Vocazione in funzione della salvezza universale

Con l’ingresso definitivo nel campo visivo del piano universale di Dio tanto per la creazione quanto per la sua redenzione, diventa impossibile interpretare la dottrina dell’elezione dell’Antico e del Nuovo Testamento, con la loro chiara preferenza di un singolo rispetto agli altri, se non come un momento all’interno di questo piano universale. Paolo stesso l’ha così intesa, dal momento che ha visto solo tipicamente la dottrina dell’elezione individuale (Rom 9) in base all’elezione d’Israele tra i popoli, e questa a sua volta, nella dialettica di Romani 11, in maniera funzionale per la totalità dei popoli.

Israele è chiamato a favore dei pagani e questa vocazione di Israele diviene modello per una vocazione (chiamare — fuori — da) della Chiesa, la quale avviene a favore del mondo e con ciò diviene anche modello per ogni vocazione personale all’interno della Chiesa, vocazione che mostra, senza eccezioni, la stessa forma ecclesiale: vocazione a favore di coloro che per il momento non sono ancora chiamati. Questa comprensione biblico-patristica e di nuovo moderna supera definitivamente ogni teologia della predestinazione individuale (la cui forma più consequenziale era la dottrina della doppia predestinazione), secondo la quale l’eletto è principalmente eletto proprio per se stesso, a tal punto che deve arrestarsi rigidamente e con orrore davanti al mistero della mancata elezione (forse persino del rifiuto) degli altri — e siano pure questi altri molti o pochi.

Si può e si deve formulare molto semplicemente: ogni chiamata in senso biblico è tale per amore dei non­-chiamati. Questo è vero in maniera centrale per Gesù Cristo che è predestinato e con ciò chiamato (Rom 1,4) a morire e risorgere, prendendo il loro posto, per tutti i condannati. E in Gesù Cristo è al tempo stesso visibile che il Padre proprio per questo lo ama con un amore di predilezione, poiché egli si è fatto funzione della universale volontà salvifica paterna.

Noi non abbiamo imparato soltanto ora, tramite la filosofia moderna, ma fondamentalmente già tramite la rivelazione cristiana, a non vedere più persona e funzione come realtà opposte. La vocazione biblica, assumendo Cristo come modello, è espropriazione di un’esistenza privata in funzione della salvezza universale: diventare proprietà di Dio, per essere da Lui consegnati al mondo da redimere e venir usati e consumati nell’evento della redenzione. Ma ecco subito il punto decisivo: come Cristo è persona per divenire funzione, così ogni vocazione biblica è primariamente personale per poi — a partire da un sì personale a Dio — poter essere usata in maniera funzionale. Nello spazio della rivelazione ciò che è «astratto», «istituzionale» esiste soltanto e sempre in seconda battuta, anzi bisogna andare oltre ed affermare che tutto ciò che è istituzionale si può estendere soltanto nello spazio che si apre attraverso la funzionalizzazione di una persona chiamata.

La Chiesa è il Cristo che si dona eucaristicamente in sacrificio, che forma il suo mistico corpo. Israele si stabilisce nello spazio della fede di Abramo. L’ufficio ecclesiale è edificato sulla roccia della fede di Pietro. Pao­lo è madre e nutrice delle sue comunità. Il sì illimitato di Maria è la realtà personale, a partire dalla quale si edifica la realtà sodale della Chiesa (quale) sposa del Signore. Sul fondamento degli apostoli e dei profeti cresce verso l’alto la costruzione formata dai credenti. I chiamati sono «colonne della Chiesa», «colonne nel tempio del mio Dio» (Apoc. 3,12).

È perciò biblicamente inesatto lasciare dietro di sé, come uno stadio superato, la vocazione portante del singolo e, una volta raggiunta la forma ecclesiale, prendere le mosse dalla vocazione della Chiesa come concetto primario, nei confronti della quale, allora, le vocazioni dei singoli sarebbero soltanto «casi particolari», che si riferiscono nella Chiesa a singole funzioni, uffici, ruoli, stati.

Come è vero che i profeti vengono chiamati a favore di Israele, altrettanto vero rimane che la vocazione di Israele si basa sulla vocazione di Abramo e dell’uomo che dapprima in quanto singolo porta il nome di Israele; e che inoltre l’uso del concetto di vocazione per il popolo di Israele è secondario ‘rispetto alla missione dei profeti ed è tardivo (compare soltanto nel Deutero Isaia).

Questo è almeno altrettanto vero nel Nuovo Testamento: l’evento originario «vocazione» — quell’incontro, che il proclama ignaziano ha tradotto in parole — si verifica là dove la Chiesa sta nascendo da Cristo, ed esattamente sta nascendo non come istituzione chiusa, ma come funzione aperta della salvezza «di tutto l’universo».

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