Éloi Leclerc - Il Popolo di Dio nella notte

 

Prefazione

«Questo strano segreto, nel quale Dio si è ritirato...»
Pascal, Lettera a Carlotta de Roannez

Dedico queste pagine agli uomini e alle donne che, di fronte all'evoluzione attuale del mondo, si interrogano in profondità e con inquietudine sull'avvenire della Fede.

La Fede conosce oggi una crisi molto grave. Uomini e donne, che hanno impegnato la loro vita su certezze di fede, si accorgono che intorno a loro, persino nell'ambiente religioso, queste certezze essenziali e vitali sono diventate fluttuanti. Succede come se ciascuno fosse abbandonato a se stesso per definire la propria fede. Così non bisogna stupirsi che molti credenti siano nel loro intimo disorientati, presi da smarrimento di fronte ad un andare alla deriva che nessuno può sapere dove si fermerà. È più facile difendersi contro una persecuzione dichiarata che contro forze confuse e interiori di disgregazione.

Di fronte a questa situazione difficile, sono possibili diversi atteggiamenti. Il primo è di aggrapparsi a un ottimismo superficiale: «Tutto sta per assestarsi. Ondeggiamenti, ombre, passi falsi, ce ne sono, certamente; è inevitabile; ma aspettate un poco e vedrete: tutto rientrerà nell'ordine». Ascoltando questi discorsi rassicuranti, come non pensare all'osservazione di quel ministro delle finanze che, alla vigilia di una svalutazione, dichiarava: «Ebbene, sì, tutto finisce per assestarsi?». E aggiungeva in sordina: «Talvolta molto male». Qualche tempo fa, in una trasmissione televisiva, un vescovo era interpellato sui problemi attuali della Chiesa e della Fede. Ai suoi interlocutori sempre cortesi e le cui frecce erano smussate, il pastore rispondeva con una sincerità evidente ma anche con molta prudenza e abilità, forse troppa. I problemi del momento si assottigliavano, poi si volatilizzavano,come tra le dita di un prestigiatore; di nuovo la barca di Pietro scivolava su acque tranquille, e «l'onda era trasparente come nei giorni migliori». Ma era proprio questa l'ora della verità?

Non facciamoci illusioni. La crisi è troppo profonda perché le cose si sistemino così facilmente.

Diverrà senza dubbio sempre più difficile essere credenti. Il credente si troverà sempre più isolato nella sua fede, senza appoggio esteriore, senza segni. Non è necessario essere profeta per vedere che questo tempo viene e che già è venuto per molti. Abbiamo il coraggio di dirlo: la notte scende, sta per incominciare.

Di fronte a questa crisi della Fede è possibile un st:condo atteggiamento: quello dello scoraggiamento e del panico. «La barca affonda. Si salvi chi può! ». Questo non si grida sui tetti; ma può essere che si pensi, senza troppo confessarlo a se stessi. E sotto una forma mascherata, si prepara una posizione di ripiegamento. Questo atteggiamento dobbiamo respingerlo come indegno e contrario alla nostra fede profonda.

Resta un terzo e ultimo atteggiamento, il solo che merita di essere preso in considerazione: e consiste, non già nel subire questa notte, ma nello sforzarsi di comprenderla e di attraversarla alla luce della Parola di Dio. Si tratta di accoglierla, non come una catastrofe, ma come un mistero carico di richiami e di significati, e che fa parte del disegno di Dio. Per questo «noi abbiamo la parola dei profeti» e ci è chiesto di «ben fissare su di essa il nostro sguardo come su una lampada che brilla nella notte, sino a che spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei nostri cuori» (2 Pietro, 1, 19).

Ciò che noi siamo chiamati a vivere oggi è stato vissuto, in effetti, in maniera profetica dal popolo di Dio, in un dato momento della sua storia, precisamente durante il lungo esilio, che seguì al disastro nazionale del 587 A. C. Questo esilio, che durò una cinquantina d'anni, fu per il popolo della Bibbia una vera traversata notturna; segnò la fine di un mondo. Il popolo conobbe allora la notte delle istituzioni. Tutto ciò che lo inquadrava e lo proteggeva è andato perduto. Tutto ciò che poteva dargli fiducia nel proprio destino è distrutto. Gerusalemme e il suo Tempio sono rasi al suolo, la dignità regale soppressa, la Terra occupata e annessa, i migliori del popolo deportati. Spogliato di tutti questi segni particolari, che ne facevano il popolo eletto, disperso in mezzo alle nazioni pagane, Israele è riportato alla sua nudità primitiva, è rimandato alla povertà essenziale dell'uomo. «Giorni di tenebre e di caligine», così il profeta Ezechiele caratterizza questo tempo di deportazione. Israele non sa più in anticipo chi è l'Eterno né ciò che vuole, cammina a tentoni nella notte. Non è più dalle altezze folgoranti del Sinai che viene la Parola che salva, ma dalle profondità di un cuore spezzato.

Questa esperienza è stata vissuta a una profondità tale che essa trascende le circostanze storiche particolari nelle quali si è svolta; toccando il fondo dell'uomo, ha raggiunto l'universale. Allora furono vissute delle situazioni, furono dette delle parole che fanno di questo momento della storia biblica una profezia del divenire profondo dell'uomo; di quello di ciascuno come di quello del popolo di Dio nel suo insieme. A questo titolo, questa esperienza cl riguarda direttamente oggi. Essa contiene la luce che sola può rischiarare la nostra marcia presente nella notte, facendoci vedere ciò che anche noi siamo chiamati a divenire.

Che succede dell'uomo, quando ha perduto tutto, persino quella che considerava la cosa più sacra? Come vive allora il suo rapporto con il mondo, con gli altri, con se stesso? A quale rinnovamento è chiamato? E per quali strade? Come la notte più cera può diventare il momento della speranza? Per quale metamorfosi? Ecco le tante questioni che noi ci siamo posti meditando sul grande tormento del popolo di Dio.

Quanto più una esperienza umana è radicale, tanto più possibilità contiene di rivelarci il fondamentale, l'eterno. E l'esperienza biblica dell'esilio è una delle più radicali che l'umanità abbia mai fatte. Nessuno può attraversare una tale angoscia senza sprofondarsi in una disperazione senza fondo, a meno che egli non incontri, nel più profondo dell'abisso, una speranza indistruttibile.

Oggi il popolo di Dio ha bisogno di incontrare una tale speranza.

 

1. La fine di un mondo

«... Lo scampato giunse da Gerusalemme 
e mi annunciò: La Città è presa».

(EzechieLe, 33, 21)

 

Il giorno declina su Tel-Abib, nel distretto di Nippur. Come ogni sera, i deportati di Giuda si radunano intorno a un fuoco. Hanno lavorato tutto il giorno alle canalizzazioni in questa pianura immensa bagnata dall'Eufrate. Si ritrovano ora insieme, lontano dai loro sorveglianti, lontano da quegli uomini «dal linguaggio oscuro, dalla lingua barbara» (Isaia, 33, 19). È l'ora della distensione e della intimità. Seduti in cerchio, guardano la fiamma che divampa in mezzo a loro. Non dicono niente. Tutto hanno in comune: la fatica, il disonore, l'odio, la speranza. La speranza soprattutto. La vita si è tragicamente semplificata per loro: aspettano.

Deportati da una decina d'anni, in seguito alla prima presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, essi hanno appreso la recente sommossa del re Sedecia. La notizia ha riacceso le loro speranze. Il popolo di Giuda ha ripreso le armi per la sua libertà. Laggiù, nella lontana patria, Gerusalemme resiste di nuovo. E l'Egitto, il potentissimo Egitto. combatte a suo fianco contro l'invasore caldeo. Come non sperare? L'ora della vittoria e della liberazione è vicina; essa verrà più certa dell'aurora, più sfolgorante e più divorante della fiamma. Allora Babilonia, Larsa, Nippur, tutte queste grandi città pagane bruceranno come fuscelli secchi gettati nel fuoco, palazzi e torri spariranno in fumo. Tutto l'impero sarà un incendio dall'Eufrate al mare occidentale...

Aspettano. E già contemplano in sogno questa aurora di fuoco. Quel giorno, essi torneranno verso la loro terra natale; risaliranno, trionfanti, il corso del gran fiume che hanno disceso nella vergogna. Come i loro padri all'uscita dall'Egitto, essi se ne andranno carichi di bottino, pieni la bocca di risate e canzoni. Rivedono le loro colline; ritrovano i loro villaggi. Davanti a loro, la valle di Akor tutta verde si apre come una porta. dI speranza. Gerusalemme appare sulla sua altura, sopra i suoi baluardi, risplendente di gloria: Gerusalemme la vittoriosa, libera finalmente! E tutte le sue case gridano: «Alleluia! ». Quel giorno risplende già per loro nell'ardore. E tutti gli occhi brillano di speranza.

Tuttavia, certe sere, il peso dell'esilio si fa più penoso. Le notizie sono rare. Che succede dunque laggiù, al paese? Questa sera, la nostalgia pervade i cuori. Si innalza un canto, triste e solenne: il lamento degli esiliati si mette a girare nella notte:

«Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo 
al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra appendemmo
le nostre cetre.

Là ci chiedevano parole di canto 
coloro che ci avevano deportato, 
canzoni di gioia, i nostri oppressori: 
'Cantateci i canti di Sion!'.

Come cantare i canti del Signore 
in terra straniera?
Se ti dimentico, Gerusalemme, 
si paralizzi la mia destra!...» 

(Salmo 137, 1-5).

 

«Gerusalemme», questo nome suona alto e chiaro nella notte di Tel-Abib. Esso cristallizza tutte le speranze. In esso si concentra la resistenza di un popolo. Gerusalemme è l'orgoglio di Giuda. Là risiede il potere, là è fissata la casa di David. Là soprattutto si eleva il Tempio, dove abita la Gloria di Jahvé, e tutte le tribù salgono verso la Città. Oggi in un paese completamente invaso, Gerusalemme rimane la città inviolata, eretta in una lotta eroica per la sua libertà. «Sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi!» (Salmo 122, 7).

No, i deportati non la dimenticano.

Essi non dimenticano niente, del resto. E soprattutto quello che hanno sofferto: la lunga marcia verso la cattività, quelle file interminabili di esseri umani legati gli uni agli altri, le grida e le vessazioni dei soldati caldei, le piste senza fine del deserto. Alcuni di loro erano venduti come schiavi nelle località che attraversavano; altri, completamente sfiniti, erano abbandonati lungo la strada, in pasto alle belve. Questo,. no, non lo dimenticheranno mai. E allora il canto esplode in accenti selvaggi. Non è più un lamento, ma il grido della collera e della vendetta:

«Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.
Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra»
 
(Salmo 137, 8-9).

Le voci hanno taciuto, è ricominciata l'attesa silenziosa. Basse fiamme danzano ancora sulle braci. Un leggero fumo bianco si innalza tutto. dritto e lassù in alto il cielo brilla ora di tutte le sue stelle. Un gran cielo latteo che fa sognare la Terra promessa: ai suoi ortaggi primaticci, alle sue colline tiepide e dorate, ai suoi ruscelli bianchi e saltellanti come agnelli. Ma bruscamente il sogno è interrotto e l'attenzione riportata sulla terra. Dei passi si fanno sentire sulla strada. Sono passi d'uomo. Dapprima lontani, eccoli che si avvicinano. Senza dubbio, qualcuno viene e cammina verso il fuoco nella notte. Le teste si voltano, gli sguardi frugano nell'oscurità. Finalmente prende spicco una sagoma, avanza un uomo col fagotto dei viaggiatori e il suo abito è quello degli abitanti di Giuda. Tutto il gruppo dei deportati s'è raggelato. In questo momento si sentirebbe il saltare d'una cavalletta. L'uomo si è fermato a pochi passi dal cerchio degli esiliati: «Ah! fratelli, esclama, eccomi finalmente arrivato. lo vengo da Gerusalemme». A queste parole tutti si alzano. Il più anziano si precipita verso il nuovo venuto e lo saluta con queste parole: «Pace su te, fratello, e su Giuda! Quale notizia ci porti?».
- Fratello, risponde l'uomo, non vi è più pace né per me né per Giuda.

L'emozione unita alla fatica impedisce al messaggero di dir di più. Egli trema e lascia cadere in terra il suo fagotto. Vorrebbe parlare, ma le parole gli restano in gola. Gli esiliati si stringono intorno a lui; vogliono capire. Ma non c'è niente da capire. Nient'altro che il respiro affannato di centinaia di petti l'uno accanto ali 'altro. Finalmente, in un singhiozzo, queste semplici parole: «La Città è presa».

Un grido di stupore è partito da tutti questi petti umani.

- L'hanno bruciata e rasa al suolo, continua l'uomo.

- Non è possibile! protestano alcune voci.

- Fratelli, io vi parlo da testimone; sono uno scampato.

Ci vuole del tempo a un grande bastimento per colare a picco con uomini e beni. Ci vuole più tempo ancora a dei cuori umani per sprofondare con il loro carico di speranze.

- E il Tempio? domanda uno di loro.

- Non vi è più Tempio. L'hanno incendiato dopo averlo saccheggiato. Non hanno lasciato nulla in piedi. Tutto è stato distrutto. Più niente.

Più niente! È verso questo abisso, improvvisamente aperto sotto i loro piedi, che i deportati di Giuda vanno alla deriva inesorabilmente. Ma i cuori sbigottiti si rifiutano ancora a credere l'irreparabile.

- Racconta, fratello, come ciò è avvenuto, domanda l'anziano della comunità.

Il messaggero se ne sta rigido come il suo bastone. Non guarda in faccia a nessuno e senza un gesto, senza un'inflessione di voce si mette a raccontare: «Gerusalemme era al diciottesimo mese di assedio. Avevamo lungamente atteso i soccorsi degli Egiziani. Dall'alto delle nostre torri spiavamo senza fine. Ma niente, sempre niente. Il nemico sbarrava le strade e chiudeva la città. La popolazione non aveva più niente da mangiare: le riserve di farina erano esaurite. Tanto meno c'era acqua: gli acquedotti erano tagliati. S'era manifestata la peste e faceva ogni giorno devastazioni. Già i terrapieni degli assedianti e le loro macchine da guerra avanzavano sino alle mura. I colpi di ariete rimbombavano alle porte della città. Nelle strade si stringeva la folla dei rifugiati, affamata e delirante di paura. Tuttavia noi speravamo ancora in un arrivo fulmineo dell'armata egiziana.

«E improvvisamente apprendiamo che una breccia è stata aperta nelle mura. Il re Sedecia decide subito di fuggire con i suoi ufficiali e il resto dell'esercito, nella speranza di raggiungere l'Egitto. Riuscì a scappare di notte attraverso la porta tra le due mura, che è vicina al giardino del re. Fatica sprecata. Le truppe caldee, lanciate all'inseguimento, lo raggiungono nella pianura di Gerico. Abbandonato dai suoi uomini, il re è fatto prigioniero e condotto a Ribla, al quartier generale di Nabucodonosor.

Là è stato condannato al castigo del vassallo traditore: i suoi figli sono stati sgozzati sotto i suoi occhi; poi, su questa visione d'orrore, gli hanno cavato gli occhi; ed è stato trascinato, incatenato, a Babilonia (Cfr. 2 Re, 25, 1-7; cfr. Geremia, 52, 4-11).

«Nel frattempo, le truppe caldee si precipitavano su Gerusalemme: fu l'abbandono alla preda. Per giorni e giorni, i soldati hanno ucciso, saccheggiato, demolito, bruciato (Cfr. 2 Re, 25, 8-10; cfr. Geremia, 52, 12-15). Adesso Gerusalemme non è più che un ammasso di rovine e di cenere, sulle quali risuona il coro dei vincitori».

Il messaggero tace. Gli esiliati si guardano, atterriti. L'emozione è tale che non possono scambiarsi la minima parola. Sono come dei bambini che improvvisamente han perduto la mamma. I loro sguardi velati di lacrime vanno errando dalla terra al cielo. Tutte le stelle si sono spente in un sol colpo. Al loro posto un vuoto infinito.

«Ho considerato la terra,
era un caos,
poi i cieli,
ma essi non avevano più la loro luce» 

(Geremia, 4, 23).

 

2. L'ora più buia

Essi aspettavano la luce, ed ecco le tenebre. I deportati di Giuda vanno, vengono, come delle ombre, senza dire una parola. Il fatto è troppo schiacciante per essere commentato. Ciascuno nel segreta della sua anima, può prenderne l'esatta e orribile misura, per tutta la giornata: «Hanno fatto di Gerusalemme un mucchio di rovine!» (Salmo 79, 1).

Il popolo di Jahvé conosce l'ora più buia della sua storia. Certamente le disgrazie non gli sono state risparmiate nel passato, soprattutto nel corso dei tre ultimi secoli. Le delusioni son cominciate all'indomani del regno prestigioso di Salomone. Il regno allora si era spaccato in due, come se i fondamenti avessero improvvisamente ceduto sotto il peso dello splendido edificio. Fu lo scisma. Da allora due Stati rivali si contrapposero: il regno del Nord che aveva conservato il nome di Israele, con Samaria per capitale, e il regno del Sud, che aveva preso il nome di Giuda e la cui capitale era Gerusalemme. Questa divisione aveva indebolito pericolosamente il paese di fronte alla potenza assira, che non cessava di crescere e di estendersi sul Medio-Oriente. Dopo la perdita dell'unità nazionale, ci fu, subito per Israele, poi per Giuda il regime di vassallaggio. L'uno e l'altro dovettero riconoscere la sovranità di Assur, poi quella di Babilonia, e pagare il tributo. Invano il regno del Nord tentò di liberarsi; fu invaso e annesso incondizionatamente. A sua volta il regno del Sud, sotto il regno di Joiaquim, si ribellò una prima volta. Gerusalemme fu presa e il suo re deportato con una parte della popolazione.

Ma, durante questa lunga sequela di sventure, l'essenziale era stato sempre preservato: Gerusalemme era rimasta in piedi nella tormenta; il Tempio dove risiedeva la gloria di Jahvé era stato risparmiato, la sovranità salvaguardata. Anche all'indomani della repressione della rivolta di Joiaquim, un re era stato lasciato sul trono di Giuda, come vassallo. Le speranze avevano potuto rinascere, troppo facilmente e troppo presto. Fu così che Sedecia, il nuovo re di Giuda, cospirando con tutte le altre nazioni vassalle e alleandosi con l'Egitto, credette di poter scuotere anche lui il giogo di Babilonia. Era una pura follia.

Da decenni, l'accecamento politico dei re di Giuda era solo eguagliato dalla loro infedeltà a Jahvé e alla sua Alleanza. I profeti non cessavano di alzare la voce per riportare i responsabili della nazione sul diritto cammino e a una più grande chiaroveggenza. Essi vedevano venire il disastro e la rovina. In alto loco si alzavano le spalle, si ironizzava sui profeti di sventura, che erano trattati da disfattisti e persino sospettati. Che c'era da temere a fianco del possente Egitto? Gerusalemme, piantata sulla sua roccia e cinta di baluardi era, si pensava, al riparo da tutti gli assalti. La tattica era semplice e sicura: lasciar venire l'assalitore e resistere sino all'arrivo dell'armata egiziana la quale si incaricherebbe di ridurre a pezzi le truppe di Nabucodonosor. E, con questa illusione, Giuda s'era lanciato, a testa bassa, nella rivolta contro il colosso caldeo.

Oggi è stato commesso l'irreparabile. La distruzione di Gerusalemme e del suo tempio getta nell'abisso più profondo Giuda e, con esso, il popolo di Jahvé tutto intero, consegnandolo, piedi e mani legate, in balìa dei suoi nemici. È una catastrofe nazionale senza precedenti. Giuda ha cessato di esistere come Stato. La regalità è distrutta; i quadri della nazione spezzati; il suolo occupato; i migliori deportati.

Di nuovo convogli di prigionieri prendono la strada dell'esilio, verso est. Notabili, funzionari, artigiani qualificati, tutti quelli che sono suscettibili di esercitare una influenza nel paese, sono portati via in schiavitù. Dopo settimane di marcia, approderanno gli uni nella regione di Babilonia, gli altri in quella di Nippur, nel Sud mesopotamico.

A Tel-Abib, i giorni trascorrono in una profonda tristezza. Lo stupore ha ora fatto posto all'ansietà. Gli esiliati si interrogano sul loro avvenire. Che cosa possono ancora sperare? Si vedono condannati a vivere e a morire su quella terra straniera, lontani dal loro paese, nell'oblio del cielo e della terra. «La nostra speranza è morta. È finita per noi» (Ezechiele, 37, 11) ; ecco ciò che pensano e rimuginano per tutta la giornata. Si ricordano delle parole del profeta Geremia:

«Non piangete colui che è morto...
Piangete, piangete colui che è partito,
perché non ritornerà più,
non vedrà più il suo paese natio!»

(Geremia, 22, 10).

 

3. Il richiamo profetico

Dopo la tragica notizia, niente è cambiato esteriormente nella vita dei deportati a Tel-Abib. Il loro numero si è semplicemente accresciuto dei nuovi venuti. Vecchi e nuovi fraternizzano nella medesima sciagura. La loro situazione è quella di un regime di semi-libertà. Sono addetti ai lavori di irrigazione. Quella immensa pianura del Sud mesopotamico, dove scorre l'Eufrate, non era di anzi che una landa sterile. I re di Babilonia hanno tentato di fertilizzarla: sono stati scavati innumerevoli canali; adesso il paese è solcato da vie d'acqua; i campi e le colture orticole vi prosperano. La manutenzione di questi piccoli corsi d'acqua artificiali necessita di una mano d'opera abbondante e qualificata. I deportati passano dunque le loro giornate ad aprire e chiudere le cateratte, a consolidare le dighe, a scavare nuove vie d'acqua. Tutto ciò sotto la direzione e il controllo dei capomastri caldei.

I lavori agricoli e l'irrigazione non sono le sole "attività dei deportati. Nabucodonosor, gloriosamente regnante, è un possente costruttore. L'immenso palazzo di Babilonia, in gran parte sua opera, richiede manodopera. Gli esiliati gliela forniscono. E la sorte di questi operai è ancora più dura di quella dei loro fratelli impiegati nei lavori dei campi.

Finita la giornata, gli esiliati ritornano ai piccoli villaggi di fortuna dove sono accasermati. Qui comincia per loro una vita più libera: una vita tra fratelli, lontano dalle molestie dei sorveglianti e dallo sguardo umiliante del vincitore. Una vita dove si cerca di ridarsi un volto di uomo libero. Leggono allora le rare lettere che possono ricevere dalle altre comunità di deportati, disperse nell'impero, da quella di Babilonia specialmente. Anche laggiù i fratelli hanno appreso la distruzione di Gerusalemme e si fanno le stesse domande angosciose sul loro avvenire. Si ascoltano queste notizie e si sta zitti, come a una veglia funebre. Più di uno sogna il paese natale, il villaggio, la casa, i bambini... Come tutto questo sembra lontano! Lontano e irreale. Non vi sono più villaggi tranquilli in Israele, né risate di bimbi, né canzoni sulle colline. Solo i carri da guerra dei vincitori rotolano attraverso il paese. I monti brulli piangono i figli e le figlie scomparsi. Il paese non è più che un lungo lamento.

La paura si è installata nei cuori degli esiliati, la grande paura di coloro che non si sentono più sicuri di niente. Li si aveva assicurati di tante cose! Era stato loro garantito che il regno di Giuda poteva senza timore affrontare l'impero caldeo, che l'Egitto li avrebbe sostenuti con la sua forza invincibile, che Gerusalemme era imprendibile... Essi avevano creduto tutto questo, e ci avevano fatto dei sogni stellati. Le stelle oggi sono cadute e la terra stessa manca sotto i loro passi, la loro terra nella quale si radicava la loro vita. La rivedranno un giorno, questa terra? Essi hanno l'impressione di essere gettati nel vuoto, sradicati. Niente più li ripara. E quando viene la sera, l'angoscia li invade e li sommerge come una enorme ondata di notte.

È allora che più forte essi gridano all'ingiustizia: «È giusto questo?». E si ripetono con insistenza queste parole: «I padri hanno mangiato uve acerbe, i denti dei figli sono allegati. I nostri padri hanno peccato e non sono più; e noi portiamo il peso delle loro iniquità. È giusto questo?». I deportati di Giuda cercano di sfuggire all'angoscia del loro cuore. Accusano i loro padri e bestemmiano Jahvé. Ma un giorno una voce si innalza di mezzo a loro: «Che parole son queste che voi mettete in proverbio: I padri hanno mangiato le uve acerbe e i denti dei figli sono allegati? Come è vero che io sono vivo, dichiara il Signore Jahvé, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele... Un figlio non porterà la colpa di suo padre, né un padre la colpa di suo figlio... E se il malvagio rinuncia a fare il male, anche lui vivrà, non deve morire. Avrei forse godimento dalla morte del peccatore e non piuttosto dal vederlo cambiare condotta e vivere?... Direte ancora dopo ciò: «Il modo di agire del Signore non è giusto»? Ascoltate dunque, uomini e donne d'Israele: «Fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Perché voler morire? lo non godo della morte di nessuno. Convertitevi e vivete» (Cfr. Ezechiele, 18; 33, 10-20).

Questa voce che abbiamo appena ascoltata è quella del profeta Ezechiele, anche lui deportato della prima ora. Per un pezzo il profeta era stato muto. Ma il Signore Jahvé gli aveva detto che il giorno in cui uno scampato sarebbe venuto a portare la tragica notizia della presa di Gerusalemme, la sua bocca si sarebbe aperta, e che egli avrebbe parlato di nuovo e sarebbe stato allora un segno per i compatrioti esiliati.

«Perché voler morire?»: queste parole, Ezechiele le ha pronunciate a nome di Jahvé. Ed ora che esse sono uscite dalla sua bocca e sono là in qualche modo dinanzi a lui, egli ne misura tutta la stranezza. Egli, senza dubbio, è il primo ad esserne sorpreso. Sino a quel giorno egli non ha aperto la bocca che per annunziare disgrazie su disgrazie: la guerra, l'invasione, la rovina di Gerusalemme, la deportazione; tutto questo egli era stato incaricato di annunziare al popolo. Quando il Signore lo aveva chiamato per portare il suo messaggio, gli aveva fatto mangiare un rotolo di pergamena, sul quale era scritto nel retro e nel verso: «Lamentazioni, gemiti e pianti» (Ezechiele, 2, 10). Ezechiele aveva divorato quel rotolo e vi aveva trovato la dolcezza del miele. Da quel momento, egli non aveva avuto sulla lingua che il sapore della sventura. Mentre tutti i suoi compatrioti vivevano nella noncuranza e nell'ottimismo, egli era disperato. La guerra, la rovina e la morte, egli le vedeva aggirarsi intorno alle porte, fiutando la loro preda; ed egli viveva in questa lugubre compagnia. Sotto un cielo apparentemente senza nubi, egli andava agitando lo spavento come una grande bandiera nera. Ed ora che tutto non è che rovine e non c'è più speranza, egli esclama al!'indirizzo dei suoi fratelli d'esilio: «Perché voler morire? ».

Lui, il profeta di sventura, al quale Dio aveva detto: «lo rendo la tua fronte dura come il diamante che è più duro della roccia» (Ezechiele, 3, 9), ecco che tende una mano compassionevole ai suoi compagni di sventura. Li invita a uscire dalla voragine, li sollecita a credere ancora alla vita: perché è alla vita che essi sono chiamati, e non alla morte, qui e ora; Jahvé non si compiace della morte di nessuno (Ezechiele, 18, 32; 33, 12.20); Egli li vuole tutti viventi, i giusti e i peccatori.

Ed Ezechiele mostra il cammino della loro risurrezione: «Fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo...» (Ezechiele, 18. 31). Queste parole sono semplici, d'una semplicità sconcertante. È stato fatto osservare: «Le cose capitali che sono state dette all'umanità sono state sempre delle cose semplici... E quello che esse fanno nascere è imprevedibile» (MALRAUX, «Les chenes que l'on abat» , pp. 75.76).

D'ora innanzi il pilastro della vita religiosa, ciò su cui essa deve appoggiarsi tutta intera, non è più il Tempio né Gerusalemme, né i sacrifici né gli 010causti; non è neppure più la nazione o il gruppo sociale; è il cuore, cioè quello che vi è di più intimo, di più profondo e di più personale nell'uomo. Ciò che vi è di più durevole anche. Quando tutto è perduto, resta il cuore. È di là, di là solo che la vita può ricominciare.

Ma non ricomincerà che da un cuore rifatto a nuovo. «Fatevi un cuore nuovo»; queste parole sono un richiamo a un rinnovamento in profondità. E se rimandano l'uomo al misterioso potere di rinnovamento che abita nel suo cuore. In questo potere risiede una possibilità di salvezza, una grazia di risurrezione, sempre disponibili. A ciascuno il compito di afferrare questa possibilità e questa grazia. A ciascuno il decidersi personalmente per il rinnovamento o per il declino, per la vita o per la morte. Non è la nazione che può decidere. Niente è deciso per tutto. E niente anche è deciso in anticipo, una volta per tutte. Ciascuno, in ogni listante può e deve scegliere. E qualunque sia il suo passato, può in ciascun momento rinascere o morire. Questo dipende da lui solo. «Se il malvagio rinuncia a tutti i peccati che ha commesso..., deve vivere, non morrà. Non ci si ricorderà più dei suoi peccati (Ezechiele, 18, 21-22)... E se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette il male, come potrà vivere? Non si avrà alcun ricordo di tutta la giustizia che egli ha praticato...»  (Ezechiele, 18, 24). Il rapporto dell'uomo con Dio non dipende più dal clan o dalla nazione; esso poggia ormai unicamente su ciò che vi è di più intimo in ciascuno: l'orientamento profondo del cuore. Ciascuno può, in ogni momento, cominciare un nuovo avvenire.

I deportati di Giuda sono dunque invitati a raggiungere il loro essere più profondo. Ma sono capaci di intendere simile linguaggio? Essi sono così lontani dal proprio cuore! È tanto tempo che gli hanno dato congedo. Dal giorno in cui hanno cominciato a fare sogni di gloria. E ora che i sogni sono svaniti, essi si scoprono stranieri a se stessi, lontani dai loro villaggi distrutti, dalla loro terra devastata, lontani dal loro cuore soprattutto. I deportati volgono gli sguardi su Ezechiele. Non comprendono. Nessuno di loro si sente ancora responsabile del suo cuore. Essi fanno assegnamento gli uni sugli altri per sapere come reagire. Essi hanno sempre reagito in gruppo. E il gruppo era la collettività nazionale con le sue tradizioni, le sue istituzioni, i suoi quadri, i suoi capi, il suo re. Era questa la loro coscienza, la loro buona e cattiva coscienza, che li dispensava dall'abitare nel loro cuore.

Ma oggi non c'è più nazione per loro. Tutte le istituzioni che inquadravano e sostenevano il popolo sono crollate, anche le più sacre. Non ci sono più né re né capi né sacerdoti. Si può ancora parlare di popolo? Questo è disperso ai quattro angoli dell'immenso impero caldeo. Non vi sono più che uomini e donne abbandonati alle sole forze del loro cuore. Ora spetta a ciascuno di essi capire e rispondere. Il figlio non deve rispondere per il padre, né il padre per il figlio. A ognuno la sua scelta: la vita o la morte.

Decidersi da soli. Come è difficile! Essi non hanno imparato a servirsi del loro cuore, ad appoggiarsi su di esso. Non sanno ascoltare, pensare, vivere con il proprio cuore. Cercano sempre una sicurezza dal di fuori. Aspettano. La loro religione è ancora una religione soltanto imparata, il loro dio il dio del gruppo. Non conoscono Jahvé attraverso il cuore. Non comprendono. Si sentono soli. Hanno paura.

La paura del vuoto. Per questi uomini e queste donne, l'esilio è il deserto. Come i loro padri all'uscita dall'Egitto, eccoli gettati nel deserto. Ma oggi il deserto è la grande solitudine del cuore.

Tutti i legami sono rotti, quelli della terra e quelli del cielo. Una banderuola al vento pazzo dell'angoscia, ecco il cuore dell'esiliato. Dalla profondità della notte, un infelice ha gridato: «La nostra speranza è morta. È finita per noi». Il «gufo delle rovine» ha risposto: «Perché voler morire? La notte è piena di segreto. Apri il tuo cuore all'ignoto».

L'ignoto, è l'avvenire che chiede di nascere. È lo Spirito che si libra sulle acque e le batte con le sue ali giganti. Sembra sempre che bussi dal di fuori, ma chiama dal di dentro. Esso ha il volto dell'altro, dello straniero, perfino del nemico; e tuttavia è l'intimo, la profondità inesplorata. È il richiamo creatore nella creatura, lo slancio irresistibile del nostro essere verso un essere più grande.

L'ora in cui l'uomo non sa più ciò che egli è, e va errando come un'ombra tra le proprie rovine, questa ora di grande solitudine e di vuoto, è anche quella dei grandi inizi. h l'ora in cui lo Spirito ci fa cenno, perché vuole diventare in noi «cuore nuovo», «spirito nuovo».

 

4. Io mi ricordo per Te

Molti fatti avvennero nel mondo durante tutto questo tempo, ma nessuno a Tel-Abib.
Per Israele, il corso della storia s'è decisamente arrestato, si è annullato. Al suo posto, il vuoto, la non-storia, il tempo in cui non succede niente. Il profeta Osea aveva annunciato questo tempo: «Per lunghi giorni, i figli di Israele resteranno senza re né principe, senza sacrificio né stele, senza efod né idoli...» (Osea, 3, 4). Questo tempo è venuto. Ogni attività politica e religiosa è tolta a Israele in quanto nazione. Ogni possibilità di azione in mezzo agli uomini gli è rifiutata. E non solo Israele non può più agire nella storia, ma la storia non agisce più per lui; essa non lo riguarda più. Più niente succede per esso. È il tempo morto.

Ma questa non-storia rende possibile una nuova storia. Spogliati, in questa nazione, di ogni attività propria e di ogni segno distintivo, gettati in mezzo alle nazioni pagane, gli uomini 'e le donne di Israele sono invitati a ritornare al proprio cuore. Ecco il grande compito al quale tutti sono invitati. «lo li condurrò nel deserto e parlerò al loro cuore» (Osea, 2. 16), aveva annunciato Jahvé.

Ci vorrà del tempo perché gli esiliati comprendano il senso vero di questa migrazione interiore. Essi sono chiamati a una esplorazione profonda. È degno di nota che la prima cosa che i profeti si sforzano di rendere a questo popolo che ha perduto tutto, è la memoria. La memoria è il cammino del cuore: «Ricordatevi... ritornate al vostro cuore, ricordatevi delle cose passate da gran tempo» (Isaia 46, 8-9), Si sa ora tutta l'importanza per la vita dell'anima, di questo ritorno alle esperienze primarie e di questa l'i scoperta del tempo perduto. Israele deve ricordarsi. Nel linguaggio profetico, ricordarsi e ritornare al cuore, è la stessa cosa. Si tratta di risvegliare in se stessi una memoria profonda che fa corpo con il nostro essere più vero e con la nostra vocazione primitiva. Il solo aiuto efficace non può venire che dalle profondità.

Questo ritorno all'essere autentico è un passo difficile. Esso passa necessariamente attraverso la distruzione della falsa immagine che l'uomo si è fatta di se stesso, ed è vissuto anzitutto come una discesa agli inferi. Descrivendo in maniera simbolica la storia di Israele, Ezechiele non esita a rituffarlo nella sua archeologia pagana: «Per la tua origine e la tua nascita, tu sei del paese di Canaan. Tuo padre era amo l'reo e tua madre ittita. Alla tua nascita, il giorno in cui tu venisti al mondo, il tuo cordone non fu tagliato...» (Ezechiele, 16, 3-4) , Il profeta rimanda alle- sue origini oscure questo popolo troppo fiero e troppo sicuro di sé; gli ricorda che non è di una essenza superiore, che è uscito da tribù idolatre, che è fatto della stessa pasta umana e che conserva ancora dei legami profondi con i suoi antenati pagani; perché «il cordone non è stato tagliato...». C'è di più, il giorno della sua nascita, nessuno s'è dato pensiero di lui, nessuno gli ha dato le prime cure. Non è stato lavato. Abbandonato nel suo sangue, rigettato da tutti come un aborto, era destinato a morire (Ezechiele, 16, 4-5).

Questo linguaggio è duro. Esso distrugge ogni compiacenza in sé. Strappa un popolo all'immagine troppo lusinghiera che esso si faceva di se stesso, e lo riporta alla sua nudità originale: alla povertà essenziale dell'uomo. Tuttavia non umilia che per guarire. Esso tende a risvegliare nella coscienza di questi uomini e di queste donne, il senso della gratuità della loro esistenza e della loro elezione. Israele deve tutto alla sola iniziativa di Dio, a cominciare dalla sua vita. Esso è colui del quale Dio ha avuto pietà:

«... Io passai vicini a te, ti vidi che ti rotolavi nel tuo sangue e dissi: 'Vivi nel tuo sangue, cresci come l'erba dei campi'. Tu ti sviluppasti, crescesti e arrivasti all'età da marito. I tuoi seni si formarono, la tua capigliatura divenne folta, ma tu eri nuda, tutta nuda. Passai presso di te e ti vidi: ecco che tu eri al tempo degli amori. Stesi su di te il panno del mio mantello e coprii la tua nudità; ti feci un giuramento, entrai in alleanza con te, - oracolo del Signore Jahvé! - e tu fosti mia. Ti immersi nell'acqua, ti ripulii dal tuo sangue e ti unsi con olio. Ti rivestii con una stoffa ricamata, ti calzai di cuoio fino, ti cinsi di lino e ti coprii con un mantello di seta. Ti adornai di gioielli... Eri bella, molto bella. E divenisti regina. La tua fama si diffuse tra le nazioni a motivo della tua bellezza, perché questa era perfetta, grazie al mio splendore di cui t'avevo rivestita... Ma tu ti sei infatuata della tua bellezza e ti sei prostituita col favore della tua fama...» (Ezechiele, 16, 6-15).

Di nuovo abbandonata e rigettata da tutti, spogliata di tutte le sue prerogative, perduta nell'immenso mondo pagano, Israele deve oggi ritornare, in grande umiltà, al suo punto di partenza e riallacciarsi con quella parte profonda del suo essere che dipende dalla sola gratuità di Dio. Nella sua povertà, esso, è invitato a ricordarsi della sua vera identità, a riconoscerei come colui di cui Dio ha avuto pietà. Ah! se solamente Israele potesse ricordarsi!

«Si dimentica forse una vergine del suo abbigliamento, una fidanzata della sua cintura? 
Ma il mio popolo mi ha dimenticato da giorni senza numero...» 
(Geremia, 2. 32).

«Si vede forse scomparire dalle cime rocciose
la neve del Libano?
o disseccarsi le acque orgogliose,
le acque fresche e correnti?
Eppure il mio popolo mi ha dimenticato...» 
(Geremia, 18, 14-15).

La «vergine», la «fidanzata», le «acque fresche e correnti», altrettante immagini che evocano un mondo intatto e meraviglioso: il mondo degli inizi. Un mondo di sogno, lontano e puro, e tuttavia sempre presente, sempre dato in dono. Un mondo fedele. La neve non abbandona mai le alte cime. Tra di essa e la roccia altera, vi è come un patto eterno. un'alleanza indistruttibile. Così tra il «cuore» e Jahvé. Tutto può dunque rinascere con lo splendore delle belle cose di un tempo. Basta che Israele ritrovi, nello stupore. il cammino del suo «cuore».

«Tu non ti sei ricordato dei giorni della tua giovinezza...» (Ezechiele, 16. 22). Questo lamento vorrebbe far scaturire dal fondo dell'anima una voce dimenticata. Esso è un richiamo alle profondità. Cerca di risvegliare una sensibilità primitiva:

«lo mi ricordo, per te.
dell'affetto della tua giovinezza, 
dell'amore del tuo fidanzamento: 
della tua marcia dietro a me nel deserto,
nel paese dove non si semina» 
 
(Geremia, 2, 1).

La marcia nel deserto, lo si sa, non fu sempre d'una fedeltà esemplare. Molti rimpiansero allora i cibi d'Egitto e mormorarono contro Mosé. Fu proprio nel deserto che il popolo adorò il vitello d'oro. provocando così la collera di Jahvé. Ma non è una pagina di storia che qui è richiamata alla memoria; l'evocazione del tempo del fidanzamento ha un altro senso; essa è volta meno verso avvenimenti del passato che verso una certa profondità intima che vuole risvegliare.

La celebrazione lirica del passato è un linguaggio simbolico che permette all'uomo di esplorare ciò che porta in sé di più originale e che lo mette così in contatto con le sorgenti nascoste. Vi è, in ciascuno di noi, derivante dal fondo dell'anima, un ricordo dell'innocenza e del fervore che le colpe più pesanti non arrivano mai a cancellare completamente. Accade che questa memoria profonda, risvegliandosi, si cinga dell'aureola dello splendore delle nostre primitive esperienze e si confonda con il ricordo di queste. Ma, in realtà, essa ci viene da più lontano dei nostri più. lontani ricordi; si illumina a un'altra innocenza e a un altro splendore. Sì, un altro si ricorda di noi. «lo mi ricordo per te», dice Jahvé. Questo ricordo di Dio, al cuore dell'uomo, è la voce di una profondità intatta, di una riserva di purezza e di fervore, sempre offerta.

Di questo fondo inesplorato non si può parlare che in maniera simbolica, in termini di ricordi lontani e meravigliosi, o nel linguaggio di una storia amorosa e sacra. È così che, per la bocca dei profeti, il popolo di Jahvé è invitato a ritornare sulle strade della sua infanzia e della sua giovinezza: strade il cui splendore è quello del mattino nell'ora in cui nessuna orma è segnata ancora sulla rugiada; strade di stupore che conducono l'uomo al suo cuore.

Se solamente Israele potesse ricordare con il cuore, rammentare il profondo richiamo e il grande giuramento, l'Alleanza gli balzerebbe di nuovo incontro come un giovane torrente di montagna. Allora accadrebbe per lui qualche cosa. Egli ritroverebbe il tempo creatore. Un tempo in cui si respira un profumo di genesi, in cui la creazione non è terminata: il tempo del cuore nuovo.

 

5. I fiumi di Babilonia

«I fiumi di Babilonia scorrono, e precipitano e travolgono».
(Pascal, Pensieri. Br., 459)

Arriva una lettera dalla patria lontana: una lettera di Geremia di Anatot. Internato durante l'assedio di Gerusalemme perché consigliava apertamente la sottomissione al re Nabucodonosor, il profeta Geremia era stato da questi liberato ed era rimasto al paese. Questa lettera diceva: «Così parla Jahvé Sabaot, il Dio d'Israele, a tutti i prigionieri deportati da Gerusalemme a Babilonia: Costruite case e insediatevi in esse; piantate alberi e mangiate ne i frutti; sposatevi, abbiate dei figli; maritate i vostri giovani e le vostre figlie; moltiplicatevi laggiù: non diminuite! Ricercate il bene del paese dove io vi ho deportati; pregate Jahvé per esso, perché dalla sua prosperità dipende la vostra...» (Geremia, 29, 4-7).

La lettera fece impressione e provocò agitazioni tra i deportati. A dar retta a Geremia, la cattività era soltanto al suo inizio. Alcuni ritennero che esagerava. Un tale chiamato Semaià Neelamita, si affrettò a rispondere che l'uomo che teneva tali discorsi doveva essere messo ai ceppi e alla gogna (Geremia, 29, 26-28).

Tuttavia appariva sempre più chiaro a tutti che la cattività sarebbe durata a lungo, molto a lungo, e che bisognava organizzarsi in conseguenza. Non serve a niente lamentarsi, bisogna vivere. I deportati cercano dunque di farsi assumere presso gli artigiani del paese o presso i commercianti. Alcuni persino riescono a introdursi a palazzo e a ottenere posti nella amministrazione.

Man mano che la loro sorte migliora, gli esiliati sono sempre più mescolati alla società pagana, che non manca di attrattive. Le città si impongono per il numero, la grandezza e la bellezza dei loro edifici. I giganteschi ziggurat, in mattoni smaltati e variopinti, i palazzi, le banche, i templi protetti da leoni e tori alati, le piscine, i giardini, ecco altrettanti motivi di ammirazione. Nippur, senza eguagliare Babilonia, offre, in compendio, una immagine dell'impero e della sua fantasmagoria. All'ombra dei suoi palmeti, la città vede affluire carovane e battelli, carichi di tutti i prodotti della creazione. I suoi mercati abbondano di frutta, spezie, profumi, pietre preziose e seterie. E talvolta, in mezzo alla folla rumorosa dei mercanti, s'avanza in gran pompa l'equipaggio ornato vistosamente di una ambasciata, in viaggio verso Babilonia. Abbagliati, i deportati di Giuda scoprono lo splendore dell'Oriente pagano.

E che dire di Babilonia, «l'orgoglio dei Caldei»? La capitale è allora al suo apogeo. La sua autorità si estende dal golfo sino alle colline di Harran e, attraverso la Siria, sino all'Egitto. Ec1issa tutte le capitali cij Oriente con la sua grandezza e il suo fasto. Il re Nabucodonosor vi ha accumulato tesori. Qui, la potenza, la ricchezza e la leggiadria si danno appuntamento. Vista dall'esterno, Babilonia appare come una piazzaforte gigantesca, a misura dell'impero che domina. Il suo triplice muro di cinta, largo in totale 20 metri, innalza nel cielo, per chilometri, le sue innumerevoli torri. Otto porte monumentali danno accesso alla città. La più importante, quella per dove passano i cortei regali e le processioni liturgiche, è la porta di Isthar. Di qua parte verso l'interno la via trionfale, tutta diritta, lunga novecento metri, lastricata di pietra e fiancheggiata di palazzi e di templi. La città è costruita sulle due rive dell'Eufrate, collegate tra loro da un ponte a cinque arcate. Sulla riva sinistra si innalza il famoso tempio di Marduk, con la sua ziggurat alta un centinaio di metri. Non lontano si stende il grande palazzo su terrazze a facciate di grès e di basalto, che discendono gradatamente verso il fiume. Qua si trovano i meravigliosi giardini pensili, con i loro alberi dalle essenze più rare, le loro cascate e le scalinate monumentali. Dall'una e dall'altra parte del fiume, regna una grande animazione sulle banchine dove si imbarcano ogni specie di prodotti e dove si affaccenda un popolo di mercanti.

Su questa prosperità e questa potenza veglia lo sguardo affascinante degli idoli: uno sguardo estatico, smisurato, dovunque presente. Esso avviluppa e incanta tutta la società. Un vero sguardo d'ipnosi, di una spaventosa potenza di suggestione. Questi idoli dagli occhi enormi, dalla testa sprofondata nelle spalle, - eredità della religione sumerica - non sono l'immagine di alcuna creatura; sono a modo loro un linguaggio del sacro. Simboleggiano le potenze primordiali. Mettono l'uomo e tutte le sue attività in relazione con queste potenze; lo integrano nel grande poema della creazione, nell'ordine cosmico simboleggiato da Marduk. In certi giorni dell'anno, questi idoli sono portati a passeggio per la città a spalla, in gran pompa. Il momento più solenne della vita religiosa è l'inizio del Nuovo Anno, all'equinozio di primavera. Allora gli dèi di tutte le città dell'impero vengono a Babilonia a far visita a Marduk, il dio degli dèi: danzatori e danzatrici fanno evoluzioni lentamente su due file tra urli e battimani; si recita il Poema della Creazione; tutto un popolo celebra il ritorno della bella stagione: l'eterna vittoria di Marduk.

I deportatori di Giuda non sfuggono al fascino di questa società nella quale sono immersi. La potenza che si mette in mostra sotto i loro occhi e che sembra radicarsi nell'eterno è veramente tale da turbarli. Essa pone loro certe domande angosciose. Il nome di Jahvé è stato sempre per loro sinonimo di potenza. Non è Jahvé l'Onnipotente? Non è proprio così che si è fatto conoscere ai loro padri e come tale loro stessi hanno imparato a conoscerlo?

«Noi l'abbiamo inteso con le nostre orecchie, 
i nostri padri ci hanno raccontato
l'opera che tu facesti ai loro giorni,
ai giorni antichi, e con la tua mano.

Per piantarli, tu cacciasti nazioni,
per allargarli spezzasti popoli.
Né la loro spada conquistò il paese
né il loro braccio li fece vincitori,
ma furono la tua destra e il tuo braccio,
e la luce del tuo volto, perché tu li amavi.

Sei tu, mio Re, mio Dio,
- che decidevi vittorie per Giacobbe» 

(Salmo 44, 2-5)

Ecco quello che è stato insegnato loro da sempre. La storia del loro popolo, da Abramo al re Salomone, non è stata una lunga ascesa verso la potenza, sotto la guida di Jahvé, l'Onnipotente? In verità, furono nove secoli di arricchimenti successivi e di accrescimento di potenza. Già i patriarchi s'erano visti colmati di ogni sorta di beni. Jahvé aveva moltiplicato i loro figli, i loro armenti e i loro giorni. Poi, quando Israele cadde nella schiavitù egiziana, egli lo liberò «con mano potente e braccio teso» e lo arricchì delle spoglie degli egiziani. Ne fece un popolo e cacciò davanti a lui gli altri popoli. Gli donò una terra dove scorrono latte e miele. Israele vi si stabilì, vi si sviluppò e prosperò. Divenne forte e un giorno ebbe accesso alla sovranità. La sua fama si diffuse allora tra le nazioni. Gerusalemme, sua capitale, poté gareggiare in influenza e in fasto con le capitali dei paesi vicini. Quale cammino percorso dal tempo di Abramo, il pastore nomade! Questa scalata lenta ma continua verso la potenza e la gloria raggiunse il suo apogeo sotto il regno di Salomone: «Sotto gli occhi di tutto Israele. Jahvé portò al suo fastigio la grandezza di Salomone e gli donò un regno d'uno splendore tale che mai aveva conosciuto nessuno di quelli che avevano regnato anteriormente su Israele» (1 Cronache, 29, 25). Allora fu costruito il Tempio. Per le sue proporzioni, la sua ricchezza e il suo splendore, esso era il simbolo di tutta quella potenza e di tutta quella gloria che Jahvé aveva dato al suo popolo. Esso era veramente il segno tangibile d~lla presenza dell'Onnipotente in mezzo al suo popolo.

Che resta oggi di quella potenza? Nulla. Tutto è annientato. La nazione è rotolata negli abissi. Il popolo di Jahvé è divenuto il più debole, il più spregevole di tutti i popoli. In questa catastrofe, dove è Jahvé? Che fa'? Dov'è la sua onnipotenza? I deportati di Giuda si interrogano.

Essi hanno peccato, certo; lo riconoscono, almeno i migliori tra loro. Hanno mancato di fiducia in Jahvé, alleandosi ad altre nazioni e ad altri dèi e vole-ndo risolvere da sé i loro problemi. Ma forse hanno peccato più dei loro padri ai qual i Jahvé si è sempre affrettato a perdonare?

Allora perché questo trattamento di rigore? Perché questa devastazione senza precedenti? E soprattutto perché questo silenzio senza fine? Un tempo, quando il popolo si sviava, Jahvé lo castigava, ma ben presto gli perdonava per non provocare l'arroganza delle nazioni pagane. «In te i nostri padri hanno sperato; essi speravano e tu li liberavi; gridavano verso di te ed erano salvati; in te speravano e non erano delusi» (Salmo 22, 5-6). Questo perdono si manifestava con un ritorno alla prosperità e alla potenza. È appunto un simile ritorno che i deportati vorrebbero vedere delinearsi. Spiano un segno di potenza. Ma gli anni passano e sempre nessun segno. Se almeno si vedesse il principio di qualche cosa! Ma niente. Perché questo abbandono? Oh, lo strano silenzio nel quale Jahvé si è ritirato.

Si fa' notte nell'animo di Israele. «Giorni di caligine e di tenebre» (Ezechiele, 34, 12), è scritto nel libro del profeta Ezechiele. Se almeno gli esiliati potessero celebrare il loro culto, offrire sacrifici a Jahvé, organizzare in suo onore processioni solenni! Attraverso i riti antichi e gli splendori della liturgia, potrebbero riprendere fiato e ritrovare qualche certezza. Ma anche questo è rifiutato loro. Non vi è più né altare né sacrificio.

«Dove è Jahvé, il vostro Dio?», domandano loro i pagani, sghignazzando. Ma nel fondo di se stessi i deportati si pongono la stessa domanda, con angoscia. Il silenzio di Jahvé sarebbe una prova della sua impotenza? Jahvé sarebbe stato vinto con il suo popolo? È lui veramente l'Onnipotente? È l'Unico? Oppure egli è solamente un dio in mezzo ad altri, e forse un dio meno potente. degli altri? L'anima di Israele è affondata in una notte simile a quella dell'antico caos. Gli esiliati hanno perduto molte cose nella tormenta: hanno perduto la patria e i beni; hanno perduto l'onore e l'indipendenza; hanno perduto anche parenti e amici. Ma vi è una cosa peggiore di tutto ciò: hanno perduto il loro Dio.

«Dove è Jahvé?». È l'interrogativo che si pongono. Ma nessuno di loro si domanda ancora: «Chi è Jahvé?». Il silenzio di Dio, ciò significa per essi semplicemente che Dio non risponde più alla idea che se ne erano formata, ai connotati che erano stati dati loro. Nessuno di loro dice nel suo cuore: «Io non conosco Jahvé, non conosco le sue vie». Sono tutti talmente sicuri di conoscerlo, come se Lui e loro fossero cresciuti insieme! Israele ha perduto il suo Dio, ma non si è ancora scoperto povero di Jahvé, povero della sua conoscenza. Mormora: «Anche quando io prego e chiamo, egli blocca la mia preghiera; ha sbarrato le mie strade con pietre da taglio» (Lamentazioni, 3. 8-9). Israele non sa che queste pietre sono solamente il riflesso del proprio cuore.

 

6. Il guado di mezzanotte

Gli anni son passati. Molta acqua è passata sulla pianura e molte illusioni sono svanite nei cuori. Alcuni deportati hanno perduto ogni speranza di ritorno al paese. Altri sono morti e sono stati seppe 1liti in terra pagana. Sono nati, in compenso dei figli; ma non si è molto goduto intorno alle culle.

Tuttavia, la situazione degli esiliati è considerevolmente migliorata col tempo. Essi hanno costruito e piantato, secondo la raccomandazione di Geremia. l più abili si sono lanciati negli affari, con successo. Alcuni sono sul punto di acquistare delle fortune enormi; abitano ville civettuole, mantengono numerose relazioni, e si fanno servire da centinaia di schiavi. Sul Medio-Eufrate, nel Cantone di Nippur i villaggi degli Israeliti prosperano. E, con la ricchezza, è venuto anche il prestigio. A Babilonia. i figli di Giacobbe hanno ora il loro libero accesso alla corte imperiale. Il successore di Nabucodonosor mostra loro apertamente la sua benevolenza.

La vita della colonia giudea poteva impantanarsi in questo arricchimento. La storia allora non avrebbe conservato altre tracce di questo esilio al di fuori dei libri dei conti, come quelli della banca Murashu della quale molti Giudei erano clienti. Ma presso un certo numero di deportati, l'esilio ha preso un'altra dimensione; esso si è trasformato in una delle avventure spirituali più profonde. Se questi uomini e queste donne non soffrono più materialmente, essi si ritrovano non meno profondamente insoddisfatti. E tutta la ricchezza della Mezzaluna Fertile non potrebbe bastare ad appagarli. Essi aspettano altra cosa. Il profeta Ezechiele l'aveva detto: «Fatevi un cuore nuovo». Questa parola ha finalmente trovato in loro una eco profonda. Ora aspirano a questo rinnovamento.

Farsi un «cuore nuovo», non è solo cambiare maniera di vedere, di sentire, di pensare e di volere. Si tratta di un comportamento più radicale. È ritrovare lo slancio della vita, la linfa ascendente, l'entusiasmo creatore. È ritornare alla sorgente zampillante, in una parola rinascere.

Come questi uomini possono rinascere? Come degli esseri sradicati possono di nuovo affondare le loro radici nella terra nutrice e trovarvi lo slancio della vita, quando manca a loro persino il suolo? Questi uomini e queste donne sanno che hanno finito di essere una potenza in questo mondo. Non si fanno nessuna illusione al riguardo, soprattutto i più umili e i più poveri tra loro. Ciononostante non rinunciano alla Terra promessa, né alla grandezza. Il loro cuore si rifiuta a questo abbandono. Ed essi hanno imparato ad ascoltare il proprio cuore. Oscuramente ma invincibilmente si sentono chiamati a grandi cose. Nel più profondo del loro essere, una forza respinge la tentazione del declino e dell'annullamento; questa forza misteriosa che risale dal fondo della loro storia li obbliga a guardare verso l'avvenire.

La sera, quando tutti i rumori tacciono, questi uomini e queste donne si raccolgono in un religioso silenzio. Intorno ad essi, all'infinito, l'impero si addormenta. La notte prende possesso della terra. Ma lassù, in un cielo puro e senza velo, le stelle a milioni si illuminano. Quante stelle! Allora questi uomini e queste donne di Giuda si ricordano: «Contale se puoi. Tale sarà la tua posterità» (Genesi, 15, 5). La Promessa immensa si risveglia in loro; li richiama, li interpella e rimette sotto gli occhi la vera dimensione del loro destino: Essi sono destinati alla grandezza: «Io farò di te un grande popolo... Tutte le nazioni della terra saranno benedette in te... (Genesi, 12, 2-39). Tu diverrai il padre di una moltitudine di popoli...» (Genesi, 17, 4). Non sono essi i figli di questa Promessa? Non ne dubitano; ne sono i figli e gli eredi. Proprio a loro spetta oggi di raccogliere questa eredità. Su di loro si appoggia l'avvenire della Promessa. Sulla loro fede e su nient'altro. Quale responsabilità! Se si sottraggono, è finita per sempre la grandezza d'Israele e la benedizione delle nazioni.

Ma come credere ancora nella Promessa? Nella situazione presente sembra una derisione. Quanto al «grande popolo», essi non sono più che un piccolo resto disperso qua e là tra le nazioni. La favola e lo scherno di tutti i popoli, ecco ciò che son diventati in realtà! Tutto invita allo scetticismo e alla negazione: il piccolo numero, l'impotenza e l'attitudine prettamente opportunista di molti istallatisi nel loro esilio, come un armento di vitelli in un grasso pascolo! Andate a parlare a questa gente di Terra promessa e di grandezza. Che aspettano ancora? Niente. E meno che mai un cuore nuovo. Ma il peggio non è questo.

Il peggio è il sentimento di indegnità che si insinua di soppiatto nell'anima e vi distilla il suo veleno e li lascia a tu per tu con una coscienza avvelenata, disperata. Sono certamente le loro infedeltà ripetute che li hanno cacciati dalla Terra promessa.

Questa terra, essi l'hanno contaminata tanto e così bene che finalmente li ha vomitati. Ed ora Jahvé ha posto il suo angelo con la spada di fuoco per proibirne l'accesso, come un tempo davanti alla porta del giardino di Eden. Inutile dunque sperare di rientrarvi. Strada sbarrata. Regno proibito. In certi giorni la coscienza della loro indegnità diventa così pesante e violenta che oscura tutto l'orizzonte e si ìl1nalza sulla loro strada come una montagna invalicabile. Allora, per questi figli e queste figlie di Israele, si rinnova l'antico combattimento di Giacobbe.

Giacobbe, anche lui, s'era visto proibire brutalmente l'accesso alla Terra promessa, nel momento stesso nel quale si preparava a entrarvi dopo 20 anni di esilio. Era arrivato senza incidenti sino alla frontiera, al guado di Yabboq. Le sue due mogli, i figli, i servitori e gli armenti avevano già oltrepassato il torrente. Lui era rimasto sull'altra riva. Era scesa la notte, e Giacobbe voleva passarla da solo; solo nel pensiero del ritorno. Or ecco che un individuo sorge improvviso dall'ombra e si getta su di lui. Giacobbe misura immediatamente il pericolo. È senza difesa. Nessuno può soccorrerlo, e non ha nulla da offrire in cambio della sua vita. Tutti i suoi beni sono dall'altra parte del torrente. Egli è solo e povero, come al giorno della morte. Una sola ,ia di scampo: fuggire.

Ebbene no, Giacobbe non fuggirà, non tornerà indietro, lo fronteggerà, succeda quel che vorrà. Giacobbe non ha che le mani nude, ma ha per sé la Promessa. Il Signore Jahvé gli ha promesso questa terra e si è impegnato a ricondurlo un giorno nel suo paese. «Questa terra, io te la dono, a te e alla tua discendenza - gli aveva detto -. La tua discendenza diventerà numerosa come la polvere del suolo, tu dilagherai all'oriente, al nord e a mezzogiorno, e tutte le nazioni del mondo saranno benedette per mezzo tuo, e della tua discendenza. Io sono con le, io ti custodirò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese...» (Genesi, 28, 13-15). Nessuno al mondo può niente contro questa promessa. Allora, con tutta la forza della sua fede, Giacobbe resiste. Tiene duro contro il primo urto, poi contro il secondo.

Dopo un momento di questo corpo a corpo, quando ha ben saggiato il suo avversario, Giacobbe sente dentro le sue braccia e nel fondo della sua anima, che ha a che fare con una potenza sovrumana. Non è contro un uomo che si batte, ma contro l'Onnipotente.

Che cosa può egli contro questa forza che fa vivere e morire? Quale diritto, quale merito invocare? In questo istante Giacobbe si vede nudo davanti al Dio vivente. Vale meglio senza dubbio abbandonare la lotta e piègare il ginocchio.

Giacobbe respinge questa tentazione. Sicuramente non ha alcun merito da far valere. Ma Dio ha promesso. Giacobbe si afferra a questa promessa. E la sua arma e non la abbandonerà. Continua a battersi accanitamente. Egli si batte per questa terra e questo destino di grandezza che gli sono stati promessi. Si batte per la sua discendenza e per tutte le nazioni della terra, che saranno benedette per mezzo di lui. Si batte per l'avvenire del mondo. Giammai si è sentito così povero e così libero. Meravigliosamente libero. E quanto più si vede spogliato, sospeso alla sola Promessa, tanto più sente crescere la sua forza.

E le ore della notte scorrono senza che l'altro possa vincere. Questi, vedendo che non può avere il sopravvento, assesta a Giacobbe un colpo brutale alla giuntura dell'anca. Giacobbe freme in tutto il suo essere. La sua anca è slogata. Ma egli non lascia la presa. E frattanto i primi chiarori del giorno imbiancano l'orizzonte. Allora lo sconosciuto dice a Giacobbe: «Lasciami andare, perché spunta l'aurora». E Giacobbe a replicargli: «Non prima che tu mi abbia benedetto» (Genesi, 32, 27). Queste parole - le prime di tutta la notte - trasfigurano una lotta a morte in una lotta amorosa, in una lotta per il riconoscimento. Dio riconosce che non può più disimpegnarsi. Egli è legato dalla sua Promessa, vinto da essa; e l'accetta. Dice allora a Giacobbe: «Tu non sei più Giacobbe, non puoi più chiamarti così. Ti chiamerai Israele, 'Vincitore di Dio'» (Genesi. 32, 29).

Giacobbe, da parte sua, vorrebbe sapere il nome del suo avversario: «Rivelami il tuo nome, te ne prego» (Genesi, 32, 30). Ma Dio resta Dio. Non dirà il suo nome. Si accontenta di benedire Giacobbe. Allora, nello splendore del mattino, Giacobbe, zoppicante ma sfavillante delle benedizioni divine, passa il torrente che spumeggia ai suoi piedi. Nello stesso tempo vincitore e storpiato, entra nella Terra promessa. «Ho visto Dio faccia a faccia, dice, e ho avuto salva la vita» (Genesi, 32, 31). È proprio così che Giacobbe fa inclinare il destino del mondo verso il Regno.

Oggi, nella notte dell'esilio, i figli d'Israele, i discendenti del «Vincitore di Dio», devono sostenere lo stesso combattimento. Essi conoscono la stessa solitudine, la stessa agonia, lo stesso sussulto. Anche la stessa arma: la Promessa. Questa può sembrare ben lontana, fragile e derisoria. Ma non è così che essa era apparsa agli stessi patriarchi? Non risuonava già come una derisione alle orecchie di Abramo? Questi era allora centenario; non aveva figli, e il suo corpo non era più che un rudere. E il seno di Sara, sua moglie, era morto ugualmente. Umanamente parlando, la Promessa era, sin dal principio una sfida al buon senso. Sara, del resto, sentendola, non poté trattenersi dal ridere. Solo Abramo credette. Credette contro ogni speranza. con tutta la serietà e la schiettezza di un cuore nuovo. Credette al «Dio che fa vivere i morti e che chiama all'esistenza ciò che non è» (Romani, 4, 17).

È a questa fede che sono chiamati gli esiliati. Sino a questo giorno hanno contato su se stessi, sulle proprie forze e sulle alleanze politiche e militari. Hanno cercato la grandezza là dove non era; l'hanno ridotta alla misura delle loro mediocri ambizioni.. Allora essi erano in pericolo di morte. Ma ecco che, presso alcuni di loro, si fa sentire un linguaggio nuovo: «Chi se ne va, curvo e spossato, gli occhi deboli e l'anima affranta, ecco chi ti rende gloria e giustizia, Signore! Noi non ci appoggiamo sui meriti dei nostri padri e dei nostri re, per deporre le nostre suppliche dinanzi al tuo volto, Signore nostro Dio...» (Baruc, 2, 18-19). Coloro che parlano così non cercano di ricreare il loro personaggio appoggiandosi sui meriti dei loro gloriosi antenati o sui loro meriti personali. Non invocano l'appoggio di nessuno, e tanto meno di se stessi. La spiga che credevano carica di buon grano non conteneva altro che pula e vento. Lo sanno e l'accettano. Sono divenuti poveri davanti a Dio. Ma essi credono, come Abramo, al «Dio che fa vivere i morti e che chiama all'esistenza ciò che non è». Credono al Dio della Promessa. E niente potrebbe resistere a questa fede. Neppure il ricordo delle loro colpe e il sentimento della loro indegnità. Tutto hanno spazzato via. Resta solo lo splendore della Promessa.

Per questi uomini e queste donne, l'esilio ha cessato di essere una disgrazia e una maledizione. È diventato il luogo in cui l'essere umano, dal fondo della sua notte, ha a che fare con il Dio vivente.

Mezzanotte è scoccata. Il giorno è ancora lontano. Ma qui comincia l'altro versante della notte.

 

7. L'esperienza della trascendenza

«Vi sono nell'Antico Testamento ebraico - fa notare Nietzsche - uomini, cose, parole di uno sti le così elevato, che i testi sacri dei Greci e degli lndù non hanno niente da mettere a fronte». Tra le parole che meritano questo elogio, forse conviene citare quelle che leggiamo nel libro delle Lamentazioni:

«La gioia è sparita dal nostro cuore,
la nostra danza si è cambiata in lutto.
La corona è caduta dal nostro capo.

Il monte Sion è desolato,
gli sciacalli vi scorazzano!
Ma tu, Jahvé, tu rimani per sempre;
Tu regni eternamente» 

(Lamentazioni, 5, 15-16.18-19)

Queste parole si sollevano al di sopra delle rovine di tutto un popolo, al di sopra della distruzione di tutto ciò che questo popolo stimava più potente e più sacro. Esse esprimono l'esperienza più profonda, e anche più lacerante, che l'uomo possa fare della Trascendenza di Dio. Esse proclamano che Jahvé non è legato a niente, né al Tempio, né a Gerusalemme, 'né alla Regalità, né alla Terra. Tutto ciò può crollare e sparire. Resta, tuttavia, questa realtà senza misura: Jahvé regna.

Queste parole hanno una grandezza infinita. Non crediamo di averne esaurito il senso troppo presto. Ciò che esse affermano non è immediatamente comprensibile. Esse contraddicono perfino, a prima vista, la fede profonda d'Israele. Per il popolo della Bibbia, in effetti, «è quaggiù, sulla terra, che si svolge in tutta la sua pienezza, il destino religioso dell'uomo. Perché quaggiù non è solamente il soggiorno dell'uomo ma anche la residenza di Dio» (NEHER. Moise et la vocation juive. Paris 1956. p. 175). Niente di più estraneo all'esperienza religiosa d'Israele che l'idea di un Dio separato, ritirato nell'aldilà sopraterrestre e fuori del tempo. Al suo risveglio, dopo una notte trascorsa sotto le stelle, Giacobbe esclama: «In verità, Jahvé è in questo luogo, e io non lo sapevo!» (Genesi, 28. 16). Vi è qui un elemento fondamentale e permanente della fede d'Israele: la Gloria di Jahvé è sulla terra. Essa vi dimora, non alla maniera delle divinità pagane che si manifestano nelle forze cosmiche e vitali, ma per il fatto che si è legata a un popolo e alla sua storia. «lo sono Jahvé, il Dio di Abramo tuo antenato e il Dio d'Isacco (Genesi, 28. 13)... Io sono con te» (Genesi, 28. 15), dice Dio a Giacobbe. E a Mosè si rivela alla stessa maniera; non solamente come colui che vive vicino all'uomo in generale, ma come colui che vive presso ogni uomo in particolare (Esodo, 3, 15). Egli si è legato a esseri personali; alla loro storia e alla loro discendenza, talmente che, nel pensiero di Israele, Jahvé non si concepisce senza il suo popolo. Jahvé senza il suo popolo, non è più Jahvé. Questo legame tra Jahvé e la storia del suo popolo costituisce il fondo stesso della fede d'Israele. Conoscere Jahvé per Israele non è scoprire i misteri e i segreti dell'essenza divina, ma sperimentare una presenza; una presenza operante sulla terra in una storia umana precisa; una presenza che si manifesta innanzitutto come una forza di liberazione: «Io sono Jahvé tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù (Deuteronomio, 5, 6;  cfr. Esodo. 20, 2) ... In mezzo a te è Jahvé tuo Dio, Dio grande e terribile»  (Deuteronomio, 7, 21). Impossibile dunque separare la fede in Jahvé dalla fede nella sua presenza in mezzo al suo popolo.

Tale fede, lungi dal trascinare l'uomo verso una contemplazione solitaria e atemporale dell'essenza divina, lo destina all'azione nel mondo, lo spinge ad affrontare il tempo della storia; e si nutre essa stessa dell'evento. L'esodo fu uno di questi eventi tagliati nel vivo della storia: un evento fisico, sociale, politico nello stesso tempo che spirituale e religioso, una liberazione del corpo non meno che dell'anima. E le lunghe avanzate nel deserto non furono affatto la ricerca di una solitudine nella quale gli uomini avrebbero scelto di istallarsi fuori del tempo nella pace della contemplazione. Proprio al contrario, il deserto fu il luogo dove Israele si preparò ad assumere con coraggio il suo destino nel mondo; fu il crogiuolo dove si formò un popolo originale, con la sua legge propria e la sua vocazione storica particolare. Là si è stretto, nella coscienza d'Israele, un legame indissolubile tra l'Eterno e il tempo della storia.

Forte di questa coscienza, Israele si è lanciato alla conquista della Terra promessa. Ha cacciato i popoli davanti a sé. Ha occupato il paese, piantato, costruito, governato. Si è consacrato a fondo alla sua avventura umana, divina e terrestre insieme. Con sempre più grandi successi ed audacia. E un giorno assurse alla regalità, con l'aiuto di Jahvé: «Sul tuo capo io posai il diadema» (Ezechiele, 16, 12). Questa volta, il popolo di Jahvé regnava. E Jahvé regnava sulla terra attraverso il suo popolo.

Questa volontà d'agire nel mondo con la potenza di Jahvé si afferma lungo tutta la storia di Israele: la si ritrova perfino nei suoi smarrimenti. Ed è precisamente rispetto a questa volontà di efficacia temporale, che le parole citate più sopra acquistano tutto il loro significato: «La corona del nostro capo è caduta...». Queste parole esprimono uno scacco profondo, totale; sono la constatazione della rovina di tutto ciò che un popolo non ha cessato di ricercare. Suonano il rintocco funebre di una speranza e di una ragion d'essere. Perché un tale scacco non è solamente sentito dolorosamente; ma non può essere vissuto che come uno scandalo. Esso rivela che Jahvé non è più presente al suo popolo, come questo pensava. Nella grande sventura che si è abbattuta su Israele, Jahvé non è intervenuto in nessun momento per impedire l'irreparabile. Ha lasciato che gli avvenimenti si svolgessero secondo il loro implacabile rigore. Ha abbandonato il suo popolo alla disfatta e alla vergogna. In una parola, egli è stato il grande assente. La conclusione logica di tutto ciò sarebbe dunque: «È finito il nostro regno, ma è finito anche quello di Jahvé».

Or ecco che, dal più profondo del suo sgomento, la coscienza religiosa d'Israele esclama in un sussulto di fede: «La corona del nostro capo è caduta... ma tu, Jahvé, tu rimani per sempre, tu regni eternamente». Il che vuol dire: «Il tuo regno non è messo in scacco dai nostri scacchi; non è legato alle nostre vicissitudini umane; non è legato a niente. Continua e si afferma anche attraverso la nostra devastazione». Riconoscere questo è lasciarsi afferrare dalla pura grandezza di Dio: Jahvé non fa numero con le sue creature; anche quando esse moltiplicano le alleanze tra loro, egli non è sullo stesso piano; Egli è sempre l'Unico. E davanti a questa pura grandezza, l'uomo tace e adora.

Ma questo vorrebbe significare che Israele rinuncia qui alla sua intuizione più profonda, quella della presenza di Dio nella storia, per rifugiarsi in una trascendenza tagliata fuori da questo mondo? Rinnegherebbe egli la sua vocazione propria, che è di unire l'Eterno e il tempo della storia, per volgersi verso un Dio che regna al di là della storia? Certamente no. Il riconoscimento del regno di Jahvé persino nella devastazione del suo popolo ha un tutt'altro senso. Per Israele, Jahvé è e rimane il Dio presente nella storia; e ciò in maniera sovrana. Egli è il Signore della storia. Ma ciò che i deportati cominciano a intravedere, alla luce dell'esperienza dell'esilio, è che il regno di Jahvé non si lascia assimilare a una potenza politica: che esso è di un altro ordine di grandezza, e che le sue vie sono misteriose. Questo regno è inseparabile dal mistero stesso di Dio; è l'aldilà nel cuore della storia.

 

8. I cuori spezzati

Ritornare al Dio vivente, è sempre ritrovare il Dio misterioso. A dispetto delle rovine accumulate sul suo popolo, Jahvé regna. Ma, di questo regno, nessuna traccia, nessun segno. La notte è totale. «Non vi è più, in questo tempo, né capo, né profeta. né principe. Né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso. Né luogo dove offrirti le primizie e trovare grazia presso di te...» (Daniele, 3, 38-39).

Allora nella notte si innalza il canto del povero: «... Che almeno un 'anima spezzata e uno spirito umiliato siano graditi a te... Sia questo il nostro sacrificio oggi dinanzi a te...» (Daniele, 3, 39-40). «Tu non vuoi i sacrifici che io t'offrirei, tu non accetteresti olocausti. il mio sacrificio, è uno spirito spezzato; del cuore spezzato, stritolato, o mio Dio, tu non hai disprezzo» (Salmo 51. 18-19). Nel cuore di questa preghiera, germoglia una certezza, filtra una luce. Ma è molto più di una semplice certezza o di uno sprazzo di luce. È un incontro inaudito. Il Dio che è al disopra di ogni cosa, che non è legato a niente, né ari Tempio, né a Gerusalemme, né alla terra, né ad alcuna istituzione, ecco che si rivela vicino al «cuore spezzato», misteriosamente presente a lui. È zampillata dalla prova dell'esilio, questa verità che la Bibbia enuncia a diverse riprese: «Jahvé sta vicino al cuore spezzato». Tale è l'esperienza sconvolgente che stanno facendo questi uomini e queste donne che hanno accettato di entrare nella notte di Dio.

Abbiamo un'eco di questa esperienza nelle parole che il profeta Isaia mette nella bocca di Jahvé:

«Così parla l'Altissimo
che abita una dimora eterna,
e il suo nome è santo:
Io abito una dimora elevata e santa,
ma sono ugualmente con l'uomo contrito e umile,
per rianimare lo spirito degli umili
e i cuori spezzati» 

(Isaia, 57, 15)

La dimora elevata e santa abitata dall'Altissimo, è il suo stesso mistero, il suo essere santo e impenetrabile. Questa dimora è la sola che gli si addice, la sola che sia degna di lui, la sola a sua misura. Nessuno può pretendere di sollevarsi sino a questa dimora eterna e di varcarne la soglia. Ma il Dio inaccessibile fa sapere qui che tra lui e il «cuore spezzato» ogni distanza è abolita. Colui che è infinitamente al di sopra è anche misteriosamente «con». Jahvé abita il «cuore spezzato»:

«Il cielo è il mio trono
e la terra lo sgabello dei miei piedi!
Quale casa potreste costruirmi?
e in quale luogo farmi risiedere?
Tutto è stato fatto dalla mia mano,
e tutto è mio - oracolo di Jahvé.
Ma quello sul quale io pongo gli occhi.
è il povero e il cuore spezzato
che trema alla mia parola»

(Isaia. 66, 1-2)

Queste parole non sono solamente un messaggio di consolazione. Esse esprimono una verità che non ha potuto essere scoperta che nell'esperienza della devastazione e che riguarda al più alto grado la rive]azione del Dio vivente. Il mistero di Dio è anche quello di questa vicinanza. Vi è un legame profondo ed essenziale fra ]a rivelazione di Dio nel mondo e questa esperienza che la Bibbia designa con queste semplici parole: «il cuore spezzato». La rivelazione del Dio vivente passa per questa esperienza.

Parlare del «cuore spezzato» come del luogo privilegiato dove Dio si rivela, non è rinchiudersi nel soggettivismo. Quando la Bibbia parla così del «cuore», non intende per nulla esaltare una certa sentimentalità religiosa. Nessun romanticismo saprebbe render conto dell'esperienza biblica del «cuore spezzato». E tanto meno nessun fervore pietista. Si tratta di tutt'altra cosa.

Il «cuore», nel linguaggio della Bibbia, designa la realtà profonda dell'essere umano, in opposizione all'apparenza e alla menzogna. Il «cuore» è la sorgente segreta delle nostre energie intime e primarie: «Più che su qualsiasi cosa, veglia sul tuo cuore, perché da esso scaturiscono le sorgenti della vita» (Proverbi. 4, 23). La psicologia freudiana pone «Eros» al centro e alla radice del nostro essere psichico. La Bibbia anche. Ma, per essa, questo amore fondamentale non si riduce al desiderio possessivo e aggressivo. Non è anzitutto questo. Vi è nell'uomo, prima di tutto, una forza amorosa che lo unisce al mistero dell'essere. Il «cuore» è questa forza originale di comunione con tutto ciò che esiste. Esso ha, per questo, una profondità insondabile che lo apparenta all'amore creatore medesimo. t per il «cuore» che 1 uomo è ad immagine di Dio. Lungi dal rinchiudere l'uomo in se stesso, le forze che abitano il suo «cuore» lo spingono verso gli altri; lo aprono alla grande realtà della bontà e, per essa, a Dio. È degno di nota che, per i profeti, ritornare al «cuore» e ritornare a Dio sono un solo e medesimo cammino (Isaia, 46, 8-9). Raggiungendo il suo «cuore», l'uomo ritrova la dimensione profonda del suo essere, quella che lo rimette in contatto con il Dio vivente.

Ma l'uomo può deviare il «cuore» dal suo orientamento primario. «Il cuore, scrive Pascal, ama l'essere universale naturalmente, e se stesso naturalmente, nella misura in cui si dona; e si irrigidisce contro l'uno o l'altro, a sua scelta...» (PASCAL, Pensées, Brunschvicg, p. 277). Il dramma è qui. L'uomo può scegliere se stesso in una maniera esclusiva e assoluta. Si pone allora come centro del mondo, riportando tutte le cose alla misura dei suoi desideri e delle sue ambizioni. Di colpo, si chiude non solamente agli altri ma alla sua stessa profondità: a questa parte santa e riservata del suo essere, che lo congiunge al mistero dell'essere e a Dio stesso. Il «cuore» si offusca, diventa un pozzo di ombra. È questo il tempo degli idoli. E il tempo degli idoli è sempre quello dell'esilio. L'uomo vive lontano dal suo vero essere e dalle sue radici profonde.

Non abita più il suo «cuore». Va ramingo su una terra straniera, al servizio di dèi stranieri (Geremia, 5, 19) . È svuotato della sua propria sostanza. Le parole più profonde su questo stato di alienazione sono state dette dal profeta Geremia: «Seguendo la Vanità sono diventati vanità»  (Geremia, 2, 5).

Si comprende quindi che, per i profeti, ritornare a Jahvé e ritornare al «cuore» non sono che un'unica e identica cosa. L'uomo non esiste e non si ritrova veramente se non nel movimento che lo apre a Colui che è. Egli non è a casa propria. che in questa apertura. Qui raggiunge tutta la sua statura, qui solamente egli respira un'aria nativa.

Ma questo ritorno al «cuore» non avviene senza una specie di rottura. Il piccolo mondo nel quale l'uomo si è rinchiuso deve andare in frantumi. Poco importa da dove vengano i colpi violenti. Una breccia è aperta finalmente nelle nostre mura. Ed eccoci strappati alla nostra sicurezza, abbandonati alla realtà intera e selvaggia. «La Città è presa», il Tempio distrutto. Qui comincia l'esperienza del «cuore spezzato». È anzitutto la sensazione di un grande vuoto. L'uomo non trova più niente in cui starsene al sicuro. Niente terra ferma. Solamente la agitazione e la notte. «Il mio cuore si è spezzato, esclama Geremia, tremo in tutte le mie membra, sono simile a un ubriaco, a uno che è inebetito dal vino, a causa di Jahvé e delle sue sante parole» (Geremia, 23, 9).

Questa devastazione getta l'anima in una angoscia senza fondo. Tuttavia non è che un primo aspetto dell'esperienza del «cuore spezzato». Jahvé dice: «Io sto per metterli nell'angoscia perché mi trovino» (Geremia, 10, 18). Il «cuore spezzato» si apre all'uragano; consente di essere spogliato di tutto ciò che lo metteva al riparo, di perdere tutte le sue sicurezze. Accetta il crollo del mondo religioso che era il suo. Non sa più in anticipo chi è Dio e quali sono le sue vie. Non dice: «Dio è morto», ma semplicemente: «io non lo conosco ancora». Questa confessione di povertà e e di non-sapere lo conduce alla grande adorazione. Il «cuore spezzato» lascia che Dio sia Dio. Ciò che sembrava un abisso di desolazione diventa allora il luogo privilegiato in cui l'uomo è di nuovo afferrato dal mistero di Dio.

Questa relazione nuova che si stabilisce, nel più profondo dell'esistenza, tra Dio e il «cuore spezzato», non distrugge tuttavia la sua solitudine. Sì, in questa esperienza, l'uomo lascia che Dio sia Dio; Dio a sua volta lascia che l'uomo sia uomo. Egli non interviene in suo favore; non lo tr,ae d'impiccio; non gli dà alcuna garanzia di potenza o di felicità. Egli non è veramente con lui che abbandonandolo alla sua solitudine e alla sua notte.

Ma allora, che vogliono dunque dire, con esattezza queste parole: « Jahvé sta presso il cuore spezzato» ?

Ciò che riusciamo a percepire di Dio, in questa esperienza, è paradossalmente, in primo luogo, la sua lontananza infinita, la sua trascendenza: «Come è alto il cielo al disopra della terra, così sono alte le mie vie al disopra delle vostre vie, e i miei pensieri al disopra dei vostri pensieri» (Isaia, 55, 9). Il «cuore spezzato» misura tutta la distanza che lo separa da Jahvé. Lo fa attraverso la coscienza dolorosa del suo peccato e la confessione sincera della sua colpa: è un cuore contrito. Tuttavia questa coscienza dolorosa non è la prima cosa; essa è la conseguenza di una rivelazione più profonda; riflette la percezione lacerante della santità di Dio, della sua innocenza infinita. Il «cuore spezzato» è, prima di tutto, questo: un cuore abbagliato dalla santità di Jahvé. Abbagliato e ferito. «Guai a me, io sono perduto, perché sono un uomo dalle labbra impure» (Isaia, 6, 5). All'origine c'è l'irradiamento della santità di Dio sull'anima. E, per un contraccolpo, si manifestano in tutta la loro luce il peccato e la miseria dell'uomo. Allora dinanzi a questa doppia illuminazione, quella della santità di Dio e quella del proprio peccato, l'anima è scossa contemporaneamente da un brivido di amore e di orrore. Il cuore si spezza.

Tuttavia non s'arresta qui, l'esperienza del «cuore spezzato». Nel più profondo mistero di Dio, come si rivela qui, vi è la preoccupazione per l'uomo perduto, il movimento patetico di Dio santo verso l'uomo peccatore. Jahvé non gode della morte del peccatore. All'opposto lo vuole vivente, salvo, santo anche lui. «Del cuore spezzato, stritolato, tu non hai disprezzo» (Salmo, 51, 19). Al suo popolo esiliato che paragona alla sposa abbandonata, Jahvé dichiara: «Per un breve istante io ti avevo abbandonata, ma, mosso da immensa pietà, io ti raccoglierò. In un traboccamento di furore, per un momento io ti avevo nascosto il mio volto. Ma in un amore eterno io ho pietà di te...» (Isaia, 54, 7-8).

Così, per il «cuore spezzato», l'emozione santa e profonda, il fremito sacro non sono dapprima nell'uomo, ma in Dio stesso: nella cura che ha dell'uomo perduto e che lo porta a comunicarsi a lui. Il «cuore spezzato» scopre il Dio vivente. La vita di Dio, nella sua accezione biblica, è irriducibile a qualche cosa di razionale. Essa non si lascia né razionalizzare né moralizzare. Jahvé è il vivente per eccellenza. Non è per nulla un principio astratto. In lui gioca l'emozione profonda; l'emozione creatrice e anche quella che lo mette in movimento verso l'uomo perduto: la grande pietà di Dio. Jahvé è spirito certamente. Ma è uno Spirito «pathetico» (Cfr. A. NEHER, L'Essence du prophétisme, Paris 1972. p. 94).

Questo Dio non ha niente d'olimpico. Non aleggia al disopra dell'uomo e della sua storia con una indifferenza serena, ma è in pensiero per l'uomo. Egli è l'aldilà nel cuore stesso della esistenza umana la più umile e la più degradata. È come una forza di liberazione, come un richiamo al rinnovamento, come una sorgente di sogno e di creazione, come lIna inquietudine anche e una ferita. Così egli si presenta al «cuore spezzato».

Il «cuore spezzato» è questa breccia intima attraverso la quale qualche cosa di nuovo può ancora avvenire. E: una apertura al Dio vivente e imprevedibile: al Dio che viene.

Quanti sono, tra i deportati, a fare questa esperienza? È difficile dirlo. I pionieri sono sempre un piccolo numero. E vi sono delle avventure che non possono essere condotte a buon fine che nella solitudine. «Io amo gli adoratori sconosciuti al mondo, e agli stessi profeti», scrive Pasca! (PASCAL, Pensées, Brunschvicg, p. 788. 19).

Ma succede che gli adoratori sconosciuti abbiano anche essi il profeta che parla in loro nome. La grande visione riportata dal profeta Ezechiele non è forse l'esperienza simbolica, molto colorita, di ciò che sta rivelandosi nella notte al cuore di Israele? Passeggiando un giorno sulle rive del fiume, Ezechiele vede accorrere verso di lui, sotto la forma di un uragano, la Gloria di Jahvé nella sua onnipotenza (Ezechiele, 1, 1-28). 
Questa Gloria che il profeta Isaia aveva contemplato una volta nel Tempio di Gerusalemme, in mezzo ai fasti liturgici, ecco che si scatena qui, a cielo aperto, in terra pagana, in esilio, lontano dal Tempio e da Gerusalemme! E con quale impeto e quale libertà! Essa va e viene, come vuole, con piena sovranità. Al suo carro sono attaccati quattro esseri fantastici che radunano in sé tutte le forze della creazione, nello stesso tempo che simboleggiano le grandi divinità babilonesi. Jahvé regna, senza rivali. Egli è l'Unico. La Sua Gloria ignora manifestamente le frontiere. Essa è dovunque in casa propria. Non è legata a nessuna cosa. Ma sta là dove uomini e donne camminano umilmente, lontani dalla loro patria col «cuore spezzato». Essa si lascia incontrare nell'uragano. È così che Jahvé abita il «cuore spezzato»: come una tempesta.

 

9. Tempesta di vita

Niente saprebbe meglio simboleggiare l'ampiezza della devastazione di un «cuore spezzato» che questa valle nel mezzo della quale il profeta Ezechiele si vede trasportato dalla mano di Jahvé (Ezechiele, 37, 1 e seguenti). Il profeta può misurarla in tutti i sensi. Nessun'anima vivente. Non fa che passare sopra scheletri sconnessi. A perdita di vista, sul suolo, non ci sono che ossa secche. Spettacolo di desolazione, ma anche campo aperto 811'invasione dello Spirito. Ogni resistenza è cessata, ogni durezza è sparita. Anche ogni limite. L'uomo si confonde di nuovo con la terra originale: è ridiventato un «figlio dell'uomo», un mortale. Ora può credere, come Abramo, al Dio che fa vivere i morti.

D'ora innanzi niente arresta più lo Spirito. Questo può soffiare dai quattro venti, in tutta la sua pienezza. La forza del rinnovamento può scatenarsi. «Figlio d'uomo, dì allo Spirito: Così parla il Signore Jahvé: vieni dai quattro venti, Spirito! Soffia sopra questi morti, e che essi vivano!» (Ezechiele, 37, 9). Il profeta ripete ai quattro venti ciò che gli è stato detto. E la tempesta di vita si abbatte sull'ossario. Si sente allora per tutta la valle un grande movimento di ossa che si urtano l'uno contro l'altro, ciascuno d'essi alla ricerca della sua giuntura. Ed ecco che questi morti si rialzano! Viventi, sono tutti viventi! Grande, immenso esercito (Ezechiele, 37, 10).

Quando lo spirito umano è alle prese con tali esperienze, gli è necessario del tempo per coglierne il senso profondo. «Queste ossa, ha detto Jahvé, sono tutto il popolo d'Israele (Ezechiele, 37, 11) ... Ecco che io apro le vostre tombe (Ezechiele, 37, 12); metterò il mio spirito in voi, e voi vivrete...» (Ezechiele, 37, 14). A poco a poco la luce si fa nello spirito del profeta. La visione svela la sua vera dimensione profetica. Ezechiele comprende che si tratta qui di un linguaggio simbolico che esprime un rinnovamento profondo nel cuore dell'uomo. Entra nel senso interiore della visione, e può capire Jahvé che gli dice: «lo vi darò un cuore nuovo, metterò in voi uno spirito nuovo, rimuoverò dal vostro petto il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne, metterò in voi il mio spirito...» (Ezechiele, 36, 26-27; cfr. Ezechiele, 11, 19).

Quanto cammino è stato percorso! Solo poco fa Ezechiele diceva ai suoi compagni d'esilio, in nome di Jahvé: «Fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo» (Ezechiele, 18, 31). Era facile dirlo. Ma come realizzarlo? E che significa un cuore nuovo e uno spirito nuovo? F adesso ecco che Jahvé medesimo prende l'iniziativa del rinnovamento della sua creatura. Si tratta di una metamorfosi meravigliosa. Il cuore di pietra che portiamo tutti in noi e al quale siamo così abituati che non ne misuriamo più la durezza, egli lo toglierà e metterà al suo posto un cuore di carne. Perché tale sarà il cuore nuovo: un cuore di carne. Quanto allo spirito nuovo, questo sarà lo Spirito di Jahvé medesimo nel cuore della sua creatura: «lo metterò in voi il mio Spirito».

La cosa più sorprendente, più meravigliosa in questo rinnovamento dell'uomo, è che lo Spirito di Jahvé si trova strettamente associato al cuore di carne. L'uno non va senza l'altro: l'uno è donato con l'altro. L'esperienza spirituale più profonda, più spoglia, è anche quella che ridona all'uomo la sua vera profondità carnale. La partecipazione dell'uomo allo Spirito di Dio è legata a questo approfondimento che gli fa ritrovare, nel più intimo di se stesso, le sorgenti vive della tenerezza e della comunione. Aprirsi allo Spirito patetico di Jahvé, è dunque anche nascere a una umanità piena e profonda. Quando un uomo si lascia afferrare dallo Spirito, questo non ha pace finché non l'abbia penetrato e raggiunto nelle sue radici più misteriose; e là Egli ricrea «l'Eden dell'antica tenerezza dimenticata».

Si sa troppo bene come la vita con le sue lotte d'interesse, con le sue ambizioni, le sue paure e la sua volontà di riuscire e di dominare, può indurire il cuore dell'uomo e accumularvi aggressività e risentimento. Le potenze primarie di meraviglia e di comunione sono presto soffocate. E la peggiore durezza non è quella dei sentimenti; è la durezza secca, tutta fredda e metallica, dell'intelligenza: la durezza di una ragione mediocre e astratta, che, in nome della verità, ignora ogni sentimento. Il cuore di colui che non ha cuore, ecco la durezza della pietra!

Dio sa qual pietra l'uomo può così portare in sé! Una pietra sotto la quale gli strati profondi dell'anima sono seppelliti. Bisogna che la roccia si spezzi perché l'acqua viva zampilli di nuovo. Solo il «cuore spezzato», che si è lasciato spossessare dallo Spirito della sua sufficienza e della sua volontà di potenza, può ritrovare le sorgenti nascoste. Ed è lo Spirito che gliele ha fatte scoprire. Lo Spirito di Jahvé ha bisogno, per nascere in noi, di tutte le fibre del nostro cuore. Questa parte di noi stessi che noi avevamo creduto distrutta per sempre, egli la richiama in vita una seconda volta. Con essa noi rinasciamo; siamo delle creature nuove, restituite alla comunione con tutto ciò che esiste.

Non è la più piccola novità di questo «cuore di carne» quella di riconciliare in sé la purezza e la tenerezza, l'innocenza e l'ardore. «Purezza e tenerezza, perché possedervi separate?» si domandava François Mauriac. L'essere puro - o chi vuole essere tale - è spesso altero e duro, come se l'uomo non avesse altra scelta tra una purezza che lo. rende di ghiaccio e un amore che lo consuma avvilendo lo. Or ecco che la stessa Parola divina promette agli esiliati nello stesso tempo un cuore di carne e una purezza paragonabile alla trasparenza delle sorgenti: «lo verserò su di voi un 'acqua pura e sarete purificati» (Ezechiele, 36, 25). Purificati, non disincarnati. Nel cuore di carne, ricreato dal soffio di Jahvé, tutto esiste, tutto si ritrova limpido e luminoso. Tutto, anche Eros.

Questa acqua pura che penetra sino al cuore e lo libera dalle sue pesantezze e dalle sue brutture, non ha niente a che vedere con l'acqua delle purificazioni legali. Essa è sorella di quell'acqua che Francesco d'Assisi canta «umile, preziosa e casta». È una realtà intima e originale. Inseparabile dal soffio dello Spirito, essa porta i germi di vita.
L'acqua e lo Spirito! Non è questa la coppia primordiale che, al principio della Genesi, preannuncia tutta quanta la creazione?: «In principio... lo Spirito di Dio si librava sulle acque» (Genesi. 1,1). Quando lo Spirito e l'acqua si uniscono, un mondo nuovo sta per nascere. La notte dell'esilio diventa quella dei grandi inizi. Una notte di natività.

  

10. La sorgente e il fiume

Il cuore nuovo non è mai una acquisizione definitiva. È una realtà sempre nascente e sempre minacciata. Il peso delle vecchie abitudini, la pressione del gruppo e la sua storia passata non sono morti. Invincibilmente l'uomo cerca di ricostruire il suo paradiso perduto, di ritornare alle sue antiche frontiere, dentro le quali egli si sentiva così strettamente protetto. E anche colui che è entrato nel giorno spirituale della Presenza può ancora volgere lo sguardo indietro.

Così nel suo esilio, Ezechiele sogna, in certi giorni, un tempio ricostruito. Lo vede, lo descrive, lo misura, in lunghezza, larghezza e altezza. Con compiacenza e ammirazione. Lui, che ha contemplato sulle rive del fiume la Gloria di Jahvé muoversi liberamente sotto il cielo, in mezzo a nazioni pagane, che l'ha vista avvicinarsi ai «cuori spezzati», ecco che assiste in visione al suo ritorno nel tempio ricostruito. E, sotto i suoi occhi estasiati, la Gloria di Jahvé si rinchiude di nuovo in una costruzione di pietra. Come se l'esilio non fosse stato che una parentesi e tutto potesse ricominciare come per il passato!

Ci si stupisce, ci si trova a disagio davanti a questa visione del futuro che viene svolta negli ultimi capitoli del Libro di Ezechiele (Ezechiele, cc. 40-48). Questo tempio di pietra al centro di Gerusalemme restaurata, non è perfino la negazione, l,a tomba di ciò che ha visto nascere così lentamente in mezzo a tante lacrime nella notte dell'esilio? Sembra che lo Spirito abbia finito di soffiare, che sia finita la tempesta, finito anche il lirismo creatore. Al suo posto una lunga e minuziosa descrizione dove tutto è calcolato, misurato. Neppure un cubito ci è risparmiato. Il poeta ha ceduto il posto al geometra, il profeta all'organizzatore e al calcolatore. Peggio ancora: le prospettive del cuore nuovo scompaiono davanti alle presunzioni di purezza legale. Tutto ricade nella vecchia abitudine. Così l'uomo finisce sempre per versare il vino nuovo negli otri vecchi. Anche Giobbe. dopo aver conosciuto gli estremi spogliamenti, si ritroverà in mezzo alta moltitudine delle sue asine e dei suoi cammelli (Giobbe, 42, 12).

Ma si tratta proprio di un ritorno indietro? Vi sono esperienze che l'uomo non può fare senza esserne contrassegnato per sempre. Colui che ha lottato contro Dio tutta la notte per essere finalmente benedetto da lui, può ben riprendere la strada in mezzo ai suoi armenti, quando spunta il sole; non va avanti più con lo stesso passo: egli zoppica (Genesi, 32, 32). E anche quando sembra stabilirsi nuovamente nel passato, è un altro, in profondità. Vede le cose diversamente.

Sotto il tempio futuro che il profeta Ezechiele contempla, zampilla una sorgente. Un'acqua viva canta sotto la pietra. Ed ecco che tutto cambia. L'imponente costruzione non può niente contro questo ribollimento della profondità. Il profeta guarda, sorpreso ed estasiato: «L'acqua usciva da sotto la soglia del tempio, verso l'oriente, perché verso l'oriente era volto il tempio. L'acqua discendeva da sotto il lato destro del tempio, a sud dell'altare» (Ezechiele, 47, 1). Là dove l'acqua scorre, la vita circola con la sua impr,evedibile novità. Ezechiele si vede invitato dalla sua guida a entrare nella corrente che non cessa di ingrossare, e ad attraversarla. Egli lo fa. L'acqua per il momento non gli arriva che alle caviglie. Mille cubiti più giù, gli arriva ai ginocchi. Mille cubi ti più lontano, gli arriva alla vita. Ancora mille cubiti, e, questa volta, è impossibile attraversare! Bisognerebbe nuotare. Non è più un ruscello ma un fiume invalicabile (Ezechiele, 47, 5). E lungo tutto il suo percorso scaturisce la vita: alberi, fiori, frutti coprono le sue rive.

E ingrossandosi sempre di più, questa acqua va a gettarsi nel mar Morto. Ed ecco che, al suo contatto, il mar Morto stesso rivive! Per tutta la sua estensione, esso si mette a tremolare: un brulichio di pesci di ogni specie lo agita. Da En-Gaddi sino a EnEglayim, si stendono le reti da pesca (Ezechiele, 47, 10). Il mare ha perduto il suo aspetto sinistro e deserto. Non è più la distesa pesante, rilucente come una lama d'acciaio al fondo del paesaggio interamente minerale. Esso scintilla ora in mezzo a verdi fronde. E la sera, quando il sole scompare dietro i monti, le barche dei pescatori si attardano ancora sulle sue acque feconde.

Nella notte, Ezechiele ascolta lo scorrere delle acque che fanno vivere. Esse fluiscono e cadono nel più profondo di lui stesso. E ciò che non era, un momento prima, che un mormorio, scroscia ora come un torrente di montagna. Il geometra non ha potuto resistere lungamente al poeta. La vita è sempre la più forte. La visione del Tempio con tutte le sue misure è svanita, portata via dalla corrente vivificante. Si è trasfigurata in quella di una novella Genesi. Nel più intimo dell'uomo, batte ora un cuore nuovo.

Abbiamo esaurito il senso di questa grande visione profetica? Non vi è, sembra, nessuna misura comune tra questa acqua libera e vivente che si precipita verso il vasto mondo e la ricostruzione limitata, misurata del Tempio. E tuttavia un legame segreto e profondo unisce queste due realtà. Un legame che niente e nessuno può lacerare. Noi abbiamo messo a confronto l'acqua e il Tempio, dobbiamo ora congiungerli insieme per afferrarne il senso plenario. Se la corrente d'acqua viva si spande fuori del Tempio e corre verso il mare, ricreando ogni cosa al suo passaggio, tuttavia è sotto il Tempio, e là solamente, che essa ha principio. Noi tocchiamo qui l'essenziale della visione. Non si può separare la sorgente dal Tempio, lo Spirito dall'Istituzione. Come non si può separare l'anima dal corpo. L'anima irraggia al di là del corpo, ma sempre attraverso il corpo che essa anima. Così lo Spirito di Dio oltrepassa il Tempio e si estende all'universo, ma fa ciò a partire dal Tempio che lui stesso risolleva e rinnova. La forza di vita dello Spirito passa attraverso l'Istituzione, anche se la supera. Vi è qui una tensione necessaria e feconda che bisogna saper accettare, sotto pena di non incontrare lo Spirito. Non si può rinchiudere lo Spirito nella Istituzione. Questa deve mantenersi aperta alla forza creatrice dello Spirito e alla sua dismisura. L'istituzione è per lo Spirito e lo Spirito è per il mondo.

 

11. Un popolo nuovo

Un legame profondo è apparso tra Jahvé e il «cuore spezzato». Questo legame è stato scoperto dai deportati a poco a poco come la realtà stessa dell'Alleanza. L'Alleanza, come legame d'amore, come festa del cuore! Attraverso una limpida notte di oriente, Abramo aveva visto risplendere nel cielo il segno innumerevole della sua discendenza. Nel fondo della loro notte oscura gli esiliati vedono risplendere di nuovo l'anello d'oro dell'Alleanza.

Questa scoperta è talmente sconvolgente che essi hanno l'impressione di trovarsi in presenza d'una Alleanza tutta nuova. In verità, questa Alleanza non rassomiglia affatto a quella che è stata loro insegnata. Essa non prende l'uomo per la frangia esteriore del suo essere, in ragione della sua appartenenza a un gruppo etnico e politico. Lo afferra nel più intimo di se stesso; lo raggiunge nel cuore:

«Ecco venire dei giorni - oracolo di Jahvé nei quali concluderò con la casa di Israele (e la casa di Giuda) un'alleanza nuova. Non già come l'Alleanza che conclusi con i loro padri, il giorno in cui li ho presi per mano per farli uscire dall'Egitto... Ma ecco l'Alleanza che concluderò con la casa d'Israele... Metterò la mia legge nel fondo del loro essere e la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non avranno più bisogno di istruirsi a vicenda, dicendosi l'un l'altro: 'Imparate a conoscere Jahvé! '. Ma mi conosceranno tutti, dai più piccoli ai più grandi...» (Geremia, 31, 31-34).

Questo messaggio di Geremia, raccolto da alcuni discepoli, circola fra i deportati. È un messaggio rivoluzionario. Fino ad ora l'Alleanza era legata all'evento storico e liberatore dell'Esodo: un evento fisico e politico e nello stesso tempo morale e religioso. Era veramente l'evento fondatore, l'atto che aveva instaurato Israele come popolo di Jahvé. Da allora, tutta la vita d'Israele, con le sue leggi, le sue istituzioni, i suoi riti e le sue feste, vi faceva riferimento. E l'Alleanza riposava su questo evento enorme.

Or ecco che la profezia di Geremia, come quella di Ezechiele (Ezechiele, 36, 25-27; cfr. 11, 19) d'altronde, rompe questa rappresentazione con5acrata della storia della salvezza. Essa annuncia una economia nuova: l'Alleanza di Jahvé con il suo popolo non si riallaccerà più ad eventi del passato; essa si instaurerà direttamente nel cuore dell'uomo. L'evento fondatore sarà una esperienza che si svilupperà nel più intimo dell'essere.

In questa prospettiva nuova, non è più indietro che bisogna cercare i grandi inizi, ma in avanti e dentro di noi. L'interesse si sposta: dalla genesi storica dell' Alleanza, va verso la sua genesi interiore. L'importante ormai è quello che deve avvenire nel fondo dell'essere:

«Non ricordatevi più di altri tempi,
non pensate più alle cose passate.
Ecco che io sto per fare una cosa nuova...»

(Isaia. 43, 18-19).

Chi meglio degli esiliati è capace di comprendere un tale linguaggio? Questa economia nuova della salvezza è già incominciata per loro. Essi la vivono. In mezzo al crollo di tutto ciò che li legava al loro passato più sacro, viene  concesso loro di fare l'esperienza insuperabile della prossimità di Jahvé. Il vincolo che si annoda qui tra Dio e il «cuore spezzato», è qualche cosa di originale. Non deriva da alcuna azione passata; non si appoggia su niente di esteriore. Questo legame nasce solamente dall'incontro della grande povertà di un cuore devastato con lo Spirito «patetico» di Jahvé. Si regge da solo. Basta a se stesso. È la nuova Alleanza.

Questa Alleanza libera l'uomo da tutto ciò che tendeva a fare di lui un semplice elemento del gruppo sociale e della sua storia. Lo pone in relazione personale e immediata con Dio. E, con ciò, conferisce aLl'individuo un valore, che nessun potere può accaparrarsi; essa conquista per la persona una zona imprescrittibile di libertà.

E tuttavia questa Alleanza non si conclude solamente tra l'individuo e Dio; non è una faccenda che si sviluppa in una interiorità tagliata fuori dal mondo. Se essa libera l'uomo dall'influsso del gruppo, dalle sue pretese totalitarie e dalle sue grettezze, è per aprirlo a una comunità nuova e senza limiti. Senza dubbio questa Alleanza non può annodarsi che nella grande solitudine del «cuore spezzato». Ma paradossalmente questa solitudine è il cammino di una comunione autentica. Lungi dal rinchiudere l'uomo in se stesso, una tale esperienza non si realizza, in realtà, che a favore di una accoglienza sempre più grande.

Questa accoglienza, il «cuore spezzato» deve praticarla innanzi tutto nei confronti del profeta. Tra lui e Jahvé, vi è quest'uomo, questo simile e diverso, che parla in nome di Jahvé. Si deve stabilire una relazione umana. Il profeta, per essere ascoltato, deve essere riconosciuto. La Parola passa attraverso questo umile riconoscimento umano.

Ma, nello stesso tempo, si instaura un altro piano di relazioni. Fra tutti quelli che vivono questa esperienza, nel medesimo distacco da sé, si creano nuovi legami. I «cuor spezzati» si cercano e si incontrano. La Parola ricevuta li riunisce. Ed anche una certa qualità del cuore dove si ritrovano la stessa povertà, la stessa attesa, la stessa speranza, la stessa certezza. Si apre un dialogo in profondità. Il dialogo dei poveri nella notte. Da questa comunione nasce il nuovo popolo di Dio.

Fondandosi su questa esperienza di comunione, l'Alleanza nuova fa andare in frantumi la nozione tradizionale di popolo di Jahvé. Questo non è più definito secondo l'appartenenza a un gruppo etnico o politico; non è più determinato dal sangue, dalla razza o dalle istituzioni; non è neppure più legato a un rito di iniziazione. Tutto ciò che limitava il popolo di Dio a un clan o a un gruppo qualunque è distrutto. Il nuovo popolo di Dio ha la sua sorgente in una certa qualità del cuore, in una esperienza di comunione senza limiti. È il popolo dei «poveri» di Jahvé, di quelli che hanno il «cuore spezzato» e che si sono aperti allo Spirito.

La nozione di popolo di Dio si libera così di ogni particolarismo. Questa esperienza, è vero, non si realizza ancora che nella notte, è vissuta come una attesa e una accoglienza senza riserva; ma ciò che appare qui, sotto la forma di un vagito, interessa non solamente l'avvenire di Israele ma anche quello di tutta l'umanità. Questi uomini e queste donne che imparano a viverre vicino al loro cuore attuano, nella loro notte, una apertura nello stesso tempo verso l'intimo e l'universale. Ciò che essi intravedono, è la verità definitiva del popolo di Dio, e anche la verità definitiva della nostra umanità. L'Alleanza nuova rivela un ordine nuovo di relazioni non solamente tra l'uomo e Dio ma anche tra gli uomini. Essa è il principio di una comunità umana universale.

Israele non è il solo popolo che ha fatto approdare l'uomo all'universale. I filosofi greci hanno scoperto il «logos», la ragione, come dimensione essenziale e universale dell'uomo. E questa presa di coscienza fu anche un grande momento nella storia dell'uomo: una fortuna per l'umanità. Rivelandosi uomo in forza del possesso del «logos», cioè assieme della parola e dell'attitudine a cogliere l'essenza delle cose, l'uomo si elevava al disopra non solamente della natura e dell'animale ma anche dei suoi propri particolarismi. Egli si dava uno spazio limano universale. Tuttavia questa presa di coscienza dei filosofi greci aveva i suoi limiti. Non si può dimenticare che è proprio nel nome stesso della ragione e del suo valore superiore che questi filosofi giustificano la schiavitù. Perché, dicevano, se tutti gli uomini partecipano della ragione, non però vi partecipano ugualmente; essi non hanno dunque la stessa dignità. «Lo schiavo, scrive uno di essi, è un uomo che partecipa della ragione quanto basta per percepirla, ma non al punto di possederla veramente». Non c'è da sorprendersi che un tale ideale d'umanità abbia condotto l'intelligenza greca a una specie di inaridimento, del quale la sofistica e lo scetticismo furono i segni. L'ellenismo, proprio a motivo del suo razionalismo, si è allontanato sempre più dalle sorgenti profonde di comunione, e alla fine non poté resistere alle religioni misteriche, venute dall'Oriente e che rispondevano precisamente a questo bisogno di comunione.

Senza dubbio Platone aveva tentato di assumere Eros e di associarlo alla vita più alta dello spirito, orientandone le energie di comunione e di adorazione verso la contemplazione della bellezza soprasensibile. Ma l'Eros platonico è una forza ascensionale che non libera l'uomo se non strappandolo al mondo sensibile e vivente e a quello della storia. Esso non è, in fin dei conti, altra cosa che uno slancio entusiasta e lirico per il mondo delle Idee. Questo Eros celeste si perde in un universale astratto, lasciando lontano dietro a sé l'Eros terrestre, abbandonato al suo arcaismo. Questo non è salvato. Per quanto possa sembrarlo a prima vista, la teoria platonica dell'amore non abolisce l'innato dualismo che ispira tutto il pensiero del maestro. Esso non assume veramente il mondo della materia e della vita, con le sue forze oscure. L'amore, presso Platone, non si universalizza che disincarnandosi. Non è un amore degli esseri ma dell'Idea. Un tale amore ignora gli esseri nella loro storia personale e collettiva. A dire il vero, non conosce nessuno e non comunica con nessuno.

Era riservato a Israele d'aprire l'uomo all'universale personalizzandolo. I profeti ricollocano l'uomo al centro del suo essere vivente, nel punto più sensibile; lo riportano al suo proprio «cuore», là dove è veramente se stesso, con la sua vita segreta, dolorosa e appassionata, anche con tutte le sue possibilità di comunione. E proprio qui si conclude la Alleanza nuova, in un incontro singolare di tutto l'uomo con lo Spirito «patetico» di Jahvé.

Celebrando le nozze dello Spirito di Dio con il «cuore di carne», i profeti danno al nuovo popolo di Dio la dimensione dell'universale. Niente più lo limita né nello spazio né nel tempo. La discendenza d'Abramo può .mietere tutte le stelle del cielo. Essa è dovunque si trovano dei «cuori spezzati», aperti al grande stupore dello Spirito.

 

12. Terra promessa

«Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia. 
Non ve ne accorgete? Sì, sto per tracciare una strada nel deserto».
(Isaia,
43, 19)

I popoli come gli individui traggono dalla loro storia passata le immagini e i simboli con i quali decifrano e costruiscono il loro avvenire. L'immagine dell'Esodo verso la Terra promessa, è stata per Israele esiliato come la chiave che gira nella serratura del prigioniero: la porta si apre un poco e compare la luce. Non è ancora la liberazione ma la promessa del ritorno. Un nuovo esodo si annuncia, più meraviglioso del primo. E, sotto questa grande immagine sognata, gli esiliati sentono passare un soffio venuto dalla terra natale: tutto il loro essere ricomincia a vivere nelle profondità.

L'annuncio del nuovo esodo rigurgita di segni esterni e di prodigi: l'acqua scorre nel deserto; il paese della sete si trasforma in sorgente; la steppa diventa un giardino d'Eden, vi cresce ogni sorta di alberi; il sole non brucia più, il vento non dissecca più, spuntano verdi pascoli; le bestie selvagge rendono gloria a Dio; e il popolo di Jahvé avanza, libero, sopra strade appianate, in una marcia trionfale: avanza «verso il grano, il vino nuovo e l'olio, verso gli armenti di pecore e di buoi» (Geremia, 31, 12. Avviato da Geremia, il tema del nuovo Esodo è ripreso e orchestrato dal secondo Isaia. Proprio questo ultimo ne è il cantore e gli dà la sua iconografia epica).

Per il suo lato meraviglioso e carnale, questa immagine del nuovo esodo contrasta violentemente con l'esperienza spirituale dell'esilio. Siamo ben lontani. sembra, dal ritorno al cuore e da un avvicinamento al Dio vivente attraverso cammini di spogliamento e di povertà.

E tuttavia esiste un legame profondo tra queste immagini e la traversata della notte. Presentando il nuovo esodo con i tratti più meravigliosi, i profeti annunziano un intervento di Jahvé che eclisserà tutto ciò che è stato fatto sino adesso, e che non sarà una ripetizione del passato ma qualche cosa di assolutamente nuovo.

A dire il vero, i profeti non descrivono la nuova terra promessa: la sognano. Questa terra meravigliosa che sorge invece e sul posto del deserto è anzitutto una terra di vita: vi abbondano il frumento, il vino, l'olio; e anche gli armenti. E quante sorgenti! Esse cantano dappertutto (Isaia, 41, 18; 49. 10). Torrenti gorgoglianti, fiumi di l,atte, dissetanti e nutrienti insieme. Ma ecco che l'immagine guadagna in profondità e intimità. Questa terra è un soggiorno di pace. Fa bene abitarvi. Non vi si incontra né violenza, né oppressione, né conflitto di nessun genere. Il diritto, la giustizia, la pace vi regnano (Isaia, 60, 18; cfr. 32. 16-18). Le case vi sono sicure, le dimore tranquille. Qui le relazioni umane si ritemprano alle sorgenti della tenerezza. In breve, questa terra è un universo riconciliato, un nuovo Eden in cui tutti gli esseri fraternizzano.
È anche una terra ierofanica, riempita della conoscenza di Jahvé. Essa non ha più bisogno della luce del sole, durante il giorno, né del chiarore della luna, durante la notte: è tutta illuminata dall'interno. Jahvé medesimo è il suo sole (Isaia, 60, 19-20). Così sognata, la nuova Terra promessa simboleggia una pienezza di essere, e di vita da cui le lacerazioni e la rottura sono assenti totalmente e nella quale l'uomo ritrova la comunione con il tutto.

Non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere, sotto questa immagine profetica, il grande archetipo che entra in gioco in tutti i miti d'origine, quello di una unità primitiva nella quale il sacro, il naturale e l'umano sono ancora divinamente in accordo. Questo archetipo conferisce all'immagine il suo carattere affascinante. Non ci stupiamo se i profeti fanno così giocare, nell'anima degli esiliati, le potenze di sogno più arcaiche. Queste potenze sono all'origine dell'esperienza insieme più carnale e più spirituale.
Questa nuova immersione nel nostro arcaismo e in quello dell'umanità è qui il cammino d'una esplorazione profetica del nostro destino. L'immagine della nuova Terra promessa non significa un ritorno all'uomo del mito, affascinato da una unità perduta. Essa ricongiunge senza dubbio l'uomo al momento più misterioso del suo desiderio, gli parla il linguaggio dei suoi sogni più profondi, ma per aprirlo al suo divenire autentico. La grande alleanza che riunirà in una stessa comunione la natura, l'uomo e Dio, non bisogna più ricercarla indietro, in un tempo primordiale. Essa è il senso di un avvenire che resta da costruire.

Tutte queste immagini meravigliose del nuovo esodo rimandano dunque, in definitiva, alla esperienza profonda dell'esilio. Esse esprimono sì un ritorno alla terra dei padri, ma questo ritorno è esso stesso il linguaggio simbolico di un cammino interiore verso il «cuore nuovo»: là dove non c'è più odio, dove zampillano sorgenti inesauribili di tenerezza e dove brillano tersi mattini. Questa profondità e questa trasparenza non si offrono se non a coloro che sono passati attraverso il «grande Abisso».

«Non sei tu che hai disseccato il mare,
le acque del grande Abisso,
per fare della cavità del mare un cammino
affinché i riscattati lo attraversino?
Coloro che Jahvé ha liberato ritornano,
arrivano a Sion con grida di gioia»

(Isaia, 51, 10-11).

Questo «grande Abisso», disseccato dal soffio di Jahvé e che lascia vedere il suo fondo spalancato, non è solamente il Mar Rosso le cui acque si incavarono per lasciar passare gli Ebrei nella loro uscita dall'Egitto; è l'anima spogliata della sua sufficienza e dei suoi idoli, umiliata sino a terra, e ritornata alle sue profondità originali. Allora, «la cavità del mare» diventa un cammino di libertà e dì comunione.

È caratteristica dei grandi simboli il riconciliare l'uomo con la sua «archeologia» intima, aprendolo insieme all'universale. La Terra promessa, sognata in profondità, è uno di questi simboli. Essa permette al popolo esiliato di ristabilire dei rapporti con le sue radici carnali, ma liberandolo dal suo particolarismo. Questa terra non è più, in effetti, una realtà limitata e chiusa, anzi, si apre ai popoli più lontani. Questi affluiscono verso di essa. E la nuova Gerusalemme brilla da ogni lato.

Una nuova relazione si crea qui tra Israele e il mondo. in grazia dell'immagine profetica della Terra promessa. Il popolo di Jahvé è invitato a collocarsi nell'universo e a meglio comprendere se stesso, scoprendo il senso della terra e del mondo: «Non avete compreso le fondamenta della terra? (Isaia, 40, 21) ... Alzale gli occhi in alto e guardate: chi ha creato tutti questi astri, se non colui che schiera in ordine il loro esercito e li chiama tutti con il loro nome?» (Isaia. 40, 26). Queste parole, indirizzate ad uomini che hanno perduto tutto e ai quali perfino la terra manca, possono dapprincipio sorprendere e colpire. Non sono forse fuor di proposito? È questo il momento di evocare la potenza e lo splendore della creazione e di invitare l'uomo a meravigliarsene? Qual rapporto vi è tra l'attesa angosciosa dei deportati e l'universo delle galassie? Perché questo espediente del richiamo alle stelle? Tuttavia queste parole sono parole di salvezza.

Niente di più importante e di più salutare, effettivamente, per il popolo di Dio, che sapere e riconoscere che la sua piccola storia e la sua elezione si fondano nel grande appello creatore e che Colui che lo conduce è anche il pastore delle stelle. «Io ti ho messo al sicuro all'ombra della mia mano, dice Jahvé:, quando ho disteso i cieli, e ho fondato la terra e ho detto a Sion: Tu sei il mio Popolo» (Isaia, 51, 16). La stessa parola creatrice fonda l'universo e l'Alleanza. Questa non è qualche cosa di sopraggiunto né una specie di a solo; è legata alla fondazione del mondo. Ne ha dunque l,a solidità. Per distruggerla, bisognerebbe distruggere l'universo, ridurre al nulla la creazione stessa. La caduta di Gerusalemme, la distruzione del regno di Giuda hanno segnato la fine di un certo piccolo mondo. Ma l'uni'verso, il grande universo, continua. Ogni mattina, il sole sorge, e ogni sera, le stelle si illuminano. Jahvé le chiama ed esse rispondono tutte, come il pr,imo giorno. È la continuità della creazione. In assenza di ogni altro segno, questa continuità attesta la fedeltà di Jahvé al suo disegno, alla sua Alleanza. Dio è fedele. «Egli non si stanca né si affatica» (Isaia, 40, 28). Non rinnega niente di ciò che ha fatto. Ciò che ha chiamato una volta lo chiama sempre. Tutte le cose ridicono questa fedeltà, non in un rumore di parole, ma nel segreto della loro esistenza. La creazione continua e, con essa, l'Alleanza.

Ricollegata all'atto creatore, l'Alleanza prende nello stesso tempo le dimensioni dell'universo; essa ne abbraccia l'immensità e l'universalità. Non solamente è inseparabile dalla genesi del mondo, ma ne è anche la finalità profonda. Niente è voluto all'infuori di essa. Tutto ciò che esiste trova in essa la sua destinazione e la sua ragion d'essere. Essa è il senso del mondo. In essa tutto sta in piedi. La via lattea è veramente «la sorella luminosa dei bianchi ruscelli di Canaan» (APOLLlNAIRE, Alcools).

Ecco ciò che percepisce il cuore nuovo. Esso intende questa parola di Jahvé: «Tuo sposo sarà il tuo creatore» (Isaia, 54, 5). Parola immensa che lega insieme l'Alleanza e la creazione tutta intera. Non è ripiegandosi su se stesso che l'uomo ritrova la certezza della sua elezione, ma aprendosi all'appello creatore. La finisca dunque di girare il cerchio su se stesso e di spazientirsi sul suo destino; guardi invece più alto e più lontano della sua piccola storia. Prenda le misure dell'universo, ascolti il canto del mondo e si apra, nello stupore, a un destino che lo circonda e lo supera da ogni lato! la nuova Terra promessa è a misura dell'universo.

Spogliato di tutto ciò che gli era parti,colare, gettato in mezzo ai popoli pagani, Israele non è stato mai così libero per una tale presa di coscienza e un tale capovolgimento. Oggi egli può capire il canto del mondo.

 

13. Consolate il mio popolo

Sono trascorsi più di cinquant'anni. Quanti, fra i deportati, sopravvivono ancora? Ma l'attesa è rimasta viva nel cuore del piccolo resto. Figli e figlie sono nati in questa terra d'esilio. Anche loro partecipano a questa attesa. Spiano i segni dei tempi.
Da un pezzo sembrava che la storia si fosse immobilizzata. Come un mare calmo, essa non andava né avanti né indietro; si confondeva con la monotonia deprimente dei giorni. Niente accadeva. Babilonia regnava, e questo dominio incontestato sembrava essere marcato con il sigillo dell'eternità.
Ma ecco che in questa prima metà del VI secolo avanti la nostra era, al di là delle montagne che dominano, a est, la Mezzaluna Fertile, il mondo si muove. Una potenza misteriosa scuote gli altipiani dell'Iran. Soffia uno spirito nuovo. Compare una nuova religione. Il mondo, insegna Zarathustra, è il teatro di una lotta tra la luce e le tenebre; questa lotta, iscritta nella trama della creazione, riecheggia nel cuore deLl'uomo. E ciascuno uomo è invitato, dal più profondo della sua notte, a mettersi in viaggia versa la luce.

Si fa strada anche una nuova volontà politica. Questa s'incarna in un uomo di genio: il giovane re di Anshan, Ciro. Alla testa dei suoi guerrieri persiani, questi si solleva contro il medo Astiage, despota violento e crudele. S'ingaggia una lotta cantro la tirannia. Per otto anni, Ciro lancia le sue incursioni all'assalto dell'impero medo. Finalmente, Ecbatana, la capitale, cade nelle sue mani. Egli diventa allora il re dei Medi e dei Persiani riuniti in un solo impero. Ciò che poteva sembrare sino allora un semplice cambiamento di dinastia, prende improvvisamente la dimensione della storia mondiale. Lanciandosi velocissimo verso il Mediterranea, Ciro si impadronisce di Sardi e mette fine al regna della Lidia. Le città greche della costa sono egualmente conquistate. Ciro si volge allora versa il nord e unifica sotto il suo scettro tutte le tribù nomadi di questa regione immensa che si estende dal Turkestan russo attuale all'Afganistan. Padrone dell'Oriente, dalla Cilicia sino al golfo Persico, egli accerchia ora l"impero Caldeo. Questo nuovo conquistatore non si distingue solamente per il sua genio militare. Si rivela anche uomo politico liberale, rispettoso dei popoli e delle loro credenze. Una volontà di riconciliaziane e di pace anima i suoi atti. Niente stermìni e rappresaglie. Creso vinto è semplicemente mandato in residenza sorvegliata in un palazzo d'Ecbatana. Anche le divinità dei vinti sono rispettate, loro templi risparmiati o ricostruiti. Per questa Ciro si distingue da tutti i despoti che si erano imposti sino allora in Oriente. Egli si afferma come il liberatore dei popoli oppressi da Babilonia.

Le notizie volano, si diffondono attraversa tutta l'Oriente. Penetrano anche fina nel cuore dell'impero caldeo e giungono ai «resti d'Israele» sparsi per tutta la pianura dell'Eufrate. Gli esiliati sentano parlare del liberatore, apprendano il suo nome. Ed eccoli a caccia di notizie. Il mondo cambia volto. Il vento gira e sembra che, questa volta, si sia messo dal lato buono. Come dopo un lungo e aspro inverno, la terra addormentata si risveglia, i germogli esplodono, la campagna rinverdisce, i torrenti riprendono la loro corsa saltellante e gli uccelli cantano nella luce nuova. Ecco la primavera. E il cuore d'Israele freme. Ciò che, appena ieri, era impensabile, diviene aggi possibile. Non è proprio il soffio di Jahvé che passa questa volta nella storia? Gli esiliati si interrogano. Si ricordano della profezia di Isaia. Duecento anni prima egli aveva annunciata una grande teofania che avrebbe messa fine a ogni oppressione e inaugurata un'era di pace e di giustizia nel mondo:

«Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.

Tu hai moltiplicato la loro allegrezza
hai fatto scoppiare la loro gioia.
Essi si rallegrano davanti a te
come ci si rallegra alla mietitura,
come si giubila alla spartizione del bottino.

Perché il giogo che lo schiacciava,
la sbarra sulle sue spalle,
il bastone del suo oppressore,
tu li spezzi come nel giorno di Madian.

Perché ogni calzatura di combattimento,
ogni mantello macchiato nel sangue
sono bruciati,
divorati dal fuoco...»

(Isaia, 9, 1-4)

Quante volte gli esiliati hanno letto questa profezia! Essi la sanno a memoria. Molto presto si sono riconosciuti in questo popolo che pesta i piedi nella notte, in questi abitanti di una terra tenebrosa. Popolo della notte oppresso di tenebre, che spia continuamente i primi bagliori del giorno. E ad un tratto, senza passaggi, ecco 1a luce sfolgorante del mezzogiorno! Come al primo giorno della Genesi. Ancora ieri tutto era così oscuro. Non si vedeva venir niente. r la notte è scomparsa ad un tratto. Quella luce soprannaturale annunciata dal profeta, ecco che risplende per essi. Ed è incredibilmente vero. I cuori battono più forte, le gole si chiudono per l'emozione, al pensiero folle che la liberazione è forse vicina: essi la vedranno e ritorneranno al loro paese. E più di uno tra di loro volge il viso altrove per piangere di gioia.

Tuttavia un'ombra rimane. Un dubbio soltanto; ma è proprio di chi fonda tutta la sua speranza sulla sola parola di Jahvé. Questa luce meravigliosa di cui parla Jahvé è legata alla nascita di un bambino della stirpe di Davide. È un figlio di Israele che instaurerà sulla terra il regno della giustizia e della pace, e sarà assieme erede della sapienza di Salo. mone, del coraggio di Davide, dello spirito religioso di Mosé e dei patriarchi. In breve, tutte le qualità dei suoi antenati brilleranno in lui:

«...Un bambino ci è nato,
un figlio ci è stato donato,
egli ha ricevuto il comando sulle spalle,
gli è donato questo nome:
Consigliere mirabile, Dio forte,
Padre Eterno, Principe della Pace.
Esteso è l'impero in una pace infinita,
per il trono di David e la sua regalità,
che egli stabilisce e consolida nel diritto
e nella giustizia...»

(Isaia. 9, 5-6).

Più esplicita ancora la profezia sull'avvento del re giusto: «Un virgulto germoglia dal ceppo di Jesse, un rampollo spunta dalle sue radici...» (Isaia, 11, 1).
Ora, l'uomo attraverso il quale arriva la libertà. in questo momento della storia, non è un figlio d'Israele. Ciro è un pagano. Allora è proprio il soffio di Jahvé questo che passa? Questa luce è veramente quella del giorno di Jahvé? La gioia promessa è finalmente concessa? Gli esiliati esitano, discutono. Sono disorientati.

È proprio allora, che, in mezzo ad essi, si leva una voce e parla a nome di Jahvé. Non è più la voce del profeta Ezechiele, che s'è spenta, ma una voce nuova. E che dice?

«Consolate, consolate il mio popolo,
dice il vostro Dio.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele:
che la sua schiavitù è finita,
il suo peccato è espiato...»

(Isaia, 40, 1-2)

È sorto un nuovo profeta, un ispirato della notte, un esiliato tra gli altri. La storia non ha conservato il suo nome; lo si chiama il Secondo Isaia. Or ecco che questo profeta, senza nome, senza stato civile, senza volto, spazza via tutti i dubbi. Egli proclama che il braccio di Jahvé è all'opera in ciò che succede in questo momento nell'Oriente. Se egli non nomina ancora espressamente il liberatore, lo designa, senza possibilità di equivoco, come colui che Jahvé stesso ha chiamato: «Chi ha suscitato dall'Oriente colui che la vittoria chiama a ogni passo?... Chi è l'autore di questa impresa? Colui che chiama le generazioni sin dall'origine, io Jahvé...» (Isaia, 41, 2-4).
Il vincitore di Sardi, l'uomo di cui parla tutto l'Oriente e che vola di vittoria in vittoria, è proprio lo strumento scelto da Jahvé; è lui il liberatore annunciato:

«lo l'ho suscitato dal Nord perché egli venga;
dal Levante l'ho chiamato con il suo nome.
Egli ha calpestato i satrapi come l'argilla,
come un vasaio impasta la creta...»

(Isaia, 41,25)

 

«Il mio amico compirà il mio volere
contro Babilonia e la razza dei Caldei»

(Isaia, 48, 14)

 

Ecco, senza dubbio, qualche cosa di nuovo e di completamente inatteso. Nessuno l'aveva previsto (Isaia, 48, 6-8; cfr. 41. 26).

«Sono io, sono io che ho parlato e l'ho chiamato, e l'ho fatto venire e ho fatto riuscire i suoi disegni» (Isaia. 48. 15). Sì, che si sappia e si proclami ad alta voce! Ciro è l'eletto dell'Onnipotente. Il profeta non esita più a nominarlo. E a colui che se ne meraviglia. egli ricorda la sovrana libertà di Jahvé. Nessuno può chiedere conto al Creatore dell'universo. Egli è libero di chiamare chi vuole. È il Dio di tutti; e la sua volontà di salvezza si estende a tutti. Israele non deve quindi stupirsi di vederlo ricorrere a un pagano per realizzare i suoi disegni. Questa elezione è assolutamente gratuita come del resto quella d'Israele.

«Così parla Jahvé,
il Santo che plasma Israele:
Forse che spetta a voi interrogarmi sui miei figli
e darmi degli ordini sul lavoro
delle mie mani?
Sono io che ho fatto la terra,
io ho creato l'umanità che la abita.
Sono io che con le mie mani ho steso i cieli
e dò ordini a tutti i loro eserciti.
Sono io che l 'ho (Ciro)
suscitato per la vittoria...»

(Isaia. 45, 11-13)

 

Non è la prima volta, nella storia del popolo di Dio, che un re pagano è così designato come lo strumento scelto da Jahvé. Ancora poco fa, il re di Babilonia, Nabucodonosor, era stato presentato da Geremia e da Ezechiele come l'esecutore delle eccelse opere di Jahvé. Ma l'elezione di Ciro è di un altro ordine di grandezza; lo è per l'importanza della missione che gli è affidata. Non solamente egli vincerà Babilonia, ma ricostruirà Gerusalemme e il Tempio e farà rimpatriare i deportati (Isaia, 44. 28; 45, 13). Egli sarà il «pastore» di Jahvé, colui che raccoglie il suo gregge disperso e lo conduce in assoluta sicurezza. Sarà l'artefice del regno pacifico di Jahvé. Il profeta non esita neppure a chiamare Ciro «l'Unto»  (Isaia, 45. 1) di Jahvé, cioè il suo messia. Questo titolo era riservato primitivamente ai re di Israele e di Giuda, in ragione dell'unzione che li consacrava. Ciro, anche lui è stato l'oggetto di una consacrazione da parte di Jahvé.

Ma il vero senso di questa scelta e di questa consacrazione, eccolo: «Proprio per motivo del mio servitore Giacobbe e d'Israele mio eletto io ti ho chiamato con il tuo nome, nobilitandoti senza che tu mi conoscessi...» (Isaia. 45. 4). Così l'arrivo improvviso di Ciro sulla scena mondiale, le sue vittorie, il suo regno, tutto ciò è voluto unicamente in vista di Israele. Il vero eletto di Dio, è Israele, in definitiva. La storia cammina per lui. Negli avvenimenti che stanno cambiando la faccia dell'Oriente, gli esiliati possono dunque v,edere, dopo tanti anni di assenza totale di segni, la prova quasi palpabile della presenza di Jahvé al suo popolo e ritrovare la certezza esaltante della loro elezione.

Si pone qui una grave questione. Questa presa di coscienza della presenza di Jahvé, a livello degli avvenimenti più attuali e più esteriori, non segna un ritorno in dietro? Qual rapporto esiste tra questo regno di Dio che s'avanza nel fracasso delle vittorie di Ciro e quello che la prova dell'esilio ha fatto apparire, nella notte, ai «cuori spezzati»? Si parla ancora lo stesso linguaggio? Pazientemente gli esiliati hanno imparato, grazie ai profeti, ad ascoltare Jahvé nel silenzio e nell'oscurità, ed ecco che essi non hanno più orecchie se non per le testimonianze clamorose della sua azione! Essi che non vedevano più segni, ne scoprono improvvisamente a profusione. E Jahvé sembra dar loro ragione e incoraggiarli in questo senso: «lo non ho parlato in segreto né in un angolo di una regione tenebrosa. Non ho detto alla razza di Giacobbe: Cercatemi nel caos» (Isaia, 45, 19). Queste parole hanno una risonanza strana quando ci si ricorda di quelle che Geremia aveva detto a nome dello stesso Jahvé: «Io sto per metterli nell'angoscia affinché mi trovino (Geremia, 10. 18) ...Io ho guardato la terra: un caos!» (Geremia, 4, 23). Quale differenza di tono! Tutto sarebbe diventato così chiaro?

Non si può, senza dubbio, far colpa ai deportati di Giuda, di vedere un segno del cielo negli avvenimenti che li favoriscono. Qual popolo lungamente oppresso non ha accolto il suo liberatore come un inviato celeste? Ma qui si tratta di ben altra cosa che del destino temporale di un popolo. Ciò che è in causa nello sguardo che gli esiliati portano sugli avvenimenti in corso, è la rivelazione stessa del regno di Dio nel mondo. La notte dell'esilio ha mo5trato a quale profondità questo regno si lascia avvicinare e quali ne sono le vere dimensioni. Salutando le vittorie militari e politiche di Ciro, come la manifestazione della potenza di Jahvé, come il segno della sua venuta, Israele non rischia di perdere di vista, di nuovo, la trascendenza di Dio e del suo regno? Identificando il soffio dello Spirito con il cammino della storia, non corre forse il suo più grande pericolo? E questo, proprio alla vigilia della sua liberazione! La straordinaria esperienza spirituale dell'esilio non sta svaporando in un provvidenzialismo di corta veduta? Lo si può temere ascoltando i bollettini di vittoria, strombazzati dal profeta in nome di Jahvé:

 

«Io. faccio avvicinare la mia vittoria,
essa non è più lontana...»

(Isaia, 46, 13)
«Solo per opera di Jahvé la vittoria e la forza!...
Per mezzo di Jahvé sarà vittoriosa e gloriosa
tutta la razza d'Israele!» 

(Isaia. 45, 24-25)

 

«Vittoriosa e gloriosa...». Qui risorge il vecchio sogno di Israele. Al posto dell'umile ricerca del cuore nuovo, il desiderio della potenza! E quanto grande è la tentazione di abbandonarvisi! La liberazione è ora vicinissima. Bisogna avere la testa ben salda per non lasciarsi inebriare in simili momenti. Ciro è alle porte. Secondo le ultime notizie, egli ha attraversata il Tigri presso Arbela. Babilonia, come colpita da paralisi, non reagisce. Nabonide, l'incapace Nabonide, terzo successore di Nabucadonosor, se ne sta inattivo. Anzi, con la sua politica religiosa, riesce ad alienarsi il clero. babilonese e una parte della popolazione. Tutti gli sguardi si volgono allora verso l'est. Ciro non ha fretta. Sa che il tempo lavora per lui. Ancora un po', e Babilonia, la capitale, gli aprirà le porte e l'accoglierà come liberatore.

«La storia del mondo, scrive Hegel, è il giudizio ultimo del mondo». Il filosofo tedesco non esitava a salutare nel vincitore di Iena una figura della Spirito assoluto. In una lettera datata dal lunedì 13 ottobre 1806, «il giorno in cui Iena fu occupata dai francesi e l'Imperatore Napoleone entrò nelle sue mura», egli scriveva a Niethammer: «Ho visto l'Imperatore - questa anima del mondo...» (HEGEL, Correspondance 1785-1812, Paris 1962, pp. 114-115). Gli esiliati di Giuda, nell'entusiasma della loro liberazione, stanno per cedere a questa lettura facile della storia? Il giovane Hegel poteva agevolmente lasciarsi affascinare dalla figura prestigiosa dell'Imperatore. Che sa un uomo della Spirito di Dio finché non abbia avuto il «cuore spezzato»? Ma colui che, tutta la notte, ha lottato palmo a palmo contro Dio per essere benedetto da lui, questi non riprende la sua strada, al mattino, che zoppicando; egli sa che lo Spirito di Dio si manifesta anche nella povertà di una esistenza ferita e che egli abita il «cuore spezzato».

È precisamente questa esperienza che trattiene finalmente gli esiliati sull'orlo del trionfalismo e che conduce il profeta stesso a guardare più in alto e più in là del vincitore di oggi, per quanto sia raccomandabile, e a leggere la storia con un'altra profondità. Che lo voglia a no, Israele è segnato dall'esilio ed esce dalla grande tormenta, storpiato e con uno sguardo che non si lascia più abbagliare dalle grandezze fragili della storia.

Davanti a questo sguardo che scruta l'avvenire, la figura del grande capitano a poco a poco scompare; un'altra ne appare, misteriosa, sconvolgente:
quella del perfetto Servo di Jahvé. Un nuovo ordine di grandezza emerge qui, senza alcuna misura in comune con la grandezza militare e politica. «I santi, scrive Pascal, hanno il loro impero, il loro splendore, la loro grandezza, la loro vittoria, il loro lustro, e non hanno alcun bisogno delle grandezze carnali o spirituali, con le quali non hanno alcun rapporto, perché esse niente vi aggiungono né tolgono. Essi sono visti da Dio e dagli angeli, e non dai corpi né dagli spiriti curiosi: Dio a loro basta» (PASCAL, Oeuvres complètes, Paris 1954, J. Chevalier, p. 1341).

È proprio verso questa figura misteriosa del perfetto Servo di Jahvé che noi dobbiamo ora volgere il nostro sguardo se vogliamo seguire sino al suo apice l'esperienza spirituale e profetica dell'esilio.

 

14. Una suprema profezia

Missione paradossale quella di questo profeta anonimo della fine dell'esilio; egli deve, da una parte, celebrare le imprese di un grande capitano e, dall'altra, fare attenti gli spiriti a una figura votata all'umiliazione e allo scacco. Questo duplice compito corrisponde senza dubbio a due momenti differenti entro i quali il profeta è stato il testimone di uno scacco. Ciro ha certamente liberato i deportati, come aveva annunciato. Ma il ritorno dall'esilio non è stato il grande evento sperato; esso non ha realizzato la riunione di Israele né l'adesione delle nazioni pagane al Dio unico. Molti dei deportati hanno preferito restare in esilio, soddisfatti della loro situazione materiale. Le nazioni, poi, non si sono convertite. Considerando questo duplice fallimento, il profeta riflette sul suo messaggio; lo riprende in una prospettiva nuova, rivolgendo le sue speranze a una figura misteriosa che deve venire. Quattro canti gli permetteranno un accostamento sempre più intimo a questa figura. Sono stati chiamati i «Canti del Servo».

Sin dal principio del primo Canto, la figura del Servo si distingue nettamente da quella del grande guerriero. Il Servo non attacca battaglie. Sua missione è di insegnare il diritto e la verità alle nazioni (Isaia. 42. 1). Per questo scopo, ha ricevuto lo Spirito di Jahvé (Isaia. 42. 1). Questa missione spirituale e universale lo colloca senza difficoltà nella linea profetica. Egli adempie questo ruolo senza scalpore esteriore, né violenza di alcun genere. Il suo stile è la dolcezza e una pazienza infinita:

«Egli non grida, non alza il tono,
non fa sentire la sua voce nelle strade.
Non spezza la canna fessa,
non spegne la fiamma vacillante...» 

(Isaia. 42. 2-3)

Comportandosi così, il Servo adempie fedelmente la sua missione 4; lavora per istaura,re il regno di Jahvé e la sua giustizia secondo l'ordine di grandezza che gli è propria. Lo fa con coraggio, senza cedere né deviare. Egli, che rispetta la fiamma vacillante e si astiene dallo spezzare la canna fessa, «non vacilla né si piega» (Isaia. 42. 4). Va diritto per la sua strada, con una grande forza d'animo, «fino a quando la verità sia stabilita sulla terra» (Isaia. 42. 4) D'altronde «le isole aspettano il suo insegnamento» (Isaia. 42. 4) Le «isole», cioè i popoli più lontani, le estremità della terra.

Poi viene, nella seconda parte di questo primo Canto, la dichiarazione solenne d'investitura del
Servo: «Io, Jahvé, ti ho chiamato nella giustizia, io t'ho preso per la mano e ti ho formato...» (Isaia. 42. 6). Come tutti i grandi artefici del disegno di Dio, il Servo è uno scelto, un uomo messo da parte. La sua missione è precisa e duplice. Concerne contemporaneamente Israele e le nazioni pagane: il Servo rinnoverà l'Alleanza tra Jahvé e il suo popolo, e, nello stesso tempo, diffonderà una luce che rischiarerà e libererà l'umanità tutta intera (Isaia. 42. 6). Sarà dunque, anche lui, un liberatore, ma attraverso la luce. La sua missione sarà tutta di luce. Aprirà gli occhi dei ciechi e farà uscire dalla loro prigione coloro che abitano le tenebre (Isaia. 42. 7).

L'orizzonte si fa vasto. La via del mare si apre davanti al Servo. Erede dello spirito dei profeti, egli è portato da un grande soffio missionario. Al principio del secondo Canto lui stesso si indirizza ai popoli d'oltre mare: «Isole, ascoltatemi, siate attenti. voi popoli più lontani!...» (Isaia. 49, 1). Questa volta il Servo parla; si presenta facendosi forte della predestinazione di cui è stato oggetto: « Jahvé mi ha chiamato sin dal ventre di mia madre...» (Isaia. 49, 1). Questa prima confidenza richiama la vocazione di Geremia. Ma le immagini che seguono farebbero pensare piuttosto al destino di un guerriero, se non si fosse fatta menzione della «bocca» del Servo:

«Egli ha reso la mia bocca simile
a una spada tagliente,
mi ha nascosto nell'ombra della sua mano.
Ha fatto di me una freccia acuminata,
m'ha chiuso nella sua faretra...» 

(Isaia. 49, 2)

Queste immagini guerresche ci trasportano in un ambiente diverso da quello del primo Canto. Qui regna un'atmosfera di combattimento. La missione del Servo non si compirà senza lotta. Perciò ha bisogno di essere armato. Sua arma sarà la Parola. Egli attraverserà momenti d'abbattimento di fronte alla inutilità dei suoi sforzi. La certezza della sua elezione non sarà di troppo allora per sostenerlo contro lo scoraggiamento:

«Egli (Jahvé) m'ha detto:
"Tu sei mio Servo (Israele)
nel quale mi glorificherò".
Ma io mi dicevo:
'Mi sono affaticato invano,
ho logorato le mie forze per niente'...»
 
(Isaia. 49, 3-4).

Per la prima volta, in questi poemi, appare la prospettiva di un compito difficile e senza successo apparente. Tuttavia Jahvé resta al fianco del suo Servo e gli conserva tutta la sua amicizia: «In realtà, il mio diritto rimane presso Jahvé, e la mia ricompensa presso Dio. lo valgo agli occhi di Jahvé; il mio Dio è la mia forza...» (Isaia. 49, 4).

Di fronte ai combattimenti che l'attendono, il Servo si appoggia dunque sul1a certezza che Dio non l'abbandonerà e sulla grandezza della sua missione. È chiaro ora che questa missione supera la semplice restaurazione d'Israele. Essa ha un'altra vastità; e anche un'altra qualità: si estende a tutti gli uomini ed è essenzialmente religiosa. La salvezza di cui il Servo è l'araldo e l'artefice è pura da ogni nazionalismo. Consiste nel dono della luce offerto a tutti. «È troppo poco che tu sia il mio Servo per rialzare le tribù di Giacobbe e ricondurre i sopravvissuti d'Israele. lo farò di te la luce delle nazioni affinché la mia salvezza giunga alle estremità della terra» (Isaia, 49, 6).

Questa luce è quella della rivelazione di Jahvé. Il Servo è in ascolto di questa rivelazione. Il terzo Canto ci introduce nella vita intima del Servo, nella sua relazione profonda con Jahvé. Come un discepolo docile egli si lascia istruire da Dio. Il suo messaggio non lo inventa, non lo crea; lo riceve:

«Il Signore Jahvé mi ha dato
una lingua da discepolo. 
Perché io sappia dare una risposta 
allo sfiduciato,
egli provoca una parola.
Tutte le mattine sveglia il mio orecchio,
perché io l'ascolti come i discepoli.
Il Signore Jahvé mi ha aperta l'orecchio...» 

(Isaia, 50, 4)

Tuttavia questa messaggio non è una lezione imparata. È attraverso una esperienza di vita che Jahvé sveglia il suo Servo: attraverso precisamente tutte le difficoltà e le delusioni che questi incontra nel compimento della sua missione. Essendo anche lui provato, il Servo trova la parala che va diritta al cuore dello sfiduciato.

Sempre più, il ruolo di questo perfetto discepolo si rivela penoso e doloroso. La sua docilità consiste nell'assumerlo pienamente, senza ribattere né tirarsi indietro: «Quanto a me, non ho fatto resistenza né sono indietreggiato. Ho afferto il dorso a quelli che mi colpivano, le guance a quelli che mi strappavano la barba, non ho sottratto il mio volto agli oltraggi e agli sputi...» (Isaia, 50, 5-6). Non si tratta più solamente di contestazione. Il Servo è percosso e schernito. Nelle sue sciagure, egli attinge la sua forza d'animo dall'assicurazione che il Signore Jahvé è con lui e che interverrà alla fine in suo favore. Forte di questa speranza, egli arriva a rendere il sua viso duro carne la pietra. E aspetta. «È vicino, colui che mi libererà... Il Signore Jahvé mi aiuta. Chi mi condannerà?» (Isaia, 50, 8-9). È con questo grido di fiducia che termina il terzo Canto.

Oltraggiato, maltrattato, il Servo spera in un intervento soprannaturale che lo libererà dai suoi persecutori. Il dramma è che il Signore Jahvé non interverrà. Qui cominciano la scandalo e il mistero. L'uomo più docile che la terra abbia mai prodotto è abbandonato ai cani. Il quarto e ultimo Canto ci conduce al cuore di questo scandalo e di questo mistero. Il profeta ha coscienza che sta per annunciare qualche cosa di completamente inaudito: un mistero insieme di obbrobrio e di gloria (Isaia, 52, 13-15).

La voce del Servo s'è ammutolita. Questa voce, umile e intrepida, che arrivava sino alle isole, è stata ridotta al silenzio brutalmente. Ora non è più questione di insegnamento per il Servo; e tuttavia la sua missione non è terminata. L'aspetta un compito misterioso. Egli non ha più niente da dire né da fare. Deve solamente tenersi nel più profondo dell'angoscia e decadimento umani. E qui gli resta da entrare in comunione e da identificarsi col destino dell'umanità perduta. Sfigurato al punto da non più presentare apparenza umana, «oggetto di disprezzo e rifiuto dell'umanità» (Isaia, 53, 3), egli è diventato l'uomo dei dolori: il dolore fatto uomo.

L'umanità può farsi un idolo di tutto: della bellezza, dell'amore, della fecondità, della potenza, etc. Di tutto, ma non del dolore e dell'umiliazione. Non esiste l'idolo del dolore e dell'umiliazione. Gli idoli sono sempre il linguaggio del desiderio dell'uomo. E l'uomo non desidera queste cose. Esse sono per lui un segno di maledizione: il segno dell'assenza del divino, la sua negazione stessa. Anche il popolo della Bibbia li ha sempre giudicati come tali. L'uomo dei dolori non può essere che un uomo «castigato, colpito da Dio» (Isaia, 53, 4): un uomo da cui Dio si è ritirato. E per conseguenza un peccatore, un empio. Così Giobbe per i suoi amici. Così il Servo di Jahvé per il suo popolo.

Dio è luce, forza, vita, splendore. Egli manifesta la sua presenza e la sua benevolenza ai suoi amici circondandoli di luce, di forza, di vita e di splendore. Jahvé non è né nelle tenebre, né nell'impotenza, né nella malattia. Né nello scacco, né nella morte. Tutto ciò è H luogo dove Jahvé non c'è. Ma intanto è qui che si trova il Servo. Egli si è identificato con la negazione stessa di Dio. «Io, io sono NonDio per voi» (Osea, 1, 9). Questa parola di Jahvé al profeta Osea può esser messa sulla bocca del Servo; essa si realizza qui in tutta la sua violenza.

Questa figura è a mala pena sostenibile. È sconcertante, scandalosa. Davanti ad essa, le persone rispettabili si velano la faccia. Solo gli storpiati del grande abisso, quelli che hanno esplorato la notte dell'esilio, possono guardarla senza scoraggiarsi. Qualche cosa in essa li attira e parla a loro; vi si riconoscono. Li unisce una misteriosa parentela. Questo essere dei dolori non spunta dalla stessa terra arida? Non si radica, anche esso, nella esperienza della devastazione e del «cuore spezzato»? «Egli è cresciuto davanti a noi come un germoglio sopra una radice in un suolo inaridito» (Isaia, 53, 2). Questa figura, «senza splendore né bellezza» e che a Jahvé piacque spezzare, appariva loro come fraterna. Fraterna e sacra insieme. Essa fa un tutt'uno con il mistero del Dio nascosto che abita il «cuore spezzato». Qui la notte più lunga, quella del popolo esiliato e dei profeti perseguitati, si trasfigura in una misteriosa teofania. Jahvé è anche là dove tutto grida la sua assenza; là soprattutto. La sua presenza e la sua rivelazione si raccolgono nel silenzio di quest'uomo votato al disprezzo e orribilmente maltrattato. I segni della nostra maledizione cambiano qui radicalmente di senso. L'umiliazione, la sofferenza e la morte cessano d'essere i segni dell'assenza di Dio, e diventano quelli della sua misteriosa presenza.

Il Dio che qui si rivela non si lascia rappresentare sotto le forme della bellezza greca. E neppure sotto i tratti nobili del sapiente. Ancor meno nello splendore dell'Onnipotenza. È il Dio Santo e «patetico» quello che appare qui. Il Servo è puro da ogni peccato. Nella sua bocca, nessuna  menzogna; sulle sue mani, nessuna traccia di ingiustizia. È l'innocenza stessa. Se egli entra nella nostra solitudine e nella nostra notte, se prende su di sé il nastro peccato e si offre lui stesso al,la morte, è perché si è lasciato afferrare dalla passione del Dio santo per l'uomo peccatore, ed ha fatto sua la preoccupazione di Dio di raggiungere l'uomo perduto. Così egli realizza la venuta misteriosa del Dio santo nel cuore della nostra disperazione e della nostra notte. In questo è più che mai il Servo di Jahvé: colui che compie il suo disegno facendolo nascere nel mondo.

Alla lettura di questo canto, che celebra la passione del Servo, passiamo porci la domanda di quell'alto funzionario della Regina di Etiopia, venuto in pellegrinaggio a Gerusalemme: «Di chi parla il profeta? Di se stesso o di un altro?» (Atti degli Apostoli, 8, 34). Senza il minimo dubbio si deve rispondere: «di lui e insieme di un altro». Tutto ciò che il profeta ha visto, vissuto e sofferto durante questi anni di prove, in mezzo a un popolo eletto e tuttavia abbandonato, affiora in questi Canti del Servo. «Il Servo, scrive A. Neher, è figlio di Israele, nato nel dolore d'lsraele». È proprio il figlio dell'esilio, di questo passaggio attraverso la notte nella quale tutti i legami visibili si sono sciolti e dove l'uomo s'è trovato solo, di fronte al proprio cuore. «Noi eravamo tutti sbandati come pecore, ciascuno seguendo la propria strada» (Isaia, 53, 6). Il Servo è l'espressione più alta dell'esperienza del «cuore spezzato», aperto al misterioso disegno di Dio. Egli traduce esattamente la coscienza che il piccolo «Resto» si fa della sua missione nel mondo, al termine della lunga purificazione.

Tuttavia il Servo non può essere considerato come la semplice proiezione dell'esperienza, per profonda che sia, di qualche profeta o di Israele medesimo. Benché radicato in una tale esperienza, egli la trascende. Il Servo è, solo di fronte a tutti. Solo per la sua santità senza ombra, solo per la sua missione che lo carica dei peccati di tutti, solo per il disprezzo universale, che si abbatte su di lui, solo infine per la sua decisione intima e, libera di offrirsi per tutti. Nel cuore della passione del Servo, c'è questo atto di libertà nel quale egli è solo: «Si è consegnato lui stesso» (Isaia, 53. 12). Il Servo non appartiene a nessuno. Invano si cercherebbe di identificarlo con una razza o con una classe. Tutti l'hanno rigettato e maledetto, tutti senza eccezione. C'è lui e tutti gli altri contro di lui.

E proprio nel momento in cui è rigettato da tutti e assolutamente solo, egli è misteriosamente con tutti, solidale con tutti. Ma questa solidarietà non è più quella del clan o della razza. Arrivando sino all'estremo della solitudine e della notte umana, il Servo si è strappato da ogni legame particolare, da ogni condizione particolare per non conoscere più che la povertà essenziale dell'uomo davanti al mistero di Dio. Egli è l'uomo alle prese con il mistero di Dio, totalmente aperto. Non si appartiene più. Appartiene al mistero di Dio. Ecco perché egli è questo mistero che si rivela nel cuore della nostra disperazione e della nostra notte.

Ciro e il Servo di Jahvé: due figure della liberazione del popolo di Dio. Ispirate l'una e l'altra dallo Spirito, esse compongono insieme la visione profetica della storia. Ciro, con le sue vittorie, ma più ancora con il suo senso politico e umano, lavora per la liberazione temporale degli uomini. Il Servo, con il suo insegnamento e la sua passione, realizza una liberazione più profonda. La figura di Ciro rivela e illustra il soffio dello Spirito nell'attività che fa la storia. Quella del Servo fa apparire, al di là di questa attività e fino nelle profondità della sofferenza e dello scacco, una suprema affermazione dello Spirito e un'ultima realizzazione dell'uomo; essa mostra che la vita dello Spirito non è la vita che si atterrisce davanti alla devastazione e alla notte, ma è quella che, in grande pazienza, le sopporta e le trasfigura; essa proclama che la storia non è l'orizzonte ultimo dell'uomo né il giudizio definitivo di Dio.

 

15. Sotto il regno di Cesare Augusto

Quel giorno era cominciato come tutti gli altri. Gerusalemme s'era svegliata sotto il sole e il grido dei mercanti. Tutta ferro scintillante, la coorte romana rientrava da una ronda. L'ordine regnava. Ognuno badava ai suoi affari. E Roma dominava il mondo.

Un uomo tuttavia aveva il presentimento che stava per accadere qualche cosa di molto importante per il suo popolo e per l'avvenire del mondo. Questo uomo giusto e pio si affrettava verso il Tempio. Si chiamava Simeone. Era un uomo carico di anni. di meditazioni e soprattutto di speranza. A una età in cui molti non aspettano più niente dalla vita, egli aspettava tutto. Il suo cuore si gonfiava di speranza come se avesse ereditato l'attesa accumulata dal suo popolo, generazione dopo generazione, a cominciare da Abramo. Simeone aspettava la Consolazione d'Israele. E non l'aspettava come una cosa lontana e astratta, ma come un evento prossimo che anche lui avrebbe visto.

«La Consolazione d'Israele», questa espressione non aveva niente di dolciastro nella bocca del vegliardo, e neppure evocava un avvenimento da grande spettacolo, una di quelle azioni splendide che fanno talvolta tremare i popoli; annunciava invece un avvenimento profondo e decisivo. Simeone conosceva il libro della Consolazione d'Israele del profeta Isaia. E proprio al messaggio contenuto in questo libro egli pensava ogni volta che parlava della Consolazione d'Israele. Egli si era nutrito di questo libro, giorno dopo giorno, meditando lungamente i Poemi del Servo. S'era lasciato penetrare dallo Spirito che aveva ispirato il profeta. E lo Spirito aveva afferrato anche lui. Gli aveva rivelato di quale ordine di grandezza e di santità doveva essere il regno di Dio. «Lo Spirito Santo era su di lui» (Luca, 2, 25), scrive l'evangelista san Luca, facendo eco alla parola di Isaia (Isaia, 61, 1-2).

Simeone aspettava dunque il Messia Salvatore, ma non come un eroe nazionale e trionfante che avrebbe scosso il giogo dell'occupante romano e reso a Israele la sua indipendenza e il suo posto in mezzo alle nazioni. Non lo aspettava neppure come un fuoco vendicatore che avrebbe purificato tutto al suo passaggio con lo splendore della sua potenza e della sua santità. Lo aspettava nello spirito dei Poemi del Servo. Questo Messia sarebbe stato un uomo dello Spirito. Il suo avvento si sarebbe compiuto senza scalpore al di fuori. Egli avrebbe agito non con la spada né con il fuoco, ma con la parola. Avrebbe detto le parole che salvano e liberano. Il suo messaggio si sarebbe indirizzato a tutti, anche ai popoli lontani e pagani, e avrebbe apportato una salvezza universale. Ma egli sarebbe stato contestato, e avrebbe conosciuto un destino tragico: rigettato. schernito, ridotto al silenzio, sarebbe stato condannato alla solitudine, all'umiliazione, schiacciato con sofferenze e colpito a morte. E tuttavia la sua morte. più ancora che il suo insegnamento, sarebbe stata un cammino di luce e di pace per tutti. «Il castigo che ci rende la pace è su di lui e per merito delle sue piaghe noi siamo guariti...» (Isaia, 53, 5). Era questa, per Simeone, «la Consolazione di Israele».

Ruminando questi gravi pensieri e sospinto lui medesimo dallo Spirito di profezia, quel giorno il vegliardo si affrettava verso il Tempio. L'evento non doveva più tardare a compiersi. Ne era certo. Lo Spirito l'aveva assicurato che egli lo avrebbe visto prima di morire.

Che cosa aveva fatto per meritare una tale assicurazione? Aveva sperato, e continuava ,a sperare, malgrado le pesantezze dell'età, malgrado le debolezze e i danni della vita. Egli sperava con un cuore da povero, sempre più povero. La sua speranza era una fiamma che un vento di angoscia torce e piega, ma che si rialza sempre, tutta dritta.

Simeone arrivava al Tempio. Ed ecco che nello stesso momento vi entrava una giovane coppia. La donna portava un bambino tra le braccia. Era Maria, accompagnata da Giuseppe, che veniva a presentare il suo figlio al Signore e ad offrire in sacrificio due tortorelle, conforme alle prescrizioni della legge. Nessuno li aveva notati. Erano gente comune, senza apparato; proprio povera gente che niente distingueva. Il vecchio Simeone li guardò. Egli non li conosceva; ma subito una certezza lo invase. S'avvicinò alla madre, fissò con lo sguardo il piccolo e dolcemente, con una infinita precauzione, lo prese tra le sue braccia. Quindi si mise a pregare a voce alta, con un viso rapito:

«Ora, Signore, tu puoi, secondo la tua parola,
lasciare ,che il tuo servo se ne vada in pace,
perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
quella che tu hai preparato
di fronte a tutti i popoli,
luce per rischiarare le nazioni
e gloria del tuo popolo Israele»

(Luca, 2, 29-32)

E mentre Simeone pregava, tutto quello che egli aveva letto e meditato nel ,libro della Consolazione di Israele gli ritornava alla mente con una grande chiarezza:

 

«Ecco il mio Servo che io sostengo...
lo ho messo su di lui il mio Spirito
perché egli porti alle nazioni il diritto.
Egli non grida, non alza il tono,
non fa sentire la sua voce nelle strade.
Non rompe la canna piegata,
non spegne la fiamma vacillante»

(Isaia, 42. 1.3)

 

«lo, Jahvé..., lo ti ho designato come Alleanza
del popolo e luce delle nazioni...»

(Isaia, 42. 6)
«Farò di te la luce delle nazioni
perché la mia salvezza raggiunga
le estremità della terra»

(Isaia, 42. 6)

Il vegliardo ora taceva e, con il bambino tra le braccia, restava assorto in una contemplazione interiore. Il padre e la madre, annota san Luca, erano meravigliati di ciò che avevano udito. Maria sapeva che il suo figlio avrebbe regnato ,sulla famiglia di Giacobbe. Glielo aveva detto l'Angelo dell'Annunciazione. Ma in questo istante, godeva di apprendere che la missione del figlio si sarebbe estesa molto più lontano e che egli sarebbe stato la luce delle nazioni.

Tuttavia Simeone continuava a tacere. E, mirando il bambino, rivedeva anche l'immagine del Servo sofferente, così com'era descritta nel libro della Consolazione:

«Le folle erano spaventate a vederlo,
tanto il suo aspetto era sfigurato.
Egli non aveva più apparenza umana...»

(Isaia, 52, 14)

«Oggetto di di,sprezzo e rifiuto dell'umanità,
uomo dei dolori e conosciuto dalla sofferenza ,
come quelli davanti ai quali ci si vela il volto,
egli era disprezzato e screditato»

(Isaia, 53, 3)

«Orrendamente trattato, egli si umiliava,
non apriva la bocca,
come un agnello condotto al macello...»

(Isaia, 53, 7)

Il vecchio Simeone lo sapeva; questo canto di dolore era anche un canto di speranza, un canto di salvezza e di vittoria.

«Ecco che il mio Servo prospererà,
e si innalzerà,
salirà e non cesserà di crescere...

(Isaia, 52, 13)

Egli vedrà la luce e ne sarà colmato»
(Isaia, 53, 11)

Ma questo trionfo passava attraverso la notte e la morte. Rivolgendosi allora verso la madre, Simeone le sussurrò all'orecchio: «Ecco tuo figlio: egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele. Sarà un segno di contestazione. A te poi una spada trapasserà l'anima. Così saranno svelati i contrasti di molti cuori» (Luca, 2, 34-35).

Maria sentì stringer,si il cuore. Era venuta, tutta felice, a presentare il suo figlio al Signore e a offrirgli, in questa occasione, il sacrificio di due tortorelle. Ma le parole del vegliardo e lo Spirito che l'ispirava avevano ,subito acceso nel fondo ,della sua anima una luce tragica. No, essa non si sarebbe sdebitata con le sue due tortorelle bianche. Queste non erano che una pallida figura. La realtà era un'altra. «Tu non hai voluto né sacrifici né offerte, ma mi hai fatto un corpo. Non ti sono piaciuti olocausti e sacrifici offerti per il peccato. Allora ho detto: Eccomi, perché proprio di me è stato scritto nel rotolo del libro: io son venuto, o Dio, per fare la tua volontà» (Ebrei, 10, 5-7; cfr. Salmo 40, 7.9). Maria fissava il suo bimbo tra le braccia del vegliardo: la carne della sua carne sarebbe stata un giorno la vittima e suo figlio il Servo sfigurato che ci si accanirà a colpire, e che si sarebbe offerto lui stesso alla morte per la salvezza di tutti. Oh, perché questa violenza e questa lacerazione in lei, tutto a un tratto, tra la carne e lo spirito?

Il silenzio era grande. Maria non sentiva più che i battiti impazziti del suo cuore. Essa era entrata nella notte di Dio. Mai si era sentita così povera, e così lontana da Dio. E mai vi era stata così vicina.

 

Epilogo

La notte non è mai mancata ai credenti. Sinora, tuttavia, essa sembrava riservata a un élite: ai santi e ai mistici. La grande massa si lasciava portare dall'Istituzione. La Chiesa, forte della sua armatura gerarchica e della sua posizione sociologica dominante. si ergeva al di sopra dei popoli, con una autorità sovrana. Essa era la voce che insegna, il faro che illumina, la spada che taglia. Bastava ascoltarla e guardarla per sapere che pensare e che fare. Tutto era chiaro e sicuro. Ma ecco che oggi l'Istituzione stessa s'è oscurata. Sloggiata dalla sua posizione privilegiata nel mondo, la Chiesa si vede contestata al di dentro e al di fuori. E le. succede di esitare, di cercare la sua strada e di apparire con il volto del Servo. Molti, vedendola in questo stato, sono turbati e smarriti. Non trovano più in essa. il riparo che li proteggeva.

Oggi non vi sono più luoghi protetti. Sin dalla sua più giovane età l'uomo è gettato in un mondo dove tutte le opinioni, tutte le credenze e tutti i sistemi di valori si fiancheggiano apertamente. In questo mondo pluralista, la fede non può più essere semplicemente una lezione imparata. Esige una scelta di valori, un approfondimento nell'esistenza. Essa è dunque legata a un cammino umano. E nessuno può fare questa esperienza al nostro posto.

Oggi, come al tempo dell'Esilio, il credente è lasciato alle sole forze del suo cuore; è rinviato all'essenziale nudità dell'uomo. Egli non sa più in anticipo quali sono le vie di Dio.

In questo spogliamento, la fede diventa una avventura che si congiunge alla grande avventura umana. Essa non è più qualche cosa di aggiunto. Il credente cammina con gli altri uomini: nella medesima notte. Anche lui deve ascoltare le voci profonde del mondo e lasciarsi interpellare da esse. Ed è proprio al livello di questo cammino umano ,che egli è invitato a comprendere in un modo nuovo la Parola e a scoprire i segni.

Questa fede spogliata si apre ai quattro venti dello Spirito. Oggi, come ai tempi dell'Esilio, lo Spirito soffia. E soffia in tempesta, precisamente là dove tutti i muri sono crollati. E il suo soffio è un soffio d'universalità. Esso rinnova e raccoglie gli uomini che vengono dagli orizzonti più lontani. Un nuovo popolo di Dio è in procinto di nascere, al di là di tutte le linee di divisione tradizionali.

«Che vedi tu, Geremia?», aveva domandato Jahvé al suo profeta, alla vigilia del disastro che stava per piombare su Giuda. Il profeta aveva risposto: «lo vedo un ramo di mandorlo». E Jahvé a sua volta: «Hai visto bene, perché io veglio sulla mia parola per adempirla» (1 Geremia, 1, 11-12) . La stessa parola ebraica «shé - qed» designa il vigilante e il mandorlo. Per il profeta, l'immagine graziosa del mandorlo non aveva niente di rassicurante. Significava che Jahvé vegliava all'esecuzione delle sue minacce; essa annunciava che la disgrazia stava per accadere. Ma alcuni anni più tardi, quando il paese non offriva più che uno spettacolo di desolazione, Jahvé disse a Geremia: «Come ho vegliato sopra di loro per strappare, abbattere e distruggere, per rovinare e nuocere, così veglierò sopra di essi per edificare e piantare» (2 Geremia, 31, 28). Il profeta si è ricordato allora del ramo di mandorlo?

Il mandorlo è l'albero precoce che non aspetta la fine dell'inverno per annunciare la primavera: ha fretta di fiorire. Sui suoi rami nudi, ancora assiderati, la vita nuova esplode. I piccoli fiori bianchi spuntano e sfavillano fin sul più alto ramo. Nel paesaggio desolato, il mandorlo in fiore è un superamento luminoso. E il ramo fiorito brilla come un'alba nel mezzo della notte.

Al di là della tormenta e della devastazione, la Parola sulla quale Dio non cessa di vegliare è sempre la Promessa. L'inverno continua sui nostri solchi. Ma già in qualche posto, allo sguardo della Chiesa, un ramo di mandorlo è fiorito.

 

 

 

 

footprints of Jesus

Viale Cesare Battisti 52
20900 Monza
Mb
3200652863 duruelo63@gmail.com
Powered by Webnode