2_Gesù in pianto

La nuova traduzione della Bibbia (CEI 2008) ha preferito: «Beati quelli che sono nel pianto», al tradizionale: «Beati gli afflitti», forse per suggerire che la beatitudine riguarda quelle sofferenze talmente intense da rendere impossibile trattenere le lacrime. Chi sono questi «beati»? Non i «lacrima facile» che hanno sempre un motivo per rattristarsi e per rattristare. E di per sé nemmeno quelli colpiti da malattie, disgrazie, e situazioni dolorose, perché se Gesù avesse ritenuto beati questi poveretti, li avrebbe lasciati nel loro pianto beato. Invece non è stato così: li ha consolati. Quando incontra la vedova che segue desolata l'unico figlio portato alla tomba, è «preso da grande compassione», e le dice: «Non piangere!» (Lc 7, 13). Non va, poi, dimenticato che in alcune parabole Gesù considera il pianto non una beatitudine ma la punizione dei cattivi (Mt 13, 49-50), di quelli che commettono le iniquità (Mt 13, 41).

Ma allora chi sono? Facciamoci rispondere dal pianto di Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro (Gv 11, 35), su Gerusalemme (Lc 19, 41), e nell'Orto degli Ulivi (Lc 22, 44).

Quello di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro è un pianto dirotto. Scoppiare in pianto è più che piangere: indica una sofferenza irrefrenabile, impossibile da trattenere. I Giudei lo spiegano con l'amicizia per Lazzaro: «Guarda come lo amava!» (Gv 11, 36). È così, ed è bello ammirare la profondità della sua amicizia. In esso, però, c'è il suo dolore di fronte alla morte, la nemica della vita. Egli l'ha affrontata in tre occasioni fortemente simboliche: nella bambina (Mc 5, 21-24; 35-43), la dodicenne che stava entrando nella vita: a dodici anni le ragazze ebree potevano essere promesse in matrimonio; nel figlio della vedova, stroncato nel pieno della giovinezza (Lc 11, 17); in Lazzaro, l'uomo avviato verso la fine della esperienza umana: a quei tempi la media della vita era sui trent'anni. In quello scoppio di pianto, perciò, non c'è nemmeno l'ombra della rassegnazione, del lamento sterile, del piagnisteo, ma l'impegno a lottare contro la morte, che getta nel pianto coloro che Dio aveva pensati e creati per vivere sempre con lui, senza questo tragico passaggio.

Gesù arriva nella città, simbolo del popolo di Dio, in un tripudio di folla che, suscitando il fastidio rancoroso dei farisei, lo acclama come re. Pur accettando questa clamorosa accoglienza - zittisce i farisei: «Se questi taceranno, grideranno le pietre» i suoi sentimenti sono tutt'altro che gioiosi. Infatti quando è vicino, alla vista della città piange su di essa (Lc 19, 41). Nelle sue lacrime e nelle parole che le accompagnano c'è la delusione, ma non la rassegnazione. Non rinuncia, infatti, a tentare di risvegliare la città dal torpore spirituale con il gesto clamoroso della cacciata dei venditori dal tempio. Anche questo pianto è uno spiraglio aperto sulla sua umanità. In esso c'è la sofferenza per l'ottusità religiosa degli abitanti, che aveva inutilmente tentato di raccogliere «come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali» (Mt 23, 37), ma anche il dispiacere per la tragedia che stava per piombare sulla città, simbolo della realtà terrena, che ama e ammira. Come dimenticare il suo sguardo sugli uccelli del cielo, sui fiori dei campi (Mt 6, 28-29), sui bambini che giocano e fanno capricci (Mt, 11, 16), sul seminatore (Mt 13, 3-8), sul vignaiolo che pota i tralci (Gv 15, 2), sulla massaia che prepara il pane (Mt 13, 33), sulla gioia della donna che ritrova la moneta smarrita (Lc 15, 8-9), sul contadino che aspetta pazientemente il fiorire della spiga (Mc 4, 26-29), sulla partoriente che dimentica i dolori del parto (Gv 16, 21)?  Sicuramente ammirava anche la bellezza del tempio. Un giorno, infatti, mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli dice: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli risponde: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta» (Mc 19, 1-2). Poco dopo, arriva-to sul monte degli Ulivi, è «seduto di fronte al tempio» (Mc 13, 3), con quattro dei suoi. A fare cosa, se non ad ammirarne dall'alto la bellezza? Gli amici, ricordando la triste sorte preannunciata da lui poco prima, gli chiedono quando sarebbe accaduta. Gesù, allora, con dolore parla della fine della città, prendendola a simbolo della fine della realtà terrena. Le sue parole, però, finiscono con un messaggio di speranza: dopo quei disastri e quella tribolazione, si vedrà il Figlio dell'uomo venire trionfalmente «sulle nubi con gran-de potenza e gloria» (Mc 13, 26-27).

Lo stesso messaggio di speranza è presente nella parabola con la quale ci esorta a vivere la no-stra provvisorietà: «Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte» (Mc 13, 28-29). Niente alberi spogli e foglie a infracidire nel fango. Nessuna malinconia alla: «Si sta come, d'autunno, sugli alberi le foglie»[1], ma rami teneri e foglioline che annunciano l'estate: la stagione della luce, del caldo, dei frutti. Questa è la nostra provvisorietà: non ci porta nel nulla, ma verso l'eternità.

Il pianto più drammatico che svela il senso profondo del «Beati quelli che sono nel pianto», è quello del Getsémani: Prima di essere arrestato, dopo aver pregato il Padre di allontanare da lui il calice amarissimo che si sta avvicinando, «entrato nella lotta, prega più intensamente, e il suo sudore diventa come gocce di sangue che cadono a terra» (Lc 22, 44). Lacrime che diventano sangue: il colmo del dolore umano. La lettera agli Ebrei lo racconta così: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (Eb 5, 7). Ma nemmeno le forti grida e lacrime lo piegano. Da esse Gesù si solleva, sprona i discepoli: «Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione» (Lc 22, 46), e si avvia deciso verso il compi-mento della sua missione.

 

 

Nei Vangeli alcuni personaggi «nel pianto» testimoniano l'impegno a non lasciarsi vincere dalla sofferenza. Andiamo a conoscerli.

 

Gesù è a Cafarnao (Mc 2, 1-12), la centrale operativa della sua missione, nella casa di Pietro, circondata da tanta gente - il suo messaggio nuovo e autorevole ha suscitato grande scalpore - che non vi è più posto neanche davanti alla porta. Quattro persone cerca-no di portare un paralitico in una barella davanti al Maestro. Niente da fare! La folla non li lascia passare. Arrendersi? Ma figurati! Salgono sul tetto e cominciano a scoperchiarlo. L'evangelista non racconta i commenti del padrone di casa - anche della suocera? - ma non è difficile immaginarli: «Ma che fate? Mi distruggete la casa!». Probabilmente anche Gesù, sorridendo, segue la manovra, magari aiutandoli segretamente a non aggravare la situazione del poveretto con qualche disastrosa caduta. Infatti tutto procede per il meglio e, dopo aver perdonato i suoi peccati (chissà se il malato e i suoi quattro amici saranno rimasti delusi? Certamente non ave-vano fatto tutta quella faticata per ottenere il perdo-no dei peccati...), grazie alla provocazione dei cattivi pensieri degli scribi, Gesù lo guarisce, e quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò», tra la meraviglia della folla.

 

Gesù, attorniato da molta folla sta parlando lungo la riva del lago. Giàiro, uno dei capi della sinagoga, lo raggiunge, gli si getta ai piedi, e lo supplica di andare a casa sua per salvare la sua figlioletta che sta morendo. Gesù si alza e lo segue, attorniato e spintonato dalla folla. «Una donna (Mc 5, 21-29), che ha perdite di sangue da dodici anni e ha molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, viene tra la folla e da dietro tocca il suo mantello. Dice infatti: "Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata". E subito le si ferma il flusso di sangue e sente nel suo corpo che è guarita dal male». La poverina non invoca pubblicamente la guarigione, e compie il suo gesto di nascosto e con timore, perché conosce la Legge: «La donna che ha un flusso di sangue per molti giorni, fuori del tempo delle mestruazioni, o che lo abbia più del normale, sarà impura per tutto il tempo del flusso, come durante le sue mestruazioni. Ogni giaciglio sul quale si coricherà durante tutto il tempo del flusso sarà per lei come il giaciglio sul quale si corica quando ha le mestruazioni; ogni oggetto sul quale siederà sarà impuro, come lo è quando lei ha le mestruazioni (Lv 15, 25-26). Da dodici anni - pensate! - è un'emarginata totale. Ma non si è arresa, e, rischiando, tenta un'altra chance con Gesù. Le va più che bene, perché il Maestro non soltanto premia la sua tenacia, ma cerca la donna girando lo sguardo sulla folla - sembra la sequenza di un film! -, la fa uscire allo scoperto, e rende pubblico ciò che è accaduto. Così afferma solennemente e pubblicamente che nessuna creatura di Dio è impura. C'era bisogno di questo clamore affinché non lo si dimenticasse mai più. Invece... Prima del concilio ecumenico Vaticano II, le mamme che portavano il bambino a battezzare, dovevano prima passare in sacrestia per essere... purificate.

 

«E giunsero a Gerico» (Mc 10, 46-52), racconta Marco. A fare cosa con la sua solita stringatezza ce lo lascia immaginare: per insegnare e compiere segni straordinari. Quando Gesù con i suoi discepoli e molta folla lascia la città, un uomo, Bartimeo, figlio di Timeo, diventato cieco, non sappiamo se per malattia o per incidente, mentre sta seduto lunga la strada a mendicare, intuisce dal rumore della folla che passa Gesù. Sicuramente in quei giorni ha sentito parlare di lui, forse lo ha anche ascoltato, altrimenti non si spiegherebbe quel «Figlio di David» sulla sua bocca, ma non è riuscito ad avvicinarlo, perché in quei tempi ai diversamente abili, oltre a non es-sere chiamati così, non venivano assegnati i posti in prima fila come nelle udienze del Papa. Il cieco: «È l'occasione buona. Non posso perderla!» e si mette a gridare più forte che può: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Cercano di farlo smettere, ma lui grida ancora più forte, finché Gesù si ferma, e: «Chiamatelo!». Gli dicono: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Bartimeo getta via il mantello, balza in piedi e va da Gesù. È già come se vedesse, perché, salvo che non si tratti dei moderni falsi invalidi, non è usuale vedere i ciechi balzare in piedi. A Gesù la sua insistenza evidentemente è piaciuta.

 

Con una tenace cananea (Mt 15, 21-28), per indurre i discepoli ad agire in senso contrario alla loro mentalità e alle loro abitudini, Gesù rinnova lo stile degli antichi profeti. Se la donna avesse chiesto l'intervento del Maestro, da bravi Giudei, essi avrebbero sentenziato: «È straniera e pagana. Lasciala perdere!». Invece, comportandosi con lei alla maniera dei Giudei, li spinge a pregarlo: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Gesù non solo la esaudisce, ma ne loda la fede, affermando che soltanto questa conta davanti a Dio. Non la razza. Nemmeno la religione. Una verità difficilissima da comprendere e da accettare. Pietro se ne ricorderà quando il centurione romano, Cornelio, lo inviterà a casa sua, e, pur sapendo che «per un Giudeo non è lecito avere contatti o recarsi da stranieri» (At 10, 28), vi entrerà, perché: «Dio non fa preferenza di persone» (At 10, 34). Verità difficile da accettare, come dimostra l'attuale rigurgito di fanatismo religioso.

 

Di fronte a un altro personaggio Gesù deve essere rimasto fortemente ammirato. Per lui, infatti, deve affrontare una nuova polemica con i farisei. Siamo a Gerusalemme, presso la porta «delle Pecore», in una piscina «chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giace un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici». È sabato. Gesù vede un uomo (Gv 5, 1-9b) disteso lì e gli chiede: «Vuoi guarire?». Al poveretto non sembra vero che qualcuno si interessi di lui. È da trentotto anni che si fa portare lì con la speranza di riuscire a tuffarsi per primo nella piscina quando l'acqua si agita - c'è la convinzione che il primo a gettarsi dentro il gorgoglio dell'acqua può trarne dei benefici, e addirittura essere guarito -, ma nessuno, ahimè!, si è mai reso disponibile a fargli vincere questa strana gara. Però non si era arreso: qualcuno prima o poi sarebbe arrivato. Gesù arriva e fa molto di più. Al mesto racconto del suo problema: «Non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita», risponde con un deciso: «Alzati, prendi la tua barella e cammina. E all'istante quell'uomo guarisce: prende la sua barella e comincia a camminare». Mai miracolo fu più meritato. Mai più ottusa la contestazione dei cuori di pietra.

 

 

Questi racconti chiariscono che i «beati nel pianto» sono coloro che non si arrendono alle sofferenze, chiudendosi in un egocentrismo infantile, pretendendo che tutti siano pronti ad accorrere ai loro lamenti. Chi ha a che fare con i malati sa come vanno spesso le cose.

Gesù ha avuto qualche difficoltà nel vivere questa beatitudine? La domanda può sembrare irriverente, ma come ha sofferto per la sete e per la stanchezza del viaggio (Gv 4, 6), perché non avrebbe dovuto sentire la stanchezza psicologica? Non sarebbe stato un uomo vero. Infatti, quando il giovane ricco rifiuta il suo invito a seguirlo, mentre lo guarda andarsene via triste, c'è una sfumatura di delusione nelle parole di Gesù: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli» (Mt 19, 23). C'è tristezza in Gesù quando, prima dell'arresto, dopo la sua solitaria e drammatica preghiera, rimprovera i Dodici che si erano addormentati: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?» (Mt 26, 40); e ricorda a Pietro le solenni e coraggiose affermazioni: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?» (Mc 14, 37). È difficile non notare una venatura di stanchezza, quando, dopo aver invitato alla fiducia in Dio sempre pronto ad ascoltare, esclama quasi sconsolato: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). Si, Gesù ha sperimentato la difficoltà del beati coloro che sono nel pianto, per invitarci ad affrontarla come lui, che ha vissuto il suo pianto non scaricandolo sugli altri, ma prendendo su di sé le nostre infermità e caricandosi delle malattie, fino alla sofferenza suprema: la morte in croce. Per questo Dio lo ha consolato, donandogli il nome che è al di sopra di ogni nome: Gesù Cristo è Signore! (Mt 8, 27). Vivendo come lui, anche noi saremo consolati.

«Ecco l’uomo» (Gv 19,5). Gesù è uomo, l’uomo vero, perché non si arrende alla sofferenza, non la scarica sugli altri, ma la affronta e se la carica per alleggerire gli altri. «Coloro che sono nel pianto» sono, le persone che vorremmo essere, che a volte forse ci consideriamo senza esserlo realmente, che vorremmo avere sempre vicino, perché sono quelle che non permettono alla speranza di spegnersi mai.

 

[1] Ungaretti, poesia composta nel luglio del 1918.

 

 

SEQUENZA

 

 

S. Vieni, o Santo Spirito

R. Riempi il cuore dei tuoi fedeli

e accendi in noi il fuoco del tuo amore

S. Manda il tuo Spirito: tutto sarà creato

R. E rinnoverai la faccia della terra

 

Preghiamo: o Dio, con il dono dello Spirito Santo tu guidi i fedeli alla piena luce della verità: donaci di gustare nel medesimo tuo Spirito la vera sapienza e di godere sempre del suo conforto. Per Cristo nostro Signore.

Amen

 

  Orazione (silenzio)

 

 
 
 
 
 
 
In-Canto

 

 

 

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