Vocazione come disponibilità totale

Questo vale per ogni vocazione, anche per quelle specificamente intraecclesiali (come la vocazione sacerdotale per la guida spirituale dei credenti): prima di addentrarci nelle analogie e differenziazioni, che riguardano il fine e i modi della vocazione, c’è da ricordare la struttura comune che ne sta alla base.

Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento la vocazione esige innanzitutto una disponibilità incondizionata e illimitata a tutto ciò per cui Dio potrebbe e volesse usare e inviare chi da lui è chiamato. (Gen 12,1; 1Sam 3,9; Is 6,8; Atti 9,6).

Viene quindi esclusa, se la realtà «vocazione» deve verificarsi, una disponibilità limitata in antecedenza da parte dell’uomo: io voglio seguire la chiamata di Dio e sentirlo, se posso fate questo o quello, se vengo sistemato in questo o quel posto.

Il sì al Dio che chiama è troppo vicino all’atto di fede nel Dio che si rivela, per poter permettere tali limitazioni; atto di fede che deve avvenire in maniera ugualmente illimitata nei confronti di tutta la verità di Dio, sia che l’uomo la comprenda o no, sia che gli sia gradita o spiacevole. La specificazione del «per che cosa» dell’essere chiamato avviene da parte di Dio soltanto all’interno del sì della disponibilità incondizionata. Una eccezione in questo sembra esserlo soltanto Maria, alla quale, nel dialogo con l’angelo, in un futuro apodittico (partorirai un figlio ecc...), viene mostrata in anticipo la sua precisa funzione nel piano della salvezza prima che lei esprima il suo consenso, ma questa eccezione apparente è soltanto una prova che Dio in lei, al contrario di tutti i peccatori che vogliono sempre porre condizioni (cfr Mosè, Giona), può contare su di un sì dato a priori a tutto ciò che è immaginabile e inimmaginabile.

Se il Figlio è inviato a redimere «tutto l’universo», allora a questo obiettivo sconfinato non corrisponde un sì limitato, ma soltanto la sua disponibilità a lasciarsi inviare e condurre dal Padre, al di là della sua volontà umana, nelle profonde tenebre del peccato dell’abbandono di Dio e, degli inferi.

Tutta la fecondità del suo operare e soffrire era racchiusa nell’illimitatezza della sua obbedienza.

In corrispondenza a tutto questo nessun chiamato da Gesù ha possibilità di diventare fecondo attraverso il suo servizio nel Regno di Dio, tranne che se tutte le cose contingenti che fa e soffre sono eccedenza di una illimitata disponibilità di impegno. Questo è valido sia per vocazioni alla vita religiosa attiva o contemplativa, sia per vocazioni al sacerdozio, sia per vocazioni ad istituti secolari. Persone che per esempio, al momento dell’ingresso o più tardi, ponessero condizioni al Vescovo (le proposte sono qualcosa di diverso) riguardo al loro impegno, o persone che al momento dell’ingresso in un istituto secolare esigessero quale «conditio sine qua non» del loro divenire membri della comunità quella di poter esercitare questa o quella professione, nella quale forse già si trovano, tali persone avrebbero minimamente compreso le basi teologiche elementari e irrinunciabili della vocazione — al di là di tutte le analogie —.

L’unico atto col quale un uomo può corrispondere al Dio che si rivela è quello della disponibilità illimitata. Esso è l’unità di fede, speranza e amore. Ed è pure il sì che Dio esige, quando vuole servirsi di un credente secondo i suoi piani divini. Soltanto in questo senso (femminile — mariano — ecclesiale) di assoluta disponibilità Dio pone il seme tanto della sua Parola che del suo incarico misisonario (i quali alla fine sono lo stesso seme). Solo questo sì di illimitata disponibilità è l’argilla con la quale Dio può dar forma a qualcosa; solo essa ha forza redentrice, nella grazia di Cristo, corredentrice. In questa prova d’obbedienza totale anche ecclesiale, furono notoriamente posti, sebbene rari, anche tutti quei compiti ecclesiali speciali che, provenendo direttamente da Dio ed esigendo la più assoluta obbedienza a Lui, dovevano affermarsi — per lo più attraverso la sofferenza — nello spazio della Chiesa.

Nuove concezioni della Chiesa, dell’apostolato ecclesiale ecc., che corrispondano ad un’epoca nuova, non possono quindi proporsi se non per mezzo di un’obbedienza non fanatica, non eretica (eresia = assolutizzazione di un punto di vista finito, evidente), aper­ta a tutte le possibilità di Dio, le quali sorpassano sempre i singoli.

Per questo le esigenze di Gesù quando accoglie i discepoli che Lui ha chiamato sono così dure: Abbandonare tutto; essere disposti a tagliare radicalmente anche i legami na­turali della famiglia, della pietà («seppellire il padre»), fino a non avere nulla su cui posare il capo, puntare tutto sull’unica carta della chiamata, quella di colui che chiama. Poiché Gesù è la sintesi operata dal Padre di natura e sopranatura, di mondo e chiesa; Gesù non è affatto la metà di una sintesi, che il cristiano dovrebbe realizzare, all’incirca tra le esigenze della creazione da una parte e quelle della redenzione dall’altra, tra i suoi doveri nei confronti del mondo, le leggi e l’evoluzione mondane, e i suoi doveri nei confronti della Chiesa e delle esigenze di questa. Questo modo di vedere, totalmente parziale e per ciò falso, altera qualsiasi visione della verità originaria del Vangelo.

Poiché se questo punto di vista fosse vero, allora il giudizio sull’integrazione della creazione in Cristo sarebbe esclusivamente nell’uomo e non più in Cristo e in Dio. Lad­dove dunque la Chiesa odierna volesse arrogarsi questa sintesi, per far dipendere da sé la natura e le dimensioni della sua vocazione, lì si sarebbe definitivamente mancata la vocazione nel senso originario della rivelazione.

Questo deve essere sottolineato in maniera molto forte, poiché oggi i sì limitati e condizionati da clausole paralizzano dappertutto le vocazioni.

O ci si vuole impegnare ancora soltanto a tempo (e si toglie così a Dio ogni possibilità di disporre di tutto l’uomo) oppure soltanto per un lavoro determinato che si ha in mente, che attira o che sembra adatto ai tempi (si legano così le mani, a coloro che sono preposti nella chiesa, nel disporre dei loro sottoposti) oppure si progettano, spesso per esempio in istituti secolari, gli statuti del gruppo già in maniera tale che permettano disponibilità del genere date a metà o in maniera ancor più parziale, e ci si accontenti di ciò. Dappertutto, dove questo accade, ci si chiede in prima linea soltanto di che cosa ha bisogno «la Chiesa» o magari di che cosa ha bisogno «il nostro tempo» o, ancor peggio, di che cosa «ha bisogno» il prete o il religioso moderno, per sviluppare armonicamente la sua personalità, ma non ci si chiede più di che cosa Dio ha bisogno.

Ciò di cui Dio può servirsi secondo le in­tenzioni del suo Regno è soltanto un dono totale che non pone alcuna condizione.

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