JEAN DANIÉLOU_GIOVANNI BATTISTA TESTIMONE DELL'AGNELLO

CAPITOLO PRIMO
LA VOCAZIONE

Ogni vocazione si definisce in rapporto al disegno di Dio e costituisce una cooperazione all'opera di salvezza. Ogni vocazione ha, in questo senso, un significato storico e presente, qualche cosa di unico, un compito personale, insostituibile da realizzare. Generalmente, però, questi compiti personali rientrano nella trama comune della Storia della salvezza. Essi sono l'inserimento, in un dato tempo e luogo, di una missione collettiva. Tuttavia, a determinati momenti decisivi, a determinate articolazioni della Storia, Dio fa sorgere degli uomini che devono inaugurare un'epoca nuova. La vocazione assume allora un carattere esemplare. Tale fu la vocazione di Abramo che Dio chiama dal mondo pagano per essere l'origine assoluta di un popolo nuovo che Egli si costituisce. Tale fu la vocazione di Mosè al quale Dio si rivela nel Roveto Ardente sotto un nome nuovo che segna una nuova tappa della Rivelazione. Viene alla mente il testo di Pascal: « Le sei età; i sei padri delle sei età; le sei meraviglie all'inizio delle sei età; i sei orienti all'inizio de1!e sei età» (1).

La vocazione come missione.

Giovanni Battista si colloca in questa linea. E non soltanto si colloca su questa linea ma è insieme colui con il quale essa culmina e nel quale essa raggiunge il suo compimento. Nella sua persona sono ricapitolate tutte le tappe della preparazione della fine dei tempi che erano state segnate dal succedersi delle vocazioni dei patriarchi e dei profeti; ma egli è l'ultimo, secondo la parola stessa del Cristo: «tutti i profeti e la Legge hanno profetato fino a Giovanni» (Mt. 11, 13) (2). In effetti, da questo momento ha inizio un mondo nuovo che non si aggiunge più alla successione dei profeti, come credeva Maometto, ma che è il compimento stesso di quanto i profeti avevano annunciato, la venuta della gloria di Dio che rimane corporalmente fra gli uomini, il Verbo che si è fatto carne. Il gesto del Verbo di Dio che introduce il primo Adamo nel Paradiso può trovare il suo parallelo, non più nelle vocazioni profetiche, bensì nel gesto del Verbo di Dio che riafferra Adamo per reintrodurlo irrevocabilmente nel Paradiso.
Quindi la vocazione di Giovanni non si pone ad un punto di congiunzione dell'Antico Testamento, come quella dei suoi predecessori,
essa si pone al cardine stesso fra l'Antico Testamento ed il Nuovo. Questo appare in modo evidente nel Vangelo di san Luca. Quando Zaccaria, padre di Giovanni, sacerdote della classe di Abìa, si trovava nell'Hekal, il Santo, al momento della preghiera per offrirvi l'incenso «l'angelo del Signore gli apparve in piedi alla destra dell'altare dell'incenso» (Lc. 1,11). L'annuncio della vocazione di Giovanni si pone dunque nel quadro della liturgia del Tempio, di quel Tempio in cui abitava il Dio vivente ma che prefigurava un altro Tempio. Ma con Cristo si inaugurerà il Tempio nuovo ed il Tempio prefigurativo sarà abbandonato dalla Presenza. L'angelo che lo custodiva lo lascerà, come dice sant'Ilario (3); ed è nel Tempio cèleste che offrirà non più !'incenso figurativo ma !'incenso vero: la preghiera dei Santi (Apoc. 8, 3).
Ancora più esplicita è la parola dell'angelo: « Giovanni camminerà davanti al Signore con lo spirito e la potenza di Elia» (Lc. 1, 17). Nella tradizione giudaica Elia era considerato il profeta per eccellenza, colui che aveva predicato la conversione all'infedele Israele per prepararlo al giudizio di Dio, sempre imminente. Ma era egli stesso la prefigurazione dell'ultimo dei profeti, colui la cui venuta avrebbe immediatamente preceduto il Giudizio. Gli Ebrei, alla vigilia del Vangelo, erano stati misteriosamente preavvertiti dell'imminenza dell'avvenimento escatologico, come confermano i manoscritti del Mar Morto. È a questo momento che Dio fa sorgere Giovanni Battista, come il nuovo ed ultimo Elia, colui nel quale si compie e si esaurisce la lunga discendenza del profetismo. Questo non era che preparazione alla venuta di Dio. Ora Dio visiterà il suo popolo «come un sole che sorge dagli abissi », come il settimo oriente alla fine delle sei età, oriens ex alto (Lc. 1, 78).
È proprio quello che Zaccaria, non più incredulo come alla prima visita dell'angelo, ma illuminato dallo Spirito Santo (Lc. 1, 67) e ripieno dello spirito di profezia - cioè penetrante i segreti del disegno divino che si compie sotto i suoi occhi - riconoscerà in questo figlio, uscito dalla sua carne, del quale contempla con stupore la missione nello spirito: «e tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo» (Lc. 1, 76). In virtù dello sguardo profetko che penetra, oltre le apparenze sensibili, nel contenuto divino della Storia sacra, Zaccaria vede nel bambino quel profeta per eccellenza - non soltanto profeta ma «più di un profeta» (Mt. 11, 9) - che « camminerà davanti al volto di Dio» cioè che precederà il manifestarsi di Dio per «preparare le vie» di questa manifestazione « mediante la remissione dei peccati ». E questa manifestazione non sarà il giudizio terribile portato su di un'umanità schiava della morte e del peccato, ma l'espressione della «tenera misericordia» che si alzerà come un'aurora dalla profondità degli abissi, come una luce in sperata nel cuore delle ineluttabili tenebre.
Si vede dunque quanto la vocazione di Giovanni si definisca innanzi tutto in rapporto al disegno di Dio. Egli sta all'estremo limite della discendenza dei profeti, alla soglia della fine dei tempi, di fronte all'imminenza dell'avvenimento decisivo. In questa prospettiva si comprende l'urgenza dell'appello che egli lancerà, il modo con il quale scuoterà formalismi e connivenze. Egli è pronto a cogliere i segni annunciati dalla parusia: il sole che si oscura, la luna che non riflette più la luce, gli astri che cadono dal cielo, le potenze ce" lesti che si scuotono (cfr. Mt. 24, 29). E tuttavia, già nella prima testimonianza che gli è data, quando ancora vagisce in una culla, qualche cosa risplende sul suo viso: l'alba del sole che sta per apparire all'orizzonte e che oscurerà quello della prima creazione, qualche cosa che è già un primo riflesso del Vangelo e che lascia presagire che l'avvenimento annunciato non sarà il trionfo del leone di Giuda sopra i nemici di Dio, ma il sacrificio dell'Agnello che toglie i peccati del mondo.

La vocazione come elezione.

La vocazione di Giovanni ci appare così esemplare di ogni vocazione, in quanto ogni vocazione è una missione. Ci appare inoltre esemplare di ogni vocazione in quanto ogni vocazione è elezione. Ciò spiega innanzi tutto il carattere assolutamente gratuito della vocazione. Dio sceglie come e quando vuole, senza essere condizionato da nulla, in piena e sovrana libertà. Libertà, tuttavia, che non è arbitrio; se la libertà divina non. è condizionata da nulla di esterno, essa è però l'espressione dei misteriosi consigli della Saggezza e dell'Amore. Questo appare eminentemente in Giovanni. Egli è scelto da Dio per una missione che Dio stesso gli destina, non in virtù di qualche merito precedente ma fin da prima che nascesse. {( Egli sarà ripieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre» dice Zaccaria all'angelo (Le. 1, 15). La Chiesa non esiterà ad applicargli, nell'introito della sua Messa, le parole con le quali il profeta Isaia designa l'eletto per eccellenza, il servo di Jahvé: «Jahvé mi ha chiamato fin dal seno materno, fin dalle viscere di mia madre ha pronunciato il mio nome» (49, 1). Anche qui Giovanni Battista appare nella successione di tutti coloro che Dio aveva eletto nel corso della Storia Sacra per fame i propri strumenti. Poiché l'elezione è sempre in funzione di una missione. Così, Dio sceglie Giacobbe e lascia da parte Esaù; così, fra i sette figli di Jesse è il più giovane, colui al quale nessuno pensava e che stava pascolando il gregge quegli che Dio si era riservato per fame il suo servo Davide e che Samuele designò e segnò con l'unzione (1 Sam. 16, 10-13). Così, nonostante le proteste che gli oppone, Dio chiama Geremia. E quando questi dichiara di non saper parlare, Dio gli risponde: « Metterò le mie parole sulla tua bocca» (1, 10). Non solo l'elezione non è condizionata da meriti precedenti ma neppure ostacolata da limiti umani. PeI1ciò essa è sempre al di sopra delle forze umane. È la grazia di colui che chiama che dà anche la possibilità di compiere ciò che egli chiede: « lo mi glorifico della mia miseria» dirà san Paolo.
L'elezione appare così uno di quegli aspetti dei mores divini che si manifestano attraverso la Storia sacra e che sono l'oggetto della contemplazione profetica. Come Maria ammirerà nell'Incarnazione del Verbo la manifestazione della suprema potenza di Dio, così già Zaccaria ammira nell'elezione di Giovanni una meraviglia compiuta da Dio solo. Il Benedictus è quasi una profezia del Magnificat. Perciò tutto questo esordio del Vangelo si svolge come una liturgia in cui i misteri si susseguono ai misteri, riempiendo di stupore gli angeli e gli uomini. L'elezione è opera prettamente divina poiché crea qualche cosa senza bisogno di preparazione o condizionamento alcuno. Ora, tale è la caratteristica delle opere di Dio. Questo si verifica per la creazione nell'ordine della natura; Dio crea dal nulla questo cosmo del quale noi non riusciamo a raggiungere i limiti. Questo si verifica nell'ordine della Storia: l'elezione è un cominciamento totale. Per questa la Bibbia usa un unica termine bara' per designare queste opere propriamente divine nella natura e nella Storia.
Ma tali scelte di Dio non sono forse l'espressione dell'arbitrio? Qui noi ci accostiamo ai misteri più profondi del disegno di Dio. Appunto a proposito di Giacobbe ed Esaù san Paola, nell'Epistola ai Romani, ribadisce la libertà delle elezioni divine: «no erano ancor nati i figli e non avevano ancora fatto né bene né male, affinché il disegno elettivo di Dio rimanesse fermo, scelto con libera elezione senza riguardo alle opere, ma per voler di Colui che chiama, le fu detto: (a Rebecca) il maggiore sarà soggetto al più giovane» ( Rom. 9, 11-12). Questo arbitrio può scandalizzare e Paola pone a se stesso l'obiezione: « Che diremo allora? C'è ingiustizia in Dio?» (Rom. 9, 14). No, poiché non si tratta del destino eterno dell'uomo ma delle circostanze della sua vita temporale. In questo campo Dio non ammette che gli si chiedano dei rendiconti che vorrebbero limitargli la libertà del suo amore con calcoli di una saggezza meschina. L'essenziale non è di avere una maggiore a minor quantità di talenti ma di farli fruttare. Vi è diversità di carismi, ma ciò che vale è soltanto la carità.
Espressione della gratuità della vocazione, l'elezione è pure espressione del sua carattere personale. E senza dubbio è questo che le conferisce il suo aspetto specifico. Essa è un appello fatta da un Dio personale a una persona umana ed esprime, in questa senso, quel carattere essenziale della visione cristiana delle cose, che è quella di un universo dominato dalla realtà e dal valore della persona. Valore che ha le sue radici in Dio stesso, rivelatosi esistente in tre Persone unite dall'amore. E la creazione è essenzialmente quella di persone che Dio chiama a condividere beni che sono suoi ed a trovare in essi la gioia infinita e la beatitudine. Resta fermo tuttavia che nel rapporto fra creatura e Dio vi sono aspetti che hanno carattere di generalità. È una medesima legge divina che esprime per tutti gli uomini la volontà di Dio, una medesima Alleanza nella quale essi sono chiamati a partecipare dei beni divini.
La vocazione invece ha un carattere assolutamente personale. Essa non è ciò che fa di un uomo un uomo, assoggettato alle leggi generali della natura umana; essa fa si che un uomo porti un nome particolare, unico, che esprime la particolare chiamata di cui è stato oggetto. In questo senso, l'imposizione del nome da parte di Dio, è l'espressione della vocazione. Così Iahvé cambia il nome di Abramo in Abraham, così Simone si chiamerà d'ora innanzi Pietro. Vi è anche un mistero nel nome di Giovanni: «Nell'ottavo giorno poi, vennero a circoncidere il bambino e stavano per chiamarlo Zaccaria, col nome cioè di suo padre. Allora sua madre Elisabetta prese la parola e disse: "No, avrà nome Giovanni", Ed essi le fecero osservare: "Non vi è alcuno della tua parentela che porti quel nome!" Fecero quindi cenno al padre per sapere come volesse chiamarlo. Ed egli, chiesta una tavoletta, vi scrisse: Il suo nome è Giovanni! E tutti ne restarono meravigliati ». (Lc. 1, 59-63).
Perché l'evangelista ritenesse di mettere in luce questo episodio bisognava che fosse ricco di significato. Ed effettivamente sottolinea bene il carattere personale dell'elezione. Giovanni non porterà soltanto il nome patronimico, che esprimerebbe semplicemente la sua appartenenza ad una famiglia; Dio gli assegna un nome personale che è l'espressione della sua vocazione unica. Ed è mediante quel nome che Dio lo designa. «Mi ha chiamato con il mio nome» (Is. 49, 1). Questo nome esprime una realtà unica, insostituibile, non confusa nell'anonimato della stirpe ma amata di un amore personale. Il nome esprime così quell'elemento unico che Dio ha voluto in ogni creatura umana, quel risultato spirituale che in essa Egli persegue. Questo nome è il simbolo di ciò che vi è di più interiore, di quel segreto intimo che solo Dio conosce e che solo Dio rivela. «Gli darò una pietra bianca e su questa pietra sta scritto un nome nuovo che nessuno conosce all'infuori di chi lo riceve »(Apoc. 2, 17).
Ma tale relazione con Dio di ogni animo umano si esprime su due piani distinti. Essa è prima ,di tutto costitutiva dell'esistenza stessa. lo esisto in quanto Dio mi chiama, mi suscita ad ogni istante all'esistenza, mi dona a me stesso. Questa relazione personale con Dio non rappresenta un momento successivo, ma fa parte essenziale del mio essere. Ad ogni istante io mi ricevo tutto intero da Lui. Riconoscere questo dono, rispondere alla grazia mediante azione di grazie, riferire a Dio in ogni momento non soltanto tutto quanto mi appartiene ma tutto quello che sono, questo è l'espressione stessa della religione. Ed in tal senso, essere religioso è una dimensione essenziale del mio essere. Se per me, esistere significa essere in relazione con Dio, riconoscere questa relazione significa semplicemente avere coscienza di quello che io sono. Significa, fuori di me e dentro di me, espandermi o raccogliermi in Colui che vive in me e nel quale io vivo.
Ma vi è una seconda relazione con Dio, relazione che non è più soltanto al (livello dell'essere ma è al livello dell'agire. Ed è propriamente questa la vocazione. Il mio nome esprime non soltanto quello che sono ma anche quello che devo compiere. Forse è un altro nome; Dio ne aggiunge allora al primo un secondo che esprima la vocazione. Ma per Giovanni i due nomi sono imposti contemporaneamente. Giovanni non ha necessità di cambiare nome perché la sua vocazione lo coglie ancor prima di nascere, non viene a cercarlo nel cuore di una vita, che dapprima si sarebbe svolta prescindendo da essa. Ed anche da questo punto di vista la sua vocazione è esemplare. Dio non mi chiama soltanto all'esistenza, mi chiama anche al servizio della sua opera. Per questo mi recluta. Ed allo stesso modo che il mio essere è un essere unico, così unica è la mia vocazione alla quale Dio mi chiama personalmente ed alla quale personalmente io rispondo.
In tal modo, la vocazione rappresenta una nuova forma di intimità con Dio. Dio non si fa conoscere soltanto come sorgente di ogni esistenza. Egli introduce nel segreto del suo disegno redentore, spalanca le porte dell'anima oltre se stessa verso la salvezza del mondo. Dio cerca quindi dei cuori liberi, che si affidino a lui per poterli rendere partecipi dei suoi consigli e delle sue decisioni. Ciò è sommamente vero di Giovanni. Egli è colui che « deve preparare le vie del Signore », « istruire i popoli a riconoscere la salvezza» (Lc. l, 76). È dunque prima di tutto colui che deve apprendere egli stesso le vie del Signore per poter riconoscere lui medesimo la salvezza. L'intimità dell'anima con il suo Dio si manifesta qui ad un nuovo livello. Ed il nome assume il valore di un appello, talvolta di un rimprovero, ma rimane sempre l'espressione di un legame ineffabile. Maria riconosce che il suo Signore vive quando Gesù risorto la chiama con il suo nome.

Vocazione e comunione.

Noteremo che per due volte la vocazione di Giovanni è presentata in rapporto con il popolo di Dio. Sua missione sarà di ricondurre i figli d'Israele al Signore loro Dio e di preparare al Signore un popolo ben disposto (cfr. Lc. 1, 16-17). Sullo sfondo della missione di Giovanni, appare qui il mistero centrale dell'Alleanza. Non è soltanto con individui che Dio ha stretto alleanza. È un popolo che Dio ha scelto e con il quale ha stretto alleanza. Tutto l'Antico Testamento ci descrive Israele come questo popolo prescelto da Dio. E la funzione degli inviati da Dio, a cominciare da Mosè fino ad Elia e a Giovanni, è sempre quella di ricondurre al suo Signore questo popolo che se n'è allontanato e di prepararlo a ricevere le visite del suo Dio.
Più avanti Zaccaria, a proposito di Giovanni, profetizza che « egli insegnerà al popolo di Dio a riconoscere la salvezza ». (1, 77). Anche qui la sollecitudine di Dio si rivolge innanzitutto al suo popolo. E per aiutare il suo popolo Dio chiama Giovanni. Nelle parole di Zaccaria si ritrova l'eco degli antichi profeti che avevano annunciato il giorno in cui il popolo di Dio avrebbe riconosciuto il suo Signore, in cui cioè sarebbe entrato con lui in un'Alleanza nuova e definitiva. «Ma questo sarà il patto che io stringerò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore, porrò la mia legge dentro di loro e la scriverò nei loro cuori. lo sarò il loro Dio e loro saranno il mio popolo. E tutti mi riconosceranno, dal più piccolo al più grande» (Ger. 31, 33-34). Abramo, Mosè, Elia, erano stati gli strumenti con i quali Jahvé aveva sigillato una prima alleanza con Israele. In tal modo, un popolo di Dio si era costituito.

Ma essi avevano annunziato che Dio, alla fine dei tempi, avrebbe formato una nuova alleanza, che cioè avrebbe chiamato il suo popolo ad una più perfetta comunione di vita con Lui. Questa nuova alleanza è ora vicinissima ed essa sarà quella perfetta poiché vi saranno chiamate a partecipare tutte le nazioni, «coloro che vivevano nelle tenebre e all'ombra ,della morte ». Alleanza che non distruggerà ma completerà quella antica. Questa, in effetti, era interamente preordinata a quell'accrescimento nel quale tutti i popoli sarebbero stati chiamati a condividere ciò che da principio era stato soltanto il privilegio di Israele, nel quale i rami selvatici sarebbero stati innestati sull'ulivo buono, nel quale il fratello maggiore avrebbe visto rientrare al focolare domestico il fratello smarrito in una terra senza acqua e senza sentieri, nel quale il gregge perduto si sarebbe ricongiunto al gregge, nuovamente completo, del pastore celeste.
Giovanni è chiamato a preparare il popolo antico a questa misteriosa crescita del Regno. Perché i cuori possano dilatarsi fino ai confini dell'umanità, è necessario che rinuncino alla loro meschinità ed alla loro sufficienza. La Storia, nel suo insieme, è la Storia di questo popolo di Dio in cammino verso la Gerusalemme celeste e che ad ogni tappa accoglie popoli nuovi fino a che il Regno non raggiungerà i più lontani confini del mondo. Il momento che Giovanni rappresenta è particolarmente importante in questa crescita. Egli ne indica la principale articolazione. Deve preparare il popolo antico a questo ampliamento decisivo. Così Giovanni ci appare impegnata nel più profondo della vita del suo popolo. Egli ne prolunga le ispirazioni. Già il Maestro di Giustizia aveva annunciato che gli ultimi tempi erano cominciati. Il popolo di Israele era diviso in molteplici correnti; tutti si aspettavano grandi eventi, non tutti li immaginavano nel medesimo modo. Stava per sorgere Giovanni, per orientare questa attesa del popolo secondo le vie e i disegni di Dio.
Così, sotto quest'ultimo aspetto, la sua vocazione ci appare un servizio, una funzione in rapporto al popolo. È il popolo che Giovanni vuole strappare alla sua apatia, alla sua illusione per aprirlo ai disegni di Dio. Ed al di là di Israele, è questo popolo che si sta preparando e del quale egli è il precursore. Se non è lui stesso il missionario delle nazioni, egli ha la missione di preparare coloro che, giunta l'ora di Dio, saranno i missionari .delle nazioni. Ed in quel giorno, proprio i .suoi discepoli, avendo riconosciuto la luce salita dalla profondità degli abissi, ne saranno i testimoni fino ai confini della terra. Giovanni occupa, nella Storia del popolo di Dio, un posto incomparabile. Si colloca nella lunga ascendenza che, da Abramo a Gesù, costituisce l'asse della Storia e che, dopo Gesù, pr().. seguirà da Pietro alla Chiesa d'oggi, dal Concilio di Gerusalemme al Concilio Vaticano.
Anche per questo la vocazione di Giovanni -ci appare esemplare. Essa si inserisce nella comunità per svolgervi una funzione insostituibile. Ora, anche questa è una caratteristica della. vocazione. Essa è ciò per cui un'esistenza realizza la sua necessità, si scopre cioè necessaria .agli altri, corrispondente ad un'esigenza vitale. Una vita infelice è una vita che non serve a nulla, che si sente isolata, « vagante ed in halìa dei venti », dirà san Paolo, leggera di quella spaventosa leggerezza di ciò che non è trasportato dal peso dell'amore verso il suo posto, verso il posto assegnatogli da Dio. La felicità di una vita è invece l'aver trovato la propria sede, la sede in cui Dio la vuole, qualunque essa sia. Certuni non la troveranno mai - o piuttosto crederanno di non averla mai trovata, perché vi si trovavano senza saperlo, se almeno erano trascinati dal peso dell'amore - poiché l'amore non trova sempre dove posarsi prima di aver trovato il riposo del cielo.
Poiché la vocazione di Giovanni non ha molto in comune con la necessità che muove la ruota di un ingranaggio in una società bene organizzata o con il compimento di una funzione all'interno del corpo sociale. Essa esprime, invece, la libertà di Dio e si pone in un mondo in piena crisi. Essa appare in opposizione, appunto, con un Israele che vorrebbe sottrarsi all'irruzione dello Spirito e si rifiuta di essere messo in questione. Da questo essa ci fa scoprire il popolo di Dio non simile ad una società chiusa, in mezzo ad altre società chiuse, come lo erano le sette giudaiche, ma come un popolo in cammino, aperto a tutti gli sviluppi e che non conosce altri limiti all'infuori della creazione stessa di Dio. E proprio perché è comunione con l'intero popolo di Dio nel movimento che lo trasporta verso la Città eterna, ogni vocazione autentica porta in sé la propria certezza sp,lendente e si ricongiunge alla totalità attraverso la particolarità stessa del suo servizio.
Nella Sacra Scrittura si troverebbero pochi personaggi come Giovanni Battista nei quali la vita e la missione siano così strettamente legate. È in questo che egli ci offre un esempio altissimo di ogni vocazione. Ma è anche vero che la sua vocazione appare quasi determinata, in quanto presenta alcune caratteristiche proprie. Sono queste caratteristiche proprie che interessano in particolare modo, nella misura in cui tentiamo di mettere in luce una spiritualità del Battista. Ed ora dobbiamo cercare di approfondire in modo più completò la natura di tali caratteristiche.

 

[1] Ed. Lafuma, n. 283 (ed. Brunschvicg, n. 655).
[2] La traduzione italiana dei testi del Vecchio e del Nuovo Testamento è tratta da «La Sacra Bibbia» a cura di Fulvio Nardoni, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1960.
[3] Vedi JEAN DANIÉLOU, Les Anges et leur Mission, Chevetogne, 2 ed., pp. 18-19.

 

 

CAPITOLO SECONDO
LA SANTIFICAZIONE

Fino ad ora abbiamo cercato di collocare Giovanni Battista nel suo ordine proprio, a questa soglia misteriosa che separa ed unisce i due Testamenti, in questo momento unico della storia della salvezza. Abbiamo detto come il significato di tale vocazione personale era di essere la preparazione ultima all'avvenimento escatologico, definitivo, della venuta del Verbo di Dio. L'Antico Testamento designava spesso questo avvenimento escatologico con il termine di «visita» del Signore. Giovanni deve predisporre i cuori ad accogliere tale visita, dopo essere stato a sua volta visitato da Colui che egli deve preparare. Per uno scambio misterioso, è Colui di cui prepara la venuta che lo prepara a compiere questa missione.

La visita.

La storia di Giovanni Battista non è soltanto una preparazione alle meraviglie che Dio deve compiere in Gesù; essa stessa fa parte delle meraviglie ,di Dio, cioè delle grandi opere che Dio compie e che costituiscono la Storia sacra. Giovanni appartiene a questa Storia che s'inizia colla creazione del mondo e dell'uomo. È un medesimo disegno che svolgono davanti a noi l'Antico ed il Nuovo Testamento; è un medesimo Verbo di Dio che ha creato l'uomo all'inizio e che l'ha introdotto nel Paradiso, il che significa alla partecipazione della vita divina e che verrà a prenderlo alla fine dei tempi per reinsediarlo definitivamente nel Paradiso che gli era stato precluso dal suo stesso peccato.
L'episodio della Visitazione ci colloca nel movimento stesso di questa Storia sacra. Come già abbiamo notato a proposito dell'annunciazione a Zaccaria nel Tempio, le circostanze stesse della vita di Giovanni segnano contemporaneamente la continuità con l'Antico Testamento ed il suo orientamento verso il Nuovo. Ora, anche l'episodio della Visitazione ci manifesta questa continuità, e sempre in relazione con il Tempio. Gli esegeti hanno notato che Luca, narrandoci l'episodio della visita di Maria a Elisabetta, si è ispirato ad un testo dell'Antico Testamento che ci descrive il cammino dell'arca dell'alleanza verso il Tempio di Gerusalemme (2 Sam. 6, 1-13). L'arca in cui abita Jahvé è trasportata alla volta di Gerusalemme. Davide, al suo passaggio, danza e salta di gioia. Prima che l'arca giunga da Obed-Edom nelle montagne della Palestina, Davide esclama: « Com'è possibile che l'arca del Signore venga verso di me? ».
Il raffronto con la scena della Visitazione è sorprendente. Le parole sono le stesse. Qui, come là, si parla delle montagne della Palestina. Come Davide salta (skirtai) davanti all'arca, Giovanni salta (skirtai) davanti a Maria; e le parole ,di saluto che Elisabetta rivolge a Maria sono le stesse con le quali Davide saluta l'arca. È facile scorgere la profondità teologale che questo collegamento fatto da Luca fra i due episodi, conferisce alla Visitazione. Quello che era l'arca nell'Antica Alleanza, il luogo dove Jahvé abitava in mezzo al suo popolo, lo è Maria nella Nuova Alleanza poiché in Lei ha preso dimora il Verbo. L'episodio della Visitazione è così quasi sottratto all'aneddoto ed acquista la sua dimensione divina. Questo stesso movimento della Storia sacra continua. Lo stesso Dio è in cammino attraverso la Storia «operando meraviglie» e suscitando la gioia messianica.
Ma se vi è in tal modo un'analogia fra l'Antico ed il Nuovo Testamento, fra la presenza di Dio nel tabernacolo e la presenza di Dio in Maria, essa non deve nasconderci l'abisso che separa i due momenti. La presenza nell'arca appartiene ancora all'ordine dei simboli. La presenza in Maria è già nell'ordine del compimento. Ed è qui che appare il carattere unico dell'ordine di Giovanni poiché è pur vero che egli appartiene ancora all'Antica Alleanza ed al tempo delle preparazioni e delle prefigurazioni. E tuttavia, quando Maria visita Elisabetta, le promesse sono state adempiute e Dio ha visitato il sua popola. È già il Verbo incarnato che, presente Maria, fa balzare di gioia Giovanni come un novello Davide, nel seno di sua madre. La Visitazione e la santificazione di Giovanni sono le prime manifestazioni dell'Incarnazione. È già opera del Verbo; sono già le prime manifestazioni della Grazia.
Giovanni, che un giorno sarà il prima testimone della Trinità nella teofania del battesimo, è introdotto nella vita trinitaria fin dalla soglia della sua esistenza. La Presenza del Figlia di Dia inviata dal Padre, la fa esultare di gioia, di quella gioia data soltanto dalla presenza della Sposa, come egli dirà un giorno. Segnato fin dal principia da questa gioia, non vorrà mai conoscerne altre. Lo Spirito Santo, mandato dal Padre e comunicato dal Figlio, riempie Elisabetta e santifica Giovanni, inaugurando così le sue opere meravigliose e preludendo a quell'effusione della Spirito che, il giorno della Pentecoste, ricolmerà l'intero universo. Ma queste opere della Spirito sono innanzi tutto compiute nel silenzio e nel segreto dove vengono introdotte soltanto le anime nascoste.
Così, la Spirito è comunicato già attraverso Maria nella quale abita il Verbo, come sarà un giorno comunicato attraverso la Chiesa, dove abita il Verbo. Poiché appartiene al modo di Dio di servirsi degli strumenti che Egli si sceglie per farne i dispensatori dei suoi doni. Così, la Spirito è comunicato a Giovanni proprio attraversa Maria, inaugurando un procedimento che non cesserà più poiché gli atti di Dio sono irreversibili. Ed in questo episodio si vede effettivamente come Dio, dopo la preparazione dell'Antico Testamento; prepari il Nuovo, facendo di quella parte del Nuovo che precede la Natività - e benché il Verbo di Dio sia già venuto - un Avvento, come appunto bene indica la liturgia.

La consacrazione.

Le infanzie di Giovanni e di Gesù sono un tesoro regale e nascosto. Per molti resta inaccessibile. Altri, si accontentano di vederne alcuni episodi commoventi e si inteneriscono su questi bambini come ci si deve intenerire su ogni altro bambino. Ma in tal modo, ci si ferma al livella dell'apparenza umana delle cose. Al di là di questa apparenza, la fede deve introdurci entro il contenuta divina che vi è nascosto, entro le opere compiute da Dio. A Natale, non si tratta di un bambino avvolto nella paglia, si tratta di un bambino che è Figlio di Dio e Verbo creatore. Al tempo della Visitazione, non si tratta soltanto di una giovane donna che porta in seno il sua bimbo e che va a visitare una cugina che si trova nelle sue stesse condizioni; si tratta, dietro questa visitazione umana, di una Visitazione divina, il Verbo che, visita il suo precursore.
Altri, mettendo esclusivamente l'accento, fra gli avvenimenti della storia di Gesù, su ciò che costituiva l'oggetto della prima predicazione ai pagani, finiscono col trascurare tutto quanto nel Vangelo, esula da questa predicazione. Ed 'è vero, in effetti, che annunciando al mondo il Vangelo l'accento va posto principalmente sugli 'avvenimenti fondamentali, Incarnazione e Resurrezione. Ma significherebbe ridurre stranamente la storia della, salvezza che si svolge attraverso l'intera vita del Cristo, se non si desse l'importanza, dovuta a tutti i misteri che sono riferiti, negli Evangeli. Questi sono il tesoro della comunità cristiana. Del resto è possibile che essi siano stati scritti per essere letti all'assemblea domenicale. La preoccupazione di andare direttamente all'essenziale, quando si deve, presentare il Vangelo ai non credenti, non deve impedire al credente di usare della pienezza delle ricchezze che la Scrittura ,gli trasmette intorno alla vita del Signore.
Certuni, infine, si accostano con una specie , di timore a questa parte del Vangelo, come se essa non presentasse le stesse garanzie di storicità di quella parte che riguarda: la vita, pubblica e la Passione di Gesù. Male utilizzando o male intendendo gli studi letterari fatti dagli esegeti contemporanei, essi ne traggono l'impressione che, per il fatto stesso che il modo di scrivere la storia degli Evangelisti non è uguale a quello che userebbe, uno studioso del nostro tempo, la verità dei fatti riportati ne risulti altrettanto sospetta. Ciò significa dimenticare che per gli Evangelisti, e prima di loro per coloro che hanno annunciato il Vangelo, il vero problema non era quello di soddisfare la curiosità con precisazioni aneddotiche, poiché i fatti della vita del Cristo erano conosciuti, ma di mostrare di tali avvenimenti il contenuto divino. Il fatto che Luca. descriva la Visitazione rifacendosi a delle espressioni di 2 Sam. è, in questo senso, tipico. Egli ricava il significato teologale dall'episodio storico.
Così, la Visitazione è un episodio storico ed un'opera divina. Qual è il suo contenuto , teologale? Quanto abbiamo detto finora ci permette di metterlo in evidenza. Giovanni si colloca nel prolungamento degli uomini dell'Antico' Testamento di cui Dio si è servito per farne i suoi strumenti. Questi uomini erano degli «unti », profeti, sacerdoti o re che Jahvé ritirava dall'esistenza profana per riservarli e consacrarli a sé. Giovanni appartiene alla loro discendenza, ma vi appartiene in modo eminente. Come la sua missione è superiore alla loro, così pure lo è la sua consacrazione. Egli, non è scelto ad un dato momento, della vita e richiamato da una vita profana precedente, come abitualmente avviene. Ma è fin dall'origine della sua esistenza che egli è tolto dalla vita profana e fin d'allora Dio lo consacra a sé. Tale consacrazione la compie il Verbo stesso riempiendolo dello Spirito. Egli è consacrato dalla Trinità ed è consacrato alla Trinità.
Nell'Antico Testamento la santità indica l'ordine propriamente divino, in quanto esso è radicalmente distinto da tutto quanto non è lui. Essa è il termine biblico e concreto di ciò che i Greci chiameranno trascendenza. Se si parla di bontà, di verità, di bellezza, si esprime qualche cosa che è comune a Dio e all'uomo, che Dio possiede in sommo grado e l'uomo per partecipazione. Ma la santità designa ciò che è proprio soltanto di Dio. Lo stesso nome ebraico, kodesh, sembra derivare da una radice che indica la separazione. Dio è colui che è separato, da tutto ciò che non è Lui, da un abisso insuperabile; è il Dio tre volte santo che adorano i serafini. Di conseguenza, si diranno santi quegli oggetti o quelle persone che Dio separa a sua volta dalla vita profana per farli suoi, per consacrarli al suo uso o per impiegarli al suo servizio. Vi è così nell'Antico Testamento un codice di santità che tratta di tutto ciò che appartiene al culto di Jahvé. Nel popolo d'Israele, un'intera tribù, quella di Levi, era riservata al servizio di Jahvé. Così la santità è prima di tutto una determinazione oggettiva. San Paolo chiamerà « santi» tutti i cristiani; ed in effetti, grazie al loro battesimo, essi sono un popolo sacerdotale che Dio si è riservato. Questa determinazione, si noti, non è un elemento puramente esteriore. Essa comunica all'essere consacrato una precisa qualità, lo abilita a compiere funzioni sante: lo santifica.
Così il mistero della Visitazione è quello della consacrazione di Giovanni Battista. Per mezzo dello Spirito che gli comunicano, il Padre ed il Figlio lo separano dal mondo profano, lo rendono un essere santo, consacrato a Dio. Tale consacrazione esprime innanzitutto una appartenenza a Dio ed essa è fin dall'inizio totale, senza riserve. Giovanni è come collocato in una sfera di grazia, introdotto nel santuario dove Dio dimora. Ed in questa sfera di grazia a poco a poco le sue facoltà sbocceranno.
Questo Spirito che consacra è uno Spirito attivo, esso suscita la vita, quella dello Spirito, che introduce alla conoscenza e all'amore delle cose divine. Così, lo stesso Spirito che compie la Storia sacra attraverso i profeti dà anche a questi profeti la comprensione del contenuto di tale Storia. Esso crea cuori e spiriti nuovi, capaci di gustare le cose divine. «Coloro infatti che sono secondo la carne, pensano cose della carne, coloro che sono secondo lo spirito pensano quelle dello Spirito» (Rom. 8, 5). Anche i profeti dell'Antico Testamento avevano ricevuto il dono dello Spirito, ma in una forma imperfetta; gli Apostoli lo riceveranno a Pentecoste in forma perfetta; anche in questo, Giovanni rappresenta un ordine a parte: introdotto alla vita dello Spirito dal Verbo incarnato più di quanto lo fossero i profeti, e tuttavia non ancora partecipe della pienezza del dono che il Cristo risorto e seduto alla destra: del Padre, effonderà sopra i suoi.
Soltanto lo Spirito può darci l'intelligenza delle opere dello Spirito, soltanto lo Spirito può far vibrare i nostri cuori e far loro conoscere le meraviglie di Dio. Solo lo Spirito ci fa scoprire, attraverso l'episodio oscuro del villaggio sperduto della Palestina, qualche cosa che è più importante di tutti i più grandi avvenimenti della storia di quei tempi. Solo lo Spirito ci mostra il disegno mirabile che, fra i profeti dell'Antico Testamento e gli Apostoli del Nuovo, pone Giovanni come un anello di congiunzione unico ed insostituibile, e fa della visita di Gesù che effonde sopra di lui lo Spirito, la continuazione delle visite di Dio al suo popolo eletto e la preparazione delle visite del Verbo ai santi della Nuova Alleanza.

La gioia dei poveri.

Fra i misteri nascosti nessuno è più nascosto della santificazione di Giovanni Battista da parte del Verbo incarnato.. E tuttavia, questa è un'opera mirabile della potenza divina. Essa fa parte dei magnalia Dei, di quella serie di gesta divine che costituiscono la Storia sacra. Lo stesso racconto di Luca ce lo conferma. Infatti, proprio in occasione di questo avvenimento, Maria, presa d'ammirazione davanti alle grandi cose compiute, e di cui Ella è testimone, esclama: Magnificat, che significa: « Com'è. grande ciò che Dio compie! ». Illuminata dallo Spirito Santo, essa vede svolgersi davanti ai suoi occhi Te prime manifestazioni dell'azione del Verbo incarnato. Ed il suo animo esulta di quella gioia che i profeti avevano annunciato per i tempi della Visita, che ormai è compiuta, e manifesta i suoi  effetti.
Ma qui noi proviamo un senso di stupore. Come si spiega che avvenimenti così grandi, più grandi di tutto ciò che avveniva nel mondo in quel momento, siano a tal punto nascosti? Gli uomini sono portati a gridare come un tempo fecero i cugini di Gesù: «Se tu sei il Figlio di Dio, dimostralo ». È ancora quanto vorrebbero gli uomini del nostro tempo. Vorrebbero, per credere alla presenza del Verbo nel mondo, nella Chiesa, nell'Eucaristia, che questa presenza prorompesse in manifestazioni prodigiose. Ora, il problema è lo stesso per gli avvenimenti della vita nascosta e per i primissimi esordi dell'azione del Verbo incarnato. Essi sono stati compiuti in un profondo silenzio. Le, sole testimoni della santificazione del Battista sono state Maria ed Elisabetta.
Ora, il Magnificat risponde proprio a questo interrogativo. Ciò che riempie Maria di ammirazione e di stupore è insieme la grandezza dell'avvenimento che si compie ed il fatto che si sia manifestato proprio a lei. E Maria ne spiega la ragione: è che Dio esalta i poveri. Ciò che è straordinario, è questo capovolgimento dei valori apparenti, che mostra la nullità delle false grandezze e svela le grandezze autentiche. Dio si è manifestato non ai grandi della terra, non ai principi dell'Impero o ai principi della Sapienza e neppure agli angeli. Persino agli angeli sono nascosti questi misteri. Ma sono i poveri e gli umili ad esserne testimoni: « Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti ed ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt. 11, 25).
Il Vangelo dell'infanzia è il Vangelo dei poveri. I poveri, per la Bibbia, sono coloro che non ripongono le loro speranze nei beni di questa terra, che non si aspettano denaro, successo o piaceri, ma coloro che ripongono la loro speranza nel Signore. I poveri erano coloro che attendevano la Visita. Simone era un povero e « i suoi occhi hanno visto la salvezza » (Lc. 2, 30); Zaccaria pure era un povero ed ha capito che il Signore « aveva visitato il suo popolo come la stella del mattino che si alza dagli abissi ». Tutto l'inizio del Vangelo di Luca è il Vangelo dei poveri, ci descrive i misteri ai quali soltanto i poveri sono stati ammessi. Origene diceva che per capire il Vangelo di Giovanni si doveva aver riposato sul petto di Gesù ed aver avuto in madre Maria. Ugualmente si potrebbe dire che per capire il Vangelo di Luca bisogna aver ricevuto lo Spirito di Gesù ed aver sposato la povertà.
I dotti si burlano dei semplici ed i potenti disprezzano gli umili. Ma se Gesù denuncia i dotti e se Maria denuncia i potenti, non è perché Gesù disprezzi quell'intelligenza che è una sua creazione meravigliosa, e Maria quelle grandezze che sono creazione di Dio. È che l'intelligenza, la quale non sia quella dei poveri, l'intelligenza che si fonda solo su se stessa, non è più intelligenza, ma follia. È che la potenza accecata dal proprio prestigio, non è più potenza, ma debolezza. La sapienza vera è quella che lo Spirito dona ai poveri e che permette loro di conoscere le realtà autentiche. La vera potenza è queI1a di Dio che compie grandi meraviglie e che fa sì che i poveri si glorifichino della loro debolezza perché allora prorompe in loro la forza di Dio.
Così, venendo in questo mondo, il Verbo di Dio, Lui che era la potenza e la sapienza del Padre, si è avvolto d'oscurità come di un mantello. Si è sottratto agli sguardi dei sapienti e dei potenti della terra per dimostrare che né la sapienza né la potenza terrena avevano ingresso alle vere grandezze e ai veri misteri. Ma Egli ha introdotto i poveri e i piccoli nel segreto dei suoi impenetrabili disegni facendo di essi i testimoni ammirati e gioiosi di quanto di più grande al mondo stava compiendosi. Egli ha rivelato i misteri nascosti alle anime nascoste. Ed è attraverso la, testimonianza di queste anime che noi entriamo tremanti nella conoscenza di tali meraviglie, nella misura in cui sappiamo: entrare, sulla loro scia, nella povertà disfacendoci, non delle nostre intelligenze e delle loro esigenze, ma delle false pretese di esse. Così Francesco d'Assisi e Charles de Foucauld fanno parte di questi poveri introdotti ai misteri nascosti dell'infanzia di Gesù e di Giovanni.
Il mistero della Visitazione è un mistero nascosto, uno di quei misteri di cui sant'Ignazio di Antiochia diceva che erano misteri  splendenti di luce compiuti nel silenzio di Dio. Ed esso ci invita al silenzio. Compiuto nel silenzio, viene capito nel silenzio. Quando si acquetano tutti i frastuoni del mondo, quando trova pace il tumulto del cuore,allora soltanto l'anima comincia ad entrare nei misteri nascosti. Essa scopre la loro immensità, è presa dall'ammirazione, sussulta di gioia. Le stesse parole che sono sgorgate dalle labbra di Maria, sgorgano dall'anima il mistero di Giovanni Battista si fa immensamente reale ,ed afferra il cuore. La contemplazione è questo.

 

 

CAPITOLO TERZO
LE CRESCITE

Tutto ciò che il Vangelo ci riferisce della vita di Giovanni Battista, nel periodo che va dalla sua nascita alla sua missione, è contenuto in un versetto di san Luca: «Intanto il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito ed abitava nel deserto fino al giorno della sua manifestazione» (1, 80). Di questo versetto considereremo per ora l'affermazione della crescita di Giovanni. Affermazione di una tale genericità che a prima vista sembrerebbe non potersene ricavare nulla. Di quale fanciullo non si potrebbe dire la stessa cosa? Ma precisamente questa crescita non è una crescita qualsiasi. È la crescita di un bambino ebreo che viveva ih un tempo in cui l'ebraismo presentava una situazione unica.
Perché, se il Vangelo non contiene che una frase sull'infanzia di Giovanni, non ne contiene di più neppure sull'infanzia di Gesù: vi sono due versetti che ne parlano e poi vi è l'episodio del bambino perduto e ritrovato al Tempio. Questa carenza di notizie non ha impedito Robert Aron che è uno storico, di scrivere un intero libro, un libro di storia, sopra Gli anni oscuri di Gesù. Infatti, pur non conoscendo che un solo episodio di questi anni oscuri, noi conosciamo tuttavia con certezza qual era l'esistenza di ogni bambino ebreo di quel tempo, e perciò quella che certamente è stata anche l'infanzia di Gesù. Ciò che è vero di Gesù, lo è per uguale ragione di Giovanni. Possiamo quindi seguire le crescite successive attraverso le quali è avvenuta la formazione della sua intelligenza, a cui si riferisce il nostro testo nell'espressione: « si fortificava nello spirito».

La comunità tradizionale.

Giovanni è nato in una famiglia di grande fervore religioso. Accanto a sua madre, Elisabetta, cugina di Maria, è stato istruito alla fede e alle speranze del suo popolo ed è stato iniziato alla sua preghiera. Poi, ancora fanciullo, ha frequentato la Sinagoga. La Sinagoga non è luogo di culto. Esiste in Israele un solo luogo di culto che è il Tempio. La Sinagoga è luogo di insegnamento e di preghiera. Giovanni ha così ascoltato la lettura dei testi della Sacra Scrittura di cui la sua fede si è nutrita. Ha ascoltato quei testi di Isaia dei quali capirà un giorno il riferimento alla sua persona. Forse ha amato il Cantico dei Cantici, la cui eco risuonerà nelle sue parole quando egli stesso si paragonerà all'amico dello Sposo. Senza dubbio, a dodici o tredici anni, come Gesù a Gerusalemme, sarà stato interrogato dai dottori prima di essere ammesso alla comunità degli adulti.
Infine, Giovanni ha partecipato, in una sfera più ampia, alla vita dell'intera comunità ebraica frequentando il Tempio di Gerusalemme. Non dimentichiamo che suo padre, Zaccaria, era sacerdote del Tempio. Questo ha dovuto incidere profondamente sul suo spirito e sul suo cuore. Noi conosciamo che cosa era lo splendore del culto di questi tempi dalle descrizioni che ci sono pervenute. La piùnota è quella di un ebreo d'Egitto, Aristea, che ha descritto quanto ha visto in una celebre lettera (l): « Vi è un silenzio assoluto, tanto da credere che non vi sia nessuno, mentre gli officianti sono circa settecento... Chiunque assisterà a questo spettacolo, sarà colpito da un'ammirazione indicibile, commosso intimamente per quanto di sacro si sprigiona nell'ordinamento di ogni particolare» (96-100).
Il Tempio era il centro della vita d'Israele. Era il centro della sua vita religiosa perché nel Santuario, il Santo dei Santi, il Dio che aveva stretto alleanza con Abramo era sempre misteriosamente presente in mezzo al suo popolo. Nella geografia mistica, che era quella dei popoli antichi, Gerusalemme figurava così come il centro della terra. Il midrash riferiva che il Golgota, il «luogo del teschio », era il luogo di sepoltura di Adamo. I Padri della Chiesa lo ricorderanno quando spiegheranno che in questo medesimo luogo è risuscitato il Nuovo Adamo. Il Tempio era inoltre il centro della vita cultuale e politica di Israele. Sotto i suoi portici i dottori insegnavano e tenevano. discussioni. Il gran sacerdote presièdeva il sinedrio, il senato di questo stato teocratico, la costituzione del quale era la stessa Tora.
Soprattutto in occasione delle feste, Gerusalemme ed il Tempio diventavano il centro della vita di Israele. Gli Ebrei vi affluivano da ogni parte del mondo e qui rivivevano insieme le grandi tappe del loro passato. La Pasqua ricordava loro come Jahvé li avesse liberati dalla tirannia egiziana; la Pentecoste, come fosse stata data loro la Legge sul monte Sinai; i Tabernacoli, come essi avessero attraversato il deserto dormendo sotto la tenda, prima di giungere alla terra promessa. Ma queste feste, mentre ricordavano il passato, suscitavano anche la speranza. Speranze politiche, spesso; la rivolta ribolliva nella folla contro la dominazione romana, quando si . ricordava come ci si fosse liberati dal giogo della dominazione egiziana. Ma negli animi più profondi, nell'anima di Giovanni, sorgeva una più elevata e più santa speranza: quella di veder sorgere il re messianico che avrebbe costituito il regno di Dio, quella di vedere Dio stesso venire a giudicare il mondo e a glorificare il suo popolo.

Gli Esseni.

Quest'ultima riflessione ci porta ad mi quesito: se cioè Giovanni, nella complessità che è propria del giudaismo di quest'epoca, si ricolleghi, con le sue origini, ad un ambiente particolare. Infatti,noi fino ad ora abbiamo parlato soltanto di giudaismo in generale, di ciò che era comune ad ogni bambino ebreo. Ma d'altro lato noi sappiamo che ai tempi dell'infanzia di Giovanni il giudaismo era diviso in partiti differenti ed attraversato da correnti molteplici. Il Vangelo ci parla dei Farisei, dei Sadducei, degli Zeloti, degli Erodiani, dei Samaritani. Difensori fanatici dell'osservanza della legge, i primi; politici conservatori i secondi; patrioti nazionalisti, i terzi; partigiani di un giudaismo ellenizzato, i quarti; ed infine gli ultimi, scismatici tanto politici che religiosi.
Nulla ci autorizza ad affiliare Giovanni a qualcuno di tali gruppi mentre sappiamo che Paolo era fariseo, Simone zelota. Esisteva invece un'altra corrente nell'Israele di quel tempo, con la quale è incontestabile che quanto noi conosciamo di Giovanni presenta delle analogie. Questa corrente è quella degli Esseni. Era formata da famiglie sacerdotali che si erano separate dal sacerdozio ufficiale al quale esse rimproveravano le sue compromissioni. Il loro centro principale si trovava a Qumràn, sulle sponde del Mar Morto, nei pressi della foce del Giordano dove abbiamo ritrovato la loro sala di riunione, le loro piscine sacre, i loro libri santi nascosti nelle anfrattuosità della scogliera. Ma essi erano anche disseminati nei villaggi della Giudea. Costituivano un ambiente particolarmente fervente, ispirato alla venuta imminente del giudizio di Dio. Essi si preparavano nella penitenza a questa venuta e con numerose opere rendevano partecipi di questa speranza i loro contemporanei.
Ora, molti elementi ci autorizzano a pensare che Giovanni, adolescente, sia vissuto in questo ambiente animato da un profondo fervore mistico e messianico. Già la sua appartenenza ad una famiglia sacerdotale rende la cosa possibile. Ma crea anche una difficoltà, poiché sappiamo che le famiglie sacerdotali che si erano riunite a Qumran erano in rotta con il sacerdozio ufficiale - mentre Zaccaria, padre di Giovanni, faceva proprio parte di questo sacerdozio perché officiava nel Tempio. Ma non dobbiamo irrigidire i confini di questi diversi ambienti alquanto simili a sette. È verosimile che Zaccaria non facesse parte degli Esseni propriamente detti, ma poteva simpatizzare con essi e condividerne gli ideali.
È comunque significativo che il cantico che Luca gli pone sulle labbra (1, 68-69) appare ripieno dello spirito degli Esseni. A diverse riprese si allude alla « visita» del Signore. Questa attesa dell'imminenza della « visita» è l'elemento più caratteristico che distingue gli Esseni dagli altri gruppi. Egli descrive l'ideale di « santità e di giustizia» che è proprio quello della fervente comunità di Qumran. Parla della luce che sorgerà per illuminare coloro che sono nelle tenebre. Il riferimento ai Numeri 24, 27: « Una stella sorgerà in Giacobbe»ci ricorda che questo testo era caro a tutti nell'ambiente degli Esseni. Così Zaccaria ci appare vicinissimo allo spirito dei sacerdoti di Qumràn, molto lontano, invece, dall'alto sacerdozio politico dei Sadducei.
Giovanni ha dunque già incontrato, nel suo ambiente familiare, questo fervore spirituale, questo ideale di santità, questa ardente speranza. Ma sembra che egli stesso, durante gli anni della sua formazione, sia stato in contatto diretto con i devoti Esseni. Il versetto di Luca 1, 80 che stiamo interpretando, dice appunto che Giovanni « abitava nel deserto ». Ora noi sappiamo che il centro della comunità essena era situato vicino al Mar Morto, in un luogo che gli Esseni indicavano con il nome de « il deserto ». È il medesimo « deserto », nel quale più tardi Gesù stesso sarà tentato. Si tratta di una regione precisa, che confina con la parte nord del Mar Morto. È quindi assai verosimile che Giovanni sia vissuto in questa regione, partecipando direttamente alla vita degli Esseni o, quantomeno, tenendosi in contatto con loro.
Sembra d'altronde che questa regione eserciterà sulla sua vita una specie di fascino. Il fulcro della sua vita non sono la Galilea e le sponde del suo lago, non sono Gerusalemme e la sua collina sacra: è questa regione nei pressi di Gerico che comprende il basso corso del Giordano e l'inizio del Mar Morto con le sue aride sponde. È là che egli vivrà da adolescente in un intenso fervore religioso. È là che ritornerà, quando Dio gli farà sentire il suo appello definitivo, per battezzare nel Giordano. Lo stesso rito del battesimo, la cui origine è tanto misteriosa, questa immersione nel fiume sacro, non è senza riferimento a quei bagni sacri che tanto posto occupavano nella vita degli Esseni, ansiosi di purezza. Infine è là, sulle rive del Mar Morto, di fronte a Qumran che egli verrà a morire quando Erode lo farà decapitare nel suo palazzo di Macheronte.
Così, come ci è consentito di ispirarci a ciò che era il giudaismo in generale per immaginare l'infanzia di Giovanni, così ci è consentito di ispirarci a quanto sappiamo della vita degli Esseni per intravedere quella che è stata la sua ardente adolescenza. Già misteriosamente animato dal fervore di Jahvé, di quello spirito di Elia che il Vangelo ci dirà che è il suo, sconvolto al pari di Elia, nel suo amore per Jahvé, nel vedere l'infedeltà del popolo d'Israele, egli si sentiva a suo agio in questo ambiente innamorato di assoluto, senza compromessi. E qualche cosa della violenza dei monaci di Qumran contro i sacerdoti prevaricatori risuonerà nelle sue invettive, quando dirà ai Sadducei, ai sacerdoti di Gerusalemme che gli venivano incontro: « Razza di vipere, chi vi ha insegnato a salvarvi dall'ira che sta per venire?» (Mt. 3, 7).
Egli abbraccerà con ardore anche la vita santa ed austera dei sacerdoti di Qumran. Filone e Giuseppe ci hanno descritto la semplicità dei loro pasti. Il Documento di Damasco accenna persino alle locuste che erano uno dei cibi della loro mensa. Quando vediamo Giovanni, alle soglie della sua vita pubblica, sorgere dal deserto per iniziare la sua missione, egli appare proprio in questa vita ascetica «con una veste di peli di cammello ed una cintura di cuoio sui fianchi» (Mt. 3, 4). Vicinissima a Qumran era Gerico, la città delle rose, dove i ricchi di Gerusalemme venivano a divertirsi. Là Erode conduceva una vita sfarzosa. Fra questi due mondi esiste quella opposizione totale che troverà la sua suprema espressione ed epilogo nel contrasto di Erodiade che danza nelle sale delle feste mentre Giovanni viene decapitato nel suo carcere.
Ma ciò che sopratutto Giovanni ha acquisito nel suo contatto con i « penitenti d'Israele », come si chiamavano gli stessi Esseni, è quella certezza dell'imminenza del giudizio di cui sarà penetrata tutta la sua predicazione. E questa affinità è così straordinaria, così particolare, da costituire una rivelazione. La più grande personalità religiosa, infatti, il Maestro di Giustizia, secondo un commento al profeta Abacuc aveva dichiarato che Dio gli aveva fatto conoscere non nuove profezie, ma l'imminenza del compimento stesso delle profezie. Con la formazione della comunità dei « penitenti », già erano cominciati gli ultimi tempi, quelli che precedevano immediatamente la venuta della gloria di Dio nel deserto, come diceva il testo d'Isaia caro al gruppo. E la comunità stessa si era recata nel deserto per preparare la venuta del Signore.
Dato che questi stessi temi si ritrovano testualmente nella predicazione di Giovanni, sarebbe impensabile che egli non li avesse ricevuti, direttamente o indirettamente, dai devoti Israeliti di Qumran. La sua adolescenza si è entusiasmata dell'attesa dell'avvenimento escatologico, della venuta del Messia d'Aronne e d'Israele e della visita di Jahvé che veniva a giudicare le nazioni e l'Israele del peccato. Egli era conscio di appartenere alla piccola comunità di coloro che vivevano unicamente dell'attesa di questo avvenimento e che erano andati nel deserto per prepararsi ad esso. Quando, esattamente, ha capito che egli avrebbe avuto una parte eminente in questa preparazione dell'avvenimento escatologico, che era stato eletto ed era chiamato per predicare a tutto Israele la penitenza, perché l'avvenimento escatologico era imminente? Luca ci dice che « l'anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare... la parola di Dio fu rivolta à Giovanni... nel deserto» (3, 1-2).
Così, grazie a questa straordinaria scoperta dei manoscritti di Qumran, possiamo dare una base storica e sicura a quanto soltanto intuivamo e cioè che tutta l'adolescenza di Giovanni era stata penetrata da questo spirito d'Avvento, interamente protesa verso ,la venuta della gloria di Dio. Noi possiamo ricostruire, dietro il breve accenno che il Vangelo ci dà della crescita del suo spirito e del suo soggiorno nel deserto, tutto un contesto che ci permette di intravedere ciò che è stata questa crescita nel deserto. Possiamo così collocare l'infanzia di Giovanni non soltanto nel contesto storico di ogni bambino ebreo di quel tempo, ma anche nel contesto particolare di questo preciso momento della storia d'Israele e della corrente spirituale che l'attraversava. In tal modo l'infanzia. di Giovanni assume ai nostri occhi una concreta, intensa realtà.

Il deserto.

Abbiamo situato nel suo quadro storico, geografico, spirituale, la partenza di Giovanni per il deserto. Ma ora ci resta da illuminarne il significato. Si potrebbe interpretare il deserto nel senso di un appello alla solitudine. E questo senso è valido ma non contiene nulla di specificamente ebreo o cristiano. L'India ha avuto degli eremiti che sono andati a cercare nella solitudine le condizioni del raccoglimento lontano dall'agitazione delle città. Ma si tratterebbe pur sempre di una ricerca di se stessi. Ad un livello più alto, si potrebbe andare nel deserto per cercare Dio.
Si è detto, il deserto è monoteista. Questo non riguarderebbe più il deserto indiano ma quello arabo. Ma non è ancora il deserto biblico. C'è infatti un deserto biblico. Il tema del deserto, come il tema del Tempio, o il tema della Città, si incontra ad ogni tappa della Storia sacra e ne ispira qualcuna tra le pagine più straordinarie. Vi è il deserto del Sinai, dove il popolo di Dio, uscito dall'Egitto, resta quarant'anni prima di attraversare il Giordano ed entrare nella terra promessa. Vi è il deserto dove si sprofonda Elia, disperando del popolo d'Israele e dove è poi ristorato da un angelo. Vi è il deserto in cui lo sposo del Libro di Osea attira la sposa infedele e pentita per parlare al suo cuore. Vi è il deserto in cui Gesù è. tentato per quaranta giornì e quaranta notti. Vi è il deserto nel quale fugge la Donna dell' Apocalisse per essere nutrita da Dio duecentosessanta giorni. Vi è il deserto in cui l'esempio di Antonio attirerà eremiti e cenobiti.
Tutta la storia del salvezza è come costellata di partenze per il deserto. Che significato hanno queste partenze? Esse sono sempre la espressione di una rottura. Precisiamo meglio: esse corrispondono sempre ad una incompatibilità fra le vie di Dio e le vie degli uomini che si concretizza con la impossibilità, da parte di chi vuol vivere secondo le vie del Signore, di appartenere ad un mondo che vive secondo le vie degli uomini. Già Abramo, forse, era partito da Ur di Caldea perseguitato da un popolo idolatra. Almeno così spiega il Corano la sua partenza. Ed il fatto che non si sappia se egli se ne va spontaneamente o se è cacciato, sottolinea che ciò che importa è qui l'incompatibilità stessa, come di un oggetto espulso da un luogo dove non ha posto.
La grande partenza per il deserto sarà quella di Mosé. Anche in questo caso, il popolo di Dio vive in seno ad un mondo idolatra che gli impedisce di realizzare il disegno che Dio ha sopra di lui. Mosé lo libera dalla schiavitù e lo conduce, oltre il Mar Rosso, nel deserto, dove Jahvé gli darà la sua Legge e gli indicherà il cammino restando in mezzo a lui. Dal momento della sua partenza, egli può veramente diventare lo strumento del disegno di Dio e realizzare la sua vocazione. E quando Elia partirà a sua volta per il deserto, nel popolo di Dio ridiventato prigioniero degli idoli cananei, non si troveranno quasi più adoratori del vero Dio. Ed è alla fine del suo lungo cammino, durato quaranta giorni e quaranta notti, nell'arrivare a Horeb, che egli sente la voce di Dio. Di qui ancora fugge via, perseguitato da Gezabele, tanto respinto dal suo popolo quanto volontariamente in rotta con esso.
Sarà una rottura analoga a provocare la partenza per Qumran di un gruppo di sacerdoti sadochiti che Giovanni quivi incontrerà. Il caso è lampante. Israele si è lasciato ancora mondanizzare. Durante l'occupazione dei Seleucidi, i costumi greci si erano introdotti, l'alto clero gerosolimitano veniva a patti con i Romani. È questo che non poterono sopportare i sadochiti. L'Israele ufficiale aveva tradito. Bisognava andare nel deserto per inaugurare una nuova Alleanza, per vivere secondo le esigenze integrali della Legge, per ritrovare lo spirito dell'Israele del deserto, per preparare nel deserto il cammino di Jahvé che ben presto sarebbe venuto per giudicare, per discernere la paglia dal grano buono.
La partenza di Gesù per il deserto, commemorata nella prima domenica di Quaresima, è così chiaramente collegata con il soggiorno d'Israele nel deserto dell'Esodo che quasi non v'è il bisogno di sottolineare ciò. Come il popolo aveva trascorso quarant'anni nel deserto, così Gesù vi passa quaranta giorni e quaranta notti; come il popolo aveva avuto fame ed ed aveva dubitato di Dio, così Gesù, novello Israele, sente fame ma rifiuta di trasformare le pietre in pane perché ha fede nella parola di Dio. Come Israele era inciampato nella roccia, divenuta pietra di scandalo, così Gesù era stato preservato dagli angeli dal precipitare dall'alto del Tempio. Come Israele aveva adorato il vitello d'oro al Sinai, così Gesù rifiuta di adorare Satana in cima alla montagna. E la partenza di Gesù per il deserto dopo il suo battesimo è l'inaugurazione della sua missione, è l'inizio di un mondo nuovo e la frattura con il vecchio.
E quando nell' epoca cristiana i monaci di Egitto si rifugeranno nel deserto, non sarà per dare inizio, nel cristianesimo, alla vita ascetica. Questa è esistita fin dalle origini. La loro fuga avrà di nuovo un significato storico. Significato storico che è sempre il medesimo. Esso è in corrispondenza con un momento in cui, dopo l'avvento di Costantino, il cristianesimo rischia di perdere il suo vigore ed il suo sapore evangelico. La partenza per il deserto significa la rottura con questo tipo di mondo cristiano nel quale non sembra più possibile la vita evangelica, per realizzare le condizioni della vita cristiana autentica. Basilio non volle mai fondare un ordine religioso; era l'intero cristianesimo che pensava di ricondurre al suo spirito più vero, quando si ritirava nella solitudine di Annesi in Cappadocia cercando senza successo di portarvi anche il suo amico Gregorio Nazianzeno.
La partenza di Giovanni rappresenta proprio un anello di questa catena. Come Abramo, anche lui « lascia la sua famiglia, la sua patria, la casa di suo padre ». Anche lui ha come già udito l'appello che, dalle labbra di Gesù, riecheggerà fino alla fine dei tempi. « Se qualcuno non lascia il proprio padre, la propria madre, i fratelli, la sposa, le sorelle, la propria casa... ». Nel caso di Giovanni, come in molti altri, non si tratta che la sua famiglia sia infedele a Dio; ma la realizzazione dell'appello di Dio su di lui, che farà di lui il principio di qualche cosa di nuovo, esige che egli non rimanga semplicemente nella continuità della sua famiglia e della sua patria. Questo distacco aveva avuto inizio quando, illuminato dallo Spirito, suo padre gli aveva imposto il nome di Giovanni .fra lo stupore dei vicini i quali dicevano: «Nessuno della tua parentela porta questo nome ». Da allora, Giovanni non sarà più semplicemente il continuatore delle tradizioni familiari. La grazia di Dio l'ha scelto per inaugurare una nuova via. E la sua partenza per il deserto è l'espressione di questa vocazione straordinaria.

 [1] Lettre d'Aristée à Philocrate, Introduction, texte critique et notes par A. Pelletier, S. J., Le Cerf, Paris, 1962 (« Sources chrétiennes », 89).

 

 

CAPITOLO QUARTO
L'AVVENTO

Abbiamo spiegato nel primo capitolo che la vocazione di Giovanni Battista rappresenta il tipo stesso della vocazione, nel senso biblico della parola. Resta ora da chiederci quale sia il contenuto di essa. La liturgia della seconda domenica di Avvento ci mostra Giovanni nel tempo che precede immediatamente Natale. Già il Vangelo fa, della sua storia, quasi una introduzione a quella del Cristo. La vocazione di Giovanni è legata intimamente alla venuta del Verbo, al suo avvento. Essa è interamente destinata a preannunciare, a precedere, a preparare tale venuta del Verbo. E se questa si rinnova continuamente nel tempo della Chiesa, se il Verbo è sempre «Colui che viene », si capisce come la vocazione di Giovanni resti sempre una vocazione attuale.

Il profeta.

Dio chiama Giovanni in primo luogo per annunciare la sua venuta. Egli sarà chiamato «profeta dell'Altissimo» (Lc. 1, 76). In tal modo si colloca nella successione dei profeti che erano stati chiamati da Dio prima di lui. E sotto un dato aspetto, il suo messaggio non è diverso dal loro. La profezia, infatti, contiene sempre l'annunzio della venuta del Signore. L'Antico Testamento è pieno di profezie. Il profeta Malachia parla proprio di questo giorno della venuta, Dies adventus (Mal. 3, 1), quello nel quale il Signore visiterà gli uomini, li chiamerà al suo tribunale, libererà il suo popolo e creerà Gerusalemme per la gioia. Tutto l'Antico Testamento è come trasportato da questa grande corrente della profezia ed è ciò che lo distingue da tutti i libri sacri dei popoli e che gli conferisce quel suo carattere unico. È il libro delle promesse di Dio, non quello delle nostalgie degli uomini. I profeti sono coloro che Dio ha inviato per annunciare queste promesse.
Ma fra i profeti, Giovanni è tuttavia unico. È « più di un profeta », dirà di lui Gesù (Lc. 7, 26) ed aggiungerà: «Fra i nati da donna non vi è nessuno più grande di Giovanni» (Lc. 7, 28). Infatti, egli non è soltanto un profeta ma già fa parte degli avvenimenti escatologici che i profeti avevano annunziato. Questi avevano predetto che Ia venuta di Dio sarebbe stata preparata da un Inviato. Isaia aveva parlato di una voce che grida: «Nel deserto appianate le strade del Signore» (40, 3). In Malachia Jahvé dice: «Ecco, io manderò il mio messaggero a preparare le vie davanti a me » (3, 1).
Questi due testi sono ripresi nel Nuovo Testamento a proposito di Giovanni Battista. Giovanni si applica il primo egli stesso (Giov. 1, 23) Cristo gli applica il secondo con una considerevole modifica: «Ecco ti mando il mio messaggero davanti alla tua faccia, per preparare la tua via dinanzi a te» (Le. 7, 27). Qui è il Padre che parla e che annuncia al Figlio di inviare un messaggero davanti a lui per preparare le vie. Questo è un esempio notevole di quelle interpretazioni dell'Antico Testamento fatte dal Nuovo, che costituiscono una delle forme più primitive di letteratura cristiana.
Il carattere eccezionale della figura di Giovanni era apparso anche agli stessi Ebrei, tanto che essi si sono chiesti se egli non fosse il Messia in persona. Ed effettivamente noi vediamo alcuni sacerdoti e leviti interrogarlo e domandargli se egli sia il Cristo o il Profeta (Giov. 1, 20). L'equivoco era del tutto possibile per gli Ebrei che non potevano immaginare che la venuta di Dio e quella del Messia costituissero un unico avvenimento, essendo il Verbo di Dio ed il Messia uniti in una sola persona, e che vedevano nel Messia o nel Profeta il precursore della visita escatologica di Dio.
Ciò che conferisce a Giovanni questo carattere unico è la sua prossimità con il Nuovo Testamento. Da solo, egli rappresenta un'età se è vero che le epoche della storia della salvezza non si misurano secondo ,la loro durata nel tempo, ma secondo il valore particolare dei loro contenuti. Egli è interamente riferito al Cristo, vive nella sua luce, e non vive che di questa luce. È già la grazia di Cristo che vive in Maria, che lo santifica nel seno di sua madre il giorno della Visitazione, anticipando i tempi e disponendo d'essi in assoluta sovranità. Così egli è situato nel suo ordine particolare, unico, infinitamente superiore a tutto quanto l'ha preceduto, ma nello stesso tempo indegno di slegare la calzatura di Colui che viene dopo di lui, perché questi è il Dio che viene.
La differenza fra Giovanni e gli antichi profeti - e ,la sua vicinanza con Gesù - appariva anche nel contenuto della sua profezia. Nei profeti, il Giorno di Jahvé, quello della,sua venuta sulla terra, appariva innanzi tutto come la manifestazione della sua collera sul mondo peccatore. Certo, la misericordia di Dio, sempre pronta al perdono, non era assente, ma la conciliazione di queste due esigenze non si vedeva: essa esisterà solo nella passione di Cristo. Perciò vediamo che negli Ebrei contemporanei al Cristo, come l'autore di IV Esdra, la paura e la disperazione avranno il sopravvento di fronte alle esigenze della giustizia di Dio.
Ora, il contenuto del messaggio di Giovanni è «di far conoscere la salvezza e la remissione dei peccati a coloro che giacciono nelle tenebre e nell'ombra della morte» (Lc. 1, 79). Isaia aveva annunciato che una luce sarebbe sorta per « coloro che dimorano nella terra tenebrosa» (9, 1). Il messaggio di Giovanni si rivolge ad un mondo prigioniero del peccato e della morte ed impotente a liberarsene, ad un mondo votato alla morte ed incapace di giustizia, ad un mondo senza speranza. E la sua santa e luminosa vocazione è di annunziare a tutti che i vincoli saranno spezzati, che l'amore vincerà. Questo è già il messaggio della grazia.

Il precursore.

Ma dire che Giovanni annuncia l'imminenza della grazia non è sufficiente. Essa è inaugurata già con lui. In questo senso egli èil precursore, è colui che cammina davanti ma che fa già parte del corteo. «Egli camminerà davanti a Lui con lo spirito e la fortezza di Elia» (Lc. 1, 17). Difatti, se prendiamo il Vangelo di Luca, vediamo che gli avvenimenti della nascita di Giovanni sono quasi un abbozzo di quelli della nascita di Gesù. Il parallelismo è straordinario. Come la nascita di Gesù sarà annunciata a Maria, la nascita di Giovanni è annunciata a Zaccaria - e negli stessi :identici termini. In tutti e due i casi, appare l'angelo Gabriele, l'angelo degli annunci. Zaccaria è turbato e preso da timore come lo sarà Maria. Nel medesimo modo, l'angelo rassicura Zaccaria dicendo: «Non temere ». Ancor più notevole è il parallelismo fra la nascita di Giovanni e quella di Gesù. La nascita di Giovanni è opera della potenza di Dio. Elisabetta, sua madre, era sterile ma la preghiera di Zaccaria fu esaudita. E proprio a proposito della nascita di Giovanni, Gabriele dirà a Maria: «perché nulla è impossibile davanti a Dio }} (Le. 1, 37). Certamente, la nascita di Gesù sarà un'opera della potenza divina infinitamente più grande. Il Verbo creatore che aveva formato Adamo dalla terra vergine del Paradiso, verrà mediante una vergine a riprendere la razza di Adamo per introdurla definitivamente nel Paradiso. Ciò nondimeno, la nascita di Giovanni resta un'opera della potenza di Dio, essa inaugura i mirabilia Dei, di cui armai sarà piena la storia della salvezza.
Il significato di questa preparazione ci è dato dallo stesso Vangelo. Per dare sostegno all'atto di fede esso domanda a Maria che l'angelo le annunci ciò che Dio ha già compiuto in Elisabetta. Così quanto in lei si campirà non è senza precedenti. La storia di Giovanni predispone i cuori alla storia di Gesù abituandoli ai costumi di Dio. Giovanni prepara Gesù non soltanto attraverso le sue parale, come profeta, ma soprattutto con la sua stessa vita, come precursore. Egli appartiene allo stesso ordine di realtà, quello dell'azione di Dio nella storia, ed abitua gli uomini a riconoscerla.
L'Avvento ci appare così una pedagogia della fede. La fede non consiste nel credere che Dia esiste, ma che Dio interviene nella storia. Ed è questo che sembra inverosimile all'uomo. Che nel cuore della tessitura degli avvenimenti consueti, nel mezzo dei determinismi dei fatti fisici e del concatenamento dei fatti sociologici, vi siano delle irruzioni di Dio, degli atti propriamente divini, con i quali Dio crea, visita, salva, ecco ciò che gli uomini non possano ammettere. Ed è vero che nessuna religione è in grado di giustificarlo. Ma tuttavia è in questo mO'do che si svela il Dio vivente, colui che viene, che entra in rapporto personale con noi - e che respinge lontana il Dio astratto dei deisti - colui che la sola ragione raggiungerebbe.
L'oggetto stesso della fede è che il Verbo che si è fatto carne, il Verbo, per il quale ogni cosa è stata creata e dal quale tutto dipende, in ogni istante, sia nato da una donna ed abbia preso ,dimora in mezzo a noi. È il credo cristiano in tutto il suo paradosso. Affinché gli uomini possano aderirvi come alla certezza più incrollabile, Dio dispone i loro cuori dimostrando loro che questa azione decisiva non è isolata, ma rappresenta il culmine di tutta una storia sacra che la precede e nella quale il Verbo è già venuto fra i suoi.
Non soltanto attraverso la parola di Giovanni, Dia si manifesta, ma attraverso tutta la sua vita. Egli testimonia la luce poiché quanto in lui è compiuto non proviene da lui ma da qualche cosa che sta sopra di lui, in modo che, vedendolo, gli uomini rendano gloria a Dio. Quando la potenza di Dio che aveva punito Zaccaria del suo dubbio, rendendolo muto, gli restituisce la parola, Zaccaria benedice Dio e «gli abitanti del vicinato furono presi da timore» (Lc. 1, 65). E tutti coloro che sentono parlare dell'avvenimento pensano: «che cosa dunque diventerà questo fanciullo? Infatti la mano del Signore era con lui» (Lc. 1, 66).
Così, la potenza del Signore si manifesta in Giovanni - e questo fin dalla sua nascita; essa non è quindi la risposta a qualche cosa di precedente: al contrario, suscita gli avvenimenti. Come egli è concepito da una donna sterile per mezzo della potenza di Dio, cosi egli è santificato fin da quando si trovava nel seno di sua madre, dalla potenza del Verbo presente in Maria. In questo fanciullo sembra agire soltanto la potenza di Dio. E Zaccaria esprime il suo stupore davanti a ciò che Dio ha operato in questo figlio della sua carne, rendendo ogni gloria a Dio: «Benedetto il Signore Dio d'Israele perché ha visitato il suo popolo e ne ha effettuato il riscatto» (Lc. 1,68).
Con Giovanni - ed è senza dubbio la nota più stupefacente - si manifesta già la gioia, non quella umana, ma la gioia messianica, quella che Simone chiamava: «la consolazione d'Israele ». L'angelo dice a Zaccaria: «Egli sarà di gioia e d'allegrezza per te, e molti gioiranno per la sua nascita» (Lc. 1, 14). Ed egli stesso è ripieno ,di questa gioia che a sua volta donerà. Al momento della Visitazione di Maria, Giovanni è ripieno dello spirito ed esulta nel seno di sua madre. È la vicinanza di Gesù a suscitare in lui la gioia, quella gioia che solo il Verbo sa dare, quando Egli tocca il cuore degli uomini al di là delle cose create e fa loro sentire la beatitudine che è Lui stesso e che Egli stesso comunica.
Ancora, la gioia di Giovanni non è una conseguenza secondaria ma la sostanza stessa del suo essere, toccato dalla gioia divina, testimone di questa gioia, nascosto in questa gioia. Egli già esulta per l'avvenimento che deve venire. Poiché Colui che viene e la cui venuta egli prepara, è Colui che donerà ai suoi quella gioia che il mondo è incapace di dare e che va al di là di ogni sentimento. Come predisponeva i cuori all'atto eroico della fede, così li predispone anche a portare il peso quasi :troppo greve della gioia, abitua i 'cuori, assuefatti alla disperazione, a schiudersi alla felicità che Dio ci dona. E non senza ragione la preghiera della sua festa ci farà chiedere la gioia spirituale.
Questa gioia prorompe innanzi tutto nella sua natività. Essa è simile ad un'aurora. In seguito, resterà quasi nascosta quando egli si ritirerà nell'ombra nel timore che il suo splendore inibisca i cuori e li trattenga dall'aprirsi a Colui che solo apporta la gioia e dal quale l'ha egli stesso ricevuta come per un dono anticipato.
Anche questa è una testimonianza ch'egli rende a Colui che viene, senza nulla attribuire a sé « che non è la luce ma colui che fa fede della luce ». Ma egli fa fede della luce solo nella misura in cui egli stesso ne è illuminato ed è esultante di salutarla al suo sorgere.

Il predicatore.

Profeta, precursore, Giovanni compie infine la sua missione: preparare le vie alla gloria di Colui che viene nel deserto. L'avvenimento escatologico è prossimo. Il Verbo di Dio sta per giungere di fronte all'uomo sua creatura. È il Verbo onnipotente: « Ecco che i popoli sono come goccia che cade nel secchio» (I s. 40, 15). Verrà come un pastore per pascolare il suo gregge, radunare le pecore, tenendo in braccio gli agnelli (Is. 40, 11). Egli viene a visitare i suoi. E questa ora decisiva della Storia, il Kairos per eccellenza, è ormai imminente. Giovanni è inviato per predisporre i cuori ad accogliere il Signore.
Il suo messaggio sarà messaggio di conversione: « Egli camminerà davanti al Signore... per ricondurre i cuori dei padri verso i figli ed i ribelli ai sentimenti dei giusti» (Le. 1, 17). Poiché gli uomini si sono allontanati da Dio. L'antico peccato di Adamo continua a riprodursi in essi. Il peccato di Adamo era la presunzione dell'uomo di essere autosufficiente: « Noi non abbiamo bisogno di Dio ». Era la presunzione dell'umanità di essere artefice del proprio destino e garante della propria salvezza. Ma, in tal modo, l'uomo si autodistruggeva poiché egli non esiste e non agisce che in relazione alla sorgente divina dalla quale prende vita ed alla quale si riferisce.
È in questo mondo peccatore che Dio viene.
Questo mondo, Giovanni, non può salvarlo. Persino lui, il maggiore dei profeti, conosce la vanità di qualsiasi predicazione. Egli non sarà l'apportatore di una vita di saggezza, ma l'annunciatore di un avvenimento. A questo mondo peccatore sta per essere offerta una salvezza. La liberazione è prossima. Il Verbo di Dio redimerà Adamo e lo riporterà al Padre. In Lui verrà restaurata la comunicazione tra Dio e l'uomo. Il regno di Dio è prossimo. Dio regnerà sovranamente, anzitutto nell'umanità di Gesù Cristo, tutta quanta riferita a Lui; in ogni uomo poi, che potrà partecipare a questa salvezza realizzata in Gesù Cristo.
Ma è necessario però accogliere questa salvezza. Giovanni non chiede al peccatore di non esserlo, poiché è stato « concepito nell'iniquità ». Ciò che gli chiede è di riconoscersi peccatore, di detestare il suo peccato e di desiderare ardentemente di esserne liberato. Ecco la prima conversione che apre il cuore e lo mette in una buona disposizione. Certo, questa conversione è già una grazia ed, in questo senso, Giovanni è strumento di grazia. Ma questa prima grazia condiziona il ricevimento della grazia. Bisogna che essa tocchi i cuori per disporli a ricevere il Signore della grazia. Ma il cuore degli uomini è duro; essi sono tutti presi dai loro odii e dalle loro cupidigie. Abituati come sono alle loro miserie non pensano che vi possa essere dell'altro. Hanno persino paura di essere disturbati, rifuggono le esigenze dell'amore. S'infossano nelle loro tane come Adamo si nascondeva sotto gli alberi quando vedeva giungere la gloria di Dio. Preferiscono le tenebre alla luce.
Giovanni deve scuotere questa apatia. È questo il lato tragico della sua missione. Egli è tutto proteso verso Colui che deve venire ma deve sollevare l'immenso manto d'indifferenza che lo circonda. Il testimone della luce si trova alle prese con le tenebre. Il Vangelo di Giovanni è tutto costruito intorno a questo tema, e comincia con Giovanni il Battista. Colui che testimonia la luce è insopportabile agli uomini delle tenebre perché crea in essi un distuI1bo. Essi sono così soddisfatti di questo mondo di peccato che non amano affatto di essere disturbati. Qui Giovanni è spietato, spietato perché parla in nome delle esigenze dell'amore, spietato perché non si rassegna all'illusione nella quale il mondo vive imprigionato e nella quale lo tiene imprigionato il Principe di questo mondo, come in una magica prigione.
Così bisogna abbassare le colline, colmare gli avvallamenti. Bisogna ravvivare quella piccola speranza che sopravvive ancora forse nel cuore più indurito. Bisogna abbattere gli ostacoli, ma risvegliare le attese. L'abitudine al male non è tale da lasciare il cuore indenne dalla ferita di un disperato amore per il bene. Ma a forza di non potervi arrivare, si è come rivolto contro di lui. Ecco che questo bene, questa salvezza, questa gioia, così lungamente amati, così a lungo inseguiti, ci sono ara offerti come un dono regale da Colui che li possiede nella loro pienezza e che, per comunicarli, non chiederà che la fede nella sua potenza e nel suo amore.
Dopo questo lungo letargo, dopo questo lungo inverno, questo torpore, ecco si ode il canto della colomba che annuncia la primavera. I fiori ricompaiono e la speranza rinasce nel cuore degli uomini. « Ormai è tempo di destarsi ». L'impostura degli uomini è di suscitare speranze alle quali essi non possono rispondere. Ed ogni uomo è mentitore. Ma Giovanni sa bene che egli ha il diritto di risvegliare la speranza perché è consapevole che la speranza non sarà delusa. È ciò che gli dà questa straordinaria sicurezza. Egli ha il diritto di annunciare la salvezza. « Se il Cristo - dirà san Paolo - non è risorto, noi siamo dei menti tori ». Giovanni sa che la speranza che egli suscita non sarà delusa.

 

 

 

CAPITOLO QUINTO
IL BATTISTA

La vocazione e la preparazione di Giovanni Battista costituiscono un primo periodo della sua vita : quello della vita nascosta. Il secondo periodo è rappresentato dal compimento della sua missione. Non durerà che pochi mesi, ma è quello al quale era ol'dinato tutto quanto avveniva in precedenza. Come già abbiamo detto, nessun uomo si è mai tanto identificato alla sua missione quanto Giovanni. A tale missione egli è stato chiamato fin da prima della sua nascita. Per essa è stato preparato durante la sua infanzia e la sua adolescenza. A:d essa si darà interamente nel breve periodo che ricopre il suo messaggio: il periodo della preparazione immediata della venuta del Signore. In seguito, si immerge nuovamente nel silenzio, dopo aver compiuto l'annunzio della parola che gli era stata affidata.

La predicazione.

La predicazione di Giovanni appare, nei quattro Vangeli, come un avvenimento della massima importanza nella storia della salvezza. Essa è, prima dell'avvenimento escatologico del Cristo, l'ultimo grande intervento di Dio. Innanzitutto essa si colloca nel prolungamento della missione dei grandi profeti. Nel corso dell'Antico Testamento i profeti sono stati gli eletti da Dio, e da Dio inviati al suo popolo per trasmettergli il suo messaggio. La loro missione ha un carattere ufficiale. Essa non è frutto dell'ispirazione personale. Si rivolge all'intero popolo di Dio nella persona dei suoi rappresentanti autorizzati.
Tale ci appare, in modo eminente, la missione di Giovanni. Egli è inviato da Dio e non predica per sua propria ispirazione. Luca è il più esplicito su questo punto: «la parola di Dio fu sopra Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto» (3, 2). Allo stesso modo, la parola di Dio era stata sopra Isaia ed Ezechiele, impadronendosi di loro per fame i suoi strumenti. Allo stesso modo, si impadronisce di Giovanni nel cuore del deserto per affidargli una .missione presso il popolo di Dio. A sua vblta, il Vangelo di Giovanni ci dice del Battista che «è inviato da Dio» (1, 6). Anche gli Ebrei riconoscono in lu
Questo carattere ufficiale della missione di Giovanni viene sottolineato dal fatto che Giovanni si rivolge all 'intero popolo d'Israele: « Allora gli abitanti di Gerusalemme, di tutta la Giudea e di tutto il paese intorno al Giordano, accorrevano a lui» (Mt. 3, 5). In un capitolo precedente, abbiamo notato che Giovanni presentava delle affinità con i pii Esseni, ritirati nel deserto del Mar Morto. Ma questo faceva parte del tempo delle sue preparazioni. Con la sua missione, scaturisce qualche cosa di totalmente nuovo, un atto divino che viene a prelevarlo nel suo deserto, nel suo ambiente, per una missione unica e personale, attraverso la quale è incaricato da Dio di trasmettere un messaggio - l'ultimo dei messaggi profetici - ad Israele. Come tali messaggi profetici erano sempre stati messaggi di conversione in preparazione del Giudizio che sarebbe un giorno venuto, cosi il messaggio di Giovanni è un ultimo messaggio di conversione in preparazione del Giudizio ormai imminente.
Ma benché la predicazione di Giovanni si ponga nella continuazione del profetismo di Israele, benché ne presenti i medesimi caratteri essenziali, essa è anche qualche cosa di unico, e costituisce in sé stessa un proprio universo. Ed è questo significato che gli evangelisti mettono in luce quando indicano, nella predicazione di Giovanni, il compimento di un avvenimento annunciato dagli stessi profeti. In tal modo, la missione di Giovanni si presenta come un momento particolare della storia della salvezza. Il primo testo è quello di Isaia che annuncia la venuta di colui che avrà la missione di preparare il cammino del Signore nel deserto: « Ogni valle sarà innalzata ed ogni monte ed ogni collina saranno abbassati... ed ogni carne vedrà la salvezza di Dio » (Is. 40, 4).
Un secondo testo profetico è pure applicato a Giovanni sia da Marco (1, 2) sia da Luca (7, 27). È il testo di Malachia: « Ecco, io manderò un messaggero a preparare le vie davanti a me}) (3, 1). Abbiamo già spiegato precedentemente come il testo di Malachia venga adattato dalla tradizione apostolica alla rivelazione cristiana in modo che si presenti come un dialogo del Padre e del Figlio. Qui si tratta ,direttamente della venuta del Signore: « Chi sosterrà il Giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?» (Mal. 3, 2). Ora, questa venuta sarà preparata da un messaggero che predisporrà la via. L'invio del messaggero, dell'araldo, che annunci !'imminenza della venuta, che la preceda immediatamente, che ad essa predisponga i cuori, costituisce un momento degli avvenimenti escatologici il cui annuncio è l'essenza della profezia. Gli evangelisti designano Giovanni 'Come colui nel quale è compiuto questo aspetto degli avvenimenti escatologici.
Così, la predicazione di Giovanni appartiene agli avvenimenti escatologici annunziati dai profeti, alla Storia sacra in quanto svolgimento del disegno di Dio; ma essa si inserisce anche nella trama della Storia profana, in un contesto politico determinato. Luca, in questo senso, tiene a datarla con una precisione da storiografo: «L'anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca di Iturea e del territorio della Traconitide e Lisania tetrarca dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Caifa e Anna, la parola di Dio fu rivolta a Giovanni» (Le. 3, 1). Personaggi, ql!-esti, che ci sono tutti assai noti. Svetonio e Tacito ci hanno descritto il regno di Tiberio; Ponzio Pilato è un funzionario romano sul quale ci documenta Tacito; Erode e Filippo appartengono alla dinastia degli Erodi che a quest'epoca hanno una parte considerevole nel Vicino Oriente.
È strano, tuttavia, che noi abbiamo l'impressione di passare da un universo all'altro. Giovanni appariva, nel contesto della profezia, il precursore dell'avvenimento escatologico, dell'intervento decisivo di Dio; ci appare nel contesto della storiografia, il contemporaneo del successore d'Augusto e del predecessore di Caligola, il suddito di un piccolo principe orientale sottomesso all'egemonia romana. Importante è precisamente che appartenga con, temporaneamente a questi due universi, poiché in tal modo testimonia che questi due universi non sono estranei l'uno all'altro. Il ché significa che la Storia sacra non è estranea alla Storia profana, ma che essa ne è la dimensione ultima, quella che fa sì che non esista storia puramente profana, ma che tutti i personaggi i quali si alternano sulla scena della storia politica, imperatori e governanti, re e sacerdoti, sono alla fine gli attori di un dramma divino.
Ci appare allora nella sua pienezza !'importanza del testo di Luca. Egli conferisce alla predicazione di Giovanni la sua dimensione totale. Ciò che Giovanni annunzia è il sorgere in seno alla storia dell'avvenimento a cui, alla fine, ogni storia si riferisce. A questo avvenimento, che è il Giudizio di Dio, saranno dunque un giorno tutti chiamati a confronto. Tiberio e Pilato, Erode e Caifa, attori apparenti degli avvenimenti politici e religiosi che gravitano intorno alla predicazione di Giovanni, sono in realtà, alla fine, tutti interessati a questa predicazione. Anche se, nella sua risonanza storica immediata, essa non oltrepassa i confini della Palestina, in realtà essa raggiunge, per il suo significato, i limiti estremi dell'universo, riecheggia presso gli uomini e presso gli angeli, introduce una nuova età. Sotto l'apparente continuità del succedersi degli avvenimenti storici, essa è annunciatrice di un mutamento essenziale della Storia, il passaggio dall'attesa alla presenza della Gloria di Dio fra gli uomini.

L'imminenza della Parusia.

Già si può intravedere qual è l'oggetto proprio della predicazione di Giovanni. Il suo contenuto è uguale a quello della predicazione di tutti i profeti e cioè il Giudizio di Dio che deve venire. Ma ciò che segna questo contenuto di un carattere proprio è !'imminenza di tale Giudizio. Non si tratta più di una preparazione lontana. L'avvenimento per il quale è stato costituito Israele, al fine di esserne testimone fra le nazioni, questo avvenimento a cui tutte le genti sono interessate, è ormai vicinissimo. Per Israele dunque, non è più tempo di annunziarlo, ma di prepararvisi. In realtà il suo compito è terminato in quanto non era stato eletto che in funzione di questa ora. Bisogna quindi che sia presente e pronto quando questa ora, che gli spettava soltanto di preparare, sarà giunta.
Giovanni descrive l'avvenimento con un succedersi di espressioni di una forza stupenda, che danno al suo messaggio un'impronta in cui si scorge insieme alla forza profetica, la sua propria personalità. Si noterà la prima forma di tale annuncio: « Il regno dei cieli è vicino» (Mt. 3, 2). L'espressione « regno dei cieli» non deve indurci ad una prospettiva « celeste ». « Cieli» qui è un ebraismo che sostituisce il nome stesso di « Dio ». È il regno di Dio che è prossimo. E Giovanni concepisce tale regno come l'affermazione da parte di Dio del proprio potere, inaugurato da un intervento decisivo con il quale vincerà i suoi nemici e costituirà un mondo nel quale Dio sarà conosciuto e servito dai suoi.
Dunque, il messaggio di cui Giovanni è depositario, innanzi tutto, è un messaggio di speranza. Poiché, come dirà Luca, « egli annuncia la Buona Novella », il Vangelo (3, 18). Il Vangelo è l'annuncio ufficiale dell'inizio di un'era di misericordia e di pace. Ma questa manifestazione di Dio è pure manifestazione di gloria e di santità. Il Dio che viene è il Dio santo. La sua venuta è un giudizio sul mondo peccatore. La predicazione di Giovanni pone l'accento principalmente su questo punto; ogni creatura sarà chiamata davanti al tribunale di Dio e dovrà rispondere della sua intenzione profonda. Non è !più tempo di apparenze di giustizia, di false sicurezze. Ciò che conta è soltanto il fondo del cuore dell'uomo. La predicazione di Giovanni pone di fronte ad ogni creatura questa verità del giudizio di Dio, davanti al quale non è possibile alcuna finzione.
Ora, è proprio a tali finzioni che si attaccano ancora gli uomini ai quali si rivolge Giovanni. Ciò che egli denuncia non sono tanto i loro peccati, bensì le illusioni di cui essi si circondano per evitare di riconoscersi peccatori e di aprirsi alla conversione: « Razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire la collera che vi sovrasta?» (Lc. 3, 7). La collera di Dio non è principalmente la sua incompatibilità con il male. Essa è prima di tutto !'intensità stessa della sua presenza, quando si manifesta e ricorda all'uomo, facile all'oblio, che nulla è più reale di Dio. Ma essa è pure l'intensità del suo valore, questa radicale incompatibilità con il male, grazie al quale la santità di Dio è la garanzia ed il fondamento di ogni valore. È a questo spietato confronto che il Fariseo tenta di sottrarsi con miserabili garanzie. Così, il messaggio di Giovanni viene innanzitutto .a far saltare il mondo dei pretesti e delle scuse, delle agevolazioni e dei conformismi, delle garanzie e delle sicurezze.
La grande tentazione per Israele sarebbe di riposarsi sulla elezione di Abramo e sulla sicurezza di essere, quale discendente di Abramo, l'erede delle promesse. Non ha forse diritto di valersi di questa sua discendenza per pretendere al regno? È proprio questa pretesa che Giovanni denuncia: «non cominciate a . dire dentro di voi: noi abbiamo Abramo come padre !perché io vi dico che Dio può suscitare .degli figli ad Abramo anche da queste pietre» (Lc. 3, 8). Il discendere da Abramo non ha nessuna importanza se il fondo del cuore è corrotto. Paolo condanna ancor più spietatamente questa pretesa nella sua Lettera ai Romani: « Tutti hanno peccato e sono privi della Gloria di Dio» (Rom. 3, 23). Forse, affermando di avere Abramo come padre, i Giudei pensavano al testo di Isaia: «Volgete lo sguardo verso la roccia dalla quale foste tagliati... volgete lo sguardo verso Abramo, vostro padre» (Is. 51, 1). A questo risponde Giovanni affermando che il Dio che ha fatto sorgere da A!bramo non soltanto la generazione carnale d'Israele, ma anche la sua filiazione in virtù della fede, può far sorgere questa fili azione della fede anche al di fuori della stiI1pe carnale di Abramo.
Ed è precisamente quello che accade. Un nuovo popolo sta per nascere o piuttosto sta per sorgere il vero popolo di Dio. Il tempo di Israele è terminato. Con la venuta del Regno sta per sorgere la realtà. E per entrare nel Regno non servono più i privilegi della stiI1pe o della tradizione, la sola cosa che vale è la conversione dei cuori. È la medesima conversione che Abramo aveva compiuto ad un'altra tappa della Storia sacra, quando aveva lasciato Ur di Caldea per incamminarsi nella sola fede. Oggi, è proprio questa fede di Abramo che viene chiesta ai figli di Abramo: « Noi siamo la progenie di Abramo» (Giov. 8, 33) dicono i Giudei a Gesù, e Gesù risponderà loro: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo» (Giov. 8, 33).
Ma ora «Già la scure è messa alla radice degli alberi; ogni albero, dunque che non produce buon frutto, sarà tagliato e gettato nel fuoco» (Lc. 3, 9). Il diaframma fra Dio e l'uomo, non è soltanto la cattiva volontà individuale. È fatto anche di quella specie di sedimentazione sociologica formata da un insieme di abitudini e di compromessi, e che è tanta più difficile da scalzare in quanta ha un carattere collettivo. E questa fa sì che ogni società, per quanto ispirata passa essere stata nella sua primissima origine ha sempre bisogno di riforme. Giovanni denuncia un insieme di abitudini: inuguale ripartizione di beni, contraria all'Alleanza ma così ben assimilata nelle abitudini che nessuna se ne accorge se non coloro che ne sono le vittime; piccole disonestà, ma divenute così consuete che fanno persino parte dei costumi; abusi di potere, ma che risultano addirittura inseparabili dal potere stesso.
La venuta della Gloria di Dio verrà a denunciare questo peccato collettivo riconducendo i cuori alla fedeltà totale verso l'Alleanza. Una volta di più, il profeta è un riformatore. Ma questa volta la riforma deve essere totale,: «Colui che ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha... che il Pubblicano non esiga nulla di più di quanto è stato fissato... che i soldati non facciano violenza a nessuna né calunnino... »(Lc.3, 11-14); la denuncia di Giovanni è diretta contro un'intera società che si è mediocrizzata ed è per questo che i suoi rimproveri la colpiscono più profondamente. Ciò che il profeta pone in discussione, è tutto un ordine falso che è in realtà, secondo 1'espressione di Mounier, un disordine legalizzato.
Anche a questa proposito appare, l'importanza ed il valore della parola di Giovanni.  Essa mette a confronto, brutalmente, l'esistenza comune, consueta, che sembra continuare senza fine, con le sue piccole vigliaccherie e  le sue piccole generosità, all'irruzione terribile  della Gloria splendente di Dio i cui raggi penetrano fin negli abissi dei cuori, il cui fuoco divorante consuma la paglia a cui, resiste soltanto ciò che è stato trasfigurato nella sostanza incorruttibile dell'amore. È questo fuoco bruciante che è presente. È Spirito Santo è fuoco nel quale tutto sarà battezzato, cioè immerso. Brucerà la paglia ad un fuoco che mai si spegnerà ed ammasserà il frumento nel granaio (cfr. Lc. 3, 16 , 17). Giovanni lancia un appello che riecheggia come un grido d'allarme alla vista di questa immensa folla ignara che si trascina, in un'esistenza mediocre proprio alla vigilia della visione abbagliante, estasiante, della Gloria.

Il battesimo di Giovanni.

Resta infine un'ultima questione. La missione di Giovanni non è consistita soltanto nel predicare ma anche, nel battezzare. Ed è tanto importante questo aspetto della sua missione che ad esso si riferisce il nome che propriamente, lo definisce: Giovanni il Battista. Infatti, ai suoi contemporanei è apparso soprattutto come colui che battezza «e venne a predicare il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati» (Lc. 3, 3). E le folle accorrevano per farsi battezzare. Essenziale è quindi il capire a che cosa corrisponda questo battesimo, che significato abbia nella missione di Giovanni e nella preparazione della Parusia. Allora soltanto la missione di Giovanni ci apparirà nella sua totalità.
Il Battesimo, cioè il rito religioso dell'immersione in un'acqua corrente, non è stato inventato da Giovanni. Come la maggior parte dei riti, anche questo fa già parte della religione naturale e si trova in una gran parte delle religioni con significati diversi, dei quali il più comune è quello della purificazione. In particolare, il battesimo sembra legato alla tradizione dei popoli che abitavano le rive del Giordano. Non era un rito ebraico. Inoltre il Giordano non occupa molta parte nella Bibbia. Tuttavia esiste un episodio significativo. Sappiamo che il generale siriano Naaman, per ordine di Eliseo, si immerge tre volte nel fiume ed è guarito dalla lebbra. L'esistenza di battesimi nel fiume Giordano al tempo di Giovanni è confermata dal fatto che questo rito viene praticato in numerose sette. J. Thomas è stato in grado di scrivere un importante libro sul movimento battista al tempo di Cristo in Galilea e in Giudea.
Ciò che importa, quindi, non è tanto il rito dell'immersione nel Giordano, ma il significato che ad esso attribuisce Giovanni.
Ora, assai evidente è il suo legame alla conversione, alla penitenza. Giovanni predica « un battesimo di penitenza ». L'immersione nel Giordano esprime ed insieme ratifica tale conversione. Essa vuol significare la volontà di rottura con l'esistenza passata e la nascita ad un'esistenza. nuova. In questo senso, il significato del battesimo giovanneo, antic1pa quello del battesimo cristiano. Del resto, è evidente che il battesimo cristiano si colloca nel prolungamento del battesimo di Giovanni e non in quello di altri riti quali il battesimo dei proseliti ebrei o le abluzioni dei monaci esseni.
Tuttavia vi è ancora un abisso fra il battesimo di Giovanni ed il battesimo cristiano. Lo dichiara lo stesso Giovanni quando dice: «lo vi ho battezzati nell'acqua ma Egli vi battezzerà nello Spirito Santo» (Mc. 1, 8). Il battesimo cristiano farà seguito alla Parusia, alla venuta della Gloria del Signore, all'effusione dello Spirito alla Pentecoste. Appartiene al mondo della nuova creazione, già realizzato nella Gloria del Cristo risorto. Sarà il segno visibile ed efficace, il sacramento della partecipazione alla vita del Cristo risorto. Questo fiume d'acqua viva che sgorga dal trono di Dio e dell'Agnello e che è lo Spirito Santo medesimo effuso sopra gli uomini con il battesimo, trasforma questi uomini in creature nuove, il nuovo Paradiso fatto di alberi vivi, il nuovo Tempio fatto di pietre vive.
Non così il battesimo di Giovanni. Egli non,' può donare lo Spirito, perché lo Spirito non è ancora stato donato. Ma predispone al dono di esso. Appartiene all'ordine delle preparazioni e tuttavia segna un percorso decisivo. Sancisce la conversione ,dei cuori attraverso un procedimento visibile, costituito una rottura con il passato.
Attesta l'insufficienza di appartenere all'antico Israele. Aggrega ad una comunità nuova, la comunità di coloro che si predispongono alla venuta del Signore. E questo è così vero che anche dopo la venuta della Gloria di Dio nel Cristo i discepoli di Giovanni continueranno a formare: un gruppo a sé. Li incontriamo nel Vangelo dove vediamo che Giovanni li orienta verso il Cristo, ma li incontriamo anche negli Atti degli Apostoli che riferiscono, che ad Efeso vi sono uomini che conoscono soltanto il battesimo di Giovanni (19, 3). E Paolo dice loro: « Giovanni ha battezzato con, il battesimo di penitenza dicendo al popolo di credere in Colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè Gesù» (19, 4).
Il ruolo di Giovanni nella storia assume qui una consistenza nuova. Egli non è soltanto predicatore di un messaggio, ma creatore di una comunità. Benché lo spazio che occupa tale comunità sia molto ristretto, ciò nondimeno essa costituisce un passaggio intermedio fra il popolo dell'Antico Testamento e la Chiesa della Nuova Alleanza. I discepoli di Giovanni non sono più semplicemente i figli di Abramo, sono la comunità di coloro che si sono convertiti negli ultimi tempi, sono coloro che si preparano al compimento delle promesse profetiche; essi appartengono ancora ai tempi della preparazione, non sono ancora la Chiesa dei risorti. Tuttavia, quale fondatore di una comunità, il ruolo di Precursore di Giovanni ci appare sotto una luce nuova. Egli non prepara soltanto il Cristo ma anche abbozza già la struttura (1) della Chiesa come comunità e del battesimo come rito di aggregazione a questa comunità.
La predicazione della conversione in vista del Giudizio che viene è dunque il contenuto essenziale della missione di Giovanni, rimarrà una parte essenziale della missione della Chiesa, ed era già stata in precedenza una parte essenziale della missione dei profeti. Sono queste le stesse realtà fondamentali che incontriamo via via nelle diverse epoche della Storia sacra. Le loro modificazioni dipendono dall'essere situate a tappe diverse di tale Storia. Altro è la tappa profetica altro la tappa giovannea, altro quella della Chiesa. Ma poiché gli atteggiamenti sono pur sempre i medesimi, quanto appartiene ad un'età resta valido anche per le altre. Così è per il messaggio di Giovanni. Anche se, storicamente, corrisponde al periodo che precede la prima Parusia, questo messaggio di conversione del cuore in vista della venuta del Signore, resta vivo e valido durante tutto il tempo della Chiesa, nel quale la Chiesa tutta intera è ufficialmente inviata dalla Trinità a predicare all'umanità la conversione del cuore in vista della seconda Parusia, la venuta definitiva della Gloria.

[1] Giovanni insegnava pure ai suoi discepoli una forma di preghiera, come ci riferisce Lc. 11, 1.

 

 

CAPITOLO SESTO
GESÙ BATTEZZATO DA GIOVANNI

La missione di Giovanni, la sua funzione particolare nella storia della salvezza, comprende innanzitutto due momenti importanti. Da un lato, egli annunzia l'imminenza della Parusia e la costituzione, attraverso il battesimo, della comunità di coloro che vi si preparano; dall'altro, egli testimonia che la Parusia è già arrivata, designando in Gesù colui sul quale lo Spirito è disceso nel Giordano. Questo duplice aspetto della sua missione dimostra che egli appartiene al con tempo al mondo che precede ed a quello che segue la Parusia, quale anello di congiunzione di due tappe vitali della storia della salvezza.
Fra questi due momenti dei quali abbiamo studiato il primo nel capitolo precedente e vedremo il secondo più avanti, ve n'è un terzo, particolarmente difficile da capire, tanto difficile che neppure Giovanni lo ha capito agevolmente e che alcuni cristiani l'hanno ignorato ritenendolo quasi imbarazzante. È riportato dai tre sinottici, ma non dal Vangelo giovanneo. Si tratta del battesimo di Gesù da parte di Giovanni. Ed è tanto più importante il capirne il significato quanto più esso appare ad un primo momento misterioso. Saremmo tutti, portati a condividere lo stupore di Giovanni Battista quando dice: « Sono io che devo essere battezzato da te,e tu vieni invece da me? » (Mt. 3, 14).
È anche importante considerare l'episodio in se stesso perché rappresenta, da solo, un momento della storia della salvezza, un mistero. Ed ogni mistero è una fonte inesauribile di contemplazione.

Il compimento della giustizia.

Il fatto che Gesù chieda a Giovanni di battezzarlo sembra ad un primo momento, innegabilmente, un paradosso. Si può capire come abbia scandalizzato. Bisogna tuttavia scartare, delle interpretazioni che in realtà sarebbero assurde. Per noi il battesimo resta, indissolubilmente legato al concetto della remissione dei peccati e di conseguenza la richiesta di Gesù di essere battezzato ci sembra scandalosa. Infatti, se è senza peccato, non ha bisogno di esserne liberato. Oppure il suo gesto appare privo di senso il che è ugualmente inaccettabile. Ma noi diamo al battesimo di Giovanni,un significato troppo limitato. Come abbiamo detto, esso è innanzi tutto in relazione con l'attesa, della venuta del Giudizio ed introduce nella comunità di coloro che vivono, nell'attesa di tale venuta. Raccoglie coloro che sono entrati in quest'ultima tappa della storia della salvezza, rappresentata dalla preparazione immediata della Parusia.
Ma lo scartare le interpretazioni errate non elimina l'esistenza del problema, ci facilita soltanto la sua reale identificazione. E il mistero è questo. Il battesimo di Giovanni appartiene all'ordine delle preparazioni. Precisamente, esso prepara quanto è già stato sostanzialmente compiuto ma che sta per essere manifestato visibilmente in Gesù. Allora, non è un sovvertimento dell'ordine delle cose, il vedere Gesù che chiede di ricevere un battesimo il cui unico scopo ,è quello di disporre a ricevere lui stesso? Giovanni l'aveva, già detto: «Io vi battezzo con acqua per indurvi, al pentimento; ma Colui che viene dopo di me, è più potente di me, ed io non son degno di portare i suoi sandali ;  Egli vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco» (Mt. 3, 11). Qui tutto è chiaro: il battesimo di Giovanni è semplicemente un battesimo di penitenza; il vero battesimo è quello che sarà dato, da Gesù.
È quindi comprensibile la reazione di  Giovanni alla richiesta di Gesù di avere il battesimo. La sua risposta tocca il fondo della questione e sottolinea innanzitutto l'apparente rovesciamento delle parti: «Sono io che devo essere battezzato da te e tu invece, vieni da, me?» (Mt. 3, 14). Ciò che stupisce Giovanni, è che Gesù domandi di essere introdotto nell'ordine delle preparazioni, quando già appartiene a quello del compimento. Quando egli dice di essere lui ad aver bisogno del battesimo, non vuol contrapporre il suo stato di peccatore alla santità di Gesù, ma vuol paragonare l'imperfezione del sua battesimo con la perfezione del battesimo che potrà dare Gesù. La sua stessa fede è messa alla prova. Se Gesù domanda il battesimo, non significa forse che Gesù non è colui che deve venire ad istituire il vero battesimo? « Sei tu colui che deve venire a ne dobbiamo attendere un altro? » (Mt. 11, 3) dirà più tardi. Questo interrogativo nasce quindi già nel suo animo.
Forse mai sentiamo tanto la realtà della fede come nei momenti in cui essa sembra posta in questione. O piuttosto posto in questione è il nostro modo di pensare che viene sconcertato dai modi di agire di Dio. Ed è in questi frangenti che, superando la smentita delle apparenze, noi ci inoltriamo nella fede pura. Così fu per Abramo al quale Dio aveva promesso di essere padre di una grande stirpe ed al quale questo stesso Dio domanda il sacrificio dell'unico figlio dal quale soltanto poteva attendersi la realizzazione della promessa. Così fu per Maria, alla quale l'angelo annuncia che sarà madre del re messianica, quando ella è vergine consacrata a Dio. Così per Giovanni che si sente chiedere da Gesù di essere introdotto nella comunità di coloro che si preparano alla venuta della Gloria di Dio quando sa bene che in Gesù questa venuta è già compiuta.
C'è quasi un senso di disperazione nella protesta di Giovanni: «Che bisogna hai del mia battesimo quando sona io che avrei tanto bisogno del tuo? ». Non vi è quasi una derisione nel chiedere qualche cosa di cui non si ha bisogna? Perché venire a mendicare il pane dei poveri, quando si hanno a disposizione le ricchezze di Dio? A che scopo farti infelice con noi, condividere la nostra miseria, invece di rendere noi felici con te, partecipi della tua gloria? Una tale protesta traspare lunga tutto il Vangelo. I suoi fratelli rimproverano a Gesù di non manifestarsi agli Ebrei. I figli di Zebedeo gli chiederanno di colpire con il fulmine gli increduli. Ancora sul Calvario, i Sadducei la provocheranno a scendere dalla croce, se è veramente il Figlio di Dio. Perché mai il Figlio di Dio ha valuto assumere fina a tal punta la condizione miserabile dell'uomo?
A queste domande risponde Gesù can una frase al sua precursore, frase che convince quest'ultima: «Lascia fare, per ora, poiché conviene che adempiamo così ogni giustizia» (Mt. 3, 15). Per capire il significata della risposta di Gesù, bisogna rifarci al concetto di giustizia nell'Antico e nel Nuovo Testamento. La parola esprime sempre relazione e conformità ad una norma. Nel linguaggio profano, è giusto ciò che è conforme ai diritti di una persona. Ma per la Bibbia, la norma che rende un'azione giusta, non è la sua conformità al diritto dell'uomo ma al disegno di Dio. Giusto è colui che adegua la sua condotta alla legge di Dio. « Avere fame e sete di giustizia »; "significa avere fame e Sete che «sia fatta la volontà di Dio, »: «Cercare il regno di Dio e la sua giustizia» significa fare della volontà di Dio, la norma della propria esistenza ed operare affinché ogni esistenza si adegui alla volontà divina.
Il motivo indiscutibile, quindi, al quale ricorre Gesù per decidere Giovanni a battezzarlo, è che questa è l'espressione di una misteriosa volontà divina. Da questo momento le obiezioni di Giovanni cadono. Aveva avuto ragione di porle poiché fare la volontà di Dio non significa, rinunciare ad esercitare quella ragione che è dono di Dio. Ma resta ben fermo che le ragioni di Dio oltrepassano infinitamente la ragione dell'uomo. « Le mie vie non sono le vostre ». E quando l'uomo ha esposto le sue ragioni, deve ancora fidarsi di questa saggezza divina di cui non può scorgere 1'intima giustificazione ma alla quale sa di potersi affidare senza riserve poiché le sue vie sono vie di misericordia.

La successione dei tempi

Possiamo noi intravedere qualche cosa di questa giustizia, ,di questo disegno di Dio? Corrisponde questo battesimo di Gesù, ad opera di Giovanni, a qualche cosa che abbia un senso intelligibile? Vi è una parola, nella risposta di Gesù, che può metterci sulla buona strada. «Lascia fare, per ora (arti)». Il battesimo di Gesù per opera di Giovanni corrisponde dunque ad una data situazione. Non ha valore definitivo. Anche il battesimo che dava era, per Giovanni stesso, soltanto una tappa provvisoria. Così è, ancor più particolarmente, del battesimo che gli domanda Gesù. Tale battesimo corrisponde alla volontà di Dio, in questo momento preciso della vita di Gesù. Fa parte dell'economia del disegno divino. Ed è in funzione di tale prospettiva che noi possiamo scoprirne il significato.
Un aspetto essenziale del disegno di Dio è che le cose abbiano un loro tempo e che ogni cosa avvenga a suo tempo. E la giustizia, la giustezza, è precisamente di non essere né in ritardo né in anticipo sul tempo, ma di compiere ciò che Dio vuole nel momento che Egli vuole. Poiché i tempi sono stabiliti da Dio, e da Dio solo conosciuti : « Non sta voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato in suo potere » (Act.1, 7). Questo scrupolo di compiere ogni cosa al suo tempo è evidente nella vita di Gesù. Egli sa, al momento di Cana, che la sua ora, il tempo stabilito dal Padre per la sua Passione e la sua Resurrezione, non è ancora giunto.
Dio procede, in effetti, a tappe. Dispone ogni cosa con forza e saggezza, senza far violenza alle circostanze. Entra nel tempo e ne rispetta le leggi. Non è forse anche il tempo una sua opera e non fa parte della sua creazione? Il tempo non è soltanto una misura dell'esistenza che si ripete incessantemente. Esso è la realtà positiva di una crescita, nella quale ogni cosa ha un inizio, uno sviluppo ed un completamento. Esso è, nell'ordine dell'uomo, quello di un'educazione in cui la libertà progressivamente si risveglia, si cimenta, si consolida. Esso è, nell'ordine della storia umana, quella pedagogia descritta da sant'Ireneo, in cui l'umanità doveva essere progressivamente abituata alla vita dello Spirito, esercitata alla libertà prima di poter ricevere totalmente il dono dello Spirito e di poter disporre pienamente della propria libertà.
Allora potremo capire perché l'essere battezzato da Giovanni, significava per Gesù compiere la giustizia. In effetti voleva dire corrispondere ad un momento eminente del disegno di Dio. Il battesimo di Giovanni definisce un'età del mondo, 'una sfera d'esistenza. Introduce un periodo della Storia sacra la cui brevità non ne esclude l'importanza. In questo senso, Giovanni si pone sullo stesso piano di Noè e di Abramo, ad uno dei nodi più importanti della Storia sacra. Egli forma un nuovo popolo di Dio che non è più soltanto il popolo d'Israele ma che non è ancora il popolo della Chiesa. La comunità che egli istituisce avrà una vita breve. Continuerà dopo il battesimo di Gesù, ma allo stesso modo che la scorza vuota pende ancora dall'albero quando il frutto maturo è già caduto.
Questa età del mondo ha la sua caratteristica particolare: è quella che precede immediatamente la Parusia, quella in cui sta per sorgere la Parusia. In essa, il battesimo di Gesù da parte di Giovanni assume il suo significato esemplare. Poiché esso rappresenta àl con tempo e la conferma e la condanna del battesimo di Giovanni. Lo ratifica riconoscendolo una tappa del disegno di Dio, conforme alla giustizia. E con questo sconfessa la posizione ebraica che non riconosce il messaggio di Giovanni. Fra l'antico Israele ed il nuovo, l'alleanza giovannea ricopre uno spazio che il Vangelo sancirà mentre la Legge continua ad ignorarlo. Il battesimo che Gesù gli chiede è dunque per Giovanni la suprema conferma alla sua missione. Egli introduce la comunità che ha fondato, nella storia del popolo di Dio del quale essa costituisce un momento autentico. Come Giovanni porta a termine l'Antico Testamento, Gesù porta a compimento la missione di Giovanni. Si situa nel suo prolungamento, o meglio egli la riconosce come la preparazione alla sua venuta.
Ma contemporaneamente il battesimo di Gesù da parte di Giovanni è la condanna del battesimo di Giovanni, poiché facendosi da lui battezzare, Gesù pone un termine alla missione di Giovanni. Fedele in effetti alla giustizia, cioè alla successione dei tempi stabiliti dal Padre, Gesù ha compiuto questi tempi. Egli è entrato nel disegno del Padre percorrendone le tappe successive. San Luca, nella sua genealogia, le enumera. Figlio di Adamo, figlio di Abramo, figlio di Davide; egli è il continuatore di Elia, il compimento di Giona, lo Sposo del Cantico. Dopo di ché non resta che una tappa da percorrere, l'ultima, quella rappresentata da Giovanni. Dopo che egli è battezzato da Giovanni, anche quest'ultima tappa è conclusa. È per questo che, subito dopo il battesimo, non appena egli sarà uscito dalle acque del Giordano, lo Spirito si poserà sopra di Lui e risuonerà la voce del Padre. I tempi messianici saranno così inaugurati.

Ciò che muore e ciò che nasce.

Il battesimo di Gesù da parte di Giovanni appare così un cardine della storia della salvezza. Esso segna la fine della vita nascosta, il termine di quella parte di vita di Gesù che aveva avuto inizio con l'Annunciazione e sulla quale vegliano due grandi precursori che nell'iconostasi bizantina affiancano sempre la presenza della Gloria: Giovanni e Maria. Fino al battesimo, Gesù appartiene soprattutto a Maria, in seguito, a Giovanni. Dopo il battesimo non ha più per madre o per fratello, se non colui che fa la volontà del Padre. Il battesimo di Gesù da parte di Giovanni rientra così nell'ordine degli abbassamenti di Gesù. Esso è uno dei modi di comportamento del Figlio che annienta se stesso, spogliandosi della gloria dovuta alla sua umanità. Per un momento egli figura come discepolo di Giovanni, Lui che è il Signore di Giovanni. Ed è ciò che riempie di stupore Giovanni. Egli adora con gli angeli il mistero degli abbassamenti del Verbo.
Ma all'abbassamento del Figlio, che si fa obbediente ad ogni giustizia, corrisponderà subito un'esaltazione da parte del Padre. Il battèsimo segnerà il termine della sua vita nascosta e sarà immediatamente seguito dalla inaugurazione della vita pubblica. Di colui che si è tanto umiliato fino a farsi battezzare da chi non è degno neppure di sfilare i suoi sandali, la voce del Padre proclamerà che è il Figlio amatissimo nel quale il Padre ripone tutte le sue compiacenze. E lo Spirito inaugurerà in Lui, nello stesso Giordano, il nuovo battesimo; il battesimo nello Spirito di cui Gesù è il principio e che succede al battesimo di Giovanni. Di questo dittico non abbiamo considerato che un aspetto, quello che ci rappresenta il suo abbassamento. Ci resterà ora da vedere la seconda parte.
Ma già siamo in grado d'intuire perché l'episodio del battesimo assume un tale significato. Esso rappresenta un primo delinearsi, in questo momento vitale della vita di Gesù, del mistero della morte e della resurrezione. E se il battesimo cristiano sarà, secondo l'insegnamento di Paolo, la configurazione alla morte ed alla resurrezione del Cristo dopo il loro compimento, il battesimo di Gesù da parte di Giovanni e la manifestazione che ne segue, appaiono la prefigurazione di questa morte e di questa resurrezione. Che il battesimo di Giovanni avesse avuto un simbolismo di morte, è cosa possibile, anche se non certa. Ma che il ricevere questo battesimo sia stato per Gesù l'espressione della più misteriosa delle sue umiliazioni, questo appare con evidenza.
Di tale mistero, Giovanni è lo strumento. Qui egli appare non più soltanto nell'ordine della preparazione, ma in quello del compimento stesso. .È lo strumento della realizzazione della giustizia di Dio. Perciò Gesù gli dice: «Non dobbiamo noi compiere ogni giustizia? ». Non è soltanto Gesù che compie la giustizia, anche Giovanni è accomunato al suo compimento. Egli è introdotto nelle vie del Signore e ne rappresenta il docile strumento. È il servo totalmente obbediente, che agisce secondo la sola volontà divina e che proprio per questo ha ingresso, oltre le vie della saggezza umana, nei consigli e nelle opere divini. Da allora il suo gesto battesimale comincia ad essere introdotto in un ordine nuovo, quello di prefigurare e di anticipare il gesto sacramentale con il quale i catecumeni saranno iniziati agli atti di abbassamento di Gesù prima di essere partecipi della sua esaltazione.
Giovanni diviene così il testimone della verità dell'umanità di Gesù. Poiché il battesimo che Gesù riceve da Giovanni porta in sé il segno di una verità incontestabile. Il gesto sconcertante con il quale Gesù sembra abdicare alla sua sovranità facendosi aggregare alle file della comunità di Giovanni, è cosi contrario a quanto gli apostoli avrebbero voluto affermare, che non può essere stato in alcun modo inventato da loro. È in contraddizione con tutta la loro apologetica e si capisce come essi non vi abbiano insistito. Ma il ricordo di esso perdura irriducibilmente come uno dei dati della vita di Gesù in cui noi urtiamo maggiormente contro la roccia, contro il fondo più solido della sua verità storica.
Il momento del battesimo di Gesù è per Giovanni il più solenne di tutta la sua vita. In esso egli è ufficialmente riconosciuto da Gesù come il suo precursore, ricevendo in tal modo la conferma dell'autenticità della sua missione. Prima ancora che Giovanni renda testimonianza a Gesù, è Gesù che la rende a Giovanni. Lo conferma in quel ruolo unico che è il suo e lo colloca anche in rapporto alla sua missione.
E la grandezza del Battista ci appare in questa fedeltà alla sua missione personale, qualunque sia l'oscurità delle sue vie, in quèsto rispetto dei tempi prestabiliti dal Padre, in cui ogni cosa deve accadere nel momento desiderato, in questa totale adesione alla volontà di Dio, che fa di lui lo strumento fedele del disegno dell'Amore.

 

 

CAPITOLO SETTIMO
LA TRINITÀ

Il gesto con il quale Giovanni battezza Gesù nel Giordano segna il momento supremo della sua missione di precursore. Facendosi battezzare da Giovanni, Gesù gli rende testimonianza e riconosce il carattere divino della sua missione. Ma questo gesto segna anche il termine di tale missione: in effetti, esso è seguito immediatamente dalla teofania, in cui la voce del Padre e la discesa dello Spirito designeranno in Gesù, colui del quale Giovanni era precursore. Da questo istante, Giovanni non ha più da annunziare colui che deve venire, ma da testimoniare colui che è venuto. Da profeta diviene testimone.

Precursore e testimone.

Questo nuovo mistero significa per Giovanni una tappa ed una promozione decisive. L'episodio del Giordano è il fulcro della storia della salvezza e lo è pure della vita di Giovanni. Come fulcro della storia della salvezza, se ne rileva l'importanza dal fatto che costituisce l'esordio del Vangelo di Marco e di Giovanni. Con esso ha inizio la manifestazione dell'avvenimento decisivo compiuto in Gesù, cioè l'Evangelo, la manifestazione pubblica. Tutto quanto precede questo episodio appartiene alla vita nascosta. È il fulcro della vita di Giovanni, perché il rapporto fra questi e Gesù si capovolge. Fino ad ora, il ruolo principale appartiene a Giovanni, da ora in poi questo ruolo passa a Gesù ed è Giovanni che entra nella vita nascosta. Egli era la voce (phoné) ed ora risuona la parola (Logos); era il lume ed ora brilla il sole. Per quanto splendente sia la gloria del più grande dei figli di donna, secondo l'espressione di Gesù stesso, questa gloria è oscurata dalla gloria infinitamente piùsplendente del Figlio di Dio. Poiché Giovanni « non era la luce, ma colui che testimonia la luce» (Giov. 1, 8).
Giovanni appartiene così a due ordini, ed in essi egli è unico. Da principio, la sua missione è stata di annunziare l'imminenza dell'avvenimento escatologico. Egli si colloca qui. nella linea dell'attesa; egli è l'ultimo dei profeti. Ma è anche più grande dei profeti, come attesta Gesù (Mt. 11, 9). I profeti avevano annunziato la venuta del Verbo e l'effusione dello Spirito. Il Maestro di Giustizia aveva testimoniato l'inaugurazione della fine dei tempi. Ma Giovanni precede immediatamente l'avvenimento decisivo. Rappresenta quella parte dell'Antico Testamento così contigua al Nuovo che essa vi è quasi incorporata, è come la sua introduzione, come l'anello che le congiunge.
Ma Giovanni è anche colui che, dopo aver sentito la voce del Padre, ed avere contemplato . la discesa dello Spirito, testimonia che l'avvenimento escatologico è giunto. Si pone nella linea del compimento, è il primo degli Evangelisti. Anche in questo egli è unico e forma un ordine proprio. Infatti, come apostolo, è più piccolo degli Apostoli: non appartiene al loro ordine. Contempla la discesa dello Spirito sopra Gesù ma non riceve l'effusione dello Spirito alla Pentecoste. Come dirà Gesù: «Il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di lui» (Mt. 11, 11). Ma l'essere più piccolo del più piccolo del Regno dei Cieli, è tuttavia essere molto più grande del maggiore dei profeti. Giovanni è più grande quando scompare davanti a Gesù di quando Gesù scompariva davanti a lui chiedendo il suo battesimo.
È per questo, che il nuovo aspetto della missione di Giovanni che ora affrontiamo, è più importante di tutto quanto abbiamo detto finora. Il ruolo unico di Giovanni è quello di essere stato eletto fra tutti quale primo testimone di quanto esiste di più grande al mondo, di ciò grazie a cui il mondo realizza il fine che il Padre aveva stabilito nei suoi disegni eterni. Come il compimento è più importante della preparazione, così la funzione di Giovanni che designa Gesù come 1'Agnello di Dio è più essenziale dell'essere stato «la voce che grida nel deserto: preparate le vie del Signore ». Noi vedremo prima il significato vero e proprio dell'avvenimento, del quale Giovanni è testimone, poi, il carattere della sua testimonianza.

La colomba ed il tuono.

Qual è il significato di questo episodio? Esaminiamone gli elementi: il primo è la discesa dello Spirito sopra Gesù nelle sembianze di una colomba. L'effusione dello Spirito è annunziata dai profeti come la realizzazione delle promesse. Così Ezechiele: «Porrò il mio spirito dentro di voi» (36, 27; cfr. anche Is. 44, 3-4). Giovanni stesso aveva annunziato questa venuta dello Spirito. « Ma Egli vi battezzerà nello Spirito Santo» (Mc. 1, 8). Secondo la analogia dei mores di Dio, questa effusione dello Spirito è la ripresa, in modo più perfetto, di quanto già era avvenuto nell'Antico Testamento. Feuillet ha giustamente ricordato che in Isaia, Dio è descritto nell'atto di porre il suo Spirito in mezzo al suo popolo, al tempo dell'Esodo, per guidarlo fino al luogo del riposo (63, 11-14). Il testo continua: «O se tu fendessi i cieli e scendessi! » (63, 19). Ora, è proprio questa «discesa» dello Spirito attraverso «i cieli squarciati» che descrive il nostro episodio, sembrando indicare l'inaugurazione del nuovo Esodo. Lo Spirito discende sopra Gesù perché Gesù è il nuovo Israele.
Ma perché mai lo Spirito discende sotto forma di colomba? Molti accostamenti sono stati suggeriti; il :più probabile è che sia questa un'allusione al racconto della creazione del mondo. Sta scritto, infatti, che «Lo Spirito di Dio volava sulle acque ». L'espressione richiama il paragone dello Spirito ad un uccello che agiti le ali per incitare i suoi piccoli ad uscire dal nido, secondo la descrizione del Deuteronomio (32, 11). Come lo Spirito di Dio ha suscitato la prima creazione dalle acque primordiali, così suscita la seconda creazione nelle acque del Giordano. Nuovo Esodo, l'avvenimento che ci viene descritto è anche la nuova creazione. Giovanni aggiunge che lo Spirito discende e « si ferma» su Gesù (1, 33). Ci è così suggerito un altro tema biblico, quello della permanenza di Dio in mezzo al suo popolo. Gesù è come il nuovo Tempio nel quale ormai dimora lo Spirito. Non è da escludere, infine, che la colomba contenga un richiamo simbolico all'episodio del diluvio, poiché è soltanto in questo testo che lo Spirito si manifesta in questo simbolo.
Cosi la discesa dello Spirito nelle sembianze di una colomba esprime la realizzazione dell'avvenimento escatologico. Nel passato, Dio aveva creato il mondo per mezzo della potenza dello Spirito, aveva giudicato il mondo con l'invio dello Spirito, aveva liberato il suo popolo con la forza dello Spirito, era rimasto in mezzo al suo popolo mediante la presenza dello Spirito. I profeti avevano annunziato che Dio avrebbe compiuto alla fine dei tempi, opere ancor più straordinarie. «Non ricordatevi più delle cose antiche, alle cose passate non ponete mente. Ecco che io faccio una cosa nuova» (Is. 43, 18-19). Questa nuova meraviglia che è insieme creazione, giudizio, redenzione, presenza, è inaugurata con l'effusione dello Spirito al Giordano.
A questa discesa dello Spirito si aggiunge un'altra manifestazione: è la voce del Padre che viene dal cielo dicendo: «Tu sei il mio figlio diletto» (Lc. 3, 22). Anche nell'Antico Testamento, l'espressione è associata alle grandi manifestazioni della potenza divina. In particolare il Salmo 29 l'accomuna al diluvio: « La voce del Signore è sopra le acque. Iddio di maestà tuona, il Signore è sopra !'immensità delle acque» (29, 3). La voce di Jahvé ha così per simbolo il tuono. Si ricorderà un altro passaggio del Nuovo Testamento in cui risuona la voce del Padre, e che va collegato all'episodio del Giordano. È alla vigilia della Passione, in un momento nuovamente decisivo: «Padre, dice Gesù, glorifica il tuo Nome! ». Allora dal cielo venne una voce: L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò. La folla che era presente e che aveva udito, diceva che era stato un tuono (Giov. 12, 28-29). E Gesù continuerà dicendo: «Ora si fa il giudizio di questo mondo» (12, 31). Così l'avvenimento del Giordano è soprattutto una teofania, la teofania per eccellenza, la manifestazione di Dio in potenza alla fine dei tempi.

Trinità e incarnazione.

Ma la caratteristica di questa manifestazione di Dio è di avere per oggetto Gesù. È sopra Gesù che discende lo Spirito, è a Lui che si rivolge la voce del Padre. Alcuni eretici dei primi secoli hanno visto in questo episodio il dono dello Spirito che trasforma Gesù - che sarebbe stato soltanto un uomo - in profeta. Ma allora si tratterebbe di una effusione dello Spirito del tutto simile a quella di cui i profeti sarebbero stati oggetto già nel passato. L'effusione dello Spirito sopra Gesù contiene tutt'altro significato. Prima di tutto dimostra che lo Spirito appartiene a Gesù in -quanto Figlio eterno del Padre; inoltre sottolinea che lo Spirito procede eternamente da Lui e dal Padre. In questo senso, essa attesta la divinità di Gesù, alla quale fa fede anche la voce del Padre. Certo, nell'antico Testamento, l'antico Israele è chiamato figlio di Dio, e Gesù potrebbe essere chiamato da Dio con il nome di Figlio in quanto egli è il nuovo Israele. Ma la voce che risuona è indicata non come la voce di Dio ma del Padre, e la stessa espressione: «Tu sei il mio Figlio diletto» cioè figlio unico, ben dimostra che si tratta qui di una testimonianza resa dal Padre a colui che è eternamente generato da lui.
La discesa dello Spirito e la voce del Padre fanno della scena del Giordano, come l'ha giustamente capita la tradizione liturgica orientale, una teofania della Trinità. È così che la intenderà anche Giovanni. Illuminato dallo Spirito, egli riconosce, nella discesa dello Spirito e nella voce del Padre, i segni della divinità del Cristo: « Ora, io ho veduto ed ho attestato che egli è il Figlio di Dio» (Giov. 1, 34). In tal modo Giovanni è introdotto nel segreto della vita eterna di Dio. Il cielo che si squarcia rappresenta il velo che nascondeva alla ragione umana gli abissi dell'Essere. Squarciandosi, lascia apparire il mistero nascosto. Esso rivela che il fondo dell'Essere è amore, poiché l'Assoluto sussiste in tre Persone. Giovanni è il primo ad essere partecipe di tali segreti. Si può considerare il primo dei contemplativi ed il primo dei missionari perché per primo ha visto l'oggetto di ogni contemplazione e di ogni missione, e per primo ne ha reso testimonianza.
La discesa dello Spirito sopra Gesù non è soltanto la manifestazione dell'unità del Figlio e dello Spirito, manifesta anche che lo Spirito è diffuso sopra l'umanità di Gesù. In effetti, l'umanità di Gesù non è ripiena di Spirito Santo soltanto sulle rive del Giordano, essa lo è fin dall'incarnazione perché, a partire da quell'istante, l'ha avvolta nella sua ombra. Fin dall'origine, l'umanità di Gesù in quanto umanità del Figlio eterno, è ripiena dello Spirito che procede dal Figlio, totalmente consacrata e santificata. Essa è il Paradiso pieno delle energie dello Spirito, il Tempio in cui abita lo Spirito, la terra promessa sulla quale egli è inviato. È in essa che, fin dall'origine e nella maturità, le promesse di Dio alla razza di Adamo ed a quella di Abramo, sono compiute.
Ciò che Giovanni comprende, quindi, in secondo luogo - e ciò fa esultare il suo animo - è che le promesse fatte ai Padri sono realizzate. «Il tempo di potare è già venuto,. e il tubar della tortora si sente nella nostra terra» (Cant. 2, 12). Dopo il lungo fidanzamento dell'antica Alleanza, le nozze sono ormai celebrate. Lo Sposo si è unito a questa natura umana, alla quale egli vuole comunicare tutti i suoi doni. Ora, questo mistero è già compiuto. Lo Sposo è già venuto. Le nozze sono state celebrate al momento dell'incarnazione. La liturgia dell'Epifania che unisce la triplice manifestazione della venuta dei Magi, della discesa della colomba, delle nozze di Cana, è densa di questo tema nuziale: Hodie coelesti Sponso juncta est Ecclesia, canta l'antifona del Benedictus (l). Perciò, l'amico dello Sposo si rallegra: «ma l'amico dello Sposo, che gli sta vicino e l'ascolta, si riempie di gioia alla voce dello Sposo. Questo gaudio, dunque, che è il mio, si è compiuto» (Giov. 3, 29). Così pure Giovanni esulta contemplando queste nozze eterne.
La voce del Padre assume anche per lui un significato nuovo. Poiché non è soltanto nel Figlio che il Padre pone le sue compiacenze: è anche, ormai, nell'umanità alla quale il Figlio si è unito. In questa umanità l1ipiena dello Spirito, totalmente santa, che gli rende pienamente gloria, il Padre può finalmente compiacersi. Il diaframma del peccato è caduto. Anche qui il velo si è squarciato, la terra ed il cielo sono comunicanti: O admirabile commercium, canteremo alla vigilia dell'Epifania. Fra la terra ed il cielo gli angeli s'aggirano nuovamente diffondendo sopra l'umanità di Gesù, quali primizie di ogni umanità riscattata, le benedizioni del Padre, portando in offerta al Padre la lode perfetta che la natura umana gli rende attraverso l'umanità ,di Gesù. Luca ci dice che Gesù stava pregando (3, 21) ,quando, dopo essere stato battezzato da Giovanni, la voce del Padre gli rese testimonianza confermando in tal modo che la preghiera era già esaudita.

L'inaugurazione della missione.

Infine, vi è un terzo aspetto nella discesa dello Spirito sopra Gesù: non più manifestazione di quello che già è Gesù ma nuovo dono offerto alla sua umanità. In effetti, lo Spirito, mediante l'umanità di Gesù, compie quelle opere divine per realizzare le quali il Figlio unico ha assunto la natura umana e si è unito ad essa. Così lo Spirito, presente in Gesù, ha compiuto tramite suo la santificazione di Giovanni Battista, al momento della visita di Maria ad Elisabetta. Così, lo Spirito condurrà Gesù nel deserto perché quivi sia tentato. Così lo Spirito sarà comunicato dal Padre all'umanità di Gesù, esaltata alla sua destra, per essere diffuso sopra ogni carne. Considerata sotto questo aspetto, la discesa dello Spirito sopra Gesù sulle rive del Giordano, assume un significato nuovo. Essa costituisce l'unzione dell'umanità di Gesù, per opera dello Spirito in funzione della sua missione profetica. Essa inaugura così quell'età della storia sacra che comprende la vita pubblica di Gesù, durante la quale Gesù insegnerà quelle dottrine ed inaugurerà quelle istituzioni alle quali la sua morte e la sua risurrezione apporteranno il loro contenuto salvifico.
Ognuna delle effusioni dello Spirito ha i suoi testimoni. Maria è testimone delle sue prime origini, della venuta dello Spirito che suscita il nuovo Adamo come il Verbo e lo Spirito avevano modellato il primo Adamo. Gli Apostoli saranno testimoni delle consumazioni che attestano le grandi opere compiute dallo Spirito nella risurrezione del Cristo. Ma vi è un'opera dello Spirito in Gesù della quale Giovanni è testimone ed alla quale resta associato. Essa rappresenta ,la sua parte privilegiata ed è quella per la quale era stato chiamato: essere il testimone dell'inaugurazione della vita terrena di Gesù. Come gli Apostoli saranno i testimoni della sua gloria celeste, egli è il testimone della sua vita terrestre. Come Maria sta alla soglia dei Vangeli del!'infanzia, come gli Apostoli stanno alla soglia della vita della Chiesa, Giovanni sta alla soglia della vita pubblica, egli pure teste fedele, sia della realtà dell'umanità di Cristo, sia dell'avvenimento divino che con essa si compie. Per questo, quella di Giovanni, è una delle testimonianze sulle quali poggia la nostra fede. 
Da questo momento appare quale sia, per Giovanni, l'importanza della discesa dello Spirito e della voce del Padre. È così che egli ha potuto riconoscere che in Gesù si erano realizzati gli avvenimenti escatologici, che l'atto dell'amore divino, di venire a compiere la salvezza del mondo, era inaugurato. Fino a quell'istante, secondo le sue stesse affermazioni, egli non conosceva Gesù, cioè non lo conosceva per quello che Egli era (Giov. 1, 33). Ma « chi m'inviò a battezzare nell'acqua, disse: Colui sul quale 'vedrai scendere e fermarsi lo Spirito, è quello che battezza nello Spirito Santo» (Giov. 1, 33). La discesa dello Spirito gli dimostra quindi che il dono dello Spirito è ormai compiuto proprio mediante Gesù. Ora sa che Gesù è il Figlio di Dio. La sua missione sarà di rendere testimonianza di ciò che ha visto.

Battesimo di acqua e battesimo di spirito.

Resta da fare un'ultima osservazione. Noi abbiamo ben distinto il battesimo di Gesù per opera di Giovanni e l'effusione dello Spirito sopra Gesù. Si tratta, infatti, di due atti con significati totalmente diversi. Il passaggio dall'uno all'altro, indica il passaggio da un'epoca all'altra. Tuttavia, è certo che queste due azioni non sono senza rapporto. La liturgia le unisce quando vede nel battesimo di Gesù, seguito dall'effusione dello Spirito, l'istituzione del Battesimo cristiano. Grazie all'effusione dello Spirito, il battesimo giovanneo, che era soltanto un rito di preparazione all'effusione dello Spirito, diviene il battesimo cristiano che comunica la vita dello Spirito. Visione questa che pone dei problemi. Nell'episodio che abbiamo descritto, non è sopra il Giordano, ma sopra Cristo che lo Spirito viene effuso. Quale legame possiamo scorgervi con il battesimo cristiano?
È evidente che il Nuovo Testamento stabilisce un rapporto fra l'episodio del battesimo di Gesù nell'acqua e quello della discesa dello Spirito in Gesù. E questo legame risale proprio al Battista. Secondo Matteo è lui che dichiara: «lo poi vi battezzo nell'acqua per indurvi al pentimento; ma colui che viene dopo di me... vi battezzerà nello Spirito Santo» (3, 11). Marco riprende la medesima formula, ma per parlare soltanto del « battesimo nello Spirito Santo» (1, 8). La stessa contrapposizione si trova in Giovanni: «Chi m'inviò a battezzare nell'acqua mi disse: Colui sul quale vedrai scendere e fermarsi lo Spirito, è quello che battezza nello Spirito Santo» (1, 33). Così Giovanni pensa il suo rapporto a Gesù come il rapporto dei due battesimi; egli dà il battesimo di acqua per la penitenza; Gesù darà quello di Spirito per donare la vita.
Precisiamo, però, il senso di questo paragone. Esso non rappresenta un parallelismo fra il battesimo d'acqua giovanneo ed il battesimo d'acqua cristiano. La parola battesimo che significa per gli Ebrei ellenizzati immersione rituale, sembra usata da Giovanni, nel senso materiale, quando l'applica al battesimo dato da lui, e nel senso spirituale quando si riferisce al battesimo dato da Gesù. In realtà il battesimo dato da Gesù è designato come battesimo nello Spirito Santo. Vuol significare che Gesù infonderà lo Spirito come una specie di elemento vitale che bagnerà colui che lo riceverà. Il Vangelo contiene altri esempi di uso metaforico della parola battesimo. Così quando, parlando della sua morte, Gesù esprimerà il desiderio di «essere battezzato con un battesimo» (Lc. 12, 50), l'espressione qui, sembra riferirsi ad un altro pensiero ed alludere alle acque della morte. D'altra parte è da notare che sia in Matteo che in Luca, l'elemento che è associato al battesimo di Gesù non è l'acqua ma il fuoco (2). E si pensa preferibilmente alla Pentecoste in cui lo Spirito discende sopra gli Apostoli sotto forma di lingue di fuoco.
È chiaro, dunque, che Giovanni ha voluto contrapporre il battesimo d'acqua, che fa parte della preparazione all'avvenimento escatologico, al battesimo dello Spirito che è l'avvenimento escatologico stesso. Non vuol riferirsi al battesimo sacramentale cristiano. Ciò che vede, è che lo Spirito sarà donato per mezzo di Gesù. Dono dello Spirito che sarà fatto dal Cristo risorto allorché, ricevuto lo Spirito dal Padre, lo spargerà sopra gli Apostoli riuniti attorno a Maria alla Pentecoste. Gli  Atti degli Apostoli saranno pervasi di questa azione dello Spirito. Esso sarà diffuso sopra il centurione Cornelio (10, 44). La sua effusione indica che sono iniziati i tempi messianici. Pietro mostrerà nella Pentecoste il compimento della Profezia -di Gioele: « E dopo questo, avverrà che io diffonderò il mio spirito sopra ogni carne» (3, 1).
Questa effusione dello Spidto avrà un carattere sacramentale. Gli Apostoli lo comunicheranno con !'imposizione delle mani. Così i Samaritani: ({ perché lo Spirito Santo ancora non era disceso su nessuno di loro; ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora Pietro e Giovanni imposero loro le mani e ricevettero lo Spirito Santo» (Att. 8, 16-17). Questa comunicazione sacramentale dello Spirito sopravviverà nel cristianesimo e sarà effettuata sia con l'imposizione delle mani che con l'unzione. Essa costituisce il sacramento di conferma che conferisce propriamente il dono dello Spirito e i doni dello Spirito Santo. Si può constatare la straordinaria importanza che ha assunto nel cristianesimo primitivo dalle esagerazioni stesse di cui è stato oggetto. Tertulliano vedeva nel battesimo d'acqua soltanto la remissione dei peccati; gli gnostici vi vedevano il sacramento dei principianti e, nell'unzione, il sacramento dei perfetti.
Ma queste osservazioni non spiegano un altro .fatto evangelico ugualmente certo e che ricostituisce un anello di congiunzione che fino ad ora mancava. Gesù ha stabilito che la nuova nascita che Egli comunica a coloro che hanno fede in Lui, facendoli partecipi della gloria della sua risurrezione, si sarebbe fatta con il segno di un battesimo di acqua: « Chi non rinascerà per acqua e Spirito Santo, non entrerà nel Regno di Dio» (Giov. 3, 5). Ed egli manderà i suoi Apostoli a battezzare tutte le genti con un battesimo di acqua. Ciò significa che prima che discenda il dono dello Spirito ad operare la conferma, vi è un'azione dello Spirito che distrugge l'uomo peccatore e compie la risurrezione dell'uomo nuovo. « Lo Spirito - come dice sant'Ireneo - ci dà al Verbo» ed a sua volta il Verbo « ci distribuisce lo Spirito» (Adv. Haer. 4, 27). Così l'uomo sale di gloria in gloria.
Una relazione sicura appare dunque fra il battesimo di Giovanni ed il Battesimo sacramentale cristiano. In effetti, il segno con il quale lo Spirito ci dà al Verbo, comunicandoci la vita del Figlio unico («ma avete ricevuto uno Spirito di figli adottivi per cui gridiamo: Abba, Padre» [Rom. 8, 15]), è un battesimo d'acqua. Ora, l'origine di questo rito è certamente il battesimo di Giovanni. Gesù l'ha preso da Giovanni e gli ha infuso un contenuto nuovo rendendolo apportatore dello Spirito.
Il battesimo di Gesù è infinitamente superiore al battesimo di Giovanni, ma è il battesimo di Giovanni che diventa il simbolo dell'effusione dello Spirito. Il Cristo è venuto non a distruggere ma a perfezionare; come ha ripreso le realtà dell'antica Alleanza per conferire loro un valore nuovo, così ha ripreso il battesimo di Giovanni per fame il segno della comunicazione della sua vita confermando con tale atto che questi veniva proprio da Dio. Così l'effusione dello Spirito sopra Gesù, dopo il suo battesimo nel Giordano, manifesta chiaramente una relazione fra i due avvenimenti; ponendo fine al ruolo del precursore, Gesù sottolinea però la sua continuità con lui riprendendo, quale segno del compimento, il medesimo segno con il quale Giovanni l'aveva preparato.

[1] Cfr. O. CASEL, Le Bain nuptial de l'Église,. «Dieu Vivant» n. 4, 1945, pp. 44-49.
[2] Vedi su questo argomento: J. YSEBAERT, Greek Baptismal Terminology, Nijmegen, 1963, pp. 40-64.

 

 

CAPITOLO OTTAVO
LA TESTIMONIANZA

Il battesimo di Gesù e la teofania che lo segue sono il fulcro della vita di Giovanni e nello stesso tempo segnano l'inizio di una nuova epoca della storia della salvezza. Fino a quel momento, Giovanni è stato il profeta di colui che doveva venire. Era il precursore. Ora, è il testimonio di colui che è venuto. Egli stesso, rendendo testimonianza a Gesù, esprimerà questo misterioso mutamento in un testo molto significativo: «Lui era quello del quale io dicevo: Colui che viene dopo di me è stato anteposto a me, perché era prima di me» (Giov. 1, 15). Avremo occasione più avanti di ritornare sull'ultima parte di questa frase, prima dobbiamo precisare questo nuovo aspetto della missione di Giovanni.

La testimonianza di Giovanni nell'Evangelo giovanneo.

È un fatto significativo che gli evangeli sinottici ci parlino di Giovanni come precursore. L'Evangelo giovanneo è l'unico a mostrarcelo come testimone. Ciò dipende da un lato dal fatto che Giovanni l'Evangelista, discepolo del Battista, ha completato e non ripetuto, su questo punto come su molti altri, la tradizione sinottica. Dall'altro lato, dal fatto che, come diremo poi, la dottrina delle testimonianze (marturion) è uno dei tratti più caratteristici del Vangelo di Giovanni. Con questo studio della testimonianza di Giovanni Battista noi affrontiamo un ordine nuovo di testi del Nuovo Testamento che sono tra i più importanti.
Citiamo questi testi cominciando dal primo: il Prologo: «Ci fu un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni. Egli venne, come testimone, per rendere testimonianza alla luce affinché tutti vedessero per mezzo di lui. Non era la luce, ma il testimane della luce» (Giov. 1, 6-8). Noteremo qui che per l'evangelista la missione di Giovanni Battista, ciò per cui è stato mandato, non è di preparare Gesù ma di rendergli testimonianza. Più avanti, il Prologo ritorna sulla testimonianza di Giovanni: « Giovanni gli ha reso testimonianza e gridò dicendo: Lui era quello del quale io vi dicevo: Colui che viene dopo di me, è stato anteposto a me, perché era prima di me» (1, 15). Si noterà che queste parole sono state pronunziate da Giovanni prima del battesimo di Gesù ed appartengono al suo mistero di precursore, come lo conferma Matteo (3, 11). Ma, dopo il battesimo, la sua testimonianza consiste precisamente nel designare Gesù come colui per il quale egli aveva pronunziato queste parole, senza averlo ancora riconosciuto.
Il contenuto della testimonianza di Giovanni è infatti di dichiarare che l'avvenimento precedentemente annunziato come prossimo è già presente. Ed è quanto appare nel testo fondamentale di cui il Prologo è soltanto una ripresa: «Il giorno dopo, Giovanni vide Gesù venire verso di lui ed esclamò: Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me, viene uno che è stato anteposto a me, perché era prima di me. Ed io non lo conoscevo, ma, affinché egli sia manifestato ad Israele, io venni a battezzare nell'acqua. E Giovanni ,rese la sua testimanianza dicendo: Ho veduto lo Spirito che scendeva dal cielo a guisa di colomba, e posarsi su di lui. Ed io non lo conoscevo, ma chi mi inviò a battezzare nell'acqua mi disse: Colui sul quale vedrai scendere e fermarsi lo Spirito è quello che battezza nello Spirito Santo. Ora, io ho veduto ed ho attestato che egli è il Figlio di Dio» (Giov. 1, 29-34).

La teologia della testimonianza.

Questo testo ci mostra Giovanni Battista come uno dei testimoni per eccellenza, uno di coloro sulla testimonianza dei quali poggia la nostra fede. Noi avvertiamo qui di accostarci a qualche cosa di eccezionalmente grave. Poiché è in gioco il problema stesso della fede. n campo della fede, quello cioè che riguarda l'intervento di Dio nella nostra esistenza, ed in particolare quell'intervento eminente che è il gesto del Figlio di Dio che viene a prendere l'uomo per ricondurlo al Padre, è un campo nel quale né la ragione né l'esperienza sono in grado di introdurci. È follia per la sapienza dei filosofi, è scandalo per la giustizia dei Farisei. L'oggetto della fede appare inverosimile, ed è normale che la nostra ragione lo rifiuti. Direi che è bene che la nostra ragione lo rifiuti perché questo ci obbliga a non fare della nostra fede una questione di sentimento o di tradizione. Ci costringe a scoprirne il fondamento, a cercare se un fondamento esiste. Forse essa ci fa sentire crudelmente che non vi è fondamento e che quindi, noi in fondo non crediamo, o che per noi la fede è soltanto una scommessa, vale a dire una possibilità, forse anche una probabilità, non una certezza assoluta nella quale la nostra intelligenza sia impegnata totalmente, senza riserve e sulla quale noi giochiamo scopertamente la totalità del nostro destino. In questo senso, la maggior parte dei cristiani d'oggi non hanno la fede. Per questo, il loro cristianesimo è tanto fragile. Non appena esso non è più sostenuto dal conformismo di un ambiente, non appena si scontra con il conformismo di un ambiente diverso, esso crolla
Allora, la fede, non sarebbe altro che un rifiuto a separarci da Gesù Cristo, rifiuto scaturito da un istinto segreto che porta in sé una segreta evidenza? Essa è questo, in parte. Kierkegaard ha mirabilmente dimostrato che essa è, in questo senso, una passione, non nel senso di un atteggiamento affettivo, ma nel senso della convinzione appassionata che tutti i ragionamenti dei filosofi, tutte le dimostrazioni della scienza non sarebbero in grado di vincere su di lei. Sotto questo aspetto essa è qualche cosa di magnifico, la denunzia da parte degli umili e dei piccoli della pretesa dei sapienti e dei dotti di farsi giudici di una parola dalla quale essi stessi verranno giudicati. Ma essa costituirebbe allora qualche cosa di incomunicabile e non avrebbe altro fondamento che se stessa. Sarebbe un grido di disperazione, o forse di speranza, ma non sarebbe quella «vittoria sul mondo », di cui parla la prima lettera di Giovanni (1 Giov. 5, 4). Ora, tale fondamento della fede esiste. Vi è una roccia incrollabile sopra cui essa si fonda. Questa roccia è la testimonianza, in particolare quella di Giovanni il Battista.
Nel Vangelo giovanneo, la testimonianza di Giovanni fa parte di tutto un complesso di testimonianze. Ha già un valore straordinario, considerata l'autorità del testimone. E tuttavia Gesù dirà: «Voi avete mandato ad interrogare Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. lo però non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico questo per la vostra salvezza. Egli era la lampada che arde ed illumina, ma voi avete potuto godere per poco della sua luce. Ora, io ho una testimonianza maggiore di quella di Giovanni. Perché le opere che il Padre mi ha dato da compiere; quelle stesse opere, che io faccio, attestano di me che il Padre mi ha mandato» (Giov. 5, 33-36). Gesù riconosce in Giovanni un testimone autentico della verità e ciononostante dichiara che vi sono, della sua divinità, testimonianze ancor più qualificate.
Ma prima di arrivare a queste supreme affermazioni, va considerata un'altra testimonianza che presenta il Vangelo di Giovanni, quella dell'evangelista stesso: « È lui il discepolo che attesta queste cose e le ha scritte e sappiamo che la sua testimonianza è verace» (Giov. 20, 31; 21, 24). E riprende questa affermazione all'inizio della sua prima Epistola: «Quel che abbiamo veduto, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo veduto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato, e le nostre mani hanno toccato a riguardo della Parola della vita; la vita si è manifestata e noi abbiamo veduto e rendiamo testimonianza» (1 Giov. 1, 1-2). Giovanni l'Evangelista è forse un mentitore ?
Ma allora anche Paolo mente? Egli stesso ci suggerisce la domanda: «Ora, se il Cristo non è risuscitato, vana è dunque la nostra predicazione e vana è pure la nostra fede.
Anzi, noi risultiamo falsi testimoni d'Iddio, perché abbiamo testimoniato per Iddio che Egli ha risuscitato il Cristo, mentre non lo avrebbe risuscitato» (1 Cor. 15, 14-15). Bisogna essere logici: se la testimonianza di Paolo non è vera egli è un falso testimone. Giovanni Battista è un falso testimone. Giovanni l'Evangelista è un falso testimone. E falsi testimoni sono pure Agostino e Tommaso, Francesco e Domenico, il curato d'Ars e Padre de Foucauld, essi, che hanno impegnato tutta la loro autorità di uomini a rendere testimonianza alla risurrezione di Gesù, sarebbero degli impostori. Se essi sono degli impostori, non vi sono che impostori; se essi sono dei falsi testimoni, non esistono testimoni veri. E nulla al mondo merita rispetto. Infatti, non credere alla loro parola significa tacciarli di falsa testimonianza. 
E tuttavia, questa non è la testimonianza massima. Lo ha detto Gesù: «Ora io ho una testimonianza maggiore di quella di Giovanni» (Giov. 5, 36). Tale testimonianza è innanzitutto quella che il Padre rende al Figlio mediante le opere compiute dal Figlio. La testimonianza della verità di Gesù, è prima di tutto Gesù stesso nelle opere che compie, opere di potenza e di amore, opere di saggezza e di santità che superano le possibilità umane. È con tali opere che il Padre rende fede a Gesù, lo indica cioè alla nostra fiducia. E se noi gli rifiutiamo questa fiducia ne consegue che mettiamo in discussione la testimonianza stessa del Padre e che lo stesso Dio ci inganna. San Giovanni non ha esitato a portare al limite questa conseguenza: « Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza d'Iddio è maggiore, poiché questa è la testimonianza d'Iddio: l'aver Egli reso testimonianza al Figlio suo. Colui che crede al Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Colui che non crede a Dio, lo fa bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Iddio ha reso al proprio Figlio ». (1 Giov. 5, 9-10).
Questa testimonianza è anche quella che il Cristo rende a Se stesso. Testimonia con le sue parole e rivendica con il suo comportamento un'autorità divina (Giov. 8, 14) (1). Questo potrebbe essere l'espressione di un folle orgoglio, di una enorme impostura, di una pazzia delirante - ma tutti gli uomini riconoscono che Gesù è quantomeno una del1e più alte figure religiose dell'umanità. Ora, quando un uomo la cui statura morale è incontestata, impegna tutta la sua autorità in una testimonianza, questa testimonianza deve essere presa sul serio. E se Gesù è preso sul serio, deve esserlo fino in fondo. Non vi sono dunque alternative. O Egli è un mentitore, oppure noi dobbiamo credergli quando si manifesta come Figlio di Dio. Non vi sono scappatoie.
Ed infine, vi è la testimonianza dello Spirito. « È lo Spirito che rende testimonianza perché lo Spirito è la verità» (1 Giov. 5, 6). Lo Spirito rende testimonianza anche con le opere che realizza in noi, nei nostri fratelli, nella Chiesa. Perché, quando noi che siamo fatti di carne e di sangue, sentiamo in noi stessi la presenza di un amore che non viene dalla carne e dal sangue, di una speranza che va oltre la smentita delle speranze, di una fede che affronta l'impossibile, queste opere che non provengono da noi sono la testimonianza che rende lo Spirito a colui nel quale noi abbiamo creduto, e grazie al quale unicamente noi possiamo accedere alla fede, alla speranza, alla carità. Per questo Giovanni dice che «sono tre a rendere testimonianza: lo Spirito, l'acqua ed il sangue, e i tre sono per l'unità» (1 Giov. 5, 7).
Così, nel corso dell'intera sua opera, Giovanni l'evangelista cita tutti i testimoni. Alcuni fanno fede sulla terra: la testimonianza delle Scritture (Giov. 5, 39), del Battista, degli Apostoli, la testimonianza di Maria. Altri testimoniano in cielo: la testimonianza delPadre, quella del Figlio e dello Spirito. Si può respingere tutto questo? Ecco la grave domanda che si pone a noi. E bisognava porla in tutta la sua estensione. Fra tutte queste testimonianze quella di Giovanni è la più umile ma essa ci è particolarmente cara ed è per questo che ora ne riparleremo. Attraverso lui 'raggiungeremo ciò che forma la sostanza della testimonianza ed esamineremo così ciò che ne costituisce l'oggetto proprio.

Il testimone della luce.

Giovanni attesta quanto ha veduto: « E io ho visto e ho reso testimonianza» (1, 34). E questa è, in effetti, la caratteristica della testimonianza: l'attestazione della realtà di un fatto. È già vero anche nel senso profano: per esempio per i testi di un processo. Ma l'avvenimento del quale Giovanni è testimone non è soltanto un fatto materiale. È un av,venimento della Storia della salvezza. Qui, vedere non significa soltanto vedere con gli occhi della carne. Molti hanno visto, ma non avendo creduto, non hanno reso testimonianza. Molti hanno conosciuto il Cristo secondo la carne e tuttavia non ne sono i testimoni perché si sono fermati alle apparenze della carne. A Giovanni, invece, è stata concessa questa grazia, di essere il primo a vedere Gesù, a riconoscere cioè, in Lui, attraverso i segni con i quali si manifestava, la realtà divina della sua persona. Egli è soprattutto il testimone della luce (Giov. 1, 7-8); questa luce è forse la stessa che ha brillato sopra il Giordano. Gli evangelisti non ne parlano, ma una tradizione, che deve essere autentica, raccolta nel Vangelo degli Ebioniti, ci dice che dopo la discesa dello Spirito « una grande luce si irradiò tutto intorno ». Questa espressione si trova nel Diatessaron di Taziano. Ed è molto probabile che il testo di Giovanni alluda a questa tradizione. Anche nel racconto della Trasfigurazione si trova l'associazione della voce e della luce ma questa luce non è che l'irradiazione visibile della gloria invisibile della divinità di Gesù.
Ogni testimone è un testimone della gloria, testimonia cioè il carattere divino di quello che viene compiuto nell'umanità di Gesù. È quanto, a sua volta, dirà Giovanni: « Abbiamo visto la sua gloria» (1, 14). Vedere significa qui aprirsi, al di là di ogni apparenza, alla realtà divina. Ciò che attesta Giovanni è la divinità di Gesù: « Ora, io ho veduto e ho attestato che egli è il Figlio di Dio» (1, 34). Certo egli ha visto anche con gli occhi l'avvenimento di cui fa fede, ma non è soltanto la sua realtà esteriore che egli testimonia. Lo stesso Spirito che discendeva e si fermava sopra Gesù, ha illuminato gli occhi del suo spirito per fargli contemplare in Gesù la persona del Figlio di Dio. La medesima voce che rendeva testimonianza a Gesù, ha reso testimonianza anche al suo spirito suscitando in lui la conoscenza di quanto essa annunziava.
Proprio grazie alla testimonianza del Padre ed a quella dello Spirito, Giovanni può, a sua volta, rendere testimonianza al Figlio. Il cielo si squarcia. La Trinità intera è misteriosamente resa presente ed in questa vita della Trinità è introdotto Giovanni. Poiché la luce è la Trinità stessa, Giovanni non era che la lampada, Gesù è la luce. Ma Giovanni viene illuminato da questa luce e la Trini>tà opera in lui. Cosicché la duplice testimonianza di cui parlavamo più sopra, - quella nel cielo e quella sulla terra - non è in realtà una duplice testimonianza. Perché vi è un unico testimone che è lo Spirito. Questo Spirito rende testimonianza al nostro spirito. Giovanni renderà dunque testimonianza non in virtù della sua autorità ma in virtù dell'autorità dello Spirito, come pure ogni autorità, nella Chiesa, esprimerà la presenza dello Spirito.
Che il Battista sia il testimone della luce, ce lo dice il Vangelo di Giovanni. La testimonianza vera e propria di Giovanni sulla divinità di Gesù viene espressa in un'altra forma, con una formula che è certamente originaria perché essa ritorna come un leitmativ, con qualche piccola variante, in tutti i testi che .parlano della sua testimonianza. In Matteo si presenta così: « ma Colui che viene dopo di me è più forte di me» (3, 11). Negli Atti si legge: « lo non sono quello che voi credete; ma ecco, dopo di me viene colui del quale io non son degno di sciogliere i sandali dei piedi» (13, 25). Infine, in Giovanni, la formula ritorna tre volte: Prima, in una forma quasi identica a quella degli Atti: «Questi è colui che verrà dopo di me, a cui io non son degno di sciogliere neppure il laccio dei calzari » (1, 27). Infine, a due riprese, nella forma più completa: « Lui era quello del quale io dicevo: colui che viene dopo di me è stato anteposto a me, perché era prima di me» (1, 15; 1, 30).
L'importanza di questa frase consiste nel fatto che essa rende testimonianza a Gesù nella sua relazione con Giovanni Battista. Con essa, Giovanni designa innanzi tutto Gesù come colui che viene dopo di lui, cioè come colui del quale egli era il precursore. Ora, ciò di cui Giovanni era precursore, r abbiamo! detto, è la gloria di Dio che viene nel deserto. Indicare Gesù come colui che viene dopo di lui è dunque indicare Gesù come la gloria di' Dio venuta nel deserto, come quella presenza escatologica della gloria di Dio che egli aveva il compito di preparare. Per questo, colui che viene dopo di lui è passato davanti a lui; la sua venuta ha posto fine alla missione di precursore di Giovanni ed ha fatto ormai di lui il testimone della realizzazione delle promesse. Tutta l'importanza della testimonianza di Giovanni sta nella parola: «Ecco» cioè nell'affermazione della presenza dell'avvenimento che aveva precedentemente annunziato. Ma Se colui che viene dopo di lui è passato davanti a lui, è perché esisteva prima di lui. E qui la testimonianza di Giovanni acquista tutta la sua importanza. Poiché, egli avrebbe potuto essere il precursore di un altro che, pur essendo più grande di lui non fosse prima di lui, che fosse cioè più grande ma dello stesso ordine di grandezza. Ma affermare che colui che viene dopo di lui era già prima di lui, vuol dire affermare che questi è lo stesso che l'ha inviato, che è il solo che esista prima di lui, che è dunque quel Verbo di Dio mediante il quale tutto è stato fatto e che viene in mezzo ai suoi. Vuol dire indicare in Gesù colui che esisteva prima dei tempi e che è venuto alla fine dei tempi, che è insieme l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo; il primo perché è il Figlio eterno di Dio, l'ultimo perché è la venuta escatologica del Figlio eterno nel tempo e nel mondo, per ritrovare ciò che era perduto.
Precisamente quest'ultimo aspetto, riguarda, nella testimonianza di Giovanni, non soltanto la divinità di Gesù ma anche la sua azione redentrice, espressa nell'ultima forma della sua testimonianza, fra tutte eminente: «Ecco l'agnello di Dio» (Giov. 1, 36). Questa formula del Battista resterà per sempre come la testimonianza resa a Gesù. Sempre con essa, il sacerdote, nella liturgia della messa, rinnovando il gesto di Giovanni, indica Gesù, presente nell'Eucarestia, alla fede dei credenti. Come Agnello di Dio, Giovanni indica Gesù sulla croce quando gli applica le parole dello Esodo sull'Agnello Pasquale: « Non gli si spezzerà nessun osso» (Giov. 19, 36). Ed è ancora nella figura dell'Agnello di Dio che tutta la Apocalisse mostra Gesù che ci svela e ci scioglie il mistero del destino dell'uomo, spezzando i sigilli che lo racchiudevano. E questo è tanto vero, che le parole con le quali il Battista ha designato Gesù al futuro evangelista, sono rimaste per quest'ultimo l'espressione privilegiata di ciò che Gesù rappresenta.
Designando Gesù come l'agnello che prende su di sé il peccato del mondo, Giovanni si riferiva evidentemente all'agnello immolato al tempo dell'uscita dall'Egitto. L'ira di Dio avrebbe dovuto colpire tutta l'umanità peccatrice, perché Dio è il Dio santo. Ma poiché Dio è il Dio d'amore, il Figlio suo prende il posto dell'uomo peccatore per portare sopra di sé il peso dell'ira; in tal modo, tutti coloro che avranno fede in lui e saranno segnati con il suo sangue al battesimo, verranno risparmiati. È così che l'Agnello di Dio prende su di sé il peccato del mondo. È così che la passione di Gesù riunisce e concilia misteriosamente questi due aspetti di Dio, senza i quali Dio non sarebbe Dio: la sua infinita santità e la sua infinita misericordia. È così che l'Agnello di Dio rivela e risolve il mistero dell'uomo nella sua duplice dimensione: di miseria e di grandezza.

La testimonianza della vita.

Questo è ciò che Giovanni ha visto e riconosciuto, istruito dalla voce del Padre, dalla luce del Figlio, dall'unzione dello Spirito. La importanza della sua testimonianza è evidente. Essa contiene già tutto quello a cui noi crediamo, sulla testimonianza di lui e di coloro che lo seguiranno; cioè che Dio è eternamente amore nella Trinità delle Persone, che Dio è temporalmente amore nella Missione delle Persone. Il testimone della verità è colui che ha visto, visto con uno sguardo illuminato dalla luce, che penetra la realtà nella sua totalità, oltre le apparenze esterne, fino alle sue profondità più riposte. Perché vedere è proprio questo: penetrare la realtà nella sua dimensione totale. Egli ha visto ciò che gli altri non vedevano non perché non vi fosse nulla da vedere, ma perché, come dirà san Paolo, «un velo era steso sul loro cuore» (2 Cor. 3, 15). E quello che ha visto, ha testimoniato.
Il mondo della testimonianza non è soltanto quello della conoscenza della realtà ma anche 'della sua manifestazione. Tutto, nel mistero della testimonianza di Giovanni, è manifestazione di Gesù: è uno dei tre misteri del1'« Epifania ». Fino a quel momento, la gloria di Dio è perfettamente presente in Gesù, ma nascosta; ma ora essa si manifesta esternamente, si irradia nella persona divina di Gesù sopra la sua umanità visibile, come alla Trasfigurazione. Così, la divinità di Gesù è manifestata a Giovanni. E a sua volta, Giovanni manifesta, rende pubblico ciò che gli è stato manifestato.
Qui la missione di Giovanni è dunque di suscitare la fede. E nuovamente comprendiamo di toccare un problema assai grave. Infatti, se ci è già talvolta difficile il credere, ci è ancor più difficile il suscitare la fede. Anche qui l'esempio di Giovanni è essenziale per noi. Poiché egli aggiunge alla dimensione contemplativa la dimensione missionaria. Dopo aver fatto comprendere che cosa sia contemplare, ci insegna che cos'è annunciare. O meglio ancora, egli ci fa vedere il legame fra la contemplazione e la missione poiché il carattere proprio del testimone è precisamente di unire questi due momenti. Egli è colui che annunzia soltanto e proprio perché è colui che ha contemplato. Tale testimonianza si esprime innanzi tutto nella testimonianza esterna della parola; la parola in ciò che essa contiene di più serio, la parola nella quale un uomo si dà nella sua totalità, il solo mezzo che l'uomo possiede per darsi in ciò che ha di essenziale, la «parola data », in modo che rifiutare questa parola sia un po' come rifiutare chi per essa si impegna totalmente. Non si può separare l'uomo dalla sua testimonianza, e la testimonianza ha lo stesso peso del teste che la pronunzia. Giovanni getta tutto il peso di ciò che egli è in ciò che egli dice. In un mondo diventato quello delle parole senza senso, che non impegnano su nulla, egli ci ricorda quale sia la densità di una parola nella quale l'uomo impegni tutto se stesso.
Ma la testimonianza di Giovanni non è soltanto la testimonianza esterna della parola. Il testimone della Trinità è colui che introduce gli altri in un nuovo ordine di realtà alla quale non si accede né per la carne né per il sangue. Ora, non può introdurre gli altri se non nella misura in cui egli stesso vi è entrato. Giovanni può darei ingresso alla vita della Trinità nella misura in cui egli è stato precedentemente introdotto presso il Padre dal Figlio e dallo Spirito, nella misura in cui egli stesso è stato conquistato dalla vita della Trinità. Perché nessuno può invocare Dio Padre se non nello Spirito Santo (cfr. Rom. 8, 15). Giovanni rende così testimonianza alla Trinità non solo con il valore delle sue parole ma perché la Trinità si manifesta nella sua persona attraverso le opere che essa compie in lui e che permettono agli uomini di riconoscere in lui la presenza della Trinità. È questo che conferisce alla sua testimonianza la vera dimensione. Perché, a questo livello, non è più soltanto colui che rende testimonianza a Gesù, egli diventa lo strumento con il quale lo Spirito rende testimonianza al Figlio. La testimonianza di Giovanni non ha soltanto !'immenso valore della sua testimonianza d'uomo, essa ha il valore infinito dell'autorità di Dio.
Così la testimonianza di Giovanni ci insegna anche che cosa è la testimonianza e quello che deve essere la nostra. Ci fa innanzitutto capire che quanto più la nostra fede è totale, quanto più cioè la nostra intelligenza, la nostra volontà, e tutta la nostra persona sono totalmente impegnate sulla parola di Dio, tanto più avviene che la nostra parola pesi quanto la nostra stessa persona. Ci insegna inoltre che ciò che fa sì che la nostra vita testimoni della verità di Gesù è che, quando essa è consacrata senza riserva a Gesù, Gesù si manifesta attraverso le opere che compie in noi. Tutto si riconduce dunque alla fede. E nella misura in cui noi sappiamo vive re nel mondo della fede, risvegliamo anche gli altri al mondo della fede. Esseri pieni di imperfezioni e di difetti ma che vivono di fede, possono risvegliare altri esseri all'universo della fede. La sua luce splendente brilla già sul cimitero delle nostre decisioni. Quanto più brilla in chi è già stato conquistato e trasformato dallo Spirito.

[1] Cfr. J. DANIÉLOU, Approches du Christ, ed. Grasset, 1960.

 

 

CAPITOLO NONO
L'AMICO DELLO SPOSO

Nel capitolo precedente, abbiamo visto Giovanni Battista riconoscere in Gesù la venuta di Dio, venuta che era stata annunziata dai profeti e che egli aveva il compito di preparare. Parrebbe che da questo momento, tutto dovesse cambiare. Ci si aspettava di vedere Giovanni Battista sospendere la sua missione di preparazione e divenire discepolo di Gesù. Ma non è quanto accade. L'Evangelo di Giovanni, il solo che ci parli del periodo della vita del Battista immediatamente successivo alla teofania del Giordano, ce lo mostra invece nel pieno svolgimento del suo ministero, come se nulla fosse cambiato: «Giovanni pure stava a battezzare ad Enon, vicino a Salim, perché, essendo in quel luogo abbondanti le acque, molti andavano là e si facevano battezzare» (Giov. 3, 23). Non solo Giovanni non interrompe il suo ministero, ma si sposta da Betania ad Enon per trovarvi più acqua. 
Peraltro, a quel tempo Gesù ha iniziato il proprio ministero: «Dopo questo, Gesù con i suoi discepoli, andò nel paese della Giudea, dove si trattenne insieme a loro, e battezzava » (3, 22). Il ministero di Giovanni e quello di Gesù si sovrappongono, dunque, e per di più nella stessa regione: le rive del Giordano. Questo fatto esprime una di quelle transizioni che talvolta incontriamo nella storia della salvezza. Così, gli Apostoli continueranno ad adorare nel Tempio di Gerusalemme quando già esiste il Tempio della Nuova Alleanza, la comunità cristiana. Nella storia della salvezza, l'età precedente si prolunga ancora quando già l'età seguente è iniziata. È comprensibile tuttavia che tale si1uazione abbia posto dei problemi. E noi lo constatiamo nel testo che segue, in cui i discepoli di Giovanni vengono dal maestro e gli dicono: «Maestro, colui che era con te lungo il Giordano, al quale tu rendesti testimonianza, ecco che egli battezza, e tutti vanno da lui» (3, 26).
La risposta di Giovanni, uno dei testi più belli della teologia del Battista, ci farà capire il profondo significato di questa nuova epoca della sua esistenza, in cui egli a poco a poco si ritira scomparendo nell'oscurità a misura che la luce di Gesù aumenta l'intensità del suo splendore. Innanzi,tutto dobbiamo soffermarci un istante ad un particolare che a prima vista può sembrare strano: Gesù ci viene presentato come colui che battezza. Qual è il significato di questo battesimo dato in questo momento da Gesù e qual è la sua relazione con il battesimo di Giovanni? Dopo aver risposto a tale quesito esamineremo il comportamento di Giovanni nei riguardi dell'atteggiamento di Gesù.

Gli stati del Verbo incarnato.

Abbiamo visto che il battesimo di Giovanni era semplicemente un battesimo di penitenza - destinato cioè a preparare gli animi alla venuta dello Spirito - e che il battesimo cristiano comunicava invece la vita stessa dello Spirito. Qual è, allora, il significato del battesimo che dà Gesù? In Giovanni leggiamo: «Quando il Signore venne a sapere che ai Farisei era noto che egli attirava più seguaci e battezzava più di Giovanni, - quantunque Gesù di persona non battezzasse mai i suoi discepoli - lasciò la Giudea ed andò di nuovo in Galilea» (4, 1). Leggendo questo brano, si ha l'impressione che la questione dei battesimi dati da Gesù abbia creato dei problemi alla comunità cristiana primitiva; queste espressioni un po' imbarazzate lo dimostrano.
In realtà, è chiaro che questo battesimo non può essere il battesimo cristiano; il quale è una partecipazione alla vita del Cristo morto e risorto, mediante una comunicazione della vita dello Spirito; invece, come dice san Gio vanni, in quel momento «Lo Spirito Santo non era stato ancora dato» (7, 39). Il Cristo, durante la sua vita terrena, ha istituito i sacramenti, i quali tuttavia non hanno potuto essere effettivi che dopo la Pentecoste, poiché i sacramenti sono la partecipazione al dono dello Spirito diffuso alla Pentecoste. Problema questo, che aveva preoccupato i primi cristiani. Ben fermi sul concetto che per salvarsi bisogna essere battezzati, essi erano inquieti e si domandavano se la Santa Vergine e gli Apostoli fossero stati battezzati. Tertulliano, ad esempio, afferma che san Pietro è stato battezzato quando le acque del lago in tempesta si sono calmate... Ciò che è vero se il termine «battezzato» viene inteso nel suo senso materiale - cioè interamente immerso nell'acqua - ma è falso se ci si riferisce ad un battesimo sacramentale.
Ma se il battesimo dato da Gesù, ed ancor più dai suoi discepoli, non è il battesimo cristiano, che cosa è? Notiamo subito che nell'Evangelo vediamo Gesù battezzare soltanto in questo momento. Vi è un periodo della vita del Cristo che segue immediatamente il suo battesimo, e di cui Giovanni è l'unico, a parlarci, durante il quale Gesù continua a vivere in Giudea, in particolare nella regione del Giordano, prima di recarsi in Galilea. Durante questo periodo, Gesù sembra proseguire un ministero analogo a quello del Battista, un ministero di preparazione. Il battesimo dato da Gesù e dai suoi discepoli è ancora un battesimo di preparazione, destinato cioè a predisporre gli animi a ricevere l'avvenimento della manifestazione. Come ha scritto Dodd, in questo caso, Gesù è il precursore di se stesso (1).
La vita di Gesù comprende delle tappe, ognuna delle quali ha un contenuto proprio e che rientrano nel disegno di Dio. Il Padre stesso ne dispone i tempi ed i mO'menti. E poiché il Cristo obbedisce al Padre, coincide can ognuno di questi tempi e ne rispetta le scadenze. Ecco perché risponde agli Apostoli impazienti di vederlo anticipare la sua manifestazione: « La mia ora non è giunta» (Giov. 2, 4). Vi è un'ora, un tempo opportuno per ogni cosa. Vi è stato il tempo della vita nascosta, vi sarà, dopo il battesimo, la vita pubblica che rappresenta un'età nuova. In quel tempo Gesù ha disposto in moda sovrano tutte le istituzioni e gli insegnamenti che diventeranno effettivi soltanto dopo la venuta dello. Spirito. Durante il periodo della sua vita pubblica, ha svolto la missione che doveva svolgere durante questo periodo. Non ne ha svolta un'altra; non ha confuso i tempi. Dopo aver disposto ogni cosa dirà al Padre nella sua preghiera sacerdotale: «La mia ora è giunta, ed ora, Padre, glorifica me nel tuo cospetto con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Giov. 17, 1-6). Ora è giunto il kairos, il kairos della passione e della risurrezione, l'avvenimento decisivo ed ultimo. Dopo il quale, l'umanità del Verbo, esaltata eternamente dalla gloria del Padre ed introdotta nelle profondità di Dia, diverrà la sorgente perenne della vita dello Spirito diffusa nella Chiesa.
Capire il contenuta proprio di ogni età è una delle grazie della contemplazione, poiché, come dice il Bérulle, ci fa vivere gli stati del Verbo incarnato. Egli è il Vérbo incarnato nel seno del Padre, il fanciullo di Betlemme ed il falegname di Nazareth. Egli ha vissuto lo stato della vita pubblica, lo stato della passione, quello della morte, - poiché anche la marte è uno stato - quella della discesa agli inferi. Ha vissuto lo stata della risurrezione, dei quaranta giorni in mezzo ai suoi discepoli. Ed ora siede alla destra del Padre, aspettando - ce lo dice la Lettera ai Corinti - dopo aver compiuto la sua opera nella Chiesa, il suo ritorno alla Parusia e la riconsegna al Padre di tutte le cose per entrare allora in un ultimo stato (cfr. 1 Cor. 15, 24-28).
Ogni anno la liturgia ci fa rivivere questa contemplazione del Verbo incarnato. Innanzi tutto durante l'Avvento, in cui essa ce la presenta mentre prepara la sua stessa venuta in seno al popolo dell'Antica Alleanza; nei misteri nascosti di Betlemme e di Nazareth, nella sua vita pubblica. La settimana santa ci fa vivere il suo stato di umiliazione nella passione, di annientamento nella morte. Infine, lo vediamo nello stato della risurrezione e lo contempliamo, alla fine dell'anno liturgico, alla festa dei Santi, nel suo glorioso ritorno, nella piena manifestazione del suo regno eterno.
Di queste tappe, nulla ci è indifferente, nulla è senza valore in ciò che riguarda il Verbo. Qui, come dice Thomas Merton, anche le briciole sono nutrimento di contemplazione. Per questo è molto importante per noi il constatare che fra il momento in cui Gesù è stato riconosciuto da Giovanni - alla discesa dello Spirito - ed il momento in cui, qualche settimana più tardi, comincerà a manifestarsi in Galilea nella sua missione propria, corre questo periodo giudeano, giordaniano, che in certo senso è ancora una preparazione all'interno della realizzazione iniziata. In esso il battesimo di Gesù è in qualche modo la continuazione del battesimo di Giovanni, che .vuol predisporre i cuori non a riconoscere un altro, ma a riconoscere lui stesso. Quasi fosse una grazia prima della grazia.
Il Cristo continua ad agire così in mezzo a noi. Prima che un pagano riconosca il Cristo e di conseguenza sia riempito della vita dello Spirito, il VeI1bo stesso, operando in ogni uomo, realizza nel suo animo misteriose preparazioni. Per questo, quando ad un pagano parliamo del Cristo, noi non gli parliamo di qualche cosa che gli è estraneo, ma facciamo eco a ciò che già esiste in lui: quel Verbo di Dio che nell'intimo dell'animo lo sollecita, lo dispone anche a ricevere la parola. Come ha mirabilmente intuito sant'Agostino, la buona volontà è già opera dello Spirito Santo. Quando si dice che il Verbo viene per gli uomini di buona volontà vuol dire che il Verbo viene per coloro nei quali è già venuto rendendo buona la loro volontà, rendendola cioè capace di aprirsi alla pienezza quando questa pienezza viene loro offerta.

L'annientamento di Giovanni davanti a Gesù.

Durante questo periodo giordaniano, Gesù inaugura il suo ministero. E contemporaneamente, Giovanni prosegue i'1 suo. Vi è un momento in cui Gesù e Giovanni sembrano in concorrenza, in cui i loro due .ministeri coesistono. Tuttavia, comincia a verificarsi, gradatamente, un rovesciamento a favore di Gesù. Questo periodo, come nota Dodd, porta il segno di un'autenticità storica particolarmente incontestabile. Si avverte una specie di conflitto latente fra i discepoli di Giovanni e quelli di Gesù, conflitto che l'Evangelista sembra voler dissimulare quanto più è possibile. Deve esservi dunque stata a questo momento una crisi estremamente penosa. I discepoli di Giovanni che erano a lui profondamente legati, dovevano essere disperati nel vedere il loro maestro abbandonato dalle folle che andavano verso un altro. Certamente essi sospettavano che Gesù tradisse Giovanni. Mentre questi si era mostrato così accogliente verso Gesù, ecco che ora Gesù attirava tutti a sé e Giovanni cadeva progressivamente nell'oblio
L'eco di questo conflitto si avverte nel testo di Matteo. I discepoli di Giovanni vanno da Gesù e gli chiedono: «Per quale motivo noi e i Farisei digiuniamo mentre i tuoi discepoli non digiunano?» (Mt. 9, 14). Non dimentichiamo che san Paolo verso la metà del primo secolo incontrerà ad Efeso alcune persone che gli diranno: «Noi conosciamo soltanto il battesimo di Giovanni». Vi è quindi tutta una storia dei rapporti fra la comunità giovannea e la comunità cristiana. Noi conosciamo una sola versione dei fatti, quella dei discepoli di Gesù; sfortunatamente, infatti, non possediamo alcun documento della comunità giovannea che avrebbe potuto darci l'altra versione, quella dei discepoli del Battista. Tuttavia, si comprende come in quel momento si sia verificata una situazione drammatica. Ed è in questa occasione che sentiamo la grandezza di Giovanni, nel suo accettare di essere spogliato, in questo mistero di annientamento che riempirà l'ultima parte della sua vita e lo porterà alle vette più alte.
Egli ha accettato di lasciarsi spogliare, di essere cioè soltanto e nulla di più che un precursore. Ha dimostrato quella abnegazione così rara nei precursori - che lo ha portato a cancellarsi quando colui che egli era stato chiamato a preparare, è giunto; mentre nella maggior parte dei casi, i precursori vogliono sopravvivere alla loro missione. Nulla riesce più difficile ad un uomo che il sapersi ritirare nell'ombra quando la sua missione è terminata. Ho spesso citato la frase che Guardini ha scritto a proposito di Buddha: «È stato forse uno dei più grandi precursori, e sarà sicuramente l'ultimo nemico ». Il precursore, quando rifiuta di eclissarsi, diventa un nemico. Questo è anche il solo mistero del popolo ebreo, non ve ne sono altri. Il giudaismo è stato la verità, il giudaismo non è più la verità, non sul piano teorico ma su un piano cronologico. Il peccato degli Ebrei non è stato di credere in ciò che credevano - essi avevano ragione di credere perché il contenuto della loro fede era la Parola stessa di Dio il loro peccato è stato di voler trattenere il passato quando il futuro era già in atto. Non hanno accettato quella morte che, in realtà, era una risurrezione. Perché sempre, attraverso la morte, si va alla vita.
E questo, invece, avviene in Giovanni Battista. Egli rinascerà ad una vita più piena, nella misura in cui accetta, a quel momento, di lasciarsi spogliare dal Padre e di entrare in un periodo nuovo che sarà per lui, dopo il tempo della manifestazione, un tempo di oscurità. La sua evoluzione è inversa a quella del Cristo: Gesù è venuto dall'oscurità ed ora si è manifestato, Giovanni ha iniziato nella manifestazione ma ora rientra nell'oscurità. E tutto questo avviene secondo quanto il Padre ha sovranamente disposto. L'accettazione di questo spogliamento permette a Giovanni di entrare in un'esperienza d'amore, in una scoperta del mistero del Cristo ed in una gioia mistica il cui accento non può ingannarci: « L'amico dello Sposo che gli sta vicino e lo ascolta, si riempie di gioia alla voce dello Sposo. Questo gaudio, dunque, che è il mio, si è compiuto» (Giov. 3, 29). In queste parole si ritrova tutto il Cantico dei Cantici. «Questo gaudio che è il mio », questo gaudio, la Chara, è la gioia divina, la gioia dell'anima toccata dalla vita divina e che esulta di una gioia che trascende ogni gioia della carne. Ecco il gaudio che fa esultare Giovanni. Quella stessa morte che i suoi discepoli, fermandosi alle apparenze esteriori, considerano semplicemente come un fallimento, Giovanni la vive dal di dentro, nelle profondità di Dio; e l'amore SI dilata allora tanto nel suo animo, da non potervi più essere un paragone con ciò che fino ad ora era stato. Quello che sul piano esteriore può apparire un annientamento, corrisponde, sul piano interiore, ad una straordinaria crescita nella vita dell'amore.
Bisogna rileggere l'intero testo: «Ora, nacque una disputa fra i discepoli di Giovanni i quali, presentatisi a lui, dissero: « Maestro, colui che era con te lungo il Giordano, al quale tu rendesti testimonianza, ecco, egli battezza e tutti vanno da lui ». Ecco la loro reazione istintiva. « Giovanni rispose: L'uomo non può ricevere nulla se non gli è dato dal cielo» (Giov. 3, 25-27). Tale è l'espressione mirabile della totale dipendenza verso l'azione del Padre. « Il Figlio non ha nulla da sé », di ce Gesù (5, 19). Ognuno di noi non ha null'altro se non quello che gli viene dato dal cielo. Giovanni, come Gesù, compie ciò che il cielo gli ha assegnato. Per Giovanni la cosa importante è di essere fedele al dono che gli è stato fatto, non di ambirne uno diverso. Ognuno possiede soltanto il dono datogli dal cielo, e questo dono è sempre meraviglioso. E ognuno deve essere fedele a questo dono, rispondendo alla vocazione spirituale che gli è propria, realizzando quanto gli è dato di realizzare e non altro. «Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma sono stato mandato davanti a lui ». Giovanni è sempre stato fedele a questa missione e vuole spiegare ai suoi discepoli che essi non devono stupirsi se si verifica quanto aveva sempre detto loro. Noi uomini abbiamo molta difficoltà a riconoscere le cose, anche quando ne siamo stati preavvertiti da tempo. Nell'Evangelo, il Cristo cerca di far capire ai suoi apostoli fino alla fine, che egli deve dare la sua vita per il mondo; ma fino alla fine, e ancora nel pieno dramma della passione, essi si ostineranno a non capire. Non volevano capire perché la realtà era contro i loro desideri. Allo stesso modo, i discepoli del Battista non avevano mai pienamente valutato che cosa significasse essere soltanto i discepoli di un precursore: quando la realtà viene, essi la rifiutano perché non l'avevano mai accettata.

La gioia spirituale.

« Colui che ha la Sposa è lo Sposo ». Ma Giovanni, nella sua intelligenza illuminata dallo Spirito Santo, penetra oltre le apparenze. Si ha l'impressione che, in questo momento, egli abbia una visione, come al tempo del battesimo. Per mezzo dello Spirito profetico che è l'intelligenza della storia sacra, dei mirabilia Dei, - contempla la meraviglia che si sta compiendo. E questa meraviglia è la presenza dello Sposo, il Verbo di Dio venuto a prendere la natura umana che aveva modellato fin dal principio e che, dopo il lungo fidanzamento dell'Antico Testamento, ora unisce a sé, facendosi carne, con un'unione ormai eterna. Inaugurata dall'Incarnazione, questa unione si prolungherà nella Chiesa, che l'autore dell'Apocalisse ci mostra «vestita come una promessa per il suo sposo ». Essa si realizza anche in ogni anima chiamata a vivere questo mistero nuziale e ad essere colmata dei doni dello Sposo. La prima ad essere introdotta in questo mistero nuziale è l'anima di Giovanni, per il quale, contemplare l'unione del Verbo con la natura umana, significa già essere introdotto in questa unione.
Così una stessa realtà - il fatto che coloro che lo seguivano seguono ora Gesù - riempie di tristezza i suoi discepoli perché non sanno vedere oltre le sue apparenze esteriori, e fa esultare di gioia l'animo di Giovanni, perché egli ne sa penetrare il contenuto spirituale. « Quanto all'amico dello Sposo, che è là in ascolto, è tutto rapito di gioia sentendo la voce dello Sposo». Giovanni guardando i suoi discepoli che lo abbandonano per seguire Gesù, contempla il compimento del mistero delle nozze. Essi vanno da Gesù perché sono l'umanità che va ad unirsi allo Sposo. E questo inebria l'animo di Giovanni di una gioia così grande, così divina, che egli non può nutrire il minimo risentimento e pensare che le anime che raggiungono Cristo sono i suoi discepoli che lo abbandonano. Che cosa può importare questo quando egli è rapito dalla meraviglia che si sta compiendo davanti ai suoi occhi? Egli gioisce sentendo la voce dello Sposo, la parola stessa del Cristo, che non solo tocca le sue orecchie, ma risuona nelle profondità del suo cuore. «E questa gioia che è la mia è nella sua pienezza ». Non dimentichiamo che nell'orazione della festa di san Giovanni Battista, domandiamo la grazia delle gioie spirituali. Giovanni è essenzialmente l'uomo della gioia divina proprio in mezzo agli spogliamenti umani. Ed il fatto che tale gioia sia ora al suo colmo dimostra che l'episodio rappresenta una crescita nuova in ciò che può sembrare una diminuzione. A misura che egli si vuota di se stesso, Gesù lo riempie: « È necessario che egli cresca e che io diminuisca ».
Una cosa rimane tuttavia strana: Giovanni prosegue il suo ministero quando già è cominciato quello di Gesù. Ci si aspetterebbe che dal momento in cui riconosce in Gesù colui che doveva annunziare, Giovanni diventi il primo dei suoi discepoli. Invece, continua a svolgere come sempre il suo ministero. A questo proposito vi è un testo che può stupirei enormemente. Ci dice che i discepoli di Giovanni, e Giovanni stesso, continuavano a praticare il digiuno come gli Ebrei. Interrogato da alcuni discepoli di Giovanni per sapere come mai i suoi non facevano altrettanto, Gesù risponde loro: « Come è possibile che gli amici dello sposo siano afflitti mentre lo sposo è con loro? » (Mt. 9, 15). Sembra quasi un paradosso. Giovanni sa che lo Sposo è presente; esulta nel suo intimo perché ne ode la voce. E ciononostante, continua a digiunare come se lo Sposo non ci fosse.
Ma la risposta a tale domanda sta nelle parole pronunziate dallo stesso Giovanni: « L'uomo non può ricevere nulla se non gli è dato dal cielo ». Certo, sul piano della fede e della grazia, Giovanni vive già il mistero dello Sposo e della Sposa. Ma sul piano del ministero egli resta fedele alla propria vocazione che è di essere l'amico dello Sposo, che è di condurre la Sposa verso lo Sposo predisponendo i cuori a riceverlo. Il suo ministero appartiene sempre all'ordine delle preparazioni. La sua grandezza appare in questa stessa fedeltà" alla missione che gli è stata affidata, fedeltà che è la più alta espressione del suo amore.

[1] Cfr. Historical Tradition in the Fourth Gospel, Cambridge, 1963, pp. 292-293.

 

 

CAPITOLO DECIMO
LA PROVA DELL'AMORE

Nell'ultimo periodo della sua vita, Giovan ni Battista rientra progressivamente nell'oscurità e si cancella davanti al Cristo: «È lo Sposo chi ha la Sposa; ma l'amico dello Sposo che gli sta vicino e l'ascolta, si riempie di gioia alla voce dello Sposo... Bisogna che egli cresca ed io diminuisca ». A proposito di questo passo mirabile, abbiamo già detto che sentivamo l'eco di un'esperienza spirituale quasi mistica. Nell'istante in cui la sua influenza svanisce sul piano apparente, Giovanni Battista è misteriosamente ed intimamente introdotto in un'unione d'amore incomparabile con il Cristo. Ciò che tocca il suo animo, ciò che colma il suo cuore di gioia è il vedere compiuto quanto aveva avuto in missione di preparare: le nozze del Verbo e dell'umanità. «Chi ha lo Sposo è la Sposa ». Giovanni Battista non aspirava che a quello. Ed ora ne vede il compimento poiché gli uomini vanno verso Gesù. L'oblio del quale si sente circondato non è nulla se paragonato all'esultanza del suo animo che contempla il compimento del mistero.
Ma questo periodo della vita di Giovanni Battista è anche un: periodo di prova, nella quale la sua santità si approfondisce e si rafforza. L'amore, dice il Cantico dei Cantici « è forte come la morte, duro come l'inferno»ma si consolida perfettamente soltanto dopo aver subìto delle prove; soltanto allora esso mette radici profonde. La prova dell'amore di Giovanni Battista è riferita in un testo che appare stupefacente sotto ogni aspetto. È sconcertante per il suo contenuto, è enigmatico nella sua espressione. Esso allude ad un complesso di cose difficili da capire e delle quali noi avvertiamo un retroscena incontestabile. Ecco il testo: «Or, Giovanni, mentre era in prigione, avendo inteso parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 'Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?'. E Gesù rispose loro: 'Andate e riferite a Giovanni quello che voi udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri è annunziata la buona novella, e beato è colui che non troverà in me occasione di scandalo '. Mentre quelli se ne andavano, prese a dire alla folla riguardo a Giovanni: 'Che cosa siete andati a vedere nel deserto? una canna agitata dal vento? Ma che siete andati a vedere, un uomo vestito di morbide vesti? Ecco, quelli che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re. A che scopo dunque siete andati? A vedere un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco io mando innanzi a te il mio nunzio, perché prepari là tua via dinnanzi a te. In verità vi dico: fra tutti i nati di donna non è mai sorto nessuno più grande di Giovanni Battista! Tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni Battista fino ad oggi, il regno dei cieli si acquista colla forza e sono i violenti che se ne impadroniscono; perché tutti i profeti e la legge hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, è lui quell'Elia che deve venire. Chi ha orecchi da intendere intenda. Ma a chi paragonerò io questa generazione? È simile a quei ragazzi seduti sulle pubbliche piazze, e che, gridando ai loro compagni, dicono: 'Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, vi abbiamo cantato lamenti e non vi siete battuti il petto '. È venuto infatti Giovanni che non mangia, né beve, e dicono: ' Ha un demonio'. È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e che beve, e dicono: 'Ecco un mangione ed un bevitore, amico dei pubblicani e dei peccatori'. Ma alla Sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere» (Mt. 11, 2-19).
Già abbiamo utilizzato degli elementi di questo brano ed in particolare il parallelismo che Gesù stabilisce fra sé e Giovanni; e quindi non ne riparleremo. Ma d'altra parte, questo testo contiene tre cose che possono stupire. La prima è la domanda di Giovanni con la quale egli, dopo essere stato precursore e testimone, sembra voler rimettere tutto in questione: «Sei tu colui che deve venire? ». Ci troviamo di fronte ad uno di quei brani la cui autenticità storica appare incontestabile proprio perché a prima vista esso appare imbarazzante; sembra infatti far capire che Giovanni attraversi una crisi di dubbio nei riguardi di Gesù. Segue poi la testimonianza straordinaria che Gesù rende a Giovanni. Senza entrare in particolare nel parallelismo di cui già abbiamo parlato, dovremo mettere in luce il valore di questa testimonianza. Infine, vedremo la parte finale a proposito dei fanciulli che cantano e i cui compagni non danzano, che piangono ma i cui compagni non piangono, e che giustificano la Sapienza. Passaggio misterioso, che ci svela nuovamente aspetti importanti del significato di Giovanni Battista.

La notte della fede

Nella prima parte troviamo Giovanni al colmo della prova. La sua vita è l'opposto di una vita coronata, al suo tramonto, da onori, da decorazioni, da titoli accademici, da presidenze. La sua vita si conclude nell'umiliazione. Padre de Foucauld aveva notato che, come la vita del Signore, quella dei suoi discepoli terminava così. Giovanni, lungi dal ricevere ricompense umane di quanto ha fatto, cade in una totale povertà, in una totale miseria. Che cosa gli dà allora, Dio? Le prove interiori, che danno !'impressione che persino la sua fede sia scossa. Pensiamo a Teresa di Lisieux che ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita nelle prove di fede più tragiche, durante le quali essa aveva la consapevolezza di condividere tutte le sofferenze degli atei, pur senza acconsentire a tali tentazioni. Nuovamente, la vita di Giovanni ci appare come esemplare. In essa non troviamo soltanto una biografia del passato, ma determinati aspetti della vita del Signore, del suo modo di guidare i suoi e di introdurli profondamente nella realtà stessa della vita spirituale.
Giovanni manda i suoi discepoli da Gesù per dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro? ». Testo difficile da capire perché può essere interpretato erratamente in ognuno dei due sensi. Innanzitutto si può minimizzarlo. Alcuni esegeti hanno pensato che Giovanni Battista mandi i suoi discepoli a fare questa domanda a Gesù, pur essendo da parte sua perfettamente convinto della risposta; li avrebbe mandati per far loro apprendere dalla bocca dello stesso Gesù che egli era proprio colui che doveva venire. Questa interpretazione toglie alla questione ogni significato drammatico. La seconda interpretazione, invece, tende a farci credere che qui vi sia, da parte di Giovanni, un ripensamento su ciò di cui qualche tempo prima era stato convinto dalla teofania del Giordano: la divinità di Gesù, che gli era apparsa in evidenza splendente rendendolo testimone perenne. Pensare che, dopo qualche settimana o qualche mese, la fede di Giovanni sia totalmente scossa, ci riesce assai difficile.
In verità, sembra proprio - è il parere della Bibbia di Gerusalemme e di numerosi esegeti - che a questo momento vi sia per Giovanni una prova vera, non un ripensamento totale, ma la prova stessa della fede. La fede di Giovanni non è tanto scossa, quanto provata, con quello che sempre mette alla prova la fede: il modo in cui vanno le cose. La fede introduce sempre in vie sconcertanti, in relazione alle esperienze precedenti e di conseguenza al modo in cui si immaginavano le cose. Giovanni Battista si era immaginato le cose in un determinato modo che noi conosciamo molto bene perché lo esponeva nella sua predicazione, cioè che la conversione era urgente, perché Dio stava per manifestarsi in potenza nel tuono e nel fuoco, per venire a giudicare il mondo, per condannare i peccatori e per salvare i giusti. Giovanni Battista attendeva dunque una manifestazione messianica nel senso in cui l'attendevano gli Ebrei più religiosi di quel tempo, come ad esempio i santi monaci delle sponde del mar Morto, non simile ad una clamorosa vittoria politica, come la immaginavano gli zeloti, ma come la gloriosa venuta di Dio nel deserto. « lo sono la voce di colui che grida: 'Preparate le vie del Signore' ».
Ma le cose non vanno assolutamente in questo modo. « Beato colui che non troverà in me occasione di scandalo» (Mt. 11, 6), dice Gesù. Gesù sa che per gran parte degli Ebrei sarà ragione di scandalo, che va preparando loro un trabocchetto nel vero senso della parola. Per Gesù che amava il suo popolo, questa è una cosa tragica. Gli Ebrei vi inciamperanno anziché riconoscerlo, perché essi saranno da lui totalmente delusi. Invece di quella manifestazione di potenza con la quale essi si aspettavano che Jahvé manifestasse la sua gloria splendente agli occhi delle genti e testimoniasse che il Dio d'Israele era il vero Dio, il Signore rivelerà le sue vie attraverso l'oscurità, l'umiltà, la pazienza. È comprensibile come anche Giovanni sia disorientato e venga a domandare a Gesù una conferma. Egli non perde la fede, ma si trova nella più completa oscurità. E questo è, in determinati momenti, la condizione stessa della fede. Per esserne convinti non c'è che leggere san Giovanni della Croce. Giovanni Battista testimonia qui quel momento della fede in cui chi crede è disorientato per il modo con il quale Dio conduce le cose; allora non gli resta altro ricorso che la fede allo stato assolutamente puro, il ricorso a colui che è la sorgente stessa della fede. E questo fa Giovanni Battista; egli si rivolge a Gesù stesso; gli presenta le sue difficoltà, rimettendosi interamente nelle sue mani. 
Dobbiamo precisare ciò che disorienta Giovanni. La caratteristica che in Dio gli sembra primaria è la sua totale assenza di complicità con il peccato. E questo è veramente primario perché è ciò che fa sì che Dio sia Dio. Giovanni Battista, come Elia, è prima di tutto profeta della santità di Dio. Ora, in Gesù c0mincia a manifestarsi un altro volto. Esso ci appare nella risposta di Gesù a Giovanni: « Andate e riferite a Giovanni quello che voi udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri è annunziata la buona novella; ed è beato colui che non troverà in me occasione di scandalo ». Ecco lo scandalo. Sia per Giovanni che per questi Ebrei compenetrati dal senso della grandezza di Dio, lo scandalo è proprio l'eccesso di misericordia, è questa manifestazione nella quale Dio, invece di presentarsi come colui che condanna il peccato, appare come colui che viene a salvare il peccatore. Ed hanno ragione di essere disorientati perché, normalmente, al peccato dovrebbe rispondere la collera. La misericordia è assolutamente insperata, sconcertante, perché va al di sopra ed oltre la collera. Essa è più misteriosa della collera perché questa risponde all'ordine naturale delle cose; ogni uomo che si trovi nel peccato deve essere colpito come peccatore, è l'esperienza stessa che vive l'uomo peccatore: esso si sente lontano e separato da Dio, condannato da Lui. Credere alla misericordia è molto più difficile, essa infatti ci assicura che quando noi siamo impuri, menti tori, orgogliosi, la potenza dello Spirito Santo è capace di superare tutto e di renderci nuovamente possibile !'ingresso vicino al Padre. 
Viene immediato l'accostamento di questo testo riguardante Giovanni Battista, con il brano del Primo Libro dei Re (19, 9-13) nel quale Jahvé converte Elia a quella medesima verità alla quale Gesù converte il Battista. ({ Là entrò in una grotta e vi passò la notte. Ed ecco la parola del Signore gli fu rivolta e disse: . Che cosa fai qui, Elia?'. Ed egli rispose: . Sono agitato di zelo per il Signore, Iddio delle Schiere, perché i figli d'Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno distrutto i tuoi altari e hanno trafitto di spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo e cercano di togliermi la vita. Allora il Signore gli disse: . Esci fuori e fermati sul monte davanti al Signore. Ed ecco passare il Signore preceduto da un forte vento che squarciava i monti e spezzava le pietre, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco; ma il Signore non era nel fuoco. E dopo il fuoco un rumore d'aura lieve. Quando Elia lo udì, si coprì la faccia col mantello, e uscì fuori e si fermò sull'entrata della grotta ». Con questa quadruplice manifestazione, Jahvé vuol far capire ad Elia che egli non è soltanto nel fuoco, nel terremoto, nel vento, come era lo Jahvé del Sinai, ma è anche nel soffio leggero; ciò che lascia intuire un messaggio più interiore e misericordioso.
Giovanni ottiene dunque una riposta alla sua domanda. Riconosce ohe Gesù è proprio colui che doveva giungere a questa rivelazione della misericordia. Ma in questo mondo della misericordia egli non ha ancora diritto di entrare. Deve rimanere alle soglie, deve continuare a svolgere il suo compito, che è quello della condanna, quando già Gesù comincia il suo che è quello del perdono. Giovanni, tuttavia, non è affatto schiavo del suo atteggiamento, è soltanto fedele alla sua missione. La rivelazione del tempo della misericordia è per lui un'esperienza spirituale incomparabile che lo inizia alla contemplazione di questo momento nuovo e supremo della storia della salvezza: quello in cui il Piglio dell'uomo offre la sua vita per il mondo peccatore. Egli già l'aveva capito allorché aveva designato Gesù come l'agnello che prende su di sé il peccato del mondo. È ciò che aveva avuto in missione di preparare; e di ciò è il testimone ammirato, pur non avendo il diritto, proprio per fedeltà, di interferire nella missione di un altro. Giovanni non fa quello che soltanto Gesù può e deve fare.

Ogni cosa ha il suo tempo

Gesù esprime tale relazione che lo unisce al suo precursore, nella seconda parte del nostro testo, nella quale gli rende testimonianza. Ne citeremo queste poche righe: « Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli si acquista con la forza, e sono i violenti che se ne impadroniscono, perché tutti i Profeti e la Legge hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, è lui quell'Elia che deve venire, chi ha orecchi per intendere mi intenda ». (Mt. 11, 12-15). Poco prima, Gesù aveva detto che se Giovanni Battista è n più grande fra i figli di donna, è n più piccolo fra i figli del Regno dei cieli, perché egli appartiene all'età precedente. Ora è iniziata una nuova età, nella quale n Regno di Dio è oggetto di violenza. Numerose sono le interpretazioni date a questo passaggio, ed in buona parte contraddittorie. Alcuni lo intendono in un senso peggiorativo: il Regno dei cieli è perseguitato, assoggettato alla violenza. Sarebbe questa un'allusione alle opposizioni incontrate dal Cristo e l'espressione della contraddizione contro la quale viene ad urtare il Regno dei cieli. Schrenk (1) sostiene questa interpretazione. Tuttavia essa non sembra accettabile. Vi è poi un'interpretazione ascetica che si trova già in Clemente d'Alessandria: entreranno nel Regno dei cieli coloro che faranno violenza a se stessi. L'interpretazione è devota, sostanzialmente vera, ma letteralmente non esatta. Non vi è alcuna allusione all'ascesi in queste parole. È il tipico accomodamento omiletico, vero in ciò che esso dice, ma che dà un'interpretazione falsata del testo di cui parla.
Qual è allora il significato reale? Dopo Giovanni Battista ha inizio qualche cosa di nuovo: la porta del Regno dei cieli comincia ad essere sfondata. Mentre per n passato n Regno dei cieli era assolutamente impenetrabile, da questo momento è possibile entrarvi. Per rappresentarci questo avvenimento, lo si può immaginare nel modo seguente: l'umanità attendeva dal tempo di Adamo davanti a questa porta: premeva su di essa ma questa non voleva cedere. Bruscamente, la porta cede e !'immensa marea umana comincia ad entrare. Ecco l'avvenimento che si sta compiendo. Gesù aveva detto che il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di Giovanni Battista. Dirà in seguito che quanto avevano annunziato tutti i profeti è ormai giunto. In questo contesto, la nostra frase ha un senso ben preciso: significa che l'età di Giovanni non è ancora quella in cui la porta è aperta: Giovanni è l'ultimo di coloro che premevano su di essa. Ma «dai giorni di Giovanni» ora avviene una cosa nuova e straordinaria: la porta ha ceduto - o più precisamente ha cominciato a cedere. Perché si comincerà ad entrare soltanto alla Risurrezione. La porta scricchiola, è esattamente la situazione alla quale corrisponde il ministero di Gesù prima della Risurrezione.
Notiamo d'altra parte la strana affermazione che Gesù fa su Giovanni: «È lui l'Elia che deve venire ». Ricorderemo che in Luca 1, 17 l'angelo che appare a Zaccaria nel tempio, dice già ancor prima della nascita di Giovanni Battista, che questi verrà in spiritu Eliae, nello spirito di Elia. E pure ricorderemo che in Giovanni 1, 21 i messaggeri dei Farisei domandano a Giovanni Battista: «Sei tu Elia, sei tu il profeta? ». E soprattutto in Matteo 17, 10-13, leggiamo questo: «I discepoli lo interrogarono dicendo: Perché dunque gli scribi dicono che deve venire prima Elia? Egli rispose loro: È vero, Elia ha da venire e ristabilirà tutte le cose. Ma vi assicuro che Elia è già venuto e non l'hanno voluto riconoscere, ma gli hanno fatto tutto quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire da parte loro. Allora i discepoli compresero che aveva parlato loro di Giovanni Battista ».
Questa relazione di Giovanni ed Elia esige un chiarimento. Elia è, insieme con Enoch, uno dei due santi dell'Antico Testamento dei quali si dice siano stati trasportati in cielo da vivi. Gli Ebrei pensavano che Elia sarebbe ritornato e che il suo ritorno avrebbe immediatamente preceduto gli ultimi avvenimenti. Ora Gesù ci spiega che non è Elia in carne ed ossa a dover venire - Erode a proposito di Gesù si è domandato se non fosse Elia redivivus (Lc. 9, 8) - ma che il nuovo ed ultimo Elia è proprio Giovanni. Profeta simile ad Elia ma di lui più grande, è inviato, come un nuovo Elia, per essere l'ultimo di tutti i profeti. Da questo punto di vista, Maometto non è un profeta e ciò per una ragione non psicologica, ma teologica. La profezia fa parte non della psicologia, ma della storia della salvezza. Maometto è una grande personalità religiosa, ma non può essere un profeta. La funzione del profeta è di preparare l'avvenimento ultimo. Dopo Giovanni Battista. ciò non può più accadere perché l'avvenimento decisivo si è compiuto: la porta del Regno dei cieli è aperta.
Ma se Gesù sottolinea l'abisso che lo separa da Giovanni, è da ammirare il modo con il quale rende testimonianza a Giovanni, allo stesso modo che Giovanni ha reso a Lui testimonianza. È l'opposto di una concorrenza. Vi è stata concorrenza a livello di discepoli: ciò che gli uni guadagnavano, gli altri perdevano. Ma a livello di Giovanni Battista e di Gesù, la situazione è diversa. Giovanni rende omaggio a Gesù e riconosce in lui colui che egli aveva in missione di preparare. Gesù rende omaggio a Giovanni Battista riconoscendo in lui il più grande dei figli di danna, vale a dire quanta vi è di più grande al di fuori del Regna di Dio vero e proprio. Vi è una scambio di riconoscimenti, un reciproco rispetta fra il precursore e colui che viene dopo di lui. La gloria di Gesù è maggiore della gloria di Giovanni, ma ciò non impedisce a quest'ultimaa di essere ugualmente autentica. San Paola dirà più tardi, a proposito di Mosè, che la gloria che risplende sul volto di Gesù oscura la gloria d'Israele, non perché quest'ultima non sia una gloria, ma perché le succede una gloria ancor più grande (2 Cor. 3, 7-11). È possibile affermare una superiorità senza implicare alcun concetto di svalutazione. Dire che qualche cosa è più grande non significa che quanto gli sta al di sotto non sia grande. Dire che il cristianesimo è l'abbagliante manifestazione di Dio non significa che il giudaismo a le altre religioni pagane non abbiano ognuna la loro gloria. Noi non contrapporremo mai il cristianesimo alle altre religioni in termini di bene e di male. Diremo che nel cristianesimo brilla una gloria così abbagliante della Trinità che la luminosità di tutta quanto non è esso medesimo ne viene oscurata; alla stesso modo, il sole al sua levarsi, fa svanire il brillio delle stelle, non perché la luce delle stelle cessi di brillare ma perché noi, avvolti come siamo da questa luce suprema, non riusciamo più a percepire le altre.
È questo che gli Ebrei non capiscono. Gesù lo rimprovera loro ispirandosi all'Ecclesiaste dove sta scritta: «Vi è un tempo per piangere ed un tempo per danzare» (3, 4). Essi vivono male interpretando i tempi. Vi sono momenti, sembra dire Gesù, in cui vi si invita a piangere e voi vi mettete a danzare; altri in cui vi si invita a danzare e vai vi mettete a piangere. Decidetevi a seguire la musica: «non impedite che si canti» (Eccl. 32, 3). Quando Giovanni Battista è venuta, era tempo di piangere; ma allora non avete fatto penitenza. Luca 7, 30, testo parallela al nostro ci dice che « i Farisei ed i dottori della legge non si fecero battezzare da lui ». Ora il Figlio dell'uomo è venuto ed è il tempo della gioia; voi non siete capaci di gioia più che di penitenza. Voi siete sempre in ritardo. E qui ritroviamo il leitmotiv di questo studio su Giovanni Battista: il rispetto dei tempi, la fedeltà nel coincidere con ciò che costituisce il momento presente della storia della Salvezza. Il testo continua a contrapporre Giovanni che in penitenza si privava del cibo e delle bevande a Gesù che mangia e beve. Qui, il vino è il simbolo della gioia messianica, come ancora recentemente ha dimostrata la tesi di P. Lebeau. Il digiuno di Giovanni corrispondeva al tempo dell'attesa, ma ora noi siamo ammessi al convita regale.
La vera intelligenza è di saper discernere i tempi. Perché «la Sapienza è stata giustificata da tutti i suoi figli» (Lc. 7, 35) (2). Questo testo è l'unico del Vangelo nel quale si parli della Sapienza di Dio, della Sophia. Questa Sapienza, che dispone ogni cosa con ordine e soavità è la stessa di cui ci parlano i libri sapienziali. Essa è l'espressione della misericordia e dell'intelligenza con la quale Dio compie i suoi disegni. Alla fine, gli avvenimenti renderanno giustizia a questa Sapienza. E quelli tra i suoi figli che avranno saputo entrare nel disegno di Dio, le renderanno testimonianza. È vero che agli occhi della nostra ragione questa Sapienza non appare subito evidente. È vero che il mondo appare privo di sapienza e governato soltanto dal caso; e non manifesta l'opera di un Dio intelligente e misericordioso. Questa è l'obiezione più comune che incontriamo, è la stessa che si pone Giovanni Battista, sconcertato come lo siamo tutti, come dobbiamo esserlo tutti dal modo con il quale avvengono le cose. Ma ciò fino al momento in cui, penetrando maggiormente nella realtà, e confidando éome Giovanni nella parola di Gesù, scopriamo che, attraverso queste apparenti tortuosità, si compie un disegno la cui sapienza supera infinitamente la nostra, disegno nel quale siamo in diritto di avere totale fiducia. E ciò sarà attestato dai figli della Sapienza, che riconosceranno di aver avuto ragione, un giorno, di confidare in questo disegno di Dio, di averne rispettato le scadenze, di essersi lasciati condurre da questa Sapienza anche quando erano disorientati dalle vie che essa seguiva.

[1] « Theol. Wört. N. T. », p. 160.
[2] Matteo dice: «La Sapienza è stata giustificata dalle sue opere ».

 

 

CAPITOLO UNDICESIMO
LA MORTE

Abbiamo detto che Giovanni Battista era stato precursore e poi testimone di Cristo. Un'ultima gloria gli appartiene: quella del martirio. L'anno liturgico, per uno speciale privilegio, lo ricorda due volte. Celebra la sua natività il 24 giugno ed il suo martirio il 29 agosto. È nominato nella liturgia della messa, al momento del Nobis quoque peccatoribus, in testa alla lista dei martiri, prima di Stefano e di Ignazio, prima di Cecilia ed Agnese. L'inno di Lodi del 24 giugno gli attribuisce la triplice corona di profeta, di vergine, di martire. La sua morte viene così a suggellare, con un supremo atto d'amore, la testimonianza dell'intera sua vita. In questo è, essa stessa, la suprema testimonianza, il martyrion.

Erode Antipa

Dobbiamo innanzitutto descriverne le circostanze. La morte è uno degli episodi della vita di Giovanni Battista la cui ricostruzione storica è più avvincente. Ne possediamo due racconti, l'uno appartiene al Nuovo Testamento e lo prendiamo da Marco, l'altro ci è tramandato dal grande storico ebreo della corte degli Erodi, Giuseppe Flavio. Marco ci racconta innanzitutto l'arresto di Giovanni: « Infatti, Erode stesso aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo teneva incatenato in carcere a causa di Erodiade, moglie di Filippo, suo fratello, poiché egli se l'era presa per moglie. Giovanni, infatti, diceva ad Erode : Non ti è permesso d'avere la moglie di tuo fratello. Ma Erode ce l'aveva contro di lui e voleva farlo uccidere; tuttavia non poteva, perché Erode sentiva rispetto per Giovanni, sapendo che era uomo giusto e santo, anzi lo difendeva e, udendolo, ne restava molto perplesso, pure l'ascoltava volentieri» (6, 17-20).
Le prime righe di questo testo ci danno il punto di partenza del dramma. Per capirle, bisogna sapere chi sono e che cosa rappresentano Erode ed Erodiade. Ci troviamo nel mondo dei piccoli regni mediterranei sui quali si estendeva il protettorato romano. Gli Erodi non erano ebrei ma transgiordani di Idumea. Quattro di essi sano menzionati nel Nuova Testamento. Quando nacque Gesù Erode il Grande regnava su tutta la Palestina. Si deve a lui il massacro dei Santi Innocenti. Erode Antipa, suo figlio, era tetrarca di Galilea, poiché alla morte di Erode il regno era stato suddiviso fra quattro dei suoi figli. Erode Agrippa I, nipote di Erode Antipa, restaurò a suo favore il regno di Palestina. Per ordine suo, fu decapitato l'apostolo san Giacomo (Att. 12, 2). Infine, Agrippa II, figlio del precedente e fratello di Berenice, amante di Tito, è colui che giudicò Paolo a Cesarea (Att. 25, 13).
Quello che ora ci interessa è Erode Antipa. Al pari di suo padre, Erode il Grande, egli appare un personaggio suscettibile. Il potere che detiene è fragile. Egli si trova alla mercé del buon volere dei Romani, da un lato, degli intrighi familiari dall'altro. Qualsiasi fermento popolare lo allarma. A questo punto, ci interessa il racconto di Giuseppe perché è proprio in questa prospettiva che egli spiega l'arresto e l'esecuzione di Giovanni. «Giovanni - scrive Giuseppe - era uomo buono che predicava agli Ebrei di praticare le virtù, di essere giusti verso il prossimo, devoti verso Dio, e di farsi battezzare; poiché, se questo rito del battesimo gli sembrava utile, non era affatto per cancellare i peccati ma soltanto per garantire la purezza dei corpi, essendo l'animo già precedentemente purificato dalla giustizia. La folla si radunava intorno a lui e tutti erano conquistati dai suoi discorsi; Erode temette dunque che si valesse di tanto ascendente per trascinare il popolo a qualche rivolta» (Ant. Jud. VIII, 5, 2, 117).
È di grande interesse questo ritratto di Giovanni fatto da un Ebreo quasi contemporaneo. Giuseppe conferma la testimonianza degli Evangelisti sul fatto che il popolo era favorevole a Giovanni e che questi attirava le folle al suo seguito. Ma si vede soprattutto che l'autore, il quale s'interessa principalmente alla politica, attribuisce l'ostilità di Erode al timore che il successo di Giovanni gli faceva nutrire per le sue ambizioni politiche. Egli è certo che Erode ambiva restaurare a suo favore la sovranità di suo padre sopra l'intera Palestina. Sappiamo che più tardi andrà a Roma per reclamare da Claudio questa sovranità e che tale imprudenza gli procureràl'esilio nella Gallia. Gesù mette in guardia i suoi discepoli contro il «lievito di Erode », cioè contro il messianismo terrestre (Mc. 8, 15).
Tuttavia, considerare Antipa soltanto un politico ambizioso e suscettibile, come fa Giuseppe nel suo racconto, è ridurre il conflitto che lo pone di fronte a Giovanni ad un puro conflitto politico, - tendenza questa comune agli storici di ogni epoca -, significa disconoscerne il senso religioso. Ed anche disconoscere un altro aspetto del carattere di Antipa. Infatti costui sembra essere un uomo attratto ed insieme turbato dalle personalità religiose, come dimostrano i suoi rapporti con Gesù. Quando i Farisei tentano di far credere a Gesù che Erode vuole ucciderlo, certamente per le stesse ragioni per le quali Giuseppe ci dice che egli aveva fatto uccidere Giovanni Battista, Gesù risponde loro queste strane parole: « Andate a dire a quella volpe: ecco io caccio i demoni, opero delle guarigioni, oggi e domani; e il terzo giorno avrò terminato. Ma oggi, domani e domani l'altro bisogna che io sia in cammino» (Lc. 13, 32-33).
Gesù sottolinea bene, con le sue parole, di sapere che Erode poteva essere bensì turbato per la sua influenza, ma altrettanto era impressionato per il potere soprannaturale che si manifestava in lui. Ciò che apparirà pienamente quando Pilato gli proporrà di vedere Gesù arrestato a Gerusalemme: dice Luca (23, 8): « Erode, quando vide Gesù, ne fu molto contento perché da lungo tempo desiderava vederlo per tutto quello che aveva sentito dire di lui e sperava che lo avrebbe veduto compiere qualche miracolo ». Questa attrazione che sentiva per Gesù, Erode l'aveva precedentemente sentita per Giovanni. Sembra persino che fosse rimasto colpito più da Giovanni che da Gesù. Quando per la prima volta sente parlare di Gesù, la sua prima reazione è di dire: « Giovanni il Battista è risuscitato dai morti, è per questo che le potenze dei miracoli operano in lui» (Mc. 6, 14). Quando Gesù tace davanti a lui, al momento della Passione, si sente quasi rassicurato: lo disprezza.
Noi troviamo infatti questo atteggiamento inquieto nel testo che stiamo studiando: « perché Erode sentiva rispetto per Giovanni, sapendo che era uomo giusto e santo; anzi lo difendeva e, udendolo, ne restava molto perplesso, pure l'ascoltava volentieri» (Mc. 6, 20). Possiamo vedere da queste parole la complessità del carattere di Erode. Da un lato, diffida di Giovanni che gli sembra pericoloso per le sue ambizioni; dall'altro, non può fare a meno di riconoscere in lui una presenza divina che lo turba. In questa situazione si prova difficoltà a capire come ragioni puramente politiche, che non erano poi così evidenti, in un momento in cui !'influenza di Giovanni declinava, avrebbero potuto decidere Erode ad U'cciderlo. Bisogna che sia intervenuto un altro fattore e questo nuovo fattore è Erodiade.

Giovanni ed Erodiade

Nella strana famiglia degli Erodi, gli intrighi d'amore avevano tanta importanza quanto le rivalità di ambizioni. Erode Antipa aveva parecchi fratelli. Uno di questi si chiamava Aristobulo, un terzo Giulio Erode. Fra questi tre fratelli figli di Erode il Grande, si svolge il destino di Erodiade. Essa è figlia di uno di essi, Aristobulo, sorella così di Erode Agrippa e zia di Berenice. È moglie dell'altro, Giulio Erode, suo zio. Ma lo ha abbandonato per sposare il terzo, Erode Antipa, pure suo zio. Quest'ultimo che era sposato ed aveva una figlia Salomè, aveva dovuto ripudiare sua moglie, una principessa araba che era ritornata presso la sua famiglia. La chiave di questa vicenda è l'ambizione di Erodiade. Essa aveva legato il suo destino a Giulio Erode, che era un personaggio insignificante. Antipa, invece, vedeva aumentare la sua potenza. Stava per partire per Roma dove avrebbe chiesto la corona di re di Palestina; in tal modo Erodiade sarebbe diventata regina.
A questo momento interviene Giovanni Battista. La condotta di Erode contravviene alla legge di Jahvé: « Non scoprire la nudità della moglie di tuo fratello» (Lv. 18, 16). Erede dei Profeti dell'Antico Testamento, la cui missione è quella di richiamare la Legge dell' Alleanza a quanti la violano, viene a dire a Erode:« Non ti è permesso di avere per moglie la moglie di tuo fratello» (Me. 6, 18). Erodiade sa che Erode «ascoltava Giovanni volentieri» (6, 20). Fin che Giovanni è presente, essa può temere che Erode si ravveda e che tutti i suoi progetti personali cadano nel nulla. L'unica soluzione è di trovare il modo di sopprimere Giovanni (6, 19). Ma l'influenza di lui sopra Erode è tale che essa non può nulla. Così pare fosse la situazione. Si comprende come Giuseppe, molto legato a Berenice, nipote di Erodiade, si sia limitato a darci notizie generiche.
Giovanni appare qui sotto un nuovo aspetto, quale erede del profetismo dell'Antico Testamento - l'ultimo dei profeti. Perché è proprio dei profeti l'essere inviati da Dio per denunziare le violazioni della Legge, della carta dell'Alleanza. Essi non fanno eccezione per alcuno. Anzi, sono inviati prima di tutto presso i principi di questa terra, la cui responsabilità è più grave. In tal modo essi testimoniano che nessuna grandezza terrena può sottrarsi al giudizio di Dio. Si espongono così a sfidare !'ira dei potenti, dei quali contraddicono i progetti; e per questo sono sempre perseguitati. Stefano vedrà nella persecuzione di Giovanni Battista da parte di Erode, la continuazione delle persecuzioni dei profeti da parte dei re d'Israele: «Quali dei profeti non perseguitarono i vostri padri? Essi uccisero coloro che predicavano la venuta del Cristo, di cui voi in questi giorni siete stati traditori e omicidi » (Att. 7, 52).
Giovanni ci appare qui fedele a se stesso, intransigente; ciò che lo differenzia S01tto questo aspetto da Gesù. Giovanni è profeta del!'ira di Dio, C01me dimostra la sua prima predicazione. Egli annunzia agli uomini la necessità di convertirsi, poiché l'ira di Dio è vicina; penetrato dal concetto della santità di Dio, egli denunzia implacabilmente le infedeltà, i peccati, i tradimenti. Di fronte alla lussuria ed ai piaceri dell'ambiente di Erode, Giovanni rappresenta il testimone di Dio che rifiuta ogni concessione allo spirito mondano. L'esigenza, l'intransigenza, saranno sempre uno degli aspetti del messaggio. Noi rivolgiamo alla Chiesa rimproveri contraddittori. Le rimproveriamo talvolta di non condannare con sufficiente violenza determinate cose, le rimproveriamo, in altri momenti, di non essere abbastanza indulgente verso altre. Generalmente, le rimproveriamo di non essere sufficientemente severa con ciò che anche noi condanniamo, e le rimproveriamo di non essere sufficientemente indulgente con ciò che noi troppo facilmente assolviamo. Ad esempio, accusiamo violentemente la Chiesa di non condannare la bomba atomica, ma troviamo poi che è troppo severa in ciò che riguarda la morale coniugale. Ora, la Chiesa deve comprendere in sé tutti e due gli estremi: essere indulgente ed esigente. Deve essere colei che non ammette mai la complicità con il peccato, ma anche colei che accoglie misericordiosamente i peccatori.
Giovanni appare logico nella sua intransigenza. Benché con Gesù la misericordia sia già presente, egli continua a svolgere la sua missione di severità. E Gesù darà riconoscimento a Giovanni, pur chiarendo d'essere venuto a portare dell'altro. Ciò che è ammirevole è la fedeltà di Giovanni, non tanto a se stesso, quanto alla sua vocazione: denunziare il peccato. La vocazione di Gesù sarà di perdonare, ma essa ha significato soltanto perché segue la vocazione di Giovanni. Perché, se il peccato non viene denunziato, non ha bisogno di essere perdonato. La misericordia non ha senso se non là dove esiste la consapevolezza del peccato. Diversamente, non si tratta di misericordia ma di complicità, che della misericordia è la caricatura più terribile. La misericordia autentica comprende in sé il giudizio e la collera, ma li sa superare grazie all'amore. Il compito di Giovanni è dunque necessario. Nella pedagogia di ogni uomo, questo momento giovanneo - la denunzia del male in tutte le sue espressioni - è un momento che precede sempre quello della misericordia. Giovanni incarna così una missione che continua nel tempo. Essa appare nel dramma del suo arresto, durante il quale la sua intransigenza gli procura la prigione proprio per la sua fedeltà nel rifiutare ogni complicità con il male.
Anche qui, Giovanni appare procedere nello spirito di Elia. Non c'è da stupirsi che gli Ebrei si siano chiesti sé non fosse- proprio Elia tornato fra loro. Infatti, Elia era andato da Achab, dopo che questi aveva fatto trucidare Nabot per impossessarsi dei suoi beni. Dio così gli aveva detto: «Parti e va incontro ad Achab, re d'Israele, che si trova in Samaria. Ecco, è nella vigna di Nabot, dove è sceso per prenderne possesso. Gli parlerai dicendo: 'Così dice il Signore: Hai ucciso e per giunta tu usurpi!'. Poi gli parlerai dicendo: 'Così dice il Signore: in quel luogo stesso in cui i cani hanno leccato il sangue di Nabot, leccheranno anche il tuo! '. Achab disse ad Elia: 'Tu mi hai colto in fallo, o mio nemico! ' » (l Re 21, 18-20). Presso Achab sta Gezabele; presso Erode, Erodiade. Si ripete la medesima storia. L'ultimo gesto di Giovanni Battista è quello che più rivela l'uomo dell'Antico Testamento. Tutto ciò sarebbe potuto avvenire quindici secoli prima.
Ma mai questo conflitto fra lo spirito del mondo e la legge di Dio è forse esploso con tanta forza quanto nel drammatico confronto fra Giovanni ed Erodiade. Costei incarna la pura volontà di potenza. Decisa a portare a termine il suo disegno ambizioso, ell è pronta a spezzare qualsiasi ostacolo. .È l'espressione stessa dello spirito della città terrestre, come la definiva sant'Agostino: l'amore di sé fino al disprezzo di Dio. Ella è pronta a calpestare le leggi più sante, se queste sono di ostacolo ai suoi piani. Ciò che le importa è soltanto la riuscita della sua esistenza.
Di fronte a lei, Giovanni è il testimone delle vie del Signore. Aggrappato dal fondo del suo animo alla legge divina, non sopporta che questa sia violata ed è pronto a sfidare ogni collera per difenderla. Egli sa che deve esserne il testimone, qualsiasi possano essere per lui le conseguenze. Egli incarna la città di Dio fondata sull'amore di Dio fino al disprezzo di sé. Egli stesso non ha vissuto che in funzione di 'questa legge. Essa l'ha fatto vivere ed ha dato alla sua vita il vero significato. E non è soltanto esternamente che egli rende di essa testimonianza, ma tutto il suo essere ne vive. Fra Erodiade e lui il conflitto è totale.
Erode invece, è il vero esempio dell'uomo diviso; incarna quello che gli Ebrei di quel tempo chiamavano dipsuchia , la duplicità dell'intenzione. Condivide le ambizioni di Erodiade: geloso del suo potere desidera estenderlo sempre più. Ma potrebbe realizzare le sue ambizioni anche senza Erodiade e questo essa lo avverte molto bene. Per questo Giovanni è per lei più temibile di quanto non lo sia per Erode. Inoltre, Erode è attratto da Giovanni, gli piace ascoltarlo. Il Vangelo ci lascia capire che, persino dopo averlo fatto incatenare in carcere, egli viene ad intrattenersi con lui. Il potere soprannaturale che emana il Battista, lo affascina e lo inquieta insieme. Certamente, egli teme che, legandosi maggiormente a lui, gli capiti qualche sventura. Strana cosa ! Giuseppe ci dirà che quando Erode fu mandato in esilio da Tiberio « molti Ebrei pensavano che l'esercito di Erode fosse stato colpito da Dio e che lui stesso fosse stato molto giustamente punito di quanto aveva fatto a Giovanni, detto il Battista» (Ant. Jud. XVII, 5, 2, 119).

Il martirio

Nel conflitto fra Giovanni ed Erodiade, vince Erodiade. Il Nuovo Testamento ci permette di stabilire l'ordine degli avvenimenti. Dopo il battesimo di Gesù, Giovanni prosegue il suo ministero per qualche mese. Battezza ad Enon, nei pressi del lago di Genezareth. È in questo periodo che i suoi discepoli si inquietano per i progressi di Gesù. Il Vangelo di Giovanni precisa che a quel tempo « non era stato ancora messo in carcere» (3, 24). Attorno a quest'epoca, dovette andare a Tiberiade, residenza abituale di Antipa, nei pressi di Enon, per rimproverargli il suo adulterio. Erode, influenzato da Erodiade, l'arresta e 10 incatena in carcere (Me. 6, 17). Questa permanenza in carcere dovette durare alcuni mesi, durante i quali Erode poté intrattenersi con Giovanni, cosa che si può spiegare soltanto con la presenza di Giovanni presso Erode. Non ci si immagina Erode che va a trovare Giovanni sulle rive del Giordano.
Erodiade intanto aspettava l'occasione di strappare ad Erode la testa di Giovanni. A tal fine, ordisce una trama che ci viene raccontata da Marea e da Matteo. Erode, per festeggiare il suo compleanno, doveva offrire un banchetto « ai suoi grandi, ai suoi tribuni ed ai principali della Galilea» (Mc. 6, 21). Queste ultime parole sembrerebbero indicare che l'episodio si svolga a Tiberiade. Tuttavia, Giuseppe afferma che Giovanni fu decapitato nella fortezza di Macheronte, sulla costa nord-est del mar Morto, di fronte a Qumran. Questa notizia non va dimenticata. Erode soggiornava dunque a Macheronte al momento delle celebrazioni del suo compleanno. Questa residenza era di sua proprietà. Proprio là la sua prima moglie, Cipros, si era ritirata, qualche mese prima, dopo che era stata ripudiata; e di là era fuggita per raggiungere i suoi genitori a Petra.
Erodiade aveva fatto entrare nel suo gioco la figlia Salomè. Marco non la nomina, ma noi sappiamo il suo nome da Giuseppe: «e la figlia della stessa Ero di ade entrò e ballò e piacque ad Erode ed ai convitati. Allora il re disse alla fanciulla: 'Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò'. E le giurò: tutto quello che vuoi domandarmi, te lo darò, fosse pure la metà del mio regno! Essa, uscita, domandò a sua madre: 'Che cosa devo chiedere?'. Quella rispose: 'La testa di Giovanni Battista'. Il re divenne triste, tuttavia a motivo del giuramento e per riguardo ai convitati, non volle contrariarla con un rifiuto. E, mandato subito un servo, gli diede ordine di portare la testa di Giovanni» (Mc. 6, 22-27). Sono indicative le ultime parole che rivelano molto bene che questa morte era stata voluta da Erodiade.
Come era stato nella vita, così anche nella morte, Giovanni Battista appare l'ultimo dei profeti ed il maggiore di essi. Infatti riepiloga, nel momento in cui essa si compie, la drammatica storia dei profeti mandati incessantemente da lahvé e respinti dal popolo. Gesù stesso ritraccia questa storia quando dice rivolto agli Ebrei del suo tempo: «Guai a voi, scribi e 'Farisei ipocriti! che fabbricate sepolcri ai profeti ed ornate le tombe ai giusti, e dice: 'Se fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti!'. Così, voi attestate contro voi stessi di essere figli di coloro che uccisero i profeti. E voi colmate la misura dei vostri Padri» (Mt. 23, 29-32). E Gesù ricorda loro: « Il sangue innocente sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino a quello di Zaccaria, figlio di Barachia, che voi uccideste fra il Tempio e l'Altare» (23, 35). Stefano diceva la stessa cosa: « Quali dei profeti non perseguitarono i vostri padri?» (Att. 7, 52).
La morte di Giovanni Battista appare, in questo senso, l'espressione suprema del peccato. Essa svela il peccato del mondo. L'aver ottenuto Erodiade la testa di Giovanni Battista, esprime la volontà dell'uomo di bastare a sé stesso, di autodefinirsi prescindendo da Dio. È il trionfo degli abitanti della terra i quali, come dice l'Apocalisse, si rallegrano della morte dei profeti « perché erano diventati il tormento degli abitanti della terra»(Ap. 11, lO). È l'espressione di un mondo che grida vittoria dopo essersi liberato da Dio. Nulla viene ormai più a disturbare la sua pretesa di darsi da solo la propria legge. In ciò, la morte di Giovanni è esemplare perché riassume, in un momento storico decisivo, l'universo del peccato.
La morte di Giovanni Battista è inoltre l'espressione della suprema condanna del mondo. Il suo sangue «ricadrà su questa generazione» (Mt. 23, 36) con tutto il sangue innocentemente versato. Completa così la sua condanna; è il giudizio del mondo, attira sul mondo la coppa della collera di cui parla l'Apocalisse. Manifesta il mistero d'iniquità, rivela apertamente che l'umanità è prigioniera del peccato. Come Giovanni Battista segna la tappa suprema della preparazione alla Parusia nella linea del profetismo, la sua morte segna la tappa suprema della preparazione della Parusia nell'ordine del mistero del peccato. Sembra allora che !'incompatibilità fra il Dio Santo ed Israele peccatore sia irrevocabile, che la suprema possibilità d'Israele gli venga tolta, che resti fino alla fine quel popolo « duro di cervice, incirconciso di cuore e di orecchi, sempre resistente allo Spirito Santo» (Att. 7, 51).
Ma la morte di Giovanni segna anche il termine di questa storia della condanna. Perché, dopo il sangue di Giovanni, un altro sangue sarà versato. Esso non ricadrà come una condanna sopra coloro che l'avranno versato, ma sarà sparso per la redenzione di molti. La morte di Giovanni è la prefigurazione della morte di Gesù. E questo vuol dire innanzitutto che la morte di Gesù assomiglierà alla sua: « Ma vi assicuro che Elia è già venuto, e non l'hanno voluto riconoscere ma gli hanno fatto tutto quello che hanno voluto. Così, il Figlio dell'uomo dovrà soffrire da parte loro. Allora i discepoli compresero che aveva parlato loro di Giovanni Battista (Mt. 17, 12-13). Il rifiuto e la morte del Battista prefigurano il rifiuto e la morte di Gesù, e questa morte rappresenterà veramente il massimo dell'iniquità. Sarà Gesù a realizzare pienamente la figura del Servo di Jahvé respinto dal mondo peccatore.
Ma Giovanni è soltanto una prefigurazione di Gesù, perché con Gesù il sangue versato acquista un significato nuovo. Esso è versato non più in segno di condanna,' ma di redenzione. Il conflitto senza soluzione fra profeti e peccatori si risolve con il profeta che prende su di sé il peccato del mondo. Giovanni aveva designato Gesù come l'agnello, egli sapeva di appartenere ancora al mondo in cui doveva denunziare il peccato, non liberare da esso. Lo Spirito era dato ai profeti, il sangue era versato dai peccatori. Lo Spirito era effuso in benedizione, ma il sangue era versato in maledizione. Il sangue di Giovanni è l'ultimo che appartenga a questo ordine. D'ora in poi, il sangue che sgorgherà dal corpo di Gesù, sarà Spirito e vita.
Per Erodiade, come per tutti «gli uomini della terra », la morte è un'assurdità, totalmente spoglia di significato e rende insignificante un'ambizione che viene ad infrangersi alla fine su di essa. Ma per Giovanni, la morte è il vertice della sua vita, il momento che ne consacra il significato. Egli ha fondato la sua vita sulla parola che gli è stata rivolta, e su questa parola fonda anche la sua morte. Nulla gli è tolto che non abbia già donato. La morte non è che quel dono supremo in cambio del quale egli sa di ricevere tutto. L'amore trasforma l'atto della morte nel compimento supremo di tutta la sua vita. La morte suggella, anziché smentire, tutto ciò per il quale egli ha vissuto. Ed essa completa il processo in cui si è precisata la sua posizione, d'un significato unico, fra i profeti dei quali egli è il compimento ed il Cristo nelle cui mani egli. rimette tutte le cose.

 

 

CAPITOLO DODICESIMO
PRESENZA DI GIOVANNI BATTISTA

Studierò in quest'ultimo capitolo la vita postuma di Giovanni Battista, cioè la presenza costante del precursore nella vita spirituale dell'umanità. Affronterò tre tipi di argomenti. Prima, la persistenza del messaggio di Giovanni Battista fuori dal Cristianesimo. Poi, la presenza della sua persona, poiché, per noi cristiani, per i quali l'esistenza non si esaurisce con l'esistenza terrestre, Giovanni continua ad essere presente nel mistero della Chiesa. La Chiesa d'Oriente, in particolare, gli dà un posto eccezionale; sopra tutte le iconostasi, la vergine Maria e Giovanni Battista sono i due personaggi principali. Infine, mostreremo come la missione di Giovanni si prolunghi nel tempo preparando le vie del Signore, al momento delle sue diverse venute.

Il ricordo

Giovanni Battista ha fondato un movimento. Qui possiamo porci una prima domanda: sono diventati tutti cristiani i suoi discepoli? Hanno riconosciuto il Cristo? San Paolo incontra ad Efeso dei discepoli del Battista che non avevano mai sentito parlare del battesimo cristiano (Att. 19, 2). Il movimento nato da Giovanni ha dunque persistito nel tempo. Fra i suoi seguaci, alcuni hanno riconosciuto il Cristo e si sono uniti a Lui - in particolare è il caso degli apostoli Giovanni e Pietro - altri sono rimasti discepoli del Battista. Non è possibile, tuttavia, seguire per molto tempo la storia di questo movimento. Attualmente non si può dire se qualche cosa di esso sia rimasto. Le sue ultime derivazioni si sono alla fine innestate nel cristianesimo, o nello islamismo, o nel giudaismo.
Qual è la posizione degli Ebrei nei riguardi dì Giovanni Battista? Lo incontriamo nella loro tradizione e vi è nei suoi riguardi un atteggiamento positivo? Qui la testimonianza di Giuseppe è molto interessante; per lui Giovanni Battista è un profeta ed un giusto che si è urtato con Erode perché questi vedeva in lui l'espressione di una corrente messianica ohe gli pareva sospetta. Per Giuseppe, Giovanni Battista è una grande figura religiosa del giudaismo del suo tempo. Al contrario, non fa che una brevissima allusione al Cristo e non dimostra verso di Lui lo stesso atteggiamento positivo. Giovanni Battista è dunque, per i suoi contemporanei Ebrei, un grande profeta. D'altra parte, nel Vangelo leggiamo che molti Farisei e sadducei, vengono a farsi battezzare da lui.
Ma egli fu poi quasi completamente cancellato dalla tradizione ebrea posteriore, a causa delle sue relazioni con il Cristo. A partire dal secondo secolo, vi è stata una reazione anticristiana estremamente violenta. Nelle tradizioni talmudiche, Gesù viene presentato come il figlio di un soldato e di una cortigiana. Questa reazione è caduta dì rimbalzo sulla figura di Giovanni Battista che la tradizione talmudica ha completamente ignorato. Il giudaismo moderno, invece, vuole integrare tutte le ricchezze della propria tradizione - e questo soprattutto dopo la ricostituzione dello Stato d'Israele. In questa prospettiva, Giovanni Battista appare una grande figura ebrea e le moderne Vite di Gesù sono caratterizzate da un atteggiamento favorevole nei suoi riguardi. Ci troviamo qui di fronte ad una pagina della storia ebraica che il giudaismo ha voluto ignorare per diciotto secoli e che sta ora riscoprendo (1).
A mio parere questo confronto che i giovani Israeliani d'oggi, fanno con !'intero passato della Palestina, costituisce un problema appassionante. Considerata la distensione che esiste fra cristiani ed ebrei, considerato lo sforzo, nella Chiesa, di eliminare tutto quanto sussisteva di antisemitico, considerato che anche lo Stato d'Israele libera gli Ebrei da un complesso di dispersione e permette loro di affrontare i problemi con maggiore serenità, la questione dell'atteggiamento di fronte agli avvenimenti narrati dal Vangelo, è modificata. Per gli studenti di teologia rabbinica di Gerusalemme, l'insegnamento del Vangelo fa parte di. una cultura universitaria completa, essendo i Vangeli molto importanti per la conoscenza di tutto un periodo della storia della Palestina.
Il posto che Giovanni Battista occupa nel Corano è importante. Gli sono consacrate numerose sure e l'islamismo lo venera profondamente e riconosce in lui un grandissimo profeta. È questo un aspetto di quanto noi scordiamo troppo spesso e cioè la presenza, nell'islamismo, di elementi che provengono dal cristianesimo e la preoccupazione che ha avuto Maometto di collocarsi nella linea di un profetismo in cui Abramo, Giovanni Battista e Gesù rappresentano 'le pietre miliari. In questo senso, l'islamismo si colloca nella prospettiva della religione giudeo-cristiana, ma riduce il messaggio biblico ad una testimonianza profetica resa al monoteismo.
Il Corano parla soltanto della nascita miracolosa di Giovanni Battista, che chiama Yahya. La tradizione musulmana posteriore lo rappresenta come un asceta. Egli si nutre di erbe e di foglie d'alberi; è soprattutto caratterizzato dal dono delle lacrime. Questo carisma è legata in lui al costante pensiero. del Paradiso. e dell'Inferno. L'iconografia musulmana lo rappresenta con la testa reclina e piangente, mentre Gesù appare sorridente grazie alla sua fiducia in Dio. Giovanni ha inoltre il dono della profezia e chiama gli uomini all'adorazione di Allah. Così, ciò che l'islamismo ha conservato di Giovanni, è soprattutto il suo straordinario ascetismo e la sua eccezionale santità. È considerato un uomo che non ha mai peccato. Il racconto della sua morte è ancora circondato da circostanze meravigliose (2). La Moschea degli Omàyyadi a Damasco, ritiene di possedere la tomba di Giovanni Battista.
C'è un casa assai curiosa che bisogna ricordare: quello di una religione che ancora esiste, della quale Giovanni Battista è il grande profeta. Religione molta misteriosa che oggi è rappresentata soltanto da qualche gruppo. nell'Iraq. Essa è stata oggetto di studi approfonditi da cinquant'anni a questa parte, perché pone ogni genere di problemi riguardanti le origini cristiane. Si tratta del mandeismo. I mandei sono tribù battiste. Il loro rito principale è il battesimo e la loro iniziale residenza sono state le sponde del Giordana. Nel mandeismo abbiamo dunque certamente la prosecuzione di un battesimo giordaniano, cioè l'eredità di tribù arabe transgiordane, il cui rito principale era il battesimo nel Giordana. E questo in un tempo precedente a Giovanni Battista ed a Gesù. I riti battesimali di queste tribù consistevano in bagni con immersione completa in un fiume o in un corso d'acqua. Il Giordano rappresentava per loro una specie di fiume sacro. Abbiamo i libri sacri dei Mandei, specialmente il Ginza. In essi, si trovano delle tradizioni antiche che risalgano certamente ad un battesimo. anteriore al Nuovo Testamento, ma ulteriormente arricchite da influenze cristiane e musulmane.
Il problema che interessa è se Giovanni Battista abbia avuto una funzione nelle origini di questa religione, che lo considera il grande profeta. In realtà, gli specialisti odierni, in particolare Kurt Rudalf nel suo notevole volume intitolato Die Mandäer, pensano che Giovanni Battista non abbia niente a che vedere con la fondazione di questa setta, ma che i Mandei ne abbiano fatto il loro profeta fondatore a causa del rito essenziale che egli compiva: il battesimo nel Giordano. Non sembra si possa affermare che essi siano un ramo di discepoli del Battista durato fino ad oggi. Tuttavia, la cosa molto interessante è che vi sono nel mandeismo delle tradizioni sul Battista provenienti dal Nuovo Testamento e testimonianti che il ricordo di Giovanni era rimasto straordinariamente vivo sulle sponde del Giordana.

La gloria

In un secondo punto, studieremo la vita postuma di Giovanni Battista, non più nelle sue sopravvivenze storiche, ma nella sua realtà presente. In effetti, per noi, la vita - tanto quella del Cristo che quella dei santi - non è limitata all'esistenza terrestre, ma continua oltre la morte. Giovanni Battista interessa quindi anche nella sua realtà attuale. Qui, noi passiamo dai dati storici alla riflessione teologica. La chiesa cristiana nella quale Giovanni Battista ha maggior importanza mistica, è l'ortodossa. Lo studio del posto che Giovanni Battista occupa nella Chiesa orientale, e principalmente nell'ortodossia, sarebbe assai interessante.
Ciò è vero innanzi tutto per l'iconografia. Si ritrova Giovanni Battista fra i personaggi dell'iconostasi. La dignità del precursore trova una conferma diretta nel posto che questi occupa nella gerarchia illustrata nelle iconostasi. Al centro sta il Salvatore. Ai lati, la Madre divina, ed il precursore. Dunque, il precursore è sullo stesso piano di Maria. Poi vengono gli angeli e quindi, i santi. Questa composizione rispecchia una visione teologica fondamentale. Non si tratta di una concezione particolare, ma di una rappresentazione comune poiché essa è espressa nell'iconostasi stessa, cioè nella liturgia ufficiale. In, tale liturgia, che è come la rappresentazione del cielo, l'icona è qualche cosa di completamente diverso dalle nostre statue: per noi le statue o i quadri sono ornamenti, mentre !'icona orientale è una specie di sacramento e fa parte della celebrazione liturgica. Ecco perché si venerano le icone. L'icona è quasi una presenza ed aiuta a passare dal mondo sensibile a quello invisibile: rende presente il Cielo nella liturgia. Vi si trova una visione contemplativa mirabile, che è uno dei motivi del fascino delle liturgie orientali, nelle quali tutti i segni introducono nel mondo del mistero.
Il medesimo posto che Giovanni Battista occupa nell'iconologia orientale, lo occupa anche nella liturgia orientale. Da questo punto di vista, il maggior libro su Giovanni Battista è opera di Sergej Bulgakov, s'intitola L'amico dello Sposo e fa parte di una trilogia mirabile, non ancora tradotta in francese né in italiano: La Scala di Giacobbe (angelologia), Il Roveto ardente (mariologia), L'amico dello Sposo (joannologia) (3). Bulgakov avvicina, come fa l'iconologia, le tre sfere del vertice della gerarchia. È sicuramente la riflèssione teologica più spinta che vi sia su Giovanni Battista. Il primo di questi temi è quello della santificazione di Giovanni Battista fin dal seno di sua madre, ciò che Bulgakov accosta all'Immacolata Concezione. Eg1i ritiene che il Battista appartenga ad un ordine di grazia assolutamente differente da quello dell'umanità comune. E poiché, d'altra parte, gli ortodossi non credono all'Immacolata Concezione, nel senso che noi le attribuiamo, ma pensano soltanto che la Vergine sia stata preservata dal commettere peccato alcuno e che Ella è Santissima, non vi è dunque, per la teologia orientale, differenza di natura fra il privilegio di Maria ed il privilegio di Giovanni. Questo spiega come, nell'iconologia, si possa porli sullo stesso piano. In effetti, essi presentano, l'uno e l'altro, la caratteristica di essere stati santificati fin dalla loro origine e di non essere mai stati sfiorati dal peccato Ma questo, per gli Orientali, non ha lo stesso significato di ciò che la teologia occidentale ha chiamato esenzione dal peccato originale.
Una seconda caratteristica ci introduce in misteri0se speculazioni. Si tratta della relazione fra Giovanni Battista ed il mondo degli angeli. Il Vangelo applica a Giovanni la frase di Malachia: «È di lui che è stato detto: io invierò il mio anghelos prima di me » (3, 23). Questo termine greco può significare angelo o messaggero. Molto presto, nella tradizione patristica, è esistita !'idea di una certa relazione fra Giovanni ed il mondo degli angeli. Origene si chiedeva se Giovanni Battista non fosse un angelo e se non vi fosse stata una incarnazione di Giovanni Battista parallela all'incarnazione del Verbo; se cioè Giovanni Battista non fosse un angelo incarnato che precedeva il Verbo incarnato. Nei Padri vi sono lunghissime discussioni sull'argomento. Bulgakov conserva qualche cosa di questa misteriosa relazione di Giovanni Battista con il mondo degli angeli.
Ecco che cosa dice Zander: «Nell'iconologia orientale la caratteristica più diffusa del precursore sono le ali. Questa figurazione alata indica innanzi tutto il modo angelico con il quale visse e grazie al quale gli inni della Chiesa lo chiamano angelo. Tuttavia si lodano anche i venerabili asceti, per aver vissuto una vita simile a quella degli angeli, ma non per questo vengono rappresentati con le ali. Perciò, in Giovanni vi è qualche cosa di più. Al pari degli angeli egli sta davanti alla luce eterna, come una luce riflessa. È in lui e attraverso di lui che la natura angelica è, per così dire, inclusa nell'opera di Incarnazione. L'apostolo Paolo lo conferma: il Cristo, partecipando nella sua incarnazione al sangue ed alla carne, ha sposato la causa non degli angeli ma della discendenza di Abramo. Ma, nel precursore, la natura angelica e la natura umana si trovano congiunte in virtù della incarnazione di Dio: questa infatti, una volta realizzata in tutta la sua pienezza, accoglie in sé tutto ciò che è creato, in particolare il mondo degli angeli.
Tale è il nuovo aspetto della partecipazione del precursore alla Incarnazione divina e non soltanto come battista ma anche come angelo, a causa dell'unione che vi è in lui della natura umana e del mondo angelico» (4). Questo non è interamente convincente ma certo vi è, nella teologia orientale, una linea di riflessione che sarebbe interessante approfondire. Che l'intero universo ed il cosmo della spirito, in particolare, sia integrato nel mistero di Cristo, mi pare infatti certo, perché il mistero di Cristo è un mistero cosmico, non soltanto umano. Per mezzo dell'Incarnazione, il Verbo di Dio riprende tutte le cose per riportarle al Padre. Ma qual è il compito di Giovanni? In quale misura si può dire che per mezzo suo il mondo degli angeli venga integrato nel mistero della salvezza? Forse ciò avviene perché Giovanni riunisce al Cristo tutto ciò che non è visibilmente incorporato nella Chiesa; egli viene, per così dire, a raccogliere ciò che è marginale.

Il ministero

Vi è una persistenza di Giovanni Battista dal punta di vista del suo carisma storico. Abbiamo visto or ora, d'altra parte, il posto che Giovanni Battista occupa nella gerarchia della liturgia celeste. Da ultima, dobbiamo precisare la persistenza della sua funzione nell'edificazione del corpo mistico. Infatti, una legge dell'ordine della grazia, è che i ministeri sono permanenti. Ed è quanto costituisce, vicino alla cristologia, quella che si può chiamare mariologia, joannologia, josefologia, petrologia. Quella che Maria, Giuseppe, Pietro sono stati nel Nuovo Testamento, deve proseguire in un modo o nell'altro, nella Chiesa. Questa legge è molto importante. Vi è dunque continuità nel ministero di Giovanni, questa ministero della preparazione (5). Tre sono le grandi preparazioni.
Prima di tutto Giovanni precede Gesù nella sua vita terrena e nel sua ministero pubblico. Questa l'abbiamo vista. Seconda, Giovanni precede Gesù agli inferi. Discende prima di lui nel mondo dei morti, il mondo nel quale Adamo, Enoch, Abramo, David, questa immenso mondo dell'Avvento, attendevano la liberazione. Giovanni Battista discende nel mondo dei morti poiché il Paradiso non è ancora aperto; ma discende da precursore, ed annunzia ai santi dell'Antico Testamento che l'ora della liberazione è imminente. Lo sguardo contemplativo scopre degli abissi là dove i nostri sguardi limitati si fermano alla superficie. L'universo delle anime è di una ricchezza della quale noi non sospettiamo quasi nulla, perché in questo ordine la nostra cecità è quasi totale. Certo, non bisogna cedere ai trasporti dell'immaginazione, ma tuttavia bisogna ammettere delle dimensioni dell'essere diverse da quell'universo miseramente angusto che finisce con il costruire certo positivismo moderno. Bisogna dare al cosmo le sue profondità spirituali. Se Giovanni ha avuto una missione in quell'universo dei morti, in quell'universo di anime che è sommamente reale nel Corpo di Cristo, non vi è da stupirsene (6).
Giovanni è anche colui che prepara negli animi le vie del Signore. Questo è il suo aspetto missionario, il suo aspetto d'Avvento. Invero, l'incontro con il Cristo deve essere preparato. Bisogna che ogni collina venga abbassata, ogni avvallamento colmato, che i vuoti di speranza siano colmati e le punte di orgoglio abbassate. Disperazione ed orgoglio sono infatti i due ostacoli fondamentali alla fede; vi sono persone troppo piene di sé, e questo chiude loro l'ingresso del Cristo, ve ne sono altre che non hanno sufficiente speranza e questo impedisce loro di raggiungere il Cristo. È necessario dunque abbassare le montagne, ed esaltare le valli, chiudere i vuoti e demolire i muri. È quanto fa Giovanni Battista.
Giovanni prepara inoltre la Parusia. Qui ci si confonde un po' fra Giovanni Battista ed Elia. Gli Ebrei chiedevano se Giovanni Battista era ritornato - Gesù stesso aveva detto che Giovanni Battista era Elia -. Fra Giovanni Battista ed Elia vi sono continue analogie. Tutta una spiritualità del deserto parte da Elia, passa attraverso Giovanni Battista, va in Egitto e prosegue nel Carmelo. Il precursore dell'ultima Parusia è dunque Elia o Giovanni Battista? Non lo si può dire con certezza. Saranno forse l'uno e l'altro insieme, ma è certo che quest'ultima venuta è preparata anche da Giovanni Battista. È qui che noi scorgiamo la persistenza di un ministero misterioso di Giovanni Battista attraverso la storia della Chiesa; in tal modo noi non ci limitiamo ad un ritorno nel passato, ma ci troviamo in contatto con un'influenza viva.

[1] Vedi D. FLUSSER, Johannes der Täufer, Leyde, 1964. D. Flusser è docente di esegesi del Nuovo Testamento all'Università ebraica di Gerusalemme.
[2] Vedi i testi raccolti da MICHEL HAYEK, Le Christ et l'Islam, Le Seuil, Paris, 1959, pp. 49-61.
[3] Quest'ultima opera è riassunta in un articolo di LÉON ZANDER, Le Précurseur selon le P. Boulgakof in « Dieu vivant », 7 (1946), pp. 89-117.
[4] L. ZANDER, art. ci t., pp. 113-114.
[5] Vedi ORIGENE, Com. Joh., 11, 37; IPPOLlTO, De Antichristo, 43-46.
[6] Vedi per es. SIRARPIE DER NERSESSIAN, A Homily on the Raising of Lazarus and the Harrowing of Hell, in « Biblical and Patristic Studies in Memary af Rabert Pierce Casey», Berlin, 1963 pp. 224-227.

 

 

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