1_De hLubac - Le nostre tentazioni nei confronti della Chiesa

HENRY DE LUBAC

MEDITAZIONE SULLA CHIESA

Capitolo ottavo

LE NOSTRE TENTAZIONI

NEI CONFRONTI DELLA CHIESA

 

Quante tentazioni proviamo verso questa Madre che dovremmo soltanto amare! Tentazioni violente, ma chiare. Ma anche tentazioni oscure, più insidiose. Tentazioni di sempre e tentazioni più specifiche del nostro tempo. Sono troppo diverse, spesso addirittura contraddittorie, perché ognuno di noi possa credersi al sicuro dalla loro minaccia.

Non mancheranno mai coloro che sono pronti ad identificare così perfettamente la loro causa con quella della Chiesa, da finire per ridurre in buona fede la causa della Chiesa alla loro. Non immaginano neppure che per essere servi veramente fedeli dovrebbero mortificare parecchie cose in sé stessi. Vogliono servire la Chiesa, ma intanto la mettono al loro servizio. Passaggio dialettico», rovesciamento dal pro al contro, tanto agevole quanto inavvertito. La Chiesa in pratica è per essi un certo ordine di cose col quale si sono familiarizzati e di cui vivono un dato tipo di civiltà, un certo numero di principi, un determinato complesso di valori che la sua influenza ha più o meno cristianizzati ma che, in gran parte, continuano a rimanere umani. Tutto ciò che turba quest’ordine o compromette questo equilibrio, tutto ciò che li preoccupa o più semplicemente li stupisce è ai loro occhi un attentato contro l’istituzione divina.

Non sempre, in simili confusioni, si tratta di quelle forme volgari di «clericalismo» che commisurano l’onore reso a Dio con i vantaggi accordati ai suoi ministri, o che misurano il progresso del dominio di Dio sulle anime o del regno sociale di Gesù Cristo in base all’influenza, occulta o palese, del clero sull’andamento degli affari profani. Tutto può essere nobilmente concepito. Così il grande Bossuet, nei suoi ultimi anni, ricalcava tutto l’ordine cattolico su un certo ordine Luigiquattordicesimo. Non vedeva altro che pericolo per la religione nelle forze confuse che cominciavano a disgregare una sintesi innegabilmente brillante, ma contestabile in molti suoi elementi, e comunque certamente contingente, essenzialmente caduca. Perciò con tutte le sue energie cercava di fronteggiarle.

Il vecchio vescovo era intrepido quanto perspicace. Ma non lo era tuttavia che a metà. «Con una volontà imperiosa, aveva uno spirito naturalmente timido» . Avrebbe voluto conservare eternamente - salvo stigmatizzare alcuni errori o criticare coraggiosamente alcuni abusi - il mondo mentale e sociale in cui il suo genio si spiegava liberamente Non poteva immaginare che la fede potesse sopravvivervi; simile a quegli antichi romani - e tra loro ci furono anche dei Padri della Chiesa - per i quali la caduta dell’impero romano non poteva essere altro che l’annuncio della fine del mondo: tanta era l’influenza che esercitava sopra di loro la potenza e la maestà romana . Ma appunto perché Bossuet sognava una cosa impossibile, finiva necessariamente per compromettere, con questo mondo colpito a morte, anche la Chiesa, che doveva invece svincolarsene per portare la vita ad altre generazioni. Opponendo al male una diga impotente, egli soffocava nello stesso tempo i germi dell’avvenire. In tutti i campi in cui impegnò la lotta, egli fu apparentemente vincitore; ma vinse in maniera tale, che fu l’irreligione ad avvantaggiarsene.

Così, forse, noi siamo tanto più sicuri e più rigorosi nei nostri giudizi, quanto più ibrida è la causa che difendiamo. Forse noi dimentichiamo talvolta di fatto, pur sapendolo bene in linea di principio, che l’intransigenza nella fede non è la durezza passionale di chi vuole imporre agli altri le sue idee od i suoi gusti personali; che i nostri irrigidimenti compromettono, assai più di quanto non proteggano, l’agile fermezza della verità; che un cristianesimo tendente a chiudersi di proposito in un atteggiamento esclusivamente difensivo, rinunciando ad ogni apertura e ad ogni assimilazione, non sarebbe già più cristianesimo; che l’attaccamento sincero alla Chiesa non può servire a canonizzare i nostri pregiudizi e non può conferire alle nostre parzialità il carattere assoluto della fede universale. Sarà bene perciò ridirlo a noi stessi: una certa fiducia nel futuro ed un certo distacco fanno parte dello spirito cattolico. Dai templi stessi dei demoni la Chiesa sa trarre, a suo tempo, ornamenti per la propria dimora: il miracolo è sempre inedito e sempre imprevisto, ma noi sappiamo che si ripeterà. Per quanto sia radicata nella storia, la Chiesa non è schiava di nessuna epoca storica e di nessuna realtà essenzialmente temporale. Il messaggio che deve trasmettere e la vita che deve diffondere non sono mai solidali «né con un regime politico, né con una situazione sociale, né con una forma particolare di civiltà»; la Chiesa lo deve talvolta ricordare con energia, contro le false evidenze derivanti da solidarietà create dall’abitudine . Essa ci ripete ancora con la voce di sant’Agostino, dando alle sue parole il senso più ampio: «Quid expavescis, quia pereunt regna terrena?». Essa è fondata su un’unica roccia: la fede di Pietro, che è fede in Gesù Cristo. La Chiesa non è neppure un partito od una società chiusa. Non si può rassegnare, per il solo benessere di quelli che le sono tradizionalmente fedeli, a lasciarsi isolare da coloro che non la conoscono ancora. Negli uomini reali, che sono tutti almeno virtualmente suoi figli, non vede affatto degli avversari. Essa cerca di liberarli tutti da ogni male, donandoli alloro Salvatore.

Rivestiamoci dunque anche noi di questi sentimenti, che sono i sentimenti di Gesù Cristo ed imponiamoci, a questo fine, se occorre, le necessarie mortificazioni. Non rinnegheremo in tal modo l’intransigenza della fede; al contrario, solo così le rimarremo fedeli fino in fondo. Non si tratta di attenuare il nostro zelo per la verità cattolica, ma di purificano. Stiamo attenti a non esser di quegli «uomini carnali», come ce ne furono fin dalla prima generazione cristiana, che, considerando la Chiesa come un patrimonio di famiglia, impedivano praticamente agli Apostoli di annunciare il Vangelo ai Gentili. Noi ci esporremmo, in tal caso, ad un infortunio anche peggiore: quello di collaborare con l’irreligiosità militante, facilitandole il compito propostosi di relegare la Chiesa e la sua dottrina tra le cose morte.

Noi le forniremmo, per così dire, una buona coscienza, perché questa irreligione non capisce nulla dell’attualità dell’eterno. «La Chiesa, essa dice, rimanga ciò che è!» - si intuisce facilmente a quale genere di immobilismo corrisponda un tale invito - e allora «verrà accolta con la benevolenza riservata ai ruderi storici». Mescolando volutamente i casi più diversi, confondendo con il dogma opinioni od atteggiamenti ereditati da situazioni passate, l’irreligione insorge contro quelle «concessioni» nelle quali fiuta «cattiva fede o frivolezza».

Redige essa stessa delle liste di gente sospetta, ad uso delle autorità religiose e, all’occorrenza, richiama all’ordine le stesse autorità. Avendo deciso una volta per sempre che nella fede cristiana non ci può essere nulla di ragionevole, essa bolla col marchio di «liberalismo» o di «modernismo» ogni sforzo per ritrovare il cristianesimo nella sua autentica purezza e nella sua eterna giovinezza, come se si trattasse di una deviazione dottrinale... Nel pensiero dei Giustino, dei Clemente di Alessandria o dei loro emuli moderni, essa non vuole assolutamente vedere che «le concessioni d’un’apologia che sacrifica la rigidezza dei dogmi al desiderio di piacere a quelli che vuole conquistare».

Taziano, Erma, ecco, questi sì! Il loro metodo è, a suo modo di vedere, il solo metodo cristiano . «La Chiesa - afferma ancora - non può mai scostarsi dal proprio passato... La religione è un tutto che non si tocca... Dal momento che si discute a suo riguardo, si è atei» . «Tutto o niente», è il suo principio, ma a patto di intendere il tutto alla sua maniera, che non è affatto quella della Chiesa: come Renan, che rendeva la fede cattolica solidale in aeternum con l’autenticità del Libro di Daniele o con qualche fatto analogo . Che gioia per essa, quando dal seno stesso di «questa povera. e vecchia Chiesa» , si alzano delle voci che sembrano confermare ed applaudire! Quanto male può così causare, contrariamente alla sua intenzione, una falsa intransigenza!

Questa prospettiva deve costituire per noi un motivo di più per diffidare di noi stessi. Diffidiamo anche di una certa forma di umiltà che confina con la superbia. Temiamo una usurpazione sacrilega. Raccogliamo l’esortazione che sant’Agostino rivolgeva ai suoi compagni di lotta nel fervore della battaglia contro il partito di Donato: Sine superbia de ventate praesumite. Ricordiamoci che la nostra scienza è sempre solo parziale, e che quaggiù intravvediamo la Verità divina sempre soltanto «come in uno specchio, e in modo oscuro» . Infine, invece di insediarci nella Chiesa come in un nostro dominio o possesso privato, invece di identificarla più o meno con noi stessi, sforziamoci piuttosto - come faceva Newman - senza attenderci successi personali, di identificare noi stessi con la Chiesa.

Oggi è senza dubbio più frequente, certo più appariscente, più chiassosa talvolta nelle sue provocazioni, una tentazione opposta. Si riassume in una parola: la tentazione della critica. Anch’essa, del resto, si insinua per lo più sotto l’apparenza del bene e si presenta volentieri all’apostolo come una indispensabile preoccupazione di lucidità. Non sarà perciò possibile superarla, di solito, senza un preventivo lavoro di «discernimento degli spiriti».

Lo stesso vocabolo «critica» significa discernimento. Esiste dunque una critica e specialmente, come oggi si dice, una autocritica eccellente. Essa è uno sforzo di realismo nell’azione. È un rifiuto opposto a tutto ciò che non è autentico. È un esame condotto nell’umiltà, che sa riconoscere il bene compiuto, ma è anche frutto di una inquietudine apostolica e di una esigenza spirituale sempre desta. Insoddisfazione del lavoro compiuto, desiderio ardente del meglio, lealtà nella valutazione dei metodi, fermo e volontario proposito di romperla con abitudini ingiustificate, di sfuggire all’abitudinarietà, di rimediare agli abusi; soprattutto, elevata concezione della vocazione cristiana e fede nella missione della Chiesa: ecco alcune delle disposizioni da cui essa procede e da cui è alimentata. Essa provoca allora una crescente attività, uno spirito di iniziativa, un fervore di ricerche e di «esperienze» che senza dubbio dovranno essere talvolta sfrondate e che spesso sconvolgono un po’ troppo le nostre abitudini. Severa con le illusioni che essa scopre, può, a volte, accoglierne delle altre che saranno ben presto oggetto di una critica analoga... E tuttavia, quanto è preferibile all’ingenuo e soddisfatto compiacimento di sé che non consente alcuna riforma, non permette nessuna salutare trasformazione! Essa è assai meno dannosa di una certa euforia che si immerge a poco a poco nel suo sogno, o di una certa ostinazione che si illude di tutto conservare accumulando rovine.

Sarebbe ingiusto impedire per principio ogni espressione pubblica. Quando, nei suoi figli, la Chiesa si riveste di umiltà, è assai più attraente di quando domina in essi la preoccupazione troppo umana della rispettabilità. Jacques Maritain osservava un giorno, non senza una legittima sfumatura di ironia, che a molti cristiani del nostro tempo ogni confessione delle nostre deficienze sembra «in qualche modo indecente. Si direbbe-aggiungeva--che temano di dar noia all’apologetica... Gli antichi: Ebrei, e persino i Niniviti non facevano tanti complimenti». E i santi dei secoli passati, ancora meno.

Rileggiamo, per esempio, la celebre lettera di san Gerolamo al papa San Damaso, le diatribe di San Bernardo contro i cattivi pastori , il programma di riforme che egli traccia nel De Consideratione, oppure una certa invettiva di santa Caterina contro alcuni alti dignitari ecclesiastici: «Uomini, o meglio, non uomini, ma demoni visibili, quanto vi acceca l’amore disordinato che voi portate alla putredine del vostro corpo, alle delizie ed agli splendori del mondo! » . Ricordiamo Santa Brigida, Gerson, San Bernardino da Siena, san Tommaso Moro; e più vicino a noi, san Clemente Hoffbauer... Pensiamo alle lotte dei «Gregoriani» per liberare il governo della Chiesa dal sistema che l’asserviva; all’arditezza di un Gerhoch di Reichersberg che, come San Bernardo, indirizzava al Papa Eugenio ix la sua opera «sullo stato corrotto della Chiesa», a quella di Ruggero Bacone che chiede a Clemente iv di «purgare il Diritto Canonico» e di gettare fuori della Chiesa gli elementi pagani che vi si erano introdotti con l’antico Diritto civile ; a quella di Guillaume Durand che pubblicava un trattato «de modo concilii celebrandi et corruptelis in Ecclesia reformandis», o ancora alla supplica che il certosino Pietro di Leyde rivolgeva al Pontefice romano nella prefazione all’edizione delle opere del suo confratello Dionigi da lui curata nel 1530 . Evochiamo, attraverso quest’ultimo esempio, tutto il grande movimento di riforma cattolica, troppo genericamente indicato sotto il nome di «controriforma»: simile impresa non avrebbe potuto essere neppure abbozzata senza una decisa volontà di autocritica, di cui la storia ha registrato non poche illustri testimonianze.

Tuttavia, per una critica opportuna, per un esame lucido e fecondo, quanti eccessi, quante intemperanze! Per un atto coraggioso, quanta vana agitazione!

Quante critiche negative! La santità non è frequente, e la più sincera buona volontà non ha né gli stessi diritti né gli stessi privilegi. Competenza ed opportunità possono anche far difetto. Anche se un determinato rimprovero è giusto, non si è per questo sempre autorizzati a farlo. Bisogna inoltre riconoscere - e l’osservazione è importante - che oggi la situazione non è più quella dei secoli che noi chiamiamo cristiani. Allora tutto si svolgeva, per così dire, in famiglia. Non c’era l’irreligione sempre in agguato per trar profitto da tutto. Oggi in vece che da ogni parte la Chiesa è in veste di accusata, oggi che è incompresa, dileggiata nella sua esistenza e nella sua stessa santità, ogni cattolico deve vigilare a non lasciar sfruttare contro di essa quanto vuole esprimere solo con l’intenzione di meglio servirla. Deve guardarsi da fatali malintesi: delicatezza filiale, che non ha nulla a vedere con il riserbo affettato o col calcolo ipocrita. Non è possibile formulare in questo campo nessuna regola precisa; ma all’uomo veramente «ecclesiastico», che noi abbiamo cercato di definire precedentemente, e che non può mancare di essere veramente «spirituale», lo Spirito Santo non sarà certamente avaro nel dono del consiglio.

Comunque, dobbiamo nettamente distinguere dalla sana autocritica, anche se intemperante e maldestra, tutto ciò che sarebbe lamento sterile, tutto ciò che deriverebbe da una perdita o semplicemente da una diminuzione di fiducia nella Chiesa. Certo, sarebbe empio denigrare, prendendo pretesto da qualche fatto increscioso, «tutto quel meraviglioso e silenzioso lavorìo fatto dal cristianesimo contemporaneo per confessare le proprie insufficienze, per cercare di comprendere, amare e salvare ciò che di valido è nato fuori della sua influenza diretta, per uscire nella tempesta a raccogliere i primi materiali della casa nuova» . Ma perché un tale sforzo possa svilupparsi e portare il suo frutto, si deve stare attenti a non lasciarlo contaminare dal soffio di uno spirito totalmente diverso da quello della sua ispirazione iniziale.

In certi periodi si moltiplicano i sintomi di un male che si diffonde come una epidemia. È una crisi di nevrastenia collettiva. Per coloro che ne sono colpiti, tutto diventa materia di denigrazione. Non si tratta più soltanto di ironia, di fronda, o di amarezza da cui, in ogni tempo, certi temperamenti non sanno sufficientemente difendersi. Tutto riceve una interpretazione sinistra. Ogni conoscenza, anche esatta, accresce il malessere; 1e nuove scoperte, male assimilate, le nuove tecniche, male utilizzate, sono altrettanti motivi per ritenere scosse le fondamenta tradizionali della fede. La vita spirituale si illanguidisce, cosicché non si riesce più a vedere nulla nella sua vera luce. Ci si crede illuminati, e non si sa più discernere l’essenziale. Non si sanno più scoprire, sbocciate di fresco, attorno a noi forse, le mille invenzioni dello Spirito, sempre uguale a sé stesso e sempre nuovo. I giudizi dello spirito di fede fanno l’effetto di un velo illusorio... Allora, per mille vie, si insinua lo scoraggiamento. Ciò che avrebbe potuto provocare un risveglio ha invece un effetto paralizzante. La fede può essere ancora sincera, ma è ormai minata da ogni parte. Ci si mette a guardare la Chiesa come estranei, per giudicarla. Il sospiro della preghiera si è trasformato in recriminazione tutta umana . Con questo movimento farisaico, con questa specie di secessione interiore, non ancora dichiarata, ma non per questo meno perniciosa, ci si avvia già su una strada che può portare al rinnegamento. Voglia Iddio che ci si possa accorgere in tempo, e reagire immediatamente! Non si tratta di chiudere volutamente gli occhi di fronte ad insufficienze di ogni genere, sempre troppo reali; non si tratta di non soffrirne: l’indifferenza potrebbe essere peggiore di una emozione troppo viva. La lealtà totale e fervente della nostra adesione non esige da noi una ammirazione puerile per tutto ciò che può esistere, o può essere pensato e fatto all’interno della Chiesa. Questa Sposa del Cristo, che il suo Sposo ha voluto perfetta, santa, immacolata, non è tale che nel suo principio. Se essa brilla di uno splendore senza macchia, è «nei sacramenti ove genera i suoi figli e li nutre, nella fede che essa conserva sempre al sicuro da ogni attacco, nelle leggi santissime che essa impone a tutti e nei consigli evangelici che a tutti propone e, infine, nelle grazie celesti e nei carismi soprannaturali con i quali essa genera, con inesauribile fecondità, schiere innumerevoli di martiri, di confessori e di vergini». Se la sua anima è lo Spirito di Cristo, i suoi membri nondimeno sono uomini. Ora, lo sappiamo bene, gli uomini non sono mai all’altezza della missione divina loro affidata. Non sono mai completamente duttili e docili alle ispirazioni dello Spirito del Cristo. Se essi non riescono a corrompere la Chiesa, perché la sorgente della sua forza santificatrice non risiede in loro, la Chiesa però non riuscirà mai ad inaridire completamente in essi, finché dura la condizione terrena, la sorgente contraria. La loro buona volontà non è una garanzia di intelligenza, e l’intelligenza non è sempre accompagnata dalla forza. I migliori tra loro non cessano di opporre mille ostacoli al bene che Dio vorrebbe operare per loro mezzo . Resti dunque ben chiaro - e la storia è a questo riguardo una preziosa maestra - che da parte degli uomini nulla ci deve meravigliare.

Non siamo forse uomini anche noi? Non sentiamo forse anche noi la nostra miseria e la nostra incapacità? Non sperimentiamo costantemente la nostra limitatezza? Non ci è mai successo di sorprenderci in flagrante contraddizione, in atto di servire una causa santa con dei mezzi dubbi? Non dobbiamo riconoscere che le nostre deficienze più gravi sono quelle che sfuggono al nostro sguardo? Non avvertiamo, qualche volta almeno, di essere privi di comprensione di fronte al mistero che siamo chiamati a vivere? Perché escluderci, allora? Perché questo isolamento, da cui deriva tanta severità di sguardo? Cadiamo così nella stessa illusione del misantropo, che prende in uggia il genere umano come se lui fosse di un’altra stoffa; mentre è così facile «intenderci a fondo con l’Umanità: basta farne parte, aderirvi con tutto il peso del proprio essere, con l’intreccio di tutte le proprie membra»; «non ci sono più allora né accuse, né distacchi, né apprezzamenti, né confronti» . Avvertito e sofferto prima di tutto in noi stessi, l’evidente contrasto esistente tra la miseria umana di coloro che formano la Chiesa e la grandezza della sua missione divina non sarà più per noi motivo di scandalo. Sarà anzi stimolante. Capiremo allora che una certa forma di autocritica, tutta tesa al di fuori, potrebbe non essere altro che la ricerca di un alibi per sottrarci ad un doveroso esame di coscienza . È l’umile accettazione della solidarietà cattolica può darsi serva a risvegliarci da qualche illusione. Può darsi serva a farci amare nuovamente, in una luce nuova. tutti quegli aspetti della saggezza della nostra Chiesa, delle sue istituzioni, delle sue tradizioni, delle sue esigenze, che noi eravamo portati a non più capire.

Ma per far presa sulle nostre anime l’inquietudine spesso riveste oggi delle forme più precise. Anche l’apostolo più umile non vi sfugge. Anche in lui nasce, talvolta, l’angoscioso interrogativo: l’azione della Chiesa sul nostro tempo è veramente adeguata? Una irrefutabile esperienza non la rivela forse tragicamente inefficace? Da qualche anno soprattutto, simili questioni vengono agitate un po’ dovunque. Non misconosciamone la serietà. Non scartiamole troppo presto, con un rifiuto aprioristico. Non faremmo che turbare maggiormente coloro che, forse perché meno intorpiditi di noi, si dibattono in esse come in una notte dolorosa. Ma anche qui sforziamoci, senza intemperanze, di discernere gli spiriti.

Da diverse parti vien posto l’interrogativo circa il valore attuale non certo del cristianesimo in sé stesso, ma di molti elementi di cui si compone, per così dire, il vecchio strumento religioso, quale i secoli l’hanno forgiato. Se ne constata un rendimento troppo scarso. Se ne denunciano gli ingranaggi consunti, se ne vedono allentate le molle. Si fa il processo a molte pratiche. Si parla di metodi o di istituzioni sorpassate. Che in tutto questo ci sia più di una illusione a rovescio, che tanto nella diagnosi del male quanto nella scelta dei rimedi si insinui qualche errore, ancora una volta, chi potrebbe stupirsene? Una giusta intuizione dei bisogni nuovi può andar congiunta con una scienza inadeguata o con qualche chimera. La distinzione esatta tra ciò che deve essere conservato e ciò che è bene cambiare non si fa sempre di primo acchito. Si dispera talvolta un po’ troppo presto di una forma che sembra morta, ma che potrebbe essere rianimata. Tuttavia non è il caso di allarmarsene eccessivamente. Se l’ispirazione è retta, non si durerà molta fatica ad apportare ad un programma un po’ affrettato le necessarie rettifiche, o ad integrare con degli sforzi compensativi uno sforzo unilaterale.

Ma è precisamente questa ispirazione che deve essere attentamente controllata. In essa, infatti, il peggio può rasentare il meglio. Può scaltramente insinuarsi sotto le apparenze del meglio. Di questa preoccupazione di adattamento, di questo sofferto bisogno di una più efficace «incarnazione» - preoccupazione e bisogni giustissimi in se stessi e spesso incoraggiati dall’autorità suprema della Chiesa - qual è la reale sorgente? Nasce forse da pura esuberanza di carità, come in san Paolo che, ad imitazione di Cristo, voleva farsi tutto a tutti? Non vi si mescola forse l’illusione, troppo naturale nell’uomo di mestiere, quale è inevitabilmente in certa misura ogni prete, che basti cambiar metodo, come potrebbe farlo un’impresa umana, per ottenere dei risultati che suppongono innanzitutto un cambiamento del cuore? Considerazioni realistiche, inchieste oggettive, statistiche, formulazioni di «leggi sociologiche», elaborazione di nuovi piani di metodo, rotture piccole o grandi con le forme di apostolato del tempo passato, messa a punto di tecniche nuove: di tutto può servirsi uno zelo molto puro e molto retto. Chi le denigra opponendo loro i mezzi del curato d’Ars si attribuisce troppo facilmente la parte brillante. È per altro necessario mantenerle. sempre alloro posto, ad esclusivo servizio dello Spirito di Dio.

C’è però una cosa ancor più grave: non si mescola alle nostre inquietudini, in misura più o meno grande, una certa timidezza, una mancanza di sicurezza intima, un segreto disgusto per la tradizione della Chiesa? Pensando di emanciparci da uno spirito ritenuto senile, volendo lottare contro l’anchilosi e la sclerosi, non andiamo incontro a qualche «malattia infantile» ? Non scambiamo forse per un risveglio di personalità il frutto di una cieca seduzione? Non finiamo per giudicare ogni cosa in base a criteri superficialmente «moderni»? Non ci lasciamo abbagliare dai valori profani che il mondo ostenta davanti a noi? Di fronte a coloro che li rappresentano, non ci lasciamo prendere a poco a poco da un meschino complesso di inferiorità? Nei riguardi degli oggetti che per noi devono essere i più sacri, non stiamo forse già subendo l’idea di coloro di cui dovremmo invece compiangere l’accecamento? Non ci lasciamo stupidamente sedurre dalle manifestazioni della «superbia della vita»? Insomma, pur senza deflettere ancora dalla nostra fede, non cominceremmo, se così si può dire, a lasciar incrinare la nostra fede in essa?

Converrebbe allora ricordare più esplicitamente a noi stessi alcune costanti verità. «Quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me».

Questa frase di Gesù non ci invita certo ad un’imitazione letterale; e noi, del resto, non siamo la Sapienza in persona per poterci accontentare di dire: «Venite a me, e sarete ricolmi della mia ricchezza!» . San Paolo, configurato a Cristo, ha percorso il mondo, precursore di una legione di apostoli, e la Chiesa resterà sempre missionaria. In ciò ci è perlomeno data l’indicazione di uno spirito. In altre parole, abbiamo ragione di non voler essere «separati» dagli uomini che si tratta di condurre a Cristo, se alludiamo con ciò alla necessità di abbattere le barriere create tra loro e noi da forme di vita e di pensiero desuete e, a fortiori, da usanze che solo un ideale di benessere o di tranquillità potrebbe giustificare. Abbiamo ragione di non lasciarci rinchiudere, dagli altri o da noi stessi, in nessuna specie di ghetto. Ma dobbiamo ugualmente guardarci dal misconoscere tanto la posizione realmente centrale che la nostra fede ci assicura nella misura stessa della sua vitalità, quanto l’essenziale condizione di «separati», propria di ogni cristiano e, a fortiori, di ogni sacerdote nei confronti del mondo . Se siamo veramente «convertiti a Dio», «abbiamo abbandonato gli idoli» e non possiamo «far coppia» con coloro che ne sono ancora sedotti. Se in questa santa segregazione e nella pratica gioiosa di tutto ciò che essa comporta, noi dimostreremo di essere veramente vivi, saranno altri ad essere attirati da questo focolare di vita e a non voler essere più «separati» da noi. Attraverso la nostra vita si perpetuerà così il miracolo dell’attrazione del Cristo.

Non temiamo dunque di sentirci in profonda sintonia con gli uomini che ci circondano. Sforziamoci di essere pienamente umani: è un dovere di sincerità interiore e di carità fraterna; anzi, una tale disposizione dovrebbe essere in noi così naturale, così congenita, che non dovrebbe richiedere nessuno sforzo. Non confondiamo la nostra fedeltà all’eterno con un attaccamento meschino, o persino morboso, al passato. Ma, nel medesimo tempo, diffidiamo della sufficienza moderna. Stiamo attenti a non fare nostre le debolezze, le infatuazioni, le ignoranze presuntuose, le grettezze dell’ambiente circostante. Badiamo a non accogliere in noi stessi la mondanità, popolare o borghese, volgare o raffinata. O piuttosto, perché purtroppo ne siamo sempre in qualche modo contagiati, non stanchiamoci mai di liberarcene! Cerchiamo insomma di essere sempre, e con la maggiore spontaneità possibile, «adeguati»: ma non lasciamo mai che, nel nostro comportamento o nel nostro pensiero, si adegui minimamente il cristianesimo allo spirito secolare. Non lasciamo mai che si umanizzi o si abbassi, insipidisca o devii. E il Mistero cristiano non perda mai, in noi, il suo vigore!

La difficoltà in certi spiriti si fa più viva, e la sofferenza, in certe anime, più acuta, quando si crede di dover constatare che, malgrado tutti i possibili sforzi di adeguamento, per effetto di cause che rendono impotente ogni iniziativa l’azione della Chiesa è ben lontana dall’essere efficace. Lungi dal progredire, regredisce. Anche là dove la sua influenza è riconosciuta ed incoraggiata, la Chiesa non riesce a far regnare, con sé stessa, il Vangelo, e l’ordine sociale non è trasformato secondo i suoi princìpi. Ora, non si giudica forse l’albero dai suoi frutti? Non abbiamo ragione allora di credere che la Chiesa abbia fatto il suo tempo? Non c’è da temere che essa non possa mai realizzare altrimenti che in simbolo quello che altri si vantano di tradurre, viceversa, in realtà effettiva? E non si deve, per conseguenza, trasferire su questi ultimi la fiducia che si era concessa alla Chiesa?

Quanti equivoci, in un ragionamento apparentemente così semplice! Certo, se nella Chiesa tutti fossero quello che dovrebbero essere, è chiaro che il Regno di Dio progredirebbe con un altro ritmo, sia pure in mezzo ad ostacoli sempre accresciuti, come osservavamo in un capitolo precedente, e sia pure sempre invisibile all’occhio non illuminato da Dio. È altrettanto vero che una data incidenza storica od un determinato contesto sociale, indipendente dalle volontà individuali, può creare delle condizioni sfavorevoli, dei malintesi. profondi, delle «secessioni», e porre così dei formidabili problemi. Ma per avere qualche probabilità di risolvere questi problemi o quanto meno, se alcuni vanno riconosciuti come provvisoriamente insolubili, per mantenere intatta la fiducia, occorre dissipare non pochi equivoci latenti. Lasciando dunque da parte tutte le considerazioni di carattere sociologico, è di questo discernimento preliminare che importa anzitutto trattare.

Quando si parla della Chiesa, non giudichiamo di progresso o di regresso, di successo ò cli insuccesso, con un metro umano, alla stregua delle realtà puramente temporali. Il bene soprannaturale, di cui essa è quaggiù l’artefice, si totalizza nell’invisibile, si raccoglie nell’eterno. La comunione dei santi si estende di generazione in generazione. E non ricominciamo neppure a sognare di una Chiesa esteriormente trionfante. Il suo Maestro non le ha promesso successi strepitosi e sempre crescenti. Non cediamo all’eloquenza o ad un sentimento romantico, ma enunciamo una legge della sua natura, ripetendo a suo riguardo la parola di Pascal: essa deve essere, come il Cristo, in agonia fino alla fine del mondo. Non dimentichiamo le esigenze della «sapienza redentrice» . Vediamo come essa opera nella vita e nell’azione di Gesù: questa contemplazione ci aiuterà a rimanere pazienti nella nostra stessa inquietudine; ci farà superare l’inquietudine trascendendola, non spegnendola in una specie di rassegnazione che potrebbe essere una decadenza. L’apostolo deve saper attendere. Il sacerdote deve sovente accettare di sentirsi impotente; deve accettare di non essere quasi mai compreso.

Soprattutto non inganniamoci su questo Regno di Dio che è il fine della Chiesa e che essa ha la missione di anticipare. Ne va di mezzo tutta la fede. Senza misconoscere affatto l’urgenza dei problemi sociali né l’insostituibile contributo che la Chiesa apporta alla loro soluzione , come dimenticare, senza grave danno, che essa vuole risolvere un problema non meno urgente, ma più profondo e più vasto, più costante e più universale? Come le malattie mutano con l’evolversi dell’ambiente apportatore di germi, lottando contro il rimedio e rinascendo sotto altra forma non appena si era creduto di vincerle, così il male radicale annidato in fondo all’essere dell’uomo rinasce sotto aspetti imprevedibili, benché sia, in fondo, sostanzialmente uguale, a misura che la società si trasforma. La psicologia, i costumi, i rapporti sociali si evolvono:

l’uomo, con il suo male, rimane. Ciò non significa che si debba rinunciare ad ogni possibile sforzo nella ricerca del meglio. La tenacia del male è uno stimolo ad una lotta più ostinata e più perseverante. Ma anche supponendo - e ne siamo ben lontani, purtroppo! - un funzionamento sociale perfetto, che non sia cioè solo una macchina economica e politica potente, ma un ordine esteriore veramente umano, l’opera della Chiesa non sarebbe ancora, per così dire, neppure incominciata. Perché essa non vuole adagiarci nell’esistenza terrena, ma sollevarci al di sopra di essa. Portandoci la Redenzione di Gesù Cristo, essa vuole strapparci al male che è in noi ed aprirci ad un’altra Esistenza. Viceversa, se essa cercasse soprattutto un risultato temporale, le sarebbe negato anche questo. Se, per realizzare in mezzo al mondo l’opera della salvezza, essa aspettasse che le condizioni temporali fossero finalmente migliori - comunque si intenda questo optimum - sarebbe infedele alla sua missione, che non consiste nel condurre in porto, in avvenire, una remota umanità futura, ma gli uomini concreti di ogni generazione.

Se dunque abbiamo la preoccupazione di essere realisti, è necessario però che il nostro realismo non si inganni sul suo oggetto. Se abbiamo la preoccupazione dell’efficacia, non dobbiamo fare assegnamento su mezzi troppo estrinseci, atti a sviarci dallo scopo. Se possiamo, e talvolta dobbiamo, essere severi con coloro che portano il nome di cattolici - specie con noi stessi - dobbiamo esserlo a ragion veduta, in nome di criteri che non siano falsati. Non dobbiamo perdere di vista l’essenziale.

Ora, questo essenziale, che non potrebbe neppur più rimanere sul nostro orizzonte come un lontano obiettivo, se rifiutiamo di accoglierle nel cuore della nostra azione presente, non va giudicato da un punto di vista quantitativo. Dio salva gli uni per mezzo degli altri secondo leggi che rimangono sconosciute nelle loro concrete applicazioni, ma il cui principio si impone alla nostra fede. Sono le leggi misteriose della comunità di salvezza. La preghiera di intercessione ed il sacrificio dell’amore non hanno perso nulla, oggi, della loro segreta potenza. D’altra parte, l’esistenza anche di un solo santo sarebbe già una testimonianza sufficiente del valore divino del principio che lo ha nutrito.

Ma abbiamo la necessaria purezza di sguardo e il retto orientamento per discernere in mezzo a noi, in quest’ordine di santità, l’efficacia della Chiesa? Sforziamoci almeno di intravvederla e sappiamo scoprirne, dietro le massicce apparenze che potrebbero nasconderla, la realtà centrale. Le chiassose dispute ideologiche non ci devono impedire di intendere questo silenzioso respiro della santità... Capo di una comunità formata allora quasi esclusivamente di povera gente, poco istruita e senza apprezzabile influenza sui destini dell’Impero, il grande san Cipriano diceva un tempo: «Noi non siamo filosofi a parole, ma a fatti; non diciamo delle grandi cose, ma le viviamo». Questo grido di umile fierezza rimane sempre vero. L’essenziale non è affatto oggetto di discorsi. La vitalità cristiana dipende molto meno di quanto uno pensi da tutto ciò che, in ogni tempo, si discute, si attua o si disgrega sulla scena del mondo. Sotto le agitazioni della politica ed i risucchi dell’opinione, sotto le correnti di idee e le controversie, lontano dai crocicchi e dalle piazze pubbliche, sfuggendo alle auscultazioni ed alle inchieste, continua a mantenersi, a trasmettersi ed a rinnovarsi una vita che è quasi impossibile poter giudicare dal di fuori. I ciechi vedono, i sordi odono, i morti risuscitano, i poveri sono evangelizzati. Il Regno di Dio splende nel segreto. Qua e là improvvisi sprazzi lo rivelano. Si formano delle zone di luce, si estendono, si congiungono. Nella notte, alcuni punti brillano di un più vivo splendore. Talvolta, qualche macchia di sangue, per costringerci all’attenzione: sono altrettanti segni annunciatori.

In mezzo a tante discussioni sul cristianesimo del nostro tempo, fra tanti lamenti che deplorano la sua «assenza di adattamento» e la sua «inefficacia», è sempre necessario tornare a queste considerazioni molto semplici. I cristiani migliori, più vivaci, non si trovano necessariamente e neppure generalmente, tra i sapienti o tra gli abili, tra gli intellettuali o tra i politici; tra le «autorità sociali». Per conseguenza, la loro voce non risuona nella stampa, ed i loro atti non interessano il pubblico. La loro vita è nascosta agli occhi del mondo, sicché solo tardi ed eccezionalmente alcuni giungono a qualche notorietà, e sempre con il rischio di strane deformazioni. All’interno stesso della Chiesa, sarà per lo più soltanto dopo la morte che qualcuno acquisterà un prestigio incontestato. Eppure sono proprio loro che contribuiscono, più di tutti gli altri, ad impedire che la nostra terra sia un inferno. I più non si domandano se la loro fede sia «adeguata», né se essa sia «efficace». Si contentano di viverla, la fede, come la realtà più vera e sempre attuale, ed i frutti che ne derivano, anch’essi spesso nascosti, non sono per questo meno meravigliosi. Anche se non si sono direttamente impegnati in un’attività esterna, essi sono all’origine di tutte le iniziative, di tutte le attività, di tutte le istituzioni che non sono condannate alla sterilità. E sono loro che in noi conservano o ridonano qualche speranza. Oseremmo forse dire che oggi sono meno numerosi e meno operanti che in altri tempi ? Per un sogno forse chimerico di efficacia, non chiudiamo gli occhi di fronte alla fecondità reale della nostra Madre.

C’è poi un’altra tentazione. Anche questa non è tentazione di anime volgari; è la più grave di tutte. Essa si insinua muovendo da una constatazione che era già stata fatta da san Paolo: «Vedete, fratelli-scriveva san Paolo ai cristiani di Corinto-non ci sono molti saggi, molti potenti, molti nobili in mezzo a voi» . I saggi, i potenti ed i nobili possono anche essere venuti in seguito, ma la riflessione dell’Apostolo conserva intatta la sua verità profonda e multiforme. Agli occhi del mondo la Chiesa, come il suo Signore, ha sempre l’aspetto della schiava. Esiste quaggiù in «forma di serva». E non è soltanto la saggezza del mondo, nella sua accezione più materiale, che le manca: è anche, almeno apparentemente, la saggezza dello spirito. Essa non è né un’accademia di scienziati, né un cenacolo di raffinati spirituali, né un’assemblea cli superuomini. f anzi esattamente il contrario. Vi s’affollano gli storpi, i deformi, i miserabili d’ogni sorta, vi fanno ressa i mediocri, che si sentono particolarmente a casa loro e che impongono ovunque il loro tono. i suoi più splendidi progressi non fanno che accentuare questo carattere, nella media dei suoi membri come nel tessuto quotidiano della sua esistenza. Sarebbe anche troppo facile dimostrarlo con esemplificazioni concrete. In compenso è difficile, o piuttosto assolutamente impossibile all’uomo naturale, fino a quando non sia intervenuta in lui una radicale trasformazione, riconoscere in questo fatto il compimento della Kenosi salvifica e la traccia adorabile della «umiltà di Dio»

Da quando esiste, la Chiesa si è sempre attirata il disprezzo di una élite. Filosofi o spirituali, molti spiriti superiori, preoccupati d’una vita profonda, le rifiutano la loro adesione. Alcuni le sono apertamente ostili. Come Celso, essi sono disgustati di «questa accozzaglia di gente semplice, priva di mordente spirituale e di cultura» , e se ne allontanano, con la serenità olimpica di un Goethe o negli accessi di furore dionisiaco di un Nietzsche. Voi pretendete - sembrano dire - di essere il Corpo del Cristo, il Corpo di Dio! Il Corpo di Dio sarebbe fatto di una pasta così grossolana? E, tanto per cominciare, la Divinità può avere un corpo?

Molti altri, invece, tra questi saggi, sono convinti di rendere giustizia alla Chiesa e protestano quando si sentono definire suoi avversari. Sarebbero disposti a proteggerla, all’occorrenza. «Come! - esclamava uno di essi in risposta ad amici che lo trovavano, troppo favorevole alle scuole cristiane-pretendete che io spieghi il Parmenide alla mia cuoca?» Ma conservano le distanze. Non sanno che farsene di una fede che li accomunerebbe a tutti i miserabili, di fronte ai quali si sentono senz’altro superiori per la loro cultura estetica, per la loro capacità di ragionamento, o per la loro preoccupazione d’interiorità. Sono «aristocratici» che non intendono affatto mescolarsi con il gregge. La Chiesa, secondo loro, conduce gli uomini per vie troppo comuni. Le riconoscono volentieri l’arte di presentare, sotto il velo delle immagini, profonde

verità; ma, distinguendosi come «coloro che sanno» dalla massa di «coloro che credono», pretendono di conoscerla meglio di quanto non possa conoscersi essa stessa. La trattano con molta degnazione, si attribuiscono il potere di enucleare, senza il suo consenso, mediante una «trasposizione metafisica» , il senso profondo delle sue dottrine e dei suoi gesti. Al disopra della sua fede essi mettono la loro intuizione, come l’assoluto al disopra del relativo, come la partecipazione diretta e attiva alla Conoscenza divina al disopra di una partecipazione indiretta e passiva... Si potrebbero chiamare degli «specialisti del logos» , che però non hanno letto in san Paolo che il logos «respinge ogni altezza che si levi contro la conoscenza di Dio» . Sono dei saggi; ma che non vedono come da venti secoli si realizzi la profezia: «Perderò la sapienza dei sapienti» . Sono dei ricchi; ma hanno ancora da sentire la voce della prima Beatitudine. Qualcuno, trasformandosi in caposcuola o caposetta, accresce con l’esca del segreto la promessa del sapere: così per esempio, nei tempi antichi, un Valentino, oppure quel Fausto di cui sant’Agostino subì per qualche tempo il fascino ; così ai nostri giorni, con altro stile, un René Guénon. E tutto perché il miraggio delle iniziazioni misteriche affascina gli spiriti più diversi. Altri infine si chiudono nella loro solitudine. Non si tratta sempre di un rifiuto satanico; talvolta, assai meno misteriosamente, è soltanto ridicola presunzione. Può anche essere semplicemente il disgusto di uno spirito raffinato di fronte a forme di pensiero e di vita che lo confonderebbero col volgo. O ancora, in certi’ casi, è il distacco, il restringersi freddoloso di un’anima delicata. Così si sviluppa un «individualismo nobile, ma chiuso, che ammette tutt’al più qualche essere privilegiato a condividere amichevolmente la sua esperienza interiore». Una stretta appartenenza alla Chiesa cattolica, si dice, ostacolerebbe la libera ricerca, frenerebbe l’audacia dello slancio spirituale, e condurrebbe al tempo stesso ad un rigido inquadramento e ad una volgare promiscuità.

L’eco più o meno smorzata di queste obiezioni e di queste ripugnanze raggiunge anche alcune coscienze cristiane. Se la fede non ne rimane scossa, si allentano però talvolta i vincoli con la Chiesa, almeno in ciò che avevano di cordiale e di attivo. Non si giunge alla rottura, ma si dimentica la stretta correlazione della fedeltà ecclesiastica con la fedeltà religiosa. Sul piano della verità, il cristianesimo può bensì uscire vincitore dalla prova: ma non per questo appare giustificata l’esistenza della Chiesa o almeno non sempre la sua giustificazione teorica riuscirà a vincere queste ripugnanze. Una inchiesta imparziale può sì provare che la sapienza da essa proposta e inculcata non consiste in un ammasso di «puerili futilità», come credeva sant’Agostino prima che le prediche di sant’Ambrogio gli avessero aperto gli occhi . Essa può magari portare ‘a scoprire la solidità del suo dogma, può far intravvedere la profondità dei suoi misteri e della interpretazione ortodossa datane dai grandi dottori. Essa può anche fare ammirare gli splendori dell’arte e la ricchezza della cultura che, almeno in certe epoche, ne illuminano il volto umano. Tutto questo però non muta l’evidente volgarità del tessuto connettivo cui ogni esistenza cattolica deve adattarsi giorno per giorno e nel quale anzi deve inserirsi.

Davanti alle pitture delle catacombe romane, prima espressione figurata della Parola che risuonò nel Cristo, André Malraux esclama: «Quale abisso tra queste povere figure e quella voce profonda !» Si può estendere l’osservazione. Non si verificherà fatalmente la stessa cosa di ogni espressione, qualunque ne sia il modo o la natura, della realtà cattolica? Nella predicazione corrente, infatti, che cosa diventa la Rivelazione? Che cosa diviene l’appello di Dio nella comune raffigurazione? Che cosa diventa il Regno di Dio in molte immaginazioni, devote o teologiche? Che cosa diviene, in cuori troppo poco purificati dalle passioni umane, l’amore santo dell’unità? E nei manuali a che cosa si riduce troppo spesso il Mistero? Pascal ammirava la capacità che esso ha di tenere i due estremi percorrendone tutto l’intervallo, unendo così tante verità «che sembrano contrastanti, ma che sussistono tutte in un ordine mirabile» : ma in pratica, questa sintesi alata non si cambia forse nella banale formula del «giusto mezzo»? La meravigliosa «complexio oppositorum» che il cattolicesimo offre sotto tutti i suoi aspetti fa paura a tanti credenti! La Chiesa stessa non incoraggia abitualmente né i pensieri troppo arditi, né le spiritualità troppo sublimi: le forme che essa approva più volentieri non devono forse essere tali da poter essere tollerate dall’«ambiente cattolico medio», che è sempre «qualcosa di molto insipido e di molto mediocre»?

E anche da parte di coloro che si credono dotti, quale pascolo, rinnovato di età in età, offerto alla irrisio infidelium! Sinceramente, se la consideriamo con uno sguardo realista, non nel cielo etereo delle pure idee bensì nella sua realtà concreta, «che cosa è la Chiesa se non, per così dire, un corpo di umiliazione che provoca, in coloro che non vivono di fede, l’insulto e l’empietà», o l’avversione o quanto meno un indulgente riserbo?

Ora è proprio questo complesso che si tratta non soltanto di subire in quello che ha di fatale - e neppure, certo, di canonizzare in blocco - ma di assumere con totale lealtà. Che non sarebbe tale se rimanesse in superficie. Non esiste un «cristianesimo privato» ; e per accettare la Chiesa, bisogna prenderla così com’è, tanto nella sua realtà umana e quotidiana, quanto nella sua idea eterna e divina, perché, di diritto come di fatto, la dissociazione è impossibile. Per amare la Chiesa è necessario, vincendo ogni ripugnanza, amarla nella sua massiccia tradizione ed immergersi nella sua vita come il grano affonda nella terra; è necessario pure rinunciare al veleno sottile delle mistiche e delle filosofie religiose che vorrebbero prendere il posto della sua fede o che si offrono a trasferirla su un altro piano. Questa è la maniera cattolica di perdersi per ritrovarsi. Senza questa mediazione ultima, il mistero della salvezza non può raggiungerci e trasfigurarci. Bisogna spingere fino al limite estremo la logica della Incarnazione, per cui la divinità si adegua alla debolezza umana. Per possedere il tesoro bisogna avere il «vaso d’argilla» che lo contiene , fuori del quale esso si sperde. Bisogna accettare quello che san Paolo, conoscendo per esperienza le tentazioni avverse, chiamava «la semplicità nel Cristo» . Bisogna far parte, senza alcuna riserva, della «plebe di Dio». In altri termini, la necessità di essere umili per cercarlo nella sua Chiesa e la necessità di unire, alla sottomissione della intelligenza, «l’amore della fraternità».

Soltanto colui che rimane unito a tutte le membra del Corpo, partecipa del Cristo. Il ricco, il forte, il saggio, non possono dire al povero. al debole, all’ignorante: tu non mi sei necessario... Sapendo di far parte del Corpo di Cristo che è la Chiesa, deve anche sapere che quelli che nella Chiesa appaiono deboli, poveri, ignoranti, devono essere tenuti in maggior onore e circondati di migliori cure, precisamente come i peccatori. In questo modo potrà dire di sé stesso: Io ho il timore di Dio. Anziché mostrarsi infastidito, deve aver compassione di simili persone; deve soffrire con quelli che soffrono, per dimostrare, con i fatti, che siamo tutti un solo Corpo, le cui diverse membra sono solidali.

Questo il prezzo dell’inestimabile bene: la comunione cattolica. È quanto già scriveva san Clemente Romano, uno dei primi successori di san Pietro, cogliendo, di colpo, il senso profondo della Chiesa: «Il Cristo appartiene a coloro che sentono umilmente, non a coloro che si innalzano al cli sopra del gregge».

Nella Chiesa, agli occhi dell’uomo superiore, tutto è basso. Ma «la forza si accorda con questa bassezza» . Si accorda, anzi, soltanto con essa. Le forme ideali, di cui l’uomo superiore si compiace, gli sembrano così alte e così pure soltanto perché sono prodotti della sua mente. Comunque egli le consideri: come uno strumento atto a scolpire una personalità ricca, armoniosa e possente, come un quadro per interpretare l’universo o come un trampolino per slanciarsi fuori dei limiti della condizione umana, esse si rivelano sempre ugualmente impotenti, incapaci come sono persino di iniziare in lui la trasformazione del cuore. Con le loro apparenti sublimità, i pensieri dell’uomo superiore non sono altro che uno specchio nel quale egli ammira se stesso e si lascia risucchiare nella vanità; innalzano nel suo cuore un idolo , ed egli, abbracciando quest’idolo, abbraccia il nulla; come quell’Uno, per esempio, che è puro solo in quanto non è Essere; oppure come quella Possibilità universale da cui deriverebbero i molteplici gradi dell’essere... Id vanitate sentit humana, non ventate divina.

Noi sappiamo, purtroppo, che la professione di cattolico, e di cattolico militante, non conferisce automaticamente la santità; anzi, dobbiamo ammettere che tra noi, anche nei migliori, nei più puri, nei più ferventi, vi sono molte miserie umane che spesso intralciano l’opera dello Spirito. Sappiamo però anche che il più umile dei nostri santi è più libero, interiormente, di quanto non lo sia il più grande maestro di sapienza. Quello non parla modestamente che della salvezza, mentre questo parla volentieri di liberazione; ma si vede subito quale dei due è veramente «libero». Quante vuote pretese stanno al termine di sforzi pur nobili e sinceri che una partenza temeraria ha rovinato! Le sole profondità che non siano deludenti, quelle che lo Spirito stesso scava nel cuore dell’uomo , suppongono il terreno della «fede comune», accettata senza sottintesi e mai abbandonata. Là soltanto zampillano le acque di Siloe . Là soltanto si apre la via regale.

O humilitas, o sublimitas! Domus lutea, et aula regia! Corpus mortis, et templum lucis! Despectio denique superbis, et sponsa Christi ! Nella sua apparente bassezza, la Chiesa è il sacramento, cioè il segno veridico ed efficace di queste «Profondità di Dio». Nello stesso istante ci sono aperte le profondità dell’uomo: abyssus abyssum invocat . Per questo, la pagina dell’Apostolo che abbiamo ora commentato è per l’uomo naturale la constatazione di uno scandalo, ma per il credente è un grido di trionfo: Considerate la vostra vocazione, o fratelli; non molti tra voi sono sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto le cose stolte di questo mondo per confondere i sapienti.

Dio ha scelto le cose deboli per confondere i forti. E Dio ha scelto le cose vili e spregevoli, le cose che non son nulla, per ridurre al nulla le cose che sono; affinché nessun uomo si glori al cospetto di Dio.

Solo un miracolo della grazia può fare capire queste cose. Senza di esso, i sentimenti più nobili e le più alte facoltà spirituali non sono che un ostacolo. Essi rendono l’uomo simile al cedro del Libano che non è ancora stato abbattuto dal Signore. Alimentano l’orgoglio e impediscono l’accesso alla carità. Anche in seno alla Chiesa, essi possono, l’abbiamo già detto, diventare una tentazione. Se un giorno dovessero diventarlo anche per noi, ci sarà forse utile richiamare alla memoria, evocandone le circostanze concrete, l’esempio di alcuni uomini che l’hanno eroicamente superata.

Quando, sollecitato da una logica interiore che non era una semplice «logica libresca», Newman venne ad inginocchiarsi ai piedi del Padre Domenico Barberi per chiedergli di riceverlo nella Chiesa, egli non sacrificava solamente una posizione, abitudini care, amicizie scelte, una dimora spirituale dolorosamente ma sempre teneramente amata, una fama già largamente consolidata. Le condizioni dei tempi erano allora quanto mai sfavorevoli. Era una sera dell’autunno 1845, verso la fine del pontificato di Gregorio XVI. «Il cattolicesimo appariva ovunque come vinto dalla vita, tanto più pietoso in quanto si trascinava ancora dietro tanti resti derisori di una recente grandezza.» Sull’antico feliow d’Oriel non poteva esercitare nessuna seduzione umana. Qualche anno più tardi egli dirà: «Noi non stiamo vivendo un’epoca di gloria temporale per la Chiesa, un’epoca di quelle che videro i principi fedeli ai propri doveri, i governi leali, quando la Chiesa aveva vasti possedimenti, ampie comodità, scuole celebri, ricche biblioteche, dotte istituzioni, santuari frequentati. La nostra epoca rassomiglia piuttosto a quell’età primitiva in cui la Chiesa era apparentemente così umile nella nobiltà, nella scienza, nella ricchezza, nell’eredità del Signore; quando noi arruolavamo le nostre reclute soprattutto tra i ranghi più negletti della società, quando eravamo poveri e ignoranti, disprezzati e odiati dai grandi e dai filosofi, come membri d’un’associazione grossolana, stupida e ostinata; a quell’età durante la quale la storia non fa menzione di nessun santo che abbia fatto epoca con un’idea grandiosa, quali sarebbero stati poi san Tommaso d’Aquino o Sant’Ignazio di Loyola; a quel periodo in cui i più abili scrittori cosiddetti cristiani appartenevano a scuole eretiche. Noi abbiamo certamente poche cose da far vedere per la nostra gloria: si verificano per noi le parole del Salmo: ‘Hanno messo a fuoco il tuo santuario, hanno profanato il luogo dove il tuo nome abita sulla terra; noi non abbiamo veduto i nostri segni, non ci sono più profeti tra di noi» .

Nei cattolici romani Newman non trovava nulla d’attraente. «Io non ho simpatia per loro, confessava. Da loro attendo ben poco. Unendomi a loro faccio di me stesso un paria. Mi incammino verso il deserto». E non prevedeva ancora tutte le tribolazioni che lo avrebbero martoriato nella traversata di questo vasto deserto! Ma per la sua anima fedele tale passo era una «necessità»; e mai, in seguito, ebbe a rimpiangerlo per un solo istante.

Potremmo anche rileggere il racconto di sant’Agostino nel libro viii delle sue Confessioni. Il fatto gli era stato riferito dal suo amico Simpliciano; ed è noto quale profonda impressione egli ne ebbe al momento di prendere anch’egli una uguale decisione. Il vecchio Vittorino era un filosofo «rotto a tutte le discipline liberali». Ora questo maestro di tanti nobili senatori, questo pensatore celebre che aveva visto eretta nel Foro la propria statua, non ebbe alla fine «vergogna di farsi schiavo di Cristo, di piegare il collo al giogo dell’umiltà e di chinare la sua fronte all’obbrobrio della croce». Ma ciò non era avvenuto senza lunga resistenza, alimentata da una superba incomprensione. L’esempio assume per questo maggior bellezza: «O Signore, Signore, che hai abbassato i cieli e sei disceso, hai toccato i monti e hanno emesso fumo, con quali mezzi ti insinuasti in quel cuore? A detta di Simpliciano, leggeva la Sacra Scrittura, e tutti i testi cristiani ricercava con la massima diligenza e studiava. Diceva a Simpliciano, non in pubblico, ma in gran segreto e confidenzialmente: «Devi sapere che sono ormai cristiano». L’altro replicava: «Non lo crederà né ti considererò nel numero dei cristiani finché non ti avrò visto nella chiesa di Cristo». Egli chiedeva sorridendo: «Sono dunque i muri a fare i cristiani?» E lo affermava sovente, di essere ormai cristiano, e Simpliciano replicava sempre a quel modo, ed egli sempre ripeteva quel suo motto sui muri della chiesa. In realtà si peritava di spiacere ai suoi amici, superbi adoratori del demonio, temendo che dall’alto della loro babilonica maestà e da quei cedri, direi, del Libano, che il Signore non aveva ancora stritolato, pesanti si sarebbero abbattute su di lui le ostilità. Ma poi dalle avide letture attinse una ferma risoluzione; temette di essere rinnegato da Cristo davanti agli angeli santi, se avesse temuto di riconoscerlo davanti agli uomini, e si sentì reo di un grave delitto ad arrossire dei sacri misteri del tuo umile Verbo, quando non arrossiva dei sacrilegi di demoni superbi, da lui superbamente accettati e imitati. Perso il rispetto verso il suo errore, e preso da rossore verso la verità, all’improvviso e di sorpresa, come narrava Simpliciano, disse all’amico: «Andiamo in chiesa, voglio divenire cristiano». Simpliciano, che non capiva più in sé per la gioia, ve lo accompagnò senz’altro. Là ricevette i primi rudimenti dei sacri misteri; non molto dopo diede anche il suo nome per ottenere la rigenerazione del battesimo, tra lo stupore di Roma e il gaudio della Chiesa».

Se il vecchio Vittorino non si fosse risolto a questo passo decisivo, se non avesse accettato di perdersi così nell’umile gregge dei fedeli «praticanti», ci si ricorderebbe senza dubbio ancora di lui come di un filosofo emerito. Forse, potremmo ancora ammirare in lui il pensatore che per primo concepì gli elementi di quella teoria interna della Trinità di cui sant’Agostino doveva poi elaborare per l’Occidente le formule definitive. Possiamo anche immaginare che egli sarebbe stato ugualmente capace, senza entrare nella Chiesa, di comporre i suoi inni alla Trinità: in questo caso il suo nome figurerebbe anche tra i poeti del dogma . Ma non godrebbe un titolo più alto di questo. Non avrebbe meritato di essere chiamato col nome, senza dubbio comune e agli occhi di molti senza rilievo, ma di tutti il più bello quando se ne comprende la portata: egli non sarebbe stato cattolico.

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