«E la mano del Signore era con loro» (Atti 11, 21).

La comunità giudeo-credente di Gerusalemme, almeno inizialmente, ha mostrato di non aver compreso la radicalità assoluta che esige il messaggio del Cristo e si è conformata alle istituzioni religiose giudaiche, «godendo del favore di tutto il popolo» (At 2, 47). Non gode del favore di Dio, ma di tutto il popolo, dimentica del monito di Gesù: «Ahi a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti» (Lc 6, 26). Nonostante Gesù avesse dichiarato il Tempio «un covo di ladri» (Lc 19, 45) e ne avesse annunciato la totale distruzione (Lc 21,5), la comunità giudeo-credente di Gerusalemme continua a crederlo un’istituzione ancora valida e seguita a frequentarlo: «Ogni giorno tutti insieme frequentavano il Tempio» (At 2,46; 3,1). È sorprendente leggere che di questa comunità fanno parte persino i farisei (At 15,5), pii osservanti che hanno considerato Gesù un bestemmiatore (Lc 5, 21.30), farisei che non sembrano minimamente sfiorati dalla novità portata da Gesù e continuano a imporre la circoncisione e altre pratiche religiose (At 15, 1.5).

 

Ma c’è un’altra comunità, nata in terra pagana per opera di evangelizzatori provenienti dal mondo e dalla cultura greca, non vincolati dai nazionalismi dei discepoli di Gerusalemme, che «non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei» (At 11,19), i quali iniziano ad annunziare il vangelo anche ai pagani: “Alcuni di loro, cittadini di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunziando la buona notizia del Signore Gesù» (At 11, 20). E qui, in terra pagana, accade un fatto insperato: «E la mano del Signore era con loro e cosi un gran numero credette e si converti al Signore» (At 11, 21). La «mano del Signore» è un segno di benedizione (At 4,30; 11,21), espressione dell’azione divina che accompagna e benedice l’attività degli evangelizzatori, e il risultato è che «ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani» (At 11, 26). Il Signore potenzia l’attività degli evangelizzatori perché questi realizzano il suo progetto d’amore universale dal quale nessuno è escluso.

 

Luca contrappone due comunità, quella di Gerusalemme, legata alle istituzioni religiose giudaiche, e quella sorta in terra pagana, ad Antiòchia, dove i credenti, per la prima volta, non sono più considerati una delle tante sette giudaiche, ma qualcosa di nuovo: seguaci del Cristo. La mano del Signore è su Antiòchia e non a Gerusalemme. Mentre ad Antiòchia i discepoli vengono riconosciuti come Cristiani, si viene a sapere che sarebbe «scoppiata una grave carestia su tutta la terra, ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio» (At 11, 27-28). La reazione dei cristiani antiocheni all’annuncio della carestia, che avrebbe colpito anche loro (“su tutta la terra”), è esemplare. Anziché pensare a se stessi si preoccupano subito di soccorrere i fratelli «abitanti nella Giudea» (At 11, 29). Gli antiocheni, che hanno accolto la buona notizia, credono nelle parole di Gesù: «Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia» (Lc 12, 29); «ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9, 7). Hanno completa fiducia nel Padre che conosce ciò di cui la comunità ha bisogno (Lc 12, 30-31). Mentre a Gerusalemme i credenti non possiedono nulla, tutto è in comune, e si trovano nell’indigenza, ad Antiochia la comunicazione libera e responsabile dei propri beni, senza necessità di amministratori o di controlli interni o di imposizioni (tasse e decime), mette nelle condizioni di non doversi preoccupare solo delle proprie necessità ma anche di quelle degli altri.

 

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