Franco Giulio Brambilla - Chi è Gesù? alla ricerca del volto

Introduzione

 

IL VOLTO, LO SGUARDO E LE IMMAGINI DI GESÙ

Quando Enzo Bianchi mi ha chiesto di tenere qui a Bose, luogo dove la Parola e la preghiera liturgica stanno al centro della vita comune, un corso biblico dal titolo: "Chi è Gesù?", mi sono sentito a un tempo disarmato e intrigato. Dopo una vita intera dedicata allo studio del mistero del Signore Gesù nella coscienza di fede della chiesa, mi sembrava che la domanda, nella sua provocante semplicità, mi volesse portare alle sorgenti, all'inizio del mio interesse a cercare il volto di Colui che è il cuore dell'esistenza cristiana. Un interesse non mio, per la verità, ma che la chiesa mi aveva consegnato il giorno dell'ordinazione al presbiterato come forma del ministero. Poi la vita mi ha portato anche su altre strade a prendermi a cuore la visione cristiana dell'uomo (l'antropologia teologica), cioè a mostrare come il volto di Cristo s'irradi nella vita dei credenti. E, ancora, il servizio ecclesiale mi ha spinto a interessarmi della pastorale, in particolare della parrocchia, come cellula originaria dove la chiesa si dedica all'affascinante avventura di trasmettere la fede in un tempo e in un luogo. Ma il primo amore, come è noto, rimane, e il libro più importante che ho scritto è sul Crocifisso risorto: non potevo che partire da lì per entrare nel cuore del suo mistero, non staccandomi neppure di un millimetro dall'indicazione affidabile della confessione di fede pasquale. Il primo interesse, dunque, non sta solo all'inizio, non può mai essere dato per presupposto una volta per tutte, ma è come il motore originario, il cuore ardente di ogni ulteriore passo che si fa nella vita.

Così ho inteso l'invito rivoltomi come una chiamata che cercherò di onorare. Comincerò facendo scorrere davanti ai vostri occhi coloro che mi sono stati maestri. Voi sapete che per un teologo è molto importante la ricerca umile e nascosta, il tempo passato a raccogliere - quasi reliquia preziosa - i frammenti della storia della fede, bagliori che illuminano le piccole ma inesauribili pagine del vangelo. O, forse meglio, a raccogliere le testimonianze che sono quasi l'eco che ingrandisce la parola suadente di Gesù e il suo gesto prezioso, che non smettono di affascinare ogni generazione. Ma i libri sono maestri difficili, talvolta sembrano inesorabilmente chiusi e polverosi, se non v'è qualcuno che riesce ad accenderti la passione per leggervi la storia delle persone e della speranza che essi contengono. Perciò sono qui a testimoniare che io ho avuto due gruppi di maestri che mi hanno aiutato ad aprire ogni pagina, anche quelle ardue e aride, cercandovi sempre chi vi parla, la sua storia, le sue domande, le sue inquietudini, i suoi slanci e le sue cadute, e ciò di cui si parla, l'insonne ricerca del cuore di ognuno, dei bambini, dei giovani, dei papà e delle mamme, del professionista e del povero, del sofferente e dell'anziano che si chiedono: che cosa dobbiamo sperare? Due gruppi di maestri, dicevo, compagni di viaggio, che mi hanno aiutato a sudare sulle pagine difficili e a gioire su quelle che accendevano il cuore e illuminavano la mente. Al primo gruppo appartengono alcuni teologi, di cui voglio ricordare qui un maestro e amico, don Giovanni Moioli e don Luigi Serenthà: l'uno che, nel severo cammino di ricerca della verità del Signore Gesù, mi ha insegnato a cercare sempre quell'altro e quell'oltre che non stava già nella tua mano e sul tuo testo; l'altro che mi ha trasmesso la coscienza che la verità cristiana è affascinante e persuasiva, capace di attrarre il cuore di ogni uomo. E che bisogna credere di più alla sua capacità di attrarre che alla tua di comunicare, anche se don Serenthà è stato un affascinante parlatore del mistero di Dio. E il secondo gruppo - chi lo direbbe? - sono i bambini portatori d'handicap e le loro famiglie, che ho conosciuto all'interno de La Nostra Famiglia, un' associazione dedicata alla cura dell'handicap dei minori. Essi mi hanno insegnato che ogni parola, anche quella che legge il vangelo, va detta e scritta sullo spazio bianco dell' ascolto e della cura dell'uomo, del piccolo soprattutto, delle sue piaghe e delle sue ferite, talvolta uno spazio senza parole, senza segni, di fronte al quale la tua ricca biblioteca tace come se contenesse parole mute... Che, tuttavia, si popola di voci solo quando la interroghi con la mano tesa del bimbo che cerca da te prossimità, con lo sguardo di una famiglia che s'attende ascolto e che sa che non puoi dirgli e dargli di più, ma che riconosce il balsamo dell' amicizia fraterna e del tempo speso con loro. Perché la presenza e la prossimità sono come l'atmosfera in cui cominciano a ossigenarsi le nostre domande e a risplendere i nostri volti. Con questi amici non mi sono sentito solo nel rispondere alla domanda: "Chi è Gesù?". Perché è una domanda a cui non si può rispondere da soli.

I. Il tema: alla ricerca del Volto

Con questi amici ho trovato il tema. La domanda: "Chi è Gesù?" è scritta come a mano su un foglio bianco e attende un segno indicatore. È la domanda di Enzo, è la tua domanda, quella con cui sei venuto qui, attorcigliata nel groviglio di altri interrogativi. Lasciala lì in cima al foglio, scritta di tuo pugno... E ora facciamo trasparire il tema o, meglio, il metodo con cui rispondere alla domanda. La parola "metodo" (1) sembra astratta, ma ha un significato concreto: indica il "percorso" con cui cercare un tema, la "via" che conduce al traguardo, a un orizzonte più avanzato, che ti fa fare un passo in avanti. Perché in questi giorni vorrei aiutare anche te a tentare un piccolo passo. Il nostro metodo è detto semplicemente nelle parole del titolo: "Alla ricerca del Volto". Questa sarà la nostra scoperta; il cammino, il metodo, la via da percorrere è anche il nostro tema. Come cerchiamo il Signore è decisivo per trovare il Signore che cerchiamo. La ricerca di Gesù - questo è l'itinerario che io stesso ho scoperto - non è un interesse che impongo al vangelo dall' esterno per accostarmi al mistero di Cristo, ma è la "forma del vangelo". È il vangelo stesso che è scritto come un "racconto per cercare", non come un testo dove è "già tutto dato". Pensate la sorpresa! Nel testo che custodisce come teca preziosa la rivelazione piena e solare del mistero di Dio e del volto dell'uomo, la ricerca non è nascosta, azzerata, ma è la forma stessa del racconto, è il movimento con cui si può entrare sempre da capo nel suo inesauribile mistero. Come è inesauribile il segreto della tua coscienza, il cuore del fratello, l'amore della persona amata, la sofferenza del bimbo, la gioia tenera di due fidanzati, la maturità di due sposi e genitori, il sereno tramonto dell' anziano, così, e ancor di più, non si può sequestrare una volta per tutte il segreto di quell'Unico singolare che ci conduce nel cuore di Dio. Il vangelo non è un prontuario della fede, ma è la mappa perché avvenga da capo il bruciante incontro tra il tuo desiderio e il mistero di Dio! "La ricerca di Gesù come forma del vangelo"; questo è il nostro tema.

Ho preferito però dare come titolo al cammino una forma per così dire più poetica: "Alla ricerca del Volto". Alla ricerca del volto di Gesù. Il volto è a un tempo !'identità di una persona e il varco aperto sul suo segreto. Nel volto, la persona ti guarda e chiede di essere riconosciuta. Il volto è il luogo dove la persona comunica quando vuole aprirsi e rendersi accessibile, il volto è il cristallo trasparente dove brilla l'interiorità della vita o diventa uno schermo quando la persona vuole nascondersi e sottrarsi a uno sguardo invadente e indagatore. "Ricerca" e "volto" vanno insieme: un volto va cercato, un volto non può essere posseduto, o meglio può essere posseduto solo nella forma dell' affidamento. È consegnandomi ai suoi segni, alle sue indicazioni, alla sua mimica, che entro nel mistero dell' altro. È solo perché lo lascio essere, che l'altro mi viene incontro, e l'altro ha bisogno che il suo volto sia ri-conosciuto (sempre da capo) da uno che lo lascia essere, che entra in un legame di fiducia, che apre lo spazio di una relazione di fede e di fedeltà. Attenzione: questa non è una realtà che ha scoperto l'antropologia. È una realtà che è iscritta nella nostra carne: il bimbo si scopre nello specchio del volto della madre, mentre la prima volta che si riflette nello specchio di casa si spaventa, teme di vedersi per così dire raddoppiato. Il proprio volto, la propria identità scaturisce dallo sguardo di un altro, della madre che ti offre lo sguardo così come ti dona la sua vita. Non ci è mai concesso di vedere - neppure da grandi - il nostro volto: lo vediamo solo riflesso nello specchio, possiamo vederlo soltanto lasciandoci guardare, possiamo identificarlo solo lasciandoci riconoscere. E lasciandoci chiamare... Il volto è insieme il luogo del legame con l'altro e della propria identità. Già solo da questo breve accenno si vede che "volto", "ricerca" e "fede" vanno insieme. Ma, diciamolo subito sin dall'inizio, il volto sfocia in un appello, lo sguardo invita a un legame, la fede richiede fedeltà. Per questo il tema della "ricerca del volto di Gesù" implica anche che si sia disposti a mettere in gioco i nostri legami (con gli altri, con se stessi e con il proprio destino) e a mettere in moto la nostra identità. Dentro una storia e un racconto. Questo basti per la mozione degli affetti!

Partiamo da un dato sconcertante e sorprendente. Nella storia della coscienza di fede della chiesa è facile notare un contrasto paradossale: da una parte, i quattro vangeli e tutta la testimonianza del NT non hanno indugiato sulla nostra naturale curiosità di conoscere i tratti del volto di Gesù; dall' altro, la storia della fede è costellata - nell'iconografia e nell' arte musiva, nella pittura e nella scultura, ma anche nella liturgia e nella teologia, nelle immagini della letteratura, filosofia e filmografia - da una galleria impressionante di volti e figure del Cristo. Potremmo dire che alla prudenza, starei per dire alla reticenza, del NT nel disegnare i tratti somatici e fisionomici di Cristo, corrisponde l'affanno e, a tratti, la concitazione con cui la vicenda storica ha riflesso come in un'infinita galleria di specchi la luce abbagliante e inaccessibile dell'Unico che è l"'Immagine" del Dio invisibile. Sarebbe bello fare una visita ideale alla storia delle immagini e delle figure di Gesù, forse la visita più affascinante che possiamo pensare per conoscere la storia degli uomini e dei loro desideri, ma anche la nostalgia di Dio, o di qualcosa che si avvicini a lui. Questo paradosso però contiene già le traiettorie della nostra ricerca.

2. Il triplice sguardo di Gesù

Il paradosso ricordato non comporta che il NT sia silente sul volto di Gesù. C'è un aspetto del volto che il racconto evangelico predilige ed è il suo sguardo, lo sguardo di Gesù. Potremmo dire che se il NT non ci dice nulla sul colore dei suoi occhi, sulla forma dei suoi capelli, sulla configurazione del volto, sull'inflessione della voce, sulla mimica del suo viso, come avrebbe fatto ogni buon biografo e narratore appena all' altezza del suo compito, è stato invece sorprendentemente fulminante nel descrivere lo sguardo di Gesù. Lo sguardo è forse la parte più interiore del volto di Gesù, ma si potrebbe dire che è anche l'aspetto più estroverso della sua persona, il più mobile, il tratto che muta continuamente, che indica a un tempo il segreto degli affetti, dei pensieri e dei desideri e l'invito suadente, l'approccio tenerissimo o la presa di distanza tagliente nei confronti dell'interlocutore. Lo sguardo s'accompagna alla voce e anche la voce di Gesù si coniuga con la tonalità variegatissima delle parole pronunciate da lui. Gli evangeli non hanno un' attenzione per così dire psicologica alla differenza di tonalità e di parola, ma ognuno sa che non può proclamare le parole di Gesù con lo stesso tono: alcune sono solenni, altre persuasive; alcune sono durissime, altre suadenti; qualche volta egli usa il linguaggio tagliente dei profeti e dei riformatori, qualche altra la lingua trasognata dei poeti e dei mistici. La parola di Gesù fa corpo con la sua voce, è proprio il caso di dirlo: è la sua parola che si fa carne nella voce dalle infinite sfumature. Come per il suo sguardo. Lasciamoci guardare dallo sguardo di Gesù. La nostra ricerca del Volto parte da questo sguardo, si colloca dentro l'irradiazione della sua luce. Cos1 mi piace iniziare il nostro cammino. Cos1 desidero anche per voi. E per far questo vi offro brevemente tre immagini: lo sguardo di Gesù che chiama e perdona, lo sguardo di Gesù sul mondo, lo sguardo di Gesù sul Padre.

Lo sguardo di Gesù che chiama e perdona è quello che più s'è impresso nell'esistenza delle persone. Come non ricordare lo sguardo fisso che ama il giovane ricco: "Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: 'Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi'" (Mc 10,21). Credo che molti credenti, da Antonio abate in avanti, non avrebbero seguito !'invito pressante di Gesù se non fossero stati accompagnati, in ogni stagione della vita e in ogni epoca della storia, dal suo sguardo penetrante e struggente. Eppure nessuno fa mai notare il paradosso di questo testo: lo sguardo di Gesù che è andato incontro all'insuccesso, è stato il paradigma di un'ininterrotta storia di chiamate, con cui molti hanno voluto quasi sostituirsi nel posto raggiunto da quello sguardo senza risposta. Molti credenti hanno seguitato a leggere il brano sentendo che l'invito era rivolto a loro. Pochi versetti dopo leggiamo: "Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: 'Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!'''. Per sentire l'evangelista concludere: "Ma Gesù, guardandoli, disse: 'Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio'" (Mc 10,23.27). La chiamata può essere ascoltata solo dentro uno sguardo, o meglio nasce da un lasciarsi guardare e amare. E come non sentire lo sguardo di Gesù che perdona, quando incontra Pietro nel cortile del sommo sacerdote: "Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: 'Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte'" (Lc 22,61). Il Signore va diritto per la sua strada verso la croce, ma prima si volta verso Pietro, perché si ricordi che nessuno, anche quando la paura o il compromesso ci fa nascondere prima a noi stessi che a Lui, resta escluso dallo sguardo di Gesù. Solo così si può avere il coraggio di passare a vita nuova.

Lo sguardo di Gesù sul mondo è ancora più sconvolgente. Dopo anni in cui liquidavo il testo di Matteo sui gigli del campo e sugli uccelli del cielo (Mt 6,25-34// Lc 12,22-32) come un brano di troppo facile poesia, a un certo punto mi ha colpito la profondità di questo brano evangelico. Mi è brillato davanti agli occhi lo sguardo di Gesù che m'invitava a uno sguardo nuovo sul mondo: "Guardate gli uccelli del cielo ... Osservate come crescono i gigli del campo..." (Mt 6,26.28). Gesù guarda la realtà e spinge a osservarla con i suoi stessi occhi. Egli riprende lo sguardo di Dio di Genesi ("E Dio vide che ogni cosa era buona") e ci incalza a guardare/osservare. Ora il suo invito è rivolto agli ascoltatori (discepoli/folla): essi possono "vedere" la creazione mediante il "suo" sguardo. 10 sguardo di Gesù rivela il mondo non come gettato-là, ma come donato. L'incanto di queste parole affascinanti di Gesù chiede di accendere uno sguardo nuovo e insieme antico sul mondo, ricuperando la meraviglia originaria (il thaumazein degli antichi). 10 sguardo di Gesù ci fa procedere oltre: "eppure il Padre vostro celeste li nutre!" (v. 26), "eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro!" (v. 29). Il mondo rivela una cura amorevole e lo splendore di una gloria che fa porre la domanda sulle sue origini. È solo ripartendo dallo stupore e dall'esclamazione, dal debito impensato da cui sorge il nostro essere-nel-mondo, che è possibile far sorgere l'interrogativo: perché c'è qualcosa? Anzi Gesù precisa questa domanda: essa non riguarda la questione del "perché c'è qualcosa piuttosto che il nulla?" (Leibniz-Heidegger). Questa è una formula che ha inaridito lo stupore iniziale, anche se resta la domanda delle domande! Gesù ci dice che bisogna portare alla parola lo splendore che "veste" il mondo e la cura amorevole del Padre vostro che lo "nutre". Non è un caso che i due verbi usati siano quelli della "nutrizione" e del "vestire", in cui occorre riconoscere "di più" del cibo e del vestito materiale. Gesù invita a scoprirvi la cura e lo splendore del "Padre" nostro ("eppure il Padre vostro!"), che egli ci comunica in modo definitivo ("eppure io vi dico!"). Il suo appello al Padre nostro che nutre gli uccelli del cielo, e ancor più il suo "ma io vi dico", che "Dio veste così i gigli e l'erba del campo" con uno splendore e una sapienza maggiore di quella di Salomone, accendono anche uno sguardo nuovo sul mondo come" creazione". Se lo "sguardo" di Gesù ci fa risalire allo splendore della cura del Padre per il mondo, ancora di più alla fine del brano matte ano la parola di Gesù rappresenta il vertice della sua "visione": "Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,32-33). La maniera in cui i pagani si occupano del mondo così, sottoponendolo ad essere la riserva di uno sfruttamento indiscriminato che assoggetta l'uomo al suo lavoro, è contrapposta da Gesù alla cura preveniente di Dio: "il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno". Tuttavia questo atteggiamento non rende l'uomo passivo, quasi un fannullone in attesa di un intervento provvidenzialista. Il fatto che Dio "sa che ne avete bisogno" libera il cuore e la mano dell'uomo per la "ricerca del Regno e della sua giustizia", nella cui luce il mondo ("tutte queste cose") ci viene dato in aggiunta, vale a dire donato in sovrabbondanza. Occorre "cercare il Regno e la sua giustizia", cioè bisogna affidarsi al senso del mondo che è quello di condurci a scoprirne il Donatore, e ad abitare la relazione con lui. Anche lo sguardo di Gesù sulla realtà ci dice l'importanza della nostra ricerca del volto di Gesù. Vedremo che il brano parallelo di Luca (Lc 12,22-32) sarà al centro del nostro cammino.

Infine, lo sguardo di Gesù sul Padre. Non abbiamo comprensibilmente molti squarci su questo aspetto, ma sono tutti decisivi. Mi piace immaginare Gesù che, alzando gli occhi al cielo (Matteo ha un incipit generico; Luca: "In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito santo"), proclami il suo inno di giubilo: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sl, o Padre, perché cosl è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt II,25-27). La piena rivelazione del mistero del Figlio e del Padre è cresciuta lungamente dentro lo sguardo della preghiera, che gli evangelisti ricordano moltissime volte. Giovanni lo afferma esplicitamente con la sua espressione caratteristica: "Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: 'Padre, è giunta l'ora, glorifica il tuo Figlio'" (Gv 17,1, ma anche II,4 I). 10 sguardo sul mistero del Padre è la sorgente segreta a cui si alimenta lo sguardo di Gesù che chiama e perdona, lo sguardo di Gesù sulle cose, sui gesti e sul cuore degli uomini (d. l'episodio dell'obolo della vedova: "vide alcuni ricchi ... vide anche una vedova povera: Lc 21,1-4).

3. L'unico volto e le molte immagini

Lo sguardo di Gesù è dunque il primo luogo di accesso al suo volto. Eppure dicevamo del paradosso tra la mancanza di un volto certo di Gesù e il proliferare dei molti volti lungo la storia della fede e della cultura. Bisogna che sostiamo un po' su questo paradosso. Le immagini con cui si è rappresentato il Cristo sono praticamente incalcolabili: la sua effigie ha preso il volto dell'umano ideale di ogni tempo. La proiezione su Gesù di esperienze, idee e persino di filosofie, tipiche di un'epoca, colpisce in modo sorprendente. Basti ricordare, da un lato, il Cristo glorioso degli orientali, rivestito con gli abiti dell'imperatore e, dall' altro, il Cristo scarnificato e trucidato delle acqueforti di Rouault, con il volto sfigurato. Si pensi all'intensità del Cristo di Giotto, alla trasparenza di quello del Beato Angelico, alla vivacità di quello di Masaccio, all'impassibile bellezza dei cristi di Raffaello (niente meno dell'immagine di un signore del Rinascimento), al Cristo morente nella serena Pietà romana di Michelangelo o al sublime non finito della Pietà Rondanini. O, infine, alla potenza espressiva del Cristo giudice, ancora con le piaghe del Crocifisso, della cappella Sistina. E poi si scorra la letteratura: Dante, Petrarca, su su fino a Dostoevskij, Pasternak, per giungere ai nostri Caproni, Pomilio, Luzi, eccetera. Mille immagini, infinite figure, in cui si esprimono insieme la proiezione del desiderio umano e la ricerca del volto autentico di Cristo. Le stesse teologie sottendono immagini diverse di Cristo. È un'esperienza affascinante anche solo una scorsa ai ritratti più importanti di questa galleria storica: Ireneo, Origene, Agostino, Leone, Tommaso, Francesco; e poi ancora Cusano, Erasmo, Lutero, Pascal, Barth, Bonhoeffer, Guardini, Rahner, von Balthasar. Bisognerebbe anche ricordare il contrasto tra il fascino che Cristo ha prodotto negli ultimi secoli e il risultato ottenuto, spesso cosl arbitrario e sognante. Tutti i nomi più noti del pensiero fanno passerella: Spinoza, Rousseau, Lessing, Kant, Hegel, Schleiermacher, Feuerbach, Marx, Kierkegaard, Proudhon, Strauss, Renan, Nietzsche. E poi, nel Novecento, gli accostamenti tormentati e i silenzi espressivi di Heidegger, Bergson, Blondel, Sartre, ]aspers, Weil, Marcel, Bloch e la lunga teoria dei marxisti incontro a Cristo (2).

Questo ci può sconcertare: l'assenza del volto di Cristo ha portato la storia quasi a farlo scomporre in una miriade di figure. Appare chiaramente che la figura di Cristo si dà nel prisma delle attese umane. È evidente che esperienza, tradizione, arte e pensiero rappresentano come un enorme gioco di proiezione sul Cristo dei desideri, delle attese e dei progetti di ogni uomo, gruppo o epoca storica. La proiezione non è subito un fatto sconveniente, perché non si può esprimere l'oggetto dell'esperienza e conoscenza che a partire dal proprio mondo di immagini, valori e idee. L'esperienza cristiana, con tutto il suo complesso di devozione, arte, pensiero, ha mantenuto vivo il ricordo promettente di e su Gesù. Il nostro stesso linguaggio e l'immaginario attuale sarebbero impensabili se non li si colloca nel grande fiume di questa tradizione. Si scopre qui un aspetto inevitabile del nostro rapporto con Cristo: ogni generazione si appropria in forme sempre nuove del ricordo di Cristo, come qualcosa di vitale, di irrinunciabile, di decisivo per la propria vicenda e per la storia degli uomini. E perciò lo esprime in immagini!

4. Il volto autentico e il vangelo quadriforme

Il gioco incrociato delle proiezioni sembra porci una domanda pressante: "Qual è l'immagine autentica di Gesù?". Occorre dire con chiarezza che è un'illusione pensare di poter saltare tutta la tradizione per andare a distillare, come in provetta, il Gesù autentico. La questione dell'immagine autentica di Gesù è delicata: qui voglio solo evitare l'ingenuità di chi pensa che prendendo in mano il vangelo si possa sfilare quasi in filigrana una sorta di quintessenza del Cristo" autentico". Tutta la ricerca sul Gesù storico, giustamente necessaria per dire che questi quattro libretti ci parlano di una storia e non di un'idea o di un simbolo, ci mostra anche la sua radicale insufficienza3. La verità di Gesù (il suo volto!) non ci è accessibile - come vedremo anche nel vangelo di Luca - se non attraverso il prisma della risposta credente, di quei credenti della prima ora, Marco, Matteo, Luca, Giovanni, e poi di quelli che sono seguiti, tra cui svetta Paolo. Il documento incontestabile di questo fatto è che Gesù di N azaret ci è dato in un vangelo quadri/orme. Quello che viene ritenuto uno svantaggio per le differenze e talvolta le incoerenze che vi sono tra i testi, mi sembra che sia anzitutto un "caso singolare" della letteratura mondiale: dell'unica storia, della stessa vicenda si danno ben quattro attestazioni, convergenti sui tratti essenziali. Ormai oltre duecento anni di critica storica hanno certificato la solidità di questa conclusione, non - come si dice - nonostante le differenze dei testi, ma proprio attraverso di esse.

Tutto ciò però ci lascia ancora con la nostra domanda sul volto "autentico" di Gesù. Trovo, allora, quasi un segno nel fatto che nessun vangelo ce ne descriva l'aspetto esteriore perché nessuno, né oggi né domani, possa afferrarlo come sua proprietà. Allora preferisco farmi accompagnare dagli amici di Gesù. Dietro questa decisione c'è una scelta teorica che spiego brevemente. Essi non hanno avuto paura di raccontare, ciascuno "secondo" il suo racconto (di Marco, di Matteo, di Luca e di Giovanni), l'unico volto del Signore. Dopo la prima stesura (che di solito si fa risalire a Marco), gli altri avrebbero potuto solo proporre delle aggiunte, dei materiali nuovi, dei racconti inediti. Nulla di tutto ciò. E anche in presenza di un racconto già concluso (Matteo e Luca conoscevano almeno una stesura del vangelo di Marco), essi hanno incominciato da capo un racconto completo, con la coscienza che ciascuno dovesse narrare di nuovo l'unico volto di Gesù (cf. Lc 1,3: "così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza £in dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teo£i1o"). Perché tutto questo? Qual è la sapienza teologale che vi si nasconde? La risposta più semplice è già stata anticipata sopra. L'identità di un volto si dà dentro molti legami. L'identità di Gesù avviene nella risposta credente dei suoi discepoli. Come Gesù non ha lasciato nulla di scritto se non i labili segni sulla sabbia davanti alla donna peccatrice, perché ciò che egli ha detto è stato scritto dalla penna di coloro che lo hanno conosciuto e lo hanno seguito, così non ha lasciato tracce del suo volto, né di quello esteriore, né di quello interiore (anche quello della Sindone ne è un... negativo), se non attraverso la quadruplice attestazione degli evangelisti. Se, come abbiamo detto, c'è una stretta connessione tra "volto", "ricerca" e "fede", questa non è solo la "realtà" che cerchiamo, ma anche il "modo" in cui la raggiungiamo. °, meglio, in cui anche oggi possiamo affidarci a Lui. Trovo sorprendente - forse la forma di credibilità più alta - che questo "cammino" (questo "metodo") sia anche il principio generatore del vangelo: la ricerca di Gesù non è solo un tema del vangelo, ma ne è anche il suo motore segreto. Come il vangelo è nato, così è stato scritto e così va anche letto, perché ogni lettore futuro possa viverlo come la ricerca del volto di Gesù!

[1] Il termine greco méthodos deriva da meta (attraverso) e hod6s (via): "via attraverso cui giungere a un fine"; Devoto-Oli: méthodos = ricerca, indagine.

[2] Cf. X. Tilliette, Filosofi davanti a Cristo [1989], Queriniana, Brescia 19912

[3] Anche l'ultimo decennio registra imponenti ricerche in questa direzione: G. Theissen - A. Merz, Der historische Jesus. Ein Lehrbuch, Vandenhoeck & Ruprecht, G6ttingen 1996 (tr. it.: Il Gesù storico. Un manuale, Queriniana, Brescia 1999); J. P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Queriniana, Brescia 2001, 2002, 2003 (BTC Il7, 120, 125); G. Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea. Un'indagine storica, EDB, Bologna 2002

 

 

La mappa della ricerca

LA RICERCA DI GESÙ

COME FORMA DEL VANGELO DI LUCA

La ricerca di Gesù come forma del vangelo: ecco, dunque, il nostro tema e il nostro cammino. Scelgo il vangelo di Luca perché mi è molto caro ed è quello che ci può condurre meglio al nostro scopo: la ricerca del volto di Gesù. La ricerca nei vangeli è principio generatore del racconto non solo perché ne determina la struttura, ma perché presiede al movimento dinamico della narrazione. Senza volermi sporgere in affermazioni impegnative a proposito del vangelo di Luca, dirò che certamente il tema della ricerca rappresenta una linea dinamica decisiva nella strutturazione della trama e del tessuto del racconto lucano. Seguirò questo filo rosso per camminare insieme a voi questa settimana.

Il tema della ricerca di Gesù si staglia nel vangelo sullo sfondo del tema della ricerca di Dio (quaerere Deum)1. I verbi utilizzati nella Bibbia ebraica sono biqqesh (LXX: zetéo) che significa cercare, domandare, chiedere, investigare, eccetera, e darash (LXX: sy(n)-zetéo) che significa cercare, domandare, investigare, mendicare, consultare. In linea con il nostro tema, nei salmi l'espressione "cercare il volto del Signore" (o di Dio: Sal 24,6b; 27,8a.8b; I05,4b) si riferisce, secondo alcuni, all'ambito profano del linguaggio di corte, dove cercare il volto del re indicava la ricerca di un'udienza per ottenere il suo favore (IRe 10,24; 2Cr 9,23; Pr 29,26). L'espressione più diffusa è "cercare Dio", la più frequente nel Salterio: con il verbo darash in Sal 9, 11; 14,2; 22,27; 24,6a; 34,5.Il; 53,3; 69,33; 77,3; 78,34a; I05,4a; Il9,2.IO, e con biqqesh in Sal 40,17; 69,7; 70,5; 105,3. La ricerca di Dio nei salmi sarebbe un bel tema da investigare personalmente in questi giorni 2. La radice b q sh significa"cercare ciò che si è perduto" (per avere) (A T: 45X), invece il significato di darash significa "cercare in senso conoscitivo" (per sapere) (AT: 160x). La radice ha prevalentemente caratteristiche teologiche e cultuali: 1'espressione si dipana in due direzioni, nella ricerca di Dio e della sua Parola, o nella ricerca dell' altro (nella storia di Giuseppe, in Genesi 37-50, e nella ricerca dell' Amato, nel Cantico 3,1-5 e 5,2-6,3). In conclusione possiamo dire che la ricerca di Gesù nel NT si staglia sullo sfondo del cercare Dio. La ricerca di Dio, soprattutto nei salmi, è il luogo per scoprirne le armoniche fondamentali. In tal modo anche nel tema della ricerca di Gesù vengono alla parola le tensioni fondamentali della ricerca di Dio.

Nel NT la "ricerca" è un tema diffuso, con le seguenti occorrenze:

- "cercare" (zetéo): Mc IO, Mt 14, Lc 25, Gv 34, At IO, resto NT 24 (totale: I Il);

- "cercare con cura" (ana-zetéo): Lc 2, At I (totale: 3);

- "chiedere conto" (ek-zetéo): Lc 2, At I, resto NT 4 (totale: 7);

- "desiderare/bramare/esigere" (epi-zetéo): Mt 3, Lc 2, At 3, resto NT 5 (totale: 13);

- "cercare insieme, discutere" (sy(n)-zetéo): Mc 6, Lc 2, At 2 (totale: 10).

Si può notare come il tema sia distribuito nelle fasi della vicenda di Gesù secondo questo quadro:

- nella storia delle origini di Gesù (Mt 2,13.20; Lc 2,44-45.48-49);

- nella vita pubblica (Mc 1,27.37; 8,Il; 9,10.14-16; II,18; 12,12.28; Mt 12,46-47; 16,4; 21,46; Lc 4,42; 6,19; 11,16.29; 19,3; Gv 1,39; 5,18; 6,24.26; 7,19.20.25.30. 34.36; 8,21.37-40; 10,39; 11,8.56; 13,33; 16,19);

- nel racconto della passione (Mc 14,1.11.55; Mt 26,16.59; Lc 22,2.6.23; Gv 18,4.7.8; 19,12);

- nel racconto della Pasqua (Mc 16,6; Mt 28,5-6; Le 24,5-15; Gv 20,15).

Introduciamo ora il tema della ricerca di Gesù nel vangelo di Luca. È utile, sempre in fase statistica, notare la distribuzione del tema sulla bocca di Gesù, su quella del narratore e su quella di altri soggetti. Osserviamo in Luca il congiungersi di due linee di tendenza che sono rispettivamente prevalenti in Matteo e in Marco: per un verso, Luca accentua la linea prevalente di Matteo, che presenta Gesù come maestro della vera ricerca; per 1'altro verso, riprende la linea di Marco che ci presenta i suoi personaggi in ricerca. Abbiamo così una felice sintesi delle due linee degli altri sinottici: Luca si pone come discepolo (narratore) della ricerca di Colui che è il maestro stesso della ricerca (l'originario narratore).

1) Sulla bocca di GESÙ (17X):

- l'equivalente dell'intera presenza del verbo in ciascun altro sinottico;

- tutte le occorrenze sono presenti solo nella sezione del viaggio a Gerusalemme;

- caratterizzate fortemente nel senso di una grande istruzione;

- tranne 2,49, che ne è così l'anticipazione: 1,9.10.24.29.50(ek-).51(ek-); 12,29.30(epi-).31.48; 13,6. 7.24; 15,8; Il,33; 19,10.

2) Sulla bocca del NARRATORE (14X): 2,42 (epi-)-44-45(ana-); 5,18; 6,19; 9,9; II,16; 19,3-47; 20,19; 22,2.6.23(syn-); 24, 15(syn-).

3) Sulla bocca di ALTRI soggetti (2X): la madre di Gesù (2,48) e i due angeli (24,5).

Ora, se andiamo a collocare i brani ritrovati dentro la dinamica narrativa del testo e guardiamo la scheda allegata, ci troviamo come dinanzi a uno schema concentrico dove le sezioni si rispecchiano a due a due:

- nelle sezioni più esterne (A - A') sta la ricerca di Gesù da parte de "i suoi" (i genitori e le donne);

- nella seconda e penultima sezione (B - B') abbiamo la ricerca da parte di un gruppo (la folla e le autorità), due sezioni chiuse rispettivamente dalla ricerca di un capo: Erode e Zaccheo (con due esiti opposti);

- nella sezione centrale (C) si svolge il viaggio verso Gerusalemme, dove Gesù si fa a sua volta maestro di ricerca, prima attraverso i segni (con il tema "cercate e troverete"), e poi con una ricerca della propria vita (con il tema "chi cerca la propria vita la perderà");

- nel cuore della sezione centrale (X) abbiamo il brano che parla dell' assolutezza della ricerca del regno di Dio. Il Gesù di Luca ci fa cercare Dio, il Padre suo misericordioso.

Ora faremo passare queste tre sezioni attorno al tema della ricerca del Regno, per mostrare la dinamica narrativa che attraversa il testo e la scelta dei brani che faranno da canovaccio al nostro percorso.

1. L'inizio e la fine

Nelle sezioni più esterne (A - A') abbiamo due brani di ricerca di Gesù da parte de "i suoi", al tempio (2,39-52) e al sepolcro (24,1-12). Sono anche gli unici due brani in cui i verbi della ricerca non sono sulla bocca del narratore o di Gesù (la madre e i due uomini/angeli). I personaggi di questi due brani li potremmo definire "i suoi" (i genitori e le donne): qui abbiamo una bella inclusione e un parallelismo tra la ricerca dei genitori, che vedono scomparire Gesù e lo ritrovano dopo tre giorni durante la Pasqua, e la ricerca delle donne che il terzo giorno vanno al sepolcro a cercare Gesù. Sono due episodi configurati secondo lo schema di rivelazione divina e reazione umana, e al centro si rivela l'identità di colui che si cerca: !'identità di Gesù adolescente nella prima apparizione "adulta" come "colui che deve essere nelle cose del Padre suo"; l'identità di colui che "non è più nella morte ma è il Vivente". A questo livello non c'è solo il parallelismo, ma anche il rapporto tra anticipazione e compimento. Molti altri elementi fanno da richiamo: stesse circostanze di tempo; medesimo incipit "e avvenne"; vocabolario di smarrimento, angoscia, timore; la terminologia della ricerca con la coppia cercare/(non) trovare; lo stesso dialogo interpretante; Maria e Giuseppe che trovano il Gesù che cercano, ma non lo capiscono; le donne che non trovano il Gesù che cercano, ma ricordano e alla fine lo riconoscono come il "Vivente"; infine il tema del ricordare a partire da una parola di Gesù, che risulta incomprensibile per Maria, ma che diventa successivamente integrabile e di cui far memoria. I due episodi dunque non sono solo paralleli, ma si nota in essi anche un bellissimo "effetto della fine": l'inizio anticipa la fine, ma la fine compie l'inizio.

2. Galilea e Gerusalemme

Nella seconda e penultima sezione (B - B') abbiamo un parallelismo tra la ricerca in Galilea e quella a Gerusalemme, riferita a due gruppi (la folla - l'autorità): nel primo quadro vi sono tre ricerche con soggetto la "folla" e nel secondo tre ricerche con soggetto l'''autorità''. Questi due gruppi in ricerca hanno molti elementi di corrispondenza: Gesù "entra" nella casa di Simone (4,38), mentre satana "entra" in Giuda (22,3); sui due pannelli, da un lato abbiamo gli scribi e i farisei, dall' altro gli scribi e i sommi sacerdoti, con in mezzo la folla che fa da ostacolo (5, l 9 e 20,19); a livello di dinamica narrativa vi sono due domande guida: da un lato "che cosa è più facile" (5,23) e dall'altro "che devo fare"; in entrambi i lati abbiamo i temi della paura e dello scandalo (5,21 e 20,16). Ora osserviamo, sempre nei due quadri in questione, il tema della ricerca da parte della folla e dell' autorità: vediamo, da un lato, insegnamento e ascolto, dall' altro accoglienza della folla e ostilità dell' autorità, con il successo della ricerca nel primo caso e l'insuccesso nel secondo. Il risultato è che nella prima scena Gesù guarisce, nel secondo lo si cerca per farlo perire.

Alla fine del primo quadro e all'inizio del secondo è importante il parallelismo in forma concentrica tra Erode (9,7-9) e Zaccheo (19,1-10): si tratta di due capi, Erode tetrarca e Zaccheo l'arcipubblicano. È interessante vedere il linguaggio con cui si esprime il loro desiderio di cercare Gesù: "Chi è dunque costui? E cercava di vederlo" (9,9), "E cercava di vedere Gesù: chi è?" (19,3): Erode e Zaccheo rappresentano due esiti diversi del desiderio di vedere Gesù.

3. In viaggio verso Gerusalemme

Nella sezione centrale (C) abbiamo il tema della ricerca nel contesto dell'istruzione sul cammino verso Gerusalemme. Il cerchio è aperto e chiuso da due marcatori: il "cercate e troverete" di rr,I-13 e il "chi cerca la propria vita la perderà" di 17,20-37; sono gli estremi della grande istruzione di Gesù, le prime e ultime parole rivolte ai suoi discepoli: il tema del regno di Dio attraversa tutta l'istruzione. Nella ricerca di Gesù è in gioco la ricerca del Regno, la centralità di Dio. Nel primo quadro abbiamo la ricerca dei segni da parte di questa generazione, una volta sulla bocca del narratore (rr,Q-23), una volta sulla bocca di Gesù (rr,29-32): i temi sono il giudizio, la conversione e l'identità di Gesù che è "di più" di Giona e Salomone. Nel secondo quadro troviamo un'antitesi tra Dio che "cerca molto da chi ha molto avuto" (12,35-48) e i molti che "cercheranno di entrare nel Regno ma non ci riusciranno" (13,22-30). Anche qui vi sono i temi del giudizio, della punizione e dell'esclusione. Tralasciamo altri particolari.

4. Al centro: la ricerca del regno di Dio

Nel cuore della sezione centrale (X) (12,22-32) sta il testochiave della ricerca del regno di Dio, riferito alla ricerca dei beni immediati "che cosa mangerete" (12,29), alla negazione di questa ricerca come interesse tipico dei pagani: "tutte queste cose ricercano (epizetousin) i pagani" (12,30), e alla pointe di tutto il nostro percorso: "cercate piuttosto il regno di Dio!" (12,31).

In sintesi possiamo notare due leggi fondamentali. La prima proviene dalla struttura concentrica: in sé essa è abbastanza statica, anche se abbiamo visto che tra i quadri corrispondenti ci sono molti intrecci, richiami, progressioni, rimandi, oltrepassamenti; al centro di questa struttura sta la ricerca assoluta del regno di Dio. La seconda è una legge più nascosta, narrativa, dove si nota che il testo procede da una prefigurazione (A), attraverso un annuncio in segni (B), un'istruzione contrastata sul viaggio verso Gerusalemme (C) con al centro la ricerca assoluta del Regno (X), una ricerca distorta e insidiosa (B') per approdare alla ricerca del Vivente (A'). Le due leggi sono quindi tra loro profondamente intrecciate: la prima esprime il baricentro che è la ricerca di Dio, del suo Regno, la seconda è dinamica e svetta nella ricerca del Crocifisso risorto. Ricerca di Dio e ricerca di Gesù sono radicalmente intrecciate: l'una gravita sul centro del testo, l'altra culmina alla fine del racconto!

Infine, vi indico i brani che faranno da canovaccio al nostro percorso. Questi sono stati i criteri per la scelta di alcuni tra i più significativi testi lucani, tra i 23, riguardanti la ricerca. Ho scelto sette brani secondo questo criterio:

1) Anzitutto, i testi della ricerca "assoluta" di Gesù, dove egli è l'oggetto diretto. Sono tre: la ricerca da parte dei "suoi" al tempio (2,39"52), quella della folla, dopo la giornata di Cafarnao (4,42-43) e quella delle donne al sepolcro (24,1-12);

2) in secondo luogo, l'unico testo, in cui il soggetto della ricerca è il "Figlio dell' uomo": Zaccheo (19, 1-10), in rapporto alla ricerca di Erode (9,7-9);

3) in terzo luogo, il brano che, sia a livello strutturale sia a livello contenutistico, è al centro del vangelo: l'assolutezza della ricerca del regno di Dio (12,22-32);

4) infine, il brano che in qualche modo ricapitola tutti i temi: la ricerca dei discepoli di Emmaus (24,13-35).

[1] Si veda il volume dell' Associazione Biblica Italiana, Quaerere Deum. Atti della XXV Settimana biblica, Paideia, Brescia 1980; e il volume Cercare Dio, di PSV 35, EDB, Bologna 1997.
[2] Cf. L. Manicardi, '''Dall'aurora ti cerco' (Salmi)", in PSV 35 (1997), pp. 23-28.

 

 

Primo episodio

"PERCHÉ MI CERCAVATE?"
LA RICERCA DI GESÙ DA PARTE DEI "SUOI" (I GENITORI) 
Lc 2,39-52

Iniziamo il nostro cammino con il primo testo che ci presenta la ricerca di Gesù da parte dei "suoi", i genitori (2,39-52), corrispondente all'ultimo brano dove pure è a tema la ricerca dei "suoi", le donne (24,1-12). La determinazione di tempo è la stessa, la Pasqua, nel primo testo solo menzionata, anche se è il motivo del pellegrinaggio di Maria e Giuseppe, mentre nel secondo brano è il cuore del racconto, anzi il vertice del racconto globale, del vangelo stesso. Vi è la medesima specificazione di luogo, a Gerusalemme, qui "nel tempio", nell'episodio finale "al sepolcro". Inoltre in entrambi gli episodi Gesù è oggetto diretto della ricerca, non è trovato da chi lo cerca se non in un secondo tempo; i genitori e le donne devono comprendere qualcosa di nuovo, perché è in gioco l'identità di Gesù (in Lc 2 l'annuncio anticipato del suo segreto personale, in Lc 24 il compimento della sua persona come il Vivente). Tanto basta per accostarci con interesse al nostro testo.

Si tratta di un racconto di rivelazione/velamento, nel senso che il gioco tra il narratore, i protagonisti e i lettori configura differenti situazioni di rivelazione e di reazione/risposta, sia all'interno del brano, sia per la strategia del nostro cammino di ricerca nel vangelo.

1. Il racconto e la struttura

Il racconto conosciuto come "ritrovamento di Gesù al tempio" è un episodio, in tutto il NT, "unico" sotto il profilo del contenuto, "singolare" sotto il profilo redazionale, "prefigurativo" sotto il profilo narrativo.

Unico perché si tratta del solo testo che ci parla di Gesù a Nazaret nei trent' anni della sua vita "nascosta": è l'unico racconto che ci toglie la curiosità di sapere che cosa abbia fatto e chi sia stato Gesù nei primi trent' anni, a esclusione degli episodi dell'infanzia dove Gesù non è direttamente soggetto di un agire. Eppure la dimora a Nazaret è attestata, sia per la sua famiglia, sia per la conoscenza dei suoi compaesani; cf. Lc 4,22: "Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: 'Non è il figlio di Giuseppe?'''; ma si veda soprattutto l'episodio dai forti tratti arcaici di Mc 6,1-3: "Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: 'Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?'. E si scandalizzavano di lui". Questo del ritrovamento di Gesù al tempio è tuttavia l'unico episodio che alza il velo sul mistero di Nazaret, ma è per così dire giocato in trasferta, a Gerusalemme!

Singolare sotto il profilo redazionale, perché questo testo e la sua collocazione sono un rompicapo per gli esegeti, tanto che dal punto di vista della tradizione viene considerato un inserimento tardivo. Perché, da un lato, l'episodio s'iscrive molto bene, osservando alcuni elementi (personaggi, situazioni, tempio, Gerusalemme) e l'atmosfera (obbedienza alla legge), nei vangeli dell'infanzia di Lc 1-2, tanto che Schurmann lo definisce il "finale maestoso di tutto il preludio [al vangelo] di Lc 1-2"; ma, dall'altro, sotto il profilo letterario il nostro testo è un masso erratico. Lc 1-2 sono due capitoli gioiello, perché sono costruiti con una sapiente orditura, come peraltro Luca si era ripromesso di fare: "scrivere un resoconto ordinato" (Lc 1,3). I primi due capitoli di Luca sono costruiti su tre dittici: dittico delle annunci azioni a Zaccaria e a Maria (A: 1,5-25 // A': 1,26-38); dittico delle nascite di Giovanni Battista e di Gesù (B: 1,57-80 Il B': 2,1-40); più controverso è il terzo dittico degli incontri, secondo alcuni, di Maria con Elisabetta e di Maria con Simeone e Anna. Quindi - conclude l'esegeta Manzi - "dall'intera struttura parallelistica del vangelo dell'infanzia si staglia per la sua unicità l'episodio del ritrovamento di Gesù al tempio (2,41-52)". È un episodio che dal punto di vista redazionale non ha corrispondenza negli episodi dell'infanzia di Giovanni e già per questo rivela la sua singolarità.

Prefigurativo l'episodio appare, invece, sotto il profilo della configurazione narrativa, cioè della trama del racconto evangelico. Come abbiamo detto all'inizio, esso si colloca in una posizione strategica: l'episodio ha una funzione "cerniera" tra il vangelo dell'infanzia (Lc 1-2) e il vangelo del ministero di Gesù in Luca (Lc 3-24); d'altra parte svolge una funzione "prefigurativa" rispetto alla conclusione del vangelo di Luca (Lc 24), perché fa il paio con la ricerca diretta e appassionata delle donne al sepolcro. Quindi non è solo, come diceva Schurmann, il "finale maestoso del preludio", ma è il "tema principale dell'ouverture" che sarà ripreso con tutte le variazioni nel seguito del vangelo. Appunto il nostro "tema": la ricerca di Gesù. In conclusione, è la configurazione narrativa che rende meglio ragione dell'unicità e singolarità del brano, ma la spiega dando avvio al tema della ricerca di Gesù nel gioco con la ricerca degli altri personaggi e con la nostra ricerca di lettori futuri. Eccoci dunque in cammino!

La struttura del racconto e la dinamica della narrazione è relativamente semplice. L'episodio si snoda con una dinamica perfetta - Luca è un narratore consumato - perché, come si vede dal testo riportato, il racconto ha una struttura concentrica, facile da riconoscere, e un climax narrativo ascendente che culmina nella dichiarazione misteriosa, che prefigura il senso della missione di Gesù, il primo tratto del suo volto che dobbiamo cercare.

a) Compimento della legge e ritorno a Nazaret

39 Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret.

b) Ritornello della crescita

40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

A] Genitori, la Pasqua, Gesù: Maria e Giuseppe non s'accorgono

41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero.

B] Perdita e ricerca (narrata) di Gesù

44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.

A'] Ritrovamento e reazioni

46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. 47 E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse:

B'] Perdita e ricerca ( dialogata) di Gesù

"Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angoscia ti, ti cercavamo". 49 Ed egli rispose: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere nella (dimora) del Padre mio?". 50 Ma essi non compresero le sue parole.

a') Compimento della legge e ritorno a Nazaret

51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.

b') Ritornello della crescita

52 E Gesù cresceva in sapienza, età (maturità) e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Indico solo il risultato della lettura del testo: il Gesù cercato, perso e ritrovato (B: momento narrato), viene perso di nuovo come "figlio" di Maria e Giuseppe e deve essere ricercato come figlio "del Padre suo" (B': momento dialogato). Così la ripetizione dei due momenti centrali del brano (B e B') mette sull' avviso il lettore: attenzione, non si tratta di una semplice scappatella, come succede a molti nel passaggio adolescenziale, ma il dialogo ne interpreta il senso teologico e cristologico, ponendo in vantaggio il lettore rispetto "ai suoi" (i genitori) che lo hanno ritrovato, ma non hanno compreso il senso del ritrovamento. Nel gioco tra narratore, personaggi e lettore, alla conclusione del brano il lettore è in vantaggio. E come se ci fosse all'inizio del vangelo un patto tra narratore e lettore, attraverso il quale noi veniamo collocati nella condizione di ricerca. È come se Luca ci dicesse:

Gesù proferisce la sua prima parola, una solenne autodichiarazione sulla sua missione; tu lettore, che hai già sentito dagli angeli: "Oggi vi è nato nella città di David un salvatore, che è il Cristo Signore" (Lc 2,11), ora mettiti per strada, ricerca in che rapporto è questo ragazzo non solo con i suoi genitori, ma con Dio, che qui è chiamato "Padre mio". Ma è un vantaggio che Luca dà al lettore per cercare e per seguire, per cominciare l'affascinante cammino della ricerca e del discepolato. Gesù e Maria (con Giuseppe) tornano a casa, Gesù rimane sottomesso; Maria, che con Giuseppe non aveva compreso, serba e custodisce queste parole. È la seconda volta che Maria viene ricordata come colei che "serbava" (un verbo frequentativo: "continuava a custodire") nel suo cuore "queste parole" (2,19; 2,51): così il lettore può stare accanto a lei per seguirla lungo il cammino, perché a sua volta deve comprendere e ricordare.

Passo ora alla lettura analitica del testo, presentando non tutti gli elementi, ma solo quelli che interessano il tema della ricerca, per far risaltare le note di quello che abbiamo chiamato il "tema principale" della ricerca, che viene suonato alla fine dell' ouverture e come ingresso nella grande sinfonia del vangelo di Luca. Riprendo le cinque note del motivo principale.

2. La sapienza e la grazia

Gesù viene presentato (a - b) nel contesto di una famiglia pienamente fedele a tutta la Torà: "Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore" (2,39), nello spazio familiare di Nazaret. La conclusione del vangelo dell'infanzia riporta Gesù a Nazaret nell'ambito della sua famiglia dentro una spiritualità giudaica di piena fedeltà alla legge. Nazaret (la famiglia) e la Torà (la religiosità ebraica) sono dunque il punto di avvio di Gesù.

E anche il nostro! Egli parte dalla cerniera dell'A T: "la legge e i profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno 'fa violenza' per entrarvi" (Lc 16,16). Nazaret rappresenta i primi dodici anni (e anche quelli seguenti l'episodio) di vita di Gesù. La parola di Dio che si fa bambino è

tutta nel quadro della famiglia di Nazaret e della religiosità giudaica. Su questo quadro vengono disegnati, a brevi colpi di pennello, i tratti di Nazaret: "Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui" (2,40). A differenza di Giovanni Battista di cui si dice: "Il bambino cresceva e si fortificava" (1,80), qui Gesù viene caratterizzato dalla "sapienza" e dalla "grazia" (che ritorneranno uguali nel sommario conclusivo). Sono due termini cari a Luca: il primo, la sapienza (Lc 6x, Mt 4X e Mc IX), è sempre riferito a Gesù o alla sua azione e sembra identificarsi con lui (7,35), una sapienza ben più grande di quella di Salomone (I 1,3 I); il secondo, la grazia (8x, ancor più tipico di Luca, assente dagli altri sinottici), indica la presenza dello Spirito, già disceso su Maria "piena di grazia" (1,28.30), e anticipa poi le "parole di grazia" (4,22) che Gesù pronuncerà.

3. Gerusalemme e la Pasqua

L'azione (A) prende avvio collegandosi al contesto precedente perché, da un lato, presenta i genitori di Gesù fedeli alla legge (Dt 16,16) e alla spiritualità ebraica ("si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua... secondo l'usanza": 2,41.42), ma, dall'altro, introduce l'elemento di novità che dà avvio al racconto: "Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo" (2,42). V'è quindi la ripresa di gesti della tradizione religiosa: i due genitori, qualificati come "suoi" (di Gesù), la salita ripetuta, ogni anno, a Gerusalemme, alla festa di Pasqua. È un piccolo tratto (il pellegrinaggio pasquale) che alza il velo sulla fedeltà di Gesù con la sua famiglia alla spiritualità ebraica (ci dice come viveva e pregava Gesù) 1. L'attenzione è sui genitori, ma essi cominciano a far da sfondo a Gesù. Con lui prende avvio propriamente il racconto: "Quando egli ebbe dodici anni...". L'usanza del pellegrinaggio annuale (kat' étos: 2,41) fa da pista di lancio per aprire la ricerca della singolarità di Gesù. Nel vangelo dell'infanzia il lettore ne ha già saputo abbastanza della singolarità di questo bambino, ma questa conoscenza è stata una rivelazione dall' alto, ora invece comincia la ricerca dal basso. Qui prende avvio la trama narrativa adombrata in quel "vi salirono di nuovo", quasi in forma nuova, perché ormai sta capitando qualcosa di nuovo. Dove capiterà? A Gerusalemme e a Pasqua, nel luogo del tempio e nel vertice della religiosità ebraica. Su questo sfondo ben piantato nella fede di Israele (il narratore parla di un salire, di un terminare dei giorni, e di un ritornare: "vi salirono di nuovo... trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno": due participi e un infinito nel testo greco!), si staglia l'azione di Gesù ("il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme": 2,43). Egli resta a Gerusalemme, all'insaputa dei "suoi" ("senza che i genitori se ne accorgessero"). Gesù si separa in modo spaziale (non è più con i suoi) e diventa l'oggetto della ricerca, ma la separazione spaziale sembra anche una separazione di valore (non sta più sottomesso a loro, come comanda la Torà, prende un' altra strada, per seguire l'intenzione radicale della volontà di Dio). Ancora una volta il lettore è in vantaggio rispetto ai personaggi (i genitori), sa che Gesù non si è perduto, ma èrimasto a Gerusalemme, mentre i genitori non lo sanno e lo cercheranno nella direzione sbagliata... Il lettore sembra parteggiare per Gesù, ma per il momento anche lui deve cercare, non sa perché Gesù è rimasto a Gerusalemme!

4. I tre momenti della ricerca

Ora il racconto (B - A' - B') si dipana in tre scene: la ricerca (vv. 44-45), il ritrovamento (vv. 46-47), il dialogo (vv. 48-50).

La ricerca (vv. 44-45) di Gesù è fatta dai genitori, ma ormai il racconto (persino tacendo il soggetto) enfatizza "lui", oggetto della ricerca (" credendolo ... si misero a cercar lo ... non avendolo trovato ... tornarono in cerca di lui"): è emozionante questa ricerca a cui partecipiamo anche noi lettori (dentro una fiducia tradita ["credendolo"], Gesù viene cercato - non trovato - ricercato): "lui" (ben quattro volte) è l'oggetto diretto della ricerca! Anche la scansione temporale suggerisce la direzione: una giornata nella carovana e dopo tre giorni a Gerusalemme! Gesù - il lettore comincia a impararlo - non può essere trovato che a Gerusalemme! I genitori, finito il pellegrinaggio intimato dall'antica alleanza, è come se dovessero re-iniziare un nuovo pellegrinaggio verso Gerusalemme, quello della nuova e definitiva alleanza che porta Gesù fuori dal tempio, dove viene ritrovato, perché lui è il nuovo tempio.

Il ritrovamento (vv. 44-45): i genitori (e il lettore) ritrovano Gesù dove non se l'aspettano. Introdotto da un'espressione solenne: "e avvenne" (kaì eghéneto: 2,46), "dopo tre giorni" Gesù fu ritrovato nel tempio. Vorrei che ci fermassimo su questi aspetti, che si imprimessero nella mente e nel cuore del lettore . La suspense narrativa ha un primo momento di riposo: c'è l'evento inaspettato, si tratta di un ritrovamento, avviene dopo tre giorni, queste notizie non potranno che rimanere impresse come una traccia nel cuore del lettore (ad esse si darà risposta solo nell'episodio delle donne ["i suoi"] al sepolcro!). È la prima scena di interno: Gesù è in mezzo ai dottori nel tempio, il suo ritrovamento fa tirare un sospiro (ai genitori e al lettore) , ma subito apre una domanda: che cosa mai farà lì e che cosa starà dicendo loro? Anche per il lettore che sapeva più dei genitori cominciano le sorprese: egli ritrova Gesù dove non se lo aspettava, in una condizione non del tutto strana, come un buon discepolo che interroga e ascolta i maestri. Ma presto il lettore è chiamato dal narratore a farsi presente tra gli astanti e anche lui a meravigliarsi per l'acutezza di domande e risposte: "E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte" (2,47). Alla fine rimane colpito dallo stupore dei genitori (che pure dovevano conoscerlo bene...). Così anche la seconda scena del ritrovamento resta sospesa: ormai i protagonisti (Gesù, i genitori, i presenti e il lettore) sono tutti sulla stessa linea, e così il narratore è pronto a condurli al centro del racconto.

Il dialogo è introdotto da un: "sua madre gli disse" (2,48). È sorprendente vedere come, sia in questo testo che nell'episodio di Cana (Luca e Giovanni hanno molte parentele), è la "madre sua" (di Gesù) a sciogliere l'azione, mediante il dialogo, in entrambi i casi con un esito che chiude l'episodio al presente, ma che per l'aspetto essenziale rinvia al futuro 2.. . La madre chiama Gesù non "figlio" (hyios), ma "bambino mio" (téknon), gli fa sentire la dipendenza materna, la sua relazione d'origine, si rivolge al "piccolo suo". Maria (e Giuseppe) lo ritrovano, ma non lo riconoscono più, non solo perché sembra aver loro tolto qualcosa ("perché ci hai fatto così?"), ma perché sembra essersi sottratto lui stesso come figlioletto alla relazione parentale: non lo trovano più come "figlio proprio" ("tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo"). Maria - come ogni donna - mette davanti il padre e dice che insieme non riescono più a riconoscerlo come figlio, gli sta scappando come figlio, e questo tocca il loro essere padre e madre! L'angoscia di Maria fa riascoltare una nota grave e misteriosa già suonata poco prima nel vangelo, la profezia di Simeone fatta a Maria: "a te una spada trafiggerà l'anima" (2,35).

Su questa angoscia - dove Gesù è di nuovo perso come figlio, e va di nuovo ricercato - il dialogo giunge al suo vertice, ma anche il racconto giunge al cuore della sua dinamica narrativa. Ora parla Gesù.

5. La prima (e l'ultima) parola di Gesù nel vangelo

La "prima parola" di Gesù (B') nel vangelo di Luca è fatta da una domanda provocante, seguita da una domanda retorica. La prima domanda riprende alla lettera, come fanno spesso gli adolescenti, l'espressione di Maria: "Perché mi cercavate?". La seconda, retorica, sottintende una risposta affermativa che tutti devono dare ("non sapevate?": chi deve sapere? I genitori certamente, ma la frase è aperta anche verso il lettore futuro...). Certo, i genitori (e il lettore ancora di più) hanno assistito agli episodi dell'infanzia, hanno visto cose di cui rimanere più che sorpresi, hanno sentito parole dall' alto, dall' angelo (dell' annunciazione e del Natale), dalle schiere angeliche, da Simeone (e Anna) per attendersi un futuro sorprendente da questo ragazzo. Poi però sembrava che tutto fosse tornato nella normale vita di una famiglia ebrea a Nazaret. Ecco che le prime parole di Gesù hanno di che apparire sorprendenti, proprio perché da un lato si appellano a un "non sapevate?" , ma dall' altro hanno un contenuto provocante. Egli deve "essere nelle cose (en tois) del Padre mio" (toù patros mou). Finalmente è come se apparisse il "titolo" della nostra ricerca sul volto di Gesù: qui abbiamo il "titolo di testa", e poi vedremo che il "titolo di coda" sarà il medesimo, non solo perché l'ultima parola di Gesù parlerà del Padre, anzi al Padre ("Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito": 23,34), ma anche perché le ultime parole di Gesù risorto contengono la stessa espressione: "Manderò la promessa del Padre mio (toù patros mou) su di voi" (24,49). Appare qui la piena corrispondenza tra la rivelazione di Gesù del volto di Dio, come il Padre suo, e la sua identità come colui che sta in relazione al Padre. È la prima prefigurazione del volto di Gesù come di colui che è en tois, "nella casa" (si adatta bene al contesto), "presso", "nelle cose" del Padre. Il senso spaziale sembra il più facile, ma è anche possibile il senso funzionale (dedicato alle cose divine) e il senso associativo (tra coloro che appartengono/servono). Probabilmente - al di là della discussione esegetica -l'espressione è volutamente ambivalente, aperta: nella nostra prospettiva narrativa questo assume maggior valore. Il narratore fa notare che i genitori "non compresero la parola (tò rhema) che aveva detto loro", anticipando ciò che accadrà altre volte ai dodici, ai discepoli (cf. 9,45; r8,34: dopo il secondo e il terzo annuncio della passione). Anche il lettore deve cominciare a trovare il suo posto. Egli che sa molte cose dai vangeli dell'infanzia, si trova davanti a questa misteriosa dichiarazione di Gesù: pensa che se Maria (con Giuseppe) non ha compreso, come potrà capire lui che è distante dagli avvenimenti? Non potrà che seguire la dinamica narrativa. Concludiamo: la prima parola di Gesù produce uno "spiazzamento" dei due personaggi protagonisti (e del lettore): "Non sapevate che devo (del) essere in ciò che è del Padre mio?". Egli si richiama a quel "devo", al disegno divino, che risuonerà ancora alla fine con i due discepoli di Emmaus ("spiegò loro che il Cristo 'doveva' patire per entrare nella gloria": 24,26-27). Finalmente il vangelo è a una svolta: non è più l'angelo, né lo Spirito, né il profeta, ma è Gesù stesso che si autodichiara. Il titolo "figlio" dato a Gesù nei vangeli dell'infanzia, comincia ad accendersi in questa forma indiretta, ma evidentissima, sulla bocca di Gesù ("nella dimora del Padre mio"). Si noti: tutto ciò detto davanti ai suoi genitori...

6. Ritorno a Nazaret

L'ultima nota del tema principale (a' - b') della nostra ouverture è facile da riconoscere. Per il lettore si danno due notizie rassicuranti. La prima: i genitori "non compresero la parola che aveva detto loro" (2,5°). Il lettore non deve temere perché non tutto è subito chiaro, l'importante è che egli cominci a seguire! La seconda: il narratore rassicura che Gesù "partì con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso", suggerendo che non è sta- ,

to un colpo di testa, ma uno squarcio sul futuro! Anche tu lettore torna a Nazaret, per ripartire con Gesù. Una cosa il lettore può fare già da adesso: stare con la "madre sua" (la madre resta sempre tale!) e (continuare a) conservare (diaterezn è all'imperfetto frequentativo: custodire attraverso il tempo) tutte le parole/vicende (rhema, davar) nel "suo" cuore. Sono parole e vicende che danno a pensare: è una non-comprensione che mette in ricerca, Maria e il lettore insieme! Quando Luca 24 inviterà al "ricupero memoriale", esso non potrà avvenire come "ricordo memoriale" (retroattivamente), se prima non è accaduto un "custodire che cerca" (anticipatamente). C'è un luogo simbolico per sperimentare questo: il cuore della madre di Gesù!

L'episodio si chiude con il replay del ritornello della crescita: Gesù "avanzava in sapienza, età (maturità) e grazia, presso Dio e gli uomini" (2,52: le due varianti rispetto a 2,40 sono l'età e il "davanti a Dio e agli uomini"). È la seconda fase del mistero di Nazaret, dopo questa parentesi che ha aperto uno squarcio sul futuro.

[1] Cf. R. Aron, Come pregava l'ebreo Gesù, Mondadori, Milano 1988.

[2] Sul vangelo di Giovanni cf. il mio "Pate quello che vi dirà", in Esercizi di cristianesimo, Vita e Pensiero, Milano 2000, pp. 2II-224.

 

Primo ascolto

IL MISTERO DI NAZARET

Il tema di questa prima icona della nostra ricerca del volto di Gesù è il mistero di Nazaret. Sembra un paradosso: un brano tutto dislocato su Gerusalemme ci introduce al segreto di Nazaret. Sì, perché a Nazaret non è ambientato nessun racconto e gli evangelisti si limitano ad alcune indicazioni sommarie. Eppure è il periodo più lungo della vita di Gesù, un tempo che ogni biografo, per l'attenzione che oggi si porta agli inizi e alla giovinezza del proprio protagonista, avrebbe narrato a piene mani. Ma il vangelo non è - in questo senso - una biografia! Entriamo anche noi, come da dietro le quinte, nel mistero di Nazaret.

1. L'inizio della ricerca: l'incubazione della Parola

Il mistero di Nazaret è tutto concentrato in quel ritornello, introdotto dalla frase del ritorno a casa: "Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui" (2,39-40). Il segreto di Nazaret parla del mistero di Gesù in un modo singolare. Formuliamolo in modo semplice: Gesù, la Parola che viene dall' alto, il figlio del Padre, si fa bambino, cresce come un ragazzo in una famiglia, assume la nostra umanità, diventa come uno di noi. Così diciamo spesso a Natale, e questo fatto suscita la nostra tenerezza. Vedere il "figlio dell' Altissimo" vestire i panni della fragilità, della povertà, nascere dal grembo della Vergine, abitare una famiglia che l'evangelista colloca nel solco degli 'anawim, dei poveri di ]HWH, vederlo accompagnato da pastori e personaggi che esprimono la parte migliore della speranza di Israele, tutto ciò suscita in noi la nostalgia che ogni uomo sente nascere dentro di sé a Natale. Questo, però, non è il mistero di Nazaret, quello dell'infanzia di Gesù che ha affascinato Teresa di Lisieux e Charles de Foucauld. Anche queste figure spirituali hanno dovuto prestare la loro psicologia e la loro esperienza per vivere il mistero di Nazaret come mistero del nascondimento e del silenzio! Questa non è che la superficie del mistero di Nazaret, ne è come la teca che nasconde un segreto prezioso.

Gesù, la Parola che è nel seno del Padre, il Figlio unico, non solo si fa il figlio della Vergine, diventa uno di noi, ma cresce nella "sapienza e nella grazia", riceve la propria umanità come uno di noi, anzi la assume come il figlio singolare del Dio dei Padri. Ecco allora il segreto di Nazaret. Diciamolo con una frase un po' alta, per poi rileggerlo nella concretezza del panorama di Nazaret: Gesù, la Parola di Dio in persona, si è sottoposto a una lunga incubazione nelle fibre della nostra umanità (trent' anni), perché fosse possibile che il ministero della parola/azione di Gesù (in soli tre anni) facesse quasi esplodere dal di dentro il linguaggio umano, abilitandolo a diventare il tramite della Parola di Dio. Le parole di Gesù, le sue immagini, la sua insuperata capacità di guardare i campi, il contadino che semina, la messe che biondeggia, la donna di casa, il pastore che ha perso la sua pecora, il padre e i suoi figli, il pescatore che raccoglie a riva i pesci, la sua sorprendente tendenza a raccontare, paragonare, immaginare, pregare nella e con la vita, da dove vengono se non dall' humus, dalla terra e dall'immersione nella vita brulicante di Nazaret? Per questo Nazaret è il luogo dell'umiltà e del nascondimento: lì la parola si nasconde, lì il seme scende nel grembo della terra e muore per portare poi (in tre soli anni) molto frutto, tutto il dono Dio! Questo è il mistero di Nazaret!

Quanto abbiamo detto, però, non è ancora collocato bene nella dinamica del racconto che abbiamo ascoltato: bisogna fare uno sforzo maggiore di precisione. Gesù viene presentato nell'ambito della sua famiglia dentro la spiritualità giudaica di piena fedeltà alla legge. La famiglia e la legge sono i due contesti dove Gesù cresce in sapienza, lui che è la sapienza stessa, più grande di Salomone (1I,31), e dove la grazia di Dio dimora sopra di lui, quella grazia che ha riempito la Vergine ("piena di grazia"). Bisognerebbe conoscere bene la famiglia ebraica e la religiosità giudaica, una religione domestica e una famiglia patriarcale, per comprendere tutto il lavorìo di incubazione della parola di Dio. Anzi, il lettore attento che è giunto a questo punto del vangelo sa molto di più e si sorprende per i due ritornelli della dimora a N azaret, si meraviglia che Gesù cresca in sapienza, maturità e grazia davanti a Dio e agli uomini, stando sottomesso ai suoi genitori e, con loro, alla legge. Il lettore ha ascoltato dal vangelo dell'infanzia di Luca parole sorprendenti sul bambino che sta nascendo. Ascoltiamole di seguito perché sono impressionanti e non possono non rimanere impresse nel lettore. Dalla bocca dell'angelo annunciante ha sentito proclamare: "Sarà grande e chiamato Figlio dell' Altissimo", "il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre", "regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine" (1,32-33); "Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio" (1,35); Elisabetta ha esultato: "A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?" (1,43); Zaccaria ha cantato nel suo inno: "Tu ... andrai innanzi al Signore a preparargli le strade", "per cui verrà a visitarci dall' alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte" (1,76.78-79); e poi, ancora, la voce dall'angelo del Natale: "Oggi vi è nato nella città di David un salvatore, che è il Cristo Signore" (2, 11); e, infine, la profezia di Simeone: "I miei occhi han visto la tua salvezza... luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele" (2,30.32); "Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione" (2,34); e di Anna: "parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme" (2,38). Fino al versetto precedente, il lettore ha sentito cose sorprendenti su questo bimbo; si noti tutte proposte come rivelazione dall' alto o sulla bocca di una proclamazione profetica, sotto la mozione dello Spirito. Anche al lettore verrebbe da dire: "Che sarà mai questo bambino?". Ed ecco invece il mistero di Nazaret: il figlio dell' Altissimo, il discendente di David, il Salvatore atteso, la luce delle genti, la gloria di Israele s'immerge nelle strade di Nazaret per imparare il linguaggio umano, per assumere la religiosità del suo popolo, per sillabare le preghiere di Abramo e di Mosè, per cantilenare il Salterio di David, per assorbire la sapienza di Salomone. Per trent'anni! Questo è il mistero di Nazaret.

Ecco, allora, il primo tratto della nostra ricerca del volto di Gesù, senza la quale tutto il resto perde di forza e vigore: Gesù ha imparato, gustato, assorbito a Nazaret, mediante un'interminabile incubazione, la grammatica della nostra umanità, la lingua madre di Maria, la religiosità familiare, l'attesa di Israele, la speranza delle genti. La Parola di Dio ha imparato la grammatica e la sintassi dell'esperienza umana, dentro una serie interminabile di legami. I legami instaurati con tutta la schiera di personaggi che sfilano a Betlemme e a Nazaret: gli 'anawim, i poveri di Israele, Zaccaria ed Elisabetta, Maria e Giuseppe (con la sua silente presenza), i pastori, i presenti e familiari, Simeone e Anna, il popolo della promessa. E, su tutto, l'interminabile schiera di angeli che accompagnano, interpretano, annunciano e cantano gloria. Vorrei che si sentisse quasi fisicamente che Gesù si inabissa nella storia del suo popolo, ne attraversa tutti i legami. Per due lunghi capitoli rimane oggetto di attese, cure, annunci, presenza, gioia, movimento, trepidazione.

E ora il lettore avverte che il mistero di Nazaret riguarda anche lui: egli non può mettersi per strada "alla ricerca del Volto", se non si colloca dentro una storia, un popolo, una spiritualità, un' attesa, una lingua madre che lo ha generato. Questo è per ciascuno di noi il mistero di Nazaret: c'è un aspetto che riguarda solo Gesù, la lunga incubazione che il figlio del Padre ha vissuto e sperimentato dentro il linguaggio umano e dentro la storia del suo popolo; c'è un aspetto che però tocca ciascuno di noi, perché anche noi non siamo stati generati solo una volta, ma continuiamo ad essere generati. Anche noi diventiamo ciò che abbiamo ricevuto. Il mistero di Nazaret - vorrei dirlo nel modo più provocante - è anche per noi la famiglia e la religiosità, le nostre radici e la nostra gente. Non c'è nessuna avventura della vita che non parta da ciò che abbiamo ricevuto: la vita, la casa, l'affetto, la lingua (madre), la fede e le forme religiose con cui s'esprime. Questa è la nostra umanità e la sapienza che ci è donata. Tutto il cammino che potremo fare nell'esistenza fino alla vette del mistero di Dio, o alla dedizione sconfinata verso il fratello, viene da questo linguaggio originario. La nostra umanità è forgiata da questa grammatica di base, con le sue ricchezze e le sue povertà, a cui bisogna essere grati e che Gesù non ha avuto paura di attraversare. Questa grazia contiene una promessa che ci fa prendere il largo.. .

2. La direzione della ricerca: Gerusalemme e la Pasqua

Per questo anche la nostra ricerca del volto di Gesù non può prendere avvio che da qui, dalla nostra umanità, dal debito di gratitudine che abbiamo nei confronti della vita, dalla trama dei legami in cui essa è cresciuta. Da qui prende avvio 1'azione e il racconto, la direzione della ricerca. Essa ha un luogo e un tempo, Gerusalemme e la Pasqua, prima per Gesù e poi per noi. Voglio far notare che il movimento di salita a Gerusalemme avviene insieme, i genitori e Gesù. I genitori per primi, ogni anno, ripetutamente, salgono alla città santa, per la festa di Pasqua, nel cuore della fede ebraica. Anche Gesù, quando diventa adulto (al compimento del dodicesimo anno, quando il giovane ebreo diventa bar mizwà, figlio del precetto, con i diritti e i doveri che la Legge gli conferisce), parte con i suoi genitori. Non può partire che da loro e con loro il pellegrinaggio a Gerusalemme, l'avventura della missione. Anzi il ministero e la missione di Gesù inizia dentro una famiglia, nel solco della religiosità di un popolo, nello slancio dell' attesa ardente di Israele. Occorrerebbe fermarsi a fare una composizione di luogo con i salmi e la preghiera di Israele che attende, che invoca, che spera la venuta di JHWH nel suo tempio (cf., ad esempio, MI 3,r). Nel grembo del suo popolo, seguendo i suoi genitori, con i legami di Nazaret, Gesù va per la prima volta a Gerusalemme. I genitori vi salirono "di nuovo" secondo l'usanza (katà tà éthos), ma ora in forma nuova, perché non sarà un anno come gli altri. Tutto sembra come uno degli altri anni, ma c'è una novità: Gesù passa alla vita adulta. Ho fatto notare, nel capitolo precedente, che su questo sfondo si staglia per la prima volta l'azione di Gesù. L'agire di Gesù può delinearsi persuasivamente solo dentro questo salire insieme: è l'ultima volta così, perché Gesù sinora è stato come una presenza silenziosa nella famiglia di Nazaret, quasi la protesi di Maria e Giuseppe. Certo Gesù, dopo, ritornerà sottomesso ancora per quasi vent' anni, ma ormai non sarà più come prima. Il cerchio silente della famiglia e l'umile negozio del carpentiere, la pochezza impressionante di Nazaret, l'orizzonte luminoso di Galilea, dopo l'episodio di Gesù dodicenne, si sono squarciati, per i genitori, per i parenti e... per il lettore. Gesù rimane a Gerusalemme, non sta più con i suoi, resta nel tempio, non sta più sottomesso ai genitori come intima la Torà, deve prendere la sua strada proprio per dare compimento alla volontà di Dio espressa nella Legge: Gerusalemme, la Pasqua, il tempio sono i segnavia del suo destino, della sua missione. Per Luca e per il lettore di ogni tempo. Come ho fatto notare, il lettore a questo punto è in vantaggio, non può interpretare la sosta di Gesù a Gerusalemme come fuga, come un colpo di testa adolescenziale. Sa che Gesù non si è perso, sa che Gesù è rimasto, ma anch'egli non sa dove e non sa perché. S'innesca così il meccanismo della ricerca. Anche noi si deve partire, tornare a Gerusalemme con Maria e Giuseppe.

3. I tempi della ricerca: perdere, non trovare, ricercare

Si introducono ora la dinamica della ricerca e il tempo della ricerca. La dinamica è fatta di tre aspetti: un perdere, un non trovare e un ri-cercare. Il tempo attraversa due momenti: prima cerca nella direzione sbagliata (nella carovana), poi arrischia di cercare in un' altra direzione (tornando sui propri passi). La lettura del testo ha messo in luce con dovizia di particolari che l'evangelista enfatizza la ricerca di Gesù. Sembra un viaggio avventuroso a un appuntamento "dopo tre giorni", a un punto d'incontro, che il lettore riconosce subito connotato in modo pasquale, per il luogo e per il lasso di tempo di tre giorni. È una sorta di ricerca anticipata, di Pasqua in miniatura, prefigurazione dell' altra ricerca, ancora da parte dei suoi, quando dopo tre giorni bisognerà cercare il corpo del Signore, ben altrimenti perso, non più ritrovato (al sepolcro), e ricercare di nuovo in altra direzione. Dinamica e tempo della ricerca spingono a ritornare a Gerusalemme in modo nuovo.

Il ritrovamento avviene dove nessuno (né genitori, né lettore) s'attende. Dov'è Gesù? Il ritrovamento nel tempio, per i genitori, fa tirare un respiro di sollievo; invece per il lettore ha il tono della sorpresa, perché Gesù è lì in mezzo ai dottori. Mentre i genitori sembrano rasserenati per aver ritrovato il figlio, il lettore è intrigato nel vederlo che ascolta e interroga. E Luca, il narratore, fa notare ai presenti (alla scena e al racconto): "E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte" (2,47). La scena raggiunge il suo acme: suscita lo stupore, rinnova la meraviglia per questo ragazzo, lo stesso stupore che il lettore ha già provato all'annunciazione, a Natale, alla presentazione al tempio. Ma ora è una nuova meraviglia e un nuovo stupore, perché proviene non più da una rivelazione angelica o profetica, ma dall' azione di Gesù in carne e ossa. Ora i genitori e il lettore sono pronti ad ascoltare la prima parola di Gesù.

Vorrei farvi sostare per un attimo sui momenti e i tempi della ricerca. La loro concitazione non deve nascondere che essi rappresentano una costante nella vita dell'uomo, nella storia di ogni avventura, con cui la lingua ricevuta, le forme della religiosità e della fede trasmesse, devono essere accolte e fatte proprie. Per Gesù è giunto il momento di passare alla vita adulta, anzi di anticipare la missione futura. L'adolescenza è una nostra invenzione, e nel postmoderno sta diventando una condizione "dilazionata", "prorogata", o per qualcuno persino "interminabile" della vita di un ragazzo e di un giovane. È bello vedere che anche per Gesù, pur nella brevità narrativa di tre giorni, questo tempo ha comportato un "sottrarsi" (e un essere perso da parte dei genitori), un "non essere trovato" perché cercato nella direzione sbagliata (nella carovana, ancora nell' ambito del grembo generante), e ha richiesto una "nuova ricerca" che porta in direzione opposta a Nazaret, verso Gerusalemme, verso il luogo del "suo esodo" (come dirà Luca alla trasfigurazione: "Mosè ed Elia ... parlavano della sua dipartita [éxodos] che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme": 9,31). Il lettore, dunque, mentre sosta sull' affannosa ricerca di Gesù, sente che ora comincia a muoversi anche il proprio cammino: non solo alla ricerca del volto di Gesù, ma anche della propria identità. Mentre egli ha riconosciuto il debito dell'origine, il grembo dove Gesù e ogni uomo impara a sillabare il mistero della vita, ora deve cercare con Gesù e come Gesù la direzione del proprio cammino, la propria destinazione a Gerusalemme e alla Pasqua. Anche questo è il mistero di Nazaret. Nazaret non è uno spazio chiuso, ma porta con sé una ferita non rimarginabile, è uno spazio da cui bisogna partire, è una radice che esige di crescere. E più la radice è profonda, più l'albero cresce rigoglioso. Gesù, che è stato radicato a Nazaret per trent' anni, ha disteso in soli tre anni i rami frondosi del mistero di Dio sulla terra arsa, le foglie lussureggianti per dare refrigerio al cuore dell'uomo.

4. La prima tessera del volto di Gesù

A questo punto siamo pronti per ascoltare la prima parola di Gesù, a contemplare la prima icona della sua immagine o, se vogliamo usare una metafora più coinvolgente, a raccogliere la prima tessera del suo volto. Non è un caso che la prima parola di Gesù sia come strappata dalla sua bocca e abbia il tono - dicevamo - della risposta impudente e imprudente di un adolescente! Non dobbiamo però troppo psicologizzare il racconto, che resta in ogni caso di una straordinaria attualità, anche dal punto di vista del linguaggio. Il dialogo nel quale svetta la prima autodichiarazione di Gesù è sorprendentemente moderno. La prima formulazione misteriosa dell'identità di Gesù, la prima tessera del puzzle del suo volto, il primo squarcio sul suo insondabile mistero, sgorga come uno zampillo di sorgente dal grembo dei legami familiari. La "madre sua" è ancora una volta il detonatore che scioglie la rivelazione del mistero. Proviamo a ritradurre per sentire il sapore dell'espressione: "Bambino mio (téknon), frutto del mio grembo, generato nelle viscere della famiglia di Nazaret, perché ci hai fatto così?". Vorrei che onorassimo per un momento il mistero della maternità e paternità: dare la vita, con tutti i suoi doni, comporta un lasciar essere, un "lasciar andare", un saper perdere la vita. Come esclama Clemente Rebora: "Quanto morir perché la vita nasca!". La generazione è l'approssimazione più alta al "donare la vita per gli amici, di cui non c'è amore più grande" (Gv 15,13). Gesù non può partire e "amare i suoi sino alla fine" se non è lasciato andare. Gesù "deve" andare "per essere nelle cose del Padre suo", ma può farlo solo se riceve il suo essere filiale come un dono che lo lascia partire. Ciò crea angoscia nei suoi genitori ("Tuo padre e io, angosciati") per la perdita del figlio come bambino. Il ragazzo va ricercato di nuovo, e va ritrovato in modo nuovo ("ti cercavamo": continuavamo a cercarti!). La ricerca rinnovata da parte "dei suoi" apre un tema di grande suggestione nel vangelo di Luca. Proprio "i suoi" , coloro che lo conoscono, non possono che ricercarlo sempre di nuovo, non possono darlo per scontato. La conoscenza di Gesù non è un possesso sicuro, non avviene una volta per tutte. "Cercare Gesù" non può voler dire afferrarlo, ma significa seguirlo; cercare Gesù comporta di essere afferrati da lui, di diventare suoi discepoli nel grande viaggio che lo porterà a Gerusalemme.

La prima parola di Gesù corregge a un tempo la ricerca sbagliata ("Perché mi cercavate [così}?") e apre il cuore "dei suoi" alla ricerca che lascia essere e lascia andare ("Non sapevate che io devo essere... ?"). Il lettore resta impietrito, così come resta sorpreso di fronte alle parole di Gesù a Cana, rivolte alla madre: "Che ho da fare con te, o donna?" (Gv 2,4). La donna madre deve sapere come si genera, sa che appartiene alla sua vocazione materna lasciare andare, generare nella sofferenza della separazione l'uomo nuovo! La prima parola di Gesù si richiama al "sapere" proprio dei genitori, a quella sapienza che è iscritta nel dare la vita, nel gesto rischioso in cui bisogna essere disposti a mettere a repentaglio ogni cosa, perfino se stessi, tutto ciò che i genitori (e gli educatori) possono donare. E anche il figlio che riceve la vita impara il rischio che dovrà correre, perché dovrà scegliere il dono che ha ricevuto come una cosa buona da spendere a sua volta per altri. Così la vita trasmessa viene ricevuta e ridonata. Sul sapere della generazione, sulla drammatica che tale conoscenza mette sempre in atto (quanto morir perché la vita nasca) s'innesta la prima autorivelazione del mistero di Gesù: sufficientemente misteriosa da rimandare oltre e ad altro, ma anche chiaramente determinata nell'indicare il segreto di Gesù: egli è colui che deve essere nelle cose (nella dimora) del Padre. Gesù è definito dalla sua relazione a Dio, anzi dalla sua dedizione al Padre! Questo è il segreto di Gesù, anticipato e iscritto dentro il mistero di Nazaret. Per ora non possiamo aggiungere altro.

Conclusione: il lettore nel cuore di Maria. Il testo ha l'intenzione manifesta di spiazzare i suoi (i genitori e il lettore) . Lascia aperto un interrogativo che dà da pensare e invita a seguire. Anzi, ci colloca nel cuore di Maria che non comprende, ma che "conserva" tutte queste parole che danno da pensare e questi fatti che chiedono di seguire. Al termine del primo episodio alla ricerca del volto di Gesù, dobbiamo uscire dalle nostre certezze e attenderei che il racconto ci proponga altri passi e ci trasporti oltre noi stessi alla ricerca di Gesù. Per ora anche il lettore ritorna con Gesù, Maria e Giuseppe a Nazaret. Dovrà porsi tra Gesù che sta sottomesso ai suoi e Maria che conserva tutte queste cose facendole germinare nel suo cuore. Dovrà abitare ancora per venti lunghi anni il mistero di Nazaret!

 

 

 

Secondo episodio

"E LE FOLLE LO CERCAVANO..."
LA RICERCA DI GESÙ A CAFARNAO DA PARTE DELLE FOLLE
Lc 4,42-44

Il secondo testo è un brano esemplare, perché conclude la giornata "tipo" di Gesù. Luca presenta 1'azione di Gesù a Cafarnao come una giornata modello. Il piccolo brano si colloca alla fine e al culmine del grande proemio narrativo del vangelo di Luca, che comprende i primi quattro capitoli (1,5-4,44): ne costituisce quasi il traguardo. Così come alla fine dei capitoli dell'infanzia era emerso il tema della ricerca, nel brano conclusivo del ritrovamento di Gesù al tempio (2,39-52 a conclusione di Lc 1-2), il tema della ricerca riappare al termine della prima grande sezione del vangelo, con alcune caratteristiche assai simili. È un brano che pure parte da un'azione di Gesù; Gesù è poi oggetto di una ricerca reiterata, di un ritrovamento; infine, il testo approda ancora a un pronunciamento di Gesù. Egli - come vedremo - preciserà la prima dichiarazione che abbiamo ascoltato nel tempio con una formulazione che pure si richiama al piano/volontà (dei) di Dio e rinvia alla Pasqua come piena rivelazione del disegno di salvezza. Cambiano i personaggi, non sono più "i suoi", ma "le folle". Il clima è quello intenso ed entusiasta della prima fase del ministero di Gesù.

Dopo il brano del ritrovamento di Gesù, i cc. 3-4 hanno un carattere introduttivo al suo ministero. Il capitolo 3 è molto ordinato: collocato dentro una preziosa cornice storica, c'è il racconto della predicazione di Giovanni Battista, nel quale viene innestato il battesimo di Gesù (3,1-22), e poi segue la genealogia ascendente di Gesù (3,23-38). Il capitolo 4 è pure articolato in tre nitidi quadri: le tentazioni di Gesù ("Gesù... fu condotto dallo Spirito nel deserto": 4,1-13), la prima predica di Gesù a Nazaret (4,16-30: "Si recò a Nazaret, dove era stato allevato" [v. 16]; è l'ultimo ritorno in patria, che si conclude con la fuga di Gesù: "egli, passando in mezzo a loro, se ne andò" [v. 30]), l'attività taumaturgica a Cafarnao (4,31-41). Al termine di questo quadro si trova il secondo episodio della ricerca (4,42-44): esso costituisce quasi la sintesi della prima fase del ministero, che potremmo intitolare: la presentazione di Gesù. Mi introduco con due osservazioni iniziali: una sul contesto del brano, l'altra sulla struttura del testo; e poi propongo tre momenti di lettura del testo.

1. Gesù a Cafarnao e la ricerca delle folle

Il nostro testo sulla ricerca è inserito in un quadro che presenta la prima uscita di Gesù: essa dunque ha un valore esemplare, dopo la prima (e ultima) predicazione a Nazaret. Il quadro complessivo della predicazione a Cafarnao si articola come segue. Essa è organizzata attorno a due sommari, uno di apertura (4,31-32) e uno di chiusura (4,42-44), che fanno da cornice a tre azioni di Gesù: la guarigione in giorno di sabato di un indemoniato, la guarigione della suocera di Pietro in casa, 1'attività taumaturgica presso la folla. Come si vede dallo schema seguente, il nostro testo, con il tema della ricerca, sigilla l'attività a Cafarnao.

A. Sommario introduttivo: insegnamento in Galilea,

reazione della gente e motivazione - hoti - (4,31-32).

B. La guarigione dell'uomo "indemoniato" (4,33-37).

C. La guarigione della suocera di Simone (4,38-39).

B'. Le guarigioni della gente e gli "indemoniati" (4,40-41).

A'. reazione di Gesù e motivazione - hoti - (4,42-44).

Sommario conclusivo: predicazione in Giudea.

Il secondo testo sulla ricerca si colloca alla fine della giornata di Cafarnao e della prima grande sezione del vangelo che presenta Gesù (cc. 1-4: non sono ancora intervenuti i discepoli). Inoltre il nostro testo chiude anche la giornata di Cafarnao, iniziata "il sabato" (4,31) e terminata "al calar del sole" (v. 40). Il piccolo racconto sembra dar avvio a un'altra giornata (v. 42: "Sul far del giorno uscì"), ma evidentemente all'evangelista basta averne abbozzata una. Anzi l'enfasi sulla ritirata di Gesù sembra voler evitare una sua ripetizione. La prima presentazione a Cafarnao ha un suo valore esemplare e Luca la chiude con un sommario che dice il senso della missione di Gesù: è qui che riappare il tema della ricerca! Il nostro brano ha una struttura semplicissima: un'azione con cui Gesù si sottrae, la ricerca affannosa della folla per trattenerlo, la dichiarazione di Gesù. Dal punto di vista della dinamica narrativa il nostro episodio è molto simile a quello del ritrovamento al tempio, ne è quasi la forma miniaturizzata: azione di Gesù con cui si allontana, ricerca affannosa e non ritrovamento, pronunciamento di Gesù, introdotto con le stesse parole ("egli però disse loro"). Il brano ha un climax che conduce alla seconda autodichiarazione solenne di Gesù, introdotta ancora da un "io devo", "bisogna". Propongo di seguito il commento a questi tre momenti.

A La sottrazione da parte di Gesù

42 Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto.

B La ricerca da parte delle folle per trattenerlo

Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e volevano trattenerlo perché non se ne andasse via da loro.

A' La dichiarazione di Gesù

43 Egli però disse: "Bisogna (deì) che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato" .

Gesù se ne va oltre

44 E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

2. Gesù si sottrae alle folle

Il lettore si trova alla fine di una sezione ampia ed emozionante, la presentazione del personaggio sembra completa (infanzia, prima dichiarazione nel tempio, attività del Battista, battesimo di Gesù, genealogia, tentazioni, giornata inaugurale a Nazaret, giornata esemplare a Cafarnao , terminata con il "calar del sole"). Sembra, dunque, completato un ampio quadro al cui centro campeggia Gesù, che sperimenta già un primo bagno di folla. A questo punto s'attende un nuovo inizio, ciò che avverrà effettivamente dopo, con la chiamata dei discepoli. Ma il giorno sembra ripartire: "Sul far del giorno" (v. 42). Questo nuovo inizio è in realtà un sigillo: è solo per indicare il senso di ciò che è avvenuto, pone il suggello alla prima grande sezione del vangelo di Luca. Il lettore, l'illustre Teofilo (amico di Dio), a cui è dedicato/indirizzato il vangelo, deve fermarsi un momento per raccogliere sulla cornice di chiusura la seconda autodichiarazione di Gesù, sulla sua missione e sul suo mistero. L'evangelista gli ripropone il tema della ricerca.

Il testo aggiunge: "uscì e si recò..." ("uscendo si diresse...", la stessa espressione è ripresa quando Gesù si reca nell' orto degli ulivi: 22,39), e continua: "... in un luogo deserto (eis éremon topon)". L'ultima espressione richiama il brano della moltiplicazione dei pani, quando i dodici si avvicinano a Gesù e gli dicono: "Congeda la folla... perché siamo in un luogo deserto (en erémo topo)" (9,12). Anche là vi è la folla, il luogo deserto e Gesù che parla del "regno di Dio". A differenza di Marco (1,35), che parla del ritirarsi di Gesù in un luogo deserto, di buon mattino, per pregare, qui Luca (che pure ha a cuore il tema della preghiera) evita l'accenno, forse perché sia univoco il motivo del ritirarsi di Gesù: egli vuole sottrarsi alla presa della folla che intende sequestrarlo. Dal contesto, anzi, può nascere persino l'impressione che - a differenza di Marco - Gesù abbia esercitato la sua attività tutta la notte, abbia guarito se non tutti, molti: è stata una giornata piena, ma come al solito la folla non è mai sazia! Il motivo del sottrarsi di Gesù appare in tal modo enfatizzato nel brano: egli non vuole lasciarsi confiscare dalla folla.

3. La ricerca spasmodica delle folle

Le folle (hoi ochloi) prima seguivano il Battista; ora che è in prigione (3,20), cercano Gesù: hanno bisogno di lui. Il tema della ricerca non è mai stato utilizzato sinora in rapporto alle folle, appare qui per la prima volta. Gesù è diventato un polo di attrazione per tutta la regione di Cafarnao. Una giornata esemplare ha già creato un seguito diffuso, una fama allargata. Il lettore sperimenta la gioia entusiasta dei primi momenti del ministero di Gesù, viene trascinato dal successo della fase galilaica, resta affascinato anche lui dall'irruzione sulla scena di questo taumaturgo che non smette di guarire i mali della gente. Queste folle che seguono Gesù saranno una compagnia che lo seguirà sino alla fine nel vangelo, anche dopo la crisi e l'esecuzione di Gesù. Dopo la morte di Gesù, Luca commenta: "Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto" (Lc 23,48). Per Luca, Gesù è un polo di attrazione universale.

Con rapidi tratti si descrive la ricerca affannosa delle folle: "continuavano a cercarlo" (frequentativo) magari nei luoghi del giorno prima, nella casa di Simone a Cafarnao, in quel cortile che si può ancora oggi vedere negli scavi, ma non lo trovano (come Gesù dodicenne non viene trovato nella carovana, e le donne non lo troveranno al sepolcro); poi qualcuno li avvisa e quindi "lo raggiunsero", là nel luogo deserto dove s'era rifugiato. Gesù non è mai là dove lo si cerca, è in un luogo remoto dove non ce lo si aspetta, è nell' altra direzione rispetto a dove lo si cerca. Poi appaiono due verbi: "volevano trattenerlo", e l'evangelista indica anche la motivazione (h6ti): "perché non se ne andasse via da loro".

Per comprendere bene il nostro testo dal punto di vista narrativo occorre metterlo in parallelo a Lc 9,18-22. Osserviamo la ricorrenza dei temi. Gesù si trova in preghiera, in un luogo appartato (katà m6nas), e pone ai discepoli la domanda: "Chi sono io secondo le folle?" (9, I 8). Anche qui, per la prima volta parla ai discepoli del progetto (dei) del Padre: è il primo annuncio della passione. Quindi Luca presenta una progressione: prima a Maria e Giuseppe in 2,49, poi alle folle in 4,43, infine ai discepoli in 9,22, Gesù annuncia il disegno del Padre. Alle folle Gesù si sottrae per indirizzarle verso un' altra ricerca: non può essere ricercato solo come taumaturgo, come colui che guarisce, che risana le ferite, che scaccia i demoni, ma dev'essere ricercato per un' altra ragione che solo egli può rivelare. Perché in lui si realizza il progetto del Padre che corrisponde al desiderio radicale del cuore dell'uomo, presente nella ricerca spasmodica della folla e nella sua intenzione di trattenerlo.

4. La seconda auto presentazione di Gesù

Se fino a questo punto del vangelo Gesù è apparso come profeta, maestro, guaritore, esorcista, Figlio dell' Altissimo, Cristo e Servo, ora egli si autopresenta come annunciatore del Regno. Il testo ha un sorprendente parallelismo linguistico con la dichiarazione di Gesù davanti a Maria e Giuseppe a Gerusalemme:

2,49 E disse loro: ... Non sapevate che

NELLE (COSE) DEL PADRE mio

devo (dei) essere io?

4,43 E, allora, disse loro: che anche nelle altre città

evangelizzare io devo (dei) IL REGNO DI DIO,

perché per questo sono stato mandato!

Il secondo pronunciamento di Gesù nel contesto della ricerca, fa ascoltare al lettore e alle folle la volontà salvifica (dei) del Padre: portare il buon annuncio del regno di Dio. L"'io devo essere nelle cose (dimora) del Padre" viene ora precisato davanti alle folle così: "io devo dare il buon annuncio del regno di Dio". L'essere di Gesù in relazione al Padre, la sua dedizione al Padre consiste nell"'essere mandato" per l'annuncio del regno di Dio. Annunciare la buona notizia (anche nelle altre città: la sua destinazione universale, che non può esser sequestrata) risuona ora come ciò che specifica l'''essere mandato" dal Padre. Il seguito del vangelo di Luca può essere pensato come la distensione narrativa di questo annuncio dentro due grandi quadri, che svolgono la missione del "dare il buon annuncio del Regno". Nello schema seguente preciso anche i suoi contenuti;

1. PORTARE IL BUON ANNUNCIO DEL REGNO A TUTTI

cf. Mc 1,15: "Il regno di Dio è vicino"

4,43: "anche alle altre città devo annunciare il regno di Dio"

- l'annuncio del Regno non è separato dalla cura delle malattie e dalla liberazione dai demoni (4,38-41);

- questo Regno appartiene ai suoi discepoli: si è avvicinato a voi il regno di Dio (11,20; 19,9.11);

- il più piccolo nel Regno è più grande di Giovanni Battista (7,28);

- il Regno è luogo di contraddizione: chi pone mano all'aratro ... non è adatto per il Regno (9,62; cf. 9,27);

- il Regno è paragonato a un granello di senapa e al lievito (13,18-21);

- il Regno ha una dimensione futura: verranno da oriente (13,29; cf. 13,19).

16,16: "la legge e i profeti fino a Giovanni;

da allora in poi il regno di Dio viene annunciato".

2. LA VENUTA DEL REGNO DI DIO

cf. Mc 1,15= "Convertitevi e credete al vangelo"

17 ,20: quando verrà il regno di Dio

- la riservatezza del Regno che non attira l'attenzione (17,20); - questo Regno appartiene a chi è come i bambini (18,16-17); - è difficile entrarvi per chi possiede ricchezze (18,24);

- occorre lasciare tutto per il Regno (18,29);

- i segni che dicono che il Regno è vicino (2 1 ,3 1) ;

- non berrò più del vino finché non venga il Regno (22,16.18).

22,18: finché il regno di Dio non venga.

 

Secondo ascolto

 

IL BISOGNO DELLE FOLLE

La prima parola di Gesù, che riguarda l'annuncio del regno di Dio (corrispondente alla solenne dichiarazione di Marco; "Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi e credente al vangelo": Mc 1,15), è dedicata pure qui (solo) a chi lo cerca. Anche in questo caso ha l'effetto del disorientamento, o meglio indirizza la ricerca delle folle, che inseguono Gesù come guaritore-esorcista, verso il progetto del Padre, a cui quel bisogno di guarigione/salvezza allude. Deve diventare ricerca del Regno, deve mettere al centro Gesù come colui che "porta il buon annuncio del regno di Dio" .

1. La ricerca che nasce dal bisogno

Per il nostro ascolto della fede partiamo dal punto in cui trova il lettore a questo momento del racconto del vangelo di Luca. Il lettore è in posizione favorevole, sa molte cose in più, a proposito di Gesù, rispetto a quando lo abbiamo lasciato l'ultima volta. La lettura dei due capitoli (Lc 3-4) che intercorrono tra il primo testo sulla ricerca e questa breve riapparizione del tema l'ha veramente arricchito. L'orizzonte si è aperto davanti ai suoi occhi con la cornice nella quale l'evangelista colloca la predicazione di Giovanni Battista nel quadro della storia universale: "Nell' anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell' Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto" (Lc 3,1-2). Si deve dire che questa nuova sezione, dopo l'episodio del ritrovamento al tempio, è collocata in una cornice veramente sontuosa. L'attesa del lettore era già grande per la curiosità suscitata dall'incrociarsi delle due linee nel vangelo dell'infanzia: la prima veniva dall' alto con gli annunci a riguardo del protagonista Gesù e la seconda sgorgava dalla bocca stessa del ragazzo Gesù che aveva dichiarato di avere un altro Padre e un'altra missione, rispetto alle attese, pur meravigliose, che si potevano evincere dagli eventi. Ma ora il lettore ha chiuso la sua pagina dopo due capitoli che gli hanno presentato Gesù già in azione: il battesimo di Gesù all'interno dell' accorrere delle folle dal Battista; l'interminabile genealogia ascendente che presenta Gesù come l'ultimo anello di una catena che racconta la storia e l'attesa di Israele; l'episodio misterioso delle tentazioni, sotto l'impulso dello Spirito; e, infine, due quadri veramente emozionanti.

Il primo a Nazaret, con un racconto dove la presentazione di Gesù è, per così dire, indiretta. Gesù nella sua sinagoga, dove è andato tante altre volte, ora può leggere la Parola. Egli prende il rotolo e trova il famoso brano del profeta Isaia, che legge davanti a tutti: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19). Chiude il rotolo e commenta: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4,21). Quel giorno tanto atteso, in cui i cieli si schiudono e un nuovo profeta viene a visitare il popolo di Israele, si compie "oggi": un profeta speciale, che può permettersi di tagliare il testo dell' autore postesilico, tralasciandone l'ultimo versetto: "...e un giorno di vendetta del nostro Dio" (Is 61,2b). L'anno (giubilare) del Signore che Gesù annuncia nella prima predica a casa sua, là in quella Nazaret dove egli aveva sottoposto la sua origine misteriosa alla lunga incubazione dei linguaggi umani, dove aveva imparato a sillabare dentro l'intensa religiosità del suo popolo le parole della Torà, gli oracoli profetici e le mirabili riflessioni dei sapienti, sì la promessa di quel giubileo brilla nell' aria di Nazaret come un sole che sorge! Il lettore è trasalito dinanzi a questa prima rivelazione del profetismo di Gesù, che si presenta con il volto univoco del servo sofferente che assume le piaghe, le povertà, le cecità e i legami di schiavitù del suo popolo. Il "lieto messaggio" è risuonato nella sinagoga di Nazaret come inatteso, come un lampo che attraversa il cielo ormai chiuso da molti secoli. "Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti" (Is 63,19). I compaesani di Gesù avevano sussultato dinanzi a queste parole, ma in un altro modo; conoscevano l'origine di Gesù: "Non è il figlio di Giuseppe?" (Lc 4,22), e l'avevano portato fin sul ciglio del monte. Gesù era sfuggito a loro, andandosene altrove.

E il lettore lo ha seguito, a Cafarnao, un villaggio sulle sponde del piccolo lago di Galilea. L'immagine di Gesù, brillata a Nazaret, ora prende il volto e si rende presente nella mano che lenisce le ferite di tutti quelli che accorrono, che strappa il demone cattivo a un uomo nella sinagoga di Cafarnao, che guarisce la suocera di Pietro (non si sa mai...), e poi ancora continua, per le strade del villaggio "fino al calar del sole", ad annunciare, a guarire, a fasciare le ferite, ad aprire occhi, a consolare, e forse non smette neppure per tutta la notte... Questo l'emozionante racconto dei due capitoli che il lettore ha seguito, quando riappare il tema della ricerca.

Il mattino dopo però Gesù non si trova più. Al termine di una giornata memorabile, alla fine di due capitoli dove il racconto ha suscitato tante attese, ora il protagonista dovrebbe mettersi all'opera. Tutti lo aspettano alla prova dei fatti. La folla, il mattino dopo, è ancora lì. Probabilmente ne sono arrivati molti altri, con i loro malati, ciechi, storpi, zoppi, e quegli indemoniati che stremano la vita di una famiglia. Ma lui non si trova. È stata come un' apparizione fugace. Il lettore è tranquillo perché sa che se n'è andato via, in un luogo deserto, si è sottratto alla morsa bramosa del bisogno delle folle. Le folle sbucano da ogni parte, portano il loro imperioso bisogno, sono gravate dal fardello dei loro malati. Possibile che il guaritore, l'esorcista, il taumaturgo di ieri sia scomparso?

La folle lo cercano, perché hanno bisogno di guarigione. Sembra che molti, anche oggi, si accostino alla fede soprattutto chiedendo guarigione, risanamento e salute. Gli uomini - da che mondo è mondo - trovano nella condizione di indigenza, di malattia, di povertà il luogo in cui esprimere le proprie attese e i propri bisogni (anche religiosi). La fede è ricercata come terapia, è apprezzata per la sua capacità di portare sollievo al corpo e allo spirito. Un'umanità dolente affolla sovente i santuari della devozione e chiede un segno tangibile della provvidenza divina, implora che siano fasciate le piaghe, guarite le malattie, sanate le ferite dell' anima, che a volte attraversano l'esperienza moderna in modo ancora più incurabile delle sofferenze che vediamo scorrere sotto gli occhi di Gesù. Guarigione del corpo e dello spirito creano un' attesa di redenzione, di consolazione, di risanamento che attraggono anche l'esperienza religiosa nel cerchio del bisogno di salute e di benessere psichico. Quest'attesa è poi rinforzata dall'immagine salutista, vitalista dell'esistenza moderna che, attraverso il grande gioco degli specchi della comunicazione di massa, alimenta un desiderio di eterna giovinezza, di vita sempre fresca e nuova. Tutto appare giovane, bello, promettente, mentre lo spazio e il tempo per la fatica, la sofferenza, la pazienza con il proprio corpo, con se stessi, con i chiaroscuri dell' esistenza, con il declino delle proprie energie viene censurato e negato. Per questo le folle "continuavano a cercar lo" ... È un bisogno ripetuto, insistente, spasmodico, che passa sopra ogni difficoltà, e che muove un numero spropositato di persone che portano con sé la loro umanità dolente. Le folle non si rassegnano, continuano a cercarlo. La fede è ricercata ancora oggi, da molti, così. Com'è attuale questo brano! S'attende un Gesù guaritore del corpo e dell' anima, un guru che aiuti a farci raggiungere l'armonia di noi stessi, un'unità psico-fisica della persona. Le folle lo cercano così, e il lettore sembra risucchiato in questo movimento, sembra confondersi anche lui con la gente accorsa a cercarlo. Gesù non può essere sparito, il bisogno trova sempre l'oggetto del suo desiderio.

2. Sottrazione e disorientamento

Gesù però non si trova dove lo cercano. Sarà in città, a casa di Simone: in fondo, ieri gli ha guarito la suocera, e - si sa - le donne sanno essere grate. Le folle accorrono, ma non trovano. Perlustrano tutta la città, ma di lui neanche l'ombra. Sarebbe bastata anche solo l'ombra... Finalmente corre una notizia: si è ritirato un momento. Facevamo notare che nel brano parallelo di Marco (1,35) Gesù si ritira per la preghiera. No, qui il nostro testo è chiaro e il lettore lo comprende bene. Luca dice che Gesù si sottrae a coloro che "volevano trattenerlo, perché non se ne andasse via da loro" (Lc 4,42b). A questa presa Gesù si sottrae, non può essere trattenuto, sequestrato per sé, afferrato per dare senso alla tua vita. A questo abbraccio mortale del bisogno Gesù si sottrae. Sottopone la ricerca a un disorientamento, depista il nostro bisogno. Questo è il momento più delicato del nostro racconto. Bisogna che ci fermiamo un momento.

La fede cristiana sembra presentarsi talvolta come rimedio alle deficienze della vita, come estremo soccorso all'umanità sofferente, anche se la concorrenza delle moderne tecniche terapeutiche e analgesiche della malattia fisica e della sofferenza psichica sembrano decretare un inarrestabile arretramento della sua pretesa redentrice. Rimane alla fede cristiana certo la forza consolatrice di fronte al male invincibile, all'enigma estremo della morte, ma il suo potere terapeutico sembra arrivare sempre troppo tardi - sterile consolazione - rispetto alle molte tecniche che portano soccorso all'umanità dolente. Anche per la guarigione la fede appare un rimedio "estremo", quando si è già esaurita l'efficacia degli altri aiuti. Essa si presenta come l'''ultimo soccorso", la consolazione dei disperati. Eppure l'evangelo di Gesù - proprio nella sua connotazione sorgiva - è un annuncio "buono e salutare" per coloro che sono indigenti, bisognosi, malati, esclusi. Questa è addirittura la differenza tra il Messia atteso da Giovanni e Gesù di Nazaret, così come appare soprattutto nella prima fase del suo ministero. Ai discepoli di Giovanni che vengono a interrogare Gesù: "Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?" (Lc 7,19), l'evangelista non dà risposta immediata, ma fa notare: "In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. Poi diede loro questa risposta: 'Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!'" (Lc 7,21-23).

La buona novella è indirizzata a chi riconosce il proprio bisogno, e lo riconosce come una domanda di risanamento e di salvezza. Per chi non si riconosce così, la buona notizia è pietra di inciampo. Fa pensare persino a Giovanni, il "più grande tra i nati di donna", se non si debba "attendere un altro". Egli ha un'immagine diversa della presenza di Dio, come uno che interviene con braccio forte e disteso, che separa il grano dal suo scarto, che recide alla radice l'albero che non porta frutto (cf. Lc 3,9.17).

Di un Messia consolatore oggi non sappiamo che farcene, ci sembra offrire un'immagine di Dio troppo a nostra somiglianza, corrispondente al nostro bisogno, appiattita sul nostro desiderio di benessere e di vita buona e felice. Eppure - anche a un'osservazione superficiale - vediamo che tra dono della salvezza e bisogno della guarigione non c'è separazione, sebbene non ci sia neppure piena identificazione. Una salvezza che non sia anche redenzione integrale dell'uomo in tutte le sue dimensioni, che non sia la mano di Dio che fascia le sue ferite, che abbatte le barriere, che chiama i ciechi, gli storpi, gli zoppi, i lebbrosi alla festa della comunione, non può essere la "grazia cristiana". D'altra parte una salvezza che fosse solo risposta al nostro bisogno di guarigione, di salute, di vita "eterna", di consolazione, sarebbe una sorta di sistema sanitario a buon prezzo e un pronto soccorso sicuro, che arriva sempre puntuale soprattutto quando gli altri hanno dichiarato "forfait". Salvezza e guarigione o vengono poste in alternativa, disegnando una visione spiritualistica della salvezza contrapposta alla ricerca vischiosa di salute, di segni prodigiosi, di devozione superstiziosa, di guarigione sicura, di benessere psichico; oppure vengono separate, abbandonando quest'umanità dolente alla ricerca spasmodica di surrogati religiosi, di esperienze esoteriche, di metodi e movimenti che propongono tecniche di armonia con il proprio corpo e con la propria anima. La demonizzazione del bisogno di salute fisica e psichica riso spinge questa sfera dell' esperienza nella zona oscura e incontrollata dell' emotivo, del sensazionale, dell' irrazionale, tanto più difficile da controllare, quanto più è lasciata senza criteri di discernimento. Una salvezza spiritualistica genera un bisogno di risanamento, concentrato sugli aspetti corporei immediati. Il corpo si prende la sua rivincita di fronte a una salvezza che si pensa come liberazione dal corpo, dalla storia, dalla vicenda quotidiana.

Occorre dunque ristabilire il legame tra dono del vangelo e bisogno di guarigione. Il primo è la verità del secondo, il secondo è il segno reale del primo. Gesù non guarisce tutti i ciechi, tutti gli zoppi, tutti i lebbrosi, non sazia tutti gli affamati, non libera tutti i prigionieri, non accoglie tutti i poveri. I guariti della prima giornata di Cafarnao non sono stati semplicemente più fortunati degli altri... L'intervento di Gesù nei confronti di ogni forma di sofferenza è vero e reale, ma lo è come il segno del Regno che viene. Per questo egli si sottrae e sfugge non al bisogno, ma al bisogno onnipotente che vuole "trattenerlo", che pretendeva che non se ne "andasse via da loro". Questo, si, è il pericolo delle folle, questo teme anche il lettore, che si è confuso tra la folla. Anche lui, se fosse stato là, avrebbe partecipato alla ricerca per riportare Gesù a Cafarnao. Un bene così prezioso non si può lasciarlo andare facilmente!

3. Il desiderio della ricerca del Regno

Ma Gesù interviene. Si sottrae, ma non è scomparso. Ritorna per dirci qual è il senso, anzi la verità stessa della nostra ricerca e del nostro bisogno. Egli non reprime il bisogno di guarigione, di vita buona e felice, per tutte queste folle. Esse sono come pecore senza pastore: di questa gente innumerevole, di tutti i volti che gli passano davanti, egli ha con-passione. Si appassiona alloro bisogno, ma egli "deve" trasmettere loro il desiderio di Dio. Perciò - ancora in un testo di ricerca - egli apre la bocca per la sua seconda autodichiarazione: "Devo (dei) portare il lieto annuncio del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato".

Il "devo essere nelle cose del Padre" di Gesù ragazzo diventa ora il "devo portare il lieto annuncio del regno di Dio". Ricordiamo questo "devo", "bisogna", "è necessario": ci inseguirà sino alla fine. Il compito di Gesù sta tutto qui, nell' essere l'ermeneuta, l'interprete, l'angelo annunciante, che spiega il dei del Padre sino alla fine. Lo vedremo. Per ora il lettore annota il fatto: la seconda volta che ritorna questo "io devo" è suscitato ancora dalla ricerca. La ricerca dell'uomo quasi costringe Gesù a dischiudere in essa il senso che porta con sé. Lo si può dire con una parola antica: il desiderio di Dio, desiderium videndi Deum!

Oggi la si deve tradurre colorandola con la dichiarazione di Gesù: il desiderio del lieto annuncio del regno di Dio. Non solo per sé, ma anche per tutti!

E che cos'è il regno di Dio, che Gesù "evangelizza" (è interessante: si usa un verbo!), che egli porta come annuncio bello e buono? Il regno di Dio è un' azione, un evento, un incontro, una presenza, la presenza stessa di Dio che ha il volto di Gesù ("io devo... "). È la centralità di Dio non per chi si crede giusto o è già a posto. Egli stesso si mette in mezzo a noi, si fa presente, sconvolge le nostre separazioni e divisioni, attraversa le nostre malattie, snida il male fin nelle sue radici tenebrose. Per questo è dato a tutti, non può essere sequestrato dalle folle di Cafarnao, è dato alla donna sirofenicia, alla pecorella perduta... Vorrei che sentissimo la freschezza dell'annuncio del Regno frizzare nell'aria di questo mattino di Cafarnao, sorgere come sole luminoso sullo specchio del lago che vi riflette il cielo di Galilea. Il regno che Gesù porta è il cuore della nostra fede, perché Gesù porta in mezzo a noi la centralità di Dio!

L'annuncio di Gesù non ci parla di lui, ma di Dio, ci rivela qualcosa di nuovo a proposito di Dio stesso. "Regno di Dio", "Signoria di Dio" - un'espressione insolita per noi - indica presenza e vicinanza di Dio che manifesta il suo essere "Signore", salvando e amando il suo popolo. Viene ricuperato da Gesù il carattere ideale della regalità dell' AT, dimenticando tutte le esperienze negative. Il popolo di Dio aveva fatto l'esperienza di re che invece di prendersi cura del popolo, di assicurare la giustizia, di proteggere gli orfani e le vedove, di essere un segno nel popolo dell'unico e vero Re, il Signore JHWH), avevano spadroneggiato sul loro gregge (cf. la denuncia spietata di Ez 34). La rivendicazione teocentrica - solo JHWH è il vero Re - già presente nella teologia del Regno nell' AT è rimessa pienamente in vigore da Gesù. Il Regno non è solo una realtà spirituale: esso viene pienamente in ogni dimensione umana, coinvolge tutto l'uomo, guarisce tutte le forme dell'umano. Per questo è proclamato dinanzi alle folle spinte dal loro bisogno di guarigione e di consolazione. Non è represso il loro bisogno, è solo aperto verso tutti (anche nelle altre città...), anzi è dilatato sino a indicarne il segreto più profondo, quello del bisogno, del desiderio di Dio. Dio non è desiderabile per essere posseduto, ma per lasciarci possedere, non si può afferrarlo come lo strumento per il nostro bisogno onnipotente, ma ci chiede di affidarci e incontrarlo come la presenza che chiama a seguirlo! Dio non è l'oggetto del nostro bisogno, ma è la presenza che dà nome al nostro desiderio: il desiderio di comunione e di dedizione. Il bisogno ci lascia nel regime della necessità, il desiderio che si affida (la fede) ci introduce nel regime della libertà! Per questo Marco con frase lapidaria dice: "Il regno di Dio è vicino, si fa presente, convertitevi e credete al vangelo, al suo lieto annuncio!".

Il regno di Dio è, allora, una nuova presentazione del primo comandamento ("lo sono il Signore, l'unico, non avrai altro Dio"). JHWH è l'unico, il criterio della nostra vita, ciò che è decisivo per noi. Il lettore ora esulta: Gesù è la vicinanza stessa di Dio che raggiunge la sua massima trasparenza. Gesù ci presenta un Dio che è Abba, Padre, un Dio che ha cura dell'uomo, che prende su di sé la sua causa. Questo è il centro dell'annuncio di Gesù: una rilettura del comandamento di Dio collegata alla sua persona. Gesù "deve portare il lieto annuncio", ma alla fine - questa è la sorpresa che il lettore intuisce - il lieto annuncio porta Gesù. La seconda autodichiarazione di Gesù allora appare nella sua sfolgorante pregnanza. Quell'''io devo" non indica solo il compito, ma la persona, la presenza; meglio, indica la missione ("per questo sono mandato [dal Padre]"), perché comunica la persona. Il volto del Padre nel gesto del Figlio! Nella missione di Gesù si manifesta la signoria-sovranità-divinità di Dio che è signoria nell' amore e dell' amore. La gloria di Dio si manifesta nella sua libertà sovrana di amore e perdono. Solo chi accoglie questo annuncio, che non è solo un insegnamento nuovo, ma è la nuova presenza, il rapporto definitivo con Dio, può anche capire e praticare il suo insegnamento morale. Certo tale presenza è anche giudizio sul nostro peccato e richiesta di conversione, ma ciò non è che un aspetto del suo farsi incontro a noi con benevolenza e amore. È l'esperienza di Dio che Gesù ci porta. L'immagine evangelica di Dio è quella di una dedizione senza condizioni, la cui divinità consiste nell' amore, nel suo donarsi senza sopprimersi. Egli rimane se stesso andando verso il diverso da sé, amando il peccatore. Gesù rivela, proprio nel suo agire, tale dimensione della gloria di Dio, che si manifesta nel nascondimento, nel servizio, nell' essere il samaritano dell'uomo. Le beatitudini non sono comprensibili che a partire da qui. L"'io devo essere nelle cose del Padre" comincia a srotolarsi davanti a noi: il primo passo che Gesù ci fa compiere è di farci incontrare il volto dell' Abba! Per questo Egli si trasformerà ora, per lunghi capitoli, in "maestro del regno di Dio", sulla strada che porta a Gerusalemme. Il lettore sta di sentinella: egli comincia a interessarsi del regno di Dio. Gesù da qui in avanti diventerà "maestro nella ricerca" del regno di Dio!

 

 

 

 

Terzo episodio

"E CERCAVA DI VEDERLO"
ERODE CERCA DI VEDERE GESÙ 
Lc 9,7-9

Il terzo episodio della ricerca ci trasporta al capitolo 9. È collocato alla fine della prima parte del ministero di Gesù, prima che inizi - secondo la configurazione narrativa di Luca - il grande viaggio verso Gerusalemme (Lc 9,51-18,43). Per la verità, prima di approdare a questo momento, vi sono altri accenni alla ricerca: piccoli frammenti di testo che riferiscono ancora la ricerca" delle folle", riportati dalla bocca del narratore (5, 18; ma soprattutto il bel testo di Lc 6,19: "tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti"). Infine c'è il nostro testo che chiude la prima parte del vangelo (5,1-9,50). L'episodio della ricerca di Gesù da parte di Erode attribuisce al governatore della Galilea il desiderio di vedere Gesù, prima che questi lasci il territorio.

Il testo va inserito in una serie di altri riferimenti all'interesse di Erode per Gesù e vedremo che fa da pendant all' altra ricerca di Gesù da parte di un altro capo, Zaccheo. Si può dire (cf. prospetto generale) che la ricerca da parte di due capi, qui il tetrarca Erode, governatore della Galilea, là l'arcipubblicano Zaccheo, esattore delle tasse, racchiude la grande sezione centrale del vangelo di Luca. Questo episodio si colloca al centro del capitolo 9, dove è contenuto l'ultimo momento della prima parte del vangelo: missione e istruzione dei Dodici (9, I-50). Svolgerò, come al solito, alcune questioni introduttive e alcuni aspetti di esegesi.

1. La ricerca di Gesù da parte di Erode

Il contesto del capitolo 9 incornicia il nostro episodio: una prima scena racconta la missione dei Dodici (9,1-10); in essa si collocano i vv. 7-9 con la notizia della decapitazione del Battista e l'episodio del desiderio di Erode di vedere Gesù. Segue la moltiplicazione dei pani dopo il ritorno dei Dodici dalla missione (9,10-17). Il resto del capitolo è percorso dal tema della futura passione, morte e resurrezione, attraversato dalla domanda di Gesù circa la sua identità, concluso dal primo annuncio della passione, a cui segue la trasfigurazione incastonata tra il primo e il secondo annuncio della passione (9,18-36). In questo capitolo, dove campeggia la domanda sull'identità di Gesù, si colloca il desiderio di Erode di vedere Gesù. Ora, la ricerca di Gesù da parte di Erode attraversa tutto il vangelo, e arriverà sino alla fine, realizzandosi in termini piuttosto deludenti. Perciò è meglio avere una visione d'insieme di tutti i testi che in Luca riguardano Erode:

 

1. INTRODUZIONE:

ERODE (ANTIPA), GIOVANNI E GESÙ

3, 1-2:

Le forze in gioco (prima di presentare il "movimento" di Giovanni Battista)

3,19-20:

la sfida tra Erode e Giovanni (1'arresto di Giovanni)

9,7-9:

1'opinione su Gesù.

2. CENTRALE:

GESÙ A ERODE (si realizzerà la parola di Gesù?)

13,31-33:

Il viaggio di Gesù (viene comunicato a Gesù che Erode vuole ucciderlo).

3. CONCLUSIONE:

GESÙ DA ERODE

23,6-16:

L'incontro (Gesù è mandato da Pilato a Erode; poi Pilato ha una conferma da Erode del fatto che non trova in Gesù nessuna colpa).

 

Proviamo a commentare questo specchietto: il desiderio di Erode di vedere Gesù va letto alla luce di 13,31, quando alcuni farisei fanno sapere a Gesù che Erode vuole ucciderlo, e poi alla luce di 23,6-12, quando la realizzazione del desiderio di vedere Gesù si conclude con una delusione da parte di Erode. La ricerca di Erode attraversa dunque tutto il vangelo: Erode compare in Lc 3 nella sontuosa cornice e scompare nel capitolo 23. Inoltre, Erode fa da cornice al viaggio verso Gerusalemme, che si concluderà con la ricerca contraria di Zaccheo, il quale invece riesce a incontrare Gesù, nel senso pieno della parola, perché si lascia incontrare da lui. Da ultimo ricordiamo come queste due ricerche facciano da inclusione alla grande sezione in cui Gesù appare come "maestro di ricerca".

La forma narrativa svetta al termine del brano con la frase del protagonista, che in questo caso è Erode. Il racconto si snoda in una sorta di supposto dialogo tra quello che la gente dice di Gesù (è interessante che nel nostro episodio non appaia il suo nome) e quello che invece dice Erode. Abbiamo così la struttura del brano:

Erode sente parlare

7 Intanto il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare,

Perplessità sulle opinioni

perché alcuni dicevano: "Giovanni è risuscitato dai morti", 8 altri: "È apparso Elia", e altri ancora: "È risorto uno degli antichi profeti".

Esclusione di un'ipotesi e domanda

9 Ma Erode diceva: "Giovanni l'ho fatto decapitare io; chi è dunque costui,

Erode ribadisce

che ne ha sentito parlare

del quale sento dire tali cose?" .

Desiderio di vederlo

E cercava di vederlo.

Dal punto di vista narrativo il brano racconta, stupendamente descritta in soli tre versetti, la trasformazione che avviene in Erode: le perplessità sulle opinioni della gente, la domanda di Erode, e il desiderio/curiosità di vedere Gesù. Vedremo cosa avverrà in Erode, e come andrà a compimento il suo desiderio di vedere Gesù.

2. Le opinioni per sentito dire su Gesù

Erode sente parlare di Gesù (il verbo è in posizione enfatica nella frase) a proposito di "tutti questi avvenimenti". Si deve supporre che gli avvenimenti sono quelli che narrativamente precedono al capitolo 8: le folle che seguono Gesù, il suo insegnamento, la tempesta sedata, l'indemoniato di Gerasa, la guarigione dell'emorroissa e la resurrezione della figlia di Giairo: ce n'è abbastanza perché si diffondano voci amplificate e per sentire accrescerne la "fama". È la fase che ha entusiasmato di più il lettore, l'azione di Gesù appare travolgente, attraversa e guarisce tutte le dimensioni dell'umano. Siamo nel territorio di Erode, le folle accorrono, il movimento popolare comincia a impensierire. Erode non sa che cosa pensare di tutti questi avvenimenti. Prima ancora delle opinioni interpretative, ci sono i fatti, c'è il seguito della gente, ci sono già i primi discepoli, c'è una prima attività missionaria...

Vengono riferite le opinioni per sentito dire: "perché alcuni dicevano... ". Chi è il soggetto che parla? Erode, le opinioni riportate a lui, o l'evangelista? Probabilmente, il narratore confonde volutamente i piani, per dar credito a queste voci, per rinforzarle. Il contenuto delle voci è disparato e incerto: si parla di "Giovanni Battista risuscitato" (ma si usa l'espressione tecnica del kerygma della resurrezione, riferita a Gesù, di risorto dai morti [eghérthe ek nekròn]); si parla di un"'apparizione" (ancora un termine di resurrezione): è l'attesa del ritorno escatologico di Elia; infine si parla di "un profeta degli antichi che è risorto" (anéste: altro linguaggio di resurrezione), si attribuisce a Gesù il titolo di "profeta", che però Luca riferisce anche al Battista.

3. La domanda di Erode e il desiderio di vedere Gesù

La domanda sull'identità di Gesù ricorre per l'ultima volta qui, dopo che è stata posta diverse volte e in diversi modi: nella sinagoga di Nazaret (4,22) e in quella di Cafarnao (4,34) nel prologo narrativo del vangelo (Lc 1-4); e quattro volte nella prima parte del vangelo (5,1-9,51):

5,21:

("guarigione del paralitico" + verbo "cercare")
E cominciarono (kaì érxanto) gli scribi e i farisei a discutere dicendo (légo):
"Chi è costui che pronuncia bestemmie?" (tis estin houtos hos.. . ?) .

7,49:

("peccatrice perdonata")
E cominciarono (kaì érxanto) i commensali di Simone il fariseo a dire (légo) tra sé:
"Chi è costui che perdona anche i peccati?" (tis houtos estin hos...?).

8,25

("Gesù domina la tempesta")
Essi (i discepoli) intimoriti e meravigliati, si dicevano (légo) l'un l'altro:
"Chi è dunque costui che dà ordini ai venti e all'acqua e gli obbediscono?" (tis ara houtos estin...?).

9,9:

("l'opinione pubblica su Gesù")
"Chi è dunque costui, attorno al quale sento (dire) tali cose?" (tis dé estin houtos perì hou...?).

L'ultima ricorrenza è appunto quella riferita a Erode. È a partire da questa domanda che il tetrarca cerca di vedere Gesù: "E cercava di vederlo" (kaì ezétei idein auton è identico a 19,3 in riferimento a Zaccheo: kaì ezétei idein tòn Iesoùn). Il lettore trasale davanti a questa intenzione, anche perché c'era il precedente funesto di Giovanni Battista: appare quindi una ricerca se non malintenzionata, certo minacciosa. Erode vuole veramente vederlo? C'è una sorta di omologia tra questa scena e quella matteana, dove Erode il Grande (il padre di questo Erode) dice ai magi che vuole (andare ad) adorare Gesù: nella tradizione evangelica evidentemente il nome di Erode è già minaccioso. Il figlio Erode Antipa è un re travicello e non ha neppure la grandezza tragica del padre (che muore nel 4 a.c.). L'evangelista lascia in sospeso per il lettore il motivo per cui Erode vuole vedere Gesù, anche se la perentoria esclusione della possibilità che sia il Battista redivivo con la spavalda rivendicazione: "Giovanni l'ho fatto decapitare io", getta sull'intenzione di Erode una luce sinistra! Si può tuttavia ritenere che l'espressione di Luca "cercava con insistenza di vedere Gesù", parallela a quella di Zaccheo, suggerisca almeno l'ambivalenza (narrativa, a questo punto del racconto) dell'intenzione di Erode. Un fatto resta chiaro, almeno dal punto di vista narrativo: qui non si dà nessun seguito alla sua intenzione, a cui peraltro non mancava alcun mezzo per arrivare al suo scopo. A differenza dei genitori e delle folle di Cafarnao, l'intenzione di Erode non raggiunge il bersaglio, fa parte del gioco e del dubbio disimpegnato del potente che non mette in gioco la persona. In ogni caso il brano resta aperto agli eventi futuri...

4. L'esito della ricerca di Erode

Per questo bisogna anticipare come si svilupperà il rapporto tra Erode e Gesù (vedi specchietto sopra) nel seguito del racconto lucano.

Al centro del vangelo (Lc 13,31-33), c'è una comunicazione da parte dei farisei, indiretta e falsamente interessata, sull'intenzione di Erode, che motiva una forte dichiarazione di Gesù circa la sua decisione di andare verso Gerusalemme:

In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: "Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere". Egli rispose: "Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario (del) che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme".

Gesù ribadisce perentoriamente la forte decisione di 9,51 (firmavit faciem suam) di andare a Gerusalemme. Il brano ha un chiaro riferimento pasquale perché parla di due giorni (oggi e domani) dedicati alla missione taumaturgica di Gesù, poi del terzo giorno in cui questa missione è compiuta (teleioumai), e infine si rimanda a Gerusalemme/Pasqua, meta di tutta la vicenda di Gesù (oggi, domani e il giorno seguente): il ricorso del dei sembra una risposta ritardata, mandata a dire, alla ricerca disimpegnata e curiosa di Erode del capitolo 9.

Alla fine del racconto abbiamo l'altro episodio della ricerca di Gesù da parte di Erode, che riesce a raggiungere il suo scopo quando meno se l'aspetta, per una sorta di eterogenesi dei fini (Lc 23,6-12). Il brano è attraversato da stupende corrispondenze:

Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. C'erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c'era stata inimicizia tra loro.

La prima frase sembra riprendere consapevolmente il testo del capitolo 9, invertendo la struttura della frase quasi in forma chiastica:

9,9:

"Tis dé estin houtos?" ... kaì ezétei idein auton "Chi è dunque costui?" ... e continuava a cercare di vederlo.

23,8a:

Ho dè Herodes idon tòn Iesoun echdre lian; en gàr ex hikanon chronon thélon idein auton

Ora, Erode, vedendo Gesù, si rallegrò molto; era infatti da molto tempo con la voglia di vederlo...

La frase iniziale sembra dare compimento al desiderio di Erode, per uno strano gioco di interessi tra potenti, ma l'evangelista precisa, in parallelo alla "voglia di vedere", la "speranza di vedere qualche miracolo fatto da lui". Il desiderio di vedere Gesù si precisa in un' attesa miracolistica, stranamente sfasata rispetto alla maturazione del ministero di Gesù. Forse se fosse sceso allora tra la folla avrebbe visto qualche miracolo, ora non gli resta che di vedere il miracolo più grande, quello della dedizione crocifissa di Gesù, che è il senso dell' attività taumaturgica di Gesù, cioè quello di guarire radicalmente il desiderio dell'uomo, introducendolo nella comunione con il Padre, come vedremo a questo punto della ricerca di Gesù. Erode cerca, invece, di vedere il suo mirabilia agere, più che il suo verum esse: cerca Gesù, per trovare altro da lui!

Gesù si sottrae a una ricerca sbagliata, anzi qui la forma della sottrazione si fissa nel silenzio, davanti alle "molte domande". "Gesù non gli rispose nulla": così annota laconicamente Luca, e il lettore resta anche lui muto di fronte al nulla di Erode. Ora segue - si noti - una piccola "passione in miniatura", con le accuse dei capi giudaici, gli insulti e lo scherno e l'intronizzazione regale come per burla (un episodio sorprendentemente simile a quello di Giovanni). Il nulla di Erode è il nulla del suo rifiuto a cercare Gesù nella giusta direzione. È l'esito drammatico che rifiuta la rivelazione salvifica di Gesù e così esprime il nulla della propria ricerca! Il rifiuto di Erode è l'anticipo della rivelazione crocifissa di Gesù, fissata in quel silenzio che chiude la bocca e indurisce il cuore di ogni complice ricerca del potente.

 

Terzo ascolto

IL NULLA DI UNA RICERCA REMOTA

Il terzo episodio della ricerca ci mette dinanzi a un risultato sconvolgente. Sembrava che l'evangelista attribuisse al tema della ricerca un significato produttivo e una forza generativa per la conoscenza del volto di Gesù, e invece il lettore deve arrendersi a raccogliere poco da questa terza tessera. La sua ricostruzione del volto di Gesù segna una battuta d'arresto. Ma come vedremo non è così. Almeno per due ragioni: la prima è che anche i colori scuri e le ombre minacciose appartengono a una ricerca vera segnata dalla contraddizione del tempo; la seconda è che, talvolta, i tratti tenebrosi fanno brillare lo splendore della luce. Forse solo per riflesso, ma alla fine la sorpresa sarà che ci vedremo arricchiti - come un lampo che squarcia l'orizzonte tumultuoso e nero di un cielo temporalesco - ancora di un tratto sorprendente del volto di Gesù.

1. Una ricerca per sentito dire

La ricerca di Gesù da parte di Erode Antipa, un capo, anzi l'autorità che governa la Galilea, la regione in cui si sta svolgendo la prima fase del ministero di Gesù (5,1-9,5°) - dopo il grande prologo narrativo che ha introdotto la figura di Gesù (Lc 1-4) -, sembra avere un esito fallimentare. Il lettore s'aspettava che anche alla fine di questa parte, dominata dall'incontro entusiasmante e travolgente con le folle e attraversata dall' annuncio del Regno, che si diffonde come l'aria frizzante nel mattino di Galilea, Luca presentasse un nuovo episodio positivo di ricerca. Chissà, il racconto della moltiplicazione dei pani (che segue il brano su Erode), in cui - come avviene in Giovanni (6,1-15) Gesù si sottrae per essere oggetto di una ricerca a dir poco rocambolesca. Niente di tutto questo. Luca offre un episodio scarno, in cui Gesù (neppure nominato con il suo nome) è oggetto di una ricerca disimpegnata e ambigua. Per questo non può che sortire un effetto deludente. E in realtà è cosi, rispetto alla dinamica della ricerca a cui siamo stati abituati nei primi due episodi, dove Gesù si sottrae, ma poi riappare per interpretare la ricerca come la pista di lancio per un nuova rivelazione di sé e un passo in avanti nel discepolato. Nell'episodio di Erode, Gesù non solo non si fa trovare, ma non viene veramente cercato, e la dinamica della ricerca sembra diluirsi nel seguito della narrazione evangelica ed essere rinviata sine die. E sarà cosi. Gesù risponderà a Erode da lontano, quando la sua intenzione diventerà manifesta, pur attraverso il tralignamento dei farisei, ma soprattutto alla fine del racconto evangelico quando avverrà l'incontro che disorienta e smaschera l'intenzione di Erode, opponendogli il muro del silenzio. Anzi, come dice con efficacia l'evangelista, "Gesù non gli rispose nulla": un nulla che parla, anzi smaschera, mentre rivela un tratto incomparabile del mistero di Gesù. Ma andiamo con ordine.

Per ora il lettore è Il, pensieroso, sul frammento di Lc 9,7-9. Legge della ricerca di Erode, che prende le mosse da un "sentito dire": l'espressione apre e chiude il brano (vv. 7a.9b), prima che l'evangelista esprima quasi fuori scena l'intenzione maldestra di Erode: "E cercava di vederlo". Luca afferma chiaramente che Erode è colpito dalla fama di Gesù, dal "rumore" che serpeggia tra le folle. Erode è un re debole, che la storia descrive come in affanno nella tenuta del suo regno, nel gioco tra i vari poteri in cui è divisa la Palestina, secondo il principio dei romani del divide et impera, nella ricerca di un compromesso con il potente di turno. Non ha neppure la grandezza tragica del padre, Erode il Grande: è solo uno dei tanti figli viziati che nella lotta di successione è riuscito a prendere una parte del potere del padre. Questo Gesù, per cui Erode il Grande aveva tremato quando quegli era ancora bambino (la notizia viene da Matteo) e che non gli aveva procurato molti scrupoli per una delle tante stragi di piccoli, che aveva fatto persino in casa, non smette di dare grattacapi anche dopo. Erode Antipa se lo vede riapparire: ebbene questo profeta è un personaggio che va tenuto d'occhio. Il tetrarca ha già avuto problemi con l'intransigente Giovanni Battista e, pur affascinato dalle sue parole, l'aveva soppresso per una stupida promessa. Il lettore sa tutto questo, e osserva Erode che non si raccapezza nella babele dei linguaggi che parlano di Gesù. Le opinioni che Erode raccoglie ("alcuni dicevano... e altri... e altri ancora") sono veramente fantasiose: queste espressioni, che Luca mette sulla bocca degli informatori del re, sono un rompicapo per gli esegeti. Erode o l'attesa prepasquale si aspettava già un Gesù "risuscitato dai morti" (1'espressione tecnica del kerygma), un ritorno di Elia come profeta escatologico o, semplicemente, l'arrivo di un antico profeta ("è sorto un grande profeta tra noi": Lc 7,16)? Certo, Erode e i suoi servizi segreti non avevano frequentato una facoltà teologica, e il lettore non fa nessun conto sulla precisione del loro linguaggio. Non è questo che ci interessa: è la funzione, l'effetto che fa questo puzzle di voci, e ciò che suscita in Erode, la curiosità di "vedere Gesù" .

Questa è certamente la risonanza del racconto: le opinioni confuse raccolte (e volutamente lasciate cosi da Luca), la sicurezza tronfia di Erode che esclude possa essere lo spettro di Giovanni, la domanda distaccata che parte dal "sentito dire", la curiosità di vedere per gioco. Luca raccoglie in Erode tutte le caratteristiche di una ricerca di Gesù disimpegnata e remota. La curiosità che questa ricerca suscita ha semplicemente la figura del divertissement della corte di un re viziato. E sullo sfondo la paura.

Forse ora il lettore comprende perché nella trama del vangelo il narratore ha voluto mostrare questo lato tenebroso della ricerca, o addirittura 1'aspetto petulante e inconcludente che si nasconde certe volte nel linguaggio della ricerca. Prima di entrare nella terza parte del vangelo, il grande viaggio verso Gerusalemme, dove Gesù diventa "maestro di ricerca" per i discepoli che lo seguono, è necessario aver fatto i conti con questo lato oscuro o autoreferenziale della ricerca. Luca ci dirà una cosa importante nel seguito: se non sei disposto a una ricerca in cui ne va di te stesso, res tua agitur!, non puoi seguire Gesù. La mimesi di una ricerca fasulla, per sentito dire, per trastullo, perché è chic essere in ricerca, perché nella vita bisogna frequentare tutte le tribune e molti dibattiti, perché solo se si è presenti nell' arena pubblica si esiste, ebbene tutta questa ricerca "remota" e "disimpegnata" non porta da nessuna parte. Anzi nasconde un problema antropologico che mi sembra oggi attraversi e paralizzi il discepolato cristiano. È facile mettere Erode dalla parte dei cattivi, o meglio dalla parte di coloro che sono travolti dell'immediatismo della vita: il tetrarca sarebbe stato un buon rappresentante del postmoderno... Vivi il frammento di ogni giorno come il tutto, cogli l'attimo fuggente! No, la tenebra di Erode, la sua banale ambivalenza, il suo interesse per gioco ci toccano da vicino, sono 1'elemento vischioso che qualche volta blocca lo slancio per partire con Gesù verso Gerusalemme. Essa si presenta oggi in una forma sottile, sinuosa, politically correct, democratica: non si lascia scomodare dalla domanda che pure sgorga sulla bocca di Erode: "Chi è, dunque, costui?". Notiamo che sia la forma delle opinioni per sentito dire, sia la domanda posta dal re, sono giuste: i pezzi del racconto di Luca sono autentici, è !'insieme che suona falso, e alla luce del seguito annuncia una musica sinistra.

Questa è la forma della ricerca remota e disimpegnata, ancora oggi così tanto diffusa: i suoi elementi sono tutti veri e autentici, talvolta contengono persino tessere preziose della verità, ma l'insieme è fasullo e insidioso. Per una semplice ragione: perché Erode non entra nel gioco della verità, perché non è disposto a uscire dalla sua reggia e dalla logica del suo potere, perché vuole vedere Gesù, ma il suo non è un sapere per vivere. Ecco l'insidia: chi pensa la ricerca come un sapere che non mette in gioco tutta la sua libertà, non può trovare Gesù; ne inseguirà un fantasma e ne costruirà una contraffazione.

2. L'attesa miracolistica separata dalla vicenda di Gesù

Due passi ulteriori sono richiesti al lettore, ma egli ora non li può ancora conoscere. Noi abbiamo anticipato, per ragioni didattiche, il seguito del rapporto tra Erode e Gesù, nel vangelo di Luca. Ma, non è un caso, la cosa diventerà chiara solo più avanti. Il tempo è galantuomo e rivela i cuori. Per sapere chi è un uomo e qual è la sua ricerca bisogna lasciar scorrere i giorni.

Intanto, a metà del vangelo (13,31-33), quasi per caso, Gesù viene a sapere dai farisei che Erode intriga per ucciderlo. La ricerca banale e remota è già diventata omicida: coloro che la interpretano così, i farisei, magari calcano la mano, ma la cosa non è lontana dal vero. Quando ciò che si desidera (vedere o trovare) ti minaccia o ti sbarra la strada, allora sorge nel cuore l'intenzione omicida. La prima rivelazione dell'intenzione di Erode nella sua ricerca arriva da lontano, magari deformata dall'invidia dei poteri. Gesù sfugge all'intenzione di Erode, manda a dire attraverso coloro che gliela fanno conoscere: "Andate a dire a quella volpe...". Il lettore condivide la fierezza di Gesù, applaude il linguaggio del profeta che fustiga i potenti, ma deve subito dopo battere in ritirata. La risposta di Gesù ha un contenuto sorprendente: è un annuncio della passione! E la sua forma - fanno notare gli esegeti - è veramente arcaica, ha la forma di un detto profetico quasi enigmatico, nella sua solare chiarezza pasquale: oggi e domani, Gesù guarisce i malati e scaccia i demoni, e il terzo giorno giunge al (la) fine; e, nel parallelismo sinonimico che segue, commenta: "Oggi, domani e il giorno seguente io devo (dei) andare per la mia strada": siamo a metà del viaggio verso Gerusalemme! Questa è la strada di Gesù: l"'io devo essere nella dimora del Padre" nel tempio è diventato l"'io devo portare il lieto annuncio del regno di Dio" davanti alle folle, ma ora trova Gesù in cammino che rivela, proprio dinanzi alla ricerca remota e omicida di Erode, "io devo (dei) andare per la mia strada"!

E poi l'incontro finale tra Gesù ed Erode (23,6-12). Gesù va da Erode perché vi è portato in catene, la volpe sembra aver preso la sua preda. Ma subito sin dall'inizio l'evangelista scoraggia il lettore, mettendo in efficace contrasto la gioia divertita di Erode di poter esaudire, quando meno se l'aspettava, la sua ricerca, e lo smascheramento finale della sua intenzione: "desiderava vederlo per averne sentito parlare e [perché] sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui". La ricerca remota diventa attesa miracolistica: il sapere inconcludente s'attende prodigi che aprano la bocca della meraviglia, ma lasciano arido il cuore. Anche questo lato ambiguo della ricerca di Erode colpisce il lettore del vangelo: non è la corsa delle folle verso il Gesù taumaturgo e guaritore dei mali che le affliggono, no! Erode cerca il miracolo portentoso, il fenomeno da vedere davanti ai suoi occhi, il miracolo per il miracolo, tanto è noiosa la vita di un re che ha tutto e può tutto. La ricerca si stravolge in fretta, rivela zone non solo tenebrose, ma anche credulone. Magari mette sul tavolo anatomico della propria ragione ciò che oggi l'uomo "moderno" non può credere, e poi è disposta "a credere a tutto", basta che sia un evento portentoso che fa sbarrare gli occhi, anche se ottunde la mente. Il racconto del rapporto tra Gesù ed Erode è veramente giunto a un punto di incandescenza. Adesso Erode può fare tutte le domande che vuole alla verità che è lì in catene disarmata davanti a lui.

3. Lo smascheramento del nulla della ricerca

Erode continua a domandare, ma la verità che egli cerca è altrove: è presente nelle catene che gli uomini possono stringere con i loro poteri, ma è terribilmente assente nel silenzio disarmante che porta con sé. Mi sembra che bisogna valorizzare meglio questo episodio del "dileggio" di Erode: esso è la realizzazione in miniatura della Pasqua, sul limine di quel terzo giorno che tra poco verrà proclamato sui tetti. Gli elementi della passione sono tutti presenti: l'interrogatorio di Erode, il silenzio di Gesù, i sommi sacerdoti e gli scribi che lo accusano con insistenza, persino opportunisticamente schierati dalla parte di Erode, gli insulti, lo scherno, la vestizione della splendida tunica regale e, alla fine, il rinvio a Pilato, terribile confessione di una corona privata di ogni potere. Non solo la ricerca di Erode rivela la sua spaventosa banalità e vuotezza, ma la risposta di Gesù ("ma Gesù non gli rispose nulla" smaschera il nulla della sua ricerca. E rivela la complicità tenebrosa tra dominatore e dominato (Pilato ed Erode), tra politica e religione (Erode e sommi sacerdoti/scribi), una convergenza fragile pur di togliere di mezzo la verità ("In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c'era stata inimicizia tra loro"). Il silenzio di Gesù non rivela solo la ricerca della verità, ma è la verità della ricerca. Erode Antipa non ha neppure la tragica e tenebrosa grandezza del padre Erode il Grande, ha ricevuto solo un pezzo di regno, è la controfigura del padre, è un capo senza corona, ma il silenzio di Gesù rivela anche che è una corona senza testa!

Ecco, però, l'ultima sorpresa per il lettore, che ha voluto sbirciare avanti nel racconto per vedere come va a finire questa storia tra Erode e Gesù. Se l'apparire in ceppi di Gesù, se la verità in catene smaschera il nulla della ricerca di Erode, questo però non è il tutto del vangelo. Al termine di questa prima parte del cammino, bisogna che già ci mettiamo in ginocchio. Perché la tenebra o la noia della ricerca remota degli uomini, l'attraversamento del nulla del loro cercare per cercare, le forme tentacolari con cui si rappresenta allora come oggi, le complicità interessate che fa nascere, non mettono in scacco la gioia e la freschezza del vangelo di Pasqua. Davanti a Erode, suo malgrado - dicevamo si celebra un piccolo rito, che ha due facce contraddittorie: da un lato, l'interrogatorio, l'accusa, il dileggio e un'investitura regale per gioco; dall' altro, il silenzio sovrano di Gesù, terribile giudizio sull'insensatezza della ricerca di Erode (e dei suoi corifei) e, insieme, la dedizione di Gesù, che resta davanti a loro così, verità disarmata e disarmante, umanità crocifissa. È la dedizione di Gesù, la visualizzazione dell'amore del nemico, è il silenzio che giudica il peccato e si lascia dileggiare dall'inconsapevole peccatore. Questa è la pretesa della verità cristiana che è Gesù crocifisso: è quella di non avere nessuna pretesa; o meglio, ha la pretesa di persuadere, di attrarre la libertà del cuore, l'umile ricerca che non procede per sentito dire, che non sta remota senza mettere in gioco se stessa, che vuole diventare discepola della verità. Ora comincia il discepolato della verità: "Io devo (dei) andare per la mia strada", manda a dire Gesù a Erode. Questa è la terza tessera del volto di Gesù, rimandata nel racconto, anticipata nella ricerca remota di Erode. Questi non ha voluto ascoltare, il lettore che vuole diventare discepolo prepara la bisaccia per salire con Gesù a Gerusalemme.

 

 

 

Quarto episodio

"CERCATE PIUTTOSTO IL REGNO DI DIO"
GESÙ MAESTRO DI RICERCA DEL REGNO 
Lc 12,22-32

Con questo brano giungiamo al "centro" del nostro cammino, non solo in senso cronologico, ma anche in senso teologico. Nell'incontro introduttivo ho fatto notare, mentre illustravamo lo schema generale del nostro percorso, le due leggi fondamentali che presiedono alla regia di Luca sul tema della ricerca di Gesù.

La prima legge disegna una struttura concentrica. Ora, il procedere concentrico non è solo proprio della narratività antica, ma ritorna anche oggi in molte forme della comunicazione. In sé si tratta di una struttura abbastanza statica, ma noi abbiamo visto che tra i quadri corrispondenti non funziona solo la legge del parallelismo, bensì ci sono molti intrecci, richiami, progressioni, rimandi, oltrepassamenti: ora, al centro di questa struttura sta la ricerca assoluta del regno di Dio. Il nostro testo non è più un episodio, come finora è stato, ma un'istruzione sapienziale di Gesù che svetta con il richiamo assoluto: cercate soprattutto il regno di Dio!

La seconda è una legge di carattere narrativo: guardando bene la struttura concentrica, abbiamo fatto notare che non funziona solo la legge del parallelismo, ma si nota che il testo procede da una prefigurazione (A), attraverso un annuncio in segni (B), un'istruzione sul viaggio verso Gerusalemme (C), al cui centro campeggia la ricerca assoluta del Regno (X), poi segue una ricerca distorta e insidiosa (B') per approdare alla ricerca del Vivente (A'). Dal punto di vista narrativo abbiamo una progressione più drammatica, meno legata alla corrispondenza circolare ma più mossa, con alti e bassi, fino a svettare nell'ultimo testo.

Le due leggi - facevamo notare all'inizio - sono quindi tra loro profondamente intrecciate: la prima esprime il baricentro della ricerca che è la ricerca di Dio, del suo regno; la seconda manifesta il movimento che culmina nella ricerca del Crocifisso risorto. Ecco allora l'intrecciarsi delle due falde della ricerca. Ricerca di Dio e ricerca di Gesù si richiamano in modo profondissimo: l'una gravita sul centro del testo, l'altra culmina alla fine del racconto! Anzi vedremo che nel prossimo episodio (Zaccheo), per quanto in forma prefigurativa, le due ricerche si sovrappongono in un bellissimo effetto di dissolvenza. Siamo al centro del cammino: potremmo dire la sua apertura verso l'altro, verso il mistero di Dio.

Al centro, dunque, sta la ricerca del regno di Dio. Nel cuore della sezione centrale (X) si colloca il testo-chiave della ricerca del regno di Dio (12,22-32), riferita alla ricerca dei beni immediati: "che cosa mangerete" (12,29); alla negazione di questa ricerca come atteggiamento tipico dei pagani: "tutte queste cose ricercano (epizetousin) i pagani" (12,30); e culminante nella pointe di tutto il nostro percorso: "cercate piuttosto il regno di Dio!" (12,31).

Il brano si trova anche nella posizione centrale del vangelo e del "grande viaggio" verso Gerusalemme (9,51-18.43). Indichiamo anzitutto la posizione e il senso del brano nel contesto del viaggio e poi la struttura del testo. Seguiranno poi, come al solito, i passaggi fondamentali della lettura del testo.

1. Gesù maestro di ricerca sulla via verso Gerusalemme

Nel viaggio verso il luogo dove si compie il volere del Padre, Gesù si presenta ripetutamente come "maestro di ricerca". I destinatari ora sono i discepoli. Il viaggio sembra un grande "noviziato" nei confronti dei discepoli (dodici, discepoli, donne che lo seguono): essi stanno nel cerchio più interno, mentre la folla rifluisce ed entra in una fase più problematica nel suo rapporto con Gesù. All'inizio, al centro e alla fine della grande sezione, il riferimento ai discepoli è diretto (11, 1-13; 12 , 22-32; 17,20-37 ), come si evince dallo schema generale. Ora, nella prima sezione del "viaggio" (9,51-13,21), la via indicata al discepolo è quella di essere un ricercatore del Regno. Il nostro brano si trova quasi alla fine di questa sezione, ma non è la prima volta né l'ultima che Gesù ammaestra i suoi perché cerchino/accolgano il Regno. Come mostra questo specchietto:

 

 

4,42-43:

"Ma le folle lo cercavano ... Bisogna che io annunzi il regno di Dio".

6,19.20:

"Tutta la folla cercava di toccarlo ... Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio".

11,2.9:

"Venga il tuo Regno... cercate e troverete".

11,16.20:

"Cercavano un segno dal cielo ... è dunque giunto a voi il regno di Dio".

12,31.32:

"Piuttosto cercate il suo Regno... al Padre vostro è piaciuto darvi il Regno".

13,24.29:

"Cercate di entrare per la porta stretta... e siederanno a mensa nel regno di Dio".

17,20.21.33:

"Quando verrà il regno di Dio? ... Il regno di Dio non viene in modo da attirare 1'attenzione ... il regno di Dio è in mezzo a voi!

Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà".

19,3.10.11:

"Cercava di vedere quale fosse Gesù ... Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto... Credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all' altro" .

22,16.18.23:

"Non mangerò più [la Pasqua], finché essa non si compia nel regno di Dio... non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio... Cominciarono a cercare a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò".

Il brano di Lc 12,22-32, come abbiamo detto, non è un episodio, ma un grande ammaestramento; in esso convergono, come a un crocevia, molte fila del vangelo.

La struttura del brano e il suo ritmo narrativo è presto detto: la preoccupazione e la bramosia del cibo/vestito portano a non cercare Dio, mentre la ricerca porta al ritrovamento del Regno. Le opposte polarità presenti nel brano ne illustrano la portata anche in rapporto ai soggetti/verbi/oggetto con lo spostamento sulla ricerca del Regno.

Soggetti

Pagani/discepoli di poca fede

discepoli del Regno

 

(oligopistoi)

 

Verbi

merimnao/ epizetéo

zetéo

Oggetto

il cibo/vestito

il regno di Dio

 

Il testo è strutturato in un modo esemplare: un ammonimento + motivazione (vv. 22-23); due brani sullo sguardo di Gesù (vv. 24-28); un ammonimento + motivazione (vv. 29-30); la pointe della ricerca del Regno (v. 31); la beatitudine finale (v. 32).

L'istruzione di Gesù ("Per questo io vi dico...") parte con una specie di ammonimento, formulato in maniera negativa (v. 22), riferito al problema del "darsi pensiero per la vita/corpo", in rapporto al mangiare/vestire, le due forme fondamentali dell'istinto di sopravvivenza che generano preoccupazione nell'uomo, a cui Gesù aggiunge una motivazione sul valore più grande della vita e del corpo (v. 23: "la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito").

A questo primo ammonimento fa da pendant un altro, pure formulato in maniera negativa (v. 29), che assume il primo mutando il verbo, e introducendo (v. 30) un verbo di "ricerca" (cercare con bramosia [epizetoùsin]). Segue una motivazione sul Padre che conosce i nostri bisogni, ottenendo anche qui un incremento di significato (la vita vale di più/il Padre sa che ne avete bisogno) .

In mezzo a questi due ammonimenti abbiamo la parte più bella, in cui campeggia il duplice "sguardo di Gesù" sui corvi/uccelli e sui gigli del campo, lo sguardo con il quale Gesù ci "fa guardare" la creazione quale luogo del dono continuo di Dio (si noti il presente: non seminano/non mietono, non filano/non

tessono, Dio li nutre/li veste). Il perfetto parallelismo con lo snodarsi delle immagini, forse le più affascinanti della letteratura mondiale, presenta lo sguardo di Gesù come l'occhio con cui noi dobbiamo guardare ("Guardate") il mondo: non tanto come mondo di cose da accumulare e da sfruttare, ma come luogo affidabile di una donazione continua di Dio e luogo simbolico per scoprire il "quanto più" (vv. 24b e 28b) della cura dell'uomo da parte di Dio. La donazione del mondo è il "luogo affidabile" per scoprire la cura di Dio per noi. Trattare il mondo come luogo del l'accumulo è una delle manifestazioni più gravi della "poca fede", in cui possono incorrere anche i discepoli, definiti appunto gente di poca fede!

Il secondo ammonimento intanto non duplica semplicemente il primo, perché introduce tre elementi nuovi: il verbo" cercare con bramosia" in parallelo con "stare in ansia" e con "preoccuparsi"; la generalizzazione con "tutte queste cose"; il riferimento ai pagani. Queste tre specificazioni che descrivono il modo di relazionarsi al mondo e di assumere il mondo come luogo non affidabile per la vita (tipico dei pagani), consentono di introdurre il punto cruciale dell'esortazione sapienziale di Gesù (v. 30), su cui culmina come su un picco ad altissima quota non solo

questo brano ma tutto il tema delle ricerca: "Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta". La ricerca assoluta del Regno è la prima cosa nella cui luce ricevere, guardare e vivere tutte queste cose come in aggiunta.

L'ammonimento di Gesù

22 Poi disse ai discepoli: "Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete.

motivazione

23 La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito.

Lo sguardo di Gesù sulla cura di Dio che nutre

24 Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete! 25 Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? 26 Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto?

Lo sguardo di Gesù sulla cura di Dio che veste

27 Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 28 Se dunque Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede?

L'ammonimento di Gesù

29 Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l'animo in ansia: 30 di tutte queste cose si preoccupano i pagani;

motivazione

ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno.

La ricerca del Regno sopra ogni cosa

31 Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta.

La beatitudine

32 Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto darvi il Regno.

Il brano termina con una rassicurazione al "piccolo gregge", che si fonda sulla compiacenza del Padre, che dona il Regno con tutte queste cose ricevute come dono ("perché al Padre vostro è piaciuto darvi il Regno").

2. I due ammonimenti di Gesù

Trattiamo insieme i due ammonimenti di Gesù presentati in forma inclusiva (vv. 22-23.29-30), ma che offrono anche un incremento di significato. Il primo si apre con una parola rivolta ai discepoli (la stessa espressione che ricorre solo in 9,14 nella moltiplicazione dei pani). Agganciato ("per questo io vi dico...") alla parabola precedente del ricco stolto (12,13-21), l'ammaestramento appare nella sua efficacia: "non affannatevi (non datevi pensiero) per la vita". Bella l'indicazione di Fausti: "angosciarsi in greco (merimnao) ha la radice comune con 'memoria', Moira (dea della morte, fato, destino), méros (parte, eredità), e la nostra parola 'morte'" 1. Il verbo ritorna in riferimento a Marta che si preoccupa e si agita "per molte cose" (10,41). La motivazione che Gesù porta dice letteralmente: "la vita è più del ...".

Viene alla mente il salmo 63,4: "La tua grazia vale più della vita", con il suo stupendo contesto a cui ritornerò. Si può forse dire che, se coniughiamo le due motivazioni allegate ai due ammonimenti (la vita vale più del cibo.../il Padre vostro sa che ne avete bisogno), il brano costituisce uno stupendo commento al

versetto del salmo, con una bella rilettura cristologica: Gesù/il Padre vostro/la vostra vita con i suoi bisogni.

3. Lo sguardo di Gesù

Non starò a fermarmi molto su questi testi che ho già lungamente commentato nell'introduzione. È solo collocandoci nello sguardo di Gesù sul mondo, in cui prende forma storica lo sguardo di Dio sulla creazione di Genesi, che si vede il mondo come il luogo della cura amorevole di Dio, lo spazio affidabile

da cui inferire la legge del "molto più voi". Vengono presi nello

sguardo di Gesù "i corvi" (poi generalizzati in uccelli), a differenza di Matteo che ha solo "uccelli del cielo". Dice Ravasi: "I corvi sono considerati impuri dalla legge ebraica (cf. Lv 11,15; Dt 14,14; forse per questo Mt 6,26 preferisce parlare di 'uccelli del cielo'), ma sono anche un esempio tipico del bisogno di aiuto, perché i piccoli sono abbandonati molto presto dai genitori"2. Dice, infatti, il salmo: "Egli fa germogliare erba sui monti, provvede il cibo al bestiame, ai piccoli del corvo che gridano a lui" (Sal 147,8-9). E poi i gigli del campo di cui ancora Ravasi dice: "Il 'giglio' è un esempio tipico di bellezza ed è ricordato più volte nel Cantico dei Cantici" 3. Il riferimento è allo splendore dei gigli, con cui neppure la veste di Salomone in tutta la sua gloria (e la splendida veste che Erode porrà su Gesù) può tenere il confronto. Se neppure i discepoli riescono a vedere il mondo con lo sguardo che Gesù mette loro a disposizione, se non sentono l'appello che risuona nella parola di Gesù, allora essi sono "gente di poca fede" (olig6pistoi). Il mondo è luogo di una cura insospettabile del Padre, ma ciò vale, dice Gesù, "quanto più per voi"!

4. Piuttosto cercate il regno di Dio

La seconda ammonizione non è semplicemente un duplicato della prima, ma prepara la dichiarazione centrale del brano: due negazioni (non cercate [mè zeteite] che cosa mangerete... / non "state in ansia", non "state sospesi" [mè meteorizesthe]), e un'affermazione, ma con valore negativo (si preoccupano, cercano con bramosia: epizetousin), presentano l'atteggiamento dei "pagani" di fronte "a tutte queste cose". Un atteggiamento che alla fine è una mancanza di fede di cui possono essere minacciati anche i discepoli (diventando olig6pistoi), perché non riconoscono e non vivono nella sfera della presenza benevolente di Dio ("ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno"). Il discepolo è uno che si colloca nella consapevolezza che il Padre sa, e vive nella sua presenza amorevole!

Sullo sfondo della seconda ammonizione, rinforzata dalla coscienza teologale del "Padre che sa" (ciò è il segreto "della vita che vale di più"), si staglia la punta più alta dell'istruzione sapienziale di Gesù: piuttosto cercate il regno di Dio! La frase ha il tono della conclusione e della rivelazione finale: essa esprime il pensiero "fontale" di Gesù, che orienta verso il Regno. Nella parola di Gesù giunge a compimento l"'io devo dare il buon annuncio del regno di Dio": ma ora viene proposto anche ai suoi discepoli in modo assoluto, con l'enfasi sul "piuttosto" ("piuttosto cercate il regno di Dio"): l'''io devo" di Gesù diventa la fonte del "cercare comunque" il Regno. Il verbo cercare suppone l'esistenza presente, il nascondimento e la piccolezza del Regno ("Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione ... Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!": 17,21). Gesù in parallelo poi aggiunge: "queste cose vi saranno date in aggiunta" (da Dio: un passivo divino): con il Regno le cose della vita e per la vita vengono date nella loro giusta luce, perché appunto sono ricevute come donate, dentro il dono fondamentale del Regno, nella sua luce e forza salvifica.

[1] S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Luca, EDB, Bologna 1994, p. 460.
[2] G. Ravasi, La Bibbia per la famiglia. Nuovo Testamento, voI. I, San Paolo, Milano1998, p. 239.
[3] Ibid.

Quarto ascolto

LA RICERCA ASSOLUTA DEL REGNO

Il testo che abbiamo letto è il cuore della predicazione di Gesù e il principio generatore della sua azione. Esso sta al centro della catechesi di Gesù sulla strada del grande viaggio verso Gerusalemme. In qualche modo è al centro di tutto il vangelo, è la finestra aperta verso il Cielo. Ma noi possiamo guardare in

questa direzione solo se i nostri occhi si lasciano educare dallo . sguardo di Gesù, molto di più se entriamo nel suo sguardo. Il volto di Gesù rivela uno sguardo che custodisce una dedizione inaudita al "volto" di Dio, l'Abba. Non è solo un volto da guardare, ma un volto con cui guardare, e perciò diventa un volto da cui lasciarsi guardare. Che ci attira e ci plasma. Il cammino sin qui fatto trova un primo compimento. La ricerca di Gesù, la tenace sequela di lui, ci ha condotto sin qui. Non si può cercare lui se non dentro la tensione a cercare Dio, nello slancio del quaerere Deum.

Lo sguardo di Gesù è uno sguardo "filiale", quello del Figlio rivolto al Padre, ma è uno sguardo possibile solo perché è "spirituale", cioè plasmato da quel vedere credente che è operazione dello Spirito, quel medesimo Spirito che plasma in noi la coscienza filiale che vede e crede. Come Gesù e con Gesù. È questa l'intuizione centrale del nostro testo. Cercheremo di svolgerla nel seguito del nostro esercizio di ascolto della fede. La storia concreta di Gesù è una storia filiale, anzi è la storia del Figlio, il mondo custodito dallo e nello sguardo di Cristo, è una visione "filiale": sintesi stupenda di un vedere e di un ricevere, anzi di un vedere che riceve la forma dello sguardo dall'abbandono filiale al Padre, dal mistero inenarrabile con cui Dio "lascia andare" e "lascia essere" nel mondo il Figlio, proprio come il Figlio suo. L'io devo essere nella dimora del Padre, l'io devo portare il buon annuncio del Regno, l'io devo andare per la mia strada (verso Gerusalemme), tutte le dichiarazioni precedenti di Gesù che definiscono il suo mistero personale, squarciano ora il velo del mistero di Dio. Esso ci viene incontro solo nello sguardo di Cristo che lo cerca in modo unico e apre lo spazio anche per i suoi discepoli perché lo cerchino in modo assoluto. Cercate piuttosto il regno di Dio! Cercare Dio è cercare il suo regno, la forma con cui ci viene incontro ("il tempo è compiuto"), la sovranità della sua presenza ("il Regno è vicino"), la luce che guarisce le nostre ferite e rischiara le nostre tenebre (i miracoli e gli esorcismi), la comunione che abbatte i nostri muri (le beatitudini), la legge nuova scritta nel cuore (il discorso del monte), la prossimità ai piccoli e ai peccatori (la commensalità con i pubblicani e gli esclusi), la preghiera della fiducia filiale ("venga il tuo Regno!"). Nel nostro brano convergono quattro tratti, fusi nell'incandescenza dello sguardo di Gesù, totalmente rivolto verso il Padre. In questi tratti, non solo ci viene detto come noi dobbiamo cercare in modo assoluto il Regno, ma anche come il Regno cerca noi, ci viene incontro, ci trasforma, ci rende discepoli di Gesù. I quattro momenti riguardano la nostra esistenza, la nostra speranza, la venuta di Dio e il dono dello Spirito. Essi ci dispongono a prendere anche noi con decisione la via verso Gerusalemme.

1. "La tua grazia vale più della vita"

Il primo tratto parte dallo sguardo di Gesù per lasciarsi ammaestrare sulla vita. Il lettore, arrivato a questo punto del vangelo, intorno alla metà del grande viaggio verso Gerusalemme, si sente anche lui al centro del cammino. Sarebbe bello accompagnare questo giorno con la lettura per intero della parte centrale del vangelo di Luca (9,51-18,43), a partire da quando Gesù prende la decisione di andare verso Gerusalemme. Lo stacco di 9,51 è deciso: "Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme". Egli fissa il suo sguardo, rende il suo volto duro per andare verso Gerusalemme, imprime un' accelerazione decisiva al suo cammino verso la Pasqua. Gesù ora comincia a educare i suoi discepoli sulle esigenze della sequela (9,57-62), li invia in missione a due a due (10,1-20), si rivolge a loro in disparte (10,23). Il lettore che l'ha seguito sin qui, ormai si confonde con il gruppo dei discepoli. La sua ricerca è stata educata a por mano all'aratro senza volgersi indietro (9,62). Ora comincia ad ascoltare Gesù come maestro di sapienza e di ricerca: Gesù insegna l'obbedienza al comandamento dell'unico Dio e all' amore del fratello con la parabola del buon samaritano (10,25-37), educa i discepoli a pregare come lui prega (10,21-22), a cercare l'unica cosa che conta come Maria, la sorella di Marta (10,42), a invocare il Padre perché venga il suo regno (II,2), a chiedere con insistenza, perché "chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto" (II,10).

Gesù è maestro di sapienza non solo per i discepoli. Le folle sono ancora presenti, ma ormai il tono della predicazione di Cristo assume anche i tratti del giudizio, dell'oracolo di sventura contro questa generazione, contro gli scribi e i farisei, contro i dottori della legge (II,29-54). È giunto il tempo della scelta: la strada che porta a Gerusalemme è anche una via che esige di seguire, di scegliere, di decidersi per Gesù: "chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio" (12,8-9). Ormai si forma in modo chiaro il triangolo Gesù/discepoli/scribi e farisei, con la folla ondeggiante da un lato all'altro. Quando il lettore giunge al centro del capitolo 12, dov' è incastonato il nostro testo sulla ricerca del Regno, sa che il messaggio di Gesù non è solo un "lieto annuncio" che travolge le folle, ma è un vangelo esigente che porta davanti ai tribunali (12, I I - 12) e - leggerà poco più avanti nel testo - che "porta il fuoco sulla terra" (12,49) e fa passare la lama della separazione persino dentro gli affetti familiari (12,51-53). Ce n'è abbastanza, mi sembra, per sentire che il nostro testo sulla ricerca del Regno si impianta nel centro del capitolo 12 con una tensione altissima. Il capitolo contiene forse l'istruzione sapienziale più ampia di Gesù - se escludiamo quella delle parabole che seguiranno ai capitoli 13 e 15 – dai tratti forti ed esigenti. C'è una radicalità antropologica che attraversa 1'insegnamento di Gesù, che può venire solo dall'aver lasciato acclimatare lungamente la parola - come dicevamo nel primo episodio - nel mistero di Nazaret, nei meandri del cuore

umano. Il nostro testo sulla ricerca del Regno, del resto, è incastonato su un episodietto molto umano, troppo umano; la divisione dell' eredità tra due fratelli, per la quale Gesù viene chiamato come garante (12,13-15), seguita dalla parabola del ricco stolto (12,16-21).

Il lettore è dunque pronto, collocato tra la folla e i discepoli, e sobbalza nel suo cantuccio quando, dopo le gravi parole con cui si chiude la parabola del ricco stolto ("Dio gli disse; Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?": 12,20), sente Gesù parlare con piglio deciso. I due fratelli con la loro eredità da dividere si ritirano in buon ordine, ora Gesù parla per i discepoli e per coloro che vogliono ascoltarlo. Il lettore è lì tra loro. Il nostro brano, che contiene un ampio ammonimento sapienziale, è rivolto ai discepoli, ma tiene d'occhio la folla sullo sfondo e il lettore che è lì ad ascoltare. A questo punto, di fronte alla ricerca assoluta del Regno, narratore e Gesù si identificano, mentre discepoli, folla e lettore si dispongono non più dentro la dinamica di un racconto, ma dentro la drammatica di un insegnamento, nel cui ritmo bisogna entrare. Gesù si fa maestro di ricerca. Siamo al momento cruciale. Ascoltiamolo; "Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito" (12,22-23). La vita "è di più" del cibo e del vestito, dice letteralmente il testo. Tutto il segreto della ricerca è in questo "di più" della vita! E Gesù non prende a termine di paragone le cose superflue con cui stiamo ingolfando il nostro presente: no! si riferisce al cibo e al vestito, alla nutrizione e alla protezione, le due forme fondamentali della cura della vita, inscritte nella carne dell'uomo, prima ancora che il bimbo possa sillabare il nome di chi ti cura (la mamma) e di chi te li procura (il papà). La vita è ricevuta e con essa i beni che ti aiutano a inscriverla nella coscienza come un dono. Eppure già la vita ricevuta corre il rischio di esser presto persa come vita donata e non solo procurata. Gesù sa, ma ogni bambino sa che la vita è "di più" del cibo e del vestito con cui la mamma ti alimenta e ti protegge: eppure come è facile dimenticare che essa è dono e va accolta come donazione! Per questo essa è inscritta nel nostro corpo, per questo è inscritta nel mondo. Ma come è facile dimenticare. È necessario che Gesù, il figlio del Padre, la Parola fatta bambino, porti alla parola ciò che ogni bambino sa: la vita è di più, vale di più! Nel gesto del dare la vita i genitori sanno che essi non procurano solo una vita fisica, ma devono dare quel "di più" per cui la vita possa valere. Ecco allora la musica del mondo, ecco i corvi che non seminano e non mietono, ecco i gigli del campo, ecco lo sguardo di Gesù ("guardate gli uccelli del cielo... guardate i gigli del campo...")! La vita vale di più se insegue quell"'altro" che è alluso nel dare la vita; è semplicemente persa se divora in modo vorace tutti i beni e divide le persone... per poter vivere.

E che cos'è allora questo plusvalore della vita? Potrà essere conquistato aggiungendo sempre più cose al forse già troppo che abbiamo? Che cos'è questo "di più"? Ci viene in soccorso un testo dei salmi, sul cui rigo poi potremo riascoltare la musica di Gesù. Canta il salmo: "Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode" (Sal 63,4). La vita vale di più perché è coronata dalla sua grazia! La vita vale più del cibo e del vestito perché la tenerezza di Dio, la sua cura amorosa, la sua grazia, è il "di più" che cerca la vita. Il contesto del salmo lo dice in modo struggente, pochi versetti prima, facendo riapparire il nostro tema: "O Dio, tu sei il mio Dio, all' aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua" (63,2). La fame, la sete, la protezione del vestito accendono nel nostro corpo, fin dall' aurora della vita, la ricerca di Dio: di te ha sete l'anima mia, di quella sete che ci attanaglia in questa estate aridissima. Il lettore si ferma e ascolta l'interminabile preghiera di Israele, la ricerca degli uomini che sale fin dall' aurora della storia: sì, Signore, dall' aurora ti cerco, di te ha sete la mia vita (anima, qui indica la vita che desidera. ..), io non lo so, lo dimentico sovente. La tua grazia, la tua cura, la tua tenerezza vale più della vita! Non perché la vita sia da disprezzare, ma perché la tua grazia è ciò per cui la vita vale di più, ciò che merita cercare fin dall' aurora, con lo stesso desiderio con cui l'assetato cerca l'acqua della sorgente, con la stessa fame con cui l'affamato attende un pane, con la stessa attesa con cui il bimbo torna a casa e s'abbandona nelle braccia della madre. E allora sul pentagramma del salmo risuona la parola di Gesù, "il Figlio" che ci assicura: "il Padre vostro sa che ne avete bisogno". Per questo bisogna dimorare nello sguardo di Gesù, perché è sguardo filiale, è sguardo del bimbo che vede il volto del Padre e sa che il Padre "nostro" conosce il nostro bisogno, e ce lo dona veramente con la grazia che vale più della vita! Bisogna ritornare come bambini per entrare nel Regno, occorre cercare fin dall' aurora, bisogna guardare con gli "occhi semplici" di Gesù. Ora siamo al centro del mistero del Volto: lo sguardo "filiale" lungamente affinato a Nazaret, nella cui iride si è impresso lo sguardo di Maria e Giuseppe, si è dischiuso alla grazia che vale più della vita, scegliendo di stare nelle cose del Padre, di portare l'evangelo del Regno, di camminare sulla sua strada. Ora dice ai suoi discepoli: Guardate, io vi dico che il Padre conosce quel bene a cui il vostro bisogno anela da sempre.

2. Di tutte queste cose si preoccupano i pagani

Il lettore sarebbe già pronto ad ascoltare l'ammaestramento di Gesù sulla ricerca del Regno. C'è però un punto sconvolgente nel testo. Il secondo ammonimento di Gesù non dice solo che la vita vale più del cibo e del vestito. E chi non lo direbbe, anche oggi! Ma aggiunge: non cercate con bramosia, non state con l'animo sospeso, di queste cose si preoccupano i pagani. Il pagano che è in noi si lascia rovinare non solo la vita, ma il suo bene più fragile, che è il tempo, dalla pre-occupazione, dall'ansietà che ci fa occupare prima, e al di sopra di ogni cosa, di tutti questi beni. Trovo che questo sia un tema che esprime la radicalità antropologica della ricerca del Regno presente in questo brano evangelico. La ricerca del Regno non è solo ricerca della "grazia che vale più della vita", del dono a cui la vita rimanda, perché una vita non può essere vissuta senza un senso, senza una luce, se non dentro una grazia che l'avvolge e una tenerezza che la ama. La vita non può essere vissuta senza speranza. La ricerca del Regno è anche purificazione della ricerca, smascheramento delle sue deviazioni. La "pre-occupazione" del pagano che s'annida in me, uccide la speranza, inaridisce la sua radice e indebolisce il cuore stesso dell'uomo. Ecco la malattia mortale che mina come un mal sottile il mio tempo, ecco come la ricerca bramosa delle cose uccide la speranza. Assicura Gesù: se la cura e la tenerezza di Dio sfama gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, "quanto più [farà e sarà] per voi". Non riconoscere questo rivela la poca fede dei discepoli, ci fa letteralmente uomini di "piccola fede" (oligopistoi). Il discepolo può essere minacciato nel suo intimo, può avere una fede rattrappita che non va al di là del suo orizzonte, se non riconosce che la vita vale di più, se non la lascia circondare dalla sua grazia, se non riconosce la cura del Padre che comprende il nostro bisogno.

Ma ora Gesù va oltre, mette in guardia dal pericolo di paganeggiare, di vivere cioè nella rincorsa sfrenata dei beni, credendo che essi siano il plusvalore della vita. Questa, dice Gesù, è la malattia mortale della speranza! La speranza è la fede distesa nel tempo, è la fiducia che il domani ti verrà incontro come un dono che ti chiama, che ti avvolge con la sua grazia, perché ha un volto, perché la tua vita non ha solo all'origine una cura e una tenerezza, ma ha anche alla fine un volto che l'attende e la chiama. Non cercate con bramosia - dice Gesù -, non state sospesi nell'aria morbosa dell' ansia, non occupatevi anticipando i tempi e i momenti, volendo possedere gli eventi, le cose e le persone, ma lasciateli accadere, andategli incontro con fiducia. Nel seguito del vangelo, Luca per lunghi capitoli sarà attanagliato dal problema della povertà e della ricchezza. Bisogna dirlo con forza, anche oggi, forse soprattutto oggi: nella nostra società dei consumi o, meglio, nella frenesia del consumare che fonda la nostra società dell' avere e dell' accumulo, si nasconde un (il) problema essenziale. Gesù non è un asceta triste che ha paura delle cose. Egli teme che la bramosia dei beni diventi un modo con cui noi ci lasciamo possedere dalle cose, teme che la brama diventi il nostro modo di essere. Le cose, però, alla fine ci possiedono, ci plasmano, dicono il nostro valore: esse non manifestano solo che cosa vale per me, per che cosa mi affanno nella casa, come giudico con il fratello, come peso la fortuna degli altri, ma alla fine rivelano me stesso, il mio desiderio, la mia speranza.

In altre parole, Gesù ci dice di "occuparci" di tutto, ma ci richiama che lo stare in ansia, l'accumulare, la bramosia, la rincorsa sfrenata dei beni è una strategia di cosmesi della morte. Possedere i beni e dominare il tempo sono le due forme fondamentali con cui noi oggi tentiamo di nasconderci davanti alla morte. Anzi cerchiamo di nasconderla a noi stessi, cerchiamo di imbellettarla, di camuffarla. La cosmesi della morte è il modo con cui cerchiamo di riempire la vita di cose per credere che sia una vita in pienezza; è il modo con cui vogliamo possedere il domani, gli altri, gli eventi, la vita, il futuro. Le cose sembrano riempire la vita, darle valore, assicurarle il tempo, ma il tempo le erode consumando alla fine anche noi che le consumiamo. E c'è un'altra forma di cosmesi della morte, con cui pensiamo di fermare il tempo, quasi di bloccare 1'orologio della vita: è l'attivismo sfrenato, la rincorsa del tempo cronologico, lo scandire vorticoso dei secondi e degli appuntamenti, consumando anche il dono del tempo, che è invece dono dell'incontro, della cura, dell' ascolto, dell' attenzione, del dialogo, della pace, del gioco, del perdere tempo pur sapendo che non è tempo perso. Per questo Gesù parla ai suoi così, con tagliente chiarezza, dicendo che questo è il modo di vivere il tempo dei pagani, è quella forma del trattenere la vita che alla fine la perde, è il modo di rimandare la morte che corrompe le radici della vita. Si può imbellettarla come si vuole, ma, proprio perché rincorsa vertiginosamente, la vita ci sfugge inesorabilmente. L'assolutezza della ricerca del Regno, di cui Gesù ci parlerà tra poco, non può neppure essere intuita, se non passa attraverso la radicalità antropologica con cui mettiamo in discussione la nostra fede e la nostra speranza. Prima di cercare il Regno, bisogna giudicare come lo cerchiamo. Questo è il primo dono che il Regno porta, perché il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercare il Regno porta in dono il giusto modo di cercarlo (la sua giustizia!). Nella ricerca del Regno sono posti in gioco - dicevamo - tutti gli atteggiamenti del quaerere Deum. Solo così si cerca il Regno come l'unico, l'assoluto, con gli occhi semplici del bambino.

3. Cercate anzitutto il Regno!

Ora possiamo riascoltare la proclamazione finale di Gesù. Essa è fatta di due semplici momenti: "Piuttosto, anzitutto, cercate il regno di Dio" e "queste cose vi saranno date in aggiunta". La proclamazione finale di Gesù ha la forza semplice dell'invito, del comandamento nuovo, del programma evangelico, della mappa per il viaggio. Essa porta con sé tutti questi aspetti, perché ormai il cercare è stato purificato dall'istruzione sapienziale di Gesù. Gesù ci conduce a cercare il Regno come si cerca la Sapienza, come la tavola imbandita su cui stanno tutti i doni della vita. Matteo nel brano parallelo fa proclamare a Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33). In Matteo l'accento è su questo "prima" (proton), "sopra ogni cosa"; Luca ha già detto che il Regno è il primo comandamento (Lc 4,43), il volto della sovranità di Dio che si fa vicina nelle parole e nei gesti di Gesù. Il primo vangelo aggiunge: "e la sua giustizia": il Regno viene e realizza la giustizia misericordiosa di Dio tra gli uomini e pone in condizione gli uomini di accoglierla; Luca non sente il bisogno di tutto questo. Il terzo vangelo afferma in modo assoluto: "piuttosto, cercate il regno di Dio!". Commenta Segalla: "L'espressione 'cercare il regno di Dio' non si trova né nell' AT, né nella letteratura giudaica" (1). 10 trovo come un segno: solo "il più piccolo nel regno di Dio" lo può portare. alla parola, solo Gesù può aprire lo squarcio sul mistero santo di Dio, perché è "il piccolo" che sta in mezzo a noi come uno che serve, è "il figlio", la figura esemplare per "ridiventare" a nostra volta bambini per entrare nel Regno. Cercare il Regno è cercare Dio, ma Dio si può trovarlo solo se il Figlio lo rivela. Ecco, allora, l'altra tessera del volto di Gesù: "Gesù è il cercatore del Regno"! Solo Gesù può dire: "Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Lc 10,22). Gesù è il cercatore del Regno perché è il figlio/il piccolo/il fanciullo che si riceve tutto dal Padre; Gesù è il cercatore del Regno per eccellenza perché il Regno si cerca ricevendolo, si trova accogliendolo, si conquista facendogli spazio. Perciò egli ora può rivolgersi ai discepoli e allettare e proclamare: "Cercate il regno di Dio", perché il Regno è accessibile a "colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" .

Cercavamo un termine per definire 1'espressione di Gesù sul cercare il Regno: conclusione sapienziale, istruzione, ammonimento finale. Cristo stesso ce lo fornisce: è la "rivelazione" nel senso più alto. Noi possiamo cercare il Regno perché il Figlio lo rivela, ce lo comunica. Cercare il Regno significa che il Regno cerca noi, che Dio si fa vicino, ci assedia, innerva la vita, permea i nostri pensieri, le intenzioni, le azioni, gli incontri, le persone, il mondo: tutte queste cose che in lui ci sono rivelate e donate. Ecco cosa significa "date in aggiunta". Attenzione a non trasformare la rivelazione di Gesù in un comodo tornaconto personale, in una specie di gioco al rialzo. Metto al centro Dio, così riceverò il centuplo quaggiù e il resto nella vita eterna. Uno s'accorge subito che non solo è un gioco pericoloso, ma sa che non conosce i tempi e i modi delle estrazioni... Cercare il regno di Dio secondo Gesù e come Gesù, è possibile solo nel suo cuore filiale, diventando fanciulli come lui, con gli occhi semplici del bambino. L'infanzia spirituale di Teresa di Lisieux non è un gioco per ragazzine perseguitate dal demone del perfezionismo. Ce lo ha detto Bernanos con i suoi personaggi che ne hanno subìto il fascino e la passione. A questo punto la parola si ferma, e possiamo solo collocarci nello slancio filiale di Gesù che nei nostri cuori grida: Abba, Padre.

Vorrei invitarvi ora a una composizione di luogo: in questa settimana, abitando qui a Bose, giunti al termine del terzo giorno, occorrerà che anche noi, saliti al monte del mistero santo di Dio, guardando con gli occhi di Gesù, perché i nostri non saprebbero portarne lo splendore, ci poniamo una semplice domanda: Che cosa mi dice questo luogo? Qual è il mistero che ha convocato queste persone? Perché tanti giovani sentono ancora il fascino, non dico del servizio, della dedizione all' altro soltanto, ma della vita monastica in una comunità fraterna? Perché lo splendore di questa liturgia ci attrae senza troppi trucchi comunicativi per lo spettatore, perché l'armonia della giornata del monaco tra preghiera e lavoro dona pace e saggezza, perché il ritorno alle fonti della grande tradizione orientale e occidentale ossigena chi viene alla sorgente? Perché, aggiungo, l'ardito tentativo di tenere insieme cammini cristiani di confessioni diverse è una luce per questa Europa che sta cercando le sue radici comuni, ma noi non possiamo offrire quelle "cristiane" se non come una sinfonia di voci diverse e complementari? Provatevi a chiedere il perché di tutto questo, e forse di altro ancora, e la risposta non potrà essere se non il quaerere Deum, se non il cercare Dio, invocando in modo assoluto il Regno. Molti cercano Dio, ma il volto cristiano di Dio comunicato dallo sguardo filiale di Gesù lo si trova cercando in modo assoluto il Regno, anzi lasciandoci cercare da lui.

4. Il Padre vostro celeste darà lo Spirito...!

A questo punto il lettore, seduto accanto ai discepoli, resta ammutolito. Non sa più cosa fare, ma gli viene in soccorso un ricordo, un testo su cui è passato via troppo velocemente perché non era segnato nel programma. Anche se gli era sembrato di qualche valore. Nel capitolo precedente ricorda di aver letto, nel libretto di Luca, appena dopo la preghiera del Padre nostro: "Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!" (Lc 11,9-13). Finalmente il suo cuore si apre alla consolazione. Una misteriosa, ma reale presenza non ancora notata rendeva monca la sua lettura del testo. Lo sentiva quasi naturalmente. La parola di Gesù gli sembrava lucida ed esigente, limpida e solare, ma un po' come le alte vette qui intorno, così irte da sembrare inaccessibili anche a chi ha buona lena nelle gambe. Gli mancava ancora una cosa: lo sguardo di Gesù rivela la ricerca del Regno come ricerca del Padre, ma il Padre dona lo Spirito a coloro che lo chiedono. La ricerca del Regno diventa alla fine invocazione nello Spirito che è riversato nei nostri cuori. Ecco che cosa mancava al lettore. La ricerca non è un programma ascetico o morale di vita, è invocazione; la ricerca è, nel senso più forte che si possa immaginare, un cammino "spirituale", nello Spirito e in forza dello Spirito. Per questo la sua forma sintetica, il modo con cui possiamo raccogliere il percorso di questa giornata centrale della nostra settimana, sillaba una semplice invocazione: "Venga il tuo regno!". In essa lo Spirito e la preghiera si tengono per mano, lo Spirito e la nostra libertà cospirano insieme, in essa il Regno viene cercato perché è ricevuto, e viene ricevuto perché è invocato! Ma così non viene ricevuto solo il Regno, bensì il mistero santo di Dio, il suo volto trinitario, nello sguardo del fanciullo Gesù e nella forza suadente della preghiera dello Spirito in noi e con noi. Quest'ultima tessera del volto di Gesù disegna sulla tavola la parte più espressiva del volto: gli occhi, lo sguardo appunto, totalmente rivolto verso il Padre e che ci trascina con lo splendore affascinante dello Spirito. Se mai si può osare dire con una sola frase tutto questo, dobbiamo prenderla in prestito da Paolo: "Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida: Abba, Padre" (Gal 4,6).

Per questo Gesù ci fa pregare: "Venga il tuo regno!" (Lc 11,2; cf. Mt 6,10). Certo il Regno è già venuto in lui! La santa volontà di Dio, del Padre suo, è già manifesta in lui! Ma noi dobbiamo pregare perché venga. Il Regno non viene come un tocco di bacchetta magica, ma richiede l'adesione della nostra libertà. La preghiera è il luogo in cui si educa e cresce tale libertà, l'invocazione è quello spazio in cui ascoltiamo il suo annuncio di gioia, ci lasciamo evangelizzare sulla misura delle nostre cose, in cui celebriamo il primato della sua grazia, sperimentiamo che non si può essere discepoli se non entro l'iniziativa suadente dello Spirito. "Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!". La legge del "quanto più" è esattamente lo Spirito dell' amore e della preghiera: egli è - letteralmente - la grazia che vale più della vita. Perciò il Regno già venuto dev'essere sempre e di nuovo invocato. La preghiera indica la qualità gratuita del Regno, ci dice che la presenza di Dio non è una forza che possiamo manipolare a nostro piacimento, ci suggerisce che il suo dono è tale perché va accolto continuamente con gratitudine. L'invocazione del "Padre nostro" esprime che l'uomo non è mai il primo, ma insieme rivela che come "secondo" l'uomo rimane un "tu" dinanzi a Dio, un tu che deve chiedere che Dio sia il Padre "nostro". Così l'uomo nella preghiera scopre che il nome cristiano della sua libertà si chiama fede. Essa è una consegna della vita al Regno, perché la presenza di Dio in Gesù ci ha già dato tutto, il Figlio suo. Ma in tale consegna l'uomo impara ad essere una libertà che esce da se stessa, che trova continuamente riposo in quel "Tu" che noi, balbettando, chiamiamo il mistero santo di Dio. E in questo "esodo" la nostra libertà ritrova la sua giusta dimensione. Anche il lettore esce da questo momento trasformato. Sulle prime, la rigorosa assolutezza del testo l'aveva lasciato senza fiato. Ma ora ha imparato che, confessando il Padre "nostro", la sua libertà riacquista il cuore di fanciullo, guarda il volto dell' altro come fratello, ritrova il proprio corpo come il luogo a cui basta il pane necessario, riprende il coraggio del perdono, ricupera lo sguardo della fedeltà, ritorna alla fatica di ogni giorno invocando che la prova non sia superiore alle sue forze, prega di essere liberato dal male, dalla meschinità, dalla pusillanimità, dalla pigrizia, dalla tiepidezza, dal torpore che lo consegna all'immediato come il tutto del suo esistere. E se ne torna a casa cantando: Venga il tuo regno!

[1] G. Segalla, "La ricerca di Dio come ricerca del Regno nei Sinottici", in Associazione Biblica Italiana, Quaerere Deum, pp. 213-233, qui p. 233.

 

 

 

Quinto episodio

"IL FIGLIO DELL'UOMO
È VENUTO A CERCARE E SALVARE"
ZACCHEO CERCA DI VEDERE GESÙ ED È CERCATO DA LUI 
Lc 19,1-10

Con l'episodio di Zaccheo, forse il testo più bello sulla ricerca di Gesù, torniamo alla forma del racconto. Merita introdurlo con le parole di S. Fausti: "Insieme alla parabola del samaritano e del Padre misericordioso, questo racconto si può considerare un 'vangelo nel vangelo', nel senso che ne esplicita gli elementi fondamentali: in esso si raccapezzano i vari fili del vangelo di misericordia, ne è un compendio. L'incontro tra Gesù e Zaccheo realizza la salvezza, impossibile a tutti, ma non a Dio (18,27) presso il quale nulla è impossibile (1,37). Finalmente il desiderio dell'uomo di vedere il Figlio dell'uomo si incontra con il 'dovere' di questo di dimorare e riposare presso di lui. In Zaccheo, quel Dio che provvede ai piccoli del corvo che gridano a lui (Sal 147,9) si ricorda di ogni uomo, per quanto piccolo e immondo, e lo rende puro. È un episodio chiave (l'ultimo del viaggio e che fa corpo unico col precedente), soluzione di quanto precede e preludio di quanto seguirà" 1. Il racconto ha una funzione di "chiusura" narrativa del grande viaggio verso Gerusalemme, e di "portale" di ingresso alla città santa e agli eventi che lì si svolgeranno. Il racconto è dunque veramente esemplare, e l'analisi lo conferma, perché si staglia sullo sfondo di una duplice ricerca: la ricerca di Dio da parte dell'uomo; la ricerca dell'uomo da parte di Dio. All'interno di questa ricerca che s'incrocia, si pone la figura di Gesù che "è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto" (Lc 19,10). I due verbi "cercare" e "salvare" stanno in parallelo e significano !'incontro tra l'azione di Dio e il bisogno dell'uomo. Ciò di cui l'uomo ha bisogno è oggetto della ricerca di Dio ma, venendo incontro all'uomo, Dio gli dona la sua vita stessa che è la pienezza del suo desiderio. Il parallelismo tra "cercare" e "salvare" fa di questa pagina stupenda del vangelo di Luca quasi un testo che rilancia il cammino della ricerca, ma ora essa si determina in senso salvifico. Pertanto l'ultima parte del vangelo (cc. 19-24) ruota attorno a Gerusalemme, la città degli eventi salvifici. Luca vuole sintetizzare l'itinerario che ha fatto compiere al discepolo fino a quel punto, prima di introdurlo nel cammino della passione.

È l'unico testo nel quale esplicitamente, attraverso un'inversione dei ruoli, Gesù che in un primo momento sembra l'oggetto della ricerca, ne diventa in realtà il soggetto principale, il vero protagonista, sicché la ricerca dell'uomo sembra essere già contenuta, resa possibile e preceduta da quella di Dio in Gesù. Viene alla mente l'espressione di Agostino, l'insonne cercatore di Dio: "io non ti cercherei, se tu non mi avessi già trovato". Notiamo anzitutto che il brano è aperto e chiuso da un verbo che ricorre due volte, all'inizio e alla fine: il verbo "cercare". "Zaccheo cercava di vedere Gesù" (v. 3); e alla fine si dice: "il Figlio dell'uomo è venuto, infatti, a cercare e a salvare ciò che era perduto" (v. IO). Il testo è contenuto come tra due parentesi e parla di una duplice ricerca: da un lato, la ricerca che ha come protagonista Zaccheo e, dall' altro, la ricerca di cui è fatto oggetto Zaccheo, di cui Zaccheo è il segno palpabile, vivente. L'episodio si snoda così tra due ricerche: da una parte l'inquieta, aperta, curiosa ricerca dell'uomo, che è Zaccheo; e, dall'altra, la pacificante, decisa, coraggiosa ricerca del Figlio dell'uomo, che è Gesù. Due ricerche: una che dal basso sale verso Dio e l'altra che da Dio viene verso l'uomo nella persona e nella figura di Gesù.

1. La duplice ricerca che s'incontra

Il concreto svolgimento di questa ricerca reciproca prende figura all'interno di due schemi. Il primo ci fa osservare la superficie, la scorza dell'episodio; il secondo ci introduce nel profondo della vicenda che si snoda tra Zaccheo e Gesù. Sono come due onde sismiche che s'incontrano, una di superficie, che increspa il desiderio di vedere Gesù, l'altra di profondità, che incontra la vicenda di Zaccheo, suscitando un sommovimento tellurico nella sua esistenza.

Passaggio nella città

1 Entrato in Gerico, attraversava la città.

Prot-agonista

2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubb1icani e ricco,

L'intenzione della ricerca

3 cercava di vedere quale fosse Gesù,

L'ostacolo esterno e interno

ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.

La realizzazione della ricerca

4 Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro,

Passaggio nella città

poiché doveva passare di là.

 

Il primo schema ci mostra anzitutto la successione dei personaggi. Prima c'è Zaccheo (prot-agonista) che è definito con due caratteristiche, per così dire, sociali: esattore e ricco. Poi c'è Gesù, che è oggetto della ricerca curiosa di Zaccheo (" cercava di vedere quale fosse Gesù"). E fra i due s'interpone, si mette in mezzo la folla, a modo di ostacolo da superare, mettendo in luce la difficoltà di Zaccheo a causa della sua piccola statura. Se ora osserviamo il movimento della scena, notiamo questo: Zaccheo cerca di superare l'ostacolo con uno spostamento geografico, che viene presentato come uno slancio ("corse avanti"). Sale su un sicomoro per vedere Gesù. Infine, notiamo il risultato dell'operazione: l'ostacolo è superato e Zaccheo può vedere Gesù nonostante la folla e nonostante la sua piccola statura. Si tratta di un movimento di superficie che è facile osservare e che ognuno può riscontrare. Questo movimento, però, è il segno del cammino più profondo percorso da Zaccheo. Esso è ambientato nello spazio della città, luogo dove Gesù "doveva passare". L'evangelista fa notare che il movimento spaziale è segno di un cammino profondo che avviene nella vita di quest'uomo, un cammino che ritroviamo nel secondo quadro.

Passaggio nella casa

5 Quando giunse sul luogo,

Co-agonista

Gesù alzò lo sguardo e gli disse:

Intenzione della dimora

"Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua" .

Reazione del prot-agonista

6 In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.

L'ostacolo morale e religioso

7 Vedendo ciò, tutti mormoravano: "È andato ad alloggiare da un peccatore!" .

Inversione dei ruoli (e della vita):

da prot-agonista a co-agonista

8 Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: "Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto".

Emergenza delle figure originarie

9 Gesù gli rispose: "Oggi la salvezza è avvenuta in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; !OH Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto".

Passaggio nella casa

[Avvenuta in questa casa].

 

Il secondo schema ci fa incontrare ancora gli stessi protagonisti. Ora, però, l'ordine sembra capovolgersi: la scena si concentra su un luogo che poi si preciserà come dimora nella casa. Osserviamo i personaggi. Prima c'è Gesù che è il soggetto di una ricerca decisa e amorosa (in un primo tempo sembra co-agonista del racconto). Prende l'iniziativa di chiedere ospitalità a Zaccheo: "Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: 'Zaccheo, scendi subito!'''. L'iniziativa, dunque, è presa da Gesù. Zaccheo vi aderisce scendendo e accogliendolo: la prima risposta di Zaccheo sembra solo la reazione del prot-agonista. Zaccheo, questa volta, non è più definito con la sua carta d'identità sociale, ma è descritto in termini morali, per il suo comportamento: si dice che è "peccatore", amato da Gesù e odiato dalla folla. Gesù lo "guarda" con uno sguardo intensissimo. Tra i due si frappone ancora la folla. Questa volta però non è più solo un ostacolo spaziale da superare, ma è una barriera personale. La folla non vuole che Gesù si avvicini a Zaccheo, perché è peccatore: "Vedendo ciò, tutti mormoravano: 'È andato ad alloggiare da un peccatore"'. I peccatori, soprattutto gli esattori delle tasse, erano (e sono) particolarmente odiosi. Che cosa avviene sotto la superficie dell'episodio descritto sopra? Il movimento, prima delineato, ora si capovolge. L'ostacolo è superato da Gesù che, nonostante tutto, allaccia un rapporto personale con Zaccheo. Gesù vuole entrare nella sua casa (la casa è lo spazio per indicare !'ingresso nella buona relazione con il Signore), dopo aver superato la distanza che lo teneva lontano. Gesù lo guarda, lo raggiunge, entra in comunicazione con lui. L'iniziativa di Gesù è corrisposta dai gesti di Zaccheo (c'è una sequenza di verbi bellissima): "scende in fretta", "gioisce", "l'accoglie in casa", "si rialza", "è tutto proteso verso Gesù", "decide di cambiare vita". Il movimento di Gesù nei confronti di Zaccheo (ormai non è più uno spostamento fisico, ma un movimento della vita) produce una serie di comportamenti che cambiano l'esistenza di quest'uomo. Fino a restituire quattro volte tanto! Si può dire che il prot-agonista Zaccheo diventa ora co-agonista di Gesù. Il mutamento dei ruoli narrativi rivela un cambiamento: Gesù è colui che prende dimora a casa e in Zaccheo avviene una radicale trasformazione di vita. Difatti, qual è il risultato? Il risultato è che l'ostacolo del peccato è superato mediante una trasformazione di Zaccheo che cessa d'essere ricco, si spoglia dei suoi averi, ripara il male compiuto in una misura sovrabbondante. Ma l'inversione dei ruoli avvenuta a livello narrativo comporta una rivelazione nuova a livello dei personaggi. Sulla bocca di Gesù abbiamo la duplice rivelazione, che "accade" nell'oggi di quella casa. L'incontro è un evento non solo dove accade qualcosa, ma nell' accadimento si rivela e si comunica una nuova figura di Dio e una nuova identità dell'uomo. Zaccheo rivela dentro di sé il "figlio di Abramo" che prima era nascosto, mentre ora è diventato manifesto. Contemporaneamente si rivela anche chi è Gesù: non è semplicemente un profeta. Gesù è il segno vivo di Dio che cerca l'uomo senza misura, senza risparmiarsi. L'evangelista, con l'espressione finale, non descrive solo la missione di Gesù, ma la rivelazione del suo volto: "Il Figlio dell'uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto". Questa appare un' autentica rivelazione del volto di Gesù, che assume e somma narrativamente quelle precedenti. Gesù è il segno reale della ricerca amorosa di Dio per l'uomo. Questa ricerca è la salvezza dell'uomo e la sua vita in pienezza. Molte volte Zaccheo avrà voluto cambiare la propria vita disonorevole e invisa alla gente, ma solo la sorpresa della venuta di Dio nella vicenda di Gesù tocca l'uomo e trasforma anche le situazioni più distanti e senza speranza.

2. Il parallelismo tra il cieco nato e Zaccheo

Abbiamo un parallelismo stretto tra l'episodio precedente del cieco nato (18,35-43) e quello di Zaccheo (19,1-10):

- a livello terminologico: l'ambientazione in Gerico (18,35; 19,1); la ripetizione del nome "Gesù" (18,37.38-40.42; 19,3. 5.9); il verbo anablépo, nelle due accezioni di "riavere la vista" (18,41.42.43) e "guardare in alto" (19,5); le due espressioni centrali di Gesù (18,42 e 19,9) composte di sei termini contengono entrambe il tema della salvezza e della fede; anche i titoli sono paralleli: figlio di David (18,38.39), figlio di Abramo, Figlio dell'uomo (19,9.10);

- a livello narrativo: Gesù passa e suscita in questi due personaggi una reazione, ma tale reazione è resa impossibile da un ostacolo, la folla (18,39; 19,3), che viene superato attraverso un dialogo tra Gesù e il protagonista, e c'è in conseguenza (l'abbiamo già notato a proposito di Zaccheo) una trasformazione profonda dell'identità dei due (per un cieco, vedere è un cambiamento di identità!);

- a livello strutturale: i due testi sono quasi gemelli, sono come i due lati della cerniera, perfettamente corrispondenti: l'uno chiude il viaggio, l'altro apre !'ingresso a Gerusalemme. Ora, il primo è un miracolo sorprendente, il più grande dopo una resurrezione, concluso con la lode a Dio, come altri gesti di salvezza di Gesù (cf. ad esempio 7,16, alla fine dell'episodio della resurrezione del figlio della vedova di Nain); il secondo narra di una conversione che ha i tratti di una resurrezione, tratti che lo avvicinano ad altri racconti di conversione (cf. ad esempio quello della donna peccatrice: 7,36-50). In conclusione sono due racconti di ricerca: per il cieco la luce della vista, per Zaccheo lo splendore della fede.

Se, dunque, confrontiamo i due episodi anche a livello strutturale sono molto simili (si provi a ritrovare anche in quello del cieco nato la stessa struttura, da noi messa in luce per il brano di Zaccheo). Soprattutto il tema del "vedere" collega il nostro racconto a quello del cieco. Proviamo a osservare il chiasmo che si realizza tra i due episodi:

Il cieco

Zaccheo

Vuole ricuperare la vista

Vuole vedere Gesù

Dice a Gesù: "Signore"

Dice pure: "Signore"

Vedi! La tua fede ti ha salvato

La salvezza in questa casa

3. La ricerca di Zaccheo

L'episodio di Zaccheo sembra dunque essere paradigmatico del nostro cammino di ricerca. È ambientato a Gerico, l'ultima tappa prima di salire a Gerusalemme, lungo la strada che i pellegrini facevano per evitare di passare per la Samaria, luogo di rapporti difficili con gli abitanti della regione considerati eretici. Zaccheo entra in scena, presentato con il suo status pubblico di "capo pubblicano" (architelones) e ricco (plousios). Ambedue le categorie sono molto care a Luca, e soprattutto i pubblicani hanno già costellato il suo vangelo: basti ricordare il pubblicano Levi (5,27.29.3 o) e i pubblicani che danno occasione per le tre stupende parabole del capitolo 15 (15,1). Qui Zaccheo sembra riassumerli tutti in un'unica figura. Egli viene presentato come uno che cercava (iterativo: cercava a più riprese!) di vedere (ezétei idein) "Gesù chi è?" (tòn Iesoun tis estin). Il lettore trova finalmente la domanda che lo ha guidato sin qui, formulata nella sua forma più limpida: "Chi è Gesù?" , allo stesso modo in cui la domanda si trovava in bocca a Erode ("cercava di vederlo"), l'altro capo che nel nostro schema generale gli corrisponde in forma concentrica. Due personaggi, Erode e Zaccheo, che vengono toccati dalla fama di Gesù e che hanno la stessa reazione, ma con due risultati diversi. Non dimentichiamo che a questo punto del vangelo, dal punto di vista dell'intrigo narrativo, noi abbiamo due domande uguali, ma non sappiamo ancora come andranno a finire le due ricerche, quella di Zaccheo e quella di Erode. Il lettore è in attesa, si stupisce di trovare la sua domanda nella formulazione più nitida sulla bocca di due personaggi non proprio simpatici... Egli sta a vedere. Il brano introduce quindi un' attesa narrativa sul seguito degli eventi.

La ricerca di Zaccheo aveva già tentato diversi approcci, ma non gli riuscivano a causa della folla, perché la ressa era tanta e lui era piccolo di statura (te elikìa mikros), pur essendo un "capo"... L'evangelista sembra fornire anche un motivo di simpatico umorismo al racconto che intriga il lettore. Appare ora il terzo personaggio del racconto: la folla. La scena si popola e la folla ha la funzione - abbiamo già visto - dell' ostacolo fisico e umano all'incontro: la folla esprime qui l'inconscio collettivo, nella sua forma più forte: "Vedendo ciò, tutti mormoravano: 'È andato ad alloggiare da un peccatore!'''. La folla riprende la mormorazione del popolo nel deserto dinanzi a Mosè, non comprende il gesto di Gesù e il volto di Dio che egli manifesta: chi è questo Gesù che va in casa dei peccatori? E che peccatori! Che volto di Dio ci manifesta questo Gesù che siede addirittura a mensa con loro?

Il lettore non sa come il suo personaggio potrà incontrare Gesù. Non sa come fare e sta a vedere... L'episodio conclude questa sua prima parte narrativamente con un colpo di genio: Zaccheo corre avanti, gioca d'anticipo, senza badare a quello che può dire la folla, sale su un sicomoro. Occorre agire: Gesù "sta per attraversare la città", l'occasione può essere l'unica!

4. La casa dell'incontro

Siamo al centro dell'episodio. Davanti agli occhi del lettore ora la scena cambia. L'iniziativa di Zaccheo, il suo agire che imprime movimento all' azione, sembra far spostare il suo sguardo sul sicomoro: il lettore è lì anche lui con il naso all'insù, per vedere cosa succede. Ma l'occhio della telecamera narrativa si sposta su Gesù. Egli da oggetto della ricerca diventa soggetto dell'incontro che cerca: giunge per così dire "al luogo stabilito dell'incontro". Si noti la velocissima scena, che non contiene una parola in più né una in meno per disegnare tutte le dinamiche di un accadimento vitale. Il lettore deve girare di scatto lo sguardo: "quando venne sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: 'Zaccheo!'''. Gesù viene al luogo dell'incontro (che per ora non è precisato), alza il suo sguardo (lo sguardo di Gesù ora raggiunge il suo vertice, raccogliendo tutti gli sguardi precedenti del vangelo, puntandolo su quest'unico personaggio che li raccoglie tutti) e lo chiama per nome" Zaccheo", "Giusto!". L'effetto è sorprendente per l'orecchio del lettore. Lui il pubblicano, anzi il loro capo, lui venduto all'invasore, lui amico dei nemici, lui arricchitosi sulla pelle della gente, chiamato per nome che - per amara ironia - significa "Giusto"!

E Gesù aggiunge: "in fretta, scendi, perché oggi io devo rimanere (dei me meinai) a casa tua!". La frase è una di quelle espressioni lapidarie che s'imprimono nella mente e nel cuore del lettore. "In fretta", come sempre in Luca i personaggi che sono toccati dal suo arrivo; "scendi", come i genitori scendono da Gerusalemme, così anche per Zaccheo è finito il suo pellegrinaggio, è terminata la sua ricerca, è raggiunta la vetta del suo cammino, come lo stesso Gesù sta ormai raggiungendo la meta del suo pellegrinaggio verso Gerusalemme; "oggi", quest'oggi così importante per Luca, che anticipa qui (v. 5) l'oggi compiuto della salvezza raggiunta (v. 9). È l'oggi che il lettore sente come l'occasione della vita, quello che passa proprio accanto a te, è il tempo opportuno, è il kairos. E questo tempo ha anche un luogo: "a casa tua". La casa è lo spazio della relazione, il luogo del!'incontro, la dimensione della dimora! E finalmente, in posizione enfatica nella frase, si riprende l'infinita sequenza dell'espressione dei me... io devo essere, io devo portare, io devo andare; e ora il lettore ascolta, io devo rimanere: sì, Gesù è colui che dimora a casa tua! Questa è l'offerta, questo è l'incontro, questa è la certezza di grazia che precede ogni movimento dell'uomo: Zaccheo cercava con insistenza di vedere, Gesù guarda, chiama e vuole rimanere! Fanno notare gli esegeti che questi due verbi assieme ("devo rimanere") compaiono solo qui in tutto il vangelo, sono la rivelazione di questo brano "perla centrale" del testo (Gesù è colui che deve rimanere nella tua casa). Il lettore raccoglie questa reliquia preziosa e apre anche lui la porta della sua casa! Notiamo il parallelo stupendo con la prima scena del ritrovamento al tempio:

2,49:

en tois

tou patros mou dei einai

me

19,5:

en to

oiko sou dei

me meinai

La reazione della folla ("vedendo, tutti continuavano a mormorare tra di loro") pare interrompere l'incontro con questa autodichiarazione di Gesù. Il lettore ne resta contristato. Di fronte al lampo improvviso dell' offerta di Gesù, la folla fa da coro negativo, mormora, eleva la sua protesta dinanzi al gesto/parola di Gesù e al volto di Dio che egli rivela/comunica. No, non può essere così, Dio non può essere colui che appare nel gesto/parola di Gesù, non può essere uno che vuole/deve rimanere nell'oggi della sua casa! "Mormoravano" è il verbo degli scribi e dei farisei (15,2), che qui diventano i "tutti" che si sottraggono al volto di Dio nel gesto/parola di Gesù, come uno che "deve dimorare" presso di noi! Si noti che esattamente questo aspetto è verbalizzato nella mormorazione: "è andato ad alloggiare da un peccatore" (cf. anche 7,39).

5. La ricerca del Figlio dell'uomo

Finalmente l'azione di Zaccheo, che aveva superato da prot-agonista, con un colpo di genio saltando la folla, la sua ripetuta difficoltà a vedere Gesù, ora diventa un agire da co-agonista, che risponde all'offerta di Gesù: "scendi, in fretta, perché oggi devo fermarmi a casa tua!". La sequenza mostra con una cascata impressionante di verbi quasi la scioltezza dell' agire che si iscrive nel desiderio di Cristo di rimanere a casa nostra: l'uomo è liberato dagli impacci della sua ricerca incerta. "In fretta, scese e lo accolse pieno di gioia" (v. 6). L'uomo scende dal trampolino su cui è salito per saltare la folla, lo fa in fretta, con la certezza che è quello il tempo tanto atteso, accoglie Gesù nella sua casa, che diventa, da luogo dell'estorsione, casa dell'ospitalità. E la casa s'inonda di gioia! L'agire di Zaccheo che da prot-agonista capo diventa co-agonista ospite, gli consente di saltare un' altra volta la folla: questa volta si tratta di un oltrepassamento dell'ostacolo della folla che mormora (v. 7) contro Gesù e il volto di Dio ch' egli rivela, il Dio che va ad alloggiare dai peccatori, che abbatte le barriere, che comincia dagli ultimi, si badi, anche quelli non simpatici. Questo secondo salto, che trafigge la barriera della folla non più come ostacolo fisico, ma come ostacolo religioso, che abbatte la spessa cortina della sua immagine devota di Dio, ci fa riapparire uno Zaccheo trasformato.

Luca ce lo presenta come il modello di ogni conversione e trasformazione: "Ma Zaccheo, alzatosi (statheis: stando ritto), disse al Signore: 'Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto'" (v. 8). L'uomo "sta ritto" davanti al suo Signore se diventa co-agonista, trova il suo posto giusto non come servo, ma come un tu libero "davanti" al "Signore". E l'agire scaltro che gli aveva consentito il salto per vedere, ora viene duplicato, anzi si dovrebbe dire quadruplicato, si trasforma nella genialità cristiana: "Ecco!", la particella riassume la sua decisione finale, a un tempo esistenziale e morale, in una parola ridisegna una nuova figura religiosa: "la metà dei beni di cui sono a capo la do ai poveri, e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto": la carità e la giustizia insieme, anzi la carità che cambia anche il volto della giustizia (quattro volte tanto!). Zaccheo diventa la figura sintetica del grande ideale che l'evangelista aveva vagheggiato per tutto il lungo viaggio verso Gerusalemme: Zaccheo è la controfigura del ricco stolto (12,15) e del notabile ricco (18,18), ha deciso di vendere i suoi beni (12,33), di "rinunciare a tutti i suoi averi" (14,33) per arricchire davanti a Dio (12,21) ed essere discepolo di Gesù (14,33). Zaccheo, che si chiedeva a proposito di Gesù: "Chi è?", ora l'ha trovato e lo chiama "Signore!". E qui avviene lo slancio della carità, la confessione della vita ("dal momento che ho frodato"), la giustizia nuova dell' agire assai al di là della legge (che prevedeva la restituzione del mal tolto più un quinto: Lv 5 ,2 1.23-24). Come il tuono che segue il lampo, come il gesto che segue la parola, l'agire di Zaccheo segue l'offerta di Gesù di rimanere a casa sua, come un rombo fragoroso che risuona nell'orecchio del lettore. Fino a oggi. Tutto sembra compiuto per il lettore, la bocca è aperta, la meraviglia della confessione/conversione ha il tratto di una resurrezione! Ma il testo continua...

"Oggi la salvezza venne in questa casa!": l'oggi del Salvatore annunciato a Natale, raggiunge qui una prima vetta, ma non è che un campo base per l'altra grande e insuperabile vetta, quando Gesù sulla croce dice al ladrone pentito "Oggi sarai con me in paradiso!" (Lc 23.43). La presenza di Gesù crea l"'oggi" decisivo di resurrezione per chi lo incontra, non importa come si trovi: gravato dai lacci di un mestiere odiato e compromesso o inchiodato sulla giusta croce delladrone. Davanti a me, davanti a te, dice: "Oggi la salvezza venne in questa casa; oggi sarai con me in paradiso!" .

E finalmente segue la rivelazione (una e duplice insieme!): dell'identità dell'uomo e del volto di Gesù. Luca mette in bocca a Gesù una dichiarazione che è come la moneta costosa, la grazia "a caro prezzo" della sua presenza/venuta in mezzo a noi. Su un lato della moneta c'è la rivelazione dell'identità di Zaccheo/ogni uomo che lo ha seguito nel grande viaggio: "Egli stesso in persona (autos) è figlio di Abramo, è il credente!": non è solo uno trasformato moralmente, ma una persona che ha incontrato; non ha solo cambiato vita, ma la sua è la vita dell'uomo nuovo. E, sull' altra faccia della moneta, l'ultima cosa che tu scopri è la prima che ha mosso ogni cosa. C'è la rivelazione finale: forse la tessera più bella che possiamo collocare sulla nostra tavola che costruisce pian piano il volto di Gesù: Gesù è "il Figlio dell'uomo venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto". Ora il lettore vede questo non solo come la spiegazione di ciò che Gesù ha fatto a Zaccheo, ma sente aprirsi la porta che introduce nel segreto di Gesù: Gesù è il Figlio dell'uomo che viene (è il veniente!) a cercare e a salvare ciò che era perduto. Gesù è il "cercatore" dell'uomo, ma questo gesto sta in parallelo con "salvatore" (si noti che cosa aveva detto l'angelo nel primo" oggi": "vi è nato un salvatore!"): dice l'azione di Gesù e insieme ne tratteggia il volto. Gesù è cercatore e salvatore di tutto ciò che è perduto. Qui non c'è più il linguaggio dell' "io devo": la missione/volontà del Padre ha preso ormai i tratti affascinanti del volto di Gesù, s'è iscritta nell'umanità filiale di Gesù, che rivela a ciascuno di noi la sua identità filiale. Anche il lettore comprende fino in fondo che il senso dell"'io devo" non è una legge, un destino o una volontà esterna a Gesù, ma è iscritta nei tratti del suo volto. Egli si ferma e non vorrebbe mai più togliere lo sguardo da questa icona.

[1] S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Luca, pp. 626-627.

 

Quinto ascolto

LA RICERCA COME INCONTRO

Luca colloca l'episodio di Zaccheo alla fine del grande viaggio verso Gerusalemme e prima degli eventi pasquali. Egli ha voluto fare della vicenda di Zaccheo un episodio esemplare della ricerca di Dio e del cammino della fede. Occorre raccogliere dalla pagina evangelica alcune indicazioni circa l'atmosfera stupenda della fede e della ricerca di Dio. Ho già fatto molte osservazioni durante la lettura del brano che hanno dilatato la vista e il cuore all'ascolto. La penna si fa qui veloce per non sciupare l'incanto che ha già suscitato la lettura del testo. È possibile indicare cinque momenti presenti in questo cammino, che raccolgano in pochi tratti le indicazioni sparse nella lettura.

I. L'uomo è cercatore di Dio

Il primo momento presenta l'uomo come cercatore di Dio. Direttamente Zaccheo vuole vedere Gesù, non Dio, ma la sua ricerca esprime le tensioni fondamentali verso il significato piùprofondo della vita, che hanno a che fare con il mistero di Dio. La ricerca di Zaccheo, la ricerca dell'uomo e della donna, anche dell'uomo e della donna d'oggi, è però segnata da due caratteristiche particolari. Anzitutto, è una ricerca aperta e insicura.

Molte volte - per usare le parole di san Paolo - va "come a tentoni" (At 17,27), quasi senza sapere dove andare. Zaccheo non sa chi è Gesù, forse non sa che cosa propriamente sta cercando. Anche l'uomo d'oggi, nella ricerca all'interno della propria vita, quando cerca qual è il suo destino, il suo cammino, quando pensa alla famiglia, alla casa, al lavoro, avverte come la sua ricerca sia aperta, senza meta. A volte gli sembra di non cogliere la direzione verso cui muoversi. La seconda caratteristica della ricerca dell'uomo è la separazione. Zaccheo è separato spazialmente da Gesù, ma soprattutto è separato moralmente da colui che vuole incontrare. È lontano, è peccatore! Anche oggi la nostra ricerca è impastata di tanti grovigli, di tante ansie che portano in un' altra direzione, manifesta un bisogno del tutto e subito, del vissuto immediato, della gratificazione istantanea, del sensazionale e dell'esoterico o, comunque, di qualcosa che è capace di creare dentro di noi emozioni sempre nuove. Osserviamo: l'insicurezza e la separazione della ricerca di Zaccheo s'influenzano e si aggravano reciprocamente.

Non bisogna aver paura. Il Signore non disprezza l'inquieta ricerca dell'uomo, anche quella quasi soffocata dalle preoccupazioni dell'attimo fuggente. Il Signore vuole fermarsi a casa sua e, se soltanto gli apre la porta e lo introduce nel suo spazio interiore, allora s'accorge e scopre che Dio è cercatore dell'uomo in Gesù. Dio cerca da sempre l'uomo. Anzi il lettore della pagina evangelica sa che il primo impulso curioso di sapere chi è Gesù, di conoscere qual è il significato delle cose che fa ogni giorno, è già preceduto dalla ricerca di Gesù e di Dio che viene nella sua casa. Il volto di Dio che Gesù manifesta è capace di dare un significato più preciso alla sua ricerca: non la soffoca, non dice che è sbagliata. La purifica, la fa crescere, la fa maturare.

2. Dio è cercatore dell'uomo in Gesù

Il secondo momento traccia il movimento inverso: Dio cerca l'uomo. La ricerca da parte di Dio ha, a sua volta, due caratteristiche corrispondenti alla prima. È una ricerca capace di far crescere, far maturare, portare a compimento il procedere quasi a tentoni dell'uomo. Il fatto che Dio si presenti in Gesù manifesta che la ricerca umana non è lasciata e abbandonata semplicemente a se stessa, ma è fatta crescere e maturare. Egli dice all'uomo d'ogni tempo: "Cerca sempre, cerca senza mai stancarti". La ricerca dell'uomo da parte di Dio è capace di rivelare qualcosa che non è semplicemente nella linea del pensiero umano, del suo desiderio, pur importante, nella linea del suo bisogno. È capace di prendere dal di dentro i desideri e i bisogni, di trasfigurarli e portarli verso gesti e traguardi insospettati. Il lettore prova a pensare alla sua ricerca. Coltiva dentro di sé un bisogno e un desiderio, porta dentro di sé la tristezza per qualche insuccesso, per qualche sofferenza, per una fatica e una speranza tradita. Va da Gesù e ascolta la sua parola, più per curiosità che per l'attesa che Dio sia capace di sorprendere, di rivelare una dimensione nuova di ciò che spera e desidera da lui. Qualche volta gli sembra che, figlio del postmoderno, anch'egli abbia reclinato il suo sguardo sul frammento, abbia già chiuso in anticipo l'audio, abbia già sintonizzato se stesso su un' altra onda, per non aprirsi alla "sintonia di Dio" che dice parole nuove. Eppure Dio con Gesù entra come di soppiatto, è un cercatore non pentito dell'uomo d'ogni tempo, è colui a cui si può solo resistere, secondo il rimprovero di Dostoevskij: "Taci, io lo so, tu sei venuto a disturbarci!" .

3. Il luogo dell'incontro tra le due ricerche

L'incontro tra la ricerca di Dio da parte dell'uomo e la ricerca dell'uomo da parte di Dio "avviene" nella casa, è un accadimento della vita. L'incontro ha la figura di un'esperienza che muta la vita d'ogni giorno. Attraversa il vissuto concreto, la vicenda personale. Dio non incontra l'uomo a lato della vita, ma nel centro dell'esistenza. Diceva Bonhoeffer: "Dio, o lo s'incontra al centro dell'esistenza o non lo si può trovare, perché il Dio che sta alla periferia della vita non è certamente il Dio cristiano, è un suo surrogato". Il lettore del vangelo sa che il vissuto personale, la vicenda personale è una cosa difficile da tenere unita. Fa fatica a comprendere che la vita sia una sintesi tra la serie di attimi frammentari, di eventi, di incontri, di volti, di persone e l'ispirazione unitaria che possiamo cogliere in essi. L'elemento decisivo dell'incontro è di saper aggrappare tutti i gesti della vita, della giornata -le parole, i sentimenti, i desideri, i gesti, le persone - a qualcosa di più grande, a un significato più profondo, il quale sia come il filo rosso che dà valore e gusto a tutto ciò che l'uomo fa e desidera. Egli pensa alla vita della sua famiglia. L'amore sponsale, la responsabilità di genitore, la fatica dell'educare appaiono in una luce nuova se sono collocati in una dimensione più grande, non misurando i risultati col fiato corto del giorno che scorre. Il lettore giovane che sta studiando e lavorando chiede se sia possibile costruire una giovinezza che abbia una prospettiva profonda; intuisce che non può solo misurare le decisioni in base al risultato che ottengono nell' arco di una giornata. Il giovane sa che chi ha più futuro dinanzi che passato alle spalle non costruisce nulla, se non in un orizzonte che dia senso al cammino e alla fatica d'ogni giorno.

4. La ricerca dell'incontro e come incontro

Il quarto momento parla dell'incontro come un evento che intreccia due intenzioni e due operazioni: l'accoglienza dell'intenzione di Gesù che si esprime nei suoi gesti (la volontà di dimorare nella casa del pubblicano, di parlare con lui, di farsi suo commensale) e l'intenzione di Zaccheo di operare un cambiamento personale, di camminare secondo il desiderio di Gesù (si confronti la sequenza dei gesti che descrive la reazione di Zaccheo: scende in fretta, è pieno di gioia, l'accoglie in casa, sta ritto davanti a lui, è tutto proteso verso Gesù, decide di cambiare vita in modo radicale). Il lettore vede che l'incontro con il Signore comporta di entrare nella buona relazione con lui, un rapporto che trasforma il cuore e la vita. Da un lato, dunque, l'intenzione di Dio che in Gesù cerca l'uomo, vuole raggiungerlo dov'egli si trova, si fa suo compagno di viaggio e commensale, si prende cura della pecorella smarrita (è peccatore!) ed esclusa (è un pubblicano!); dall' altro, l'incontro è un evento di trasformazione, trasfigura il cuore, cambia la vita, fa risorgere la speranza, fa rinascere la buona e salutare relazione con Dio. Anzi, è l'incontro dove l'uomo da prot-agonista che con un colpo di genio salta l'ostacolo fisico (la folla e la statura) che lo teneva lontano da Gesù diventa co-agonista che scopre dentro di sé la genialità cristiana. Accogliere l'invito di Gesù, che vuole dimorare presso Zaccheo (e il lettore) nella casa dell'incontro, crea un'identità nuova, ma prima ancora suscita un agire che fa l'uomo nuovo, che lo colloca nella nube di tutti quei geni della fede, uomini e donne, che hanno trasformato la loro vita in una misura sovrabbondante. Gesù annuncia che il Dio dei padri è un Dio intento all'uomo. Gli uomini invece a volte ammettono o escludono da Dio, innalzando barriere e separazioni o costruendo immagini e maschere distorte. L'incontro con Gesù è dunque un evento che suscita non solo un' azione (desiderio di vedere) ma anche una re-azione (il gesto di cambiare); è un incontro salvifico, beatificante, rimette l'uomo in piedi, lo fa letteralmente "ri-sorgere", gli dischiude la speranza. La collocazione dell' episodio da parte di Luca come portale d'ingresso degli eventi pasquali anticipa già il significato della Pasqua.

5. Un incontro pasquale anticipato

Il quinto momento è la contemplazione del significato pasquale dell'incontro. n testo evangelico si conclude quasi a scena aperta con un commento a beneficio del lettore: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch' egli è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto". L"'oggi" pasquale di Luca è anticipato in tutti i momenti importanti nel suo vangelo: alla nascita del Salvatore sulla bocca degli angeli (2,11); al momento inaugurale del ministero nella sinagoga di Nazaret (4,2 l); al termine della guarigione-riconciliazione del paralitico (5,26); nell'episodio di Zaccheo, a chiusura del cammino verso Gerusalemme e all'inizio degli eventi della passione (19,5.9); nel preannuncio del rinnegamento di Pietro (22,34.61); nella beatitudine concessa al buon ladrone in croce (23,43). L'esperienza della salvezza-riconciliazione che i discepoli devono far propria lungo il cammino fino alla Pasqua è annunciata all'inizio della storia di Gesù, come rivelazione "dall'alto" (sulla bocca degli angeli). Gli angeli del Natale diventano lungo il cammino i discepoli - nuovi annunciatori - di Pasqua e Pentecoste. L"'oggi" della salvezza non è solo la buona notizia di Gesù, ma è la sua stessa presenza. Per questo l'episodio di Zaccheo anticipa quanto avviene in modo drammatico negli eventi della passione e della resurrezione, e può fornirci il canovaccio per entrare nella terra santa della Pasqua. Con il pubblicano Zaccheo, la salvezza si fa vicina perchérivela il volto dell'uomo, come figlio di Abramo, e il volto di Gesù, come colui che è venuto per cercare e per salvare. La redenzione si fa "domestica"; "oggi" la salvezza entra in "questa casa", prende dimora tra noi, riveste la nostra carne e la nostra storia. n prendere casa di Gesù tra i suoi, che l'evangelista Giovanni descrive come il senso di tutta la missione di Gesù ("n Verbo si fece carne e venne ad abitare tra noi"; Gv 1,14), è il Verbo sperimentato, visto e toccato, contemplato e ascoltato nei giorni della sua vita terrena. L'annuncio sulla signoria di Dio, i gesti di salvezza di Gesù, la commensalità con i peccatori, le sue parole struggenti, i suoi incontri suadenti, la sua polemica feroce con le tradizioni degli uomini per rivendicare il senso della volontà di Dio, sono il luogo dove s'incontra la salvezza che entra nella casa degli uomini, che prende dimora con loro.

Anzi, è la salvezza in cui si dimora e si ritrova, come a casa, la propria identità e la pienezza di vita. La salvezza è entrata in questa casa, "perché anch'egli è figlio di Abramo". n pubblicano Zaccheo aveva dimenticato forse d'essere figlio di Abramo, il comportamento di esclusione e di disprezzo degli altri gli aveva forse dato anche 1'alibi per non sperare più di ridiventarlo. La presenza di Gesù nella sua casa, mentre rivela la presenza del Dio che fascia le nostre ferite, svela all'uomo la sua identità di figlio di Abramo. E con la gioia, gli ha portato la resurrezione di vita, il cambiamento insperato, la trasfigurazione del cuore, la trasformazione delle relazioni, la liberazione dai lacci del denaro che lo legavano a un mestiere inflessibile e duro, la generosità spropositata. n lettore avverte un senso di gioia che attraversa la seconda parte del testo, che è l'allegrezza pura e trasformante della resurrezione. È!' alleluia della vita liberata, della zavorra gettata via, dell'identità ritrovata, della carità quadruplicata.

È Luca che parla, 1'evangelista della fraternità dei primi cristiani, della preghiera commossa dei credenti della prima ora, delle donne, dei discepoli, di Maria, della chiesa delle origini. C'è la dolorosa trasformazione della croce, la freschezza della Pasqua, la gioia della resurrezione.

In tutto ciò si rivela non solo l'identità dell'uomo cercato e afferrato, ma anche l'identità di Gesù. Egli è "il Figlio dell'uomo venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto": è il volto del Dio di Gesù, il volto del Gesù di Dio, il gesto del suo venire a cercare e a salvare l'uomo perduto. Potremmo dire che questa è la definizione di Dio che Gesù ci comunica: "Dio è colui che cerca e salva l'uomo perduto". È il Dio della Pasqua! Fa bene incontrarlo in quest'episodio d'ingresso: la Pasqua di Gesù è insieme trasfigurazione dell'uomo e incontro con il mistero inaudito di Dio, colui che ha il volto, le mani e il cuore di Gesù, che è venuto a cercare e a salvare l'uomo perduto! La ricerca di Dio è la salvezza dell'uomo, la salvezza dell'uomo è il venire di Dio: "cercare" e "salvare" sono le due facce dell'unica medaglia che ha impresso, da ora e per sempre, il sigillo della Pasqua del Signore.

 

 

 

Sesto episodio

"PERCHÉ CERCATE TRA I MORTI COLUI CHE È IL VIVENTE?"
LA RICERCA DI GESÙ DA PARTE DEI "SUOI" (LE DONNE) AL SEPOLCRO 
Lc 24,1-12

Entrando nello spazio della passione, la "ricerca" di Gesù sembra come scomparire. Il tema sembra assente o, meglio, cambia di segno: gli uomini cercano ancora Gesù, ma per consegnarlo. "I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole" (Lc 19,47-48); "Gli scribi e i sommi sacerdoti cercarono allora di mettergli addosso le mani, ma ebbero paura del popolo" (Lc 20,19); "I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo, poiché temevano il popolo" (Lc 22,2); "[Giuda] fu d'accordo e cercava l'occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla" (Lc 22,6); "Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano" (Lc 22,31). La ricerca di Gesù si trasforma nel tentativo degli uomini di sopprimerlo, di mettergli le mani addosso, di toglierlo di mezzo, è ricerca dell'occasione propizia per consegnarlo nelle mani dei peccatori, per tradirlo. Questa ricerca omicida che vuole sopprimere colui che viene a cercare l'uomo perduto introduce un elemento drammatico, senza il quale non è possibile comprendere la Pasqua di Gesù. Dio che cerca l'uomo in Gesù si trova dinanzi il rifiuto dell'uomo, un rigetto in nome di un'immagine di Dio costruita a salvaguardia della propria religiosità. In realtà si tratta di una maschera di Dio. Gesù si lascia "consegnare nelle mani degli uomini" (si ricordi che David preferì consegnarsi nelle mani di Dio piuttosto che nelle mani dei suoi nemici: 2Sam 24,14), di quegli uomini che "cercano" l'occasione propizia per consegnarlo, per tradirlo. Anche i suoi discepoli subiscono questa tentazione suprema: uno di loro lo tradisce, lo stesso Simone lo rinnega, gli altri se ne fuggono. Nell'ora delle tenebre, satana viene e cerca di vagliarci come il grano... La ricerca di Gesù si tramuta nel tentativo violento di trovare un capro espiatorio: gli uomini tentano di addossare il peccato di tutti su di uno, perché "è meglio che un solo uomo muoia per il popolo" (Gv 11,50; 18,14), per scaricare il loro desiderio violento sulla vittima innocente.

Mi si conceda qui un parallelo con Giovanni. Anche nel quarto evangelo, dove la ricerca di Gesù ha un'importanza decisiva, la passione inizia con una duplice domanda di Gesù, rivolta alla marmaglia capeggiata da Giuda: '''Chi cercate?'. Gli risposero: 'Gesù, il Nazareno'. Disse loro Gesù: 'lo sono!'. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse: 'Io sono', indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: 'Chi cercate?'. Risposero: 'Gesù, il Nazareno'. Gesù replicò: 'Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano'. Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: 'Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato'" (Gv 18,4-9). Alla ricerca sbagliata e aggressiva dei figli delle tenebre in armi, con torce e lanterne nella notte della luna piena (la Pasqua cade sempre nel primo plenilunio di primavera), che "cercano" per togliere di mezzo Gesù di Nazaret, Giovanni fa risuonare per tre volte il Nome santo di Dio (Io sono). L'uomo indietreggia e cade, invece di prostrarsi per adorare, ma Gesù si lascia cercare anche in questo modo sbagliato ("se cercate me... "), purché i suoi siano salvi ("lasciate che questi se ne vadano"). E Giovanni, con voce fuori campo, ricorda in maniera rassicurante la parola di Gesù per il lettore: "Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato" (v. 9). Gesù è colui che non ci "perde", neppure quando noi lo cerchiamo in modo sbagliato, quando gli andiamo incontro per sopprimerlo. Gesù non è solo colui che "è venuto per cercare e salvare", ma colui che "non ha perduto nessuno di quelli che gli sono stati dati". C'è un tratto di forte consolazione nel "non ho perduto nessuno", parola d'incrollabile speranza rivolta a tutti, anche a quelli che lo cercano per consegnarlo, anche ai suoi che lo stanno per rinnegare, abbandonare, che fuggono nell'ora delle tenebre, che si lasciano travolgere nel gioco delle consegne, che perdono la testa e il cuore nel momento della tentazione suprema. Parola d'amore misteriosamente rivolta anche a Giuda... che gli sta lì dinanzi.

Occorre allora dimorare nella ricerca: è la ricerca di Gesù, colui che viene a "cercare e a salvare", colui che gli uomini "cercano per consegnarlo", colui che "non perde nessuno di coloro che gli sono affidati", colui che "cerca sempre" l'uomo, anche quando rifiuta l'amore incondizionato di Gesù che non vuol perdere l'uomo "perduto". Per questo forse la ricerca da parte dell'uomo resta come sospesa, fino a ricomparire il mattino di Pasqua, ancora più smarrita, perché è una ricerca non solo insicura, ma anche distorta, deformata, tradita, macchiata dall' abbandono, dal rinnegamento, dalla solitudine e dalla morte. Bisognerebbe percorrere tutto il racconto della passione, come il luogo dove la ricerca scompare, dove essa è sottoposta per così dire al suo venerdì santo. Il Crocifisso appare veramente come l"'altro" della ricerca, ciò che l'uomo non può neppure concepire, né attendere, ma che deve lasciare semplicemente venire incontro nella forma incondizionata dell'amore di Gesù. Fino alla fine (1).

La ricerca riappare in modo prepotente il mattino di Pasqua, a Gerusalemme, il terzo giorno. È la ricerca da parte "dei suoi", delle donne discepole di Gesù che l'avevano seguito fin dalla Galilea. In questo arco si raccoglie tutto il nostro cammino, nel grembo e nel cuore di queste donne che non smettono di cercare Gesù.

1. Il quadro del capitolo 24 di Luca

I racconti di resurrezione di Luca sono unificati nella cornice di una giornata: al mattino avviene l'episodio delle donne al sepolcro (24,1-12); durante "lo stesso giorno" ha luogo l'incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus (24,13-35); e la sera, al ritorno dei due discepoli di Emmaus, Gesù "in persona stette in mezzo a loro" (24,36-53). Il primo e il secondo episodio sono legati dal filo rosso di Pietro, che va su indicazione delle donne al sepolcro vuoto (24,12) e che è già stato oggetto di apparizione secondo la confessione di fede della comunità riunita ("veramente il Signore è risorto ed è apparso a Simone": 24,34). Il c. 24 di Luca è dunque il capitulum per eccellenza del vangelo, culmine a cui approda il racconto e ri-capitolazione di ciò che precede. Rappresenta il gesto con cui il lettore, giunto a questo punto, prende il rotolo e lo riavvolge, per ripartire dall'inizio e per ri-capitolarlo! Il brano è come racchiuso tra due assenze del "Signore" Gesù, che diventa presente in modo nuovo: all'inizio l'assenza del corpo crocifisso che si ripresenta nel corpo sfolgorante del Risorto, alla fine l'assenza del corpo risorto che si rende presente nello Spirito promesso che animerà il corpo della chiesa.

Ancora più interessante la funzione ricapitolatrice di Lc 24 rispetto al resto del vangelo. Nel trittico della resurrezione sono ripresi molti temi precedenti: gli annunci fatti da Gesù lungo il suo ministero (gli annunciatori del vangelo li inviano l'uno all'altro in una sorta di staffetta: gli angeli alle donne [v. 6], le donne agli Undici, agli apostoli [vv. 9.10], il Risorto a tutti i discepoli [vv. 44-45]); il tema della memoria e della testimonianza, la tematica della fede; il movimento delle persone (l'''andare", il "tornare", l"'entrare", l"'uscire"); la sottolineatura della corporeità di Gesù, l'apertura di molte realtà (il sepolcro, gli occhi, la mente, la Scrittura che viene "spiegata").

La struttura e il movimento narrativo dell'episodio delle donne al sepolcro è contenuto in una grande inclusione dove Luca muta ad arte - rispetto ai sinottici - per creare un parallelismo chiastico tra l'inizio e la fine.

v. 1:

"(le donne) / A sul sepolcro

(epì tò mnéma)

B si recarono"

v. I2:

"Pietro... / B' corse

(epì tò mnemezon)

A' sul sepolcro"

Così questi personaggi si allontanano poi dal sepolcro. Il sepolcro, "luogo del ricordo", anzitutto attira a sé, ma poi fa ripartire per la ricerca di "colui che è ricordato". Dentro questa cornice si stagliano i momenti del racconto. Ascoltiamolo.

A Le donne al sepolcro

1 Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. 2 Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; 3 ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.

B Apparizione angelica

4 Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. 5 Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro:

C Kerygma

della resurrezione alle donne

"Perché cercate tra i morti colui che è vivo? 6 Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, 7 dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno".

D Reazione delle donne

8 Ed esse si ricordarono delle sue parole.

C' Kerygma

della resurrezione

agli Undici e ai discepoli

9 E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. 10 Erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli.

D' Reazione degli Undici

11 Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse.

A' Pietro va al sepolcro

12 Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto.

B' Apparizione a Pietro

(ricordata più avanti) 34 "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone".

Ne viene - come abbiamo notato al capitolo 2 - un movimento narrativo che alterna continuamente rivelazione e reazione: mancato ritrovamento al sepolcro (vv. 2-3), perplessità delle donne (v. 4a); apparizione dei due uomini (v. 4b), paura delle donne (v. 5a); perché cercate? - annuncio pasquale - ricordate! (vv. 5b-7), ricordo e ritorno delle donne (vv. 8-9a); annuncio agli apostoli (vv. 9b-10), incredulità generale e corsa di Pietro al sepolcro (vv. II-I2a); Pietro vede solo le bende (v. I2b), Pietro ritorna meravigliato per l'accaduto (v. I2c).

2. Le donne al sepolcro

L'episodio inizia con l'indicazione temporale (il primo giorno della settimana) riportata in greco: "al (giorno) uno dei sabati", l'ultimo giorno narrato nel vangelo di Luca, il terzo giorno, giorno del compimento. Siamo al mattino presto, alle prime luci del giorno, "sul far dell' alba" (diversamente da Giovanni per il quale era ancora buio). L'ambientazione è sul "luogo della memoria" (mnema), e l'evangelista rimanda puntualmente a 23,53 con le indicazioni di tempo e luogo, per segnalare appunto che solo il "posto della memoria" tiene il tenue filo tra la morte e la vita. Solo ora si vede snodarsi l'azione perché il soggetto è sottinteso, tanto è forte il legame con l'episodio precedente della sepoltura. Aveva scritto poco prima 1'evangelista: "Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento" (Lc 23,55-56). Le donne, che tengono il filo con la Galilea, osservano anche con precisione il luogo della sepoltura. Perciò l'inizio del capitolo 24 vede subito le donne muoversi, senza che vi sia bisogno di richiamare il soggetto: "si recarono" sul "luogo della memoria" "portando gli aromi che avevano preparato", eseguendo fedelmente quanto si dice in 23,56 per la purificazione, 1'unzione e la profumazione del corpo di Gesù. Il lettore, stremato alla fine del racconto della passione, con il cuore confuso e la testa stordita, sente tra le sue mani l'ultima pagina del rotolo del libro, e si avvia anche lui con premurosa sollecitudine insieme alle donne a eseguire l'estremo rito. Egli guarda le mani femminili sul "luogo del ricordo" che compiono i gesti dell'umana pietà.

Nel nostro testo si dice che stavolta le donne trovano ciò che cercano, trovano anche già la pietra rotolata via (non c'è come in Marco la domanda retorica: "Chi ci rotolerà via il grande masso...?"): essa sembra naturalmente aperta, parla già di un facile transito delle donne verso il sepolcro, il luogo della memoria. Il luogo dello sheol sembra già violato, non è più protetto. Osserviamo, dunque, il gioco del verbo "trovare", che qui precede il "cercare". Non c'è bisogno di cercare il luogo della memoria. Luca è stato rassicurante nel raccontare la precisione delle donne nel far memoria del posto e perciò annota la facilità con cui esse trovano il luogo della memoria! Le donne scoprono una cosa che non si aspettano (la pietra rotolata) e non trovano, invece, una cosa che si aspettavano di trovare con assoluta certezza (il corpo crocifisso). Anche se qui non c'è il verbo cercare, il lettore nota il gioco linguistico non trovare-trovare (che c'è solo in Luca): esso suppone un cercare che trova ciò che non s'aspetta e non trova ciò che cerca.

Ecco la sorpresa su cui converge la prima scena: "entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù". Ora le donne e il lettore sono alla pari: sgomenti non trovano ciò che in ogni caso dovrebbe esserci, il corpo del Signore Gesù! Il narratore aveva fatto notare prima così puntigliosamente che le donne avevano preso buona nota del luogo e come esse così speditamente erano arrivate al "luogo ricordato". Chi legge il testo in originale sente il contrasto tra tutto questo. E poi il lettore si meraviglia che Luca chiami il cadavere "corpo del Signore Gesù". Sia l'insistenza sul(la mancanza del) corpo del Signore che ritornerà nel brano dei discepoli di Emmaus (24,23 e poi ancora in 24,36-43), sia l'accenno pasquale al "Signore Gesù", rendono questa assenza meno trepida per il lettore, forse più enigmatica per le donne. Su questa assenza si chiude la prima scena con le donne incerte ("Mentre erano ancora incerte"): esse non sanno che strada prendere tra passato e futuro, sono dis-orientate (a-poréo)... E con loro anche il lettore . Occorre fermarsi un momento su questa a-poria, sul groviglio di pensieri e turbamenti che a questo punto toccano le donne e il lettore, la situazione di stallo e confusione, senza via di uscita. Siamo di fronte al limite estremo della morte.

3. L'apparizione angelica e l'annuncio della resurrezione

L'attacco del versetto 4 mette sull' avviso che sta avvenendo qualcosa di importante: "E avvenne, e accadde...". L'inaspettato accade, irrompe dall'alto, anche se prende forma umana: "ecco due uomini apparire-sopra" (ep-istemi: è il verbo che Luca usa per indicare l'angelo che sta sopra ai pastori: 2,9), ma dopo, in Lc 24,23, i discepoli di Emmaus narreranno che le donne "son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli". Sono due uomini/angeli (due perché sono testimoni della resurrezione) che si pongono sopra/accanto alle donne per aiutarle nel loro cammino di ricerca: all'inizio del cammino gli angeli danno l'annuncio della nascita, qui degli angeli/annunciatori danno l'annuncio della ri-nascita di Gesù (molti sono gli elementi comuni con l'apparizione natalizia). La scena è presentata con la coreografia di una teofania, con le vesti sfolgoranti, con la luce e con le parole che esprimono l'annuncio pasquale. E segue la tipica reazione alla teofania, con il timore che proviene dall'entrare in contatto con la sfera del divino e l'atteggiamento di adorazione che fa prostrare il volto a terra.

L'annuncio della resurrezione si presenta in modo ritmico, quasi a ricordare un testo facile da mandare a memoria e tante volte proclamato, attualizzato, ripresentato sul "luogo della memoria" (forse addirittura in occasione di una celebrazione sui luoghi santi), per dire che l' "avvenne" irrompe dall'alto e ha la forma di un annuncio oracolare:

Perché cercate il Vivente A

B tra i morti?

Non è qui, B'

A' ma è risuscitato!

È l'evangelo della resurrezione! Con la disposizione in forma chiastica, possiamo immaginarlo come un dialogo con domanda e risposta rivolto alle donne/lettore: si viene a creare una situazione a triangolo. Uno dei due uomini domanda: "Perché cercate il Vivente tra i morti?", e allo stupore timoroso delle donne e del lettore risponde l'altro uomo in veste di angelus interpres: "Non è qui, ma è (stato) risuscitato (da Dio: passivo divino!)". Così 1'evangelista coniuga nella domanda e risposta il duplice linguaggio: l'uno tradizionale dell' annuncio pasquale (cf. 1Cor 15.4: "è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture"); 1'altro singolare che è tipico di Luca, forse per spiegare la resurrezione anche ai cristiani di cultura greca: tuttavia, l'espressione "il Vivente" (tòn Zònta) richiama la famosa formula biblica secondo cui Dio è il Dio dei viventi e non dei morti (meglio ancora la dizione "il Dio vivente" [Theòs zòn], cf. Gs 3,10). Qui è singolare il fatto che il kerygma della resurrezione sia collegato con il verbo "cercare". È l'ultima apparizione tematica della "ricerca" nel vangelo di Luca (se si esclude 1'accenno nell' episodio dei discepoli di Emmaus). Non bisogna cercare più tra i morti, non bisogna inseguire - dice il narratore con la bocca dei due uomini - la muta traccia del corpo gelido e trapassato (non è qui!), non bisogna ricercare Gesù sul "luogo del ricordo" che gli uomini predispongono per non perdere la traccia degli affetti e delle immagini dei loro cari, ma bisogna cercare in un' altra direzione. Si noti che la negazione della ricerca nella direzione dei morti non può essere più evidente: "Perché cercate... tra i morti? Non è qui!". La ricerca deve mutare direzione, non deve cercare la vita tra la morte, neppure il ricordo della vita nella morte (il sepolcro). L'interrogativo, che sembra retorico (perché non si può cercare la vita tra i morti...), in realtà contiene un effetto stupendo: meno ancora si può cercare "il Vivente" tra i morti, "Colui che continua a vivere", anzi "Colui che dà la vita" (il "Dio vivente" diventa qui "il Vivente" riferito a Gesù). Su questa interrogazione apparentemente retorica irrompe l'affermazione, anzi la proclamazione del kerygma.

L'annuncio pasquale viene dall'alto. Come l'annuncio di Natale, portato dall' angelo, anche ora è portato dalla testimonianza di due uomini/annunciatori. È dono che proviene dal regno della vita, "non è qui", "non va cercato qui" nel regno della morte. Non una tomba vuota parla della vita che viene da Dio, essa al più è segno, non prova della resurrezione, è segno dell' assenza, anzi di quest'assenza. La tomba vuota non va banalizzata, non va trascurata, essa indica la nostra ferita, il nostro bisogno di cercare il luogo del ricordo e insieme la nostalgia di non perdere la memoria Iesu. Per questo l'evangelista ci dice che la ricerca del Vivente deve prendere un orientamento nuovo, l'ultimo e definitivo sguardo sul volto di Gesù. Da un lato, essa va accolta dall' alto, dai due uomini che annunciano un messaggio che non viene né dalla carne né dal sangue, ma dalla voce degli annunciatori pasquali (la chiesa). Luca li disseminerà nel suo secondo libro, gli Atti degli apostoli, a partire da Pietro a Pentecoste, mentre lo Spirito continuerà a farli sorgere dalle ceneri di coloro che, come Paolo a Damasco, vogliono cercare e trovare nella direzione sbagliata. Dall' altro, questa ricerca comporta di "ricordare" (a differenza degli altri evangelisti, Luca non dice "andate"). Il terzo evangelista è molto preoccupato di un ricordo che non sia solo una memoria cronachistica, ma "racconto che fa memoria", anzi che lascia continuamente illuminare i fatti da Gesù, l'ultimo e primo angelus interpres, come illustrerà stupendamente nel successivo episodio dei discepoli di Emmaus. Cos1 Luca ci rimanda alle parole di Gesù, riprende e sigilla il nostro cammino di ricerca percorso dalla Galilea a Gerusalemme: "Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava (dei) che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno" (Lc 24,6-7). Il "luogo della memoria" non è il sepolcro, perché è un luogo che non parla, o forse meglio dice una mancanza della parola, ricorda la nostalgia di un verbo che interpreti il nostro cercare.

La parola di Gesù che viene ricordata rimanda esplicitamente agli annunci della Pasqua fin dalla Galilea, rispettivamente di 9,22 e 9,44-45: anzi il primo annuncio di 9,22 è speculare al nostro di 24,7-8, mentre il secondo contiene il motivo dell'incomprensione (9,45) che lascia aperti gli annunci a una successiva ripresa. I due annunci galilaici incorniciano l'episodio della trasfigurazione, mentre qui per così dire abbiamo l'annuncio della resurrezione che trasfigura il ricordo di quegli annunci incompresi e oscuri agli orecchi dei discepoli/lettore. Ugualmente il terzo annuncio, in Lc 18,31-34, contiene il richiamo alla non comprensione, all'oscurità di tale parola che richiede una successiva ripresa. Questi annunci sembrano tutti prefigurati nelle parole di Gesù dodicenne al tempio, con la menzione di Gerusalemme, la Pasqua, il tema dell'incomprensione e in più la spiegazione della ricerca offerta da Gesù stesso: '''Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo (dei) essere nelle (mani?) del Padre mio?'. Ma essi non compresero la parola che aveva detto loro" (2,49-50). Qui l'inclusione è perfetta, perché è richiamato narrativamente il tema della ricerca, mentre giunge a compimento il piano salvifico (dei), la consegna di Gesù nelle mani del Padre e degli uomini, che però diventa la sua stessa autoconsegna, che assomma tutta la mirabile progressione degli "io devo" di Gesù (io devo essere nella casa, io devo portare il buon annuncio, io devo andare per la strada, io devo rimanere a casa tua, il Figlio dell'uomo deve essere consegnato nelle mani dei peccatori...). Con le donne, il lettore riavvolge ora il rotolo che va dall'inizio alla fine. "Perché mi cercavate?" dice Gesù ai suoi (genitori); "Perché cercate...?" dicono i due annunciatori ai suoi (le donne), e il lettore, che vuole essere dei suoi, ripercorre il filo prezioso che vede il disegno divino del Padre e l'agire degli uomini fondersi nell' autoconsegna di Gesù al Padre e agli uomini. È l'ultimo tratto del volto di Gesù che il lettore raccoglie. Esso non è solo il tratto del volto di Gesù in croce, ma è l'ultima tessera del Crocifisso risorto! Anzi è il Vivente, colui che da ora e per sempre è la vita donata, perché è la vita filiale continuamente ricevuta dal Padre e donata agli uomini (peccatori). Questo èl'evangelo di Pasqua, ma questa è anche la Pasqua dell'evangelo, la sua Gerusalemme definitiva, quella celeste che scende dall' alto! Mancherebbe solo una cosa che le donne (e il lettore) forse s'attendono: che proprio Gesù sul cammino sia l'ultimo e definitivo annunciatore dello splendore della sua gloria crocifissa, perché ne è stato anche il primo interprete nel tempio. Ma l'evangelista rinvia questo all' episodio successivo, perché anche il discepolo di "seconda mano", il lettore futuro, possa trovare la via di accesso al Vivente.

4. La reazione delle donne e l'annuncio agli Undici

Il v. 8: "Ed esse si ricordarono delle sue parole", riprende il tema della memoria (cf. il "ricordarsi" da parte di Pietro del suo rinnegamento: 22,61). Nel luogo della memoria le donne devono cambiare la direzione del ricordo, non nel luogo della morte, ma nella direzione della parola di Gesù; non cercando il corpo morto, ma ricercandolo nella parola viva di lui. Non chiedono altro agli annunciatori, ma devono ripercorrere il racconto di Gesù e invitano il lettore a riavvolgere il rotolo per rileggere tutto il cammino fatto sinora. L'evangelista stesso suggerirà in forma esemplare nell' episodio dei discepoli di Emmaus come si fa a ripercorrere e riconfigurare il racconto evangelico alla luce della parola, del corpo eucaristico e della comunità pasquale. Il corpo del Crocifisso risorto ha ora la forma corporea della parola narrata, del pane eucaristico spezzato e della comunità riunita. Questo è esattamente il contenuto e la dinamica dell' annuncio (in Luca le donne non ricevono un mandato di annunciare agli Undici). Esse vanno del tutto naturalmente ad annunciare il ritrovamento/ricordo del corpo del Signore Gesù! "E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli" (Lc 24,9-10). Le donne dicono "tutto a tutti", ormai questa è la legge dell' annuncio, questo è lo slancio del racconto. Tutta la "vera famiglia" di Gesù (Lc 8,2-3) riparte per ridiventare la famiglia di Gesù che annovera una moltitudine infinita di fratelli. Prima lo annunciano e poi lo raccontano: l'annuncio chiede racconto, il racconto riprende l'annuncio come memoria Iesu. Il kerygma chiede racconto, dice Ricoeur. Proprio mentre il racconto evangelico sta terminando, Luca ne rivela il motore che continuamente lo produce. L'annuncio cristiano non è solo comunicazione di dottrine, neppure solo della "verità vera" della resurrezione, ma chiede racconto, all'indietro e in avanti: all'indietro per ricuperare la memoria viva e vitale di Gesù e secondo Gesù, in avanti per creare sempre da capo il racconto cristiano. Da duemila anni fino all'oggi del lettore. Il suo paradigma è l'episodio dei discepoli di Emmaus. I versetti che seguono sull'incomprensione dei discepoli di fronte all' annuncio (delle donne) e della corsa di Pietro al sepolcro saranno genialmente ripresi e sciolti nei due brani che chiudono il capitolo 24.

Sesto ascolto

IL VOLTO DEL VIVENTE

La ricerca riprende. Il corpo del Crocifisso è ricercato per essere onorato e custodito. Le donne che l'avevano seguito fin dalla Galilea, la "vera famiglia" di Gesù in gruppo, con gli occhi della tenerezza e le mani della premura, vanno a cercare il corpo di Gesù, per ungerlo con il gesto dell' affetto e della devozione. Tenue filo che collega la fine del Maestro e l'attesa della resurrezione futura. La speranza della resurrezione, riposta nel cuore dell'uomo, è rinviata alla fine dei tempi quando Dio, fedele al giusto martire, lo farà sorgere dalla terra e suggellerà la sua alleanza. Per ora l'uomo può solo attendere e la mano femminile porta i vasi degli oli quasi per custodire i brandelli della memoria, più che per anticipare la resurrezione. Le lacrime del Venerdì santo, lo strazio di quel Sabato vuoto e lacerante non possono stare in una situazione di stallo. Il vuoto è riempito con l'affetto, ultimo rifugio del cuore umano, germe prezioso per non soffocare la speranza. L'affetto ha volto e mani di donna e si mette alla "ricerca".

1. La ricerca ripresa e il luogo della memoria

La ricerca "dei suoi", delle donne, come per i genitori di Gesù era stata un ritorno suoi propri passi a Gerusalemme, è un andare al luogo dove avevano lasciato Gesù morto. Le donne vanno il mattino presto al sepolcro, scrupolosamente registrato nella memoria per ritrovarlo e portare gli oli profumati per la purificazione e l'ultimo gesto di affetto e devozione. La ricerca ritorna sulla tomba, luogo della memoria e segno dell' assenza, anzi segno di quest'assenza, della dipartita di Gesù. Cerca il corpo esanime per lavarne le ferite, ungerne il costato, avvolgerlo in lini preziosi, sempre pronti per onorare la sepoltura.

Per gli altri, il morì e fu sepolto indica la fine della carriera del protagonista della vicenda. Gli uomini consegnano, mandano a morte e chiudono le tombe, pensando che il loro gesto ponga fine all' agire di Dio. Essi controllano il perimetro della storia, e qualche volta credono che il loro "potere" sia sufficiente a determinare il corso degli eventi. Per loro la storia esaurisce la realtà, la cronaca ch'essi inscenano è ciò che effettivamente esiste, gli eventi ch' essi misurano e iscrivono nel calendario sono la trama del tempo. Ormai per loro la vicenda di Gesù è finita, l'obiettivo è raggiunto, la bocca che diceva parole che vengono da lontano è chiusa nella rigidità della morte. Gli uomini possono comminare - tremenda possibilità - la pena capitale per far tacere la voce dell' aldilà delle cose. Addirittura mettono sigilli, perché nessuno possa sfondare la dura corazza del tempo, la prova empirica della pietra che seppellisce ogni cosa. E fanno la guardia alla misura delle cose che hanno stabilito con diritto e giustizia, secondo la prova della ragione che non vede dentro e al di là delle cose, per non dover credere a quell' "oltre" che sempre minaccia le loro verità necessarie, i fatti empiricamente accertati.

Per le donne il sepolcro è segno dell' affetto, è custodia della memoria, è intuizione dell' amore. La sepoltura, secondo il costume giudaico, è cura del frammento di vita contenuto anche nella morte, grembo che può generare speranza. Per questo Gesù dice ai discepoli, a proposito del gesto della donna di Betania, che sciupa il salario di un anno e versa - spreco inconcepibile il profumo gelosamente tenuto per la cura di sé: "Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona; i poveri, infatti, li avrete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avrete sempre. Essa ha fatto ciò ch' era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto" (Mc 14,6-9). Questa è la potenza della donna, con gli occhi dell' amore e il cuore della tenerezza. Dice Gesù: "Lasciatela stare, lasciatela fare!". Non importunate le donne che vanno al sepolcro a raccogliere il filo sottile che collega la morte e la vita, il visibile e l'invisibile, la carne e lo spirito, il vedere e il credere, il sapere e l'amare. E poi aggiunge una profezia: "In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto". La parola di Gesù a Betania è profezia di futuro, perché è sguardo sul presente: il gesto della donna "dovunque" e "in tutto il mondo" sarà "raccontato come vangelo" perché, al centro del vangelo e alla Pasqua di Gesù, sarà da ora e per sempre collegato lo sguardo della donna e la mano che versa l'olio preziosissimo, quasi lente d'ingrandimento e teca preziosa che custodiscono il Crocifisso. Altre donne, all' alba di Pasqua, sono alla "ricerca" con passo svelto nell' aria tersa del mattino. L'amore che custodisce tiene vivi il cuore e la mente, aguzza la vista e l'ingegno, sa dove andare, non smette di cercare. E corre al sepolcro, al "luogo della memoria" dove è custodita l'ultima traccia del passato di Gesù.

2. Il corpo sottratto e la conversione della speranza

La speranza della resurrezione in tutte le culture ha la forma del culto dei morti, della venerazione del "luogo della memoria" . Anzi i reperti archeologici del culto dei morti sono uno dei segni caratteristici della vita culturale e sociale. La speranza della vita oltre la morte ha i tratti del prolungamento dell' esistenza terrena, della sopravvivenza del passato e del presente di là dalla morte, del ritorno in una forma d'esistenza simile alla nostra o, in talune culture, dell'immortalità dell'anima, della permanenza della componente più intima e personale dell'uomo. La speranza della resurrezione è un impulso e un' attesa irresistibile, ma il suo immaginario è incerto e vario alle diverse latitudini culturali, colorato dai sogni terreni con cui ci s'immagina Dio e il futuro dell'uomo. E anche quando, come nella nostra società moderna, la speranza della resurrezione sembra oscurarsi, allora la morte è rimossa e nascosta prima di tutto a se stessi e si traduce nell' attivismo sfrenato e nella società della gratificazione istantanea. La cosmesi della morte - abbiamo visto sopra - è il surrogato dell' attesa di vita tutta raccolta nell' attimo fuggente e nel frammento da possedere. Anche qui l'attesa rimane irresistibile, anche se mascherata e sepolta sotto la rincorsa della vita. Il lettore, dopo gli episodi della passione, se ne sta con lo scoramento che lo tiene in ansia e osserva la ripresa della ricerca delle donne. Ma scuote il capo, vorrebbe che ritrovassero Gesù, però sente che stavolta la pietra tombale non può risollevarsi per far rinascere la vita. Sa già dall'inizio del vangelo che "i suoi" lo sanno ritrovare, ma sente che è solo il gesto della pietà e dell' affetto, dice con distacco che è la parte irrazionale dell'uomo che non vuole rassegnasi all' evidenza delle cose e della fine di Gesù.

E la ricerca dei suoi riparte nella forma della memoria ripercorsa, dell' amore che custodisce il luogo del ricordo, il segno dell' assenza che rinchiude il corpo morto di Gesù. Il lettore ha imparato che la ricerca non si muove subito nella giusta direzione. Essa va nell'unica direzione che conosce, rivolta verso il passato, non si rassegna al fatto che sia un ieri "passato". E il lettore di ogni tempo sta a osservare perplesso: qui più che altrove il suo punto di vista sembra dissociato dai personaggi. Gli sembra che l'ultimo lembo del rotolo non possa riservare sorprese al racconto. Sarà una conclusione banale, non solo di una storia, ma di un' opera incompiuta. Il narratore, però, sta in agguato...

Nell' aria frizzante del mattino primaverile, dopo il sabato osservato secondo il comandamento (Lc 23,56), le donne vanno al sepolcro. La strada è vuota e all'orizzonte appare il sole luminosissimo del mattino di Gerusalemme. Il luogo è conosciuto, perché poco prima Luca ha rassicurato il lettore: "Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati" (Lc 23,55-56). L'evangelista Marco aggiunge un interrogativo retorico di grande effetto: "Esse dicevano tra loro: 'Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?'" (Mc r6,3). La pietra tombale che gli uomini hanno posto per chiudere la carriera di Gesù diventa in Marco un masso opprimente. Gli uomini uccidono e seppelliscono, stabiliscono i tempi del successo e la fine delle fortune umane. Essi fanno la storia, ma gli occhi dell' amore e della meraviglia corrono al sepolcro per onorare un passato che non si lascia rinchiudere nel tempo trascorso. A loro sembra forse l'ultimo atto dovuto del cuore e della tenerezza femminile. N on sanno ch'esso contiene già in germe l'attesa della resurrezione. Il loro gesto è rivolto al passato, ma la loro corsa e la ricerca del corpo di Gesù anticipa il futuro. Credono di sapere che cosa cercare, ma dovranno scoprire che bisogna cercare "oltre" ciò che desiderano. E il lettore tiene dietro a loro col passo incerto, non vorrebbe più seguire, ma teme di perdere qualcosa d'importante. Sulla pagina il racconto non è finito con la fine di Gesù. Il lettore si nasconde ogni volta che le donne sembrano volgersi per guardare di soppiatto le ombre che le seguono in questa sfida con il muro della morte.

Arrivate sul luogo, "trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù" (Lc 24,2-3). La sottrazione del corpo è il primo momento dell'esperienza pasquale. Le donne non trovano più il corpo del Signore Gesù. Cercano il corpo crocifisso, martoriato, piagato, che porta ancora tutti i signa passionis. Vorrebbero lenirne le ferite, lì sulla carne che non teme più l'offesa. Ma non possono più ritrovarlo come un corpo passato, come un cadavere gelido e muto. Non debbono più cercarlo così, debbono spingersi "oltre" la loro ricerca, debbono dis-orientare il loro desiderio che vuole onorare il corpo di Gesù come si unge e s'imbalsama una vicenda "passata". La traccia del corpo di Gesù è sottratta, e con lui sembra scomparire la memoria intensa del suo sguardo, delle carezze, della voce, del parlare alla folla, dello stare tra i suoi discepoli, del muovere i passi con decisione verso Gerusalemme. La memoria di Gesù non può essere un ricordo passato, il luogo della memoria non può essere (solo) un sepolcro! E il corpo, crocefisso e sfigurato, che ne è l'icona e la traccia, non è più lì, perché sia cercato in modo distorto. Onorare la memoria di Gesù non può esaurirsi nell'ungere il suo corpo, per quanto nel gesto d'amore delle donne vi sia un frammento dell' autentica memoria Iesu. Gesù a Betania aveva detto del gesto della donna/chiesa: "lasciatela stare" (Mc 14,6). Ora la figura deve cedere il passo alla verità del riconoscimento e all'unica possibilità di ricuperare la storia di Gesù, come memoria interpretata, come ricordo "presente" e non come storia passata. Il lettore è ancora dietro l'angolo, dissociato tra la presunta evidenza della ragione e l'irrazionalità del gesto delle donne. Il narratore, l'evangelista Luca, scriba della tenerezza e della misericordia, gli fa brillare la prima luce. Le donne cercano il corpo morto, ma lui ritrascrive "del Signore Gesù". Sembra una luce di riflesso, è un titolo pasquale, ch'egli ha ascoltato dall'angelo del Natale, dalla parola iniziale sulla grotta di Betlemme. Come può trattarsi del corpo del Signore, se è il corpo trafitto, se è lo spettacolo della croce che aveva commosso le folle (cf. Lc 23,48)? Il primo passo è ancora negativo, descrive la trasformazione del desiderio, la conversione della ricerca che passa dalla meraviglia allo stupore. Si tratta di riscattare il cuore da una meraviglia incredula che si affida alle verosimiglianze della storia, per aprirla allo stupore che vede la storia come il possibile luogo della verità di Dio. È il masso che le donne non riescono da sole a smuovere, se non viene qualcuno "dall'alto" a ribaltare la pietra dal sepolcro. Per il lettore è il velo opaco che opprime gli occhi e talvolta oscura anche lo sguardo della devozione e dell' amore. Le donne incerte trovano già tutta una serie di segni che richiedono di puntare "altrove" l'attenzione: la pietra rotolata via, il corpo assente e due uomini in vesti sfolgoranti, in figura di angeli interpreti. La meraviglia suscitata da ciò che trovano apre lo sguardo e il cuore all' ascolto.

3. Perché cercate tra i morti? Non è qui!

La prima parola che viene da "altrove" interpreta la "ricerca" delle donne: "Perché cercate tra i morti il Vivente? Non è qui..." (24,5-6). L'annuncio dei due personaggi in vesti sfolgoranti vuole distogliere le donne dal cercare tra le cose passate, tra gli eventi terminati e conchiusi ("tra i morti"), per aprirla verso un' altra direzione, verso un "oltre" insospettato: quello della vita presso Dio. All'inizio si tratta di un dis-orientamento del desiderio, di un dirottamento della ricerca. È impossibile ritrovare Gesù solo nella linea del prolungamento delle proprie attese, della speranza di una vita che si prolunghi al di là della morte, della permanenza di una forma d'esistenza nelle regioni inferiori, del ricordo che lascia traccia nel vissuto di coloro che hanno conosciuto Gesù. Il profeta crocifisso non va cercato tra i morti, non è lì! Bisogna cercare da un'altra parte. Se non viene, però, questa voce da altrove, se non scende dall' alto in vesti sfolgoranti, se non suscita un risveglio dello sguardo e del cuore, non si può incontrare il Vivente.

Vengono alla mente le icone orientali che raffigurano la resurrezione di Gesù come un descensus ad infer(n)os, una discesa negli inferi del Risorto vivente. Il Cristo in veste sfolgorante, di bianco luminosissimo orlato d'oro, scende come un angelo dal cielo, e disegna con la tunica svolazzante quasi la scia d'una meteora che viene dall' alto. Toccando terra, il Risorto scardina le porte dell' Ade che si sollevano in forma di croce sotto i suoi piedi: è la vittoria sulla morte intesa come vita senza speranza, è la vittoria della carità di Gesù attraverso la sua morte crocifissa. I segni e strumenti della passione che sono raffigurati presso le porte degli inferi la ricordano. Gesù, toccando terra, afferra le mani di Adamo ed Eva che s'avvinghiano a lui per essere strappati dal regno dei morti. Il primo Adamo e la madre dei viventi sono così sottratti agli inferi da colui che è il nuovo Adamo e il Vivente. Sullo sfondo del panorama si staglia il gruppo formato da Abele, Mosè, David, Salomone, il Battista, da un lato, e altre figure di profeti che rendono testimonianza alla venuta del Risorto, dall' altro. L'attesa degli uomini d'ogni tempo, fin dal primo uomo, è orientata al Cristo risorto, è risollevata dal regno della morte, è innalzata dalle braccia del Vivente. L'uomo abbandona le regioni della morte, il luogo dove non brilla la fedeltà di Dio, per ascoltare 1'annuncio angelico: "Non cercate tra i morti, non è qui!". Il desiderio dell'uomo s'attende proprio questo, ma da solo non può raggiungere la vita in pienezza, se non irrompe dall' alto 1'annuncio della resurrezione. È la parola che sta "oltre" il desiderio, pur compiendone la segreta attesa. Allora, vedere il volto di Dio nel Vivente risorto corrisponde all' attesa di ogni uomo, ma non è nella sua possibilità passare dalla tomba all'incontro con lui. In mezzo ci sta l'annuncio inaspettato e insospettato della resurrezione! In mezzo occorre raccogliere con cura preziosa tutte le tessere del volto di Gesù, che abbiamo pazientemente ascoltato dalla sua voce, perché si saldino e si fondano nell'unica parola che tutte le comprende e le sigilla come un marchio di fuoco che s'incide nel cuore e nel corpo del lettore: la dedizione incondizionata di Gesù al Padre e agli uomini. Occorre ricordare la parola di Gesù per comprendere la nuova vita del Risorto. Solo la mano del Risorto, segno della fedeltà senza pentimenti di Dio, può gettare un ponte tra il desiderio dell'uomo e la visione di Dio.

4. Il Vivente è il Crocifisso!

Seguitiamo a leggere l'episodio lucano delle donne al sepolcro in cerca del corpo crocifisso e martoriato, la cui ricerca viene ri-orientata verso il Vivente. Esplode l'annuncio della resurrezione: "Non è qui, è risorto!". Il Vivente non va cercato tra i morti, ma va accolto come colui che offre la sua vita per noi. Anzi come colui che dona la sua vita anche a coloro che non vogliono riconoscerla e accoglierla, che passa attraverso le mani omicide che crocifiggono il suo corpo e versano il suo sangue. La dedizione di Gesù è senza condizioni, porta impresse le piaghe del Crocifisso che restano nel Risorto fino al Cristo giudice. È introdotto ora il momento positivo del riconoscimento del Vivente come risorto, l'ultima tessera del nostro cammino di ricerca, o meglio il disegno sintetico, la luce degli occhi di quel volto che con i discepoli abbiamo cercato in modo insonne lungo il nostro cammino: l'identità del Risorto con il Crocifisso, l'incontro con il Risorto come colui che da ora e per sempre offre la sua vita per noi! Risuona l'annuncio come lo squillo di tromba che lacera il silenzio del Sabato santo, rimbalza come una notizia inarrestabile che proietta i suoi discepoli nel mondo sino agli estremi confini della terra. Cantano gli annunciatori: "Non è qui, è (stato) risuscitato (dal Padre suo)!".

Il Padre è colui che dona la vita, che "lascia essere", che "lascia andare" il Figlio nel mondo della perdizione, nell' abisso del peccato, nella tenebra del male, sulla strada pericolosa di Gerico. Il Figlio è colui che "riceve l'essere", "si lascia mandare", accoglie la volontà del Padre, lascia plasmare la sua libera obbedienza - tutte le tessere dell'''io devo" con cui abbiamo composto pazientemente il volto del Gesù della ricerca - come forma dell' amore incondizionato. E lo Spirito reca la volontà del Padre come mozione interna della libertà filiale di Gesù, perché è lo Spirito che persuade della verità tutta intera, che effonde il suo interminabile trabocco (egli è la charitas divina) nel cuore dell'umanità per sanarla e trasfigurarla. Gesù sa con gli occhi semplici del figlio/piccolo/bambino che il male dell'uomo può essere guarito solo portandolo, può essere curato solo guarendolo, può essere cambiato solo subendolo, può essere trasfigurato solo lasciandosi sfigurare: può essere il corpo glorioso del Signore Gesù solo se non si rimarginano le piaghe del Crocifisso. Questi è il Risorto, questi è il Vivente, questa è la luce abbagliante che squarcia la tenebra della storia, il Giudice giudicato, il Samaritano sanguinante, il Pastore che è l'agnello crocifisso! Questa è la prima e l'ultima parola del cristianesimo: l'amore disarmato e disarmante del nemico, lo splendore del Crocifisso risorto. Il lettore sente vibrare, in questa Pasqua mattutina, l'annuncio del Risorto. Non lo vede ancora nello splendore del suo corpo trasfigurato, ne sente solo l'irradiazione nella parola dei due annunciatori: non è qui, è risorto! Vorrebbe vedere la piena rivelazione, dimorare nella sua gloria, salire con Gesù sul monte e vedere il volto del Padre per esserne illuminato e a sua volta trasfigurato.

Per ora, l'annuncio della resurrezione chiede una ripresa della memoria Iesu: "Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava (dei) che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno" (Lc 24,6-7). L'evangelista Luca insiste molto sul tema del ricordo, della memoria di Gesù alla luce della resurrezione: non è solo una ripresa del passato, ma è un passato al "presente", riletto alla luce degli angeli interpreti, che invitano a riascoltare la parola di Gesù circa la "necessità" della sua consegna, della morte di croce e della resurrezione. Questo è l'ultimo dei, semplicemente ribadito nell' episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,26), quando Gesù in persona, l'ultimo e definitivo angelus interpres, lo consegnerà al lettore futuro. Questo dei al sepolcro è per i suoi, per le donne e i discepoli che l'hanno seguito sin qui, perché ripercorrano a ritroso tutta la ricerca del vangelo e la configurino nel racconto, raccolgano sul rotolo il corpo della parola viva da consegnare al lettore futuro. L'altro sul cammino è per il lettore futuro, per tutti noi, per te, perché impari a riconoscere nel corpo del racconto narrato e nel corpo del pane condiviso la duplice mensa a cui si alimenta la chiesa. E la fa il corpo vivente di Cristo che parte sempre da Gerusalemme per le strade del mondo.

La "necessità della consegna del Figlio dell'uomo nelle mani dei peccatori" annunciata dai messaggeri divini sarà ripresa da Gesù poco più avanti: "Non 'bisognava' che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria?" (v. 26). Gesù formula la domanda circa la "necessità" della sua morte. È l'interrogativo che attraversa ogni generazione cristiana che si mette dinanzi alla morte di croce. Occorre riconoscere che il Risorto è il Crocifisso, ma non si può comprenderlo se non affidandosi alla parola di Gesù che ne stabilisce l'identità. Qui la fede è sottoposta effettivamente al suo punto di massima tensione. Deve accogliere la verità del volto di Dio che Gesù comunica nella sua morte di croce. Dobbiamo distaccarci dall'immagine di un Dio costruito a nostra misura, come il Dio potente che fa scendere dalla croce il suo Messia, che baratta la sfida dell'uomo, il suo rifiuto di Dio, per risparmiare il Figlio suo. Così è la croce di Gesù: il messaggero è rifiutato perché sia respinto anche il suo messaggio. Questa è la "necessità" della morte di croce: non una meccanica legge che si imporrebbe anche a Dio e al suo Cristo, ma l'insondabile gratuità dell' amore che si dilata per far spazio all'uomo, per creare i tratti della sua libertà credente, e per ricrearli quando egli si rinchiude nell'onnipotenza del suo io. Ciò è possibile solo se è risorto il Crocifisso, e se il Risorto è colui che ha finito i suoi giorni sulla croce. L'annuncio del Risorto ci rimanda alla croce, la croce è la sostanza vivente della vita del Risorto. La prima, la resurrezione, senza la memoria Iesu che culmina nella croce sarebbe un mito; la seconda, la croce, senza la vita di Dio sarebbe il terribile patibolo che gli uomini innalzano per sacrificare uno al posto di tutti, il meccanismo vittimario, per lavarsi le mani con una grazia a buon prezzo. Nell' annuncio pasquale, croce e resurrezione sono inestricabilmente unite: la vita di Dio si comunica ai discepoli e lo sguardo dell'uomo si converte alla memoria del Vivente. E il lettore futuro non potrà che tornare sempre a Gerusalemme, al mattino di Pasqua, per ricercare il corpo del Signore Gesù e per ricordare con "i suoi" l'''io devo" di Gesù che l'ha condotto sin qui

 

 

 

La configurazione della ricerca

"DUE DISCEPOLI CAMMINAVANO
E CERCAVANO INSIEME"
PER IL LETTORE FUTURO
Lc 24,13-35

Il racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) non è propriamente un testo sulla ricerca. Anche se ricorre il verbo syzetéo (24,15: "cercavano insieme", "discutevano"), esso non influisce sulla struttura narrativa del racconto. La ricerca del Risorto si concentra soprattutto nella ricerca dei suoi (le donne) al sepolcro. Eppure l'ultimo episodio del nostro itinerario annoda tutti i fili e i temi della ricerca, ne rappresenta per così dire l'esercizio della fine. L'emozione che si prova arrivando sulla vetta, lo strappo finale, il vertice della ricerca, il traguardo della nostalgia di Dio sono qui fusi in un'unica narrazione. Vogliamo cimentarci con l'episodio dei discepoli di Emmaus perché contiene la mappa che raccoglie in sintesi i molti aspetti che il percorso sinora fatto ha colto nella loro articolazione analitica. In questo senso il testo ha la capacità di fondere la dimensione originaria della fede e la via di accesso aperta per il credente di ogni tempo. La specificità del racconto sta nell'indicare il "luogo del lettore" perché partecipi al cammino di ricerca che hanno fatto i discepoli della prima ora. L'episodio apre lo spazio per il tempo della chiesa, indica il punto di innesto per il credente futuro, è per così dire la miniatura degli Atti degli apostoli, inserita nel vangelo. Propongo, dunque, un accostamento al testo non più distinto, come abbiamo fatto sinora, tra "lettura del testo" e "ascolto della fede", ma come un racconto con il racconto, quasi a mostrare dal vivo che il lettore di seconda mano, la fede della chiesa, è il racconto vivente che si alimenta sempre al cammino della fede pasquale degli apostoli. Per questo l'episodio è il modello - e la tradizione l'ha spontaneamente colto così - della configurazione della ricerca nel racconto.

24 13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: "Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?". Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?". 19 Domandò: "Che cosa?". Gli risposero: "Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto" .

25 Ed egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: "Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino". Egli entrò per rimanere con loro. 3° Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?". 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone". 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Nell'itinerario percorso dai discepoli di Emmaus ho ritrovato un canovaccio in cinque tappe, che descrivono la struttura e il movimento dell'incontro con il Risorto. Accosterò ogni tappa attraverso tre momenti tra loro profondamente intrecciati: a) partiremo dalla configurazione esteriore del racconto; b) attraverso di essa scopriremo la condizione interiore, la situazione spirituale dei discepoli sul cammino; c) infine, sarà possibile percorrere passo dopo passo un momento dell'incontro con il Risorto. La successione delle tappe ci fornirà una sorta di filo rosso del tragitto della ricerca per i discepoli di allora e di oggi.

1. La cornice: sul cammino in fuga da Gerusalemme

L'episodio prende avvio descrivendo la situazione dei discepoli, di allora e di oggi. L'attenzione dell' evangelista sembra aver già di mira le domande della seconda generazione cristiana, con il problema che essa ha di "accedere" all'evento pasquale, cioè di incontrare il Signore risorto. Ogni epoca successiva è nella stessa condizione della seconda generazione cristiana: nel testo si delinea anche la nostra condizione attuale. Possiamo formulare le domande del discepolo di "seconda mano" (Kierkegaard): come la Pasqua di Gesù mi raggiunge nel mio tempo? Come io posso accedervi sapendo che sono collocato in un' altra epoca? Come posso diventare contemporaneo del Risorto? Come la "singolarità" storica di Gesù si rende presente nella mia storia e, quindi, diventa "universale" per ogni uomo? Si potrebbe dire che questa è la forma della ricerca per il lettore odierno del vangelo: il passaggio dal lettore implicito nel testo allettare reale, con la sua esistenza e la sua storia, è l'ultimo tratto della ricerca. Il lettore del terzo millennio, affascinato dal cammino di ricerca fin qui seguito, resta con la sua domanda decisiva: come diventare contemporaneo di Gesù? A quali condizioni è possibile accedere a Gesù? Perché è necessaria la mediazione del vangelo, anzi del vangelo quadriforme, di un racconto al quale devo tornare di continuo?

La cornice dell' episodio dei discepoli di Emmaus mette in luce bene il punto di partenza: la situazione esteriore dei due protagonisti è un indizio per accedere alla loro condizione interiore, da qui parte la domanda sull' evento e sul nostro modo di accedervi, per i discepoli di allora e per il lettore futuro.

La situazione spaziale dei discepoli è delineata con la metafora del "cammino", che costituisce l'indice di superficie della narrazione. La figura del "cammino" ritorna all'inizio, al centro e alla fine del racconto (vv. 13.32.35). I discepoli sono in viaggio, in partenza da Gerusalemme. È il movimento centrifugo rispetto al luogo dell'evento pasquale. Il lettore del vangelo lo sa: Gerusalemme è un punto di arrivo e si può partire dalla città santa solo se inviati. I discepoli, invece, sono "viandanti" ("due di loro erano in cammino": v. 13) che si allontanano da Gerusalemme. Il lettore ricorda i settantadue discepoli inviati "a due a due", nel discorso missionario di Luca: "Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi" (Lc 10,1). Il discorso lucano parla della missione universale (settantadue sono le nazioni della tavola dei popoli di Gen 10). Ora, però, il cammino non è vissuto come "invio in ogni città e luogo", bensì appare una fuga, un'iniziativa a prescindere dal mandato del Signore, un tentativo maldestro di fuggire dal luogo da cui prende avvio la missione (At 1,8). La metafora del "viaggio" - tanto cara a Luca - viene illuminata dall'incontro con Gesù. Egli insegue anche i discepoli in fuga ("mentre conversava lungo la via": v. 32), anche se l'episodio tende a rileggere in forma positiva l'allontanamento da Gerusalemme (cf. Mc 16,6). Il cammino, infatti, muta di segno dall'inizio alla fine del racconto. Il motivo passa dall' ambivalenza iniziale - forse si tratta di una fuga delusa e di un'iniziativa precipitosa per risolvere la tragedia del fallimento della croce ("in quello stesso giorno": v. 13) - a indicare la via sulla quale non ci si distacca dal "conversare di Gesù". Sulla via "accade" di nuovo l'incontro pasquale che dev'essere sempre "narrato" da capo. Infatti, la "via" di Gesù è la sua parola, la sua Pasqua, che non può essere oltrepassata: da essa bisogna partire, in essa è necessario dimorare, ad essa occorre introdurre ogni generazione cristiana.

La condizione spirituale è rivelata dall'esteriore configurazione del racconto. La condizione spirituale è ben descritta dalla figura del volto, dall'interruzione del cammino ("si fermarono col volto triste"; v. 17) e dall'incapacità a riconoscere il Risorto ("i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo": v. 16). La fatica a riconoscere Gesù è la soglia di ingresso all'incontro con il Signore, la contestazione di ogni pretesa che pensi di riconoscerlo a partire dal già noto. Gli schemi, pur inevitabili, che ci consegnano l'esperienza umana e la tradizione religiosa sono necessari per far partire la ricerca, ma sono insufficienti per farla decollare. L'esperienza religiosa parla di una speranza, del bisogno di una vita che si prolunghi al di là della morte, per dare significato all' al di qua dell' esistenza umana. Tutte le attese si arrestano di fronte alla possibilità di produrre dal basso la speranza di vedere il Risorto. Il motivo della ricerca ha ora il suo punto di massima crisi. L'andare-a-vedere il Risorto è certo una possibilità iscritta nel cuore dell'uomo, ma l'effettivo veder-lo appare un oltrepassamento delle speranze che il cuore dell'uomo porta con sé. Per questo la sapiente mano dell' evangelista delinea con pochi tratti la situazione spirituale del discepolo, in assenza dell'iniziativa del Risorto: si fermarono con il viso triste! L'occhio è la luce del volto e il cuore deve superare l'interruzione sul cammino della testimonianza. Il discepolo non può oltrepassare il varco da solo, non lo può fare lasciandosi alle spalle l'evento pasquale. Ad esso deve sempre ritornare come al momento sorgivo. L'incontro con il Signore non è solo l'inizio cronologico del cammino con Gesù, ne è piuttosto la fonte inesauribile.

L'arresto della ricerca segna il punto di partenza della speranza delusa dall'evento fallimentare della croce. Alla fuga-allontanamento e alla sosta delusa sul cammino corrisponde il conversare reciproco dei due discepoli ("e conversavano tra loro su tutto quanto era accaduto": v. 14). Si tratta di un parlare "l'uno all'altro" e di un "cercare insieme" che intende riempire il vuoto lasciato dalla morte di Gesù. La ricerca riappare, in questo episodio, nella sua forma più dimessa, un estremo tentativo per sostituire l'assenza del Risorto. Il lettore è sconcertato: il tema che l'ha tanto affascinato lungo il vangelo, sembra ormai, al termine del rotolo, tornare al punto di partenza. Appare il tentativo maldestro di riempire con i gesti che ci fanno umani (la parola e la ricerca) l'interminabile vuoto della Parola che "è venuta a cercare l'uomo" (Lc I9,IO). Siamo di fronte a un cercare che ignora, che si dilunga "su tutto", ma non conosce la parola decisiva. Anzi, è un sapere che racconterà per filo e per segno tutta quanta la vicenda terrena del profeta di Nazaret, senza tuttavia la chiave capace di dischiuderne la memoria viva. È un sapere petulante e smarrito a un tempo, che provoca il vi andante straniero, pretendendo di insegnargli tutto ciò che riguarda l'evento ("tu solo ... non sai ciò che vi è accaduto?": v. I8). La dinamica dell'incontro con il Risorto si dischiude nel contrasto tra il sapere dei discepoli che ignora e l'ignoranza del forestiero che rivela. Qui si apre sempre di nuovo la possibilità di cercarlo, anzi di vedere il suo volto. La debolezza di questo sapere, sostenuta dall'interminabile conversare e dal cercare comune ("conversavano di tutto ... e discutevano insieme": vv. I4-I5), sa di non conoscere la cosa essenziale. Si porta dentro una ferita che è la nostalgia dell'incontro.

La cornice dell' episodio dei discepoli di Emmaus delinea dunque l'ambivalenza del desiderio, la sua inesorabile oscillazione tra un cercare che vuole affidarsi e la tentazione di chiudere il cerchio, di confinare l'incontro entro la pretesa di un sapere calcolante e di un agire produttivo. Il primo sviluppo del nostro itinerario della mente e del cuore alla ricerca di Gesù risorto, in realtà ci impone una battuta d'arresto. Arrivati al termine del cammino vorremmo puntare subito lo sguardo su Cristo, ma Luca ci chiede di giudicare la qualità della nostra vista ("i loro occhi erano incapaci di...") e del nostro agire ("si fermarono col volto triste"). Ci è richiesta una sosta che ci faccia misurare bene la qualità delle nostre attese, dei nostri desideri e delle nostre speranze. Noi speravamo che fosse lui... (v. 21a): il "passato" della speranza dev'essere riconosciuto come "tramonto" della speranza, come interruzione del desiderio che non riesce più a far spazio alla libertà che ricerca ("son passati tre giorni da quando ciò è accaduto"; v. 21b) e che non concede più tempo all'intervento di Dio. Anche il giorno di Dio ("il terzo giorno") sembra passare invano, senza che il suo venire si possa contare nella linea dei giorni dell'uomo. Quando il desiderio non sa far spazio e non ha tempo per il venire del Dio di Gesù, quando in qualche modo gli "conta i giorni" e gli chiude l'orizzonte, la libertà dell'uomo si presenta come una speranza "al passato", che ha invertito la sua rotta, si è ripiegata su di sé, si è rattrappita nel suo punto più intimo. È su questa dialettica della speranza, nel gioco inestricabile tra la sua costitutiva apertura e la sua storica chiusura, che si innesta la ricerca del Risorto. In un solo racconto l'evangelista riassume per il lettore tutto il percorso della ricerca.

2. La presenza assente: la meraviglia incredula

A questo punto l'episodio viene toccato dalla presenza del personaggio centrale del racconto. Anche qui la condizione esteriore è l'indice per comprendere la dinamica interiore della seconda tappa del cammino incontro al Risorto.

La vicinanza preveniente del personaggio Gesù dà avvio all' azione. Nel groviglio del desiderio che cerca, ma non trova, si fa presente Gesù risorto. Benché non compaia il linguaggio di ricerca, il lettore comprende che l'intrigo narrativo lo pone nella stessa condizione. Tutto è giocato nell'intreccio tra il lettore e il discepolo. Da un lato, il narratore fornisce subito una notizia che avvantaggia il lettore: "Gesù in persona si accostò" (v. 15b). Il lettore di ogni tempo che sperimenta la distanza e avanza la domanda sul "come" incontrare il Risorto è messo fin dall'inizio in condizione di conoscere che, nello straniero viandante, si dà a vedere Gesù in persona. Il suo svantaggio cronologico (la distanza "temporale") è colmato dal sapere credente (egli "sa" che è Gesù "in persona"). Il lettore è avvantaggiato, legge sul rotolo dell'amico Luca la fede della chiesa: Gesù in persona è il Vivente, che accompagna da sempre i suoi discepoli! Dall' altro lato, i discepoli (i due viandanti) sembrano favoriti dalla presenza di Gesù, che li accompagna. Tuttavia, il vantaggio dei discepoli ("[Gesù] camminava con loro": v. 15b) è presentato come una grazia, un dono che viene dall'esterno e che, in prima battuta, non è colto dal loro vedere e dal loro comprendere. Il vantaggio "spaziale" dei discepoli (Gesù che cammina "accanto" a loro) deve superare l'handicap di un vedere che "non crede" e di un camminare che "non riconosce" (lo svantaggio del "non sapere"). L'effetto di questa seconda tappa del racconto è così sorprendente: i personaggi di Emmaus sono figura di identificazione per il lettore, il quale sa più di loro, ma non può accostarsi se non attraverso il loro cammino. I discepoli di Emmaus, invece, non sanno che è Gesù, ma lo potranno incontrare solo camminando con lui. Il sapere (ecclesiale) del lettore deve ritornare sempre al cammino (credente) del discepolo. La via del discepolo è la forma che il sapere del lettore deve assumere sempre di nuovo se vuol essere il "sapere credente" del discepolo. La luce della Pasqua non esonera il lettore dal cammino del discepolo. Il cammino del discepolo è figura valida una volta per sempre della fede pasquale di tutti. Anche per noi oggi.

La distanza inconsapevole ora mette in guardia il lettore. Egli sa che potrà incontrare "Gesù in persona", ma non potrà saltare il discepolato della croce anticipando a buon prezzo una sorta di cristologia "gloriosa". Le tappe dell'itinerario della mente e del cuore dei discepoli (di Emmaus) restano iscritte a caratteri di fuoco anche per il lettore/credente di ogni generazione. Per questo sta a vedere col fiato sospeso: egli sa di più e può di meno del discepolo. Tuttavia cammina accanto a chi sa di meno, ma gli sembra in vantaggio per la presenza di Gesù. E così il lettore impara che la "distanza inconsapevole" è il luogo dove si dischiude il futuro del desiderio. Egli vede, anzitutto, che i due discepoli sperimentano l'alterità del protagonista ("tu solo sei straniero in Gerusalemme": v. 18). È un dato letterario assai ricorrente nei racconti pasquali. Gesù si presenta come "forestiero", "straniero" alla coscienza dei discepoli, a coloro che non solo l'hanno conosciuto, ma che sono stati a lungo segnati della ricerca del suo volto. Tutto ciò sconvolge il lettore: anche la ricerca fatta sin qui può essere persa se non supera quest'ultima prova! La ricerca cristiana contesta ogni mentalità empirista e razionalista che voglia mettere al riparo qualcosa di certo prima e a prescindere dall'affidarsi al Signore risorto. La ricerca non può separare la scorza dell'evento dall'intenzione del suo farsi vicino, non deve pretendere di dividere il "fatto" dal suo "significato", la storia dalla sua verità. Dall'inizio alla fine i testi pasquali mettono in luce l'indisponibilità del "farsi vedere" di Gesù ("... erano incapaci di riconoscerlo": v. 16) a una ricerca empirica, preoccupata della certezza del fatto. Gesù si sottrae a una presa che tutto vuole misurare, ma la sua non è un'indisponibilità che trasforma la distanza in separazione, bensì interpreta la distanza come una compagnia. L'estraneità di Gesù, il suo essere "forestiero" per i discepoli è il modo in cui la prossimità di Gesù si fa percepibile per un sapere che non vuol possedere, calcolare, com-prendere, ma per un sapere che s'affida, lascia essere, in-tende, in una parola per un sapere credente.

La presenza assente di Gesù è, allora, il primo momento dell'esperienza pasquale. La direzione della ricerca pasquale è tracciata, i primi passi sono impercettibili, ma reali. Il primo passo è ancora negativo, e descrive la trasformazione del desiderio, la conversione dello sguardo che lo fa passare dalla meraviglia allo stupore. Occorre riscattare il cuore da una meraviglia incredula che si affida alle verosimiglianze della storia, per aprirla allo stupore che vede la storia come il possibile luogo della verità di Dio. Per questo il racconto fa ascoltare al lettore la cronaca della vicenda di Gesù, messa sulla bocca dei discepoli, di quelli che lo hanno conosciuto, toccato, ascoltato, ma che non l'hanno ancora contemplato come la Parola che è e dà la vita (1 Gv  l,1). Si noti il dialogo tra Gesù e i due discepoli. Gesù domandò [loro]: "Che cosa [non so]?". Gli risposero i due discepoli: "Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente..." (v. 19). E Luca mette in bocca a loro un "vangelo in miniatura", un racconto rapidissimo, incalzante, che però non è un annuncio "buono", ma è una cronaca senza memoria... È il sommario del suo vangelo, è lo scheletro dei fatti nudi e crudi separati dalla loro verità. Vi aggiunge persino una notizia che raggiunge i discepoli e li tocca dopo e al di là della morte di Gesù: "alcune donne, delle nostre ... son venute a dirci..." (vv. 22-23). È una notizia senza "buon" annuncio, puntigliosamente verificata da coloro che sono stati mandati per gli accertamenti del caso: "alcuni dei nostri sono andati al sepolcro" (v. 24), hanno visto i segni senza fede, il sepolcro vuoto senza annuncio pasquale! Tutto si conclude su questa meraviglia incredula, sospesa, ma ancora invischiata nel puntiglio di una verifica che si conclude con una lapidaria affermazione: "ma lui non l'hanno visto!" (v. 24b). È la pietra sepolcrale che cala su ogni tentativo che pretende di ricostruire una storia separata dalla fede!

Il secondo sviluppo della ricerca del Risorto propone una chiarificazione del desiderio: esso può uscire da sé solo se incontra una presenza, se accoglie il dono della promessa che gli sta già dinanzi. La riscoperta del dono che sta all'origine della nostra vita ha la forma di una prossimità che ci precede ("Gesù in persona si accostò e camminava con loro"). Essa, però, non si fa presente in modo diretto, ma sembra lasciare traccia come nostalgia di un' assenza. Così il desiderio viene purificato, perché non si concepisca come bisogno immediato che si aggrappa a una presenza rassicurante. Esso deve leggere le tracce della presenza del Risorto come "segni" che, rinviando oltre, non assicurano un possesso certo. Il lettore ricorda i passi già fatti tra la folla, gli sembrano nitidamente presenti, mentre i discepoli, quasi non accorgendosi, raccontano la cronaca muta della vicenda di Gesù. E sorride perché disseminano la narrazione della nostalgia di lui. Si lasciano toccare dalla notizia portata dalle donne: "esse ci hanno sconvolti ... sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli". La cronaca del passato si apre allo stupore di una presenza assente, ma è ancora una meraviglia che vorrebbe toccare, vedere, misurare. Non si rassegna alla volontà di possedere, pesare, verificare: per questo il desiderio ha bisogno di essere sottoposto al severo apprendistato dell'affidamento alla promessa. La storia di Gesù è sottratta ("non avendo trovato il suo corpo": v. 23). La sua vicenda - con le parole, i gesti, la persona - che aveva affascinato le folle e i discepoli, non solo s'è fatta parola muta, ma è anche scomparsa la gelida traccia della presenza del cadavere. La sparizione del corpo morto è così l'ultimo colpo inferto alla positivistica ricerca di "prove" per la fede, di esperienze rassicuranti e sbaraglianti. Come è ancora difficile affidarsi alla inequivocabile evidenza della dedizione di Gesù al Padre! Il desiderio è qui purificato, la libertà è ferita nel suo orgoglio inconsapevole. La sapiente pedagogia del venire di Dio nella storia degli uomini dissemina il cammino dei segni dell' assenza: "alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne" (v. 24). Sono segni che vengono riferiti con distacco, quasi con sorvegliato sospetto. Le donne dicono di "aver anche avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo!" (v. 23). La prima volta che appare l'espressione: "Egli è vivo! Egli è il Vivente!" sembra venire come da una regione lontana, da un sapere estraneo, assai dubbio per il nostro comprendere che vuole tutto misurare, segno di una presenza inoggettivabile, che non si può afferrare nel laccio delle nostre misure umane. La libertà è così collocata nel suo Sabato santo: giorno del silenzio di Dio e della nostra incredulità, giorno della differenza tra l'agire degli uomini e l'intervento di Dio. Il "terzo giorno" non sta semplicemente nella linea degli accadimenti storici, non è la fine scontata che conclude tutte le storie a puntate ("...e vissero felici e contenti"). Il Sabato santo -l'unico giorno dell'anno liturgico in cui il segno della chiesa è l'assenza di ogni segno - situa la libertà nel tempo del silenzio, vuoto e lacerante da un lato, pieno ed eloquente dall' altro. È il silenzio di Dio, che contiene la promessa della resurrezione e la rinascita della libertà nella fede pasquale. Tutte e due insieme.

3. La ripresa memoriale:

la libertà credente dinanzi alla dedizione incondizionata

Il varco è aperto, la storia della fede dei discepoli è al suo punto di svolta. Anche il lettore sta cercando la direzione del cammino. Attende un'indicazione per ritrovare la rotta, è disponibile all' ascolto che risuoni nella notte di quel sabato interminabile. Riprende il racconto di Luca per il lector in evangelio che è ancora in vantaggio: egli sa che quella cronaca muta è stata narrata dinanzi a "Gesù in persona". I due discepoli non lo sanno, per loro il Signore è ancora straniero. Per il lettore è un momento emozionante: egli sa che Gesù "cammina con loro [e con noi]" e partecipa alla nostalgia dei discepoli per la presenza assente.

La conversione della fede prepasquale segna la nuova tappa del racconto. La narrazione si apre immediatamente con un rimprovero e un interrogativo. Il rimprovero interpreta la ricerca dei due discepoli come un' ottusità della mente e un ritardo del cuore ("ottusi e tardi di cuore nel credere!": v. 25). Lo stordimento del comprendere e l'affanno del cuore sono le forme che il desiderio prende quando si ripiega su di sé. La mente si chiude e il cuore s'attarda, il sapere e il volere divergono e non ritrovano più la loro originaria unità nel credere. Il rimprovero di Gesù ha come l'effetto di un brusco risveglio, di una voce fuori campo che risuona sulla scena della storia. La fede è un sapere che si affida e un decidersi che comprende. La parola dei profeti ("tutto ciò che hanno detto i profeti": v. 25 b), disseminata sulle strade della storia singolare di Israele, è stata dimenticata. In realtà sono la mente e il cuore che si sono allontanati da essa, che l'hanno trasformata in tranquillo possesso, che hanno costruito una maschera di Dio. Per questo la fede e la ricerca prepasquale devono essere "ri-convertite" e "ri-prese". Gesù in persona, Gesù risorto è l'esegeta delle Scritture che parlano della sua vicenda ("spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui": v. 27). Bisogna percorrere sempre da capo il circolo virtuoso che s'instaura tra l'agire di Dio, la storia di Gesù e l'accoglienza dei discepoli. Esso risulta da tre elementi: la totalità vivente delle "Scritture", rivelazione dell' agire di Dio; la ripresa di "ciò che si riferisce a lui"; la parola di Gesù rivolta ai discepoli (la memoria Iesu). Il lettore vede in atto il percorso del venire alla fede pasquale. Gesù è l'ultimo e definitivo angelus interpres - che mantiene gli altri annunciatori, gli angeli pasquali, come segni della sovrabbondante gratuità divina - perché dice la verità di Dio nella sua stessa vicenda, perché è l'unità di messaggio e persona, perché è la Parola fatta cammino umano, perché è il Regno presente. Agire di Dio, storia di Gesù, fede dei discepoli sono dunque da ora e per sempre raccolti e interpretati dalla sua presenza che spiega le Scritture. Ora il lettore capisce perché l'episodio non è un doppione, ma la summa della ricerca. Gesù è l'esegeta umano del Dio invisibile. La storia che "incomincia da Mosè, attraverso tutti i profeti, per arrivare sino a lui" dev'essere sempre ripercorsa con Gesù e secondo Gesù. Il lettore è invitato a riavvolgere il suo rotolo e a ritornare indietro incominciando dall'inizio, ora che è arrivato alla fine. In un unico racconto egli vede raccolto il suo cammino di ricerca! Ora egli può arrivare alla fine del racconto, perché è accompagnato da colui che è il fine della storia. Nel segno "scritto" (il rotolo del Libro) ritrova la mappa con le indicazioni, la via con i segnali, i dubbi, le domande, le deviazioni, le ferite e le riprese, ma anche con la "guida" per non perdersi. Ecco la novità dell' episodio dei discepoli di Emmaus: non c'è incontro senza racconto, ma non c'è racconto senza il Libro. Libro e racconto portano tutti all'incontro con il Crocifisso risorto.

La dedizione incondizionata è la forma della fede dei discepoli, sia quelli della prima ora che del lettore futuro. Infatti, accanto al rimprovero, Luca pone sulla bocca di Gesù - al centro del racconto - l'interrogativo che è la domanda delle domande: "non 'bisognava' (édei) che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria?" (v. 26). Gesù formula la domanda circa la "necessità" della sua morte. È !'interrogativo che attraversa ogni generazione cristiana, dinanzi al quale anche il lettore sussulta, come colpito a segno dalla domanda che lo ha visto ammutolire dinanzi alla morte di croce. A questo punto lettore e discepolo sono alla pari, qui la ricerca raggiunge il suo punto cruciale. Se v'è ancora un leggero vantaggio per il lettore che conosce l'identità di colui che pone la domanda, per entrambi, discepolo e lettore, questo interrogativo suscita la questione decisiva. Occorre riconoscere che il Risorto è il Crocifisso. Non si può comprendere questo se non affidandosi alla parola di Gesù che ne stabilisce l'identità. Qui la fede è sottoposta al suo punto di massima tensione perché è messa a confronto anzi, molto più, deve accogliere la verità del volto di Dio che Gesù rivela nella sua morte di croce e del volto di Gesù che il Padre ci dona nella croce del Figlio. Il lettore deve distaccarsi dalla sua immagine di un Dio costruito a misura, come il Dio potente che fa scendere dalla croce il suo Messia, che baratta la sfida dell'uomo, il suo rifiuto di Dio, per risparmiare il Figlio suo. Gesù risorto, l"'angelo interprete", ci dice che la morte di croce esprime la sua dedizione incondizionata alla causa di Dio intento all'uomo, alla figura dell'Abba, proprio nell' evento che costituisce il luogo del suo più radicale rifiuto. Gesù è il testimone fedele del Dio intento alla salvezza dell'uomo, completamente rivolto a lui. Perché il desiderio dell'uomo sia riscattato dalla pretesa arrogante di "conoscere il bene e il male", di decidere della qualità buona e felice della sua esistenza, senza prestar credito alla promessa che vi si annuncia. Luca ci invita a contemplare le piaghe del Crocifisso nel Risorto, a riconoscere, nella dedizione senza condizioni di Gesù al volto di Dio, la figura insuperabile della sua carità e del suo amore filiale. Questa è la "necessità" del patire di Gesù per entrare nella gloria. Non è una scelta tra la vita e la morte, tra la gioia e la sofferenza, non è neppure un patire momentaneo per una gloria eterna, non è solo la logica "naturale" del morire per rinascere. Il seme caduto per terra che marcisce per rinascere a vita nuova è metafora "evangelica" quando la si capisce per rapporto al morire di Gesù, a quel contemplare le piaghe del Crocifisso, che rimangono nel Risorto (e nel Giudice escatologico). Le piaghe sono i segni di una dedizione sconfinata, che rimane fedele all' annuncio del Regno, alla prossimità di Dio ai piccoli e ai poveri fino alla fine. Gesù resta ancorato a quest'immagine di Dio anche a costo del proprio venir meno, fidandosi e affidandosi in radicale abbandono a Colui che non abbandona il suo servo negli artigli della morte. Perché tale immagine originaria di Dio è troppo importante, e non può essere barattata con nulla, neppure con colui che ne è l'araldo definitivo.

Questa è la croce di Gesù: il messaggero è rifiutato così che sia respinto anche il suo messaggio. Tutto ciò "accade" sul proscenio della storia, questo credono di inscenare gli uomini. Nella croce si gioca il dramma per il quale l'inviato si carica anche del (radicale) rifiuto, perché tale Volto è troppo importante per far ritrovare i contorni all' immagine dell'uomo ancora in cerca di volto. Gesù si carica del rifiuto degli uomini, perché questa negazione non mette in angolo Dio, ma anzi ne rivela/comunica il suo volto insuperabile. Gesù si colloca "al nostro posto", non per esonerarci dal "nostro posto". Egli ci "rap-presenta" perché possa far trovare al nostro desiderio il suo "presente", il "proprio posto", abitato dalla promessa del compimento. Questa è la "necessità" della morte di croce: non una meccanica legge che si impone a Dio e al suo Cristo, ma l'insondabile gratuità dell' amore che si dilata per far spazio all'uomo, per creare i tratti della sua libertà credente, e per ricrearli quando egli si rinchiude nell'onnipotenza del suo io. Senza neppure la contropartita che sia riconosciuto qual è in verità. Il volto di Gesù è l'icona filiale del volto del Padre. Il volto di Dio è la sorgente paterna del volto del Figlio. 10 Spirito è l'agape di Dio, che consente al Figlio di riceversi dal Padre e al Padre di donare il Figlio, nella circolarità dell'amore (lo Spirito come "vincolo", osculum tra il Padre e il Figlio) e nel trabocco della donazione verso il mondo (lo Spirito come estasi, excessus). Perché il venire di Dio, mentre abbraccia la storia dal principio al termine, rivela e comunica la figura del Dio trinitario che, dilatandosi fino all' abisso della croce, risolleva e ricrea la libertà dell'uomo che non crede che Dio possa essere così. Perciò Gesù ricomincia da capo, ogni volta, da Mosè, passando attraverso i profeti, a ridire la necessità dove si rivela la libertà dell' amore, del suo amore!

Ormai si compie la conversione della precedente identificazione del messaggio e della persona di Gesù, sottoposta alla crisi della croce. La fede pasquale dei discepoli/lettori non solo è assicurata dalla attuale presenza di Gesù, ma ne costituisce anche le condizioni di accesso per i discepoli (e per il lettore di ogni tempo). Di ciò si parlerà nella tappa seguente. Ora è importante anticipare quanto viene detto a proposito di Gesù, compagno e interprete, dopo il suo ri-conoscimento. Ciò non può essere espresso che dopo l"'incontro" con Gesù risorto. Una volta avvenuto, esso è narrato come un "ardere del cuore" e un "attestarsi reciproco". "Non ci ardeva forse il cuore nel petto?" (è un verbo iterativo: "continuava ad arderci", v. 3zb): ecco la libertà ritrovata, ecco il desiderio orientato, strappato dall'ipertrofia del proprio io. Anzi, è una libertà già diventata racconto, storia, testimonianza. Dal cuore "tardo" al cuore "ardente", fino al cuore che "attesta" e "racconta" ("ed essi si dissero l'un l' altro": v. 3za). È la dinamica della fede che testimonia, che avendo trovato il "suo posto" sa "far posto" agli altri, trasmette senza tradire, si trasmette senza requisire, si fa carico della fede altrui per riportare al centro l'incondizionata verità di Gesù.

4. La dimora: si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero

A questo punto il lettore si aspetta che Gesù in persona si riveli. Egli si è immerso nella conversazione di Gesù con i discepoli, si è lasciato scaldare il cuore e illuminare la mente dalla sua parola, e attende che il rivelarsi di Gesù ai discepoli colmi quella distanza che lo separa dal discepolo della prima ora.

I cammini divergenti dei protagonisti sembrano però cambiare lo scenario. "Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano" (v. 28). Dal punto di vista narrativo i due discepoli raggiungono la meta del viaggio di fuga (probabilmente la casa e il lavoro usato). La parola di Gesù ha forse insinuato una fessura nella loro delusione. Ma ciò non è bastato. Il contatto con Gesù sembra essere un incontro senza storia, misterioso fin che si vuole, uno di quei contatti "alieni" che restano come una debole traccia sul fondo della memoria. Ormai è giunta la sera e l'uomo rimane solo con se stesso. Non gli resta che la casa e domani la labile attesa di ritrovare il proprio lavoro, lasciato per una causa che pareva più grande. Il personaggio, ancora misterioso per i discepoli, fa mostra di partire per un lungo viaggio. È uno stilema che ricorre spesso nel vangelo: il padrone si assenta per un lungo viaggio, il signore della vigna ritorna solo alla fine della giornata, il buon samaritano salderà il conto "al suo ritorno". È come se si aprisse il varco per far spazio al "nostro posto". Gesù se ne va, ma per ritornare, perché tutti coloro che vengono dopo trovino lo spazio per incontrarlo. Anche la notazione di tempo va nella stessa direzione. Il tempo dopo Cristo può sembrare un lungo lasso, ma ormai è il "tramonto" del giorno, è il tempo che "s'è fatto breve" (1Cor 7,29). Si esprime nel racconto la coscienza dei primi credenti che dopo la Pasqua il tempo si è contratto. È il tempo di un' assenza che però ha mutato la qualità della storia, è il tempo dell' attesa ardente per il ritorno dello sposo ("perché si fa sera e il giorno già volge al declino": v. 29b). Tramonto del giorno, sera della storia, che attende l'aurora del giorno senza fine. Il lettore futuro vi riconosce senza difficoltà il proprio posto, collocato tra la Pasqua e la parusia del Signore.

Questo è il tempo dell'invocazione. Non è un tempo vuoto. La cornice spazio-temporale delinea ancora una volta la condizione spirituale dei discepoli. Il tempo dell' assenza di Gesù è il tempo della chiesa, è il momento dell' ospitalità, è il tempo di una rinnovata ricerca. Il racconto raggiunge il culmine: "ma essi insistettero: 'Resta con noi'" (v. 29a). I discepoli-chiesa si fermano nella casa della loro vita quotidiana. Forse domani riprenderanno il loro lavoro per tentare di dimenticare l'avventura trascorsa con il profeta di Nazaret, passata come una meteora fra le molte che hanno illuminato con il loro bagliore 1'oscurità della storia. Al viandante straniero - che sembra portare, come da una regione lontana, parole che interpretano i fatti luttuosi degli ultimi giorni - vogliono offrire almeno l'ospitalità per quella sera. L'insistenza tipica degli orientali a "restare" è già diventata nel racconto un'invocazione a "rimanere". È diventata nostalgia della dimora di Dio presso gli uomini. L'uomo vuole fare una casa al mistero del tempo (cf. 2Sam 7), a quel Bene promettente presente in modo frammentario negli eventi che ci toccano ogni giorno. Il desiderio trova qui il suo riposo. Solo in questo modo l'invocazione riesce a protendersi nello slancio di vedere il volto di Dio, di abitare nella sua casa, di dimorare nel suo tempio. L'invocazione nostalgica di Israele di entrare nella comunione con Dio raggiunge il punto di massima tensione. La nostra ricerca del volto di Gesù per entrare nel mistero del Volto santo approda sulle sponde del mistero. Ora avviene la svolta... Nel personaggio misterioso, che proviene da una regione straniera, Dio prende dimora tra gli uomini: "Egli entrò per dimorare con loro" (v. 29C). L'uomo crede di far spazio a Dio. La sua libertà deve uscire - sforzo supremo - da se stessa, per ospitare il suo mistero, ma nel momento decisivo scopre di essere già ospitata dalla compagnia di Dio. Quando l'uomo arrischia il cammino dell'ospitalità al mistero di Dio, scopre di essere sin dall'origine da lui ospitato, anzi ritrova il luogo - gratuità originaria - dove potrà incontrare il Risorto per sempre. "Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò, lo diede loro" (v. 30). L'ospitalità diventa commensalità: i discepoli-chiesa invitano, ma è il Signore risorto che presiede alla cena, che è in mezzo a loro come colui che serve. Nel grembo della chiesa si rende presente il gesto pasquale di Gesù, connotato con i quattro verbi che la tradizione liturgica della chiesa primitiva ha cristallizzato nell'esperienza di commensalità con il Risorto (prese, disse la benedizione, spezzò il pane, lo diede). Incontrare il Risorto significa ospitarlo dentro lo spazio della propria libertà in cammino. Incontrare il Signore comporta che il desiderio si purifichi e maturi come dimora per la comunione.

Il segreto della dimora apre la porta ai futuri credenti. Il punto di vista del discepolo e il punto di vista del lettore sono perfettamente sovrapposti: il vantaggio del lettore e il vantaggio del discepolo coincidono, il diverso svantaggio di entrambi è colmato. A Emmaus i discepoli sono diventati almeno tre. O, meglio, la finzione narrativa del "lettore implicito" entra nella casa e scopre molti fratelli, trova la chiesa! Allora il nostro lettore, che ci ha seguito sin qui, sente che la ricerca del volto di Gesù era già da sempre tenuta per mano da una moltitudine di fratelli. L'intreccio delle due condizioni spazio-temporali e delle due situazioni spirituali è perfetto. Con veloci tratti l'azione si scioglie e le strade si intrecciano. Il discepolo di prima mano perviene all'incontro con il Signore risorto: "allora si aprirono i loro occhi e lo ri-conobbero" (v. 3ra), ma è collocato nella stessa condizione del lettore di sempre: "ma [Gesù] sparì dalla loro vista" (v. 3 rb). Il "venire-alla-fede" dei discepoli e il "darsi-a-vedere" del Risorto ora hanno la medesima struttura per il discepolo originario e per il discepolo di seconda mano: l'aprirsi degli occhi consente di riconoscerlo, ma egli sparisce dalla loro vista. Non si può riconoscere il Risorto che nella forma della fede. Il lettore è ora nella stessa condizione del discepolo della prima ora, anzi può egli stesso diventare discepolo. La fede del discepolo/lettore si affida ai segni dell'identità del Crocifisso e del Risorto e riconosce il "mio Signore e mio Dio". La fede confessa che l'assoluta fedeltà di Gesù alla figura dell' Abba nella morte di croce (il "doveva patire") è il luogo del suo ingresso nella gloria, è il varco per il dispiegarsi della carità di Dio che si curva sull'uomo, è la libertà pienamente plasmata dal venire di Dio per la causa dell'uomo. Egli riconosce che il Dio-di-Gesù è così, perché è così il Gesù-di-Dio. Riconoscere l'origine, cioè la potenza salvifica di Dio nel gesto del povero e indifeso amore di Gesù che si affida in radicale abbandono al Padre, significa riceverlo come Risorto, incontrarlo come il Vivente, la Vita in pienezza. Ciò che i suoi (le donne) cercavano al sepolcro, si trova nel segreto della casa di Emmaus, nel grembo della chiesa che invoca: "Resta con noi!". Per questo egli sparisce dalla loro vista, non solo perché non è più "visibile" nella forma storica, ma molto più perché è "accessibile" soltanto nella forma della libertà che si affida al movimento della sua obbedienza filiale. Agli occhi che si aprono egli si sottrae, perché lo possano cercare e ritrovare da ora e per sempre nella duplice mensa della parola e del pane. Una volta per tutte custodito nel povero e indifeso gesto dello spezzare il pane. 10 slancio della ricerca ha trovato la sua dimora e la sua casa: la comunità dei fratelli.

Finalmente il lettore di seconda mano vede che il suo svantaggio non era decisivo, perché il racconto gli ha mostrato che anche il contatto storico con Gesù era il segno per un "vedere credente", che si lascia guidare dalla parola scritta e ospitare dalla presenza che crea comunione. Muta il segno storico - prima la carne di Gesù, ora il pane spezzato e il corpo della parola -, ma permane il senso dell'incontro con il Risorto. La carne di Gesù, la sua vicenda storica si "prolunga" nel corpo spezzato e condiviso della parola e del pane. Nel cammino della sua umana libertà, Dio prende dimora tra gli uomini, e li raggiunge nel gesto pasquale. Il corpo della parola e il pane spezzato sono la duplice mensa a cui ogni uomo può accostarsi per accedere al corpo crocifisso di Gesù. Tutti insieme edificano il corpo di Cristo che èla sua chiesa. Non solo un lettore isolato in ricerca, ma il cammino comune: questo è il segreto della dimora, come abbiamo sperimentato in questa settimana insieme. L'unica parola, l'unico pane ci ha fatti un corpo solo, perché tutti siamo diventati un po' più membra vive del Crocifisso risorto. Il Libro aperto e il Pane condiviso sono il luogo vivente ("il suo corpo") per l'incessante incontro con il Risorto. Il lettore ora è assimilato al discepolo, il suo punto di vista si sovrappone perfettamente a quello del discepolo.

5. Il ritorno testimoniale:
la comunità, segno reale per ogni uomo

L'azione ora si snoda con una sorprendente scioltezza. I discepoli (i due di Emmaus e gli infiniti lettori futuri che sono partiti da questo racconto) si attestano reciprocamente che la parola di Gesù ha loro illuminato la mente e il cuore. Essi lo riconoscono al passato ("non ci ardeva il cuore, mentre conversava con noi?": v. 32), lo narrano al presente, mentre gioisce con loro il lettore di ogni tempo. Solo dopo 1'apertura degli occhi (della fede) nello spezzare del pane, la parola spiegata può essere riconosciuta come una compagnia ermeneutica che non termina più. Anzi, essa è sorgente di un impulso da cui si sprigiona un'interminabile testimonianza.

La ripresa della missione illumina la fine del racconto. Il cammino dei discepoli è ora capovolto: all'inizio il viaggio era in realtà una fuga; alla fine il ritorno è in verità l'avvio della missione. Per questo Luca connota il ritorno dei discepoli con i tratti degli evangelizzatori della prima ora: Maria, i pastori, i poveri del vangelo dell'infanzia, le folle, Zaccheo, le donne, i discepoli della chiesa primitiva ("partirono senza indugio": v. 33a) e con loro il lettore che non tiene il passo della loro scioltezza evangelica. È l'insopprimibile andare di chi ha cercato e di chi ha trovato, è l'inarrestabile slancio che proviene dall'aver visto il Risorto. L'evangelizzatore di Luca è uno che ha fretta, che si muove senz'indugio (cf. Lc 10,4). La premura è segno di una libertà ritrovata, di una scioltezza che ha liberato il proprio desiderio dalle pastoie di una ricerca ripiegata su di sé e l'ha immesso nel mare aperto della testimonianza. È un desiderio che è cresciuto, si è purificato, è maturato, perché ha riconosciuto il Risorto come il luogo dove si incontra la Parola che è e dà la vita: il Vivente. Per questo diventa parola inarrestabile, messaggio incontenibile, comunione contagiosa. Il lettore qui si sente addirittura in vantaggio sui discepoli. Egli sa quanta strada ha già fatto quel messaggio, quante persone ha coinvolto quella comunione. Conosce la lista dei testimoni che si sono collocati nella scia di quella missione. E sperimenta, come qui in questo luogo monastico, che la freschezza del vangelo non smette di chiamare, anche in un tempo dove tutti sembrano rintanarsi nel loro cantuccio. Il lettore sa che la missione cristiana non è un mandato in proprio, una parola fatta proprietà privata, un messaggio geniale di cui si è titolari. Perciò il racconto termina cosi: i discepoli "fecero ritorno a Gerusalemme" (v. 33a): la parola trasmessa dev' essere la parola ricevuta e va continuamente confrontata con le colonne.

"Trovarono riuniti gli Undici" (v. 33b): la missione deve ritornare continuamente alla sorgente, anzi il suo compito è di far accedere tutti gli uomini alla Pasqua. Essa prolunga la Pasqua di Gesù per ogni tempo, perché fa accostare ogni uomo e donna al mistero di Dio nel gesto della cena pasquale. I discepoli trovano anche "gli altri che erano [riuniti] con loro" (v. 33b). L'evangelizzazione premurosa è sempre e solo un momento della comunione e la comunione è la legge della missione. Il discepolo del Nuovo Testamento non è un profeta isolato, un inviato in proprio: anche quando è un pioniere, lo è come espressione della comunità. La missione è dunque continuità della tradizione. E la tradizione non consiste solo nelle "cose trasmesse", ma è anche l'''atto di trasmettere", è tradizione vivente. I credenti, i contemplativi, gli evangelizzatori, gli uomini e le donne della carità, i missionari, i pastori, i teologi la attestano in corale testimonianza. Occorre trasmettere senza tradire, tradurre senza corrompere, consegnare senza sequestrare. Perché la missione della chiesa è segno reale: è reale perché nel segno fa incontrare veramente il Risorto; è segno perché nella realtà dell'incontro fa accedere a lui e non attira a sé. Dall'inizio alla fine della storia fa accedere all'unicità insuperabile della Pasqua di Gesù. Alla fine del racconto esplode nella sua cristallina bellezza la confessione pasquale: "Veramente il Signore è risorto ed è apparso a Simone" (v. 34). Tutto il racconto di Emmaus sembra la corona su cui è incastonata la perla preziosa della fede pasquale: l'annuncio del Risorto! I discepoli hanno incontrato il volto del Vivente, il lettore con loro e come loro si è fatto discepolo, tutti quelli di prima e seconda mano, ieri, oggi e domani, ritornano a dire l'unicità insuperabile della Pasqua di Gesù, la piena testimonianza della sua resurrezione, luogo in cui si è rivelato e donato il volto di Dio e la pienezza dell'immagine dell'uomo, una volta e per tutte collocati nella figura credente della libertà di Gesù: la sua dedizione incondizionata a Dio e a noi, fino alla morte e alla morte di croce.

La conclusione del nostro racconto narra quei momenti intensi che vedono accendersi, nella storia della chiesa, la gioia e l'entusiasmo della missione. Nella casa di Gerusalemme, nella sala in cui i discepoli attenderanno il dono dello Spirito, nel posto dove esso sarà donato in misura sovrabbondante a ogni persona, a tutti i figli e le figlie di Israele, c'è il trambusto e la concitazione dei momenti importanti. Sono arrivati due discepoli che se n'erano andati per altra via, è arrivato anche il lettore/discepolo di ogni tempo. Essi "riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano ri-conosciuto allo spezzare del pane" (v. 35). L'incontro attestato non aggiunge nulla di più alla fede pasquale, e tuttavia è il modo per accedervi ed è un momento necessario, perché ciascuno non può accedervi che con il dono della propria libertà. Mettendosi di nuovo in cammino, giocando di nuovo se stessi, riparte l'avventura "spirituale" che ci fa incontrare il Risorto e lo attesta anche agli altri. La dinamica della missione è un attestare "ad altri" ciò che è stato decisivo per se stessi, ma è anche il dire di un "Altro" che ci ha fatto uscire da noi stessi, che ci è apparso come un bene riconoscibile non solo per me, ma per tutti. Un bene -la dedizione di Gesù al volto di Dio come Abba e a noi - che è la verità della nostra libertà. A cui si può accedere solo nella libertà. Nella libertà della fede. Questa è la dinamica della missione. I discepoli di Emmaus e il lettore di ogni tempo, divenuto discepolo, tornano a Gerusalemme, per ripartire di nuovo. Perché ogni lettore/discepolo possa compiere il santo viaggio che gli fa incontrare il Signore risorto.

Giunto a questo punto il lettore/discepolo riavvolge il rotolo, per ritornare, con la mano operosa e il cuor contento, nella città degli uomini.

 

 

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