono richiesti lo stesso lavoro e la stessa preparazione. Abbassare le braccia, rassegnarsi equivarrebbe, per riprendere un'espressione di Nietzsche, al sabato dei sabati, alla morte. L'uomo rimane un essere incompiuto per il quale tutto resta da conquistare. Una volta assunta la paura, questa esigenza affascina. In essa risiede sicuramente una delle più belle grandezze dell'uomo, anche se il suo prezzo pare smisurato, troppo opprimente.
Di fronte alla grande incognita del futuro, si tratta di scolpire l'esistenza (come uno sportivo scolpisce il proprio corpo) per assumere la totalità della propria condizione. Le esperienze più disgraziate, come del resto gli attimi di esultanza, si trasformano, ed è necessario che sia così, in un' opportunità per diventare migliori. Non si tratta qui di giustificare il dolore né i momenti no che torturano e spesso isolano. Suggerisco solo di metterli a profitto perché non prendano il sopravvento. Il compito è arduo, l'esercizio rischioso, ma vitale. Quanti ostacoli affronta lo schermidore nel praticare la sua arte!
I filosofi dell' antichità si definivano volentieri come progredientes, come uomini che dovevano incessantemente progredire. Mi piace questa volontà lucida sulla precarietà della nostra condizione. Per quegli uomini saggi, il quotidiano appare come un terreno di esercizio permanente. Il momento più insignificante diviene così un' occasione per rinsaldarsi. Senza disdegnare il
body building, greci e latini ci esortano soprattutto al soul building! Ora, le futili urgenze quotidiane ci distolgono spesso da questo ideale. Su questo punto, il debole non è forse avvantaggiato? Non avverte che sospendere la lotta significa rischiare la caduta? Ma come risollevarsi di fronte alla sofferenza? Nessuna ricetta, nessun manuale a disposizione! Quest' arte declinata al quotidiano non si trova proprio nei libri, ancor meno nei modelli propinatici dai media. Allora, dove trovarla?

Vorrei ancora una volta rivolgere lo sguardo a quelli che Schopenhauer nell' Arte di essere felici chiama i sociis malorum, ai compagni di sventura, ai compagni nella prova: quella vecchietta incrociata all' angolo della strada, quel barbone che scandalizza i curiosi, quel paralitico, quel "poverino" che ci muove a pietà, quel vicino scorbutico, tutte persone che cercano di stare in piedi, di "tirar dritto", di trovare il proprio equilibrio, una dinamica, una condizione di spirito che consentano la sopravvivenza.
Pascal, sulla scia di Aristotele, pensa che dietro a ogni atto posto dall'uomo si trovi la ricerca volontaria della felicità. Presente dietro lo schiaffo come dietro la carezza, anima ogni uomo e costituisce lo scopo di tutte le sue azioni. Persino chi vuole impiccarsi fa un "tentativo": cerca una minore sofferenza... Ecco un invito al rispetto. Chi mi mortifica crede, forse onestamente, di migliorare la propria sorte. Anche se imbocca un' altra strada, a volte condannabile, condivide con me la stessa aspirazione, quella alla felicità.
Spesso questa lotta gioiosa, ladra di tempo e di energia, sembra troppo ardua, troppo esigente. Di fronte a una fatica così grande, dove trovare forza e risorse? Su cosa fondare la volontà di resistere? La domanda contiene già un abbozzo di risposta. Si tratta proprio della volontà che teniamo accesa come una fiamma. Per una dialettica ben curiosa, la mancanza può diventare anche una fonte, uno slancio verso una maggiore felicità. Sapendomi demunito, mi do da fare in tutti i modi per cavarmela. La ferita chiama dunque il suo gioioso opposto.

L'arte di stare in piedi, di tenere la rotta suppone appunto un orizzonte più felice verso il quale dirigersi. Ciò che mina questa progressione non è la sofferenza né lo scacco, ma la disperazione. Smettere di sperare significa confessarsi sconfitti senza neanche raccogliere la sfida, significa rendere vani tutti i nostri sforzi. La formazione della personalità esige, come singolare punto di partenza, una spoliazione radicale: (ri)conoscersi vulnerabile, perfettibile, prendere coscienza del proprio evolvere su un terreno incerto, cercare di sapere perché si combatte... gioiosamente.

II. Unicità dell'uomo

Sono un anormale. È stato detto, a sufficienza. L'ho percepito. I movimenti degli occhi che esaminano ogni particella del mio essere me lo insegnano: uno sguardo fissa il mio, poi scende e si posa là dove si trova la prova che sta cercando: "è handicappato". Percorso degli occhi, ricerca insistente del tallone d'Achille, della debolezza... Quello che la maggior parte della gente percepisce è la stranezza dei gesti, la lentezza delle parole, l'incedere che disturba. Quello che si nasconde dietro, lo ignorano. Spasmi, rictus, perdite di equilibrio, si trincerano dietro un giudizio netto e tranciante: ecco un minorato. Difficile cambiare questa prima impressione, doloroso vedervisi ridotto senza potersi spiegare. Il dialogo è impossibile perché ciò che viene da un minorato è minorato. Così il cerchio si chiude, il contatto diventa impossibile.
Un nome basta a qualificare la tara: "atetosi". Questo termine greco me lo porterò dietro per tutta la vita? Questo appellativo di infermità controllata resta per me privo di effetti perché è di gran lunga troppo ampio e poco comprensibile. Per altri, una diagnosi troppo sollecita costituisce la perdita della libertà. Quella parola rappresenta una
catena alla quale è legata l'esistenza, la prigione nella quale viene rinchiusa una persona. Il termine diventa più pesante ancora della realtà che vuole indicare. Quando il mio vicino scompare sotto l'etichetta del depresso, quando l'altro appare semplicemente come il diabetico, il vedovo o il negro, la riduzione operata da infiniti sguardi pesa, mortifica la personalità e apre piaghe segrete.
Quel che è peggio è che ho creduto a lungo che queste etichette fossero vere, che l'equazione "handicappato = infelice" fosse una legge fissata, dimostrata, incontestabile. Il medico stesso certificò che non avrei potuto, per esempio, accedere alla scuola ufficiale. L'etichetta, scientificamente comprovata, non poteva essere staccata. Quante diagnosi inconfutabili rinchiudono, riducono e condannano qualsiasi speranza!
Ora, la fissità stessa del giudizio sminuisce la ricchezza del reale, dell' essere umano di fronte al quale dovremmo almeno stupirci, se non osiamo meravigliarci. L'esperienza quotidiana, infatti, arriva a volte a smantellare deliziosamente queste verità stabilite. Il paralitico che tutti (pre)dicevano infelice sostiene il morale di chi gli sta intorno, mentre il fine intellettuale, destinato a una splendida carriera, sprofonda in un malessere smisurato. Eppure "non gli manca niente per essere felice". L'enunciato rasenta l'insulsaggine. La felicità si confeziona forse come una brioche? Un pizzico di salute, due cucchiai di...
Ci sono forse dei falliti?
L'essere umano, credo, si inscrive in una complessità che provoca lo stupore. Lo si può davvero circoscrivere con dei "depresso", "biondo", "coi
piedi piatti", "negro", "egoista"? Queste indicazioni ci aiutano veramente ad afferrare il mistero che abita ogni individuo? lo vi scorgo piuttosto un pericolo. Non si tratta, chiaramente, di vietarsi qualsiasi giudizio, ma di evitare la ferita provocata da considerazioni troppo frettolose, ma di assoggettarsi almeno ad osservare meglio, in modo diverso... nella spoliazione.
Dietro le parole è nascosto un essere, una personalità ricca, unica, irriducibile, che il peso dei pregiudizi finisce per coprire di uno strato fieramente categorico. Questa parvenza esclude un approccio semplice e innocente. La sedia a rotelle, il bastone bianco: ecco cosa salta agli occhi. Ma chi, con virtuosismo, utilizza la carrozzella, chi maneggia il bastone? Lo vediamo, vogliamo vederlo? E perché simili accessori dovrebbero essere necessariamente i segni dell'infelicità? E anche la ragione per la quale, siccome bisogna diffidare delle generalizzazioni e considerare l'individuo nella sua verità (sempre più densa di ciò che è visibile), questi segni esteriori vietano di immaginare il cieco... felice.
La riflessione sulla normalità mi assilla fino alla passione. Mi assicura molti tormenti, molte ferite. All'inizio bruciavo dal desiderio di essere come tutti gli altri. Avrei dato tutto per diventare finalmente normale. Mi precipitavo ventre a terra fuori dal collegio per vedere, toccare, sentire, co
noscere una persona normale .
La tradizione propone un ampio spettro di caratteristiche per distinguere l'uomo dalle altre creature del mondo. Programma impegnativo! Eccone alcune, buffe: Cartesio propone la parola, l'imprevedibile Rabelais celebra il riso, mentre Brillat-Savarin scopre il mezzo di dimostrare di essere un uomo nella capacità di distillare dei frutti per farne liquori. Beaumarchais suggerisce che il bere senza aver sete e il fare l'amore in qualsiasi stagione ci differenzia dalle altre bestie. Infine, Valéry afferma che chi sa fare un nodo appartiene alla razza umana. Con il loro aspetto sconcertante, questi tentativi di definizione hanno molto semplicemente il merito di mettere in evidenza, non senza umorismo, la difficoltà di circoscrivere l'essere umano. Secondo il criterio di Valéry, io non sono un uomo, il re degli animali forse, ma non un uomo. E che se ne farebbe Cartesio di un muto?
Una definizione troppo semplicistica è quindi pericolosa. Stabilisce abusivamente chi è normale e chi no e genera un'emarginazione se non un'esclusione. Qualsiasi riduzione che circoscriva l'uomo negando l'unicità della persona confonde l'accidente con la sostanza. Un simile equivoco assume forme spesso insidiose. Un sordo un giorno mi ha detto che era fiero di essere sordo. Da parte mia, non mi sono mai sentito fiero né dei miei spasmi né del mio handicap. Mi abita un'unica fierezza: essere un uomo con uguali diritti e doveri, condividere la stessa condizione, le sue sofferenze, le sue gioie, la sua esigenza. Questa fierezza ci riunisce tutti: il sordo come lo zoppo, l'etiopico come chi ha il labbro leporino, l'ebreo come il moncherino senza gambe, il cieco come il down, il musulmano come il barbone, voi come me. Siamo Uomini!

Tutti dei "casi sociali"?

L'espressione è spaventosa. Casi sociali ne ho frequentati a lungo. Appena ne intravedo un esemplare, resto sulle mie. Ebbene, una volta conosciuto il caso, la paura scompare. Del resto, non posso che trovare in noi delle rassomiglianze. Dunque, come non pormi la domanda: "Diavolo! Non sarò forse anch'io un caso?". E quel vicino con quei modi così buffi, quel professore che recita versi ad alta voce? Ecco dei casi allegri... E quello scrittore, quell'artista? La lista è lunga... Chi si salverà?

Ogni essere umano è, a modo suo, un caso, una deliziosa eccezione. E uno sguardo affascinato, poi critico, trasforma spesso l'individuo anormale in maestro di umanità.

III. La sofferenza o l'arte di cavarsela

All'inizio delle sue conferenze, Paul Valéry amava ripetere: "Sono qui a ignorare davanti a voi". Eccellente esordio per affrontare una riflessione sulla sofferenza. Chi può vantarsi di padroneggiare un argomento e di produrre il minimo effetto con un proprio intervento? Le parole restano vane di fronte a un corpo sopraffatto dal dolore, a un cuore privato della persona amata, a una solitudine subita anno dopo anno. Eppure la lotta gioiosa non può sottrarsi al problema del male che imperversa, delle sofferenze che prostrano, dei dolori che annientano. Il progrediens, voi, io, deve proporre una risposta o, perlomeno, tentare di cercarne una di fronte a una realtà che scoraggia, mortifica e ferisce. La speranza che ci motiva non si radica proprio nella certezza, inappellabile, che bisogna trarre profitto da ogni esperienza, e soprattutto dalle più crudeli?
L'uomo è fatto così: ogni giorno conduce la sua battaglia, cerca di sopravvivere, di diventare migliore, forse. Ma quanti ostacoli lo aspettano al varco quando si scontra con il nemico del suo progresso, l'unico, forse: la sofferenza che, con la disperazione, rode dall'interno ed estende le sue devastazioni in mezzo alla folla come nella stanza più isolata. Essa sembra sempre la più forte
e as
sume diverse forme crudeli la cui tenacia disarma perfino la saggezza più implacabile! Qui la nozione di male evoca evidentemente ben altro che i piccoli mali che la medicina - per nostra fortuna - spazza via a colpi di pillole. Oltre ai tormenti che la psicologia pretende di alleviare in qualche seduta, esiste una sofferenza di fondo che appartiene alla natura umana e che permane inarrestabile...
Si può nascondere questa sofferenza o scegliere (spesso con qualche compiacimento) di esibirla. Tuttavia, la sua forza e la sua tenacia obbligano ciascuno a stare in guardia. Affrontarla di petto pare spesso impossibile. Insensibile agli espedienti, persiste come un marchio indelebile che rende vano lo sforzo e resiste a ogni tentativo di annullamento.

Il mestiere di uomo, arte di vivere fatale che ciascuno pratica nel quotidiano - spesso senza saperlo - esige di conseguenza molte risorse, una costante ingegnosità messa in opera per fare della vita una vittoria, per assumere la propria condizione... Ecco la grossa questione che motiva ogni nostra battaglia e guida la mia ricerca. Voglio perciò, fin dall'inizio, confessare la mia estrema debolezza. Parlare della sofferenza, peggio ancora, viverla nella propria carne è una prova temibile che il mestiere di uomo vieta di eludere. Una personalità trova la sua quintessenza proprio nel virtuosismo che mette in atto per superare il male.
Per salvaguardare lo stimolo che ci anima, è opportuno cavar fuori dal quotidiano e dai giorni negativi qualche strumento fecondo adatto a fronteggiare il fallimento. Questa ricerca fa dell'uomo un apprendista maldestro, posto di fronte a un obbligo vertiginoso e oscuro: fare della propria vita un' opera, forgiare una personalità degna di assumere pienamente la totalità dell' esistenza.
Lanciarsi nella costruzione di se stessi ci pone di fronte a un abisso perché si tratta innanzitutto di esercitare la propria lucidità, di sapere su cosa si edifica. Un rapido sguardo alla condizione umana basta, infatti, a metterne in luce il carattere tragico. Allora, rassegnazione?
È proprio da qui che prende avvio la mia riflessione sulle ferite, i dolori, le angosce, la minaccia che un giorno finirà per concretizzarsi. Marguerite Yourcenar fa pronunciare all'imperatore Adriano una constatazione che delinea l'uomo: "Quando si saranno alleviate sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell'uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l'amore non corrisposto, l'amicizia respinta o tradita, la mediocrità d'una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni". Questo, presto o tardi, è quanto attende tutti, lo so fin troppo bene. Ma dove cercare le virtù in grado di addolcire la durezza dell' esistenza e come forgiare lo stato d'animo, l'arma da opporre al nemico?
Si tratta forse di partire dall'unica certezza, dalla prospettiva del nulla dal quale proveniamo e verso il quale precipitiamo ogni giorno? Finché
viviamo, al cuore stesso delle gioie il tragico ci precede. Negarlo, significa in qualche modo metterlo in primo piano. Complice o avversario, costituisce lo sfondo, la sostanza stessa della mia condizione. Una simile constatazione, evidentemente, è lungi dall' essere causa di gioia. Pascal l'aveva capito. Cerchiamo di fuggire il tragico nei giochi, nell' azione; persino l'attività più modesta mira ad allontanarcene: facciamo di tutto pur di non renderci conto che l'uomo, votato alla morte, non sfuggirà alla propria dose di sofferenza. Non c'è bisogno di richiamarsi a Buddha, né di essere rimasti tutti i martedì sera nella posizione del cobra per prendere coscienza che nulla è sicuro, tranne la morte. Eccomi posto di fronte all' abisso, solo, senza appoggio filosofico-teologico. Si va forse a dire a una madre sconsolata che il tragico visita ogni famiglia, che tutti finiscono per attraversarlo? Se ne infischierà, e a ragione. Nessuno dei nostri mali ha una scusa. E anche qualora ne avesse, ci farebbe stare davvero meglio? Conoscere l'eventuale utilità del proprio male non dà affatto sollievo al malato. Sapere perché esiste la sofferenza non addolcisce le sofferenze del moribondo, né le piaghe del bambino picchiato, abbandonato. Anche se teoricamente delucidato, il problema del male resterebbe un dramma esistenziale.
Davanti a un simile sgomento e senza pretesti alla sofferenza, piomberò allora nel nichilismo, abdicherò di fronte a un mondo in cui trionfano la morte e la sofferenza? Tra illusione e cinismo disilluso posso lasciare in sospeso la questione e cercare di vivere - rasserenato, tranquillo - ma la mia vita me lo proibisce. Bisogna ingaggiare battaglia o
almeno accettarla, altrimenti la lotta così esigente sarebbe di breve durata. Il tragico esiste, io anche! Tra i due tutto resta da costruire. Non c'è scelta. Né modello, né soluzione, né risposta preconfezionata, e non sono nemmeno disponibili istruzioni per l'uso. Ognuno procede a tentoni, subendo fallimenti e costruendo sulle proprie rovine.

Il tragico come sorgente

A volte si produce un ribaltamento: il tragico istruisce. Chi lo rasenta si forma. La saggezza fecondata dalla sofferenza, dal fallimento o dal tormento, nutrita dagli ostacoli vinti giorno per giorno, avrà indubbiamente qualche utilità. Certo, l'orecchio deve drizzarsi, la volontà tendersi affinché la voce discreta si faccia sentire, affinché una speranza si riaffacci là dove meno la si attendeva. Ecco la prima sfida: plasmare una vita, scolpire l'esistenza sulla sabbia avendo, come guida, anche i più poverini, straziati precursori che, a dispetto di ogni logica, lottano e propongono un senso, fragile, costantemente minacciato. Traggono profitto da tutto, persino dalla sofferenza.
Questo lavoro nasce da un realismo freddo, netto. Ogni vita è fragile, vulnerabile, alla mercé del primo incidente. Domani posso ritrovarmi inchiodato a un letto, posso morire, perdere una persona cara. Una volta nato, l'uomo è destinato al peggio. Mi fermerò a questo? No di certo! Questa constatazione cupa ma saggia può solo essere propedeutica: devo assumerne il peso inaudito e poi tentare di superarlo.
Per chi si arrischia a rinunciare alle illusioni, la precarietà stessa della vita "rischia" di diventare allora una sorgente. Sapendo ormai come regolarmi, eccomi obbligato a ingaggiare battaglia. Ancora una volta, i più deboli ci servono da esempio. In loro la vulnerabilità balza agli occhi, ed essi non la nascondono, consapevoli che la vita è irrimediabilmente accompagnata da una quantità sconcertante di sofferenze. Obbligati ad adattarsi, utilizzano ogni mezzo per cogliere e costruire elementi di bellezza. Non c'è nulla da perdere, perché tutto è già perso in anticipo! Tutto quello che costruisco, lo strappo per un momento al potere della sofferenza; tutta la gioia che riesco a donare, la contrappongo alla tristezza, alla solitudine. Nulla è grave, perché tutto è grave. Ogni istante che reca in sé il marchio segreto del tragico, della morte imminente, converrà abitarlo, immettendogli forza e gioia. Lungi dal gettarci a terra, questa constatazione invita a una leggerezza. Nessuna ingenuità, nessuna noncuranza in questo stato d'animo impastato di profondità.
La leggerezza fornisce all'apprendista del mestiere di uomo un utensile preziosissimo, una forza inedita capace di far esplodere il mondo. Ben diversa dall'ottimismo ottuso dell'ingenuo, essa rende spesso fiorenti delle solitudini o delle sofferenze superate. La sua natura la spoglia di ogni artificio, la trasforma in una gioia che intuisce la precarietà di ogni cosa. Paradosso singolare: molte "buone volontà" impegnate in qualche opera umanitaria vengono iniziate a questa gioia insolita e inattesa su terreni che lasciavano presagire solo miseria e desolazione.
Chi adotta la leggerezza, sottile antidoto alla disperazione, sperimenta i pericoli di una rivolta inacidita, intuisce che la sofferenza non alimenta solo santi o saggi. Diventare leggeri significa accettare umilmente la sorte dopo aver tentato di tutto per sradicarne il lato oscuro, ribadire una resistenza là dove prevalgono rivolta e collera, significa rifiutare che la rabbia o l'odio finiscano per alienare la libertà. Essere leggeri significa dunque far ricorso di forza alla gioia contro ciò che inasprisce, contro ciò che isola, significa spalleggiare chi soffre affinché non si rinchiuda nel proprio mal-essere. La leggerezza va contro, contrasta ciò che immiserisce.
Fecondata da altri, la leggerezza può incarnarsi nel sorriso o nella stretta di mano che due compagni di sventura si scambiano per fugare la disperazione. Ispira le parole di incoraggiamento, si propaga nell'umorismo redentore, libera chi lotta contro lo sgomento, si rallegra del minimo progresso e ignora quel risentimento che non tarda a essere, generato dal disprezzo nutrito dai propri simili. E estremamente delicato conservare la fiducia, mantenere un rapporto sereno con se stessi quando si insedia la malattia, la disperazione; in poco tempo, assieme al male, si odierà la vita intera. A dispetto degli invidiosi, degli scorbutici o dei vendicativi, l'adepto della leggerezza accetta quindi la sfida di accogliere l'esistenza, di abbellirla ogni giorno. Lungo il cammino, la presenza dell'altro rafforza la sua perseveranza. Da quel momento, per assumere una difficoltà disarmante, si apre e acconsente a trovare un aiuto, ad arrischiare l'incontro.
La leggerezza obbliga anche a non sprofondare nell' odio verso se stessi. La forza che resiste a questa sinistra minaccia a volte illumina il volto dei sofferenti. Contemplando i loro lineamenti vi si attinge un incoraggiamento. Ma spesso il vincitore è nel campo sbagliato: allora il male trionfa e genera persone ferite, tristi, chiuse, scontrose.
Sì, bisogna ammetterlo, sono vittime i cui sbalzi di umore e i ripiegamenti su se stessi tradiscono soprattutto l'impotenza. Socrate diceva che "nessuno è cattivo di propria volontà". Sì, se si scava dietro la cattiveria si trova quasi sempre una ferita aperta, la frustrazione di un fallimento. I buddisti hanno stupendamente illustrato così questa dolorosa dialettica: quando qualcuno ti percuote con un bastone, non te la prendi con il bastone. Ti ha colpito, certo, ma non è quello il responsabile. Rifletti! L'uomo che ti aggredisce, al pari del bastone, non merita la tua collera, il tuo odio. La ferita: ecco il vero colpevole che strumentalizza l'uomo come il bastone. Il messaggio di questo aneddoto si applica perfettamente alla sofferenza e costituisce un nuovo invito alla tolleranza.
Cosa c'è di più ridicolo della paura di un topo? Una fobia che si presta al sorriso può distruggere, annientare la persona. Vissuta dall'interno, rischia di assumere dimensioni inimmaginabili, di rivelare la solitudine del sofferente.
Percepiamo solo dei frammenti dell' angoscia patita dagli altri, del dolore di un malato intuiamo solo la presenza. Se la gioia, la felicità si condividono facilmente, la sofferenza ripugna, provoca vergogna e isola. Un'altra tortura viene allora a innestarsi: quella di essere giudicato, incompreso, di portare da solo un peso troppo gravoso, proprio quando un ascolto amichevole allevierebbe il tormento. Mettersi al posto di chi soffre: ecco un arduo esercizio. Si può almeno essere là, cercare di confortare e soprattutto astenersi dal giudicare.
Nella sofferenza una presenza, per quanto discreta, surclassa - e di molto - i discorsi che pretendono di padroneggiare ogni cosa. Uno sguardo, un sorriso, una parola: ecco la mia parte di azione.
Compito difficile quello di assistere impotenti alla rovina di un essere amato, di cercare di trovare il gesto di consolazione, mentre la disperazione ha il sopravvento! Il sorriso fragile, la parola esitante, il sostegno strappati a prezzo di innumerevoli sforzi paiono vani, ma se mancano, manca l'essenziale.

Una gratuità insignificante
(o il gioioso profitto prima di tutto)

Per vivere, l'essere umano assimila del cibo, questo è assodato. Che dire del contatto, dei legami che ci uniscono agli altri? Nella disgrazia, nulla è più prezioso della presenza di una persona cara, l'ascolto di qualcuno che ci è vicino. Senza questo sostegno, l'uomo cessa di crescere, deperisce. Ma il commercio con gli altri - peraltro così fecondo - può costituire un cocente ostacolo al progresso. Vittima dello scherno, dei giudizi, delle condanne, chi soffre si rinchiude per evitare qualsiasi nuovo attacco. Risentimento, amarezza, solitudine, vergogna: tutto finisce per secernere un guscio solidissimo che completa l'atrofia della sensibilità. "Proteggiti! Blindati!": ecco il grido del cuore straziato. Rassicurato, eccomi ben presto autista, rinchiuso in un guscio. Nella mia fortezza vuota, impermeabile alla tenerezza, resto insensibile alla ferita, allo scherno. Per voler fuggire troppo la cattiveria, la crudeltà di certi incontri, mi taglio fuori dall'affetto, dal conforto. Proteggendo mi all'eccesso dagli sguardi che condannano e umiliano, finisco per chiudere anche gli occhi che amano.
Per chi non gode più della spigliatezza, della libertà e dello stato d'animo necessari per sopraffarla, la sofferenza è solo un' atrocità nociva. Per questo bisogna saper contare sugli altri per essere capaci, in una situazione difficile, di trovare le risorse per trarne profitto. Il ruolo vitale dell' altro nella prova non può comunque occultare un dove re primario: mettere in opera tutto per sopprimere la sofferenza.
Non stanchiamoci di ripeterlo: la sofferenza non fa crescere, è invece quello che ne facciamo che può far crescere la persona. Non c'è alcun bisogno di soffrire per svilupparsi, né alcun bisogno di conoscere l'isolamento per apprezzare la presenza dell'altro. Eminenti studiosi hanno speso tempo ed energie per vantare i meriti della prova, i benefici del fallimento. Bisogna fare le proprie esperienze, dicono. Certo, ma accumularle non basta.
In questa retorica si rischia di trovare un invito alla fuga, un futile pretesto per infliggere sofferenze. Con un gioco di parole
(ta pathémata mathemata: "ciò che fa soffrire insegna") i greci hanno tentato di forgiare un atteggiamento, molto più acuto, da opporre ai tormenti, a ciò che ferisce e distrugge. Io vi trovo uno strumento. Chiamato algodicea, prende le mosse da questa esperienza:
non vi è nulla di peggio di una sofferenza gratuita, assurda, priva di senso. Mentre la giovane madre dimentica tranquillamente i dolori del parto e il trofeo del vincitore fa sparire indolenzimenti ed ematomi, le sofferenze gratuite e sterili non scompaiono mai. Ci spodestano, ci privano a poco a poco della libertà. Così, di fronte allo scandalo e soprattutto all' assurdità di ciò che provoca dolore, gli antichi esortano a fare di tutto per rendere fruttuoso il momento della sofferenza. Non si tratta di correre in cerca del pericolo, né di sguazzare nel dolore, bensì, quando questo si presenta, di approfittarne! Emile Cioran, nel suo L'inconveniente di essere nati, fornisce un chiarimento: "La sofferenza apre gli occhi, aiuta a vedere le cose che altrimenti non avremmo colto. E quindi utile solo alla conoscenza e, al di fuori di essa, serve unicamente ad avvelenare l'esistenza!" .
Nulla contraddice l'algodicea più della beata ras
segnazione dei fatalisti che, di fronte alla sofferenza degli altri, si bendano gli occhi e non fanno nulla, o di quelli che, condannando le vittime, fanno in fretta a tacciarle di incapacità e dimenticano che la sofferenza opprime, appesantisce, intorpidisce. Troppo spesso annienta. A cosa serve gettare disprezzo su chi abbassa le braccia? Prima di accusare la vittima e sostenere che si compiace nella sofferenza, conviene forse accertarsi se quello che si giudicava condiscendenza non abbia a che fare, in ultima analisi, con una disperazione abissale. Prigionieri del dolore, si perdono facilmente la speranza e la forza richieste. E ciascuno può sprofondare dall' oggi al domani. Così ci si potrà sempre chiedere come mai Primo Levi si è suicidato dopo aver tanto lottato per sopravvivere. Analogamente sappiamo di prigionieri di guerra che, dopo essere stati liberati, non tardano a compiere il gesto fatale. E possibile che la routine, il vuoto del quotidiano privino dell'essenziale, cioè del sapere perché lottare, del conoscere la propria ragion d'essere? Dobbiamo dedurre che un eccesso di lotta sfinisce e uccide?
La sofferenza che schianta, sulla quale l'uomo non ha presa alcuna. Non sminuiamola con discorsi vani. La sofferenza in sé permane ingiustificabile! Non insegna nulla a chi non è altro che sofferente. Se è indecente fare l'apologia della sofferenza, gli interrogativi rimangono. Qui, ancor più di prima, si impone un' estrema prudenza. Per par
tire alla ricerca di risposte - ma senza rischiare di piombare in un silenzio di abdicazione - è bene confessare il mio imbarazzo e la mia ignoranza? Quest'ultima, immensa, mi porta - è un dato di fatto - a rivolgere lo sguardo verso gli altri. Se, per grande fortuna, nessuno è "laureato in sofferenza", alcune persone tuttavia mi insegnano in materia più di molte opere ampollose sull'argomento. E verso costoro che voglio volgermi per la favolosa sfida dell' algodicea. Essi non la applicano forse già sul terreno della vita quotidiana? Ciascuno apporta così il suo senso alla sofferenza. Per tentare di trovarlo, da parte mia ho il presentimento che da solo non posso nulla. Devo quindi trovare le armi che altri hanno forgiato, prendere a prestito da loro gli strumenti della lotta. La gioia sovrana dipinta su dei volti straziati dal dolore: ecco un rimedio! Quand' anche avessi tutto, sarei un essere incompiuto se questa gioia mi divenisse estranea.
Leggendo L'énergie spirituelle di Bergson, ho trovato una luminosa conferma: "La gioia annuncia sempre che la vita l'ha spuntata, che ha conquistato terreno, che ha ottenuto una vittoria: ogni grande gioia ha un accento trionfale...". La gioia, allora, annuncerebbe sempre il trionfo? Paradosso! Spesso essa si impone in pienezza e totalità in coloro che alcuni considerano dei falliti, delle nullità, degli esseri insignificanti, dei "vegetali", dei malati. La vita l'ha quindi spuntata: là, nella sofferenza, nell'incertezza, l'esistenza conquista davvero terreno. Ho trovato le mie referenze: ecco persone che cercano di opporre al male una risposta invidiabile.
Non mi resta che mettermi alla loro scuola. Dapprima, ciò che colpisce è il loro realismo. Lungi dal fuggire nell'illusione, affrontano la realtà giorno dopo giorno con umiltà e umorismo. E difficile conservare queste due doti quando tutto va male! Eppure, nulla è più prezioso. Se c'è un nuovo concetto che oggi occupa i dibattiti è proprio quello di resilienza, cioè la facoltà di venirne fuori nonostante le avversità. L'algodicea mi sembra derivare da questa forza all' opera nei più deboli, in quelli che la vita ha corroso. Normalmente, gli individui gravemente provati vengono considerati con pietà. Il loro handicap, si pensa, li vota forzatamente all'infelicità, la loro cecità vieta la gioia, la malattia li priva di tutto. Ma chi si avvicina a loro, chi compie il primo passo finirà senz' altro per rivedere il proprio giudizio. Uno stato d'animo insospettato lo attende. Perché non trame ispirazione? Mi ricordo con piacere dell'allegria che condividevamo, i miei compagni ed io. Per celebrare una vittoria, ognuno di noi urlava (e il termine è debole). Urlavamo per la lettera di un amico trovata nella casella della posta, in occasione di un incontro, quando ascoltavamo una buona notizia. Si sbaglia chi volesse ridurre a puerilità una simile manifestazione di gioia. Essa manifesta semplicemente uno stupore permanente, un sentimento di riconoscenza.
Quando si acconsente a lottare con il quotidiano, si finisce inevitabilmente per spogliarsi: l'essenziale, infatti, richiede una sorta di ascesi di ogni istante. L'algodicea è innanzitutto l'esigente esperienza che la prova che mi opprime non mi annienterà. Sono tenuto a opporle una resistenza, a proseguire ad ogni costo l'esercizio della mia libertà, a non lasciarmi vincere per conservare la mia gioia come un' arma indispensabile. Che delicata prodezza per chi è colpito da una malattia degenerativa o per chi attraversa la propria esistenza senza l'appoggio di nessuno!
Cioran ha visto bene. Se la sofferenza avvelena l'esistenza, insegna anche. Ma, a mia volta, come praticare l'algodicea? I deboli mi manifestano che trarre profitto dalla sofferenza è innanzitutto approfittare, beneficiare della vita. Celebrare ciò che ne costituisce il prezzo.

Un giorno, un centro per handicappati mentali mi invita per una conferenza. Vengono a prendermi alla stazione, mi portano al centro. Mi sistemo in una stanza. Mi prende il magone. Il passato, diciassette anni di istituto riemergono con prepotenza. Fuori: grida, risate. Non posso sottrarmi all'angoscia. Esco. Delle persone gioiose mi accolgono. Una giovane donna mi piazza le mani sulle spalle ed esclama: "Sei proprio carino!". Sorrido, incredulo. Bevo una tazza di cioccolata. I ricoverati si danno da fare affinché l'ospite non manchi di nulla e mettono in campo in abbondanza il loro affetto. Sono tranquillizzato. Ben presto si creano dei legami. Si va in fretta all'essenziale, lasciando da parte le etichette sociali.
Alla sera parlo di Nietzsche, poi si balla, si ride. La mia dama, nel clima di gioia, rompe il suo tacco a spillo sfoggiato solo per le grandi occasioni. Sbarazzatasi delle scarpette, ricomincia di gran lena. La festa è al culmine. Il mio soggiorno si trasforma a poco a poco. Questi uomini, queste donne, che forse rappresentano una vergogna per le loro famiglie, mi insegnano a gioire di fronte alla vita, a prestare un' attenzione sottile all' altro. La sofferenza è là, onnipresente. Ma i ricoverati praticano il riso, coltivano la gioia, l'amicizia. Qui la sofferenza rinsalda i legami, costringe a inventare, a trovare il gesto appropriato, l'atteggiamento giusto. Affascinato, lascio il centro. In treno, dei dirigenti con la loro valigetta, uomini, donne. Attraverso i vagoni, incerto a causa della velocità. Qui i volti sono imbronciati. Mi rendo conto di come il
centro sia un'eccezione con i suoi riti, i suoi costumi, le sue pratiche, la sua vita, i suoi abitanti felici per decisione.

Se mi sento impotente nei confronti della mia sofferenza, l'aiuto che ricevo mi invita a prestare attenzione alle ferite di quanti incontro. Cosi l'algodicea richiede questo andirivieni salvatore che solo permette di raccogliere la sfida finale, costantemente attuale: lottare contro il male e approfittare di ogni istante per progredire. Ecco perché Nietzsche nella Gaia scienza ha scritto: "Nel dolore sento l'ordine del comandante della nave: 'Ammainate le vele!'. L'intrepido navigatore uomo deve essersi esercitato a orientare le vele in mille modi, altrimenti sarebbe ben presto spacciato e l'oceano lo inghiottirebbe subito".

IV. Il corpo

Cosa insegna il corpo

Nietzsche ha ancora ragione... Siccome abbiamo "la filosofia della propria persona", il corpo gioca un ruolo decisivo nella costruzione del sé e merita tutta la mia attenzione. Considerare il corpo dopo aver affrontato il problema della sofferenza riflette fedelmente l'esperienza quotidiana: un ostacolo si presenta e il corpo si mostra immediatamente opprimente e massiccio. Il fatto è che la sofferenza (che svela i nostri limiti) pone al cuore della mia ricerca il corpo, compagno nobile che tuttavia non sempre mi è apparso tale.
Si impone in forze: sede del dolore, dispensatore del piacere, fondamento dell'essere, il corpo costituisce un' autentica conquista. Addomesticarlo, forse abitar lo: ecco un altro compito assegnato all' apprendista che si lancia nell' esercizio del mestiere di uomo.
Nascendo, ogni essere umano eredita un corpo, direbbe La Palice. Salvo rare eccezioni, ognuno ha due mani, una bocca e due orecchie... Ma, appunto, è il corpo che fa anche di ciascuno un essere unico. Nessuno mi assomiglia, nessuno vive la mia esistenza. Con un gioco di parole radicalmen
te dualista, proprio alla lingua greca - to soma estin hemin sema, "il corpo è la nostra tomba" Platone vuole fare del corpo la tomba dell' anima. In questo il filosofo appoggia la mia ricerca? Da parte mia voglio riferirmi al "vegetale", a colui che a priori appare solo come un corpo imprigionato, spossessato di ciò che fa la grandezza di un uomo. Il "vegetale" non parla, non fa nulla, giace. La sua figura enigmatica potrà servire di riferimento per verificare se il Greco ha ragione?
Senza dubbio ci si stupirà di veder mi utilizzare, per parlare del corpo e addomesticarlo, il modello del "vegetale". Uso questo termine nella sua crudezza (senza giochi di parole) perché gli eufemismi non sono ammessi per designare queste persone. Il termine tradisce anche tutto il disagio, l'incomprensione, il disgusto che sono associati a loro. Normalmente, per tessere l'elogio del corpo, si evoca l'immagine dello sportivo e del modello. Al contrario, io cerco nel "vegetale" ciò che fonda la nostra natura, scopro nella sua fragile costituzione le piste per una riflessione che permette di cogliere i prodigi realizzati dal corpo e di discernere la meraviglia che rappresenta.

In fondo alletto, due occhi umidi fissano il soffitto, il volto madido e gonfio emerge dalle lenzuola bianche. Una mano rigida resta perfettamente immobile per non ostacolare l'opera irrisoria della flebo. Nella sala fredda, in mezzo ai malati, percepisco il carattere sacro dell' essere umano, del corpo che lo costituisce. Il corpo in agonia che la vita abbandona a piccole tappe sornione mi colloca in uno strano sentimento di rispetto.
Nonostante la fragilità dell'esistenza, nonostante il mio corpo votato presto o tardi a una simile sorte, sento nascere una gioia discreta. lo vivo e posso ancora lottare verso e contro tutto. La carne che vive le sue ultime ore, gli occhi amati che presto si chiuderanno, quella sorta di sorriso che vaga su un volto già abbandonato da qualsiasi forza mi insegnano il rispetto. Il corpo non si riduce a un oggetto. Il sorriso strappato a prezzo di grandi sforzi proviene da un cuore già lontano che un tempo ha accompagnato le mie pene e le mie gioie. Il malato che cammina troppo svelto verso la morte mi consegna in eredità una temibile esigenza: godere del mio corpo.

Un "vegetale" impone sempre all'apprendista che si lancia nello studio del mestiere di uomo di prendere coscienza dell'importanza del corpo, lo invita a smettere di farne un oggetto di fastidio né, d'altra parte, di culto. In un' epoca in cui, come sostiene lo storico Antoine Prost, "avere vergogna del proprio corpo equivale ad aver vergogna di se stessi", il "vegetale" resta uno scandalo per la ragione. Ma chi è accanto ai corpi feriti intuisce che l'essere umano è il proprio corpo, ma che questo corpo è altro da lui.
No, l'ammasso di carne nauseabondo, le membra rigide e immobili non riassumono il malato.
No, l'individuo non si riduce alla somma dei suoi atti. Se il "vegetale" non produce nulla, non guadagna nulla, forse per questo è meno uomo? Giudicare, senza altra forma di processo, solamente in base all' efficacia immediata relega la maggior parte delle persone deboli al rango di buoni a nulla.
La vergogna che avvolge il corpo malato, d'altronde, sfugge molto spesso a chi è obbligato a goderne. In mezzo ad amici, colpiti anch'essi da una disfunzione fisica, il corpo impacciato o deforme non suscita nessun obbrobrio. Fa riflettere, certo, ma non si crea mai disagio, non regna mai lo scherno. Membra atrofizzate, protesi, infermità: ecco il loro pane quotidiano. Ora, in questo universo particolare, ognuno dei corpi straziati rivela un'originalità. Curiosamente, il loro carattere unico invita ancora al rispetto perché ogni corpo, per quanto difettoso, appartiene a una coscienza sempre in lotta, sempre orientata verso il progresso, a una sorgente cui attingere forza per condurre a termine una battaglia gioiosa.
E qui che il "vegetale" acquista tutto il suo sapore. Quando la sua volontà lo porta a mille miglia di distanza, quando il suo pensiero lo innalza verso promesse irresistibili, il suo corpo rimane là, inchiodato. Eppure il sorriso, il buon umore, che non possono essere divulgati da una sola parola o gesto, tutto in lui celebra il corpo senza mai sminuirlo. A contatto con lui capisco anch'io che, handicappato a vita come sono, devo venire a patti con le mani anchilosate, con una voce che suscita in molti il riso, con le gambe che mi vietavano di condividere i giochi con i bambini, decisamente troppo agili, del mio paese.
Come non ammettere che questo corpo, per quanto rovinato, mi garantisce eccellenti servizi? Il "vegetale" mi convince in proposito seriamente e definitivamente: mi rallegro e riesco, grazie a lui, a misurare il prezzo del poter camminare, la felicità del parlare, dell'aprire a fatica un tubetto di dentifricio o del salire su un treno.
Ora, un pericolo incombe: considerarmi fortunato non significa forse tacciare di disgraziato il "vegetale" e così non riconoscergli un'infima possibilità di felicità, non scorgere nella sua gioia un invito al giubilo? Anche l'esempio del cieco che, a causa del suo handicap, sviluppa un tatto straordinario è fuori luogo: fare della cecità un' occasione per sfruttare facoltà superiori non può diminuire la sofferenza generata da una simile privazione. Lungi da me, quindi, l'idea di celebrare l'handicap o l'impotenza, di gridare a gran voce che la prova aiuta a crescere. Perché questo avvenga, l'ho già detto, è necessaria una costellazione di aiuti. La paura di diventare per disgrazia un "vegetale" turba ancora qualcuna delle mie notti.

Amare un corpo che offre mille gioie e accettarne uno che patisce una chiara deficienza è radicalmente diverso. Un corpo che non è come quello del vicino incuriosisce e turba. La prova, così dura, dello sguardo invita a imboccare percorsi trasversali. Evitare la folla, restare seduto, immobile... Nel complesso, seduto, di spalle e da molto lontano, da parte mia non presento alcuna disfunzione. Così, reso schiavo dello sguardo altrui, nego poco alla volta al mio corpo il diritto a essere diverso. Da bambino evitavo di andare a scuola. I gruppi di adolescenti - così prodighi di scherni, così crudeli per una sensibilità già fragile - mi obbligavano alla dissimulazione. La paura delle ferite, la preoccupazione di preservarmi ostacolavano fortemente la mia libertà, di conseguenza il disprezzo del corpo rischiava di prevalere. E qui che il "vegetale" mi richiama all'ordine. Certo, lui non sceglie affatto di abitare un corpo ridotto, dipendente: la sua unica scelta consiste nel modo di abitarlo. Per lui, l'assumere questa condizione sgorga da uno stato d'animo molto più sottile, mille volte più audace di una fuga di fronte a sguardi stupidamente idioti.
L'attenzione al corpo non può tuttavia ridursi a un' estetica dell' apparire, a una tecnica di autosuggestione che miri a mettere uno a proprio agio. Simili espressioni epidermiche mi fan venire l'orticaria. Troppo spesso, infatti, esse suppongono un rapporto con il corpo che tende a farlo entrare in uno stampo, obbliga a cancellare i punti oscuri e ad annullare le differenze.

Chi è considerato troppo facilmente solo un tubo digestivo apporta di conseguenza sfumature a idee assassine come "mente sana in corpo sano". Evidentemente, questo proverbio vuole descrivere un ideale verso il quale dirigersi. Ma cosa dice del "vegetale"?
Il mio modo di essere, le mie opinioni non nascono forse dalle pieghe della mia carne? Il corpo influisce sulla mia visione del mondo. Ciascuno pensa sempre con un vissuto, con la propria storia. Anche la personalità più eterea affonda oscure radici nell'esperienza di un corpo, di una carne. Angosce, paure, desideri, convinzioni si radicano nel più profondo dell' essere e traggono origine nel corpo, che conserva la memoria di ogni cosa. L'individuo ottuso, dal comportamento poco lodevole, l'angosciato cronico che si presta al riso forse stanno lottando contro ogni tipo di ostacolo per superare una prova che li ha segnati a vita. Da parte mia, una parte modesta, si tratta semplicemente di proseguire il lungo lavoro che fa del corpo un alleato fedele, un operaio che lavora per la nostra felicità.
Spirito nato con un corpo scosso da spasmi, il "vegetale" pensa. Per una curiosa alchimia, il suo corpo malato riesce a produrre idee limpide e a sviluppare uno stato d'animo libero da ogni risentimento. Può così superare la rivolta ed esercitare una libertà che rischia di permettergli di assumere fino in fondo la sua precarietà. Ogni vittoria strappata al determinismo della carne ferita rinforza l'assenso del corpo affidato alle cure di altri. Il "vegetale" diventa allora, singolarmente, come una sorgente da cui scaturisce a volte una consolazione anche per chi, nel pieno possesso delle proprie facoltà, ne misconosce il prezzo e il senso. Nulla si oppone a questo assenso più della passività e della rassegnazione. La libertà all'opera partecipa alla lotta, a questa accettazione conquistata a caro prezzo, a questo modo gioioso di "dire sì".

Cosciente della difficoltà della battaglia, ognuno cerca le proprie armi. La più bella consiste senza dubbio nel ridere di sé, nel non prestare il fianco al disprezzo verso la propria debolezza.
Vedo ancora quel corpo forzatamente docile, steso, mentre finiscono di lavarlo: lo vedo sovrano nella sua vulnerabilità. Le braccia immobili, le labbra chiuse comunicavano la gioia, la speranza e la forza di tutto il corpo. Qualcuno tentava di rispondere con una carezza delicata, percependo fin troppo bene quanto poco si approfitti del corpo capace di esprimere ciò che nessuna parola riesce mai a dire.

Platone aveva torto?

Come lo spirito, il corpo lavora alla grandezza dell'uomo.

V. Ciò che deforma

In piedi dietro a un bancone, accolgo il flusso di turisti che transita quotidianamente dal colle del Gran San Bernardo. Quel giorno, un gruppo giunto dall'Ucraina visita l'Ospizio e il suo museo. Una danzatrice dai capelli rossi e ricci mi offre un fischietto di porcellana che le mie dita maneggiano con estrema cura. La porcellana fa una piroetta e mi finisce in bocca. Pieno di gioia, fischio a più non posso. A sera, nel silenzio, la paura mi assale. Sento, alloggiata sotto la lingua, un'afta. E mi ricordo dell'avvertimento. Da piccolo, avevo appreso di un flagello che si propaga attraverso il sangue: l'AIDS. I frammenti di discorso che le mie giovani orecchie avevano raccolto senza capire mi fanno temere il peggio. Coltivo l'angoscia per un anno, senza dir nulla. I giorni passano, i tormenti restano. Appare un sintomo benigno, e io lo attribuisco al male che potrebbe essere all'opera in me.
Alla fine, una pubblicità giunge banalmente ad alleviare la paura. Compongo un numero di telefono. Risponde una voce disincantata. Espongo il problema: "Ho succhiato il fischietto di un altro e sono in ansia per la mia salute". Che dire della perplessità della voce davanti al significato del
la parola "fischietto"? Vagamente dissipato il malinteso, mi rallegro della notizia: i miei giorni non sono contati. Dissolto il peso insensato di questa angoscia infantile, l'equivoco doloroso cessa di torturarmi.
La paura mi avrebbe dunque trasformato? Fin dalle prime ore della sua esistenza, l'essere umano si forma. Per il neonato gettato nell' esistenza, tutto è formazione, apprendistato. Si tratta di sviluppare le proprie facoltà per non perire. Purtroppo, la ricerca spesso si blocca là dove inizia l'età adulta. L'abitudine si installa, i riflessi si mettono all'opera, ci si deforma, si è deformati... La costruzione di sé non sfugge alla regola. Davanti alla complessità del compito, sono tentato di abbassare le braccia, mentre invece nessun'altra battaglia richiede maggior cura. Ogni pratica richiede com
petenze
, esige un duro lavoro. Socrate - con l'insistenza che solo una fervida speranza può dare invitava gli ateniesi a disinteressarsi delle meschine preoccupazioni per dedicarsi all' autentico oggetto da conquistare, la cura di sé.
Fedele al mio vecchio maestro, voglio ascoltarlo e metter mi alla ricerca di ciò che forma e deforma. Ogni giorno, lo intuisco, devo costruire un altro rapporto con il mondo, aguzzare lo sguardo, cercare come condurre l'esistenza per smentire le implacabili predizioni che possono pesare su una vita deformata dall' ostacolo, il timore e la debolezza. Ecco forse l'ultima audacia che devia percorsi troppo in fretta tracciati. Il lavoro che auspicava lo scalzo ateniese riguarda un' esigenza vitale: imparare a stare in piedi nelle avversità, cercare il modo per stabilire legami con i propri simili, abitare gli istanti vuoti del quotidiano. L'esercizio è costantemente rischioso.
Coinvolto in un periplo che non ho minimamente scelto, assisto, spesso disarmato, agli eventi che si susseguono. Molte volte subisco rovesci che feriscono. Sono per questo condannato a un determinismo che farebbe dell'uomo il frutto delle circostanze? I colpi del destino mi segnano dunque irrevocabilmente? Devo formarmi.
Due esseri umani sono ancora sufficienti, pare, per fare un bambino. Sciocchezze! Ci vuole ben di più. Ci sono gli incontri che incuriosiscono, marcano e presto trasformano, le personalità che affascinano e disorientano i destini. Nei suoi Pensieri a se stesso, Marco Aurelio dichiara tutto ciò che deve agli altri. È una lunga lista... Perché sia esaustiva e fedele, una biblioteca intera basterebbe appena. Grazie alla penna dell'imperatore romano, intuisco che l'uomo si costruisce solo nella presenza dell' altro. Più sopra, evocando i miei compagni di lotta, accennavo a quanto mi hanno dato consistenza e sostegno. Quando l'esistenza cessa di andare da sé, quando nulla sembra evidente, il problema serio consiste proprio nel buon uso di questo mondo pericoloso e complesso. Osservare l'altro può diventare uno stratagemma per chi annega nell'incomprensione o si perde nelle pieghe della propria vulnerabilità.
Quando la volontà si spezza davanti alla vanità di mille conquiste quotidiane, uno sguardo verso un compagno di lotta procura nuove risorse. L'altro, considerato cosi come un compagno di squadra, diventa un riferimento, non il modello che devo seguire a tutti i costi, ma un essere che possiede una carta che può rivelarsi utile. Incontrarsi diventa allora l'occasione di modellare gli strumenti per forgiare una individualità.
L'educazione non deriva forse dall'assorbimento? La vera autorità di un maestro non si fonda forse innanzitutto sul raro sentimento che porta a desiderare di diventare come il maestro? Ma un maestro così inteso non lo si trova necessariamente tra quelli che sono ritenuti tali. Anche la lettura delle opere dei pensatori contribuisce all'edificazione di una singolarità. L'autore che scopro raggiunge il lettore nella sua umanità: per usare le parole di Pascal, "non è in Montaigne, ma in me stesso che io trovo tutto ciò che vi scorgo". Ha conosciuto le gioie della natura umana e le sue pene, ha affrontato la solitudine, ha superato il fallimento, è magari giunto a proporre una risposta alla morte. Ha sofferto un gran mal di denti, ha pianto il tradimento di un amico, ha temuto per la propria pelle. Così, quando lo sollecito, incontro un essere di carne che, al pari di me, ha preso parte alla lunga sequenza delle attività umane. Nei suoi scritti mi mostra come ha assunto la sua condizione e mi invita ad assumere la mia. In questo modo, io mi forgio grazie all'altro. L'uno fa uso di un umorismo che mi piace decisamente, quest' altro gode di una fiducia che stimo, la serenità di quello mi affascina: tutti delineano l'ideale al quale aspiro. Agostino lo conferma: invitandomi a "diventare quello che sono", l'altro rivela la mia natura.
Gli operatori sociali a volte misconoscono questo paradosso. Oggi, per esempio, è di moda in ambito educativo esaltare l'autonomia a ogni co
sto. Questa opzione rompe radicalmente rispetto a un' educazione che assisteva gli individui. Ai nostri giorni ci si sforza di rendere indipendente la persona. Da questo principio, apparentemente improntato al buon senso, alcuni deducono senza sfumature che qualsiasi domanda di aiuto, qualsiasi ammissione d'impotenza costituiscono un pericolo e un asservimento. Così si è giunti troppo frettolosamente a far l'elogio di chi si è fatto da solo.

"La filosofia è figlia dello stupore", afferma Platone nel Theeteto. Questa filiazione ho dovuto, con mio grande stupore, verificarla a profusione...
Uscito dal collegio, ho incontrato l'inconcepibile estraneità proprio là dove attendevo, a buon diritto, solo la norma. Credevo di essere formato. Indubbiamente ero solo un deformato in mezzo a tanti altri. Innanzitutto, il rapporto con 1'altro era cambiato. Per adattarmici, mi sono immerso nello studio dei codici sociali: osservavo attentamente e indovinavo a poco a poco le regole che sembravano governare il comportamento dei miei nuovi compagni. A volte, l'ingenuità perdurava e allora chiedevo consiglio a un amico. Così, di fronte alla perplessità che mi assalì quando un compagno
mi confessò di aver dedicato il sabato sera a "stanare pollastrelle", mi informai e scoprii, allibito, che quel don Giovanni inseguiva volatili molto particolari. Evidentemente la mia carenza di riferimenti ornitologici si faceva sentire.
I "professori di integrazione" affrontano nelle loro dotte analisi infiniti dettagli: dimenticano solo (con un'ostinazione che va a loro onore) le sciocchezzuole che costituiscono l'essenziale delle conversazioni nei luoghi di ricreazione. Così, a quel diverso che esclamava: "ma chi è questo Gabibbo di cui tutti ridono?" , si rimproverò ben presto di ignorare quei rudimenti insignificanti che ogni scolaro deve padroneggiare se vuole il rispetto dei propri simili.
Ho vissuto come una sfida questo periodo di adattamento in cui l'adolescente si rideformava. La vita extra muros mi trovava disarmato, agitato da mille paure. Durante il mio soggiorno in pensionato, avevo contratto una specie di malattia: la diffidenza ostinata verso il mondo. La sistemazione in un monolocale in città fu inevitabilmente accompagnata da qualche apprensione. Si trattò, naturalmente, di inventare un trucco adatto per ogni ostacolo. La battaglia, formatrice, si annunciava però sotto i migliori auspici, anche se ogni difficoltà esigeva molti preparativi... Un bel giorno, una scatola di ravioli sopraggiunse a mandare all' aria i miei sforzi. Recalcitrante, quello scatolame resisteva! Dopo avergli assestato colpi da ammazzare un bue, dopo essermi ridotto a scagliare il potenzialmente gustoso proiettile contro il muro della cucina, mi ritrovai di fronte a uno scacco cocente. Dominando la rabbia, mi rassegnai a presentare l'oggetto a un vicino: mossa, considerato lo stato della scatola, ormai fuori luogo. Questi la gettò via in meno tempo di quello che ci sarebbe voluto per aprirla, me ne offrì un' altra pregandomi in futuro di dispormi ad accettare aiuto. L'impotenza mi procurò quindi un buon pasto. E così nacque una nuova amicizia.
Un proverbio africano dice: "La mano che dà è sempre sopra quella che riceve" e, a torto, mi hanno insegnato ad aggiungere: "... e l'umiliazione non è lontana". Sovente gli stereotipi, sempre deformanti, imperversano. Malintesi e timori complicano le relazioni. Innanzitutto, il nostro rapporto con il mondo procede per riduzioni. Ogni giorno devo raccogliere, setacciare, selezionare informazioni in funzione di ciò che è necessario per vivere. Questo lavoro obbliga a fissare priorità, a focalizzare le urgenze. Non posso vedere tutto, capire tutto, né fare tutto. Di conseguenza, organizzo il mio mondo, incollando alla realtà delle etichette, delle parole a tal punto che ben presto finirò per vedere solo quelle.

Gli antichi vedevano nell'esperienza il principio della saggezza. Eppure, essa può anche portare a ridurre l'essere che ci sta di fronte a un'etichetta: lo straniero, l'ucraina del fischietto, il vincitore della scatola di ravioli... La mia vicenda mi ha sensibilizzato nei confronti di certe parole ingannatrici. Spesso procedo per scorciatoie o analogie, proietto, deformo, mi metto al posto dell' altro. Il pericolo è evidente: attribuire agli altri le caratteristiche del mio universo mentale. Ognuno è il frutto di una storia, di un vissuto particolare. In un mondo di zoppi, chi cammina diritto passa per anormale. Tutto dipende dai riferimenti che ciascuno possiede. A lungo ho creduto che i bambini nascessero tutti con un handicap, visibile o meno. Mi sono abituato a discernere fin dai primi istanti il punto debole delle mie nuove conoscenze. La deformazione era all'opera.
Oltre alla cultura e ai pregiudizi dell' ambiente, anche il passato che ci fonda influenza lo sguardo. Come non subirlo? Una memoria che non dimentica nulla sembra operare a nostra insaputa, si ricorda delle sofferenze, richiama alla mente i pianti. Così un bambino che ha subìto molti fallimenti farà fatica a intravedere il futuro: ad ogni gioia temerà un colpo di rinculo. Chi lotta nel quotidiano sviluppa poco alla volta la facoltà di prevenire i colpi e, spesso, si prepara al peggio. Le biografie più ricche sono radicate su vecchi fantasmi che si tratta di domare. Questo addestramento richiede una lotta senza respiro che rischia fortemente di sfinire l'individuo già ingracilito e gli impedisce immancabilmente di gustare il riposo. E difficile immaginarsi serenamente la vita quando i rovesci della sorte hanno scandito l'infanzia! "Quando mi sveglio, se mi alzo senza preoccupazioni, passo i primi minuti della giornata a cercare un motivo di tormento. Perché una giornata senza preoccupazioni mi fa paura". Così parlava un amico inquieto. I fallimenti creano degli esseri costantemente sul chi va là.
Dimmi le tue preoccupazioni e ti dirò se possiedi una fiducia primitiva. Per staccarsi progressivamente dalla madre, il bambino deve fruire di una fiducia che gli permetta di affrontare le paure e di partire alla scoperta del mondo. Successivamente, a scuola, il bambino produce uno sforzo, non solo per progredire, ma anche per attirare su di sé un'attenzione benevola. A cosa serve superarsi se
il progresso lascia indifferenti? Tutto è così legato al grande motore: l'affetto. Un degente cronico di un istituto si esprimeva attraverso pittogrammi. Privato dell'uso della parola, indicava con l'alluce dei piccoli segni che costituivano il suo linguaggio. Tra le centinaia di caselle a disposizione, si poteva leggere: medico, logopedista, fisioterapista, ergoterapeuta..., yogurt, siesta. Un osservatore attento avrebbe immediatamente costatato una crudele assenza: "papa", "mamma" non apparivano sul pannello che avrebbe dovuto fornire gli strumenti destinati a esprimere il mondo. Dietro questo piccolo esempio si nasconde un dramma diffuso: affrontare un mondo, privato di affetto.
In un tempo in cui si è soliti ricordare che il professionista dell' educazione deve ostentare una distanza detta terapeutica e che si pretende feconda, è bene cantare gli innumerevoli benefici dell'affetto. Immagino il dolore, l'immane sgomento di un bambino che ha come unica prospettiva l'istituto, il ricovero perpetuo. Se ostentano la distanza terapeutica, i rari esseri umani che lo attorni ano lo privano dell'essenziale, del cibo affettivo a partire dal quale si sviluppa una personalità. Una simile privazione segna un individuo e lo impregna per tutta la vita. Il passato finisce allora per diventare un peso, un insieme di riflessi che programmano, snaturano e deformano la personalità.
Quando regnano la solitudine, la diffidenza, l'angoscia, allora il mondo assume una tinta funesta che solo un lungo lavoro di ri-formazione riesce poco alla volta a dissipare. Da quel momento, partire alla scuola della vita significa spogliarsi,
tuffarsi nel passato per ricavarne mille insegnamenti, abbandonare il fardello del fallimento, il peso dei tradimenti. È opportuno riconsiderare le debolezze con un' esigente indulgenza. Così, dopo aver rivisitato quello che hanno un giorno imparato le nostre giovani orecchie, soppesato tutti i valori per conservare solo quelli che crescono, apprezzato con stupore le sorprese e le ricchezze che abitano un cuore, forse saremo pronti ad assaporare le gioie, ad affrontare le pene, con una leggerezza formatrice.

VI. Il mio simile che mi vuole diverso

Senza l'altro, non sono nulla, non esisto. L'altro mi costituisce, così come può distruggermi. Dietro questo termine, pomposo e logorato, si nascondono mille volti e sorrisi, una moltitudine di relazioni possibili. Nonostante per l'essenziale io sia solo - soffro da solo, morirò da solo -la presenza dell' altro scandisce la mia esistenza.
Merleau-Ponty sottolinea l'impronta che l'uomo lascia sul mondo: dove potrò andare perché le mie orecchie riescano a svuotarsi dei rumori umani? Ovunque si ritrovano le sue tracce: una bottiglia vuota, delle rotaie di treno, tutto richiama l'onnipresenza dell'altro, il mio simile. Simile? Ancora e sempre questo paradosso: l'altro è mio simile. Eppure, un abisso ci separa. Visto, classificato, catalogato anormale dallo sguardo dei curiosi, percepisco con intensità il fenomeno. Ho sempre aborrito gli eufemismi: "Jollien, è diverso". "Diverso": questa parola si accosterebbe solo alle tare?
Un pesce ebbe un giorno la singolare idea di uscire dalle acque primordiali. Possiamo immaginare lo sguardo che riservarono al prototipo gli altri pesci, conservatori, per i quali l'acqua confortevole rappresentava la rassicurante e unica madre patria... Il progresso vide dunque la luce grazie a un pesce assai poco ordinario, estravagante sorta di brutto anatroccolo degli oceani. Cosa pensare di queste scoperte fortuite dovute all'esuberanza di qualche individuo originale molto spesso bandito dalla società? Mi piace pensare che, con il suo bagaglio di dolori, la differenza genera sapienti invenzioni. Per poco che la si assuma, essa acquisisce un valore euristico. Farsi carico della marginalità, considerarla come un terriccio fertile contro un conformismo riduttore, promuovere la differenza senza esacerbarla... tutto questo non riuscirebbe però a mascherare la dura realtà, quella di sentirsi, a causa di una tara vissuta nella propria carne, un marginale agli occhi degli altri. Cadere nell'anticonformismo, per esempio gridando ad alta voce - come io stesso ho sentito - "E fantastico essere cieco!", non è proprio dare ragione a chi vuole rinchiudere la differenza in ghetti? Non significa forse occultare il fatto che essa non può allargare la nostra visione del mondo, a meno che non si creino dei legami tra le persone?

Mi sorprendo a sognare migliaia di ponti gettati tra le diverse marginalità. Mi ricordo di quell'ex tossicomane che oggi cura dei bambini malati: rivedo i suoi gesti ampi e delicati, la profondità dei suoi occhi che riflettono la gioia. Gli universi si avvicinano, le barriere cadono a poco a poco, due persone affrante si scoprono simili di fronte alla differenza.

L'incontro con l'altro assume forme molteplici che si aggrovigliano, si sovrappongono, si contraddicono: vedere l'altro come in una visita allo zoo, oppure partire alla sua scoperta come ci si addentra in una città inesplorata. Lo zoo, l'ho conosciuto. La differenza esacerba le reazioni: pietà esecrabile, curiosità malsana, pregiudizi, timori, tutto finisce per rendere il rapporto con l'altro artificiale quanto doloroso. Ho saputo perfino dell' esistenza di una sorta di museo, da qualche parte in Italia, che un tempo metteva in mostra storpi, deformi e nani. Davvero lo slancio che a priori spinge verso l'altro può declinarsi in tanti modi! A volte la diffidenza lo spezza, soprattutto quando le convenzioni o la dissimulazione fanno pesare la loro inerte reticenza. Nel momento dell'incontro, mille paure, mille interessi entrano in gioco. Che fatica ristabilire l'autenticità, far cadere le maschere!
Molto spesso si tratta di rompere il ghiaccio, di opporre, di imporre una smentita alla prima impressione.

Rue de Rennes, tento invano di fermare un taxi. Gli autisti rallentano, osservano il potenziale cliente, poi ripartono. Dopo una lunga e sterile attesa, decido di cambiare strategia. Tiro fuori una banconota stropicciata che sventolo febbrilmente. L'esca si rivela presto efficace. Una Mercedes mi apre la portiera. Indico la mia destinazione. L'autista non dice una parola. Dal retrovisore mi esamina. Per ammazzare il tempo leggo "Pensieri sulla felicità" di Alain. "Sai leggere?", dice. Annuisco. Il tassista sorride e poi mi chiede che mestiere faccio. Gli rispondo sinteticamente che studio filosofia. Si lancia allora in una strana confessione, confidandomi i suoi problemi familiari. Pretende perfino dei consigli. In dieci minuti lo sguardo altrui mi aveva affibbiato lo status di minorato, poi quello più spinoso... di consigliere coniugale.
La durezza di certi sguardi costringe a fare di tutto per capire cosa si nasconde dietro due occhi crudeli. L'alterità
- che quasi sempre si impone obbliga astutamente a sviluppare svariate strategie per non lasciarsi annientare. Qualche compera, l'attraversamento di un cortile di scuola, tutto diventa un campo d'allenamento, un terreno di osservazioni e di scoperte. La prova dello sguardo non è sempre vissuta agevolmente: troppo spesso rappresenta persino un dramma, e come liberarsene rimane forse l'apprendistato più delicato.
Quando sono solo in mezzo alla folla, quando i miei movimenti suscitano il riso, capisco quanto determinante sia lo sguardo. L'altro mi si impone. La sua presenza diventa un peso. Come cambiare gli occhi che luccicano di scherno, come tollerare che un altro invada la mia vita cogliendone solo l'aspetto ridicolo? Gli occhi che vedo per la prima volta mi spiano, diventano nemici: anche se non mi conoscono, rivelano tuttavia la parte oscura ormai familiare, accettata e superata dagli amici.
L'esperienza di marginale, l'obbligo di essere colui che rivela la differenza, colui che viene classificato come anormale, riassumono la complessa problematica. Per tutta la vita deve cercare di assumere la particolarità, forse di farne una risorsa. Ma sempre lo sguardo altrui pesa e rischia di fare
di lui un autentico "tarato" sociale. E, impercettibilmente, sulla differenza o, peggio, sull'handicap, si innestano le difficoltà insormontabili: l'altro, fondamento della mia vita, diventa un ostacolo, incolla le sue etichette il cui effetto nefasto ferisce a lungo. Se il filosofo Alain ha ragione, se ci si premura di assomigliare ai ritratti che gli altri fanno di noi, come potrà il nano considerarsi l'eguale dell' altro in un mondo in cui tutto grida la sua "piccolezza"?

L'handicappato apre una porta sulla condizione umana. Lui che è costretto, con un'intensità senza pari, a sostenere gli sguardi degli altri, mostra al comune dei mortali le piaghe che avvelenano i rapporti con l'altro. Oltre alla pietà, subisce l'infantilizzazione: presentati malfermo sulle gambe in un ristorante e, per poco che tu mostri l'aria assente che viene dai movimenti bruschi, ti accoglieranno dandoti del tu; sarà presso la persona che ti accompagna che ci si informerà del menu che avrai scelto; attraverso discrete attenzioni sarà con lei che ci si congratulerà per la sua disponibilità e la sua dedizione, supponendo chiaramente che lavori nel "sociale".
Una simile umiliazione, ripetuta costantemente, secerne la diffidenza che troppo spesso rinchiude e rende sospetta perfino la più amichevole delle familiarità. No, gli uomini non sono ancora tutti uguali agli occhi della società, poiché certi discorsi persistono a collocare il povero, l'handicappato,
il malato nei ranghi dei disgraziati. Ora, io che sono semplicemente incapace di colpire uno di quei maledetti palloni che ci si contende sui campi di calcio, mi contraddico quando accuso la società di segnare il mio autogol. Chi sono io per giudicarla? Non ne faccio forse parte?
Bisogna combattere la convinzione che lascia intendere, automaticamente, che ogni handicappato conosce un destino poco invidiabile. Ecco a cosa devono contribuire le migliaia di diversi che, disturbando e sconvolgendo gli indifferenti, sono ben obbligati ad assumere la propria fragilità con gioia e perseveranza e sanno anche gioire della vita.
A ben considerare, l'essere umano non sfugge forse per natura a qualsiasi definizione e a ogni norma? La bellezza di ogni individuo non consiste forse proprio nella sua singolarità? Racconto spesso che, uscito dall'istituto per "esseri diversi", mi ero dedicato a un gioco appassionante, una sorta di insolita ricerca: volevo finalmente scoprire l'essere umano normale. Siccome i miei compagni non lo erano certamente, dentro di me immaginavo che, per la mia caccia all' oggetto ambito, avrei avuto molte più possibilità all' esterno... Sono tuttora alla ricerca. Tuttavia, resto all' erta e sono disposto a esaminare qualsiasi candidatura con la divertente certezza di non raggiungere mai il mio scopo.
Dopo questa scoperta della deliziosa anormalità degli uomini, è opportuno - come ho auspicato sopra - non piombare nell' anticonformismo sistematico e mostrarsi coerenti. Liberarsi dallo sguardo che ferisce esige in realtà una fiducia in se stessi che si acquisisce faticosamente e che rischia di deperire in fretta di fronte a degli sguardi insistenti. Come fare per proteggersi? Ostentare un assoluto stoicismo, rifugiarsi dietro un' armatura e scudo, restare indifferenti ai propri consimili? Il ripiegamento o la fuga, rimedi placebo all'umiliazione, generano un male ben più grave della ferita che dovrebbero curare. Così, l'ho già detto, chi fugge le canzonature si isola e finisce per privarsi dei sorrisi che amano, delle braccia che accolgono. Anche qui nessuna soluzione, nessun antidoto miracoloso al problema. La lotta resta incompiuta. Ogni giorno mi tocca affrontare i giudizi troppo rapidi e rimettermi in discussione. Dopo ventisei anni di carriera, non mi abituo agli sguardi che feriscono né mi rassegno a praticare a mia volta l'indifferenza.
L'amicizia, rapporto privilegiato con l'altro, è tra gli strumenti esistenziali certamente il più dolce. Sale della vita, secondo Aristotele, dispensa il conforto nell' avversità. Ma l'amicizia è esigente. Attende tutto dall' amico, fa di tutto perché diventi migliore. L'amico propone un ascolto benevolo, prodiga consigli e sostegni, salva e spezza le solitudini, perché dei buoni compagni si rallegrano insieme. La prova dovrebbe trovarli riuniti. Ora, è facile essere buoni consiglieri con un altro! Ma basta che sopraggiunga una difficoltà nella vita e la sapienza dell' amico rischia di perdere il suo sapore. E difficile capire la sofferenza dell' amico senza minimizzare il dolore che lo divora. In una delle sue Lettere a un giovane poeta, dopo essersi prodigato in preziosi incoraggiamenti, Rainer Maria Rilke confessa con sorprendente profondità: "Non crediate che colui che tenta di confortarvi, viva senza fatica in mezzo alle parole semplici e calme, che qualche volta vi fanno bene. La sua vita reca molta fatica e tristezza, e resta lontana dietro a loro. Ma, fosse altrimenti, egli non avrebbe potuto trovare quelle parole". Perché questa avvertenza se non per una ragione paradossale: bisogna assolutamente evitare che chi soffre creda che l'amico che lo conforta è, in fondo, incapace di capirlo. L'esigenza raggiunge qui il rispetto e la comprensione. L'amico esigente non condanna la caduta, così come non tollera la rassegnazione, ma chi lo ascolta deve sforzarsi di crederl
o. Curiosa convinzione. Singolare esigenza che opera, discreta e fiduciosa, aiutando ad assumere il peso e la ricchezza di ciò che ci fa altro.

VII. Il mestiere di uomo

Gran bel mestiere di uomo! Gioioso e austero, esige un rischioso investimento a ogni istante. Non posso esaurirlo in poche righe. Un simile tentativo manifesterebbe una bella ingenuità. Tuttavia ho cercato a tentoni di trovare le armi di una lotta.
La mia incompetenza mi ha obbligato a trattare sobriamente un argomento pur così vitale, così urgente. La difficoltà richiede una mobilitazione generale: l'esistenza e i suoi rovesci non aspettano. Mentre termino l'opera, la complessità del mestiere mi appare con una chiarezza vertiginosa. Come non essere travolto?

La lotta e la gioia che sgorgano da una ferita assunta nel quotidiano invitano a ricominciare incessantemente, a rinnovare lo sforzo, a rimettersi in marcia e a costruire sulla propria debolezza. Molte volte si spera che sia vinta. Si vorrebbe affrettarsi e voltare pagina. Ma le piaghe riappaiono e attraversano l'esistenza. E devo battermi contro lo spirito di pesantezza. Questa cancrena interiore vorrebbe seguire dei modelli... aggrapparsi alle false certezze, pretendere di padroneggiare tutto per evitare il timore che questa eterna lotta ispira.
Gran bel mestiere d'uomo: devo essere capace di combattere gioiosamente senza mai perdere di vista la mia vulnerabilità né l'estrema precarietà della mia condizione. Devo inventare ciascuno dei miei passi e, forte della mia debolezza, fare di tutto per trovare le risorse per una lotta che, lo intuisco bene, mi supera senza per questo annientarmi.
"Gli animi valgono per quel che esigono. Valgo ciò che voglio!": Paul Valéry accorre qui in aiuto ricordando l'importanza della volontà. La volontà tiene la rotta, dà la forza per mettere a punto nuove strategie, in breve: impedisce di abdicare. Senza di lei, né battaglia né vittoria: questo è poco ma sicuro! Eppure, le difficoltà non scompaiono affatto, anzi. Le ferite accumulate sfiancano e mi trovano spesso smarrito e disarmato. Sollecitata all'estremo, la volontà langue, rischia di morire. Vorace com'è, senza nutrimento cessa di essere motrice. Esigenza temibile, faticosa routine: bisogna lottare, sempre.
Il tragico dell'esistenza ricorda che bisogna celebrare le occasioni di rallegrarsi e di rallegrare. Offrire la gioia là dove d'istinto si impongono pietà e tristezza. Lottare per la vita, non macerarsi nel disprezzo. Appoggiarsi sulle mille piccole gioie della nostra condizione. Il mestiere di uomo, argomento serio, a volte austero, richiede quindi un impegno costante, una leggerezza che vuole gettare uno sguardo nuovo sul mondo. Sguardo spogliato di qualsiasi artificio, di ogni regola, salvo, forse, il precetto di Nicolas de Chamfort: "La più persa di tutte le giornate è quella in cui non si è riso". Il riso diventa qui, assieme alla gioia, l'arma che viene opposta allo scoraggiamento. A differenza dello scherno, il riso raccoglie, riunisce, rende più forti.
Audacia ultima, il riso spezza la routine e allontana la prova. In istituto, l'assenza pesava, le interrogazioni anche. Le giornate portavano con sé mille difficoltà. Ma nessuna, secondo il criterio di Chamfort, era persa. Anzi! La vita diventa dolce grazie all'umorismo. Ridere e combattere salvavano le nostre vite. E se le due cose andassero insieme, se non potessero fare a meno l'una dell' altra?
Di fronte allo sforzo, quando tutto richiede una fatica insensata, resta allora una sola certezza: contro tutto, con umorismo, la chiamata del mestiere di uomo si fa insistente. Alla battaglia, dunque, perché tutto è da costruire con leggerezza e gioia!

 

Alla memoria di mio padre

 

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