1_Gesù povero in Spirito

 
 

Gesù è stato povero in spirito, vivendo con coerenza la prima delle sue beatitudini? «Ma certo - risponderà chi non riterrà la do-manda sciocca, o irriverente -, chi non conosce le sue parole: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo»! (Mc 8, 20). Tutti le conosciamo, ma le abbiamo approfondite, oppure hanno contribuito a creare l'immagine di Gesù poveraccio, una specie di barbone in cerca di un ponte o dell'androne di un palazzo per passa-re la notte? Questa falsa, immagine di Gesù, piuttosto diffusa, è derivata dall'intendere «i poveri» in maniera sociale ed economica, sorvolando su «in spirito». In realtà Gesù, dal punto di vista persona-le e familiare, non era al livello più basso della scala sociale ed economica. Era artigiano, lavoro che anche i farisei e gli scribi praticavano, non pastore o contadino, né tanto meno bracciante. Non, quindi, un maestro alla ventura che girava, chiedendo l'elemosina. Il suo gruppo disponeva di un seguito di donne facoltose che lo servivano con i loro beni (Lc 8, 1-3). Teneva una cassa, misteriosamente affidata a Giuda? (Gv 12, 6) (forse per insegnarci a non andare in crisi quando qualche collaboratore ce la dà buca), che serviva per dare qualche cosa ai poveri, ma anche per comprare quello che occorreva per la festa (Gv 13, 29), e per il fabbisogno quotidiano. Durante la crocifissione, i soldati misero a sorte la sua tunica senza dividerla in pezzi, perché di ottima fattura: senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo (Gv 19, 23). Non è pensabile che Gesù si sia messo il vestito buono, soltanto per quella circostanza. Via, perciò, la visione pauperistica di Gesù, che rischia di ridurre il messaggio evangelico sulla ricchezza a retoriche affermazioni come: i soldi sono del diavolo, non servono, non rendono felici, tanto non ci portiamo via niente..., e che inducono a concludere: «Sarebbe bello vivere come Gesù, ma non è possibile. Certo, se non avessi famiglia». In questo modo - in primis da parte di coloro che sproloquiano così, ma che i soldi li cercano, e come - addio all'impegno di impostare la vita su un uso sobrio e saggio dei beni.

C'è un ma. Luca elimina «in spirito», affermando bruscamente: Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio (Lc 6, 20); e riportando la proverbiale affermazione di Gesù: «È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!» (Lc 18, 25). Come la mettiamo? È lo stesso evangelista a offrirci la spiegazione con le parabole del ricco stolto (Lc 12, 16.21) e del povero Lazzaro (Lc 16 19, 21). In esse, Gesù precisa che i due protagonisti non sono persone che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Sono già ricchi («la campagna di un uomo ricco», «c'era un uomo ricco») da poter vivere senza preoccupazioni, da potersi permettere «vestiti di porpora e di lino finissimo», e di darsi ogni giorno a «lauti banchetti». Nonostante ciò, il proprietario terriero non viene sfiorato dal dubbio di investire i raccolti in sovrappiù a vantaggio di altri; il riccone è talmente prigioniero dei suoi lussi da non accorgersi del poveraccio che sta alla sua porta. I due, quindi, non vengono condannati perché sono ricchi, ma perché sono prigionieri della loro ricchezza, non utilizzata per una vita bella, ma per la bella vita. Questa è la ricchezza che Gesù bolla come disonesta: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16, 9). Non sono i beni a offuscare il cervello, ma l'abbondanza esagerata, come ben sa il salmista: «Nella prosperità l'uomo non comprende, è simile alle bestie che muoiono» (Sal 49, 21).

 

Povero «in spirito»

Gesù, affermando: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo», non solo dichiara di essere povero in spirito, ma ci indica come esserlo. Disceso sulla terra non per fare la sua volontà, ma quella del Padre che lo ha mandato (Cfr. Gv 4, 34; 38), non tiene le sue ricchezze per sé, accasandosi nella tranquilla Nazaret, dove con qualche bel miracolo sarebbe stato portato in palmo di mano dai paesani, ma, con una scelta strategicamente intelligente e coraggiosa, si trasferisce a Cafarnao, sul lago di Tiberiade, nella Galilea delle genti (Mt 3, 13-17), terra di passaggio e di commerci, crocevia di culture e fedi diverse. Ottenuto un grande successo, resiste ai discepoli, Pietro in testa, che vorrebbero trattenerlo li, per tenere caldo l'entusiasmo della gente. Il suo programma è un altro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1, 35-38). E riprende a percorrere «tutte le città e i villaggi» (Mt 9, 35), senza la sicurezza di trovare alla sera un posto «dove posare il capo»; disponibile a rinunciare ai meritati momenti di intimità, quando: «entrato in una casa», volendo che nessuno lo sapesse, «non può restare nascosto» (Mc 7, 24), perché la gente lo reclama.

Gesù è stato povero in spirito perché non ha tenuto per sé le sue molte ricchezze - le sue energie, il suo tempo, il suo amore: la sua vita - ma le ha investite per gli altri. Il povero in spirito, infatti, non è chi dà qualcosa agli altri quando può, quando gli capita, quando gli viene chiesto (purché non sia troppo spesso, e non ci prenda l'abitudine), quando le trasmissioni tivù raccolgono soldi via sms per questo o per quest’altro, e quando i social network lanciano gesti clamorosi (secchiate d'acqua gelata, nudi in bicicletta...) che spopoleranno su YouTube, ma chi dona la sua vita. Offertosi al Padre al posto di sacrifici, offerte e olocausti, ricevuto un corpo (Eb 10, 5-7), è vissuto tra noi nella fedeltà assoluta alla sua promessa, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce (Fil 2, 8), dedicandosi completamente ai fratelli. Egli è stato povero in spirito perché non è vissuto per sé, ma per gli altri. È la scelta che Gesù ha proposto al giovane, tanto perbene da rischiare l'antipatia, ma incapace di rinunciare alle molte ricchezze che gli garantiva-no un comodo e sicuro «dove posare il capo» (Mt 19, 16-22). È la scelta che chiede a tutti i suoi discepoli.

 

Poveri in Spirito

Poveri in spirito non sono i poveracci. Quelli che per ingiustizia, violenza, sfruttamento, disgrazie, malattie... sono costretti a vivere in condizioni non degne dei figli di Dio. Se fossero loro, Gesù li avrebbe lasciati nella loro beatitudine, invece si è identificato con loro, stabilendo come biglietto di ingresso per il suo regno l'averli soccorsi o meno: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 34-36). Non sono i poveri, socialmente intesi. Quelli che riescono a raggiungere un livello di vita appena decoroso per sé e per la famiglia. Non sono i borghesi, che han-no ciò che basta e avanza. E non sono i ricchi che hanno da spendere e spandere anche per le cose più inutili e futili.

Poveri in spirito sono i poveracci, i poveri socialmente intesi, i borghesi, i ricchi che vivono con il cuore e i pensieri aperti ai fratelli, sempre disponibili a condividere il pochissimo, il poco, il sufficiente, il tanto che hanno: un pezzo di cartone con il barbone che dorme sulla panchina accanto; un pezzo di pane e un piatto di pasta per lo straniero che bussa alla porta; una bolletta della luce o del gas, o una rata dell'affitto per il vicino in difficoltà; l'apertura di una azienda per dare lavoro ai disoccupati... E questo non con il gesto di una volta, ma con la disponibilità costante a condividere con gli altri il pochissimo, il poco, il tanto che si può. Non sono, invece, poveri in spirito tutti coloro che poveracci, poveri, borghesi, ricconi si tengono stretto il pochissimo, il poco, il tanto e il tantissimo che hanno.

Per farla corta, poveri in spirito sono coloro che, a prescindere dall'età, dalla condizione sociale, da ciò che possiedono, accettano l'invito di Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt, 16, 24). Attenti bene! «Mi segua»! Non: «Mi preghi», né: «Mi pensi», né: «Parli di me», né: «Legga o scriva dei libri su di me», né: «Dia l'offerta per la processione», né: «Vada per santuari». No! «Mi segua». Cioè, cammini come ho camminato io. Viva come sono vissuto io, «a questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2, 21).

 

Seguire le orme di Gesù...

Soltanto il pensiero di essere chiamati a vivere come Gesù, per l'immagine mutuata più dai quadri e dai film che dai testi, ci fa drizzare i capelli, per-ché ci sembra al di fuori della nostra portata. Per giunta, quel «rinneghi se stesso», e quel «prenda la sua croce»... Brrr! Così la nostra vita diventa una continua via crucis, da consumare mestamente o in convento, o su un monte, o dentro una caverna, rinunciando a tutto ciò che è gioia e festa. Non si può fare uno sconticino? Non c'è scappatoia. L'evangelista Giovanni afferma senza mezzi termini: «Chi dice di rimanere in lui, deve anch'egli comportarsi come lui si è comportato» (1Gv 2, 6). Per fortuna non è questo che chiede Gesù. Quello vero è vissuto tra noi e come noi, non in convento, o un monte, o in una caverna.

«Ha conosciuto come ogni uomo le tappe della crescita fisica, psicologica, spirituale. Emblematiche, al riguardo, sono le parole dell'evangelista Luca, che descrivono la vita di Gesù a Nazaret con i suoi genitori e la partecipazione alla vita religiosa del suo popolo. Ciò significa che anch'egli, come ogni uomo, ha dovuto accettare la famiglia in cui è nato, il contesto culturale in cui è cresciuto, nonché le potenzialità e i limiti della propria corporeità... Gesù è passato facendo il bene: ha condotto una vita buona, nel senso che ha aiutato gli altri a far emergere il potenziale di bene e di vita che li abitava, liberandoli dal potere del demonio e risanandoli dalle contraddizioni di cui erano prigionieri. Egli è stato anche un ascoltatore attento del suo tempo, capace di valorizzare tutto il bene disseminato in Israele e nella cultura del suo popolo. Sì, la sua è stata una vita bella, vissuta in pienezza: è stato un uomo sapiente, capace di vivere tutti i registri delle relazioni umane, compreso quello dell'amicizia; le pagine evangeliche sulla casa di Betania sono tra le più affascinanti di tutta la Scrittura».

Ciò significa che per tutti, dai bambini ai centenari, naturalmente a misura dell'età e della condizione umana e sociale, è possibile vivere come Gesù. Essere cristiani vuol dire esattamente questo, non essere scritti nel libro dei battesimi e fedeli a qualche pratica religiosa. Certo, la nostra vita sarà sempre una lucciola rispetto al sole; ma camminare come lui ha camminato, senza lasciarci scoraggiare dalle cadute, dalle incoerenze, dai rinnegamenti, altro non è che tendere ogni giorno verso una vita vera, buona, bella, come Dio l'ha pensata, creandoci a «sua immagine» (Gen 1, 26-27), «per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1, 16). Sì, perché Gesù Cristo «è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili... Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1, 15-16). Con parole nostre: il Creatore non ha dato a Gesù un corpo come il nostro, ma ha creato il nostro come quello pensato per Gesù. È lui (corpo, ragione, sentimenti) il nostro prototipo. Creati in lui, come dubitare che possiamo imitarlo? E quale motivazione più alta di questa per preservare la nostra vita (corpo, pensiero, sentimenti) da meschinità, grettezza, banalità, volgarità e degradazione?

«Ecco l’uomo» (Gv 19, 5)

Senza esserne consapevole, Pilato, presentando Gesù alla folla, diventa profeta e voce dello Spirito come Caifa (Gv 11, 51.52), quando, senza sospettare di rivelare il mistero dell'incarnazione, «aveva consigliato ai Giudei: è conveniente che un solo uomo muoia per il popolo» (Gv 18, 14). Gesù è uomo vero, perché soltanto gli uomini e le donne che si spendono per il bene degli altri migliorano la vita di tutti e fanno progredire la storia.

 

 

SEQUENZA

 

 

S. Vieni, o Santo Spirito

R. Riempi il cuore dei tuoi fedeli

e accendi in noi il fuoco del tuo amore

S. Manda il tuo Spirito: tutto sarà creato

R. E rinnoverai la faccia della terra

 

Preghiamo: o Dio, con il dono dello Spirito Santo tu guidi i fedeli alla piena luce della verità: donaci di gustare nel medesimo tuo Spirito la vera sapienza e di godere sempre del suo conforto. Per Cristo nostro Signore.

Amen

 

  Orazione (silenzio)

 

 

In-Canto

 

 

 

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