1_Vita

 

VITA DI S. TERESA DI GESÙ

Scritta da lei stessa

 

 

 

I. H. S.

 

 

1 - Mi hanno imposto e data ampia licenza di scrivere il mio modo di orazione e le grazie che Dio mi ha fatto. Mi sarebbe stato di gran conforto se altrettanta me n'avessero data nel narrare minutamente e con chiarezza i grandi peccati della mia vita. Eppure non solo non mi hanno contentata, ma legata anzi di molto, per cui prego per amor di Dio chiunque mi leggerà a tener sempre presente che la mia vita fu molto cattiva, tanto che fra i santi convertiti non ne ho trovato uno con cui consolarmi. Dopo che furono chiamati da Dio, essi non l'offesero più, mentre io ho continuato a peggiorare, facendo pure il possibile, a quanto mi sembra, per resistere alle grazie che Dio mi faceva per non essere obbligata a servirlo con maggior perfezione, comprendendo benissimo di non essere neppur capace di soddisfare al minimo di quanto già gli dovevo.[1] Sia Egli per sempre benedetto che mi ha aspettata per tanto tempo!

 

2 - Io lo supplico di cuore a darmi grazia di stendere con chiarezza e verità questa relazione che i miei confessori mi hanno ordinato e che Egli stesso desidera, a quanto mi fece intendere molti giorni or sono, con mia estrema ripugnanza ad obbedire.

Questo scritto sia a lode e a gloria sua, e valga a farmi meglio conoscere da coloro che mi dirigono affinché vengano in aiuto della mia debolezza col darmi qualche occasione per soddisfare almeno in parte al gran debito che ho con Dio.

A Lui sia onore e gloria da tutte le creature! Amen.

 

 

 

CAPITOLO 1

 

Il Signore la invita alla virtù fin dall’infanzia - Aiuto che trova nell’esempio dei genitori

 

GESÙ

 

1 - Se non fossi stata tanto miserabile, mi sarebbe bastato a mantenermi buona il solo fatto di aver avuto genitori virtuosi e timorati di Dio[2] e di essere stata tanto da Lui favorita.

Mio padre amava molto la lettura dei buoni libri, e ne teneva diversi in lingua volgare perché li leggessero anche i suoi figli. Mia madre aveva cura d'insegnarci a pregare, e ci raccomandava di essere devoti della Madonna e di altri santi in particolare. Avevo sei o sette anni, quando in seguito a queste attenzioni l'anima mia si sentì portare alla pietà, indottavi specialmente dal non vedere nei miei genitori altro che incitamento alla virtù: essi, infatti, ne avevano molta.

Mio padre era di molta carità con i poveri e pieno di compassione con i malati e con i servi. Grandissima la sua pietà per gli schiavi: non volle tenerne in casa nessuno, e quando una schiava di suo fratello passò alcuni giorni da lui, la trattò come una figlia. Diceva di sentire grande compassione nel non vederli liberi come gli altri.[3]

Era uomo di grande sincerità. Nessuno l'udì mai giurare o mormorare. Oltremodo onesto.

 

 2 - Anche mia madre era molto virtuosa e di grandissima onestà. Passò la vita in mezzo a molte malattie. Dotata di grande bellezza, non si vide mai che ne facesse caso. Morì di appena trentatré anni, ma il suo contegno era di persona già attempata. Di carattere mite e di grande intelligenza, coronò la sua vita, che fu delle più travagliate, con una morte veramente cristiana.

 

3 - Eravamo tre sorelle e nove fratelli.[4] Grazie a Dio, tutti, io eccettuata, somigliavano in virtù ai genitori. Eppure io ero la più amata da mio padre. E ciò poteva essere non senza ragione prima che cominciassi a offendere Dio. Ben grande è il mio dolore quando ricordo le buone inclinazioni che Dio mi ha dato e penso quanto male ne abbia approfittato.

 

4 - I miei fratelli non mi distoglievano in nulla dal servizio di Dio. Io li amavo tutti, ed essi ricambiavano il mio affetto.

Ve n'era uno che amavo più di tutti.[5] Aveva quasi la mia età, e ci portavamo spesso a leggere insieme le vite dei santi. Pensando agli strazi che le martiri avevano sofferto per Dio, mi sembrava che noi comprassimo troppo a buon prezzo la sorte di andarlo un giorno a godere, e desideravo molto di morire anch'io come loro, benché non tanto per amore di Dio quanto per aver presto quei grandi beni che leggevo essere in cielo. E cercavamo insieme il mezzo per realizzare i nostri desideri.

Decidemmo di recarci nella terra dei mori, elemosinando per amore di Dio, nella speranza che là ci decapitassero, tanto era il coraggio che il Signore infondeva nelle nostre tenere anime se ne avessimo trovato il mezzo. Ma la difficoltà più grave era di aver genitori.[6]

Grande la nostra impressione quando ci occorreva di leggere che le ricompense e le pene dell'altra vita sarebbero state senza fine. Ci fermavamo spesso in questo pensiero, e godevamo di ripetere frequentemente: Sempre! Sempre! Sempre! E così piacque al Signore che ne rimanessi tanto impressionata da concepire fin d'allora il più fermo proposito di non mai abbandonare il sentiero della verità.

 

5 - Essendoci impossibile andare ove morire martiri per Dio, pensammo di far vita da eremiti, e nel giardino di casa nostra facevamo del nostro meglio per costruire certi romitorietti con delle piccole pietre messe insieme, che cadevano quasi subito, per cui neppure in questo trovavamo di soddisfare i nostri desideri. - Mi sento ancora commuovere pensando quanto presto Dio mi abbia dato ciò che per mia colpa ho poi perduto!...

 

6 - Facevo elemosina come meglio potevo, ma potevo poco. Cercavo la solitudine per recitare le mie preghiere che erano molte, specialmente il rosario di cui mia madre era molto devota e procurava che lo fossimo pur noi.

Quando giocavo con le altre bambine, mi piaceva fare alle monachine e costruire monasteri. Mi sembra che allora desiderassi anche di essere monaca, ma non così ardentemente come per quello di cui ho parlato.

 

7 - Ricordo che quando mia madre morì, avevo poco meno di dodici anni. Appena ne compresi la gran perdita, mi portai afflitta ai piedi di una statua della Madonna e la supplicai con molte lacrime a volermi fare da madre. Mi sembra che questa preghiera, fatta con tanta semplicità, sia stata accolta favorevolmente, perché non vi fu cosa in cui mi sia raccomandata a questa Vergine sovrana senza che ne venissi subito esaudita. Ella, infine, mi fece sua.

 

8 - Grande il mio dispiacere quando penso ai motivi per cui non rimasi fedele ai buoni desideri della mia fanciullezza. O Signore, giacché sembra che abbiate deciso di salvarmi, piaccia alla Maestà Vostra che sia così! Ma perché, avendomi fatte tante grazie, non mi avete insieme concesso - non per mio interesse, ma solo per la vostra gloria - di non tanto macchiare quest'anima nella quale dovevate abitare così di continuo? Indicibile la pena che ne sento, perché la colpa fu tutta mia. Voi non tralasciaste nulla per rendermi subito tutta vostra, e nemmeno posso lamentarmi dei miei genitori, perché in essi non vedevo altro che virtù e grande cura per il mio bene. Gli è che appena trascorsa quell'età, cominciai a conoscere le doti di natura di cui Dio mi aveva favorita e che mi dicevano essere molte. Per esse avrei dovuto ringraziarlo, ma io non me ne servii che per offenderlo, come ora sto per dire.

 

 

CAPITOLO 2

 

Il suo fervore a poco a poco s’intiepidisce - Quanto importi che nella fanciullezza si tratti con persone virtuose

 

 

1 - Ecco, secondo me, la causa di ogni mio male. Penso spesso al gran torto dei genitori di non procurare che intorno ai loro figli spiri sempre la virtù. Ho già detto quanto mia madre fosse virtuosa; ma dalle sue buone qualità appresi nulla o ben poco quando giunsi all'uso di ragione, moltissimo invece dalle sue imperfezioni.

Amava leggere libri di cavalleria e ne facilitava la lettura anche a me, ma mentre questo passatempo non era a lei di pregiudizio, non tralasciando ella per questo i suoi lavori, a me invece lo fu assai. Ella li leggeva per distrarsi dai suoi gravi travagli, e li permetteva ai suoi figli per impedire che si occupassero in altre cose pericolose. Tuttavia mio padre non lo vedeva di buon occhio, e noi, per leggerli, cercavamo di non esser visti da lui.

Questo piccolo difetto di mia madre mi fu assai fatale, perché, innamoratami di quelle letture, cominciai a raffreddarmi nei miei buoni propositi e a mancare in molte cose, sino a non sembrarmi riprovevole impiegare così vanamente tante ore del giorno e della notte all'insaputa di mio padre. Giunsi anzi a tal punto che se non avevo tra mani un nuovo libro non mi pareva di essere contenta.[7]

 

2 - Cominciai a vestirmi con ricercatezza e a desiderare di comparire. Avevo somma cura delle mani e dei capelli. Usavo profumi e ogni altra possibile vanità: tutte cose che per essere io molto raffinata non mi bastavano mai. Per molti anni ho curato esageratamente la proprietà della persona e ogni altra ricercatezza, senza che allora vi scorgessi alcuna colpa, mentre ora comprendo quanta ve ne dovesse essere. Però non avevo alcuna cattiva intenzione: per nulla al mondo avrei io voluto che alcuno offendesse Dio per causa mia.

Avevo alcuni cugini, i soli ammessi in casa mia.[8] Mio padre era troppo prudente per aprirne la porta ad altri. Però sarebbe stato meglio che l'avesse chiusa anche a loro, perché - e solo ora lo capisco - trattare delle vanità del mondo con chi ancora non le conosce non serve che a farle amare, mentre chi è in tenera età dovrebbe solo interessarsi di apprendere la virtù.

Erano quasi della mia età, un po' più grandi. Stavamo sempre insieme, e mi amavano molto. Discorrevo con loro di tutto ciò che volevano e ascoltavo con piacere la storia delle loro affezioni, i loro progetti e tant'altre cose che non avevano nulla di buono. E il peggio fu che vi misi tanta affezione da non accorgermi che ciò era la causa di ogni mio male.

 

3 - Se mi fosse lecito dar consigli, raccomanderei ai genitori di vegliare attentamente sulle persone che avvicinano i loro figli per il danno che questi ne possono avere. La nostra natura è più portata a imitare il male che il bene, tanto vero che a me avvenne di non apprendere nulla dai grandi esempi di bontà e modestia di una mia sorella assai più grande di me,[9] e tutto invece da una parente che frequentava casa mia.

Era costei di modi così leggeri che mia madre, prevedendo il male che mi avrebbe fatto, fece di tutto per tenerla lontana, ma senza potervi riuscire per le molte occasioni che la chiamavano in casa nostra. Cominciai a trattarla familiarmente e a trovare con lei il mio passatempo maggiore perché mi assecondava in tutto e mi metteva a parte delle sue relazioni e vanità.

Quando mi misi in rapporto con questa mia parente ed entrai nelle sue confidenze e vanità, avevo quattordici anni, o poco più. Fin allora, credo, non avevo offeso il Signore con colpa grave, né mai perduto il timore di Dio, benché più forte fosse in me il sentimento dell'onore. Anzi la paura di perderlo fu la forza che mi aiutò a salvarlo. No, in questo non mi sarei lasciata smuovere per nessuna cosa, né per qualunque umana affezione. Ma quanto meglio sarebbe stato se avessi avuta tanta forza per non violare l'onore di Dio quanta ne avevo per non perdere quello che credevo formasse l'onore del mondo! E intanto non mi accorgevo che l'andavo perdendo in molte altre maniere, perché, nonostante lo cercassi con somma avidità, non mi curavo poi dei mezzi per difenderlo, contenta solo di non perderlo del tutto.[10]

 

4 - Mio padre e mia sorella si mostravano poco contenti delle mie relazioni con quella parente e mi rimproveravano spesso. Ma siccome non potevano vietarle di venirci in casa,[11] le loro precauzioni non giovavano a nulla, senza poi. dire che nel male io ero molto ingegnosa. Mi spaventa molto il danno delle compagnie cattive: mai potrei crederlo così grande se io stessa non l'avessi provato. Per i giovani, è il peggior male possibile.

Vorrei che i genitori imparassero da queste mie esperienze a vigilare attentamente sui loro figli. Uscii così cambiata da quelle conversazioni che non mi rimase più nulla del mio naturale buono e virtuoso, perché quella parente e un'altra amica che pur frequentavo, dedita come lei alle vanità del mondo, mi comunicarono tutte le loro miserie.

 

5 - Comprendo da ciò il gran vantaggio delle buone compagnie. Se in quell'età mi fossi imbattuta in persone virtuose, sono sicura che mi sarei mantenuta sempre nella virtù; e se mi avessero insegnato a temere Dio, avrei avuto la forza di non cadere. Ma, perduto questo santo timore, non mi rimase che il sentimento dell’onore, il quale, a dir vero, mi accompagnava come un tormento in tutto quello che facevo. Tuttavia, appena potevo pensare che le mie azioni non sarebbero state conosciute, mi abbandonavo a cose contrarie al mio e all'onore di Dio.

 

6 - Questi, secondo me, furono i motivi della mia rovina. Ma più di quella parente, la colpa fu mia, perché la mia malizia bastava da sola, aiutata nel male dalle stesse serve di casa. Se alcuna mi avesse dato qualche buon consiglio, forse ne avrei approfittato, ma erano tutte accecate dall'interesse, come io dall'affezione.

Però, non fui mai portata a commettere gravi colpe: le cose disoneste mi ripugnavano per natura. Non cercavo che il passatempo di una conversazione geniale. Ma intanto, espostami all'occasione, il pericolo si faceva imminente e compromettevo mio padre e i miei fratelli. Finalmente il Signore si degnò liberarmene contro la mia volontà, per impedire che mi perdessi del tutto.

Le cose non poterono stare così segrete da non averne sospetto mio padre, e soffrirne io nel mio onore. E così, dopo neppure tre mesi dacché mi ero data alla vanità, fui rinchiusa in un monastero del luogo dove si educavano giovanette della mia condizione, ma assai migliori di me.[12] Lo si fece con tanta precauzione che non lo seppimo che io e qualche mio parente, perché si attese una circostanza assai propizia, quella dello sposalizio di mia sorella,[13] dopo il quale non doveva sembrare ben fatto che io rimanessi sola e senza madre.

 

7 - Era così grande l'amore che mio padre mi portava, e tanta la mia astuzia nel dissimulare, che egli non potendomi credere tanto colpevole, continuò sempre a volermi bene.

Benché qualche cosa se ne fosse risaputo, tuttavia con certezza non se ne parlava da nessuno, sia per la breve durata di quel mio traviamento, e sia perché avendo io gran riguardo del mio onore avevo posto ogni cura per tenere tutto in segreto, non considerando che così non poteva essere per Colui che tutto vede.

Oh, mio Dio, com'è funesto al mondo trascurare questa verità e pensare che possa rimanere nascosto ciò che si fa contro di Voi! Quanti mali si eviterebbero se si capisse che l'importante è non già nel riguardarci dagli uomini ma nel cercare di non disgustare Voi!

 

8 - I primi otto giorni soffrii molto, ma più per il sospetto che altri si fosse accorto di qualche cosa, che non per trovarmi in convento. Del resto mi sentivo molto stanca, e quando mi avveniva di offendere Dio, ne provavo molta pena e cercavo di confessarmi al più presto.

Vi ero entrata molto inquieta, ma dopo otto giorni, ed anche meno, mi sentivo più felice che non in casa di mio padre. Tutte mi volevano bene, perché Dio mi ha dato la grazia di piacere a chiunque, e ne erano molto contente. Le monache di quella casa erano anime di vera pietà, modestia e raccoglimento, e benché io allora fossi molto avversa alla vita del chiostro, pure godevo nel trovarmi con loro.

Tuttavia il demonio non lasciava di tormentarmi, inducendo quelli di fuori a disturbarmi con messaggi. Ma siccome non era cosa molto facile, la persecuzione cessò presto, e l'anima mia cominciò a riprendere le sante abitudini della mia prima età e ad apprezzare la grande grazia che Dio fa a un'anima quando la mette con i buoni. Si, mi sembra che Dio si sia adoperato in tutti i modi per richiamarmi al suo servizio. Siate Voi benedetto, o Signore, che per tanto tempo mi avete sopportata! Amen.

 

9 - Io ho tante colpe da rimproverarmi ma credo che a giustificarmi di quelle mie conversazioni ci fosse la possibilità che tutto finisse con un buon matrimonio. Inoltre avevo consultato il mio confessore e varie altre persone, e mi avevano risposto che in molte cose non vi era peccato.

Dormiva con noi educande una buona religiosa, per mezzo della quale, come ora dirò, il Signore volle darmi la sua luce.[14]

 

 

CAPITOLO 3

 

La buona compagnia di quella religiosa la riporta ai santi propositi di una volta - Il Signore la illumina sull'inganno da cui l’ha tratta

 

1 - La buona e santa conversazione di quella religiosa mi andava a genio. Era molto santa e prudente, e godevo soprattutto nel sentirla parlare di Dio: cosa che mi è sempre piaciuta.

Mi raccontava che si era fatta monaca per aver letto nel Vangelo che molti sono i chiamati ma pochi gli eletti,[15] e mi parlava del premio che Dio tiene preparato per coloro che lasciano tutto per Lui. La sua buona compagnia cominciò a riformare in me le abitudini perverse contratte, con le compagnie cattive e a ritornarmi nell'anima il desiderio delle Cose eterne. La grandissima avversione, nutrivo per la vita del chiostro andò scemando a poco a poco, e se mi avveniva di vedere una monaca versare lacrime mentre pregava, o praticare qualche atto di virtù ne provavo una santa invidia, perché il mio cuore era allora così duro che non sarei riuscita a cavargli una lacrima neppure leggendo per intero la passione del Signore: cosa che molto mi affliggeva.

 

2 - Stetti un anno e mezzo in quel monastero, migliorandomi molto. Recitavo tante orazioni vocali, e domandavo a tutti che mi raccomandassero a Dio affinché mi facesse conoscere lo stato in cui voleva che lo servissi. Tuttavia desideravo che non fosse nel monacale, e che piacesse a Dio di non chiamarmi per quella via, benché nel contempo temessi pure il matrimonio. Però alla fine del mio educandato ero già più inclinata a farmi monaca, benché non in quel monastero, per ragione di certi atti troppo austeri che mi sembravano esagerati. Mi confermavano in questa idea anche alcune delle più giovani, mentre se fossero state tutte di un parere, l'anima mia ne avrebbe avuto maggior profitto.

Oltre a ciò, avevo in un altro monastero una mia grande amica:[16] motivo di più per determinarmi, in caso, ad andare con lei. Insomma, io attendevo più a compiacere la mia natura e vanità che a procurare il bene dell'anima mia. Tuttavia il pensiero di farmi monaca veniva e andava, e io non mi sapevo convincere di divenirlo.

 

3 - Nel frattempo, sebbene non trascurassi d'attendere alla mia salute, il Signore insisteva nel dispormi a quello stato che più mi conveniva. Mi mandò una malattia così grave che dovetti tornare in casa di mio padre. Guarita che fui, andai a far visita a una mia sorella che dimorava in campagna[17] e che mi voleva molto bene, tanto che se l'avessi ascoltata non avrei mai dovuto abbandonarla. Anche suo marito mi voleva bene: almeno mi si mostrava pieno di premure. È questa un'altra grazia di cui devo essere a Dio molto riconoscente, perché ho trovato affetto ovunque sono stata, mentre io non l'ho ripagato che da quella che sono.

 

4 - Lungo la strada abitava un fratello di mio padre[18] vedovo, di grande virtù e prudenza, che il Signore andava disponendo per sé. Infatti, benché in età avanzata, lasciò tutto e si fece religioso, terminando i suoi giorni così santamente che credo sia ormai nella gloria.

Volle che mi fermassi con lui alcuni giorni. Sua occupazione era nel leggere buoni libri in volgare, e parlava quasi sempre di Dio e della vanità del mondo. Desiderava che io gliene facessi la lettura, e benché quei libri non mi garbassero tanto, tuttavia simulavo di averne piacere, perché ho sempre cercato di contentare chiunque, nonostante la ripugnanza che a volte sentivo. Ma questa inclinazione che in altri sarebbe stata virtù, in me non era altro che difetto, perché molte volte agivo senza discrezione.

Benedetto Dio! Per quali vie mi ha Egli condotta in questo stato dove era suo desiderio servirsi di me. Mi ha quasi costretta a vincere me stessa. E sia Egli per sempre benedetto! Amen.

 

5 - Rimasi con lo zio pochi giorni soltanto. Ma, grazie alla sua buona compagnia e a quanto leggevo e sentivo, l'anima mia subì una salutare impressione.[19] Compresi meglio le verità che mi avevano colpita da bambina, cioè, il nulla delle cose, la vanità del mondo, la rapidità con cui tutto finisce, e specialmente il pensiero che se fossi morta in quello stato, sarei andata all'inferno. Benché ancora non mi decidessi per il chiostro, vedevo tuttavia che quello era lo stato migliore e più sicuro, e così a poco a poco mi risolvevo ad abbracciarlo.[20]

 

6 - Durai in questa lotta tre mesi, facendomi coraggio con il pensiero che, dopo tutto, i travagli e le pene della vita religiosa non potevano essere maggiori di quelli del purgatorio, e che avendo io meritato l'inferno, non era poi molto passare in quel purgatorio il resto della mia vita, tanto più che, dopo, me ne sarei andata diritta in cielo, che formava ancora la mia brama. - Insomma, mi pare che a dispormi a prendere l'abito agisse di più il timore servile che l'amore.

Se il demonio mi obiettava che, essendo io tanto delicata, non avrei potuto sostenere i rigori della religione, mi difendevo col richiamarmi alla mente ciò che il Signore aveva sofferto, e che non era certo gran cosa che anch'io soffrissi un poco per Lui, tanto più che il suo aiuto non mi sarebbe certo mancato.

Così dovevo allora pensare, benché di quest'ultimo particolare non mi ricordi tanto bene. So di certo, però, che in quei giorni soffrii molte tentazioni, con l'aggiunta di alcune febbriciattole e gravi svenimenti: la mia salute non è mai stata tanto buona.

 

7 - Ciò che mi dava conforto era la lettura dei buoni libri. Lessi le lettere di S. Girolamo, e ne ebbi tanto coraggio che mi decisi a parlarne a mio padre. Per me la cosa equivaleva alla stessa vestizione, perché, attaccata com'ero al punto d'onore, una volta che avessi detta una parola, niuna cosa al mondo mi avrebbe indotto a ritirarla.

Ma mio padre mi voleva tanto bene che non potei averne il permesso, e neppure valsero a piegarlo le suppliche di altre persone che io pregai di intervenire. Il più che si poté ottenere fu di fare quello che avrei voluto dopo la sua morte. Ma io temevo di me stessa, e avevo paura che la mia debolezza finisse col farmi cambiare idea. Perciò, visto che l'indugio non mi conveniva, tentai altra via, come ora dirò.

 

 

CAPITOLO 4

 

Mezzi che il Signore adopera per darle forza a prendere l'abito - Malattie a cui va soggetta

 

1 - Mentre attendevo a maturare i miei disegni, avevo persuaso un mio fratello a farsi religioso, parlandogli delle vanità del mondo,[21] e insieme decidemmo di portarci un giorno, di buon mattino, a quel monastero ove stava l'amica che amavo.[22]

Però in quei giorni ero così decisa, che se mio padre l'avesse voluto, o avessi saputo di servire meglio il Signore, sarei andata in qualunque monastero, perché ormai non mi curavo più dei miei comodi, ma solo della mia salute spirituale.

Mi pare di poter dire con sicurezza che quando lasciai la casa di mio padre provai tale spasimo che non credo di doverlo sentir maggiore in punto di morte. Sembrava che le ossa mi si slogassero tutte per la gran forza che mi dovevo fare, perché l'amore di Dio non aveva ancora vinto quello della famiglia: la lotta fu tale che se il Signore non mi avesse aiutata, ogni mia considerazione sarebbe stata insufficiente. Egli mi dette la forza di trionfare di me stessa, e così potei condurre a termine i miei disegni.

 

2 - Nessuno aveva sospettato in me tanta lotta, perché non mostravo che una grandissima risoluzione. Ma appena preso l'abito, il Signore mi fece comprendere quanto favorisca coloro che si fanno violenza per servirlo. La gioia provata nel vedermi religiosa non mi venne mai meno fino ad oggi. Dio cambiò in grandissima tenerezza l'aridità di spirito che prima avevo. Gli esercizi della vita religiosa mi erano molto deliziosi, soprattutto quando mi avveniva di scopare in quelle ore che prima solevo occupare in vanità. Sentendomi libera, ne provavo una gioia particolare, meravigliandomi insieme per non sapere donde provenisse. Al ricordo di questo fatto non vi è cosa che anche oggi non sia pronta a fare, per difficile che possa essere.

L'esperienza avuta in molti casi consimili mi ha fatto ormai comprendere che in premio della piccola violenza che debbo fare in principio per risolvermi a certe cose in onore di Dio, Egli è sempre pronto a ricompensarmi fin da questa vita con favori che possono essere apprezzati soltanto da chi li gode. Se Dio vuole che da principio si provino difficoltà, è solo per un nostro maggior merito: tanto più grande sarà il premio che n'avremo, quanto più difficile sarà stato l'ostacolo superato. Io stessa ne ho fatto più volte l'esperienza, ed anche in cose gravi, per cui se mi è lecito dar consigli, raccomando a tutti di guardarsi bene dal trascurare un'ispirazione per paura. Se si agisce soltanto per Dio, non si ha da temere insuccesso perché Egli è onnipotente. - Sia Egli per sempre benedetto! Amen.

 

3 - Ma non erano dunque sufficienti, o mio sovrano Bene e mio Riposo, i favori di cui mi avevate ricolma? Dopo tante vicende la vostra mano misericordiosa e potente mi ha condotta in questo stato così sicuro, qui, in questa casa di tante vostre serve fedeli onde ne avessi esempio per andar crescendo nel vostro servizio!...

Feci la mia professione con grande gioia e fervore: ero divenuta vostra sposa, mio Dio!...

Ma ricordandomi di quanto ebbi poi ad offendervi, non ho coraggio di continuare: sento che non sarebbe troppo se dal dolore mi si spezzasse il cuore, o piangessi a lagrime di sangue. Giacché dovevo così malamente abusarne - e ne abusai difatti per quasi vent'anni - mi sembra di avere avuto ragione a non volere una sì grande dignità. Intanto Voi permettevate di esser sempre l'offeso affinché io mi potessi un giorno migliorare. Eppure io, o Signore, pareva che facessi promessa di non mantenere mai nulla di ciò che promettevo, benché tale non fosse la mia intenzione. Pensando a quello che allora facevo, non so neppur io che intenzioni avessi! Si veda da questo chi siete Voi, o mio Sposo, e chi sono io.

Provo tanta gioia nel pensare che le mie infedeltà fanno meglio conoscere la vostra misericordia, che mi sento mitigare il dolore delle gravi offese che vi ho fatte.

 

4 - E in chi, o Signore, può meglio risplendere la vostra misericordia se non in me che con le mie opere cattive ho profanato tante volte le grandi grazie che avete cominciato a farmi? Guai a me, Creatore mio! Se cerco scuse, non ne trovo. La colpa è di nessuno, ma tutta mia, perché se avessi corrisposto, anche in parte, all'amore che mi dimostravate, non avrei amato altri che Voi, e tutto sarebbe andato per il meglio. Ma se di tanta ventura non mi sono mostrata meritevole, mi valga almeno, o Signore, la vostra misericordia!...

 

5 - Il cambiamento di vita e di alimento fu di danno alla mia salute, tanto che, malgrado la mia grande contentezza, mi vidi di nuovo ammalata. Gli svenimenti aumentarono, con l'aggiunta di un mal di cuore così violento che quanti mi assistevano ne rimanevano spaventati. Così, fra molte malattie, trascorsi il mio primo anno di religione, ma senza troppo offendere il Signore, a quanto almeno mi sembra.

Il male si aggravava sempre più, tanto che, abitualmente, ero quasi fuori dei sensi, e molte volte fuori del tutto. Mio padre ricorse a tutti i rimedi; e quando vide che i medici della città non approdavano a nulla, mi fece portare in un luogo dove, dicevano, si curavano tutte le malattie, compresa quella di sua figlia.[23] Nel monastero in cui ero non si prometteva clausura, e venne con me quella monaca mia amica di cui ho parlato più sopra, che era una delle più anziane.

 

6 - Rimasi là quasi un anno. Per tre mesi ho sofferto indicibili tormenti, causa i rimedi violenti che mi venivano applicati, così forti che non so come sia riuscita a sopportarli, tanto che da ultimo, nonostante la mia pazienza, il fisico non poté oltre resistere, come passo a narrare. La cura doveva cominciare al principio dell'estate, e io ero partita all'inizio dell'inverno. Passai quel tempo in casa di una mia sorella che, come ho detto, abitava poco lontano, aspettando da lei il mese di aprile, per evitare di andare avanti e indietro tante volte.

 

7 - Lo zio di cui ho parlato e che abitava lungo quella strada, quando giunsi da lui mi dette un libro intitolato: Terzo Abecedario,[24] nel quale si trattava dell'orazione di raccoglimento.

Conosciuto il gran male che mi avevano fatto i libri cattivi, in quel primo anno non feci che leggerne di buoni. Tuttavia, non sapevo ancora come deportarmi nell'orazione né come fare a raccogliermi. Quel libro mi giovò assai, e risolsi di fare il possibile per seguire il metodo che m'indicava.

Siccome Dio mi aveva già fatto il dono delle lacrime e mi piaceva leggere, cominciai a mettermi per la strada che quel libro m'insegnava, ad amare la solitudine e confessarmi spesso.

Fin allora non avevo trovato un confessore che mi capisse, e lo cercai senza trovarlo per altri vent'anni con mio grandissimo pregiudizio, perché, così, non solo ritornavo indietro, ma mi esponevo anche al pericolo di perdermi eternamente, per essere priva di aiuto nel sottrarmi alle occasioni di offendere Dio.

Allora il Signore cominciò a favorirmi di molte grazie, tanto che sulla fine della mia dimora in quel luogo, vale a dire dopo circa nove mesi, benché non mi guardassi ancora molto dall'offenderlo come quel libro consigliava e passassi sopra a molte cose parendomi impossibile tanta vigilanza, pure facevo di tutto per non commettere peccati mortali. Oh! se avessi sempre fatto così! Ma siccome non facevo tanto conto dei veniali, ebbi in ciò la mia rovina.

Cominciò dunque il Signore a favorirmi di molte grazie sino ad elevarmi all'orazione di quiete e qualche volta a quella di unione.

Io allora non capivo che cosa fossero, né il loro grande valore, mentre mi sarebbe stato assai utile comprenderne qualche cosa.

L'orazione di unione durava poco: non un'Ave Maria; ma mi produceva tali effetti avendo ancora vent'anni, mi pareva di tenere il mondo sotto i piedi. Mi ricordo che sentivo grande compassione per quelli che lo seguivano anche in cose lecite.

Il mio metodo di orazione era nel far di tutto per tenere presente dentro di me Gesù Cristo, nostro Bene e Signore. Se meditavo una scena della sua vita, cercavo di rappresentarmela nell'anima. Però mi piaceva di più leggere buoni libri, nei quali era tutto il mio sollievo.

Il Signore non mi ha dato di poter discorrere con l'intelletto e neppure di valermi dell'immaginazione, la quale è in me così debole, che per quanto facessi per rappresentarmi l'Umanità di Nostro Signore, non vi riuscivo.

Quelli che non possono discorrere con l'intelletto, se perseverano, arrivano alla contemplazione più presto degli altri. Però la loro via è molto aspra e penosa, perché avendo la volontà inattiva e mancando all'amore un oggetto in cui occuparsi, l'anima è come abbandonata a se stessa, incapace di meditare: la solitudine l'opprime, l'aridità e i pensieri importuni le danno grande battaglia.

 

8 - A chi non può discorrere con l’intelletto è necessaria maggior purezza di coscienza, che non a quelli che lo possono, perché questi, discorrendo sulle vanità del mondo, su quanto devono a Dio, sul poco che lo servono, su quello che Egli ha sofferto, sul premio che tiene in serbo per chi lo ama, trovano di che difendersi dai pensieri e dalle occasioni pericolose; mentre chi non può giovarsi dell'intelletto, si trova esposto a più assalti, per cui, non sapendo fare da sé alcuna considerazione, bisogna che si dia alla lettura. E fa tanta fatica, che se il direttore lo costringe all'orazione senza libro, non solo non vi può perseverare, ma se v'insiste ostinatamente, ne scapita pure nella salute per la gran pena che ne sente. Invece il libro aiuta a raccoglierlo, e gli è indispensabile, anche se legge poco. Anzi, alle volte dovrà contentarsi di far consistere la sua orazione soltanto nella lettura.[25]

 

9 - Considerando queste cose, mi par di vedere che fu per un tratto di divina provvidenza non aver io trovato chi mi dirigesse, perché, incapace come sono di meditare, se mi avessero privata del libro, credo che fra tanti travagli e aridità non avrei potuto perseverare. Invece vi durai per diciotto anni, nei quali, a meno che non fosse dopo la comunione, non osavo cominciare la meditazione senza libro. Entrare nell'orazione senza libro mi era come entrare in guerra contro un esercito formidabile, mentre il libro mi consolava: mi serviva di compagnia e di scudo per ribattere gli assalti dei molti pensieri, tanto che quando ne ero senza, mi assaliva l'aridità, della quale ordinariamente andavo priva, e l'anima si turbava, mentre con il libro raccoglievo i pensieri dispersi e m'immergevo lievemente nell'orazione. Spesso mi bastava solo aprire il libro, alle volte leggevo un poco e altre volte molto, a seconda della grazia che il Signore mi faceva.

Ero ancora sul principio, e mi pareva che con l'aiuto dei libri e la possibilità di star ritirata, niente mi avrebbe più distolta da tanto bene. E, con l'aiuto di Dio, così sarebbe stato veramente se un maestro o qualche altra persona mi avesse insegnato a fuggire le occasioni fin dal loro nascere, o a liberarmene al più presto qualora vi fossi entrata.

Mi sembrava pure che se il demonio mi avesse tentata a viso aperto, in nessun modo sarei tornata a peccare gravemente. Ma egli fu tanto astuto e io così vile, che le mie risoluzioni approdarono a ben poco. Però mi giovarono per quando mi misi al servizio di Dio, perché mi aiutarono a sopportare le terribili infermità che mi vennero, con quella grande pazienza che il Signore mi dette.

 

10 - Innanzi alla grande bontà del Signore, l'anima mia andava spesso presa d'ammirazione, compiacendosi di considerare la sua magnificenza e misericordia Sia Egli per sempre benedetto, avendo io visto chiaramente come non lasci di ricompensarmi fìn da questa vita ogni pio desiderio! Per basse e imperfette che fossero le mie opere, Egli le migliorava, le perfezionava e le avvalorava, mentre i miei peccati e difetti li faceva cadere in dimenticanza. Anzi, permette che si accechino e se ne dimentichino anche colorò che mi vedono commetterli. Indora le mie colpe e fa risplendere come mia la virtù che Egli stesso mi dona, costringendomi quasi a tenerla.

 

11 - Voglio ora tornare a quanto mi hanno comandato di scrivere. Ripeto intanto che se dovessi dire minutamente quello che Dio ha fatto per me, mi occorrerebbe una ben altra intelligenza, essendomi impossibile far conoscere la riconoscenza che gli devo e l’eccesso della mia ingratitudine e malizia nell’aver tutto dimenticato... Sia Egli per sempre benedetto per avermi tanto sopportata! Amen.

 

 

CAPITOLO 5

 

Seguito della sua malattia - Grande pazienza che il Signore le dette - Caso che le avvenne a Becedas

 

1 - Mi dimenticavo di dire che durante l'anno di noviziato ho sofferto moltissimo per cose da nulla. Talvolta mi sgridavano senza motivo, e io lo sopportavo molto imperfettamente e malvolentieri. Mi aiutavo a passarci sopra con la grande contentezza di essere religiosa.[26] Ma le altre, vedendo che io amavo la solitudine e piangevo spesso i miei peccati, dubitavano che fossi scontenta e lo dicevano fra loro.

Le pratiche della religione mi piacevano tutte, eccetto quelle che importavano disprezzo. Mi piaceva di essere stimata. agivo con molta attenzione, e tutto mi pareva virtù. Ma di certo questo non mi gioverà a discolpa, né mi scuserà l'ignoranza perché sapevo cercare in tutto la mia soddisfazione. Mi può essere di qualche scusa il fatto che il monastero non era fondato in molta perfezione. Ma io, misera com'ero, lasciavo d'imitare il bene per correre dietro a quel che vedevo di più imperfetto.

 

2 - Vi era allora una monaca affetta da una malattia gravissima e dolorosa. Causa una ostruzione intestinale, le si erano aperte nel ventre alcune piaghe dalle quali usciva tutto quello che mangiava. E presto ne morì.

Erano tutte inorridite di quel male. Io invece invidiavo molto la sua pazienza, e dicevo al Signore che se altrettanta ne dava a me, ero disposta a tutte le malattie che gli piacesse mandarmi. Mi pare che allora non ne temessi alcuna, per esser io tanto decisa a guadagnarmi i beni eterni che nessuna cosa mi avrebbe arrestata. Questa disposizione mi fa ora meraviglia, non sapendo come potessi averla in quel tempo, in cui, a quanto ricordo, non amavo ancora Signore come mi sembra l'amassi dopo aver cominciato a fare orazione. Credo che mi sia venuta dal pensiero della vanità di ciò che finisce, e dalla considerazione di non esservi nulla di pregio fuori di quei beni eterni che si acquistano con il sacrificio dei temporali.

Il Signore intanto ascoltò i miei desideri: non erano passati due anni che mi sentii molto male. La malattia che m'incolse non credo sia stata meno atroce e penosa di quella, benché di natura diversa, e mi durò tre anni, come ora sto per dire.

 

3 - Giunto il tempo della cura che stavo attendendo presso mia sorella, fui portata con grande riguardo e con tutte le comodità possibili al luogo dove si sperava guarirmi. Mi erano compagni di viaggio mio padre, mia sorella e quella monaca mia amica che era uscita con me di monastero e che mi voleva molto bene. Là il demonio cominciò a mettermi l'anima in scompiglio, ma il Signore ne seppe ricavare del bene.

Vi era in quel luogo, dove mi stavo curando, un ecclesiastico di condizione distinta, intelligente, ed anche di una certa cultura, benché non profonda. Per confessarmi volli andare da lui poiché sono stata sempre amante della cultura.[27]

Io ho sempre amato di aver confessori istruiti, perché dai semi-dotti, a cui in mancanza di altri dovetti ricorrere, ebbi sempre del danno. So per esperienza che quando si tratta di uomini virtuosi e di santa vita, è meglio che siano del tutto ignoranti piuttosto che dotti a metà, perché allora né essi si fidano di sé, ricorrendo ai competenti, né io mi fido di loro. I veri dotti non mi hanno mai ingannata. Neppure gli altri mi volevano ingannare, ma... non ne sapevano di più. Tenendoli per sufficientemente istruiti, pensavo di non dover far altro che seguirli, tanto più che quanto mi dicevano importava sempre una maggior libertà, mentre se mi avessero un po' ristretta, forse, nella mia grande miseria, ne avrei cercato altri.

Nulla vedevano dov'era peccato veniale, e dove il peccato era gravissimo e mortale, vedevano soltanto una venialità. Fu tanto il male che ne ebbi che credo opportuno parlarne per mettere in guardia. Certo che innanzi a Dio non avrò alcuna scusa, perché doveva bastarmi a non fare una cosa il sapere che di sua natura essa non era buona. Ma il Signore dovette permettere che essi s'ingannassero e ingannassero me in castigo dei miei peccati. Io poi ho tratto in inganno molte altre col riferire quello che essi mi dicevano.

Durai in questa cecità credo più di diciassette anni, fino a quando un dotto Padre domenicano[28] mi disingannò in molte cose. Poi i Padri della Compagnia di Gesù fecero il resto che dirò, impaurendomi fortemente col rimproverarmi i miei perversi principi.

 

4 - Cominciando a confessarmi dal sacerdote che ho detto, egli mi si affezionò grandemente, forse perché io, essendo sul principio della mia vita religiosa, quel che avevo da confessare era poco, di fronte a quello che ebbi poi. La sua non era un'affezione cattiva, ma per essere troppo forte, finiva col diventare non buona. Però era convinto che per nulla al mondo avrei fatta cosa di grave offesa al Signore, ed egli pure mi assicurava del medesimo. E così le nostre conversazioni si fecero frequenti.

Infervorata di Dio com'ero, mi piaceva molto parlare di Lui; e tanto fervore in una giovane riempiva di confusione il mio interlocutore, il quale per il grande affetto che mi portava, cominciò a manifestarmi lo stato dell'anima sua che era veramente deplorevole.

Da circa sette anni menava vita di peccato per la relazione che aveva con una donna del luogo, e tuttavia continuava a dir Messa. La cosa si era fatta pubblica, ed egli aveva già perduto ogni onore; ma nessuno aveva il coraggio di riprenderlo. Io ne ebbi molta compassione perché gli volevo bene.

Ecco la mia grande cecità e leggerezza: parermi virtù il serbar fede e riconoscenza a chi mi vuol bene. Ma sia maledetta questa legge che talvolta si estende sino a offendere Dio. È la pazzia che imperversa nel mondo che ha fatto impazzire anche me. A Dio solo dobbiamo il bene che ci fanno. Eppure riteniamo per virtù non rompere un'amicizia anche allora che riesce di disgusto al Signore. Oh! cecità umana! Oh! se vi fosse piaciuto, o mio Dio, che dimostrandomi ingratissima verso gli uomini, non lo fossi stata con Voi! Invece, per i miei peccati, è andato tutto a rovescio.

 

5 - Cercai d'informarmi meglio presso i suoi di famiglia, e venni a conoscere la gravità del suo stato. Però il poverino non era cosi colpevole come pareva, perché quella sciagurata gli aveva fatto un sortilegio in un amuleto di rame con preghiera di portarlo al collo per amor suo. E nessuno era riuscito a levarglielo.

Io non credo tanto facilmente alle storie dei sortilegi, ma racconto quello che ho visto, affinché gli uomini si guardino bene dalle donne che tentano adescarli in tal modo. Esse sarebbero tenute al pudore assai più degli uomini, ma se perdono il timore di Dio, non meritano alcuna stima, perché capaci di tutto pur di conseguire i loro intenti e contentare la passione che il demonio mette loro in cuore.

Benché io sia stata tanto cattiva, tuttavia di queste cose non ne ho mai fatte, né mai mi è passato per la mente di far del male ad alcuno. Anche se l'avessi potuto, credo che non mi sarei mai indotta a forzare la volontà altrui ad amarmi. Fu il Signore a preservarmene, perché, se mi avesse lasciata a me stessa, come l'offendevo in altre cose, l'avrei offeso anche in queste. Di me non v'è proprio da fidarsi.

 

6 - Quando seppi del suo stato, cominciai a circondarlo di maggiore affetto. Le mie intenzioni erano buone, ma non i mezzi che usavo, perché per quanto grande fosse il bene che mi prefiggevo, non mi dovevo permettere il minimo difetto.

Gli parlavo spesso di Dio, e ciò gli doveva molto giovare. Ma quello che valse a determinarlo fu il grande affetto che mi portava. Per farmi piacere mi consegnò l'amuleto che portava al collo e che io feci gettare subito nel fiume. Appena ne fu libero, a guisa di chi si sveglia da un grande sonno ricordò tutto quello che aveva fatto in quegli anni, e inorridendo di se stesso e della sua perdizione cominciò a detestarla. Nostra Signora lo dovette molto aiutare, perché era assai devoto della sua Concezione e ne celebrava la festa con devozione. Infine cessò di vedere quella donna, ringraziando di continuo il Signore che l'aveva illuminato. Morì dopo un anno preciso dal mio incontro con lui.

Aveva già fatto molto per Dio, perché nel grande affetto che mi portava non ho mai visto nulla di meno buono, benché vi potesse essere una purezza maggiore. Ebbe tali occasioni, che, se non si fosse mantenuto molto alla presenza di Dio, l'avrebbe offeso assai gravemente. Da parte mia, ripeto, non avrei fatto mai nulla che avessi saputo essere peccato mortale, e credo che questa mia decisione lo inducesse a volermi bene.

Secondo me, gli uomini si sentono maggiormente inclinati verso le donne che vedono più virtuose. Per le donne, poi, questo, come dirò, è l'unico mezzo per guadagnarsi il loro affetto. E, appunto con questo mezzo, pare che il Signore abbia voluto salvare quel sacerdote. Sono infatti sicura che si trovi in luogo di salute, perché morì molto bene, lontano del tutto da quella occasione cattiva.

 

7 - Stetti in quel luogo tre mesi, in mezzo a gravissime sofferenze perché i rimedi superavano la capacità del mio fisico. Dopo due mesi le medicine mi avevano ridotta quasi in fin di vita. Il male al cuore che volevano curarmi crebbe di violenza, tanto che alle volte pareva che me lo lacerassero con denti aguzzi, e si credeva che fossi divenuta rabbiosa.

Avevo nausea di ogni cibo. Prendevo solo un po' di liquido, e mi purgavo ogni giorno. La qual cosa essendo durata quasi un mese, unicamente alla febbre che mi divorava di continuo, finì per gettarmi in un'estrema debolezza: mi trovai così infiacchita e riarsa che i nervi si contrassero tutti, con dolori così atroci da non aver riposo né giorno né notte. E a tutto questo si aggiungeva una profonda tristezza.

 

8 - Visto il bel guadagno ottenuto, mio padre mi ricondusse a casa, ove i medici, tornandomi a visitare, mi dichiararono spedita, perché oltre a tutto il resto, mi dissero anche tisica. Ma la loro sentenza non mi fece molta impressione per i grandi dolori che mi straziavano. Dalla testa ai piedi ero tutta uno spasimo. A detta dei medici, i dolori di nervi sono insopportabili, e i miei si contraevano tutti: era un tormento inesprimibile. - Quanti meriti mi sarei procurati se avessi saputo approfittarne!

Durai in questo stato quasi tre mesi. Sembrava impossibile continuare con tanti mali insieme. Io stessa ne stupisco, e ritengo per una grandissima grazia la pazienza che Dio mi dette. Era chiaro che veniva da Lui...

Mi giovò molto, in questo, aver cominciato a fare meditazione e aver letto la storia di Giobbe nei «Morali» di S. Gregorio, con la quale il Signore volle forse prevenirmi perché sopportassi tutto con rassegnazione. Il mio pensiero era sempre con Lui. Meditavo e ripetevo spesso le parole di Giobbe: «Se abbiamo ricevuto i beni dalla mano del Signore, perché non riceveremo anche i mali?».[29] E mi sembra che mi fossero di coraggio.

 

9 - Arrivò la festa della Madonna di agosto. I dolori mi duravano dall'aprile. Negli ultimi tre mesi erano andati aumentando, e io richiesi di confessarmi, amica come sempre sono stata di farlo spesso. Pensarono che fosse per la mia paura di morire, e per non aumentare la mia pena mio padre non lo permise. Oh esagerato amore della carne! E dire che mio padre era cattolico fervente! E nemmeno lo fece per leggerezza perché era molto prudente. E intanto mi poteva fare gran danno...

Quella notte ebbi tale una crisi che per quattro giorni, o poco meno, rimasi fuori dei sensi. Mi amministrarono l'estrema unzione, e pensando che fossi per spirare da un momento all'altro, non facevano che suggerirmi il «Credo», come se in quello stato potessi comprendere qualcosa. Più i una volta mi dovettero tenere per morta perché quando rinvenni mi trovai delle gocce di cera sugli occhi.[30]

 

l0 - Grande fu il dispiacere di mio padre per non avermi fatta confessare: non faceva che piangere e pregare. - Sia benedetto Colui che si degnò di ascoltarlo![31]

Già nel mio monastero avevano aperta da un giorno e mezzo la sepoltura nell'aspettativa del mio cadavere; già in un convento dei nostri frati fuori città mi avevano fatto l'ufficio funebre, quando piacque al Signore di richiamarmi in vita.[32]

Chiesi subito di confessarmi e mi comunicai con molte lacrime. Però mi sembra che non fossero tutte di contrizione per aver offeso il Signore, ché allora sarebbero bastate a salvarmi, dato che non mi valeva la scusa di essere caduta per inganno di chi mi aveva detto non essere niente ciò che poi seppi essere peccato mortale.

Nonostante la poca avvertenza che i miei grandi dolori mi permettevano, credo di essermi confessata per intero, accusandomi di tutto ciò che capivo fosse offesa di Dio, giacché fra le altre grazie il Signore mi ha fatto pur quella di non aver mai lasciato di confessare, dopo la mia prima comunione, cosa alcuna che avessi creduto peccato, sia pure veniale. Però mi sembra che se fossi morta in quel tempo, la mia salvezza sarebbe stata in pericolo, sia per i confessori poco istruiti che per la mia grande miseria, e per vari altri motivi.

 

11 - Arrivata a questo punto, e pensando come il Signore mi abbia quasi risuscitata - sì, lo dico in tutta verità - mi sento ripiena di spavento. Conveniva allora, anima mia, che tu considerassi il pericolo da cui Dio ti aveva liberata. Se non ti bastava il suo amore per indurti a non più offenderlo, almeno ti doveva muovere il timore, perché Egli ti avrebbe potuto colpire con la morte in mille altre occasioni ben più pericolose.

Credo di non esagerare col dire in mille altre occasioni, e lo ripeto anche a costo d'incorrere nei rimproveri di chi mi ordinò di essere riservata nel parlare dei miei peccati: li ho già indorati abbastanza. Anzi, gli chiedo, per amore di Dio, di non togliere nulla di quanto li riguarda. Così si vedrà meglio la grande bontà del Signore e la pazienza con cui sopporta le anime. Sia Egli per sempre benedetto e mi conceda di morire piuttosto che cessare di amarlo!

 

 

CAPITOLO 6

 

Pazienza che il Signore le dette nei suoi grandi travagli - Quanto le abbia giovato l'aver preso come mediatore e avvocato il glorioso San Giuseppe

 

 

1 - Dopo quei quattro giorni di crisi, rimasi in tale stato che solo Dio può sapere gli indicibili tormenti che continuai a soffrire: la lingua in pezzi a forza di mordermela, e la gola in tale debolezza, per non aver preso nulla, da non poter inghiottire neppure l'acqua e da sentirmi soffocare. Mi sembrava di essere tutta slogata mentre un grande stordimento mi confondeva la testa. Dopo alcuni giorni ero tutta rattrappita; il dolore mi aveva resa un gomitolo, tanto che a guisa di cadavere non potevo muovere, senza l'aiuto altrui, né braccio, né piede, né testa, né mano, eccetto un dito della mano destra, mi pare. Non si sapeva come toccarmi, perché avevo il corpo così indolenzito, da non poterlo soffrire. Per cambiarmi di posto dovevo sollevarmi su un lenzuolo tenuto all'estremità da due persone E durai in questo stato fino alla Pasqua di risurrezione.

Mio solo refrigerio era se mi lasciavano stare, ché spesso allora i dolori cessavano; e per quel poco di riposo credevo subito di star meglio, perché temevo che mi venisse meno la pazienza. Perciò grande fu la mia gioia quando quei dolori così acuti e continui scemarono di intensità, benché non mancassero di farsi ancora insopportabili al venirmi i grandi brividi della quartana doppia che mi era rimasta fortissima. Soffrivo pure di grande inappetenza.

 

2 - Mi detti allora in gran fretta per tornare in monastero, e là mi trasportarono benché in quello stato. Così ricevettero ancora viva quella che già credevano morta, benché con il corpo in condizioni peggiori della morte, tanto da far pena a vederlo.

Indescrivibile la mia debolezza: non mi erano rimaste che le ossa. Durai in quello stato più di otto mesi; e stetti rattrappita, sia pure con graduale miglioramento, per lo spazio di quasi tre anni. Quando cominciai a camminare carponi, resi grazie al Signore.

Sopportai tutto con grande pazienza e, a parte i primi dolori, anche con grandissima gioia, perché, paragonati ai tormenti che mi straziavano da principio, gli altri mi sembravano da nulla. Ero molto rassegnata al volere di Dio, anche se mi avesse lasciata sempre in quello stato. Se desideravo di guarire, mi sembrava fosse per stare da sola in orazione, come avevo imparato: cosa che in infermeria non potevo fare. Mi confessavo assai spesso, parlavo molto di Dio: tutte ne erano edificate, e si meravigliavano molto della grande pazienza che il Signore mi dava, giacché pareva impossibile, senza il soccorso di Dio, che potessi sopportare tanti mali così lietamente.

 

3 - Mi fu di grande aiuto l'aver avuto da Dio la grazia dell'orazione, nella quale compresi cosa voglia dire amarlo. E poco dopo vidi nascere in me delle nuove virtù, benché non così forti da liberarmi del tutto da ogni difetto. Non dicevo male di alcuno, neppure in cose piccole, e fuggivo ogni sorta di mormorazione, convinta che non dovevo volere né dire delle altre quello che non volevo che dicessero di me. E mi attenevo a questa massima in qualunque occasione mi trovassi, benché alle volte non tanto perfettamente, specie se le occasioni erano molto gravi. Ma in via ordinaria non era così. Ne resi persuase quelle che stavano o trattavano con me, tanto che ne contrassero l'abitudine. Si diceva che dove stavo io le spalle erano al sicuro, e godevano della medesima fama le mie stesse amiche, i miei parenti e quelle a cui insegnavo. Però ho da rendere conto a Dio in altre cose per il mal esempio che davo. Si compiaccia Egli di perdonarmi se fui causa di tanti mali, benché mai con intenzione così cattiva come apparivano le opere.

 

4 - Restai affezionato alla solitudine. Amavo molto trattare e parlare di Dio, e se trovavo con chi farlo provavo più soddisfazione e sollievo che non nelle galanterie, o meglio sciocchezze di tutte le conversazioni del mondo. Mi confessavo e comunicavo assai spesso, e ne sentivo il desiderio. Amavo leggere buoni libri, e mi pentivo assai di aver offeso Dio, tanto che alle volte, ricordo, non avevo coraggio neppure di fare orazione, paventando come un grande castigo la grave angoscia che sentivo innanzi a Lui per averlo offeso.

Questa mia disposizione andò intensificandosi in tal modo che non saprei a che tormento paragonarla. E questo non già per timore, ma per il ricordo dei molti favori che Dio mi faceva, tanto da non poter soffrire di vedere il molto Che gli dovevo e il cattivo servizio con cui lo ripagavo. Le lacrime che versavo per i miei peccati non facevano che amareggiarmi perché vedevo che, nonostante ne versassi molte, ne traevo poco vantaggio e che appena esposta all'occasione, non bastavano a trattenermi dal cadere né proponimenti, né dispiaceri di sorta. Mi sembravano lacrime false; e nel vedere che il Signore me ne dava tante e m'infondeva così grandi pentimenti, mi pareva che la mia colpa fosse assai più grave. Però cercavo subito di confessarmi e facevo il possibile per ritornare in grazia.

Il danno era che non sapevo togliermi dalla occasioni cattive. I confessori poi mi aiutavano poco. Se mi avessero avvertita del pericolo che correvo e mi avessero detto che ero obbligata a rompere quelle amicizie,[33] mi pare che l'avrei fatto senz'altro, perché, se me ne fossi accorta, in nessun modo avrei potuto soffrire di rimanere in peccato mortale un giorno solo.

Questi sentimenti di timore di Dio mi vennero dall'orazione, ed in gran parte erano impregnati di amore, perché il pensiero del castigo non mi si presentava mai.

Per tutto il tempo che fui ammalata ebbi gran cura della mia coscienza quanto ai peccati mortali. Ma, oh Dio!... desideravo la salute per meglio servirvi, ed essa invece fu la mia rovina!

 

5 - Quando vidi lo stato in cui i medici della terra mi avevano ridotta, e come fossi tutta scontorta in così giovine età, decisi di ricorrere ai medici del cielo e domandare ad essi la salute, perché, quantunque sopportassi quel male con tanta gioia, desideravo anche di guarire. Pensavo talvolta che se con la salute avessi dovuto dannarmi, sarebbe stato meglio rimanere così, ma insieme pensavo che con la salute avrei potuto servire meglio il Signore. - Ecco qui il nostro errore: non voler rimetterci in tutto nelle mani di Dio che sa meglio di noi quello che ci conviene.

 

6 - Cominciai a far celebrare messe e a recitare orazioni approvate.

Non fui mai portata a certe devozione che alcuni praticano, specialmente donne, nelle quali entrano non so quali cerimonie che io non ho mai potuto soffrire, e che a loro piacciono tanto. Poi si conobbe che non erano convenienti e sapevano di superstizione.

Io invece presi per mio avvocato e patrono il glorioso S. Giuseppe, e mi raccomanda a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nella necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi in cui - era in gioco il mio onore e la salute dell'anima mia.

Ho visto chiaramente che il suo aiuto mi fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare. Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta. Ed è cosa che fa meraviglia ricordare i grandi favori che il Signore mi ha fatto e i pericoli di anima e di corpo da cui mi ha liberata per l'intercessione di questo santo benedetto. Ad altri santi sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell'altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso S. Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol darci a intendere che, a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, altrettanto gli sia ora in cielo nel fare tutto ciò che gli chiede. Ciò hanno riconosciuto per esperienza varie altre persone che dietro mio consiglio gli si sono raccomandate. Molte altre si sono fatte da poco sue devote per aver sperimentato questa verità.

 

7 - Procuravo di celebrarne la festa con la maggior possibile solennità.[34] È vero che ci mettevo più vanità che spirito, perché volevo che si facesse tutto con ricercatezza e scrupolosità, ma l'intenzione era buona. Del resto, era questo il mio male, che appena il Signore mi faceva grazia d'intraprendere qualche cosa di buono, lo frammischiavo a molte imperfezioni e mancanze. - Dio mi perdoni se per il male, le ricercatezze e le vanità usavo invece tanta industria e diligenza!

Per la grande esperienza che ho dei favori di S. Giuseppe, vorrei che tutti si persuadessero ad essergli devoti. Non ho conosciuta persona che gli sia veramente devota e gli renda qualche particolare servizio senza far progressi in virtù. Egli aiuta moltissimo chi si raccomanda a lui. È già da vari anni che nel giorno della sua festa io gli chiedo qualche grazia, e sempre mi sono vista esaudita. Se la mia domanda non è tanto retta, egli la raddrizza per il mio maggior bene.

 

8 - Se la mia parola potesse essere autorevole, ben volentieri mi dilungherei nel narrare dettagliatamente le grazie che questo Santo glorioso ha fatto a me e ad altri, ma per non varcare i limiti che mi furono imposti, in molte cose sarò più breve di quanto vorrei, e in altre più lunga del bisogno: insomma, come colei che ha poca discrezione in tutto ciò che è bene.

Chiedo solo per amore di Dio che chi non mi crede ne faccia la prova, e vedrà per esperienza come sia vantaggioso raccomandarsi a questo glorioso Patriarca ed essergli devoti. Gli devono essere affezionato specialmente le persone di orazione, perché non so come si possa pensare alla Regina degli angeli e al molto da lei sofferto col Bambino Gesù, senza ringraziare S. Giuseppe che fu loro di tanto aiuto.

Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo Santo glorioso, e non sbaglierà.

Piaccia a Dio che non abbia sbagliato io nell'arrischiarmi a parlarne, perché sebbene mi professi sua devota, tuttavia nel modo di servirlo e imitarlo sono piena di difetti. Egli, da quegli che è, mi ha dato di alzarmi da letto, raddrizzarmi e camminare; e io, da quella che sono, l'ho ripagato con usare male la sua grazia.[35]

 

9 - Chi avrebbe detto che sarei ricaduta così presto dopo tante grazie di Dio, dopo di aver ricevute tante virtù che m'incitavano di per se stesse a servirlo, dopo di essermi veduta quasi morta e in gran pericolo di dannarmi, dopo di essere risuscitata anima e corpo con grande meraviglia di quanti mi videro? E cos'è questo, o Signore? Perché dobbiamo vivere in mezzo a tanti pericoli di offendervi?

Mentre scrivo queste cose, mi pare, per vostra grazia e misericordia, di poter dire anch'io come S. Paolo, sebbene non con la stessa perfezione: «Non sono più io che vivo, ma Voi, mio Dio, che vivete in me».[36] E lo giudico dal fatto che da vari anni a questa parte Voi mi reggete con la vostra mano, come vedo dai desideri e dai propositi che ho di non far nulla contro la vostra volontà: desideri e propositi che in questi anni ho attuato in varie cose. Certo che, senza accorgermi, vi offendo ancora. Però, mi sembra di essere dispostissima a nulla tralasciare di quanto mi si presenti di fare per amor vostro, come già in alcune cose mi avete dato di riuscirvi.

Non amo il mondo, né cosa alcuna che gli appartenga; nulla mi soddisfa di ciò che non viene da Voi: tutto il resto mi è pesantissima croce. Ben mi posso ingannare, e forse questi miei sentimenti non sono sinceri; ma Voi sapete, o mio Dio, che a me non sembra di mentire. Temo, e a ragione, che mi abbandoniate di nuovo, perché conosco fin dove arrivi la mia poca virtù e valentia se Voi non continuate a infondermi fortezza, aiutandomi a non lasciarvi. Vi piaccia di non abbandonarmi, specialmente ora che quanto ho detto di me mi sembra vero!

Non so come si desideri tanto di vivere, essendo tutto così incerto. Mi sembrava impossibile abbandonarvi del tutto, o Signore! Ma siccome vi ho lasciato tante volte, non posso a meno di temere, sapendo bene come bastava che Voi vi scostaste un poco perché subito ruzzolassi per terra. Ma siate per sempre benedetto, perché mentre io vi abbandonavo, Voi non mi lasciavate mai così del tutto da non stendere subito la mano affinché mi rialzassi. E spesso io, invece di accettarla, la rigettavo, non volendo intendere la vostra voce che di nuovo mi chiamava, come ora sto per dire.

 

 

CAPITOLO 7

 

Va perdendo le grazie che il Signore le ha fatto - Vita dissipata che conduce - Inconvenienti dei monasteri non di stretta clausura

 

1 - Di passatempo in passatempo, di vanità di occasione in occasione, cominciai a mettere di nuovo in pericolo la mia anima, la quale, guasta ormai per tante distrazioni, prese a vergognarsi di continuare con Dio quella particolare amicizia che deriva dall'orazione. E anche per il fatto che con il crescere dei miei peccati mi venne a mancare il gusto e il diletto che prima provavo nella pratica della virtù. - Vedevo intanto ben chiaro, o mio Dio, che se ciò mi mancava, era perché io mancavo a Voi.

Maggior danno non poteva farmi il demonio che di trattenermi dal far orazione sotto pretesto di umiltà e per vedermi tanto perduta. Ultima fra i peggiori come ero, mi sembrava meglio uniformarmi ai più, contentandomi di recitare ciò che era di obbligo, pregare vocalmente e lasciare l'orazione mentale, non essendo giusto che trattasse tanto familiarmente con Dio chi meritava di vivere con i demoni e ingannava la gente con la regolarità della sua condotta esteriore.[37]

Di questo non si può dar colpa alla poca vigilanza della casa in cui ero, perché sapevo così bene dissimulare che la mia stima non ne veniva a scapitare. Però, non lo facevo avvertitamente, perché, grazie a Dio, in materia di vanagloria e ipocrisia, per quanto io sappia, non mi ricordo di averlo mai offeso: anzi al primo movimento che me ne veniva, provavo tanta pena che il demonio se ne fuggiva sconfitto lasciandomi con vittoria. Perciò in questo mi ha tentata poche volte. Ma sarei caduta anche qui, se il Signore avesse permesso che questa tentazione fosse stata forte come le altre. Egli invece si compiacque di liberarmene, e sia per sempre benedetto!

Devo anche dire che mi dispiaceva molto nel vedere che mi tenevano in buona stima, conoscendo benissimo chi ero io nel mio interno.

 

2 - Il fatto che non mi credessero tanto imperfetta dipendeva dal vedere che io, benché ancora giovane e fra tante occasioni, mi ritiravo spesso in solitudine a pregare, leggevo molto, parlavo di Dio, facevo dipingere la sua immagine in molti luoghi, avevo un oratorio che cercavo d'abbellire con ogni oggetto di devozione, non mormoravo, ed altre cose del genere che avevano apparenza di virtù. Io poi, vana com'ero, curavo assai quelle esteriorità che il mondo ha tanto in pregio, e per questo concedevano a me più libertà che non alle anziane, e avevano di me ogni fiducia.

Però, grazie al Signore che mi ha sostenuta con la sua mano, io non ne ho mai abusato, né ho mai fatto nulla senza il debito permesso. Mi pare che nessuno avrebbe potuto parlare con me in monastero di notte, attraverso fori o dietro i muri, perché certe cose le consideravo attentamente, sembrandomi un gran male mettere in pericolo l'onore di tante buone religiose con la mia cattiveria. Come se il resto che facevo fosse degno di encomio! Tuttavia non era così grave come il male che ho detto, benché in gran parte lo fosse.

 

3 - A quanto mi sembra, il mio danno fu di non essere in un monastero di stretta clausura. Con la libertà che le buone potevano godere tranquillamente, perché, non promettendosi clausura, non erano tenute a privarsene, io con la mia debolezza sarei finita all'inferno se il Signore non mi avesse soccorsa con l'abbondanza dei suoi aiuti e delle sue grazie particolari.

Un monastero di donne senza clausura mi pare che sia molto pericoloso, perché per quelle che vogliono vivere rilassate, serve più di strada all'inferno che di rimedio alla loro debolezza.

Non dico questo del mio monastero, nel quale moltissime servono Dio perfettamente e non possono non avere grazie e favori da Lui che è tanto buono. Dopo tutto, non è dei più aperti, e la regola vi è osservata esattamente. Parlo di quelli che io ho veduto e conosco, e ripeto che mi fanno molta compassione.

 

4 - Perché quelle monache si salvino, occorre che Dio le svegli con particolari richiami, e non solo una volta, ma molte, tanto sono autorizzati fra loro i divertimenti e le galanterie del mondo, e tanto male comprendono i loro obblighi. Anzi, piaccia a Dio che non ritengano per virtù ciò che è peccato, come facevo io molte volte. Ed è tanto difficile farlo loro comprendere che occorre proprio che ci metta la mano il Signore.

Vi sono genitori che invece di collocare le loro figliole in monasteri ove trovino di salvarsi, sembra le vogliano mettere in quelli dove i pericoli sono maggiori che nel mondo. Se essi accettassero il mio consiglio, dovrebbero almeno badare al loro onore, preferire di maritarle umilmente o tenersele in casa piuttosto di metterle in quei monasteri, a meno che le loro disposizioni fossero davvero assai buone. E piacesse a Dio che anche queste bastassero. Nella casa paterna, se si comportano male, la cosa non può stare nascosta che per poco, mentre in monastero dura più a lungo, fino a quando il Signore non sveli ogni cosa. - Allora il danno non è soltanto di una ma di tutte.

Talvolta le poverine non hanno colpa: vanno per la strada che trovano aperta. Ma la loro sorte è sempre degna di compassione, perché abbandonano il mondo pensando di andare a servire Dio lontane da ogni pericolo, e invece si trovano fra dieci mondi, senza sapere come premunirsi e difendersi. L'età, i sensi e il demonio si uniscono insieme per invitarle e sospingerle a far cose che sono proprie del mondo, col pretesto che vi si ritengono come atti di virtù.

Mi sembra di poterle in parte paragonare ai miserabili eretici, i quali, accecandosi volontariamente, si sforzano di far credere che sono nella verità e che ne sono persuasi, mentre in realtà non lo sono, perché sentono in cuore una voce che li accerta del contrario.

 

5 - Che disgrazia per i monasteri di uomini e di donne, che funestissima disgrazia quando in una stessa casa vi sono due correnti, una verso la virtù, l'altra verso il rilassamento, e tutte e due ugualmente battute! Ma che dico ugualmente? Per i nostri peccati si cammina più per l'imperfetta: essendo più larga è anche più seguita, mentre l'altra è così poco praticata che il religioso o la religiosa che si decidono di seguire veramente la loro vocazione, trovano più ostacoli in quei di casa che non in tutti i demoni. Devono essere più riservati nel parlare dell'amicizia che bramano di contrarre con Dio che non di quelle che il demonio è riuscito a introdurre in monastero. Io non so perché tanto ci meravigliamo nel vedere i mali che angustiano la Chiesa, quando coloro che dovrebbero essere modello di virtù abbandonano le vie tracciate e battute dai santi negli Ordini religiosi. - Piaccia a Sua Divina Maestà di porre il rimedio che vede necessario! Amen.

 

6 - Anch'io, dunque, cominciai a permettermi simili conversazioni, perché, essendo passate in costume, non credevo che dovessero arrecare alla mia anima tutto il male e le distrazioni di cui con il tempo mi riconobbi vittima. Pensavo che una cosa così comune come quella di avere visite non avrebbe fatto più male a me che alle altre, che pur vedevo tanto buone... Ma non riflettevo che esse erano assai migliori di me, e che quanto era a me di danno ad esse non era che poca cosa. - Tuttavia ne dubito alquanto: se non altro per il tempo che vi si spende inutilmente.

Mentre conversavo con una persona che avevo conosciuto da poco, il Signore si degnò di ammonirmi; e illuminandomi nella mia grande cecità, mi fece intendere che tali amicizie non mi convenivano.

Mi si presentò Gesù Cristo con aspetto molto severo, dandomi a conoscere quanto ne fosse dispiaciuto. Lo vidi con gli occhi dell'anima, ma più chiaramente che con quelli del corpo, e mi rimase così impresso che, nonostante siano trascorsi ventisei anni, mi pare ancora di vederlo. Ne fui così spaventata e confusa che non volevo più vedere la persona con cui stavo parlando.

 

7 - Allora non sapevo che si potesse vedere non con gli occhi del corpo. E questo mi fu di danno, perché il demonio tenendomi in questa opinione, mi fece credere che era impossibile, che era un'illusione, un artificio di Satana ed altre cose del genere, nonostante che in fondo mi rimanesse l'impressione che fosse opera di Dio e non un inganno. Ma siccome questo pensiero non mi andava a genio, cercavo io stessa di vedervi un'illusione, guardandomi dal farne parola con alcuno. Intanto mi vennero importunando in più modi perché dessi ancora udienza a quella persona, assicurandomi che non era male, che non ne scapitavo nella fama, ma anzi ne guadagnavo. Perciò tornai alla conversazione di prima, e ne presi varie altre, trascorrendo in queste ricreazioni pestilenziali molti anni di vita. Alle volte lo vedevo anch'io che non era ben fatto, ma siccome mi trovavo in mezzo, non vi ravvisavo tutto il male che vi era.

Ma nessuna amicizia mi recò tanta dissipazione quanto questa che ho detto, perché vi ero molto attaccata.

 

8 - Un'altra volta mentre ero con la medesima persona, vedemmo venire verso di noi - e la videro pure altri che erano presenti - una certa bestia simile a un gran rospo, ma assai più svelto di quanto non lo siano tali bestie. Non so capire come animali così schifosi potessero trovarsi in pieno giorno in quella parte da cui venne. Ne ebbi tanta impressione che non mi parve senza mistero, e non potei più dimenticarmene.[38]

Gran Dio! Con quanta sollecitudine e bontà, con quanta varietà di mezzi cercavate di avvisarmi! Eppure, quanto poco ne ho saputo approfittare!

 

9 - Vi era con me una monaca mia parente, anziana, gran serva di Dio e molto esemplare. Di tanto in tanto mi avvisava. ma io non solo non l'ascoltavo, ma pure m'impazientivo, sembrandomi che si scandalizzasse senza ragione.

Dico questo per far vedere la mia malizia, la grande bontà di Dio, e quanto fossi degna dell'inferno per la mia inqualificabile ingratitudine.

Lo dico ancora perché se piacerà al Signore che qualche monaca legga questo scritto, impari da me ad avere in orrore simili passatempi, come la scongiuro per amore di Dio. Piaccia a Sua Maestà che tragga d'inganno almeno qualcuna in cambio delle molte che ho ingannate col dir loro che non era male, tranquillizzandole in cose così pericolose, sia pure non con l'intento d'ingannarle ma solo per la mia grande cecità. - Se con il mio contegno sono stata causa di grandi mali, questo è avvenuto senza che io lo pensassi.

 

10 - Nei primi giorni della mia malattia, quando non sapevo ancora come correggere me stessa, desideravo grandemente di far del bene agli altri: tentazione molto comune ai principianti e che a me riuscì assai bene.

Mi sembrava che non vi fosse sulla terra altro bene più grande che di attendere all'orazione, e siccome amavo molto mio padre, mi venne il desiderio che ne godesse anche lui; perciò feci del mio meglio per procurare che la praticasse dandogli pure dei libri. Ed egli, virtuoso com'era, vi si applicò con impegno, tanto che dopo cinque o sei anni, mi pare, ne era così progredito che io ne ringraziavo il Signore piena di gioia. Ebbe a soffrire molti e gravissimi dolori, ma li sopportò con ammirevole pazienza. Veniva spesso a trovarmi, e godeva molto nel parlare di Dio.

 

11 - Io invece mi ero talmente dissipata che da più di un anno avevo tralasciato l'orazione, sembrandomi maggiore umiltà. Come dirò a suo luogo, fu questa la più grave tentazione che io abbia sostenuta, per la quale avrei finito col perdermi. Se malgrado l'orazione un giorno mi avveniva di offendere Dio, mi avveniva pure negli altri di tornare a raccogliermi e di allontanarmi dall'occasione.

Intanto quel benedetto di mio padre credeva che io fossi come prima e che trattassi ancora con Dio nell'orazione. Non potendo sopportare di vederlo in inganno, mi decisi di dirgli che non pregavo più, pur tacendogli il vero motivo e adducendo a scusa l'ostacolo delle mie malattie.

Del resto, benché fossi guarita da quella così grave, tuttavia fino ad oggi ne ho sempre avute e di molto forti, sebbene da qualche tempo non mi tormentino tanto. Non mi vogliono lasciare in nessuna maniera. Per vent'anni ebbi a soffrire vomiti ogni mattina, tanto da non poter far colazione se non dopo mezzogiorno e più tardi ancora. Dacché mi comunico più spesso, i vomiti mi vengono la sera prima di andare a letto, ma con pena maggiore perché devo procurarmeli io stessa con penne o altre cose del genere. Se non faccio così, soffro di più. Non sono quasi mai senza molti dolori, alle volte assai gravi, specie di cuore. Ma il male che prima mi prendeva così spesso, ora mi viene di tanto in tanto. Sono pure circa otto anni che non ho più la forte paralisi e le altre varie infermità che prima mi tormentavano così spesso. Comunque, ne faccio così poco conto che molte volte ne prendo piacere, pensando d'avere qualche cosa da offrire al Signore.

 

12 - Mio padre credette che quella ne fosse la ragione. Bugie egli non ne diceva mai, e mai ne avrei dovuto dire pur io, se fossi stata coerente a quello di cui spesso si parlava. Però, vedendo che il motivo addotto non mi scusava abbastanza, aggiunsi per meglio ingannarlo, che era già molto se riuscivo ad assistere al coro.

Veramente non bastava neppure questo, trattandosi di un esercizio che non richiede forze corporali, ma solo amore e abitudine. Quando lo vogliamo, Dio ci aiuta sempre. Dico sempre, perché sebbene le preoccupazioni o le infermità ci possano impedire talvolta di stare a lungo in solitudine, non mancano però dei momenti in cui la salute ce lo consente, senza poi dire che per un'anima che ama veramente il Signore non vi è orazione migliore che offrire a Lui l'occupazione o la malattia che soffre, ricordandosi per chi soffre, conformandosi alla sua volontà ed altre cose del genere che le circostanze suggeriscono. L'orazione non è che un fatto di amore, ed è inesatto pensare che non si abbia orazione se non quando si disponga di tempo e di solitudine. Con un po' di attenzione possiamo accumulare grandi ricchezze anche allora che con travagli di vario genere il Signore ci toglie alle ore dell'orazione comune, come facevo io quando attendevo di più a mantenermi pura la coscienza.

 

13 - Mio padre aveva di me troppa buona opinione per non credermi, e nell'amore che mi portava giunse pure a compassionarmi. Era già salito a così alto grado di orazione, che quando veniva a trovarmi si fermava pochissimo: dopo avermi veduta, se ne andava, dicendo che fermarsi di più era una perdita di tempo, mentre io, che ne sciupavo tanto in vanità, non me ne davo pensiero!...

Non soltanto mio padre indussi all'orazione, ma varie altre persone, e ciò in quello stesso tempo che io impiegavo così male. Quando vedevo qualcuno portato alla preghiera, gli insegnavo a meditare, lo aiutavo e provvedevo di libri. Il desiderio che altri servissero il Signore mi venne, come ho detto, quando cominciai a pregare. Vedendo che io non lo servivo come dovevo, mi sembrava doveroso procurare che altri lo facessero in vece mia per non rendere inutili i lumi che Egli mi dava. E dico questo per far meglio conoscere la mia grande cecità, perché mentre cercavo gli interessi altrui, trascuravo i miei.

 

14 - In quel tempo mio padre fu colpito dal male che in pochi giorni lo condusse alla tomba.[39] Io andai ad assisterlo, più malata io nell'anima che non lui nel corpo, a causa delle mie molte vanità, benché non tali da dovermi riconoscere, in tutto quel tempo della mia maggiore dissipazione, colpevole di peccato mortale: se l'avessi riconosciuto. in nessun modo l'avrei potuto sopportare.

Soffrii molto nella malattia di mio padre, e credo di averlo alquanto ripagato di ciò che egli soffrì nella mia. Mi facevo forza a servirlo, nonostante che fossi anch'io ammalata. Per quanto vedessi che mancandomi lui, mi veniva a mancare ogni conforto e consolazione, perché egli per me era tutto, tuttavia cercavo di dissimulare, come se non soffrissi niente, benché nel vederlo precipitare mi sentissi spezzare il cuore per il grande amore che gli portavo.

 

15 - È da lodare il Signore nel ricordare la morte che fece, la gioia che aveva di morire e i consigli che ci dette dopo ricevuta l'estrema unzione.

Ci pregò di raccomandarlo a Dio e d'implorare misericordia per lui. Ci esortò a mantenerci fedeli al Signore e a ricordarci sempre che tutto ha da finire. Con le lacrime agli occhi ci disse del suo grande dolore per non aver servito Dio, e che avrebbe voluto essere religioso in uno degli Ordini più austeri.

Tengo per certo che quindici giorni prima il Signore gli abbia fatto intendere che sarebbe morto, perché prima di questo tempo nemmeno ci pensava, benché stesse male, mentre dopo, nonostante si fosse molto migliorato e i medici lo rassicurassero, non faceva che prepararsi al gran passaggio.

 

16 - Il suo male più grave era un gran dolore alle spalle che non gli dava riposo e che alle volte diveniva così forte da farlo molto soffrire. Sapendolo devotissimo di Gesù Cristo carico della croce, gli consigliai di pensare che con quel dolore gli faceva provare qualche cosa di ciò che Egli aveva sofferto alle spalle. E questo pensiero gli fu di così gran conforto che mi pare di non averlo più udito lamentarsi. Stette tre giorni fuor dei sensi, ma in quello che morì il Signore lo fece tornare così in sé che noi ne eravamo stupiti. E spirò in tale stato, giunto a metà del 'Credo' che egli stesso recitava. Rimase come un angelo, tale anche per le sue disposizioni interiori che erano molto buone.

Non so perché ho narrato tutto questo se non per far meglio apparire l'indegnità della mia vita, perché dopo avere assistito a una tal morte e conosciuta una tal vita, avrei dovuto migliorarmi, se non altro per assomigliarmi un poco a tanto padre.

Il suo confessore, che era un dottissimo domenicano,[40] diceva di esser sicuro del suo immediato ingresso in paradiso. Egli lo confessava da vari anni, e ne lodava molto la purezza di coscienza.

 

17 - Questo Padre domenicano, molto virtuoso e timorato di Dio, mi giovò immensamente, perché, sceltolo come mio confessore, si prese a cuore, il bene dell'anima mia e mi fece comprendere lo stato pericoloso in cui ero. Volle che mi comunicassi ogni quindici giorni; e parlandogli io della mia orazione, dopo averlo trattato più intimamente, mi disse che per nessun motivo dovevo abbandonarla, perché non me ne sarebbe venuto che del bene. Cominciai allora a riprenderla, e pur persistendo nelle occasioni cattive, non la abbandonai mai più.

Conducevo una vita infelicissima, perché l'orazione mi faceva meglio vedere le mie colpe. Dio mi chiamava da una parte, e io seguivo il mondo dall'altra. Le cose di Dio mi davano piacere, e non sapevo svincolarmi da quelle del mondo. Insomma, pareva che volessi conciliare questi due nemici, tanto fra loro contrari: la vita dello spirito con i gusti e i passatempi dei sensi. L'ora di orazione mi era divenuta un tormento, perché, facendola io consistere nel raccogliermi nel mio interno, ed avendo lo spirito non più padrone ma schiavo, non potevo rientrare in me stessa senza portare con me tutto il cumulo delle mie miserie.

Passai così molti anni, e mi meraviglio di aver potuto tanto durarla senza mai romperla o con Dio o col mondo. Ma lasciare l'orazione non era più in mio potere, perché mi tratteneva Colui che così voleva favorirmi di altre grazie.

 

18 - Oh, Signore! Come poter dire tutte le occasioni dalle quali in quegli anni mi strappavate mentre io vi continuavo a tornare, tutti i pericoli da cui mi liberavate e nei quali avrei perduto ogni onore! Io a far di tutto per manifestare chi fossi, e Voi a coprire le mie colpe e a mettere in evidenza qualche mia piccola virtù - se n'avevo - col farla apparire più grande di quello che era. In tal modo tutti mi stimavano, dimenticando facilmente, per alcune cose che parevano buone, di badare alle mie molte miserie che alle volte non potevano a meno di manifestarsi.

Colui che sa tutto aveva visto che così occorreva affinché la mia parola fosse più autorevole quando avrei parlato in suo servizio. La sua sovrana munificenza guardava non ai miei peccati, ma ai desideri che avevo di servirlo e al dispiacere di non aver la forza di farlo.

 

19 - O Signore dell'anima mia, come esaltare i favori che in quegli anni mi avete fatto? Mentre più vi offendevo, più Voi mi disponevate con vivissimi pentimenti a ricevere altre grazie e favori. E quello era il castigo più raffinato e penoso che per me potevate adoperare, sapendo Voi, o mio Re, quello che più mi affliggeva. Sì, castigavate i miei peccati con l'abbondanza dei vostri doni!... E non credo con questo di dir pazzie, benché abbia tutti i motivi di divenir pazza, sol che pensi alle mie ingratitudini e malvagità!

Quando cadevo in gravi colpe, mi era più penoso ricevere grazie che castighi. Una grazia sola mi umiliava, mi confondeva ed affliggeva più di molti travagli e malattie, perché questi li meritavo e mi pareva con essi di estinguere in parte il gran debito dei miei peccati, benché tutto fosse poco di fronte alla loro moltitudine; mentre vedermi favorita di altre grazie dopo aver tanto abusato di quelle ricevute, era per me l'indicibile tormento, come credo pure per coloro che hanno qualche conoscenza o amore di Dio. Non avviene forse così anche nelle cose umane, quando si ha un cuore nobile e virtuoso?

Pertanto, causa di lacrime e di sdegno mi era il vedere che, nonostante quello che sentivo, ero sempre prossima a cadere, benché i miei propositi e desideri mi paressero sinceri.

 

20 - Gran male per un'anima è trovarsi sola in mezzo a tanti pericoli. Se io avessi avuto con chi consigliarmi, mi sembra che me ne sarei giovata per non cadere, trattenuta, se non dal timore di Dio, dalla vergogna di dovermi manifestare. Perciò, consiglio a quanti si dedicano all'orazione, specialmente in principio, di procurare amicizia e conversazione con persone che praticano il medesimo esercizio. Anche se non facessero che aiutarsi a vicenda con la preghiera, sarebbe sempre assai utile, senza dire dei molti altri vantaggi.

Se anche nel mondo si cercano conversazioni e affetti non sempre inappuntabili; se anche là si ama procurarsi amici per meglio ricrearsi e godere di più con il racconto vicendevole dei propri vani piaceri, non vedo perché si debba proibire a chi comincia seriamente ad amare e a servire Dio di confidare a qualcuno le sue gioie e i suoi travagli, patrimonio naturale di chi si dedica all'orazione. Non abbia paura di vanagloria se sincera è l'amicizia che egli desidera con Dio, ma ne esca con merito soffocandone subito i primi moti. E così, con questa retta intenzione, gioverà a sé e agli altri, ne avrà maggiore esperienza e, senza volerlo, sarà d'insegnamento ai suoi amici.

 

21 - Chi sentisse vanagloria per queste pie conversazioni, la sentirebbe ugualmente nell'ascoltare con devozione la Messa innanzi agli altri e nella pratica di quelle altre cose che non si possono tralasciare sotto pena di non essere cristiani e che non si devono certo tralasciare per paura di vanagloria.

Questo punto è di così grande importanza per le anime non ancora salde in virtù, che io non so come degnamente encomiarlo, tanto più che esse hanno forse da combattere contro molti nemici e perfino amici che stanno loro d'attorno per sospingerle al male.

Il demonio vede tanto di malocchio queste conversazioni che, per impedirle, tira fuori il tranello della vanagloria, e induce a nascondere le proprie intenzioni di darsi sul serio all'amore e al servizio di Dio, mentre che in circostanze opposte fa di tutto perché si divulghino certe affezioni disoneste e le offese che si fanno al Signore mostrandole come ormai di uso e perfino richieste dalle regole di buona società.

 

22 - Se questo che ho detto, Padre mio, non è che uno sproposito, strappi pure ogni cosa.[41] Se poi non lo è, venga in aiuto alla mia semplicità completando il mio pensiero con altre buone ragioni.

Si va innanzi così negligentemente nelle cose di Dio che i buoni, se vogliono progredire, bisogna che si sostengano a vicenda. È divenuto oggi sì di moda immergersi nelle vanità e nei piaceri del mondo che ben pochi se ne fanno meraviglia, mentre se uno comincia a servire il Signore, moltissimi si alzano a mormorare. Perciò, bisogna farsi compagnia e difendersi, sino ad acquistare tanta forza da non temere alcun assalto: altrimenti si sarà tutti in pericolo. Alcuni santi credo che si siano rifugiati nei deserti appunto perché non avevano con chi aiutarsi. È una specie di umiltà non fidarsi di sé e credere che Dio ci aiuterà mediante la compagnia dei buoni. Nella comunanza che ne deriva, la carità getta profonde radici, senza poi dire degli altri innumerevoli beni che non oserei ricordare se una lunga esperienza non me li avesse fatti conoscere. Vero è che fra tutti i nati di donna io sono la più miserabile e vile, ma dico che anche i più forti non avranno nulla da perdere se, diffidando di sé, si umilieranno alla pratica di quanto ho detto, prestando fede a chi ne ha esperienza. Di me posso dire che se il Signore non m'avesse fatto comprendere questa verità e dato il modo di trattare familiarmente con persone di orazione, con quel mio intreccio di cadute e pentimenti avrei finito col precipitare nell'inferno, perché nel cadere avevo l'aiuto di molti, mentre nel rialzarmi mi trovavo così sola da sentirmi ora stupita se non sono rimasta sempre per terra. Ringrazio senza fine la misericordia di Dio, il solo che mi stendeva la mano! Sia Egli per sempre benedetto! Amen.

 

 

CAPITOLO 8

 

Se non si perdette fu per non aver lasciato del tutto l'orazione, mezzo eccellente per riconquistare ciò che si è perduto - Invita tutti a praticarla, o a riprenderla qualora l'abbiano lasciata perché grandi sono i vantaggi che ne derivano

 

1 - Non senza motivo mi sono tanto fermata su questo punto della mia vita. So che non sarà gradito ad alcuno il racconto di fatti così tristi, e ben vorrei che i miei lettori mi aborrissero, inorriditi nel veder un'anima così pertinace ed ingrata verso Colui che le ha fatto tante grazie. Ma vorrei aver licenza d'indugiarmi più a lungo per far vedere che, se in quel tempo sono caduta tante volte, fu soltanto per non essermi appoggiata alla forte colonna dell'orazione.

 

2 - Passai quasi vent'anni in questo mare procelloso. Cadevo e mi rialzavo, e mi rialzavo così male che ritornavo a cadere. Ero così in basso in fatto di perfezione che non facevo quasi più conto dei peccati veniali, e non temevo i mortali come avrei dovuto, perché non ne fuggivo i pericoli. Posso dire che la mia vita era delle più penose che si possano immaginare, perché non godevo di Dio, né mi sentivo contenta col mondo. Quando ero nei passatempi mondani, il pensiero di quello che dovevo a Dio me li faceva trascorrere con pena; e quando ero con Dio, mi venivano a disturbare le affezioni del mondo. Era una lotta così penosa che non so come sia riuscita a sopportarla per un mese, nonché per tanti anni.

Comprendo da ciò la grande misericordia di Dio nel conservarmi l'audacia di continuare a pregare, malgrado che tanto bazzicassi con il mondo. E dico audacia, perché non so in che cosa ce ne voglia di più se non nel tradire il proprio re, sapere che tutto gli è noto, e ciò nonostante stargli sempre dinanzi. Sebbene tutti siano sotto gli occhi di Dio, chi fa orazione lo è in modo speciale, perché sente che Dio lo guarda, mentre gli altri possono stare più giorni senza neppure ricordarsene.

 

3 - Non nego che fra questi anni passai vari mesi, e credo anche qualche anno, senza offendere il Signore per la cura che mi davo di applicarmi all'orazione e di non tornare a cadere. È giusto che lo dica perché tutto dev’essere scritto secondo verità.[42] Ma siccome di quei giorni buoni non mi resta che un ricordo assai lieve credo che siano stati ben pochi, mentre molti i cattivi. Però, erano pochi anche i giorni che passavo senza consacrare all'orazione lunghi tratti di tempo, eccetto quando stavo male o avevo molto da fare.

Mi trovavo meglio con Dio quando ero inferma. Insistevo con quelle che mi venivano a trovare perché facessero orazione, lo chiedevo per esse al Signore e parlavo spesso di Dio. Insomma, tolto l'anno che ho detto, nei vent’otto da che ho cominciato a pregare, ne vissi più di diciotto in contrasto continuo con Dio e con il mondo. Non piccola la lotta anche in quelli di cui mi resta a parlare, benché diverso ne sia stato il motivo. Ma come dirò a suo luogo, sopportai ogni cosa con molta serenità, grazie alla perseveranza nel servizio di Dio e al continuo pensiero che tutto è vanità.

 

4 - Il motivo per cui tanto insisto su questo punto è quello, ripeto, di far conoscere la misericordia di Dio, la mia ingratitudine, e il gran bene che il Signore fa a un anima quando la dispone ad applicarsi con buona volontà all'orazione. Anche se non vi porta tutte le disposizioni necessarie, purché vi perseveri con coraggio, nonostante le tentazioni, i peccati e ogni sorta di ricadute in cui la precipiti il demonio, tenga per certo che Dio la condurrà al porto di salute, come mi pare abbia condotto pur me. - Piaccia a Sua Maestà che io non ritorni a perdermi!

 

5 - Molti santi e buoni scrittori hanno parlato del gran bene che si ricava esercitandosi nell'orazione, dico nell'orazione mentale. Ne sia ringraziato il Signore! Ma se così non fosse, per poco umile che sia, non sono però così superba d’arrischiarmi io a trattarne. Posso dire soltanto quello che so per esperienza: cioè che chi ha cominciato a fare orazione non pensi più di tralasciarla, malgrado i peccati in cui gli avvenga di cadere. Con l'orazione potrà presto rialzarsi, ma senza di essa sarà molto difficile. Non si faccia tentare dal demonio a lasciarla per umiltà, come ho fatto io, e si persuada che la parola di Dio non può mancare. Se il nostro pentimento è sincero e proponiamo di non più offenderlo, Egli ci accoglie nell'amicizia di prima, ci fa le medesime grazie di prima, e alle volte anche più grandi, se la sincerità del pentimento lo merita.

Quanto a coloro che non hanno ancora cominciato io li scongiuro, per amore di Dio, di non privarsi di un tanto bene. Qui non vi è nulla da temere, ma tutto da desiderare. Anche se non facessero progressi, né si sforzassero di essere così perfetti da meritare i favori e le delizie che Dio riserva agli altri, guadagnerebbero sempre con imparare il cammino del cielo;[43] e perseverando essi in questo santo esercizio, ho molta fiducia nella misericordia di quel Dio che nessuno ha mai preso invano per amico, giacché l'orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenersi in solitudine[44] con Colui dal quale sappiamo d'essere amati.

Ma voi direte che ancora non lo amate.

Sì, perché l'amore sia vero e l'amicizia durevole, occorrono parità di condizioni, e invece sappiamo che mentre nostro Signore non può avere alcun difetto, noi siamo viziosi, sensuali ed ingrati, per cui non lo possiamo amare quanto Egli si merita. Tuttavia, considerando quanto vi sia vantaggioso averlo per amico e quanto Egli vi ami, sopportate pure la pena di stare a lungo con uno che sentite così diverso da voi.

 

6 - Sì, o bontà infinita del mio Dio, vedo chi siete Voi e chi sono io; e nel vedervi da me così diverso, o delizia degli angeli, vorrei consumarmi tutta in amarvi! Oh, come sopportate chi vi permette di stargli vicino! Che buon amico dimostrate di essergli, Signore! Come lo favorite, e con quanta pazienza sopportate la sua condizione aspettando che si conformi alla vostra! Tenete in conto ogni istante ch'egli trascorre in amarvi, e per un attimo di pentimento dimenticate le offese che vi ha fatto. Questo io so per esperienza, e non capisco, o mio Creatore, perché il mondo non corra tutto ai vostri piedi per intrecciare con Voi questa particolare amicizia. Se vi avvicinassero, diverrebbero buoni anche i cattivi, quelli cioè che non sono della vostra condizione, purché vi permettessero di star con loro un paio d'ore al giorno, nonostante che il loro spirito andasse agitato da mille sollecitudini e pensieri di mondo, come il mio. Dovranno farsi violenza per rimanere con Voi, ma sapendo Voi che in principio, e qualche volta anche in seguito, non possono fare che quel che fanno, costringete i demoni a non tentarli, li indebolite di giorno in giorno, e date a quelli la forza per sgominarli. No, o Vita di tutte le vite, Voi non uccidete nessuno di quelli che si affidano a Voi e vi prendono per amico. Anzi, con la vita dell'anima sostenete anche quella del corpo, apportandogli maggiore sanità.[45]

 

7 - Non capisco perché molti non osino applicarsi all'orazione mentale, né di che abbiano paura. È il demonio che l'ispira. E non è a dire il male che mi fa, quando m'impedisce, con la paura, di pensare ai miei peccati, ai gravi obblighi che ho con Dio, al paradiso, all'inferno e ai gravi tormenti che il Signore ha sofferto per me.

In queste verità era la mia meditazione quando stavo fra i pericoli di cui ho parlato. Appena potevo, mi mettevo a considerarle, nonostante che per molti anni badassi più a desiderare che l'ora dell'orazione finisse e ad attendere il segno dell'orologio che non a suscitarmi utili pensieri; molti giorni, poi, non so quale grave penitenza avrei volentieri subita, piuttosto di raccogliermi a fare orazione. Tutti dicono che io sono molto coraggiosa: si è visto infatti più di una volta che Dio mi ha dato un coraggio molto più che di donna, ma che poi ho impiegato assai male. Eppure era così violenta la forza che il demonio e, le mie perverse abitudini mi facevano per allontanarmi dall'orazione, ed era tanta la tristezza di cui mi sentivo inondare appena entravo in oratorio, che per vincermi avevo bisogno di fare appello a tutte le mie energie, e infine il Signore mi aiutava. Ma dopo questi sforzi provavo più gioia e tranquillità che non quando andavo all'orazione con trasporto.

 

8 - Ora, se Dio ha sopportato tanto una creatura così misera come me, per la quale l'orazione è stato il rimedio di ogni male, chi dovrà ancora temere? Per cattivo che possa essere, dopo aver ricevuto le sue grazie non andrà molto che si emenderà. No, nessuno può diffidare dopo aver veduto quanto il Signore ha sopportato me, unicamente perché desideravo e procuravo di trovare tempo e modo per starmene con Lui. E dire che ben lungi d'esservi portata spontaneamente, molte volte dovevo farmi violenza, o meglio me la faceva fare il Signore!

Se per quelli che non servono Dio, per non dire che l'offendono, l'orazione è apportatrice di tanti beni, ed è anzi così necessaria che nessuno può immaginare un maggior danno del tralasciarla, perché dovrà trascurarla chi lo serve e gli vuol essere fedele? È una cosa che non capisco, a meno che non sia per voler sopportare con maggior pena i dolori della vita e chiudere a Dio la porta per la quale suol inondarci di consolazione. Mi fanno compassione questi che servono Dio a loro spese. Non così chi pratica l'orazione. Le spese di costui le paga tutte il Signore: per un po' di violenza, gli dà tanta gioia da divenirgli leggero qualsiasi travaglio.

 

9 - Altrove parlerò a lungo delle dolcezze che Dio riserva a chi persevera nell'orazione. Qui non dirò che questo: cioè, che la porta per cui mi vennero tante grazie fu soltanto l'orazione: essa chiusa, non saprei in che altro modo poterle avere. Se Dio vuole entrare in un'anima per prendervi le sue delizie e ricolmarla di beni, non ha altra via che questa, perché Egli la vuole sola, pura e desiderosa di riceverlo. Ma se invece di appianargli la via, gliela ingombriamo di ostacoli, in che modo ha da venire? Come possiamo pretendere che ci doni le sue grazie?

 

10 - Per far vedere la misericordia di Dio e il gran bene che mi venne dal non aver lasciato l'orazione e la lettura, dirò di una cosa molto utile a sapersi, cioè, della guerra che il demonio fa all'anima per guadagnarla e dei mezzi misericordiosi con cui il Signore cerca di farla sua, affinché tutti si guardino da quei pericoli dai quali io non mi seppi guardare. Soprattutto, in nome di Dio e per il grande amore che lo induce quasi ad affannarsi per avvincerci a sé, io scongiuro chiunque a fuggire le occasioni pericolose, perché, messici in esse, non si può avere sicurezza, essendo molti i nemici che ci combattono, e troppo deboli le nostre forze per difenderci.

 

11 - Vorrei saper descrivere la schiavitù in cui era allora la mia anima. Sentivo che ero schiava ma non capivo di che cosa, né potevo credere che fosse così cattivo, come la mia coscienza diceva, quello di cui i confessori non mi rimproveravano. Anzi, uno di essi a cui avevo manifestato questo mio scrupolo, mi disse che tali occasioni e amicizie non mi avrebbero nuociuto neppure se fossi stata elevata alla più alta contemplazione. E ciò mi avvenne negli ultimi tempi, quando già cercavo, con la grazia di Dio, di sfuggire i pericoli più gravi, benché non avessi ancora del tutto abbandonato le occasioni. I miei confessori credevano che facessi fin troppo perché mi vedevano con tanti buoni desideri e molto dedita all'orazione, ma la mia anima sentiva di non rispondere ai grandi obblighi che i benefici ricevuti le imponevano. Mi dà pena il molto che soffriva e il poco aiuto che da tutti aveva fuorché da Dio! Eppure, quando si trattava di soddisfazioni e passatempi mondani, le concedevano la massima libertà con il pretesto che erano leciti!...

 

12 - Altro non piccolo tormento mi erano le prediche. Le ascoltavo con piacere, e quando udivo qualcuno parlare bene e con unzione, mi nasceva per lui un affetto tutto particolare, senza che io lo procurassi né sapessi donde mi provenisse. Anche quando dicevano che il predicatore non era bravo, a me non sembrava mai così scarso da non doverlo ascoltare volentieri. Se poi la predica era bella, ne avevo una soddisfazione speciale. Parlare o sentir parlare di Dio, non mi stancava mai: e questo da quando cominciai a fare orazione.

Se da una parte le prediche mi erano di grande consolazione, dall'altra mi erano pure di tormento, perché mi facevano vedere quanto fossi diversa da quella che dovevo essere. Supplicavo il Signore a venirmi in aiuto, ma, come ora mi sembra, avevo il torto di non porre in Lui ogni mia fiducia e di non diffidare abbastanza delle mie forze. Cercavo rimedi, usavo ogni diligenza, ma non riuscivo a persuadermi che ben poco si fa se non deponiamo ogni fiducia di noi stessi per riporla tutta nel Signore.

Desideravo di vivere, perché sentivo di non vivere ma di lottare contro un'ombra di morte. E intanto non avevo chi mi desse da vivere, né io potevo procurarmelo. Chi poteva soccorrermi aveva motivi per non farlo, perché, nonostante mi avesse tante volte chiamata, io l'avevo poi sempre abbandonato.

 

 

CAPITOLO 9

 

Parla dei mezzi con i quali il Signore cominciò a scuoterla, a fortificarla e a illuminarla nelle sue tenebre onde non più tornasse ad offenderlo

 

1 - Ormai la mia anima si sentiva stanca e voleva riposare, ma le sue perverse abitudini glielo impedivano.

Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata.[46] Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell'ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più.

 

2 - Ero molto devota di S. Maria Maddalena, e pensavo spesso alla sua conversione, specie quando mi comunicavo. Sapendo che il Signore stava allora con me, mi gettavo ai suoi piedi immaginandomi che le mie lacrime non meritassero di esser del tutto disprezzate. Non sapevo quello che dicevo, facendo Egli già molto con acconsentire che io le spargessi per Lui, giacché i miei sentimenti si dileguavano quasi subito. Intanto mi raccomandavo a questa santa gloriosa affinché mi ottenesse perdono.

 

3 - Ma nulla mi fu più utile che di prostrarmi innanzi alla statua che ho detto. Io allora diffidavo molto di me e mettevo ogni fiducia in Dio. E mi pare che gli dicessi che non mi sarei alzata dai suoi piedi, se non mi avesse concesso quello di cui lo pregavo. Certamente Egli mi deve avere ascoltata, perché d'allora in poi mi andai molto migliorando.

Questo era il mio metodo di orazione. Non potendo discorrere con l'intelletto, procuravo di rappresentarmi Gesù Cristo nel mio interno, specialmente in quei tratti della sua vita in cui lo vedevo più solo, e mi pareva di trovarmi meglio. Mi sembrava che, essendo solo ed afflitto, mi avrebbe accolta più facilmente, come persona bisognosa d'aiuto.

Di simili ingenuità ne avevo parecchie.

Mi trovavo molto bene con I'«orazione dell'orto» dove gli tenevo compagnia. Pensavo al sudore e all'afflizione che vi aveva sofferto, e desideravo di asciugargli quel sudore così penoso. Ma ripensando ai miei gravi peccati, ricordo che non ne avevo il coraggio. Me ne stavo con lui fino a quando i miei pensieri lo permettevano, perché mi disturbavano assai.

 

4 - Fermarmi alquanto sull'orazione dell'orto era l'esercizio che praticavo, da vari anni, quasi tutte le sere prima d'addormentarmi, quando mi raccomandavo a Dio, e ciò anche prima che divenissi monaca, perché mi avevano detto che si guadagnavano molte indulgenze. Sono convinta che con questo esercizio la mia anima si sia molto avvantaggiata, perché cominciavo a fare orazione senza neppur sapere cosa fosse. Per l'abitudine che ne presi, vi rimasi così fedele, come a farmi il segno della croce prima di mettermi a letto.

 

5 - Tornando a quello che dicevo circa il tormento dei pensieri importuni, è bene sapere che quando l'anima fa orazione senza discorrere con l'intelletto, o è profondamente raccolta, oppure molto disorientata: dico disorientata quanto a fare considerazioni. Se va innanzi ugualmente, si avvantaggia di molto, perché agisce per amore. Ma prima di arrivare alla meta, dovrà assai faticare, a meno che non sia di coloro che Dio conduce all'orazione di quiete in poco tempo, come ha fatto con alcune di mia conoscenza.

Alle anime che battono questa strada giova molto un buon libro per raccogliersi presto. Per me bastava anche la vista dei campi, dell'acqua e dei fiori: cose che mi ricordavano il Creatore, mi scuotevano, mi raccoglievano, mi servivano di libro. Oltre a ciò, mi giovava pensare alla mia ingratitudine e ai miei peccati.

Per le cose spirituali ed elevate il mio intelletto era così grossolano che non ho mai potuto raffigurarmele, fino a che il Signore non si è degnato di rappresentarmele in altro modo.

 

6 - Ero così poco abile a raffigurarmi gli oggetti con l'intelletto, che, se non li avevo visti prima con i miei occhi, ne ero affatto incapace, mentre altre persone, potendosi aiutare con l'immaginazione, si formano immagini su cui raccogliersi. lo non potevo pensare che a Gesù Cristo come uomo, ma, anche qui, per quanto leggessi della sua bellezza e contemplassi le sue immagini, non mi riusciva di rappresentarmelo se non come un cieco, o come uno che stia al buio, il quale, parlando con una persona, sente di essere alla sua presenza in quanto sa, capisce ed è sicuro che gli sta dinanzi, ma non la vede. Così appunto mi avveniva quando pensavo a nostro Signore. Ed è per questo che io amo molto le immagini. Infelici coloro che per loro colpa si privano di tanto bene! Si vede che essi non amano il Signore, perché, se l'amassero, godrebbero nel vederne l'immagine, come si gode fra gli uomini nel vedere l'immagine di una persona cara.

 

7 - Mi dettero in quel tempo le «Confessioni di S. Agostino», e credo per un tratto di divina provvidenza, perché non solo non le avevo cercate, ma neanche sapevo se esistessero.

Io sono molto devota di S. Agostino: primo, perché il monastero nel quale sono stata da secolare era del suo Ordine, e poi perché era stato peccatore. I santi che furono peccatori e che Dio chiamò al suo servizio mi consolavano molto, parendomi di trovare in essi un appoggio, nella fiducia che il Signore perdonasse a me, come aveva a loro perdonato. Però, ripeto, mi desolava molto il fatto che essi, chiamati da Dio una volta, non l'avevano più abbandonato, mentre io sono stata chiamata un infinito numero di volte, e questo mi affliggeva. Ma riprendevo coraggio, pensando all'amore che Egli mi portava, perché mai ho diffidato della sua misericordia, bensì di me stessa, e molte volte.

 

8 - Dio mi assista! Come mi stupisce l'accecamento in cui vissi, nonostante i molti aiuti che mi venivano da Lui! Ricordando il poco impero che avevo su di me e gli ostacoli che mi impedivano di risolvermi a darmi tutta al suo servizio, sento di dover camminare ancora con timore!...

Cominciando a leggere le «Confessioni di S. Agostino», mi parve di vedere in esse la mia vita, e mi raccomanda molto a questo santo glorioso.

Quando giunsi alla sua conversione e lessi della voce che udì in giardino, ne ebbi una così viva impressione come se l'udissi pur io, e per lungo tempo rimasi a sciogliermi in lacrime con l'anima travagliata da grandissima. lotta. Oh, la libertà che mi rendeva padrona! lo mi stupisco di aver potuto sopravvivere a tanta angoscia! Sia benedetto Colui che mi mantenne in vita per farmi uscire da morte così funesta!...

 

9 - Mi sembra che la mia anima ricevesse da Dio grandi forze. Certo che Egli dovette ascoltare i miei gemiti e muoversi a pietà delle mie lacrime.

Cominciai col sentirmi crescere il desiderio di stare più a lungo con Lui e di togliermi dagli occhi tutte le occasioni cattive, lontana dalle quali mi davo subito ad amare il Signore. Sentivo di amarlo, mi pare: ma non comprendevo ancora, come avrei dovuto, in che cosa consistesse amarlo per davvero.

Non avevo ancor finito di ben risolvermi a servirlo che Egli m'inondava di nuove grazie, lottando quasi con me per dispormi ad accettare quello che altri s'affannano di procurarsi con grandi fatiche. - In quegli ultimi anni infatti m'inondava di gioie e di delizie spirituali.

Queste cose non mi permisi mai di domandargliele, neppure che mi concedesse tenerezza di devozione, ma solo la grazia di non offenderlo e di perdonarmi i miei grandi peccati. Mi apparivano essi così enormi che non mi sentivo il coraggio di desiderare gioie e delizie, parendomi già fin troppa la degnazione e la misericordia che Egli usava con me nel chiamarmi alla sua presenza e nell'acconsentire che gli stessi dinanzi. Se non m'induceva Lui stesso, io certo non l'avrei fatto.

Solo una volta in vita mia mi ricordo di aver chiesto consolazioni, e ciò in un momento di grande aridità. Ma appena mi accorsi di ciò che facevo, rimasi tanto confusa che la pena di riconoscermi così poco umile mi ottenne ciò che avevo osato domandare. La liceità di simili domande non mi era ignota, ma credevo che lo fosse soltanto per coloro che fan di tutto per praticare la vera devozione, attentissimi a mai offendere Dio, e sempre pronti a ogni opera buona. Invece le mie lacrime mi parevano di donna, senza alcuna efficacia, giacché con esse non sapevo ottenere nulla di ciò che desideravo. Tuttavia credo che mi siano state di qualche profitto, specialmente dopo queste due circostanze in cui ne sparsi molte con grande compunzione e dolore, perché mi detti all'orazione con maggior frequenza e a trattare meno di cose che mi potevano esser di danno. Però, non lasciavo ancora del tutto le occasioni. Tuttavia il Signore mi veniva aiutando a liberarmene. Già da un pezzo Egli cercava in me qualche buona disposizione. Avendola finalmente trovata, mi colmò di favori nella maniera che sto per dire: cosa non ordinaria, perché Egli usa dare le sue grazie solo a chi vive con maggior purezza di coscienza.

 

 

CAPITOLO 10

 

Grazie che il Signore le concede nell'orazione - Quanto importi conoscerle e come comportarsi in esse - Supplica il padre a cui dirige questo scritto di serbare il segreto su quanto dirà, giacché le ha ordinato di scrivere così minutamente i lavori ricevuti da Dio

 

1 - Come ho già detto altrove,[47] le primizie dei favori che ora sto. per dire mi erano già state date altre volte, sebbene per brevissimo spazio di tempo.

Mentre nel far orazione cercavo di mettermi ai piedi di Gesù Cristo nel modo che ho detto, e talvolta nello stesso atto di leggere, mi sentivo invadere d'improvviso da un sentimento così vivo della divina presenza, da non poter in alcun modo dubitare essere Dio in me e io in Lui.

Ciò non era a maniera di visione, ma credo in quel modo che chiamano mistica teologia.[48]

L'anima in questo caso rimane così sospesa da sembrare tutta fuori di sé. La volontà ama, la memoria mi pare quasi smarrita, l'intelletto par presente a se stesso, ma non discorre. Dico che non discorre,[49] ma se ne sta tutt'attonito per le molte cose che intende, mentre Dio gli fa vedere che con le sue forze è incapace di comprenderle.

 

2 - Prima di questa grazia ero stata favorita, molto di continuo, da una tale tenerezza che in parte, mi pare, può essere frutto di nostra industria. Consiste in un certo diletto che non è percepito né completamente dai sensi né per intero dallo spirito. Benché proceda solo da Dio, tuttavia mi sembra che, per ottenerlo, possiamo molto aiutarci, sia considerando la nostra miseria e la nostra ingratitudine verso Dio, sia ricordando quanto Egli ha fatto per noi, la sua passione dolorosa, la sua vita piena d'angustie, e sia ancora con l'entusiasmarci nella contemplazione delle sue opere, della sua grandezza, del grande amore che ci porta e di altre cose consimili, che chi desidera veramente il proprio profitto spirituale sa trovare dovunque, anche se non si pone a cercarle con piena avvertenza. Se poi vi si aggiunge un po' di amore, allora l'anima gioisce, il cuore s'intenerisce e vengono le lacrime.

Quanto alle lacrime, talvolta sembra che si spremano a forza, e talvolta Dio le dà spontaneamente senza che si sappiano trattenere. Con questo grandissimo dono pare che Dio si compiaccia di ricompensare la nostra scarsa diligenza, giacché vivissima è la consolazione che si prova nel piangere per un Signore così grande. Né di ciò mi meraviglio, per i motivi che l'anima ha di consolarsi. In ciò è tutta la sua gioia; il suo tripudio è tutto qui.

 

3 - Mi sembra buono il paragone che mi viene ora alla mente. Le delizie dell'orazione devono somigliare a quelle che si godono in cielo. Lassù ognuno gode quanto Dio gli dà. E siccome Egli riparte le delizie a seconda dei meriti di ciascuno, e ciascuno conosce i suoi meriti, avviene che tutti ne sono contenti, nonostante la grandissima differenza che passa tra delizia e delizia, assai più grande di quella che vi è quaggiù tra un favore spirituale e un altro, sebbene anche questa sia molto grande.

Quando l'anima è ancora in principio e riceve da Dio questa grazia, le sembra di non avere più nulla da desiderare, e si ritiene per ben ripagata di quello che ha fatto in suo servizio. E ne ha ragione, perché una sola di quelle lacrime che quasi, come ho detto, possiamo procurare da noi - sebbene senza Dio non possiamo far nulla - è di tale dolcezza che, a mio parere, non può essere sufficientemente pagata neppure con tutti i travagli del mondo, tanto è il bene che se ne ha. E non è forse un gran bene la testimonianza di essere a Dio graditi? Chi è arrivato a questo punto lo lodi molto, e gli sia molto riconoscente perché, se non torna indietro, pare che Egli già lo voglia per sua dimora e scelga per suo regno.

 

4 - Non si faccia caso di certi sentimenti di umiltà di cui intendo parlare, e che consistono nel credere che per umiltà non si debba far conto dei doni di Dio. Si cerchi invece di comprendere e di fissarci bene in mente che quei doni ci sono stati dati senza nostro merito, e che perciò bisogna essergliene riconoscenti. Non voler apprezzare ciò che si riceve, impedisce di stimolarci all'amore, essendo certo che quanto più un'anima si riconosce povera di per se stessa e ricca soltanto dei doni di Dio, più avanza in virtù, specialmente nella vera umiltà. Agire diversamente e credere di non essere fatti per quei grandi favori è, un avvilirci senza ragione, al punto da mettersi in orgasmo quando il Signore comincia a farli, per paura della vanagloria. Teniamo invece per certo che se Dio ci dà questi beni, ci darà pure la grazia di conoscere quando vi sia tentazione del demonio, e la forza in tal caso di resistere. Però bisogna camminare al suo cospetto con semplicità e con l'intenzione di contentare, non gli uomini, ma Dio.

 

5 - Segno evidente che noi amiamo una persona è quando ricordiamo spesso il bene che ci ha fatto. Ora, se è lecito, ed anche molto meritorio, ricordarci che abbiamo l'essere da Dio, il quale ci trasse dal nulla e ci conserva nell'esistenza, e che prima ancora di crearci ha preparato per ciascuno di noi che viviamo i benefici della sua vita e della sua passione, perché non mi sarà pur lecito di riconoscere, vedere e considerare, con maggior frequenza che prima non usassi nelle mie vane conversazioni, quello che ora Egli mi dà, cioè, di non volermi occupare che di Lui? Ecco qui un gioiello. Ricordare che ci fu regalato e che ora è nostro, è forza che ci spinge ad amare il donatore. In questo è il frutto dell'orazione quando è fondata sull'umiltà.

Che dire poi nel vederci in possesso di altre perle più preziose, già da alcuni servi di Dio ricevute, come il disprezzo del mondo e di se stessi? Non v'è dubbio che ci sentiremmo più debitori e più obbligati a servirlo. Persuadersi che prima non si aveva nulla è già un conoscere la munificenza di Dio che ad un'anima così povera, vile, e tanto priva di meriti come la mia, volle dare più ricchezze di quante ne sapesse desiderare, mentre le sarebbe stata fin troppa la prima sola di quelle perle.

 

6 - È necessario che ci rinnoviamo in fervore per maggiormente servirlo e che facciamo il possibile per non essergli ingrati. Se ci dà i suoi tesori, è solo a patto che ne facciamo buon uso, approfittando dello stato sublime in cui ci mette; altrimenti ce ne spoglierà e ci lascerà più poveri di prima per darli ad anime che li sappiano meglio far risplendere, trafficandoli in proprio ed in altrui vantaggio.

Chi non sa di essere ricco, come può spendere con larghezza e giovare ad altri? Data la debolezza della nostra natura, se non ci si riconosce favoriti da Dio, credo che sia impossibile aver animo per grandi cose. Siamo così miserabili e così portati alle cose della terra, che chi non è convinto di aver già un pegno di quelle del cielo, ben difficilmente può staccarsi dal mondo e disprezzarlo. Con quei doni abbiamo pure questa forza, che poi perdiamo con i nostri peccati. Ma se non ci sentiamo in possesso di questo pegno dell'amore di Dio, e non siamo animati da viva fede, non sarà troppo facilmente che riusciremo a bramare di essere malvisti e disprezzati e a praticare le grandi virtù delle anime perfette. La nostra natura è così fiacca che non seguiamo se non ciò che ci colpisce al presente. Ne viene così che quei favori servono pure a eccitare la fede e a fortificarla.

Può darsi che, misera come sono, giudichi gli altri da me stessa, e che mentre io miserabile ebbi bisogno di tanti aiuti, agli altri invece per intraprendere opere perfettissime siano sufficienti le sole verità della fede. A loro dirci come ciò avvenga, io non faccio che obbedire, e racconto quello che è avvenuto a me. Se non sarà ben detto, quegli a cui dirigo questo scritto e che meglio di me ne può conoscere le deficienze, lo strappi pure.

 

7 - Lo supplico intanto, per amore di Dio, di rendere noto quello che ho detto fin qui circa la mia misera vita e i miei peccati. Gliene do piena licenza, come la do fin da ora a tutti i miei confessori come lui. Se vogliono, lo facciano anche me vivente, onde disingannare coloro che pensano in me qualche cosa di buono. Oh sì! sì! lo dico con tutta verità: stando alle mie attuali disposizioni, ne avrei grandissimo piacere.

Ma non concedo alcun permesso per quello che dirò da qui in avanti. Se mostrano a qualcuno questo scritto, non voglio che ne dicano l'autrice né a chi avvennero queste cose. Perciò non metto il mio nome né quello di alcun altro, e farò il possibile per non essere riconosciuta: questo chiedo per amor di Dio.

L'approvazione di uomini tanto dotti ed assennati sarà da sola sufficiente per dare autorità a quella qualsiasi buona cosa che il Signore mi darà grazia di dire. In tal caso il merito è tutto suo. Io non ne ho alcuno, perché sono senza istruzione, senza virtù, senza aiuto di dotti e di alcun altro. Se scrivo, lo sanno solo quelli che me l'hanno comandato e che ora non sono qui. Poi, scrivo rubando il tempo e con pena, perché ciò mi impedisce di filare, mentre sono in una casa povera e con molte altre occupazioni.

Se Dio mi avesse dato più capacità e memoria, potrei giovarmene col ricordarmi di ciò che ho letto o inteso, ma anche in questo sono molto scarsa, per cui se dirò qualche cosa di buono, sarà perché Dio ne vuol cavare del bene. Invece il difettoso verrà solo da me, e prego Vostra Grazia a volerlo togliere.

Sia nell'uno che nell'altro caso mettere il mio nome è perfettamente inutile. Dire il bene mentre vivo, è chiaro che non conviene; dirlo dopo morte non serve che a screditare lo stesso bene col mostrarlo detto da una persona tanto spregevole e vile.

 

8 - Padre mio, persuasa che la sua bontà e quella di coloro che leggeranno questo scritto mi concederanno la grazia che da loro invoco per amor di Dio, mi accingo a scrivere liberamente. Se no, lo farei con troppi scrupoli, eccetto che per dire i miei peccati, per i quali non ne ho alcuno. Del resto, basterebbe da solo a togliermene il coraggio il pensiero di esser donna e donna tanto miserabile. Perciò, Padre mio, quello che non riguarda il semplice racconto della mia vita, lo tenga solo per sé. E giacché mi ha pregata di dir qualche cosa di ciò che il Signore mi fa nell'orazione, esamini se quel che scrivo sia conforme alla verità della nostra santa fede cattolica: in caso contrario, bruci subito ogni cosa, ché io mi sottometto.

Dirò quello che sperimento, e, se conforme alla fede, ne potrà avere qualche vantaggio. Se no, la prego di disingannarmi, affinché non guadagni il demonio dove mi sembra di guadagnare io. Del resto, come poi dirò, ho sempre fatto di tutto per trovare chi m'illuminasse, e il Signore lo sa.

 

9 - Per quanto voglia esprimermi con chiarezza, tuttavia per chi non ne ha esperienza, queste cose di orazione saranno sempre molto oscure.

Parlerò di alcuni impedimenti che credo si riscontrino su questa via e di altre cose non meno pericolose, secondo quello che il Signore mi ha insegnato per esperienza, o io ho appreso dalle conversazioni con uomini dotti e con persone spirituali di età avanzata. In soli ventisette anni da che pratico l'orazione, e nonostante che vi cammini così male e fra tanti ostacoli, il Signore mi ha data tanta esperienza quanta ne hanno coloro che vi camminano da trentasette o da quarantasette anni fra esercizi continui di penitenza e virtù. - Sia Egli benedetto di tutto, e si serva pure di me, per quello che Egli è! Sa bene che io non cerco che di lavorare per la sua gloria e per la sua esaltazione, mostrando a tutti come Egli sia stato capace di trasformare un letamaio così sudicio e maleodorante in un giardino di fiori tanto belli. Piaccia a Sua Maestà che per mia colpa io non torni a sciuparli, ridiventando quella di prima. Per amor di Dio, la scongiuro, Padre mio, d'impetrarmi questa grazia, giacché lei sa chi sono io più chiaramente di come mi ha permesso di scrivere.

 

 

CAPITOLO 11

 

Per qual motivo non si arrivi in breve tempo ad amare Dio con perfezione - Quattro gradi di orazione illustrati con un paragone Primo grado - Utilità di questo capitolo per quelli che cominciano, e per quelli che danno orazione senza dolcezze spirituali

 

1 - Parlando ora di quelli che cominciano a essere servi dell'amore, mi pare che ciò consista nel determinarsi a battere il cammino dell'orazione dietro Colui che tanto ci ha amato: onore così sublime che solo a ricordarlo ne ho grandissimo diletto. Se in questo primo stato procediamo come si deve, il timore servile ci sgombra tosto dal cuore.

O Signore dell'anima mia e mio unico bene, perché non volete che appena l'anima si determina ad amarvi e fa il possibile per staccarsi da tutto onde meglio servirvi, non abbia subito la consolazione di vedersi in possesso del vero amore perfetto? Ma ho detto male. Dovevo dire lamentandomi: perché non vogliamo noi? Sì, la colpa è nostra se non arriviamo subito a tanto onore!...

Se possedessimo perfettamente il vero amore di Dio, avremmo insieme ogni sorta di beni. Ma noi siamo così avari e così lenti nel darci a Dio che non ci determiniamo mai a metterci nelle disposizioni per riceverlo, anche perché essendo esso tanto prezioso, il Signore esige che non sia goduto se non a caro prezzo.

 

2 - Non v'è nulla sulla terra che possa comperare un tal tesoro: lo vedo anch'io, ma credo che l'acquisteremmo molto presto solo che facessimo del nostro meglio per non attaccarci alle cose del mondo, ponendo ogni nostra cura e conversazione in quelle del cielo e cercando di prepararci a riceverlo, come fecero alcuni santi. Avviene invece che crediamo di dare a Dio ogni cosa, mentre in realtà non gli diamo che la rendita e i frutti, ritenendoci il capitale e la proprietà.

Ecco, ad esempio, che decidiamo di essere poveri il che è certo di gran merito - ma poi torniamo spesso a preoccuparci e a curare che non ci manchi, non dico il necessario, ma nemmeno il superfluo, e a cercare amici che ce lo procurino, gettandoci quindi in maggiori preoccupazioni e forse in più gravi pericoli di prima con il possesso dei nostri beni di famiglia.

Ci sembra pure di aver rinunciato all'onore perché ci siamo fatti religiosi e abbiamo cominciato a condurre vita spirituale e perfetta; ma appena ci toccano in un punto di onore, dimentichiamo subito di averlo consacrato al Signore, reclamiamo il nostro diritto, lo vogliamo riprendere di nuovo, e, come suol dirsi, glielo togliamo dalle mani, dopo che tanto volontariamente, a quanto sembra, glielo avevamo dato in dominio. E così si dica di tutto il resto. Bella maniera di cercare l'amore di Dio! E poi lo vogliamo subito e a piene mani, come suol dirsi!

 

3 - Ritenere le nostre affezioni per non sforzarci di mettere in pratica e meglio elevare i nostri desideri, e insieme pretendere molte dolcezze spirituali, non va bene: sono due cose che non vanno d'accordo. Se tal tesoro non ci viene dato tutto in una volta, è perché neppur noi ci diamo a Dio del tutto. - Gli piaccia almeno di darcelo a goccia a goccia, anche se per questo dovessimo sottostare a tutti i travagli del mondo.

 

4 - Grande la misericordia che Dio usa a un'anima quando le dà di risolversi e il coraggio di procurarsi questo bene con tutte le sue forze. Se vi persevera, il Signore che non nega a nessuno il suo aiuto, andrà fortificando il suo coraggio sino a farla uscire con vittoria. E dico coraggio, perché il demonio, specie da principio, tenta distoglierla da quella via con un'infinità di ostacoli, come colui che conosce il danno che gliene viene, giacché non è solo un'anima che gli sfugge, ma molte altre. Sono infatti persuasa che, se con la grazia di Dio il principiante si sforza di arrivare alla vetta della perfezione, entrerà in cielo non già da solo, ma portandosi dietro molta gente, come buon capitano a cui Dio abbia affidato un forte esercito. Perciò il demonio gli pone innanzi tante difficoltà e pericoli che per non tornare indietro ha bisogno di non poco coraggio e di uno specialissimo aiuto di Dio.

 

5 - Riservandomi di parlare più avanti di ciò che ho cominciato a dire e che credo si chiami mistica teologia, parlo ora di coloro che sono decisi a perseguire tanto bene e a conquistarlo, e dico che la fatica maggiore è solo sul principio, perché qui, sebbene il Signore conferisca energia, pure è l'anima che deve lavorare, mentre negli altri gradi di orazione abbondano i periodi di dolcezza. Tutti però siano essi in principio, o a metà, o già alla fine - hanno da portare le proprie croci, benché differenti di peso. Questa è la via battuta da Gesù Cristo, e questa devono pur battere coloro che intendono seguirlo se non vogliono perdersi. - Ma benedette croci che vengono sovrabbondantemente ripagate fin da questa vita!

 

6 - Sarà necessario che mi serva di qualche paragone. Per essere donna, mi verrebbe voglia di farne a meno, contentandomi di dire semplicemente quello che mi hanno comandato. Ma è così difficile esprimersi in queste cose di spirito per coloro che non hanno istruzione come me, che è assai utile trovarne alcuno. Potrà darsi che il Più delle volte il paragone non corra. E allora servirà per darle un po' di buon umore mettendole sott'occhio la mia grande ignoranza.

Ecco un paragone che mi piace. Devo averlo letto o udito, ma non so né dove né a che proposito, per difetto di memoria.

Chi comincia deve far conto di tramutare in giardino di delizie per il Signore un terreno molto ingrato, nel quale non germogliano che erbe cattive. Sradicare le erbe cattive e piantarne di buone è lavoro di Dio che supponiamo già fatto fin da quando l'anima si determina per l'orazione e comincia a praticarla. Ora a noi, come a buoni giardinieri, incombe l'obbligo di procurare, con l'aiuto di Dio, che quelle piante crescano: perciò innaffiarle affinché non inaridiscano, e cercare che producano fiori di deliziosa fragranza per ricreare il Signore. Allora Egli verrà spesso a riconfortarsi e trovare le sue delizie fra quei fiori di virtù.

 

7 - Vediamo ora in che modo si può innaffiare un giardino: ciò farà comprendere quello che dobbiamo fare, la fatica che costa, fino a quando durarla e di quanto il lavoro sarà superato dal guadagno.

Mi sembra che un giardino si possa innaffiare in quattro modi: cavando l'acqua da un pozzo, che è il modo più faticoso: portarla negli acquedotti per mezzo di una noria,[50] ossia col far girare una gran ruota che qualche volta ho manovrata pur io, avendosi così più acqua con fatica minore; derivarla da un fiume o da un ruscello, che è il modo migliore perché la terra ne rimane bene imbevuta, non occorre innaffiarle tanto spesso, e il giardiniere ha molto meno da faticare; e finalmente una buona pioggia, nel qual caso è Dio che innaffia senza alcuna nostra fatica: sistema migliore che supera ogni altro.

 

8 - Applico ora al mio soggetto questi diversi modi di cavare acqua, con la quale, ripeto, si deve innaffiare il giardino e senza la quale tutto andrebbe in rovina. Mi pare che possano servire a dare una idea dei quattro gradi di orazione, per i quali il Signore nella sua misericordia ha fatto passare qualche volta l'anima mia.

Piaccia a Dio che riesca a esprimermi in modo da giovare a uno[51] di quelli che mi hanno ordinato questo scritto. Il Signore gli ha già fatto sorpassare, in quattro mesi, il punto a cui io ero giunta in diciassette anni, perché vi si è meglio disposto, e ora senza alcuna fatica innaffia la sua aiuola con tutte quattro le acque. Benché l'ultima non gli sia data che a gocce, va però innanzi in tal maniera che con l'aiuto di Dio vi si tufferà presto per intero. - Se queste mie parole gli sembreranno ridicole, rida pure, ché n'avrò piacere!

 

9 - Quelli che cominciano a fare orazione sono coloro che cavano l'acqua dal pozzo: cosa assai faticosa, come abbiamo detto, perché devono faticare per raccogliere i sensi, i quali, abituati a divagarsi, stancano assai. Bisogna che a poco a poco prendano l'abitudine di non far più conto di nulla, sia di vedere che di sentire, e di guardarsene affatto nel tempo dell'orazione. Cerchino la solitudine per ivi appartarsi e pensare alla vita passata: cosa che devono fare assai spesso tanto i principianti che i già progrediti, insistendovi più o meno, come in appresso dirò. In principio si angustieranno parecchio per non capire se hanno vero dolore dei peccati commessi. Ma il loro pentimento è sincero, e n'è prova la serietà con cui si determinano a servire il Signore. La vita di Gesù Cristo dev'essere il soggetto delle loro meditazioni, e l'intelletto si stancherà.

Fin qui possiamo arrivare da noi, ben inteso con la grazia di Dio, senza la quale si sa che non si è capaci neppure di un buon pensiero.

Questo è cominciare a cavare acqua dal pozzo, e Dio voglia che se ne trovi! Almeno da parte nostra si cerchi d'attingerla, e si faccia il possibile per innaffiare il giardino. Dio può permettere, per motivi che Egli solo conosce e sempre per il nostro maggior bene, che il pozzo sia secco. Ma Egli è tanto buono, che facendo noi il nostro dovere di solerti giardinieri, manterrà i fiori anche senza il soccorso dell'acqua e farà crescere le virtù. - Col nome di acqua intendo designare le lacrime, oppure, in mancanza di queste, la tenerezza e l'interno sentimento di devozione.

 

10 - Che deve fare colui che da molti giorni non prova altro che aridità, disgusto, insipidezza e un'estrema ripugnanza di andare al pozzo a cavare acqua? Se non pensasse di far piacere al Padrone del giardino e non temesse di perdere i beni già acquistati e quelli che spera di acquistare con l'increscioso lavoro di gettare molte volte il secchio nel pozzo e cavarlo sempre senz'acqua, abbandonerebbe ogni cosa, affranto dalla fatica. Gli accadrà molte volte di non aver forza neppure di sollevare le braccia, cioè di formare un buon pensiero, intesi, come già siamo, che cavare acqua dal pozzo è lo stesso che lavorare d'intelletto.

Ora, dico, che farà in questo caso il giardiniere? Dovrà rallegrarsi, consolarsi, e ritenere per nobilissima grazia poter lavorare nel giardino di così grande Imperatore.

Infatti, scopo di ogni sua fatica dev'essere, non già la sua soddisfazione, ma quella del Padrone. E sapendo che con quel lavoro lo contenta, lo deve molto ringraziare per l'aiuto che gli dà nel portare la croce e per la fiducia che pone in lui nel lasciarlo lavorare senza paga, nonostante l'impegno con cui lo vede affaticarsi. Pensi che nella croce visse di continuo lo stesso Padrone, cerchi di non fissare quaggiù la sua dimora, né tralasci l'orazione, disposto a non lasciar cadere Cristo sotto la croce, neppure se l'aridità dovesse durare sino alla morte. Verrà tempo che sarà ricompensato di tutto. Non v'è pericolo che il suo lavoro si perda, perché serve a un buon Padrone, i cui occhi sono sempre fissi su di lui. Non faccia conto dei cattivi pensieri, e pensi che il demonio li suscitava anche a S. Girolamo nel deserto.[52]

 

11 - Si tratta di travagli gravissimi ma che non sono senza premio. lo li ho sopportati per molti anni, tanto che quando mi riusciva di cavare qualche goccia da questo pozzo benedetto, mi pareva di ricevere una grande grazia.

Per sopportarli ci vuole più coraggio che non per tutte le traversie del mondo. Però, come chiaramente ho veduto, il Signore non lascia di molto ricompensarli fin da questa vita. No, non v'è dubbio: un'ora sola delle dolcezze di cui mi ha poi favorita valse a rifarmi di tutte le angosce lungamente sofferte per perseverare nell'orazione. Sono convinta che prima di arricchire le anime di così grandi tesori, il Signore mandi loro, ora da principio e ora sulla fine, questi tormenti e ogni altra sorte di tentazioni per provare se lo amano davvero, vedere se sapranno bere il suo calice e aiutarlo a portare la sua croce. Fa così soltanto per nostro bene, affinché ci convinciamo che da noi non possiamo che ben poco. E se prima di darci i suoi tesori vuol farci toccare con mano la nostra miseria, è che essi sono molto eccellenti, e non vuole che ci accada come a Lucifero.

 

12 - Ma Voi, o Signore, fate forse qualche cosa che non sia per il maggior bene dell'anima che già tenete per vostra, sottomessa in tutto al vostro volere per seguirvi ovunque andiate, fino alla morte di croce, determinata ad aiutarvi a portarla e a non lasciarvi mai solo con essa?

Chi si riconosce con queste risoluzioni non deve temere.

Anime spirituali che vi siete collocate in così alto grado, com'è questo di voler trattare da sole a solo con Dio lontane da tutti i passatempi mondani, non dovete affliggervi, perché il più è fatto. Ringraziatene il Signore e abbiate fiducia nella sua bontà, che ai suoi amici non è venuta mai meno. Non vogliate indagare perché dia devozione a uno che lo serve da pochi giorni, e non a voi, che lo servite da molti anni. Persuadiamoci che è tutto per nostro bene - Egli ci conduca dove vuole, non essendo noi più nostri, ma suoi. - È già grande il favore che ci fa nel permettere che bramiamo di lavorare nel suo giardino, vicino a Lui, Padrone del giardino, che ci è sempre dappresso!

Che m'importa se di questi fiori e germogli Egli vuole che alcuni crescano con l'acqua cavata dal pozzo e altri senza? FatÈ o Signore, quello che volete. Solo che non vi abbia ad offendere, né che più perda le virtù, nel caso che nella vostra somma bontà me n'abbiate data qualcuna. Voglio patire, Signore, perché patiste pur Voi. Si compia sempre in me la vostra santa volontà! E non permettete, Signore, che cosa di così gran prezzo, com'è il vostro amore, sia dato a persone che vi servono soltanto per bramosia di consolazioni spirituali.

 

13 - È bene insistere su questa cosa che io conosco per esperienza: cioè, che quando l'anima cammina così risolutamente per la via dell'orazione mentale da non far più conto delle consolazioni che Dio le concede, né degli sconforti a cui può andare soggetta nel vedersene priva, ha già percorso un buon tratto di strada. Non abbia paura! Per quanto possa inciampare, non tornerà indietro di sicuro, perché ha cominciato l'edificio sopra salde fondamenta. No, l'amore di Dio non sta nelle lacrime, e neppure in quelle consolazioni e tenerezze che ordinariamente si desiderano tanto e tanto in esse ci si ricrea. Consiste invece nel servire Dio con giustizia, con fermezza d'animo e umiltà. - Senza questo, sembrerebbe un ricevere sempre, senza offrire mai nulla.

 

14 - Per donnicciole come me, misere e senza alcuna energia, mi sembra conveniente che Dio abbondi in consolazioni. In questo modo agisce ora con me, e ciò per darmi forza, onde sopportare certe prove a cui ha voluto sottopormi. Ma che dei servi di Dio, uomini gravi, di gran senno e intelligenza, facciano caso se il Signore non concede loro devozione, è una cosa che, solo a sentirla, mi fa grande dispiacere. Non dico già che non l'abbiano a ricevere quando il Signore la manda: anzi, ne facciano grande stimai perché se la dà, è segno che conviene. Dico soltanto, che quando non l'hanno, non se ne devono affliggere, ma persuadersi che se il Signore non la concede, vuol dire che non è necessario. Si facciano un po' più padroni di sé. Comportarsi senza libertà di spirito e con animo irrisoluto e fiacco, - credano a chi l'ha veduto e toccato con mano è imperfezione e difetto,

 

15 - Questo che ho detto non è soltanto per coloro che incominciano: se vi annetto tanta importanza è perché giova molto che si cominci con generosità e libertà di spirito. Ma parlo anche per coloro - molti in verità - che hanno cominciato da un pezzo e non riescono mai a finire. La causa, a mio parere, consiste, in gran parte, nel non avere abbracciata la croce con generosità fin da principio. Costoro quando non possono più operare con l'intelletto, se ne affliggono, sembra loro di non far niente, e non sono più capaci di sopportarsi. Invece è forse il tempo in cui, a loro insaputa, la volontà si perfeziona e prende forza. Si persuadano che Dio non dà importanza a queste cose: sembra ai nostri occhi che siano difetti, mentre in realtà non lo sono. Egli conosce la nostra miseria e la debolezza della nostra natura molto meglio di noi, e sa che essi non sono d'altro bramosi che di pensare a Lui e amarlo. È appunto questo che gli piace. L'afflizione che noi ci procuriamo non serve che a turbare l'anima, la quale, così, se prima era incapace di fare un po’ d'orazione entro lo spazio di un'ora, non lo sarà meno dopo, entro lo spazio di quattro.

Il più delle volte ciò dipende da indisposizioni corporali. Su questo punto sono molto sperimentata, e so che è vero per averlo esaminato io stessa attentamente e averne parlato con persone spirituali.

Siamo così miserabili che alle volte questa nostra povera anima deve sottostare alle vicissitudini del corpo in cui è prigioniera. I cambiamenti di stagione e i rivolgimenti degli umori fanno sì che molte volte l'anima non possa fare quel che vuole, e soffra in ogni maniera senza sua colpa. Peggio se allora s'insiste a farle forza, perché il male dura più a lungo. Occorre discrezione: quando si vede che dipende da tali cause, si, cerchi di non opprimere la povera anima, ma persuaderci di essere ammalati. Forse converrà cambiare l'ora della meditazione, e magari per più giorni di seguito. Comunque, si faccia il possibile per meglio sopportare quest'esilio. Certo che è una gran croce, per un'anima che ama Dio, vedersi in queste miserie e non poter fare quello che vuole per colpa di un ospite così cattivo, com'è il corpo in cui vive!...

 

16 - Ho detto che occorre discrezione, perché talvolta la cosa può essere prodotta dal demonio. Perciò, quando si è soggetti a queste grandi distrazioni e turbamenti d'intelletto, non è bene né tralasciare del tutto l'orazione né troppo tormentare l'anima con obbligarla a quello che non può. Piuttosto si ricorra ad altre opere esteriori, come all'esercizio della carità o alla lettura. Talvolta non si sarà disposti neppure per questo. Allora l'anima serva il corpo per amore di Dio, affinché il corpo abbia poi a servire l'anima di più. Ci si distragga santamente con qualche buona conversazione, ma buona per davvero, oppure si vada in campagna, sempre secondo il consiglio del confessore. L'esperienza è di grande importanza in ogni cosa, perché fa conoscere ciò che meglio conviene. Dio si può servire in tanti modi. Il suo giogo è soave, ed è sempre assai utile non trascinare l'anima a viva forza, come suol dirsi, ma guidarla a poco a poco e con soavità.

 

17 - Ripeto l'avviso che ho già dato: poco importa se lo dico varie volte. L'anima, quando è sopraffatta da inquietudini, distrazioni e pensieri importuni, non si preoccupi e nemmeno si affligga. Se vuole avere libertà di spirito e non essere sempre in tribolazione, cominci a non aver paura della croce, e il Signore l'aiuterà a portarla: andrà innanzi con gioia, e tutto le sarà di profitto.

È chiaro che se il pozzo non dà acqua, noi non possiamo mettervela. Ma quando ne dà, è nostro dovere non trascurare d'attingerla perché in tal modo il Signore vuol moltiplicare in noi le virtù.

 

 

CAPITOLO 12

 

Prosegue sul medesimo argomento - Fin dove possiamo arrivare da noi, sempre con l'aiuto di Dio - Danno dal volere elevare lo spirito a cose soprannaturali e straordinarie indipendentemente da Dio

 

1 - Nel capitolo precedente, benché mi sia divagata in molte cose che mi parevano necessarie, tuttavia ho cercato di far capire fin dove possiamo arrivare da noi, e fino a quanto in questo primo stato ci sia possibile aiutarci. Infatti, pensando e meditando quello che il Signore ha sofferto per noi, ci sentiamo muovere a compassione, ne abbiamo pena e ci viene da piangere: tutte cose che ci sono di diletto. Se poi il pensiero si ferma sulla gloria che speriamo, sull'amore che il Signore ci porta e sulla sua risurrezione, ne abbiamo una gioia non del tutto spirituale e neppur del tutto sensibile, tuttavia santa e meritoria come la pena di cui sopra. E così di tutte quelle cose che danno una devozione in cui concorra l'intelletto, sempre intesi però che se Dio non la dà, noi non possiamo né meritarla né conseguirla.

L'anima che Dio non ha portato più in su di qui, è bene che se ne contenti, né faccia sforzi per salire da sé: cosa da tenere bene in mente, perché in caso contrario non si avrebbe che del danno.

 

2 - Qui l'anima può fare molti atti per risolversi a servire molto il Signore, ad amarlo con più fervore, a rassodare e a far crescere le virtù, secondo un certo libro intitolato «Arte di servire Dio»[53] molto buono e utile per coloro che si trovano in questo stato in cui l'intelletto può agire. S'immagini di trovarsi innanzi a Gesù Cristo, conversi spesso con Lui e cerchi d'innamorarsi della sua umanità tenendola sempre presente. Gli chieda aiuto nel bisogno, pianga con Lui nel dolore, si rallegri con Lui nella gioia, si guardi dal dimenticarlo nella prosperità, e questo non con preghiere studiate, ma con parole semplici, intonate ai suoi desideri e alle sue necessità: metodo eccellente per approfittare molto in poco tempo. Chi cerca di vivere in così preziosa compagnia e si studia di cavarne tutti i possibili vantaggi, amando veramente il Signore a cui tanto dobbiamo, costui, a mio parere, si è, già avanzato di molto.

 

3 - Come ho già detto, non dobbiamo preoccuparci se non sentiamo devozione, ma ringraziare Dio che ci permette di desiderare di contentarlo, nonostante la miseria delle nostre opere. Aver sempre presente Gesù Cristo giova in ogni stato, ed è un mezzo sicurissimo per farci presto avanzare e passare dal primo al secondo grado d'orazione, mentre negli ultimi gradi serve per metterci al sicuro dai pericoli del demonio.

 

4 - Questo, dunque, è quello che possiamo fare da noi. Chi non vuole curarsene e cerca di elevare lo spirito ad assaporare dolcezze che in quello stato non trova, perde l'una e l'altra cosa, perché trattandosi di dolcezze soprannaturali, se l'intelletto cessa di agire, l'anima si trova vuota e in preda a grande aridità. Siccome si tratta di un edificio che deve fondarsi in umiltà, ragione vuole che quanto più ci avviciniamo a Dio, tanto più in essa ci perfezioniamo, sotto pena di mandare tutto in rovina. Fa già troppo Dio, per quel che siamo, a degnarsi d'avvicinarci a sé, e mi sembra davvero superbia voler noi salire più in alto. Non intendo con ciò di vietare che si salga mediante la considerazione, pensando a Dio, alla sua sapienza, al cielo e alle meraviglie che là si trovano, benché io non l'abbia mai fatto a causa della mia incapacità, per la quale il Signore mi ha fatto comprendere che era già troppo se riuscivo solo a pensare alle bellezze della terra: immaginarsi poi a quelle del cielo. Però, altre persone potranno molto approfittarne, specialmente se istruite, perché qui la scienza, quando è unita all'umiltà, è di grandissimo vantaggio, come ultimamente ho constatato io stessa in alcuni dotti, i quali, appena datisi all'orazione, si sono avanzati a gran passi. Per questo, come appresso dirò, mio vivo desiderio è che grande sia il numero dei dotti che si dedichino all'orazione.[54]

 

5 - Quando dico di non innalzarci finché Dio non ci innalza, adopero una terminologia tutta spirituale. Chi ne ha esperienza mi capirà, ma se alcuno non mi capisce, non so esprimermi diversamente.

Nello stato di mistica teologia di cui ho cominciato a parlare, Dio sospende l'esercizio dell'intelletto, che allora cessa di operare.

Mi spiegherò meglio più avanti se potrò e se il Signore mi darà grazia di farlo. Qui raccomando solo di non pensare, e tanto meno presumere di sospenderlo noi, perché se lasciamo di lavorare con l'intelletto, rimaniamo freddi e intontiti, incapaci non solo di contemplazione, ma anche di meditazione. Se invece è Dio che lo sospende, gli dà insieme di che occuparsi e rimanere rapito, facendogli intendere più verità nello spazio di un Credo che non ne possa intendere con ogni sua industria nel periodo di molti anni. Ma pretendere di occupare da noi stessi le potenze dell'anima e arrestare la loro naturale attività, è sproposito grande e mancanza di umiltà. Anche se lo si fa senza accorgersi, e perciò senza colpa, vi è sempre la pena, perché, pur prescindendo dalla fatica che c'imponiamo inutilmente, l'anima rimane male, come colui che, già pronto per spiccare un salto, si sente trattenere di dietro: vede che dopo aver messo in opera tutte le sue energie, non ha nulla ottenuto di ciò che voleva. Esaminando la pochezza del profitto ricavato, ne vedrebbe la causa in quella piccola mancanza di umiltà di cui ho parlato, perché questa è una virtù così eccellente che quando un'azione si fa con essa, non lascia nell'anima alcun disgusto.

Mi sembra di essere assai chiara, ma forse lo sarà soltanto per me. Il Signore apra gli occhi a quelli che mi leggeranno e conceda loro esperienza: mi capiranno facilmente anche con poca.

 

6 - Per vari anni lessi molte cose senza riuscire a comprenderle, e per vari altri non seppi trovare parole per fare intendere quello che Dio mi accordava. E questo mi fu di non piccolo tormento. Ma quando il Signore vuole, in un attimo si capisce tutto, e se ne rimane stupiti.

Debbo anche dire, in verità, che parlai di ciò con molte persone spirituali, le quali nell'intento di aiutarmi a meglio esprimermi, fecero di tutto per spiegarmi ciò che il Signore mi concedeva, e ciò nonostante io, nella mia grande dappocaggine, non me ne sapevo giovare, così volendo il Signore perché non avessi da ringraziare che Lui, che mi fu sempre Maestro. Mi è di grande confusione dir questo. Ma sia Egli per sempre benedetto, poiché è così! Non gli ho mai chiesto né cercato nulla: benché avida di tutto conoscere quando si trattava di vanità, non lo fui mai su questo punto in cui sarebbe stata virtù. Eppure Dio in un istante mi faceva capire ogni cosa con grande chiarezza, per cui dopo mi sapevo manifestare così bene che i miei confessori ne rimanevano meravigliati, e io più di loro, perché meglio di loro conoscevo la mia incapacità. È da poco che ho questa grazia. Ma intanto per essa non mi do più pensiero di apprendere cose che Dio non mi ha voluto insegnare, tranne quelle che riguardano la mia coscienza.

 

7 - Ricordo ancora una, volta quanto importi non elevare lo spirito se prima non lo elevi il Signore: e si capisce subito quando è lui che agisce. Fare altrimenti è assai pericoloso, specialmente per le donne, perché potrebbe entrarci il demonio con qualche sua illusione, sebbene io sia sicura che Dio non gli permetterà mai di far tanto danno a chi cerca di avvicinarsi a Lui con umiltà. Anzi, questi avrà il suo maggior profitto e guadagno dove appunto il demonio macchinava la sua rovina.

Mi sono dilungata tanto perché questa è la via dei principianti, più battuta di tutte, e perché gli avvisi che ho dato sono molto importanti. Altri ne avranno trattato assai meglio di me. Del resto confesso di aver scritto con grande confusione e vergogna, sebbene non con tanta come avrei dovuto. - Sia benedetto in tutto il Signore che vuole e permette a una persona come me, di parlare di cose così sublimi!

 

 

CAPITOLO 13

 

Prosegue il medesimo argomento  Alcuni avvisi per vincere certe tentazioni comuni ai principianti Capitolo assai utile

 

1 - Credo utile parlare di certe tentazioni a cui ho notato andar soggetti i principianti e a cui qualche volta andai soggetta pur io. Ciò mi offre l'occasione di dare alcuni avvisi che mi sembrano necessari.

I principianti cerchino di camminare con allegrezza e libertà di spirito, senza credere, come fanno alcuni, che tutta la devozione se ne vada appena si distraggono un poco.

È bene che diffidino di sé per non esporsi, né in poco né in molto, ad occasioni in cui sia facile offendere Dio: precauzione indispensabile fino a quando non abbiano acquistato molta e soda virtù. Non sono molti coloro che rimangono così fermi da potersi trascurare in occasioni favorevoli al loro lato debole. Se non altro che per umiltà, è sempre bene, finché viviamo, non disconoscere la nostra debolezza, pur ammettendo molte cose in cui, come ho detto, sia lecito ricrearsi, anche per ritornare all'orazione con maggior fervore. - Occorre discrezione in tutto.

 

2 - Inoltre, bisogna avere grande confidenza, né mai soffocare i desideri, ma credere che con l'aiuto di Dio e con la nostra buona volontà, possiamo arrivare anche noi, a poco a poco se non subito, dove arrivarono molti santi, i quali se non avessero concepito tali desideri, né avessero cercato di tradurli in pratica, non avrebbero mai raggiunto quel loro stato così sublime. Sua Maestà vuole ed ama le anime coraggiose, umili e diffidenti di sé. Nessuna di queste io ho visto rimanere indietro nel cammino della perfezione, come nessuna ho visto delle pusillanimi che si nascondono sotto il velo dell'umiltà, fare in molti anni il profitto che si ottiene in pochissimi su questa via con animarsi a cose grandi. Anche se l'anima non ha ancora gran forza, prende subito il volo e s'innalza di Molto, nonostante che possa presto stancarsi, come un uccellino di primo pelo, e lasciar andare le ali.

 

3 - Tempo addietro ricordavo spesso quello che dice S. Paolo: In Dio si può tutto[55] e ben capivo che da me non potevo nulla. Questo pensiero mi giovò molto, come pure quello di S. Agostino: Dammi, o Signore, ciò che comandi e comandami ciò che vuoi![56]

Pensavo spesso che S. Pietro non aveva perduto nulla col gettarsi in mare, neanche con la paura che poi gli è venuta.[57] Importano molto queste prime risoluzioni. Vero è che in questo primo stato occorre andar molto cauti e affidarsi alle direttive di un maestro savio e prudente, badando però che questi non insegni a camminare come tartarughe, né si contenti che l'anima si abitui solo a cacciar lucertole. - Soprattutto poi umiltà, per convincerci che le forze a tali slanci non provengono da noi.

 

4 - Però, occorre ben capire come questa umiltà debba essere, per evitare il danno che il demonio fa a molte persone di orazione, a cui impedisce di progredire col suggerire false idee di umiltà, persuadendole essere superbia nutrire grandi desideri, voler imitare i santi e desiderare il martirio. Dice e persuade che le azioni dei santi sono degne di ammirazione ma non imitabili da noi che siamo peccatori.

Sì, lo dico anch'io. Però, bisogna distinguere quello che si può imitare da quello che è solo da ammirare. Non sarebbe certo ben fatto che persona debole e ammalata praticasse lunghi digiuni, aspre penitenze e si ritirasse in un deserto ove non potesse dormire, né avesse da mangiare, e cose simili. Però dobbiamo pensare che con l'aiuto di Dio ci possiamo far forza e giungere anche noi a disprezzare il mondo, a non stimare gli onori e a non attaccarci ai beni della terra. Ma siamo così pusillanimi che appena ci decidiamo di trascurare alquanto il corpo per occuparci dello spirito, temiamo subito che ci manchi la terra sotto i piedi.

 

5 - Di più crediamo che giovi al raccoglimento avere tutto quello che ci è necessario, sotto pretesto che le cure temporali disturbano l'orazione. Ma mi dispiace che si abbia così poca fiducia in Dio, e così grande amore di sé da disturbarsi per simili cose! Ed è proprio così: quando un'anima è debole, come questa che così suppone, certe cosette da nulla danno tanta pena quanta ad altri cose di maggior importanza. - E poi pretendiamo di essere spirituali!...

Mi pare che in questo modo si voglia mettere d'accordo la carne con lo spirito, per non perdere i comodi di quaggiù e le delizie di Dio lassù. Si può benissimo ottenerlo camminando con giustizia e virtù, ma è sempre un andare a passo di lumaca[58] che non farà mai giungere alla vera libertà di spirito. Questo modo di procedere mi pare assai buono per i coniugati che devono condursi in conformità della loro vocazione, ma per un altro stato di vita lo rigetto assolutamente, e nessuno mi farà credere che sia buono. Io l'ho provato, e so che se nella sua bontà Dio non mi avesse insegnato una via più breve, sarei sempre rimasta a quel punto.

 

6 - Di grandi desideri, ne ho avuti anch'io. Tuttavia badavo a vivere come ho detto, ossia facevo orazione e vivevo a modo mio. Però, credo che se qualcuno mi avesse insegnato a volare, sarei riuscita a mettere in pratica quei desideri. Ma per colpa dei nostri peccati sono oggi così rari e così pochi di numero i direttori di spirito che non si lascino dominare da troppa prudenza, che credo questo debba essere il motivo per cui i principianti non arrivano più presto a grande perfezione. Dio non manca mai di aiutarci: non è per Lui se non facciamo progressi. I mancanti e miserabili siamo noi.

 

7 - Sull'esempio dei santi si può pure cercare solitudine e silenzio e praticare molte altre virtù che non certo uccideranno questo nostro corpo malvagio. Che pretende esso col venir trattato delicatamente, se non di uccidere l'anima? Intanto il demonio fa del suo meglio per rendercelo restio non appena ci vede con un po' di timore, sino a persuaderci che ci stiamo ammazzando e rovinando la salute, sino a impaurirci col pericolo di rimanere ciechi se nell'orazione versiamo qualche lacrima. L'ho provato io stessa e lo so, ma non so se si possa desiderare di meglio, per la nostra vista e sanità, che sacrificare entrambi per una causa così bella. Io ho quasi sempre avuto poca salute, ma fino a quando non mi sono decisa a non far più conto del corpo, mi sono sempre trovata impacciata e inutile a ogni cosa.

Neppur ora faccio molto, ma da che il Signore mi ha fatto capire che era tutto trappola del demonio, quando il perfido mi rappresentava il pericolo di perdere la salute dicevo subito: «M'importa poco di morire!»; se mi parlava di riposo dicevo subito: «Non di riposo ho bisogno ma di croce»; e così di seguito. Benché la salute non mi sia mai stata favorevole, tuttavia ho visto chiaramente come spessissimo era tentazione del demonio o effetto di pigrizia, perché da quando mi tratto con minore prudenza e delicatezza, la mia salute è assai più buona. Perciò è di grande importanza che nel darsi all'orazione i principianti non nutrano pensieri gretti. Credano a me, ché lo so per esperienza. Se narro queste miserie è perché ho speranza che alcuno abbia a profittarne.

 

8 - Ecco un'altra tentazione molto comune. Appena si è cominciato a gustare la pace e i vantaggi dell'orazione, si desidera che tutti si facciano spirituali. Desiderarlo non è certo cattivo, ma procurarlo potrebbe essere non buono, specialmente se non si procede con molta discrezione, e si agisce in modo da dimostrare che si vuol fare da maestri. Per fare un po' di bene occorre avere sode virtù, altrimenti si finisce con essere di tentazione, come avvenne a me, quando, come ho detto, procuravo di condurre altri all'orazione. Se lo so è appunto per questo. Da una parte mi udivano parlare dei grandi vantaggi che si ricavano dall'orazione, e dall'altra mi vedevano tanto povera di virtù che rimanevano incerte e assai turbate. Me l'hanno poi detto loro stesse, e non avevano torto, perché non riuscivano a capire come le due cose potessero andar d'accordo. Ed era pure cagione, per il buon concetto che avevano di me, che non tenessero per cattivo quello che veramente lo era, perché qualche volta lo facevo io.

 

9 - È arte del demonio servirsi delle nostre buone qualità per autorizzare il male che ha intenzione di far commettere. Per piccolo che sia, quando il male viene commesso in una comunità, è sempre di gran danno, tanto più poi quando il male è grandissimo, come quello che facevo io. Così, nel corso di molti anni, soltanto tre si approfittarono dei miei consigli,[59] mentre dopo, avendomi il Signore rafforzata in virtù, in soli due o tre anni giovai a molte, come dirò in altro luogo.

Anche a prescindere da questo, vi è l'inconveniente che l'anima ne possa scapitare, perché la cosa a cui da principio si deve molto badare è di attendere alla propria esclusiva formazione, immaginandoci che non vi sia sulla terra altri che Dio e noi: considerazione molto utile.

 

10 - Ecco un'altra tentazione che si presenta come le altre sotto apparenza di zelo e di virtù, per cui bisogna conoscerle bene e procedere con molta precauzione. Consiste nell'inquietarsi per i difetti e i peccati che si vedono negli altri.

Il demonio fa credere che sia soltanto per la brama che non offendano Dio e per il dispiacere del suo onore vilipeso, tanto che si vorrebbe subito riparare. Ma intanto l'angustia è così viva che impedisce di fare orazione, con l'aggiunta anche di credere, per nostro maggior danno, che ciò sia virtù, perfezione e grande amore di Dio. - Non parlo della pena per i peccati pubblici passati in costume in una Congregazione, o per i mali che cagionano alla Chiesa le eresie con la perdita di tante anime, perché questa pena è molto buona e, come tale, non inquieta.

Il più sicuro per l'anima che comincia a fare orazione è di dimenticare tutto e tutti per non attendere che a se stessa e a contentare il Signore. Questo è così importante, che non finirei tanto facilmente se volessi narrare tutti gli sbagli che ho visto commettere da chi si fidava della propria buona intenzione.

Procuriamo di vedere nel nostro prossimo nient'altro che le virtù e le buone opere, e di coprire i loro difetti con la considerazione dei nostri peccati. Anche se da principio questa condotta non è molto perfetta, conduce a poco a poco a una grande virtù, a quella cioè di considerare gli altri migliori di noi: virtù che comincia sempre da qui, ben intesi con l'aiuto di Dio, senza del quale non possiamo far nulla, tanto ci è necessario. Preghiamolo perché ci dia quella virtù, sicuri che se da parte nostra faremo il possibile per meritarla, Egli che non si rifiuta a nessuno, ce la darà senza dubbio.

 

11 - Ecco un avviso per coloro che sanno discorrere con l'intelletto e che da un pensiero ne traggono molti altri e molte altre riflessioni. Quanto a quelli che ne sono incapaci come me, non ho da raccomandare che di avere pazienza, attendendo che il Signore dia loro di che occuparsi mediante la comunicazione della sua luce. Possono così poco da sé, che l'intelletto, invece di aiutarli, serve loro d'imbarazzo.

Dunque, quelli che sanno discorrere con l'intelletto, non devono impiegare in questo tutto il tempo dell'orazione, benché, trattandosi di un lavoro molto meritorio e delizioso, sembri loro di non dover avere alcun giorno di domenica[60] né un istante di riposo. Quando non discorrono, credono di perdere tempo, mentre io considero questa perdita come un guadagno assai grande.

Come ho detto, invece, s'immaginino di essere alla presenza di Gesù Cristo, gli parlino e godano di star con Lui senza affaticare l'intelletto. Non si preoccupino di far ragionamenti, ma gli espongano semplicemente i loro bisogni, umiliandosi nella considerazione di quanto siano indegni di stare alla sua presenza. E per non annoiare l'anima col darle da mangiare sempre lo stesso cibo, ora facciano una considerazione e ora un'altra. Sono cibi molto saporiti e sostanziosi: se ci abituassimo a gustarli, ne avremmo tal sostentamento da dar vita all'anima, e molti altri vantaggi.

 

12 - Voglio spiegarmi meglio perché queste cose di orazione sono molto astruse, e se non si ha un maestro che le spieghi, non si capiscono tanto facilmente. Vorrei essere breve, tanto più che per la perspicacia di chi mi ha ordinato di scrivere, basterebbe un solo accenno, ma la mia incapacità è così grande che in poche parole non mi riesce di esprimermi, e meno ancora di farmi capire in cose che tanto importa spiegare bene. Siccome anch'io ho sofferto molto, ho grande compassione di chi comincia solo con i libri, per essere assai diverso il lume che si ricava da essi da quello che si ha con l'esperienza.

Tornando, dunque, a quello che dicevo, ecco che ci mettiamo a meditare un punto della passione, per esempio, la flagellazione alla colonna. L'intelletto deve indagare i motivi che gli possono far meglio comprendere l'acerbità dei dolori sofferti dal Signore in quell'abbandono, e le molte altre cose che a seconda della sua capacità può trovare, specialmente se è teologo. E questo è il metodo di orazione con cui tutti devono cominciare, proseguire e finire, non essendovi altra via più eccellente e sicura fino a che il Signore non ci elevi a cose soprannaturali.

 

13 - Dico tutti, ma molte anime trovano maggior vantaggio nella meditazione di altri soggetti che non di quelli della passione, perché, a quel modo che in cielo vi sono molte mansioni, vi sono pure molte vie per l'orazione. Alcuni approfittano molto nel considerarsi all'inferno. Ad altri questo pensiero è di spavento, e si trovano meglio immaginandosi in paradiso. A certi è utile la considerazione della morte. E a certi altri che sono teneri di cuore, trovando troppo penoso pensare sempre alla passione, è più giovevole considerare la potenza e la grandezza di Dio nelle sue creature, l'amore che ebbe per noi e che palesa dovunque. Anche questa è una maniera assai utile, purché non si lasci di tornare spesso alla vita e alla passione di Cristo, da cui ci è venuto e ci viene ancora ogni bene.

 

14 - È necessario che i principianti indaghino dove ricavano maggior frutto. Perciò hanno bisogno di un direttore, e tale che sia di grande esperienza, per non cadere in molti errori e guidare l'anima senza comprenderla né lasciare che si comprenda, dato che essa apprezzando il gran merito di essere soggiogata a un maestro, non osa dipartirsi da ciò che egli le comanda. Anime inceppate ed afflitte per l'inesperienza di chi le dirigeva, ne ho trovate anch'io, e ne ho avuto grande compassione. Qualcuna non sapeva più cosa fare. Quando un direttore non conosce queste cose di spirito, angustia anima e corpo e impedisce ogni progresso. Ebbi a parlare con una che per imposizione del direttore non meditava, da otto anni, che sul proprio conoscimento, mentre il Signore l'aveva elevata all'orazione di quiete, per cui la poveretta soffriva indicibilmente.

 

15 - La meditazione sul proprio conoscimento non si deve mai tralasciare, perché l'anima non sarà mai così gigante nelle vie dello spirito da dispensarsi dal tornare spesso a farsi bambina per succhiare il latte della prima età: cosa tanto importante da non doversi mai dimenticare, e che io forse ricorderò altre volte, non essendovi stato di orazione così sublime in cui non si debba sentire il bisogno di tornare spesso agli inizi. Il pensiero dei nostri peccati e della miseria della nostra natura è il pane che lungo il cammino dell'orazione si deve mangiare con tutti i cibi, anche con i più delicati, perché senza di esso non ci si può sostentare. Però, lo si deve mangiare con discrezione, non essendo che una perdita di tempo durare in simili considerazioni anche allora che l'anima si veda tutta in Dio, convinta di non aver nulla di buono e piena di confusione per essere innanzi a un Re così grande da cui molto ha ricevutole a cui rende così poco. Val meglio che si lasci guidare da Dio, nutrendosi di quello che Egli le mette davanti, e che non è ragionevole disprezzare, perché Egli conosce meglio di noi il cibo che più ci conviene.

 

16 - Importa dunque moltissimo che il direttore sia prudente, vale a dire di buon criterio e di esperienza. Se fosse anche istruito, nulla di meglio. Ma se queste tre cose non si possono trovare insieme, si badi alle prime due che sono le più importanti. Avendone bisogno, i dotti si possono sempre trovare; ma giovano poco ai principianti se insieme non hanno spirito di orazione. Non dico con questo che non si debba trattare con essi: anzi, piuttosto che un'anima non cammini nella verità, preferisco che sia senza orazione. La scienza è sempre una gran cosa, perché istruisce e illumina chi poco sa, fa conoscere le verità della Sacra Scrittura, onde si faccia quello che si deve fare. - Che Dio ci guardi da devozioni alla balorda!

 

17 - Spiego meglio il mio pensiero, perché mi pare di essermi perduta in troppe cose. Del resto, questo è sempre stato il mio difetto, di non sapermi esprimere se non con una farragine di parole, come ho detto anche sopra.

Ecco che una monaca comincia a far orazione. Se chi la dirige è un semplicione che s'inganna, le farà credere esser meglio che obbedisco a lui piuttosto che al Superiore. E ciò senza malizia. Anzi, crede d'indovinarla, persuaso, se non è un religioso,[61] che si debba far così.

Se poi è una maritata, le dirà che è meglio stare in orazione anche allora che dovrebbe occuparsi della casa, nonostante il malcontento del marito. E così non saprebbe disporre secondo giustizia né il tempo né le cose. Siccome non ha luce, neppure può darla, malgrado lo voglia. Benché sembri che per queste cose non occorra dottrina, tuttavia la mia opinione è stata, è, e sarà questa: che ogni cristiano debba fare il possibile per conferire con direttori molto istruiti, meglio poi se istruiti moltissimo. Chi fa orazione ne ha bisogno più degli altri, e in misura più alta quanto più è spirituale.

 

18 - Non dobbiamo illuderci pensando che i dotti senza orazione non siano fatti per le anime di orazione. Io ho trattato con parecchi di essi, specialmente da qualche anno a questa parte per il maggior bisogno che ne ho avuto, e ne sono sempre stata molto amica. Benché alcuni non abbiano esperienza, pure non sono avversi all'orazione, e qualche cosa ne sanno, perché, dopo tutto, hanno sempre tra mano la Sacra Scrittura e trovano in essa i veri indizi dello spirito buono. Io ritengo per certo che un'anima di orazione che tratti con uomini dotti, non verrà mai ingannata dal demonio, a meno che non lo voglia lei stessa. Il demonio ha gran paura della scienza umile e virtuosa, perché sa che verrebbe scoperto e ne avrebbe la peggio.

 

19 - Ho detto questo perché si crede che i dotti senza spirito di orazione non siano atti per chi lo ha. Certo che il direttore dev'essere uomo di spirito, ma se non è anche dotto, l'inconveniente è gravissimo.[62] Il dotto è di aiuto anche se non ha spirito di orazione, purché sia virtuoso. Chi tratta con lui approfitta molto. Dio gli insegnerà quello che deve dire, e talvolta, perché giovi di più, lo renderà anche spirituale. Parlo per mia personale esperienza, essendomi accaduto così con più di due. Perciò dico, che quando un'anima si risolve ad abbandonarsi completamente alla guida di un solo direttore, sbaglia molto se non lo cerca come l'ho descritto. Se è persona religiosa, deve anche sottostare al suo Prelato; e se costui manca di queste tre qualità, la croce dell'anima non sarà certo assai piccola, specialmente se di spontanea volontà non si sente di assoggettare il suo giudizio a chi non lo ha eccellente. Questo io non mi sono mai sentita di farlo, e credo che neppure convenga.

Se invece è persona secolare, ringrazi il Signore della santa libertà che le è concessa di scegliersi un direttore a suo talento, e si guardi bene dal perderla! È meglio piuttosto rimanere senza guida fino a quando il Signore non conceda di trovarne, come avverrà certamente se si procede con umiltà e desiderio di riuscire. lo lodo il Signore di tutto cuore, e con me lo devono lodare infinitamente le donne e tutti coloro che non hanno istruzione, per avere Egli voluto che vi fossero al mondo persone, le quali, a costo di tante fatiche, sono riuscite ad acquistare la vera scienza, che noi poverini non abbiamo.

 

20 - Grande è il mio stupore quando penso che i dotti, specialmente religiosi, hanno tanto faticato per acquistarsi quella scienza che ora è a disposizione di ogni mia richiesta e di cui io mi posso servire senza alcun sacrificio. Eppure vi sono anime che non ne sanno approfittare!... Non più lo permetta il Signore! Vedo quei religiosi assoggettarsi a tutti i rigori della Regola non certamente piccoli, far penitenza, obbedire, mangiar male, dormire male, sempre fatiche, croci dovunque: tutte cose che alle volte mi riempiono di confusione. E dopo ciò, non è forse da compiangere chi per sua colpa si priva di tanto bene? E noi, che esenti da tutti questi sacrifici, riceviamo il cibo già ben preparato, e viviamo a nostro agio, noi, dico, perché forse ci diamo un po' più di essi all'orazione, crediamo forse d'averne anche maggior merito!...

 

21 - Siate benedetto, o Signore, che mi avete fatta così inutile e incapace! Siate soprattutto benedetto perché suscitate tante anime che ci illuminano! Dovremmo pregare continuamente per chi ci illumina. Che faremmo noi senza di essi fra le grandi tempeste che oggi sconvolgono la Chiesa?[63] Se alcuni si sono mostrati infedeli, non mancano i buoni che brillano di più viva luce. Si degni il Signore di sostenerli con la sua mano e di aiutarli affinché ci siano di aiuto! Amen.

 

22 - Mi sono molto dilungata dal soggetto che avevo preso a trattare, ma l'ho fatto a proposito, perché questi avvisi sono molto utili ai principianti, seguendo i quali essi, dopo aver cominciato un cammino così sublime, rimarranno sempre sulla buona strada.

Tornando alla meditazione su nostro Signore alla colonna di cui stavo parlando, è bene fermarsi alquanto a lavorare d'intelletto, pensando chi è che soffre, come soffre, perché soffre e l'amore con cui soffre.

Tuttavia non bisogna affaticarci troppo. Essendo così vicini al Signore, occorre che l'intelletto sappia anche tacere, immaginandoci, per quanto ci sarà possibile, che il Signore ci stia guardando. Allora facciamogli compagnia, parliamo con Lui, supplichiamolo, umiliamoci, deliziamoci della sua presenza, ricordandoci sempre che siamo indegni di stargli innanzi. Quando un'anima può fare questi atti, ne avrà vantaggio anche se è al principio dell'orazione, perché, come almeno io ho constatato, questi, modo di pregare è assai utile.

Non so se sono riuscita a spiegarmi: Vostra Reverenza lo vedrà. Piaccia intanto al Signore che riesca sempre a contentarlo! Amen.

 

 

CAPITOLO 14

 

Secondo grado di orazione, in cui il Signore comincia ad accordare all'anima dolcezze particolari - Dice che sono lavori soprannaturali Capitolo degno di nota

 

1 - Abbiamo dunque veduto con quanta fatica si innaffi il giardino quando occorre cavar acqua dal pozzo a forza di braccia. Parliamo ora del secondo modo di aver acqua, preparato dallo stesso padrone del giardino in maniera che il giardiniere, servendosi di una ruota e di appositi canali, possa con minor lavoro avere acqua in maggiore quantità. In tal modo può alquanto riposare senz'essere in continuo lavoro. Intendo ora di applicare questo modo all'orazione che chiamano di quiete.[64]

 

2 - A questo punto l'anima comincia a raccogliersi e già tocca il regno del soprannaturale, tanto che da sola non vi potrebbe arrivare, nonostante ogni sua possibile diligenza.

Sembra che nel girare la ruota, vale a dire nel lavorare d'intelletto per riempire i canali, l'anima si sia alquanto stancata. Ma ora l'acqua è molto più alta, intendo dire che la grazia si manifesta più chiaramente.

Le potenze dell'anima si raccolgono in se stesse per meglio assaporare il contento di cui sono inondate, ma senza perdersi, né addormentarsi. Solo la volontà rimane attiva, ma non per altro che per acconsentire ad essere da Dio incarcerata, conoscendo quanto sia dolce farsi schiava di un tale amante: e si trova infatti prigioniera, senza saperne il modo. O Gesù e Signor mio, com'è potente il vostro amore! Ci avvince in tal modo da impedirci in quel momento di amare altri che Voi!

 

3 - Le altre due potenze aiutano la volontà a farsi più abile a godere un tanto bene, nonostante che alle volte non servano ad altro che a disturbarla nella sua unione con Dio. Allora la volontà non ne faccia caso, perseveri nel suo gaudio e nella sua quiete, perché se si sforzasse di raccoglierle, si distrarrebbe anch'essa. Le potenze sono come certe colombe che, non contente del cibo che ricevono senza fatica dal padrone della colombaia, vanno a cercarlo in altro luogo, ma si trovano così male che tornano indietro quasi subito; e così vengono e vanno, come per stuzzicare la volontà a dar loro qualche cosa di ciò che gode. Si fermano se Dio dà loro un po' di esca, altrimenti tornano a girare, pensando con ciò di giovare alla volontà, mentre spesso, col voler rappresentare ciò che essa sta godendo, non fanno che disturbarla. In questo caso bisogna regolarsi come ora dirò.

 

4 - Quello che qui avviene è accompagnato da tanta dolcezza e da così poca fatica che non ci si sentirebbe stanchi neppure se l'orazione durasse a lungo. L'intelletto lavora con calma e soavità, cavando assai più acqua che non quando la cercava nel pozzo. Le lacrime che qui Dio accorda sgorgano con molto gaudio e Senza che si procurino.

 

5 - L'acqua che qui il Signore concede contiene grandi tesori e favori preziosi, e fa crescere in virtù in modo incomparabilmente maggiore che non nello stato precedente. L'anima va spogliandosi delle sue miserie ed acquistando una qualche conoscenza delle delizie del cielo E mi pare che questo la faccia maggiormente progredire, sino a portarla più vicina a quella prima Virtù da cui tutte le altre derivano, e che è Dio. Infatti, Egli comincia a comunicarsi a quest'anima e a volere che lo senta.

Arrivati a questo punto, si perde l'avidità delle cose terrene, sino a non trovare in esse più alcuna soddisfazione, perché si vede chiaramente che non potranno mai dare, neppure per un batter d'occhio, quello che allora si gode. Le ricchezze, la potenza, gli onori e i piaceri ne sono affatto incapaci, perché quelle delizie sono vere e contentano sinceramente. Credo impossibile tanta felicità nelle gioie della terra. In esse vi è sempre qualche cosa che contrasta, mentre qui non vi è che contento. La pena verrà dopo, quando tutto sarà finito e non si potrà né si saprà riaverlo, perché allora, se il Signore non vuole ridarlo, non giova a nulla neppure farsi in brani a forza di penitenze, preghiere ed altre cose del genere.

Dio vuol manifestare all'anima la sua grandezza, perciò le fa conoscere che Egli le sta vicino, tanto che ella non ha più bisogno di parlargli per mezzo di messaggeri, potendolo fare da se stessa, e neppure a voce, perché gli è talmente unita da essere compresa col solo muovere delle labbra.

 

6 - Sembra una sciocchezza dir questo, sapendosi da tutti che Dio è in noi e ci ascolta sempre. Sì, non c'è dubbio. Ma qui il sovrano Signor nostro ci vuol far capire che ci sta ascoltando, dandoci insieme a conoscere gli effetti della sua divina presenza.

Comincia a operare nell'anima in un modo particolare con soddisfazioni deliziose esteriori ed interiori, facendole insieme conoscere la grande differenza che passa tra queste e quelle della terra. - Insomma pare che riempia il vuoto scavato in noi stessi dai nostri peccati.

L'anima percepisce queste soddisfazioni nell'intimo del suo essere, ma senza sapere per che via, né in che modo le percepisca. Alle volte non sa neppure cosa fare, cosa volere o domandare. Le pare di aver trovato ogni bene, dire che cosa. E neppur io so dirlo, perché, per ma non sa molte di queste cose, è necessario aver studiato. Sarebbe bene, per esempio, saper dire cosa siano le grazie generali e quelle particolari,[65] perché molti non lo sanno, e come il Signore voglia che qui si vedano le seconde quasi con i propri occhi. Inoltre la scienza mi servirebbe per molte altre cose che forse non saranno ben dette. Ma siccome queste pagine dovranno essere rivedute da persone che sanno ben discernere gli errori, me ne sto tranquilla, non preoccupandomi né delle parole, né del loro significato, perché quando essi le avranno fra le mani, vedranno gli errori e li toglieranno.

 

7 - Vorrei anche farmi capire perché si è ancora agli inizi, per cui quando il Signore accorda queste grazie, l'anima non le capisce e non sa cosa fare. Grandissima allora la sua pena se Dio la conduce per la via del timore[66] come ha fatto con me, e non trova alcuno che la intenda, mentre ne avrebbe gioia vivissima se le facessero una fedele pittura del suo stato, in modo da poter vedere lei stessa la via che batte, essendo utilissimo in ogni grado di orazione sapere quello che si deve fare. Se io ho sofferto molto ed ho perduto molto tempo, fu appunto per non sapere quello che dovevo fare.

Mi fanno molta compassione le anime che, arrivate a questo punto, si trovano sole. Io ho letto molti libri spirituali che ne parlano, sì, ma troppo poco. Tuttavia, ne parlassero pure per disteso, se l'anima non è molto sperimentata, avrà sempre da stentare a comprendersi.

 

8 - Vorrei che il Signore mi aiutasse a descrivere gli effetti prodotti nell'anima da quei favori che cominciano a essere soprannaturali, affinché si possa capire, per quanto ci sia possibile, se provengono dallo spirito di Dio. Comunque, è bene andar sempre innanzi con timore perché, se anche sono opera di Dio, può intromettersi il demonio trasfigurato in angelo di luce. Se non è molto sperimentata, l'anima non se n'accorgerà: per accorgersi bisogna avere l'esperienza degli ultimi gradi di orazione.

Ma per questo lavoro non ho tempo sufficiente, perché devo seguire gli esercizi di comunità e attendere alle molte occupazioni inerenti a questa casa in cui mi trovo e che è ancora in formazione,[67] come si vedrà a suo luogo. Scrivo a intervalli e molto in fretta, per cui quello che non posso far io, lo deve fare il Signore. Quando Egli ispira, si scrive più facilmente e con maggiore chiarezza, come se si avesse innanzi un modello da ricopiare. Ma se manca il suo aiuto, è più difficile esprimersi in queste cose che parlare in arabo, come suol dirsi, nonostante che si abbia praticata l'orazione per molti anni. Quando parlo di un grado d'orazione la mia anima si trova in esso; e ciò mi è di grandissimo vantaggio, anche perché vedo che non sono io che formo concetti e li esprimo. E ciò è tanto vero che mi accade spesso di non sapermi dar ragione di aver indovinato a spiegarmi.[68]

 

9 - Torniamo ora alla nostra aiuola o giardino, per vedere come le pianticelle s'impinguano di succo per fiorire, dare il loro frutto gli alberi fruttiferi, e il loro profumo i garofani e gli altri fiori.

Questo paragone mi piace assai, tanto che sul principio della mia vita di orazione (e piaccia a Dio che finalmente abbia cominciato a servirlo per davvero!), godevo spesso di considerare la mia anima sotto la figura di un giardino, e immaginarmi il Signore che vi prendesse i suoi passeggi. Allora lo pregavo di voler aumentare il profumo dei piccoli fiori di virtù che sembravano lì per sbocciare e a rinforzarli per amore della sua gloria, giacché nulla io volevo per me. Lo pregavo insieme di tagliare pure quelli che voleva, sicura che sarebbero ricresciuti più belli.

Dico tagliare, perché in certi momenti l'anima ne perde pure il ricordo, sembra che il giardino sia arido, che non vi sia più acqua per innaffiarlo e che l'anima non abbia mai avuto alcun germe di virtù. La sofferenza allora è grandissima, e Dio vuole che il povero giardiniere consideri perdute tutte le fatiche incontrate per innaffiare e mantenere in vita il giardino. È l'ora di svellere e schiantare fino all'ultima le erbacce rimaste, e di riconoscere che a nulla valgono i nostri sforzi se Dio ci nega l'acqua delle sue grazie. Bisogna far poco conto della nostra miseria, che è meno di nulla: allora l'anima progredirà in umiltà, e i fiori torneranno a sbocciare.

 

10 - O mio Signore e mio Bene, non è senza lacrime e grande gioia della mia anima che io ricordo questa cosa! Possibile, Signore, che amiate tanto di starvene con noi? Non siete già nel SS. Sacramento? Sì, vi siete: dobbiamo crederlo assolutamente, perché è così. Perciò, possiamo fare questo raffronto in tutta verità e dire che se non è per colpa nostra, possiamo avere in Voi la nostra gioia, come Voi avete la vostra nello starvene con noi, avendo detto Voi stesso che la vostra delizia è abitare con i figlioli degli uomini![69] E cos'è questo, Signor mio? È sempre di grande gioia per me udire questa frase, e ciò anche quando ero lontana da Voi. È mai possibile, Signore, che un'anima, dopo aver ricevuto così grandi gioie e favori, e compreso che Voi vi deliziate con lei, torni ancora ad offendervi e a dimenticare tante grazie e così grandi prove di amore di cui non può dubitare per vederne chiaramente in se stessa le opere? Purtroppo sì, o Signore! Io sono quest'anima, io che vi ho offeso, e non solo una volta ma molte. Piaccia alla vostra Bontà che sia Soltanto io la sconoscente, io sola che sia caduta in così mostruosa ingratitudine e malvagità! Da ciò la vostra infinita clemenza ha già ricavato del bene, perché dove più grande è la miseria, più risplendono i benefici delle vostre misericordie. Oh, le vostre misericordie, con quanta ragione dovrei io sempre cantarle! Signore, datemi di poterle cantare in eterno, giacché vi siete compiaciuto di prodigarmele con tanta munificenza da meravigliare tutti coloro che le vedono. Io poi ne rimango trasecolata, tanto che le lodi mi sgorgano effusivamente. Senza di Voi, o mio Bene, io non posso far altro che sradicare di nuovo i fiori del mio giardino, e ricondurre questa mia terra miserabile allo stato di un letamaio come prima. Ma non permettetelo, o Signore. Non permettete che vada perduta quest'anima che, redenta un giorno con tanti vostri dolori, avete poi riscattata tante altre volte e strappata di bocca al dragone infernale.

 

11 - Perdoni, Padre, se mi sono allontanata dal mio soggetto, né voglia meravigliarsene perché si tratta di cose che mi riguardano. Scrivendo di ciò, e ripensando al molto che devo a Dio, l'anima mia va talmente fuor di sé da dover fare grandi sforzi per non continuare nelle sue lodi. Credo che lei non lo vedrà malvolentieri, perché mi sembra che entrambi possiamo innalzare il medesimo canto, sebbene in differente maniera, dato che i miei obblighi sono molto più grandi, per essere io stata perdonata di più, come lei sa.

 

 

CAPITOLO 15

 

 

Prosegue sul medesimo argomento - Come comportarsi nell’orazione di quiete - Molte anime arrivano a questo grado, ma poche lo oltrepassano - Quello che qui sì dice è molto utile e necessario

 

1 - Torniamo ora al nostro argomento.

Questo quieto raccoglimento dell'anima non può non esser molto avvertito per ragione della pace e della tranquillità che produce e perché adagia le potenze in un soavissimo riposo pieno di delizie inenarrabili. L'anima non essendo mai stata più in su, crede che non vi sia altro da desiderare, ed esclama volentieri con S. Pietro: Fermiamo qui le nostre tende.[70] Non osa muoversi né distrarsi per paura che quel bene le sfugga, e talora neppure respirare. Ma non sa la poverina che come non poté far nulla per procurarselo, molto meno potrà fare per ritenerlo più di quanto Dio vorrà lasciarglielo.

Come ho già detto, in questa orazione di raccoglimento e di quiete le potenze dell'anima si mantengono nella loro efficienza. L'anima è pienamente soddisfatta, né perde affatto la sua pace e tranquillità per le divagazioni della memoria e dell'intelletto, perché allora la volontà sta unita a Dio. Anzi, a poco a poco riesce a raccogliere anche le altre due potenze, le quali non potranno mai toglierle il suo contenuto e la sua gioia, perché troppo bene occupata, sebbene non del tutto assorta, senza saper come. Per di più essa cerca d'impedire, benché senza affannarsi, che la piccola scintilla dell'amore di Dio finisca con spegnersi.

 

2 - Piaccia a Sua Maestà di darmi grazia di far ben comprendere questa cosa, perché molte, moltissime sono le anime che arrivano a questo punto, e poche che vanno oltre. Non so di chi sia la colpa. Non certamente di Dio, perché dopo averle elevate fin qui, non credo che neghi loro molte altre grazie se non in castigo di qualche loro infedeltà.

Importa molto che l'anima arrivata a questo punto sappia riconoscere l'eminente dignità in cui si trova e il gran favore che Dio le ha fatto. È allora giusto che si distacchi dalla terra, dato che la bontà di Dio sembra già farla abitatrice del cielo, sempre che ella non se ne renda volontariamente indegna. Lei sventurata se torna indietro'. Credo che sarà per precipitare in fondo all'abisso, come avrei fatto io se la misericordia del Signore non mi avesse soccorsa. Però, penso che ciò non avvenga se non in seguito a gravi colpe, essendo impossibile che si abbandoni tanto bene senz'essere accecati da un grande male.

 

3 - Per amor di Dio, supplico le anime, giunte per sua grazia a questo stato, di conoscersi bene e di tenersi in grande stima, con un'umile e santa presunzione, per non ritornare alle cipolle di Egitto. Se per malizia o per debolezza di loro natura misera e vile vi ritornano ancora, come feci io, pensino al gran bene perduto, diffidino di sé e camminino con timore, ché ne hanno motivo, perché se non tornano all'orazione, andranno di male in peggio. - A mio avviso, la vera caduta sarebbe appunto d'aborrire la via sulla quale hanno guadagnato tanti beni.

Con questo non pretendo già che divengano impeccabili, né che non cadano più in alcuna colpa. Sarebbe ben giusto, del resto, che avendo cominciato a godere di quei favori, se ne guardassero attentamente. Ma siamo tanto miserabili!... Perciò raccomando molto di non mai lasciare l'orazione, perché con essa si conosce il nostro stato, ci si pente dell'offesa fatta a Dio e si acquista forza per rialzarci. Sì, sì, mi si creda: chi si allontana dall'orazione è in gravissimo pericolo Non so se capisco quel che dico, perché, come ho fatto osservare altre volte, giudico secondo quello che è avvenuto a me.

 

4 - Questa specie di orazione è come una scintilla di vero amore di Dio che il Signore comincia ad accendere nell'anima. Però vuole che l'anima intenda in che consista quest'amore così pieno di delizie.

La quiete, il raccoglimento, ossia quella piccola scintilla è un effetto dello spirito di Dio, e la gioia che produce non è dal demonio né dai nostri sforzi. Chi ha un po' d'esperienza lo comprende subito, e vede che da noi non possiamo procurarla. La nostra natura, che è molto portata al piacere, farà di tutto per averla, ma finirà col divenire più fredda, e per quanto faccia per ravvivare il fuoco e riavere quelle delizie, sarà come se vi gettasse sopra dell'acqua per spegnerlo. Ma se è Dio che accende la scintilla, questa, anche se piccola, farà molto, sino a sviluppare, se non soffocata per colpa nostra, quell'incendio avvampante di grandissimo amor di Dio che si fa vedere da lontano, e nel quale il Signore consuma le anime perfette, come a suo luogo dirò.

 

5 - Questa scintilla è segno o caparra che Dio ha scelto l'anima per grandi cose, purché ella si prepari a riceverle: dono così grande che supera ogni mia descrizione e che insieme, ripeto, mi riempie di dolore e di confusione per il gran numero di quelli che arrivano sin qui, mentre pochi passano oltre, come dovrebbero.

Non già che siano pochi in maniera assoluta: anzi, devono essere molti, perché, se Dio continua a sopportarci, ciò non può essere per nulla. Dico soltanto quello che ho visto, e bramerei molto di far ad essi sapere che non devono tener nascosto il loro talento, perché sembra che Dio li abbia scelti per giovare a molti, specialmente in questi tempi in cui, a sostegno dei deboli, sono necessari forti amici di Dio. Perciò quelli che si riconoscono così favoriti, si comportino da forti amici di Dio e cerchino di conformarsi a quelle leggi di buona amicizia che vigono anche nel mondo. Altrimenti, ripeto, temano, temano molto di farsi male da sé. E piaccia a Dio che lo facciano solo a se stessi!...

 

6 - Durante l'orazione di quiete, l'anima deve comportarsi con soavità e senza strepito. Chiamo strepito l'andar cercando con l'intelletto molte parole e considerazioni per ringraziare Dio di tanta grazia e rimestare il mucchio dei propri peccati e difetti allo scopo di sentirsene indegni. Queste cose mettono lo scompiglio, perché allora l'intelletto si affanna a rappresentare e la memoria a ricordare.

Alle volte queste potenze mi stancano assai: la memoria non mi riesce di soggiogarla, nonostante ne abbia tanto poca.

La volontà deve deportarsi con calma e prudenza e convincersi che con Dio non si negozia bene a forza di braccia. Quei ragionamenti sarebbero come grossi pezzi di legna messi senza discrezione sulla piccola scintilla per soffocarla. Lo si riconosca umilmente e si dica: «Signore, che posso fare io qui? Che ha mai da vedere la serva con il suo padrone e la terra con il cielo?» o altre parole di amore che si presentano al momento, purché si comprenda quello che si dice, senza far caso dell'intelletto che disturba, né sforzarsi per metterlo a tacere e fargli parte di ciò che si gode.

Avviene spesso che la volontà si trovi in quiete e unita a Dio, mentre l'intelletto fra le distrazioni. Allora è meglio lasciarlo andare senza corrergli dietro, e perseverare nel godimento di quella grazia, raccolti in se stessi, come api prudenti. Se nell'alveare non entrasse alcuna ape, ma stessero tutte fuori a darsi caccia a vicenda, in che modo potrebbero fare il miele?

 

7 - Se l'anima non fa così, perderà molto, specialmente se ha intelletto sottile, perché questo comincia a cercare ragioni e a coordinare raziocini; e appena li trova ben fatti pensa che anch'egli sa fare qualche cosa. Ma qui l'intelletto non ha nulla da fare, se non da convincersi che non vi è alcuna ragione per la quale possiamo dire di meritare un così grande favore, ma che tutto viene dalla bontà di Dio. Pensi invece che gli è molto vicino, gli chieda grazie, lo preghi per la Chiesa, per quelli che si raccomandano alle sue orazioni e per le anime del purgatorio: però, non con rumore di parole, ma con grande desiderio di essere esaudito. Tale preghiera comprende molte cose, e con essa si guadagna di più che non con l'intenso esercizio dell'intelletto. La volontà cerchi di eccitare quelle considerazioni che si presentano spontaneamente alla vista dei suoi progressi, e in tal modo si ravviverà nell'amore. Frattanto ne emetta qualche atto, domandandosi, per esempio, cosa possa fare per amore di Colui a cui è tanto obbligata. Però, come ho detto, cerchi di non mettere in moto l'intelletto applicandolo alla ricerca di ragioni peregrine. Valgono di più, per meglio infiammarci in amore, alcune pagliuzze messe insieme con umiltà (e se le mettiamo noi saranno meno che pagliuzze) che non tutto il legname che vi possiamo ammonticchiare con ricercati ragionamenti, e che in un Credo soffocherebbe ogni cosa.

Questo avviso è molto utile per quei dotti che mi hanno comandato di scrivere, perché essi con l'aiuto di Dio, essendo arrivati sin qui, può darsi che perdano il tempo nel fare applicazioni della Sacra Scrittura. Se la dottrina è di grande aiuto prima e dopo l'orazione, mentre si prega mi pare che non debba molto giovare se non per infiacchire la volontà, perché allora l'intelletto si trova vicino alla luce ed è raccolto in così grande chiarezza che anch'io sembro un'altra, nonostante la mia miseria.

 

8 - Io non capisco quasi nulla di latino. Ma in questa orazione di quiete mi è accaduto, specialmente con il salterio, non solo di capire l'espressione come suona in volgare, ma anche di andare più innanzi e penetrare con gioia nello spirito della lettera.

Non parlo qui di quelle circostanze in cui i dotti devono predicare o fare scuola, perché allora conviene che si servano delle risorse della scienza per meglio giovare a quei poveretti che, come me, non hanno istruzione. La carità è sempre una gran cosa, specialmente se si tratta di giovare alle anime, purché lo si faccia per Dio. Ma in questi istanti di quiete è bene che anche i dotti lascino l'anima in pace e mettano da parte ogni scienza. Non mancherà il tempo di giovarsene per la gloria di Dio. E sarà essa allora così preziosa che per nessun motivo vorranno non averla, perché aiuta moltissimo a servire Sua Maestà. Ma innanzi alla Sapienza infinita, credano, vale più un breve desiderio di umiltà con qualche atto della medesima, che non tutta la scienza del mondo. Qui non c'è da discutere, ma da riconoscere sinceramente quello che siamo e da tenerci innanzi a Dio con umiltà. Egli vuole che l'anima si riconosca ignorante, com'è veramente innanzi a Lui che tanto si abbassa da sopportarla vicino a sé, nonostante quello che noi siamo,

 

9 - L'intelletto vorrà muoversi per ringraziare il Signore in termini più eleganti. Ma se la volontà persevera nella sua pace, non osando nemmeno alzare gli occhi, come il pubblicano, farà più buon ringraziamento di quello che non sappia fare l'intelletto con tutti gli artifizi della retorica.

Infine, non si deve lasciar del tutto né l'orazione mentale, e neppure certe preghiere che alcune volte, volendolo e potendolo, si possono recitare. Dico così, perché se la quiete è profonda, si parla assai difficilmente e con molta pena.

Mi pare che si possa conoscere quando questo favore provenga dallo spirito di Dio o sia procurato da noi mediante un principio di devozione che Dio stesso concede. In questo caso, ripeto, si vuole entrare subito in questa quiete di volontà, ma non si ottiene nulla, presto tutto svanisce, e l'anima rimane nell'aridità.

 

10 - Se poi viene dal demonio, l'anima sperimentata non mancherà di avvedersene, perché genera inquietudine, poca umiltà, niente luce all'intelletto, niente fermezza nella verità e poca disposizione per gli effetti prodotti dallo spirito di Dio. Se l'anima indirizza a Dio il piacere e la soavità che sente e pone in Lui ogni suo pensiero e desiderio, il demonio non le potrà fare che poco o nessun danno. Non solo il demonio non guadagnerà, ma per lo stesso diletto che produce, Dio permetterà che perda molto, perché l'anima credendo che provenga da Dio, si darà all'orazione con più ardore e con maggiore desiderio. Se poi è umile, non curiosa, non portata alle consolazioni spirituali, ma amante della croce, allora farà poco conto del contento che il demonio le dà, mentre se venisse da Dio non potrebbe non tenerlo in grande stima. Ciò che viene dal demonio è menzogna come lui. E se egli vede che per quei gusti e diletti l'anima si umilia (ecco quello che si deve fare in mezzo alle consolazioni spirituali: procurare di uscirne molto umili), non tornerà alla carica troppe volte per lo scorno che ne subisce.

 

11 - Per questo e per molti altri motivi, ho già ricordato, parlando del primo modo d'innaffiare il giardino, cioè del primo grado di orazione, che importantissimo è cominciarla col distaccarsi da ogni genere di diletti ed entrarvi risolutamente con l'unico scopo di aiutare il Signore a portare la croce, come generosi cavalieri che servono il proprio Re senza soldo, perché sicuri di averlo dopo. Teniamoci fissi in quel vero ed eterno regno che speriamo un giorno di possedere. L'averne sempre innanzi il pensiero aiuta molto, specialmente da principio, mentre in seguito sarà perfino necessario dimenticare il nulla delle cose create, la poca durata dei piaceri della terra e il disprezzo in cui devono tenersi, perché lo si vedrà così bene che per poter vivere bisognerà non pensarci.

 

12 - Sembra che queste considerazioni siano troppo basse, e lo sono veramente, tanto che chi è innanzi in perfezione terrebbe a vergogna e disonore pensare di staccarsi dai beni di questo mondo per il motivo che devono finire. Li lascia soltanto per Dio, anche se durassero eternamente, e con maggior diletto e soddisfazione quanto più quei beni sono grandi e duraturi. In tali anime l'amore è ormai cresciuto, ed è appunto l'amore che in esse agisce. Ma per i principianti quelle considerazioni sono di altissima importanza, e si guardino bene dal disprezzarle, perché grande è il vantaggio che ne possono ricavare. Per questo insisto tanto. Ne hanno bisogno anche quelli che sono già molto avanzati, specialmente in quei tempi in cui Dio li mette alla prova e li sembra abbandonare.

Come ho già detto e vorrei che mai ce ne scordassimo, in questa vita che viviamo ci pare che l'anima cresca; e così è veramente, benché non al modo del corpo. Se un bambino è cresciuto e si è fatto un corpo da uomo, non può certo dimetterlo per riassumere quello della sua prima età. Ma qui il Signore può permettere che accada il contrario; e, se lo so, è perché l'ho veduto. Dev'essere per umiliarci a fin di bene, affinché mentre viviamo in questo esilio non ci si abbia mai a trascurare. Chi si trova più in alto ha da temere di più, e meno da fidarsi di sé.

Vi sono delle volontà così avvinte a quella di Dio che piuttosto di commettere una sola imperfezione, sopporterebbero mille morti e tutti i tormenti del mondo. Ma sono alle volte così tentate e combattute che per evitare il peccato devono ricorrere anch'esse alle prime armi dell'orazione e pensare ancora che tutto finisce, che esiste l'inferno e il paradiso, ed altre simili verità.

 

13 - Rifacendomi ora a quello che dicevo, il mezzo fondamentale per liberarci dalle insidie e dai godimenti del demonio è di risolversi fin da principio a seguire la via della croce e a non desiderare consolazioni, essendo questo il cammino di perfezione tracciato da Nostro Signore con le parole: «Prendi la tua croce e seguimi».[71] Egli è il nostro modello; e nulla avrà da temere chi segue i suoi consigli con l'unico scopo di contentarlo.

 

14 - Se ha fatto dei progressi, l'anima capirà che non fu per opera del demonio. Può anche ricadere, ma se subito si rialza, è una prova che Dio è con lei. - Ma ecco altri segni per meglio conoscerlo.

Quando è lo spirito di Dio che agisce in noi, non è necessario cercare considerazioni per eccitarci a confusione e a umiltà, perché ci umilia e ci confonde Lui stesso e in un modo assai diverso di come potremmo da noi con le nostre povere considerazioni, neppur confrontabili con l'umiltà vera e piena di luce che qui il Signore concede, produttrice di una confusione che annienta. Assai degna di rilievo è la profondità con cui Dio ci vuole allora far conoscere che da noi non può venire alcun bene, e ciò tanto più chiaramente quanto più elevate sono le grazie che fa. Accende nell'anima un gran desiderio di progredire nell’orazione, e la pone nella decisione di non mai lasciarla, nonostante le difficoltà che possa incontrare. Perciò ella è disposta a tutto, già sicura della sua eterna salute, benché con umiltà e timore: non già timore servile, ma riverenza filiale accresciuta di molto. Si sente accendere da un grande amore di Dio senza umani interessi, e per meglio godere di tal bene desidera di vivere in solitudine.

 

15 - Insomma, per non stancarmi, questa grazia è il principio di ogni bene, e i fiori del giardino sono sul punto di sbocciare. L'anima lo vede chiaramente, e per nulla al mondo può credere che Dio non sia stato con lei, tranne nel caso che si veda ancora nelle sue mancanze e imperfezioni: allora teme nuovamente, e ciò è bene.

Alcune anime approfittano di più con la sicurezza che è opera di Dio che non con tutti i timori possibili. Quando per natura sono portate all'amore e alla gratitudine, tornano più facilmente a Dio con il ricordo dei benefici ricevuti che non con la considerazione di tutti i tormenti dell'inferno. - Questo almeno accadeva a me, benché tanto miserabile.

 

16 - Avendo da trattare più innanzi dei segni del buono spirito, per il momento non dirò nulla, costandomi molto esporli tutti con chiarezza. Spero con l'aiuto di Dio di poterlo fare abbastanza bene per averne parlato con dotte e sante persone a cui è ragionevole prestar fede, senza contare l'esperienza che mi ha insegnato molte cose. E così le anime che per bontà di Dio arriveranno a questo stato, potranno evitare le difficoltà fra le quali io mi sono trovata.

 

 

CAPITOLO 16

 

Terzo grado di orazione - Cose molto sublimi - Ciò Che l'anima può fare quando è arrivata a questo punto - Effetti di tali grazie - Capitolo assai utile per consolare le anime giunte a questo grado ed elevare lo spirito a lodare il Signore

 

1 - Parliamo ora della terza acqua con cui si irriga il giardino, acqua corrente derivata da un fiume o da una fonte.

Qui il lavoro è ridotto di molto, non dovendosi far altro che immettere l'acqua nei canali. Il Signore aiuta il giardiniere in tal modo che sembra voglia prenderne il posto e far tutto lui. Si ha come un sonno delle potenze, le quali, pur senza perdersi del tutto, non riescono a capire come agiscono. Il piacere, la soavità, le delizie che qui si godono sono incomparabilmente più grandi che in passato, perché qui l'acqua della grazia arriva alla gola, tanto che l'anima non può, né sa come avanzare, né come tornare indietro, soltanto bramosa di quella grandissima gioia. È come uno in agonia, già con la candela fra le mani,[72] e che gode un inesprimibile contento per aver tanto desiderato di morire. Infatti, quello stato non mi par altro che un morire quasi del tutto alle cose del mondo e un tripudiare in Dio.

Non so che altri termini usare per manifestarmi ed esprimermi.

L'anima non sa cosa fare, se parlare o tacere, se piangere o ridere. È come in un glorioso delirio, in un modo deliziosissimo di gioire, in una celeste follia nella quale impara la vera sapienza.

 

2 - Questa orazione mi fu concessa molte volte, e in abbondanza, circa cinque o sei anni fa. Ma siccome non la capivo, né avrei saputo manifestarmi, avevo deciso, giunta a questo punto, di dirne poco o niente. Benché vedessi che era molto più intima della precedente, tuttavia capivo che non era un'unione piena di tutte le potenze, e confesso che non riuscivo a discernere né a comprendere dove ne fosse la differenza. Ma siccome Vostra Grazia ha avuto !'umiltà di ricorrere alla mia ignoranza, per questo il Signore ha voluto oggi concedermi questa specie di orazione, subito dopo la comunione. Mi sono trovata che non potevo far nulla, ed Egli mi ha suggerito dei paragoni, mi ha illuminata sul modo di esprimermi e su quello che l'anima deve fare. In un istante ho compreso ogni cosa, e ne fui molto meravigliata.

Mi ero trovata molte volte come fuori di me e quasi ebbra d'amor di Dio, ma non avevo mai compreso come ciò avvenisse. Capivo che era un'operazione di Dio, ma non riuscivo a comprendere come Egli operasse, perché, quantunque le potenze gli fossero unite quasi del tutto, non erano però così assorte da non poter operare. Ma ora l'ho capito, e ne ho provato piacere. - Sia benedetto il Signore che così mi ha favorita!

 

3 - Qui le potenze non possono far altro che occuparsi di Dio. Sembra che nessuna ardisca muoversi, e nemmeno potremmo muoverle noi, a meno che volessimo distrarci. Tuttavia ci vorrebbe molta forza, e non sempre si riuscirebbe del tutto.

Si pronunciano tante parole in lode di Dio, ma senza ordine. L'ordine ve lo deve mettere il Signore, perché l'intelletto non serve a nulla. L'anima vorrebbe erompere in grandi lodi, incapace di contenersi perché in preda a dolcissimo delirio. A questo punto i fiori cominciano a sbocciare e ad esalare profumo.

L'anima brama che tutti la vedano e si accorgano della sua gioia per lodare Dio e unirsi a lei nel glorificarlo. Impotente a sopportare da sola il gaudio che la inonda desidera di farne parte ad altri, come quella donna del Vangelo che voleva chiamare o chiamava di fatto le vicine a godere con lei.[73] Tali dovevano essere i trasporti che animavano lo spirito ammirabile del reale profeta Davide quando suonava e cantava sull'arpa le lodi di Dio. - Io sono molto devota di questo santo Re, e vorrei che lo fossero tutti, specialmente i peccatori come me.

 

4 - O mio Dio, che è mai un'anima in questo stato! Vorrebbe cambiarsi in tante lingue per lodare il suo Dio, ed esce in mille santi spropositi, riuscendo in tal modo a contentare Colui che la tiene così. So di una persona che, pur non essendo poeta, improvvisava allora strofe molto espressive, nelle quali manifestava la sua pena.[74] Non erano frutto d'intelligenza, ma sfoghi di anima per lamentarsi con il suo Dio e meglio godere la gioia di cui si sentiva inondata in quello spasimo delizioso. Per mostrare il gaudio che quella pena le dava, avrebbe voluto che il corpo e l'anima le si squarciassero per intero, né vi era tormento che non avrebbe sopportato volentieri per amore del suo Dio, tanto da parerle che gli stessi martiri non avessero fatto quasi nulla nel sostenere il martirio, per la forza che veniva loro da un'altra parte.

Che pena, dopo, per la povera anima rientrare ancora in se stessa per vivere nel mondo e tornare alle cure e alle esigenze della vita!

Mi pare di non avere esagerato. Anzi, sono stata molto parca nel parlare del gaudio che il Signore comparte all'anima fin da questo esilio. - Siate benedetto in eterno, o mio Dio, e vi lodino per sempre tutte le creature!

Presa da questa santa e celestiale follia sono pur ora, o mio Re, mentre scrivo queste cose, ma unicamente per vostra bontà e misericordia, perché in me non vi è proprio alcun merito. Perciò concedetemi che folli del vostro amore diventino pur quelli con cui avrò a trattare, o che non tratti più con nessuno, ma disprezzi ogni cosa ed esca affatto dal mondo. La vostra serva, o mio Dio, non può più sopportare l'inenarrabile tormento di vedersi da Voi lontana. Se deve vivere ancora, vi supplica di non darle alcun riposo, perché quaggiù non ne vuole. Vorrebbe sentirsi libera, perché il mangiare l'angustia e il dormire la tormenta. Sente di passare la vita nei comodi, mentre nulla la può saziare fuor di Voi. Le par di vivere in contrasto con la natura, perché non vorrebbe vivere in sé, ma tutta in Voi.

 

5 - O mio vero Signore e Gloria mia, che croce pesantissima e leggera avete preparato per chi arriva a questo punto! Leggera, perché soave; pesante perché in certi momenti non si è capaci di sopportarla. Tuttavia, non si vorrebbe esserne liberi, se non per venire con Voi. Ma quando l'anima pensa che non vi ha ancora servito e che vivendo vi può alquanto servire, vorrebbe caricarsi di croci assai più gravi, e non mai morire sino alla fine del mondo. Dimenticherebbe ogni suo interesse, se potesse rendervi un minimo servizio. Non sa cosa desidera, e intanto si accorge di non desiderare che Voi.

 

6 - Figlio mio, che mi ha ordinato di scrivere e che nella sua umiltà desidera che così la chiami, tenga solo per sé queste pagine nelle quali vede che io esco dai termini, ché impossibile è trattenermi quando il Signore me ne trae. Dalla comunione di stamattina non mi pare di esser io che parli. Mi par tutto un sogno quel che vedo, e non vorrei vedere che anime malate del mio stesso male. Oh sì, Padre, la supplico! Facciamoci pazzi per amor di Colui che per nostro amore fu chiamato tale! E poiché dice di amarmi, voglio che me lo provi col disporsi a ricevere da Dio questa grazia, giacché pochissimi sono coloro che io non veda pieni di eccessiva prudenza per ciò che riguarda il più importante. Può darsi che io ne abbia più di tutti, ma non lo sopporti più Vostra Grazia che mi è padre e figlio, nonché mio confessore, a cui ho affidato l'anima mia. Mi disinganni con quella libera franchezza che oggi nel mondo è così poco di moda!...

 

7 - Tra noi cinque che ora in Cristo ci amiamo[75] vorrei che si formasse come una specie di accordo, affinché, come altri oggi si uniscono in segreto contro la Maestà di Dio per ordire scelleratezze ed eresie,[76] così noi ci unissimo per disingannarci a vicenda, correggerci dei nostri difetti e spingerci a servire meglio il Signore con carità e con desiderio di vicendevole profitto, dato che nessuno meglio ci conosce di chi tratta con noi. Però dobbiamo farlo in segreto, perché oggi un tal linguaggio non è più di moda. Gli stessi predicatori cercano di comporre i loro discorsi in modo da non dispiacere ad alcuno. L'intenzione certo sarà buona, e sarà anche bene far così, ma pochi intanto sono i frutti.

Perché pochi si allontanano dai pubblici vizi per le prediche che ascoltano? Sa che ne penso? Perché i predicatori hanno troppo umana prudenza, perché non bruciano di quel gran fuoco di amor di Dio di cui bruciavano gli apostoli: per questo la loro fiamma scalda poco. Non pretendo che siano così infuocati come gli apostoli, ma solo un po' più accesi di quanto li vedo. E vuol sapere cosa gioverebbe a questo scopo? Avere in disprezzo la vita e in niuna stima l'onore. Quando gli apostoli proclamavano la verità e la difendevano per la gloria di Dio, perdere o guadagnare era per essi la stessa cosa, com'è pure per coloro che sono pronti a tutto sacrificare per amor di Dio. Non già che io sia tale, ma molto desidero di esserlo.

 

8 - Oh che grande libertà ritenere per schiavitù la necessità di trattare e vivere secondo le leggi del mondo! Ma siccome essa non ci viene che da Dio, non vi dev'essere schiavo che non sia pronto a tutto osare pur di riscattarsi e tornare in patria. Questa è la vera via e per questa bisogna camminare, non potendosi raggiungere così gran tesoro che col finire della vita. - Ci aiuti in questo il Signore!

Strappi queste pagine, se lo crede, oppure le consideri come una lettera per lei solo, e mi perdoni se sono stata tanto temeraria.

 

 

CAPITOLO 17

 

Continua a parlare del terzo grado di orazione - Finisce di enumerarne gli effetti e dice che in questo grado l'immaginativa e la memoria sono piuttosto di ostacolo

 

1 - Mi pare di aver parlato abbastanza di questo modo di orazione e di ciò che l'anima deve fare, o, per meglio dire, di ciò che Dio fa in lei. Qui il giardiniere è Lui. Egli vuole che l'anima si riposi, tanto che la stessa volontà non ha da far altro che d'accettare le grazie che le vengono date, abbandonandosi generosamente a ciò che la sapienza divina vuol fare di lei. Per questo ha bisogno di coraggio, perché il gaudio è così grande da sembrarle talvolta di essere sul punto di morire. - Che bella morte sarebbe!...

 

2 - A questo punto mi pare che venga bene quello che le ho già detto: abbandonarsi completamente fra le braccia di Dio. Vuole Egli portare l'anima in cielo? Nulla di meglio. All'inferno? Non si affligga perché vi andrebbe con il suo Bene. Vuole toglierla dal mondo? È quello che desidera. Vuole che viva per mille anni? Sia pure. Ella insomma non è più di sé, ma solo di Dio. Ed Egli ne disponga come di cosa propria, né d'altro ella si curi.

Dico dunque che quando l'anima è in questo stato, può fare tutto questo e ancora di più, accorgendosi lei stessa che nell'emettere tali atti, propri di questo grado di orazione, il suo intelletto non si stanca. Rimane solo stupita nel vedere Dio fare da buon giardiniere, senza permetterle di prendere parte ad alcuna fatica, lasciandole respirare in pace la fragranza dei fiori.

Poiché il giardiniere è lo stesso Creatore dell'acqua, può effonderne moltissima in un solo istante, facendo in un momento quello che la povera anima non ha potuto fare in venti anni di estenuante lavoro d'intelletto: ingrossare i frutti, condurli a maturità e dar all'anima di sostentarsi con il ricavato del giardino. Così Egli vuole. Però non le permette di farne parte ad altri se non dopo essersi ben fortificata mangiandone prima lei, perché altrimenti consumerebbe tutto in regali senza averne vantaggio, con il pericolo di morire di fame per dar da mangiare agli altri gratuitamente e a sue spese. - Questo lo capiranno bene coloro che mi hanno ordinato di scrivere, e lo sapranno applicare meglio di me, nonostante che mi sforzi.

 

3 - In quest'operazione le virtù restano meglio radicate che nella precedente di quiete. L'anima stessa se ne avvede e conosce d'essersi mutata in altra. Senza accorgersi, comincia a compiere grandi cose, grazie al profumo di quei fiori che il Signore fa sbocciare affinché essa riconosca d'essersi fatta virtuosa, ma non già per suo merito - ché a tanto non sarebbe riuscita neppure nello spazio di molti anni, - ma unicamente per bontà del celeste giardiniere che la rese tale in un istante. L'umiltà di cui si sente ripiena è molto più grande e più profonda di prima, e riconosce di non aver fatto né poco né molto, ma solo di aver acconsentito all'azione di Dio, accettando volentieri le sue grazie. Mi pare che questo modo di orazione sia una manifesta unione di tutta l'anima con Dio, durante la quale sembra che il Signore voglia permettere alle potenze di capire e godere quanto Egli va in esse operando.

 

4 - Ecco ciò che spesso succede quando la volontà è in questa unione. Lo dico affinché sappia che ciò è possibile, e lo intenda quando ne fosse favorito. - Da parte mia ne sono rimasta molto stupita.

In questo stato dunque, l'anima sente che la volontà è legata, e che mentre è in grande gioia e quiete, l'intelletto e la memoria sono così liberi da poter trattare d'affari e occuparsi in opere di carità.

Pare che sia identico a quanto avviene nell'orazione di quiete, ma in parte ne è diverso, perché in quella l'anima non osa muoversi né distrarsi, assorta nell'ozio santo di Maria, mentre in questa può fare pure da Marta. Fa insieme vita attiva e contemplativa, attende ad opere di carità, a pie letture e a quanto concerne il suo stato, benché l'intelletto e la memoria non siano del tutto padroni di sé e capiscano che la parte migliore dell'anima è in tutt'altre regioni. È come se ci venga a parlare una persona mentre stiamo parlando con un'altra: non si può prestare attenzione completa né all'una né all'altra. È una cosa che si sente molto bene e che dà molta soddisfazione e piacere quando si prova, adattissima a disporre l'anima a profonda quiete allorché ha il tempo di starsene in solitudine, libera da ogni occupazione. È il caso di chi ha lo stomaco soddisfatto e non ha più voglia di mangiare, ma non in tal modo da non cibarsi ancora volentieri se trova alimenti saporiti. Così l'anima. I contenti del mondo non l'appagano e non li vuole, perché ha in sé chi la soddisfa pienamente. Quello che vuole è di godere Dio di più e aspira al compimento dei suoi desideri per meglio deliziarsi nella compagnia del Diletto.

 

5 - Vi è un'altra specie di unione che non è ancora perfetta, superiore a questa di cui ora ho parlato, ma non tanto come quella della terza acqua. Quando il Signore gliele concederà, se già non gliele ha concesse, godrà molto nel trovarle qui scritte e comprenderà in che consistano, perché una cosa è ricevere da Dio la grazia, un'altra conoscere che tipo di grazia sia e un'altra ancora saperla presentare e far capire come sia.[77] Benché importante sembri soltanto il primo punto, tuttavia è un gran vantaggio e una grande grazia di Dio conoscere anche gli altri per poter battere con coraggio il cammino dell'orazione, mettendo sotto i piedi tutte le cose del mondo senza trepidazione ed angustia. Per ognuna di queste tre grazie è doveroso che chi le ha ne lodi molto il Signore, come pure chi non le ha, per averle Egli date a persone viventi che gli possono essere di aiuto.

Dunque, in questa specie di unione di cui intendo parlare, e di cui sono stata molte volte favorita, succede spesso - e in modo speciale a me - che il Signore raccolga così bene la volontà e l'intelletto da sembrare che quest'ultimo non discorra più, ma resti assorto nel godimento di Dio, come uno che trovandosi innanzi a grandi meraviglie, non sappia dove fermare lo sguardo, lo porti or qua or là, senza osservarne bene nessuna.

La memoria rimane libera, e credo anche la fantasia. Ma questa, vedendosi sola, scatena una guerra incredibile, cercando di mettere tutto a soqquadro. A me dà molto fastidio e l'aborrisco. Spesso, per non esserne disturbata, prego il Signore di volermela sospendere. Talvolta dico così: «O Signore, quando le mie potenze saranno tutte unite nel lodarvi, e non avrò più l'anima così divisa da nemmeno sapere come aiutarmi?»

In ciò vedo il male del peccato, il quale ci assoggetta in tal modo da impedirci di realizzare il nostro sogno di rimanerci sempre con Dio.

 

6 - Alle volte mi accade quello che mi è accaduto pur oggi, e che ricordo quindi assai bene, cioè, che l'anima si senta struggere dal desiderio di vedersi tutta unita con la sua parte maggiore. Ma è impossibile, perché la memoria e la fantasia le fanno tanta guerra da non permetterglielo. È vero che senza il concorso dell'intelletto e della volontà non possono far nulla, neppure il male, ma fanno assai col disturbare!...

Dico neppure il male, perché non essendo aiutate né in poco né in molto dall'intelletto in quello che rappresentano, non hanno forza, non si fermano in nulla, e vanno qua e là, a guisa di farfallette notturne importune e irrequiete. Mi pare che il paragone venga bene, perché, quantunque quelle farfalle non abbiano forza per far del male, sono però di molestia a chi le vede. Non so che rimedio vi possa essere: finora Dio non me ne ha insegnato alcuno. Se ne conoscessi qualcuno, l'userei volentieri, perché, come dico, mi tormentano spesso. Però ci fanno conoscere la nostra miseria e il grande potere di Dio, perché mentre una potenza ci stanca tanto e danneggia, le altre stanno unite al Signore, e ci procurano un delizioso riposo.

 

7 - L'unico rimedio che, dopo tanti anni di fatica, ho potuto trovare, è quello di cui ho parlato nell'orazione di quiete, cioè trattare la fantasia da pazza e abbandonarla a se stessa. Solo Dio la può calmare! Infine essa non è che una schiava, e siccome il Signore ci favorisce col dirci a godere di Rachele, cerchiamo di sopportarla con pazienza, come Giacobbe sopportò Lia.[78]

Dico che è una schiava, perché, dopo tutto, per quanto si adoperi, non potrà mai trascinare dalla sua le altre due potenze, mentre queste possono trascinarla spesso dalla loro senza alcuna fatica. Talvolta Dio si muove a compassione della sua irrequietezza, e vedendola desiderosa di stare anch'essa con le altre, le acconsente di consumarsi al calore di quella fiamma divina nella quale le altre sono già ridotte in cenere, quasi spogliate del loro essere naturale per godere sovrannaturalmente di beni così grandi.

 

8 - In queste specie di unioni di cui ho parlato trattando della terza acqua, si ha tanta gioia e riposo che al gaudio e alla soddisfazione dell'anima partecipa manifestamente anche il corpo, mentre le virtù si sviluppano in tal modo da arrivare alla perfezione accennata.

Sembra che qui il Signore abbia voluto dichiarare questi diversi stati di anima in un modo che quaggiù non potrebbe essere più chiaro. Lei ne parli con persona dotta e spirituale che sia pervenuta a questo grado, e se le assicura che mi sono spiegata bene, sappia che fu tutta opera di Dio e lo ringrazi molto. Intanto ripeto che col tempo lo comprenderà anche lei, e ne sarà molto contento. Ne goda fin d'adesso anche se ancora non ne ha la grazia.

Quando il Signore le darà di comprenderlo, capirà pure, con la sua intelligenza e istruzione, quello che ora ho scritto. - Ne sia ringraziato il Signore per tutti i secoli dei secoli! Amen.[79]

 

 

CAPITOLO 18

 

Quarto grado di orazione - Eccellente esposizione della dignità a cui in questo stato l'anima viene elevata - Dottrina che incoraggia molto a darsi all'orazione e a sforzarsi per arrivare a questa altezza, raggiungibile fin da quaggiù, sebbene non per nostro merito ma per pura bontà di Dio - Si legga con attenzione, perché si parla in modo elevato e si dicono cose importantissime

 

1 - Il Signore mi suggerisca le parole per poter dire qualche cosa della quarta acqua, per la quale l'aiuto di Dio è più necessario che per la terza. In quella l'anima si accorgeva anch'essa di non esser morta del tutto, ma qui possiamo dire che lo è veramente: al mondo essa è morta, sia pure, ripeto, con ancora la coscienza di essere quaggiù, di sentirsi sola e di potersi servire delle cose esteriori per far intendere quello che prova, se non altro con dei segni.

Nei diversi modi di orazione di cui ho parlato, il giardiniere deve far sempre qualche cosa, benché negli ultimi gradi il lavoro sia accompagnato da tanta gioia e consolazione che l'anima non vorrebbe mai tralasciarlo, riportandone, più che un'impressione di fatica, una sensazione di gaudio. Ma qui non vi è che un sentimento: quello della gioia, senza sapere di che. Si sente di godere un bene che ha in sé ogni bene, ma senza comprenderlo. Tutti i sensi sono assorbiti in questo gaudio, e nessuno può occuparsi in altre cose, esterne o interne. Prima era loro permesso di manifestare con dei segni la grande gioia che sentivano, ma qui il godimento è incomparabilmente maggiore, e si è meno capaci di esprimerlo, perché il corpo rimane senza forza e l'anima senza possibilità di manifestarsi. Ogni cosa riuscirebbe d'imbarazzo e di tormento, e turberebbe la quiete dell'anima. Aggiungo che se è unione di tutte le potenze, l'anima non può occuparsi di nulla, neppure volendolo. Anzi, se lo potesse, non sarebbe unione.

 

2 - Della natura e del modo di questo fatto che si chiama unione, non so proprio che dire. Se ne parla nella teologia mistica, ma io non ne conosco i termini e nemmeno so cosa sia la mente né in che differisca dall'anima o dallo spirito. A me pare che sia un tutt'uno Talvolta l'anima sembra uscire di se stessa, come un gran fuoco che getta alte le sue fiamme, e alle volte esce con impeto. Ora, non perché la fiamma s'innalza tanto sul fuoco sarà di natura diversa, essendo sempre la stessa fiamma che sta nel fuoco. - Sono cose, Padri miei, che con la vostra scienza capirete benissimo, perché io non ne so di più.

 

3 - Ora intendo spiegare quello che l'anima prova quando è arrivata a quest'unione divina. Sappiamo già cosa vuol dire unione: due cose distinte unite in una.

Come siete buono, Signor mio! Siate per sempre benedetto, e tutte le creature vi lodino! Ci avete tanto amato, o mio Dio, che possiamo in tutta verità parlare di queste comunicazioni che vi degnate di avere con le anime fin da questo esilio. È sempre per una vostra grande larghezza e magnanimità anche allora che le intrecciate con anime virtuose: per una magnanimità degna di Voi che quando date, date sempre da pari vostro. Oh liberalità infinita del mio Dio, come sono grandi le vostre opere! Esse riempiono di ammirazione chi per meglio intendere la verità si è staccato da tutto. Eppure grazie così grandi Voi le accordate ad anime che vi hanno tanto offeso!... Oh, io non capisco più nulla! Quando vi penso, non posso più andare innanzi. Ma dove potrei andare, del resto, se non tornare indietro? Non so come ringraziarvi per avermi così favorita, e alle volte non trovo nulla di meglio che dire spropositi.

 

4 - Ho detto che quando ero in tali grazie mi era impossibile ogni cosa; ma quando Dio accennava a darmele, o subito dopo avermele date, mi accadeva spesso di dirgli: Signore, badate bene a quel che fate! Non dimenticatevi così presto dei miei gravissimi peccati! Se li avete dimenticati per darmene il perdono, ricordatevene almeno ora per porre un limite alle vostre grazie! O mio Creatore, non versate un liquore così prezioso entro un vaso tanto guasto, avendo già veduto altre volte come io l'abbia sciupato. Non date così grandi ricchezze a chi non ha ancora rinunciato, come avrebbe dovuto, alla cupidigia delle umane consolazioni, perché le scialerei follemente! Perché affidare i terrapieni della città e le chiavi della fortezza a un governatore così vile che apre le porte ai nemici al loro primo assalto? No, o mio eterno Re, non sia così eccessivo il vostro amore da esporre al pericolo tesori tanto grandi! Affidandoli a una miserabile come me, debole, vile e di nessuna importanza, è un dar motivo per tenerli in poco conto, perché, supposto pure che con la vostra grazia - e grazia non piccola per la mia debolezza - io mi sforzi di non sciuparli, sono sempre incapace di farne approfittare gli altri. Poi sono donna, miserabile e vile; e mettere i talenti in terra così ingrata, non è solo nasconderli, ma seppellirli, mentre è vostro costume non accordare tali grazie se non a chi se ne serve per giovare ad altri. Come sapete, o mio Dio, ve l'ho fatta altre volte questa preghiera, e di cuore ancora ve la ripeto, dispostissima pure a perdere questo bene che è il maggiore di quanti quaggiù se ne possano avere, purché lo diate ad anime che lo sappiano meglio utilizzare ad incremento della vostra gloria.

 

5 - Questo ed altro mi è accaduto di dire molte volte. Ma poi ho veduto la mia stoltezza e poca umiltà, perché Dio sa meglio di noi quello che ci conviene, e che la mia anima non sarebbe mai giunta a salute se Egli non mi avesse rafforzata con l'aiuto di tante grazie.

 

6 - Intendo pure parlare delle grazie e degli effetti che questa unione produce, dire quello che l'anima può di suo, e se sia capace di fare qualcosa per arrivare a stato così alto.

 

7 - Ecco operarsi l'elevazione di spirito, o unione con l'amore celeste. Secondo me, v'è differenza tra elevazione e unione. Chi non l'ha provato pensa forse di no. Eppure, benché in fondo siano la stessa cosa, il Signore vi opera diversamente, perché nel volo di spirito il distacco dalle creature si effettua in maniera più rapida: per cui si vede che è una grazia speciale, benché, ripeto, sia o sembri una stessa cosa con l'unione. Un fuoco piccolo è sempre fuoco come uno grande, ma non v'è alcuno che non ne veda la differenza, perché se nel fuoco piccolo si getta un piccolo pezzo di ferro, prima che si arroventi ci vuol del tempo, mentre in un fuoco grande, anche se il ferro è grosso, in pochissimo par cambiare di natura. Così mi sembra di queste due sorta di favori. Chi è arrivato ai rapimenti sono sicura che lo comprenderà, ma chi non ne ha l'esperienza crederà che io dica spropositi, come forse sarà, non essendo strano che non faccia altro che spropositare chi, come me, voglia trattare e far capire una cosa come questa, di cui sembra che, per mancanza di termini, sia impossibile dar soltanto un'idea.

 

8 - Ma credo che Dio non mancherà d'aiutarmi, perché, come Egli sa, io non ho altra intenzione, dopo il compimento dell'obbedienza, che di allettare le anime a questo bene così grande. Né dirò cosa che non abbia io stessa provata per esperienza.

Vero è che quando mi sono messa a scrivere di quest'ultima acqua, mi pareva impossibile di dirne solo qualcosa: mi sembrava tanto difficile, quanto parlare in greco. Allora ne ho abbandonata l'idea e sono andata a comunicarmi. Oh virtù dell'obbedienza che tutto puoi! Benedetto il Signore che così favorisce gli ignoranti! Egli illuminò la mia mente, mi mise innanzi quello che dovevo dire e me ne suggerì le parole. Anche qui, come nell'orazione precedente, è Lui che parla, per dire quello che io non posso, né so. Questa è la pura verità, per cui quanto vi sarà di buono è da Lui, mentre il cattivo è da me, che sono un oceano di miseria.

Perciò dico che se vi fossero delle anime - e molte ve ne devono essere - che, favorite di queste cose di orazione a cui Dio ha elevato la mia miseria, volessero trattarne con me nel timore d'essere fuor di strada, il Signore aiuterebbe la sua serva per mostrare loro il sentiero della verità.

 

9 - Parliamo dunque della quarta acqua che viene dal cielo per innaffiare il giardino e impregnarlo con la sua abbondanza.[80]

Se il Signore la mandasse tutte le volte che ve ne fosse bisogno, è facile comprendere come il giardiniere ne sarebbe contento. Se non vi fosse mai inverno ma perenne primavera, i fiori e i frutti non verrebbero mai meno, con suo grandissimo diletto. Ma siccome questo è impossibile finché viviamo quaggiù, s'ha da cercare che, mancando un'acqua, si ricorra a un'altra.

Quella del cielo viene molte volte quando meno se l'aspetta. Da principio viene quasi sempre dopo una lunga orazione mentale: ogni tanto il Signore prende l'uccellino e lo mette nel nido affinché si riposi. Avendolo visto volare a lungo sforzando l'intelletto e la volontà per arrivare a Lui e piacergli, lo vuol premiare sin da questa vita. E con che premio! Basta un istante per ripagarlo a sufficienza di tutto quello che ha sofferto.

 

10 - Mentre l'anima sta così cercando il suo Dio, si sente come svenire per la forza di un soavissimo godimento: il respiro le manca, le forze corporali svaniscono, tanto che senza un grande sforzo non può muovere neppure le mani. Le si chiudono gli occhi anche senza volerlo, e, se li tiene aperti, non vede quasi nulla. Se legge, non riesce a pronunciare una sillaba, e quasi neppure a rilevarla; vede d'averla innanzi, ma non essendo aiutata dall'intelletto, non è capace di leggerla, nemmeno volendolo. Ode, ma non capisce ciò che ode. I sensi non le servono più, anzi le sono piuttosto di danno perché le impediscono di stare in pace. Parlare? Nemmeno pensarlo, ché non riuscirebbe a mettere insieme una parola; e se pure vi riuscisse, non avrebbe la forza di pronunciarla. Le energie corporali cedono a quelle dell'anima che aumentano sempre più per farla meglio godere. E un piacere molto grande e sentito si riversa pure nel corpo.

 

11 - Per quanto duri, quest'orazione non è mai di danno: almeno a me non è mai stata. Per ammalata che fossi, quando il Signore me la concedeva, non mi ricordo che me ne risentisse una sola volta, anzi me n'uscivo sempre migliorata. Che male può fare un bene così grande? I suoi effetti esteriori sono così evidenti da non lasciare alcun dubbio sulla grandezza della loro causa, perché se con quell'eccesso di gioia il Signore ci toglie le forze, è solo per ridarcele in maggiore quantità.

 

12 - Da principio è di brevissima durata: almeno per me. E allora non si manifesta tanto, né con la sospensione dei sensi, né con gli altri segni esteriori. Ma si capisce subito dalla sovrabbondanza delle grazie, che se il sole ha liquefatta l'anima in tal modo, dev'essere stato di un fulgore ben vivo.

Si noti poi che per quanto possa essere lunga la sospensione delle potenze, a mio giudizio è sempre breve. È molto se dura una mezz'ora. lo non l'ebbi mai così a lungo. È vero che per la privazione di ogni sentimento il tempo non può essere computato, ma le potenze non rimangono sospese che per poco, essendovene sempre qualcuna che torna in sé. Solo la volontà si mantiene assorta, ma le altre due tornano presto a disturbare. Però, siccome la volontà rimane in quiete, esse si arrestano di nuovo: stanno così per un altro poco, e poi ricadono nella loro mobilità.

 

13 - In questo modo l'orazione può prolungarsi, e si prolunga alle volte per alcune ore, perché, quando quelle due potenze hanno cominciato a gustare e a inebriarsi di quel vino, tornano facilmente a sospendersi per usufruirne di più: così si accompagnano alla volontà e godono tutt'e due. Ripeto però che una sospensione così completa da escludere qualsiasi disturbo da parte dell'immaginativa la quale, a quanto sembra, rimane anch'essa sospesa, non dura che per poco, sebbene non rinvengano mai così bene da non rimanerne per alcune ore come sbalordite, nel qual tempo Dio torna di quando in quando a richiamarle a sé.

 

14 - Veniamo ora a quello che l'anima sente nel proprio interno. Ma ne deve parlare soltanto chi lo sa, perché è cosa che non si può intendere, meno poi manifestare.

Mettendomi a scrivere di questo argomento, mi domandavo cosa facesse l'anima. Ed ecco che mentre tornavo dalla comunione, appena uscita da questa orazione di cui parlo, il Signore mi disse: «Figliola, l'anima si strugge tutta per meglio inabissarsi in me. Ormai non è più lei che vive, ma io. Non può comprendere ciò che intende: il suo è un non intendere intendendo».

Chi ne ha esperienza, potrà capirne qualche cosa, essendo tanto sublime quello che allora si prova da non potersi spiegare più chiaramente. Posso dire soltanto che l'anima sente di essere unita a Dio, e ciò con tanta convinzione che per nulla al mondo potrebbe lasciare di crederlo. Le potenze sono tutte sospese, e non si sa cosa facciano. Se sta meditando una scena della passione, la memoria la perde di vista sino a sembrarle di non averla mai ricordata. Se legge, non ricorda più nulla, nemmeno se si sforzi. E altrettanto se sta pregando. Qui la farfalletta importuna della memoria si brucia le ali e non può più agitarsi. La volontà è tutta occupata in amare, ma non sa come ama. L'intelletto, se intende, non capisce come intende, o, per lo meno, non comprende nulla, A me pare che non intenda affatto, perché, come dico, non intende se stesso. - Ma sono cose che non intendo neppur io.

 

15 - Mi pareva che Dio mi stesse molto vicino, e siccome da principio non sapevo che Egli è in ogni cosa, il fatto mi sembrava assai strano. Eppure lo vedevo così chiaro da non essermi possibile di credere diversamente. Quelli che non avevano studiato mi dicevano che era soltanto con la sua grazia. Ma io non mi potevo convincere, perché, come dico, mi pareva che lo fosse realmente, e me ne rimanevo con pena. Mi venne a togliere da questo dubbio un dottissimo religioso dell'ordine di San Domenico,[81] il quale mi disse che Dio è realmente presente, e mi spiegò come si comunica alle anime, per cui rimasi molto consolata.

Giova notare e ben comprendere che quest'acqua di cielo, cioè, questo gran favore di Dio, arricchisce l'anima di grandi tesori, come passo ad esporre.

 

 

CAPITOLO 19

 

Prosegue sul medesimo argomento e spiega gli effetti di questo grado di orazione - Non si deve tornare indietro né lasciare l'orazione, neanche se dopo questa grazia sì dovesse ricadere - Danni che in tal caso ne verrebbero - Capitolo assai notevole e di grande conforto per i deboli e peccatori

 

 

1 - Dopo questa orazione e unione, l'anima rimane con tanta tenerezza che vorrebbe struggersi in lacrime, non di pena, ma di gioia. E si trova tutta bagnata: le lacrime le sono cadute senza che essa se ne sia accorta, né sa quando, né come. Grande la sua gioia nel vedere quell'impeto di fuoco temperarsi e aumentarsi con l'acqua. - Sembra un parlare di arabi, ma è la pura verità.

In questo grado di orazione mi è accaduto varie volte di trovarmi così fuori di me da non sapere se le delizie che provavo erano un sogno o una realtà. Ma l'idea del sogno mi sgombrava subito dalla mente appena mi trovavo bagnata da tante lacrime, sgorgatemi dagli occhi senza pena, così rapide e impetuose da far credere che fossero state rovesciate da una nuvola celeste. Ciò mi accadeva in principio, quando l'orazione durava poco.

 

2 - L'anima ne esce così piena di coraggio che se in quel momento la facessero in brani per amore di Dio, ne accetterebbe il tormento con gioia. È l'ora delle grandi promesse e delle risoluzioni eroiche: i desideri sono ardenti, la vanità del mondo evidentissima, e si comincia ad aborrirla.

I vantaggi sono molto più grandi ed elevati che non nelle orazioni precedenti, e l'anima si sente presa da una umiltà più profonda per vedere che un favore così sublime e straordinario non è dovuto ad alcuna sua diligenza, non avendo ella fatto nulla per ottenerlo e conservarlo, Vede la sua miseria e si riconosce indegnissima, perché se in una stanza entra molto sole, non vi è ragnatela che rimanga nascosta. È talmente lontana dalla vanagloria che le sembra impossibile poterne avere, avendo veduto con i propri occhi il poco o nulla che può fare, solo capace di appena acconsentire. Sembra che le porte dei sensi si chiudano, suo malgrado, per meglio godere di Dio. E vedendosi sola con Lui, che altro può fare se non amarlo? Né c'è da fargliene merito, perché non vede e non ode più nulla se non a prezzo di grandi sforzi. Dopo le si rappresentano con chiarezza la sua vita passata e le grandi misericordie di Dio senza che l'intelletto si stanchi nell'andarne in traccia, trovando pronto, in ciò, di che mangiare e intendere. Riconosce d'esser degna dell'inferno, ma vedendosi punita con tale abbondanza di delizie, si scioglie in inni di lode, come anch'io vorrei fare. - Siate benedetto o mio Signore, che da una pozzanghera così ripugnante come sono io, avete cavato un'acqua così limpida per la vostra mensa! Siate benedetto, o delizia degli Angeli, che vi degnate di tanto innalzare un miserabile verme!

 

3 - I vantaggi di questa orazione rimangono nell'anima per qualche tempo, ed essa nella persuasione che non sono frutto di sua industria, può farne parte ad altri, senza che gliene venga danno.

Cominciando a mostrarsi carica di tesori celesti, desidera di distribuirli, e supplica il Signore di non permettere che sia lei sola la ricca. E in tal modo lavora al bene altrui, quasi senza saperlo e senza far nulla di evidente. Ma ben se ne accorgono gli altri, che desiderano di starle sempre vicino per il grato profumo dei suoi fiori. Comprendono che è un'anima virtuosa, vedendo che i suoi frutti sono pieni d'incanto, e vorrebbero mangiarli con lei.

Se la terra di quest'anima fu arata profondamente con le prove, le calunnie e le malattie, tutte cose quasi indispensabili per arrivare a questo stato; e poi si è ammorbidita con il distacco da ogni umano interesse, allora l'acqua penetra sì a fondo da non più inaridire. Ma se è ancora attaccata al mondo e tutta ingombra di spine come ero io da principio, non lontana dalle occasioni, né a Dio riconoscente per le grazie che riceve, la terra torna di nuovo a seccarsi, in modo che se il giardiniere la trascura e la bontà di Dio non fa piovere, c'è da dare il giardino per perduto, come qualche volta è successo a me. È cosa che fa spavento, né potrei crederla se non l'avessi provata. Ma a conforto dei deboli come me, e per impedire che essi si disperino e lascino di confidare nella misericordia di Dio, dico che se tornano a cadere dopo essere stati tanto innalzati, non devono affatto scoraggiarsi per non perdersi del tutto. Piuttosto ricordino che le lacrime ottengono ogni cosa, e che un'acqua attira l'altra.

 

4 - Questo è uno dei motivi che mi hanno molto incoraggiata ad obbedire al comando di comporre questo scritto, nonostante la mia incapacità, e di dar conto della mia misera vita e delle grazie che il Signore mi ha fatto quando invece di servirlo lo offendevo. Vorrei avere grande autorità per essere creduta, e supplico il Signore a contentarmi.

Ripeto che nessuno di quelli che hanno cominciato a far orazione deve perdersi di coraggio con dire: «Se ricado nei miei peccati non posso continuare senza rendermi più colpevole». Tale invece diventa se abbandona l'orazione senza cercare di correggersi, mentre se non l'abbandona, essa lo trarrà al porto della luce.

In questo il demonio mi ha combattuta tremendamente. Il pensiero che fosse poca umiltà presentarmi all'orazione così imperfetta com'ero, mi fece molto soffrire, per cui, come ho detto, lasciai di praticarla per un anno e mezzo, o certo per un anno, perché del mezzo non mi ricordo bene. Non sarebbe stato altro - e altro infatti non era che un mettermi nell'inferno da me stessa senza bisogno di demoni che mi trascinassero. Che grande cecità, mio Dio! Come l'indovina bene il traditore nel dirigere qui i suoi assalti! Per lui è perduta l'anima che persevera nell'orazione. E siccome lo sa, e sa pure che le cadute in cui la può precipitare non servono ad altro, per bontà di Dio, che a farle spiccare un salto più grande nel suo servizio, ha tutto l'interesse di distornarla, e vi si adopera del suo meglio,

 

5 - Che spettacolo, Gesù mio, vedere un'anima che, caduta in peccato da tanta altezza, viene di nuovo sollevata dalla vostra grande misericordia! Come conosce bene allora la moltitudine delle vostre grandezze e misericordie e la profondità della sua miseria! Nella cognizione delle vostre munificenza si sente allora annientare, non ardisce alzare gli occhi, o, se li innalza, è per meglio vedere quello che vi deve. Si fa devota della Regina dei cieli affinché vi plachi per lei. Invoca i santi che caddero dopo essere stati da Voi chiamati, e li supplica di venire in suo aiuto. Quello che le date le sembra troppo, perché sente di neppure meritare di vivere. Frequenta i sacramenti, accesa di viva fede nella virtù che avete in essi riposto, e benedice la vostra bontà per aver voluto favorirci di un tale unguento e medicina, non già per coprire le nostre piaghe,[82] ma per guarirle e farne sparire ogni traccia. Tutto ciò la rapisce. Del resto chi non andrebbe rapito, o Signore dell'anima mia, nel vedervi ripagare un così nero e abominevole tradimento con tanta abbondanza di misericordia e di favori? È solo perché sono perversa se, scrivendo queste cose, non mi sento spezzare il cuore!

 

6 - Intanto, con alcune lacrimucce, datemi anche quelle da Voi perché le mie non sono che acqua di fonte impura, credo di ripagarvi dei molti peccati e tradimenti che continuo a commettere, distruggendo le grazie che mi date!... Ma Voi avvaloratele, o Signore! Purificate quest'acqua così torbida, almeno per impedire che alcuno sia tentato di far dei giudizi come questi che ho fatto pur io. Perché non favorite piuttosto quelle anime molto sante e religiose che Vi hanno sempre servito e tanto hanno lavorato per Voi, assai più buone di me, che tale sono soltanto di nome? Perché .non date loro le grazie che accordate a me? Ah, lo comprendo, o mio Bene! È solo per dar loro il premio tutto in una volta, mentre io, debole come sono, ho bisogno di essere premiata in anticipo. Esse vi servono da forti senza alcuna ricompensa, e Voi le trattate come anime generose che non badano a personali interessi.

 

7 - Ma sapete pure, o mio Dio, che io vi ho supplicato molte volte di voler scusare chi mormorava di me, sembrandomi che ne avesse ragione. Ciò avveniva, o Signore, quando la vostra bontà mi sorreggeva perché non vi offendessi e io cercavo di allontanarmi da ciò che mi sembrava vi dispiacesse. Appena cominciai a far questo, apriste i vostri tesori in favore della vostra serva, come se non aveste aspettato da me che la volontà e la disposizione a riceverli perché cominciaste subito a darmeli, facendo pure che anche gli altri li vedessero.

 

8 - Quando questi favori si divulgarono, si cominciò a tenere in buona stima colei la cui malizia non era ancora giunta a conoscenza di tutti, benché già abbastanza manifesta. Ma si cominciò pure a mormorare e a perseguitarmi. E siccome vedevo che avevano ragione, non mi alteravo con alcuno: anzi, supplicavo il Signore di considerare che non difettavano di motivi. Dicevano che volevo passare per santa e che inventavo novità, mentre non ero ancora arrivata a osservare bene la mia Regola e ad imitare le buone e sante religiose che erano in monastero, e che credo benissimo di non poter mai giungere ad imitare, se non farà tutto la bontà di Dio. Io non ero buona che a distruggere ogni santa costumanza per introdurne di cattive, e in questo il mio influsso era assai nocivo perché nel male potevo molto. Perciò, se mormoravano, ne avevano motivo. E non solo le monache, ma anche altre persone, perché Voi o Signore, permettevate che vedessero le cose come stavano,

 

9 - Un giorno, recitando le Ore, mentre già da tempo ero in preda a questa persecuzione, mi avvenne d'imbattermi nel versetto che dice: «Voi siete giusto, o Signore, e i vostri giudizi sono retti».[83] Mi posi a considerare come ciò fosse vero, perché in questo e nelle cose di fede il demonio non ha mai potuto tentarmi, né mai indotta a dubitare che Voi, o mio Dio, non siate la sorgente di ogni bene. Anzi, quanto più una verità sorpassa l'ordine naturale, tanto più ferventemente la credevo e più mi faceva devozione, spiegandomi con il principio della vostra onnipotenza tutte le meraviglie che potreste fare, per cui, su questo punto, non ho mai avuto alcun dubbio.

Dunque, mentre consideravo perché la vostra giustizia rifiutasse a tante vostre serve fedeli i favori e le grazie che ricevevo io, nonostante la mia indegnità, Voi mi rispondeste: «Tu servimi, e non pensare ad altro!». Era la prima parola che udivo da Voi, e ne rimasi molto spaventata.

Dovendo spiegare più avanti come queste parole si sentono ed altre cose del genere, qui non dirò nulla, anche perché sarebbe fuori dell'argomento, da cui mi sono già fin troppo dilungata, tanto da non quasi più ricordarmi di ciò che ho detto.

Figlio mio, sopporti tutte queste digressioni che non posso a meno di fare, perché quando considero la pazienza di Dio nel sopportarmi e lo stato in cui ora mi vedo, non è molto se perdo il filo del discorso, sino a non più sapere quello che stavo dicendo o dovevo dire. Piaccia a Dio che i miei spropositi siano tutti di questo genere e non permetta più che contravvenga ancora d'un punto alla sua legge! Mi annienti piuttosto sull'istante!

 

10 - Ciò serve per mostrare le grandi misericordie di Dio che mi ha perdonato la mia nera ingratitudine, non già una volta, ma molte. A S. Pietro perdonò una volta, mentre a me molte, per cui non ingiustamente il demonio mi tentava a non pretendere tanta amicizia con chi mi ero mostrata così nemica.

Che cecità la mia, Signore! Dove pretendevo trovar rimedio se non in Voi? Che follia fuggire dalla luce per andar sempre inciampando! Com'era piena d'orgoglio l'umiltà che il demonio mi suggeriva col farmi allontanare da quella colonna che era l'unico sostegno per preservarmi dal cadere. Mi faccio ancora il segno della croce,[84] perché non mi sembra di aver mai corso pericolo così grande come in questa insidia che il demonio mi tendeva sotto colore di umiltà. Mi suggeriva che essendo ancora così misera dopo tante grazie ricevute, dovevo contentarmi delle preghiere di obbligo, come tutte le altre, senza pretendere di accostarmi all'orazione. Come potevo pretenderlo se recitavo male anche quelle? Non era forse una mancanza di rispetto e un mostrare poca stima dei favori di Dio?

Pensieri buoni, ottime meditazioni, ma non tale la pratica a cui ebbi la sventura d'applicarli. - Siate Voi benedetto, Signore, che siete venuto in mio aiuto!

 

11 - Così il demonio dovette cominciar a tentare Giuda, eccetto che con me non osò agire alla scoperta ma a poco a poco, e in fine gli sarebbe riuscito di gettarmi nello stesso abisso.

Stiano attenti su questo punto, per amore di Dio, tutti coloro che praticano l'orazione, e sappiano che quando io l'ho tralasciata, non ho condotto che una vita perversa. Questo il bel rimedio che il demonio offriva e la strana umiltà che mi dava. Ero molto inquieta perché la mia anima, lontana dal suo riposo, non poteva trovar pace. E come trovarla avendo sempre innanzi il ricordo delle grazie ricevute e il nulla dei beni di quaggiù? Mi stupisce ancora che abbia potuto durarla così a lungo, se non per la speranza, sempre avuta, di tornare un giorno all'orazione. Questo mi avvenne più di vent'anni fa , se la memoria non mi inganna. Aspettavo che la mia anima si liberasse dal peccato. Come mi guidava male questa speranza! Il demonio me l'avrebbe mantenuta fino al giorno del giudizio per poi precipitarmi nell'inferno.

 

12 - Se ero tanto cattiva da non sapere come aiutarmi, nonostante che supplicassi il Signore con molte lacrime e frequentassi l'orazione e la lettura con le quali potevo conoscere la verità e la perversa strada che battevo, cosa potevo attendermi se non quello che ho detto, dopo che mi fui allontanata da queste pratiche per abbandonarmi a quelle occasioni e passatempi nei quali gli incitamenti al bene sono tanto pochi, mentre tutto sembra cospirare per farei cadere?

Credo che abbia tanto meritato innanzi a Dio un certo religioso molto dotto dell'Ordine di San Domenico, il quale mi aprì gli occhi e mi fece comunicare ogni quindici giorni, come mi sembra di aver già detto, impedendomi in tal modo di cadere più in basso. Allora cominciai a tornare in me, sia pure continuando a offendere il Signore. Ma siccome la vera strada non l'avevo del tutto smarrita, cadendo e risorgendo m'inoltravo, benché a piccoli passi. E chi non lascia di camminare e di andare innanzi vi arriva di certo, sia pure in ritardo.

Perdere la strada mi pare non sia altro che lasciar del tutto l'orazione. - Ma Dio ce ne liberi per quegli che è!

 

13 - È chiaro da ciò che l'anima non deve mai fidarsi di sé, né mai esporsi all'occasione, neanche se ha ricevuto molte grazie di orazione, perché può ancora cadere: cosa a cui deve molto badare e che io le raccomando per amore di Dio. Benché quelle grazie siano evidentemente da Dio, il demonio se ne può servire per i suoi fini perversi, specie a danno di coloro che non sono ben forti in virtù, non amanti della mortificazione, né staccati dal mondo. Avranno grandi desideri e generose risoluzioni, ma, come dirò a suo luogo, non sono ancora così forti da esporsi senza danno alle occasioni pericolose: dottrina questa assai buona, di cui vorrei che si persuadessero gli ignoranti come me, perché non mia ma insegnatami da Dio. L'anima farà già molto a mantenersi sulle difese anche in questo stato. Avendo bisogno di armi anche solo per questo, non deve così presumere di sé da passare pure all'offensiva, perché per affrontare i demoni e schiacciarli sotto i piedi occorre tal forza che non si ha se non giunti allo stato di cui parlerò più avanti.

 

14 - Ecco un'altra insidia del demonio. Quando un'anima si è tanto avvicinata a Dio da conoscere la differenza dei beni del cielo da quelli della terra e l'amore che Dio le dimostra, sente nascere in cuore una certa fiducia e sicurezza che da quello stato felice non le avverrà più di cadere. Parendole di vedersi già con la ricompensa, crede impossibile che abbia a lasciare ebbrezze tanto soavi e deliziose anche in questa vita per cose così basse e ignobili come i piaceri della terra. E così, con questa sicurezza, si fa rubare dal demonio la diffidenza che deve avere di sé, comincia a mettersi nei pericoli e, mossa da buono zelo, si fa a distribuire i suoi frutti senza alcuna misura, persuasa di non dover più temere di sé. Ciò non proviene da superbia perché vede ad evidenza che da sé non può nulla, ma da soverchia e immoderata confidenza in Dio, mentre dovrebbe pensare d'essere ancora un uccellino di primo pelo, incapace di volare, e che solo può uscire dal nido perché Dio lo porta fuori. Le sue virtù non sono abbastanza forti, manca di esperienza per accorgersi dei pericoli, e non conosce il danno che le proviene dal confidare in se stessa.

 

15 - In ciò fu la mia rovina. Per queste ed altre cose consimili si ha bisogno di un maestro e di rapporti con persone spirituali. Credo che quando Dio ha elevato una anima a questo stato, non cesserà più di favorirla, né mai permetterà che si perda, a meno che non sia lei che l'abbandoni del tutto. Ma se dovesse cadere, si guardi bene, per amore di Dio, dal lasciarsi ingannare dal demonio con abbandonare l'orazione, come ho fatto io per motivi di umiltà, e come ho già detto più sopra e vorrei ripetere mille volte. Abbia fiducia nella bontà di Dio che è più grande di tutto il male che possiamo fare. Quando noi riconosciamo la nostra miseria e vogliamo tornare alla sua amicizia, Egli dimentica che gli siamo stati ingrati, né più ricorda le grazie che ci ha fatto e che sarebbero un motivo di più per castigarci. Anzi, esse lo inclinano a perdonarci più presto, come gente di casa che, come suol dirsi, ha mangiato il pane della sua mensa. Ricordino le sue parole e pensino a come ha fatto con me: mi sono stancata prima io a offenderlo che non Lui a perdonarmi. Egli non si stanca mai di donare, né le sue misericordie possono esaurirsi: non stanchiamoci noi di riceverle!...

Sia Egli sempre benedetto, e tutte le creature lo lodino! Amen

 

 

CAPITOLO 20

 

Differenza fra l'unione e il rapimento - In che consiste quest'ultimo, e quali i vantaggi dell'anima che il Signore così rapisce - Quali ne siano gli effetti - Cose degne di ammirazione

 

1 - Vorrei saper spiegare con l'aiuto di Dio la differenza che passa fra l'unione e il rapimento. Quest'ultimo si chiama anche elevazione, volo di spirito, trasporto: tutti termini che indicano la stessa cosa, come pure estasi.[85]

Il rapimento supera di gran lunga l'unione, per ragione degli effetti che sono molto più grandi, e per altre operazioni particolari. Mentre l'unione sembra principio, mezzo e fine del rapimento e si esplica solo nell'anima, il rapimento ha gli effetti molto più elevati e si esplica nell'anima e nel corpo.

Si degni spiegarlo il Signore come ha fatto per tutto il resto, perché se Egli non mi avesse insegnato in che modo e con quali espressioni manifestarmi, io non vi sarei riuscita.

 

2 - Quest'ultima acqua di cui stiamo parlando cade ora con tanta abbondanza che, per dire un assurdo nell'ordine naturale, verrebbe da credere che questa nuvola di grande maestà abiti con noi sulla terra.

Quando in ringraziamento di tanta grazia facciamo del nostro meglio per corrispondere con opere all'amore di Dio per noi, Egli rapisce l'anima e la distacca dalla terra, a quel modo con cui le nuvole o il sole attirano i vapori così almeno ho sentito dire.[86] Poi la nuvola risale al cielo portando l'anima con sé, e comincia a farle vedere le ricchezze del regno che le ha preparato. - Non so se il paragone corra, ma in realtà è così.

 

3 - Durante questi rapimenti sembra che l'anima non sia più nel corpo, tanto che questo, sensibilmente, va perdendo il suo calore naturale e a poco a poco si raffredda, sebbene con indicibile gioia e contento. Nell'unione, essendo ancora padroni di sé, si può quasi sempre resistere, sia pure con dolore e violenza. Ma qui è impossibile, almeno il più delle volte. Sovente, prevenendo qualsiasi pensiero e cooperazione, il rapimento vi assale con tale impeto che improvvisamente vi sentite sollevare da quella nuvola, trasportati sulle ali di quell’aquila possente.

 

4 - Dico che vi accorgete e vi sentite trasportare, ma senza saper dove. Benché la cosa sia piacevole, da principio la nostra naturale debolezza ha un po' di paura, per cui occorre essere risoluti e coraggiosi più che negli stati precedenti: arrischiare tutto, qualunque cosa accada, rimettersi in tutto nelle mani di Dio, e andar volentieri dove ci portano, anche se ci pesa.

.Spesso, specialmente quando ero in pubblico e qualche volta anche in privato, nel timore di essere vittima di qualche illusione cercavo di resistere con tutte le mie forze. Talvolta un poco ci riuscivo, ma rimanevo così affranta che mi pareva di aver combattuto con un poderoso gigante. Altre volte mi era affatto impossibile, perché l'anima se n'andava, e con l'anima molte volte la testa, senza potermela trattenere. Qualche volta s'innalzava anche il corpo, ma di rado.

 

5 - Un giorno mi sorprese mentre ero in ginocchio, in coro, con tutte le monache pronte per la comunione. Ne ebbi una pena grandissima per sembrarmi un fatto troppo straordinario che non avrebbe mancato di far rumore. Perciò proibii alle monache di parlarne, essendomi accaduto ultimamente, già da priora. Altre volte, quando mi accorgevo che Dio stava per concedermi questa grazia, mi stendevo per terra, come una volta nella festa del Titolare mentre ascoltavo la predica, presenti varie dame di qualità. Ma siccome accorrevano a trattenermi, la grazia si manifestava ugualmente.[87] Perciò pregai il Signore di non darmi più dei favori che si manifestassero esteriormente. Ero stanca di star sempre sull'attenti: poteva ben darmi la stessa grazia senza farla apparire. E sembra che nella sua bontà mi abbia voluto ascoltare, perché d'allora in poi non li ho più avuti. Ma è soltanto da poco.

 

6 - Quando volevo resistere, mi sentivo alzare sotto i piedi da una forza così grande che non so a che cosa paragonarla: con maggior impeto che non negli altri favori, e ne rimanevo disfatta per la gran lotta che facevo. No, quando Dio vuole, non v'è opposizione che valga.

Altre volte si contenta di farci vedere che vorrebbe concederci tale grazia e che da parte sua non lascerebbe di farcela, ma resistendo noi per umiltà, ci accorda i medesimi effetti come se non resistessimo.

 

7 - Questi effetti sono grandi, e uno di essi è la constatazione della somma potenza di Dio, in quanto ci sentiamo così impotenti che, quando Egli vuole, ci pare di non essere padroni né del corpo né dell'anima, tanto da non poterli trattenere. Di buona o mala voglia dobbiamo riconoscere che il padrone è un altro, che queste grazie vengono da Lui e che da noi non possiamo far nulla. In tal modo l'anima si va radicando in più profonda umiltà.

Confesso che nel vedermi sollevare da terra mi sentivo molto impaurire, specialmente da principio. È lo spirito che trascina il corpo con sé, e se non gli resiste, lo fa molto dolcemente, senza togliere l'uso dei sensi. Così almeno con me, tanto che potevo accorgermi di venire sollevata. Alla vista di una Maestà così grande che sa operare tali cose, i capelli si rizzano sul capo, e si resta con gran timore di tornare ad offenderla. Però è un timore informato da vivissimo amore: amore che va sempre più aumentando con la considerazione di quello che Dio nutre per un verme così schifoso. Infatti, non pago di attrarre l'anima a sé. e in modo così vero, pare voglia attrarsi anche il corpo, benché mortale, composto di terra e insudiciato di tante colpe.

 

8 - Altro effetto dei rapimento è un distacco straordinario che sorpassa qualunque possibile descrizione. Mi sembra di poter dire che si differenzia e supera di gran lunga quello che si prova quando i favori si esplicano soltanto nell'anima, perché se in questi il distacco dalla terra è solo nell'anima, nel rapimento sembra che Dio voglia staccare anche il corpo, per cui si diviene al mondo così stranieri da condurvi una vita assai penosa.

 

9 - Viene quindi una pena che noi non possiamo produrre e nemmeno toglierci. Vorrei fare intendere in che consiste, ma credo di non riuscirvi. - Tuttavia farò del mio meglio.

Si noti anzitutto che ho ricevuto tali grazie soltanto in questi ultimi tempi, dopo le visioni e le rivelazioni di cui parlerò più avanti, posteriormente a quell'epoca in cui, praticando io l'orazione, il Signore mi concedeva grandi favori e delizie. Anche al presente ne sono favorita, ma molte volte, anzi quasi sempre, ho pure la pena di cui voglio parlare. Essa è maggiore e minore, ma io intendo considerarla nel suo grado maggiore.

Faccio conto di parlare altrove di quegli impeti straordinari a cui andavo soggetta quando il Signore mi favoriva con i rapimenti. Ma quella pena è così diversa che non credo di esagerare nel vedervi la stessa differenza che passa tra una cosa molto corporale e una molto spirituale. In quella non è solo l'anima a soffrirne, ma con lei anche il corpo ed entrambi se la dividono. Comunque, non è mai con l'estrema violenza di quest'altra, nella quale, come ho detto, non possiamo far nulla.

Spesso, e senza sapere da che parte, viene un improvviso desiderio che compenetra l'anima istantaneamente, per cui ella comincia a provare tanta pena da innalzarsi sopra se stessa e sopra tutte le cose, mentre Dio la rende così estranea alle creature che, malgrado ogni sua ricerca, non le parrebbe di trovarne una degna di farle compagnia. Del resto non ne vorrebbe nemmeno, perché suo desiderio è di morire in quella solitudine.

Le parlano? Per quanto faccia, non le riesce di rispondere, perché, malgrado tutto, il suo spirito perdura nel deserto. Benché sembri che Dio le sia ancora molto lontano, di tanto in tanto le comunica le sue grandezze, e ciò in una maniera così impensatamente sorprendente, che non è possibile dichiararla, né penso che possa essere creduta e capita se non da chi l'ha provata. Però non è una notizia che venga data a consolazione dell'anima, ma solo per farle vedere che ha tutte le ragioni di piangere per essere lontana da quel Bene che in sé racchiude ogni bene.

 

10 - Questa comunicazione aumenta il desiderio, spinge all'estremo la solitudine che si sente, e la pena ne è così sottile e penetrante che l'anima, trovandosi nel deserto, le pare di poter dire con il reale profeta quando si trovava nel medesimo stato: «Passai senza sonno le notti e fui simile all'uccello che solo vive sui tetti».[88] Però egli era un santo, e Dio gliela avrà fatta sentire in un modo molto più intenso.

Allora questo versetto mi si fa tanto presente da sembrarmi che si verifichi in me, e mi consolo grandemente nel pensare che anche altre persone, e tali persone, abbiano provato il tormento di così estrema solitudine. Sembra che l'anima non sia più in se stessa, ma sopra di sé, più in su di tutto il creato. Meglio, sopra la sua stessa parte più alta.

 

11 - Altre volte sembra che abbia un estremo bisogno di Dio, e vada dicendo e domandando a se stessa: «Dov’è il tuo Dio?».[89]

È da sapere che in principio non intendevo il volgare di questi versetti, ma dopo averlo compreso, mi consolavo molto quando il Signore me lo richiamava alla mente senza che io lo procurassi.

Altre volte mi ricordavo di S. Paolo che diceva di essere «crocifisso al mondo».[90] Non dico che tale sia anch'io: lo vedo bene chi sono. Dico solo che l'anima sembra appunto in questo stato, perché non ha conforto dal cielo in cui ancora non abita, e non ne vuole dalla terra su cui ormai non si trova più: è come crocifissa fra la terra e il cielo, e soffre senza essere soccorsa da alcuno.

Se dal cielo le viene quell'ammirabile conoscenza di Dio che ho detto, superiore di gran lunga a ogni nostro desiderio, questa non fa che accrescere il suo tormento, perché ne accende la brama in tal modo da farle perdere alle volte i sentimenti per la gran pena che prova, benché non per molto. Sembrano transiti di morte, benché accompagnati da tale dolcezza, da non aver paragoni per esprimersi. È un martirio spasmodico e delizioso.

L'anima non vuol avere alcuna consolazione dalla terra, neppure da quelle cose che di solito le piacevano, tanto che appena si presentano, le allontana da sé. Non vuole altro che Dio, e di Dio non preferisce questo o quell'altro attributo, ma lo vuole intero. O meglio, non sa neppure essa che cosa voglia. Dico che non lo sa in quanto l'immaginativa non le rappresenta nulla. Cessano di operare anche le potenze, almeno per la maggior parte del tempo che dura in quello stato: sospese dalla pena, a quel modo che lo sono dalla gioia nell'unione e nel rapimento.

 

12 - O Gesù!... Oh, potessi farle bene intendere queste cose, Padre mio, per sapere da lei cosa siano, dato che ora mi trovo quasi sempre in questo stato! D'ordinario in questi affanni di morte l'anima entra appena è libera dalle occupazioni; e quando sente che cominciano, trema dalla paura di dover morire per davvero. Ma quando vi è immersa, vorrebbe rimanervi per il resto della sua vita, nonostante che il tormento sia così eccessivo da essere sopportato dalla natura a mala pena. Di tanto in tanto perdo anche i polso: così mi dicono le sorelle che mi assistono e che già capiscono di che si tratta. I tendini delle braccia si fanno più aperti e le mani così rigide che qualche volta non posso congiungerle. Il dolore ai polsi e al corpo rimane fino al giorno dopo, come se mi avessero slogata.

 

13 - Penso talvolta che se la cosa continua così, a Dio piacendo finirò con lasciarvi la vita, perché il tormento che provo mi pare sufficiente per farmi morire. Ma questa grazia non la merito ancora.

Sì, allora il mio desiderio è di morire, senza che neppur mi passi per la mente l'idea del purgatorio, né il ricordo dei gravi peccati che mi hanno meritato l'inferno, perché la brama di vedere Dio mi fa dimenticare ogni cosa. La solitudine in cui mi trovo è più cara all'anima di tutte le compagnie del mondo, né altro mi potrebbe consolare che trattare con persone che abbiano provato il mio stesso tormento. Eppure vedo che per quanto mi lamenti, non vi è alcuno che sembra credermi.

 

14 - Ecco poi un'altra pena. Il tormento va così aumentando che l'anima non vorrebbe più né la solitudine come prima e nemmeno la compagnia, se non di anime con cui potersi lamentare. È come uno che ha il laccio al collo e che sentendosi soffocare, si affanna a prendere fiato. Quel desiderio di compagnia credo provenga dalla nostra debolezza, posta in vero pericolo di morte dall'acutezza del tormento. E io che per le mie grandi malattie ed altre varie circostanze mi sono già trovata a tal punto, credo di poter dire che nel caso di cui parlo il pericolo di morte è tanto serio quanto in quegli altri. L'inclinazione naturale che porta l'anima e il corpo a non separarsi spinge a domandare soccorso, a pigliar fiato e a cercare rimedi nel distrarsi, nel parlare e nell'uscire in lamenti, contrariamente alla volontà dello spirito o della parte superiore dell'anima che da quel tormento non vorrebbe più uscire.

 

15 - Non so se è giusto quel che dico e se lo dico bene, ma per me è così. Pensi lei, Padre mio, che riposo posso io avere in questa vita, dopo che in tormento quasi abituale mi si è cambiata anche l'orazione e la solitudine, nelle quali Dio tanto mi consolava! Ma è un tormento così soave e prezioso che l'anima lo desidera più di tutte le delizie che di solito godeva. Le sembra anche più sicuro perché sentiero di croce, e ne riporta una dolcezza che mi pare di gran valore, perché non partecipabile dal corpo, che ne condivide solo la pena. Siccome è l'anima che patisce, la gioia di quella sofferenza è gustata solo da lei. Non capisco come ciò avvenga, ma è così. È un favore che mi viene solo da Dio: la mia industria non entra per nulla, perché soprannaturale. Per conto mio non lo cambierei con nessuno di quelli che dirò più innanzi, non solo presi insieme ma neppure separatamente.

Tale lo stato in cui ora mi trovo. Però non dimentichi che questa grazia mi fu concessa dopo quelle di cui ho parlato. Dico, cioè, che questi trasporti vengono dopo i favori già descritti, e dei quali sono stata da Dio arricchita.

 

16 - Nelle grazie che il Signore mi fa, mi accade quasi sempre, in principio, di starmene con timore, e ciò fino a quando non gli piace di rassicurarmi. Stavo così anche in quella di cui parlo, e Sua Maestà mi disse di non temere, ma di stimare quella grazia più di quelle che mi aveva fatto, perché in quella pena l'anima si purifica, si affina come l'oro nel crogiolo, merita che Egli vi deponga le gemme dei suoi doni, ed espia quello che dovrebbe espiare in purgatorio.

L'avevo capito anch'io che doveva essere una grande grazia, ma dopo sono rimasta più sicura, anche perché il mio confessore vi aveva aggiunto la sua approvazione. Benché la mia miseria me lo facesse temere, tuttavia non potevo credere che non fosse buona. Temevo solo perché la vedevo troppo grande e troppo sproporzionata al mio merito. - Sia benedetto il Signore che è tanto buono! Amen.

 

17 - Mi sembra d'esser uscita di strada, perché avendo cominciato a parlare dei rapimenti, mi accorgo di aver detto cose che ne sono superiori, tanto che superiori ne sono pure gli effetti.

 

18 - Torniamo ai rapimenti per vedere quello che di solito vi succede. Ripeto dunque che spesso il corpo mi si faceva così leggero da sembrare che perdesse la sua naturale pesantezza, tanto che alle volte mi pareva di non toccare più terra con i piedi.

Nel rapimento il corpo rimane come morto, nella impossibilità di fare qualsiasi movimento, e nella posizione in cui fu sorpreso: seduto, con le mani aperte o chiuse. Sebbene i sentimenti non si perdano che di rado, a me è successo di perderli del tutto, ma solo qualche volta e per poco tempo. Ordinariamente rimangono turbati, per cui pur non potendo fare alcuna azione esteriore, si continua a intendere e a percepire, ma come da lontano. Cessa ogni cosa quando il rapimento è nel suo grado più alto, cioè quando le potenze si perdono. Allora esse sono unite a Dio così fortemente che non si vede, non si sente, non si ode più nulla: così almeno mi pare. Però, come ho detto nella precedente orazione di unione, questa completa trasformazione di tutta l'anima in Dio non dura molto. Tuttavia, finché dura, non vi è potenza che rientri in sé, né sappia ciò che avvenga. Finché siamo quaggiù, non se ne deve capire nulla: almeno così vuole Dio per non esserne noi capaci. E io lo so per esperienza.

 

19 - Mi potrebbe, lei, domandare perché il rapimento duri alle volte tante ore. Secondo quello che io ho provato e che ho già detto nell'orazione precedente, l'anima gode soltanto ad intervalli. Spesso s'inabissa in Dio, o per meglio dire, Dio l'inabissa in sé, ma non vi dura che per poco tempo. Poi vi rimane solo la volontà, mentre le altre due potenze cominciano ad agitarsi, come l'ombra di un orologio solare che non sta mai ferma, a meno che non le fermi il Sole di Giustizia. - Inteso così, il rapimento dura poco.

Se la volontà si mantiene assorta, nonostante il disturbo delle altre due potenze, è solo per la violenza con cui si è effettuato il trasporto e l'elevazione dello spirito. Invano allora esse cercano di turbare la pace con l'agitazione della loro attività: ella le domina da regina, e sospende anche i sensi per non esserne disturbata, così volendo il Signore, poiché in fatto di nemici è sempre meglio averne il meno possibile. Ordinariamente gli occhi si chiudono anche non volendolo; e, se rimangono aperti, non si distingue nulla.

 

20 - Qui si è molto meno liberi, per cui le potenze possono raccogliersi senza troppa difficoltà. Perciò, chi riceve da Dio questa grazia non deve desolarsi se si vede con il corpo immobilizzato per molte ore, e con la memoria e l'intelletto distratti. Ordinariamente queste due potenze sono occupate nelle lodi di Dio o nello sforzo di voler comprendere quello che succede. Ma non sono ben deste neppure per questo: somigliano a una persona che ha dormito e sognato, e non è ancora sveglia.

 

21 - Insisto molto su questo punto perché so che vi sono persone così favorite anche in questa città.[91] Se chi le dirige non l'ha provato per esperienza, crederà - specialmente se non ha dottrina - che nel rapimento esse siano come morte. - Fa pietà vedere ciò che si deve soffrire a causa di confessori che non se n'intendono, come dirò più avanti!

Forse non so quel che dico, ma lei, Padre, vedrà se almeno in qualche cosa l'indovino, dato che il Signore gliene ha concessa l'esperienza, sebbene da poco, e forse non l'abbia ancora esaminata come me.

Rimango a lungo con il corpo incapace di muoversi, nonostante che mi provi, perché l'anima si è portata via ogni forza. Però, se prima il corpo era infermo e pieno di dolori, spesso si ritrova guarito e con maggiori energie, perché il Signore vuole che di questa grazia così sublime partecipi talvolta anche lui, quasi in premio all'obbedienza che ormai presta ai desideri dell'anima. Ma quando questa torna in sé, dopo qualche grande rapimento, le accade di passare uno, due ed anche tre giorni con le potenze così assorte e intontite da sembrare di non essere ancora rinvenuta.

 

22 - Qui l'anima sente il tormento di tornare a vivere. Qui il primo pelo le è caduto, le sono cresciute le ali per ben volare, e spiega già la bandiere per la causa di Cristo. Sembra che il capitano sia salito o l'abbiano portato sulla più alta torre della fortezza per inalberarvi lo stendardo di Dio, e guardi a quelli di sotto come da un luogo di sicurezza. Più non teme pericoli, anzi li desidera, come già sicura della vittoria. Dall'alto si scoprono molte cose; ed ella vede il nulla dei beni terreni e la poca stima che si meritano. Non vuol più avere alcuna propria volontà, supplica il Signore a toglierle il libero arbitrio, e gliene rimette le chiavi. Il giardiniere si è trasformato in capitano, non vuol far altro che il volere di Dio, non essere padrone di sé, né di alcun'altra cosa, neppure di un frutto del giardino. Se in esso vi è qualcosa di buono, Sua Maestà lo distribuisca come vuole, perché non vuol più nulla di proprio, ma solo abbandonarsi a ciò che Dio crede più conforme alla sua gloria e volontà.

 

23 - Avviene questo se i rapimenti sono veri, e l'anima rimane con gli effetti e i vantaggi che ho detto. In caso contrario dubito molto che siano di Dio: inclino piuttosto a credere che si tratti di quegli arrabbiamenti di cui parla S. Vincenzo.[92]

Quanto a me, so ed ho veduto per esperienza, che solo un'ora, ed anche meno, basta per dare all'anima un tale impero sulle cose, e una così piena libertà da non riconoscersi più. Si vede così bene che un tal favore non dipende da noi, che non si sa nemmeno come venga, benché si riconoscano i grandissimi vantaggi che ognuno di quei rapimenti ha con sé. Chi non l'ha provato non può crederlo, e non presta fede nemmeno alla povera anima. L'aveva vista tanto imperfetta!... E ora vedendo che aspira a cose così eroiche, non contentandosi più di servire Dio nel poco, ma sacrificando in suo servizio tutte le forze di cui dispone, pensa subito che sia in preda a tentazione e a follia, mentre non si stupirebbe di certo se intendesse che ciò non viene da lei, bensì da quel Dio a cui ha rimesso le chiavi della sua volontà.

 

24 - Quando un'anima è giunta a questo stato, sono convinta che il re sovrano dei cieli si prenda cura di ciò che ella deve fare, per cui non parla, né fa più nulla da sé.

O mio Dio, come qui si comprende bene il senso di quel versetto con il quale Davide chiedeva le ali di colomba![93] Come si comprende bene il motivo che ne aveva, e che tutti dovrebbero avere con lui! Qui lo spirito spicca il volo per innalzarsi sopra tutte le cose, e in primo luogo sopra se stesso. Ma è un volo soave, volo delizioso, volo senza rumore.

 

25 - Oh, l'impero che acquista un'anima quando viene elevata a questa altezza da cui domina tutto il mondo, senz'esserne più impigliata Come si vergogna del tempo in cui lo fu! Quanto la sgomenta la sua passata cecità! E grandissima è la sua compassione per chi vive ancora fra quelle tenebre, specie se anime di orazione a cui il Signore ha già accordato le sue grazie. Vorrebbe gridare molto forte per far loro capire che sono fuori strada, e alle volte lo fa, tirandosi in capo un'infinità di persecuzioni, perché credono che lo faccia per mancanza di umiltà e per volere insegnare a coloro dai quali dovrebbe piuttosto imparare. Se poi è donna, la condannano senz'altro, ed anche a ragione, perché non vedono l'impeto che la muove, mentre ella, alle volte, non può resistere dal disingannare chi ama, onde vederlo sciolto dal carcere di questa vita, ché tale appunto essa le appare, simile a quella che ha vissuto pur lei.

 

26 - Deplora il tempo in cui badava al punto di onore, nonché l'illusione che le faceva credere onore ciò che il mondo così chiama, perché ora vede che è una gran menzogna, da cui tutti siamo avvolti. Vede che il vero onore non è bugiardo, ma fondato sulla verità, consistente nello stimare lo stimabile, e ritenere il niente per un niente. Ora, niente e meno di niente è ciò che passa, e non è a gloria di Dio.

 

27 - Si ride di sé, del tempo in cui apprezzava il denaro e del desiderio che ne aveva. Posso dire in verità che in questo non ho mai avuto di che confessarmi. Ma è anche un gran male tenerlo solo in qualche conto. Ne avrei grande stima se con il denaro si potessero comperare i beni che ora vedo in me, ma sono beni che si acquistano con lasciare ogni cosa.

Dopo tutto, cos'è che si acquista con questi denari che tutti adorano? Beni forse di valore? Beni di lunga durata? E allora perché tanto affannarci? Troppo misere le soddisfazioni che si comperano con tante fatiche! Molti vi trovano la via dell'inferno, dove si comperano fuoco inestinguibile e tormenti senza fine. Come andrebbe meglio il mondo se tutti li riguardassero per un inutile gravame! Quante liti si eviterebbero! Con che amore si riguarderebbero gli uomini, privi che fossero di questi interessi di onore e di denaro! - Ecco, secondo me, il vero rimedio a ogni male!

 

28 - L'anima comprende pure la vacuità dei piaceri, le inquietudini e gli affanni che con essi si comperano fin da questa vita. E che inquietudine E che misere soddisfazioni! E che inutili fatiche!

Qui il sole è così chiaro che l'anima non solo vede le ragnatele dei grandi peccati ma perfino i minimi pulviscoli. Se quel sole la colpisce in pieno, si vede tutta torbida nonostante ogni suo sforzo per tendere alla perfezione, come l'acqua di un bicchiere che, messa sotto i raggi del sole, appare piena di pulviscoli, mentre tenuta all'ombra, è molto chiara.

Il paragone è molto esatto perché prima di arrivare a questa estasi, l'anima crede di fare di tutto per evitare ogni offesa di Dio; ma arrivata a questo punto, dove il Sole di Giustizia la investe e le fa aprire gli occhi, si scorge coperta di tanta polvere che vorrebbe subito richiuderli. È ancora troppo inferma per imitare l'aquila reale e fissare gli occhi in questo Sole. Per poco che li tenga aperti, si riconosce così torbida, da ricordarsi del versetto che dice: «Chi sarà giusto, o Signore, innanzi a te?...».[94]

 

29 - Quando si fissa in questo Sole divino, il suo splendore l'abbaglia; e quando contempla se stessa, il proprio fango le offusca la vista, per cui la colombella rimane cieca.

Accade assai spesso che rimanga del tutto senza vista, assorta e fuori di sé dalla meraviglia per le molte grandezze che vede. Non si cura né di dir bene di sé né di sentirselo dire dagli altri, e fa acquisto in tal modo della vera umiltà. Non più lei distribuisce i frutti raccolti, ma il Signore del giardino, per cui le sue mani non s'imbrattano di nulla. Indirizza a Dio tutto il bene che ha, alla cui gloria è pur diretto quel poco che talvolta dice ancora di sé. Sa che in quel giardino non può vantare nulla di proprio: non potrebbe ignorarlo, neppure volendolo, perché lo vede con i suoi stessi occhi. - Il Signore glieli fa chiudere, suo malgrado, a tutte le cose del mondo affinché li tenga ben aperti per comprendere la verità.

 

 

CAPITOLO 21

 

Seguito e fine del quarto grado di orazione - Dispiacere dell'anima così favorita nel dover tornare sulla terra - Luce che Dio le comunica sugli inganni dei mondo - Capitolo di utili insegnamenti

 

1 - Per esaurire l'argomento, dirò che qui non c'è bisogno del consenso dell'anima, perché essa lo ha già dato, e sa di essersi spontaneamente rimessa nelle mani di quel Dio che nessuno può ingannare perché onnisciente. Non è come qui, dove la vita è piena di doppiezze e d'inganni, e dove tante volte, dopo aver creduto di possedere l'affetto di una persona secondo quello che mostrava, si è poi saputo che era tutto falsità. È ormai impossibile continuare a vivere fra tanti intrighi, specialmente quando vi sia di mezzo l'interesse!...

Felice l'anima a cui Dio fa conoscere la verità! Come questo stato sarebbe adatto per i Re! Come sarebbe per essi più vantaggioso che non la conquista di un dominio! Quanta giustizia si vedrebbe nel loro regno! Quanti mali s'impedirebbero, e si sarebbero impediti! Qui non si teme di perdere, per amore di Dio, né la vita né l'onore. Anzi, questo per i Re sarebbe il maggior bene, perché a difendere l'onore di Dio essi sono più obbligati dei loro sudditi, ai quali non spetta infine che seguirli. Per propagare anche solo di poco la fede e illuminare alquanto gli eretici sarebbero pronti - e ragionevolmente - a sacrificare mille imperi: in tal modo guadagnerebbero un regno senza fine, e per una goccia sola di quest'acqua riterrebbero per abominevoli tutti i beni della terra. Che ne sarebbe poi se in quest'acqua si sommergessero del tutto?

 

2 - O Signore, perché non mi date di proclamarlo ad alta voce? So che non sarei creduta, come non lo sono coloro che lo sanno fare meglio di me; ma almeno sarei contenta. Mi sembra che pur di far conoscere una sola di queste verità, terrei per poco la stessa vita. È vero che non so cosa farei, perché di me non v'è proprio da fidarsi, ma provo tali impeti che per la brama di dir questo a chi comanda, mi sento talvolta distruggere, nonostante la mia grande miseria.[95] Ma siccome non posso far nulla, mi rivolgo a Voi, o mio Dio, e vi supplico di mettere rimedio. Sapete bene che, contenta solo di non offendervi, rinunzierei volentieri alle vostre grazie affinché le compartiste ai sovrani. Essi allora non permetterebbero più quello che ora permettono, e ne risulterebbero i più grandi vantaggi.

 

3 - Fate, o mio Dio, che comprendano bene i loro obblighi, giacché li avete tanto esaltati che, quando ne muore alcuno, appaiono in cielo dei segni, come ho sentito dire.[96] Quando vi penso, mi sento muovere da devozione perché mi sembra che con ciò vogliate far loro intendere, o mio Re, l'obbligo che hanno di imitarvi anche in vita, dato che la loro morte è accompagnata da segni celesti come la vostra.

 

4 - Ma io sono troppo temeraria. Stracci ogni cosa, Padre mio, se le sembro inopportuna. Sappia però che se mi fosse possibile e potessi pensare di essere creduta, parlerei ad essi con maggiore energia. Da parte mia li raccomando molto al Signore, con vivo desiderio di essere esaudita.

Si riduce tutto ad arrischiare la vita. Per conto mio, bramo di averla già persa: sarebbe un comprare molto a poco prezzo. No, non è più possibile vivere vedendo con i propri occhi la cecità in cui si è, e l'illusione che c'inganna.

 

5 - Arrivata a questo punto, l'anima non si pasce più di soli desideri per il servizio di Dio: Sua Maestà le dà forze per metterli in pratica. Non vi è cosa in cui pensi servirlo che subito non abbracci; e, ciò nonostante, crede sempre di far nulla, per essere convinta che tutto è nulla se non serve a compiacere Dio. E il suo tormento è nel vedere che a persone inutili come me, non si presenti mai un'occasione.

Deh! Fate, o Signore, che anche per me spunti il giorno in cui possa alquanto soddisfare al molto che vi devo! Disponete le cose come meglio vi piace, ma sempre in modo, o mio Dio, che la vostra schiava vi possa un poco servire. Anche altre erano donne; eppure hanno fatto per Voi azioni eroiche. Io non so altro che chiacchierare: forse per questo non mi mettete mai alla prova, perché il mio servizio non si risolve che in parole e desideri. E grazie a Voi che anche in questo non sono libera, perché altrimenti non farei che abusarne. Perciò, fortificate l'anima mia, o Bene di tutti i beni, Gesù, e disponetela in modo che, avendo tutto pronto, sappia fare anch'essa qualche cosa di bene, non essendovi alcuno che possa durare a sempre ricevere senza mai nulla pagare. Costi quel che costi, o Signore, ma non permettete che io vi venga innanzi con le mani vuote, dato che il premio sarà in proporzione delle opere! Eccovi la mia vita, il mio onore, la mia volontà! Vi ho dato tutto, sono vostra, disponete di me come meglio vi piace. Conosco il poco che valgo, ma arrivata fino a Voi, in cima a questa torre da cui si scoprono tante verità, sarò capace di tutto, sempre che Voi non mi lasciate. - Un istante solo che mi lasciate, basta perché io precipiti dove ero prima, sulla strada dell'inferno.

 

6 - Che pena per un'anima, giunta a questo stato, dover trattare ancora con il mondo, assistere alla brutta commedia della vita, e sciupare il tempo nel soddisfare ai bisogni del corpo, come mangiare e dormire! Tutto la stanca, e non sa come liberarsene. Si vede incatenata e prigioniera, e sente al vivo le miserie della vita e il peso della schiavitù che il corpo importa. Vede con quanta ragione S. Paolo supplicava Dio a liberarnelo[97] e grida anch'essa con lui chiedendone la liberazione, come ho detto altrove. E alle volte lo fa con tale impeto da sembrare che si slanci dal corpo per andare in cerca di libertà, dato che nessuno la scioglie. È come una schiava in terra straniera. E quello che più l'affligge è il vedere che quasi tutti desiderano di vivere mentre pochi sospirano e domandano con lei d'esser sciolti dal corpo. Oh, se non fossimo attaccati alla terra e il nostro contento non fosse per le cose di quaggiù, il pensiero della morte non ci farebbe paura, perché rasserenato dalla brama di andar presto nella vera vita e dal desiderio di sottrarsi alla pena di vivere senza Dio.

 

7 - Se nonostante il mio tiepido amore - così penso alle volte tra me - e l'incertezza del mio eterno riposo per non averlo meritato con le mie opere, sento così al vivo la pena di vedermi in esilio, grazie alla luce che il Signore mi dà, che cosa sarà per i santi? Che avranno sofferto S.Paolo, la Maddalena e tutti quelli che ardevano d'amor di Dio? - La loro vita doveva essere un continuo martirio.

Mi è di qualche sollievo trattare con persone che abbiano questi miei desideri, ma desideri con opere. Parlo di opere, perché alcuni credono di essere staccati da tutto: tali si proclamano, e tali dovrebbero essere per ragione della loro professione e dei molti anni che battono il cammino della perfezione. Ma l'anima di cui si parla distingue lontano le mille miglia quelli che sono staccati a parole da quelli che confermano le parole con le opere, per ragione del poco progresso degli uni e del molto che ne fanno gli altri: cosa che con un po' d'esperienza non si tarda a vedere.

 

8 - Questi gli effetti dei rapimenti che provengono dallo spirito di Dio. Però, possono essere più o meno grandi, e dico meno grandi in quanto che da principio, anche se vi sono tutti, non si manifestano con le opere, per cui non si può capire chi li ha. Si va pure progredendo in perfezione sino a far scomparire ogni vestigio di ragnatele, ma ci vuole del tempo. Più l'amore e l'umiltà si radicano nell'anima, più diffondono fragranza.

Vero è che in uno solo di quei rapimenti Dio può operare in tal modo da non lasciare all'anima che ben poco da fare per l'acquisto della perfezione: chi non l'ha provato non può credere il profitto che qui si ottiene, tanto che nessuna umana diligenza vi potrebbe mai arrivare. Non dico già che con l'aiuto di Dio e sulla scorta dei mezzi indicati da coloro che scrissero di orazione non si possa giungere, sia pure a prezzo di grandi stenti, a conquistare la perfezione e un gran distacco dal mondo, ma solo che non sarà mai così in breve come qui, dove il Signore opera senza alcuna nostra fatica, stacca l'anima dalla terra e le dona il dominio di quanto in essa si contiene, nonostante che possa essere tanto povera di meriti quanto lo ero io. E questo è il più che posso dire, perché in fatto di meriti io non ne avevo quasi alcuno.

 

9 - Perché il Signore fa così? Perché lo vuole, e lo fa come vuole. Se non trova l'anima disposta, la dispone Lui, affinché sia più atta a ricevere i suoi favori. Perciò questi non sono sempre una ricompensa della sollecitudine usata nel coltivare il giardino, benché sia anche vero che Dio non lascia di favorire chi lo coltiva con cura e cerca di staccarsi dal mondo. Ma alle volte, come ho detto, si compiace di manifestare le sue grandezze nel terreno più ingrato che vi sia, disponendolo a ogni sorta di beni, in modo quasi da far credere che l'anima non possa più tornare ad offenderlo come prima.

Il suo spirito si è così abituato a contemplare la verità, che tutto il resto le sembra gioco da fanciulli, e ride fra sé quando vede persone gravi, di orazione e religione, far molto caso di certi punti di onore, mentre ella li tiene ormai sotto i piedi. Dicono che per essere di maggior profitto alle anime, bisogna conservare la dignità della propria condizione e agire con discrezione. Ma ella sa che si ottiene di più in un sol giorno col disprezzare per amor di Dio ogni propria dignità, che non in dieci anni coltivandola.

 

10 - Così la sua vita è una sofferenza continua, sempre sotto il peso della croce. Ma grandi ne sono pure i progressi, tanto che a testimonianza di chi tratta con lei, mentre già sembra in vetta alla perfezione, di lì a poco si migliora dell'altro, grazie ai favori che Dio non cessa di compartirle. Ormai è sua, ed Egli ne ha cura e l'illumina, tanto da sembrare che l'assista continuamente per preservarla dal peccato, favorirla e meglio incitarla a servirlo.

Quando la mia anima ottenne da Dio queste grazie, ebbe anche la forza di liberarsi dai suoi mali, che cessarono del tutto. Le occasioni e le compagnie che prima tanto mi dissipavano, non mi fecero più nulla, come se neppure mi riguardassero, e quello che prima mi avrebbe nuociuto, mi divenne di profitto. Tutto mi servì come mezzo per meglio conoscere il Signore, per amarlo, per comprendere il molto che gli dovevo e piangere il mio passato.

 

11 - Capivo bene che tutto questo non proveniva da me, né che me l'ero acquistato io con le mie forze, perché non ne avevo avuto neppure il tempo necessario. Fu solo per la bontà di Dio che me ne ha dato la forza, la quale poi mi si è andata crescendo da quando Egli ha cominciato con la grazia dei rapimenti. Nella sua misericordia mi ha trattenuta con la mano perché non tornassi a cadere, mentre io non faccio quasi nulla. Sì, è Lui che fa tutto, e lo vedo chiaramente, per cui mi sembra di poter dire che quando un'anima è favorita di queste grazie e cammina con umiltà e timore, persuasa che tutto venga da Lui e quasi nulla da sé, può frequentare qualsiasi genere di persone, anche le più dissipate e viziose, che non la turberanno più, né più le saranno di nocumento: anzi, come ho detto, le saranno piuttosto di aiuto per ricavarne maggior vantaggio. Ella fa già parte di quelle anime forti che il Signore sceglie e rende tali per far del bene agli altri.

 

12 - Una volta giunta a questa altezza, il Signore le comunica dei grandissimi segreti, perché in quest'estasi hanno luogo le vere rivelazioni, le visioni ed altre grazie segnalate. Ma tutto serve a rendere l'anima più umile, a fortificarla, a farle disprezzare le cose della terra e a meglio conoscere l'eccellenza del premio che Dio ha preparato per chi lo serve.

Piaccia a sua Maestà che la liberalissima munificenza, usata con questa miserabile peccatrice, sforzi ed incoraggi chi mi leggerà a lasciar tutto per Lui. Se Egli è così munifico da far vedere fin da questa vita il gran premio che ne ha chi lo serve, che sarà nell'altra?

 

 

CAPITOLO 22

 

Metodo sicurissimo per i contemplativi è di non elevarsi a cose sublimi se prima non li elevi Dio - Mezzo di alta elevazione è la contemplazione dell'Umanità di Cristo - Inganno a cui andò ella soggetta a questo proposito - Capitolo motto utile

 

1 - Se lei lo permettesse, vorrei dire una cosa che credo assai utile. Forse ne potrebbe aver bisogno: se non altro le servirà di norma.

Certi libri di orazione dicono che, sebbene l'anima non possa arrivare da sola a questo stato perché prettamente soprannaturale e opera esclusiva di Dio, può tuttavia aiutarsi staccando lo spirito dal creato ed elevandolo con sentimenti di umiltà, sempre che prima abbia passati vari anni nella via purgativa e fatto dei progressi nella illuminativa.

Non so cosa intendano per via illuminativa:[98] forse quella di coloro che si avanzano in perfezione.

Inoltre quei libri raccomandano insistentemente di tenersi lontani da ogni immagine corporea per affissarsi unicamente nella divinità. Dicono che per chi è arrivato a questo punto serve d'imbarazzo anche l'Umanità di Cristo, la quale sarebbe d'impedimento a una contemplazione più perfetta. Adducono in conferma quello che il Signore disse agli apostoli, quando prima di salire al cielo, promise la venuta dello Spirito Santo.[99]

A me pare che la presenza di Cristo non sarebbe stata loro d'impedimento se avessero creduto che era Dio e Uomo, così come credettero dopo la Pentecoste: tanto vero che quelle parole non furono dette alla Madre di Dio, che pure l'amava più di tutti.

Siccome si tratta di una operazione di spirito, essi credono che non possa entrarvi alcuna immagine corporea senza esservi di disturbo e d'impedimento, per cui insegnano che bisogna considerarsi come sommersi in Dio e da Lui circondati in ogni parte.

Qualche volta questo metodo può essere buono; ma abbandonare del tutto l'Umanità di Cristo e trattare il suo corpo divino alla stregua delle nostre miserie o di ogni altra creatura, no, no, non lo posso sopportare! - Piaccia a Sua Maestà che mi sappia far capire!

 

2 - Non voglio oppormi a quegli autori perché sono istruiti e spirituali, sanno quel che dicono, e molte sono le vie per le quali Dio conduce le anime. Voglio soltanto dire come ha condotto la mia e far vedere, senza curarmi del resto, i pericoli in cui mi sono trovata per aver voluto seguire quello che leggevo. Se uno è giunto all'unione e non è arrivato più in su, vale a dire ai rapimenti, alle visioni e a quelle altre grazie che Dio accorda alle anime, crederà che la dottrina di quegli autori sia la migliore, come del resto lo credevo anch'io. Ma se mi fossi attenuta ai loro precetti, credo che non sarei mai giunta dove ora mi trovo, perché essi mi sembrano in inganno. Può darsi che l'ingannata sia io, ma voglio narrare quello che mi è avvenuto.

 

3 - Non avendo ancora un direttore, mi ero messa a leggere quei libri per poter capire qualche cosa di quello che mi avveniva. Ma dovetti presto persuadermi che se non m'istruiva il Signore, non avrei imparato mai nulla, come mai nulla riuscii a capire fino a quando Sua Maestà non me ne dette una cognizione sperimentale.

Quando cominciai ad avere un po' d'orazione soprannaturale, vale a dire di quiete, procurai di allontanarmi da ogni cosa corporea, pur non osando di elevare l'anima, ché per la mia grande miseria mi sembrava una temerarietà. Intanto - e dico il vero - mi pareva di sentire la presenza di Dio e procuravo di starmene raccolta in Lui. Se il Signore aiuta, questa orazione è molto saporosa e piena di soavità. Perciò, sentendone diletto e profitto, non solo non trovavo chi mi riconducesse alla considerazione della Umanità di Cristo, ma, per essere sincera, la consideravo anch'io un ostacolo.

O Signore dell'anima mia, mio Bene, mio dolce Gesù crocifisso! Non ricordo mai questa illusione senza sentirne gran dolore, parendomi di aver consumato un ben grave tradimento, sia pure per ignoranza!

 

4 - Sono sempre stata molto devota di Cristo. Fu soltanto in questi tempi che lasciai la sua sacratissima Umanità, poco prima che il Signore mi facesse le grazie dei rapimenti e delle visioni. Ma stetti poco in tale opinione: tornavo sempre al mio costume di ricrearmi con questo dolce Signore, specialmente dopo la comunione. Non potendo averlo così scolpito nell'anima come desideravo, volevo aver sempre innanzi il suo ritratto e la sua immagine.

È mai possibile, Signor mio, che io abbia pensato anche solo per un'ora che Voi mi avreste impedito il mio maggior bene? Non è forse da Voi che mi sono venuti tutti i beni? Non voglio credere d'aver avuto in ciò della colpa: ne avrei troppa pena. Fu unicamente per ignoranza. E Voi, nella vostra bontà, vi siete degnato di apportarmi il rimedio mandandomi chi mi traesse d'inganno, e poi permettendo che vi vedessi tante volte, come dirò più avanti, per farmi meglio conoscere l'errore in cui ero caduta, perché lo dicessi ad altre persone, come ho fatto, e perché lo scrivessi anche qui.

 

5 - Secondo me, questo è il motivo per cui molte anime, dopo essere giunte all'unione, non vanno più innanzi, né arrivano a una più grande libertà di spirito; e mi sembra di potermi fondare sopra due argomenti che a qualcuno parranno forse di nessun valore ma che io ho conosciuto per esperienza, Fino a quando il Signore non si degnò di illuminarmi, la mia anima era in continue angustie, perché le consolazioni spirituali le venivano elargite a sorsi, e quando esse cessavano non aveva in suo aiuto, per difendersi dalle tentazioni e dalle prove, quella divina compagnia che ebbe solo più tardi.

Il primo motivo è che l'anima viene a coltivare un principio di superbia così nascosto e dissimulato che nemmeno se n'accorge. Ma chi può essere come me, così superbo e miserabile, da non ritenersi per molto ricco e per ben ripagato se in ricompensa della sua vita, sia pur condotta fra ogni genere di fatiche, orazioni, penitenze e persecuzioni, il Signore gli permette di stare ai piedi della croce con S. Giovanni? Non so a chi può mai sorgere il pensiero di non esserne contento se non a me, che appunto per questo ebbi a perdere dove invece avrei potuto guadagnare.

 

6 - Se il temperamento o qualche infermità non permettono di pensare alla passione del Signore per essere troppo penosa, nessuno vieta di far compagnia a Gesù risorto, giacché l'abbiamo così vicino nel SS. Sacramento, in cui si trova glorificato. No, non si regge a tenere sempre fisso il pensiero nei grandi tormenti che Gesù ha sofferto. Ma qui si può contemplarlo non già afflitto e dilacerato, versante sangue da ogni parte, stanco dei viaggi, perseguitato da quelli a cui ha fatto del bene e disconosciuto dai suoi stessi apostoli, ma rifulgente di gloria e privo di dolori, stimolante gli uni, animante gli altri, e nostro compagno nel SS. Sacramento, per il quale ci permette di pensare che, in procinto di salire al cielo, non si sia sentito di allontanarsi da noi neppure di poco.

Eppure, o mio Dio, io mi sono allontanata da Voi nella speranza di meglio servirvi!... Quando vi abbandonavo con il peccato, almeno non vi conoscevo, ma conoscervi, Signore, e credere di meglio avanzare abbandonandovi!... Oh che falsa strada avevo preso, Signore! Anzi, ero del tutto fuori strada! Ma Voi avete raddrizzato i miei passi, e dacché vi vedo a me vicino, vedo pure ogni bene. Non mi è più venuta una prova che, mirandovi innanzi ai tribunali, non abbia sopportata facilmente. Tutto si può sopportare con un amico così buono, con un così valoroso capitano che per primo entrò nei patimenti. Egli aiuta e incoraggia, non viene mai meno, è un amico fedele. Per me, specialmente dopo quell'inganno, ho sempre riconosciuti) e tuttora riconosco che non possiamo piacere a Dio, né Dio accorda le sue grazie se non per il tramite dell'Umanità sacratissima di Cristo, nel quale ha detto di compiacersi. Ne ho fatta molte volte l'esperienza, e me l'ha detto Lui stesso, per cui posso dire di aver veduto che per essere a parte dei segreti di Dio, bisogna passare per questa porta.

 

7 - Perciò, caro Signore,[100] non voglia cercare altra strada, nemmeno se sia già al sommo della contemplazione, perché di qui si è sicuri. Da questo dolce Signore ci deriva ogni bene. Egli ci istruirà. Studi la sua vita e non troverà un modello più perfetto. Che cosa possiamo bramare di più quando abbiamo un amico così affezionato che nel tempo della tribolazione e della sventura non fa come gli amici del mondo che si dileguano? Beata l'anima che lo ama per davvero e lo ha sempre con sé! Ricordiamo il glorioso S. Paolo che pareva aver sempre in bocca il nome di Gesù, come colui che l'aveva ben fisso nel cuore.

Dopo conosciuta questa verità, ho considerato attentamente la vita di alcuni santi molto contemplativi, e ho visto che non seguivano altra strada. Ce ne dà prova S. Francesco con le stimmate e S. Antonio con il Bambino. S. Bernardo trovava le sue delizie nell'Umanità di Cristo, così S. Caterina da Siena, e molti altri che lei conosce meglio di me.

 

8 - Rigettare ogni immagine corporea sarà certo ben fatto se l'insegnano persone tanto spirituali, ma io credo che ciò non debba farsi se non quando l'anima sia già molto avanzata, perché prima d'allora il Creatore si deve sempre cercare attraverso le creature. So che ognuno agisce secondo la grazia che Dio gli accorda, e di ciò non voglio discutere; ma vorrei far capire che ben diversa dalle altre cose corporee è la sacratissima Umanità di Cristo. Bisogna esserne persuasissimi, e io vorrei spiegarmi di più.

 

9 - Quando Dio vuol sospendere tutte le potenze, come si è visto nei modi di orazione descritti, è chiaro che la presenza della sacratissima Umanità ci è tolta dinanzi anche se non vogliamo. Ciò sia alla buon'ora! E felice quella perdita che ci fa meglio godere quello che ci sembra di aver perduto, perché allora l'anima s'impiega in amare Colui che l'intelletto si è sforzato di comprendere: ama quello che non è riuscito a comprendere, e gode il bene che non avrebbe mai potuto così godere se non col perdere se stessa per meglio guadagnare. Ma che noi mettiamo ogni nostro studio e abilità per evitare di aver sempre innanzi questa sacratissima Umanità (e piacesse a Dio che l'avessimo sempre per davvero!) ecco ciò che non mi pare ben fatto. Anzi, come suol dirsi, è camminare per aria, perché allora l'anima sembra andare senza appoggio, nonostante che si creda piena di Dio, mentre importantissimo per noi uomini, finché siamo quaggiù, è rappresentarci il Signore sotto figura di uomo.

In ciò è il secondo inconveniente di cui intendo parlare.

Il primo, come ho detto, sta nel pretendere di elevare lo spirito indipendentemente da Dio, non contentandoci di meditare sopra un soggetto così eccellente come l'Umanità di Cristo per volere essere Maria prima di aver faticato come Marta: tutte cose che denotano un certo difetto di umiltà. Se il Signore vuole che facciamo da Maria, lo potremo fare fin dal primo giorno senza nulla temere; ma non pretendiamolo noi, come mi sembra di aver già detto, perché questa piccola mancanza di umiltà non è mai senza danno a chi vuole avanzare nella contemplazione, benché sembri da poco.

 

10 - Per venire al secondo inconveniente, noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Voler trasformarci in angeli, mentre siamo sulla terra, è una vera sciocchezza, soprattutto quando si è così miseri come ero io. In via ordinaria il pensiero ha bisogno di appoggio, benché talvolta l'anima esca così fuori di sé, e sia talmente piena di Dio da non aver bisogno, per raccogliersi, di alcuna cosa creata. Ma questo non avviene molto di frequente, per cui al sopraggiungere degli affari, dei travagli e delle persecuzioni, quando non si può avere tanta quiete, o si è in aridità, allora Cristo è un buonissimo amico perché lo vediamo uomo come noi, soggetto alle nostre medesime debolezze e sofferenze e ci fa compagnia. Una volta fattane l'abitudine, è molto facile trovarselo vicino, nonostante che qualche volta possa avvenirci di non saper fare né questo né quello. Per ciò viene bene quello che ho detto, cioè di non abituarci a cercare consolazioni spirituali. Avvenga ciò che vuole avvenire, ma stiamo abbracciati alla croce, che è sempre una gran cosa. Anche questo nostro Signore rimase senza consolazione, solo sotto il peso dei suoi dolori. Non abbandoniamolo, ed Egli ci aiuterà a salire, più che non potremo da noi con ogni nostra diligenza. Se poi si assenterà, sarà o perché lo vedrà opportuno, o perché vorrà spingere l'anima a uscire da se stessa.

 

11 - Dio si compiace molto nel vedere un'anima prendere umilmente suo Figlio per mediatore, amarlo tanto e riconoscersi indegna, anche se da Lui elevata alla più alta contemplazione, dicendo con S. Pietro: «Allontanatevi da me, Signore, perché sono peccatore».[101] L'ho provato io stessa, perché il Signore mi ha condotta per questa via.

Altri potranno prendere una strada più breve, ma io ho visto che l'edificio dell'orazione deve fondarsi sull'umiltà: quanto più un'anima si abbassa nell'orazione, tanto più Dio la innalza. Non mi ricordo di aver mai ricevuto una sola delle grandi grazie di cui parlerò più avanti, se non quando mi sono sentita annientare alla vista della mia miseria. Anzi, per aiutarmi a meglio conoscermi, Sua Maestà mi faceva capire delle cose che da sola non avrei saputo immaginare.

Quando in questa orazione di unione l'anima fa qualche sforzo per aiutarsi, innalza un edificio senza fondamento che andrà presto in rovina: ne sono convinta, anche se da principio le sembrerà d'averne profitto. Temo che non arriverà mai alla vera povertà di spirito, la quale consiste nel non cercare i conforti e le delizie dell'orazione in cambio dei piaceri della terra che si sono abbandonati, ma nel trovare le proprie consolazioni nel soffrire per amore di Colui che ha tanto sofferto e mantenersi tranquilli nelle prove e nelle aridità. Certo che qualche cosa se ne soffrirà, ma non mai al punto da cadere in quell'inquietudine e desolazione a cui si abbandonano quei tali che quando non possono lavorare d'intelletto e si sentono privi di devozione, credono che sia tutto perduto, quasi ché un tesoro cosi grande sia merito dei loro sforzi. Non dico che non debbano interessarsene né tenersi raccolti innanzi a Dio; ma solo che non si disperino qualora, come ho detto, non potessero avere neppure un buon pensiero. Siamo sempre dei servi inutili: di che cosa ci crediamo capaci?

 

12 - Il Signore vuole che ce ne persuadiamo e che facciamo come quei somarelli che cavano l'acqua dal pozzo con la noria di cui ho parlato. Hanno gli occhi bendati, non capiscono quel che fanno, eppure cavano più acqua che non il giardiniere con tutti i suoi sforzi.

Bisogna battere questa strada con piena libertà, abbandonandoci completamente al beneplacito di Dio. Se Egli vuole innalzarci e metterci nel numero dei principi della sua corte e dei suoi più intimi favoriti, accettiamone la grazia volentieri; in caso contrario, serviamolo negli uffici più bassi, guardandoci bene, come ho detto, dal metterci da noi stessi in un posto migliore. Dio ha cura dei nostri interessi assai più di noi, e sa quello che conviene a ciascuno. Essendoci già rimessi alla sua volontà, perché volerci governare ancora da noi stessi? Questo è meno tollerabile qui che nel primo grado di orazione, e ne consegue un danno assai più lacrimevole, per trattarsi di beni soprannaturali. - Se uno ha una brutta voce, per quanto si sforzi a cantare, non riuscirà a migliorarla, mentre se Dio gliel'ha data buona, non ha bisogno di spolmonarsi per educarla.

Domandiamo pure e continuiamo a domandare grazie e favori, ma con umiltà, commissione e piena confidenza nella liberalità di Dio. E se ci permettono di stare ai piedi di Cristo, stiamoci meglio che possiamo, senza cercare di allontanarcene. Imitiamo la Maddalena; e quando l'anima si sarà fortificata, Dio la condurrà nel deserto.

 

13 - Perciò, Padre, fino a quando non troverà uno più sperimentato di me che ne sappia di più, ritenga per vero quello che le ho detto. Se è uno che comincia a gustare le dolcezze di Dio, badi di non credergli quando gli sembrerà che, aiutandosi, faccia più grandi progressi e ne goda di più. Oh, come Dio sa venire da sé quando vuole, svelatamente, senza l'aiuto di questi mezzi meschini! E allora solleva lo spirito come un gigante una pagliuzza, senza che gli si possa resistere.

Forse che se volesse far volare un rospo, aspetterebbe che il rospo prendesse il volo da sé? Eppure, maggior difficoltà incontrerebbe il nostro spirito a volersi elevare indipendentemente da Dio. È così carico di terra, così irretito di lacci che ben poco gli giova il desiderio di volare, nonostante che ciò sia più confacente alla sua natura che non a quella del rospo: è tanto immerso nel fango che, per sua colpa, non ne è più capace.

 

14 - Voglio dunque conchiudere che quando pensiamo a Cristo, dobbiamo ricordarci dell'amore che ci ha manifestato nel concederci tante grazie e dell'accesa carità di suo Padre che in Lui ha voluto darci un pegno di tanta tenerezza. Amore chiama amore: nonostante la nostra miseria e l'essere ancora agli inizi, non trascuriamo mai di considerare questa verità e di eccitarci all'amore. Quando Dio ci facesse la grazia di accenderci in cuore questo fuoco, tutto ci diverrebbe facile, e potremmo in breve passare alle opere senza alcuna fatica. - Per l'amore che Dio ci ha portato e per quel suo glorioso Figliolo che per amor nostro ha tanto sofferto, ci doni Sua Maestà questa fiamma, di cui abbiamo tanto bisogno! Amen.

 

15 - Vorrei farle una domanda.

Quando Dio comincia ad arricchire un'anima di grazie così elevate sino a favorirla di altissima contemplazione, non è forse ragionevole che ella ne esca subito perfetta, essendo giusto che dopo grazie così sublimi non cerchi più alcun conforto terreno? Perché i maggiori effetti del rapimento si sentono quando l'anima è già abituata a ricevere grazie? Perché si va staccando dalla terra a poco a poco, a misura che i rapimenti si fanno più alti, mentre Dio potrebbe santificarla in un istante, come farà solo più tardi, lasciandola perfetta in ogni virtù? - Non lo so, e vorrei saperlo.

So che la forza divina di cui l'anima si sente piena agli inizi, quando cioè questa grazia non dura che un batter d'occhio, quasi da neppure avvertirla se non per gli effetti che lascia, è ben diversa da quella che si prova quando detta grazia dura più a lungo. Ho pensato che ciò dipenda dalla mancanza di una pronta e completa disposizione da parte della stessa anima, per cui il Signore sia costretto a disporvela a poco a poco e a darle il coraggio virile di mettersi tutto sotto i piedi. Con la Maddalena lo ha fatto in poco tempo, ed è pronto a farlo pure con noi, sempre in proporzione della libertà che gli lasciamo. Ma gli è che non ci risolviamo mai a credere che Egli dà il cento per uno fin da questa vita.

 

16 - Ecco un altro paragone. Quello che Dio dà ai proficienti è pari a quello che dà agli incipienti, ma è come un cibo mangiato da molti: chi ne prende poco rimane solo con un buon sapore, e per poco tempo; chi ne prende di più, ne ha pure sostentamento; chi ne mangia molto ne ricava vita ed energia.

L'anima può saziarsi di questo pane di vita tante e tante volte, riportandone una così grande soddisfazione da non trovare più nulla che possa ancora appagarla. Vede che le fa bene, e vi si abitua in tal modo da preferire piuttosto di morire che adattarsi ad altri cibi, non buoni ad altro che a toglierle il buon sapore del primo.

Altrettanto si dica di una buona compagnia con la quale non si profitta, certo in un giorno quanto si profitterebbe in più, perché frequentando a lungo quella persona si potrebbe, con la grazia di Dio, diventare come lei. Insomma, dipende tutto dalla volontà di Dio e dalle disposizioni di colui a cui accorda i suoi favori, per la qual cosa importa molto, per chi comincia a ricevere queste grazie, tenerle nella stima che si meritano e risolversi a distaccarsi da tutto.

 

17 - In tal modo mi sembra che Sua Maestà vada provando or l'uno or l'altro per vedere chi lo ama. E per ravvivare la loro fede nelle ricompense future nel caso che l'abbiano perduta, si manifesta loro con quelle delizie inebrianti, quasi a voler dire: «Pensate, questa non è che una goccia di un oceano sterminato di beni».

Egli non tralascia nulla per quelli che ama, e se vede che gli corrispondono, dona altre grazie, e insieme se stesso. Ama chi lo ama. E che buon amante, e che amico fedele! O Signore dell'anima mia, dove trovare parole convenienti per far intendere i grandi tesori che compartite a chi si fida di Voi, e la grave perdita di colui che, giunto a questo stato, resta ancora attaccato a se stesso? Non permettetelo, o Signore, giacché fate assai di più col venire in un albergo così misero come il mio. Siatene per sempre benedetto!

 

18 - Torno a pregarla, Padre mio, che se di questo scritto sull'orazione vuol parlare con persone spirituali, abbia prima a vedere se lo siano per davvero, perché se non conoscono che una via, o si sono fermate a metà, non l'indovineranno di sicuro.

Vi sono alcuni che, condotti subito da Dio per una via molto elevata, credono che anche gli altri possano fare altrettanto, cioè sospendere l'azione dell'intelletto e rigettare il soccorso delle cose corporee. Ma chi volesse ascoltarli, rimarrebbe arido come un pezzo di legno.

Ve ne sono altri che avendo un po' di orazione di quiete, pensano subito di poter passare da questa a un'altra più elevata, per cui, come ho detto, invece di avanzare, tornano indietro. In ogni cosa occorre prudenza e discrezione. E il Signore nella sua bontà si degni di accordarcele!

 

 

CAPITOLO 23

 

Riprende la storia della sua vita e mostra con quali mezzi Sia Salita a più alta perfezione - Capitolo utile ai direttori di coscienza per sapere come condurre le anime sul principio della loro vita di orazione - Vantaggi da lei riportati per essere stata ben diretta

 

1 - Riprendo la storia della mia vita da dove l'ho lasciata.[102] Credo di essermi dilungata più del bisogno, ma servirà a far meglio capire quello che dirò. Da qui innanzi sarà un libro nuovo, voglio dire vita nuova, perché se quella che ho finora descritta era mia, questa che ho vissuta, da quando ho cominciato a parlare di orazione, è di Dio che vive in me, giacché mi sembra impossibile di esser giunta con le mie forze a liberarmi in così poco tempo da tante cattive opere e abitudini. - Sia benedetto il Signore che mi liberò da me stessa!

 

2 - Appena cominciai a fuggire le occasioni e a darmi di più all'orazione, il Signore prese a favorirmi delle sue grazie, quasi che per darmele non aspettasse che la mia volontà di riceverle. Mi elevò a uno stato quasi ordinario di orazione di quiete, e alle volte anche a quella di unione che mi durava a lungo. Ma siccome in quei giorni si erano scoperte delle donne che il demonio aveva ingannato con delle grandi illusioni,[103] cominciai a temere, specialmente per le molte soavità e delizie che provavo e alle quali spesso non potevo sottrarmi, benché fossi fermissimamente persuasa, specie nel tempo dell'orazione, che provenissero da Dio per il fatto che ne uscivo migliorata e più forte. Ma appena mi distraevo, tornavo a temere e a dubitare che il demonio volesse darmi da intendere che era cosa buona per farmi sospendere l'intelletto e così privarmi dell'orazione mentale, onde impedirmi di pensare alla passione e di servirmi dell'intelligenza: cosa che per il poco lume che avevo, mi sembrava molto dannosa.

 

3 - Siccome Sua Maestà voleva ormai illuminarmi affinché cessassi dall'offenderlo e conoscessi il molto che gli dovevo, mi aumentò in tal modo la paura che mi detti con impegno a cercare persone spirituali con cui trattarne. Avevo sentito parlare di qualcuno fin da quando i Padri della Compagnia di Gesù si erano stabiliti in questa città.[104] Di persona non ne conoscevo alcuno, ma per ragione del metodo di vita e di orazione che tenevano e di cui mi era stato detto qualche cosa, sentivo per essi una grande affezione, Tuttavia non mi credevo degna di trattare con loro, né tanto forte da prestar loro obbedienza. - Trattare con loro e continuare come ero mi sembrava sconveniente.

 

4 - Durai in queste tergiversazioni per qualche tempo, e finalmente, stanca per tante lotte ed interni timori, decisi d'interrogare una persona spirituale sull'orazione che praticavo, supplicandola di dirmi se fossi fuori di strada e protestandomi disposta a far di tutto per non offendere Dio. - Questa grande titubanza, come ho detto, dipendeva dalla mia mancanza di energia.

In quale inganno ero mai caduta, o mio Dio! Per voler essere buona mi allontanavo dal bene!

Questo dev'essere il punto su cui il demonio tenta con maggior fermezza le anime che vogliono darsi alla virtù, sapendo bene che nel trattare con gli amici di Dio, esse trovano ogni rimedio; ma io non riuscivo a vincerlo, né mai finivo di risolvermi.

Come quando abbandonai l'orazione, aspettavo di farmi prima migliore, mentre forse non lo sarei mai divenuta, per essere molto attaccata a certe piccole abitudini che neppure ritenevo per cattive, per cui a liberarmene mi occorreva la mano di qualcuno. - Benedetto il Signore che mi porse la sua, prima di ogni altro!

 

5 - Quando mi accorsi che i miei timori si facevano più vivi via via che procedevo nell'orazione, pensai che fossero o un gran bene, oppure un male gravissimo, soprattutto per aver ormai compreso che quello che succedeva in me era di ordine soprannaturale, per il fatto di non poterlo avere quando volevo, e di non poter sempre resistere quando veniva. Pensai che per me non vi fosse altro rimedio che mantenermi pura la coscienza, allontanandomi da ogni occasione, anche di peccato veniale. Se era spirito di Dio, evidente ne sarebbe stato il guadagno, ma se era il demonio, procurando io di contentare il Signore e di non offenderlo, ben poco mi avrebbe potuto danneggiare, per non dire che il danno sarebbe stato suo. Decisa di far così, mi misi subito all'opera, supplicando il Signore a venirmi in aiuto. Ma dopo alcuni giorni vidi che la mia anima era troppo debole per salire da sola a tanta perfezione, perché ancora avviluppata in certe affezioni, in sé non molto cattive, ma bastevoli a rovinare ogni cosa.

 

6 - Mi parlarono di un dotto ecclesiastico di questa città, di cui il Signore cominciava a far conoscere le virtù.[105] Ottenni di parlargli per mezzo di un santo cavaliere di questo luogo.[106]

Questi è un gentiluomo ammogliato, di vita così esemplare e virtuosa e di così grande orazione e carità che spira bontà e perfezione. E lo dico a ragione, perché molte anime ne hanno avuto vantaggio, avendo egli talenti tali da non poter a meno di trafficarli, nonostante l'impedimento del suo stato. Ha molto criterio ed è amabilissimo con tutti. La sua conversazione non è pesante ma soave e graziosa, delizia di chi tratta con lui, sempre improntata a grande rettitudine e bontà. Non ha di mira che il bene delle anime, contentare tutti e adoperarsi per chi vede ben disposto.

 

7 - Le industrie di questo santo e benedetto uomo furono il principio della mia salute.

La sua umiltà mi confonde. Pratica l'orazione da poco meno di quarant'anni (due o tre anni di meno credo) e ha tutta la perfezione che il suo stato sembra gli permetta. Sua moglie è così gran serva di Dio e così piena di carità che da essa non ha alcun ostacolo, scelta apposta da Dio per colui che doveva essere un suo servo fedele.

Alcuni suoi congiunti si erano imparentati con i miei,[107] e trattava frequentemente anche con un altro gran servo di Dio sposato con una mia cugina.

 

8 - Per questa via, dunque, procurai che mi venisse a parlare quell'ecclesiastico che ho detto, tanto virtuoso e suo grande amico. Volevo confessarmi da lui e sceglierlo per mio direttore. Quando venne, nel trovarmi in presenza di un uomo così santo, mi sentii tutta confondere. Tuttavia lo misi a parte della mia animi e del mio metodo di orazione. Ma egli non volle confessarmi perché disse di esser troppo occupato, com'era vero.

Cominciò con santo coraggio a trattarmi come un'anima forte, imponendomi in modo assoluto di non più offendere il Signore.

Dato il grado di orazione che scorse in me, la sua esigenza era molto ragionevole, ma io, quando lo vidi così deciso a farmela finire con quei piccoli difetti dai quali non avevo forza di liberarmi né così presto e neppure con tanta perfezione, mi afflissi grandemente, perché vedevo che considerava le cose dell'anima mia come se si potessero sistemare in un istante, mentre avevo bisogno di essere guidata con maggior pazienza.

 

9 - Vidi che i mezzi che mi suggeriva non erano per me, ma per anime più perfette, mentre io, benché fossi già molto innanzi nelle grazie di Dio, in fatto di virtù e di mortificazione ero sempre agli inizi. Se avessi dovuto trattare soltanto con lui, credo che l'anima mia non avrebbe mai progredito, perché il dispiacere che provavo nel vedere che non facevo né potevo fare quello che egli mi suggeriva, bastava per sfiduciarmi e farmi abbandonare ogni cosa.

Qualche volta mi chiedo perché una persona di così belle qualità per far progredire le anime non abbia saputo intendere la mia, né voluto assumerne la direzione. E vedo che fu tutto per il mio maggior bene, affinché conoscessi e trattassi con uomini così santi come i Padri della Compagnia di Gesù.

 

10 - Allora rimasi d'accordo con quel santo cavaliere[108] che mi venisse a trovare di tanto in tanto, mostrando egli così grande umiltà da trattare con una miserabile come me.

Cominciò a visitarmi, a incoraggiarmi, a dirmi che non pensassi di staccarmi da tutto in un sol giorno, ma che mi avrebbe staccata Dio a poco a poco, e che anch'egli era stato alcuni anni senza riuscire a romperla definitivamente con alcune cosette da nulla.

O umiltà, quanto bene fai all'anima che ti coltiva, e a chi pratica con lei!

Questo santo - ben mi sembra di poterlo così chiamare - mi raccontava per mio bene alcune sue debolezze: tali almeno parevano alla sua umiltà, mentre in rapporto al suo stato non erano né mancanze né imperfezioni, benché gravissime sarebbero state per me.

Non è senza motivo che dico questo. Sembra che mi dilunghi troppo in minuzie, ma ciò è così importante per i primi progressi e per il primo volo di un'anima non ancora ben provvista di piume, che chi non l'ha provato non può crederlo. E siccome spero che Vostra Grazia sia chiamato ad essere di aiuto a molte anime, m'indugio volentieri su queste cose, affinché conosca che la mia salute provenne tutta da quell'uomo che mi seppe curare, tanto umile e caritatevole da trattare con me, tanto paziente da sopportarmi nonostante che non mi sapessi mai correggere del tutto. Mi segnalava con discrezione, e poco per volta, il modo di vincere il demonio. E io cominciai a portargli, grande affetto, tanto che il mio maggiore conforto era in quei rari giorni in cui potevo vederlo, mentre se tardava a farmi visita, mi affliggevo grandemente nel timore che cessasse di venire per la mia cattiveria.

 

11 - La mia anima si sentì migliorata fin dalle prime visite, ma era ancora molto piena d'imperfezioni e forse di peccati. Quando egli lo seppe e io gli esposi le grazie che il Signore mi faceva per esserne illuminata, mi disse che una cosa non poteva stare con l'altra, che quelle erano grazie di persone molto perfette e mortificate, e che egli non poteva a meno di temere perché in alcune cose gli sembrava di vedere l'impronta dello spirito cattivo. Non pronunciò un giudizio definitivo, ma mi raccomandò di considerare la mia orazione in tutte le sue particolarità e di riferirgli ogni cosa.

Ma dire in che consistesse la mia orazione era una difficoltà che io non sapevo risolvere né in poco né in molto, essendo solo da poco che il Signore mi ha concesso d'intendere cosa sia e di saperla manifestare.

 

12 - Nel sentirmi dire queste cose, con la paura che già ne avevo, grandi furono le mie lacrime e le mie afflizioni: volevo contentare il Signore, non potevo credere di esser vittima del demonio, e insieme temevo che, in castigo dei miei peccati, Dio mi negasse la sua luce perché non mi comprendessi.

Mi posi a leggere alcuni libri nella speranza di trovare il modo di far conoscere la mia orazione, e in uno di essi intitolato «La salita del monte»,[109] nella parte dove si parla dell'unione dell'anima con Dio, trovai i caratteri di quello che provavo in me, quando, favorita da tale orazione, non potevo pensare a nulla: appunto il fenomeno di cui parlavo più spesso. Segnai con un tratto di penna il punto che faceva al caso mio e rimisi il libro a quel gentiluomo perché lo esaminasse con quel santo ecclesiastico e fedele servo di Dio di cui ho parlato. Mi dovevano poi dire come avrei dovuto comportarmi, disposta, se tale fosse stato il loro parere, anche ad abbandonare del tutto l'orazione.

Del resto, perché espormi a tanti pericoli? Se dopo circa vent'anni di orazione non avevo guadagnato che di essere illusa dal demonio, non valeva la pena di continuare, nonostante che questa risoluzione mi fosse assai dura, per aver già conosciuto come mi ero trovata senza orazione. Insomma, vedevo dovunque difficoltà, come uno che essendo in un fiume e sul punto di annegare, non sa da che parte dirigersi per paura di maggiori pericoli. È un affanno molto angoscioso che io ho provato varie altre volte, come a suo luogo dirò. La cosa non sembra d'importanza, ma serve a far ben comprendere come si devono provare gli spiriti, perché la pena che se ne soffre è molto grande.

 

13 - Si deve agire con prudenza, specialmente con le donne. Esse sono molto deboli; e a dir loro apertamente che sono vittime del demonio, ne possono avere del danno. Occorre esaminar bene ogni cosa, procurare che si allontanino dai pericoli in cui sono, consigliarle a tenere tutto segreto, e tenere essi stessi il segreto come si conviene.

Dico così perché io ho dovuto molto soffrire anche per l'imprudenza di alcune persone che non mantennero il segreto su quanto dicevo loro della mia orazione. Ne parlarono soltanto a fin di bene, ma intanto mi fecero del danno, perché si divulgarono delle cose che, non essendo di tutti, era meglio tenere nascoste: e sembrava che a divulgarle fossi io. Ma essi lo fecero senza colpa, così permettendo il Signore per farmi maggiormente soffrire. Certo che non erano cose di confessione, ma mi pareva che avessero dovuto tacere ugualmente, perché manifestavo loro i miei timori per essere illuminata.

Tuttavia non ho mai osato tenere loro nascosto alcuna cosa.

Ripeto dunque, che quando si tratta di donne, bisogna agire con la massima prudenza, badando più che altro a incoraggiarle e ad aspettare il tempo in cui Dio venga loro in aiuto, come ha fatto con me. Senza il suo soccorso, l'eccessiva paura di cui ero ripiena mi sarebbe stata di grave danno, tanto che tuttora mi meraviglio di non essermene risentita, per il gran male di cuore che avevo.

 

14 - Consegnai il libro a quel cavaliere con una relazione della mia vita e dei miei peccati fatta il meglio che mi fu possibile. Non era una confessione perché mi dirigevo a un laico: ciò nonostante, gli facevo capire quanto fossi cattiva.[110]

Quei due servi di Dio studiarono con grande amore e sollecitudine quello che più conveniva al mio caso, e io ne attendevo la risposta con viva trepidazione.

In quei giorni mi detti all'orazione con maggiore impegno supplicando pure varie persone a raccomandarmi a Dio. Finalmente la risposta arrivò. Quel cavaliere venne da me tutto afflitto, e mi disse che secondo il parere di entrambi io ero vittima del demonio e che dovevo trattarne con un certo Padre della Compagnia di Gesù. Diceva che sarebbe subito venuto appena l'avessi fatto chiamare col dirgli che ne avevo bisogno. Dovevo rendergli conto della mia vita e del mio stato coi, una confessione generale ben chiara; e per la virtù del sacramento Dio lo avrebbe maggiormente illuminato, tanto più che nelle cose di spirito quei Padri hanno grande esperienza. Non dovevo allontanarmi da quanto egli mi avrebbe detto, per essere io in gran pericolo se non trovavo una guida.

 

15 - Ne ebbi tanta pena e timore che non sapevo cosa fare, e mi diffondevo in lacrime.

Un giorno, mentre ero in un oratorio, piena d'angoscia e incerta del mio avvenire, aprii un libro che Dio stesso mi dovette mettere in mano, e lessi questo passo di S. Paolo: «Dio è molto fedele e non permette che quelli che l'amano siano ingannati dal demonio».[111] - Queste parole mi consolarono assai.

Mi misi all'opera per prepararmi a una confessione generale, mettendo per iscritto tutto il bene e il male della mia vita, nel modo più chiaro che potessi e sapessi, senza nulla lasciare. Ricordo che quando rilessi quello scritto e vidi tanto male e quasi nulla di bene, provai una pena e una afflizione grandissima.[112]

Altro tormento era quello di farmi vedere dalle monache a trattare con persone così sante come i Padri della Compagnia di Gesù. Temevo per la mia cattiveria, perché trattando con essi mi credevo obbligata a cambiare vita e ad abbandonare i miei passatempi, senza di che il mio stato si sarebbe fatto peggiore. Perciò mi misi d'accordo con la sagrestana e la portinaia, pregandole di non dirlo ad alcuno, ma non giovò a nulla perché quando mi chiamarono, c'era alla porta una sorella che pubblicò la cosa per tutto il monastero.

Quanti ostacoli e paure sa mettere il demonio per impedire alle anime di avvicinarsi a Dio!

 

16 - Aprii la mia anima a quel dotto ed esperto religioso che era un gran servo di Dio,[113] ed egli che ben conosceva questo linguaggio, mi spiegò ogni cosa e molto m'incoraggiò. Disse che evidente era lo spirito di Dio e che dovevo riprendere l'orazione, perché non era ancora ben fondata, né sapevo cosa fosse mortificazione, come del resto era vero, ignorandone io perfino il significato. Non solo non dovevo abbandonare l'orazione, ma attendervi con maggiore impegno per le molte grazie che il Signore mi faceva. Che sapevo io se Dio voleva servirsi di me per far del bene a molti altri? Aggiunse varie altre riflessioni con le quali sembra che profetizzasse quello che Dio si è poi degnato di fare in me. - Insomma, sarei stata molto colpevole se non avessi corrisposto alle sue grazie.

Queste parole mi s'impressero così profondamente che mi parvero dettate dallo Spirito Santo a mio spirituale rimedio, e ne rimasi molto confusa.

 

17 - Mi diresse in tal modo che mi parve di divenire un'altra. Che gran cosa è comprendere un'anima! Mi raccomandò di meditare ogni giorno un punto della passione, cercando di ricavarne profitto e di non mai allontanarmi dall'Umanità di Cristo. Quanto ai raccoglimenti e alle dolcezze interiori, dovevo far di tutto per oppormi, e guardarmi dall'ammetterli fino a nuovo ordine.

 

18 - Mi lasciò piena di gioia e di coraggio. Il Signore finalmente era venuto in mio aiuto e aveva dato a quel Padre il lume necessario per comprendere il mio stato e il modo di guidarmi. Presi la risoluzione di non allontanarmi di un punto da quanto mi avrebbe comandato, e fino ad oggi sono rimasta fedele.

Sia benedetto il Signore che mi ha dato la grazia di sempre ubbidire ai confessori, sia pure imperfettamente! Essi furono quasi sempre di questi benedetti Padri della Compagnia di Gesù. Benché non li abbia mai seguiti fedelmente, tuttavia, come sto ora per dire, la mia anima ne ricavò un sensibile miglioramento.

 

 

CAPITOLO 24

 

Prosegue sul medesimo argomento e dice che l'obbedienza fu la sua salute - Resiste ai lavori di Dio, ma non riesce a nulla Anzi Dio gliene concede di più grandi

 

1 - Uscii così arrendevole da quella confessione, da parermi che non vi sarebbe stato più nulla a cui non fossi disposta. A poco a poco, senza che il confessore mi pressasse, cominciai a riformarmi in molte cose, nonostante che egli non me lo dicesse, e neppure sembrasse di badarvi. Ciò m'incoraggiava di più, perché mi guidava per la via dell'amore e mi lasciava libera' con. nessun'altra obbligazione fuor di quella che m'imponevo lo per amore. Durai così quasi due mesi, durante i quali facevo pure del mio meglio per resistere alle grazie e ai favori di Dio. Il mio miglioramento si notò pure esternamente, perché il Signore mi dava forza di fare certe cose che alcune persone di mia conoscenza e qualche religiosa del mio monastero consideravano per eroiche. Ma se avevano ragione in paragone di quello che facevo prima, rimanevo però sempre al di sotto rispetto agli obblighi che l'abito e la professione m'imponevano.

 

2 - Resistendo alle grazie e ai favori di Dio ebbi in premio un insegnamento datomi da Lui stesso. Fino allora, infatti, credevo che per ricevere tali doni di orazione occorresse star in grande raccoglimento, tanto che io quasi non osavo muovermi. Ma poi ho visto che ciò poco importa, perché quanto più cercavo di distrarmi, tanto più il Signore m'inondava di soavità e di delizie, fino a sembrarmi d'esserne tutta compenetrata e di noti potermene sottrarre, come difatti era vero. Ciò mi angustiava; ma più cercavo di resistere, più Egli mi riempiva di grazie, manifestandomisi in quei due mesi più del solito, quasi a farmi meglio comprendere che non potevo resistergli.

Cominciò a rinascere in me l'amore per la sacratissima Umanità di Cristo. La mia orazione prese a solidificarsi come un edificio sopra saldo fondamento, e mi affezionai di più alla penitenza che avevo abbandonato per le mie grandi infermità.

Il buon servo di Dio da cui mi ero confessata mi aveva detto che un po' di penitenza non mi poteva far male, e che forse il Signore mi mandava tanti mali appunto perché non ne facevo. E mi ordinò alcune mortificazioni che non erano di mio gusto. lo le facevo tutte, perché mi pareva che quel confessore mi fosse inviato dal cielo e che il Signore desse grazia alle sue parole perché più facilmente gli obbedissi.

Cominciavo a sentir dolore per ogni offesa di Dio, anche piccola. E quando fra gli oggetti di mio uso trovavo qualche cosa di superfluo, non potevo più raccogliermi fino a quando non me ne fossi spogliata. Pregavo molto il Signore a non abbandonarmi e a non permettermi di tornare indietro dato che cosi trattavo con i suoi servi. Ciò mi sarebbe parso un delitto, e che essi per causa mia avrebbero perduto di credito.

 

3 - Verso questo tempo arrivò in città quel Padre Francesco che era stato duca di Gandia e che da alcuni anni aveva lasciato ogni cosa per entrare nella Compagnia.[114] Il mio confessore[115] e il cavaliere di cui sopra sapevano che era favorito di molte grazie, come se Dio volesse premiarlo fin da questa terra per il molto che aveva lasciato per Lui. Perciò procurarono che mi venisse a trovare, affinché io gli parlassi e gli dessi conto della mia orazione.

Dopo avermi ascoltata, disse che era spirito di Dio e che non dovevo più resistere, per quanto fino allora non avessi fatto male. Mi raccomandò di cominciare sempre l'orazione sopra un punto della passione, e di non resistere quando il Signore mi elevava lo spirito contro la mia volontà, ma di rimettermi in tutto al suo volere, essendo uno sbaglio continuare a resistere. Sperimentato com'era, mi, poté dar consiglio e medicina, perché in queste cose di spirito l'esperienza è di somma utilità.

Ne rimasi assai consolata come pure il cavaliere, che si rallegrò molto nel sapermi sotto lo spirito di Dio. Continuò ad assistermi e a consigliarmi in tutto quello che poteva, e poteva moltissimo.

 

4 - In quel tempo trasferirono il mio confessore in un altro luogo,[116] e io ne soffrii moltissimo per il timore di ricadere nelle mie miserie e per parermi impossibile di trovarne un altro come lui. La mia anima si trovò come in un deserto, piena di sconforto e di paura, sino a non saper più cosa fare.

Una mia congiunta ottenne il permesso di condurmi a casa sua, e io ne approfittai per cercarmi un altro confessore tra i Padri della Compagnia. Piacque a Dio che stringessi amicizia con una dama di nobili natali, vedova e molto dedita all'orazione.[117] Ed ella, che trattava sovente con quei Padri, m'indirizzò dal suo stesso confessore.[118]

Stetti da lei vari giorni. La sua casa era vicina a quella dei Padri, e io ne ero molto contenta perché li potevo avvicinare più spesso, essendomi di grande profitto la sola conoscenza della loro santità.

 

5 - Questo Padre cominciò a guidarmi a maggiore perfezione, dicendomi che dovevo fare del mio meglio per contentare in tutto il Signore.

Agiva con molta prudenza e soavità, perché la mia anima, anziché forte, era ancora debole e vacillante, specialmente circa alcune amicizie a cui ero molto attaccata, benché senza offesa di Dio. Mi sembrava un'ingratitudine troncarle, e dicevo al confessore: Se non vi è offesa di Dio, perché dimostrarmi ingrata? Per risposta m'ingiunse di raccomandarmi al Signore, recitando per alcuni giorni il Veni Creator, affinché m'illuminasse su quello che era meglio.

Un giorno, dopo aver durato a lungo in orazione e supplicato il Signore ad aiutarmi per potergli piacere, cominciai la recita dell'inno, e mentre lo recitavo mi colse un rapimento così improvviso da rimanermene quasi fuori di me. Era la prima volta che Dio mi faceva questa grazia, né potei mai dubitarne per essere stata molto evidente. Intesi allora queste parole: Non voglio più che conversi con gli uomini, ma soltanto con gli angeli.[119]

Rimasi piena di spavento, perché il trasporto si era fatto sentire con violenza e le parole mi erano state dette nel più profondo dell'anima.

Passato lo spavento prodottomi, credo, dalla novità della cosa,, rimasi piena di gioia.

 

6 - Quelle parole si avverarono esattamente, perché da allora in poi non ho più potuto avere consolazione, amicizia ed amore speciale se non con persone che vedevo amare e servire Dio, sino a non poter fare altrimenti, neppure se parenti o amici. Trattare con persone che non vedo accese d'amor di Dio, o che non sono anime di orazione mi è di croce penosissima: così appunto mi pare, senza alcuna eccezione.

 

7 - Da quel giorno mi sentii fermamente disposta a qualunque sacrificio per amore di quel Dio che in un momento (e non più di un momento mi sembra che quella grazia durasse) aveva trasformata la sua serva: né ci fu più bisogno di comando.

Il mio confessore, vedendomi così attaccata a quell'amicizia, non aveva osato impormi formalmente di rinunziarvi, e io stessa disperavo di riuscirvi, perché avendolo già tentato altre volte, avevo sempre finito col capitolare per la gran pena che ne sentivo, tanto più che la cosa mi pareva sconveniente. Forse aspettava che il cambiamento mi venisse da Dio, ed Egli infatti mi ha aiutata, dandomi tanta forza e libertà da farmi rompere ogni legame. Lo dissi al confessore e abbandonai ogni cosa secondo il suo comando. E da questa mia risoluzione ebbe profitto anche la persona con cui trattavo.

 

8 - Benedetto per sempre il Signore per avermi dato in un solo istante quella libertà che io non potei acquistare in molti anni di attenzioni e di sforzi indicibili, tali da risentirmene pure nella salute. Ma qui fu opera dell'Onnipotente, del vero Padrone del mondo, per cui non ebbi a provarne alcuna pena.

 

 

CAPITOLO 25

 

Come s'intendono quelle locuzioni interiori in cui l'orecchio non percepisce nulla - Vi possono essere degli inganni: come conoscerli Utile per coloro che si trovano in questo stato per la molta dottrina e la chiara spiegazione che vi si dà

 

1 - Credo opportuno spiegare cosa sia questo parlare di Dio, e l'impressione che l'anima ne riceve, affinché Vostra Grazia possa farsene un'idea.

A cominciare dalla circostanza che ho detto il Signore mi parlò assai spesso, come si vedrà da quanto mi rimane da dire.

Le sue parole sono molto distinte: non si odono con le orecchie del corpo ma si sentono molto più chiaramente che non percependole con esse, tanto che i nostri sforzi in contrario non riuscirebbero a nulla. Almeno tra noi, se non si vuol dare retta ad alcuno, si tappano le orecchie o si attende ad altro in tal modo che, udendo, non si oda; ma qui è impossibile. Bisogna ascoltare anche se non si vuole: l'intelletto è come obbligato a star attento a quello che il Signore gli vuole far capire. Non c'è volere o non volere che tenga: Quegli che può tutto la fa veramente da padrone, persuadendoci che non c'è da far altro che come vuol Lui. E io lo so per esperienza, perché con i miei timori ho cercato di resistere quasi due anni. Qualche volta ci provo ancora, ma mi giova poco.

 

2 - Vorrei mostrare le illusioni in cui è facile cadere. Ben è vero che chi ha esperienza non vi cadrà o vi cadrà assai di rado, ma si richiede che l'esperienza sia grande.

Vorrei anche far vedere la differenza che vi è quando le parole vengono dallo spirito buono e quando dal cattivo, e dire insieme che alle volte possono essere un'apprensione dell'intelletto, oppure parole che il nostro spirito si rivolge da sé. Non so se questo sia possibile, ma fino ad oggi mi è parso di sì.

Quando è spirito di Dio, le parole si avverano, come ho visto in varie cose che mi furono dette due o tre anni fa, e che si sono tutte avverate, senza alcuna eccezione. E lo si può conoscere chiaramente anche per vari altri argomenti, come dirò più avanti.

 

3 - Quando uno s'indugia a raccomandare a Dio con grande istanza un affare che lo preoccupa, è molto facile alle volte che gli sembri di udirne la risposta, se la domanda per cui prega sarà esaudita o no. Ma chi ha sentito come suonano le parole di Dio vede di che si tratta, perché la differenza è grandissima.

Altrettanto se è l'intelletto, perché, per quanto ci metta di sagacia, si vede subito che è lui: lui che compone e parla, mentre ben diverso è comporre un discorso e sentirlo dire da altri. Anche l'intelletto si accorge che invece di ascoltare sta parlando. Inoltre le sue parole sono come un rumore sordo e fantastico, mancanti di quella chiarezza che è propria delle parole di Dio, senza poi dire che possiamo sospendere il discorso e tacere, mentre questo è impossibile nelle parole di Dio.

Altro segno più evidente è che le parole dell'intelletto non producono nulla, mentre quelle di Dio sono parole ed opere. Anche se non sono parole di devozione, ma solo di rimprovero, cambiano in un istante le disposizioni dell'anima: l'abilitano, l'illuminano, l'inteneriscono, l'inondano di gioia, e se essa è nell'aridità, nell'inquietudine e nel turbamento, sente come una mano che le toglie tutti i suoi mali, o qualche cosa di meglio. - Insomma, sembra che Dio voglia far capire che Egli è potente e che le sue parole sono opere.

 

4 - Tra queste varie parole pare che vi sia la stessa differenza che c'è tra parlare e ascoltare, né più né meno. Quando io parlo, vado formando con l'intelletto quello che sto dicendo, mentre quando mi parlano altri, non faccio che ascoltare, senza alcuna fatica.

Nel primo caso non sappiamo dare alle nostre parole che un significato poco chiaro e distinto, perché siamo come persone mezzo addormentate, mentre nel secondo vi è una voce così limpida che non se ne perde una sillaba.

Alle volte questo può accadere anche allora che l'intelletto e l'anima sono così inquieti e distratti da non saper formare alcun discorso sensato. Tuttavia si sentono in possesso di così sublimi sentenze quali non potrebbero escogitare neppure nel più profondo raccoglimento, per cui l'anima si sente tutta mutata, fin dalla prima parola.

Di più, siccome questo favore ci può essere concesso anche durante il rapimento, quando le potenze sono sospese, in che modo si potrebbero intendere delle cose che prima non fossero pensate? E in che modo pensarle allora, se l'intelletto non può quasi operare, e l'immaginazione se ne sta come assorta?

 

5 - Si deve notare che se l'anima ha visioni e parole interiori, ciò non è mai, a mio parere, quando è unita a Dio nel rapimento, perché allora, come mi sembra di aver detto parlando della seconda acqua,[120] le potenze sono del tutto sospese, per cui non si può vedere, né intendere, né udire. Allora l'anima è in potere altrui, e per tutto quel tempo, che è sempre assai breve, non mi pare che Dio la lasci libera. Queste grazie avvengono dopo quel breve tempo, mentre l'anima è tuttora nel rapimento, con le potenze non del tutto sospese ma come stordite, affatto incapaci di mettere insieme un ragionamento.

Insomma, sono tanti i mezzi per conoscere la differenza in questione, che forse ci si potrà ingannare qualche volta, ma non molte. - Un'anima d'esperienza che stia attenta, lo vedrà chiaramente.

 

6 - Prescindendo pure da questi segni, resta sempre il fatto che le parole provenienti da noi non producono alcun effetto: anzi, l'anima non le accetta neppure, mentre se vengono da Dio è come obbligata ad accettarle, anche se non vuole. Alle prime non dà credito, le ritiene per vaneggiamenti dell'intelletto o come di persona in delirio, mentre le altre le raccoglie come pronunziate da un personaggio molto dotto, santo e di grande autorità, riconosciuto per incapace d'inganno.

Il paragone è assai grossolano, perché tali parole sono così maestose e solenni che, pur prescindendo da Chi le pronunzia, fanno tremare se sono di rimprovero, e sciolgono in tenerezza se sono di amore, senza poi dire che mentre prima neanche si pensavano, rappresentano allora, e solo in un istante, verità così profonde che per escogitarle ci vorrebbe del tempo. In nessun modo si possono pensare provenienti da noi, per cui stimo inutile indugiarmi più a lungo, non credendo possibile che un'anima di esperienza possa ingannarsi, a meno che non lo voglia avvertitamente.

 

7 - Spesso mi accadeva di esitare alquanto prima di credere a ciò che udivo, dubitando di esser vittima di qualche illusione: ma, questo, dopo che tutto era finito, perché nell'atto della grazia il dubbio è impossibile. Poi, dopo molto tempo vedevo avverarsi ogni cosa.

Le parole di Dio si fissano in mente così bene che non è possibile scordarle, mentre quelle dell'intelletto somigliano a un lampo di pensiero che subito svanisce. Avviene delle prime, come di un fatto reale la cui memoria col passare del tempo può anche affievolirsi, ma non mai in tal modo da dimenticarlo del tutto: se non altro si ricorderà che ci fu detto qualche cosa, a meno che non passi gran tempo, o si tratti di parole di tenerezza o di ammaestramento. Le profezie mi pare impossibile dimenticarle: almeno per me, nonostante la mia poca memoria.

 

8 - Perciò ripeto che non mi sembra possibile che una anima possa ingannarsi e affermare di udire quando non è vero, a meno che non sia così sconsigliata da ingannarsi da se stessa: il che sarebbe un gran male. Non può a meno d'accorgersi d'esser lei che forma e pronunzia parole. Per questo, basta che sia alquanto compresa dello spirito di Dio, altrimenti potrebbe rimanere nell'illusione per tutta la vita, immaginandosi sempre di avere locuzioni.

Confesso peraltro che non saprei immaginarmi un tal errore, perché, o l'anima vuole intendere o non vuole. Ora, se è così desolata per quanto intende, che pur di evitare i mille timori e gli altri inconvenienti che ne derivano, vorrebbe assolutamente non intendere nulla e riposare tranquilla nella sua orazione, come potrebbe dar tanto agio all'intelletto da mettere insieme dei discorsi per ordinare i quali occorre del tempo? Quando è Dio che parla, l'anima si trova subito istruita e intende cose per ordinare le quali parrebbe necessario un mese, mentre poi qualcuna è così elevata da meravigliare la stessa anima e lo stesso intelletto.

 

9 - Così sono le cose, e chi ne ha esperienza vedrà che quel che dico risponde a verità. Per conto mio ringrazio molto il Signore che mi ha concesso di così esprimermi, e termino col dire che se queste parole sono dell'intelletto, possiamo sentirle quando vogliamo, immaginandoci di udirle, per esempio, ogni qualvolta ci mettiamo in orazione, mentre non è così se sono di Dio. In queste, anzi, posso stare anche molti giorni col desiderio di sentirle ma senza nulla ottenere, mentre altre volte sono obbligata ad udirle anche se non voglio. Chi vuole ingannare il mondo col dare come parola di Dio la parola del proprio intelletto, mi sembra che possa anche aggiungere di averla udita con le orecchie del corpo, perché io, fino al giorno in cui lo constatai per esperienza neppur sapevo che si potesse intendere e udire diversamente: l'esperienza mi è costata assai, come ho già detto.[121]

 

10 - Quando sono dal demonio, non solo non lasciano buoni effetti, ma ne producono di cattivi. lo le ho udite non più di due o tre volte, ma il Signore mi ha sempre fatto capire di chi erano.

Oltre che una grande aridità, l'anima prova un'inquietudine simile a quella che io ho provato molte volte quando il Signore permetteva che fossi fra grandi tentazioni e pene di spirito di diverso genere: inquietudine che mi tormenta spesso, come dirò più avanti, e che non si sa donde venga. Sembra che l'anima resista, ma intanto si agita e si affligge senza saperne il motivo, perché quello che sente non è cattivo, ma buono. - Forse è perché uno spirito si sente in contatto con un altro.

La gioia e la tenerezza che il demonio produce con le sue parole sono di genere assai diverso, per cui non può lasciarsi ingannare se non chi non ha mai sentito quelle di Dio.

 

11 - Sì, parlo di tenerezza, ma soave, forte, penetrante, deliziosa e tranquilla, ben diversa da certe devozioncelle che non mi sento neppure di così chiamare, fatte unicamente di lacrime e di piccoli sentimenti che appassiscono subito al primo venticello di persecuzione, come gracili fiorellini. Sono buoni principi e sentimenti lodevoli, ma non sufficienti per distinguere gli effetti dello spirito di Dio da quelli del demonio. Perciò bisogna agire con molta prudenza, perché quelli che non sono andati più innanzi nell'orazione, al sopraggiungere delle visioni e delle rivelazioni possono cadere in inganno. Quanto a me, non ne fui favorita se non dopo che la bontà di Dio mi ebbe elevata all'orazione di unione, eccetto quella prima volta in cui mi apparve Cristo, molti anni fa, come ho narrato a suo luogo.[122] E fosse piaciuto a Sua Maestà che avessi compreso allora, come ho compreso più tardi, che quella era una vera visione! Come mi avrebbe giovato!

 

12 - Le parole del demonio non apportano alcuna tenerezza, ma disgusto e spavento.

Tengo per certo che il Signore non permetterà mai al demonio d'ingannare un'anima che non si fida di sé ed è così forte nella fede da essere pronta a sopportare mille morti per un sol punto di essa. Con quest'amore che Dio le infonde per la fede e che costituisce una fede viva ed inconcussa, essa fa del suo meglio, per conformarsi in tutto agli insegnamenti della Chiesa, interrogando or questi or quelli: così ben fondata nella verità da non lasciarsi smuovere d'un punto da ciò che la Chiesa ci propone a credere, neanche se vedesse aperto il cielo. Se in qualche istante si mostra vacillante, giungendo a dire in cuor suo: «Infine, se Dio mi dice questo, può essere che sia vero, come le .rivelazioni che faceva ai santi», affermo che essa non ci crede, ma che il demonio comincia a tentarla con un primo movimento: e gran danno sarebbe fermarci sopra il pensiero. Penso però che se l'anima perdura nella forza che con quelle grazie Dio le dà, non andrà soggetta neppure a quei primi moti, almeno non troppe volte, per non dire piuttosto che le sembrerà di essere pronta a confondere tutti i demoni per sostenere la più piccola delle verità rivelate.

 

13 - Se l'anima non sente in sé quest'indomabile coraggio, e la devozione o le visioni non glielo vanno aumentando, non si tenga sicura, perché se al presente non avverte alcun danno, col tempo può sperimentarne di grandissimi. Vedo e so per esperienza che in tanto ci si convince della divina provenienza di un favore in quanto esso è conforme alla Sacra Scrittura: per poco che se ne scosti, lo terrei per opera del demonio, e ciò con certezza incomparabilmente più grande di quella con cui credo da Dio i favori ricevuti. In tal caso non avrei bisogno d'andare in cerca di prove per sapere da chi viene, questa sola è così chiara, che se tutto il mondo mi assicurasse che è da Dio, non lo crederei.

Quando è il demonio, sembra che tutti i beni svaniscano e cadano: l’anima ne esce disgustata, inquieta, priva di ogni buon effetto. Pare che il demonio le ispiri dei desideri, ma non efficaci; le dà umiltà, ma falsa, inquieta e senza dolcezza. - Penso che chi ha provato gli effetti dello spirito buono mi capisca senz'altro.

 

14 - Malgrado ciò, il demonio ci può sempre tendere una moltitudine di insidie, per cui non vi sarà nulla di più sicuro che andar cauti, temere, scegliersi un dotto direttore e non nascondergli nulla. Facendo così, non ci verrà alcun danno, nonostante che io ne abbia avuti parecchi per i timori esagerati di alcuni.

Ecco quello che mi successe. Parecchi servi di Dio, che io giustamente stimavo, si erano riuniti per trattare delle cose mie. lo non conferivo che con uno di essi, e solo parlavo con gli altri quando egli me lo diceva. Essi poi mi volevano molto bene e, temendo che fossi illusa dal demonio, discutevano seriamente per venirmi in aiuto.

Fuori d'orazione temevo anch'io di essere illusa, ma quando vi stavo, e il Signore mi accordava qualche grazia, i miei timori sparivano del tutto.

Il mio confessore mi venne dunque a dire che quei tali (credo che fossero cinque o sei, e tutti gran servi di Dio) erano d'accordo nel dichiararmi vittima del demonio, per cui non dovevo comunicarmi tanto spesso, ma distrarmi e non stare mai sola.

Io che già soffrivo di cuore ed ero tanto paurosa che alle volte non osavo star sola in una stanza neppure di giorno, nel vedere che tante persone affermavano quello che io non sapevo ammettere, fui presa da gravissimi scrupoli, temendo poca umiltà da parte mia. Quelli erano dotti e di vita incomparabilmente più santa della mia: perché dunque non credere? E feci il possibile per convincermi considerando la mia misera vita, in base alla quale la loro sentenza doveva essere vera.

 

15 - Nel colmo della mia afflizione uscii di chiesa[123] e andai a rifugiarmi in un oratorio.

Già da più giorni mi avevano tolta la comunione e proibita la solitudine, uniche cose che mi erano di conforto, né avevo alcuno con cui trattare, perché tutti mi erano contrari. Quando parlavo delle mie pene, alcuni mi burlavano come se delirassi, altri ammonivano il mio confessore a stare in guardia, ed altri dicevano chiaramente che ero in balia del demonio.

Per mettermi alla prova, come venni a sapere più tardi, il mio confessore[124] condivideva le loro opinioni. Tuttavia, cercava di consolarmi, e mi diceva che se anche fossi vittima del demonio, studiandomi io di non offendere Dio, il maligno non mi avrebbe potuto far nulla, presto sarebbe tutto finito, ma pregassi molto il Signore a liberarmi, come anch'egli faceva con tutte le persone che si confessavano da lui e molte altre. Da parte mia non facevo che pregare e mi raccomandavo a quanti sapevo esser servi di Dio, affinché Sua Maestà si degnasse condurmi per un'altra strada. E in queste continue preghiere si durò circa due anni.

 

16 - Al pensiero che il demonio mi venisse a parlare tanto spesso non vi era cosa che mi potesse consolare. Neppure per pregare mi appartavo più in solitudine. Ma il Signore mi faceva entrare in raccoglimento anche in mezzo alle conversazioni: malgrado ogni mia resistenza, mi diceva tutto quello che gli piaceva, e dovevo ascoltarlo anche non volendolo.

 

17 - Ero dunque sola, senza una persona con cui consolarmi, incapace di pregare e di leggere, oppressa dalla tribolazione, con l'anima sconvolta, piena di amarezza e così angustiata per il timore di essere vittima del demonio da non saper cosa fare. Altre volte, mi sono vista in tale stato, anzi molte volte, ma non mai come allora. Vi rimasi per quattro o cinque ore, senza consolazioni né dal cielo né dalla terra, abbandonata da Dio nell'angoscia, in preda all'apprensione di mille pericoli.

Dio mio, com'è vero che siete un amico forte e generoso, che potete tutto quello che volete, e non lasciate di amare chi vi ama! Tutte le creature vi lodino, o sovrano Signore del mondo! Si proclami dovunque che Voi siete fedele con i vostri amici! Tutto manca, ma non Voi, o Creatore del tutto, che mai lasciate soffrire chi vi ama! Con quanta delicatezza, Signore, con che tenera attenzione li sapete consolare! Felicissimo chi non ha amato che Voi!, Se provate i vostri amanti con rigore, sembra, o mio Dio, che sia soltanto perché nell'eccesso dei loro patimenti si dimostri il maggiore eccesso del vostro amore. O Signore, perché non ho io altezza d'ingegno e dottrina, perché non so fabbricare nuovi vocaboli per esaltare la magnificenza delle vostre opere come io la sento? Mi manca tutto, o mio Dio! Ma se Voi mi lasciate, non mancherò io a Voi! Si alzino pure a perseguitarmi tutti i dotti del mondo, mi si levino contro tutte le creature, i demoni tutti mi tormentino, ma non mancatemi Voi, o Signore, conoscendo già io per esperienza i vantaggi che si ricavano dal porre in Voi ogni fiducia!...

 

18 - Fin allora non avevo avuto alcuna visione; ma a togliermi dall'angoscia in cui ero e a quietarmi del tutto bastarono queste parole: «Non aver paura, figliola, sono io, e non ti abbandonerò. Non aver paura!».

Per lo stato in cui ero, nessuno sarebbe riuscito. a calmarmi, o almeno mi pareva che ci sarebbero volute molte ore. Ma con quelle sole parole mi sentii subito tranquilla, piena di coraggio, di forza, di sicurezza e di luce. In un istante vidi la mia anima trasformata in un'altra, pronta a sostenere contro tutti, che era Dio. Oh, com'è buono il Signore! Com'è potente e misericordioso! Con il consiglio apporta il rimedio, e le sue parole sono opere. O mio Dio, come si fortifica la fede, come si aumenta l'amore!

 

19 - Mi ricordai di quando il Signore comandò ai venti di calmarsi allorché infuriavano sul mare, e ripetevo anche io: «Chi è Costui che si fa obbedire da tutte le mie potenze, che d'improvviso rischiara tenebre così profonde, intenerisce questo mio cuore di pietra e con abbondante acqua di lacrime irriga una terra che pareva dover stare a lungo inaridita? Chi pone in me questi desideri? Chi m'infonde così intrepido coraggio?». E mi veniva pure di chiedermi: «Di che dunque avrò paura? E perché aver paura, se altro non desidero che di servire a questo Padrone e contentarlo? No, non voglio gioia, né riposo, né altro bene di sorta, ma solo la sua santa volontà». - Tali mi parevano i miei sentimenti: ne ero certa e lo potevo affermare.

Perciò, se questo Signore è così potente, come so e vedo; se i demoni non gli sono che schiavi, come la fede non mi permette di dubitare, che male mi possono fare se io sono la serva di questo Re e Signore? Piuttosto, perché non sentirmi così forte da affrontare l'inferno intero? E prendevo in mano una croce, e mi sembrava che Dio me ne desse il coraggio. In breve spazio di tempo mi vidi così trasformata che non avrei temuto di scendere in lotta con tutti i demoni dell'inferno. Con quella croce mi pareva di sgominarli tutti, e gridavo loro: «Venite avanti ora, ché essendo io la serva del Signore, voglio vedere che cosa mi potete fare!».

 

20 - E parve che mi temessero veramente, perché me ne rimasi tranquilla. D'allora in poi quelle angustie non mi turbarono più, né ebbi paura dei demoni, tanto che quando essi mi apparivano, come avanti dirò, non solo non ne avevo paura ma mi sembrava che l'avessero essi di me. Il sovrano Padrone di ogni cosa mi dette su di essi un tale impero che oggi non li temo più delle mosche. Sono così codardi che nel vedersi disprezzati si perdono di coraggio. Non assalgono di fronte se non coloro che vedono arrendersi facilmente, oppure quando il Signore lo permette affinché le loro lotte e persecuzioni ridondino in maggiore vantaggio dei suoi servi.

Piaccia a Sua Maestà che temiamo solo quello che è da temere, persuadendoci che ci può venire maggior danno da un sol peccato veniale che non da tutto l'inferno: il che è verissimo.

 

21 - Sapete quando i demoni ci fanno spavento? Quando ci angustiamo con le sollecitudini per gli onori, per i piaceri e per le ricchezze del mondo. Allora noi, amando e cercando quello che dovremmo aborrire, mettiamo nelle loro mani le armi con cui potremmo difenderci e li induciamo a combatterci con nostro immenso pregiudizio. Fa compassione pensarlo, perché basterebbe stringerci alla croce e disprezzare ogni cosa per amor di Dio, giacché il demonio fugge da queste pratiche, più che noi dalla peste. Amico della menzogna, e menzogna lui stesso, il demonio non va mai d'accordo con chi cammina nella verità. Ma se vede che l'intelletto è offuscato, fa del suo meglio per accecarlo del tutto; e se si accorge che uno è tanto cieco da riporre il proprio contento nelle cose del mondo, che sono futili e vane come i giochi dei fanciulli, si convince di aver a che fare con un fanciullo, lo tratta come tale e si diverte ad assalirlo una e più volte.

 

22 - Piaccia a Dio che io non sia di costoro, ma che sorretta dalla sua grazia, ritenga riposo ciò che è riposo, onore ciò che è onore, piacere ciò che è piacere, e non il contrario. Allora farei le corna[125] a tutti i demoni, che fuggirebbero spaventati. Non capisco le paure di chi grida: demonio! demonio! mentre potrebbero gridare: Dio! Dio! e riempire l'inferno di spavento. Non sappiamo forse che i demoni non possono neppure muoversi senza il consenso di Dio? Che sono dunque questi vani timori? Per conto mio ho più paura di chi ne ha tanta del demonio che non del demonio stesso, perché questi non mi può far nulla, mentre quelli, specialmente se confessori, gettano l'anima nell'inquietudine: per causa loro ho passato diversi anni in così gravi travagli che ancora mi meraviglio d'esser riuscita a sopportarli. - Sia benedetto il Signore che mi ha prestato il suo valido aiuto!

 

 

CAPITOLO 26

 

Prosegue sul medesimo argomento - Racconta in che modo abbia smesso ogni timore, e come si sia convinta che chi le parlava era lo Spirito buono

 

1 - Ritengo per una delle maggiori grazie che il Signore mi abbia fatto il coraggio di cui mi ha favorita contro tutti i demoni, essendo gravissimo inconveniente camminare nello scoraggiamento e lasciarsi vincere da un altro timore che non sia quello d'offendere Dio. Avendo un Re così grande e onnipotente che tutto può e tutto sottomette, non si deve aver paura di nulla, sempre inteso, ripeto, che si cammini innanzi a Lui con verità e coscienza pura. Per conto mio non vorrei avere altro timore che di offendere Colui che in un istante ci potrebbe annientare. Quando Dio è contento di noi, non v'è alcuno che ci possa far danno: i nostri nemici se ne fuggono tutti con le mani nei capelli.

Questo è vero, mi si potrebbe obiettare, ma intanto chi sarà così giusto da contentare in tutto il Signore sino a non avere alcun motivo di timore?

Non io certamente, perché molto misera, vuota di meriti e piena di peccati. Ma Dio non fa come gli uomini, perché sa che siamo composti di debolezze. Tuttavia l'anima può avere dei segni per capire se lo ama davvero.

Infatti, giunta a questo stato, il suo amore non si cela più come prima, ma rompe fuori con impeto, con grandi desideri di vedere Dio, come dirò più avanti o forse avrò già detto: ogni altra cosa l'annoia, la disgusta, la tormenta, né vi è riposo che la soddisfi se non con Dio e per Dio, perché lontana dal suo vero riposo. Insomma, sono così evidenti i segni di questo amore che sembra impossibile non riconoscerli.

 

2 - Mi è successo alle volte, a causa di un affare di cui parlerò più avanti,[126] di trovarmi afflitta da gravissime tribolazioni, divenuta oggetto di mormorazione da parte di questa città e del mio Ordine, con l'aggiunta di molte altre afflizioni che mi davano motivo d'inquietarmi. Ma se il Signore mi diceva: «Di che temi? Non sai che io sono onnipotente? Quello che ti ho promesso compirò» (e difatti tutto si è compiuto) rimanevo così piena di coraggio che subito avrei intrapreso nuove opere, disposta ad affrontare per il servizio di Dio tormenti e sofferenze maggiori, nonostante che mi costassero molto. E questo mi è accaduto tante volte che non saprei dirne il numero.

Il Signore mi faceva frequenti riprensioni, come me ne fa tuttora quando cado in qualche mancanza. Allora le sue parole annientano, sia pure apportando insieme emendazione, perché, come ho detto, Dio dà il consiglio e il rimedio.

Altre volte, specialmente quando vuol farmi qualche grazia straordinaria, mi richiama alla mente le mie passate infedeltà! Allora l'anima sente d'essere innanzi al suo Giudice, e vede la verità così chiara che essa non sa dove nascondersi.

Più volte mi avvisò di alcuni pericoli in cui ero io o altre persone. Alle volte si trattava di cose che dovevano avvenire tre o quattro anni dopo, e che si sono avverate esattamente. Potrà darsi che ne narri qualcuna. Insomma, sono tanti i segni per capire se sono parole di Dio che non credo possibile non accorgersene.

 

3 - La via più sicura è quella che seguo io, consistente nel manifestare la mia anima e tutte le grazie che il Signore mi fa a un dotto confessore e obbedirgli in tutto: senza questo non avrei pace. Così dobbiamo fare noi donne che non abbiamo istruzione, perché nella scienza si hanno moltissimi vantaggi e nessun danno, come il Signore mi ha detto più volte.

Avevo un confessore che mi mortificava assai[127] e che talvolta mi gettava in grandi afflizioni causandomi le più vive inquietudini: eppure fu quello, mi pare, che mi giovò più di tutti. Io l'amavo molto, ma alle volte ero tentata di lasciarlo, per sembrarmi che le pene di cui mi era causa m'impedissero di far orazione. Ma appena mi risolvevo a lasciarlo, udivo una voce che me lo proibiva, con un rimprovero così forte che ne uscivo più mortificata che non per tutti quelli del confessore. Alle volta mi desolavo: torture da una parte e rimproveri dall'altra. Ma tutto mi doveva essere necessario perché la mia volontà non era ancora doma. Mi disse un giorno il Signore che non sarei stata vera obbediente se non mi fossi disposta a soffrire, e che tutto mi diverrebbe più facile col pensiero di quello che aveva sofferto Lui.

 

4. -. Una. volta un confessore a cui mi ero rivolta da principio, visto che si trattava dello spirito buono, mi consigliò di non dir più nulla a nessuno, essendo ormai bene tacere.

Il consiglio non mi dispiaceva, perché nel manifestare tali cose al confessore provavo tanta ripugnanza e vergogna quanta non ne avrei provata nel confessare i più grossi peccati; e ciò specialmente quando le grazie erano più grandi, perché mi pareva di non essere creduta e che mi dovessero burlare. Volevo tacere anche perché temevo che per questo ne venisse a scapitare la riverenza dovuta alle grazie di Dio. Ma subito intesi che quel sacerdote mi aveva consigliata male, e che per nessun motivo dovevo tacere al confessore alcuna cosa, essendo questa la via più sicura. mentre, facendo il contrario, avrei potuto ingannarmi.

 

5 - Quando il Signore mi dava un comando nell'orazione e il confessore me n'imponeva un altro, Sua Maestà tornava a dirmi di stare alla parola del confessore. Poi gli faceva cambiare parere, inducendolo a darmi il suo medesimo comando.

Quando fu proibita la lettura di molti libri in volgare[128] mi dispiacque assai perché alcuni mi ricreavano molto, e non avrei più potuto leggere perché quelli permessi erano in latino. Ma il Signore mi disse: «Non affliggerti perché io ti darò un libro vivente».

Allora non avevo avuto ancora nessuna visione[129] e non capivo che cosa quelle parole potessero significare. Ma lo compresi chiaramente dopo pochi giorni, perché ebbi tanto da pensare e da raccogliermi per quello che vedevo, e il Signore m'istruiva con tanta tenerezza e in così varie maniere che quasi non ebbi più bisogno di libri o almeno di poco. Allora per apprendere la verità non ebbi altro libro che Dio. E benedetto quel libro che lascia così bene impresso quello che si deve leggere e praticare da non dimenticarsene più!

Vedendo il Signore tutto coperto di piaghe e schiacciato sotto il peso della tribolazione, come non amare il dolore, abbracciarlo e desiderarlo? Come non stimare un nulla quanto si possa fare e patire, se si veda qualche cosa della gloria che Dio dà a chi lo serve e che pur noi aspettiamo?

E vedendo i tormenti dei dannati, chi è che paragonandoli alle tribolazioni della terra, non ritenga queste per delizie, e non riconosca il molto che deve a Dio per essere stato da quelli liberato, e tante volte?

 

6 - Di alcune di queste grazie avrò occasione, a Dio piacendo, di parlare più avanti. Ora voglio continuare il racconto della mia vita. Piaccia al Signore che in quello che ho detto mi sia spiegata abbastanza Credo che chi ne ha esperienza m'intenderà, e vedrà che in qualche cosa l'ho indovinata, mentre non mi meraviglio se chi non ne ha, ritenga tutto per vaneggiamento. Del resto, basta che l'abbia detto io perché ne sia scusato, né io certo lo biasimerei.

Faccia il Signore che almeno l'indovini nel fare la sua volontà! Amen.

 

 

CAPITOLO 27

 

Dio manifesta alle anime la sua volontà anche senza parlare - Spiega una grande grazia che ha ricevuto e una visione non immaginaria Capitolo degno di nota

 

1 - Riprendo il racconto della mia vita.

Immersa com'ero in quella grande afflizione che ho detto, si pregava ardentemente perché il Signore mi conducesse per una via più sicura, giacché, secondo quello che mi dicevano, la mia era troppo sospetta. Pregavo anch'io con ardore, e facevo del mio meglio per desiderarne un'altra. Tuttavia, avendo visto quanto su di essa mi fossi migliorata, non riuscivo a sentirne un vero desiderio se non rare volte, solo quando ero molto afflitta per le cose che mi dicevano e per i timori che mi ingerivano. Però non cessavo di pregare.

Vedendomi così trasformata, non potevo far altro che rimettermi nelle mani di Dio, affinché Egli, conoscendo quello che meglio mi conveniva, compisse in me la sua volontà. Vedevo che per quella via me ne andavo in cielo, mentre prima camminavo per l'inferno. Perciò non potevo desiderare di cambiarla, e neppure di pensarmi vittima del demonio: non ci riuscivo, nonostante facessi di tutto per persuadermi.

Offrivo a questo scopo tutto il bene che facevo, prendevo alcuni santi a miei protettori contro le insidie del demonio, moltiplicavo novene, raccomandandomi a S. Ilarione, a S. Michele arcangelo che impresi a invocare con nuovo ardore, e a molti altri che importunavo senza posa, perché mi ottenessero da Dio di scoprire la verità!

 

2 - Ed ecco ciò che mi accadde dopo due anni di continue preghiere, sia da parte mia che da parte di altre persone, per ottenere che Dio mi guidasse per un'altra via o mi mostrasse la verità, perché continuava a parlarmi molto spesso.

Nella festa del glorioso S. Pietro, mentre ero in orazione, vidi, o per meglio dire sentii vicino a me Gesù Cristo. Dico così perché non vidi nulla, né con gli occhi del corpo né con quelli dell'anima. Ma compresi - così almeno mi parve - che chi mi parlava era Lui.

Ignorando io che si potessero avere simili visioni, fui presa da grandissimo spavento. E da principio non facevo che piangere, benché poi bastasse a rassicurarmi una sola sua parola, che mi lasciava tranquilla e contenta come il solito, senza alcun timore. Mi pareva che Gesù Cristo mi camminasse sempre al fianco, ma non vedevo in che forma, perché non in visione immaginaria. Sentivo che mi stava al lato destro, testimone di tutto ciò che facevo. Se non ero molto distratta, non vi era istante che mi raccogliessi senza sentirmelo accanto.

 

3 - Andai subito, tutta turbata, dal confessore per esporgli la cosa come stava. Egli mi domandò sotto che forma lo vedevo, ed io gli risposi che non lo vedevo. Mi chiese allora come potevo sapere che era Gesù Cristo. Gli dissi che il modo non lo sapevo, ma che non potevo dubitare che Egli mi fosse vicino perché lo sentivo e vedevo chiaramente: il raccoglimento dell'anima era meno profondo e continuo che nell'orazione di quiete, e gli effetti assai diversi dai soliti. Cercavo ogni sorta di paragoni per farmi capire, ma per questa specie di visioni non ne viene bene nessuno. Un santo uomo molto spirituale, chiamato fra Pietro d'Alcantara di cui in seguito parlerò più a lungo, mi disse che è una delle visioni più sublimi, una di quelle in cui l'azione del demonio è meno possibile. E altrettanto mi dissero altri grandi teologi. Nessuna meraviglia quindi che persone poco istruite come me non abbiano termini per spiegarsi. Ma lo sanno bene i dotti.

Se dico di vedere Gesù Cristo non con gli occhi del corpo né con quelli dell'anima per non essere con visione immaginaria, come posso intendere e affermare che Egli mi stia accanto, e ciò con maggiore sicurezza che se lo vedessi con gli occhi? Dire che è come se uno sia cieco o si trovi così al buio da non vedere chi gli stia vicino, non è esatto. Vi è qualche somiglianza, ma non molta, perché detta persona si può sempre sentire con i sensi, sia toccandola che udendola parlare o muoversi. Ma qui nulla di tutto questo, e neppure si è al buio, perché Dio si manifesta all'anima in una luce molto più chiara del sole. Tuttavia non si vede né sole né chiarezza, perché è una luce che illumina l'intelletto senza farsi vedere, immerge l'anima nel godimento di un tanto bene, e porta con sé molti altri vantaggi.

 

4 - Tale presenza di Dio, non è neppure come quella che molte anime sperimentano frequentemente, soprattutto nell'orazione di unione e di quiete, nelle quali pare che, appena si comincia, si trovi subito con chi parlare, e sembra veramente d'essere ascoltati, grazie agli effetti spirituali, ai grandi sentimenti di fede e di amore ed altre risoluzioni e tenerezze che si sentono. Questa è una grande grazia di Dio, e chi ne è favorito la stimi molto, perché è una orazione assai elevata, ma non visione. In essa si comprende che è Dio soltanto per gli effetti che produce nell'anima, mediante i quali piace al Signore manifestarsi. Ma qui si vede chiaramente d'essere vicini a Gesù Cristo in persona, figliolo della Vergine. Là si è soltanto con qualche influenza della divinità, ma qui anche con la sacratissima Umanità, che ci vuole inondare dei suoi tesori.

 

5 - Mi chiese dunque il confessore chi mi avesse detto che quegli era Gesù Cristo, e io gli risposi: Lui stesso più volte.

Però ne avevo nell'anima la certezza anche prima che me lo dicesse. Anzi, me l'aveva detto prima ancora che lo vedessi.

Se io fossi cieca o al buio, e una persona che non avessi mai veduto né mai sentito nominare mi venisse a far visita e mi dicesse chi è, io lo crederei, ma non con la medesima certezza con cui affermerei che è essa se la vedessi. Ma qui sì, perché il Signore s'imprime nell'anima con una conoscenza così chiara che, pur senza averlo veduto, non è possibile dubitarne. Si scolpisce dentro l'intelletto, e se ne ha tale certezza più che se lo si vedesse con gli occhi, perché in questo caso si potrebbe sempre dubitare d'essere in inganno. Da principio tal dubbio può aversi anche qui. Ma poi l'anima ne esce così sicura che il dubbio non ha forza.

 

6 - Qui Dio istruisce l'anima anche in altro modo, parlandole senza parlare, nella maniera che ho detto, con un linguaggio così di cielo che, nonostante ogni nostro sforzo, quaggiù non si può spiegare, a meno che non lo faccia Dio stesso per via d'esperienza.

Mette nel più profondo dell'anima quello che ci vuol dire, rappresentandocelo senza immagini né forme di parole, ma nel modo della visione di cui parlo.

Questa maniera con cui il Signore fa capire all'anima ciò che vuole, scoprendole grandi verità e misteri, è degna di molta considerazione, perché è quella che Egli adopera il più delle volte per spiegarmi le visioni che mi dà. E credo che qui il demonio non possa molto intromettersi, per le seguenti ragioni che credo buone: altrimenti vuol dire che m'inganno.

 

7 - Questa specie di visione e di linguaggio è cosa tutta spirituale, senza movimenti nelle potenze e nei sensi, capaci di dar motivo al demonio di accorgersene. Avviene però raramente e in modo assai rapido, mentre il più delle volte i sensi e le potenze non solo non mi sembrano sospesi, ma anzi molto liberi.

Nella contemplazione ciò non avviene che assai di rado, e allora noi non possiamo fa nulla, ma sembra che faccia tutto il Signore. È come sentirci il cibo nello stomaco senza averlo mangiato, né sapere come vi sia entrato: si sente di averlo, ma non ne conosciamo la qualità, né chi ce l'ha posto. Qui invece lo sappiamo. Però non so in che modo ci è stato posto, perché non si vede né s'intende nulla. E questa è una grazia che io non mi sono mai mossa a desiderare, non sapendo neppure se esistesse.

 

8 - Nelle locuzioni di cui ho parlato più sopra, Dio obbliga l'intelletto a star attento, anche se non vuole, per capire quello che gli dice. L'anima sembra dotata di nuove facoltà uditive, e pare che Dio la costringa ad ascoltare e a non distrarsi. Somiglia a una persona di buon udito a cui non si permette di chiudersi le orecchie mentre altre le parlano a voce alta e da vicino: deve ascoltare anche se non vuole e, infine, per il fatto che capisce, qualche cosa fa. Ma qui l'anima non fa nulla, perché le viene tolto anche il poco che prima faceva con starsene in ascolto. Trova già tutto nello stomaco, ben preparato e mangiato, né altro ha da fare che di goderne. È come uno che senza aver imparato e studiato, né mai essersi affaticato per imparare a leggere, si trovi fornito di ogni scienza, senza sapere in che modi né da chi gli sia venuta, per non aver mai fatto nulla, neppure per apprendere l'abicì.

 

9 - Quest'ultimo paragone mi pare che spieghi qualche cosa di questo dono celeste perché l'anima si trova subito istruita, e vede con tanta chiarezza nel mistero della santissima Trinità e in altri misteri molto elevati da essere pronta a discuterne con tutti i teologi. E grande è la sua meraviglia nel vedere come una sola di queste grazie basti per rinnovare un'anima, portandola a non amare se non Colui che, senza alcuna sua fatica, l'inonda di così grandi beni, le rivela i suoi segreti e la tratta con tali ineffabili testimonianze d'amore e d'amicizia.

Alcune di queste grazie possono generare sospetto per essere troppo sublimi e concesse a persone che non le hanno meritate, tanto che per crederle bisogna essere animati da viva fede. Perciò, se non mi daranno un ordine in contrario, non parlerò di esse che assai parcamente. Dirò soltanto di quelle visioni che possono essere di qualche vantaggio a chi ne sia favorito, affinché non si spaventi come me, ritenendole impossibili. E così esporrò la via per la quale Dio mi ha condotta, obbedendo in tal modo a coloro che mi hanno comandato di scrivere.

 

10 - Tornando dunque a questa maniera d'intendere, mi pare che Dio voglia far capire all'anima qualche cosa di ciò che passa nei cieli, dandole a conoscere come lassù ci s'intenda anche senza parlare: cosa che io non ho mai saputo, fino a quando il Signore non si è degnato, per sua bontà, di manifestarmela in un rapimento. Così anche qui: non appena Sua Maestà lo vuole, Dio e l'anima si comprendono, come due amici che per manifestarsi il grande amore che si portano non hanno bisogno di parole. Anche quaggiù quando due persone si amano molto e sono sveglie d'ingegno, s'intendono fra loro senza far cenni ma solo col guardarsi. Così questi due amanti che si contemplano a vicenda nella maniera che nella Cantica lo Sposo va dicendo alla sposa, come mi sembra di aver udito, ma senza che se ne sappia il modo.

 

11 - Oh ammirabile bontà del mio Dio, che vi lasciate guardare da occhi che così male hanno guardato, come quelli dell'anima mia! La vostra vista, o mio Bene, li spinga a non più guardare le miserie della terra e a non contentarsi che di Voi!

Oh, ingratitudine umana! Fino a che punto è arrivata! Conosco per esperienza la verità di ciò che dico, e so che ben poco è quello che potrei dire in paragone delle grazie di cui Voi, Signore, colmate un'anima quando la innalzate fin qui.

 

12 - Anime che avete cominciato a praticare l'orazione e siete animate da viva fede, lasciate che vi chieda se fra tutti i beni della terra ve ne sia uno che possa paragonarsi al più piccolo di questi, senza contare i molti altri che vi andate guadagnando per l'eternità. Tenete per certo che a quelli che tutto abbandonano per amore di Dio Egli dà tutto se stesso. Non è accettatore di persone, ama tutti indistintamente, per cui nessuno, neppure se molto cattivo, può allegare delle scuse, dopo aver visto come Egli si sia degnato di amare cosi quest'ultima creatura da elevare a tanta altezza.

Si noti intanto che nulla è quello che dico in paragone di ciò che potrei dire. Mi sono contentata soltanto del necessario per meglio spiegare questa specie di visione e di grazia di cui il Signore favorisce le anime, essendomi impossibile manifestare tutto ciò che si prova quando Dio ci mette a parte dei suoi segreti e delle sue meraviglie. Si sente una gioia superiore a qualsiasi umana immaginazione, ispiratrice d'un così profondo orrore per tutti i diletti della terra, da sentir disgusto anche solo a paragonarli con quella, perché non sono che bassezza anche se durassero per sempre. - Eppure non è che una piccola goccia, caduta da quel rigonfio torrente di delizie che ci sta preparato nei cieli!

 

13 - Oh, vergogna! Io ne arrossisco. Se in cielo si potesse aver confusione, ben giustamente sarei la più confusa di tutti. Perché pretendere quelle immense delizie, quelle dolcezze, quella gloria senza fine, unicamente a spese del buon Gesù? Piangiamo almeno con le figlie di Gerusalemme, se non ci sentiamo di aiutarlo con il Cireneo a portare la croce! O è forse con i piaceri e i passatempi che s'ha da giungere a ciò che Egli ci ha guadagnato con tutto il suo sangue? No, di sicuro. O è forse con il culto dei nostri vani onori che pensiamo di partecipare ai grandi disonori che Egli ha sofferto per acquistarci quel regno senza fine? Si sbaglia strada, si sbaglia strada! Per di qui al cielo non si va di sicuro!

Poiché a me il Signore non ha concesso di proclamare questa verità, lo faccia lei, Padre mio, e la gridi molto alto. Io la vorrei sempre ripetere a me stessa, ma ho cominciato così tardi a dar ascolto alla voce di Dio, come ne fa fede questo mio scritto, che nel parlarne mi sento coprire di vergogna, per cui penso di tacere. Aggiungerò solo una considerazione che di quando in quando mi vien da fare intorno ai gaudi del cielo, e piaccia a Dio che li possa un giorno godere.

 

14 - Che gioia, che gloria accidentale avranno in cielo i beati nel vedere che, nonostante abbiano cominciato tardi a servire Dio, non hanno poi nulla tralasciato, ma hanno fatto il possibile per Lui, rinnegandosi in tutto, ciascuno secondo le proprie forze e la propria condizione, e di più chi poteva di più! Come sarà ricco chi per Cristo avrà lasciato ogni ricchezza! Come onorato chi per Lui avrà disprezzato ogni onore e messa ogni sua gioia nelle umiliazioni! Come sapiente chi si sarà compiaciuto d'essere ritenuto per pazzo in ossequio alla stessa Sapienza che così fu chiamata. Dev'essere per i nostri peccati se così pochi, sono oggi i generosi che la gente stimava pazzi nel vederli compiere opere eroiche da veri amatori di Cristo! Sì, sembra che oggi siano spariti dal mondo. O mondo, mondo, com'è vero che vai guadagnando in onore, per essere pochi quelli che ti conoscono!...

 

15 - Si giunge sino a pensare che sia di maggior servizio di Dio farci stimare saggi e prudenti! E si dice che così vuole la discrezione. Se non ci si comporta con quel sussiego e autorità che il nostro stato richiede, si teme di dar poca edificazione, tanto che al prete, al frate e alla monaca pare ormai una novità e un'occasione di scandalo per i deboli portare abiti vecchi e rattoppati, mantenere il raccoglimento e praticare l'orazione. Così avviene oggi, per l'oblio in cui sono lasciati i grandi fervori dei santi e le pratiche della perfezione. Da questo derivano le sventure dei nostri giorni, e non dai pretesi scandali di quei religiosi che con le parole e con le opere mostrano il disprezzo in cui deve tenersi tutto il mondo. Sono scandali da cui il Signore sa cavare grandi beni: se qualcuno si scandalizza, altri ne sentono compunzione. Oh, se si avesse qualcuno che ritraesse in sé la vita di Cristo e dei suoi Apostoli! Ne abbiamo bisogno oggi più che mai!

 

16 - Uno di questi fu il benedetto Fr. Pietro d'Alcantara che ora Dio ci ha tolto.[130]

Si va dicendo che il mondo non è più capace di tanta perfezione, che i fisici moderni sono troppo deboli e che i tempi sono cambiati. Eppure questo santo era del nostro tempo. Ma se teneva il mondo sotto i piedi era perché aveva il fervore dei tempi antichi. Certo che non è necessario andare scalzi, né far così aspra penitenza come lui per calpestare il mondo: come ho già detto altre volte, vi sono molti altri modi che il Signore è sempre pronto a insegnarci qualora ci veda con coraggio. Quanto ne dovette dare a questo santo se per quarantasette anni poté durare in quella così aspra penitenza che tutti sanno! Ne voglio dire qualche particolare, appreso da me e da un'altra persona[131] dalla sua stessa bocca, e di cui posso assicurare la verità.

Ne parlò con quella persona perché era sua confidente, e con me perché mi voleva bene. Il Signore ha voluto così perché mi potesse difendere e incoraggiare nelle mie prove, come mi sembra di aver già detto e ancora dirò.

 

17 - Mi disse che da quarant'anni, mi pare, non dormiva, fra notte e giorno, che un'ora e mezza e che da principio la sua più dura penitenza era stata questa di vincere il sonno, al quale scopo stava sempre in piedi o in ginocchio. Per dormire si metteva a sedere e appoggiava la testa a un piolo impiantato nel muro. Del resto, non poteva coricarsi neppure volendolo, perché la sua cella, com'è noto, non era più lunga di quattro piedi e mezzo. Per tutto quel tempo non si coprì mai col cappuccio, per quanto ardente fosse il sole e abbondante la pioggia. Non usò calzature né biancheria di sorta, ma solo un abito di rozzo bigello direttamente sulla carne ed anche quello strettissimo, più un mantello della medesima stoffa che recava sulle spalle. Mi diceva che nei grandi freddi se lo toglieva, apriva la porta e il finestrino della cella, poi contentava il corpo col rimettersi il mantello, chiudere la porta[132] e starsene un po' riparato. Di solito non mangiava che ogni tre giorni, e siccome io ne stupivo, mi disse che, una volta presane l'abitudine, lo si fa facilmente. Seppi da un suo compagno che alle volte stava senza mangiare per otto giorni. Ciò doveva essere quando era in orazione, perché so che andava soggetto a rapimenti e a grandi trasporti di amor di Dio, ai quali una volta fui anch'io presente.

 

18 - Estrema la sua povertà. Mortificatissimo fin da giovane, mi raccontò che non alzava mai gli occhi, tanto che, essendo stato tre anni in una casa del suo Ordine, non conosceva i religiosi che per la voce. Quando doveva recarsi in qualche luogo, lo faceva seguendo gli altri. E così nei viaggi che faceva.

Erano molti anni che non guardava donne. Anzi, mi diceva che per lui vedere o non vedere era lo stesso. Quando io lo conobbi, era molto vecchio e così estenuato che sembrava fatto di radiconi d'albero. Ciò nonostante era molto affabile. Parlava poco, e solo per rispondere a chi l'interrogava. Ma le sue parole erano molto assennate, perché d'ingegno acutissimo.

Vorrei narrare vari altri particolari, ma temo che Vostra Grazia mi chieda a che cosa servano: ho scritto con questa paura anche il poco che ho detto. Perciò termino col dire che morì come visse, esortando e ammonendo i suoi religiosi. Quando si accorse di essere agli estremi, recitò il salmo Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi»,[133] poi, messosi in ginocchio, spirò.

 

19 - Dopo morte piacque a Dio che mi fosse più utile di quando era in vita, perché mi consigliò in molte cose, e l'ho visto varie volte circondato di grandissima gloria. La prima volta che mi apparve, mi disse con molte altre cose: O felice penitenza che mi ha meritato tanta gloria!

Mi era apparso anche un anno prima che morisse, mentre era assente.[134] Avendo io saputo che doveva morire, gli avevo scritto per metterlo sull'avviso. Egli era allora lontano alcune leghe, e quando morì, mi si fece vedere per dirmi che andava ormai a riposarsi. Io non ci volli credere e manifestai la cosa ad alcune persone. Ma dopo otto giorni arrivò la notizia che era morto davvero o, per meglio dire, che era andato a vivere per sempre.[135]

 

20 - Ed ecco terminate in tanta gloria le grandi austerità della sua vita! Ora mi sembra che mi consoli assai di più di quando stava sulla terra. Una volta il Signore mi disse che avrebbe sempre esaudito chi lo avesse pregato in suo nome. Per conto mio l'ho supplicato spesso di presentare a Dio le mie domande, e sono sempre stata esaudita. - Sia benedetto per sempre il Signore! Amen.

 

21 - Quante chiacchiere, Padre mio, per indurla a disprezzare il mondo, come se già non sappia ogni cosa o non sia disposto a staccarsene, e già non l'abbia fatto!... Ma è così grande il pervertimento del mondo che se nel parlarne non avessi altro vantaggio che di stancarmi, sarei contenta ugualmente, per vedere che quanto dico torna tutto a mia condanna. Mi perdoni il Signore le offese che in ciò gli ho fatto, e lei la noia che le ho inutilmente recata. Sembra che io voglia obbligarla a far lei penitenza per i miei peccati.

 

 

CAPITOLO 28

 

Grandi grazie del Signore e come le sia apparso la prima volta - Cosa sia una visione immaginaria, quali i segni che la accompagnano e gli effetti che lascia quando viene da Dio - Capitolo molto utile e importante

 

1 - Tornando al nostro argomento, la visione di cui ho parlato mi durò di continuo soltanto pochi giorni, ma con tali effetti da poter dire di essere sempre stata in orazione. Mi applicavo alle mie azioni in modo da non disgustare Colui che così chiaramente mi vedevo vicino, benché ciò non m'impedisse, per tutto quello che mi dicevano, di cadere ancora di quando in quando nei miei soliti timori. Ma duravano poco, perché il Signore si abbassava a rassicurarmi.

Un giorno, mentre ero in orazione, si degnò mostrarmi le sue mani: erano così belle che non so come descriverle.

Rimasi molto turbata, come mi avviene sempre da principio quando in questi fatti soprannaturali vi sia qualche cosa di nuovo. Di lì a pochi giorni vidi il suo volto divino e ne rimasi completamente rapita.

Non potevo intanto spiegarmi perché il Signore mi si mostrasse a poco a poco, dato che poi mi doveva dare la grazia di vederlo interamente. Ma intesi che così faceva per adattarsi alla mia naturale debolezza. - Sia Egli per sempre benedetto!

No, una creatura così miserabile e vile come me, non avrebbe potuto resistere a tanta gloria, se quel Dio di bontà che lo sapeva non mi avesse disposta a poco a poco.

 

2 - Le verrà forse da pensare. Padre mio, che non ci voglia poi tanto per contemplare due mani e un bellissimo volto. Ma i corpi glorificati rifulgono di tanta gloria e d'una bellezza così elevatamente soprannaturale che la loro vista sconvolge la ragione. Io me ne rimanevo piena di paura, tutta inquieta ed alterata, benché poi non tardassi a sentirmi molto sicura, e mi sparisse ogni timore per gli effetti che ne riportavo.

 

3 - L'Umanità sacratissima di Gesù Cristo mi apparve tutta intera nella festa di S. Paolo, mentre assistevo alla S. Messa. Era in quella forma sotto cui lo si suole dipingere risuscitato, ma di una bellezza e maestà incomparabili, come le ho già scritto dettagliatamente dopo il formale comando che me ne ha dato. L'ho fatto con molta pena perché sono cose che a volerle dire, annientano. Tuttavia l'ho fatto nel miglior modo possibile, per cui non v'è motivo di ripetermi. Dirò soltanto che se a godimento della vista non vi fosse in cielo che l'eccelsa bellezza dei corpi gloriosi, se n'avrebbe sempre una beatitudine immensa, specialmente nel contemplare l'Umanità di nostro Signore Gesù Cristo. Se è così sulla terra, dove quando Egli si mostra lo fa in proporzione della nostra naturale debolezza, che sarà nel cielo dove lo si godrà in tutto il suo splendore?

 

4 - La visione di cui parlo è immaginaria: con gli occhi del corpo non ho visto né questa né qualunque altra, ma solo con gli occhi dell'anima. Chi ne sa più di me dice che la visione precedente è più perfetta di questa, e che questa, a sua volta, è superiore a quelle che si vedono con gli occhi del corpo,[136] le quali sono meno perfette e si prestano più facilmente alle illusioni del demonio. Allora questo pericolo io non lo comprendevo, e avendo quella visione, desideravo di vederla con gli occhi del corpo affinché il confessore non mi dicesse più che sognavo. Tale il timore che veniva anche a me appena la visione cessava, tanto che mi dispiaceva di averne parlato al confessore per la paura di averlo ingannato. - E giù un altro pianto che poi andavo a dirgli.

Egli mi domandava se gli avessi dette le cose come mi pareva che fossero, oppure avessi voluto ingannarlo per davvero. Gli rispondevo che avevo detto la verità, che non mi pareva di mentire, che non intendevo ingannare, e che per nulla al mondo avrei detto una cosa per l'altra. Ed egli che lo sapeva, faceva di tutto per calmarmi.

Mi era tanto penoso andargli a dire queste cose che non capisco come mai il demonio riuscisse a mettermi in testa che potessi fingere se non per farmi tormentare da me. Ma il Signore si dette tanta premura di rinnovarmi questa grazia e di dimostrarmene la verità, che in breve i miei dubbi sparirono del tutto. Allora compresi la mia dabbenaggine, perché non avrei mai potuto né saputo immaginare uno spettacolo così bello neppure se mi fossi sforzata per molti anni, trattandosi di cosa che supera ogni umana immaginazione, anche solo per ciò che riguarda la bianchezza e lo splendore.

 

5 - È una luce che non abbaglia, un candore pieno di soavità, un infuso splendore che incanta deliziosamente la vista senza stancarla, come non la stanca la chiarezza con cui si vede quella sublime beltà. P, una luce così diversa dalla nostra che quella del sole, in confronto, sembra molto appannata, tanto che dopo non si vorrebbe nemmeno aprire gli occhi. È come se da una parte si vedesse un'acqua limpidissima scorrere sopra un cristallo illuminato dal sole, e dall'altra un'acqua molto torbida volgere fra la polvere sotto un cielo nuvoloso. Non già che si veda sole o luce che abbia somiglianza con quella del sole. Anzi, questa sembra piuttosto artificiale e quella soltanto naturale: luce senza tramonto, che nulla può turbare perché eterna, di tal portata che nessuno potrebbe immaginare, neppure se fosse di grandissimo ingegno e vi pensasse per tutta la vita. Dio la mette innanzi così d'improvviso che, se fosse necessario aprire gli occhi, non si farebbe in tempo. Ma importa poco che gli occhi siano chiusi o aperti: quando Dio lo vuole, si vede anche senza volerlo. Non v'è distrazione che valga, non potenza per resistere, non diligenza per trovare ostacoli sufficienti. Io l'ho sperimentato molto bene, come dirò più avanti.

 

6 - Ora voglio dire come il Signore si fa vedere in queste visioni: non già spiegare come Egli inondi di questa luce potente i nostri sensi interiori, né come produca nella nostra intelligenza una così viva immagine di sé da parere che ci sia veramente presente: tutte cose da dotti che a me il Signore non ha voluto fare intendere. Sono così ignorante e così tarda d’intelletto che non mi è riuscito di capire neppure quando si sono sforzati di spiegarmele.

Vostra Grazia mi dice che sono sveglia d'ingegno, ma non è vero. Io l'ho sperimentato varie volte, ed è certo che non capisco se non quello che mi danno da mangiare, come suol dirsi. Il mio confessore si meravigliava molto della mia ignoranza, perché non riusciva mai a farmi capire in che modo Dio facesse questo o quell'altro. Del resto non lo desideravo nemmeno e non interrogavo nessuno, benché, come ho detto,[137] trattassi già da alcuni anni con uomini molto dotti. Li interrogavo solo quando c'era da sapere se una cosa fosse o non fosse peccato. Quanto al resto, mi bastava pensare che erano cose di Dio. E così, ben lungi dal meravigliarmene, mi erano un motivo di più per lodarlo. Più le sue opere sono di difficile intelligenza, più mi ispirano devozione; e tanto più me ne ispirano, quanto più sono difficili.

 

7 - Dirò dunque quello che ho veduto per esperienza. Quanto al modo con cui Dio agisce, lo spiegherà lei meglio di me, mettendo in chiaro ciò che nelle mie parole vi sarà di oscuro, o che non saprò ben dire.

In alcune cose mi sembrava che quanto vedevo non fosse che un'immagine, mentre in molte altre lo stesso Cristo vivente, a seconda della chiarezza con cui mi si mostrava. Altre volte la visione si effettuava così in confuso da parermi veramente un'immagine, benché diversissima da quelle di quaggiù, anche se molto perfette, delle quali ne ho vedute anch'io. Neppure pensarlo che fra loro vi possa essere qualche somiglianza: si distinguono esattamente come una persona viva dal suo ritratto, il quale, per perfetto che sia, non sarà mai così naturale da far dimenticare che si tratta di una cosa morta. Questa similitudine spiega pienamente il mio pensiero, e non credo opportuno fermarmi più a lungo.

 

8 - Ho detto similitudine, ma non è vero, perché le similitudini sono sempre imperfette, mentre qui vi è davvero la differenza che distingue un vivo dal suo ritratto, né più né meno. Se è un'immagine, è un'immagine viva. Non è un morto che vedo, ma lo stesso Cristo vivente che si fa vedere come Uomo-Dio nel modo con cui è risorto, non già come stava nel sepolcro. Si manifesta alle volte con tanta maestà da non lasciare alcun dubbio che sia proprio il Signore, e ciò specialmente dopo la comunione, nella quale già sappiamo che così si trova, secondo gli insegnamenti della fede. Egli allora si fa vedere come il nostro vero padrone, tanto che l'anima sembra tutta disfarsi e consumarsi in Lui.

O mio Dio, come far comprendere la maestà con cui vi manifestate, e fino a che punto vi mostrate Signore della terra e del cielo, di tutte le terre e di tutti i cieli che potreste creare? Per un Signore come Voi sarebbero un nulla anche mille e mille mondi, tanta è la maestà in cui l'anima vi vede adorno!

 

9 - Ben chiaro si vede, o Gesù mio, il poco che possono di fronte a Voi i demoni, tanto che chi vi serve fedelmente può tenere tutto l'inferno sotto i piedi. Si comprende perché i demoni tremarono di spavento quando Voi siete disceso al limbo, disposti a soffrire mille altri inferni più tormentosi pur di sottrarsi al vostro sguardo. Sì, volete far comprendere quanto sia grande la vostra Maestà, e quanto potente l'Umanità vostra sacratissima congiunta alla divinità.

Da ciò si può comprendere quello che avverrà nel giorno del giudizio quando saremo innanzi alla Maestà di questo eccelso Sovrano e vedremo il suo sdegno verso i peccatori. Intanto l'anima riconosce la sua miseria e si va radicando in umiltà. Sente confusione e vivo dolore dei suoi peccati, e vedendo che malgrado tante sue infedeltà, Dio continua a dimostrarle amore, non sa cosa fare e si sente tutta distruggere.

In questa visione, quando il Signore vuol mostrare tanta sua grandezza e maestà, non vi è alcuno che possa sostenerne la forza, eccetto che sia aiutato da Dio stesso con qualche soccorso soprannaturale che lo faccia entrare nel rapimento o nell'estasi, perché allora la gioia che prova gli fa perdere la visione della divina presenza. Sì, senza questo aiuto, la natura umana non potrebbe sopportarla.

- È vero che poi si dimentica ogni cosa?

- No, quella bellezza e maestà rimangono impresse così profondamente da non poterle affatto dimenticare, eccetto quando il Signore vuole che l'anima soffra abbandono e aridità, nel quale stato, come dirò a suo luogo, sembra che si dimentichi anche di Dio.

L'anima si muta in un'altra. Continuamente assorta, sembra che ricominci ad amare, ma di un amore molto più ardente ed elevato. Se parlando della visione precedente in cui il Signore si manifesta senza immagini, ho detto che è più perfetta, questa ha il vantaggio di essere più adatta alla nostra debolezza, d'imprimersi profondamente nella memoria e di offrire un'occupazione costante all'intelletto.

In via generale queste due sorta di visioni vengono quasi sempre insieme, affinché mentre con gli occhi dell'anima si vede l'eccellenza, la bellezza e la gloria della sacratissima Umanità i nostro Signore, s'intenda con l'altro modo che insieme Egli è Dio, che può fare ogni cosa, che regge e governa il mondo e lo riempie del suo amore.

 

10 - Questa visione è di grandissimo pregio. lo la stimo scevra di pericoli, vedendosi dai suoi effetti che il demonio non ha modo d'intromettersi.

Se ben mi ricordo, per tre o quattro volte il perfido ha tentato di farmi vedere il Signore in questa maniera per via di falsa rappresentazione. Ma benché assuma un'apparenza di carne, non è capace di copiare la gloria di cui è circondata quella del Signore. Suo scopo è di distruggere gli effetti della vera visione, perché l'anima cerca di resistere e intanto si altera, si disgusta, s'inquieta sino a perdere 'la devozione e la pace che prima aveva, e a rendersi incapace di fare orazione.

Come ho detto, ciò mi accadde da principio tre o quattro volte. Ma ne è così grande la differenza, che con la sola esperienza dell'orazione di quiete si capisce di che si tratta, per ragione di quei medesimi effetti di cui ho parlato trattando delle locuzioni. La cosa è evidentissima, e se l'anima va innanzi con semplicità ed umiltà, non credo che ne rimanga ingannata, a meno che non lo voglia lei stessa appositamente. Chi poi ha avuto qualche vera visione, se n'accorge quasi subito, e ributta la falsa anche se comincia con soavità e delizia. Siccome questi sentimenti mi sembrano assai diversi, non aventi le caratteristiche dell'amore puro e casto, si capisce subito da dove vengono, per cui credo che dove c'è esperienza, il demonio non possa far danno.

 

11 - È pure impossibile che tale visione sia effetto di fantasia. Non vi è motivo per crederlo, perché la bellezza e la bianchezza di una mano soltanto superano di gran lunga ogni umana immaginazione. Come potrebbe la fantasia rappresentare in un momento cose non mai pensate né ricordate, e che per essere superiori a ogni umana intelligenza, non è possibile architettare neppure in un lunghissimo tratto di tempo? Assolutamente non può essere.

Ecco un'altra ragione più chiara.

Se in questa visione potessimo fare qualche cosa, lavorare d'intelletto per rappresentarcela da noi stessi, non avremmo gli effetti della vera visione, né alcun altro, ma saremmo come chi fa ogni sforzo per dormire e che tuttavia non vi riesce perché il sonno non viene: lo desidera perché ne ha bisogno ed ha la testa stanca, fa di tutto per assopirsi e in certi momenti gli pare anche di riuscirvi, ma siccome non è vero sonno, non ne ricava vantaggio, la testa è sempre stanca, e alle volte più stanca di prima. Così in parte anche. qui: l'anima ne uscirebbe spossata, piena di stanchezza e di noia, non già forte, coraggiosa e ricca, come quando la visione è di Dio. I vantaggi che ne ricava non si sanno abbastanza magnificare. Ne partecipa anche il corpo' che ne esce con maggior forza e salute.

 

12 - Queste ed altre ragioni opponevo io a coloro che mi dicevano - come spesso avveniva - che si trattava d'illusioni diaboliche o di mie immaginazioni. Per quanto potevo, cercavo di ricorrere ai paragoni che il Signore mi metteva in mente, ma senza nulla ottenere.

Vi erano in città delle persone molto sante, innanzi alle quali io non ero che malizia. Ma siccome Dio non le conduceva per la mia via, non potevano a meno di temere, certo in punizione dei miei peccati. Intanto queste cose, ripetute dall'uno e dall'altro, venivano a conoscenza di molte altre persone, benché io non le manifestassi che al mio confessore e a chi egli mi diceva.

 

13 - Dissi loro un giorno: Se voi mi affermaste che una persona di mia stretta conoscenza, con la quale mi fossi allora intrattenuto, non fosse quella che io m'immaginavo e vi dichiaraste più che mai sicuri essere io nella illusione, sarei pronta a credere più alle vostre parole che alla testimonianza dei miei occhi. Ma se quella persona mi avesse dato dei gioielli come pegno del suo amore, e quei gioielli li avessi nelle mie mani mentre prima non li avevo, nel vedermi così ricca da povera che ero, non potrei credere alle vostre parole, neppure se lo volessi.

Ora io quei gioielli li potevo mostrare. Chi mi conosceva vedeva chiaro quanto mi fossi cambiata, come affermava lo stesso mio confessore: cambiamento radicale in ogni genere di cose, non occulto ma palese, sicché tutti lo potevano notare. E se prima ero così piena di miserie, non potevo credere, dicevo, che per ingannarmi e condurmi all'inferno il demonio si servisse di mezzi tanto contrari, come lo spogliarmi di ogni vizio e arricchirmi di forza e di virtù. - Una sola di quelle visioni bastava per trasformarmi in altra, e lo vedevo chiaramente.

 

14 - Il mio confessore, ripeto, era un Padre molto santo della Compagnia di Gesù, uomo di grande umiltà e prudenza. Come seppi più tardi, rispondeva anch'egli come me, ma la sua grande umiltà mi cagionava non lievi tribolazioni perché non si fidava di sé, nonostante la sua orazione e dottrina.[138] D'altra parte il Signore non lo guidava per 1a mia via. Ebbe a soffrire molto e in vari modi per me. Seppi che gli raccomandavano di star molto in guardia sul conto mio per non lasciarsi ingannare dal demonio col credere alle mie parole, e gli allegavano esempi di altre persone. Tutto questo mi affliggeva, e temevo fosse per venire il giorno in cui, fuggita da tutti, non trovassi più uno da cui confessarmi, e non facevo che piangere.

 

15 - Fu per provvidenza divina se quel Padre continuò a confessarmi. Era così gran servo di Dio che per amor suo avrebbe affrontato ogni cosa. Mi raccomandava di evitare ogni offesa di Dio, di non mai dipartirmi dai suoi consigli e di non aver paura, ché non mi avrebbe abbandonata. Non faceva che calmarmi e incoraggiarmi. Mi raccomandava di non tenergli nulla nascosto, e io gli obbedivo, per cui egli mi diceva che se anche fossi vittima del demonio, in quel modo il maligno non mi avrebbe potuto far danno: anzi, dal male che intendeva recarmi, il Signore avrebbe cavato del bene. - Insomma, faceva di tutto per farmi raggiungere la perfezione, e io gli obbedivo in ogni cosa per la grande paura che avevo, benché assai imperfettamente.

Mi confessò più di tre anni, e per causa mia ebbe a soffrire moltissimo, perché, permettendo il Signore che io fossi molto perseguitata e giudicata male, anche in cose nelle quali alle volte ero innocente, se la prendevano con lui, e sopra di lui ne facevano cadere la responsabilità, senza che ne avesse colpa.

 

16 - Se non fosse stato così virtuoso, e il Signore non l'avesse aiutato, gli sarebbe stato impossibile tirare innanzi, perché da una parte doveva rispondere a quelli che mi credevano illusa e non finivano mai di quietarsi, e dall'altra doveva consolare me e liberarmi dai timori in cui ero, e che egli invece mi aumentava. Oltre a ciò non doveva mai lasciare di rassicurarmi, perché dopo ogni visione un po' diversa dalle solite, il Signore permetteva che rimanessi con grandi apprensioni, e ciò per il fatto che ero stata ed ero ancora tanto peccatrice. Egli mi consolava con molta compassione. Tuttavia, se si fosse fidato un po' più di se stesso, le mie sofferenze non sarebbero state così grandi, perché Dio gli faceva vedere in tutto la verità, illuminato, a quanto credo, dalla stessa virtù del sacramento.

 

17 - Trattavo spesso anche con quei servi di Dio che non si rassicuravano mai. Ve n'era uno molto santo a cui volevo gran bene e a cui l'anima mia era infinitamente obbligata. Desideroso del mio profitto spirituale, pregava Dio d’illuminarmi, e mi dispiaceva moltissimo quando vedevo che non mi capiva.[139]

Certe cose che manifestavo ad essi confidenzialmente, le prendevano in senso diverso; e quello che dicevo senza troppo pensarci, come una prova di poca umiltà. Appena mi vedevano con qualche difetto, - e con quanti mi dovevano vedere! - condannavano ogni cosa. Se m'interrogavano su qualche punto e io rispondevo con schiettezza e semplicità, credevano che volessi farla da maestra per istruirli; e bramosi com'erano del mio bene, riportavano ogni cosa al mio confessore che poi mi sgridava.

 

18 - Queste afflizioni che mi assediavano da ogni parte durarono molto tempo, e fu solo per la grazia di Dio se riuscii a sopportarle.

Mio scopo nel dire questo è far comprendere le sofferenze di un'anima su questo cammino spirituale quando non ha una guida sperimentata. Per conto mio, se Dio non mi avesse aiutata, non so come sarei finita, perché con tante contraddizioni c'era da perdere la testa: alle volte mi vedevo ridotta a tale estremo da non saper far altro che alzare gli occhi al Signore. Soffrire le contraddizioni dei buoni, povera donnicciola miserabile e timorosa come sono, sembra facile a dirsi; ma io che ho sofferto moltissimo nella mia vita, so che queste prove sono delle più gravi. Almeno possa aver procurato con esse un po' di gloria al Signore! Di coloro che mi condannavano e mi rimproveravano ne sono più che certa: lo facevano per la gloria di Dio e per il maggior bene dell'anima mia.

 

 

CAPITOLO 29

 

Prosegue sul medesimo argomento e parla di alcune grazie di Dio Ciò che il Signore le disse per rassicurarla e insegnarle come rispondere a chi la contraddiceva

 

 

1 - Sono uscita d'argomento e non di poco. Volevo dire per quali motivi queste visioni non possono essere dalla nostra immaginazione. Infatti, come potrebbe l'immaginazione rappresentare l'Umanità di Cristo e ritrarre la sua divina bellezza, quando per formare un'immagine che le fosse alquanto somigliante avrebbe bisogno d'un buon tratto di tempo?

Ben è vero che in certo qual modo possiamo un po' riuscirvi, e fermarci a lungo a contemplarne i contorni e la bianchezza, perfezionandola a poco a poco e imprimendocela ben bene nella mente. Trattandosi d'un lavoro d'intelletto, chi potrebbe impedircelo?

Ma non così della visione di cui parlo perché il Signore si fa vedere quando vuole, come vuole e per quanto vuole. Non possiamo aggiungere né togliere nulla, nonostante lo si voglia, né è in nostro potere contemplarlo o no a seconda che ci piace. Anzi, se vogliamo esaminarne qualche dettaglio, sparisce immediatamente.

 

2 - Per due anni e mezzo il Signore mi fece questa grazia con molta frequenza. Ora sono più di tre anni che non me l'accorda così spesso. Però l'ha sostituita con un'altra più sublime di cui forse avrò occasione di parlare.

Mentre il Signore mi parlava, ammiravo la sua grande bellezza e la grazia con cui la divina e bellissima sua bocca pronunciava quelle parole che alle volte mi erano molto severe. Desiderosa di conoscere il colore dei suoi occhi e la sua statura per poterne dire qualche cosa, non vi sono mai riuscita: le mie diligenze non giovavano a nulla.

Anzi, appena lo tentavo, la visione spariva completamente.

Alle volte vedo che mi guarda affabilmente. Eppure il suo sguardo è così forte che l'anima, non potendolo sostenere, entra in altissimo rapimento, nel quale, mentre si adopera per meglio godere di Lui, ne perde di vista la bellezza. Insomma, qui da parte nostra non c'è volere che tenga. Si vede chiaramente che Dio ci vuole umili e remissivi, contenti di quello che ci dà, ringraziandone Chi ce lo dà.

 

3 - Ciò si verifica in tutte le visioni, nessuna eccettuata. Noi non vi possiamo far nulla: le nostre industrie sono assolutamente inutili, sia per vedere di meno che per vedere di più. Il Signore vuol farci capire che questa grazia non è opera nostra, ma sua, e che come può impedirci di vedere ciò che vogliamo, così ci può sospendere i suoi favori e le sue grazie, lasciandoci in completa miseria: cosa molto atta a tenerci lontani dalla superbia e a conservarci ,umili e timorosi. - Finché viviamo in quest'esilio, vuole che si vada innanzi con timore.

 

4 - In via generale, il Signore mi si faceva vedere da risorto, così pure quando mi appariva nella sacra Ostia. Però qualche volta, volendomi incoraggiare nelle mie tribolazioni, mi mostrava le sue piaghe, talvolta in croce, talvolta nell'orto, talora sotto il peso della Croce, raramente con la corona di spine, sempre in conformità dei miei bisogni e di quelli di altre persone. Ma anche allora la sua carne appariva glorificata.

Nel narrare queste cose ho sofferto grandi vergogne e travagli, persecuzioni ed angustie senza numero. Alcuni erano così persuasi d'aver a che fare con una indemoniata che volevano esorcizzarmi. Ciò non mi sarebbe molto importato: la mia pena era nel vedere che cercavano di screditarmi presso i miei confessori e che questi temevano di confessarmi. Tuttavia non mi è mai dispiaciuto di aver veduto quei divini spettacoli, né avrei mai cambiato uno solo di essi con tutti i beni e i piaceri del mondo. Li ho sempre ritenuti per una grande grazia di Dio, per tesori senza prezzo, della cui eccellenza Dio stesso mi aveva molte volte assicurata. Sentivo che il mio amore per Lui andava crescendo di giorno in giorno. Gli confidavo le mie pene, e uscivo dalla preghiera piena di consolazione e di nuove energie.

Vedendo che a rispondere ai miei contraddittori era peggio, perché mi ritenevano di poca umiltà, cominciai a guardarmene accuratamente, paga soltanto di trattarne con il mio confessore, il quale, quando mi vedeva afflitta, faceva di tutto per consolarmi.

 

5 - Uno di quelli che prima mi difendevano, e dal quale mi ero qualche volta confessata in mancanza del Padre Rettore,[140] vedendo che le visioni andavano aumentando, cominciò a dire che evidentemente erano opera del demonio.

Siccome non potevo impedire che mi venissero, mi comandarono che, al loro sopraggiungere, mi facessi il segno della croce e le respingessi con atti di disprezzo.[141] Così il demonio - ché senza dubbio era lui - non si sarebbe più presentato. Intanto non dovevo temere, perché il Signore mi avrebbe custodita e liberata.

Quest'ordine mi fu molto penoso, perché non potevo a meno di credere che era Dio. Nulla di più terribile per me, anche per il fatto che sentivo di non poter desiderare che le visioni cessassero. Tuttavia ho sempre cercato di obbedire.

Supplicavo ardentemente il Signore di non permettere che cadessi in inganno, e accompagnavo la preghiera con lacrime abbondanti interponendo l'intercessione di S. Pietro e S. Paolo, perché il Signore mi era apparso la prima volta nel giorno della loro festa, e mi aveva detto che essi mi avrebbero preservata da ogni illusione. Infatti, me li vedevo spesso al lato sinistro molto chiaramente, benché non in visione immaginaria. - Questi santi gloriosi erano miei protettori particolari.

 

6 - Far le corna al Signore quando mi appariva in visione era la mia pena più grande, perché nel mentre che mi stava innanzi non potevo credere che fosse il demonio, neppure se mi facevano in pezzi. - Era una grande penitenza per me.

Per non stare a segnarmi tante volte, tenevo in mano una croce, e ciò quasi sempre, perché l'altro gesto mi ripugnava molto e lo facevo più di rado. Al ricordo dei disprezzi di cui lo avevano coperto i giudei, lo supplicavo a perdonarmi quelli che gli facevo io per obbedire ai suoi rappresentanti, e a non volermene incolpare, perché me lo comandavano i ministri che Egli aveva messi nella sua Chiesa. Ed Egli mi diceva di non angustiarmi, che facevo bene a obbedire e che presto avrebbe. fatto vedere la verità. Quando mi proibirono l'orazione, mi parve che si mostrasse disgustato, e mi disse di far loro sapere che era una tirannia. Mi suggeriva poi delle ragioni per farmi capire che non era opera del demonio. - In seguito ne dirò forse qualcuna.

 

7 - Una volta mentre tenevo in mano la croce del rosario, il Signore me la prese, e quando me la restituì era formata di cinque grandi pietre, assai più preziose del diamante: anzi, al paragone i diamanti sembrano falsi e di nessun valore, non essendovi quasi confronto fra le cose della terra e quelle viste spiritualmente. Vi erano scolpite le cinque piaghe del Signore in modo meraviglioso. E mi disse che d'allora in poi l'avrei sempre vista così. Infatti non vedevo più il legno di cui era composto ma solo le pietre. - Però, non le vedevo che io.[142]

Da quando cominciarono a impormi queste prove e a comandarmi di resistere, i favori celesti si fecero più frequenti, tanto che malgrado cercassi di distrarmi, non uscivo più d'orazione, nemmeno quando dormivo: così almeno mi pareva. Intanto l'amore cresceva, e io confidavo a Dio le mie pene, gli dicevo che non potevo più reggere, che mi era impossibile di non pensare a Lui, nonostante bramassi e cercassi di non farlo. Tuttavia facevo di tutto per obbedire, ma poco o nulla combinavo. Intanto il Signore non solo non mi dispensava dall'obbedienza, ma me la raccomandava caldamente, assicurandomi insieme che era Lui e insegnandomi come rispondere ai miei contraddittori, come fa pure adesso, mettendomi innanzi ragioni così ovvie che io ne rimanevo sicura.

 

8 - Poco dopo il Signore, come mi aveva promesso, cominciò a farmi meglio comprendere che era Lui col far divampare nel mio cuore un così alto amor di Dio da non sapere donde provenisse, totalmente soprannaturale e non da me procurato. Mi sentivo morire dal desiderio di vedere Dio: Egli era la mia vita e comprendevo che non l'avrei potuto possedere altro che con la morte. i trasporti di quest'amore divenivano sempre più grandi, e benché non avessero la violenza né il valore di quelli già descritti,[143] erano però tali che non sapevo cosa fare: non mi appagava più nulla, non capivo più in me, e pareva che mi strappassero l'anima dal corpo. Oh, sublime artifizio del mio Dio! Che gentile industria usavate con la vostra miserabile schiava! Mentre vi nascondevate, il vostro amore mi penetrava in ogni fibra, immergendomi in una agonia così soave da cui non avrei voluto più uscire.

 

9 - Chi non ha provato quanto questi trasporti siano veementi non può farsene un'idea, perché assai diversi da quelle emozioni di cuore e devozioni sensibili così comuni che, per non poter essere contenute, sembrano soffocare lo spirito. Questi slanci improvvisi avvengono in un'orazione meno alta, ed è bene reprimerli con soavità, cercando di mettere l'anima in pace. Avviene come di certi bambini che hanno un piangere così convulso da sembrare che stiano per soffocare, ma che subito si calmano appena si dà loro da bere. Così qui: la ragione deve stringere la briglia per impedire che s'intrometta la natura. Mettiamoci a considerare che vi potrebbe essere qualche imperfezione ed anche non poco movimento di sensibilità. Calmiamo questo bambino con una carezza di amore che lo porti a Dio con soavità e non, come suol dirsi, a forza di pugni.

L'anima raccolga quest'amore in se stessa e si guardi bene dall'assomigliarsi a quella pentola che, bollendo eccessivamente per la gran legna che le buttano sul fuoco senza discrezione, riversa tutto al di fuori. Bisogna saper moderare gli incentivi di quel fuoco, attenuandone le fiamme con lacrime soavi che non siano frutto di fatica, come quelle che accompagnano quei sentimenti e che sono molto dannose. Da principio qualche volta le ebbi anch'io, ma mi lasciavano la testa così debole e tanto stanca di spirito, da non poter più riprendere l'orazione se non dopo un giorno ed anche più. Perciò in principio, per andare innanzi con soavità, occorre grande discrezione, abituando l'anima a operare interiormente e procurando di evitare ogni manifestazione esteriore.

 

10 - Ben diversi invece sono i trasporti di cui parlo, perché in essi non siamo noi che gettiamo legna sul fuoco, ma sembra che il fuoco sia già acceso e che qualcuno getti dentro noi, affinché ne andiamo consunti. L'anima si duole per l'assenza di Dio, ma non è lei che ne procura la pena, bensì una certa saetta che di quando in quando le penetra il cuore e le viscere sì al vivo, da lasciarla come incapace di fare e di volere alcuna cosa. Capisce solo che vuole il suo Dio e che il dardo da cui è ferita par temprato con il sugo di un'erba che le fa odiare se stessa per amore di Dio, in servizio del quale sacrificherebbe volentieri la propria vita.

È inesprimibile il modo con cui Dio ferisce l'anima. Il tormento è così vivo che l'anima esce fuori di sé, benché insieme sia tanto dolce da non poter essere paragonato ad alcun piacere della terra. Perciò, come ho detto, l'anima vorrebbe star sempre morendo per la forza di quel male.[144]

 

11 - Tanto tormento unito a tanta gioia mi stupiva moltissimo, e non sapevo capire come ciò avvenisse.

Che stupore per un'anima vedersi così ferita! Sì, per quello che sente può ben dire di essere stata ferita, ma che da parte sua non ha fatto nulla per attirarsi tanto amore. Fu tutto da una causa superiore, ossia del grande amore che Dio le porta, dal quale le sembra venuta la scintilla che ora la consuma. Quante volte, quando mi trovo in questo stato, mi viene in mente il passo di Davide, che pare in me realizzarsi alla lettera: Quemadmodum desiderat cervus ad fontes aquarum![145]

 

12 - Intanto, l'anima non sapendo far altro, va in cerca di qualche rimedio, e quando quel trasporto non è molto impetuoso, le sembra di potersi alquanto calmare con alcune penitenze. Ma per quante ne faccia, il corpo pare inanimato e non sente dolore, neppure se versa sangue. Cerca modi e maniere per soffrire qualche cosa per amore di Dio; ma quel primo dolore è così grande, da non poter essere attutito da alcun tormento corporale. il suo rimedio non è qui: le medicine della terra sono troppo basse per un male così alto. Per mitigarlo e renderlo alquanto sopportabile, non v'è che da domandarne il rimedio al Signore. Per l'anima non vi è altro che la morte, perché solo con essa pensa di poter godere in pieno del suo Bene.

Alle volte l'impeto è così forte da non poter proprio far nulla, neppure invocare aiuto da Dio. Il corpo rimane come morto: non si può muovere né mani, né piedi. Se sta in piedi, si accascia su se stesso, senza neppure la forza di respirare. Si lascia fuggire qualche gemito debole di voce perché non ne può più, ma molto affocato per sentimento.

 

13 - Mentre ero in questo stato, piacque a Dio di favorirmi a più riprese con la seguente visione. Vedevo vicino a me, al lato sinistro, un angelo in forma corporea. È raro che veda gli angeli in questo modo. Parecchi me ne sono apparsi, ma li ho sempre visti nella maniera che ho detto parlando della visione più sopra.[146] Questa volta piacque al Signore di farmelo vedere così. Non era grande, ma piccolo e molto bello: all'ardore del volto pareva uno di quegli spiriti sublimi che sembra si consumino tutti in amore, e credo si chiamino Cherubini.[147] Essi non mi dicono mai come si chiamano; ma vi è tanta differenza tra certi angeli e certi altri, e tra l'uno e l'altro di essi, che non saprei come esprimermi.

Quel Cherubino teneva in mano un lungo dardo d'oro, sulla cui punta di ferro sembrava avere un po' di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere, che poi mi sembrava strappar fuori quando ritirava il dardo, lasciandomi avvolta in una fornace di amore. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire nei gemiti di cui ho parlato più sopra, ma insieme pure tanto dolce da impedirmi di desiderarne la fine e di cercare altro diversivo fuori che in Dio.

Benché non sia un dolore fisico ma spirituale, vi partecipa un poco anche il corpo, anzi molto. Allora tra l'anima e Dio passa come un soavissimo idillio. E io prego la divina bontà di farne parte a coloro che non mi credessero.[148]

 

14 - Quando ero in questo stato andavo come fuori di me. Non volevo vedere, né parlare con alcuno, ma starmene sola con il mio tormento che mi pareva la gioia più grande di quante ve ne fossero nel creato.

Questa la grazia che Dio si degnò di concedermi varie volte, prima che gli piacesse di mandarmi quei rapimenti così grandi che mi sopravvenivano anche in presenza degli altri, e contro i quali non potevo resistere, per cui cominciarono a divulgarsi con mio sommo dispiacere.

Ora quel tormento si è alquanto affievolito, ma sento quell'altro di cui ho parlato più sopra - non mi ricordo bene in che capitolo - differente dal primo per vari punti e di valore assai più alto, perché appena il primo si fa sentire, il Signore rapisce l'anima e l'immerge nell'estasi, dove la gioia sovrabbonda e non vi è più pena né possibilità di patire. - Sia benedetto per sempre quel Dio che ricambia con tante grazie l'ingratitudine di chi corrisponde così male ai suoi immensi benefici!

 

 

CAPITOLO 30

 

Riprende il racconto della sua vita e dice come il Signore l'abbia consolata nei Suoi molti travagli col mandarle fra Pietro d’Alcantara, santo religioso dell'Ordine del glorioso S. Francesco - Gravi tentazioni ed angustie interiori a cui talvolta va soggetta

 

1 - Vedendo dunque il poco o nulla che potevo per impedire quei trasporti così violenti, cominciai a temerli, anche perché non riuscivo a capire come la gioia potesse stare col dolore. Se si fosse trattato di dolore fisico e di gioia spirituale, sapevo che la cosa era possibile, ma siccome era una squisitissima pena di spirito che si univa o una ineffabile dolcezza del medesimo ordine, non riuscivo a persuadermi. Intanto continuavo a resistere, ma combinavo tanto poco che alle volte ne uscivo stanca. Prendevo la croce per difendermi da Colui che si era servito di essa per difendere noi dal demonio. Vedevo che nessuno mi capiva, ma non osavo dirlo che al mio confessore, perché con altri sarebbe stato un mostrarmi senza umiltà.

 

2 - Il Signore si degnò di rimediare in gran parte alle mie pene: anzi, per allora me le tolse del tutto facendo venire in questo luogo quel benedetto fr. Pietro d'Alcantara di cui ho parlato più sopra.[149]

Delle sue penitenze ho già detto qualche cosa. Ora aggiungo che mi fu assicurato tra l'altro, che per venti anni continui portò indosso un cilicio fatto con lastre di latta. Scrisse in volgare alcuni trattatelli di orazione che oggi sono molto diffusi.[150] Abituato com'era a praticarla, poté parlarne in tal modo da giovare molto a coloro che vi si dedicano. Osservò con gran rigore la Regola del glorioso S. Francesco con l'aggiunta di quelle pratiche di cui ho già detto qualche cosa.

 

3 - Quella vedova di cui ho già parlato, gran serva di Dio e mia intima amica,[151] venne a sapere che quest'uomo straordinario era arrivato in città. Essa sapeva il bisogno che ne avevo, perché era a parte delle mie pene e cercava ogni mezzo per consolarmi. Aveva tanta fede che mentre i più non vedevano in me che l'azione del demonio, ella non poteva a meno di credere che fosse opera di Dio. Era di grande criterio e fedelissima al segreto. Il Signore le faceva molte grazie di orazione, e la illuminava intorno a cose che gli stessi dotti non sapevano spiegare. In certi casi i miei confessori mi permettevano di confidarmi con lei per averne quel conforto che per molti motivi essa era capace di darmi. Spesso aveva parte alle grazie che il Signore mi faceva, in quanto Egli m'incaricava di trasmetterle avvisi assai utili per la sua anima.

Appena seppe dell'arrivo di fr. Pietro d'Alcantara, mi ottenne dal Provinciale, senza dirmi niente, il permesso di stare con lei otto giorni, onde poter trattare più liberamente con quel santo uomo. Era la prima volta che veniva qui, ed ebbi agio di parlargli assai spesso, tanto in casa della mia amica, come in alcune chiese. In seguito lo potei fare molte volte, benché in tempi diversi.

Gli feci un'esposizione sommaria di tutta la mia vita e del mio modo di orazione con la maggior possibile chiarezza.

Trattare con i miei direttori con ogni possibile chiarezza e sincerità è sempre stato mio costume. E quando si trattava di cose incerte o sospette, ero io la prima ad apportare ragioni in mio svantaggio. Dunque gli scoprii tutti i segreti della mia anima senza doppiezza e artificio.

 

4 - Mi accorsi subito che mi capiva per esperienza: era quello che mi occorreva, perché allora non avevo il lume di adesso per sapermi spiegare. Fu solo più tardi che il Signore mi dette di poter intendere e riferire i favori Che mi fa. Perciò, per capirmi e assicurarmi di che si trattava, occorreva aver provato le medesime cose.

M'illuminò moltissimo su quelle visioni che non sono immaginarie e che io non riuscivo a comprendere. E neppure capivo quelle che vedevo con gli occhi dell'anima, persuasa, come ho detto, che si dovesse far conto soltanto di quelle che colpiscono gli occhi del corpo, delle quali non ero favorita.

 

5 - Questo sant'uomo mi spiegò e dilucidò ogni cosa. Mi disse di non più temere ma di ringraziare il Signore perché, a parte le verità della fede, non v'era per me cosa più certa di questa: cioè, che in me agiva lo spirito di Dio. Si congratulò molto con Me, attestandomi grande bontà e deferenza. Mi trattò con molto riguardo anche dopo, mettendomi a parte dei suoi pensieri e dei suoi progetti. Vedendo che il Signore m'intendeva desideri tanto coraggiosi di fare anch'io come lui, s'intratteneva con me con visibile soddisfazione perché quando si è elevati allo stato a cui egli era, non vi è maggior gaudio e consolazione che incontrarsi con anime le quali, aiutate da Dio, sembra comincino la medesima via. - Allora infatti non dovevo essere che agli inizi. E piaccia a Dio che ora mi sia alquanto avanzata!

 

6 - Ebbe per me la più viva compassione, perché quello che io avevo sofferto, cioè la contraddizione dei buoni, era, secondo lui, la prova più grande della vita. Mi disse che mi rimaneva da soffrire ancora molto, perché bisognosa com'ero di assistenza, non vi era alcuno in città che mi potesse comprendere. Però egli avrebbe parlato con il mio confessore e con quel cavaliere ammogliato ricordato più sopra, che era uno di quelli che più mi tormentavano.

Costui mi faceva tanta guerra unicamente perché mi voleva bene. Santo e timorato com'era, non c'era verso che si persuadesse, per avermi veduta poco prima tanto imperfetta.

Quel sant'uomo mantenne la sua promessa: parlò a tutt'e due, facendo loro intendere, con buone ragioni, che dovevano rassicurarsi e lasciarmi in pace.

Il confessore non ne aveva tanto bisogno; non così quel gentiluomo, che neppure allora si persuase del tutto. Tuttavia non mi tormentò più come prima.

 

7 - Restammo intesi che d'allora in poi gli avrei notificato quello che mi sarebbe avvenuto e che ci saremmo molto raccomandati al Signore. Era per la sua grande umiltà che prendeva in considerazione le preghiere di questa miserabile creatura, e io ne ero piena di confusione. Mi lasciò pienamente riconfortata. Mi disse di continuare nell'orazione senza paura, sicura di esser guidata da Dio, e di confidare al mio confessore per maggior sicurezza qualunque dubbio mi fosse ancora venuto, dopo di che dovevo mettermi in pace.

Ma Dio mi conduceva per la via del timore, per cui quando mi dicevano che ero vittima del demonio, ricadevo nelle mie antiche paure, senza rassicurarmi mai del tutto. Insomma, m'ispirassero timore o sicurezza, gli uomini non ottenevano che io dessi più retta a loro che a quanto Dio mi metteva nell'anima. Così, per quanto quell'uomo di Dio mi abbia confortata e consolata, non gli detti così ascolto da liberarmi del tutto dai miei timori, specialmente quando il Signore mi abbandonava fra le pene di spirito che ora dirò. Tuttavia, ripeto, rimasi molto contenta e non cessavo di ringraziare il Signore e il mio glorioso Padre S. Giuseppe, per parermi che fosse stato lui a far venire da me quel santo uomo che era Commissario Generale della Custodia intitolata al suo nome.[152] A S. Giuseppe mi ero molto raccomandata, non meno che alla intercessione di nostra Signora.

 

8 - Mi accadeva talvolta - come anche adesso, benché più di rado, - di trovarmi in così gravi angosce di spirito e in torture di corpo così vive da non saper cosa fare. Quando ero esente da pene di spirito, anche se i dolori fisici erano più gravi, li sopportavo allegramente. Ma se mi venivano tutti insieme, era un vero martirio. Allora dimenticavo le grazie ricevute, delle quali mi rimaneva solo un ricordo come di un sogno lontano che accresceva la mia pena. L'intelligenza si offuscava, mi dibattevo fra mille dubbi ed ansietà, sino a parermi di non aver saputo comprendere quello che era avvenuto in me, e che forse era tutto illusione. E pensavo: Perché trarre in inganno anche gli altri? Non bastava che fossi ingannata io sola? E mi pareva di essere così perversa da credere che tutti i mali e le eresie del mondo fossero effetto dei miei peccati.

 

9 - Evidentemente non si trattava che di una falsa umiltà, messami in cuore dal demonio per turbarmi e vedere se gli riusciva di trascinarmi alla disperazione. Ma ho ormai imparato così bene quando si tratta del demonio che egli, su questo punto, vedendo che conosco i suoi tranelli, non mi tormenta più così spesso come una volta.

Questa falsa umiltà produce turbamento e inquietudine fin dal suo entrare nell'anima, e la tiene nell'agitazione fra le tenebre e le aridità per tutto il tempo che dura, affliggendola e rendendola inabile all'orazione e a ogni opera buona. Sembra che soffochi l'anima e inceppi il corpo, impedendo a entrambi di agire.

Non è così della vera umiltà. L'anima che la possiede riconosce il suo nulla, soffre per la miseria in cui si trova, esagera di molto la sua malizia, più che non gliela esageri il demonio nel caso precedente, e vede che tutto questo è vero; tuttavia non si turba, non si inquieta e non ha tenebre né aridità, ma pace, gioia, luce e soavità: insomma, tutto al contrario di quella del demonio. La pena che sente l'incoraggia, perché le appare come una grande grazia di Dio, con la quale può maggiormente progredire. Se da una parte si duole d'aver offeso il Signore, si riconforta dall'altra con la considerazione della sua misericordia. E se la luce di cui è inondata la riempie di confusione, la spinge insieme a lodare la Maestà Divina che l'ha così sopportata per tanto tempo.

Invece nell'umiltà del demonio non vi è luce per alcun bene, e sembra che Dio metta tutto a fuoco e a sangue, perché non si vede che la sua giustizia. E benché il demonio non riesca del tutto a togliere la fede nella divina misericordia, questa però non solo non arriva a consolare, ma diviene un motivo di maggior tormento per il fatto che innanzi ad essa ci si sente più obbligati.

 

10 - Questa, a mio parere, è una delle astuzie più sottili, dissimulate e penose che il demonio sappia mai inventare, per cui se ne parlo, è perché Vostra Grazia possa accorgersi nel caso che su questo punto sia tentato pur lei, sempre inteso che il maligno le lasci tanto d'intelletto da poterlo fare. Non è a credere che per questo occorra aver studiato ed essere sapienti, perché, nonostante la mia somma ignoranza, so vederne anch'io la stoltezza, cessata che sia la tentazione. Dipende tutto dalla volontà di Dio, il quale permette al demonio di tentarci, come gli ha permesso di tentare Giobbe, benché con me non l'abbia mai fatto con il medesimo rigore, perché troppo miserabile.

 

11 - Mi ricordo di aver avuto una tentazione di questo genere l'antivigilia del Corpus Domini, solennità di cui sono molto devota, benché non così come dovrei. Allora non durò che fino al giorno della festa, mentre altre volte si protraeva per otto, quindici giorni ed anche fino a tre settimane, se non di più, specialmente nella settimana santa, nella quale mi dedicavo all'orazione più intensamente.

Il demonio mi affoga d'improvviso l'intelletto in un'infinità di tali frivolezza che in altri tempi mi muoverebbero a riso, e lo tiene assorto in ciò che vuole. L'anima non è più padrona di sé, se ne sta lì inceppata, né può ad altro pensare che alle sciocchezze che il demonio le mette in mente, vane, puerili, buone soltanto per soffocarla e farla uscire di sé.

Alle volte mi pareva che i demoni giocassero a palla con l'anima mia, senza che io potessi sottrarmi. Non si può dire quanto allora si soffra. Si cerca aiuto da ogni parte, e Dio permette che non se ne trovi. Rimane solo l'uso del libero arbitrio, ma anch'esso molto debole, come se si avessero gli occhi bendati, oppure come una persona che cammini di notte e al buio per una via battuta altre volte, sulla quale se riesce a non cadere, è solo perché si ricorda dei pericoli veduti di giorno e sa dove potrebbe inciampare. Così nel caso nostro, ché quanto a non commettere peccati sembra che si agisca per abitudine, prescindendo naturalmente dalla continua assistenza di Dio che è sempre quella che ci salva.

 

12 - La fede è affievolita e addormentata, come pure ogni altra virtù. Però non del tutto perduta, perché l'anima rimane sempre attaccata a quanto insegna la Chiesa, pur sembrandole solo a suon di labbra. Si sente come incatenata e stanca, e la stessa cognizione che ha di Dio le fa l'effetto di un suono vago e lontano. L'amore le si è talmente intiepidito che, udendo parlare di Dio, ascolta e ammette ciò che ode, non per il ricordo delle sue passate esperienze, ma perché l'insegna la Chiesa. E i suoi affanni aumentano se va all'orazione o si ritira in solitudine. È una pena insopportabile di cui non si conosce la natura e che in parte sembra simile a quella dell'inferno, come il Signore mi ha fatto capire in una visione.

Infatti l'anima sente un fuoco che la divora e non sa da che parte provenga, né chi l'abbia acceso, né come sottrarsene o spegnerlo. Se cerca sollievo nella lettura, è come se non sappia leggere. Mi accadde infatti una volta che, volendomi un po' distrarre con la vita di un santo per vedere se mi potevo consolare alla vista delle sue sofferenze, lessi per quattro o cinque volte altrettante righe, e benché fosse in volgare, capii meno all'ultima che alla prima volta, per cui dovetti chiudere il libro. - Ciò mi avvenne assai spesso, ma è solo di questa circostanza che mi ricordo distintamente.

 

13 - Peggio poi intrattenerci con qualcuno, perché il demonio ci mette in corpo tanta permalosità e malumore che io sarei pronta a sbranare chiunque, né altro saprei fare. Mi pare di far qualcosa col cercare di contenermi, mentre è il Signore che mi trattiene onde impedirmi di dire o di fare cosa che sia di danno al prossimo o di offesa a Lui. Andar dal confessore?... Ecco ciò che spesso mi succedeva.

Quelli che allora avevo, e che ho pure presentemente, erano molto santi, ma mi dicevano parole e rimproveri così aspri, che quando più tardi io li ricordavo, ne rimanevano essi stessi meravigliato, e si scusavano col dirmi che non era stato in poter loro trattarmi diversamente, tanto vero che, quantunque sentissero compassione e scrupolo di avermi causato tanti travagli di spirito e di corpo e proponessero di non farlo più, ma di consolarmi benevolmente, all'atto pratico non ci riuscivano. Non già che dicessero parole cattive nel senso che fossero di offesa di Dio, ma erano le più spiacevoli e dure che si potessero udire da un confessore. Forse le dicevano per mortificarmi, ma io che in altre circostanze le avrei sopportate volentieri, in quelle vi trovavo un tormento.

Mi pareva pure d'ingannarli, tanto che io stessa andavo da loro per metterli in guardia, avvisandoli seriamente che poteva anche darsi che io li ingannassi, benché fossi sicurissima che apposta questo non l'avrei mai fatto, né che mai avrei detto loro una bugia; ma tutto mi metteva paura.

Uno di essi un giorno, avendo conosciuta la mia tentazione, mi disse di non preoccuparmene perché, anche se avessi voluto ingannarlo, aveva abbastanza accorgimento per non lasciarsi cogliere. - E queste parole mi consolarono molto.

 

14 - Spesso, anzi quasi sempre - o almeno in via ordinaria - mi passava tutto appena fatta la comunione, e talvolta anche solo con accostarmi a riceverla: mi sentivo subito così bene, di anima e di corpo, da molto meravigliarmene, come se all'apparire del Sole divino tutte le mie tenebre si dileguassero istantaneamente per lasciarmi vedere le scemenze che mi avevano tanto turbata.

Alle volte, come ho già detto altrove,[153] bastava che il Signore mi dicesse una sola parola, per esempio: «Non ti affliggere! Non aver paura!...» che subito mi mettevo tranquilla, oppure una qualunque visione, per rimanermene come se non avessi sofferto nulla. Mi consolavo con Dio lamentandomi che mi lasciasse tanto soffrire. Ed egli me ne ricompensava ad usura, perché, dopo, le grazie si facevano quasi sempre più frequenti.

Pare che l'anima esca da un crogiolo, come l'oro, più raffinata e chiarificata per meglio contemplare Dio dimorante nel suo interno. I travagli che prima parevano insopportabili, le divengono da nulla e desidera di tornare a soffrirli, se così volesse il Signore, giacché anche le maggiori prove e persecuzioni non sono mai senza grande profitto, sempre che si sopportino senza offesa di Dio e con la gioia di soffrirle per Lui. - Ma io ero troppo imperfetta e non le sopportavo come avrei dovuto.

 

15 - Di tanto in tanto vado soggetta a travagli di altro genere che mi piombano addosso in tal modo da togliermi la stessa possibilità di pensare e desiderare alcun atto buono, rendendomi l'anima e il corpo del tutto inutili e pesanti. Pur esente dalle tentazioni ed angustie che ho detto, sento un certo disgusto non so di che, e nulla riesce ad appagarmi. Allora per stare occupata, cerco, un po' per forza e un po' volentieri, di fare qualche buona opera esteriore. Ma vedo quanto poco valga un'anima quando la grazia si nasconde. Però, non ne provo tanta pena: anzi, alla vista della mia miseria sento una certa soddisfazione.

 

16 - Mi succede alle volte di non saper formare un pensiero sensato né su Dio, né su un altro soggetto, e nemmeno di far orazione, pur essendo in solitudine. Sento solo di conoscere Dio. Il danno mi viene dall'intelletto e dall'immaginazione. La volontà mi sembra quieta e ben disposta, ma l'intelletto tumultua in tal modo da sembrare un pazzo furioso che nessuno riesca a incatenare: non sono capace di tenerlo fermo neppure per lo spazio di un Credo.

Alcune volte me ne rido, e per meglio considerare la mia miseria lo lascio libero a se  stesso, fermandomi ad osservarlo per vedere cosa fa. Oh, meraviglia! Grazie alla bontà di Dio, non si porta mai a cose cattive, ma solo a indifferenti, come, ad esempio, se ci sia da fare qualche cosa qui, là o altrove. Allora apprezzo meglio la grazia che il Signore mi fa quando incatena questo pazzo nella contemplazione perfetta, e penso cosa direbbero di me quelli che mi tengono per santa se mi vedessero fra tante distrazioni. Sento viva compassione nel vedere l'anima in così cattiva compagnia; e nel desiderio di vederla libera, così dico al Signore: «Quando, o mio Dio, potrò vedere la mia anima occupata tutta nel lodarvi? Quando le mie potenze potranno godervi tutte insieme? - Non permettete più oltre, Signore, che l'anima mia si discinda in pezzi, e che ognuno di essi se ne vada per conto suo!».

Questo mi succede di frequente, e vedo che alcune volte ne è parte la mia poca salute. Penso ai danni del peccato originale, e mi sembra che l'attuale nostra inabilità a godere di continuo un tanto bene dipenda tutta da esso, sebbene vi debbano non poco contribuire le mie colpe personali, perché se tante non ne avessi commesse, ne godrei con maggiore intensità.

 

17 - Ecco un'altra prova non piccola. Mi sembrava di comprendere tutti i libri di orazione e di non averne più bisogno col pretesto che Dio mi aveva già dato ogni lume. Perciò li avevo messi da parte, paga soltanto di leggere le vite dei santi, perché nel vedermi così diversa da loro nel servizio di Dio, mi pareva di avere innanzi uno stimolo e un incoraggiamento ad imitarli.

Credermi già arrivata ai più sublimi gradi di orazione mi pareva indizio di poca umiltà, e questo pensiero, che non riuscivo a togliermi di mente, mi affliggeva moltissimo, fino a che persone istruite, specialmente il benedetto fr. Pietro d'Alcantara, non mi dissero di non curarmene.

Benché il Signore mi abbia dato le grazie di cui favorisce le anime sante, vedo tuttavia che non ho ancora cominciato a servirlo: in me non c'è che imperfezione, eccetto nell'amore e nei desideri, nei quali posso dire che il Signore mi abbia dato di poterlo alquanto servire. Mi sembra di amarlo per davvero, ma ciò che mi rattrista sono le mie opere e le molte imperfezioni di cui mi vedo ricoperta.

 

18 - Altre volte mi pare di trovarmi in uno stato di spirituale intontimento, ed ecco come.

Non faccio né bene né male, - così almeno mi sembra - cammino dietro gli altri, come suol dirsi, senza pena e senza consolazione, indifferente e insensibile a tutto, tanto alla vita che alla morte, sia alla gioia che al dolore. L'anima è come un asinello che va pascolando, sostentandosi di ciò che gli danno da mangiare, quasi senza accorgersi. Qui l'anima dev'essere sostenuta con delle grazie sublimi, quasi a premio della tranquilla rassegnazione con cui sopporta il peso di questa misera vita, ma ella non ne ha la coscienza, perché non ne sente alcun effetto, né alcun moto interiore. Sembra che vada navigando sospinta da un venticello leggero che la fa molto avanzare senza che se n'accorga.

 

19 - Non così negli altri stati, perché in essi gli effetti sono più evidenti. L'anima si sente subito migliorata, agitata da generosi desideri che niente vale a soddisfare. - Questi gli effetti che l'anima sente quando Dio la favorisce di quei trasporti d'amore di cui ho parlato più sopra.

Somiglia a certe polle d'acqua che io ho veduto sgorgare da terra e che non cessano di buttare in alto sabbia. Questo esempio o paragone rappresenta al vivo lo stato di tali anime, le quali, messe in perpetuo movimento dall'amore, pensano di continuo a nuove imprese, non sono capaci di contenersi, smaniano di espandersi, rigurgitano di acqua come quelle polle, nella brama che tutti gli uomini ne bevano per poi associarsi con esse nel celebrare le lodi di Dio.

Quante volte mi sono ricordata dell'acqua viva di cui parlò il Signore alla Samaritana! Sono molto devota di quel fatto evangelico, e lo ero fin da bambina, tanto che senza neppur comprendere quello che chiedevo, supplicavo spesso il Signore a darmi di quell'acqua: in camera mia tenevo un quadro che rappresentava Gesù vicino al pozzo, con sotto le parole: Domine, da mihi aquam![154]

 

20 - Quest'amore può anche paragonarsi a un gran fuoco che bisogna continuamente alimentare per impedire che si spenga. Così di queste anime le quali, pur di trovare alimento e impedire che si spenga, sono pronte a gettarvi la legna dei maggiori sacrifici. Per conto mio mi contenterei anche di poche pagliuzze, come talvolta mi accade, per non dire anzi molto spesso, tanto che qualche volta ne rido, e qualche altra mi affliggo.

Quando mi sento interiormente stimolata a servire Dio, non sapendo far altro, mi metto ad accomodare mazzi di fiori innanzi alle immagini, a scopare, a riordinare un oratorio, ed altri lavoretti così meschini che mi lasciano confusa. Se faccio un po' di penitenza, è sempre così lieve che se il Signore non guardasse al mio buon volere, non ne avrei alcun merito, tanto che mi burlo da me stessa.

No, non è poco il tormento delle anime che, accese da Dio di questo fuoco ardentissimo, sentono di non aver forze sufficienti per fare qualche cosa in suo onore. Anzi, è grandissimo, tanto che vedendosi impotenti a trovare legna da gettarvi sopra, muoiono dalla paura che si spenga, si consumano in se stesse, bruciano sino a ridursi in cenere e si sciolgono in lacrime: tormento indicibile e insieme delizioso.

 

21 - Ringrazino molto il Signore se, giunte a questo stato, hanno forze corporali per fare penitenza, o scienza, talento e libertà necessaria per predicare, confessare e convertire i peccatori. Se non sanno sfruttare questi beni, credo che non abbiano mai provato cosa voglia dire ricevere da Dio continue grazie senza poter far nulla in suo servizio. - Sia Egli per sempre benedetto, e gli rendano gloria tutti gli angeli del Cielo! Amen.

 

22 - Non so se faccio bene a entrare in tanti particolari. Ma siccome Vostra Grazia mi ha ripetuto di estendermi e di non omettere nulla, metto giù quello che mi ricordo con tutta chiarezza e sincerità. Tuttavia, molto ne dovrò lasciare ugualmente, perché mi occorrerebbe troppo tempo, mentre io, come ho detto, ne ho pochissimo. Dopo tutto, sarebbero cose di nessun valore.

 

 

CAPITOLO 31

 

Tentazioni esteriori, apparizioni del demonio e tormenti che questi le cagionava - Alcune cose assai utili per le anime che tendono alla perfezione

 

1 - Giacché ho parlato di alcune lotte e tentazioni che il demonio mi cagionava interiormente senza che fuori si vedessero, voglio ora dire di quelle che mi muoveva quasi pubblicamente, nelle quali la sua opera era molto evidente.

 

2 - Una volta, mentre ero in un oratorio, mi apparve al lato sinistro sotto forma abominevole. Siccome mi parlava, ne osservai particolarmente la bocca che era spaventosa. Il suo corpo pareva emanare una gran fiamma molto chiara e senza ombre. Mi disse con voce spaventevole che se mi ero liberata dalle sue mani, sapeva pure riacciuffarmi. Rimasi molto atterrita e feci il segno della croce meglio che potei. Sparì, ma per tornare quasi subito. Così per due volte. Io non sapevo cosa fare. C'era lì dell'acqua santa, la buttai dove egli stava, e non comparve più.

 

3 - Un'altra volta mi tormentò per cinque ore di seguito con turbamenti fisici e morali, e con dolori così vivi che mi pareva di non poterne più. Le persone presenti erano tutte spaventate; né esse sapevano che fare, né io come difendermi.

Quando i dolori e le sofferenze fisiche sono molto forti, ho per costume di fare del mio meglio per emettere atti interiori di rassegnazione, supplicando il Signore di servirsi dei miei patimenti per la sua gloria, di darmi pazienza e di lasciarmi poi in quello stato anche sino alla fine del mondo. Con questi atti e risoluzioni mi aiutavo anche allora, perché le sofferenze si erano fatte assai gravi. Piacque infine al Signore di farmi vedere che era tutto dal demonio: vidi accanto a me un moretto molto brutto che digrignava i denti disperatamente nel constatare una perdita dove sperava un guadagno. Appena lo vidi, mi misi a ridere senza paura. Mi stavano vicine alcune persone che non sapevano come soccorrermi né che rimedio trovare, perché il demonio mi faceva dare dei grandi colpi col corpo, col capo e con le braccia, senza che io gli potessi resistere, con l'aggiunta di un turbamento interiore così profondo che in nessun modo mi potevo calmare. E intanto non osavo domandare acqua santa per non impaurire i presenti e dar loro a conoscere di che si trattava.

 

4 - Ho sperimentato varie volte che per mettere in fuga il demonio e impedirgli di tornare, non v'è mezzo migliore dell'acqua benedetta. Fugge anche innanzi alla croce, ma poi ritorna.[155] - Dev'essere ben grande la virtù dell'acqua santa!

Quando io me ne servo, provo una vivissima e sensibile consolazione, come un sollievo che non so descrivere, un diletto interiore che mi fortifica l'anima. E non è già una illusione, né una cosa che mi sia accaduta una volta, ma molte, e sempre da parte mia con grande attenzione per osservarla. È come il refrigerio che si sente in tutta la persona quando, arsi dal caldo e dalla sete, si beva un'anfora di acqua fresca. Ciò dimostra quanto siano grandi le pratiche della Chiesa, e come potenti le parole liturgiche che comunicano all'acqua tanta virtù da renderla così diversa da quella non benedetta. - Quando vi penso mi sento inondare di gioia.[156]

 

5 - Visto che il demonio non la voleva finire, dissi a quelle persone che se non avessero riso, avrei chiesto dell'acqua santa. Me la portarono subito e me ne gettarono addosso, ma senza effetto. Allora spruzzai il luogo dove stava il demonio, e subito fuggì. Mi sparirono insieme tutti i mali che soffrivo, come portati via da una mano, pur rimanendomene così affranta da sembrarmi d'aver ricevuto una buona dose di legnate.[157]

Questo fatto mi istruì moltissimo, perché se col permesso di Dio il demonio può far tanto male, anche allora che il corpo e l'anima non sono in suo potere, che cosa farà quando egli ne sarà il padrone? E così concepii i più vivi desideri di far di tutto per liberarmi da così malvagia compagnia.

 

6 - La medesima cosa mi accadde poco tempo fa, ma non durò molto. Essendo sola, chiamai perché mi portassero acqua santa. Due monache molto degne di fede, che per nulla al mondo direbbero bugie, entrarono quando il demonio era partito e dissero di sentire un fetore pestilenziale come di zolfo. lo non lo sentii, ma durò tanto da potersene accertare.

Un'altra volta ero in coro. Presa da gran trasporto di raccoglimento, me n'uscii per non farmi vedere dalle altre; ma da dove andai udirono esse dei grandi colpi, mentre io mi sentivo vicino come un parlottare di persone che concertassero complotti. Parlavano forte, ma siccome ero immersa nell'orazione non compresi nulla e neppure ebbi paura.

Ordinariamente ciò mi succedeva quando Dio voleva servirsi della mia parola per far del bene a qualche anima. A tal proposito racconterò questo fatto che mi è successo veramente e di cui molti sono i testimoni, fra i quali il mio confessore attuale,[158] che ne ha avuta conferma in una lettera, il cui autore era assai noto, benché io non glie l'avessi detto.

 

7 - Mi venne a trovare un sacerdote che da due anni e mezzo viveva nel più abominevole peccato mortale che io abbia mai udito, e del quale non si era mai confessato né aveva mai cercato di emendarsi, pur continuando a celebrare la Messa. Si confessava degli altri peccati ma non di quello, perché diceva che era troppo brutto e non aveva il coraggio di dirlo. Desiderava di liberarsene, ma da solo non ci riusciva.

Il suo stato mi toccò vivamente, senza dire del gran dolore che provai nel vedere Dio offeso in quel modo. Gli promisi di pregare molto per lui e di far pregare altri assai migliori di me, e lo raccomandai per lettera a una persona che egli stesso mi designò. Il Signore ascoltò le preghiere di tante anime sante, e si degnò di usargli misericordia: nella sua prima confessione si accusò di ogni cosa. Nonostante la mia miseria, avevo fatto per lui tutto il meglio possibile. Ed egli mi scrisse che si era molto cambiato e che non cadeva in quel peccato da due giorni. Però la tentazione era fortissima, tanto che dal gran tormento gli pareva di essere all'inferno. Perciò pregassi per lui.

Tornai a raccomandarlo alle mie sorelle che presero a cuore la cosa, e per le loro preghiere Dio si degnò di esaudirmi. - Si trattava di una persona che nessuno avrebbe mai potuto individuare.

Dal canto mio supplicai il Signore di permettere al demonio di scatenarsi pure su di me purché cessasse dal combattere e tentare quel sacerdote, a condizione però che non m'inducesse ad offenderlo. E così per un mese soffrii grandissimi tormenti: i due casi che ho detto mi successero in quel tempo.

 

8 - Notificata la cosa a quell'ecclesiastico, mi rispose che, a Dio piacendo. i demoni avevano cessato di tentarlo. Così la sua anima si andò rafforzando e, liberatosi del tutto, non cessava di ringraziare il Signore e me, come se io avessi fatto qualche cosa. Gli dovette giovare la persuasione che Dio mi faceva delle grazie. Mi diceva che quando era tentato, gli bastava rileggere le mie lettere, e la tentazione cessava. Lo stupiva molto quello che io avevo sofferto perché ne fosse libero, e io non lo ero meno di lui, ma disposta a sopportare quelle pene anche per molti anni pur di vederlo a posto.

Sia benedetto in tutto il Signore che così ascolta le preghiere di chi lo serve, come fanno le sorelle di questo monastero. Ma siccome sono stata io che le ho indotte a pregare, i demoni si sono infuriati su di me, così permettendo il Signore in castigo dei miei peccati.

 

9 - Una notte, pure in quel periodo, credetti che mi soffocassero. Si gettò intorno molta acqua santa, e vidi una moltitudine di demoni fuggire a precipizio.

Insomma, questi spiriti maledetti mi tormentano spesso, ma non mi fanno tanta paura perché vedo che senza il permesso di Dio, non possono neppur muoversi. Se volessi raccontare tutti i loro assalti, stancherei Vostra Grazia e me stessa.

 

10 - Quello che ho detto serva ad aiutare i veri cristiani a disprezzare i fantasmi con cui i demoni tentano spaventarli. Sappiano che ogni qualvolta li disprezzano, l'anima aumenta di forza, essi perdono di vigore, e se ne esce con gran vantaggio. - Ma non voglio più oltre dilungarmi, paga di raccontare ancora questo fatto che mi successe la sera dei morti.

Mi trovavo in un oratorio dove, dopo aver detto un notturno, recitavo alcune orazioni molto devote che abbiamo in fondo al Breviario, quando il demonio venne a mettersi sopra il libro per impedirmi di finire. Mi feci subito il segno della croce, ed egli fuggì. Ricominciata la preghiera, tornò di nuovo, e credo che mi abbia obbligata a riprenderla per tre volte, senza riuscire a finirla fino a che non l'ebbi spruzzato con acqua benedetta. Allora vidi uscire dal purgatorio alcune anime alle quali non doveva restare che assai poco, e pensai che il demonio avesse voluto ritardarne la liberazione.

Raramente mi si presenta sotto una forma determinata: il più delle volte si fa vedere senza forma, al modo di quelle visioni nelle quali, come ho detto, l'anima conosce chiaramente che qualcuno è presente.

 

11 - Voglio raccontare quest'altro fatto che mi stupì grandemente.

Il giorno della SS. Trinità, mentre ero in estasi nel coro di un certo monastero, vidi una lotta furibonda ingaggiata fra angeli e demoni, e non riuscivo a comprendere che cosa volesse significare. Ma non dopo quindici giorni si venne a sapere di una certa contesa sorta tra uomini di orazione ed altri che non lo erano, dalla cui lunga durata vennero danni e disturbi al monastero in cui si era accesa.

Altre volte mi vedevo accerchiata da una gran turba di demoni, e insieme mi pareva d'essere avvolta in una gran luce che impediva loro d'avvicinarmi. Capivo che Dio mi difendeva affinché non mi violentassero ad offenderlo. E da quello che poi ho visto più volte, ho riconosciuto che la visione era vera.

Insomma quando io non sono infedele al mio Dio, essi hanno così poco potere che non mi fanno paura. I loro assalti hanno forza soltanto contro i codardi che si arrendono, a danno dei quali essi fanno prova di quel che possono.

Nelle tentazioni suddette mi sembrava talvolta che mi si risvegliassero tutte le debolezze e le vanità del passato. Allora dovevo raccomandarmi molto al Signore perché innanzi a quel ricordo mi assaliva di nuovo il tormento di credermi illusa dal demonio. Dopo tante grazie, credevo di non dover avere neppure un primo moto di pensiero cattivo, e duravo in quest'angoscia fino a che non mi calmava il confessore.

 

12 - Altro tormento non piccolo mi era alle volte, e mi è pure al presente, vedermi oggetto di stima o di encomio, specialmente da parte di persone ragguardevoli: cosa che mi ha fatto e mi fa molto soffrire, perché volgendo gli occhi alla vita di Gesù Cristo e dei santi, e vedendo che essi non ebbero che ingiurie e disprezzi, mi sembra di camminare alla rovescia. E mi umilio tanto da neppure ardire di alzare la testa, né di farmi vedere.

Non così quando sono tribolata. Benché la natura ne soffra, l'anima si fa padrona di sé, pur sentendone l'amarezza. Non so come questo possa essere, ma è così: l'anima sembra essere nel suo regno e aver tutto sotto i piedi.

Questa pena mi angustiò di frequente, e molto a lungo. E credevo che fosse virtù e umiltà, mentre non era che tentazione, come mi ha spiegato bene un religioso di S. Domenico, molto dotto. Al pensiero che le grazie di cui Dio mi favoriva fossero per risapersi dal pubblico, provavo tanta pena da non sapermi dar pace, dispostissima perfino a lasciarmi piuttosto seppellire viva. E così, quando cominciarono quei raccoglimenti o rapimenti tanto violenti a cui non ero capace di resistere neppure in pubblico, me ne rimanevo così piena di confusione che non avrei voluto veder più nessuno.

 

13 - Una volta mentre ero in questa afflizione, il Signore mi disse: «Di che temi? Non ne possono venire che due cose: o mormorazioni contro di te, o azioni di gloria a mio riguardo». E con ciò mi fece comprendere che chi avesse creduto alla sua azione l'avrebbe glorificato, mentre gli altri mi avrebbero condannata senza motivo, e che in ambedue le cose io avrei molto guadagnato, per cui non mi dovevo angustiare.

Quelle parole mi consolarono moltissimo, come mi consolano tuttora quando le ricordo.

La tentazione giunse a tal punto che volevo partire da questa città e andare con la mia dote in un monastero molto lontano, appartenente pure al mio Ordine, dove avevo sentito dire che la clausura era più stretta e dove si praticavano maggiori austerità: cosa che io vagheggiavo caramente, perché là nessuno mi avrebbe conosciuta. Ma il mio confessore non volle mai acconsentire.[159]

 

14 - Questi timori m'incepparono lo spirito fino a che non compresi, per le grandi inquietudini che mi causavano, che non potevano provenire da buona umiltà. Il Signore m'indusse a convincermi che in me non vi era nulla di buono che non venisse da Lui, e che come non mi rattristavo nel sentir lodare altre persone, ma ne provavo piacere consolandomi molto nel veder risplendere in esse i doni di Dio, nemmeno dovevo affliggermi se tali doni risplendevano in me.

 

15 - Caddi pure in un'altra esagerazione, in quella di scongiurare il Signore con suppliche e preghiere speciali ad aprire gli occhi a quelli che mi tenevano per buona perché vedessero i miei peccati e si persuadessero che ricevevo quelle grazie senza mio merito. - E questo lo desidero molto anche adesso.

Il confessore mi disse di non farlo più. Ma fino a poco fa, quando vedevo qualcuno che pensava bene di me, facevo del mio meglio, con dei piccoli espedienti, per fargli conoscere i miei peccati, con la qual cosa mi pareva di tranquillizzarmi. Ma mi hanno fatto scrupolo anche di questo.

 

16 - Vedo anch'io che ciò non procedeva da vera umiltà ma da una tentazione che a sua volta ne suscitava molte altre, perché mi pareva d'ingannare la gente, nonostante che io non abbia mai desiderato, né mai preteso di farlo.

Certo che s'inganna davvero chi pensa bene di me, e il Signore lo permette per qualche suo fine. Ma da parte mia, se non fosse stato per necessità, non avrei parlato di tali grazie neppure con i miei confessori: ne avrei avuto grande scrupolo.

Ora vedo che tutti questi piccoli timori, pene e ombre di umiltà non erano che grandi imperfezioni, procedenti dalla mia poca mortificazione, perché un'anima che si rimette in tutto nelle mani di Dio, ed è da Lui convinta che di suo non ha nulla, non si preoccupa affatto di ciò che si dica di lei, né in bene né in male.

Piuttosto essa si fidi di Lui, che avendola inondata delle sue grazie, sa anche il perché le vuol rendere pubbliche. E si prepari alla persecuzione, essendo essa inevitabile ai tempi che corrono quando il Signore vuol fare conoscere i favori che concede a un'anima, perché allora su di lei si spalancano mille occhi, mentre sopra mille di altra fatta non se ne ferma neppur uno.

 

17 - Un certo timore ispirato da umiltà sarebbe anche ragionevole, ma il mio proveniva da pusillanimità.

L'anima che Dio espone agli occhi del pubblico deve prepararsi ad essere martire del mondo: anche se al mondo non vuole morire, la farà morire lui. E questo è l'unico merito che io gli riconosco, cioè di non perdonare ai buoni alcun difetto, ma di obbligarli a correggersi a forza di mormorazioni. Ora, se uno non è perfetto, gli occorre più animo per divenirlo che non per subire un rapido martirio, perché senza una grazia' speciale di Dio, la perfezione non si acquista che a poco a poco, mentre il mondo appena vede uno deciso per quel cammino, esige subito che sia perfetto e scopre lontano le mille miglia ogni sua piccola mancanza, che forse può anche essere virtù. Ma siccome in lui tal mancanza proverrebbe da vizio, giudica gli altri da se stesso e ne pronuncia la condanna.

Secondo il mondo, quelli che tendono alla perfezione non dovrebbero né mangiare né dormire e neppure respirare, per così dire. Più li stima, più sembra dimenticare che, dopo tutto, sono ancora di carne, e che per quanto possano essere perfetti e spregiatori di ogni cosa terrena, tuttavia vivono ancora sulla terra e ancora soggetti alle sue miserie. Perciò essi hanno bisogno di grande coraggio, perché hanno appena cominciato a camminare e già si pretende che volino; non hanno ancora vinte le passioni, e già si esige che, messi in difficili occasioni, si comportino così perfettamente come si legge di alcuni santi confermati in grazia.

Che pena, mio Dio, per quello che devono essi soffrire! Ed è appunto per questo, per non saper reggere a tante pretese, che molti tornano indietro! E così anch'io avrei fatto se la misericordia del Signore non mi avesse sostenuta. Come sa anche lei, Padre mio, fino a quando Egli non si è degnato d'intervenire, la mia vita non fu che un cadere e risorgere.

 

18 - Vorrei sapermi spiegare perché credo che molte anime cadano in errore pretendendo di volare prima che il Signore dia loro le ali. Mi pare di aver già portato altrove questo paragone, ma viene bene anche qui, e ne dirò qualche cosa per quelle anime che a causa di questo vedo molto scoraggiate. Esse cominciano con grande fervore e desiderio, assolutamente decise a progredire in virtù. Anzi, quanto all'esterno, alcune per amor di Dio hanno già tutto abbandonato, ma si scoraggiano appena vedono cose di maggior perfezione concesse da Dio a chi è più innanzi e che da soli noi non possiamo raggiungere, oppure appena leggono nei libri di orazione e contemplazione che per salire a tanta dignità si devono fare delle cose che esse non hanno la forza di praticare. Quei libri, ad esempio, insegnano di non curarsi se alcuno dice male di noi, ma di goderne, anzi, più che di una lode; di non stimare l'onore, di staccarsi dai parenti fino a sentir disgusto di star con essi se non sono di orazione, ed altre cose del genere che, a mio parere, sono un puro dono di Dio, perché soprannaturali o contrarie alle nostre inclinazioni naturali. Se quelle anime non possono subito far tanto, non si affliggano, ma confidino in Dio, e anch'esse col suo aiuto potranno mettere in opera quello che ora hanno soltanto nel desiderio, purché continuino nell'orazione e facciano da parte loro tutto quello che possono. Importa molto per la nostra debolezza sostenerci con grande confidenza, né mai lasciarci scoraggiare, persuadendoci che, volendolo, possiamo uscirne con vittoria.

 

19 - E siccome in questo ho non poca esperienza, voglio avvertire Vostra Grazia di una cosa: cioè che non creda mai d'aver acquistata una virtù fino a quando non l'abbia provata con il suo contrario. Finché siamo quaggiù dobbiamo star sempre attenti e timorosi, perché se Dio non ci ha fatto la grazia di ben comprendere quello che è il mondo, è molto facile tornare ad amarlo. - Non vi è niente quaggiù che vada esente da pericoli.

Pochi anni fa mi sembrava non solo di non essere attaccata ai miei parenti, ma perfino di esserne annoiata, tanto da non poter sopportare la loro conversazione. Ora, per un certo affare assai importante dovetti recarmi presso una mia sorella[160] che prima amavo teneramente. Benché fosse assai migliore di me, non m'intrattenevo molto con lei, perché essendo maritata, e perciò in uno stato diverso dal mio, non poteva sempre parlare come io avrei voluto, per cui facevo di tutto per rimanermene sola. Tuttavia mi accorsi che le sue pene divenivano le mie e mi preoccupavano di più che non quelle degli altri. Da ciò compresi che non ero così distaccata come credevo, e che avevo ancora bisogno di fuggire le occasioni se volevo far crescere il distacco di cui Dio cominciava a favorirmi. E così, con la sua grazia, ho sempre cercato di fare.

 

20 - Quando il Signore comincia a darci una virtù, bisogna tenerla in grande stima, e non mai esporci al pericolo di perderla, specialmente se si tratta del disprezzo dell'onore, e altre cose simili. Non credo, Padre mio, che siano veramente distaccati tutti quelli che pensano di esserlo. Bisogna star molto attenti su questo punto. Per poco che uno sia attaccato all'onore, non può avanzarsi in virtù senza prima liberarsene, perché è sempre una catena che nessuna lima può rompere. Solo Dio la può infrangere, ma vuol essere coadiuvato da noi con preghiere e sforzi generosi. Sì, è un vero inciampo su questo cammino la preoccupazione dell'onore. E il danno che ne deriva mi riempie di spavento.

Ecco delle sante persone che fanno stupire la gente con la grandezza delle loro opere. Eppure, mio Dio, perché strisciano per terra? Perché non sono già in vetta alla perfezione? Da che dipende? Che cosa è che le trattiene mentre fanno tanto per Dio? Ahimé!... È il punto di onore. E il peggio è che non vogliono persuadersene, ingannate come sono dal demonio fino a credere di essere obbligate a difenderlo.

 

21 - Ma io le scongiuro per amor di Dio di prestare fede alle mie parole, alle parole di questa piccola formica a cui il Signore ha comandato di parlare. Se non sopprimono questo tarlo, pur ammesso che l'albero non venga del tutto rovinato, non darà che pochi frutti, e anche questi bacati. L'albero si spoglierà di ogni grazia, cesserà di svilupparsi e impedirà lo sviluppo anche di quelli che gli saranno d'attorno. Darà frutti guasti e di pochissima durata: dico frutti di buon esempio.

Lo ripeto spesse volte: per piccolo che sia questo punto di onore, è come un errore di tonalità in una musica di organo, oppure come uno sbaglio di tempo che basta a rompere l'armonia. - Se nuoce in ogni stato di vita, è addirittura una peste in quello dell'orazione.

 

22 - Si cerca di unirsi a Dio con l'unione, si pretende di seguire i consigli di Cristo che fu coperto di ingiurie e falsità, e insieme si vuol conservare per intero il proprio onore e la propria reputazione. No, le vie sono troppo diverse, e alla meta non si giungerà mai, perché Dio si unisce solo con le anime che rinnegano se stesse e non hanno paura di perdere i propri diritti.

Dirà qualcuno: Io non ho occasione né possibilità di cedere i miei diritti. Ma io rispondo che se ne siamo sinceramente disposti, il Signore non permetterà che andiamo privi di tanto bene, ma ci farà trovare tante occasioni in cui esercitarci, che finiranno col sembrarci troppe. Mano all'opera, dunque!

 

23 - Voglio narrare certe sciocchezzuole di nessun valore che io facevo da principio, o almeno qualcuna di esse: piccole pagliuzze che m'industriavo di gettare sul fuoco, come colei che non sapeva far altro. - Sia benedetto il Signore che si contenta di tutto!

Fra gli altri difetti avevo anche quello di non saper bene salmeggiare né di conoscere le rubriche e le cerimonie del coro: era effetto di mia pura negligenza, perché mi lasciavo assorbire da tante altre cose meno importanti. Vedevo che le mie compagne mi potevano fare da maestre, ma io mi guardavo bene dall'interrogarle per non dar a vedere la mia ignoranza. Era per non essere di mal esempio, pensavo. Ma è sempre così che avviene.

Più tardi, quando invece Dio mi aprì alquanto gli occhi, al minimo dubbio che mi veniva, fosse pure di cose che sapevo, ne interrogavo anche le più giovani. Né per questo perdei onore e reputazione, ché anzi piacque a Dio di darmi maggior memoria.

Cantavo anche male, e mi sentivo molto umiliata quando non avevo imparato bene la parte che mi spettava, non già per non mancare di rispetto alla presenza di Dio, che sarebbe stato virtù, ma per coloro che mi dovevano ascoltare. E l'amor proprio mi agitava tanto che facevo peggio di come sapevo. Allora presi la risoluzione di dirlo quando non ero preparata. Da principio mi costava assai, ma poi giunsi a provarne piacere. E così avvenne che non preoccupandomi più di far conoscere la mia ignoranza, cominciai a cantare meglio, perché questo negro punto di onore mi impediva di far bene ciò che tenevo ad onore. - Del resto, ognuno lo mette dove meglio gli piace.

 

24 - Sono dei nonnulla, e mostrano ad evidenza il niente che ero io, che tanto me n'affliggevo. Pure, possono abituarci ad atti di virtù; e se si fanno per amor di Dio, diventano così preziosi da disporci, con il divino aiuto, a far cose assai grandi.

Quanto a cose di umiltà, ricordo che vedendo le mie consorelle progredire tutte in virtù, mentre io ero sempre imperfetta e buona a nulla, presi a ripiegare le loro cappe quando uscivano dal coro, immaginandomi di servire a quegli angeli che avevano lodato il Signore.[161] Finalmente, non so come, venni scoperta, e ne ebbi non poca vergogna perché la mia virtù non era ancora tale da sopportare che queste cose si sapessero. E neppure doveva essere per umiltà, ma per paura che si burlassero di me e delle mie sciocchezze.

 

25 - Che confusione per me, Signore, riconoscermi colpevole di tanti peccati, e ciò nonostante indugiarmi nel racconto di questi piccoli atti di virtù, semplici granelli di arena, frammisti a tanto fango d'imperfezione, che per Voi non avevo neppure la forza di sollevare da terra! - L'acqua della vostra grazia non era ancora scaturita di sotto all'arena a portarli in alto.

Perché fra tante mie infedeltà non mi è dato, o mio Creatore, di trovare un atto solo meno indegno di venire raccontato a fianco delle molte grazie di cui mi avete favorita? No, mio Dio, non so come il mio cuore non si spezzi d'angoscia, né come chi leggerà queste pagine possa far a meno di aborrirmi nel vedere che dopo aver così male corrisposto alle vostre grazie, non ho vergogna di raccontare tali piccolezze, compiute con tanta miseria. Sì, o Signore, ne arrossisco! Ma se in mancanza di meglio ho l'ardire di narrare questi piccoli atti di virtù, è solo per incoraggiare gli altri a farne di più grandi, mostrando loro il gran premio che possono aspettarsi da Voi se tanto ricompensate questi miei. Piaccia intanto alla Maestà Vostra di non permettere che io rimanga sempre ai primi passi! Amen.

 

 

CAPITOLO 32

 

Come il Signore l'abbia trasportata in spirito a quel luogo dell’interno che per i suoi peccati si era meritata - Racconto sommario di ciò che vide - Comincia a dire come poté fondare il monastero di S. Giuseppe nel quale ora si trova

 

1 - Già da tempo avevo ricevuto molte di queste grazie con varie altre assai grandi, quando un giorno mentre ero in orazione, mi trovai, a un tratto, trasportata tutta intera nell'inferno, senza saper come. Compresi che Dio mi voleva far vedere il luogo che i demoni mi avevano preparato, e che io mi ero meritato con i miei peccati.[162] Fu una visione che durò pochissimo, ma vivessi anche molti anni, mi sembra di non poterla affatto dimenticare.

L'ingresso mi pareva un cunicolo molto lungo e stretto, simile a un forno assai basso, buio e angusto; il suolo tutto una melma puzzolente piena di rettili schifosi. In fondo, nel muro, c'era una cavità scavata a modo di nicchia, e in essa mi sentii rinchiudere strettamente. E quello che allora soffrii supera ogni umana immaginazione, né mi sembra possibile darne solo un'idea, perché cose che non si sanno descrivere. Basti sapere che questo che ho detto, di fronte alla realtà, mi sembra cosa piacevole.

 

2 - Sentivo nell'anima un fuoco che non so descrivere, mentre dolori intollerabili mi straziavano il corpo.

Nella mia vita ne ho sofferti moltissimi: anzi, dei più gravi che secondo i medici si possano soffrire sulla terra, perché i miei nervi si erano tutti rattrappiti sino a rendermi storpia, senza dire dei molti altri di diverso genere, causatimi in parte dal demonio. Tuttavia non sono nemmeno da paragonarsi a quelli di allora, specialmente al pensiero che quel tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione.

Ma anche questo era un nulla innanzi all'agonia dell'anima. Era un'oppressione, un'angoscia, una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che non so come esprimere. Dire che si soffrono continue agonie di morte è poco, perché almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri, mentre qui è la stessa anima che si fa in brani da sé. No, non so trovare espressioni né per dire di quel fuoco interiore né per far capire la disperazione che metteva il colmo a così orribili tormenti. Non vedevo chi me li facesse soffrire, ma mi sentivo ardere e dilacerare, benché il supplizio peggiore fosse il fuoco e la disperazione interiore.

 

3 - Era un luogo pestilenziale, nel quale non vi era speranza di conforto, né spazio per sedersi o distendersi, rinserrata com'ero in quel buco praticato nella muraglia. Orribili a vedersi, le pareti mi gravavano addosso, e mi pareva di soffocare. Non vi era luce, ma tenebre fittissime. Eppure quanto poteva dar pena si vedeva ugualmente, nonostante l'assenza della luce: cosa che non riuscivo a comprendere.

Per allora Dio non volle mostrarmi di più, ma in un'altra visione vidi supplizi spaventosissimi, fra cui i castighi di alcuni vizi in particolare. A vederli parevano assai più terribili, ma non mi facevano tanta paura perché non li sperimentavo, mentre nella visione di cui parlo il Signore volle farmi sentire in spirito quelle pene ed afflizioni, come se le soffrissi nel corpo. Non so come questo sia avvenuto. Fu certo per la grande bontà del Signore che ha voluto farmi vedere con i miei occhi da dove la sua misericordia mi ha liberata.

Sentir parlare dell'inferno è niente. Vero è che io l'ho meditato poche volte, perché la via del timore non è fatta per me, ma è certo che quanto si medita sui tormenti dell'inferno, su quello che i demoni fari soffrire, o che si legge nei libri, non ha nulla a che fare con la realtà, perché totalmente diverso, come un ritratto e l'oggetto ritrattato. - Il nostro fuoco paragonato a quello di laggiù è cosa assai lieve.

 

4 - Rimasi spaventatissima e lo sono tuttora mentre scrivo, benché siano passati già quasi sei anni,[163] tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso dove sono. Mi accade intanto che quando sono in qualche contraddizione o infermità, basta che mi ricordi di quella visione perché mi sembrino da nulla, persuadendomi che ce ne lamentiamo senza motivo.

Questa fu una delle più grandi grazie che Dio mi abbia fatto, perché mi ha giovato moltissimo non meno per non temere le contraddizioni e le pene della vita che per incoraggiarmi a sopportarle, ringraziando il Signore di avermi liberata da mali così terribili ed eterni, come mi pare di dover credere.

 

5 - D'allora in poi, come dico, non vi fu travaglio che non mi sia apparso leggero in paragone di un solo istante di quanto là avevo sofferto, e mi meraviglio che avendo letto tanti libri sulle pene dell'inferno, non ne facessi caso. né le temessi. Cosa pensavo? Come potevo compiacermi di ciò che mi avrebbe condotta in quel luogo? Siate per sempre benedetto, o mio Dio! Sì, voi mi amavate assai più di quanto mi amassi io! E quante volte invece io sono tornata a rimettermi contro la vostra volontà!

 

6 - Da questa visione mi venne una grandissima pena per la perdita di tante anime, specialmente di luterani che per il battesimo erano già membri della Chiesa, e desiderai grandemente di lavorare per la loro salute, sino a sentirmi pronta a sopportare mille morti pur di liberarne una sola da quei terribili supplizi.

Faccio spesso questa considerazione: se vediamo una persona amica in mezzo a grandi prove e dolori, sembra che la stessa natura ci spinga a compassionarla, sino a sentire pur noi le sue sofferenze, proporzionalmente alla loro intensità. Ora, come si può reggere a vedere un'anima condannata per l'eternità al maggiore dei supplizi? Nessun cuore può sopportarlo senza sentirsene straziato. Se siamo presi da compassione per i dolori di questo mondo, che dopo tutto hanno fine, se non altro con la morte, perché mostrarci indifferenti innanzi a tormenti che saranno eterni, e innanzi al gran numero di anime che ogni giorno il demonio trascina con sé?

 

7 - Altro mio ardentissimo desiderio è che in cosa di così grande importanza non ci si debba mai dire soddisfatto se non a condizione di far tutto il possibile senza nulla tralasciare. E piaccia a Dio di darci grazia a riuscirvi.

Ecco ciò che penso. Allora io, nonostante le mie molte miserie, facevo qualcosa per servire Dio, non commettevo quelle mancanze che il mondo reputa da nulla e beve giù facilmente, sopportavo gravi infermità con quella grande rassegnazione che il Signore mi dava, non mormoravo, non parlavo del prossimo, non mi sembrava di voler male ad alcuno, non ero ambiziosa, né ricordo di aver mai avuto tale invidia che fosse di grave offesa al Signore, e qualche altra buona disposizione, perché nonostante fossi tanto cattiva, ho sempre cercato di mantenermi nel timore di Dio. Eppure ho veduto il luogo che i demoni mi avevano preparato!... Sì, i miei peccati meritavano castighi assai più grandi. Ma quelli, ripeto, erano molto terribili. E allora non è forse pericoloso fidarsi del proprio stato di coscienza e riposare tranquilli, specialmente se a ogni passo si cade in peccato mortale? Per amor di Dio, allontaniamoci da ogni occasione pericolosa, e il Signore non mancherà d'aiutarci, come ha fatto con me.

Piaccia intanto a Sua Maestà di non ritirare da me la sua mano, affinché non ritorni a cadere, avendo già visto il luogo dove andrei a finire... Non lo permetta il Signore per quegli che è! Amen.

 

8 - Dopo questa visione e dopo che il Signore mi ebbe rivelato per la sua bontà altri grandi segreti sulla gloria che riserva agli eletti e i tormenti che prepara ai dannati, desideravo ardentemente di fare un po' di penitenza per meritarmi quel bene ed evitare quel male, disposta pure a fuggire ogni umano consorzio e a separarmi completamente dal mondo. Benché questo desiderio mi fosse assillante, tuttavia mi apportava pace e contento e ben si vedeva che veniva da Dio. Così Egli conferiva all'anima calore onde digerisse alimenti più sostanziosi che non i soliti di cui si nutriva.

 

9 - Pensando a quello che avrei potuto fare per Dio, vidi che anzitutto dovevo corrispondere ai doveri della mia vocazione religiosa, osservando la mia Regola con ogni possibile perfezione.

Il monastero nel quale vivevo,[164] contava molte serve di Dio, e il Signore vi era fedelmente servito, ma per la povertà in cui era, le monache dovevano uscire di frequente per passare qualche tempo altrove, sempre in case dove potevano stare con ogni religione e raccoglimento. La Regola non era osservata nel suo primitivo rigore, ma secondo la Bolla di mitigazione, come del resto in tutto l'Ordine.[165] Vi erano anche altri inconvenienti, per cui la vita mi pareva troppo agiata, la casa grande e piena di comodità. Soprattutto non mi garbavano le uscite, nonostante che anch'io ne usufruissi molto, perché certe persone a cui i Prelati non potevano dir di no desideravano di avermi con loro, e io per comando dei Superiori dovevo contentarli, così che ben poco potevo stare in convento.

In ciò doveva aver parte il demonio, per impedire il gran bene che andavo facendo ad alcune monache col riferire ad esse quello che i miei direttori m'insegnavano.

 

10 - Ora avvenne che un giorno, trovandomi in compagnia di più persone, una di esse uscisse a dire che qualora avessimo voluto vivere alla maniera delle Scalze, si sarebbe potuto fondare un monastero.[166] La cosa rispondeva perfettamente ai miei desideri, e cominciai a parlarne con quella vedova mia amica già ricordata.[167] Animata dalle nostre medesime aspirazioni, ella si dette subito d'attorno per procurare rendite al futuro monastero.

Ora vedo quanto queste misure fossero imprudenti, ma il grande desiderio che ne avevamo ce le faceva veder buone. Io poi non mi sapevo risolvere, perché ero contenta dove stavo, il monastero mi piaceva e vi avevo una cella di mio gusto. Ciò nonostante decidemmo di raccomandare la cosa al Signore.

 

11 - Or ecco che un giorno, dopo la comunione, il Signore mi ordinò decisamente di far di tutto per attuare quel disegno, assicurandomi che il monastero si sarebbe fondato e che Egli vi avrebbe trovato le sue delizie. Dovevo dedicarlo a S. Giuseppe, il quale avrebbe vegliato una porta, nostra Signora l'altra, mentre Egli sarebbe stato con noi: così il monastero avrebbe brillato come stella di vivissimo splendore. Mi disse inoltre che, sebbene le Religioni siano rilassate, non si deve però credere che Egli vi sia poco servito. Che sarebbe del mondo se non vi fossero i religiosi? E mi comandò di manifestare i suoi ordini al mio confessore, dicendogli che Egli lo pregava di non opporsi e di non frammettere ostacoli.

 

12 - Questa visione era accompagnata da così grandi effetti, e le parole mi avevano talmente impressionata che non potevo nemmeno dubitare che fossero di Dio.

Ne ebbi una pena grandissima perché intravidi subito qualche cosa di ciò che l'impresa mi sarebbe costata, senza poi dire che mi trovavo assai bene nel mio monastero. Sebbene di questo affare mi fossi occupata altre volte, tuttavia non era mai stato con vera risoluzione, meno poi con certezza di riuscita. Ora invece mi vedevo costretta, e non sapevo cosa fare per le grandi difficoltà e fatiche che vi intravedevo. Ma il Signore venne a parlarmi con tanta frequenza, ponendomi innanzi tante e così evidenti ragioni che, infine, persuasa che la cosa era di sua precisa volontà, mi determinai a parlarne al mio confessore,[168] mettendogli in scritto quello che mi era avvenuto.

 

13 - Non ebbe egli il coraggio di dirmi formalmente di abbandonare l'idea, ma vedeva bene che secondo i lumi della ragione non vi era speranza di riuscita, perché la dama mia amica che doveva erigere il monastero, non disponeva che di mezzi assai miseri, pressoché nulli. Perciò mi disse di parlarne al mio Superiore e di stare alle sue decisioni.

Siccome io non ero solita trattare con lui delle mie visioni, gliene parlò quella dama esponendogli l'intenzione che aveva; e il Provinciale,[169] che è amico di ogni perfezione, accolse volentieri il progetto, promise l'appoggio necessario e assicurò che avrebbe preso il monastero sotto la sua giurisdizione. Parlarono anche delle rendite che occorrevano, in base al numero delle religiose che per più motivi noi non volevamo che fossero più di tredici.

Però prima di dar principio alle trattative, avevamo scritto al santo fr. Pietro d'Alcantara il quale ci aveva detto il suo parere sopra ogni punto, raccomandandoci molto di non abbandonare l'impresa.[170]

 

14 - Appena in città si cominciò a subodorare la cosa, scrosciò su di noi una persecuzione così violenta che sarebbe troppo lungo narrare.[171] Chiacchiere e risate da per tutto: il nostro disegno una pazzia, io che stessi nel mio convento e sulla mia compagna tante persecuzioni d'andarne desolata. Non sapevo più cosa fare perché mi pareva che in parte avessero ragione. Mentre ero così afflitta e mi raccomandavo al Signore, Sua Maestà cominciò a consolarmi e a farmi coraggio. Mi disse che da ciò dovevo vedere quanto avevano sofferto i fondatori di Ordini religiosi, che mi attendevano altre persecuzioni assai più gravi, superiori a ogni mia immaginazione, e che non dovevamo metterci in pena per quello che succedeva. Mi disse poi altre cose che dovevo comunicare alla mia compagna.

Quello che mi stupì fu che dopo queste sue parole rimanemmo talmente consolate e così piene di coraggio che avremmo affrontato tutto il mondo. Intanto non vi era alcuno in città, neppure fra le persone di orazione, che non fosse contro di noi e non riguardasse il progetto come il colmo della pazzia, senza poi dire della rivoluzione che avvenne nel mio monastero.

 

15 - Insomma, furono tante le contrarietà che il Provinciale, giudicando troppo arduo lottare da solo contro tutti, cambiò di parere e non volle più ammettere la fondazione. Disse che le rendite non erano sicure, che erano poche, che l'opposizione era troppo grande: tutte cose che mi parevano ragionevoli. E da ultimo abbandonò il progetto, dichiarando di non volerne più sapere.

Nel veder contrario anche il Provinciale, mentre credevamo di aver già vinto le prime difficoltà, ci sentimmo molto scoraggiate, specialmente io perché la sua approvazione mi sarebbe valsa a discolparmi innanzi a tutti. La mia compagna poi non trovava più confessori che l'assolvessero, perché dicevano che era obbligata a far cessare lo scandalo.

 

16 - Ella allora andò da un religioso dell'Ordine di S. Domenico, uomo di molta dottrina e gran servo di Dio,[172] gli espose il nostro progetto e gli dette conto di tutto. Questo, prima ancora che il Provinciale ci abbandonasse, perché in città non vi era alcuno che ci volesse consigliare, e intanto dicevano che facevamo di nostra testa.

Quella signora gli rese conto di tutto, dicendogli insieme fino a che punto poteva contribuire con il suo patrimonio, desiderosa che quel santo uomo ci aiutasse, perché era il più grande teologo che allora fosse in città, inferiore a ben pochi anche nel suo Ordine. Gli esposi anch'io quello che pensavamo di fare, e gli addussi alcuna delle varie ragioni che a ciò c'inducevano, senza parlargli delle rivelazioni, perché volevo che mi consigliasse soltanto secondo le ragioni naturali che mi determinavano ad agire. Egli chiese otto giorni di tempo per riflettere e ci domandò se eravamo disposte a quanto ci avrebbe consigliato. Gli risposi di sì, benché fossi sicura che, nonostante tutto, il monastero si sarebbe fondato. Tuttavia così allora sentivo, e mi pare che gli avrei obbedito, tanto più che per allora non vi. era altra via di uscita. Ma la mia compagna aveva più fede di me, e non acconsentiva mai ad abbandonare l'idea, qualunque cosa le dicessero.

 

17 - Per conto mio, nonostante paresse impossibile che la cosa non riuscisse, tuttavia ritengo vera una rivelazione solo allora che non è contraria alla sacra Scrittura e alle leggi della Chiesa che siamo obbligati a osservare, e benché fossi certa che la mia veniva da Dio, mi pare che se quel dotto religioso mi avesse detto che senza commettere peccato o andare contro coscienza quel progetto non si sarebbe potuto attuare, immediatamente ne avrei abbandonata l'idea, cercando di compiacere il Signore in altro modo. Ma per allora Egli non mi mostrava che quello.

Dopo, quel buon servo di Dio mi disse che aveva accettato quell'incarico col fermo proposito di dissuadercene, per aver visto la clamorosa opposizione che era sorta in città e come tutti - lui compreso - lo giudicassero una pazzia, tanto che un gentiluomo, appena saputo che noi avevamo chiesto il suo consiglio, gli aveva fatto sapere di guardarsi bene dall'aiutarci. Ma poi, quando cominciò a pensare a quello che ci doveva rispondere e a considerare attentamente la cosa, il fine, la vita e la regolarità che volevamo istituire, rimase pienamente convinto che il progetto era di grande servizio di Dio e che non bisognava abbandonarlo. Perciò ci rispose di darci d'attorno per attuarlo, ci suggerì i mezzi da prendere e la condotta da tenere. Se le rendite promesse erano scarse, bisognava fidarsi della divina provvidenza; e se alcuno aveva da dire qualche cosa, l'indirizzassimo a lui, che gli avrebbe risposto a dovere. D'allora in poi non mancò più di aiutarci, come appresso dirò.[173]

 

18 - Questa risposta ci consolò moltissimo, tanto più che persone sante, prima assolutamente contrarie, cominciavano alquanto a placarsi e alcuna veniva pure in aiuto, come quel santo gentiluomo[174] di cui ho parlato più sopra. Virtuoso com'era, gli sembrava che un progetto come il nostro, che metteva la preghiera a base di tutto, fosse ordinato a molta perfezione, e benché i mezzi gli paressero troppo deboli e senza speranza di riuscita, tuttavia, ispirato certamente da Dio, si arrese volentieri, pensando che la cosa poteva essere da Dio. Altrettanto quell'ecclesiastico Maestro e gran servo di Dio a cui, come ho detto, mi ero rivolta da principio, specchio a tutta la città nella quale Dio l'ha suscitato a salute e a utilità di un gran numero di anime: anch'egli venne a prestarmi il suo aiuto.[175]

Stando le cose a questo punto e non cessando mai di raccomandarci al Signore, comprammo una casa, situata in buon posto. Era un po' piccola, ma non me ne davo pensiero perché il Signore mi aveva detto di cominciare in qualunque modo, e dopo avrei veduto quello che Egli avrebbe fatto. E come l'ho veduto!... Nonostante la scarsezza delle rendite, ero convinta che Dio avrebbe provveduto a ogni cosa per altre vie.

 

 

CAPITOLO 33

 

Prosegue nella fondazione del monastero del glorioso S. Giuseppe - Come le abbiano ordinato di troncare ogni cosa, e fino a quando non se ne sia più interessata - Prove e consolazioni che ne ebbe

 

1 - Gli affari stavano a questo punto, già così prossimi alla conclusione da mancare un giorno alla stesura del contratto, quando il nostro Provinciale mutò di parere.

A quanto dopo si vide, dovette comportarsi in tal modo per una particolare disposizione divina, perché così il Signore, grazie alle molte preghiere che si facevano, andò perfezionando il progetto e a condurlo a termine in altra maniera.

Il mio confessore,[176] visto che il Provinciale si era dichiarato contrario, mi proibì di più oltre occuparmene. E io, nonostante le prove e le contraddizioni sofferte per arrivare a quel punto, e che Dio solo conosce, ne abbandonai l'idea, lasciando la cosa incompiuta, mentre nell'opinione pubblica andò confermandosi il pregiudizio che era stata una fantasia di donne, e crebbero le mormorazioni contro di me, malgrado avessi sempre agito con il consenso del mio Provinciale.

 

2 - Avendo pensato di fondare un monastero di più stretta clausura, caddi in disgrazia delle mie stesse consorelle[177] e venni guardata di malocchio. Dicevano che le avevo offese, che potevo servire Dio anche Pi dove non mancavano religiose assai migliori di me, che non amavo la mia casa e che invece di disperdere le rendite per altri fini, era meglio le raccogliessi per essa. Talune, poi, parlavano senz'altro di mettermi in prigione.[178] E molto poche quelle che prendessero qualche mia difesa. Vedevo che su molti punti avevano ragione. Talvolta io cercavo di giustificarmi, ma siccome non conveniva che dicessi il movente principale, che era il comando di Dio, così, il più delle volte, non sapendo cosa fare, me ne stavo in silenzio.

Frattanto il Signore mi accordava la preziosissima grazia di non inquietarmi, tanto che ne abbandonai l'idea con facilità e contento, come se non mi fosse nulla costata.

Però nessuno ci voleva credere, neppure le persone di orazione che trattavano con me, secondo le quali io dovevo essere molto afflitta e confusa. Nemmeno il mio confessore finiva di credermi. Eppure io, pensando di aver fatto quello che dipendeva da me, e non riguardandomi più obbligata a ciò che il Signore mi aveva detto, me ne stavo tranquilla nel mio monastero dove potevo vivere a mio agio. Tuttavia non riuscivo a convincermi che la fondazione non si sarebbe fatta, e ne ero sicurissima, benché non ne vedessi la via, né sapessi il come e il quando.

 

3 - Quello che più mi afflisse fu di udire i rimproveri del mio confessore, come se io avessi agito contro la sua volontà, così permettendo il Signore affinché non mi mancasse la prova neppure da quella parte da cui mi era più dolorosa.

In mezzo a tante contraddizioni mi sembrava che il confessore avesse dovuto confortarmi, e invece mi scrisse che da quanto era accaduto dovevo convincermi che il mio disegno era una follia, che imparassi a non occuparmene più, né più a parlarne, dato che io stessa avevo visto lo scandalo avvenuto, e tante altre cose che mi contrastarono assai.

L'idea dello scandalo mi afflisse più di tutto, per il dubbio di essere stata causa colpevole di qualche offesa di Dio. Pensavo che se le mie visioni erano false, falsa doveva pur essere la mia orazione, e io una traviata ed illusa. Questi timori mi strinsero il cuore in tal modo da andarmene tutta afflitta e sconvolta. Ma il Signore che non aveva cessato di assistermi, e che in tutte le prove narrate mi aveva dato tali consolazioni e incoraggiamenti che qui non serve ricordare, mi disse di non angustiarmi, perché in quell'affare non solo non l'avevo offeso ma anzi molto servito, e che per il momento me ne stessi in silenzio come m'imponeva il confessore, fino a che non fosse venuto il tempo di rimettermi all'opera.

Rimasi così contenta e consolata, che la persecuzione scatenatami contro mi sembrò da nulla.

 

4 - Con ciò il Signore mi fece intendere la grande utilità delle persecuzioni e dei patimenti sofferti per amor suo, perché mi vidi tanto crescere in amor di Dio e in molte altre virtù da rimanermene stupita, per cui ora non posso desistere dal desiderare travagli.

Gli altri credevano che fossi piena di confusione, e tale infatti sarei stata se Dio non mi avesse favorita di tanta grazia. Ma proprio allora mi vennero quei forti impeti di amor di Dio di cui ho parlato, seguiti dai più alti rapimenti. Però tacevo, e di quel guadagno non dicevo nulla ad alcuno.

Quel santo domenicano[179] era intimamente persuaso con me che la fondazione si sarebbe fatta. E siccome io non volevo occuparmene per non mancare di obbedienza al confessore, se n'interessava lui con la mia compagna: scrivevano a Roma e disponevano ogni cosa.

 

5 - Intanto il demonio giunse a far sapere agli uni e agli altri che su quell'affare io avevo avuto delle rivelazioni. Alcuni vennero spaventati ad avvisarmi che in fatto di visioni correvano tempi tristi e che qualcuno poteva trovarvi degli appigli per denunziarmi all'Inquisizione.

L'avviso mi parve curioso e non potei fare a meno di sorridere. Su questo punto non ho mai avuto paura. Sapevo bene come la pensavo in fatto di fede. Dispostissima ad affrontare mille morti piuttosto di dar a credere che trasgredissi una minima cerimonia della Chiesa o andassi contro a una verità della sacra Scrittura, risposi che per questo potevano mettersi in pace, perché troppo pernicioso sarebbe stato per me se avessi avuto di che temere l’Inquisizione: in tal caso mi sarei accusata da me stessa. Se poi mi avessero accusata ingiustamente, Dio avrebbe manifestato la mia innocenza, e io ne avrei avuto un maggior guadagno.

Trattai di questo con quel mio Padre domenicano che, come ho detto, era molto dotto e sul cui parere potevo riposare tranquilla. Gli esposi con la maggior possibile chiarezza le mie visioni, il mio modo di orazione e le grandi grazie che il Signore mi faceva, e lo supplicai di esaminare ogni cosa e di dirmi se vi fosse qualche punto contrario alla sacra Scrittura: insomma, lo pregai di dirmi il suo parere, ed egli mi dette le più ampie assicurazioni.

Mi pare che tutto questo abbia giovato anche a lui perché d'allora in poi, nonostante fosse molto virtuoso, si dette all'orazione con maggiore impegno, sino a ritirarsi in un convento solitario del suo Ordine per praticarla più liberamente. Là rimase per più di due anni,[180] fino a che non ne fu chiamato dall'obbedienza per il bisogno che si aveva di lui e del suo valore, ma con suo grande rammarico.

 

6 - Sotto un certo aspetto fui molto sensibile alla sua partenza, ma non feci nulla per trattenerlo, nonostante che con lui mi venisse a mancare un grande aiuto. Capivo che ciò era per suo bene, avendomi detto il Signore, mentre mi affliggevo per la sua partenza, che dovevo invece consolarmi perché andava in buon posto. Difatti, tornò talmente migliorato e così ben progredito nelle vie dello spirito che per nulla al mondo, mi disse, avrebbe voluto non aver fatto quel ritiro. Altrettanto potevo dire pur io, perché se prima mi assicurava e consolava con le risorse della scienza, poi lo faceva anche con l'aiuto della grande esperienza che in fatto di cose soprannaturali aveva acquistato.

Dio ce lo ricondusse proprio allora che più ci doveva essere di aiuto nell'attuazione della sua opera, voglio dire del monastero che Sua Maestà voleva si facesse.

 

7 - Per cinque o sei mesi mi tenni in assoluto silenzio, senza darmi pensiero o far motto di tal cosa, anche perché Dio non mi dava ordini di proseguire, senza che io ne capissi il perché. Tuttavia non potevo togliermi di mente che la fondazione si sarebbe fatta.

Al termine di questo periodo, essendo partito il Rettore della Compagnia di Gesù[181] il Signore ne fece venire un altro molto spirituale, dotato di grande coraggio, d'ingegno e buona dottrina, proprio allora che io più ne abbisognavo. Fin allora il mio confessore era soggetto al Superiore, e siccome i Padri della Compagnia si fanno un dovere rigoroso di non mai dipartirsi dalla volontà dei Prelati, ne veniva che, quantunque egli intendesse il mio spirito e desiderasse il mio maggior profitto, pure, per un cumulo di certe sue ragioni, in alcune cose non osava decidersi. E io che andavo soggetta a grandi trasporti di spirito, nel vedermi inceppata a quel modo, soffrivo moltissimo. - Tuttavia non l'ho mai disobbedito in alcuna cosa.

 

8 - Un giorno, mentre ero molto afflitta per sembrarmi che il confessore non mi credesse, il Signore mi disse di farmi coraggio, perché le mie pene sarebbero tosto finite. Credendo di dover presto morire, non è a dire la gioia che provai, e che sempre mi si rinnovava quando vi pensavo. Ma poi vidi che era per la venuta di questo P. Rettore, grazie al quale le mie pene sparirono del tutto, perché non solo non coartava la libertà del P. Ministro mio confessore, ma lo consigliava a consolarmi, gli diceva che non vi era da temere e che mi guidasse per una via più larga, lasciando libera azione allo spirito di Dio: infatti,, quei trasporti di spirito erano alle volte così impetuosi che mi sembrava di non poter nemmeno respirare.

 

9 - Venuto a trovarmi lo stesso P. Rettore, il confessore m'impose di parlargli con tutta libertà e chiarezza.

Di solito, a manifestare le cose dell'anima mia mi ripugnava moltissimo, ma quella volta, appena entrata in confessionale, mi sentii nell'anima un certo movimento che non ricordo di aver mai sentito con altri, né prima né dopo. Non saprei dire di che si trattasse, neppure per via di paragoni: era un gaudio spirituale, un'intima persuasione che sarei stata compresa e che la mia anima si sarebbe accordata con la sua. Non so come questo sia avvenuto. Non mi sarei meravigliata di prevedere che egli mi avrebbe intesa e di goderne in tal maniera se gli avessi parlato altre volte o avessi avuto di lui informazioni assai buone, ma fin allora io non l'avevo mai sentito nominare. Ho poi veduto che il mio spirito non si era ingannato, perché intrattenendomi con lui, la mia anima si migliorò in ogni cosa, essendo egli guida adattissima per le persone che Dio sembra aver già avanzato di molto. Le fa andare, non a passo, ma di corsa, avendo per metodo di staccarle da tutto e mortificarle. Per questo, non meno che per molte altre cose, sembra che Dio gli abbia dato un'attitudine speciale.

 

10 - Compresi subito il suo metodo appena cominciai a trattarlo, vidi che era un'anima pura e santa, favorita da Dio del dono particolare del discernimento degli spiriti, e ne godetti immensamente.

Poco dopo da che lo trattavo, il Signore cominciò a pressarmi di nuovo per riprendere l'affare del monastero, suggerendomi molte ragioni e considerazioni da manifestare al Rettore e al mio confessore affinché non mi ostacolassero. Qualcuna metteva loro paura, e così per un seguito di molti altri avvenimenti, finirono col non aver coraggio di opporsi. - Il P. Rettore non aveva mai dubitato che era spirito di Dio perché ne esaminava gli effetti con molto studio ed attenzione.[182]

 

11 - Il mio confessore mi autorizzò di nuovo a darmi d'attorno con tutte le mie forze. Ma prevedendo le contraddizioni che sarebbero sorte, sia per essere io sola che per la scarsezza delle mie risorse, decidemmo di far tutto in segreto, e procurai che una mia sorella, dimorante in altro luogo,[183] comprasse la casa e la facesse adattare come in suo uso, con denari che il Signore ci aveva procurato per vie diverse, che qui è troppo lungo raccontare.

Da parte mia facevo il possibile per non dipartirmi dall'obbedienza, ma sapevo che parlandone ai miei Superiori sarebbe stato un rovinare ogni cosa come l'altra volta e forse peggio. Quanti fastidi intanto per trovare denaro, comperare la casa, stipularne il prezzo e adattarla! Spesso ero anche sola perché, quantunque la mia compagna vi si adoperasse del suo meglio, tuttavia poteva assai poco, tanto poco che era quasi niente, eccetto che prestare il suo nome e il suo favore: tutto il resto ricadeva su di me, tanto che ora mi stupisco d'essere arrivata alla fine. Alle volte, quando ero afflitta, dicevo: «Perché, Signore, mi comandate cose che sembrano impossibili? So che sono donna, ma almeno fossi libera!... Vincolata invece da tanti ostacoli, senza danari e senza sapere ove trovarli né per il Breve né per le varie altre occorrenze, che posso fare, Signore?».

 

12 - Una volta, trovandomi in necessità e non sapendo a chi ricorrere per pagare gli operai, mi apparve S. Giuseppe, mio vero padre e protettore, e mi fece comprendere che il denaro non mi sarebbe mancato, per cui non dovevo temere di andare innanzi. Così feci, senza neppure un soldo, e il Signore mi provvide in tal maniera che quanti lo seppero si meravigliarono grandemente.[184]

La casa mi pareva troppo piccola,[185] tanto che disperando di poterne ricavare un monastero, ero già decisa di comprarne un'altra adiacente alla nostra, piccola anch'essa, per farvi la chiesa. Ma non avevo denari, né v'era modo di combinare il contratto, per cui non sapevo cosa fare. Or ecco che una mattina, appena comunicata, il Signore mi fece sentire queste parole: Te l'ho già detto di entrare come puoi! Quindi aggiunse a modo di esclamazione: Oh! cupidigia del genere umano!... Hai forse paura che ti manchi la terra? Quante volte ho io dormito a ciel sereno per non avere ove riposarmi!...

Rimasi molto spaventata e vidi che aveva ragione. Andai subito alla casetta, feci la distribuzione dei locali e mi accorsi che ne usciva un monastero completo, sebbene assai piccolo. Deposto ogni pensiero di compera, procurai che si adattasse la casa senza ricercatezza ed eleganza, ma in modo da potervi abitare senza danno alla salute: cosa a cui bisogna sempre badare.

 

13 - Il giorno di S. Chiara, mentre stavo per comunicarmi, mi apparve questa Santa tutta raggiante di bellezza e m'incoraggiò ad andare innanzi, aggiungendo che anch'ella sarebbe venuta in mio aiuto. Presi ad esserle devota, e vidi la verità delle sue promesse, perché un monastero del suo Ordine, che sta vicino al nostro,[186] ci continua ad aiutare. Soprattutto mi ispirò, a poco a poco, desideri così perfetti di povertà che, quanto a questa virtù, siamo anche noi come le sue figlie e viviamo di elemosina, benché non senza grandi fatiche si sia potuto ottenere dal S. Padre l'autorizzazione di mantenerci ferme a questa regola e di non avere rendite.[187] Ora, grazie alle preghiere di questa Santa gloriosa, il Signore fa assai di più, perché ci provvede sovrabbondantemente di ogni nostro necessario, senza che noi lo preghiamo. - Sia egli benedetto in ogni cosa! Amen.

 

14 - In quello stesso tempo, e precisamente il giorno dell'Assunta, mi trovavo in un convento del glorioso San Domenico e meditavo sui molti peccati di cui un giorno mi ero là confessata e sulle altre miserie della mia vita, quando fui presa da un rapimento così grande che quasi mi fece uscire di me.[188] Dovetti sedermi, e mi pare di non aver potuto seguire la Messa, né vedere l'Elevazione, tanto che poi rimasi con scrupolo.

Stando così, mi vidi coprire di una veste molto bianca e splendente. Da principio non vedevo chi me ne copriva, ma poi scorsi alla mia destra la Madonna e alla sinistra il mio Padre S. Giuseppe, i quali, mentre così mi vestivano, mi facevano comprendere che ero purificata dalle mie colpe. Vestita che fui e ripiena di grandissima gioia e diletto, mi parve che nostra Signora mi prendesse per le mani, dicendomi che la mia devozione al glorioso S. Giuseppe le faceva molto piacere, che la fondazione si sarebbe fatta, che nostro Signore, Ella e S. Giuseppe vi sarebbero fedelmente serviti, che il fervore non vi sarebbe venuto mai meno, per cui non dovevo temere se la giurisdizione sotto cui mi mettevo non era di mio gusto, perché Essi ci avrebbero protette,[189] tanto più che suo Figlio ci aveva già promesso di star sempre con noi: e come pegno che tutto ciò si sarebbe avverato mi dava un gioiello. E mi parve che mi mettesse al collo una bellissima collana d'oro, da cui pendeva una croce di gran prezzo.

Quest'oro e queste pietre sono così differenti dai tesori della terra che non è possibile fare confronti. Noti si possono nemmeno immaginare, a quel modo che l'intelletto non può comprendere la materia di cui era fatta la veste, né il candore di cui Dio la faceva risplendere, innanzi al quale quello di quaggiù sembra un composto di fuliggine, per modo di dire.

 

15 - Delle fattezze di nostra Signora non potei discernere nulla. La vidi solo nel suo complesso, ed era di una bellezza incantevole, vestita di bianco con grandissimo splendore, non abbagliante, ma soave.

Non così distintamente vidi il glorioso San Giuseppe, ma solo che era presente, nel modo delle visioni descritte più sopra, nelle quali non si vede figura.

Nostra Signora mi sembrava molto giovane. Mi stettero accanto un po' di tempo, mentre io mi sentivo inondata di tanta gioia e dolcezza quanta mi pareva di non averne mai provata, per cui non avrei voluto staccarmene. Poi mi parve di vederli salire al cielo fra un gran numero di angeli, mentre io me ne stavo sola, ma con tanta gioia e tenerezza, così raccolta ed elevata in orazione da non potere, per un po' di tempo, né muovermi né parlare, come fuori di me. Rimasi con grandi desideri di sacrificarmi per Dio, con effetti così meravigliosi che non potei mai dubitare, per quanto lo procurassi, che la cosa non fosse stata da Dio. Mi sentii molto consolata e ripiena di pace.

 

16 - Quanto alla giurisdizione accennata dalla Regina degli Angeli, mi dispiaceva molto non affidare all'Ordine il nuovo monastero, ma il Signore mi aveva detto che bisognava far così, adducendomi pure i motivi, secondo i quali non conveniva diversamente. Intanto ricorressi a Roma per una certa via che Egli m'indicò, per la quale avrebbe fatto venire la risposta. E così, mentre prima non si riusciva a far nulla, provata la via indicatami dal Signore, andò tutto a meraviglia.

Dagli avvenimenti che seguirono si vide chiaramente quanto fosse stato da saggi metterci sotto l'obbedienza del Vescovo. Allora io non lo conoscevo, né potevo sapere il buon superiore che avremmo avuto in lui.[190] Il Signore volle che fosse così buono perché difendesse questa nostra casa fra le tempeste che le sorsero contro, come appresso dirò, e la portasse allo stato in cui ora si trova. Benedetto Colui che così dispose le cose! Amen.

 

 

CAPITOLO 34

 

Ragioni per cui conveniva che si allontanasse di città - Il superiore le ordina di recarsi a consolare una dama illustre motto afflitta - Ciò che là le successe - Bontà di Dio che si serve di Lei per portare a grande perfezione una persona di alto lignaggio, nella quale poi troverà aiuto ed appoggio - Capitolo degno di nota

 

1 - Malgrado ogni mia precauzione per non lasciar nulla trapelare, non si poté agire così in segreto che qualcuno non se n'accorgesse: chi credeva e chi no. Io temevo che alla venuta dei Provinciale glielo dicessero, e che egli mi proibisse di occuparmene. Sarebbe stata la rovina, ma il Signore vi provvide in questo modo.

In una grande città, lontana più di venti leghe,[191] c'era una dama molto addolorata per la morte di suo marito, tanto da far temere della sua salute. Il Signore volle che parlassero e le dicessero bene di questa povera peccatrice per i grandi vantaggi che ne dovevano venire.

Era una donna di alta condizione, e conosceva molto il Provinciale. Avendo saputo che dal mio monastero si poteva uscire, Dio le mise in cuore un grande desiderio di vedermi, nella speranza di trovare presso di me quella consolazione che da sola non poteva darsi. Perciò fece di tutto per avermi in casa sua, scrivendo al Provincia che era molto lontano. Egli m'inviò un comando formale perché partissi immediatamente sotto precetto di obbedienza con una religiosa per compagna. L'ordine mi arrivò la notte di Natale.

 

2 - Vedendo che si pensava bene di me, mentre io mi sentivo tanto miserabile, ebbi non poca angoscia e inquietudine. Non potevo sopportarlo, e mi raccomandai molto al Signore: stetti in grande rapimento per tutto il tempo di mattutino o per gran parte di esso. Il Signore mi disse di partire, senza preoccuparmi degli avvisi contrari che alcuni mi avrebbero dato, perché ben pochi mi avrebbero consigliata senza temerità!... Avrei dovuto molto soffrire, ma Egli ne sarebbe stato glorificato. Per gli interessi del monastero conveniva che stessi lontana fino all'arrivo del Breve, perché con la venuta del Provinciale il demonio aveva ordito una grande trama. Intanto non temessi, perché anche là mi avrebbe assistita.

Queste parole mi consolarono e incoraggiarono assai. Raccontai tutto al P. Rettore,[192] e anch'egli mi disse di partire, mentre altri mi dicevano che non stava bene, che era un tranello del demonio per meglio danneggiarmi, e che dovevo avvertirne il Provinciale.

 

3 - Obbedii al P. Rettore, e forte di quanto avevo udito nell'orazione, partii senza timore,[193] benché con grande confusione per ragione del motivo e per vedere quanto si ingannassero: cosa che mi spingeva di più a raccomandarmi a Dio, affinché non mi abbandonasse.

Mi consolava il pensiero che vi avrei trovato una casi della Compagnia di Gesù, e che sarei stata alquanto sicura col mettermi, anche là, sotto la direzione di quei Padri, come facevo qui.

Grazie a Dio, quella dama ebbe tanto conforto dalla mia compagnia che cominciò subito a sentirsi meglio e a migliorare di giorno in giorno con meraviglia di tutti, perché, come ho detto, l’eccesso del dolore l'aveva molto abbattuta: così disponendo il Signore per le molte preghiere che buone persone di mia conoscenza facevano per me e per il buon esito del mio viaggio.

Quella dama era molto timorata, così virtuosa che il suo spirito di fede suppliva a ogni mia deficienza. Cominciò a volermi bene, e altrettanto io a lei per vederla tanto buona.

Ma quasi tutto mi era di tormento. La stima che avevano di me e le attenzioni di cui mi vedevo circondata mi riempivano di confusione e mi facevano paura, tanto che la mia anima era in continua vigilanza per non mai perdersi di vista. Intanto il Signore non lasciava di sorreggermi: anzi, durante quel tempo mi fece grazie assai grandi con le quali ebbi tanta libertà di spirito e tanto disprezzo per le cose che mi circondavano, che quanto più esse erano preziose, tanto più mi apparivano vane. Onde mi avveniva che avendo da trattare con dame di così alto lignaggio, servire le quali mi sarebbe stato di grande onore, lo facevo con tanta libertà come se fossi della loro condizione.

 

4 - Imparai allora una cosa molto utile, e che neppur temevo di manifestare: cioè che, dopo tutto, quella dama era anch'essa donna come me, soggetta alle medesime passioni e debolezze. Appresi inoltre quanto poco si debba stimare la grandezza umana, perché più essa è elevata, più ne sono i travagli e le preoccupazioni. Soltanto la cura di sostenere la propria dignità basta per non lasciar vivere in pace. Bisogna mangiare fuori di tempo e di regola, perché tutto deve svolgersi non secondo i propri gusti, ma in conformità del proprio stato, sino a dovere spesso mangiare, non quello che piace, ma quello che si addice alla propria condizione. E ciò mi valse ad avere in orrore i desideri di essere una grande dama. Dio mi guardi dal mancare di rispetto a quelle che lo sono! Quella signora è una delle più grandi del regno, eppure credo che ben poche siano più umili e più semplici di lei. Io ne avevo e ne ho tuttora molta compassione nel vedere quante volte debba sacrificare i suoi gusti alle esigenze del suo stato. Di domestici ne aveva di buoni, ma di essi non bisogna troppo fidarsi, né si deve parlare più con uno che con un altro, per impedire che il favorito sia malvisto dagli altri. - Insomma, è una vera servitù, una delle molte menzogne inventate dal mondo, il quale onora con il nome di signori persone che invece mi sembrano schiave di molte cose.

 

5 - Nel tempo che trascorsi in quella casa piacque a Dio di far progredire nel suo servizio le persone che vi abitavano, benché non mi mancassero travagli e non sfuggissi all'invidia di alcuni, i quali, vedendo l'affetto che quella dama mi professava, pensavano che io perseguissi qualche mio interesse. Ciò permise il Signore affinché per questi ed altri dispiaceri non mi attaccassi agli agi di cui mi vedevo circondata, volendo infine che ne uscissi con profitto.

 

6 - Stando io là, vi arrivò un religioso di alto lignaggio[194] che avevo conosciuto molti anni prima. Mentre un giorno ascoltavo Messa in una chiesa del suo Ordine, poco lungi da dove abitavo,[195] mi venne voglia di conoscere lo stato della sua anima, perché bramavo molto che fosse un gran servo di Dio. Mi alzai per andargli a parlare. Ma siccome ero raccolta in orazione, pensai che fosse un perditempo e mi rimisi a sedere. Del resto, che me ne doveva importare? E così, credo, per tre volte. Infine vinse il buon angelo sul cattivo: andai a chiamarlo, ed egli venne a parlarmi in confessionale.

Essendo parecchio che non ci vedevamo, cominciammo a interrogarci a vicenda sulla nostra vita; e avendogli io detto che la mia era stata piena di travagli interiori, egli insistette perché gli dicessi quali fossero. Gli risposi che erano cose da tenere segrete, e non potevo dirgliele. Mi replicò che, in caso, gliele avrebbe dette il Padre domenicano che le sapeva e che era suo intimo amico,[196] per cui potevo dirgliele benissimo.

Fatto sta che non fu in suo potere di lasciare d'importunarmi, né in mio di non cedere ai suoi desideri, e benché di solito mi ripugni molto a trattare di queste cose, tuttavia con lui, come con il P. Rettore che ho detto, non ebbi alcuna ripugnanza, ma anzi grandissima consolazione. Perciò gli dissi ogni cosa sotto segreto di confessione.

 

7 - L'avevo sempre tenuto per un uomo di grande intelligenza, ma allora mi parve molto più avveduto, e rimasi non poco meravigliata nel vedere i grandi doni e talenti che aveva, con i quali, se si fosse dato a Dio interamente, si sarebbe molto avvantaggiato.

Io ho questo di particolare da alcuni anni a questa parte, che se incontro uno di mio genio, voglio subito che sia tutto di Dio, e con tali desideri da non sapermi alle volte contenere. Se bramo che Dio sia da tutti servito, più intensamente lo desidero dalle persone che dico, per le quali importuno molto Sua Maestà. E altrettanto mi avvenne con il religioso di cui parlo.

 

8 - Mi pregò di raccomandarlo molto al Signore, ma non v'era bisogno di dirmelo, perché ero ormai in tale stato che non avrei potuto far altro.

Tornando ove usavo star sola in orazione, entrai in profondo raccoglimento, e mi misi a parlare con Dio, rivolgendogli parole come di persona che non sa cosa dice.

Sì, spesso mi avviene di parlare a Dio così. L'anima è così fuori di sé, da non pensare neppure alla distanza che la separa da Lui. Allora è l'amore che parla, perché l'anima, sentendosi da Lui amata, dimentica ogni cosa, sembra immergersi in Lui come sua proprietà, senza alcuna divisione, e non fa che dire spropositi.

Quella volta mi ricordo di aver pregato il Signore con molte lacrime, supplicandolo a incatenare quell'anima al suo servizio, perché quantunque molto virtuosa, ancora non mi bastava e la volevo perfetta. Dissi così: Signore, non mi dovete negare questa grazia! Pensate che è un buon soggetto da essere nostro amico!...

 

9 - Oh, bontà e accondiscendenza di Dio! Com'è vero che non guardate alle parole, ma al desiderio e all'amore con cui si dicono! Come avete potuto sopportare che una pari mia osasse parlarvi con tal ardire? Oh, siate per sempre benedetto!

 

10 - Ricordo che la sera stessa, durante le ore di orazione, fui presa da vivissima angoscia per il dubbio di essere in disgrazia di Dio, Non già che volessi conoscerlo, ma il fatto di non sapere se siamo o no nell'amicizia di Dio mi faceva bramare la morte, per non vivere una vita nella quale non si è mai sicuri di non essere morti. Per me non vi è morte più dura del pensiero di avere offeso il Signore. E mi affannavo in tal modo che, tutta accesa di amore e inondata di lacrime, supplicavo Dio a preservarmene. Allora intesi che potevo consolarmi e star sicura di essere in grazia, perché un amore di Dio così grande, sentimenti e favori così straordinari quali Dio mi accordava, non erano compatibili con un'anima in peccato mortale.

Queste parole mi lasciarono piena di fiducia, sicura che Dio mi avrebbe esaudita anche in ciò che gli chiedevo per quel religioso. Anzi, mi disse di riferirgli alcune sue parole, cosa che mi pesava moltissimo per non sapere come dirgliele.

Questo di recare messaggi a terze persone mi costa molto, specialmente se li devo dare a chi non so come li prenderà o se riderà di me. Ero molto imbarazzata. Tuttavia me ne persuasi, e promisi al Signore di obbedire. Ma, per la gran vergogna, le misi in carta e gliele feci avere.

 

11 - L'effetto ottenuto mostrò ad evidenza che venivano da Dio, perché quel Padre decise di darsi tutto all'orazione. benché non subito. il Signore, che lo voleva tutto per sé, gli faceva conoscere per mio mezzo certe verità che, a mia insaputa, gli giungevano così a proposito da lasciarlo pieno di meraviglia, mentre Dio doveva disporlo interiormente ad accettare quegli avvisi come provenienti da Lui.

Da parte mia, benché tanto miserabile, non cessavo di supplicare Dio a farlo tutto suo, e a indurlo ad aborrire gli agi e le comodità della vita. E sia Egli per sempre benedetto, perché mi ha esaudita in tal modo che ora, ogni qualvolta quel Padre mi parla, ne vado tutta rapita. Se non l'avessi visto io stessa, non potrei credere che in così breve tempo Dio gli abbia fatto tante grazie: tale è il suo raccoglimento che sembra morto a tutte le cose della terra. Sua Maestà lo sorregga con la sua mano! Se continua così, come spero nel Signore, essendo ben fondato nella conoscenza di se stesso, diverrà uno dei suoi servi più fedeli, e sarà di vantaggio a molte anime, grazie alla grande esperienza che in poco tempo ha acquistato nelle cose di spirito.

Questi sono doni di Dio, ed Egli li comparte quando e come vuole, senza badare a tempi o a servizi che gli si rendano. Non dico già che questi non abbiano valore, ma solo che, in fatto di contemplazione, Dio spesso non dà a uno in vent'anni quello che dà ad altri in uno solo. Il motivo lo sa Lui. È un errore credere che con gli anni si riesca a comprendere ciò che in nessun modo si può se non per via d'esperienza. E non sono pochi quelli che vi cadono, pretendendo di conoscere gli spiriti senza essere spirituali. Non dico già che un dotto non spirituale non possa guidare chi lo è, perché per quelle cose esteriori e per quelle fra le interiori che sono di ordine naturale può sempre ricorrere al lume dell'intelletto, e per quelle di ordine soprannaturale basarsi sulla sacra Scrittura; ma per le altre deve lasciare di torturarsi, né pretendere di capire ciò che gli è impossibile. Perciò si guardi bene dal coartare gli slanci delle anime, perché una volta giunte a questa altezza, esse sono dirette da un maestro più grande, con il quale non mancano di guida.

 

12 - Non deve meravigliarsi di queste cose, né giudicarle impossibili. A Dio tutto è possibile. Perciò, procuri di rinforzarsi nella fede e si umili, considerando che il Signore può dar lumi più elevati a una povera vecchierella che non a lui, malgrado la sua scienza. Con l'umiltà sarà di maggior profitto a se stesso e alle anime, che non volendola fare da contemplativo senza esserlo.

Se non ha esperienza, ripeto, né abbastanza umiltà da riconoscere che tali vie non sono impossibili, neanche se sorpassano la sua intelligenza, profitterà poco lui e meno farà profittare chi dirige, mentre se è ben fondato in umiltà, stia sicuro che Dio non permetterà che s'inganni, né che inganni gli altri.

 

13 - In molte cose di spirito il Padre di cui parlo ebbe l'esperienza direttamente da Dio, pur badando, da studioso com'è, di giungere con lo studio fin dove gli fosse possibile. Quello che non capisce per difetto di esperienza, lo chiede a chi ne ha. E così, aiutato da Dio che lo favorisce di vivissima fede, poté giovare a se stesso e ad altre anime, fra le quali la mia.

Il Signore sapendo i travagli che mi sarebbero venuti e avendo da chiamare a sé qualcuno dei miei direttori, fece in modo che me ne restassero altri, i quali mi hanno aiutata in ogni necessità e fatto un gran bene.[197] Quanto a quegli di cui parlo, lo mutò in tal modo che egli, come suol dirsi, non si riconosce quasi più: gli tolse la debolezza fisica che gli impediva di fare penitenza e gliene dette le forze necessarie, empiendolo insieme di coraggio per ogni sorta di buone opere, con altri doni così grandi che ben mostrano in lui una vocazione tutta speciale. - Sia benedetto per sempre il Signore!

 

14 - Credo che tanto bene gli venga dalle grazie - non certo apparenti - che Dio gli ha fatto nell'orazione. Il Signore lo ha poi provato in alcune cose, ed egli vi si è comportato come uno che ben comprende quanto si guadagni nel soffrire persecuzioni. Spero nella bontà di Dio che farà gran bene a vari altri del suo Ordine e al suo Ordine stesso, come già si comincia a intravedere.

Nelle grandi visioni che ho avuto, il Signore mi ha detto cose di molta ammirazione di lui, del Rettore della Compagnia di Gesù,[198] ricordato più sopra, e di due altri religiosi dell'Ordine di S. Domenico,[199] specie di uno del quale mi ha dato a conoscere il profitto che aveva fatto in alcune cose che io sapevo anche prima.

 

15 - Più numerose sono state le rivelazioni riguardanti il Padre di cui parlo, e voglio dirne una.

Un giorno, mentre ero con lui in parlatorio, vidi in spirito la sua anima, la quale ardeva di tanto amore di Dio che n'andai quasi rapita. Consideravo la magnificenza di Dio che in così breve tempo lo aveva elevato a tanta altezza e mi sentivo tutta confusa nel vedere l'umiltà con cui ascoltava certe cose di orazione che io gli dicevo, mentre io ne avevo così poca da parlare di cose simili con lui. Credo che Dio mi dovette perdonare in grazia del grande desiderio che avevo di vedere quel Padre molto innanzi. Ricavavo tanto bene dallo stare con lui che mi pareva di andare accesa di un nuovo fuoco, da cui mi sentivo spinta a darmi a Dio con novello ardore.

O Gesù, che non fa mai un'anima infiammata del vostro amore! Come dovremmo stimarla e supplicare il Signore perché rimanesse sempre quaggiù! Quelli che ardono del suo medesimo fuoco, potendolo, dovrebbero star sempre con lei!...

 

16 - Gran cosa per un malato è trovare un infermo del suo medesimo male, perché allora non vedendosi Più solo, si conforta, e ambedue si aiutano a patire e a farsi dei meriti. Altrettanto è di quelli i quali, così, si sostengono a vicenda, decisi a sacrificare per Dio anche mille vite e a bramarne l'occasione, come soldati che sospirano la guerra per arricchirsi con le spoglie nemiche, sapendo di non poter giungere al compimento dei loro voti altro che in tal modo. - Insomma, soffrire è il loro ufficio.

Oh il gran dono che Dio fa all'anima quando l'illumina e le mostra quello che si guadagna soffrendo per Lui! Ma è una verità che non si può comprendere a dovere se non dopo aver tutto abbandonato.

Se uno è attaccato a qualche cosa, vuol dire che l'apprezza. Se l'apprezza, gli dispiace lasciarla. Perciò tutto è imperfezione e rovina, secondo il proverbio che dice: È perduto chi va con i perduti. E vi è forse una maggiore perdizione, un accecamento, una sventura più grande che stimare molto il niente?

 

17 - Tornando a quello che dicevo, mi beavo immensamente nella contemplazione di quell'anima, e pareva che il Signore volesse mostrarmi i tesori di cui l'aveva arricchita. E mentre consideravo la grazia che Egli mi aveva fatto nel servirsi di me, tuttoché indegna, per compartire a quell'anima tanti beni, mi sentivo spinta a maggiormente stimarli, considerandomi obbligata a più grande riconoscenza che se quei tesori fossero venuti in me. Così non cessavo di benedire Dio per aver Egli esaudito i miei voti e ascoltata la mia preghiera di suscitare tali anime. Stando così, l'anima mia noti potendosi più contenere per il gaudio che ne aveva, uscì fuori di sé, perdendosi per fare maggiore acquisto: perse il filo delle sue considerazioni, perse le parole di quella santa lingua per la quale sembrava parlare lo Spirito Santo, e fu assorta in un Profondo rapimento che quasi del tutto le sospese i sensi, benché per poco. Vidi allora Gesù Cristo in grande gloria e maestà mostrare vivissima soddisfazione per i nostri intrattenimenti: e me lo disse, facendomi insieme comprendere come in simili conversazioni Egli si trovi sempre presente, e quanto gli piaccia che gli uomini si dilettino nel parlare di Lui.

Un'altra volta, lontana da qui,[200] vidi il medesimo Padre in mezzo a grande gloria sollevato in alto dagli angeli, comprendendo io da ciò che la sua anima si era molto avanzata per aver egli sopportato con grande contentezza un'atroce calunnia lanciata contro il suo onore da una persona a cui aveva salvato anima e onore. Oltre a ciò, aveva compiuto molte altre opere in servizio di Dio e sofferto varie persecuzioni.

 

18 - Non mi pare ora opportuno indugiarmi più a lungo, perché Vostra Grazia conosce già tutto.[201] Ma se in seguito lo crederà a proposito, si potrà metterlo in carta, alla maggior gloria di Dio.

Tutte avverate si sono le predizioni che ho detto e che forse ancora dirò di questo monastero e di altre cose diverse. Alcune il Signore me le aveva fatte conoscere tre anni prima che accadessero, ed altre più o meno prima. Io le manifestavo al mio confessore e a quella vedova mia amica con la quale, come ho detto, avevo licenza di parlare. Venni poi a sapere che essa le palesava ad altre persone, e queste sanno che non mento: né mai permetta il Signore che io dica cosa meno vera, specie in fatti di così grave importanza.

 

19 - Avvenne che morisse improvvisamente un mio cognato,[202] con mio grande dolore perché non aveva potuto confessarsi. Mi fu detto nell'orazione che a quel modo sarebbe pur morta mia sorella, e che dovevo andare a trovarla per ben disporla. Lo dissi al mio confessore, ma egli non mi permise di partire. L'avviso si ripeté più volte, e allora accondiscese, anche perché, dopo tutto, non vi era nulla da perdere.

Mia sorella abitava in campagna,[203] e quando fui là, feci del mio meglio, senza dirle nulla della predizione, per illuminarla su molte cose, determinandola a confessarsi spesso e a vegliare su se stessa. Essendo molto virtuosa, accettò di buon grado i miei consigli, e dopo quattro o cinque anni, passati in questi santi esercizi e in questa costante vigilanza su se stessa, morì senza che alcuno la vedesse e senza potersi confessare. Grazie al costume che aveva preso, si era confessata da poco più di otto giorni, la qual cosa mi consolò moltissimo quando seppi della sua morte. Stette in purgatorio pochissimo: dopo neppure una settimana, credo, mentre terminavo di comunicarmi, mi apparve il Signore per farmi vedere che la portava alla gloria.

Per tutto il tempo intermedio fra la predizione e la morte, ebbi sempre innanzi quello che mi era stato detto, come pure la mia compagna,[204] la quale, appena mia sorella morì, venne da me meravigliata nel constatare che la predizione si era avverata.

Eterna lode al Signore che tanta cura si prende delle anime per impedire che si perdano!

 

 

CAPITOLO 35

 

Prosegue il racconto della fondazione del monastero del glorioso padre S. Giuseppe - Come il Signore abbia disposto che vi si osservasse la santa povertà - Motivo per cui partì dalla dama presso la quale alloggiava, ed altre cose che le avvennero

 

1 - Mentre stavo con la dama che ho detto, presso la quale rimasi più di mezzo anno,[205] piacque a Dio che si parlasse di me a una terziaria del nostro Ordine che abitava a più di settanta leghe lontano,[206] la quale, avendo occasione di passare per dove io mi trovavo, deviò alquanto dal suo viaggio per venirmi a parlare. Il Signore le aveva ispirato nel medesimo anno e mese che a me il desiderio di fondare un nuovo Monastero dell'Ordine, per cui ella, venduto quanto possedeva, era andata a Roma a piedi scalzi per ottenere i debiti permessi.

 

2 - Donna di grande penitenza ed orazione, il Signore la favoriva di molte grazie, e la Madonna le aveva raccomandato, apparendole, di condurre a termine il suo disegno. Mi era tanto innanzi nel servizio di Dio che io mi vergognavo di starle vicino. Mi mostrò le autorizzazioni che aveva portato da Roma, e nei quindici giorni che stette con me trattammo del modo con cui stabilire i monasteri.

Fino allora io non avevo mai saputo che, prima della mitigazione, la nostra Regola vietava di possedere,[207] e già pensavo di fondare con rendite, onde meglio proscrivere le preoccupazioni per il necessario della vita, non accorgendomi di quelle, assai più gravi, di cui è feconda la cura della proprietà. Invece quella benedetta donna, illuminata da Dio, aveva ben capito, benché analfabeta, quello che io non avevo compreso, nonostante avessi letto e riletto le Costituzioni.

Appena me ne parlò, vidi che la cosa era buona, ma temevo che non me l'approvassero, che la giudicassero una follia e che non dovevo far nulla che fosse alle altre di sofferenza. Se fossi stata da sola, non avrei esitato un istante, per la gran gioia che sentivo nel poter seguire i consigli di nostro Signore Gesù Cristo, anche perché in fatto di povertà Egli mi aveva già dato ardentissimi desideri. No, nessun dubbio che ciò fosse migliore. Già da tempo desideravo di potere andare mendicando per amore di Dio, senza casa né cosa propria. Ma le altre sarebbero state contente, se il Signore non le avesse favorite dei medesimi desideri?

Inoltre, avendo visto dei monasteri poveri non molto raccolti, credevo che la causa ne fosse quella, non pensando che la mancanza di raccoglimento era appunto il motivo della loro povertà, e non viceversa. - No, non è la dissipazione che fa ricchi. Dio non manca mai a chi lo serve!

Insomma, non avevo molta fede, diversamente di quella buona serva di Dio.

 

3 - Abituata a chiedere consiglio in ogni cosa, non trovavo alcuno che condividesse le mie vedute, non il mio confessore, né i dotti a cui ricorrevo. Eppure, avendo conosciuto che la Regola proibiva di aver rendite, mi pareva più perfetto osservarla, né potevo persuadermi del contrario, nonostante le molte ragioni che mi opponevano, innanzi alle quali non sapevo cosa fare.

Qualche volta riuscivano anche a convincermi, ma appena mi mettevo in orazione e contemplavo il Signore sulla croce, povero e nudo di ogni cosa, il pensiero di esser ricca mi diveniva insopportabile, e lo supplicavo con le lacrime agli occhi di fare in modo che anch'io fossi povera come Lui.

 

4 - Le rendite mi parevano una fonte d'inconvenienti, di preoccupazioni e di distrazioni senza numero, e non finivo di discuterne con i dotti. Ne scrissi a quel Padre domenicano[208] che ci aiutava, e mi rispose con due fogli pieni di confutazioni e di ragioni teologiche per togliermene l'idea, aggiungendo infine che aveva studiato a fondo la questione. Io gli feci sapere che per dispensarmi dal vivere secondo la mia vocazione e il voto di povertà che avevo fatto, nonché dal seguire i consigli evangelici in tutta la loro perfezione non occorreva ricorrere alla teologia, e che mi scusasse se su questo punto la sua scienza non mi serviva.

Gongolavo di gioia se trovavo qualcuno del mio parere. Mi aiutava molto la dama presso cui abitavo,[209] mentre altre persone da principio mi dicevano che era buono e poi, dopo avervi pensato, vi trovavano tanti inconvenienti che si facevano un dovere di dissuadermi. Ma io rispondevo che se essi mutavano di parere così presto, preferivo attenermi alla loro prima sentenza.

 

5 - Verso quel tempo pregai il santo fr. Pietro d'Alcantara di venire da quella dama che non lo conosceva, e piacque a Dio che mi ascoltasse. Amantissimo della povertà che praticava da vari anni, conosceva per esperienza le grandi ricchezze di cui essa è feconda, per cui mi fu di grandissimo aiuto, comandandomi anzi di non abbandonarne l'idea per nessun motivo.

Dopo ciò risolvetti di non consultare più nessuno, paga del parere e della protezione di un tal uomo, la cui autorità non aveva eguali, perché basata su di una lunga esperienza.

 

6 - Un giorno, mentre insistevo nel raccomandare a Dio quest'affare, il Signore mi disse di guardarmi bene dal fondare con rendite, perché questa era la volontà sua e di suo Padre, e che Egli mi avrebbe aiutata. - Questo mi avvenne in un gran rapimento con un seguito di effetti così grandi che in nessun modo potei dubitare non essere stato da Dio.

Un'altra volta mi disse che le rendite sono un semenzaio di dissipazioni, ed aggiunse altre cose in lode della povertà, assicurandomi che il necessario per vivere ai suoi servi non manca mai. - Del resto, su questo punto non mi è mai avvenuto di temere.

Il Signore cangiò pure le disposizioni del P. Presentato.[210] voglio dire del Padre domenicano che mi aveva scritto per dissuadermi dal fondare senza rendite. E io ero molto contenta, sia per le parole intese che per il parere di tali uomini: decidendomi a vivere di elemosina per amore di Dio, mi pareva di divenire padrona di tutte le ricchezze del mondo.

 

7 - Intanto il P. Provinciale[211] mi tolse l'obbedienza che mi aveva imposta di starmene con quella signora, lasciandomi libera di partire immediatamente o di aspettare ancora qualche tempo. In quei giorni nel mio monastero si dovevano fare le elezioni, e avevo saputo che molte monache volevano eleggermi priora. Ciò mi spaventava, pronta piuttosto a sopportare per amore di Dio qualsiasi genere di martirio. Non mi potevo persuadere. A parte la difficoltà di governare un così gran numero di monache, e varie altre cose che non mi andavano a genio, le cariche non mi sono mai garbate, né mai ho voluto accettarle, parendomi esse di non piccolo danno alla mia coscienza. Perciò ringraziai il Signore di non essere presente e scrissi alle mie amiche di non darmi il voto.

 

8 - Mentre tanto mi felicitavo di non trovarmi in quel trambusto, il Signore m'impose di partire immediatamente, perché, se desideravo la croce, là me ne preparava una buona: mi guardassi bene dal rifiutarla, mi facessi coraggio ché Egli mi avrebbe aiutata, e partissi senza indugio. Immenso fu il mio dispiacere: pensando che la croce annunziatami fosse quella di priora, non facevo che piangere, incapace di rassegnarmi per non sapermi persuadere che essa mi convenisse. Ne parlai al mio confessore,[212] e anch'egli mi ordinò di partire, dicendomi che questo era di maggior perfezione. Tuttavia accondiscese che indugiassi qualche giorno perché faceva molto caldo e poteva essermi dannoso, bastando che fossi là per le elezioni.

Ma Dio aveva disposto altrimenti, e dovetti piegarmi al suo volere. Fui presa da tale inquietudine da non poter più fare orazione. Mi pareva di sottrarmi agli ordini di Dio e di rifiutarmi alla fatica per amore dei comodi che godevo in quella casa. Le mie proteste per il Signore non mi sembravano che parole, perché non volevo andare dove era più perfetto. Avessi avuto anche da morire, morissi pure!...

La mia anima era piena di angoscia, priva pure quel gusto spirituale che Dio mi faceva sentire nell'orazione. Caddi insomma in tale stato, e ne fu così grande il tormento che pregai quella dama di lasciarmi partire, anche perché il mio confessore, vedendomi in quello stato, mi aveva detto di non indugiare più oltre, ispirato da Dio come me.

 

9 - Altro mio tormento fu il dispiacere di quella dama all'annunzio della mia partenza. Aveva ottenuto il permesso dal Provinciale molto difficilmente e a forza di continue istanze, e le dispiaceva tanto lasciarmi partire che non mi parve poco se finalmente acconsentì. Si arrese perché era molto timorata di Dio, e le avevo detto fra l'altro che, dopo tutto, si trattava della sua gloria, e che forse avrei potuto ancora tornare: tuttavia il suo dispiacere fu immenso.

 

10 - A me non dispiaceva partire. Avendo inteso che ciò era di maggior perfezione e di gran servizio di Dio, felicissima di poterlo alquanto contentare passavo sopra al dispiacere di lasciare quella dama che vedevo tanto afflitta, e quelle altre persone a cui molto dovevo, specialmente il mio confessore, religioso della Compagnia di Gesù, con cui mi trovavo molto bene.[213] Più grandi erano le soddisfazioni che per amore di Dio sacrificavo, maggiore era la gioia di cui mi sentivo inondare, né capivo come ciò avvenisse, trattandosi di due opposti sentimenti: gioia, consolazione ed allegrezza che nascevano dal sacrificio di lasciare quella casa dove mi sentivo quieta e contenta, e dove potevo stare in orazione per molte ore.

Sapevo che andavo a gettarmi nel fuoco per avermi detto il Signore che mi attendeva una grande croce. Tuttavia non me l'immaginavo così grave come difatti mi fu. Partii molto allegra, impaziente di trovarmi nella lotta. Chi me l'aveva preparata, me ne dava pure il coraggio, e sosteneva la mia debolezza.

 

11 - Come dico, non riuscivo a capire come potessero andar d'accordo sentimenti così opposti, e immaginai il seguente paragone.

Suppongo di avere un gioiello o un altro oggetto molto caro. Vengo a sapere che è desiderato da una mia amica che io amo più di me. La voglio contentare a prezzo di ogni mia soddisfazione, e sono felice di sacrificare il piacere di quell'oggetto pur di saperla soddisfatta. Ora, siccome la soddisfazione di saperla contenta supera il mio stesso piacere, non provo pena né di privarmi del gioiello o dell'oggetto che mi è caro, né di sacrificare il piacere che me ne deriva. Ciò spiega perché non potevo affliggermi nell'abbandonare quelle persone a cui la mia partenza dispiaceva, benché io sia di natura così riconoscente che in altri tempi ne avrei sofferto moltissimo.

 

12 - Per gli interessi di questo benedetto monastero, occorreva che non differissi la partenza neppure di un giorno. Se mi fossi trattenuta di più, non so come la cosa sarebbe andata a finire.

Oh, grandezza di Dio! Non è poco il mio stupore quando penso a tutto questo, e vedo con quanto impegno Sua Maestà volesse aiutarmi nell'erigere questo piccolo angolo di cielo, come credo che sia questa casa nella quale Egli trova le sue compiacenze. Mi disse un giorno nell'orazione che questo monastero era il paradiso delle sue delizie.

Le anime che vi sono sembra che siano state scelte da Lui, e fra di esse mi trovo pur io con mia grande e inenarrabile confusione. Per un monastero di tanta austerità, povertà ed orazione, non avrei potuto desiderarle più perfette, e vi stanno con tanta gioia ed allegrezza da riconoscersi indegne di aver meritato di venirci, specialmente quelle che Dio ha chiamato dalle vanità e dalle pompe mondane, fra le quali, secondo le massime del secolo, avrebbero potuto essere felici: vi godono tanta abbondanza di gioia da sentirsi pienamente convinte che il Signore dia loro il cento per uno di quello che hanno lasciato, per cui non cessano di ringraziarlo. Altre Egli ha cambiate di bene in meglio. A quelle di poca età dà coraggio e conoscenza affinché non desiderino altra cosa ma comprendano che, anche umanamente parlando, a star lontane dal mondo si vive più tranquilli. Alle più anziane e di poca salute ha dato e dà forze necessarie per sopportare le asprezze e le penitenze delle altre.

 

13 - O mio Dio, come sapete far vedere che siete onnipotente! No, non c'è bisogno di cercar ragioni per convincerci di quello che volete! Contrariamente a ogni umana ragione, mostrate ad evidenza che tutto è possibile, e che per trovare facile ogni cosa basta amarvi sinceramente e abbandonare tutto per Voi.

È proprio il caso di dire che fingete di renderci gravosa la legge[214] perché tale io non la vedo, né so come stretto sia il sentiero che conduce a Voi.[215] Non è un sentiero, ma una strada reale, sulla quale chi si mette coraggiosamente va innanzi con sicurezza, perché sgombra di passi pericolosi e di pietre d'inciampo, voglio dire d'occasioni di offendervi. Chiamo invece sentiero, sentiero stretto e pericoloso, quello che da una parte ha valli profonde in cui è facile cadere, e abissi dall'altra: basta una minima inavvertenza per precipitare in fondo e ridursi in brani.

 

14 - Chi vi ama veramente, o mio Bene, cammina con sicurezza per una strada larga e reale, lontano dai precipizi. Per poco che inciampi, vi affrettate a stendergli la mano; e se il suo cuore non è per il mondo ma solo per Voi, non riescono a rovinarlo non dico una caduta ma neanche molte, perché cammina nella valle dell'umiltà.

Non so comprendere di che si abbia paura a mettersi sulla strada della perfezione. Si degni invece il Signore, nella sua misericordia, di farci conoscere che falsa sicurezza sia quella di seguire il mondo e vivere in così evidenti pericoli, mentre la sicurezza vera è nel progredire costantemente nelle vie di Dio. Fissiamo in lui i nostri sguardi e non temiamo che questo sole di Giustizia si nasconda o ci lasci fra le tenebre in pericolo di perderci, a meno che non siamo noi i primi ad abbandonarlo.

 

15 - Non si ha paura di vivere in mezzo a leoni sempre pronti a divorarci, voglio dire in mezzo a ciò che il mondo chiama onori, piaceri, ed altre simili soddisfazioni, e poi ci lasciamo intimorire dal demonio anche con un ragnatelo!... Quanto ciò mi rattrista! Quante lacrime vorrei versare! Vorrei far intendere a tutti la mia voce affinché gli uomini, conoscendo la mia grande malizia e cecità, si aiutassero un poco ad aprire gli occhi. Si degni di aprirli loro Colui che è misericordioso e onnipotente, e non permetta ch'io cada ancora nella mia passata cecità! Amen.

 

 

CAPITOLO 36

 

Prosegue sul medesimo argomento e racconta come sia stato fondato e concluso l'affare del monastero del glorioso S. Giuseppe - Gravi contraddizioni e persecuzioni che insorsero dopo la vestizione delle novizie - Tentazioni e travagli non meno gravi si scaricano su di lei, ma il Signore le concede di uscirne vittoriosa, a gloria e a lode del suo nome

 

1 - Partita di là,[216] me ne venivo molto allegra, decisa a sopportare di buon animo qualunque cosa fosse piaciuta al Signore.

La notte del mio arrivo giunsero da Roma i dispacci con il Breve che autorizzava la fondazione del monastero. lo ne fui molto sorpresa, e non meno di me quelli che sapevano con quanta premura il Signore mi avesse obbligata a partire quando vennero a conoscere la grande necessità della mia presenza e la favorevole circostanza che Dio aveva preparata. Vi trovai infatti Mons. Vescovo, il santo fr. Pietro d'Alcantara e un gentiluomo di alta virtù che ospitava quest'ultimo in casa sua, sempre aperta a tutti i servi di Dio che vi trovavano alloggio e protezione.[217]

 

2 - Tutti. e due finirono per far decidere il Vescovo ad accogliere il monastero sotto la sua giurisdizione. E la cosa non era da poco, perché il monastero doveva essere senza rendite. Ma il Vescovo era così ben disposto per le anime vogliose di servire Dio, che prese subito a favorirci.[218]

Fu quel santo vecchio a far tutto, perché dopo aver approvato il nostro disegno, si è pure adoperato presso molte persone affinché ci abitassero. Se io non fossi arrivata in quella circostanza, non so come si sarebbe fatto, perché quel santo uomo stette qui poco tempo, credo neppure otto giorni, e quasi sempre sofferente. Pareva che il Signore l'avesse conservato in vita unicamente per condurre a termine quest'affare: poco dopo infatti lo chiamò a sé.[219] Era ammalato da molto tempo, credo da più di due anni.

 

3 - Si fece tutto in segreto. Senza questa precauzione, non si sarebbe potuto far nulla, perché, come poi si vide, avevamo contrario anche il popolo.

Intanto il Signore permise che si ammalasse mio cognato,[220] e siccome aveva bisogno di assistenza e sua moglie era assente, mi dettero licenza di recarmi da lui. Questa circostanza servì a tenere tutto nascosto, nonostante che qualcuno non lasciasse di sospettarne. Tuttavia nessuno ci credeva.

Il bello si è che la malattia di mio cognato non durò che il tempo necessario per la sistemazione dell'affare. Quando io avevo bisogno di esser libera e occorreva che egli ci lasciasse sgombra la casa, il Signore gli restituì la salute, con sua non piccola meraviglia.

 

4 - Nel frattempo ebbi da fare moltissimo: assistere l'infermo, condurre a termine un gran numero di pratiche ora con l'uno ora con l'altro, sorvegliare gli operai perché facessero presto e adattassero a monastero la casa, i cui lavori erano molto indietro. E io ero sola, perché, per meglio dissimulare la cosa ci era parso conveniente che la mia compagna se ne stesse lontana.[221] Ma il più importante era di far presto, e ciò per più ragioni, una delle quali il timore che di momento in momento m'intimassero di tornare in monastero. Insomma, vi ebbi tanto da soffrire che mi venne da pensare se fosse quella la croce preannunziatami dal Signore, benché in fondo mi sembrasse molto leggera di fronte a quella che mi ero raffigurata.

 

5 - Sistemata ogni cosa, piacque a Dio che il giorno di San Bartolomeo si procedesse alla vestizione di alcune postulanti e si collocasse il santissimo Sacramento nella cappella:[222] e così, con tutte le autorizzazioni e le formalità richieste veniva eretto nel 1562 il monastero del nostro gloriosissimo Padre S. Giuseppe. - Alla vestizione delle postulanti ero presente anch'io con due monache dell'Incarnazione che per caso si trovavano fuori di convento.

La casa ove il monastero fu eretto era quella in cui stava mio cognato, il quale, come ho detto, l'aveva comperata in nome suo per meglio dissimulare la cosa. Vi ero anch'io, ma col dovuto permesso.

Desiderosa di non mai mancare all'obbedienza, non facevo nulla senza il consiglio dei dotti; e vedendo essi che per più motivi la fondazione doveva essere utile a tutto l’Ordine, mi assicuravano che potevo farla, benché in segreto e all'insaputa dei miei Superiori. Se mi avessero detto che vi era anche una minima imperfezione, avrei abbandonato non uno, ma mille monasteri. E ciò senza indugio, perché sebbene desiderasse la fondazione per meglio separarmi dal mondo e conformarmi alla mia vocazione religiosa con maggiore perfezione e più stretta clausura, pure non tralasciavo di mantenermi in tali disposizioni da essere pronta ad abbandonare ogni cosa, con tutta pace e tranquillità come l'altra volta, appena avessi saputo che così avrebbe richiesto il maggior servizio di Dio.

 

6 - Mi parve di essere in gloria quando vidi che si collocava il santissimo Sacramento e si provvedeva alla vocazione di quattro povere orfanelle, accettandole senza dote.[223]

Si cercò fin da principio di ammettere persone che con i loro buoni esempi servissero di fondamento e fossero capaci di assecondare il disegno che avevamo di stabilire una vita di alta perfezione ed orazione. Quelle prime quattro erano delle vere serve di Dio, e io mi sentivo molto felice di avere istituito un'opera che sapevo di gloria a Dio e di onore all'abito della sua santissima Madre: ché questi erano i miei desideri.

Non meno godevo per aver compiuto quello che Dio mi aveva tanto raccomandato, e aver aperta in questa città una chiesa di più, intitolata al mio glorioso Padre S. Giuseppe che non ne aveva. Non già che credessi d'esserne io l'autrice: non l'ho pensato allora e neppure ora lo penso, essendo convintissima che fu tutto opera di Dio. Il poco che io ci misi fu così imperfetto che il Signore me ne deve fare, non un merito, ma una colpa,. Tuttavia mi consolavo grandemente nel considerare che per un'opera di così alta importanza Dio si era servito di uno strumento tanto misero, come sono io: ero fuori di me dalla gioia, e immersa in grande orazione.

 

7 - Era tutto terminato da circa tre o quattro ore, quando il demonio mi assalì con il grande travaglio che ora dirò.

Mi mise innanzi il dubbio di aver fatto male e di essere andata contro l'obbedienza per aver agito senza l'autorizzazione del Provinciale. Questi inoltre si sarebbe anche dispiaciuto che io avessi messo il monastero sotto la giurisdizione dell'Ordinario senza prima fargliene parola, benché in fondo mi pareva che non gliene dovesse molto importare perché non aveva voluto approvarlo, e io dopo tutto rimanevo sempre sotto la sua obbedienza.

Poi le monache sarebbero state contente di vivere in tanta austerità ?Non era tutto una follia? Chi me l'aveva comandato? Non avevo io il mio monastero? E intanto io non ricordavo più nulla, non le molte raccomandazioni del Signore, non i consigli avuti, non le preghiere che duravano da quasi due anni, come se nulla fosse stato. Non mi rimaneva che il ricordo delle mie vedute personali, non più la fede, non le altre virtù che mi parevano sospese sino a mancarmi la forza di farle operare, e difendermi da tanti assalti.

 

8 - Il demonio inoltre mi faceva presente che in una casa così rigorosa io non potevo affatto durare, per essere piena di acciacchi. Come avrei potuto sopportare penitenze così austere venendo io da un monastero spazioso e dilettevole dove avevo tante amiche e dove mi ero sempre trovata bene? E se le nuove compagne non mi fossero piaciute?... Insomma, mi ero vincolata a tante cose che forse mi potevano essere di disperazione. Infatti, chi poteva sapere se quella impresa non me l'avesse suggerita il demonio per farmi perdere la pace e la tranquillità? E in tanto turbamento come avrei potuto darmi all'orazione? Non ero forse per mettere in pericolo la mia anima?

Queste ed altre simili suggestioni il demonio mi rappresentava tutte insieme, sino ad impedirmi di pensare ad altro, con l'aggiunta di tali angosce, tenebre ed oscurità interiori che mi è impossibile descrivere.

In questo stato di anima andai innanzi al santissimo Sacramento, ma senza riuscire a pregare. La mia angoscia pareva come di uno in agonia, e frattanto non osavo aprirmi con alcuno perché non avevo ancora un confessore.[224]

 

9 - Come è miserabile questa vita, o mio Dio! Nessuna gioia vi è sicura, nessuna cosa senza mutamento. Un istante prima noti avrei cambiato la mia gioia con alcun piacere della terra, e poco dopo non sapevo che fare per il tormento che la stessa causa di quella gioia mi procurava. Se considerassimo attentamente i casi della vita, ognuno vedrebbe per sua propria esperienza in che stima si hanno da tenere i piaceri e i dispiaceri di quaggiù.

Quello fu uno dei momenti più dolorosi della mia vita. Pareva che il mio spirito presagisse le sofferenze che mi attendevano, benché nessuna di esse avrebbe eguagliato quella di cui parlo se fosse durata più a lungo. Ma Dio non permise che la sua povera ancella soffrisse di più. Egli che non mi ha mai abbandonata in nessuna afflizione, non mi abbandonò nemmeno in quella: mi dette un po' di luce che mi valse a scoprire la verità e a vedere che tutto veniva dal demonio, bramoso di spaventarmi con le sue menzogne.

Allora cominciai a ricordarmi delle mie grandi disposizioni di servire Dio e dei miei desideri di patire per Lui. Se bramavo metterli in pratica, non dovevo cercare il riposo; se avevo delle croci, mi erano fonte di meriti; se dolori, dovevo accettarli per amore di Dio e mi sarebbero serviti di purgatorio. Che temevo, dunque? Se desideravo soffrire, l'occasione era molto buona, perché più grande è la contrarietà, maggiore ne è pure il merito. Perché dovevo perdermi di coraggio nel servizio di Colui a cui tanto dovevo?

Con queste ed altre simili riflessioni mi feci coraggio e promisi innanzi al santissimo Sacramento di fare il possibile per ottenere il permesso di venire in questa casa e di osservarvi clausura appena l'avessi potuto in buona coscienza.[225]

 

10 - Fatta questa promessa, il demonio fuggi, né più ho perduto la pace e la tranquillità di cui mi sono sentita ripiena. Dolci e leggere mi sono apparse tutte le osservanze della casa, comprese la clausura, le penitenze e ogni altra austerità, con tanta gioia e contento da venirmi talvolta di pensare cosa potrei scegliere di più dilettevole sulla terra.

Non so se questo contribuisca ad aver io qui maggior salute che altrove, o se forse Dio giudicando necessario e ragionevole che segua anch'io la vita comune, mi dia la gioia di poterlo fare, sia pure a fatica: fatto sta che quanti conoscono i miei malanni non finiscono di meravigliarsi nel vedermi vivere così. - Sia benedetto l'Autore di ogni bene per la cui potenza si può fare ogni cosa!

 

11 - Uscii da quella lotta molto stanca, ma ridendomi del demonio che me l'aveva procurata.

Lo vidi chiaramente che era stato lui, e credo che il Signore l'abbia permesso per farmi apprezzare la grande grazia che mi aveva fatto, valutare il tormento da cui mi aveva liberata, nonché comprendere che non avrei dovuto meravigliarmi quando una monaca si fosse trovata nelle medesime angustie, ma averne pietà e consolarla, perché prima, in ventott'anni di vita religiosa, non avevo mai saputo cosa fosse provare dispiacere del mio stato, neppure per un istante.

Passata quella burrasca, pensavo di prendermi dopo pranzo un po' di riposo, perché la notte precedente non avevo quasi potuto chiudere occhio, e molte altre ne avevo passate fra travagli e preoccupazioni continue, senza contare le fatiche sostenute di giorno. Ma ormai la notizia della fondazione si era sparsa in città e nel mio monastero, nel quale non è a dire il gran parlare che se ne fece per i motivi già accennati e che parevano ragionevoli. Subito la Priora m'inviò il comando di tornarmene al più presto, e io partii senza indugio appena ricevuto l'ordine, lasciando le mie monache in grande angustia.[226] Intravedevo benissimo quello che avrei dovuto soffrire, ma siccome il monastero era fondato, poco me n'importava. Mi misi invece a pregare, supplicando Dio a non negarmi il suo aiuto, e il mio Padre S. Giuseppe a ricondurmi nella sua casa. Offrii al Signore quello che avrei dovuto soffrire e partii felicissima dell'occasione che mi si presentava di patire per Lui e per il suo servizio.

Convinta che mi avrebbero messa in prigione[227] ne provavo piuttosto piacere, perché così non avrei più parlato con alcuno e mi sarei un po' riposata in solitudine, bisognosa com'ero di tranquillità per essermi tanto stancata a trattare con la gente.

 

12 - Giunta in monastero, esposi le mie ragioni alla Priora che si calmò alquanto. Fu avvisato il P. Provinciale per rimettere la causa al suo giudizio.[228] Egli venne al monastero, e io comparvi innanzi a lui per essere giudicata.

Ero molto contenta. Finalmente potevo soffrire qualche cosa per amore di Dio, perché in tutta quella faccenda non sentivo di aver offeso né Sua Maestà, né l'Ordine. Anzi, quanto all'Ordine avevo fatto di tutto per accrescerlo, pronta per questo anche a sacrificare la vita: non avevo altro cercato che di osservarne la Regola con ogni perfezione.

Ricordandomi del giudizio di Cristo, vidi che il mio era un nulla. Accusai la mia mancanza come se fossi molto colpevole e come dovevo sembrare a chi non sapeva i motivi che mi avevano guidata. Il Provinciale mi rimproverò severamente, benché non con il rigore che avrebbe meritato il delitto e le accuse che molti mi muovevano. Decisa di non discolparmi, non cercai alcuna scusa, ma lo pregai di perdonarmi, d'impormi la penitenza e di non serbarmi rancore.

 

13 - In alcune cose vedevo che mi condannavano a torto, per esempio che avevo agito per farmi un nome, per acquistarmi considerazione, e via di seguito; ma in altre vedevo che dicevano la verità: che ero la più miserabile di tutte, che non avendo mai seguita l'osservanza in quella casa non potevo seguirla in un'altra dove le austerità erano più grandi, che scandalizzavo il popolo e che volevo introdurre novità. Ma erano accuse che mi lasciavano tranquilla, benché mostrassi di sentirle per non sembrare di far poco conto di ciò che mi dicevano. Infine il Provinciale mi comandò di giustificarmi innanzi a tutte, e dovetti obbedire.

 

14 - Siccome il Signore mi aiutava e la mia anima era tranquilla, ci riuscii in tal modo che né il Provinciale né le monache presenti trovarono di che condannarmi. Dopo parlai da sola con il Provinciale, gli esposi le cose con maggior chiarezza, ed egli ne rimase molto soddisfatto. Infine mi promise di lasciarmi tornare al monastero appena la fondazione si fosse affermata e fosse cessato il rumore che si era levato in città. - Infatti, come ora dirò, la città si era messa tutta a rumore.

 

15 - Due o tre giorni dopo, il Governatore convocò in assemblea vari Magistrati del Consiglio e alcuni membri del capitolo, e decretarono tutti a una voce che in nessun modo si doveva permettere un monastero che era di evidente aggravio alla città, che bisognava togliere il santissimo Sacramento e impedire assolutamente che la cosa continuasse. Convocarono anche gli Ordini della città, incaricando due teologi di ogni Ordine a dare il loro parere. Alcuni tacquero, altri ci, condannarono, e la conclusione fu che il monastero si dovesse subito sopprimere. Solo un Presentato[229] dell'Ordine di S. Domenico si levò a difenderci. Nonostante fosse contrario alla povertà con cui il monastero si era fondato, fece osservare che in una cosa così importante si doveva procedere con un po' più di calma, che pensassero bene perché del tempo ce n'era, che l'affare era di competenza vescovile, ed altre cose del genere che riuscirono a placare gli spiriti; avevano tanta furia che fu un vero miracolo se non discesero subito alla pratica.

Ma così doveva essere perché così il Signore voleva, e ben poco possono fare gli uomini contro la sua volontà. Adducevano ragioni ed erano animati da giusto zelo, ma se non offendevano Dio, facevano soffrire me e le poche persone che mi favorivano, le quali dovettero sostenere un'asprissima persecuzione.

 

16 - Era tanta l'agitazione che in città non si parlava di altro. Tutti mi condannavano, e ricorrevano chi al Provinciale e chi alle monache del mio monastero. Di quello che dicevano contro di me non mi curavo affatto, come se non dicessero nulla. Solo temevo che mi sciogliessero il monastero, e questa paura mi affliggeva moltissimo, come pure veder soffrire e perdere di credito quelli che mi aiutavano. Delle chiacchiere a mio carico mi pareva piuttosto d'averne allegrezza. Anzi, non me ne sarei nemmeno preoccupata se la mia fede fosse stata più viva, ma purtroppo appena si manca in una virtù, anche le altre sembrano illanguidire, per cui nei due giorni in cui in città si tennero le adunanze che ho detto soffrii moltissimo.

Mentre ero così afflitta, il Signore mi disse: «Non sai tu che io sono onnipotente? Di che temi?». E mi assicurò che il monastero non sarebbe stato distrutto.

Queste parole mi consolarono assai.[230]

 

17 - Intanto la città portò la questione innanzi al Consiglio reale, e venne ordine di aprire un'inchiesta per sapere come era andata la cosa. Ed ecco iniziarsi un noiosissimo processo.[231]

La città inviò rappresentanti alla Corte, e doveva mandarne anche il monastero, ma non vi erano denari e non sapevo come fare. Però il Signore vi provvide.

Fortunatamente il Provinciale mi lasciò libera di occuparmene. Amico com'è di ogni opera virtuosa, se non mi aiutava, nemmeno mi ostacolava. Però la licenza di portarmi al monastero non me la dette se non dopo aver visto come si mettevano le cose.

Intanto quelle serve di Dio se ne stavano sole, ma facevano più esse con le loro preghiere, che non io con le mie pratiche, benché anche quelle necessarie. Talvolta sembrava tutto perduto, come il giorno avanti la venuta del Provinciale, in cui la Priora mi comandò di non più occuparmene. Allora vedendo che la cosa era ormai disperata, andai dal Signore e gli dissi: «Signore, questa casa non è mia: essa è stata fatta per Voi. Ora che più nessuno se ne occupa, pensateci Voi!...». E rimasi così fiduciosa e tranquilla come se la mia causa fosse sposata da tutto il mondo e la considerai per sicura.

 

18 - Andò alla Corte a difendere i nostri interessi un certo sacerdote che mi aveva sempre aiutata, vero servo di Dio e amico di ogni perfezione, e lo fece con impegno.[232] Ci aiutava e favoriva in tutti i modi anche quel santo gentiluomo di cui ho parlato,[233] e che per questo ebbe a soffrire non pochi travagli e persecuzioni: io lo veneravo e lo venero come un padre. Il Signore animava di tanto zelo i nostri difensori che ognuno di essi difendeva la nostra causa come propria, quasi ne dipendesse il loro onore e la loro vita, indotti solo dal pensiero di difendere la maggior gloria di Dio.

Tra quelli che mi aiutavano vi era quell'ecclesiastico, maestro di teologia, di cui ho parlato più sopra. Il Signore dovette molto aiutarlo, perché inviato dal Vescovo a rappresentarlo in una grande adunanza che si era tenuta a nostro riguardo, si schierò da solo contro tutti, riuscendo a calmare gli animi col suggerire certi espedienti che contribuirono molto a guadagnare tempo, pur senza ottenere che di lì a poco non tornassero con maggior calore a voler soppresso il monastero.[234] Anche questo servo di Dio ebbe molto da soffrire: aveva dato l'abito alle nuove religiose e collocato il Santissimo nella cappella.

La lotta durò circa mezzo anno, ma per dire minutamente tutte le prove che si subirono, si andrebbe troppo per le lunghe.

 

19 - Non era poco il mio stupore nel vedere con quanta forza il demonio si accanisse contro povere donnicciole, e mi domandavo come mai i nostri contraddittori potessero pensare che dodici monache e una Priora, - ché di più non possono essere - fossero di tanto danno alla città con la loro vita così austera. Se ci fossero stati danni od errori, questi sarebbero ricaduti su di loro, ma sostenere che ne avrebbe scapitato la popolazione, era irragionevole. Eppure i nostri contraddittori trovavano tante ragioni che credevano di avversarci in buona coscienza! Venivano a dirci che se la casa avesse avuto rendite, si sarebbero anche contentati e ci avrebbero tollerato. E stanca io, più che dei miei, dei travagli dei miei difensori, mi veniva da pensare che non sarebbe stato mal fatto accettare rendite, per poi lasciarle quando tutti si fossero calmati. E credevo alle volte, nella mia miseria e imperfezione, che questa fosse pure la volontà di Dio. Non vedendovi altra via di uscita, venni al punto di adattarmici.

 

20 - Si era già cominciato a trattarne, quando, la sera antecedente al giorno in cui l'affare si doveva conchiudere, il Signore mi disse nell'orazione di non accettare, perché una volta cominciato ad aver rendite, non ci avrebbero più permesso di lasciarle. E aggiunse altre cose.

Nella medesima notte mi apparve il santo fr. Pietro d'Alcantara che era già morto.

Prima di morire, avendo saputo le nostre grandi lotte e persecuzioni, mi aveva scritto rallegrandosi con me che la fondazione si facesse fra tante contraddizioni, perché se il demonio si opponeva così, voleva dire che Dio ne sarebbe stato molto servito; e che in nessun modo acconsentissi ad aver rendite.[235] In quella lettera tornò sull'argomento due o tre volte, concludendo che se avessi seguito il suo consiglio, tutto si sarebbe fatto secondo i miei desideri.

Dopo morte l'avevo veduto altre due volte in mezzo a grande gloria, per cui allora, nonché averne paura, me ne compiacqui moltissimo. Mi appariva sempre come corpo glorioso, circonfuso di tanta gloria che al vederlo mi riempivo di gioia. La prima volta che lo vidi, ricordo che, parlandomi della sua grande felicità, mi disse fra l'altro: Benedetta penitenza che mi ha meritato tanta gloria!...[236]

 

21 - Credo di averne già parlato altrove[237] per cui aggiungo solo che questa volta mi si mostrò severo. Mi disse soltanto di non accettare rendite, e dopo avermi chiesto perché non volevo seguire il suo consiglio, disparve immediatamente.

Rimastane molto atterrita, all'indomani manifestai ogni cosa a quel cavaliere che si era votato alla nostra causa e a cui ricorrevo in ogni mio bisogno. Gli dissi che di rendite non volevo più saperne, e che si proseguisse pure la lite. Egli ne fu molto contento perché su questo punto era più tenace di me, e mi confessò che se si era piegato a quell'accomodamento, lo aveva fatto molto a malincuore.

 

22 - Quando l'affare era già a buon punto, venne a occuparsene un'altra persona molto virtuosa e piena di zelo, la quale propose di mettere la questione in mano ai teologi. Ed ecco un'altra fonte di inquietudini, artifizio peggiore di quanti il demonio ce n'aveva fino allora orditi, anche perché alcuni di quelli che mi difendevano si dichiararono del medesimo parere. Però il Signore non mancò di aiutarmi.

Insomma, dire anche brevemente quello che si ebbe a soffrire in due anni, da che cominciò questa casa a quando tutto fu concluso, non mi pare possibile, benché i mesi di maggior travaglio siano stati i sei primi e i sei ultimi.

 

23 - La popolazione andava a poco a poco calmandosi quando arrivò in città quel Presentato domenicano che ci aiutava da lontano,[238] e la sua venuta fu così opportuna che parve disposta da Dio per esserci di difesa. Mi disse infatti che era venuto senza alcuna ragione, e che aveva udito parlare di quello che succedeva soltanto per caso. Non vi rimase che il tempo necessario, ottenendomi prima di partire, per via d'intermediari, che il nostro P. Provinciale mi desse il permesso di venire in questa casa con alcune religiose per recitare l'ufficio divino e insegnarlo a quelle che vi erano. Pareva quasi impossibile che me lo permettesse così presto!... Non è a dire la mia gioia quando vi riuscimmo a mettere piede.[239]

 

24 - Prima di entrare in monastero mi ero fermata in chiesa per fare orazione, ed essendo quasi in rapimento, vidi Gesù Cristo che pareva mi accogliesse con grande amore e mi mettesse in capo una corona, ringraziandomi di quello che avevo fatto per la Madre sua.

Un'altra volta, dopo Compieta, mentre eravamo in coro per l'orazione, vidi nostra Signora circonfusa di grandissima gloria vestita di bianco mantello, sotto il quale sembrava proteggerci tutte. E compresi il grande grado di gloria che il Signore teneva preparato per le monache di questa casa.

 

25 - Quando cominciammo a recitare l'ufficio, il popolo ci prese molto in devozione. Accettammo altre monache, e il Signore cominciò a toccare il cuore di quelli che più ci avevano avversato, portandoli a soccorrerci molto e a procurarci elemosine. Con ciò venivano ad approvare quello che prima avevano tanto avversato. A poco a poco desistettero pure dalla lite, dicendo di essersi finalmente persuasi che la fondazione era opera di Dio, perché giunta in porto malgrado tante contrarietà.

Oggi non vi è alcuno che creda sarebbe stato meglio abbandonarla. Anzi, hanno tanta cura di soccorrerci che ora andiamo innanzi senza questua, senza domandare nulla ad alcuno e senza che il necessario ci manchi. Il Signore li muove ad aiutarci, e spero nella sua bontà che farà sempre così. Le monache sono così poche che, se faranno sempre il loro dovere, come fanno ora con l'aiuto di Dio, sono sicura che non mancheranno di nulla, né che avranno bisogno di esser moleste ed importune a chicchessia, perché Dio veglierà su di loro, come ha fatto fin qui.

 

26 - Non è a dire la mia gioia nel trovarmi in questa casa con anime così distaccate, la cui unica occupazione è di avanzarsi sempre meglio nel servizio di Dio. Il loro contento è nella solitudine sino ad annoiarsi di qualunque visita, anche dei parenti più stretti, quando non vi abbiano di che maggiormente infiammarsi per il loro Sposo. Perciò non viene se non chi vuol parlare di Dio: in caso contrario né i visitatori avrebbero soddisfazione, né ne avrebbero le monache. Siccome queste non parlano che di Dio, non capiscono, né sono capite se non da chi parla come loro.

Noi qui osserviamo la regola di Nostra Signora del Carmine, non con mitigazione, ma come fu riordinata da fra Ugo cardinale di S. Sabina ed emanata nel 1248 sotto Papa Innocenzo IV, nell'anno V del suo Pontificato.[240]

 

27 - Non credo inutile quello che abbiamo sofferto. La nostra vita è alquanto rigorosa: non si mangia mai carne senza necessità, si digiuna otto mesi all'anno, ed altre cose del genere, come si può vedere nella Regola primitiva. Eppure alle sorelle queste austerità sembrano ancora lievi, per cui ne aggiungono altre che abbiamo credute necessarie per osservare la Regola con maggior perfezione. Spero nella bontà di Dio che, l'opera incominciata vada progredendo, come nostro Signore mi ha promesso.

 

28 - Sua Maestà benedisse anche il monastero fondato in Alcalà da quella terziaria di cui ho parlato.[241] Le contraddizioni non sono mancate neppure a lei, e dovette molto soffrire. Ma so che vi si vive con ogni religione, secondo la nostra Regola primitiva. Piaccia al cielo che sia tutto a onore e a gloria di Dio e della gloriosa Vergine Maria, di cui portiamo l'abito! Amen.

 

29 - Si sarà forse annoiato, Padre mio, di questa lunga relazione sul nuovo monastero. Eppure essa è molto corta in rapporto ai travagli sofferti e alle meraviglie che il Signore vi ha operato. Molti testimoni lo potrebbero affermare con giuramento. Perciò, nel caso che creda opportuno di strappare alcune parti di questo scritto, la supplico per amor di Dio di conservare quanto riguarda il monastero e di rimetterlo dopo la mia morte alle sorelle che vi saranno. Quelle che verranno dopo, vedendo quanto il Signore ha fatto mediante uno strumento così imperfetto e misero come me, si sentiranno animate a maggiormente servirlo e a fare il possibile, non soltanto per mantenere l'opera incominciata, ma anche per farla meglio progredire. Per l'interesse particolare che Dio si è preso in favore di questa fondazione, credo che farà molto male e sarà rigorosamente punita la religiosa che comincerà a introdurre rilassamento e a menomare la perfezione che il Signore vi ha stabilito. Egli ne ha benedetta la osservanza affinché si praticasse con soavità, constatandosi da tutte come essa sia leggera e si possa seguire senza fatica. Quelle che cercano la solitudine per godere del loro Sposo Gesù Cristo, qui hanno la possibilità di star sempre con Lui, sole con Lui solo, come devono essere le aspirazioni di chi vive in questa casa.

Perciò esse non saranno più di tredici, sapendo io per esperienza e per i molti consigli avuti, quanto importi non oltrepassare questo numero per non perdere lo spirito in cui viviamo e campare di elemosina senza chiedere nulla ad alcuno.[242] Su questo punto preferiscano il parere di chi ha cercato il migliore attraverso innumerevoli travagli e preghiere di molte persone. Se ne convinceranno facilmente appena constateranno la gioia, l'allegria, la poca fatica e la salute più prospera che si gode da tutte da che siamo in questa casa.

Chi trovasse questa vita troppo austera ne incolpi il suo poco spirito interiore, non la Regola che qui si osserva e che osservano facilmente anche persone delicate e di pochissima salute, ma ricche di tale spirito. Se ne vada pure: in altri monasteri potrà giungere a salvezza anche seguendo il suo spirito.

 

 

CAPITOLO 37

 

Effetti prodotti in lei da certi favori divini - Buona dottrina in proposito - Procurare con ogni sforzo e stimare molto l'acquisto anche di un solo grado di gloria, né fermarsi in alcun ostacolo quando si tratta di beni eterni

 

1 - Mi dispiace parlare ancora delle grazie che il Signore mi ha fatto. Sono già così grandi quelle che ho dette che ben difficilmente si potrà credere averle Dio concesse a una miserabile come me. Ma per ubbidire al Signore che me lo ha ordinato e conformarmi al comando delle Grazie Vostre,[243] ne dirò ancora qualcuna alla maggior gloria di Dio, sperando in Lui che la vista di tanti favori accordati a una poverella come me, sia di vantaggio a qualche anima. Che non farà Egli per chi lo ha sempre servito? Oh, si sforzino tutti di contentarlo, giacché Egli sa ricompensare con tali pegni fin da questa vita!...

 

2 - Si deve anzitutto osservare che in queste grazie di Dio la gloria è più o meno grande. In fatto di gloria, consolazioni e delizie, alcune visioni superano certe altre, tanto che io mi meraviglio di trovare un così gran divario di godimento fin da questa vita. Certe visioni e rapimenti inondano l'anima di tanta gioia e dolcezza che in questo mondo pare impossibile desiderare di più: né altro l'anima desidera, né saprebbe domandare. Ma dacché il Signore mi ha fatto comprendere la grande differenza che vi è in cielo fra il godimento degli uni e quello degli altri, comprendo pure che non vi può essere misura neppure quaggiù, quando Egli si compiace di distribuire i suoi doni: così come neppure io vorrei mettere misura nel servirlo, ma consacrare a Lui la mia vita. le mie forze e la mia sanità, onde non perdere per mia colpa nemmeno un minimo grado di gloria. Non dubito infatti di affermare che se mi domandassero cosa preferisco: se rimanere sulla terra sino alla fine del mondo fra ogni sorta di travagli e poi salire in cielo con un po' di gloria di più; oppure andar subito in cielo senza. nulla soffrire ma con un grado di gloria di meno, accettai volentieri tutti i tormenti del mondo pur di avere in più quel poco di gloria che mi permetta di meglio comprendere Dio, perché chi meglio lo comprende, meglio lo ama e meglio ancora lo loda.

 

3 - Non dico con questo che non mi contenterei anche solo di entrare in cielo. Avendo meritato di esser messa nell'ultimo posto dell'inferno, mi stimerei molto fortunata se il Signore mi usasse la bontà di mettermi nell'ultimo in cielo. Perciò lo prego di non guardare i miei peccati ma di concedermi di potervi un giorno arrivare. Dico solo che se potessi soffrire molto per Dio, ed Egli me ne concedesse la grazia, non vorrei perdere nulla per colpa mia, checché mi dovesse costare. Me sventurata, però, che con tanti peccati ho perduto ogni cosa!

 

4 - Si noti inoltre che da ogni grazia di visione o rivelazione che il Signore mi faceva, l'anima mia ritraeva sempre qualche grande vantaggio, e talvolta grandissimi.

La visione di Gesù Cristo m'impresse nell'anima la sua incomparabile bellezza che ho ancora presente. A ciò sarebbe bastato vederlo una volta sola: a maggior ragione dopo averlo visto tante volte, come il Signore ha voluto. E ne trassi il vantaggio che dirò.

Avevo un difetto gravissimo, da cui mi erano venuti molti mali. Quando mi, accorgevo che una persona mi voleva bene e mi era simpatica, mi affezionavo ad essa sino ad averla sempre nella mente. Non già che volessi offendere Dio, ma mi compiacevo nel vederla, nel pensare a lei e alle buone qualità che possedeva: e ciò con tanto mio danno d'averne l'anima perduta. Ma dopo aver visto la grande bellezza del Signore, non vi fu più persona che al suo confronto mi apparisse così piacevole da occupare ancora il mio spirito. Per esserne del tutto libera, mi basta gettare lo sguardo sull'immagine che porto in me, e innanzi alla bellezza e alla perfezione del mio Signore, le cose di quaggiù non fanno che disgustarmi. Non vi è né scienza né diletto che si possa ancora stimare in paragone di una sola parola di quella bocca divina, meno poi se ne dicesse molte. Perciò non credo che alcuno possa ancora occupare il mio spirito, almeno che in castigo dei miei peccati Dio non permetta che ne perda la memoria: basterebbe per liberarmene il più lieve ricordo di Lui.

 

5 - Ecco quanto mi avvenne con qualche mio confessare.

Io li ho sempre amati quelli che mi dirigono. Persuasissima, come sono, di avere in essi chi mi tiene le veci di Dio, vedo esser questo un motivo per amarli molto. Perciò, non scorgendovi alcun pericolo, non temevo alle volte di mostrare ad essi il mio affetto. Ma essi mi trattavano aspramente, perché timorati e servi di Dio com'erano, temevano qualche amicizia o attacco particolare, sia pure santo. - Questo mi avveniva dopo essermi sottomessa a obbedirli, perché prima non sentivo nulla.

Nel vedere quanto s'ingannassero, me la ridevo fra me, né sempre dicevo loro quello che sentivo in realtà, cioè che ormai le creature non mi colpivano più. Tuttavia non mancavo di rassicurarli, ma soltanto dopo molti colloqui vedevano il distacco di cui il Signore mi favoriva: perciò questi timori li avevano solo in principio.

La visione di nostro Signore e la continua conversazione che avevo con Lui aumentarono di molto il mio amore e la mia fiducia. Comprendevo che se è Dio, è anche uomo, e che, come tale, non solo non si meraviglia della debolezza umana, ma sa pure che questa nostra misera natura va soggetta a molte cadute, causa il primo peccato che Egli è venuto a riparare.

Benché sia Dio, posso trattare con Lui come con un amico. Non è Egli come i signori della terra che ripongono tutta la loro grandezza in un esteriore apparato di autorità. Con costoro non si può parlare che in certe ore e nemmeno da tutti. Se un poveretto vuol parlare, deve far giri e rigiri, implorare favori e sudare sangue. Non parliamo del Re. i poveri e quelli non di nobile lignaggio non lo possono avvicinare. Bisogna che ricorrano ai suoi intimi, i quali poi non sono certo di coloro che tengono il mondo sotto i piedi. Non sono fatti per le corti quelli che hanno il mondo sotto i piedi: essi dicono la verità, non temono né hanno nulla da temere, mentre nelle corti questa franchezza è sconosciuta, bisogna dissimulare il male che si vede, e nemmeno pensare che sia male per non cadere in disgrazia.

 

6 - O Re della gloria e Signore di tutti i re, il cui regno non ha fine, né si appoggia a così fragili barriere! No, con Voi non occorrono intermediari. Basta guardarvi per vedere che Voi solo meritate il nome di Signore! Vi date a conoscere per Re soltanto con la Vostra Maestà, senza bisogno di guardie e di corte. Difficilmente quaggiù si può riconoscere un re quando è solo. Nessuno gli crede, neppure se vuole imporsi per tale, perché non ha nulla che lo distingua dagli altri: gli occorrono delle insegne esteriori per farsi credere, per cui è giusto che si circondi di esteriorità senza le quali non sarebbe tenuto in considerazione. Siccome la sua persona non traluce di alcuna potenza, per far vedere la sua autorità deve ricorrere ad altre cose.

Oh, Signor mio e mio Re, se si potesse dipingere la grandezza che in Voi rifulge! P, impossibile non riconoscere che siete la stessa Maestà! A guardarvi si rimane pieni di stupore, soprattutto nel vedervi così umile e così pieno di amore con una creatura come me. Passato quel primo senso di sgomento che nasce alla vista di tanta vostra grandezza, si può trattare con Voi e parlarvi liberamente. E dopo si ha un altro timore assai più grande, quello di offendervi, ma non già per paura del castigo, non essendovi allora per l'anima altro maggior castigo che quello di perdervi.

 

7 - Questi dunque i vantaggi di simili visioni, senza contare i molti altri che rimangono nell'anima.

Quando una visione è da Dio, lo si vede dagli effetti, sempre che l'anima sia nella luce, perché, alle volte, come ho già detto, può anche succedere che il Signore le neghi ogni lume per lasciarla nelle tenebre. Allora nessuna meraviglia se, vedendosi così misera come me, si lasci prendere dalla paura.

Poco fa mi è successo questo caso, duratomi per lo spazio di otto giorni. Mi pareva di aver perduto perfino la possibilità di conoscere il molto che dovevo a Dio e il ricordo dei suoi favori. Avevo l'anima stordita, né sapevo perché, né in che cosa fosse assorta. Benché i miei pensieri non fossero cattivi, tuttavia mi sentivo così impotente a procurarmene di buoni che ridevo di me stessa, compiacendomi nel considerare l'incapacità di un'anima che Dio lascia d'aiutare. Non già che Egli cessi di essere con lei, non trattandosi qui di quelle grandi prove che, come ho detto, mi hanno afflitta altre volte. Ma intanto l'anima, per quanto si sforzi di gettar legna sul fuoco e di adoperarsi per ridestare la fiamma dell'amore di Dio, non vi è modo che riesca. Sarà per una grande misericordia se potrà ottenere del fumo, con il quale comprendere che il fuoco non è spento del tutto. Ma per riaccenderlo ci vuole l'azione di Dio, senza cui l'anima si affatica invano: più si sforza di soffiare e di mettere bene la legna, più le sembra di soffocarlo. Secondo me, è meglio arrenderci, riconoscere che da noi non possiamo nulla e attendere ad altre opere meritorie, potendo darsi che il Signore ci impedisca di far orazione appunto per farci praticare queste opere e riconoscere per esperienza quanto poco possiamo senza di Lui.

 

8 - Però oggi mi sono rifatta, ho preso ardire di lamentarmi e ho detto al Signore: «Come! Non vi basta, o mio Dio, che mi tratteniate in questa misera vita, e che io per amor vostro l'accetti e voglia vivere quaggiù, dove tutto m'impedisce di godervi per dovermi occupare di mangiare, dormire, trattar d'affari e parlare con la gente? Voi sapete quanto ciò mi dispiaccia, eppure per amor vostro mi rassegno. Perché poi vi nascondete nei pochi istanti che mi restano di stare con voi? Come è ciò compatibile con la vostra misericordia e con l'amore che avete per me? Credo che se anch'io potessi nascondermi a Voi, come Voi vi nascondete a me, credo che il vostro amore non lo sopporterebbe!... Eppure Voi mi siete sempre vicino e mi vedete!... Signor mio, questo modo di fare è insopportabile! Pensateci bene, ve ne prego, perché così fate ingiuria a chi vi ama!...».

 

9 - Purtroppo queste ed altre simili espressioni mi è accaduto di dire dopo aver visto quanto mite sarebbe stato ancora quel luogo che per i miei peccati mi sono meritato nell'inferno. Ma alle volte l'amore mi fa uscire in pazzie, per cui, non essendo più padrona di me, oso abbandonarmi al lamento. Eppure il Signore mi sopporta! - Benedetto per sempre questo Re così buono!

Ove sono i re della terra che si possano trattare con simili confidenze? Non c'è da stupirsi se con essi non si può parlare così, essendo giusto che i re e le prime autorità del regno siano circondati di rispetto. Ma oggi il mondo è arrivato a tal punto che le vite bisognerebbe fossero più lunghe per poter imparare tutte le prammatiche, le cerimonie e le nuove significazioni di rispetto, e insieme aver pure del tempo da consacrare al Signore. Mi faccio il segno della croce nel vedere quel che accade, e confesso che quando sono venuta in questa casa[244] non sapevo più come vivere. Se nel trattare con la gente si cade in qualche distrazione e non si rende loro un omaggio maggiore di quello che meritano, la cosa viene presa sul serio, se n'offendono, ed occorre discendere a spiegazioni, assicurandoli della nostra buona intenzione con la scusa che in quel momento si era alquanto distratti. - E piaccia a Dio che ci credano!...

 

10 - Torno a dire, insomma, che non sapevo più come vivere. Una povera anima non può a meno di affliggersi, perché da una parte le comandano di tenersi sempre occupata di Dio per esser questo il mezzo indispensabile di preservarsi da ogni pericolo, e dall'altra deve guardarsi di non mancare in nulla alla legge del mondo, sotto pena di offendere coloro che mettono il loro onore nel conformarvisi. Per conto mio ero molto stanca e non finivo di chiedere scusa, perché, nonostante ogni mia attenzione, commettevo un'infinità di mancanze che agli occhi del mondo, ripeto, non sono affatto leggere.

I religiosi non sono forse scusati in questo genere di cose? Non è forse ragionevole che siano ad essi perdonate?

No, rispondono, perché, secondo essi, i monasteri devono essere scuole di convenienze sociali, dove queste cose si hanno da conoscere più che altrove.

Francamente non ci capisco nulla. Mi sono domandata se ciò dipenda dall'aver detto qualche santo che la vita religiosa è una corte dove si formano i cortigiani del cielo, parole che i mondani abbiano poi intese a rovescio. Non so, infatti, come chi dovrebbe disprezzare il mondo per occuparsi di Dio possa assumersi la cura meticolosa di contentare le persone del secolo in cose soggette a tanti mutamenti! Pazienza se si potessero imparare in una volta! Ma oggi ci vorrebbe una scuola soltanto per i titoli delle lettere e imparare il modo di comporle, perché ora bisogna lasciare il margine da una parte e ora dall'altra, e stare attenti a dare il titolo d'illustre a chi prima non si dava nemmeno del magnifico.

 

11 - Non so dove si andrà a finire di questo passo. Io non ho ancora cinquant'anni,[245] e ho già visto tanti cambiamenti che non so più come vivere. Che sarà di chi nasce ora, se deve vivere a lungo? Compatisco di cuore le persone spirituali costrette per dei santi motivi a vivere nel mondo, per essere veramente terribile la croce che vi devono portare. Di che pesante fardello si libererebbero se si mettessero d'accordo a voler passare per ignoranti, e come tali essere considerate in questa scienza!

 

12 - In quante sciocchezze mi sono perduta! Parlavo delle grandezze di Dio e sono discesa alle bassezze del mondo! Ma giacché il Signore mi ha dato di esserne lontana, voglio abbandonarlo del tutto. Se lo goda chi con tanti sacrifici si sottomette alle sue frivolezza. Ma piaccia a Dio che non le abbia poi a pagare in quella vita che non avrà mutamento! Amen.

 

 

CAPITOLO 38

 

Alcuni grandi favori che Dio le ha fatto, ora svelandole qualche segreto del cielo, ora favorendola di visioni e rivelazioni elevate - Effetti e vantaggi ottenuti

 

1 - Una sera mi sentivo così male che volevo dispensarmi dall'orazione. Presi il rosario per pregare vocalmente, procurando di non troppo sforzarmi per raccogliermi: esteriormente ero quieta perché in un oratorio. Ma ben poco servono le nostre industrie contro il volere di Dio.

Dopo alcuni istanti fui presa da un rapimento di spirito così impetuoso che mi fu impossibile resistere. Mi parve di essere in cielo, dove le prime persone che vidi furono mio padre e mia madre, ed altre grandi meraviglie nel solo spazio di tempo che s'impiega per un'Ave Maria. - La grazia mi parve così sublime che ne rimasi molto stupita.

Forse il tempo sarà stato più lungo, ma a me parve brevissimo. Vi temetti subito una illusione: non avevo motivi per crederlo, pure non sapevo cosa fare per la vergogna che sentivo di manifestarmi al confessore. E questo non già per umiltà, mi pare, ma per paura che mi burlasse col chiedermi se fossi un S. Paolo per vedere il cielo, oppure un S. Girolamo. Trattandosi di visioni accordate a tali santi, mi pareva impossibile di averle io, per cui i miei timori crescevano e non facevo che piangere. Finalmente, malgrado ogni ripugnanza, andai dal confessore, al quale non osavo nascondere nulla, neppure di ciò che più mi costava, per la paura di essere ingannata. Egli vedendomi così afflitta, mi consolò molto, suggerendomi tante belle considerazioni per mettermi in pace.

 

2 - Ecco quello che mi accadde con l'andar del tempo e che qualche volta mi avviene pur ora. Se il Signore mi scopre alcuni grandi segreti, è affatto impossibile vedere più di quello che mostra. Non vi è alcun mezzo per farlo: non si vede se non quello che ogni volta fa vedere.

Tuttavia si trattava di cose così elevate che la più piccola di esse bastava a rapirmi di meraviglia e a farmi meglio conoscere la vanità delle cose terrene con grande mio vantaggio. Potessi dare un'idea anche solo del meno che vedevo! Ma pensando come fare, trovo che è impossibile, perché la sola luce di quella regione tutta luce è così diversa dalla nostra che il chiarore del sole sembra, al paragone, piuttosto smorto ed uggioso. Nessuna immaginazione, per vivace che sia, potrà mai rappresentarsi e dipingere, non dico quella luce, ma neppure una delle grandi meraviglie che il Signore mi ha svelato. Intanto un gaudio inesprimibile m'inondava l'anima e ne godevano anche i sensi. - No, non ho parole per esprimermi,. e credo meglio tacere.

 

3 - Una volta rimasi in questo stato più di un'ora, con l'impressione che il Signore mi fosse molto vicino a mostrarmi cose ammirabili. Indi mi disse: «Vedi, figliola, che cosa perde chi mi è nemico! Non lasciare di farlo sapere».

Ahimé, Signor mio, che efficacia possono mai avere le mie parole con chi si è volontariamente accecato, se Voi non vi degnate d'illuminarlo? Sì, con la conoscenza delle vostre grandezze so che alcuni si sono molto migliorati, perché da Voi illuminati. Ed è già molto se alcuno mi abbia creduto, per esser io tanto miserabile e tanto indegna di conoscere quelle cose. Siano benedetti il vostro nome e la vostra misericordia, se non altro per il miglioramento che ho notato in me! avrei voluto star sempre lassù, senza più tornare nel mondo, per il quale non mi è rimasto che disprezzo. Le cose della terra non mi sembrano che spazzatura, e comprendo la grande miseria del fermarsi in esse.

 

4 - Una volta, mentre ero con la signora di cui ho parlato,[246] mi accadde di andar soggetta a quel forte mal di cuore che, come ho detto, mi travagliava spessissimo e che ora si è alquanto calmato. Allora ella, nella sua grande carità, mi fece vedere gioielli d'oro, pietre di gran prezzo e diamanti di grandissimo valore, pensando così di sollevarmi, mentre io nel mio interno, ricordandomi di quello che Dio ci tiene preparato, sorridevo di compassione nel vedere in che miserie gli uomini mettono la loro stima, e pensavo che, malgrado ogni mio sforzo, non sarei mai riuscita a tenere quelle cose in qualche conto, a meno che il Signore mi togliesse di mente il ricordo di quei beni. Questo pensiero conferisce all'anima una superiorità così grande da non poter essere compresa se non da chi la possiede: un distacco totale e assoluto, effettuato non per propria virtù, ma unicamente da Dio, il quale non solo fa vedere la nullità delle cose terrene, ma ne imprime nell'anima una persuasione profonda, facendoci insieme capire che tale, noi con le nostre forze non potremmo produrcela in così breve spazio di tempo.

 

5 - Altro frutto è di non aver più tanta paura della morte, della quale ne ho sempre avuto parecchia. Per chi serve Dio mi pare che morire debba essere facilissimo, per. ché in un attimo si esce da questo carcere per andare al riposo: uscire l'anima dal corpo e salire al possesso di ogni bene non mi pare dissimile da quei voli di spirito o rapimenti nei quali Dio ci scopre tante ed estasianti meraviglie. - Sì, a parte i dolori che accompagnano la morte e che non si devono curare, il passaggio di coloro che hanno amato il Signore e disprezzare le cose di quaggiù dev'essere molto soave.

 

6 - Quella visione mi aiutò moltissimo a conoscere la nostra vera patria e a comprendere che qui siamo dei pellegrini. Non è forse di gran profitto contemplare quello, che ci attende e vedere dove dovremo vivere?

Se uno deve recarsi in un altro paese, non gli è forse di grande aiuto per sopportare le noie del viaggio l'aver prima visto che vi potrà vivere assai comodamente? Oltre a ciò, l'anima può pensare più facilmente alle cose del cielo e stabilire in esse la sua conversazione. E questo è un vantaggio che non si può abbastanza magnificare perché allora ci si raccoglie anche con un solo sguardo al cielo, e non si fa che pensare alle meraviglie di cui il Signore ha voluto mostrarci qualche cosa, tanto che a me accade spesso di trovar conforto e compagnia con quelli che già sono lassù. Essi solo mi sembrano vivi, mentre questi di quaggiù mi paiono così morti che a farmi compagnia non mi basterebbe tutto il mondo, specialmente quando sono in preda a quei trasporti di spirito. Quello che vedo con gli occhi del corpo non mi sembra che sogno o illusione, e non desidero se non quello che l'anima ha veduto. Ma sentendomene lontana, provo una pena da morirne.

 

7 - Segnalatissima la grazia di simili visioni anche perché l'anima vi trova aiuti poderosi a portare le sue croci. Qui tutto l'annoia, qui nulla la soddisfa, né so come ancora vi possa vivere se non perché di tanto in tanto il Signore le fa uscire di mente il ricordo di quello che ha veduto, quantunque poi non tardi molto a ritornarglielo.

- Sia Egli per sempre lodato e benedetto!

Poiché Dio ha voluto che intendessi qualche cosa di così eccelse grandezze e che in certo qual modo cominciassi pure a goderne, lo supplico per il sangue sparso dal suo Figlio per me a non permettere che mi accada come a Lucifero, che per sua colpa perse tutto! Non lo permetta mai per la sua bontà! Talvolta ne temo grandemente, benché la sua misericordia non lasci insieme d'assicurarmi che dopo avermi liberata da tanti peccati non vorrà ritirare la sua mano per lasciarmi cadere in rovina. - Questo, Padre mio, è quanto la scongiuro di chiedere sempre per me.

 

8 - Questi favori non sono ancora così grandi come quello di cui voglio ora parlare, superiore ai precedenti, oltre che per il resto, anche per i molti frutti che produce e per le grandi forze di cui corrobora lo spirito. - Non si esclude con ciò che ognuno di essi sia così grande, considerato in sé, da non saper trovare paragoni.

 

9 - Una vigilia di Pentecoste, dopo la Messa. andai in un luogo molto solitario dove solevo ritirarmi a pregare[247] e mi misi a leggere nel Cartusiano[248] ciò che riguarda quella festa. Leggevo i segni dai quali gli principianti, i proficienti e i perfetti possono conoscere se lo Spirito Santo è in loro, e dopo aver considerato quei tre stati, mi pareva, a quanto ne potevo giudicare, che per bontà di Dio lo Spirito Santo fosse in me. Ringraziai il Signore e mi ricordai di aver letto ancora quel passo, ma in altre circostanze, quando, come vedevo chiaramente, di quei segni non ne avevo alcuno. Il contrasto mi faceva meglio apprezzare l'importanza della grazia ricevuta, e considerando il luogo che per i miei peccati mi ero meritato nell'inferno, lodavo e ringraziavo il Signore per vedermi così cambiata da non riconoscermi più.

Mentre m'indugiavo in queste considerazioni, fui sorpresa da un grande rapimento senza che ne capissi il motivo. Incapace l'anima di trattenersi in sé, sembrava volesse uscire dal corpo per l'impazienza di arrivare a quel bene.

Era un trasporto diverso dagli altri, così impetuoso da non sapermi dominare. E la mia anima ne era tanto alterata che non capivo cosa avesse o volesse. Non potendomi reggere, neppur seduta, cercai di appoggiarmi, perché le forze naturali mi stavano abbandonando.

 

10 - In questo stato mi vidi sulla testa una colomba molto diversa dalle nostre, senza penne e con ali come a scaglie di madreperla, che davano grande splendore. Era più grande delle colombe ordinarie, e mi sembrava di udirne il frullo delle ali. Avrà volato per lo spazio di un'Ave Maria, ma io la perdetti presto di vista perché, immersa nel rapimento, mi andavo smarrendo a poco a poco. Lungi dal turbarsi ed empirsi di terrore come avrebbe dovuto, il mio spirito si raccolse in gran pace, in compagnia di quell'Ospite così amorevole, sbandì ogni senso di paura e, pur rimanendo nel rapimento, cominciò a godere quiete e soavità.

 

11 - Non è a dire la gioia di quel rapimento: passai la maggior parte della festa così sbalordita e fuori di me da non sapere cosa facessi, incapace di persuadermi di essere stata oggetto di tanta grazia. Dalla gran gioia mi pareva di non udire né di vedere più nulla. E mi accorsi di aver fatto, da quel giorno, progressi grandissimi nell'amore di Dio e in tutte le altre virtù, che mi rimasero più forti. - Sia Egli per sempre lodato e benedetto! Amen.

 

12 - Un'altra volta vidi la stessa colomba sulla testa di un Padre dell'Ordine di S. Domenico, con questa differenza, che i raggi e gli splendori delle ali sembravano più diffusi. Intesi da ciò che egli avrebbe condotto a Dio molte anime.

 

13 - Un'altra volta vidi nostra Signora che copriva di un mantello bianchissimo quel Presentato dello stesso Ordine, di cui ho parlato altre volte.[249] E mi disse che gli dava quel manto in ricompensa dei servizi che le aveva reso con aiutare la fondazione di questo monastero, e in pegno della protezione con cui Ella avrebbe sempre difesa la purezza dell'anima sua, custodendogliela da ogni peccato mortale. E così credo che fu.

Morì dopo alcuni anni, ma dopo aver condotto una vita così penitente, e averla conclusa con una morte così invidiabile, che della sua eterna salute, per quanto è a noi dato giudicarne, non c'è d'avere alcun dubbio. Un religioso che l'assistette sino all'ultimo mi confidò che prima di spirare gli disse che gli stava vicino S. Tommaso. Morì pieno di gioia e con vivo desiderio di abbandonare questo esilio.[250] Mi è poi apparso varie volte circonfuso di gloria per dirmi alcune cose. Era un uomo di così alta orazione che verso la fine di sua vita, pur volendo distrarsi per la debolezza che sentiva, non era capace di riuscirvi, per i molti rapimenti a cui andava soggetto. Poco prima di morire mi scrisse domandandomi come fare a sottrarsene, perché dopo la Messa cadeva in estasi e vi rimaneva a lungo, senza potervi resistere. In fine Dio lo ricompensò del molto che aveva fatto nella sua vita.

 

14 - Ho visto pure qualche grazia delle molte che il Signore faceva al Rettore della Compagnia di Gesù, di cui ho parlato più volte,[251] ma per amore di brevità non le voglio narrare.

Una volta andò soggetto a una grande prova, ed era molto afflitto per la persecuzione che l'opprimeva. Un giorno, mentre ascoltavo la Messa, al momento dell'elevazione, vidi Gesù Cristo in croce che m'incaricò di riferirgli alcune parole di conforto, con alcune altre per annunziargli ciò che sarebbe avvenuto, ricordargli quello che Egli aveva sofferto per lui, e che si preparasse a soffrire. Egli ne ebbe conforto e coraggio, ed è poi avvenuto come il Signore mi aveva detto.

 

15 - Grandi cose ho anche veduto intorno all'Ordine di quel Padre, che è la Compagnia di Gesù, i cui religiosi ho visto spesso in cielo con in mano delle bianche bandiere. Sì, cose ammirabili ho veduto di quell'Ordine, e io lo venero molto, perché, essendo stata in rapporto con vari dei suoi membri, ho visto che la loro vita è conforme a quanto di essi Dio mi ha fatto capire.

 

16 - Una sera, mentre ero in orazione, il Signore cominciò a dirmi alcune parole che mi ricordavano quanto la mia vita era stata cattiva, per cui mi sentii molto afflitta e confusa. Le parole di Dio, anche se non dette severamente, producono sentimenti di così vivo rammarico da far quasi morire. Serve di più una sola di esse per conoscere la nostra miseria che non più giorni di continue considerazioni, perché hanno in sé un tal carattere di verità da non poter essere disconosciuto.

Il Signore, dunque, mi ricordò le affezioni e la vanità a cui ero attaccata, e mi disse di stimarmi assai fortunata se a un cuore come il mio, di cui avevo tanto abusato, permetteva ancora di darsi a Lui e d'essere da Lui accettato.

Una volta mi disse di ricordarmi di quando mettevo il mio onore nell'andare contro il suo, ed altre volte di non dimenticarmi di quanto gli dovevo per le molte grazie che Egli mi aveva fatte proprio allora che più l'offendevo.

Quando commetto una mancanza - come spesso mi avviene - Sua Maestà me la fa vedere sotto tal luce che mi sento annientare. Ed è una pena che si rinnova spesso, perché, purtroppo, ne commetto molte.

Alle volte, dopo aver ricevuto un rimprovero dal confessore, mi accadeva di andare a cercar conforto nell'orazione, e in essa di sentirmi rimproverare per davvero.

 

17 - Tornando a quello che dicevo, quando il Signore cominciò a ricordarmi le miserie della mia vita, mi misi a piangere, sembrandomi di non aver fatto nulla per riparare. Nel contempo mi venne da pensare che forse il Signore mi voleva fare qualche grazia, perché, d'ordinario, prima di accordarmi qualche grande favore, mi umilia profondamente, come per farmi comprendere quanto ne sia indegna. Pensavo che così fosse anche allora. Ed eccomi, poco dopo, portata via da un così gran rapimento come se la mia anima fosse uscita dal corpo: comunque, se era nel corpo, non lo sapeva.

Vidi la sacratissima Umanità in mezzo a tanta gloria come non l'avevo mai veduta. In modo chiaro e ammirabile vidi Cristo nel seno del Padre, ma non so dire in che modo, perché mi parve di essere in presenza della divinità senza nulla vedere. Rimasi così stupita e fuori di me che passai vari giorni senza rinvenire. Mi pareva d'aver sempre innanzi la maestà del Figlio di Dio, quantunque non come allora, e lo vedevo bene.

Questa visione resta così impressa, nonostante la rapidità con cui si effettua, che per un po' di tempo non è possibile dimenticarla, e lascia nell'anima grande gioia e profitto.

 

18 - lo l'ho avuta altre tre volte, e credo che sia la più alta di quante Dio me ne abbia date. Produce effetti meravigliosi, purifica l'anima ammirabilmente, e sembra togliere quasi ogni forza alla nostra sensualità. È come una gran fiamma che brucia e consuma tutti i desideri della vita. Benché per bontà di Dio non fossi più portata alle frivolezza della terra, tuttavia compresi meglio che quaggiù tutto è vanità, e vanità delle vanità tutte le grandezze del mondo: conoscenza utilissima per elevare i desideri alla pura verità. Si rimane con grandi sentimenti di rispetto per Dio, così diversi da quelli che ci procuriamo da noi, che io non so come descriverli. E immenso è il terrore dell'anima nel pensare come abbia osato e vi sia alcuno che osi offendere una Maestà così grande.

 

19 - Degli effetti di queste e altre simili visioni ho già parlato altrove, e ho detto, se non sbaglio, che i vantaggi che ne derivano sono più o meno grandi, ma grandissimi quelli di quest'ultima. Quando andavo a comunicarmi e mi ricordavo della tremenda Maestà che avevo veduto, pensando che quella stessa era nel santissimo Sacramento, nel quale il Signore si era degnato di apparirmi varie volte, i capelli mi si rizzavano sulla testa e mi pareva di andarne consunta.

Signor mio, se non velaste così la vostra grandezza chi ardirebbe di venire a voi tante volte per unire con la vostra ineffabile Maestà un'anima così piena di sozzure e di miserie? Siate per sempre benedetto, o mio Dio! Gli angeli e le creature tutte vi lodino per aver Voi accomodato i vostri misteri alla nostra debolezza, in modo da farci godere delle vostre ricchezze senza atterrirci con la vostra grande potenza. Povere e fragili creature come siamo, non avremmo mai osato avvicinarci, per cui ci sarebbe accaduto come a quel contadino, la cui avventura sono certa che andò così.

 

20 - Aveva trovato un tesoro che sorpassava di molto i suoi modesti desideri. Vedendosi padrone di tanta ricchezza e pensando continuamente come poterla impiegare, si lasciò prendere dalla malinconia, e questa a poco a poco lo condusse al sepolcro. Se invece di trovarla tutta insieme, l'avesse avuta poco per volta, se ne sarebbe servito per i suoi bisogni, avrebbe cambiata la sua povertà in uno stato Più felice e non ci avrebbe rimesso la vita.

 

21 - O ricchezza dei poveri, come sapete bene Voi sostentare le anime! Invece di scoprire i vostri tesori tutti in una volta, li svelate a poco a poco, per cui io nel contemplare una Maestà così eccelsa velata sotto le fragili apparenze di un'ostia, non posso a meno di ammirare la vostra grande sapienza.

Malgrado i molti favori che il Signore mi ha fatto e mi fa, non saprei ugualmente come accostarmi a riceverlo se Egli non mi desse forza e coraggio, per cui non posso frenarmi dal pubblicare le sue misericordie e annunziare ad alta voce le sue grandi meraviglie. Che non deve provare una miserabile come me, carica di abominazioni, dopo una vita così poco buona, nell'avvicinarsi a tanta Maestà, se, oltre a ciò, vuole anche che la mia anima lo veda? Come accostare a quel corpo gloriosissimo, pieno di misericordia e purezza, una bocca che tante parole ha proferito contro di Lui?

Se chi non l'ha servito prova più rammarico e afflizione nel vedere l'amore, la tenerezza, la bontà di quel suo volto infinitamente bello, che non senta terrore per la sua immensa Maestà, che cosa ho da dire io, che l'ho visto due volte? Che ho dovuto provare?

 

22 - Signor mio e gloria mia, sono quasi tentata di affermare che qualche cosa ho fatto anch'io per Voi con le grandi afflizioni della mia vita.

Ma che dico? Non lo so, Signore. Mi sembra di non esser io che parlo. Questo pensiero mi ha messa in agitazione, e sono fuori di me.

Avrei ragione di dire che ho fatto qualche cosa per Voi, se i miei sentimenti fossero frutto di mia industria, ma siccome non possiamo avere neppure un buon pensiero senza il vostro aiuto, non c'è proprio motivo che me ne siate riconoscente, tanto più che io sono la debitrice e Voi l'offeso.

 

23 - Un giorno, mentre andavo a comunicarmi, vidi con gli occhi dell’anima, ma più chiaramente che con quelli del corpo, due demoni di aspetto abominevole che sembravano stringere fra le corna la gola del povero sacerdote. Mentre questi veniva a porgermi l'ostia che teneva in mano, vidi in essa il mio Signore con la maestà di cui ho parlato. Compresi che quell'anima era in peccato mortale: le sue mani erano quelle di un peccatore.

Che orrore, Signor mio, vedere la vostra ineffabile bellezza in mezzo a figure sì abominevoli! I demoni vi stavano innanzi come impauriti e tremanti, e ben si vedeva che, se l'aveste permesso, sarebbero fuggiti volentieri.

Ne ebbi tale turbamento che non so come sia riuscita a comunicarmi, senza dire del timore che poi mi prese circa l'origine della visione, per credere che Dio, se era da Lui, non mi avrebbe permesso di vedere lo stato di quel suo ministro. Ma Egli mi disse di pregare per lui, aggiungendo che l'aveva permesso per farmi conoscere la virtù delle parole consacratorie per le quali Egli non lascia di farsi presente nell'ostia nonostante l'indegnità del sacerdote che le pronuncia. Volle insieme mostrarmi la sua grande bontà nel mettersi anche nelle mani di un suo nemico, pur di essere in mio bene e in bene di tutti.

Compresi quanto i sacerdoti siano obbligati a essere migliori degli altri, come sia orribile ricevere indegnamente questo santissimo Sacramento, e quanto il demonio la sappia fare da padrone sopra un'anima in peccato mortale. Rimasi con grandi vantaggi e con una conoscenza più chiara di quanto dovevo a Dio. - Sia Egli per sempre benedetto!

 

24 - Di gran terrore mi fu pure quest'altra visione che ebbi una volta in un certo luogo. Era morta una persona che, come poi seppi, era vissuta assai male per molto tempo.[252] Negli ultimi due anni era stata inferma, e in certe cose sembrava emendata. Morì senza confessarsi. Tuttavia mi pareva che non avesse dovuto dannarsi. Ma mentre la preparavano per la sepoltura, vidi una quantità di demoni che prendevano quel corpo quasi volessero giocarci. Lo malmenavano, lo scagliavano in qua e in là con dei grandi forconi. lo ero piena di spavento, e vedendolo portare alla sepoltura con i soliti onori e cerimonie, pensavo alla bontà di Dio che, nascondendo lo stato di quell'anima, impediva che venisse infamata.

 

25 - Quello spettacolo mi aveva atterrita.

Per tutto il tempo dell'ufficiatura non vidi alcun demonio, ma quando il cadavere venne calato nel sepolcro, ne vidi un'infinità che stavano dentro a riceverlo. Ero come fuori di me, ed ebbi bisogno di non poco coraggio per non lasciar nulla trasparire. Intanto pensavo cosa avrebbero fatto dell’anima, se tanto ne maltrattavano il corpo.

Piacesse a Dio che le anime in peccato mortale vedessero la scena orribile che io ho veduto! Credo che si ridurrebbero subito a miglior vita. Da ciò appresi meglio quanto io debba a Dio e da quali mali mi abbia Egli liberata.

Me ne rimase la paura fino a quando non ne parlai con il confessore, temendo che fosse un'illusione del demonio per infamare quell'anima, sebbene non sia stata molto buona.

Illusione o no, fatto sta che, quando me ne ricordo, tremo di spavento.

 

26 - Giacché ho cominciato a parlare di visioni di morti, voglio raccontare alcune cose che Dio mi ha fatto conoscere di qualche anima. Per essere breve ne dirò poche, anche perché non lo credo necessario e nemmeno utile,

Mi annunziarono la morte di un religioso che era stato nostro Provinciale e che al momento del decesso governava un'altra provincia.[253] Io lo avevo conosciuto e gli ero debitrice di alcuni buoni servizi. Era un ottimo religioso, ma siccome era stato superiore per vent'anni, temevo molto della sua salvezza, perché la cura delle anime mi sembra assai pericolosa, e la temo molto. Afflitta com'ero, mi ritirai in un oratorio ed offersi in suo suffragio il bene che avevo fatto nella mia vita. Non era che poca cosa, ma supplicavo il Signore a supplire con i suoi meriti a ciò che a quell'anima mancava per uscire dal purgatorio.

 

27 - Mentre facevo del mio meglio per supplicare il Signore, mi sembrò di vederlo uscire dalla terra, alla mia destra, ed elevarsi verso il cielo con indicibile allegrezza. Benché fosse molto vecchio, lo vidi sull'età di trent'anni e forse meno, con un viso risplendentissimo.

Questa visione non durò molto, ma ne rimasi così contenta che, malgrado il dolore di alcune persone che lo stimavano assai, non mi fu possibile affliggermi. Ne era tanta la gioia che nulla più m’importava, e nemmeno mi veniva da dubitare se la visione fosse stata buona. Illusione certo non era.

Era morto appena da quindici giorni. Tuttavia raccomandai che si pregasse per lui e lo feci pur io, benché non con l'ardore che ci avrei messo se non avessi avuto quella visione.

Quando il Signore mi mostra un'anima salire al cielo, non so impedirmi di pensare che pregare per lei sia fare elemosina a un ricco.

Egli era morto molto lontano, e solo più tardi seppi della morte edificantissima che Dio gli aveva dato. Ne erano tutti meravigliati, tanto per la lucidità di mente che per le lacrime e l'umiltà con cui era spirato.

 

28 - Era morta in questo monastero, da poco più di un giorno e mezzo, una monaca gran serva di Dio, per la quale si recitava in coro l'ufficio dei defunti. Una religiosa leggeva una lezione, e io ero in piedi per aiutarla a dire il responsorio. A metà della lezione vidi l'anima della defunta uscire dalla stessa parte della precedente e andarsene in cielo, però non in visione immaginaria come la prima, ma al modo delle visioni già dette, benché entrambi di tal natura da non lasciare alcun dubbio.

 

29 - Nel mio stesso monastero era morta una monaca di circa diciotto o vent'anni, la quale, benché sempre malaticcia, era stata assidua al coro, virtuosa e gran serva di Dio. Avendo sofferto moltissimo, pensavo che avesse meritato più del necessario per non andare in purgatorio. Ma mentre si recitavano le Ore prima di seppellirla, quattro ore circa dopo la sua morte, la vidi uscire dal medesimo luogo e andarsene in cielo.

 

30 - Un giorno ero in un collegio della Compagnia di Gesù, tormentata da quei grandi travagli di anima e di corpo a cui, come ho detto, andavo talvolta soggetta e tuttora ci vado: così affranta che, a quanto ricordo, non potevo formare neppure un buon pensiero. La notte stessa era morto un fratello della Compagnia.[254] Mentre facevo del mio meglio per raccomandarlo a Dio e ascoltavo la Messa che un Padre gesuita celebrava per lui, mi venne un grande raccoglimento, e lo vidi salire al cielo con molta gloria, accompagnato da nostro Signore. Intesi che così l'accompagnava in segno di speciale favore.

 

31 - Era molto ammalato un frate del nostro Ordine, religioso di grande virtù. Mentre ascoltavo la Messa, entrai in raccoglimento e vidi che era morto e che saliva al cielo senza passare per il purgatorio.[255] Seppi poi che era morto nella stessa ora in cui l'avevo visto. Siccome mi meravigliavo nel vederlo esente dal purgatorio, intesi che, avendo osservato fedelmente la sua Regola, aveva ottenuto questo favore per le Bolle dell'Ordine.[256]

Non so per che motivo mi fu detto questo. Credo per farmi comprendere che l'abito non fa il monaco, voglio dire che per godere i benefici di questo stato di maggior perfezione, che è la vita religiosa, non basta contentarsi di portare l'abito.

 

32 - Non voglio più oltre dilungarmi perché, come ho detto, non ne vedo il motivo. Benché, di queste visioni ne abbia avute parecchie, pure fra le anime che Dio mi ha concesso di vedere, non intesi che altre abbiano evitato del tutto il purgatorio, oltre quella del religioso anzidetto, quella del santo fra Pietro d'Alcantara e quella del Padre domenicano di cui ho parlato più sopra.[257] Di alcuni piacque a Dio di mostrarmi il grado di gloria e il posto che occupano in cielo. E grande è la differenza che separa gli uni dagli altri.

 

 

CAPITOLO 39

 

Continua nel racconto delle grandi grazie che il Signore le ha fatto, e dice come le abbia promesso di aiutare le persone per le quali ella avesse pregato - Varie circostanze in cui questa promessa si è avverata

 

1 - Un giorno pregavo insistentemente il Signore a rendere la vista a una persona a cui ero molto obbligata. L'aveva perduta quasi del tutto, e io ero molto addolorata, ma temevo che per i miei peccati Dio non mi ascoltasse. Allora Egli mi apparve come già altre volte, e mostrandomi la piaga della mano sinistra, ne cavò fuori con l'altra un gran chiodo che vi era infisso. Nell'uscire il chiodo parve portar via della carne, e immaginai lo strazio. Mentre me n'affliggevo, il Signore mi disse di non temere, perché se per me aveva tanto sofferto, a maggior ragione avrebbe ascoltate le mie domande. Mi promise che avrebbe esaudito ogni mia preghiera perché sapeva che non gli avrei chiesto se non cose conformi alla sua gloria. Così avrebbe fatto per quello che allora gli chiedevo, perché se mi aveva sempre esaudita al di là di ogni mio desiderio anche quando non lo servivo, come potevo ben ricordarmi, a maggior ragione l'avrebbe fatto allora che era ormai sicuro del mio amore. Perciò non dovevo dubitare.

Dopo neppure otto giorni, mi pare, a quella persona il Signore ritornava la vista. E lo venne subito a sapere anche il mio confessore.

Può darsi che non sia stato per le mie preghiere, ma avendo avuto quella visione, mi entrò nell'anima la certezza che il Signore l'abbia fatto a mio riguardo, e lo ringraziai vivamente.

 

2 - C'era una persona che soffriva moltissimo per una certa malattia che non dico per non sapere di che genere fosse.[258] Soffriva atrocemente da due mesi, con tali spasimi che ne pareva dilaniata. Il mio confessore, che era il Rettore che ho detto,[259] andò a trovarla, e fu preso da tanta pietà che mi ordinò di recarmi da lei, anche perché essendo mia parente, non v'era nulla in contrario. Partii, e ne ebbi tanta compassione che cominciai a importunare il Signore affinché si degnasse di guarirla. La grazia mi parve molto evidente, perché il giorno dopo il male sparì.

 

3 - Un giorno ero molto afflitta per aver saputo che una persona, verso la quale avevo grandi obbligazioni, era decisamente risoluta a fare una cosa di grave offesa di Dio e di pregiudizio al suo stesso onore, Non sapevo come distoglierla, né credevo che si potesse riuscire, e non è a dire la pena che ne avevo. Supplicai ardentemente il Signore a volermi compiacere, non potendomi calmare altro che con vedermi esaudita. Andai in un romitorio di questo monastero, in quello molto solitario del Cristo alla colonna.[260] Mentre supplicavo il Signore a concedermi la grazia udii una voce soavissima, simile a dolce mormorio. Rimasi tanto spaventata che i capelli mi si rizzarono sulla testa. Volevo capire quello che diceva, ma non mi fu possibile perché non durò che un istante. Dopo quello sgomento, mi trovai inondata di tanta gioia, soavità e gaudio interiore che mi chiesi meravigliata come mai una voce, percepita solo con le orecchie del corpo senza nulla comprendere, avesse potuto far tanto. Intesi con ciò che la mia domanda sarebbe stata esaudita, come infatti lo fu. Sparì 1’angoscia che mi opprimeva, come se la cosa fosse già avvenuta, ben benché ancora non lo fosse, ma si sia realizzata solo più tardi. Avendo allora due confessori, entrambi dotti e gran servi di Dio,[261] dissi loro ogni cosa.

 

4 - Seppi di una persona che si era determinata a servire Dio e che dopo aver praticata l'orazione per vario tempo e avervi anche ricevute molte grazie, l'aveva poi abbandonata per certe occasioni da cui non sapeva allontanarsi e che erano molto pericolose. Mi dispiacque moltissimo perché l'amavo molto e molto le dovevo. Durai nella preghiera più di un mese, scongiurando il Signore a ricondurla al suo servizio. Un giorno, mentre ero in orazione, mi vidi accanto un demonio che, pieno di rabbia, faceva in pezzi alcuni fogli che teneva in mano. Ne fui molto contenta parendomi che la mia preghiera fosse esaudita. E così fu. Venni infatti a sapere che si era confessata con molto dolore ed era tornata a Dio. Ora spero che con l'aiuto del Signore non cesserà più di progredire. - Sia Egli benedetto in ogni cosa! Amen.

 

5 - Se volessi dire quante anime Dio ha tolto per le mie preghiere dallo stato di colpa grave, quante altre ne ha portato a maggior perfezione, quante ne ha liberate dal purgatorio, ed altre cose meravigliose di cui sono stata favorita, finirei per stancarmi io e stancare chi mi legge. Dico solo che furono più le guarigioni di anima che quelle di corpo, ed è verità conosciutissima, di cui molti potrebbero rendere testimonianza.

Da principio ne avevo scrupolo, perché, pur riconoscendovi un puro effetto della bontà di Dio, non potevo non credere che il Signore lo facesse per le mie preghiere. Ma poi i fatti si sono così aumentati, anche a vista di altre persone, che a credervi non soffrivo più: oggi ne ringrazio il Signore e mi sento tutta confusa per vedermi maggiormente obbligata. Mi cresce il desiderio di servire Dio, e l'amore si fa più vivo.

Ciò che mi stupisce è che quando si tratta di cose che Dio non crede di esaudire, non sono capace di domandargliele, neppure se mi sforzo: prego fiaccamente, senza spirito e attenzione, né posso fare di più. Ma quando sono cose che Egli Vuol concedere, sento di domandargliele sino a insistere ed essere importuna. Anzi, se me ne scordo, pare che qualcuno me ne richiami il pensiero.

 

6 - La differenza di questi due modi di pregare è così grande che non so come spiegarla. Nel primo modo è inutile che mi sforzi. Anche se chiedo cose che mi stanno a cuore, non sento il fervore che sperimento per le altre: simile a uno che ha la lingua impacciata, che vuol parlare e non può, e se parla lo fa in un modo d'accorgersi pure lui di non esser capito. Invece nell'altra maniera sono come uno che ha la lingua chiara e spedita e sente di essere ascoltato con piacere. Nel primo caso è come chiedere con preghiera vocale, mentre nel secondo sembra in una di quelle grandi contemplazioni nelle quali Dio si manifesta così al vivo da far capire che ci sta ascoltando, che si compiace delle nostre domande e che le vuole esaudire. - Sia benedetto Colui che tanto mi dà, nonostante il poco che gli do io.

O mio Dio, che cosa fa chi non si consuma tutto per Voi? E quanto io sono lontana, quanto - sì, lo posso ripetere mille volte - quanto sono lontana dal far questo! E non è esso un motivo, senza parlare dei molti altri, che mi deve indurre a non voler più vivere, dato che non vivo secondo il molto che vi devo? Quante imperfezioni in me! Quanta rilassatezza nel vostro servizio! Molte volte per non sentirmi con tante miserie, vorrei essere priva di sentimento! - Vi rimedi Colui che lo può!

 

7 - Quando ero in casa di quella dama di cui ho parlato[262] dovevo sorvegliarmi attentamente per non dimenticare che quaggiù tutto è vanità, perché vi ero molto stimata, non mi mancavano lodi e mi si offrivano tante cose che, se non fossi stata attenta, avrei finito con attaccarmici. Ma Colui che ha buona vista vegliava su di me e non mi ritirava la sua mano.

 

8 - Ora che parlo di buona vista, ricordo quello che soffrono le anime a cui Dio ha svelato la verità quando devono occuparsi delle cose di quaggiù, dove la verità è tanto spesso oscurata, come il Signore mi disse.

Molto di ciò che scrivo non è di mia testa, ma dettatomi dal Maestro divino. Perciò quando dico: «Ho inteso così», oppure: «Il Signore mi ha detto», mi faccio scrupolo di togliere o aggiungere una sillaba. Parlo invece in nome mio quando non ricordo bene quello che ho udito, potendo darsi benissimo che di mio vi aggiunga appunto qualche cosa. Però non chiamo mio quello che vi è di buono, perché so che in me non ve n'è affatto, fuori di quello che Dio si è degnato di darmi, contro mio merito. Insomma, intendo dire che una cosa viene da me quando non mi fu data a conoscere per via di rivelazione.

 

9 - O mio Dio, quante volte vogliamo giudicare le cose spirituali come quelle del mondo, basati unicamente sulle nostre vedute personali che tanto spesso si discostano dalla verità! Ci sembra di dover giudicare del nostro profitto spirituale a seconda degli anni che abbiamo trascorsi in qualche esercizio di orazione, pretendendo quasi di stabilire un termine a Colui che dà i suoi doni quando vuole e senza misura, e può dare più a uno in sei mesi che non ad altri in sei anni. Questo l'ho constatato in molte persone, e mi meraviglio che si possa pensare diversamente.

 

10  Però non credo che s'inganni chi ha ricevuto da Dio il dono del discernimento degli spiriti e quello di una vera umiltà, perché allora egli giudica a seconda degli effetti, delle risoluzioni e dell'amore che uno ha: aiutato dalla luce che Dio gli comparte, giudica dall'avanzamento e dal profitto, non già dal numero degli anni, potendo darsi benissimo che uno ottenga di più in mezzo anno che non un altro in venti, perché il Signore, come ho detto, dà i suoi doni a chi vuole e a chi meglio si dispone. Ne ho un esempio nelle giovinette che vengono in questa casa. Sono di poca età, ma appena Dio le tocca con la sua grazia, favorendole con un po' di luce e di amore, appena dà loto una consolazione, non si fan altro aspettare, lasciano subito ogni cosa e si consacrano al suo servizio, rinchiudendosi per sempre in una casa senza rendite, incuranti di ciò che avranno da mangiare. Sentendosi da Lui amate, disprezzano per amor suo la loro stessa esistenza, abbandonano tutto, non vogliono più avere volontà e nemmeno pensano che di una vita così rigorosa e di una così stretta clausura potrebbero un giorno annoiarsi, ma tutte insieme si offrono a Dio in sacrificio.

 

11 - Con quanta gioia me le riconosco in ciò superiori! Quanto ho da vergognarmi innanzi a Dio! Egli non ha ottenuto da me, in tanti anni di orazione e di continui benefici, quello che ha ottenuto da loro in tre mesi, e da qualcuna in tre giorni, nonostante che a me dia grazie assai maggiori. Ma Egli le sa ricompensare generosamente, per cui esse sono molto contente del sacrificio che per Lui hanno fatto.[263]

 

12 - Noi che abbiamo tanti anni di professione e di orazione, rammentiamoli pure, ma non per tormentare coloro che in poco tempo ci hanno sorpassato, e obbligarli a tornare indietro per adattarsi al nostro passo. Se con l'aiuto di Dio volano come aquile, perché costringerli a camminare come pulcini dai piedi impacciati? Volgiamoci invece a Sua Maestà, e se vediamo che quelle anime sono umili, allentiamo pure le redini, perché Dio, dopo averle favorite di tante grazie, non permetterà di sicuro che cadano nell'abisso. Forti nelle verità della fede, esse ripongono in Dio ogni loro fiducia. E perché noi non ci fideremo di loro, volendole misurare con la nostra misura e alla stregua del nostro poco coraggio? Non è così che si deve fare! Se non possiamo uguagliarle nella loro generosità, né conseguire quei loro grandi effetti che noi per mancanza di esperienza neppure comprendiamo, lungi dal condannarle, umiliamoci, perché altrimenti, sotto pretesto di zelare il loro profitto spirituale, dimentichiamo il nostro e perdiamo una buona occasione di umiltà. Se il Signore ci mette innanzi tali esempi, è appunto perché conosciamo quello che ci manca, persuadendoci che se esse sono unite a Dio più di noi, è perché più di noi sono anche staccate dal mondo: per questo Sua Maestà si unisce a loro così intimamente.

 

13 - Io non l'intendo che così, né vorrei cambiare di parere. Ecco un'orazione di data assai recente ma con effetti grandissimi, facilmente riconoscibili per la completa rinuncia a ogni cosa, fatta soltanto per contentare il Signore: essa è basata sopra un grande amore di Dio, e io la preferisco a quella che dura da vari anni, ma che né prima né dopo è mai stata capace di dar coraggio a far qualche cosa per Dio, a meno che non si vogliano stimare per effetti di grande Virtù e mortificazione certi piccoli atti, simili a granelli di sale, senza peso e volume, che un uccellino può portar via nel becco. È una miseria dar peso a certi sacrifici che si fanno per Dio, anche se numerosi! Eppure io faccio così, dimenticandomi ad ogni istante il molto che ricevo da Lui. Non dico già che nella sua grande misericordia Egli non stimi molto anche questi piccoli atti: io però non vorrei tenerli in alcun conto, e neppure accorgermi di farli, perché cose da nulla.

Perdonatemi, o mio Dio, né vogliate farmene una colpa. Giacché non vi servo in niente, bisogna bene che mi consoli con qualche piccolo servizio, certa che se vi servissi in più grandi, non farei conto di questi miseri nonnulla. Felice chi vi serve con grandi opere! Se il desiderio e la invidia che ne ho valessero qualche cosa, non sarei certo fra le ultime nel contentarvi. Ma non sono buona a nulla, Signore! Datemi un po' di forza Voi, che tanto mi amate!

 

14 - Ecco ciò che mi avvenne in questi giorni. Era arrivato da Roma il Breve che ci autorizzava a vivere senza rendite e conchiudeva l'affare di questa fondazione che mi e costata qualche pena. Godevo nel veder tutto finito, e ricordando le fatiche sopportate, ringraziavo il Signore che si era degnato di servirsi di me in qualche cosa. Ed ecco che nel riandare i casi che mi erano successi, dove prima mi sembrava di avere avuto qualche merito, cominciai a scoprire una quantità di difetti e imperfezioni, ora per mancanza di coraggio e ora per pochezza di fede, perché fino ad oggi, in cui vedo tutto conchiuso, non sono riuscita a persuadermi che questa fondazione si sarebbe compiuta come il Signore mi diceva, sebbene insieme non potessi dubitarne. Non so come fosse perché da una parte la fondazione mi pareva impossibile e dall'altra mi sembrava così sicura da non poter credere che non si sarebbe compiuta. Infine, avendo scoperto che, se c'era del buono, l'aveva fatto il Signore, e io il cattivo, smisi di pensarci, tanto che ora non vorrei affatto ricordarmene per ritrovarmi innanzi a tanti difetti. - Sia benedetto Colui che, quando vuole sa ricavare il bene da tutto! Amen.

 

15 - Dicevo dunque che è pericoloso contare gli anni passati in orazione, perché, anche se si è umili è facile rimanere con una certa persuasione di avere acquistato qualche merito. Non già che non se ne abbia acquistati e che un giorno non se ne avrà la ricompensa: solo che chi si lusinga di aver diritto ai favori di Dio per i molti anni trascorsi nell'orazione, sono sicura che alla vetta della perfezione non ci arriverà mai.

Non è già molto se in premio di ciò che ha fatto per Dio, Egli lo sostiene con la sua mano, impedendogli di offenderlo, come faceva prima di darsi all'orazione? O vuole, come suol dirsi, intentargli un processo per i suoi stessi denari? Non è questo un segno di profonda umiltà. Può darsi che m'inganni, ma io la credo temerità.

Io questo non l'ho mai fatto, malgrado che sia così poco umile. Sarà perché non ho mai servito il Signore per davvero, mentre se l'avessi servito, sarei forse più insistente degli altri nel pretendere la ricompensa.

 

16 - Non dico che un'anima non farà progresso e non sarà da Dio ricompensata se la sua orazione sia fondata in umiltà: dico solo che dobbiamo dimenticarci degli anni che vi abbiamo trascorsi, perché di fronte a una sola goccia di sangue sparso dal Signore per noi, ogni nostra impresa non merita che disprezzo. Più lo serviamo, più il nostro debito aumenta, perché per un maravedì che gli paghiamo, ci dà in cambio migliaia di ducati.[264] Che vogliamo dunque? Per amor di Dio, lasciamo là questi calcoli che spettano a Lui solo! Se i confronti sono odiosi anche nelle cose terrene, tanto più in quelle in cui ha da essere giudice Dio! Ce lo ha fatto capire chiaramente quando dette agli ultimi la stessa paga dei primi.[265]

 

17 - Ho dovuto scrivere questi tre fogli in tanti giorni e in tante volte distinte, per il poco tempo che ho avuto e che ho, che mi sono dimenticata di quanto stavo narrando, voglio dire della seguente visione.

Mentre stavo in orazione, mi vidi sola in una vasta pianura. D'intorno mi si andava accalcando una moltitudine di gente di diversa condizione, e tutti con delle armi in mano per uccidermi: chi lance, chi spade, chi daghe, chi stocchi molto lunghi. Non potevo fuggire da nessuna parte perché dovunque vedevo pericoli di morte, sola senza alcuno che mi difendesse. Angustiata com'ero e non sapendo cosa fare, alzai gli occhi e vidi Gesù Cristo, non nel cielo, ma librato in aria su di me, che mi stendeva la mano e mi proteggeva. Allora non ebbi più paura, persuasa che quella gente non mi avrebbe potuto far male, benché lo volesse.

 

18 - Questa visione, che pareva di nessun frutto, mi fu invece utilissima appena ne compresi il significato, perché non andò molto che appunto, per così dire, mi trovai in simile combattimento.

La visione rappresentava il mondo, dove tutto sembra armarsi per combattere la povera anima. Non parlo di coloro che sono tiepidi nel servizio di Dio, né degli onori, delle ricchezze, dei piaceri o di altre cose simili che, quando l'anima non sta sopra a se stessa, l'allacciano o per lo meno tentano di sedurla; parlo degli amici, dei parenti e - ciò che più mi stupisce - delle stesse persone virtuose: mi combattevano non con cattiva intenzione, ma intanto io non sapevo come difendermi, né cosa fare.

 

19 - O mio Dio, se raccontassi tutte le tribolazioni che ebbi a soffrire in quel tempo, oltre quelle già raccontate, si avrebbe un buon motivo per aborrire e distaccarsi da tutto. Quella fu la persecuzione più grande che io abbia sofferto. Alle volte ne ero tanto oppressa da non saper far altro che alzare gli occhi al cielo e invocare il Signore. Ricordandomi della visione avuta, ne avevo aiuto a non molto fidarmi degli uomini, non essendovi alcuno, fuori di Dio, che non sia mutevole. Ed Egli, in mezzo a tante contraddizioni, come mi aveva fatto capire in quella visione, mi mandava sempre qualcuno ad aiutarmi in suo nome. E siccome io ero staccata da tutto, e null'altro cercavo che di contentare il Signore, bastava quell'aiuto a sostenere la mia poca virtù, consistente tutta nel desiderio di servirlo.

Sia Egli per sempre benedetto!

 

20 - Una volta ero molto inquieta e turbata con una certa lotta interiore che m'impediva di raccogliermi, mentre il mio pensiero si portava a cose imperfette, e non sentivo più il distacco che sono solita avere. Vedendomi così misera, temetti che le grazie ricevute non fossero che illusione: la mia anima era immersa nelle tenebre.

Mentre ero in queste angustie, il Signore cominciò a parlarmi, dicendomi di non affliggermi, ma di persuadermi, alla vista di quel mio stato, di quanto fossi miserabile senza di Lui, e come non vi sia sicurezza finché siamo in questa carne. Mi fece comprendere il valore di quella lotta in rapporto al premio che mi acquistavo, e mi parve che avesse compassione di noi viventi in questo mondo. Mi disse di non pensare che Egli mi dimenticasse: no, non mi avrebbe mai dimenticata, ma occorreva che io facessi di tutto per servirlo. Pronunciò queste parole con grande affetto e bontà. Me ne disse altre che non credo opportuno manifestare e che mi consolarono molto.[266]

 

21 - Sua Maestà mi ripete spesso con vive espressioni di affetto: Ormai sei mia, e io sono tuo. lo poi sono solita ripetergli, e mi sembra anche sinceramente: «Che m'importa di me, o Signore? Non è solo di Voi che m'importa?».

Quando ricordo chi sono, le parole e le gentilezze del Signore mi lasciano così confusa che, come mi pare di aver detto altre volte e di quando in quando dico pure al confessore, ci vuole più coraggio per riceverle che per sopportare i più grandi tormenti. Quando le sento, perdo quasi il ricordo di quello che ho fatto e non vedo che la mia miseria: e tutto questo senza che l'intelletto discorra, per cui alle volte mi sembra cosa soprannaturale.

 

22 - Spesso mi assalgono desideri così vivi di comunicarmi che non so come spiegarli. Un mattino pioveva cosi a dirotto che mi pareva impossibile uscire di casa.[267] Ma appena fuori l'impetuosità del desiderio mi travolse di tal maniera che non mi sarei fermata neppure se mi avessero puntato contro delle lance: si pensi se poteva trattenermi un po' di acqua!...

Giunta in chiesa ebbi un grande rapimento: mi parve che si schiudessero i cieli, e non per un semplice spiraglio, come già altre volte. Mi fu mostrato il trono che, come ho detto a Vostra Grazia, avevo veduto altre volte, e sopra quello un altro, sul quale compresi che stava la Divinità, benché con una conoscenza che non so ben definire perché non vidi nulla. Il trono pareva sostenuto da certi animali di cui mi sembra di aver  udita la descrizione, e pensai che fossero gli Evangelisti.[268] Non vidi né come il trono fosse, né chi l'occupasse, ma solo una moltitudine di angeli che mi parevano incomparabilmente più belli di quanti ne avevo veduti. Pensai che fossero cherubini o serafini: la loro gloria era molto diversa da quella degli altri, e mi parevano infiammati. Erano assai differenti. E grande era la gloria che sentivo, assolutamente impossibile non solo a dire e a descrivere, ma anche a immaginare se non si è provata. Non vidi nulla, ma compresi che vi era raccolto tutto il meglio desiderabile. E mi fu detto, non so da chi, che l'unica cosa in mio potere era di capire che non capivo nulla, e considerare che tutto è un niente in paragone di quel bene.

Dopo, nel vedermi capace non dico d'affezionarmi, ma di fermarmi solo in qualche cosa creata, mi vergognavo di me stessa, perché l'universo non mi pareva che un formicaio.

 

23 - Feci la comunione, ascoltai la Messa, ma non so come. Credevo che la visione fosse stata rapidissima, e non è a dire la mia meraviglia quando, al battere dell'orologio, mi accorsi d'essere rimasta in quel rapimento e in quella gloria per ben due ore.

Consideravo poi con stupore gli effetti che si sentono quando si è avvicinati da quel fuoco: fuoco di vero amore di Dio che par venire dall'alto. Benché tanto lo desideri, lo cerchi e mi consumi per averlo, sento di non poterne conseguire neppure una scintilla, a meno che non si degni di darmela Dio stesso. Ma quando viene, il vecchio uomo ne va tutto consunto con i suoi difetti, le sue miserie e le sue tiepidezze.

Al pari della fenice che, come ho detto, rinasce dalle sue ceneri dopo che il fuoco l'ha bruciata, così si trasforma l'anima per uscirne con nuovi desideri e con più grande coraggio: non sembra più quella di prima, ma comincia con nuova purezza a battere il cammino di Dio.

Mentre pregavo Sua Maestà a dare anche a me questa trasformazione e a concedermi di servirlo con nuovo slancio, mi disse: Hai trovato un bel paragone; bada di non dimenticarlo. Esso ti ecciti a sempre più migliorarti.

 

24 - Un'altra volta, mentre ero col dubbio che ho detto, cioè se le mie visioni fossero da Dio, mi apparve il Signore e mi disse con voce severa: O figlioli degli uomini, fino a quando sarete duri di cuore? - Poi mi disse di esaminare bene questa cosa: cioè, se mi ero data a Lui totalmente o no. Se sì - e così era - dovevo pur credere che Egli non avrebbe mai acconsentito che mi perdessi.

Quell'esclamazione mi aveva molto atterrita. Allora Egli tornò a dirmi con grande tenerezza e bontà che non mi angustiassi, perché ormai sapeva che per la sua gloria io sarei stata pronta a ogni cosa, per cui Egli avrebbe esaudito ogni mia domanda, come mi esaudiva allora. Per vincere la paura di essere vittima del demonio, dovevo considerare il mio amore per Lui che andava aumentando di giorno in giorno, e non credere che Egli permettesse al maligno di aver tanta parte nell'anima dei suoi servi. «No, aggiunse, il demonio non potrebbe darti tanta chiarezza di intelligenza né tanta tranquillità di animo come ora tu godi». Mi fece infine osservare che, dopo l'assicurazione di tante e tali persone sulla divina provenienza delle mie visioni, avrei fatto male a non crederci.

 

25 - Un giorno, mentre recitavo il salmo: Quicumque vult,[269] mi fu dato a comprendere in modo così chiaro esser un Dio in tre Persone che ne rimasi molto sorpresa e consolata. Questa illustrazione mi aiutò molto a meglio conoscere la grandezza di Dio e le sue meraviglie. E così, quando penso alla santissima Trinità o ne sento parlare, mi par di capirne qualche cosa, e ne godo immensamente.

 

26 - Il giorno dell'Assunzione della Regina degli angeli e Signora nostra, Dio volle che, assorta in rapimento, vedessi la sua entrata nei cieli, la gioia e la solennità con cui vi fu accolta e il luogo che ora occupa. Non so dire come ciò sia avvenuto, ma alla vista di tanta gloria il mio spirito si sentì inondato di gioia, rimanendomene poi con grandissimi effetti, con viva sete di patimenti e con più ardente desiderio di servire a questa Signora che tanto ha meritato.

 

27 - Un giorno ero in un collegio della Compagnia di Gesù,[270] e per due volte, mentre i fratelli della casa si accostavano alla comunione, vidi un ricchissimo baldacchino disteso su di loro. Non vedevo nulla quando si comunicavano gli altri.

 

 

CAPITOLO 40

 

Prosegue nel racconto delle grandi grazie che Dio le ha fatto - Da qualcuna si può cavare molta buona dottrina, giacché scopo principale di questo scritto, come già si disse, oltre a quello di obbedire a chi l'ha comandato, è di narrare quelle grazie che possono giovare alle anime - Con questo capitolo chiude il racconto della sua vita, tutto a gloria di Dio! - Amen

 

1 - Una volta, mentre ero in orazione, mi sentii invadere da tanta dolcezza che, considerandomene indegna, cominciai a pensare quanto più giustamente meritassi di esser in quel luogo che avevo veduto nell'inferno. L'ho detto ancora: la triste condizione in cui allora mi sono vista non mi è più uscita di mente.

Con questa considerazione la mia anima andò infiammandosi d'amore, e mi venne un così alto rapimento che non so come descrivere Parve che la mia anima si empisse e compenetrasse di quella grande Maestà che avevo altre volte veduta. E mentre stavo così, compresi la verità che è il compimento di tutte le verità. Ma non so dire come ciò sia avvenuto, perché non vidi nulla.

Udii queste parole. Non vedevo da chi, ma capivo che venivano dalla stessa Verità: Non è poco quello che faccio per te. Anzi, questa è una delle grazie per le quali tu mi devi di più. Tutto il male del mondo dipende dal non conoscere chiaramente la verità della sacra Scrittura. Non vi è in essa un apice che non debba un giorno avverarsi.

A me pareva di aver sempre creduto così e che così credessero tutti gli altri. Ma Egli soggiunse: Ahimé, figliola, come sono pochi quelli che mi amano veramente! Se mi amassero per davvero, non nasconderei loro i miei segreti... Sai tu cosa vuol dire amarmi per davvero? Persuadersi che è menzogna tutto quello che a me non piace. Comprenderai chiaramente quanto ora non capisci dal profitto che la tua anima ne avrà.

 

2 - Così difatti è avvenuto, e ne sia lode al Signore! D'allora in poi mi pare così pieno di vanità e di menzogna quanto non è ordinato alla sua gloria, che non so come esprimermi, e grande è la mia compassione per coloro che vedo ignorare questa verità.

Ebbi insieme i vari altri vantaggi che ora dirò, molti dei quali non saprò manifestare.

Il Signore mi disse pure una parola speciale che mi fu di grandissimo favore. Non so come sia avvenuto, perché non vidi nulla, ma mi trovai in uno stato che mi è impossibile descrivere: ripiena di coraggio e pronta a far di tutto per uniformarmi alla sacra Scrittura anche nella sua più piccola espressione. Per questo, mi pare, affronterei ogni ostacolo.

 

3 - Questa divina Verità mi si rappresentò in modo assai vivo. Non so dire né come né in che maniera, ma me ne rimase nell'anima una così profonda impressione da venirmene un maggior rispetto per Dio, della cui possanza e maestà mi porse una cognizione veramente ineffabile. Perciò credo che questa illustrazione sia delle più grandi.

Mi rimase una gran voglia di non parlare se non di cose verissime, superiori alle solite conversazioni del mondo, vivere nel quale mi cominciò ad esser di tormento. Restai inoltre con grande tenerezza, gioia e umiltà.

Benché non ne comprendessi la maniera, mi pare che con quella grazia Dio me ne abbia fatte molte altre senza che neppur mi passasse per la mente il sospetto che fosse una illusione. Non vidi nulla, ma compresi quanto sia vantaggioso non far conto se non di ciò che maggiormente ci avvicina a Dio: compresi, in una parola, cosa sia per un'anima camminare nella verità alla presenza della stessa Verità. - In definitiva capii che il Signore aveva voluto farmi intendere di essere Lui la stessa Verità.

 

4 - Tutto quello che ho detto mi fu comunicato ora per via di parole, ora senza parole, ma con espedienti molto più chiari delle stesse parole. Intorno a questa verità intesi altissime verità assai meglio che se me l'avessero spiegate molti dotti, perché non credo che costoro avrebbero potuto così scolpirmele nell'anima, e rendermi così persuasa della vanità del mondo.

La verità che si è degnata svelarsi all'anima mia è la Verità per essenza, senza principio e senza fine. Da questa Verità dipendono tutte le altre verità, come da questo Amore tutti gli altri amori, e da questa Grandezza tutte le altre grandezze. - Ma è molto oscuro questo che dico di fronte alla chiarezza con cui il Signore me l'ha fatto capire.

Come è grande la potenza di questa maestà che in così breve tempo sa arricchire le anime di tesori inenarrabili, imprimendo in esse verità così sublimi!

O Grandezza e Maestà mia! Che fate, Signor mio onnipotente? Pensate a chi elargite così grandi grazie! Non vi ricordate che per colpa mia fui un abisso di menzogna, un oceano di vanità, menzognera in moltissime cose, malgrado l'innata avversione che per la menzogna mi avete dato? Com'è possibile, mio Dio, com'è possibile che accordiate tante grazie a chi se n'è resa così indegna?

 

5 - Una volta, mentre recitavo le Ore con la comunità, l'anima mia si sentì improvvisamente raccolta, e parve trasformarsi in uno specchio tersissimo, luminoso in ogni parte, al rovescio, ai lati, in alto e in basso. Nel suo centro mi apparve nostro Signore Gesù Cristo nel modo che sono solita vederlo, parendomi di vederlo in ogni parte della mia anima come per riflesso. E intanto lo specchio si rifletteva tutto nel Signore per una comunicazione amorosissima che non so dire.

Questa visione mi fu di grandissimo vantaggio, come tuttora mi è quando la ricordo, specialmente dopo la comunione.

In un'anima in peccato mortale lo specchio si copre di fitta nebbia e diventa nero, così che Dio non vi può più apparire né lasciarsi vedere, sebbene vi sia sempre come datore dell'essere. Negli eretici lo specchio è rotto: il che è assai peggio che se fosse oscurato. Ma è molto difficile far comprendere queste cose, perché altro è vederle e altro saperle dire. Per conto mio ne ritrassi molti vantaggi, tra cui un vivissimo dispiacere di essermi tante volte oscurata l'anima con il peccato e privata della vista di Dio.

 

6 - Questa visione mi sembra buona per le anime che si danno al raccoglimento, perché insegna a contemplare Dio nell'intimo di loro stesse: considerazione che colpisce di più, e con la quale si hanno frutti più grandi che non considerando il Signore fuori di noi, d'accordo in questo con quei libri di orazione che insegnano il modo di cercare Dio. Lo dice specialmente il glorioso Sant'Agostino, il quale dopo averlo cercato per le pubbliche piazze e nelle adunanze, non lo trovò in nessuna parte come dentro se stesso.[271] E questo è il modo migliore, perché non occorre salire al cielo, né allontanarsi da sé: cosa che stanca lo spirito, distrae l'anima e dà risultati molto meno vantaggiosi.

 

7 - Credo utile far qui osservare quello che talvolta può avvenire quando si abbia qualche grande rapimento. Trascorso quello stato di unione nel quale tutte le potenze sono completamente assorte benché non mai a lungo, l'anima rimane ancora raccolta e non può tornare in sé neppure per i suoi atti esteriori. Le due potenze, memoria e intelletto, sembrano in preda a frenesia, completamente fuor di sé.

Questo, dico, avviene solo qualche volta, specialmente da principio. Credo che sia perché la nostra naturale debolezza non può sopportare un'attività di spirito troppo forte, per cui l'immaginazione rimane indebolita. So che così succede ad alcune persone. E queste, secondo me, dovrebbero per il momento sforzarsi di sospendere l'orazione, rimandandola a più tardi perché potrebbero averne del danno, come l'esperienza insegna. - È sempre utile tenere presente fin dove può arrivare la nostra salute.

 

8 - L'esperienza è buona in ogni cosa, come pure un maestro. Quando un'anima è giunta a questo stato, può trovarsi in tali circostanze d'aver bisogno di manifestarsi con qualcuno. Se non lo trova, le verrà in aiuto il Signore, come ha fatto con me, nonostante la mia miseria; però, bisogna che lo cerchi.

Credo che siano pochi quelli che hanno esperienza di queste cose. Se non l'hanno, invece di aiutare, inquietano ed affliggono. Certo che il Signore ne terrà conto, ma è meglio avere un confessore sperimentato, come mi sembra di aver detto altre volte.

Ho già detto altre volte anche questo che sto dicendo, ma siccome non mi ricordo bene, credo utile ripetermi, perché si tratta di cose molto importanti, specialmente per noi donne, dato che, come ho inteso dire dal santo fra Pietro d'Alcantara e io stessa ho constatato, Dio concede queste grazie più alle donne che agli uomini, e le donne vi fanno più profitto degli uomini. Il medesimo santo spiegava la cosa con eccellenti ragioni che qui non è il caso di riportare, tutte in favore delle donne.

 

9 - Stando un giorno in orazione mi fu rappresentato, in rapidissima visione, come le cose si vedano in Dio e come Egli le contenga in sé. Tuttavia non vidi nulla di preciso, nonostante che la visione sia stata molto chiara, per cui mi è impossibile parlarne.

Fra le molte grazie che il Signore mi ha fatto, questa è una che più mi rimase nell'anima, e che più mi confonde ed umilia quando ricordo i miei peccati. Se Dio me l'avesse data prima, e la desse a quelli che l'offendono, né io né loro avremmo cuore di continuare.

Sì, posso affermare di non aver visto nulla di preciso: però qualche cosa si deve vedere, tanto vero che posso fare il seguente paragone. Sarà, o perché sono visioni che avvengono in modo così elevato e sottile da sfuggire alla comprensione dell'intelletto, o perché io non me ne so intendere: alcune non mi sembrano immaginarie, ed altre sì, almeno in parte. Fatto sta che quando avvengono, l'anima è nel rapimento, per cui dopo le potenze non possono raffigurarsi come Dio le presenti e voglia che ne godano.

 

10 - Paragonerò la Divinità a un nitido diamante molto più grande dell'universo, oppure allo specchio dell'anima di cui ho parlato nella visione precedente, ma molto più splendido, superiore a ogni possibile descrizione. Ogni nostra azione si riflette nel diamante, perché esso racchiude ogni cosa, e nulla vi può essere al di fuori della sua ampiezza.

Se mi fu d'immensa meraviglia contemplare in così poco tempo tante cose insieme in quel tersissimo diamante, mi fu pure di non poca afflizione pensare che in quella purissima chiarezza si riflettono cose tanto brutte come i miei peccati. Quando ci penso, non so cosa farei per l'intensità del dolore. Rimasi così piena di confusione da non sapere dove nascondermi.

Oh, se potessi far capire questa verità a chi commette peccati brutti e disonesti! Vedrebbe che non sono affatto nascosti, e che giustamente Dio se n'offende, perché commessi sotto i suoi occhi, senza rispetto della sua presenza!

Compresi con quanta ragione ci si meriti l'inferno anche con un sol peccato mortale per il gravissimo, incomprensibile oltraggio che si fa a Dio, consumando alla sua presenza cose tanto opposte alla sua infinita santità. E vidi insieme la grandezza della sua misericordia nel continuare a sopportarci, nonostante sappia che queste cose ci sono note.

 

11 - Se una cosa come questa lascia tanto atterriti, mi venne pure da pensare che sarà al giorno del giudizio quando Sua Maestà si mostrerà svelatamente e vedremo le offese che gli abbiamo fatto. O mio Dio, in che cecità sono mai vissuta!... Quante volte mi sono spaventata di ciò che scrivo!... Vostra Grazia non si meravigli d'altro che di sapermi ancora viva, dopo aver visto tali cose e aver considerata la mia miseria. - Sia benedetto per sempre Chi mi ha tanto sopportata!

 

12 - Un giorno, mentre ero in orazione, in grande raccoglimento, quiete e soavità, mi parve di vedermi fra gli angeli, vicinissima a Dio. Cominciando a pregare per la Chiesa, vidi il gran bene che un Ordine avrebbe fatto negli ultimi tempi, e il coraggio con cui i suoi alunni avrebbero sostenuta la fede.[272]

 

13 - Una volta, mentre pregavo innanzi al santissimo Sacramento, mi apparve un santo il cui Ordine era stato alquanto rilassato. Aprì un gran libro che teneva fra le mani, e mi disse di leggere alcune parole che vi stavano scritte. Erano in caratteri grossi e ben leggibili, e dicevano: In avvenire quest’Ordine fiorirà e avrà molti martiri.[273]

 

14 - Un'altra volta, stando in coro a Mattutino, vidi sei o sette religiosi che parevano del medesimo Ordine. Avevano in mano delle spade, e vennero a mettersi innanzi a me. Pensai volessero significarmi che dovevano difendere la fede. Infatti, un'altra volta, mentre ero in orazione, entrai in rapimento e mi parve di essere in una vasta pianura dove molti uomini combattevano fra loro. I religiosi di quell'Ordine lottavano con ardore: avevano il viso bellissimo ed erano pieni di fuoco. Vincevano, rovesciavano a terra molti nemici, e molti altri ne ammazzavano. Mi pareva che la guerra fosse ingaggiata con gli eretici.

 

15 - Quel santo glorioso mi si fece vedere più volte: mi parlò di varie cose, mi ringraziò delle preghiere che facevo per il suo Ordine, e promise di raccomandarmi al Signore.

Non dico chi siano questi Ordini per non offendere gli altri. Se il Signore lo vorrà, lo farà sapere. Intanto ogni Ordine, o meglio dire ogni religioso che vi appartiene, deve fare del suo meglio, perché il Signore si valga di lui per dare al suo Ordine il favore di servirlo in tempi così calamitosi per la Chiesa. - Felici le esistenze che s'immoleranno a questo scopo!

 

16 - Una volta, un tale mi disse di pregare il Signore per fargli conoscere se era di sua gloria accettare un vescovado.[274] Dopo la comunione il Signore mi disse: Potrà accettare quando avrà compreso con verità e chiarezza che il vero dominio sta nel non avere nulla; facendomi quindi capire che per essere assunti a qualche prelatura non si deve desiderarla, né volerla, meno poi ricercarla.

 

17 - Queste e molte altre,, che qui non credo utile narrare, furono le grazie che Dio ha fatto e fa tuttora a questa povera peccatrice. Ciò che ho detto può bastare per far conoscere la mia anima e lo spirito di cui Dio mi ha favorita. - Sia benedetto per sempre Colui che ha avuto tanta cura di me!

 

18 - Il Signore, volendomi un giorno consolare, mi disse amorevolmente di non affliggermi, perché in questa vita non si può essere sempre nelle medesime condizioni: alcune volte sarei stata nel fervore ed altre nell'aridità, ora calma, ora inquieta e ora in mezzo a tentazioni: però dovevo sperare in Lui e non temere di nulla.

 

19 - Un giorno, stavo pensando se da parte mia ci poteva essere qualche attacco nella soddisfazione che provavo nel trattare della mia anima con i miei direttori e nell'affezione che sentivo per coloro che vedevo gran servi di Dio, con i quali mi consolava assai. Ma il Signore mi disse che quando un infermo è giunto agli estremi e crede di attribuire al medico la sua guarigione, non è certo virtuoso non dimostrarglisi riconoscente e affezionato. Che cosa avrei fatto se quelle persone non fossero venute in mio aiuto? La conversazione con i buoni non è punto nociva: badassi che le mie parole fossero ponderate e sante, e trattassi pure con loro, che ne avrei avuto, non danno, ma vantaggio.

Non è a dire quanto ciò mi abbia consolata, perché nel timore che in quelle mie conversazioni vi fosse dell'attacco, mi accadeva spesso di volerle troncare.

Il Signore mi consigliava in ogni circostanza, fino a dirmi come dovevo comportarmi con i deboli e con alcune altre persone. Insomma, pareva che non mi lasciasse mai.

 

20 - Non è piccola l'afflizione che talvolta mi assale nel vedermi inutile nel suo servizio e obbligata a perdere più tempo che vorrei nei bisogni di questo mio corpo debole e malaticcio. Or ecco che una sera, mentre ero in orazione, venne l'ora di andare a dormire. Soffrivo grandi dolori e dovevo avere il mio solito vomito. Nel vedermi così schiava del corpo, mentre il mio spirito reclamava tempo per sé, sentii tanta pena che mi posi a piangere dirottamente e a lamentarmi.

Questo mi è accaduto, non una ma molte volte. Mi pareva di odiarmi, tanto d'avermi quasi in ribrezzo, mentre di solito non solo non mi aborrisco come dovrei, ma sto anzi attenta per apprestarmi tutte le cure che credo necessarie. E piaccia a Dio che, dovendole prendere, non varchi i limiti del bisogno, come faccio forse qualche volta!

Dunque, mentre ero nell'afflizione che ho detto, mi apparve il Signore, dicendomi con grandi attestazioni di bontà di rassegnarmi e di prendere quelle cure per amor suo, perché la mia vita era ancora necessaria. E così, dal giorno in cui mi sono decisa di far di tutto per servire a questo mio Signore e Consolatore, non ho più provato alcuna pena, perché se talora mi lascia alquanto soffrire non tarda poi molto a consolarmi, per cui il mio desiderio di patire non vale nulla.

Attualmente mi sembra di non avere altro motivo di vivere fuorché quello di soffrire; e lo domando a Dio con le più vive istanze. Spesso gli dico con tutto il fervore dell'anima: Signore, non vi domando che una cosa: o morire o patire.[275] Nel sentir battere l'orologio trasalisco di gioia, perché vedo di avere un'ora in meno di vita, e di essermi avvicinata di più al momento di vedere Dio.

 

21 - Altre volte mi sento in tale stato che non provo né pena di vivere né voglia di morire, ravvolta in una specie di tiepidezza e oscurità generale, come spesso mi vedo quando sono nei travagli.

Il Signore si compiacque di rendere pubbliche le grazie che mi faceva. Alcuni anni or sono quando mi disse che così avrebbe fatto, ne ebbi vivissimo dispiacere e ne soffrii fino ad ora, come Vostra Grazia sa bene, perché ognuno le giudicava a modo suo. Ma mi conforta il pensiero che non fu per colpa mia, perché io non ne ho parlato che con i miei confessori e con le persone a cui essi le riferivano. E non già questo per umiltà, ma perché, ripeto, ne provavo ripugnanza, anche con i miei confessori. Ma ormai, grazie a Dio, non m'importa più nulla: non il mormorio della gente, fatto a mio riguardo anche con retta intenzione, non la paura di chi teme di trattare con me e perfino di confessarmi, e nemmeno il molto di cui altri mi accusano, avendo io veduto che per mio mezzo il Signore ha voluto salvare molte anime, e compreso quanto Egli sarebbe pronto a soffrire anche per una sola.

Non so se ciò dipenda dalla solitudine di questo angolino nel quale Dio mi ha chiusa.[276] Pensavo che qui nessuno si sarebbe curato di me, come se fossi morta, ma il mio desiderio non si è realizzato che in parte, perché anche qui mi vedo obbligata a trattare ancora con alcuni. Almeno qui non posso essere veduta[277] e ciò mi dà l'impressione di esservi messa da Dio come in un porto di salute, dove spero nella sua bontà di essere sicura.

 

22 - Essendo così lontana dal mondo e in compagnia così piccola e santa, vedo ogni cosa come da una altura, per cui poco mi curo di ciò che si dica o si sappia di me. Più che delle chiacchiere a mio riguardo mi interesso di ogni più piccolo progresso che un'anima possa fare: tale è la disposizione che il Signore si è compiaciuto di darmi da che abito in questa casa.

La vita mi è divenuta come una specie di sogno, e sogno mi sembra tutto quello che io vedo. Non sento più né grandi gioie, né grandi afflizioni, E se talvolta ne provo ancora, è solo per poco tempo, tanto da meravigliarmene io stessa, rimanendomene poi con l'impressione come di una cosa sognata. E ciò è così vero che se volessi rallegrarmi di quella gioia o rattristarmi di quell'afflizione, mi sarebbe tanto impossibile come a una persona assennata concepire gioia o dolore per un sogno. Il Signore si è degnato affrancarmi da tutte queste impressioni, prima in me così vive perché non mortificata, né morta al mondo. Egli, insomma, non vuole più che ricada nel mio passato accecamento.

 

23 - Tale è la vita che conduco attualmente. E lei, signore e padre mio, supplichi Dio o a chiamarmi con sé o a darmi modo di servirlo.

Voglia il Signore che questo scritto le sia di qualche utilità. Per il poco tempo che ho avuto, l'ho composto a fatica, ma sia essa bene spesa se sono riuscita a dire qualche cosa che contribuisca a far lodare il mio Dio anche solo una volta! - Ne sarei molto contenta, anche se Vostra Grazia lo gettasse subito nel fuoco.

 

24 - Ma prima vorrei che fosse esaminato dalle tre persone che lei sa perché sono stati e sono miei confessori.[278] Se questo scritto è riprovevole, è bene che depongano la buona opinione che hanno di me; mentre in caso contrario, dotti e virtuosi come sono, non dubito che sapranno conoscerne l'autore, e glorificheranno Colui che ha parlato per mezzo mio.

Sua Maestà sorregga sempre Vostra Grazia con la sua mano, e ne faccia un santo così grande da rischiarare con i suoi lumi e con la sua intelligenza questa povera peccatrice, poco umile e molto audace, che ha osato scrivere di queste cose.

Piaccia a Dio che non sia caduta in errore! Almeno la mia intenzione e il mio desiderio non furono che di far bene, obbedire e faticare alquanto per la gloria di Dio, come lo prego da vari anni. In mancanza di opere, mi sono arrischiata a mettere ordine in questa mia Vita disordinata, non impiegandovi che la diligenza e il tempo necessario per scrivere. Posso dire di aver raccontato i miei casi con tutta semplicità e con la maggior possibile verità.

 

25 - 11 Signore, che è onnipotente e può fare quel che vuole, mi conceda di compire in tutto il suo volere, e mai permetta che si perda quest'anima che per tante vie e artifici ha strappato spesso dall'inferno e ha ricondotto a sé! Amen.

 

 

 

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Così la Santa, nel 1565, conchiudeva la storia della sua vita. Da questa data a quella della sua morte scorrono ancora 17 anni: pieni di tribolazioni da parte degli uomini, fecondi di opere sante da parte sua e ricchi di grazie straordinarie da parte di Dio. La sua numerosa corrispondenza, il libro delle fondazioni e le sue varie relazioni ne lasciano intravedere qualche cosa.

Dopo una tranquilla dimora di cinque anni nel suo primo monastero di S. Giuseppe di Avila, ne esce per disseminare in tutta la Spagna i suoi meravigliosi monasteri. Desiderosa di estendere la Riforma anche fra gli uomini, avvince alla sua causa S. Giovanni della Croce, il quale, sorretto dalla sua materna benedizione, parte per Duruelo a gettarvi, nel 1568, le prime basi. Presto contro l'opera di Teresa si scatena la tempesta. «Dopo la fondazione di Siviglia, scrive, avvenuta nel 1575, non se ne fecero più per quattro anni, causa le persecuzioni che si levarono d’improvviso so contro gli Scalzi e le Scalze. Ne avevamo già subite parecchie, ma non mai così forti: un poco ancora e la Riforma sarebbe stata distrutta. Si vide allora da una parte quanto la santità dei suoi principi dispiacesse al demonio, e dall'altra come fosse opera di Dio» (Fondazioni. cap. 28, 1).

La tempesta finalmente cessò, e Santa Teresa, uscita da Avila, dove era stata rinchiusa come in prigione, riprese le sue funzioni di fondatrice, avendo infine la sorte di vedere erette e prosperose trentadue case: quattordici di carmelitani e diciotto di carmelitane. Fa meraviglia che una donna abbia potuto far tanto, senza un centesimo, combattuta da ogni parte e sempre malaticcia.

Ma il giorno delle ricompense era vicino. L'ultima sua fondazione, quella di Burgos, più faticosa di tutte e molto contrastata, dette il tracollo alla sua salute già tanto cagionevole.

Sentendosi vicina alla morte, di cui conosceva il giorno da otto anni, si affrettò a tornare al suo primo monastero di Avila, ma, giunta ad Alba, le forze non la ressero più e dovette mettersi a letto. Nelle sue frequenti aspirazioni ripeteva spesso questo grido commovente: «Infine, Signore, io sono figlia della santa Chiesa».

Ecco come parla di quegli ultimi istanti la beata Anna di San Bartolomeo, sua fedelissima segretaria e indivisibile compagna. «Da due giorni non mi staccavo un momento da lei. Chiedevo alle monache che mi portassero quello che occorreva, e io glielo davo, perché, standomene lì, vedevo di farle piacere. Il giorno in cui morì, stette fin dal mattino senza poter parlare. Alla sera, il Padre che l'assisteva, P. Antonio di Gesù, mi ordinò di andare a mangiare qualche cosa. Essendomene andata, la Santa non stava ferma guardava qua e là. Il Padre le chiese se desiderasse di me. Fece dei segni che volevano dire di sì. Mi chiamarono subito, e quando mi vide, sorrise, mi mostrò grazia e amore, prese le mie mani fra le sue e posò la sua testa fra le mie braccia. La tenni così finché spirò restando io più morta di lei.

Era così accesa di amore che pareva non vedesse l'ora di uscire dal . corpo per andare al suo Sposo. Il Signore, vedendo la mia poca pazienza nel sopportare tanto dolore, mi si dette a vedere ai piedi del letto. Era circonfuso di maestà, e veniva in compagnia dei beati a prendere l'anima della sua serva. Questa visione gloriosissima durò soltanto un "Credo", ma valse a cambiare la mia pena in una grande rassegnazione, tanto che subito . domandai a Dio perdono, dicendogli: “Signore, anche se per mia consolazione Vostra Maestà volesse lasciarmela, ora che ho visto la sua gloria, vi chiedo di non lasciarla neppure un istante». Appena terminate queste parole, ella placidamente spirò, e a guisa di colomba andò a godere il suo Dio».

Si vide infatti una colomba uscire da lei e prendere il volo verso il cielo. Un albero inaridito che cresceva sotto la finestra della cella si rinverdì all’istante coprendosi di fiori, mentre una luce straordinaria, che si era fatta vedere fin dalle sere precedenti, apparve nella notte sopra il tetto del monastero.

Era il 4 ottobre 1582, e la Santa contava 67 anni di età e 49 di religione, dei quali 21 nella Riforma.

Ecco il ritratto lasciatoci da coloro che l'hanno veduta: «Era di giusta statura, alquanto ampia nella persona e molto ben formata. Aveva i capelli neri e le mani bellissime. La sagoma del viso era molto bella e ben proporzionata. La sua carnagione aveva il colore del giglio, ma nel parlare di Dio s'infiammava, assumendo una bellezza incantevole. La fisionomia era ineffabilmente limpida e spirava una pace celeste. Amabilissimo il sorriso, nobile il portamento, piena e dolce la voce. In lei sembrava tutto perfetto: bastava vederla e parlarle per subito rispettarla e amarla».

Il suo corpo riposa in Alba circonfuso di soavissima fragranza. Fu beatificata da Paolo V il 24 aprile 1614, e iscritta nell'Albo dei santi il 12 marzo 1622 da Gregorio XV. Urbano VIII, nel 1627, su domanda dell'Episcopato, del Re e di tutti i Signori di Spagna, la elevò a patrona del regno che le aveva dato i natali.

 

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(Lettera di S. Teresa di Gesù al padre García di Toledo, accompagnatoria del libro della sua “Vita”).

 

 

IHS

 

Lo Spirito Santo sia sempre con Vostra Grazia! Amen.

Non è inopportuno far comprendere a Vostra Grazia il servizio che mi ha chiesto con questo scritto per obbligarla a raccomandarmi a Dio con maggiore impegno. Ne avrei quasi diritto per il molto che ho sofferto nel ritrarmi in queste pagine e ricordare le molte miserie della mia vita, benché per essere sincera, devo anche dire che ho sofferto di più nel narrare le grazie avute da Dio che non nel parlare dei miei peccati.

Vostra Grazia mi ha ordinato di estendermi, e io ho obbedito. Ma ora lei deve fare quello che mi ha promesso: cioè, strappare tutto ciò che non le parrà conveniente.

L'ha mandato a chiedere prima che finissi di rileggerlo, per cui può darsi che alcune cose siano mal dette, e altre dette due volte. Non ho potuto rivederlo quando lo scrivevo perché me ne mancava il tempo. Perciò nel caso che debba essere inviato al P. Maestro d'Avila,[279] prego Vostra Grazia di volerlo correggere e farlo ricopiare perché può darsi che qualcuno conosca la mia scrittura.[280] Desidero molto che quel Padre lo veda, avendo io cominciato a comporlo a questo scopo. Se egli giudicasse che vado per buona strada, ne sarei molto contenta. Da parte mia non mi resta d'aggiungere più nulla. Lei faccia come meglio crede, purché consideri quanto sia obbligato a colei che così le confida la sua anima.

Pregherò Dio per Vostra Grazia tutto il tempo di mia vita. Si affretti intanto a darsi al suo servizio per meglio venire in mio aiuto. Vedrà in queste pagine il gran bene che si acquista nel darsi del tutto, come lei ha già cominciato, a Chi del tutto si dà a noi. - Sia Egli per sempre benedetto!

Spero nella sua misericordia di trovarci entrambi lassù, dove vedremo più chiaramente i grandi favori che ci ha fatto, e dove lo loderemo per sempre. Amen.

Questo libro è stato terminato nel giugno del 1562.[281]

 

[Fine del libro della “Vita” di Santa Teresa d’Avila]

 



[1] A giudicare la Santa da queste sue dure espressioni, parrebbe di trovarci innanzi a una grande peccatrice. Ma ciò è falso. I molti confessori che hanno ascoltate le sue confessioni generali van d'accordo nell'attestare che ella passò da questa vita con la veste dell'innocenza battesimale. E questo loro giudizio fu accettato e valorizzato dal tribunale ecclesiastico del S. R. Rota quando disse: «Quantunque ella esageri i suoi mancamenti, non commise mai alcun peccato mortale, ma custodì fedelissimamente la veste nuziale della grazia ricevuta nel battesimo».

Che la Santa si sia allora ingannata sul suo vero stato di coscienza? Ecco un suo stesso paragone che può spiegare la cosa. Prendo un bicchiere d'acqua, lo sollevo in alto e l'osservo: nulla di più limpido. In un secondo esame espongo la medesima acqua ai raggi del sole. Quale differenza! Torbida, biancastra, tutta brulicante di pulviscoli. (Cfr. Vita, cap. 20, 28).

Quando S. Teresa scriveva questo tratto, era giunta alle più alte vette della perfezione. Si era beata varie volte nella contemplazione di Dio e dei suoi misteri. La sua anima era permeata della luce di Dio, e sotto il fulgore di quella luce, ella scopriva e contava a una a una le più piccole imperfezioni in cui era caduta e cadeva. E queste assumevano al suo sguardo l'aspetto impressionante di delitti, giacché nulla è piccolo a un amante di quanto può disgustare l'amato. Perciò, nessuna meraviglia se innanzi a tale visione per lei terrificante, sia uscita in espressioni che, se non comprese, trarrebbero in inganno. Intendeva forse di deprezzarsi, ma senza volerlo venne a testificare innanzi a tutti a quale altezza di perfezione era salita.

[2] La Santa nacque in Avila, città della Vecchia Castiglia, il 28 marzo 1515 e fu battezzata il 4 aprile seguente, mercoledì santo. Suoi genitori furono Alfonso Sanchez de Cepeda e Beatrice d'Avila de Ahumada, illustri entrambi per nobiltà di sangue e per virtù cristiane. La santa figliola ha reso loro un elogio «che certo non morrà»

[3] Al tempo della Santa, le famiglie benestanti usavano tenere al loro servizio alcuni mori, discendenti da quelli che una volta avevano occupata la Spagna. Si chiamavano schiavi perché erano vincolati alla famiglia in cui servivano e dalla quale non erano liberi di partire. Naturalmente non erano trattati come al tempo degli antichi Romani.

[4] Alfonso Sanchez si sposò due volte: dalla prima consorte, Caterina del Peso y Henao, ebbe tre figli: Giovanni Sanchez de Cepeda, Pietro e donna Maria de Cepeda. Nove ne ebbe dalla seconda: Fernando, Rodrigo, Teresa, Lorenzo, Antonio, Pietro, Girolamo, Agostino e Giovanna.

[5] Si chiamava Rodrigo.

[6] La Santa non dice come essi tentassero di tradurre in pratica i loro disegni. Il Ribera che conobbe la Santa e trattò varie volte con lei, narra che i due fanciulli una mattina fuggirono veramente di casa. Uscirono di città, valicarono il ponte dell'Adaia e s'incamminarono per quella parte ove credevano che fossero i mori. Avevano ormai percorso più di due chilometri, quando s’imbatterono in un loro zio, Francesco Alvarez de Cepeda, il quale, saputo di che si trattava, li ricondusse senz'altro alla madre che, desolata, li credeva caduti in qualche pozzo. Tuttavia il desiderio dei due fanciulli sarà soddisfatto più tardi: S. Teresa sarà martire d'amore, e Rodrigo troverà la morte nell'America meridionale combattendo per la causa della religione.

[7] Era quello il secolo della cavalleria, e di moda erano i romanzi che ne trattavano. Altera e cavalleresca per natura, Teresa sentì tutto d fascino di quei libri, e si sa dal suo primo biografo, Ribera, che, aiutata dal fratellino Rodrigo, compose anch'ella, verso quel tempo, un libro del genere non privo di interesse.

[8] Erano figli di don Francesco de Cepeda. La loro casa era vicina a quella di Teresa e comunicava con essa mediante una porta interna.

[9] Donna Maria de Cepeda.

[10] Si tenga a mente la testimonianza che la Santa si è resa più sopra: «Fino allora non avevo mai offeso il Signore con colpa grave». L'onore di cui parla è quello di ragazza seria e modesta. Dirà infatti più sotto: «Le cose disoneste mi ripugnavano per natura». Per poter capire queste ed altre espressioni della Santa, bisogna ricordare quanto ci tenessero in quel tempo a che le ragazze crescessero e si comportassero seriamente. Questo era il loro pregio maggiore.

[11] Sorella dei cugini di cui sopra, abitava, si può dire, nella stessa casa di Teresa. La posizione era delicata, e certamente il povero don Alfonso non aveva il coraggio di metterla alla porta.

[12] Fu il monastero delle Agostiniane di Nostra Signora della Grazia. Vi entrò il 13 luglio 1531. Narra la tradizione che la fondatrice del monastero, donna Maria Mencia di S. Agostino, sia uscita una volta in queste profetiche parole: «Un grande luminare della Chiesa ha da entrare un giorno in questa casa». La profezia ottenne il suo compimento con l'entrata in monastero di S. Teresa.

[13] Donna Maria de Cepeda con don Martino de Guzman Barrientos, che andarono a stabilirsi a Castellanos de la Cañada.

[14] Maria de Breceño appartenente a una delle principali famiglie di Avila, religiosa di grandi virtù, favorita da Dio di grazie straordinarie. Morì nel 1584, due anni dopo della Santa.

[15] Mt 15,15.

[16] Giovanna Suarez, religiosa carmelitana nel monastero dell'Incarnazione di Avila.

[17] Donna Maria de Cepeda, che dimorava col marito don Martino Guzman y Barrientos a Castellanos de la Cañada.

[18] Don Pietro Sanchez de Cepeda che abitava a Ortigosa, piccola località distante da Avila undici chilometri. Dopo la morte di sua moglie, donna Caterina del Aguila, si fece religioso tra i Girolimini.

[19] «Ma, con la forza che esercitava in me la parola di Dio, sia ascoltata che letta, ritornai a capire le verità di quando [ero] bambina».

[20] La Santa allora aveva circa diciotto anni.

[21] Suo fratello Antonio, che non aveva ancora quindici anni. Accompagnata Teresa al monastero dell'Incarnazione, andò a presentarsi al convento dei Domenicani. Il Priore non volle riceverlo senza il consenso del padre, ed egli dovette tornare in famiglia. Più tardi entrò fra i Padri di S. Girolamo, ma essendosi quasi subito ammalato, uscì di noviziato, rinunziando al suo progetto. Morì in America in seguito a ferita toccatagli nella battaglia di Quito.

[22] Era il monastero dell'Incarnazione, situato nella stessa città di Avila. La Santa vi entrò il 2 novembre 1536 a ventun anni circa di età. Emise i suoi voti l'anno seguente, al 3 dello stesso mese.

[23] A Becedas, Località situata a ovest di Avila. Vi abitava una empirica che godeva fama popolare per certi suoi rimedi a ogni genere di malattia. Ma il trattamento usato a Teresa fu così violento che se don Alfonso non avesse sospeso la cura, sua figlia vi avrebbe lasciato la vita.

[24] Scritto da fra Francesco de Osuna. È conservato religiosamente, come preziosa reliquia, dalle Carmelitane Scalze di S. Giuseppe di Avila.

[25] Non si deve intendere questa lettura nel senso assoluto della parola, perché altrimenti si farebbe non già una meditazione ma una lettura spirituale. Altrove la Santa spiega meglio il suo pensiero, e dice di leggere sì, ma adagio, a piccola tratti. Fermarsi a ogni pensiero, succhiarvi ciò che può giovare e non passar oltre se non dopo averlo tutto sfruttato. Così la lettura può supplire e con frutto alla meditazione propriamente detta, quando questa non sia possibile.

[26] «Molte volte mi incolpavano ingiustamente; io lo sopportavo con molta pena e imperfezione, anche se per la grande gioia di essere monaca, passavo sopra a tutto».

[27] V 5,3. La traduzione italiana da noi usata, omette proprio le parole: «siempre fui amiga de letras».

[28] P. Vincenzo Barón, profondo teologo, commissario dell'Inquisizione prima a Toledo poi a Salamanca, e confessore ordinario del padre della Santa.

[29] Gb 2,10.

[30] Cadute dalle candele che le appressavano al viso per vedere se respirava ancora.

[31] Mentre da Santa era in questo stato, corse pure pericolo di rimanere bruciata. La sorvegliava una notte suo fratello Lorenzo. Vinto dalla stanchezza, si era addormentato. La candela che ardeva al capezzale di Teresa, finito che ebbe di consumarsi, appiccò il fuoco al letto. Il fumo fece svegliare il fratello che si diede subito d'attorno per mettere in salvo la sorella.

[32] Don Alfonso si era opposto recisamene alla sepoltura di sua figlia. A chi gli faceva osservare che bisognava decidersi e seppellirla, egli, prendendo il polso di Teresa, rispondeva: C'è ancora tempo!

Rinvenne dopo quattro giorni. Narra il Ribera che, appena tornata ai sensi, uscì in queste espressioni: «Chi mi ha chiamata? Io me ne stavo in Cielo... Ho visto l’Inferno... Mio padre e donna Suarez (l'amica di cui sopra) saranno salvi per me... Ho visto i conventi che devo fondare, il bene che devo fare nel mio Ordine e le anime che condurrò a salute... Morrò santa, e dopo morte il mio corpo sarà coperto con un drappo d'oro».

[33] Amicizie con persone secolari con le quali s'intratteneva volentieri. Sapendo quanto la Santa amasse parlare di Dio, non si può certo credere che quei discorso fossero tutti frivoli e vani. Ma già sappiamo quale autorità abbia la Santa quando parla dei suoi peccati.

[34] Era costume quasi generale nei conventi di Spagna che le singole religiose facessero celebrare a proprie spese la festa in onore del santo di cui erano più devote.

[35] Questo è il testo classico a cui attingono coloro che vogliono parlare del glorioso Patriarca. Dell'efficacia del suo patrocinio non si potrebbe dir di più e di meglio, né con espressioni più infuocate e convincenti. L'Ordine del Carmelo fu sempre devoto di S. Giuseppe. Per testimonianza di Papa Benedetto XIV (De Beat. et Canoniz. Sanct., lib. VI, p. Il, c. XX) «fu l'Ordine che portò dall'oriente in occidente la lodevole usanza di onorare S. Giuseppe con solennissimo culto». Il Breviario carmelitano recava l'ufficio proprio del Santo fin dal 1480. E il Capitolo Generale tenuto in Parigi nel 1456 ordinava che la festa di S. Giuseppe fosse celebrata nell'Ordine con pompa solenne.

S. Teresa incorporò lo spirito di questa devozione strettamente carmelitana, lo visse e lo diffuse sia con la parola che con l'esempio. Infatti, alla fine del secolo XVIII si contavano nel solo Ordine del Carmelo più di centocinque chiese dedicate a S. Giuseppe; e quando nel 1847 Pio IX estendeva alla Chiesa universale la festa del Patrocinio di S. Giuseppe, il Carmelo celebrava già questa festa dal 1680, accordatagli da Innocenzo XI il 6 aprile del medesimo anno.

       P. Patrignani rievocando l'episodio di Giuseppe ebreo, che giunto innanzi al fratello Beniamino, non seppe contenersi e disse chi egli era, ravvisa nel patriarca ebreo il padre putativo di Gesù innanzi a Teresa, sua beniamina. Svelò a lei se stesso, l'efficacia del suo patrocinio, la bontà del suo cuore; e Teresa, intenerita per tanto amore di predilezione fa' di tutto per diffonderne e rassodarne il culto. In suo onore eresse la prima chiesa della Riforma. Delle sue altre 17 case, 12 ne volle dedicate a S. Giuseppe. E lasciò scritto tra i suoi avvisi: «Benché tu abbia molti santi per avvocati, sii devota in modo particolare di S. Giuseppe che può molto presso Dio».

[36] Vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus (Gal 2,20).

[37] Già conosciamo il valore di queste espressioni. Comunque, servono a sgombrare ogni dubbio le testimonianze del P. Domenico Bañez, suo confessore, fatte nei processi di beatificazione: «Durante il suo soggiorno come giovane religiosa nel monastero dell'Incarnazione, ella non commetteva altri difetti fuor di quelli in cui usano cadere le religiose ferventi. Era dedita all'orazione in modo più che ordinario. Per le sue buone maniere era visitata molto e da persone di tutte le condizioni sociali. Oggetto dei suoi lamenti è appunto il tempo che perdeva in queste visite, e se ne lamenterà per tutta la vita».

[38] Si mostra ancora il luogo ove la Santa ebbe questa visione. Un quadro riproduce la scena del rospo che va incontro alla Santa con la bocca spalancata.

[39] Sembra che sia morto il 24 dicembre 1543.

[40] P. Vincenzo Barón.

[41][41] Parla al P. Pietro Ibañez a cui è diretto questo scritto. [Forse non è Ibañez].

[42] E sempre per non venire meno a questa verità, rende alle volte il racconto assai pesante, seminandolo di tanti: mi sembra, mi pare, se ben mi ricordo, ecc., messi anche là dove, a primo aspetto, parrebbero fuor di luogo: Mi sembra d'aver molto sofferto. Solo i santi sono capaci di simili delicatezze!

[43] Cf 7M 4,7.

[44] «Da soli a soli»? Il testo spagnolo dice “a solas”.

[45] Risponde alle paure di coloro che ritengono la meditazione pregiudizievole alla sanità.

[46] Era una statua dell'«Ecce Homo» molto espressiva, che si venera tuttora nel monastero dell'Incarnazione di Avila.

[47] Nel capitolo 6,2-3.

[48] Le visioni consistono nella soprannaturale percezione di oggetti che l'uomo con le sue forze naturali non può percepire. Sono di tre specie: corporali, immaginarie, intellettuali, a seconda che l'oggetto veduto è percepito dai sensi corporei, dall'immaginazione o puramente dall'intelletto. Dice la Santa, che in nessuno di questi tre modi le avvenne di vedere ciò che racconta. Il modo con cui narra di aver veduto e che ella denomina mistica teologia, è chiamato nelle scuole contemplazione infusa, così definita dal P. Aureliano del SS. Sacramento, O.C.D.: «Una intuizione semplice di una verità soprannaturale causata da Dio, mediante il lume dei doni dello Spirito Santo o un altro lume superiore e con l'aiuto di una straordinaria grazia attuale». La visione si distingue dalla contemplazione per il fatto che di solito la prima riguarda un oggetto particolare, può non importare la grazia ed è concessa generalmente per un vantaggio altrui, mentre la seconda è più universale, è informata dall'amore, ed è concessa in via generale per un vantaggio proprio.

[49] Si dice che l'intelletto è inoperoso in quanto non discorre e non deduce conclusioni. Ma in realtà è tutto fisso nell'oggetto che gli è presente, lo contempla, ne è rapito, sa di non riuscire a comprenderlo, e ne va pieno di stupore.

[50] È una macchina che con l'andar del tempo subì varie modificazioni. Essenzialmente essa si compone di un gran tornio sul cui fusto si avvolgono catene o corde, lungo le quali stanno attaccati recipienti di varia grandezza. Messo in moto il tornio per mezzo di una manovella, i recipienti, che scendono da una parte a bocca in giù, pescano nell'acqua e salgono pieni dall'altra. Giunti all'apertura del pozzo, si rovesciano in un apposito canale, dal quale l'acqua viene condotta al 1uogo che si vuole (cf P. Mella, Vita).

[51] P. Pietro Ibañez, O.P. secondo il P. Gracián, ma sembra più probabile il P. García de Toledo, a cui è diretto il manoscritto.

[52] Il Santo Dottore narra nega sua 22ª Epistola ad Eustochium che quantunque vivesse in profonda solitudine e il suo corpo fosse estenuato dai lunghi digiuni, pure la sua fantasia lo portava sovente in mezzo alle delizia di Roma e gli ritraeva al vivo l'immagine delle persone ivi vedute.

[53] Scritto dal francescano P. Alfonso di Madrid.

[54] I dotti che in seguito alle conversazioni con la Santa si dettero alla vita di orazione ricavandone grandissimi vantaggi, formano veramente un bel gruppo: Pietro Ibañez, Domenico Bañez, García de Toledo, Medina, Baldassarre Alvarez, Gaspare de Salazár, Gracián e vari altri che brillano intorno a lei come pianeti intorno al sole.

[55] Omnia possum in Eo qui me confortat (Fil 4,13).

[56] Da quod iubes, et iube quod vis (Confessioni., 1, X, c. 29).

[57] Mt 14,3.

[58] La Santa dice: es paso de gallina: a passo di gallina. Noi diciamo meglio: a passo di lumaca.

[59] Secondo il P. Gracián, queste tre persone furono: suor Maria di S. Paolo, suor Anna degli Angeli e donna Maria de Cepeda. Altri aggiungono la stessa sorella di P. Gracián, sr. Maria di S. Giuseppe.

[60] Nessun giorno di riposo: cioè, lavorare sempre d'intelletto.

[61] Per la ragione stessa del suo stato, un religioso conosce che anzitutto deve obbedire al suo Superiore.

[62] Parrebbe in contraddizione con quanto ha detto al numero 15. Si noti però che là mette in paragone la scienza, la prudenza e l'esperienza, sia propria che altrui, e nel caso che queste tre qualità non si trovino unite in un medesimo individuo, vuole che il direttore abbia almeno le ultime due. Qui, invece, il bilancio è tra la scienza e la pratica dell'orazione; e si è già espressa in proposito in uno dei primi capitoli.

[63] Erano i tempi in cui furoreggiava il protestantesimo.

[64] L'orazione di quiete è quella in cui l'anima gode con tranquillità e pace la verità che contempla senza lavorare d'intelletto, unita a Dio che sente vicino in modo assai meraviglioso (P. Aureliano del SS. Sacramento O.C.D., Manuale Cursus Ascetici).

[65] Le grazie generali sono quelle che Dio dà a tutti, corrispondendo alle quali ognuno può giungere a salute. Le particolari sono quelle che Dio accorda a chi vuole. Nel numero di queste entrano i favori di cui la Santa parlerà.

[66] I1 Timore per non sapere se le cose che si provano siano da Dio o dal demonio.

[67] Accenna al monastero di S. Giuseppe di Avila le cui peripezie sono quasi incredibili.

[68] Infatti la Chiesa ha riconosciuto la dottrine della Santa come cosa celeste. Dice nell'Oremus del 15 ottobre: «Concedi, o Signore, che ci nutriamo col cibo della sua celeste dottrina... Ita coelestis eius doctrinae pabulo nutriamur».

[69] «Deliciae meae esse cum filiis hominum» (Pr 8,31).

[70] Mt 17,4.

[71] Mt 16,24.

[72] Era costume che nel ricevere l'estrema unzione il moribondo tenesse in mano una candela benedetta, nell'attitudine di quelle vergini prudenti che attendevano lo sposo con la lampada accesa fra le mani.

[73] Lc 15,7-9.

[74] Questa Persona è la stessa Santa, e i pensieri che qui esprime fanno ricordare la poesia che ha per intercalare di ogni strofa: Muero porque no muero: Muoio perché non muoio. Vedi Poesie.

[75] Sembra che siano la Santa, P. García de Toledo, P. Pietro Ibañez, Francesco de Salcedo e Giuliano d'Avila.

[76] Allude alle riunioni segrete che si tenevano in Valladolid sotto la presidenza del famoso Agostino Cazalla, propugnatore di idee non ortodosse. I partigiani di Cazalla avevano esplicati il loro zelo anche in Avila, tentando di trarre dalla loro parte persone autorevoli e pie quali donna Guiomar de Ulloa. La Ven. Anna di Gesù narra che osarono accostarsi anche alla S. Madre ma senza nulla ottenere. Cazalla fu condannato nel 1559 e con lui molte altre persone della nobiltà spagnola che egli aveva tratto al suo seguito.

[77] “Una grazia è ricevere dal Signore una grazia...”: «Una merced es dar el Señor la merced, y otra es entender qué merced es y qué gracia, otra es saber decirla y dar a entender cómo es».

[78] Gn 29.

[79] L'orazione di cui la Santa ha parlato sotto l'immagine della terza acqua è l'orazione di unione ordinaria, chiamata dal P. Poulain unione piena, e così da lui definita: Orazione in cui l'anima è unita fortemente a Dio e pienamente occupata di Lui e nella quale contempla Dio senza alcuna distrazione, quantunque i sensi continuino ad operare lo stesso, almeno in parte. Si differenzia da quella di quiete per il fatto che qui il lavoro personale è ridotto quasi a nulla, mentre il legame che unisce l'anima a Dio è molto più forte. Secondo la Santa questa unione ha tre gradi diversi che il Tanquerey denomina con gli aggettivi di silenzioso, orante, operoso. Nel silenzioso l'anima contempla Dio in un silenzio pieno di amore. Nell’orante l'anima non può più contenersi e si sfoga: allora la Santa diviene poetessa. Nell’operoso, mentre la volontà è assorta in Dio, le altre due potenze sono libere di occuparsi in azioni esterne, per cui si ha l'unione di Marta e di Maria.

[80] Tratta dell'orazione di unione estatica o semplicemente di estasi, i cui elementi costitutivi sono: l'assorbimento dell'anima in Dio e la sospensione dei sensi. È di tre specie: Estasi semplice, se si produce dolcemente, a poco a poco, e non è molto forte. Rapimento, quando è subitanea e violenta. Volo di spirito, quando il rapimento è così impetuoso da sembrare - sono parole della Santa - che lo spirito si separi dal corpo.

[81] Forse il P. Vincenzo Barrón.

[82] Come pretendeva Lutero le cui dottrine tentavano d'invadere anche la Spagna.

[83] Justus es, Domine, et rectum iudicium tuum (Sal 118,137).

[84] Anche oggi in alcune terre di Spagna, farsi il segno della Croce equivale a mostrarsi molto meravigliati. Qui si dovrebbe leggere: Sono ancora tutta meravigliata.

[85] Dice che significano la stessa cosa in quanto appartengono al medesimo genere dell'unione estatica. Ma una nota del capitolo 17, par. 8, ne dichiara la differenza.

[86] L’inciso «così almeno ho sentito dire» fu apposto in seguito dalla stessa Santa come nota marginale. Forse ne aveva intraveduto l'inesattezza. infatti, non sono le nuvole che attirano i vapori, ma il sole. I vapori poi a contatto con una corrente fredda, si condensano e formano le nubi.

[87] Racconta suor Petronilla di S. Giovanni Battista che una volta la Santa ebbe un rapimento mentre ascoltava il P. Domenico Bañez che teneva un discorso alla comunità di S. Giuseppe di Avila. Allora il Padre si scoprì la testa, sospese il discorso e rimase in devoto silenzio fino a quando, cessata la grazia, la Santa rientrò in se stessa.

[88] Vigilavi et factus sum sicut passer solitarius in tecto (Sal 101,8).

[89] Ubi est Deus tuus? (Sal 41,4).

[90] Per quem mihi mundus crucifixus est et ego mundo (Gal 6,14).

[91] Si tratta evidentemente di Avila, ma non si sa di chi parli.

[92] Così scrive S. Vincenzo Ferreri nel De Vita spirituali: «Se vi dicessero cose contro la fede, la Sacra Scrittura e i buoni costumi, e sostenessero la loro dottrina con il prestigio di fatti soprannaturali, disprezzate le loro visioni come effetto di demenza e i loro rapimenti come arrabbiamenti».

[93] Et dixi: Quis dabit mihi pennas sicut columbae et volabo et requiescam? - E ho detto: Chi mi darà le ali come di colomba per volare e aver riposo? (Sal 54,7).

[94] Quia non iustificabitur in conspectu tuo omnis vivens (Sal 142,2).

[95] Soddisfece a questo suo desiderio più tardi, nel 1559, quando passando per Madrid scrisse a Filippo II alcuni avvisi che Dio le aveva detto per lui. Aggiunse qualche altra cosa di suo, e fra l'altro gli disse: «Ricordatevi, Sire, che anche Saul fu re: ne aveva Ricevuta l'unzione, ma fu poi rigettato». Filippo Il volle vederla, ma essa era già partita per Toledo. Da quel momento il Monarca cominciò a favorire Teresa e la Riforma del Carmelo. E la Santa si compiaceva di chiamarlo: Il Re mio amico (Inform. Proc. di Saragozza).

[96] Tale è la credenza che viveva in alcuni paesi della Spagna, avvalorata anche in occasione della morte di Alfonso XII, avvenuta nel 1885, nella notte del cui decesso si vide nel cielo una quantità impressionante di stelle cadenti.

[97] Quis me liberabit de corpore mortis huius? (Rm 7,24).

[98] È la seconda delle tre vie, o tre principali gradi della vita spirituale: Via purgativa che consiste nel purificare l'anima da ogni attacco al peccato, espiando il passato e premunendosene per l'avvenire. Via illuminativa che consiste nell'imitazione di N. Signore con la pratica positiva delle virtù cristiane. Via unitiva che consiste nell'intima unione con Dio per mezzo della divina carità. I fenomeni mistici di cui la Santa ha parlato appartengono quasi tutti a quest'ultima

[99] Expedit vobis ut ego vadam. - È meglio per voi che me ne vada (Gv 16,7).

[100] Si rivolge al P. García de Toledo, O.P. e questo titolo deve essere in Riguardo alla nobiltà dei suoi natali, perché dei conti di Oropesa.

[101] Exi a me quia homo peccator sum, Domine (Lc 5,8).

[102] Dal capitolo 9.

[103] Sembra che voglia alludere a Maddalena della Croce che si era resa tristemente famosa fra tutte le visionario del tempo. Fattasi religiosa tra le Clarisse di Cordova, cominciò a meravigliare la Spagna con prodigi, profezie e responsi in ogni genere di scienza. Profetizzò la prigionia di Francesco I e il sacco di Roma. Durante le maggiori solennità si faceva vedere elevata da terra con in braccia un grazioso bambino mentre i suoi capelli crescevano a vista d’occhio avvolgendola fino ai piedi. Imperatori, Re, Regine andavano a gara nel corteggiarla; e Isabella di Portogallo volle che le prime fasce dei futuro Filippo II fossero benedette da lei. «Ma l'infelice monaca, dice il Ribadeneira, era in segreto commercio con il demonio, e nascondeva l'anima con un volto devoto, la vita con il segreto della sua stanza, i delitti con le arti del suo complice infernale». buona sorte ebbe la grazia di ravvedersi. Si accusò spontaneamente e venne allontanata dal monastero, finendo poi i suoi giorni nell'oscurità. Il fatto aveva levato tanto rumore che non v'era da meravigliarsi se la Santa e tutti i suoi coetanei temessero dovunque illusioni ed arti diaboliche.

[104] Il collegio di S. Egidio della Compagnia di Gesù in Avila fu eretto nel 1554. Fondatori furono i PP. Giovanni de Pradanos e Ferdinando Alvarez. Vi abitò per qualche tempo - fino al 1557 anche S. Francesco Borgia.

[105] Gaspare Daza, sacerdote zelantissimo che si applicava alla salute delle anime con altri confratelli raccolti con lui a vita comune. Malgrado tutto, rimase affezionato alla Santa, prestò il suo concorso nella fondazione del primo monastero della Riforma ed eresse a sue spese una delle sei cappelle della chiesa, in cui volle essere sepolto.

[106] Francesco de Salcedo, gentiluomo di Avila, sposato con donna Mencia del Aguila. Ancora secolare aveva seguito i corsi di teologia presso i Padri Domenicani e, morta la moglie, si fece sacerdote. Con l'amico Daza aiutò la Santa nella fondazione dei suoi monasteri. Morì nel 1580.

[107] La moglie di don Pedro de Cepeda, fratello della Santa, era cugina di donna Mencia del Aguila, moglie di Francesco de Salcedo.

[108] Don Francesco de Salcedo che la Santa si compiace di chiamare così.

[109] Fu scritto nel 1535 da fra' Bernardino de Laredo, che da medico di Giovanni II di Portogallo si era fatto fratello converso tra í Francescani.

[110] Questa prima relazione andò smarrita. Gli esaminatori dello scritto dovevano essere don Francesco de Salcedo e il sacerdote Gaspare Daza.

[111] Il testo esatto di S. Paolo (1Cor 10,13) è così: Fidelis autem Deus est qui non patietur vos tentari supra id quod potestis. - Dio poi è fedele e non permette che siate tentati al di sopra delle vostre forze.

[112] Anche questa seconda relazione andò perduta.

[113] Era il P. Diego de Cetina. Ordinato sacerdote nel 1554, aveva 23 anni ed era ancora studente di teologia. Confessò la Santa per pochissimo tempo. Diego de Cetina (1531-1572?) ancora studente di teologia, ordinato sacerdote nel 1454. Confessò la Santa per pochissimo tempo (due mesi?) (Cf V 24,4). È conosciuto solo per l’aiuto che ha dato a Teresa in questa circostanza concreta. Per il resto, in una delle informazioni segrete che lo riguardano lo si descrive: «Occupato ad ascoltare tutto il corso di teologia; e in altri uffici consueti, predicare e confessare: predica mediocremente e confessa, e non sa fare di più» (Cf P. Silverio I,XX).

[114] S. Francesco Borgia. Nominato da S. Ignazio commissario generale della Compagnia di Gesù per la Spagna (7.1.1554). Si è recato ad Avila anche nella primavera del 1557.

[115] P. Diego de Cetina.

[116] P. Cetina che la confessò soltanto per due mesi (Cf V 24,1.3.4).

[117] Donna Guiomar de Ulloa, figlia del Governatore di Toro. Rimasta vedova a 25 anni, si dette all'orazione e alle pratiche di pietà. Serbò per S. Teresa la più affettuosa amicizia e prese parte attiva alla fondazione del primo monastero di S. Giuseppe di Avila. Volle pure entrarvi, ma non reggendo ai rigori della regola per la sua salute troppo delicata, dovette uscirne poco dopo.

[118] Probabilmente era il P. Giovanni de Pradanos, bravo predicatore e ricercato direttore di anime. Noto nel 1528 e ordinato nel 1554, poteva avere 26/27 anni.

[119] Ciò avvenne nel 1558 mentre si trovava nel monastero della Incarnazione. Tra le reliquie del Vaticano si conserva ancora il piccolo autografo con cui la Santa narra questa grazia. È un pezzetto di carta dove sta scritto: J. M. J. Entendí estas palabras: No quiero que tengas conversación con hombres, sino con angeles. Teresa de Jesús.

[120] Ha parlato di questo nei capitoli 18 e 20, dove tratta della quarta acqua. La Santa non rileggeva mai i suoi scritti: non ne aveva il tempo, per cui spesso le succede di ripetere «come ho detto» accennando a cose che alle volte non ha detto.

[121] Fu quando udì queste parole: «Tu servimi, e non pensare ad altro». Vedi capitolo 19, dove soggiunge: «Era la prima parola che udivo da Voi, e ne rimasi molto spaventata»

[122] Al capitolo 7.

[123] Era la chiesa dei Gesuiti.

[124] Sembra che fosse il P. Baldassarre Alvarez che la mise alla prova più di una volta.

[125] La Santa, veramente, accennerebbe a quel gesto di disprezzo che si fa quando si mostra ad alcuno un pugno formato in modo che il pollice esca tra il medio e l'indice. Dante (Inf., c. XXV, 2) ci fa assistere alla rabbia feroce di Vanni Fucci che, in mezzo ai serpenti che l'avvinghiano, si erge contro Dio facendogli questo gesto di disprezzo.

[126] Allude alla fondazione del primo monastero della Riforma. Vedi capitolo 36.

[127] Era il venerabile Padre Baldassarre Alvarez. Attendeva con costanza a mortificare in Teresa qualsiasi moto meno perfetto per farla vivere esclusivamente della vita della grazia. Una volta, fra le altre, si era allontanato di città e la Santa, assalita da gravi pene di spirito, gli aveva scritto per esporgli il suo stato d'animo, pregandolo d'una pronta risposta. Egli rispose, ma sulla busta aveva scritto: «Da aprirsi dopo due mesi».

[128] Don Ferdinando de Valdès, grande inquisitore di Spagna, aveva pubblicato nel 1559 un indice con il quale proibiva la lettura non solamente dei libri di eresia ma ancora di molti libri di devozione scritti in spagnolo che potevano far danno alle anime semplici.

[129] Secondo i Bollandisti, cominciò ad avere visioni nel 1559. Sembra che queste parole le siano state rivolte poco prima.

[130] Nacque nel 1499 in Alcantara, nell'Estremadura. Prese l'abito di S. Francesco tra i Frati Minori, e nel 1540, a Pedroso, iniziò la riforma che dal suo nome fu chiamata degli Alcantarini. Serbò per Teresa la più sincera amicizia, ne approvò lo spirito con una lettera che ancora si conserva e la confortò nei molti travagli che ebbe a soffrire per la riforma del Carmelo. Morì il 18 ottobre 1562 ad Arenas, e la sua tomba fu presto gloriosa per molti prodigi.

[131] Sembra che sia la ven. Maria Diaz, donna molto stimata per la sua singolare virtù, discepola del medesimo santo.

[132] Il manoscritto non parla che della porta.

[133] «Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: andremo nella casa dei Signore » (Sal 121, 1). Siccome la Santa non s'intendeva di latino, quando nei suoi scritti cita qualche passo, cade spesso in molti errori ortografici, come fa in questo punto dove scrive: Letatum sun ynis que dita sun miqui

[134] Ciò fu nel mese di ottobre 1561, e le diede alcuni consigli sul modo di ottenere il Breve per l'autorizzazione di fondare il primo monastero della Riforma.

[135] È strano che la Santa dica di non credere quando poco prima ha narrato che per via soprannaturale ne sapeva vicina la morte. La cosa si può spiegare col dire che non ne sapeva il giorno preciso o che le pareva troppo vicino quello in cui era morto.

[136] Accenna ai tre modi con cui può avvenire la visione, la quale, come abbiamo detto nella nota del cap. 10 par. 1, può essere corporale, immaginaria e intellettuale, a seconda della maniera con cui si effettua.

[137] Cf c. 10,9 e c. 13,18.

[138] P. Baldassarre Alvarez non aveva che 25 anni quando cominciò a confessare la Santa: perciò nessuna meraviglia che si fidasse poco di sé.

[139] Si tratta probabilmente di don Francesco de Salcedo.

[140] Era il medesimo P. Baldassarre che nel settennio da lui passato nel collegio di S. Egidio in Avila ne fu anche rettore. Quanto al Padre che lo sostituiva, non si sa nulla di preciso.

[141] Vedi la nota del cap. 25 par. 22. - Le Carmelitane di Medina del Campo possiedono ancora un piccolo cornetto attaccato a un anello di zinco con il quale è tradizione che la Santa facesse oltraggio alla visione. Isabella di S. Domenico aggiunga nei processi tenuti in Avila che le avevano anche ordinato di sputarle contro.

[142] Questa croce preziosa fu regalata dalla stessa Santa a sua sorella donna Giovanna de Ahumada. Dopo la morte di questa passò per varie mani e se ne perdette la traccia nel 1834, quando i Carmelitani Scalzi che ne erano possessori furono espulsi dai loro conventi per la soppressione dei religiosi.

[143] Nel capitolo 20.

[144] Parla di quel fenomeno mistico che viene appunto chiamato ferita o trafittura d'amore.

[145] Come il cervo anela ai corsi d’acqua, così l'anima mia anela a Te, o mio Dio (Sal 41,1).

[146] Cioè, per visione intellettuale, come narra di aver veduto il Signore al capitolo 7.

[147] Una correzione del P. Bañez in luogo di Querubines mette Serafines.

[148] Sembra che la Santa sia stata favorita di questa grazia mentre era priora nel monastero dell'Incarnazione. Questo fatto così straordinario viene commemorato nell'Ordine Carmelitano e in tutte le Diocesi di Spagna il 27 agosto con Messa ed Ufficio propri, concessi dal Sommo Pontefice Benedetto XIII, il 2 maggio 1726.

Secondo la deposizione giurata della Madre Caterina dei santi Angeli, si sa che per vedere in che stato si trovasse il corpo della Santa, il vescovo Mons. Girolamo Manrique ne fece aprire la tomba. I medici che assistevano, meravigliato per l'incorruzione del corpo e per il profumo che emanava, vollero vedere se fosse stato imbalsamato: fecero l'autopsia del cadavere e lo trovarono perfettamente incorrotto, senza alcun mezzo di conservazione. Estratto il cuore della santa, fu collocato in un prezioso reliquiario ed esposto alla pubblica venerazione nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Alba de Tormes, dove lo si venera tuttora. Lo si vede ferito in più parti, mentre intorno alle trafittura la carne si presenta alquanto bruciata: prova evidente di ciò che la Santa racconta.

Nei secoli scorsi si parlò molto di certe spine che parevano germogliare dal fondo del reliquiario e salire sino a toccare il cuore della Santa. Si prestavano facilmente a significati profetici, e si scrissero dei libri per cercare d'indovinarli. Ma nel 1898 il vescovo di Salamanca, Mons. Tommaso de la Camara y Castro, volle esaminare la cosa più attentamente. Fece estrarre il cuore dal reliquiario: era ancora intatto, resistente e carnoso, ma le spine non erano altro che semplici fuscelli sfuggiti alle mani dei fedeli nel tentativo di toccare la sacra reliquia attraverso un foro del cristallo.

[149] Alla fine del capitolo 27. Sembra che sia giunto in Avila nel 1559.

[150] Sono cinque operette che vennero pubblicate a Lisbona nel 10 1560: 1) Trattato dell'orazione e della meditazione. 2) Piccolo opuscolo per coloro che cominciarono a servire Dio. 3) Tre cose che si devono fare per salvarsi. 4) Orazione molto devota. 5) Una domanda efficace per ottenere l'amore di Dio.

[151] Donna Guiomar de Ulloa, di cui al capitolo 24.

[152] Col nome di Custodia, s'intende, nell'Ordine di S. Francesco, un certo numero di case insufficienti a formare una Provincia.

[153] Vedi i cap. 25 e 26.

[154] Gv 4,15. Questo quadro, che fu testimonio dei primi fervori della Santa, si conserva nel monastero dell'Incarnazione. Della sua devozione per questa scena evangelica lasciò tracce anche in alcuni monasteri, come in quello di S. Giuseppe di Avila e di Medina del Campo, dove intitolò alla Samaritana i pozzi che vi fece scavare.

[155] Nota giustamente il Ribera che qui la Santa non stabilisce una verità assoluta; dice soltanto quello che è accaduto a lei, potendo darsi benissimo che per altri valga di più la croce.

[156] Racconta la Ven. A. Anna di Gesù nei processi per la beatificazione: «Ella non si metteva mai in viaggio senza acqua santa, e molto si doleva quando se ne scordava. Noi ne portavamo sospesa alla cintola una zucchetta, e voleva anch'essa la sua. Ci diceva: «Voi non sapete il refrigerio che è per me l’acqua santa. È una grande grazia poter fruire così facilmente dei meriti di Gesù Cristo!...».

[157] Era presente a questa scena la M. Agnese di Gesù, la quale domandò poi alla Santa cosa allora pensasse. Rispose che domandava a Dio di prolungarle pure quelle lotte, anche sino al giorno del giudizio, se ciò doveva essere di sua gloria.

[158] P. Domenico Bañez o P. García de Toledo che la confessarono in Avila dal 1563 al 1566.

[159] Però non sembra che abbia voluto uscire di Spagna.

[160] Donna Giovanna, sposatasi con Giovanni de Ovalle, presso la quale abitò nell'agosto 1561 mentre attendeva alla fondazione del suo primo monastero. Il matrimonio de Ovalle non fu troppo felice per il carattere volubile del marito e la scarsezza dei beni temporali.

[161] S. Teresa del Bambino Gesù faceva altrettanto: «Mi dedicavo soprattutto, scrive al capitolo 12 della sua Autobiografia, ai più modesti atti di virtù ben nascosti; e mi compiacevo, ad esempio, di ripiegare i mantelli dimenticati dalle mie consorelle».

[162] È certo che la Santa non ha mai commesso peccato mortale, per cui correggiamo col Ribera dicendo che vide il posto che i suoi peccati le avrebbero meritato se non si fosse corretta per tempo di quei difetti che conosciamo.

[163] La Santa scriveva queste parole verso il 1565.

[164] Il monastero dell'Incarnazione di Avila.

[165] Una peste terribile, denominata «morbo nero», imperversando successivamente in diverse contrade di Europa, aveva talmente infiacchiti í corpi che anche i claustrali, credendosi incapaci di sopportare le austerità imposte dai Fondatori, supplicarono la S. Sede di mitigare alquanto le loro Regole. Eugenio IV con Bolla di mitigazione del 15 febbraio 1432 accordò ai Carmelitani di mangiate di carne tre volte alla settimana: domenica, martedì e giovedì (a cui in seguito fu aggiunto da Pio II il lunedì) e una maggiore libertà quanto all'obbligo della solitudine e del silenzio.

[166] A parlare così fu la stessa cugina della Santa, Maria de Ocampo, figlia di don Diego de Cepeda, che stava all'Incarnazione in qualità di educanda. Le Scalze a cui la giovinetta accennava erano le Francescane, le quali avevano preso questo qualificativo quando sotto l'ispirazione di S. Pietro d'Alcantara erano uscite dal loro monastero mitigato di Avila per stabilirsi a Valladolid e vivere secondo la Regola primitiva. La stessa Maria de Ocampo offrì subito, per l'attuazione del progetto, mille ducati della sua legittima, meritando che in quell'istante stesso le apparisse il Signore con aria di compiacenza. Le altre persone presenti - suor Anna Suarez (la buona amica della Santa), suor Ines e suor Anna de Tapia, suor Isabella di S. Paolo e la educanda Eleonora de Cepeda, sorella di Maria de Ocampo - furono quasi tutte dello stesso parere. Anzi, le ultime quattro finiranno col divenire le pietre fondamentali della Riforma. Questo colloquio avveniva sul tramonto del 16 luglio 1560, festa della Madonna del Carmine, e due anni dopo si apriva in Avila il primo monastero della Riforma.

[167] Donna Guiomar de Ulloa, che appena avuta notizia del progetto, disse con, entusiasmo a Teresa: «Madre, io farò del mio meglio per aiutarvi in quest'opera così santa» (Cfr. Ribera).

[168] P. Baldassarre Alvarez.

[169] Non era il P. Angelo de Salazár, come comunemente si ritiene, ma il P. Gregorio Fernandez che coprì questa carica a più riprese, e ultimamente dal 1559 al 1561.

[170] Come abbiamo detto altrove, S. Pietro d'Alcantara s'interessò molto per la Riforma del Carmelo. In questa circostanza venne ad Avila e tra l'altro suggerì alla Santa come stendere la petizione al reverendissimo P. Nicola Audet, allora Generale dell'Ordine, per ottenere il permesso che occorreva.

[171] Predicatori imprudenti condannavano la Santa fin dal pulpito. Narra suor Teresita, nipote della Santa, nelle informazioni processuali, che trovandosi una volta nella chiesa di S. Tommaso per udire la predica d'un religioso di un certo Ordine, questi esordì col criticare amaramente certi progetti di riforma come se fossero di danno pubblico, stimmatizzando certe religiose che volevano uscire di monastero sotto pretesto di fondare nuovi Ordini, mentre non era che per desiderio di maggiore libertà. Aggiunse altre espressioni così dure che la sorella della Santa, donna Giovanna de Ahumada, presente alla predica, si sentì ripiena di vergogna e volle obbligare la sorella a rientrare in monastero e ad abbandonare ogni idea. Per tutta risposta la Santa sorrise tranquillamente. Poi il Signore cambiò le disposizioni di donna Giovanna che si votò al trionfo della Riforma.

[172] P. Pietro, Ibañez, validissimo sostegno della Santa in questa prima fase della Riforma del Carmelo.

[173] Verso quel tempo consultò pure S. Luigi Bertrand che, dopo tre o quattro mesi di preghiere, così le rispose:

Madre Teresa,

ho ricevuto la sua lettera. Siccome l'affare di cui m’interroga è molto importante per la gloria di Dio, ho voluto raccomandarlo nelle mie povere preghiere e Santi Sacrifici: questo è il motivo per cui ho tardato tanto a risponderle. Ora, in nome del Signore, le dico di armarsi di coraggio per questa grande impresa, nella quale Egli l’aiuterà e favorirà. Le assicuro da parte di Dio che prima di cinquant'anni il suo Ordine sarà uno dei più illustri della Chiesa. Che egli si degni sempre di proteggerla!

Valencia.                                                                                                    fr. luigi bertrand

[174] Don Fernando de Salcedo.

[175] Il Maestro Gaspare Daza di cui al capitolo 23.

[176] P. Baldassarre Alvarez.

[177] Del monastero dell'Incarnazione.

[178] Consisteva in una cella stretta e senza finestre dove, secondo la Regola, venivano rinchiusi coloro che si rendevano colpevoli di determinate mancanze. I conventi e monasteri antichi avevano tutti la loro prigione, e fu appunto in una di queste che languì per nove mesi S. Giovanni della Croce.

[179] P. Pietro Ibañez

[180] Nel convento di Trianos.

[181] Era il P. Dionigi Vázquez, confessore di S. Francesco Borgia, che fu sostituito nell'aprile del 1561 dal P. Gaspare de Salazar. Il nuovo Rettore rimase ad Avila soltanto un anno, ma bastò perché la Santa gli si affezionasse. Anzi, corse voce che S. Teresa brigasse per farlo uscire dalla Compagnia ed entrare tra i Carmelitani della Riforma. Era una calunnia che attirò ad entrambi gravissimi dispiaceri. Degne di nota per vivacità ed energia sono le due lettere che la Santa scrisse a questo proposito al P. Giovanni Suarez, Provinciale dei Gesuiti di Castiglia, per difendersi dall’accusa che questi le aveva mosso. P. Salazar morì in Alcalà il 27 settembre 1593.

[182] Il P. Baldassarre Alvarez s'indusse a lasciare alla Santa la sua piena libertà dopo che il Signore gli fece dire per mezzo della sua illustre penitente di fare la meditazione su questo versetto dei Salmi: Quam magnificata sunt opera tua, Domine! Nimis profundae factae sunt cogitationes tuae! - Quanto sono grandi, o Signore, le tue opere! Grandemente profondi sono i tuoi consigli! Allora egli vedendo che quella fondazione era opera di Dio, e che Dio voleva servirsi di una donna per far risplendere le sue meraviglie, non volle più oltre indugiare, e disse alla Santa che assolutamente bisognava andare innanzi. (Cfr. Ribera).

[183] Giovanna de Ahumada che abitava in Alba de Tormes.

[184] Suo fratello Lorenzo de Cepeda, senza nulla sapere dei bisogni della sorella, le aveva mandato dal Perù, proprio nella circostanza di cui si parla, una somma considerevole di denaro, che bastò per trarla d'impiccio.

[185] La Santa aveva comperato la casa sotto il nome di Giovanni de Ovalle, marito di sua sorella Giovanna de Ahumada, venuto ad Avila nell'agosto del 1561. Teresa intanto, sotto pretesto di visitare la sorella, sorvegliava i lavori di trasformazione, che così precedevano alacremente senza che nessuno sospettasse dei suoi disegni.

Durante i lavori avvenne una disgrazia che dette occasione a un miracolo. Crollò improvvisamente un muro, seppellendo sotto le macerie il nipotino Gonzalvo di appena cinque anni. Donna Giovanna, disperata dal dolore, prese il cadavere del figlio e lo depose sulle ginocchia della sorella accusandola come causa di tanta sventura. La Santa abbassò sul morticino il grande suo velo, strinse la sua testa contro la testa del nipote, e quando dopo un po' di silenzio alzò il velo che ricopriva entrambi, si vide il piccolo Gonzalvo vivo e sano vezzeggiare con la zia che l'aveva ritornato alla vita. Gonzalvo poi fatto più grande, non si stancava di ripetere a Teresa che era obbligata in coscienza ad ottenergli di andare in ciclo perché, se non fosse stata lei, egli vi sarebbe già stato da un pezzo. La sua speranza non fu delusa, perché morì con la morte dei santi.

[186] Era il monastero delle Francescane conosciuto comunemente sotto il nome di Gordillas. La visione accennata ebbe luogo il 12 agosto 1562.

[187] Pio V spedì un primo Breve il 7 febbraio 1562 con il quale autorizzava le religiose ad avere beni in comune. Ma Teresa, incoraggiata da S. Pietro d'Alcantara, chiese ed ottenne dalla Sacra Penitenzieria un rescritto in data 5 dicembre del medesimo anno, con il quale si permetteva al nuovo monastero di vivere di carità. In seguito su questo punto dovette alquanto transigere.

[188] La Santa dovette ricevere questa grazia il 15 agosto 1562 nella chiesa di S. Tommaso, e precisamente nella cappella del S. Cristo. Presso l'altare si mostra un'antica apertura disposta a modo di confessionale, su cui si legge: Qui si confessava S. Teresa di Gesù

[189] Su questo punto darà più ampie spiegazioni alla fine del capitolo. Qui basti sapere che la giurisdizione di cui parla era quella del Vescovo di Avila, Mons. Alvaro de Mendoza, di cui la Santa farà a suo luogo i più splendigli elogi. Votato alla Riforma teresiana, don Alvaro aiutò Teresa in più occasioni, e come ultimo atto di devozione volle essere sepolto nella chiesa dei monastero di S. Giuseppe.

[190] Cessati i motivi che avevano determinato questo passaggio di giurisdizione, la Santa fece di tutto per rimettersi sotto l'obbedienza dell'Ordine,

[191] Toledo. La dama di cui parla era donna Luisa de la Cerda, figlia del duca di Medinaceli, prossimo parente degli antichi Re di Spagna. Sposa a don Antonio Arias Pardo de Saavedra, maresciallo di Castiglia, signore di Maiag6n e di altre terre, rimase vedova in giovanissima età. La Santa stette con lei circa sei mesi. Donna Luisa ebbe sempre per Teresa la più alta venerazione e volle che fondasse un monastero in Malagón, città dei suoi domini.

[192] P. Gaspare de Salazar, rettore dei Gesuiti.

[193] Era accompagnata da donna Giovanna Suarez, la sua buona amica, e dal cognato Giovanni de Ovalle.

[194] Contrariamente a quanto finora si è pensato, sembra che qui si tratti del P. García de Toledo, figlio dei conti di Oropesa.

[195] La chiesa dei Domenicani dedicata a S. Pietro Martire.

[196] P. Pietro Ibañez.

[197] Sembra che alluda alla morte di S. Pietro d'Alcantara, avvenuta il 18 ottobre 1562, e a quella del P. Ibañes successa il 3 febbraio 1565. L'incontro con il P. García dovette avvenire nel 1562.

[198] P. Gaspare de Salazar.

[199] Probabilmente í PP. Pietro Ibañes e Domenico Bañes.

[200] Da Avila.

[201] Parla al medesimo P. García de Toledo di cui fa tanti elogi.

[202] Don Martino de Guzman, sposo di donna Maria de Cepeda.

[203] Donna Maria de Cepeda che abitava a Castellanos de la Cañada.

[204] Donna Guiomar de Ulloa, la vedova sua amica.

[205] Durante í primi sei mesi del 1562.

[206] Cfr. V 36,28. Questa terziaria, o Beata, come la chiama la Santa conformemente all'uso del tempo, aveva nome Maria di Gesù, nata a Granada nel 1522. Rimasta vedova molto giovane, era entrata fra le Carmelitane della sua città, ma sentendosi ispirata a fondare un monastero di più stretta osservanza, ne era uscita prima della professione ed era andata a Roma con alcune compagne per ottenere il Breve dal Papa. Donna Eleonora de Mascareñas le donò una casa che possedeva in Alcalà, e quivi il 23 luglio 1563, quasi un anno dopo la fondazione di S. Giuseppe, aprì il monastero conosciuto sotto il nome dell'Immagine. Ma la M. Maria di Gesù conduceva le sue figlie per vie troppo rigorose, per cui donna Eleonora pregò S. Teresa a voler passare di là. La Santa vi si recò nel 1567 mentre era in viaggio per Malagòn, e in poco tempo vi stabilì quella regolarità di vita, perfetta e soave, che stabiliva nei suoi monasteri. M. Maria di Gesù morì nel 1580 in odore di santità.

[207] Veramente anche il capitolo 4 della Regola di prima della mitigazione (ossia quella modificata da Innocenza IV) dice Nullus fratrum sibi aliquid proprium esse dicat, sed sint vobis omnia communia; approvando con ciò la proprietà in comune. Invece, la norma che vietava di possedere anche in comune a cui si riferisce Teresa era stata l’interpretazione di quel punto della Regola di S. Alberto che ne ha dato il Papa Gregorio IX, con Breve del 6 aprile 1229. Con quella Bolla pontificia si vietava di possedere anche in comune; norma questa che fu soppressa da Innocenza IV.

[208] Il P. Pietro Ibañez che si trovava a Trianos.

[209] Donna Luisa de la Cerda.

[210] Titolo accademico usato nell'Ordine di S. Domenico, equivalente a quello di licenziato.

[211] P. Angelo de Salazar. Revocò l'obbedienza che le aveva data per lasciarla libera di assistere alle elezioni che dovevano farsi in Avila nel monastero dell'Incarnazione.

[212] Era il P. Pietro Domenech, rettore dei Gesuiti di Toledo.

[213] P. Pietro Domenech.

[214] Qui fingis laborem in praecepto. (Sal 93, 20). Veramente il versetto ha un significato assai diverso. La Santa, che non sapeva di latina, lo traduce secondo un suo particolare sentimento, basato soltanto sul suono materiale delle parole. La nuova traduzione dei Salmi si esprime così: Num. sociabitur tecum tribunal iniquum, quod vexationes creat sub specie legis? - Ti avrà forse per alleato il tribunale della iniquità che ordisce oppressioni sotto forma di legge?

[215] Quam angusta porta et arcta via est quae ducit ad vitam! (Mt 7,14).

[216] Toledo. Si doveva essere verso la metà di luglio del 1562.

[217] Sembra che si chiamasse don Giovanni Blazquez, signore di Loriana, presso cui S. Pietro d'Alcantata usava prendere alloggio quando si recava ad Avila. Altri pensano a don Francesco de Salcedo.

[218] Narra don Giovanni Carillo, segretario di don Alvaro de Mendoza, vescovo di Avila, che quando arrivò il Breve di cui si parla, Monsignore, che si trovava a Tiemblo, non si mostrò troppo disposto ad ammettere un monastero senza rendite. S. Pietro d'Alcantara andò subito a trovarlo e l'indusse a portarsi ad Avila per abboccarsi con Teresa che ancora non conosceva. Il colloquio avvenne all'Incarnazione. Quando il Vescovo tornò a palazzo non era più lui: diceva di aver udito il Signore parlare per la bocca di una donna. D'allora in poi si votò tutto alla Riforma.

[219] Morì in Arenas, provincia di Avila, il 18 ottobre 1562.

,[220]Giovanni de Ovalle, marito di Giovanna de Ahumada. Come già sappiamo, aveva comperato a suo nome la casa nella quale Teresa voleva fondare il monastero, e vi era rimasto ad abitarla durante i lavori di adattamento, mentre sua moglie era tornata ad Alba dove avevano domicilio.

[221] Donna Guiomar.

[222] Queste postulanti erano: Antonia de Henao che prese il nome di suor Antonia dello Spirito Santo; Maria de la Paz che abitava con donna Guiomar, presso la quale fu conosciuta dalla Santa, e si chiamò suor Maria della Croce; suor Orsola dei Santi e suor Maria di S. Giuseppe. Dette l'abito alle postulanti il maestro Gaspare Daza, delegato dal Vescovo di Avila, presente la Santa con le due cugine Inés e Anna de Tapia, religiose dell'Incarnazione che più tardi entrarono nella Riforma. Il medesimo don Gaspare celebrò la prima Messa e collocò il santissimo Sacramento nella cappella. Era il lunedì 24 agosto 1562; e così, senza strepito, semplicemente, come tutte le grandi opere, la Riforma di S. Teresa iniziava la sua vita.

In memoria di questo avvenimento il Capitolo di Avila si porta ogni anno alla chiesa del monastero per celebrarvi una Messa solenne e tenervi il discorso di circostanza.

[223] Ciò nonostante il libro delle professioni dice che suor Antonia recò in elemosina 17.000 maravedises e suor Orsola dei Santi 300 ducati.

[224] È una frase che lascia alquanto Sorpresi, sapendola in quella medesima Avila dove i confessori non le erano mai mancati. Vedasi a questo proposito: Reforma I,44-Mir. I,571.

[225] Questa espressione dimostra che, quantunque il nuovo monastero fosse sotto la giurisdizione dell'Ordinario, la Santa, personalmente, rimaneva sotto quella dell'Ordine. Essa non era libera di stare nella nuova casa, e difatti la Priora le ordinò di tornare senz'altro all'Incarnazione.

[226] Lasciò per presidente della piccola comunità suor Orsola dei Santi.

[227] Non sembra che sia stata imprigionata. Sua cugina, suor Maria Battista, che era in monastero, narra che la Santa seppe così bene discolparsi che la Priora fu molto soddisfatta e le inviò un buon pranzo.

[228] P. Angelo de Salazar.

[229] Cioè: licenziato in teologia. Era il P. Domenico Bañez.

[230] Essa allora scrisse a donna Guiomar che si trovava a Toro, chiedendole per il nuovo monastero un messale e una campanella (cf Ribera). Alle 4 del mattina Giuliano d'Avila si recava a San Giuseppe per celebrarvi la S. Messa, e andava tutti i giorni alla Incarnazione con Gaspare Daza per informare la Santa sull'andamento delle cose. Là intanto si tenevano i capitoli secondo la Regola, si facevano le penitenze prescritte, e in attesa che andasse la Santa ad insegnare la recita dell'ufficio divino, si diceva quello della Madonna.

[231] Ecco l'ordine con cui si svolse questo grande tumulto suscitatosi in Avila per quattro povere scalze. Il nuovo monastero si era inaugurato il 24 agosto al mattino, e, a quanto narra Giuliano d'Avila, il popolo ne aveva mostrato allegrezza. Dopo mezzogiorno, la Santa viene chiamata all'Incarnazione e sottoposta a giudizio. Intanto la Opinione pubblica si cambia. All'indomani 25 agosto, il Governatore della città si presenta al monastero per farne uscire le novizie, le quali rispondono francamente che non usciranno se non per ordine di colei che ve le ha poste. L'uomo dei governo raduna il suo consiglio, e dà ordine che per l'indomani - 26 - siano convocati tutti gli ufficiali subalterno per prendere le misure che convengono. Il 26 si decide di studiare la questione e di portarla innanzi al Vescovo. Il 29 si convocano per il giorno seguente í magistrati della città, i membri del Consiglio della cattedrale, gli uomini della legge e i rappresentanti di tutti gli Ordini religiosi. È la grande riunione di cui parla la Santa. Il processo durò sino all'aprile del 1564 ed ebbe venti sedute d'inutili dispute, tanto che si dovette portare la questione al Consiglio reale di Madrid, quasi fosse una questione di Stato, mentre la povera Santa, vessata da tutte le parti non aveva neppur denaro per sostenere la causa. La provvidenza venne in suo aiuto mediante la liberalità del Pio Gonzalvo d'Aranda che pose a disposizione delle Carmelitane le sue ricchezze. Il processo finalmente terminò in favore delle monache, non perché i contendenti fossero riusciti ad intendersi, ma perché, tirate le cose alla lunga le passioni si calmarono e non si videro più gli inconvenienti di prima. Il Vescovo si era dichiarato per il monastero, e questa sua energica posizione era valsa non poco a disarmare qualcuno. A proposito del consiglio che si legge dato da un domenicano, il P. Domenico Bañez sul manoscritto della Santa scrisse di suo pugno queste parole: «Ciò avvenne alla fine di agosto del 1562. Io ero presente e detti questo consiglio. Fr. Domenico Bañez. Scrivo queste parole oggi, 2 maggio 1575, quando la M. Teresa ha già fondato il suo nono monastero».

[232] Gonzalvo de Aranda. Una delle accuse che si muovevano alla Santa era di aver costruito un romitorio sopra l'acquedotto municipale. Ma la difficoltà era stata risolta dal Consiglio di Avila il 22 agosto, prima ancora che il monastero si fondasse.

[233] Don Francesco de Salcedo.

[234] Gaspare Daza. Si tratta di un'adunanza indotta dal Vescovo, diversa dalle precedenti, alla quale, come narra il segretario don Giovanni Carillo, vennero chiamati i Superiori delle case religiose, e molti gentiluomini. Stavano tutti per la soppressione del monastero, ma siccome Gaspare Daza difendeva i diritti delle monache come delegato del Vescovo, non osarono opporsi, senza però accondiscendere.

[235] Alcuni giorni prima della sua morte, aveva ricevuto una lettera di don Francesco de Salcedo che lo metteva a parte di ciò che succedeva in Avila. Benché in agonia, il Santo fece uno sforzo, e scrisse a Teresa il biglietto di cui si parla, il quale, secondo il Ribera, non aveva in larghezza neppure quattro dita.

[236] Questa apparizione ebbe luogo nell'istante stesso della sua morte, avvenuta il 18 ottobre 1562.

[237] Al capitolo 27.

[238] P. Pietro Ibañez.

[239] Non si sa di preciso quando la Santa sia andata definitivamente nella nuova fondazione. Il permesso in scritto porta la data del 22 agosto 1563, ma l'ebbe a voce fin dalla quaresima del medesimo anno. Non è improbabile però che prima della sua andata definitiva, vi si sia recata varie altre volte per visitare le novizie e sistemare qualche atto di comunità.

Ad arrendere il Provinciale, P. Angelo de Salazar, oltre il P. Ibañez e don Alvaro de Mendoza, fece molto la stessa Santa. Narra il P. Angelo nei processi di Valladolid che mentre era in dubbio se concederle o no la chiesta autorizzazione, si sentì dire dalla Santa in tono quasi ispirato: Padre, guardi di non resistere allo Spirito Santo! A queste parole non seppe più oltre opporsi, e accondiscese alla sua domanda.

Le religiose che dice di aver condotto con sé erano quattro: Anna di S. Giovanni, Anna degli Angeli, Maria Isabella e Isabella di S. Paolo, sua parente. Dietro i suggerimenti della stessa Santa, Anna di S. Giovanni fu eletta priora, e Anna degli Angeli sottopriora; ma le religiose fecero tanta istanza presso il Vescovo e il Provinciale che questi dovettero costringere Teresa ad assumere il governo della casa. Narra la tradizione che prima di entrare in S. Giuseppe, la Santa si fermò nella chiesa di S. Vincenzo, e là, innanzi alla Vergine di Soterraña, si levò le calzature per entrare in monastero a piedi scalzi. Il corredo che portò dall'Incarnazione comprendeva una piccola stuoia di giunchi, un calcio, una disciplina e un abito vecchio e rattoppato. Mutò il suo nome di donna Teresa de Ahumada in quello di Teresa di Gesù, e questo costume di cambiare il nome di famiglia con un appellativo religioso fu reso obbligatorio a tutti gli Scalzi nel 1567 da P. Giovanni Battista Rossi, Generale dell'Ordine.

[240] La Regola carmelitana è stata composta verso il 1209 da S. Alberto patriarca di Gerusalemme, e nel 1247 (1° ottobre), in seguito alle richieste di S. Simone Stok e del Capitolo Generale dell'Ordine, Innocenzo IV commise al cardinale Ugo e a Guglielmo vescovo di Antera l'incarico di rivederla per meglio esplicare certi punti un po' oscuri. Più tardi, nel 1432, Come si è già detto altrove, Eugenio la mitigò nei suoi punti capitali, e così ritoccata venne seguita anche da Santa Teresa fino al 1562. Iniziando la Riforma, la Santa riprese la Regola come era stata approvata da Innocenzo IV, con l'aggiunta di nuove austerità, come la rozzezza dell'abito, la nudità dei piedi' la povertà assoluta e la lunga orazione. - E questa è la Regola che si osserva tuttora nei conventi e nei monasteri che riconoscono per Madre e Riformatrice S. Teresa di Gesù.

[241] M. Maria di Gesù e il suo monastero dell'Immagine fondato il 23 luglio 1563.

[242] In seguito la Santa cambiò alquanto di parere, acconsentendo, in principio, che si ammettessero in più tre sorelle converse. Poi, quando cominciò a fondare monasteri con rendite, portò il numero delle religiose a 21: 18 di velo nero o suore coriste, e 3 di velo bianco o converse.

[243] P. Domenico Bañez e P. García de Toledo.

[244] In S. Giuseppe di Avila.

[245] La Santa era nata il 28 marzo 1515 e doveva scrivere queste righe verso il principio del 1565. Ciò conferma quello che diremo più avanti circa la data con cui chiude la lettera accompagnatoria del libro.

[246] Donna Luisa de la Cerda.

[247] Accenna a uno di quei romitori che sono la caratteristica dei suoi monasteri. Per ricopiare meno imperfettamente la vita degli antichi eremiti del Carmelo, costruiva nel giardino monastico varie specie di cappellette dove chi voleva poteva ritirarmi in preghiera con maggiore solitudine e silenzio. Ad Avila ne aveva costruite parecchie, alcune delle quali dovette poi abbattere per ordine del Consiglio di città. Erano dedicate a S. Ilarione, a S. Girolamo, alla Samaritana, a S. Francesco e a S. Alessio. Oggi si mostrano ancora quelli del Cristo alla colonna, di S. Caterina martire, di S. Agostino e di Nazaret, nel quale la Santa ebbe la grazia di cui parla, l'anno 1563.

[248] È la «Vita di Gesù Cristo», scritta da Ludolfo di Sassonia, certosino, tradotta in spagnolo da Ambrogio Montesinos. Questo libro ebbe il vanto di aver convertito S. Ignazio di Lojola. La Santa nelle Costituzioni ne raccomanda la lettura alle sue figlie.

[249] P. Pietro Ibañes.

[250] Morì a Trianos, il 2 febbraio 1567. Sulla fine del capitolo dice di averlo visto salire al cielo senza passare per il purgatorio.

[251] P. Gaspare de Salazár.

[252] Il Ribera lo chiama un gentiluomo molto ricco.

[253] P. Gregorio Fernandez di cui al capitolo 32.

[254] Alfonso de Henao, morto in Avila nell'aprile del 1557.

[255] P. Diego Mattia, carmelitano mitigato di Avila, già confessore al monastero dell'Incarnazione.

[256] La Bolla Sabatina in particolare, più i numerosi suffragi che l'ordine stabilisce per i defunti.

[257] P. Pietro Ibañez.

[258] Suo cugino don Pietro Mejia.

[259] P. Gaspare de Salazár. Evidentemente ciò avvenne prima del suo ingresso definitivo in S. Giuseppe.

[260] Secondo il racconto della Historia del Carmen Descalzo, l.. IV, c. XV, questa pittura fu fatta da Girolamo d'Avila sotto la direzione della stessa Santa, che sembra abbia voluto riprodurre il Signore come lo aveva visto nel monastero dell'Incarnazione. Ella suggeriva come disporre la sagoma del viso, i capelli e il lembo di carne che gli pendeva dal braccio sinistro. Al lato opposto vi era rappresentato S. Pietro in lacrime.

[261] P. García de Toledo e P. Domenico Bañez.

[262] Donna Luisa de la Cerda.

[263] Questo elogio, oltre che alle prime quattro novizie: Orsola dei Santi, Antonia dello Spirito Santo, Maria della Croce e Maria di S. Giuseppe, sembra si riferisca anche a quelle che sono entrate poco dopo, cioè: Maria Battista, Maria di S. Girolamo e Isabella di S. Domenico, che vestirono l'abito religioso negli anni 1563 e 1564. Secondo la M. Isabella Battista, il modo con cui si viveva a San Giuseppe ai tempi della Santa aveva del miracoloso. Vi erano dodici o tredici religiose ancora giovanissime, alcune di famiglia illustre, che vivevano nella più grande povertà. Le loro celle erano tanto basse che le religiose arrivavano con le mani a toccarne il soffitto. Il tetto della casa era tutto in rovina, e d'inverno, per difendersi dall'aria e dalla neve, dovevano ripararsi con delle tende. Spesso in refettorio non si passava che un'insalata di cocomeri, e si faceva gran festa quando si poteva avere del formaggio. Ciò nonostante vi era tanta pace e allegria che in soggetto di ricreazione si mutava la stessa povertà.

[264] Monete spagnole corrispondenti: il maravedì a meno di un centesimo, e il ducato a circa tre lire, se di argento, e a quattordici, se di oro.

[265] Allude alla parabola evangelica raccontata da S. Matteo, capitolo 20,12.

[266] Queste parole che non crede opportuno manifestare furono rivelate dai suoi biografi, e possono essere queste o altre simili: «Se non avessi creato il cielo, per te sola lo creerei!». Oppure quelle udite il giorno di S. Maria Maddalena: «Quando ero sul1a terra, tenevo questa Santa per amica, ora che sono in cielo tengo te».

[267] Ciò le avvenne durante il suo soggiorno all'Incarnazione quando si recava per qualche tempo presso parenti o amici.

[268] Ap 4,6-8.

[269] È il simbolo Atanasiano che si diceva all’ora liturgica di «Prima».

[270] In Avila.

[271] Dai Soliloqui c. 31: «Mi sono affaticato molto nel cercarvi al di fuori, mentre Voi eravate dentro di me. Vi ho cercato sulle pubbliche piazza delle città del mondo e non Vi ho trovato. Vi cercavo fuori, mentre Voi eravate dentro».

[272] Secondo il P. Gracián, si tratta dell'Ordine di S. Domenico e secondo il Ribera, della Compagnia di Gesù.

[273] Anche qui, secondo il P. Gracián, si tratta dell'Ordine di S. Domenico, ma Yepes (Vida, libr. III, c. 17) inclina a credere che sia l'Ordine Carmelitano, allora rifiorito con la Riforma. Anzi, l'autore dell'Historia del Carmen Descalzo (libr. 1, c. 21) narra che il P. Angelo di S. Gabriele, uno dei primi Maestri di novizi, avendo domandato alla Santa a che Ordine alludesse, si ebbe in risposta: Semplice che siete, che Ordine può essere se non il nostro?

[274] Secondo il P. Gracián, si tratta dell'Inquisitore Soto che fu più tardi vescovo di Salamanca.

[275] «O morir o padecer», non viceversa, come tante volte si dice.

[276] Il monastero di S. Giuseppe di Avila.

[277] Le Carmelitane Scalze quando sono chiamate in parlatorio si presentano con la faccia velata.

[278] P. García doveva mostrare il libro al P. Bañez. Non si conosce il terzo.

[279] Il P. Giovanni d'Avila, letto il libro ed esaminata ogni cosa, rassicurò la Santa che tutto era da Dio, e le scrisse due lettere che ancora si conservano, una il 2 aprile 1568 e l'altra il 12 settembre del medesimo anno.

[280] La Santa desidera rimanere incognita.

[281] Questa data si riferisce alla prima redazione della Vita che la Santa scrisse in quell'anno senza distinzione di capitoli. In seguito aggiunse varie altre cose, fra cui la fondazione del monastero di San Giuseppe. Sembra che l'abbia terminata nel 1565.

 

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