La piena occupazione era possibile

Ci stiamo avvicinando al clou di questo saggio, ma occorre comprendere ancora una realtà economica di importanza capitale. La piena occupazione - cioè quell’inimmaginabile sogno dove non sarebbero esistiti uomini o donne privati della dignità del lavoro e del sostentamento dei proprio figli, dove non sarebbe esista l’umiliazione del lavoro sottopagato, dove i precari/flessibili/a chiamata sarebbero stati solo un incubo su cui scherzare, dove violenza domestica e alcolismo o droga e delinquenza non avrebbero mai incancrenito le mura domestiche di un licenziato, dove non sarebbero esistiti bambini col futuro spezzato da una busta paga scomparsa – beh, quel sogno era possibile, pienamente possibile nelle economie di tutti i Paesi, ma fu stroncato scientemente proprio per schiavizzare milioni e controllarli con la sofferenza, col fine di accumulare potere e profitti per pochissimi. Nel prossimo capitolo su IL PIU’ GRANDE CRIMINE darò conto di cosa ci hanno incredibilmente fatto, ora la spiegazione dell’assioma di cui sopra.

Il lavoro scientifico in materia economica che offre le basi alla possibilità della piena occupazione è il merito soprattutto del Prof. L. Randall Wray, docente di economia e direttore della ricerca del CFEPS all’Università del Missouri Kansas City (USA). Con lui oggi lavorano decine di altri colleghi titolati di almeno quattro nazioni. Permettetemi di introdurre il tema con le sue parole:

Se capiamo come funzionano i sistemi monetari, se comprendiamo che il denaro è solo impulsi elettronici o carte straccia inventati dal Tesoro e dalla BC, allora possiamo dire: il governo a moneta sovrana può inventasi tutti gli impulsi elettronici che vuole, con essi può pagare tutti gli stipendi che vuole, comprare tutto ciò che vuole. Possiamo avere la piena occupazione, il business può vendergli tutto ciò che deve vendere se il governo vuole comprarglielo. Può il governo permettersi queste spese? Certo, perché il governo non esaurirà mai gli impulsi elettronici, dunque non farà mai bancarotta; preme un bottone e gli stipendi appaiono sui computer delle banche. L’unico limite è l’inflazione, ma se il governo spende per aumentare la produttività nel settore privato, allora l’inflazione non è più un problema”.

Queste parole, oltre a lasciare increduli tutti voi, suscitano disapprovazione negli economisti classici per motivi che vi saranno chiari nel capitolo IL PIU’ GRANDE CRIMINE e che hanno a che fare con le carriere e il potere. Ma capita che fra i grandi dell’economia qualcuno dotato di libero pensiero riesca a primeggiare, e fu questo il caso del Nobel Paul Samuelson, che appose il suo marchio di approvazione alle idee di Randall Wray quando dichiarò che l’attuale terrore del deficit è “una superstizione (…), una religione arcaica per spaventare la gente con dei miti, affinché si comportino in un modo accettabile dal sistema civile”.

La prima domanda che chiunque si pone dopo aver letto queste cose è: “Ma se fosse vero che un governo a moneta sovrana (come era anche l’Italia fino al 2002, nda) può spendere come e quanto gli pare, e non solo non creare disastri ma addirittura creare piena occupazione e ricchezza, allora perché non l’hanno mai fatto?”. La risposta è d’obbligo, e di nuovo la formulo con le parole di Wray:

Non è successo perché innanzi tutto ci sono un sacco di politici ed economisti che non capiscono nulla dei sistemi monetari, cioè non sanno capire che il denaro è solo impulsi elettronici e carta straccia. Poi ci sono molti individui nelle posizioni chiave del potere che sono opposti ideologicamente a questa idea, cioè: vogliono la disoccupazione, gli piace, gli dà schiere di lavoratori a stipendi sempre più ridotti, e possono competere sui mercati esteri sempre meglio. Ma soprattutto questo, si faccia attenzione: se i cittadini, che formano gli Stati ed eleggono i governi, si rendessero conto che i governi possono spendere quanto vogliono senza limiti di debito, allora il settore pubblico acquisirebbe una percentuale della ricchezza nazionale troppo grossa”. (grassetto mio, nda)

Ed è appunto successo che dagli anni ’20 dello scorso secolo a oggi il grande capitale abbia ordito un piano di dimensioni eccezionali proprio per stroncare sul nascere all’interno delle classi politiche, delle università, nei sindacati e nella popolazione ogni accenno a quella consapevolezza. I fatti, nomi, date, e prove nel prossimo capitolo. Stiamo sulla piena occupazione ora.

I lettori dovranno a questo punto farsi forza delle nozioni apprese finora, in particolare quelle dei capitoli sulla spesa dello Stato a moneta sovrana, su cosa sia la moneta e come funzioni il debito pubblico/deficit di bilancio.

 

Ora spiego come la piena occupazione poteva e può essere una realtà.

Allora: un governo può acquistare tutto ciò che esiste in vendita entro le proprie frontiere, ma anche all’estero, a patto che sia prezzato nella sua moneta sovrana. L’unico limite alla sua capacità d’acquisto è ciò che esiste in vendita prezzato in quella moneta, e NON un limite di spesa. Il governo svedese può acquistare tutto ciò che esiste in vendita in Corone, quello angolano tutto ciò che è in vendita in Kwanza, quello nicaraguense tutto ciò che è in vendita Cordoba, quello cinese tutto ciò che è in vendita in Yuan, ecc. Possono emettere la loro moneta sovrana senza limiti e comprare qualsiasi cosa vogliano se qualcuno gliela vende in cambio di quella moneta, perché come si è già visto il loro debito sovrano potrà essere sempre ripagato pigiando bottoni al Tesoro o alla BC, e in secondo luogo perché si è già detto anche che i governi a moneta sovrana possono spendere per primi senza indebitarsi con alcuno. Possono comprare ciò che vogliono, e questo include anche la forza lavoro. Possono cioè permettersi di impiegare tutti, ma proprio tutti, i disoccupati; essi infatti saranno più che felici di vendere a quei governi il proprio lavoro prezzato nelle relative monete nazionali. Basta che i governi “premano un tasto e gli stipendi appariranno nei computer delle banche”. Ciò significa che nazioni che variano in ricchezza come gli Stati Uniti e il Marocco potevano e possono entrambi eliminare del tutto la disoccupazione, e contemporaneamente arricchire il Paese, senza sforare in eccesso i parametri economici principali. L’Italia dal 1948 al 2002 poteva farlo tranquillamente… pensate solo alle sofferenze indicibili che stanno scorrendo fra queste parole, vissute da milioni di esseri umani, dalle loro famiglie, dei loro bambini.

Tecnicamente, e in sintesi, la piena occupazione pagata dallo Stato a moneta sovrana funziona così: il governo stabilisce uno stipendio cosiddetto di sopravvivenza – esso consente alla persona di soddisfare pienamente le esigenze di un vivere decoroso in quella data economia. Saranno creati posti di lavoro e percorsi di formazione al lavoro pagati con quel livello salariale, nei settori che realisticamente necessitano di presenza umana*, dove lo Stato non risparmierà il meglio del training e dove vi saranno verifiche severe sulle capacità effettive sviluppate dal lavoratore.

(*Vi sono settori dove il destino della presenza umana è segnato, inutile dimenarsi. Uno di questi è proprio la produzione di auto, e so di toccare un tasto dolente in Italia. Ma pensate che oggi nella Corea del Sud tutti i nuovi impianti di assemblaggio auto lavorano al buio, cioè proprio le lampadine sono spente, perché non esistono esseri umani al lavoro all’interno di quegli stabilimenti, solo robot. Il futuro della metalmeccanica è questo, inarrestabile, e allora i governi dovranno ricavare dei nuovi settori d’impiego ad alta utilità umana per sopperire a quelle perdite, come per esempio i lavori di utilità sociale sulla popolazione anziana che oggi quasi non esistono, o altri simili, per esempio sulla tutela dell’ambiente ecc.)

Il settore privato sarà stretto in una morsa: da una parte gli converrà assumere personale proveniente dall’impiego/formazione dello Stato perché si tratterà di lavoratori già esperti in quelle mansioni e ‘certificati’, invece che, come oggi accade di frequente, gente assunta quasi alla cieca con curricula spesso vaghi o deficitari. Dall’altra non potrà più spingere i salari a livelli indecenti come oggi sta accadendo, poiché perderebbe frotte di lavoratori che emigrerebbero verso l’impiego/formazione dello Stato. I vantaggi aggiuntivi sono: la fine della disoccupazione con la sua mole devastante di danni sociali e umani che non dobbiamo neppure menzionare; la rete di sicurezza dell’impiego/formazione statale in cui i licenziati dal settore privato potranno ricadere con la sopravvivenza garantita, e non essere considerati quindi ‘parassiti’ di elemosine salariali senza lavorare; una collaborazione fra Stato e settore privato per permettere a quest’ultimo di rimanere competitivo sui mercati senza creare disastri sociali, mentre la cittadinanza gioverà della nascita di una serie d’impieghi ad alta utilità sociale/ambientale che oggi si stanno rendendo sempre più urgenti.

 

Infine un elemento cruciale che necessita di una spiegazione.

Ogni anno il World Economic Forum stila una graduatoria delle nazioni più appetibili per gli investimenti e più competitive nel business; le pagelle sono pubblicate nei suoi Global Competitiveness Reports. La sorpresa per il lettore è quella di scoprire che per anni, e cioè fino alla catastrofe del crollo dell’euro, la nazione considerata come il paradiso assoluto degli investitori è stata la Finlandia, cioè forse il Paese dove le reti di protezione statali sono le più forti del mondo. E nelle 10 posizioni di testa troviamo ancora oggi 5 nazioni scandinave, sempre quelle dello Stato protettore dei cittadini. Ciò sorprende, poiché al contrario siamo abituati a sapere che il business corre a investire là dove i salari sono selvaggiamente bassi, dove lo Stato non interviene a proteggere i lavoratori, dove le regolamentazioni governative sono inesistenti. Il motivo per cui un covo di falchi finanziari privati come il World Economic Forum ha premiato un Paese dove la mano dello Stato è onnipresente è proprio che essa fornisce un ambiente di sicurezza sociale, di stabilità della forza lavoro, e di benessere generali da garantire agli investimenti di fruttare al massimo. In parole povere: hanno capito che se chi lavora sta bene anche chi investe ci guadagna, e che la condizione opposta non premia gli investimenti. Non per nulla la famigerata Cina del lavoro da schiavi figurava l’anno scorso al ventinovesimo posto. Tutto ciò ci serve a capire che fra i vantaggi della piena occupazione a spese dello Stato, vi sarà anche un flusso positivo di investimenti, che di nuovo apporteranno ricchezza al Paese.

Le obiezioni che gli economisti delle destre finanziarie sollevano a questo impianto teorico per la piena occupazione sono le seguenti, e gli diamo un’occhiata solo per dovere di completezza. Primo, dicono che un governo non può permettersi un simile esborso; non vero, infatti si è dimostrato in precedenza che lo Stato a moneta sovrana non ha praticamente limiti di spesa. Secondo, gridano al pericolo inflazione, poiché le migliori condizioni economiche dei lavoratori li porteranno a spendere di più, immettendo molto denaro in giro (inflazione = molto $ in giro e pochi prodotti); come già spiegato più volte in precedenza, l’inflazione è l’unico limite vero alla spesa a deficit ma si controlla agevolmente con l’aumentata produzione derivante da quella spesa, o tassando. Terzo, affermano che i Paesi meno ricchi dovranno indebitarsi in dollari poiché i lavoratori meglio pagati vorranno acquistare molti più prodotti stranieri (cellulari, pc, auto ecc.); può accadere, ma in quel caso il Paese povero avrà l’opzione di vendere sui mercati la propria moneta sovrana – che emette a costo zero - in cambio di dollari. Troverà così i dollari necessari a finanziare l’aumento di spesa, indebitandosi solo con se stesso. Tenete conto che non di rado i mercati di capitali sono interessati ad acquistare valute di nazioni meno ricche pagandole in dollari, al fine di diversificare gli investimenti o perché sono importatori di beni da quel Paese, oppure perché credono in un apprezzamento di quella moneta a breve. Il rischio della vendita della propria moneta per acquisire dollari è quello della svalutazione, cioè essa crolla di valore, ma di sicuro quel rischio è preferibile alla classica trappola micidiale del prestito di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale, che come è noto finirà per divenire di fatto il creditore/padrone di quello Stato, infliggendo sofferenza inaudite (il terribile capitolo del Debito del Terzo Mondo). Infine, non si comprende comunque la logica anti-umanitaria di chi dice che è meglio per uno Stato avere una massa di disperati senza lavoro piuttosto che rischiare un indebitamento estero o una svalutazione della moneta. Quarto argomento contro la piena occupazione è che i tassi di cambio della moneta andranno al ribasso, cioè la moneta sarà più debole contro le altre sui mercati di cambi. Questo accade per via del solito aumento di redditi e conseguente aumento di importazioni. Chi importa molto ed esporta poco  ‘allaga’ i mercati con la propria moneta più di quanto incassi con altre monete, e così questa perde di valore. Risposta: prima di tutto domandiamoci se vale la pena avere la disoccupazione con le sue nefaste conseguenza sociali ed economiche pur di mantenere una valuta forte, che avvantaggia solo i ricchi che possono così acquistare all’estero a prezzi di vantaggio, mandare i propri figli a studiare in Svizzera per meno, o speculare sui mercati, mentre l’export di tutto il Paese collassa. Ma si può rispondere che con la piena occupazione aumenta anche la produzione domestica che diminuirà non solo l’inflazione ma anche il bisogno di importare da fuori alcuni beni, per cui meno ‘allagamento’ di propria moneta sia all’interno che all’estero; poi, una forza lavoro più contenta e meglio formata attirerà gli investimenti in monete forti, che di nuovo diminuiranno il bisogno di usare la valuta di Stato per l’import. Tutto ciò manterrà una buona stibilità dei prezzi. Quinta e ultima obiezione: il governo centrale non riuscirà mai a gestire un controllo efficace delle risorse su tutto il territorio nazionale. La soluzione in questo caso è di de localizzare alle regioni la gestione dei programmi di piena occupazione, ma solo la parte per così dire anagrafica, non quella dei soldi, che rimarranno elargiti solo dal governo.

E’ importante capire - anche con la finalità di comprendere meglio uno dei criminosi disegni che descrivo nel prossimo capitolo - che l’opposizione a questo tipo d’intervento dello Stato a favore dei disoccupati è, e fu, soprattutto ideologica ed elitaria, e non giustificata da reali danni economici che quell’intervento abbia mai portato. L’ideologo sciagurato del principio secondo cui meglio avere lavoratori pagati da fame o addirittura disoccupati piuttosto che avere inflazione (meno stipendi = meno spesa dei cittadini; meno spesa dei cittadini = meno denaro che ‘allaga’ i mercati e più prodotti invenduti, quindi meno inflazione, nda) fu l’economista Milton Freedman negli anni ’60. In realtà la disoccupazione faceva il gioco di ben altri interessi, che volutamente ignorarono le evidenze economiche e sociali più lampanti, come il fatto che le masse dei disoccupati in primo luogo abbassano il PIL del Paese, perché tutta quella gente se stesse lavorando produrrebbe ricchezza in più che così non c’è, e in secondo luogo portano alle piaghe dell’alcolismo, crimine, violenze di ogni tipo, danni alla salute, che poi costano alla collettività miliardi; infine, è ormai chiaro da decenni che le crescite economiche forti secondo i modelli privatistici non hanno mai ridotto la disoccupazione, visto che la forza lavoro è sempre meno impiegata a causa dell’aumentata produttività dei singoli dipendenti e a causa dell’automazione del lavoro. In parole povere: disoccupati e disperati dovevano esistere perché faceva comodo a pochi, e non perché non se ne poteva fare a meno

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