1_Lost Boys Calling

 

Vieni, stringimi ora

non sono andato

Non ti lascerei qui da solo

In questa calma morta

Sotto le onde

Riesco ancora a sentire quei ragazzi perduti che chiamano

 

Non potevi parlare

avevi paura

Correre il rischio di essere lasciati di nuovo

E così ti sei ribaltato il cappello

E salutato e poi

Hai risalito la passerella

Di quella tomba d'acciaio di nuovo

 

E in Mott Street a luglio

Quando sento piangere quegli uccelli marini

tengo il bambino

Il bambino nell'uomo

Il bambino che ci lasciamo alle spalle

 

Li abbiamo lasciati lì

Quando erano giovani

Gli uomini se ne furono andati finché l'occidente non fu conquistato

E ora non è rimasto altro che tempo per uccidere

Non ci hai mai portato a pescare, papà

E ora non lo farai mai

 

E in Mott Street a luglio

Quando sento piangere quegli uccelli marini

tengo il bambino

Il bambino nell'uomo

Il bambino che ci lasciamo alle spalle

 

 

 

 

 

Al mondo incontriamo un oceano di male e, tra i suoi flutti, come traslatantici, qualcuno che porta dalla città dell’uomo … alla città di Dio. Sono i vergini, i traslatantici Virginian. In sé appaiono soli ma non sono isolati dal resto del mondo; ne fanno parte a pieno titolo, anche se tra noi non lo si vuole riconoscere.

 

«Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono ottantotto, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. […] Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi […] che non finiscono mai […] quella tastiera è infinita […] Su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio»[1] (Alessandro Baricco, Novecento, Milano la Feltrinelli, 1994, p. 56).

 

Dio è l’unico che può suonare “la musica del mondo” non chi appartiene al mondo; Sulla terra è solo Dio e nessun altro che decide come devono andare le cose. Il vergine non si riconosce nelle abitudini e nello stile di vita della gente comune, anche se si serve comunque del mondo esterno per creare la sua arte che dona agli altri, a coloro che lo ascoltano, restandone però distaccato, al di fuori. È l’arte del discernimento, dell’interpretare la vita propria e altrui, come qualcosa che rimanda oltre. Nella sua musica infatti ci sono le persone che ha incontrato durante tutti i suoi anni di vita, è grazie a loro che le sue composizioni prendono anima, riuscendo a colpire al cuore e donando emozioni a tutti i passeggeri. Il vergine sa infatti leggere le persone più di chiunque altro e a tramutare i loro sentimenti e i loro tratti caratteristici in musica. Il pianista osserva la realtà e la tramuta in arte sonora che dona agli altri, come le poesia di Giovanni della Croce.

 

Il vergine non è impossibilitato ad amare, non vive nel suo mondo fantastico, come una sorta di Peter Pan che non vuole crescere, ma vuole spingersi oltre davvero. Se si “accontenta” è perché non è solo “qui ed ora” ma altrove anche. A prima vista è un personaggio distante dal nostro modo di vivere ma ha limiti e paure, come noi che pensiamo di essere i soli “animali sociali”. C’è una socialità differente, la sua, che i blocchi mentali, gli ostacoli che ci portiamo dietro nel corso dell’esistenza e che forse non riusciremo mai a superare, non li tiene nascosti, sa viverli, e impara da noi a farlo, rifiutando di fare come noi che li teniamo nascosti.

 

C’è un’amicizia, quella con Dio, che si può coltivare perché l’inquietudine dell’affacciarsi ad un futuro incerto ed incontrollabile venga alfine riconosciuta e dal nostro caos emerga una nuova creazione. A noi impossibile ma non a Lui. Il bambino nell'uomo, Il bambino che ci lasciamo alle spalle può e deve tornare, o non rientreremo mai in noi stessi, non saremo mai liberi dalle cose che patiamo, liberi di attraversale, restando fedeli alla nostra musica, senza pretendere di suonare quella di Dio.

 

Se ci lanciassimo alla conquista di ciò che ci sta attorno i nostri figli non avrebbero un padre, e finirebbero per non imparare mai a pescare nel loro mondo il cielo che tutti ci portiamo dentro, la spinta ad andare oltre, verso la città di Dio. Lasciamo che i vergini siano un luogo di speranza per tutti quelli che vogliono emigrare tra i flutti dell’oceano.  L’eredità che lasceranno non verrà da loro, verrà da Dio. E saprà andare, come loro, oltre.



[1] Alessandro Baricco, Novecento, Milano la Feltrinelli, 1994, p. 56.

 

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