«Quindi i figli sono liberi» (Mt 17, 26)

«Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: “Il vostro maestro non paga la tassa?”. Rispose: “Sì”. Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?”. Rispose: “Dagli estranei”. E Gesù replicò: “Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te”» (Mt 17,24-27).   

Anzitutto qui Gesù invita a considerare chi ci governa come un padre e noi come figli. Non gli dobbiamo alcuna tassa la cui ragion d’essere, dovendo esserci per non scandalizzare, sarebbe allora solo quella di individuare la moneta che ci scambiamo tra noi. Non viene dalle nostre tasche ma è semplice restituzione di un “di più” che non intacca le nostre necessità. E che viene rimesso in circolo per “il bene comune”. Proprio come avviene in uno stato a moneta sovrana.    

Il fatto che quella moneta estratta dal pesce sia un “di più” che non intacca le nostre necessità esclude che la comunione dei beni evangelica non possa essere interpretata come raggiungibile attraverso la capitalizzazione comunitaria degli stessi, come avveniva nella comunità giudeo-credente di Gerusalemme. Non è vero infatti che nessuno «tra loro era bisognoso» (At 4, 34).

Se l’ideale, vantato dalla comunità di Gerusalemme, era che «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (At 4,32), la realtà mostrava un volto diverso. Di fatto in questa comunità emergeranno subito gravi ingiustizie che faranno sorgere «un malcontento fra gli Ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana» (At 6,1). È evidente che non solo la comunione di beni non funzionava, ma ad esser emarginate erano proprio le categorie più deboli. Da questi elementi l’evangelista fa già presagire la fame e la povertà che questa comunità dovrà patire (At 11,28-29).

Ad Antiochia invece, dove peraltro i discepoli furono chiamati per la prima volta cristiani, a un certo punto si fece «una colletta a favore dei poveri» che erano «nella comunità di Gerusalemme» (Rm 15,26); «si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di mandare un soccorso ai fratelli abitanti in Giudea» (At 11,29). Era una comunità libera, come vedremo. Laddove c’è libertà c’è lo Spirito (2 Cor 3, 17) che spinge gli uomini a liberarsi dall’egoismo e dal pensare alle proprie necessità per aprirsi ai bisogni e alle necessità degli altri, in sintonia con la generosità della creazione. Vi è maturità cristiana. E noi lo sappiamo: mentre la persona infantile è centrata sui propri bisogni, la caratteristica della persona adulta e matura è di sapersi occupare anche degli altri.

 

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