Consigli evangelici

Può bastare a questo punto l’aver mostrato la perfetta disponibilità come radice della vita secondo i consigli, poiché rispetto ad essa la questione su come debba essere interpretata e formulata nei particolari la vita secondo i consigli (ad esempio secondo una «regola») è completamente secondaria e condizionata dall’incarico concreto nella struttura della Chiesa. Un prete secolare, che non ha fatto nessun voto di povertà, ma sta a disposizione dei suoi parrocchiani con tutto ciò che possiede, con cuore e porte spalancati, certamente è molto più vicino a questa disponibilità di un religioso che, pur all’interno del suo voto di povertà, non ha però abbandonato lo spirito borghese del piacere di possedere.

Si deve pur sempre tener fermo che la vocazione esige tutta la vita dell’uomo e ri­chiede una corrispondente, totale risposta, e che la «una volta per sempre» del dono appartiene alla forma fondamentale di ogni vita di vocazione. Se già il matrimonio cristiano deve essere indissolubile, quanto più la forma della vita di donazione! I noviziati, i seminari, periodi di prova ancora più lunghi per gli istituti secolari, sono necessari, ma sempre in vista di un dono fatto una volta per tutte. Il perpetuarsi di «voti a tempo» è teologicamente assurdo e impedisce che si realizzi l’atto del darsi—via definitivo. In maniera diversa questa forma di vita non sarebbe mai espressione della fedeltà al patto richiesta ad Israele, per non parlare poi di quella richiesta alla Chiesa.

L’obbedienza, per essere teologicamente rilevante, è sempre obbedienza al «Totalmente Altro», a Colui che dispone con totale libertà, al Dio mai messosi a disposizione nostra (ad esempio per mezzo di una legge o di una regola). Determinante per il cristiano è l’obbedienza umana dei discepoli di Gesù al Maestro visto come uomo: la sua divinità è per gli Apostoli, fino alla resurrezione, per così dire, un concetto limite. Essi seguono Lui, il Maestro, Egli è la loro regola, Egli comanda, dispone, ordina, manda in missione con un programma da lui stabilito, verifica i resoconti di coloro che rientrano a casa la sera. Egli, in quanto Altro vivente e libero, è il loro superiore e proprio in quanto tale è l’incarnazione del Dio di Israele che parla e dispone con libertà. Questo rapporto non può essere superato, può soltanto essere reso presente (quasi-sacramentalmente) nel rapporto d’obbedienza, ecclesialmente confermato, di colui che crede verso un superiore che gli rappresenta concretamente Cristo. Naturalmente questo superiore per il cristiano che vive nella comunità è dato in qualche luogo nel Papa e nel Vescovo, ma il dono totale dell’apostolo al Signore — perché Egli dia forma alla sua vita — diviene inevitabilmente concreto nel rapporto di disposizione da parte del Vescovo nei confronti del suo prete, da parte del superiore di un ordine nei confronti di chi gli è sottoposto.

La verginità è indivisibile non soltanto per l’aspetto corporeo ma anche per quello spirituale. Con altre parole: l’etica del chiamato, per quanto riguarda la sfera sessuale, è totalmente determinata dal rapporto corporeo verginale tra Cristo e la Chiesa: la sua esclusività non ha nulla a che fare con la ritrosia o un esagerato ascetismo; essa è la esclusività del corpo di Cristo donato eucaristicamente fino alla fine, e — come risposta a questo da parte del chiamato — è l’esclusività del corpo del cristiano consegnato a Cristo, dalla cui fecondità secondo la grazia il Signore potrà trarre ciò che vorrà per la redenzione del mondo. Il tenore di una tale etica lo si può ascoltare in 1Cor. 6, 12-20.

La povertà del chiamato deve raffigurare soprattutto in maniera convincente la povertà del popolo di Dio nel mondo che è per lui «terra straniera» e «deserto». E la povertà che, nell’antica Alleanza, è una cosa sola con la fede (che non ha altro se non Dio) e che, nella nuova Alleanza, è una cosa sola con l’amore (che nello Spirito di Dio ha dato via ogni cosa).

Le regolamentazioni canoniche in tanto sono rilevanti in quanto aiutano a sostenere questo spirito e, al contrario, non lo oscurano e non lo indeboliscono come testimonianza di fede.

religione dell’auto-redenzione grazie ad opere meritorie.

 

Questa disponibilità ad ogni uso che Dio vuole fare di me è di nuovo nient’altro che la condizione della fecondità soteriologica di una vita di vocazione, in qualsiasi «stato» ecclesiale e in qualsiasi forma concreta di realizzazione venga, secondariamente, a manifestarsi. Si tratta in ogni caso del dono di sé a Dio per i fratelli, per il mondo, sia che questo «venire versato in libagione per voi» (Fil. 2,17) si verifichi nella contemplazione di un carmelo, o di un Padre de Foucauld oppure nell’azione della vita di un prete o di un religioso, oppure nella presenza silenziosa al mondo di un istituto secolare.

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