2_Relazioni Spirituali

 

Relazioni spirituali

(e Favori celesti, da p. 23)

 

 

Dal monastero dell'Incarnazione di Avila (1560)[1]

 

GESÙ

 

1 - Ecco come ora faccio orazione.

È raro che nell'orazione possa discorrere con l'intelletto, perché l'anima comincia subito a raccogliersi e ad entrare nella quiete o nel rapimento, per cui non posso più servirmi delle potenze e dei sensi, eccetto dell'udito, benché neppur esso mi giovi per comprendere quel che si dice.

Molte volte invece, non solo il mio spirito non si ferma su Dio, ma si porta pure a cose indifferenti, sino a parermi di non poter fare orazione neppure sforzandomi, causa qualche grande aridità, resa più grave dai miei dolori corporali. Ma poi d'improvviso il raccoglimento e l'elevazione di spirito s'impossessano irresistibilmente di me, inondandomi in un istante di tutti quei beni ed effetti che poi si vedono. E ciò senza aver visioni o intendere cosa alcuna: anzi, in quel momento non so neppure dove mi trovi. Sembra che la mia anima si perda, ma per poi ritrovarmi tanto ricca da ben comprendere che tale non mi sarei fatta neppure con un anno di continui sforzi.

 

2 - Altre volte mi assalgono trasporti così violenti e desideri di Dio così vivi da non saper cosa fare. Mi sembra di essere in fin di vita: alzo le mie grida al Signore e lo chiamo. Sono trasporti che mi assalgono impetuosamente, tanto che alle volte mi impediscono pure di star seduta: tormento che non ho cercato, ma dal quale l'anima non vorrebbe più uscire, finché vive. Sospira ansiosamente di morire, ma le sembra di non poter avere alcun rimedio, perché vive. Unico rimedio sarebbe la visione di Dio, ma per questo le occorre la morte, ed ella non può darsela. Perciò le pare che tutti trovino di che sopportare le proprie pene e di essere contenti, fuorché lei. E ne va tanto afflitta, che Dio deve sostenerla con qualche rapimento in cui le dia di trovar pace, calma e quiete profonda, ora con farle vedere qualche cosa di ciò che desidera, ora con dargliene a comprendere qualche altra, senza di che le parrebbe impossibile resistere a lungo.

 

3 - Altre volte si tratta di desideri di servire Dio, ma così impetuosi da non aver termini per esprimermi. E vivissimo è il mio dispiacere nel sentirmi incapace di realizzarli. Mi sembra che affronterei volentieri qualsiasi genere di travaglio, pur la morte e il martirio. Sono sentimenti che in un istante mi trasformano tutta, non preceduti da alcuna mia riflessione. Non so dire donde tal forza mi venga, ma vorrei alzare la voce per far capire a tutti quanto importi non contentarsi di poco nel servizio di Dio, e dar a conoscere i grandi tesori che da Lui si ricevono quando ci si dispone a riceverli. Insomma, mi sento tutta distruggere, parendomi con quei desideri di voler delle cose superiori alle mie forze. Sembra che il corpo mi tenga incatenata, e m'impedisca di lavorare per Dio e per il bene del mio Ordine, tanto che se ne fossi priva e le mie forze me lo permettessero, mi pare che farei cose assai grandi; ma non è a dire la pena che provo nel vedermi così impotente. Finisce poi tutto nel raccoglimento, dove Dio m'inonda dei suoi favori e delle sue consolazioni.

Alle volte, quando mi vengono questi desideri di servire Dio, mi succede di volermi dare alla penitenza, ma non posso, perché di fisico troppo debole. Ne avrei tanto conforto sé lo potessi: mi sono di sollievo e di gioia anche le poche che faccio. Se mi lasciassi guidare dai miei desideri, cadrei di certo in eccessi.

 

4 - Trattare con la gente mi è talvolta di tanta noi ed afflizione, da non sapermi trattenere dal versare molte lacrime. Mio vivo desiderio è di star sola. La solitudine mi è di grande conforto anche allora che non prego né leggo mentre le conversazioni mi annoiano profondamente, soprattutto, se di conoscenti e congiunti, sino a parteciparvi come una schiava, eccetto se vi si parla di orazione o di anima ché allora ne ho gioia e conforto.

Qualche volta mi stanco anche di questo, e allora no vorrei vedere nessuno, per rimanermene sola. Ma ciò m succede raramente, perché, in via generale, con chi tratta della mia anima trovo sempre conforto.

 

5 - Vivissima talvolta è la mia pena nel sentirmi obbligata a mangiare e a dormire, specialmente quando vedo d'esservi costretta più degli altri. Allora lo faccio per obbedire a Dio, e gliene offro il sacrificio.

Se non mi stancherei mai di star sola è perché i tempo mi par sempre così breve da non averne a sufficienza per pregare. Desidero di potermi dare alla lettura, alla qual sono sempre stata affezionata. Ma leggo assai poco, perché appena prendo in mano il libro, entro in un raccoglimento così soave che la lettura mi si cambia in orazione. Si aggiunga poi che non posso farlo che raramente, per ragion delle mie molte occupazioni: buone in sé, ma non tali d procurarmi la soddisfazione che trovo nel leggere. Perciò col mio continuo desiderio di aver tempo, finisco col trovare ovunque insipidezza, per vedere che non posso far quello che voglio le desidero.

 

6 - Il Signore mi ha favorita di queste brame e d molti altri desideri di virtù dopo avermi concessa l'orazione di quiete e avermi elevata ai rapimenti. E ora m trovo tanto migliorata che lo stato di prima mi sembra la stessa imperfezione.

Questi rapimenti e visioni mi producono i grandi effetti che sto per dire: anzi, posso affermare che se ho qual che cosa di buono, mi è venuto da qui.

Ne ho riportato una ferma risoluzione di non più offendere il Signore, neppure venialmente, pronta a soffrire mille morti piuttosto che farlo con proposito deliberato. Inoltre, quando una cosa mi sembra più perfetta e di maggior gloria di Dio, e mi viene approvata da chi cura e dirige la mia anima, mi sento così decisa a compirla che non la lascerei per nessuna difficoltà, neppure per tutte le ricchezze del mondo, senza di che non avrei coraggio di chiedere a Dio alcuna cosa, né di mettermi in orazione, nonostante cada in molte altre imperfezioni.

Imperfetta è la mia obbedienza a chi mi confessa.[2] Tuttavia, appena mi accorgo che vuol da me qualche cosa o me la domanda, mi sembra che farei di tutto per obbedire, temendo al contrario di essere molto illusa.

Ho desideri di povertà, ma non li assecondo perfettamente. Però mi pare che se possedessi grandi ricchezze, non vorrei averne alcun utile personale, né denari in riserva per mio uso privato, ma soltanto il necessario: del rimanente non m'importerebbe nulla. Ma in questo non mi sento ancora perfetta, perché se non desidero rendite e denari per me, li vorrei avere per soccorrere gli altri.

Le visioni che ho avuto mi furono quasi tutte di vantaggio. Può darsi che vi sia di mezzo qualche illusione diabolica, ma in questo mi rimetto ai miei confessori

 

7 - Quando il mio occhio cade sopra cose belle ed attraenti, come fiori, acque, campagne, o sento musiche e profumi, mi pare di non saperne che fare, per essere così grande la differenza fra queste cose e quelle che di solito mi fa vedere il Signore, che non solo non ne sento desiderio, ma piuttosto nausea. Se mi porto ad esse, è solo per un primo movimento: mi sembra tutto letame.

Quando, non potendone fare a meno, parlo o, tratto con persone di mondo, se non è per necessità, ma solo per passatempo, provo tanta noia, pur allora che la conversazione si svolge sopra cose di orazione, che devo farmi violenza, perché ormai le vanità e le galanterie mondane che altre volte mi piacevano, mi sono divenute insopportabili e mi fanno arrossire.

I desideri di amare, di servire e di vedere Dio, di cui ho detto più sopra, provengono non già da qualche mia riflessione, come mi succedeva prima quando ero compenetrata da devozione e spargevo molte lacrime, ma da una tal vampa e fervore che se Dio, ripeto, non mi sovvenisse con qualche rapimento colmandomi l'anima di delizie, vi rimetterei presto la vita.

 

8 - Amo molto le anime che vedo innanzi nella virtù, infiammate dei miei medesimi desideri, distaccate da tutto e piene di coraggio. Vorrei trattare sempre con loro, perché mi pare che ne avrei profitto. Ma se ne vedo di timide che sembrano vadano innanzi a tentoni, mentre in certe cose potrebbero agire con maggior energia, ne rimango afflitta, invoco Dio e mi raccomando ai santi che hanno compiuto quelle stesse azioni, di cui tanto noi ci spaventiamo. Non voglio dire con questo che io sia capace di qualche cosa, ma solo perché mi pare che Dio aiuti molto le anime che si risolvono ad affaticarsi per Lui, e che non manchi mai a chi in Lui confida. Vorrei trovar anime che la sentano come me, disposte a lasciar ogni cura del cibo e del vestito per abbandonarsi in tutto al Signore.

Lasciare a Dio la cura di quanto mi è necessario non vuol dire che non me ne debba occupare, ma soltanto che non debba farlo con inquietudine. Da quando il Signore mi ha dato questa libertà, mi trovo assai meglio, per cui cerco di dimenticare me stessa quanto più mi è possibile. Ma credo che questo favore non risalga nemmeno a un anno fa.

 

9 - Ringrazio Dio che, quanto a vanagloria, non ho motivo di averne, per veder io chiaramente che queste grazie mi vengono tutte da Lui, non essendovi da parte mia alcunché di buono. Anzi, Egli mi fa meglio conoscere le mie miserie, tanto che io non potrei giungere da sola, malgrado ogni mia ricerca, ad intendere tante verità quante Egli me ne fa intendere in un solo istante.

Quando parlo di queste grazie, mi sembra - da alcuni giorni in qua - che non si tratti neppur di me. Prima mi vergognavo molto nel saperle da altri conosciute, ma ora vedo non solo di non meritarne stima, ma piuttosto di esser degna di maggior disprezzo per non saperne ricavare che pochissimi vantaggi, per cui mi pare che non vi debba essere in tutto il mondo anima più malvagia della mia. Più meritorie delle mie mi sembrano le virtù degli altri, perché io non faccio che ricevere, mentre Dio darà loro, tutto in una volta, quello che a me vuol dare fin da questa vita. Però, da parte mia non cesso mai dal supplicarlo di non volermi pagare in questo mondo. - Credo che Dio mi tratti così perché sono debole e vile.

Quando sono in preghiera, come quasi sempre quando mi do a qualche considerazione, non posso chiedere né desiderare alcun sollievo, neppure volendolo. Vedendo che il Signore è sempre vissuto fra i travagli, gli domando che ne faccia parte anche a me, purché prima mi conceda la grazia di sopportarli.

Tutte queste cose, come pure quelle di più alta perfezione, mi s'imprimono nell'anima così profondamente durante l'orazione, che io ne vado molto stupita, conoscendo allora tante verità, e così chiaramente, da parermi follia tutto il mondo. Perciò devo sforzarmi per non dimenticarmi di come mi comportavo prima, perché in quel momento mi sembra proprio non più di una sciocchezza lamentarci dei travagli e delle morti, sentirne a lungo il dispiacere, attaccarci ai parenti e agli amici, ed altre cose del genere. Sì, devo sforzarmi di ricordare come facevo in quei tempi, e come ne fossi sensibile.

 

10 - Quando vedo azioni che sembrano apertamente peccaminose, non posso credere che chi le fa intenda offendere Dio. Se me ne viene il dubbio, è solo per un attimo: non vi consento neppure se la colpa è evidente, perché mi sembra che tutti cerchino, come me, di fare il possibile per servirlo. E questa è una delle grandi grazie che il Signore mi ha fatto: cioè di non fermarmi in alcun giudizio cattivo, ma di ricordarmi subito, appena mi viene in mente, di qualche virtù notata altre volte nella medesima persona, per cui non ne rimango turbata; a meno che si tratti di peccati pubblici o di eresie, ché allora me n'affliggo e grandemente: anzi tutte le volte che me ne ricordo, per sembrarmi che non vi debba essere altro motivo di dolerci. Aggiungo quello di vedere un'anima tornare indietro dopo essersi data all'orazione. Ma è una pena che non mi affligge tanto, perché cerco di divertirne il pensiero.

Mi sono corretta anche in fatto di curiosità, benché non del tutto: qualche volta mi mortifico, ma non sempre.

Questo, a quanto mi pare, è lo stato ordinario in cui al presente mi trovo. Benché costantemente occupata di Dio, tuttavia quando devo trattare di altre cose, mi sento pronta. senza che io lo procuri o avverta chi tale mi renda. Però non sempre, ma solo quando devo trattare di cose importanti, le quali, del resto, grazie a Dio, non mi occupano che a tratti e mai del tutto.

 

11 - Alle volte, benché di rado, mi avviene pure di vedermi sparire e togliersi dalla mente per lo spazio di tre, quattro, cinque giorni il ricordo dei miei buoni sentimenti, dei fervori e delle visioni avute. Per quanto allora mi sforzi, non so nemmeno ricordare se abbia mai fatto qualche cosa di buono. Mi par tutto un sogno, non so ricordarmi di nulla. Mi si ridestano tutti i dolori corporali, l'intelletto si turba, non posso più pensare a Dio, né avvertire sotto che legge vivo. Se mi do alla lettura, non capisco nulla. Mi sembra di esser piena di difetti e di nessuna forza per la virtù. Perdo il gran coraggio che sono solita avere, sino a sembrarmi di non saper resistere alla minima tentazione o mormorazione del mondo. Mi pare di non essere buona a nulla e di mettermi a torto fuori del comune. La tristezza s'impossessa di me, e mi sembra d'ingannare chi mi tiene in buona stima. Vorrei nascondermi dove nessuno mi vedesse: desiderio di solitudine non per virtù, ma per pusillanimità.

Mi sentirei pronta a lottare contro tutti i miei avversari, e avrei in me molta amarezza; ma Dio mi fa grazia di non offenderlo più di quanto sono solita.

Tuttavia, non solo non prego Dio per andar libera da questa prova; ma, se tale è il suo volere, sono pronta a sopportarla fino alla morte, purché Egli mi sostenga e non mi permetta di offenderlo. Mi uniformo in tutto al suo volere, felice, di riconoscere che è per sua immensa misericordia se non mi trovo sempre in questo stato.

 

12 - Ciò che mi stupisce è che quando sono in questo stato, una sola parola di quelle che sono solita udire, una visione, un po' di raccoglimento che duri un'Ave Maria, o solo l'accostarmi alla comunione bastano di solito per rendere all'anima la pace, vigore al corpo, luce all'intelletto, e a ritornarmi il coraggio e i buoni desideri di una volta. - Lo so per esperienza, per essermi ciò avvenuto varie volte.

È già più di mezzo anno che quando mi comunico sperimento anche un notevole miglioramento di salute: effetto che talvolta provo anche dopo i rapimenti, e che mi dura alle volte più di tre ore, e alle volte per tutta la giornata. E non credo che sia illusione, perché l'ho notato e studiato attentamente. Perciò, quando entro nel raccoglimento, non vi è infermità che mi faccia paura. Ma non sento questo quando l'orazione è come nei primi tempi.

Tutto ciò mi fa credere che si tratti di favori divini. Conosco lo stato in cui ero. Prima correvo la via della perdizione, mentre ora, grazie ai favori di cui sono stata ricolma, mi sono tanto e così presto cambiata da non riconoscermi più. Non so donde mi siano venute le virtù di cui mi vedo in possesso: riconosco che non sono frutto dei miei sforzi ma puro dono di Dio. Lo posso dire in tutta verità e chiarezza, e so di non ingannarmi. Con questi favori Dio non solo ha voluto attirarmi al suo servizio, ma strapparmi pure dall'inferno, come san ben coloro a cui ho fatto le mie confessioni generali.

 

13 - Di più, quando vedo una persona che sa di me qualche cosa, vorrei raccontarle tutta la mia vita, perché mi sembra che il mio onore debba solo consistere nel far lodare Dio, tanto che fuor di questo non vi è più nulla che mi preoccupi, e il Signore lo sa. No, se io non sono cieca, non vi è nulla che mi possa arrestare, non l'onore, non la vita, non la gloria, né qualunque altro bene di anima e corpo: non voglio, né desidero più nulla, altro che la gloria di Dio.

Non posso credere che il demonio ricorra a tanti mezzi per impossessarsi dell'anima mia per poi lasciarsela sfuggire, perché in questo non lo ritengo tanto sciocco; e nemmeno posso pensare che Dio non abbia ascoltate le preghiere di tante anime buone, a cui da due anni mi raccomando, poiché prego tutti di domandare a Dio di farmi conoscere se ciò è di sua gloria, oppure di condurmi per altra strada. Benché per i miei peccati abbia meritato di essere veramente ingannata, tuttavia mi pare che se queste grazie non fossero da Lui, Egli non potrebbe permettere che continuassero così a lungo. E queste ragioni, unite all'approvazione di tanti uomini santi, mi confortano molto, specialmente quando per la mia miseria mi assale il dubbio di esser vittima del demonio, benché quando sono in orazione, o quando ho l'anima in pace e il pensiero occupato di Dio, tutti i santi e tutti i sapienti del mondo potrebbero infliggermi ogni sorta di tormenti, ma non mai convincermi d'esser io in inganno: anzi, non lo potrei credere neppure volendolo. Temevo solo quando mi comandavano di persuadermene, perché, data l'autorità di coloro che me l'imponevano, pensavo che mi dicevano il vero, tanto più che io conoscevo la mia miseria. Ma alla prima parola che udivo, al primo raccoglimento o visione che mi veniva, dimenticavo quello che mi dicevano, rimanendomi nella sicurezza che si trattava di Dio.

 

14 - Se alle volte può intromettersi il demonio, come io stessa ho veduto ed ho detto, tuttavia gli effetti sono molto diversi, per cui credo che chi ha un po' di esperienza non si lascerà ingannare facilmente. Da parte mia però, benché sia persuasa che in me agisca il Signore, per nulla al mondo farei cosa che il mio direttore non giudicasse di maggior gloria di Dio, per non aver mai inteso esservi miglior cosa che obbedire in tutto al confessore e non nascondergli nulla: cosa che molto mi conviene.

Ripresa spesso delle mie mancanze, e in modo da rimanermene compenetrata fino al profondo dell'anima, vengo pure avvisata appena nelle mie occupazioni rasento od è possibile che rasenti alcun pericolo: richiami Che mi sono di grande vantaggio, perché mi ricordano le mie colpe passate, delle quali non cesso mai di pentirmi.

 

15 - Mi sono molto diffusa, eppure incompleto è ancora il racconto delle grandi grazie di cui mi vedo ricolma quando esco dall'orazione. Ciò nonostante sono sempre ripiena d'imperfezioni, di nessuna utilità e molto miserabile. Può anche darsi che m'inganni, non comprendendo ancora ciò che è bene; ma il miglioramento della mia vita è così evidente da dovermi convincere che quanto ho detto mi è avvenuto veramente.

Queste le meraviglie che il Signore si è degnato di operare in me, benché tanto imperfetta e miserabile. E al giudizio di Vostra Grazia rimetto ora ogni cosa, giacché ben conosce la mia anima.

 

 

2

 

Dal palazzo di donna Luisa de la Cerda (1562)[3]

 

GESÙ

 

1 - La relazione che accludo mi sembra di averla scritta più d'un anno fa. Nel frattempo il Signore mi ha talmente sostenuta che non solo non mi sono fatta peggiore, ma anzi, come sto per dire, mi pare d'essermi molto migliorata. - Sia Egli benedetto in ogni cosa!

 

2 - Le visioni e le rivelazioni, nonché cessare si sono fatte più elevate. Il Signore mi ha insegnato un'orazione che mi è di grande profitto, mi lascia con maggior distacco dalle cose e con maggior coraggio e libertà.

I rapimenti sono aumentati. Alle volte mi assalgono con tal impeto da non saperli occultare, per cui si manifestano. Quando mi assalgono in presenza altrui, e non posso dissimularli per la loro violenza, do ad intendere che si tratta di svenimenti, prodottimi dal mal di cuore che soffro. Però alle volte non riesco, nonostante cerchi di resistere fin dal loro inizio.

 

3 - In fatto di povertà, mi sembra che il Signore mi abbia molto migliorata, perché non vorrei avere, se non per elemosina, neppure il necessario, desiderosa perciò di essere in un monastero ove non si viva che di carità. In un luogo ove si è certi di non mancare di nulla, né quanto al vitto né quanto al vestito, mi sembra che non si osservi così bene il voto e il consiglio di Cristo come là dove qualche volta si può mancare del necessario. E ciò per non perdere i grandi beni di cui è feconda la povertà. La mia fede è alle volte così viva da non veder ragione per cui temere che Dio debba mancare alle sue serve, né persuadermi del contrario, per essere infallibili le sue promesse. Quando mi consigliano di aver rendite, mi sento affliggere e mi rivolgo a Dio.

Dei poveri mi sembra di aver compassione più ora che una volta. Ne ho tanta pietà e tanta brama di soccorrerli che, ascoltando il mio cuore, darei loro anche l'abito che porto. Non solo non sento ripugnanza di parlare con loro, ma neppure di prenderli per mano. E riconosco che questo è un puro dono di Dio, perché, se per amor suo facevo elemosina anche prima, tuttavia compassione naturale non ne sentivo. Insomma, su questo punto mi sento molto migliorata.

 

4 - Così pure quanto alle molte mormorazioni che si fanno a mio carico, anche se dannose: non mi fanno più impressione che se nemmeno le udissi. Alle volte - anzi quasi sempre - mi sembra che siano giuste, per cui mi toccano così poco che mi pare di non vedervi quasi nulla da offrire a Dio. Sarà l'esperienza avuta del gran vantaggio che la mia anima ne ricava, ma è un fatto che le ritengo piuttosto come un bene.

Appena mi metto in orazione, mi si dissipa qualunque risentimento che potrei avere per i miei detrattori: quando li sento, ne rimango alquanto turbata, benché senza inquietudine e alterazione, sino a sentir dispiacere nel veder gli altri disgustarsi per me. Mi appaiono così da nulla le ingiustizie di questa vita per dovercene risentire, che mi muovono piuttosto a riso, figurandomi ogni cosa come un sogno di cui, una volta svegliati, non ne rimane più nulla.

 

5 - Come ho detto, Dio con le visioni mi dà desideri più Vivi, brame più ardenti di solitudine, e maggior distacco dalle creature, di cui meglio comprendo la nullità, siano esse amici, amiche e parenti, lasciare i quali mi è ormai di poco sacrificio, per esserne già molto annoiata, pronta quindi ad abbandonarli con ogni libertà e allegrezza anche per rendere a Dio il più piccolo servizio. E così sono in continua pace.

 

6 - Certi avvisi che mi furono dati nell'orazione si sono avverati alla lettera.

Ma mentre da una parte il Signore mi aumenta le sue grazie, dall'altra io divengo più indegna, perché le circostanze mi fanno vivere fra le agiatezze, di cui alle volte sento vivo dispiacere, faccio poca penitenza, e vengo molto onorata. Insomma, benché contro mia volontà, meno vita più comoda e poco penitente.[4] Il Signore, che lo può, si degni di rimediarvi.

 

 

3

 

Dal monastero di San Giuseppe di Avila (1563)[5]

 

1 - L'acclusa relazione fu scritta di mia mano circa nove mesi fa. D'allora in poi, non solo non sono tornata indietro nei favori di Dio, ma mi pare d'essermi avanzata in maggiore libertà. Se finora mi sembrava di aver bisogno degli altri, sino a confidare assai negli aiuti del mondo, ora invece mi accorgo - e in modo assai chiaro - che gli uomini non sono che aridi fuscelli di rosmarino, ai quali non è sicuro appoggiarsi, perché si rompono al minimo vento di contraddizione e di biasimo. Per cui ora - come l'esperienza mi ha insegnato - non trovo altro mezzo per non cadere, che di attaccarmi alla croce e confidare in Colui che vi è stato inchiodato. Egli è il mio vero amico, con il quale mi sento elevare a tal dominio da sembrarmi di poter resistere a ogni assalto, purché Egli non mi manchi.

 

2 - Prima che questa verità mi splendesse alla mente così chiara, amavo molto di essere stimata, mentre ora non solo non me ne curo, ma mi sembra anzi di averne disgusto, a meno che la stima non mi debba servire per trattare con coloro a cui parlo della mia anima o a cui penso di essere utile, ché allora la desidero per ottenere che i primi mi sopportino, e i secondi mi credano volentieri quando dico loro che tutto quaggiù è vanità.

 

3 - Grande il coraggio di cui Dio mi ha favorita nelle prove, contraddizioni e persecuzioni che ho subìto in questi ultimi mesi:[6] più le difficoltà erano grandi, più sentivo il suo aiuto, per cui non mi stancavo mai di soffrire. Non solo non avevo in mal animo le persone che sparlavano di me, ma mi sembrava di amarle con maggior affetto. Non so come questo possa essere: certo per una grazia di Dio.

 

4 - Sono così fatta di natura, che quando desidero una cosa, lo faccio con grande ardore. Ma ora sono divenuta così calma, che al compirsi dei miei desideri non mi accorgo neppure d'esserne contenta. Se non si tratta di cose di orazione, il dolore e la gioia mi toccano così poco che ne sembro insensibile; e vivo in questo stato anche per vari giorni.

 

5 - Presentemente, come pure in passato, vado soggetta, di tanto in tanto, a grandi desideri di penitenza, ma la brama che ne ho non mi fa quasi sentire il poco che ne faccio, tanto che, alle volte, per non dire quasi sempre, sembra che mi sia piuttosto di gradito sollievo. - Se ne faccio poca, è perché sono ammalata.

 

6 - Spesso insopportabile mi è la necessità di mangiare, specialmente quando sono in orazione. Anzi, al presente, mi è divenuta un supplizio. E deve essere ben grave, perché mi fa versare grandi lacrime ed uscire in espressioni di dolore quasi senza accorgermi: cosa che non sono solita fare.

Nella mia vita ho sofferto moltissimo, ma non ricordo di averlo mai detto ad alcuno: in questo ho un cuore forte, non di donna.

 

7 - Desidero con maggior ardore di prima che Dio abbia anime, specialmente di dotti, che lo servano con distacco, senza lasciarsi irretire dalle cose del mondo, ove non vedo che menzogna. Vivissima la mia pena nel considerare le grandi necessità della Chiesa, tanto da parermi un'indegnità sentir afflizione per altre cose. Perciò prego molto per i dotti, conoscendo io assai bene essere più utile una anima del tutto perfetta e infuocata di vero amore di Dio, che non molte di tiepide.

Mi pare d'essermi assai fortificata anche in materia di fede, tanto da sembrarmi di esser pronta a mettermi da sola contro tutti i luterani per illuminarli nell'errore in cui sono. La perdita di tante anime mi affligge profondamente.

 

8 - Vedendo molte persone che si sono fatte più perfette, riconosco chiaramente che Dio si è servito di me per il loro bene, come pure che per sola sua bontà l'anima mia va ogni giorno crescendo nel suo amore. Tuttavia mi sembra che non potrei averne vanagloria, neppure sforzandomi di procurarla, per vedere io stessa di non poter riguardare come mia neppure la più piccola fra le virtù che sono in me, tanto è vero che, fino a poco fa, ne sono stata del tutto spoglia. Ora poi non faccio che ricevere grazie senza servire Chi me le dà, per cui mi sento la più inutile del mondo, perché mentre tutti gli altri fan progressi, io non riesco mai a nulla. E questa non è umiltà, ma verità, tanto che alle volte, sentendomi così misera, mi assale il timore di essere in inganno.

Riconosco che il profitto di cui parlo mi deriva dalle rivelazioni e dai rapimenti che ho avuto, nei quali io non .no altra parte che quella di un pezzo di legno. Ciò mi rassicura e tranquillizza, per cui mi abbandono nelle braccia di Dio, confidando pure nei miei desideri che sono soltanto di morire per Lui e sacrificare ogni mio riposo, checché me ne venga.

 

9 - Vi sono dei giorni in cui mi è sempre alla mente quello che dice San Paolo.[7] Anche a me pare, benché non come lui, di non essere più io che vivo, che parlo e che voglio, ma un altro in me che mi dirige e mi dà forza. Sono come fuori di me per la gran pena che la vita mi dà. Sì, mi è così doloroso esser lontana da Dio che il maggior sacrificio che ora io offro alla sua gloria è appunto di accettar di vivere per amor suo. Vorrei almeno che la vita mi trascorresse fra lotte e persecuzioni continue: poi non son buona a nulla, vorrei almeno soffrire. Per acquistarmi qualche merito di più, voglio dire per compiere perfettamente la volontà di Dio, sopporterei volentieri tutti i tormenti del mondo.

 

10 - Delle cose intese nell'orazione non ve n'è una non abbia veduto avverarsi, pur fra quelle che mi so state dette due anni innanzi.

Molto elevati sono i lumi che ricevo sulla grande di Dio e sulla sua provvidenza, tanto che, a ricordarli, l'intelletto va rapito, come uno che contempli delle meraviglie superiori a ogni sua immaginazione, e così entro raccoglimento.

 

11 - Dio mi preserva con tanta cura dall'offenderlo, che al vedere le attenzioni di cui mi circonda vado spesso meravigliata, perché non solo non faccio quasi nulla meritarle, ma perché, prima di questo, non ero che abisso di miserie e di peccati, dai quali mi sembrava i possibile liberarmi. Perciò, se desidero che queste cose s no conosciute, è per far conoscere l'infinita potenza di Dio.

Sia Egli per sempre benedetto! Amen.

 

 

GESÙ

 

La prima parte di questa relazione - quella non scritta di mia mano - fu ricopiata dal mio confessore.[8] che non vi aggiunse né vi tolse nulla. L'ho consegnata a 1ui, uomo molto spirituale e teologo, al quale ho pure manifestato tutte le cose dell'anima mia. Egli ne conferì e altri teologi, fra i quali il P. Mancio,[9] e non trovarono nulla di non conforme alla sacra Scrittura, ciò mi fa stare tranquilla nonostante che fino a quando non piacerà a Dio di condurmi per altra strada, veda anch'io che non potrò mai fidarmi di me stessa. Così del resto ho sempre fatto, benché mi sia molto penoso. Ricordi intanto Padre mio, come già le ho detto, che tutto questo è sotto segreto di confessione.

 

 

4

 

Siviglia (1576)[10]

 

GESÙ

 

1 - Questa monaca vestì l'abito religioso quarant'anni fa, e fin dal primo giorno prese a soggetto di meditazione i misteri della passione di nostro Signore e i propri peccati, senza mai pensare a cose soprannaturali. Si esercitava nella considerazione delle creature e di altri soggetti che le facevano conoscere la brevità delle cose, impegnandovi un po' di tempo ogni giorno, senza che neppur le passasse per la mente di desiderare di più, dato che non si credeva degna nemmeno di pensare a Dio. E durò così, in mezzo a grandi aridità, circa ventidue anni, durante i quali lesse dei buoni libri.

Dopo quasi diciott'anni, tre anni prima d'iniziare le trattative per il primo monastero di Scalze da lei fondato in Avila, cominciò a sembrarle di udire qualche locuzione interiore, ed aver visioni e rivelazioni.

Visioni non ne ha mai vedute con gli occhi del corpo. Si trattava di rappresentazioni fugaci come il lampo, ma che le rimanevano molto impresse e feconde di grandi effetti, come se le vedesse con gli occhi del corpo e più ancora. Era molto paurosa, tanto che alle volte non aveva coraggio di star sola neppure di giorno. Perciò, vedendo di non potersi sottrarre a quelle visioni, nonostante vi si adoperasse del suo meglio, si desolava grandemente nella paura di esser vittima del demonio.

 

2 - Allora cominciò a trattare con uomini spirituali della Compagnia di Gesù, del cui numero furono:

Il P. Araoz, commissario della Compagnia, quando passò di là;[11]

il P. Francesco, antico duca di Candia, con il quale trattò due volte;

il P. Egidio Gonzàlez, allora provinciale e presentemente a Roma fra i quattro assistenti;[12]

l'attuale provinciale di Castiglia, con cui trattò poche volte;

il P. Baldassarre Alvarez, attuale rettore a Salamanca, da cui si confessò per sei anni;

il rettore di Cuenca, P. Salazar;

quello di Segovia, chiamato Santander, di cui si servì per poco tempo;

quello di Burgos, P. Ripalda, che prima di cominciare a trattarla non la guardava tanto bene;

il Dottor Paolo Hernandez di Toledo, consultore dell'Inquisizione;

e un certo Ordoñez, rettore ad Avila.

Insomma, dove si trovava, là sceglieva i più stimati.[13]

Trattò molto anche con fr. Pietro d'Alcantara, da cui ebbe grandi aiuti.

[10 gesuiti]

3 - La misero pure alla prova per più di sei anni. Ma più prove facevano, più le visioni aumentavano, con frequenti rapimenti, sia fuori che durante l'orazione, per cui ella versava lacrime, andava afflitta e viveva in gran timore, dal quale però era solo assalita quando non stava in orazione. Intanto si moltiplicavano preghiere e si celebravano Messe per ottenere che il Signore la guidasse per altre vie. Nondimeno, nelle cose riguardanti il servizio di Dio si vedeva molto migliorata, né si notava in lei vanagloria o superbia di sorta. Anzi, le dispiaceva più parlare di queste grazie che dei suoi peccati. Perciò scansava coloro che ne sapevano qualche cosa, temendo di venirne derisa, come di fantasie da donnicciole.

 

4 - Circa tredici anni fa passò da quelle parti il Vescovo di Salamanca,[14] inquisitore credo a Toledo, come lo era stato qui. Ed ella, per meglio assicurarsi, volle parlare con lui spiegandogli tutto con chiarezza. Egli le rispose che non si trattava di cose riguardanti il suo ufficio, perché quanto ella vedeva o intendeva la confermava maggiormente nella fede cattolica, nella quale stette e sta sempre ferma, con desideri così vivi dell'onore di Dio e della salute delle anime da esser pronta anche ad affrontare mille morti per salvarne una sola. Allora quel Vescovo, vedendola così afflitta, le consigliò di stendere una lunga relazione della sua vita e di inviarla al Maestro d'Avila, allora vivente, uomo tanto versato in materia di devozione che sulla sua parola avrebbe potuto star tranquilla. Ella obbedì, e il P. Maestro le rispose assicurandola molto.

Questa relazione fu esaminata da molti dotti suoi confessori, i quali la ritennero di grande utilità per ragione di certe cose spirituali che conteneva: le comandarono di ricopiarla e di comporre inoltre un libriccino per dare alcuni avvisi alle sue figlie, perché era priora.[15]

Ma neppur questo fu sufficiente a impedire che di tanto in tanto fosse ancora presa da timore, al pensiero che potevano ingannarsi come lei anche le persone spirituali, per cui avrebbe voluto trattare con i maggiori teologi, anche non di grande orazione, per saper da loro se ciò che provava fosse o non fosse conforme alla sacra Scrittura. Alle volte si consolava con il pensiero che, se per i suoi peccati ella meritava di essere ingannata, il Signore non poteva certo permettere che s'ingannassero del pari tante altre buone persone che desideravano di darle luce.

 

5 - Così cominciò con i Padri di S. Domenico, dai quali si era spesso confessata anche prima che le avvenissero queste cose. Trattò con i seguenti:

fra Vincenzo Barron, che la confessò per un anno e mezzo in Toledo quando ella vi si recò per fondare, gran teologo e consultore dell'Inquisizione. La rassicurò molto ripetendole quello che tutti le dicevano: cioè, se non offendeva Dio e riconosceva la propria miseria, non doveva temere;

Maestro fra Domenico Bañez, attuale consultore del Sant'Ufficio di Valladolid, da cui si confessò per sei anni e a cui si rivolge ancora per lettera quando le succede qualche cosa di nuovo;

Maestro Chaves.

Quando trattava con P. Bañez conferiva pure con fra Pietro Ibañez, lettore ad Avila e grandissimo teologo.

Ebbe un altro domenicano di nome fr. García de Toledo.

Poi il Maestro fra Bartolomeo de Medina, professore a Salamanca, assai prevenuto a suo carico per quello che gli era stato detto delle visioni che aveva. Ella lo sapeva, e cercò apposta di confessarsi da lui nella speranza che, se fosse in inganno, egli glielo avrebbe detto meglio di ogni altro. Ciò avvenne poco più di due anni fa, durante il suo soggiorno a Salamanca: gli fece una lunga relazione della sua vita, dandogli pure da leggere quanto aveva scritto per meglio farsi intendere. Ed egli la rassicurò più di ogni altro, e le rimase molto affezionato.[16]

Si confessò pure per qualche tempo dal P. Maestro fra Filippo de Meneses, quando andò a fondare a Valladolid, dove quel Padre era priore e rettore del collegio di S. Gregorio. Egli, avendo sentito parlare di queste cose, e volendo sapere se fosse veramente un'illusa e avessero ragione di tanto criticarla, andò a trovarla in Avila, la trattò con grande carità e ne rimase molto soddisfatto.

Trattò pure, e molto dettagliatamente, con un Provinciale domenicano chiamato Salinas, uomo assai spirituale gran servo di Dio; poi con un altro, religioso di grande ingegno, attualmente a Segovia, lettore di teologia, chiamato fra Diego de Yanguas.

[9 Domenicani]

 

6 - Durante i vari anni in cui andò soggetta a questi timori, ebbe occasione di trattare con molti altri, dove si recava a fondare. E tutti vollero accertarsi e dare spiegazioni, sottoponendola a una infinità di prove, le quali, in fine, valsero a sgombrare i loro dubbi e a rassicurare le stessa.

È sempre stata, come al presente, sottomessa in tutto alla santa fede cattolica, al cui aumento dirige le sue preghiere e le sue fondazioni. Diceva che se una sola di quelle cose l'avesse messa in contrasto con la fede cattolica o 1a legge di Dio, non le sarebbe stato necessario ricorrere a tante persone per vedervi l'opera del demonio.

[Molti altri. Tra questi S. Giovanni della Croce; P. Graciàn; Mons. Francesco Soto de Salazàr...].

 

7 - Non fece mai nulla per ciò che intese nell'orazione. Anzi, quando i confessori le comandavano il contrario, obbediva prontamente e rendeva conto di tutto. Benché i suoi direttori l'assicurassero che quelle cose venivano da Dio, tuttavia ella non vi credette mai così fermamente da essere pronta a giurarlo, benché gliene sembrassero una prova gli effetti e i grandi vantaggi che ne ritraeva.

Non desiderava che la virtù, sulla quale solo insisteva, dicendo alle sue monache: «La più umile e mortificata è anche la più spirituale».

 

8 - Rimise quella relazione al P. Maestro Domenico Bañez, attualmente a Valladolid, con il quale ha trattato e tratta ancora frequentemente. Crede che l'abbia presentata al S. Ufficio di Madrid.[17] Ma ella si assoggetta in tutto alle censure della fede cattolica e della Chiesa. Nessuno finora l'ha chiamata in colpa, perché, dopo tutto, si tratta di cose che non dipendono da noi, e Dio non chiede l'impossibile.

 

9 - Per il gran timore che ne aveva si è aperta con diverse persone. Così queste cose si sono molto divulgate, e ciò costituisce la sua croce e il suo più grave tormento: non già per umiltà, dice lei ma per paura che siano giudicate fantasie di donne. Si guardava bene dal lasciarsi guidare da chi era portato ad attribuire tutto al Signore, per paura che il demonio l'ingannasse come lei. Trattava di preferenza con quelli che ne dubitavano, benché poi non lasciasse di averne pena quando qualcuno, per provarla, le disprezzava, perché certune le sembravano proprio da Dio, e non vedeva volentieri che fossero condannate così perentoriamente senza ragione. Tuttavia non voleva neppure che tutte si credessero da Dio, perché in alcune vedeva anche lei che poteva esservi inganno, per cui in cose tanto pericolose non pensava mai di star del tutto sicura. Da parte sua faceva di tutto per non mai offendere il Signore e star sempre all'obbedienza, con le quali disposizioni, in caso che si fosse trattato del demonio, credeva di potersene liberare.

 

10 - Da quando fu favorita di queste cose soprannaturali, si sentì portata a cercare sempre il più perfetto e ad avere desideri quasi continui di patire, tanto da sentirsi felice delle molte persecuzioni che ebbe e da rispondere con affetto particolare a coloro che la facevano soffrire. Desiderava molto la povertà, la solitudine e l'uscita da questo esilio per andare a vedere Dio.

Quando constatò questi ed altri simili effetti, cominciò a godere un po' di pace, per sembrarle che non poteva esser cattivo lo spirito che la lasciava con tante virtù. Glielo dicevano anche i suoi direttori, ma rimaneva sempre con qualche apprensione, benché non tanto penosa.

Lo spirito da cui era animata l'induceva a non nascondere nulla 'e ad obbedire in ogni cosa.

Come ho detto più sopra, non ha mai visto nulla con gli occhi del corpo, bensì in modo così elevato e intellettuale che alle volte, specialmente da principio, le veniva da domandarsi se non fosse una sua immaginazione, mentre altre volte non lo poteva neppure pensare.

Con le orecchie del corpo udì soltanto due volte, ma non capì che cosa le dicessero, né chi le parlasse.

 

11 - Queste cose non erano continue: le succedevano di tanto in tanto, quando si trovava in necessità, come in quella circostanza in cui era afflitta da terribili e vari tormenti interiori che l'agitavano profondamente con la paura d'essere ingannata dal demonio. Lo racconta più estesamente in quella relazione della sua vita, nella quale, parlando di queste cose, narra pure dei suoi peccati, che ora si sono fatti pubblici, perché il timore in cui era le faceva dimenticare il suo buon nome.

Trovandosi dunque in quella inenarrabile afflizione, udì nel suo interno queste parole: «Sono io, non temere!». Subito si senti inondata di pace, di fiducia e di coraggio, incapace di spiegarsi donde un tal bene le fosse venuto, perché, come non era bastato un confessore a metterla in quella pace e tranquillità in cui l'aveva messa una sola di quelle parole, così non sarebbero stati sufficienti una quantità di teologi con tutti i loro discorsi.

Altrettanto le avvenne in altre circostanze: bastava una visione per lasciarla piena di coraggio, senza di che non credo che avrebbe potuto sopportare le grandi sofferenze, contraddizioni e malattie che ha patito in gran numero e che tuttora patisce, Sofferenze ne ha sempre avute, più o meno forti. Ordinariamente si tratta di dolori e di altre grandi malattie, aggravatesi di molto dopo la sua entrata in monastero.

 

12 - Se fa qualche cosa per Dio, le passa presto dalla mente, ma se riceve da Lui qualche favore, lo ricorda spesso, benché non a lungo. Dove si ferma più a lungo è sui suoi peccati, il cui pensiero la tormenta come sterco di cattivo odore. Se non si sente tentata di vanagloria è appunto per il pensiero di aver commesso tanti peccati e di aver poco servito il Signore.

Non ha mai provato nulla, né nulla le fu mai rivelato se non di grande purezza e castità. Temeva immensamente di offendere Dio e di non fare in tutto la sua santa volontà, a cui solo tendono le sue preghiere. È così decisa di non allontanarsi dal suo volere che per nulla al mondo lascerebbe d'obbedire al minimo comando dei suoi prelati e confessori, se credesse con ciò di procurare a Dio un po' di gloria in più, fiduciosa nell'aiuto del Signore che non manca mai di soccorrere chi si determina a servirlo e a glorificarlo.

Quando si tratta della gloria di Dio, dimentica se stessa e i suoi interessi, come se neppure n'avesse. Così almeno sembra a lei e ai suoi confessori.

Ciò che ho scritto in queste pagine risponde alla più esatta verità. Se Vostra Grazia vuole, può interrogare i suoi confessori e quelli che da vent'anni a questa parte hanno trattato con lei.

Spesso si sente spinta a lodare il Signore e a volere che tutti lo lodino a prezzo di molte sue sofferenze. Da ciò i suoi desideri per la salute delle anime. Avendo conosciuto la miseria delle cose esteriori e la preziosità di quelle dello spirito, tiene le prime in così poco conto da neppure degnarsi di confrontarle alle seconde.

 

13 - Nelle visioni di cui m'interroga non si vede nulla, né internamente né esternamente, perché non sono immaginarie. Tuttavia, benché non si veda nulla, l'anima comprende chi le sia presente e da che parte, e ciò in un modo assai più chiaro che vedendo con gli occhi. Ma di particolare non si vede nulla. È come quando ci sentiamo vicina una persona all'oscuro: la sentiamo presente senza vederla.

Ma nemmeno questo è molto esatto, perché chi è all'oscuro ha sempre qualche mezzo per conoscere chi gli sta vicino: o per il rumore che questi fa, o per averlo visto e riconosciuto prima. Ma qui nulla di tutto ciò, perché l'anima, pur senza sentire alcuna parola interna od esterna, intende chiarissimamente chi sia, da che parte sia, e alle volte cosa le vuol dire. Non sa come, né in che modo lo comprenda, ma è così; e capisce pure fino a quando la visione si protrae. Ma una volta cessata, l'anima non può rappresentarsela come prima neppure volendolo, trattandosi di cose non in nostro potere, come tutti i fenomeni soprannaturali. In tal caso si avrebbe un buon indizio per vedervi non una visione ma un'immaginazione. Perciò la persona a cui il Signore concede tali grazie, non ravvisandovi che un puro dono di Dio a cui ella non può aggiungere né togliere nulla, perde ogni stima di sé ritrovandosi infine con maggiore umiltà e con più ardenti desideri di servire un Dio così grande, capace di far cose che noi qui non possiamo neppure comprendere. Alcune, infatti, non si comprenderanno mai, nonostante tutta la nostra intelligenza.

Sia benedetto Colui che ce ne favorisce, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

 

5

 

Siviglia (1576)[18]

 

GESÙ

 

 

Compito difficile esprimersi in queste cose di spirito, specialmente se si vogliono far capire: tanto più difficile quanto più esse sono di corta durata.

Se l'obbedienza non mi aiuta, non sarà che per una grazia speciale se in fatti così elevati riuscirò a piegarmi alla meno peggio. Ma poco importa se uscirò in spropositi, perché mi dirigo a uno che ha udito attribuirmene di assai più grandi. Sappia anzi, Padre mio, che nemmeno pretendo di riuscirvi, potendo anche darsi che m'inganni. Però posso assicurarla che non dirò nulla che non abbia sperimentato più volte. Lei vedrà se sarà bene o mal detto, e avrà la bontà di avvisarmi.

 

2 - Credo di farle piacere cominciando col parlarle dei favori soprannaturali, sapendosi già cosa vogliano dire le parole: devozione, tenerezza, dono delle lacrime, meditazione: cose tutte che con l'aiuto di Dio si possono ottenere anche con le nostre forze.

 

3 - Chiamo orazione soprannaturale quella che non possiamo acquistare con le nostre industrie e diligenze, ben. ché - cosa assai utile - si possa sempre far molto con disporsi a riceverla.

La prima orazione soprannaturale da me sperimentata mi pare che consistesse in un raccoglimento interiore sentito nell'anima.

Sembra che l'anima abbia in sé altri sensi, come quelli del corpo, e che alle volte, desiderando di sottrarsi al tumulto delle cose esteriori, li porti via con sé. Sente il bisogno di chiudere gli occhi per non vedere, intendere, sentire se non quello di cui è occupata, vale a dire dei suoi intrattenimenti con Dio solo. Non già, con questo, che si perda l'uso dei sensi e delle potenze: sia gli uni che le altre sono pienamente attivi, ma solo per occuparsi di Dio.

Chi ha ricevuto questa grazia mi comprenderà facilmente, mentre gli altri avranno bisogno di una infinità di parole e paragoni.

 

4 - Da questo raccoglimento sgorga alle volte una pace e una quiete interiore molto deliziosa per cui sembra all'anima di possedere ogni cosa. - Il parlare la stanca, voglio dire pregare e meditare: altro non vorrebbe che amare.

La durata di quest'orazione può estendersi per un buon tratto, ed anche a lungo.

 

5 - Altro effetto che ne suol derivare è il così detto sonno delle potenze, che si differenzia dal 'rapimento per il fatto che le potenze non sono né completamente assorte né totalmente sospese. E neppure si può parlare di vera unione.

Qualche volta, per non dire spesso, l'anima si accorge di essere unita soltanto con la volontà, e lo vede chiaramente: almeno così le pare. Sente che la volontà è tutta assorta in Dio, nell'impossibilità di fermarsi e occuparsi in altra cosa, mentre le altre due potenze[19] sono libere e possono attendere ad opere in servizio di Dio: in una parola, Marta e Maria lavorano insieme. - Siccome questo stato m'intimoriva alquanto, domandai al P. Francesco[20] se nascondeva qualche inganno, ed egli mi rispose che è un fenomeno assai frequente.

 

6 - Ben diverso è quando le potenze sono tutte nell'unione, perché allora non possono far nulla, e l'intelletto è come assorto. La volontà ama più che non intenda; anzi, nemmeno sa se ama o cosa faccia, almeno in modo da poterlo dire. La memoria e l'immaginazione sembrano assenti, i sensi esteriori smarriti e non pronti ad agire. Credo che ciò avvenga per permettere all'anima di occuparsi più intensamente di ciò che gode, trattandosi di delizie che passano rapidamente. Intanto, essa sentendosi ripiena di umiltà, di santi desideri e di ogni altra sorta di virtù capisce che le venne tutto da quel favore, ma non sa dire in che cosa esso consista. Se cerca di farlo comprendere, non sa come rendersene conto ed esprimersi.

Quando questa unione è vera, credo che sia la più grande, o almeno una delle grazie più grandi che Dio possa farci sul cammino spirituale.

 

7 - Rapimenti o sospensioni sono per me la stessa cosa. In via ordinaria uso la parola sospensione per non dire rapimento, che spaventa troppo. E sospensione si può ben chiamare, in tutta verità, anche l'unione di cui parlo.

La differenza tra unione e rapimento è che questo dura di più, si dà a conoscere esteriormente e soffoca il respiro in tal modo da impedirci anche di parlare e d'aprire gli occhi. Benché questo si abbia pure nell'unione, tuttavia qui si effettua più fortemente trasportando via, non so dove, fin il calore naturale. Infatti, quando il rapimento è forte - giacché in qualsiasi grado di orazione vi è sempre il più e il meno - quando è forte, dico, le mani si fanno gelide, sino talvolta a irrigidirsi come pezzi di legno. Si rimane in piedi o in ginocchio come si era nell'istante del rapimento: l'anima sembra abbandonare il corpo e dimenticarsi di ravvivarlo, tanta è la gioia di cui si sente inondata per quello che il Signore le dà a conoscere.

Quando questo stato si prolunga, si esce con i nervi indolenziti.

 

8 - Quanto a quello che si gode, penso che il Signore voglia che l'anima lo comprenda meglio nel rapimento che nell'unione, perché ordinariamente nel rapimento le svela qualche sua grandezza. E grandi sono gli effetti che ne ritrae, perché, dimentica di se stessa, non vuol altro che far conoscere e glorificare da tutti quel suo Dio Signore così potente.

Quando il rapimento è da Dio, credo che l'anima non possa fare a meno di riconoscere che da parte sua non vi è entrato nulla. Vede la propria miseria e riconosce ad evidenza l'ingratitudine da lei consumata nel non aver servito come avrebbe dovuto Colui che nella sua bontà le comparte favori così grandi. I sentimenti e le dolcezze che prova superano di gran lunga tutti i piaceri del mondo, tanto che se di quelli non perdesse mai il ricordo, non potrebbe avere per le soddisfazioni terrene altro che del disgusto. E finisce col tenere in poco conto tutti i beni della terra.

 

9 - Vediamo ora la differenza che passa fra il rapimento e il ratto.[21] Nel primo l'anima muore a poco a poco a tutte le cose esteriori sino a perdere l'uso dei sensi per non vivere che in Dio. Invece il ratto si effettua per una semplice conoscenza che Sua Maestà immette nel più profondo dell'anima, ed assale con tal impeto da dare all'anima l'impressione di venire trasportata al di sopra di se stessa, fino a sembrarle di uscire dal corpo.

Essa allora deve armarsi di coraggio e abbandonarsi nelle mani di, Dio, lasciandosi portare dove Egli vuole. Fino a quando non, si sarà stabilita in quella pace a cui Egli intende elevarla, cioè in quello stato dove le riserva cognizioni assai più grandi, occorre che sia decisamente risoluta a morire per Lui fin dagli inizi, perché allora, ripeto, la povera anima non sa c cosa sia per avvenire.

 

10 - In questo stato si acquistano virtù più forti; i desideri divengono più intensi; meglio si comprende la maestà dell'Altissimo, lo si teme e lo si ama di più, mostrandosi Egli come vero nostro padrone col rapirci l'anima senza che gli possiamo resistere.

Vivissimo il dispiacere dell'anima di averlo offeso. Si domanda meravigliata come abbia osato contristare una Maestà così grande, e sospira ardentemente che tutti l'amino e più nessuno l'offenda. - Credo che da questo stato nascano i più accesi desideri della salute delle anime e la brama di potervi alquanto contribuire, onde ottenere che Dio sia glorificato come si merita.

 

11 - Il volo di spirito consiste in una certa cosa che non so come chiamare, ascendente dal più profondo dell'anima. Mi viene ora in mente il paragone che ho usato dove lei sa,[22] parlando di questo e di altri gradi d'orazione. Non mi ricordo che del paragone, perché ho una memoria che dimentica subito.

Mi sembra che l'anima e lo spirito siano un tutt'uno. Immagini un gran fuoco pronto a gettare le sue fiamme: tale la disposizione dell'anima in rapporto a Dio. Il fuoco si accende prontamente, sviluppa la sua fiamma e sale molto alto. Ora anche se la fiamma sale tanto in alto, è sempre della medesima natura del fuoco che rimane in basso, né cessa certo di esser fuoco per il fatto che si eleva tanto. Così qui: l'anima sembra proiettare da sé qualche cosa di estremamente delicato che sale d'improvviso verso una regione superiore per andare dove Dio vuole. - Non so in che altro modo esprimermi: sembra che sia un volo, né trovo altri paragoni. So che lo si capisce molto bene e che non si può impedirlo.

 

12 - Sembra che l'uccelletto dello spirito si sia liberato dalla miseria della carne, e che evaso dalla prigione del corpo, possa applicarsi più liberamente a ciò che Dio gli offre.

Il volo di spirito è un favore così delicato e prezioso che in esso non sembra possibile alcun inganno, non meno che negli altri favori durante il loro svolgersi. Le paure vengono dopo, quando l'anima che ne è favorita crede d'averne tutti i motivi per vedersi tanto imperfetta, benché nel suo interno rimanga con tanta evidente certezza da poter reggere in vita. Ciò nonostante, non lascia di vegliare su se stessa per sfuggire a ogni sorta d'illusione.

 

13 - Designo col nome di impeti quei desideri da cui l'anima si sente alle volte ed anche spesso ripiena senza alcuna precedente orazione. Derivano da un accorgersi improvviso di esser lontani da Dio o dall'udire una parola che a ciò si riferisca. Questo accorgersi improvviso è alle volte così potente da immettere in una specie di delirio, Se una persona riceve improvvisamente una bruttissima notizia, tanto impreveduta quanto spaventosa, sembra che perda la testa: non sa più raccapezzarsi e sta là come intontita. Così qui, salvo che la pena dell'anima è qui prodotta da un motivo così bello da accorgersi anch'essa che sarebbe fortunata se vi perdesse la vita.

 

14 - Sembra che quanto l'anima comprende non serva che ad aumentare la sua pena, e che a questo miri il suo stesso essere, così volendo il Signore, senza che neppure le passi per la mente che a trattenerla sulla terra sia appunto la volontà di Dio. Le pare di essere come in una vasta solitudine, talmente isolata da non aver parole per esprimersi. Il mondo e le cose della terra non le sono che di noia, tanto che nessuna creatura le potrebbe tenere compagnia, non volendo ella che il Creatore. Capisce che in ciò non potrà mai essere esaudita se non con la morte, e siccome non può uccidersi da sé, muore dal desiderio di morire,[23] al punto da esser veramente in pericolo di morte. L'anima è come sospesa tra cielo e terra, e non sa cosa fare. Intanto il Signore per farle vedere ciò che perde, le porge di quando in quando qualche notizia di sé, ma in un modo così elevato che essa non sa come esprimersi. Non credo che fra le sofferenze della terra - almeno fra quelle che ho provato io - ve ne sia alcuna che possa eguagliare quel tormento. Durasse solo una mezz'ora, basterebbe per renderci il corpo così affranto e i polsi così slogati da non poter usare le mani neppure per scrivere, ed altri grandi dolori.

 

15 - Questo però si ha soltanto quando l'impeto è passato, perché, mentre dura, l'anima ha già da fare abbastanza per Ciò che soffre interiormente, tanto che allora non sentirebbe, esteriormente, neppure i più crudeli tormenti. - Si mantiene l'uso dei sensi, si può guardare e parlare, ma non muoversi perché l'anima è come affranta sotto la violenza dell'amore.

Questo favore è un puro dono di Dio: se non è Lui che lo dà, non si può averlo neppure morendone di desiderio. Produce nell'anima vantaggi ed effetti prodigiosi. I dotti ne parlano chi in un modo e chi in un altro, ma nessuno lo condanna. Il P. Maestro d'Avila mi scrisse che è buono,[24] e tale è il parere di tutti. Del resto, anche l'anima lo comprende che è una grande grazia di Dio. Ma se l'avesse di frequente, vi lascerebbe la vita.

 

16 - L'impeto ordinario è caratterizzato dal desiderio di servire Dio, con grande tenerezza e lacrime abbondanti per la brama di abbandonare quest'esilio. Ma siccome l'anima rimane libera e può considerare esser volontà di Dio che viva, si rassegna, offre la sua vita al Signore, lo supplica d'impiegarla tutta alla sua gloria: e ciò la rasserena.

 

17 - Altro modo assai ordinario di orazione è il seguente. Si tratta di una specie di ferita che sembra fatta nell'anima, come se qualcuno ci infligga una freccia nel cuore, oppure nell'anima. Se ne ha un dolore così vivo da uscire in lamenti, ma insieme tanto delizioso da non voler mai che finisca. Non è già un dolore corporeo né una ferita materiale: non si ha nulla nel corpo, ma solo nell'anima. Non si può dare un'idea di queste cose se non per via di paragoni, e io non ne so adoperare che di grossolani, sì, troppo grossolani per il fine che intendo, ma non so spiegarmi in altro modo. Sono grazie che non si sanno raccontare né scrivere, perché non le può intendere se non chi le ha provate. Quanto alla pena di cui parlo, non si può sapere fin dove arrivi, perché assai differenti sono le sofferenze dello spirito da quelle di quaggiù. E da ciò intendo quanto debbano essere dolorosi i tormenti dell'inferno e del purgatorio, più di quello che noi possiamo immaginare con il paragone delle nostre pene corporali.

 

18 - Altre volte sembra che questa ferita di amore si effettui nel più profondo dell'anima, con effetti assai preziosi. Ma come è impossibile procurarci questo favore quando Dio non lo dà, così ci è impossibile rifiutarlo quando si degna accordarlo.

Si tratta di desideri di Dio così ardenti ed elevati da non aver parole per esprimersi. E siccome l'anima si sente impossibilitata a godere di Dio quanto vorrebbe, concepisce un vivo orrore per il proprio corpo che le appare come un'alta muraglia da cui le viene impedimento a fruire liberamente del bene che già le sembra di possedere. Da ciò comprende il gran male del peccato di Adamo che ci tolse questa libertà.

 

19 - Io ebbi questa orazione prima dei rapimenti e dei grandi impeti di spirito di cui ho parlato.

Mi sono dimenticata di dire che quei grandi impeti di spirito finiscono generalmente in qualche rapimento o in qualche altro dono straordinario nel quale Dio consola l'anima e l'incoraggia a vivere per amor suo.

 

20 - Per i molti motivi che qui mi è troppo lungo enumerare, sono sicura che in quello che ho detto non vi può essere illusione. Sa il Signore se è cosa buona o no. Certo che l'anima rimane arricchita di grandi beni, né lo si può disconoscere, a mio parere.

 

21 - Per ciò che riguarda le tre divine Persone, comprendo chiaramente che sono fra loro distinte, come ieri vidi separatamente Vostra Grazia quando parlava con il P. Provinciale.[25] Tuttavia, ripeto, si tratta di una strana certezza, perché non sento e non vedo nulla, né con gli occhi del corpo né con quelli dell'anima. Eppure ci si accorge quando le tre Persone spariscono. Non so come ciò avvenga, ma so bene che non è mia immaginazione. Alle volte infatti, finita la grazia, mi sono sforzata di rappresentarmele di nuovo, ma non vi sono mai riuscita. Perciò lo so per esperienza. E altrettanto si dica, per quanto mi è permesso giudicarne di ciò che ho finora narrato. Ricevendo questi favori da vari anni, ho avuto modo di esaminarne il procedimento, per cui posso parlarne con sicurezza.

 

22 - Noti anche questo che è vero. Mi sembra di poter affermare chi sia la persona che mi parla sempre. Altrettanto non potrei dire delle altre due. So che una non mi ha mai parlato. Il motivo non lo so. Del resto, temendo di qualche illusione diabolica, non chiedo altra grazia che di far sempre la volontà di Dio. E per la medesima ragione non lo chiedo neppur ora.

 

23 - Mi pare che la prima Persona mi abbia parlato qualche volta, ma non oso affermarlo, perché presentemente non ricordo bene, essendomi anche dimenticata di ciò che mi ha detto. Del resto, ho già spiegato ogni cosa e molto a lungo nello scritto che lei sa, benché non ricordi se l'abbia fatto con le medesime parole.

Benché le tre divine Persone si diano a vedere distinte in una maniera elevata, tuttavia l'anima conosce che sono un Dio solo.

Non mi ricordo se nostro Signore mi abbia parlato in altro modo che con la sua Umanità. Posso però affermare che in questo non vi è alcuna illusione.

 

24 - Dell'acqua di cui mi parla non so nulla, come non so nulla circa il luogo del paradiso terrestre. Come già le ho detto, non posso a meno d'intendere ciò che il Signore mi svela, ma da parte mia non mi sono mai permessa di chiedere a Dio di farmi sapere qualche cosa: vi temerei un artifizio dell'immaginazione o un inganno del demonio. Grazie a Dio, non sono mai stata così curiosa da far simili domande o di voler sapere di più. Mi è già costato fin troppo quanto Dio mi ha insegnato senza mia richiesta, benché questo, credo, sia stato il mezzo a cui ha dovuto ricorrere per salvarmi, tanto ero perduta. I buoni non hanno bisogno di tante grazie per servire Dio.

 

25 - Mi ricordo di un'altra specie di orazione che precede quella di cui ho parlato in primo luogo, consistente in una certa presenza di Dio, fuori di qualsiasi visione. Alle volte, quando non si è nell'aridità e ci si vuole raccomandare a Dio, sia pure pregando vocalmente, sembra che lo si senta presente.

Si compiaccia Egli di usarmi misericordia e di preservarmi dal perdere tante grazie per colpa mia!

 

 

6

 

Palencia (1581)[26]

 

GESÙ

 

1 - Oh, potessi farle conoscere la pace e la tranquillità in cui ora è l'anima mia... È tanto sicura di godere un giorno di Dio che le sembra di esserne già in possesso, benché non ne senta ancora la gioia. È come se per un contratto regolarmente scritto uno abbia ricevuto una grande proprietà di cui non debba entrare in possesso e goderne i frutti se non dopo un certo tempo, e che perciò fino a quel tempo non debba avere altro che la sicurezza di esserne proprietario.

Nel trasporto della sua riconoscenza e nella persuasione di esserne indegna, vorrebbe non già entrare in possesso di quel bene, ma fare anch'essa qualche cosa per meritarlo, sia pure a prezzo dei più gravi tormenti, parendole alle volte poca cosa anche lo star qui sino alla fine del mondo per servire Colui che le ha dato quel bene. Essa infatti non è più soggetta come prima alle miserie del mondo, almeno in parte. Benché abbia maggiori sofferenze, sembra che queste la sfiorino appena, perché è come padrona in un castello e non perde la sua pace. Però questa sicurezza non solo non l'affranca dal suo grande timore di offendere Dio, ma neppure la dispensa dall'evitare quanto le possa impedire di servirlo, per cui cammina con maggiore attenzione. Si preoccupa così poco dei suoi interessi che le sembra di aver perduto parte del suo essere, tanta è la dimenticanza in cui si tiene. Fa ogni cosa per l'onore di Dio, per meglio compiere il suo volere e per la sua maggior gloria.

 

2 - Tuttavia sembra che abbia maggior cura del corpo e della salute: meno mortificazioni nel mangiare, meno penitenze, e non più i desideri di una volta. Ma credo che ciò sia per servire meglio Dio in altre cose. Del resto, la cura del corpo le torna così penosa che spesso l'offre a Dio come un grande sacrificio. Se talvolta fa qualche penitenza, sente di non poterla continuare senza rovinarsi la salute, per cui si ricorda di ciò che i Superiori le hanno imposto. In questo, come nella cura della salute, deve certo intromettersi l'amor proprio. Però mi sembra che sarei molto contenta nel far grandi penitenze, come lo ero quando potevo farle. Allora se non altro, mi pareva di far qualche cosa, davo buon esempio e non avevo il tormento di vedermi così inutile nel servizio di Dio. - Abbia la bontà di vedere che cosa in questo sia meglio che faccia.

 

3 - Le visioni immaginarie sono cessate. Però, mi pare di aver sempre innanzi la visione intellettuale delle tre divine Persone e dell'Umanità di nostro Signore: grazia che mi pare assai più grande. Quanto alle altre, mi sembra ora di capire che provenivano da Dio, perché hanno disposto la mia anima ad entrare nello stato in cui ora si trova. Dio mi guidava per la strada che vedeva necessaria alla mia miseria e al mio poco coraggio. - Comunque, quando queste grazie provengono da Dio, si devono molto apprezzare.

Le locuzioni interiori continuano ancora. Ma nostro Signore mi porge i suoi avvisi quando lo crede necessario. Qui, a Palencia, senza di lui avremmo commesso un grave errore, sia pure senza peccato.[27]

 

4 - Gli atti e i desideri non mi sembrano più così forti come una volta. Ma per forti che siano, desidero assai di più di fare la volontà di Dio e di contribuire del mi meglio alla sua maggior gloria. E siccome l'anima sa che il Signore conosce quel che meglio le conviene, si stacca da ogni suo personale interesse, per cui quegli atti e desideri finiscono prestamente, per non aver più, a quanto pare, la loro solita veemenza. Da ciò il timore che mi assale di tanto in tanto - benché senza la pena e l'inquieta dine di prima - nel vedere la mia anima star li come intontita, mentre io non so far nulla, neppure un po' di penitenza.

Senza energia sono pure i desideri di patire, di subire il martirio e di vedere Dio: anzi, in via generale, no posso nemmeno formarli. Mi pare di vivere solo per mangiare e dormire e non aver fastidi. E non sento pena neppure per questo stato. Alle volte mi assale il timore d essere in inganno; ma non vi posso acconsentire, perché vedo di essere staccata da tutto, anche dalla gloria del cielo. Non amo che Dio: in questo non ho rallentamenti bensì progressi, come pure nel desiderio che tutti l'abbiano a servire.

Tuttavia m'impressiona il fatto di non sentire più come prima quel dolore così eccessivo e profondo da cui ero tormentata nel considerare la perdita delle anime e nel pensare di essere sempre capace di offendere il Signore. Ciò nonostante, il desiderio che nessuno l'offenda non mi pare che mi sia diminuito.

 

5 - Però, deve sapere che in tutti questi sentimenti come in quelli che sono stati e sono in me, io non posso far altro che come faccio. Se non fossi tanto miserabile potrei servire il Signore con maggiore fedeltà, ma, così c me sono, non è in mio potere far di più. Aggiungo presentemente non sono più capace né di sforzarmi di desiderare la morte, né di fare gli atti di prima, né di affliggermi per le offese di Dio e neppure di sentire i grandi timori di essere inganno, fra i quali sono vissuta molti anni. Perciò non sento più bisogno di rivolgermi ai dotti e di aprirmi con alcuno. Mi basta sapere, per mia tranquillità, se vado bene e se devo fare qualche cosa. Su questo punto ho interrogato i teologi a cui mi sono diretta altre volte: il P. Domenico, il Maestro Medina e alcuni altri della Compagnia.[28] Se lei me ne dicesse una parola, finirei per rassicurarmi del tutto, tanta è la stima che le porto. Perciò la supplico per amor di Dio di esaminare bene questo scritto.

 

6 - Mi fu anche dato a conoscere l'ingresso in cielo di certe anime già uscite dal mondo e che mi interessavano: di altre no.[29]

Alla solitudine in cui si trova non si può applicare il senso delle parole: Colui che succhia le mammelle di mia madre. La fuga in Egitto.[30]

 

7 - La pace interiore in cui sono, la poca forza che hanno le gioie e i dispiaceri per togliermela, la presenza delle tre divine Persone che mi dura così a lungo da non poterne dubitare, mi fanno pensare a quel che dice S. Giovanni, cioè che la santissima Trinità stabilisce la sua dimora nelle anime;[31] e ciò non soltanto con la grazia, ma anche con la sensazione della sua presenza, la quale porta con sé una innumerevole quantità di beni, senza bisogno di tante considerazioni. Questa grazia mi è quasi ordinaria, eccetto quando mi si aumentano i dolori, perché, alle volte, pare che Dio mi voglia far soffrire senza alcuna interna consolazione. Tuttavia la mia volontà non vuole che la sua, alla quale non si oppone neppure per un primo moto. Vi sono talmente sottomessa che non desidero più di vivere che di morire. Se bramo la morte è solo in quei brevi istanti in cui sospiro di vedere Dio. Ma sparisce anche la pena di questa lontananza appena mi si affacciano le tre divine Persone che porto in me sì al vivo. E l'anima mia torna a bramare di vivere, se così piace al Signore, per poterlo servire un po' di più. Se potesse contribuire in qualche cosa per farlo amare e lodare da un'anima, anche solo per poco tempo, le sembrerebbe assai più importante che di essere già nella gloria.

 

Teresa di Gesù

 

 

 

 

FAVORI CELESTI

 

7

 

Toledo (17 Novembre 1569)[32]

 

Il 17 novembre, nell'ottava di S. Martino dell'anno 1569, vidi, in ordine a quanto so, che erano passati dodici anni sui trentatré di Nostro Signore. Ne mancano ancora ventuno. - Ciò mi avvenne in Toledo nel monastero del glorioso S. Giuseppe del Carmine. Io per te e tu per me. Vita.

Ne ho vissuti dodici per me, ma non per mia volontà.

 

 

8

 

Toledo (1569 o 1570)

 

Trovandomi nel monastero di Toledo fui consigliata da alcuni di non dare sepoltura nella nostra chiesa se non a persone di sangue gentilizio. Ma il Signore mi disse: «T'inganni molto, figliuola, se ti lasci guidare dalle leggi del mondo! Fissa gli occhi su di me che sono stato povero e disprezzato! Forse che i grandi del mondo sono tali anche innanzi a me? O che forse voi dovete essere stimate per la nobiltà dei natati, e non per la virtù?».[33]

 

 

9

 

Malagón (9 Febbraio 1570)

 

Il secondo giorno di quaresima, nel monastero di Giuseppe di Malagón, appena fatta la comunione, mi si mostrò nostro Signore in una di quelle visioni immaginarie che mi sono solite. Stando io a contemplarlo, vidi che in luogo della corona di spine, ne aveva un'altra assai splendente, i cui raggi dovevano partire dalle piaghe che quella di spine gli aveva fatto intorno alla testa.

Devotissima come sono di questo mistero, mi consolai grandemente e mi posi a considerare lo spasimo atroce il Signore dovette soffrire, per esser le ferite assai numerose. Già cominciavo a sentirne pena, quando il si mi disse di non compiangerlo per quelle ferite, ma per le molte altre che gli uomini gli facevano.

Gli chiesi che cosa potevo fare, dichiarandomi disposta a tutto pur di mettervi riparo. Ed Egli mi rispose che quello non era tempo di riposo, ma che mi affrettassi a fondar monasteri, perché le sue delizie sono fra le anime che li abitano. Accettassi tutte le fondazioni che mi venissero offerte, perché molte non lo servivano per mancanza di posto. I monasteri che avrei fondato nei piccoli centri dovevano essere come quello in cui ero, perché se si osservano le medesime cose, si merita tanto in essi quanto negli altri. Procurassi che fossero tutti sotto il medesimo Superiore, ponendo poi ogni studio per impedire che la cura delle cose materiali pregiudicasse alla pace interiore, perché Egli avrebbe sempre vegliato per non farci mancare nulla. Cura speciale si doveva avere per le inferme, perché le malattie sono mandate da Lui a bene delle anime: la Superiora che non ha cura delle inferme è simile agli amici di Giobbe, perché mette in pericolo la loro pazienza. Infine, avrei dovuto narrare per iscritto la storia delle fondazioni.

Mi chiesi che cosa avrei dovuto scrivere di quella di Medina, per non trovarvi nulla che fosse degno di ricordo. Ed Egli mi domandò se non mi bastava di far sapere che era stata miracolosa.

Mi volle con ciò far capire che quella fondazione era stata fatta da Lui, proprio allora che sembrava impossibile.

E così mi decisi a scrivere.

 

 

10

 

(1570 o 1571)[34]

 

Pensavo a un avviso che il Signore mi aveva incaricata di dare. Siccome io non capivo nulla, nonostante che avessi molto pregato per averne qualche lume, temetti che vi fosse un inganno del demonio. Ma il Signore mi disse di no, e che mi avrebbe avvisata quando sarebbe stato opportuno.

 

 

11

 

(1570)

 

Un giorno, mentre meditavo con quanta maggior purezza si viva lontano dagli affari e come cattiva e piena di difetti dovessi essere io che vi ero in mezzo, intesi queste parole: «Non può essere altrimenti, figliuola. Ma fa’ di tutto per aver retta intenzione e distacco. Fissa lo sguardo su di me, e procura che le tue opere siano conformi alle mie».

 

 

12

 

(1570)

 

Pensando quale potesse essere il motivo per cui non avevo quasi più rapimenti in pubblico, intesi dirmi così: «Ciò per ora non conviene. Hai già credito abbastanza quello che intendo. - Bisogna pur badare alla debolezza di chi tutto interpreta malignamente».

 

 

13

 

Un giorno, mentre ero molto preoccupata per la riforma dell'Ordine, il Signore mi disse: «Tu fa’ quello che puoi. Per il resto lascia fare a me, senza inquietarti. Godi il bene che ti è dato, che è molto grande. Il Padre mio si compiace di te, e lo Spirito Santo ti ama».

 

 

14

 

(Febbraio 1571)

 

Un giorno il Signore mi disse: «Desideri sempre patimenti e poi li rifiuti. Io dispongo le cose non a seconda della tua sensibilità e debolezza, ma in conformità dei desideri che vedo in te. Vedi pure che ti aiuto: fatti quindi coraggio. Ho voluto che guadagnassi questa corona. Te vivente, vedrai l'ordine della Vergine molto in fiore».

Intesi ciò dal Signore verso la metà di febbraio l'anno 1571.

 

 

15

 

Salamanca (Aprile 1571)[35]

 

Ieri fui tutto il giorno come in profonda solitudine. A parte il momento della comunione, non mi valse nulla che fosse Pasqua. A sera, mentre eravamo insieme, si cantò una canzoncina sul tormento che si prova nell'esser lontani da Dio. E siccome ero già tutta spasimante, ne ebbi tale impressione che, malgrado ogni mia resistenza, le mani mi si cominciarono a irrigidire, e a quel modo che soglio uscire di me per l'eccesso della gioia, così allora per la gran pena che sentii: l'anima rimase sospesa come fuori dai sensi.[36]

Finora non sono riuscita a capire come ciò sia avvenuto. Credo che dipendesse dal parermi - alcuni giorni fa - di non aver più i grandi impeti di una volta. Ma non so se possa essere così.

Prima non arrivava mai a trarmi fuori dai sensi, nonostante che la pena fosse così forte da farmi emettere alte grida senza potermi contenere, per esser appunto ancora in me. Ma ora si è talmente aumentata da doversi chiamare trafittura, per cui si comprende meglio quello che la Madonna ha sofferto.[37]

Finora, come dico, non ho mai saputo cosa volesse dire trafittura.

Rimasi così affranta nel corpo, e con le mani così slogate e indolenzite, che neppur ora posso scrivere se non con grande difficoltà.

Quando mi verrà a far visita, mi dirà se può darsi un'estasi di pena, se io sento le cose come sono, o se m'inganno.

La pena mi durò fino a stamattina, quando, trovandomi in orazione, fui presa da un grande rapimento, nel quale mi sembrò che nostro Signore mi portasse l'anima innanzi al Padre e gli dicesse: Colei che mi desti, ecco ti do. E mi parve che il Padre mi attirasse a sé.

Ciò avvenne non per via d'immagine, ma mediante una certezza assai grande, accompagnata da una delicatezza spirituale così intensa da non potersi spiegare. Il Padre mi disse varie parole che ora non ricordo, alcune delle quali alludevano alle grazie che mi voleva fare. E mi tenne così presso di sé, per un po' di tempo.

Vedo anch'io che le sue molte occupazioni le impediscono di star qui a consolarmi, anche allora che un po’ di consolazione mi sarebbe necessaria. Senza dubbio, i suoi affari sono molto più importanti. Tuttavia, siccome ieri se n'è andato quasi subito, sono rimasta un po' triste e desolata. Poi ne ho avuto scrupolo, perché, essendo staccata da ogni creatura e assorta nella solitudine che ho detto temetti d'incominciare a perdere questa mia libertà. Ciò avveniva ieri sera. Ma il Signore rispose ai miei timori dicendomi di non meravigliarmi, perché, come i mortali desiderano la compagnia per parlare delle loro gioie sensuali così l'anima, quando s'incontra con chi la capisce, desidera di comunicargli le sue gioie e i suoi dolori, rattristandosi se non trova nessuno. Poi aggiunse: «Ora egli va bene le sue opere mi piacciono».

Siccome il Signore si fermò con me qualche istante mi ricordai di aver detto a Vostra Grazia che tali visioni passano rapidamente. Egli allora mi disse che queste sono diverse dalle visioni immaginarie, e che nelle grazie di cui ci favorisce non vi è regola fissa, perché un giorno conviene che ce le faccia in un modo, e un giorno in un altro.

Una volta, appena fatta la comunione, mi parve chiarissimamente che nostro Signore mi si sedesse accanto, cominciando a consolarmi con molte attestazioni di bontà, e dicendomi fra l'altro: Eccomi qui, figliola: sono io. Mostrami le tue mani. E parve che me le prendesse. Poi, portandosele al costato, aggiunse: Guarda le mie piaghe! Tu non stai senza di me. La vita passa rapidamente.

Ho compreso da certe sue espressioni che, dopo la sua ascensione al cielo, non è più disceso sulla terra per comunicarsi agli uomini altro che nel SS. Sacramento.

Mi disse inoltre che, appena risorto, si era mostrato a nostra Signora perché ne aveva gran bisogno. Il dolore la teneva così assorta e alienata, che non riusciva a tornare in sé neppure per godere di quella gioia. E da ciò capii qualche cosa di quella mia trafittura, benché assai diversa da quella della Vergine. - Come sarà stata la sua?

Il Signore stette con lei molto tempo, essendo ciò necessario per consolarla.

 

 

16

 

S. Giuseppe di Avila (29 Maggio 1571)

 

Il martedì dopo l'ascensione mi ero comunicata con difficoltà, perché avevo lo spirito così distratto che in nessuna cosa mi potevo fermare. Trattenendomi alquanto a pregare, presi a lamentarmi con nostro Signore di questa nostra misera natura. Allora la mia anima cominciò a infiammarsi, e mi parve chiaramente di vedere in me la SS. Trinità per visione intellettuale. Mi si fece vedere sotto una certa rappresentazione, come un'immagine della verità, affinché la rozzezza del mio intelletto comprendesse come Dio sia trino ed uno. Mi pareva che le tre Persone si rappresentassero distintamente nella mia anima e mi parlassero insieme, dicendomi che d'allora in poi, grazie all'aiuto che ognuna di esse mi avrebbe prestato, mi sarei migliorata in tre cose: nella carità, nel soffrire con gioia e nel sentire in me l'ardore della carità.

Vedendo in me la SS. Trinità nella maniera anzidetta, compresi il passo dove il Signore dice che le tre divine Persone abitano nell'anima in grazia.

Dopo, mettendomi a ringraziare il Signore di una grazia così eccelsa di cui mi sentivo indegna, gli chiesi con vivo affetto, perché, se doveva farmi tante grazie, non mi avesse sostenuta con la sua mano, né preservata da quelle miserie di cui il giorno prima mi ero sentita penosamente ripiena nel considerare i miei peccati. Ma vidi chiaramente quanto il Signore aveva fatto e i mezzi efficacissimi da Lui adoperati per attirami a sé fin dall'infanzia, e come tu mi fosse andato a vuoto. Vidi il grande amore che lo induce a perdonarci ogni qual volta ritorniamo a Lui, amore che per molte ragioni si manifesta più in me che in altri.

L'immagine delle tre Persone in un Dio mi s'impresse nell'anima così al vivo da sembrarmi impossibile con tal divina compagnia - se così essa continuasse - di non star sempre raccolta.

In questa circostanza intesi altre cose ed altre parole che non credo utile narrare.

 

 

17

 

S. Giuseppe di Avila (1571)

 

Poco prima di questa grazia, andando un giorno a comunicarmi, prima di ricevere l'ostia che stava ancora ciborio, vidi una specie di colomba che agitava le ali con rumore. Ne fui tanto sorpresa ed emozionata che per comunicarmi dovetti farmi violenza.

Ciò mi avvenne in S. Giuseppe di Avila. Il sacerdote che mi doveva comunicare era il P. Francesco de Salcedo.[38]

Un altro giorno, mentre ascoltavo la sua Messa, vidi nell'ostia il Signore in stato di gloria, e mi disse che il suo sacrificio gli era accetto.

 

 

18

 

Medina del Campo (30 Giugno 1571)

 

La presenza delle tre divine Persone di cui ho parlato in principio mi è durata quasi costantemente sino a oggi, giorno della Commemorazione di S. Paolo.

Abituata com'ero alla sola presenza di Gesù Cristo, mi pareva che la visione di tre Persone mi dovesse quasi disturbare, benché intendessi chiaramente che erano un solo Dio. E oggi, mentre ero assorta in questo pensiero, il Signore mi disse che m'ingannavo se ritenevo le cose dell'anima come quelle del corpo: esse sono molto diverse, e l'anima ne può godere immensamente.

Pensai allora a una spugna che s'imbeve e s'impregna di acqua: così l'anima mia s'impregnava di divinità e pareva godere delle tre divine Persone che teneva in sé. Intesi allora queste parole: «Non affannarti per chiudere Me in te, ma cerca di chiudere te in Me».

E mi sembrava che le tre divine Persone stessero nell'interno dell'anima mia da dove si comunicavano a tutte le cose create, nessuna esclusa, senza cessare di rimanere in me.

 

 

19

 

Medina del Campo (30 Giugno 1571)

 

Alcuni giorni dopo quello che ho detto, mentre pensavo se non avessero ragione di vedermi di malocchio uscire di clausura per fondare monasteri, e se non fosse meglio darmi con maggior impegno all'orazione, intesi queste parole: «Finché si è sulla terra, il profitto non sta nel procurare di maggiormente godermi, ma di fare la mia volontà».

Mi era parso che per me la volontà di Dio fosse quello che dice S. Paolo circa il ritiro in cui devono vivere le donne, come mi era stato detto poco prima e io stessa avevo altre volte udito. Ma Egli mi disse: «Fa loro sapere che bisogna guardare la Scrittura non in una parte sola, ma in tutto il suo insieme. O che forse mi potranno legare le mani?».

 

 

20

 

Medina del Campo (10 Luglio 1571)

 

Il giorno dopo l'ottava della Visitazione mi trovavo nel romitorio del Monte Carmelo e raccomandavo a Dio un mio fratello in pericolo di perdersi eternamente.[39] Dicevo al Signore, non so se soltanto con il pensiero: «Mio Dio, se io vedessi un vostro fratello in questo pericolo, che farei per poterlo salvare? Mi sembra che sarei pronta a tutto».

E il Signore mi rispose, «Figliuola, figliuola! Mie sorelle sono le monache dell'Incarnazione. E perché non vai a soccorrerle? Coraggio! Sappi che io lo voglio. Le difficoltà non sono poi così grandi come ti sembrano. Non solo non ne scapiteranno gli altri tuoi monasteri, come tu dubiti, ma ne avranno vantaggio come quello dell'Incarnazione. Non resistere più oltre! Il mio potere è grande».[40]

 

 

21

 

Avila (1571)

 

La brama e i grandi desideri di morire mi sono cessati, specialmente dalla festa della Maddalena, nel qual giorno mi sono determinata a vivere volentieri per servire molto il Signore. Però qualche volta il desiderio di vederlo mi assale ancora, e non posso scacciarlo, nonostante che mi sforzi.

 

 

22

 

S. Giuseppe di Avila (1571)

 

Una volta intesi queste parole: «Verrà tempo che in questa chiesa si faranno molti miracoli e sarà chiamata la chiesa santa».

Ciò mi avvenne in S. Giuseppe di Avila nel 1571.

 

 

23

 

Un giorno, ricordandomi delle penitenze di donna Caterina de Cardona.[41] pensavo che con i desideri che talvolta Dio mi dava, io ne avrei potuto fare di più se l'obbedienza ai confessori non mi avesse trattenuta, per cui mi domandavo se su questo punto non fosse meglio disobbedire. il Signore mi disse: «Questo no, figliola! La strada per cui cammini è buona e sicura. Vedi tutte quelle penitenze? Ebbene, io preferisco la tua obbedienza».

 

 

24

 

(1571)

 

Stando una volta in orazione, il Signore mi mostrò in una strana visione intellettuale lo stato di un'anima in grazia, nella quale vidi, in visione intellettuale, la SS. Trinità dalla cui compagnia derivava all'anima un tal potere che la poneva al di sopra di tutta la terra. Compresi allora le parole dei Cantici: Veniat Dilectus meus in hortum suum et comedat.[42]

Mi mostrò pure lo stato di un'anima in peccato: completamente impotente, come una persona del tutto schiava e legata, con gli occhi bendati, impossibilitata a vedere, sentire e camminare, malgrado ogni suo sforzo, e sepolta fra dense tenebre.

Ebbi tanta compassione per le anime in questo stato che pur di liberarne una sola, mi parrebbe leggero qualsiasi sacrificio. Forse non mi so bene spiegare; ma mi pare che se ciò s'intendesse, come io l'ho inteso, non sarebbe possibile che un'anima fosse disposta a perdere tanto bene per divenire così infelice.

 

 

25

 

Incarnazione di Avila (19 Gennaio 1572)

 

La vigilia di S. Sebastiano del primo anno del mio priorato all'Incarnazione, sul punto di cominciare la Salve,[43] vidi la Madre di Dio scendere dal cielo fra una moltitudine di angeli e collocarsi al posto della Priora, là dove sta la statua della Madonna. La statua mi parve sparire per cedere il posto a questa eccelsa Signora che mi sembrava un po’ simile all'immagine regalatami dalla contessa.[44] Ebbi appena il tempo di precisarla, perché fui subito rapita. Mi pareva che le spalliere e gli appoggiatoi degli stalli fossero occupati dagli angeli, ma non in forma corporea, perché era visione intellettuale. Nostra Signora stette là per tutto il tempo della «Salve» e mi disse: «Hai fatto bene a mettermi qui. Io sarò presente alle lodi che s’innalzeranno a mio Figlio, e gliele presenterò».[45]

Ciò detto, l'anima mia entrò in quell'orazione nella quale si gode la compagnia della SS. Trinità, e mi parve che la Persona del Padre mi attirasse a sé dicendomi parole molto soavi. Mi disse fra l'altro, mostrandomi il gran bene che mi voleva: «lo ti ho dato mio Figlio, lo Spirito Santo e questa Vergine. E tu che mi puoi dare in ricambio?».

 

 

26

 

Incarnazione di Avila (30 Marzo 1572)

 

La domenica delle Palme, appena fatta la comunione mi trovai in così grande sospensione da non poter neppure inghiottire la Sacra Ostia. Tornata alquanto in me stessa, e avendola ancora in bocca, mi parve che la bocca mi si riempisse di sangue, e che di sangue mi sentissi bagnato il volto e tutta la persona: un sangue caldo, come se nostro Signore l'avesse versato allora allora. Mentre ne assaporavo la straordinaria dolcezza, il Signore mi disse: «Figlio voglio che il mio sangue ti giovi. Non temere che la misericordia ti manchi. Io l’ho versato fra acerbissimi dolori, e tu lo godi fra inenarrabili delizie. Vedi dunque che ti pago bene il banchetto che oggi mi prepari».

Disse così perché da più di trent'anni, il giorno delle Palme, quando potevo, mi accostavo alla comunione cercando di prepararmi l'anima in modo da offrire ospitalità Signore, parendomi che gli ebrei fossero stati ben cattivi quando, dopo averlo accolto con tanto trionfo, lasciarono che andasse a mangiare lontano.[46] Facevo conto di trattenerlo con me, benché non gli apprestassi che un alloggio assai misero, come ora mi accorgo, e mi abbandonavo ad alcune ingenue considerazioni che il Signore doveva gradire.

Questa è una delle visioni che io ritengo più sicure, dalla quale ebbi molto vantaggio per la santa comunione.

Prima di questa grazia ero stata - credo per tre giorni - immersa in quella grande pena a cui vado soggetta più o meno fortemente per la lontananza di Dio. Ma in quei giorni la pena era così viva che mi pareva di non poterla più oltre sopportare. Dopo aver molto sofferto, mi accorsi che si era fatto tardi per la cena. Del resto, non ne avevo neppur voglia. Per i miei vomiti mi è di grande incomodo non poter cenare un po' prima. Tuttavia, facendomi molta forza, mi posi il pane davanti per incoraggiarmi a mangiarlo. Immediatamente mi si presentò il Signore, il quale, spezzato il pane - così almeno mi parve - me lo pose in bocca dicendomi: «Mangia, figliola, e rassegnati meglio che puoi! Mi dispiace vederti soffrire, ma per ora ti conviene così».

Mi disparve ogni pena, rimanendone molto consolata per sembrarmi che il Signore stesse veramente con me. Quest'impressione mi durò tutto il giorno seguente, per cui i miei desideri rimasero, per allora, appagati.

Notai quel suo mi dispiace, perché mi pare che non debba sentire alcuna pena.

 

 

27

 

Incarnazione di Avila (30 Marzo 1572)

 

Di che ti affliggi, povera peccatrice? Non sono io il tuo Dio? Non vedi come là sono offeso? E se mi ami, perché non mi compiangi?

 

 

28

 

Incarnazione di Avila (Maggio 1572)

 

Sul timore di non essere in grazia.

«Figliola, la luce è molto diversa dalle tenebre. Io sono fedele, e nessuno si dannerà senza saperlo. S’inganna chi si tiene sicuro per le consolazioni spirituali che riceve. La vera sicurezza sta nella testimonianza della buona coscienza. Nessuno pensi di mantenersi nella luce con le sue forze, così come non può impedire che sopravvenga notte, perché è una grazia che dipende solo da me. Il mezzo migliore per conservarsi nella luce è di persuadersi che da sé l'anima non può far nulla e che tutto le viene dame  perché, anche se è nella luce, appena io mi allontano, cade nella notte. Nel conoscere quello che l’uomo può e quello che posso io, sta la vera umiltà.

«Non lasciar di scrivere gli avvisi che ti do, perché te ne potresti dimenticare. Se desideri che gli uomini ti diano i loro consigli in iscritto, perché temi di perdere tempo nel mettere in carta quelli che ti do io? Verrà tempo che  ti saranno necessari».

 

 

29

 

Incarnazione di Avila (1572)

 

Nel farmi intendere che cosa sia unione:

«Non credere, figliola, che l'unione consista nell’essere vicinissima a me, perché tali mi sono anche quelli mi offendono, benché non lo vogliano. Neppure consiste nelle delizie e nelle gioie dell'orazione, nonostante procedano da me e siano molto alte. Anzi, queste sono spesso mezzo per attirarmi le anime che non sono in grazia».

Mentre ascoltavo queste parole, il mio spirito era in alta elevazione. Il Signore mi fece intendere cosa sia spirito, come stesse allora la mia anima e come si debbano intendere le parole del Magnificat: Exultavit spiritus meus. Ma ora non lo saprei dire. Mi pare di aver compreso che lo spirito sia la parte superiore della volontà.

Tornando all'unione, intesi che consiste nello stato di uno spirito così puro e libero da ogni cosa terrena che non solo non abbia nulla di ripugnante alla volontà di Dio ma che formi con Dio un solo spirito e una sola volontà, distaccato da tutto e così occupato di Lui da escludere ogni ombra d'amore di sé e di ogni altra creatura.

Se in ciò consiste l'unione - allora ho pensato - un'anima che si mantiene in questa decisione possiamo dire che sia continuamente nell'orazione di unione, mentre è certissimo che questa orazione non può essere che assai breve.

Mi venne allora da pensare che ciò debba intendersi quanto a camminare rettamente, a far progressi e acquistarsi dei meriti, non quanto a dire che l'anima sia unita a Dio come nella contemplazione. Mi sembrò infatti di capire, benché non per via di parole, che la polvere della nostra miseria, i difetti e gli ostacoli nei quali inciampiamo sono così numerosi da renderci impossibile lo star sempre in quella purezza che lo spirito possiede quando è unito a Dio, essendo cosa superiore e fuori della nostra misera natura. Se l'unione consiste nel fare della nostra volontà e del nostro spirito una cosa sola con la volontà e lo spirito di Dio, credo che non sia possibile averla se non in stato di grazia, contrariamente a quello che mi è stato detto. E siccome non possiamo sapere se ci troviamo in questo stato, mi sembra quindi assai difficile poter conoscere quando sia unione, se non per qualche lume di Dio.

Si degni Vostra Grazia di farmi sapere ciò che ne pensa, di dirmi dove sbaglio e di rimandarmi questo scritto.[47]

 

 

30

 

Incarnazione di Avila (1572)

 

Avevo letto in un libro che tenere immagini ben lavorate non è conforme a perfezione, e volevo disfarmi di una che avevo in cella. Del resto, anche prima mi pareva di maggiore povertà non averne che di carta; ma dopo questa lettura, non volevo tenerne che di tale materia. Or ecco che mentre pensavo a tutt'altro, intesi dirmi così: «Questa non è buona mortificazione. Qual è migliore, la povertà o la carità? Poiché migliore è la carità, non devi nulla tralasciare di ciò che serve a maggiormente infervorarti. E guardati bene dal privarne le monache. Quel libro non parla delle immagini, ma dei loro ornati e disegni. Questo è stratagemma del demonio con i luterani: togliere loro quei mezzi che potrebbero eccitarli all'amore, per cui corrono alla rovina. Ma i miei fedeli, figliola, devono fare il contrario di quanto essi fanno, ora più che mai».

Intesi pure che ero molto obbligata a servire nostra Signora e S. Giuseppe, perché spesso, mentre io camminavo alla mia perdizione, essi con le loro preghiere avevano ottenuto che Dio mi riconducesse sul sentiero della salvezza.

 

 

31

 

Incarnazione di Avila (1572)

 

Nell'ottava di Pentecoste il Signore mi fece una grazia, dandomi speranza che questa casa - parlo delle monache che vi abitano - si sarebbe migliorata.

 

 

32

 

Incarnazione di Avita (22 Luglio 1572)

 

Nella festa della Maddalena il Signore tornò a ripetermi un favore che mi aveva già fatto in Toledo, eleggendomi a tenere le veci di una persona assente.[48]

 

 

33

 

Incarnazione di Avila (22 Settembre 1572)

 

Il giorno dopo S. Matteo, mentre ero in quelle disposizioni che mi sono solite da quando ebbi la visione della SS. Trinità e del modo con cui Ella sta nell'anima in grazia, la SS. Trinità mi si rappresentò in tal maniera, per via di certe comparazioni e paragoni, d'averne io la cognizione in visione immaginaria. Altre volte mi si era rappresentata in visione intellettuale, ma la verità non mi rimaneva che per pochi giorni, dopo i quali non potevo più contemplarla, né trovarvi conforto, come ora. Riconosco che questa verità è conforme a quanto ho sentito dire dai teologi. Non l'ho mai veduto così bene come ora, benché l'abbia sempre e indubbiamente creduto, perché tentazioni contro la fede non ne ho mai avute.

Agli ignoranti sembrerà che le Persone della SS. Trinità stiano tutte e tre in una sola persona nel modo con cui si vedono dipinte: un corpo con tre volti. Ma ciò spaventa, pare impossibile, nessuno riesce a pensarlo, perché l'intelletto si turba, teme di dubitarne e si perdono molti meriti.

Secondo quello che ho veduto, si tratta di tre Persone distinte che si possono vedere e a cui si può parlare separatamente: verità dimostrata pure dal fatto, secondo me, che a prendere umana carne è venuto soltanto il Figliolo.

Queste Persone si amano, si comunicano e si conoscono.

Ma se ognuna è da sé, perché diciamo che tutte e tre sono di un'unica essenza, lo crediamo, ed è verità indiscutibile, per la quale darei mille volte la vita?

Queste tre Persone hanno una sola volontà, un solo potere e una sola autorità, per cui una non può nulla senza il concorso delle altre: infatti, tutte le creature hanno un solo creatore. Potrebbe il Figlio creare una formica senza il Padre? No, perché entrambi, unitamente allo Spirito Santo, non sono che un unico potere, per cui non vi è che solo Onnipotente e un'unica Maestà in tutte tre le Perso Potrebbe un'anima amare il Padre senza amare il Figliolo e lo Spirito Santo? No: chi ne onora una le onora tutte, e chi ne offende una le offende tutte.

Potrebbe il Padre star senza il Figliolo e lo Spirito Santo? No, perché tre Persone hanno un'unica essenza e non si possono separare, per cui dove si trova una sono anche le altre.

Ma allora com'è che le tre Persone si vedono distinte? Perché s'incarnò soltanto il Figliolo e non il Padre e Spirito Santo?

Questo non l'ho compreso, ma lo san bene i teologi. So che nell'opera meravigliosa dell'Incarnazione presero parte tutte e tre, ma quanto al modo non vi penso molto, afferrandomi immediatamente alla verità che Dio è onnipotente, che ha fatto quello che ha voluto e che farà quello che vorrà. Meno vi capisco, più vi credo e più ne sento devozione.

Sia Egli per sempre benedetto! Amen.

 

 

34

 

(1572)

 

Se nostro Signore non mi avesse accordato tante grazie, mi sembra che non avrei mai avuto né il coraggio d'intraprendere le opere che si sono fatte, né la forza di sopportare i travagli, le critiche e le contraddizioni che ho sofferto. Dopo incominciate le fondazioni, svanirono anche i timori che prima avevo di essere ingannata, rimanendomi così sicura dell'azione di Dio da mettermi a far cose difficili, sempre, s'intende, sotto consiglio ed obbedienza.

Il Signore, nella sua misericordia, volendo ricondurre il nostro Ordine al suo primitivo fervore, si degnò di servirsi di me. E perché la cosa sortisse il suo effetto, dovette darmi le qualità che mi mancavano, e mi mancavano tutte. Ma più era vile lo strumento, più si manifestava la sua grandezza.

 

 

35

 

Incarnazione di Avila (18 Novembre 1572)

 

Il secondo anno del mio priorato all'Incarnazione, il giorno dell'ottava di S. Martino, mentre mi accostavo alla comunione, il P. fr. Giovanni della Croce,[49] stando per comunicarmi, divise in due la sacra ostia per farne parte a un'altra sorella. Mi venne subito da pensare che ciò facesse non per mancanza di particole ma per mortificarmi, perché gli avevo detto che gradivo molto le ostie grandi, quantunque sapessi che ciò non importa, perché il Signore è tutto intero anche in una minima particella. Ed ecco che Sua Maestà, volendomi far comprendere che ciò appunto non importa, mi disse queste parole: «Non aver paura, figliola! Nessuno ti potrà separare da me!». Poi mi si rappresentò nel più intimo dell'anima per via di visione immaginaria, come già altre volte, mi porse la destra e mi disse: «Guarda questo chiodo: è segno che da oggi in poi tu sarai mia sposa. Finora questa grazia non l'avevi meritata; ma d’ora innanzi tu avrai cura del mio onore non solo perché sono tuo Dio, tuo Re e tuo Creatore, ma anche perché tu sei mia vera sposa. Il mio onore è tuo, e il tuo è mio».

Ne ebbi tanta impressione che rimasi come fuori me; e presa da una specie di delirio supplicai il Signore o di trasformare la mia miseria o di non concedermi più tante grazie, per sembrarmi che la mia natura non le potesse sostenere. E rimasi assorta tutto il giorno.

In seguito mi sono sentita con grandi vantaggi e con maggior confusione e dolore nel constatare di non saper rispondere in nulla a così grandi favori.

 

 

36

 

(1572)

 

Un altro giorno il Signore mi disse: «Credi forse Figliola, che il merito consista nel godere? No, ma nell'operare, nel patire e nell'amare. Non avrai sentito dire che S. Paolo abbia goduto le dolcezze del cielo più di una volta, ma bensì che abbia molte volte patito. Considera la mia vita che fu una sofferenza continua. Non vi troverai, che una gioia: quella del Tabor. Quando contempli mia Madre tenermi fra le braccia, non pensare che Ella abbia goduto tanto bene senza grave tormento, perché quando udì la profezia di Simeone, il Padre mio le dette la più completa cognizione di quanto io avrei sofferto. Guidati da Dio, i grandi santi che vissero nei deserti si dettero alle più rudi penitenze, senza contare le terribili lotte che dovettero sostenere col demonio e con se stessi, tanto da passare lunghi periodi senza alcuna interna consolazione. Credimi, figliola: più mio Padre ama un'anima, più le invia tribolazioni. Anzi queste sono la misura del suo amore. Del resto, in che modo ti potrei mostrare maggior amore, se non volendo per te quello che io ho voluto per me? Considera queste piaghe che i tuoi dolori non arriveranno mai ad eguagliare. In questo è il cammino della verità. Quando te ne sarai persuasa, potrai meglio aiutarmi a piangere sulla rovina a cui vanno incontro i mondani, i cui pensieri, cure e desideri sono tutti per la ricerca del contrario».

Mi ero messa in orazione con un mal di testa così forte che mi pareva impossibile pregare. Perciò il Signore soggiunse: «Poiché la tua salute non ti permetteva di parlare con me, sono venuto io stesso a intrattenermi con te e a consolarti. Ecco la ricompensa dei patimenti!».

Rimasi raccolta poco meno di un'ora e mezza, nel qual tempo mi disse le cose che ho riferito ed altre ancora, senza che alcuna distrazione m'importunasse. Non sapevo neppur io dove fossi, inondata di una gioia così intensa che mi è impossibile descrivere. Con mia grande meraviglia mi trovai con la testa guarita e con vivissimi desideri di patire.

A dir vero, non ho mai sentito dire che nostro Signore e S. Paolo abbiano avuto altre gioie nella loro vita fuorché in quelle uniche circostanze.

Inoltre il Signore mi disse di tenere sempre innanzi le parole da Lui rivolte ai suoi Apostoli: «Il servo non è da più del padrone».[50]

 

 

37

 

(1573)

 

Vidi una gran tempesta di contraddizioni: saremmo stati perseguitati come i figli d'Israele dagli Egiziani, ma Dio ci avrebbe fatto passare il mare a piedi asciutti, mentre i nostri nemici sarebbero stati travolti dalle onde.[51]

 

 

38

 

Beas (1575)

 

Un giorno, trovandomi nel monastero di Beas, il Signore mi disse che potevo fargli delle domande, perché essendo io sua sposa, me le avrebbe esaudite. E in pegno di questo mi presentò e mise al dito uno splendido anello, ornato d'una pietra preziosa che pareva ametista, ma d'uno splendore assai diverso dalle nostre.

Scrivo questo fatto a mia confusione, per vedere da una parte la grande bontà di Dio e dall'altra la miseria della mia vita che mi ha meritato di esser già all'inferno.

Ah! figliole mie, raccomandatemi al Signore e siate devote di S. Giuseppe che può molto. Scrivo questa sciocchezza...[52]

 

 

39

 

Ecija (23 Maggio 1575)[53]

 

Gesù - Un giorno di Pentecoste, una persona, trovandosi in Ecija, si ricordò di una grande grazia ricevuta da nostro Signore una vigilia di detta festa, e desiderando di far per Lui qualche cosa di straordinario, credette bene di obbligarsi con voto, per tutto il tempo di sua vita, a non nascondere nulla, sia di mancanze che di peccati, a un certo confessore che le faceva le veci di Dio; obbligazione che con gli altri Superiori non si ha. Quella persona aveva già fatto voto di obbedienza, ma questo le pareva più perfetto perché intendeva obbligarsi anche a quanto egli le avrebbe detto: sempre s'intende in cose gravi e non contrarie all'obbedienza a cui era già obbligata. E ciò fece, nonostante che in principio ne sentisse ripugnanza.

Il primo motivo a determinarla fu il desiderio di fare qualche cosa in onore dello Spirito Santo, e il secondo, che tenendo quel confessore per un gran servo di Dio e buon teologo, sperava di averne lume per la propria anima e aiuti per meglio servire il Signore.

Il confessore non ebbe conoscenza della promessa se non dopo alcuni giorni. Si chiama Padre fra Girolamo Gracían della Madre di Dio.

 

 

40

 

Beas (Aprile 1575)

 

Nel mese di aprile del 1575, trovandomi alla fondazione di Beas, venne là il Maestro fra Girolamo Gracían della Madre di Dio.[54] Andai qualche volta a confessarmi da lui, ma senza pensare di mettermi sotto la sua direzione, né di prendermelo a confessore ordinario in luogo di quelli che già avevo. Or un giorno, mentre stavo mangiando senza alcun interno raccoglimento, la mia anima cominciò a sospendersi e a raccogliersi. Pensai che stesse per venire un rapimento. Ed ecco che rapidamente, come di solito, mi si presentò questa visione, a guisa di lampo. Mi sembrò di vedermi vicino nostro Signore Gesù Cristo nella maniera in cui suole apparirmi: alla sua destra aveva il P. Graciàn e io alla sinistra. Il Signore ci prese le destre, le unì insieme e mi disse di prendere quel padre in luogo suo per tutto il tempo di mia vita e di andar d'accordo con lui in ogni cosa perché Egli lo voleva e così conveniva.

Benché fossi sicurissima che ciò era da Dio, tuttavia pensando ai due confessori che tenevo da molto tempo ai quali avevo sempre obbedito ed ero molto obbligata, non mi sapevo risolvere, specialmente per riguardo di uno a cui mi pareva di far torto, per l'affetto e la grande venerazione che gli portavo.

Malgrado tutto, mi persuasi che il cambiamento conveniva, avendone subito un certo senso di sollievo, giacché finivo di trovarmi ad ogni istante con persone di diverso parere, alcune delle quali, non intendendomi, mi facevano molto soffrire.

Devo dire, però, che per questo solo motivo non ho mai lasciato alcun confessore, perché mi sembrava che il difetto fosse solo da me. Attendevo il momento che io o essi cambiassimo di luogo.

Per altre due volte, e in termini diversi, il Signor mi disse di non temere perché me lo dava Lui stesso onde mi risolvetti ad obbedire, proponendo da parte mia di andare innanzi così fino al termine della vita, fedele in tutto al suo parere, purché non apertamente contrario alla legge di Dio. Ma questo non avverrà mai, ne sono certa, perché, a quanto ho capito da certe cose, credo che anch'egli abbia emesso il mio medesimo proposito di far sempre il più perfetto.

Rimasi con tanta pace e consolazione da meravigliarmene molto, convinta, una volta di più, che così fosse il volere di Dio, non parendomi possibile che tanta tranquillità di anima provenisse dal demonio. Rimasi in tale stato che non so dire. Ogni qualvolta me ne sovvengo, rendo grazie al Signore e ricordo il versetto che dice: «Qui posuit fines suos pacem»,[55] desiderosa di disfarmi tutta nel dar lodi a Dio.

Credo che questo contribuirà alla sua gloria, per cui torno a proporre di non più cambiare.

 

 

41

 

Ecija (23 Maggio 1575)

 

Dopo questa risoluzione, il secondo giorno di Pentecoste, mentre mi recavo a Siviglia, passammo la siesta in un romitorio di Ecija, dove avevamo ascoltato la Messa. Le mie compagne erano nel romitorio, e io sola in sacrestia. Cominciai a pensare alla grande grazia che lo Spirito Santo mi aveva fatto una vigilia di Pentecoste[56] e mi venne un ardente desiderio di rendergli qualche servizio speciale. Ma non trovai nulla che non avessi già fatto. Pensai allora che il voto di obbedienza già emesso poteva essere osservato con maggiore perfezione, sino a immaginarmi che lo Spirito Santo avrebbe molto gradito che io mi obbligassi con voto a obbedire al P. fr. Girolamo Graciàn, come avevo promesso. Ma se da una parte questo mi sembrava da nulla, dall’altra mi appariva assai pesante per la ragione che il proprio interno ai Prelati non si scopre mai, senza poi dire che essi dopo un poco cambiano per lasciare il posto ad altri, con la conseguente possibilità che con qualcuno non ci si trovi bene, per cui si rimane tutta la vita senza alcuna libertà interna ed esterna.

Questa prospettiva mi ripugnava alquanto, anzi moltissimo. Nondimeno, innanzi alla resistenza che la mia volontà vi opponeva, mi sentivo prendere da confusione, parendomi che vi fosse qualcosa che mi rifiutassi di fare per amor di Dio: ciò che ho sempre cercato di evitare. La mia angoscia era tale che, eccettuato il momento in cui lasciai la casa di mio padre per farmi monaca, non credo che alcun altro istante di mia vita mi sia stato tanto doloroso, neppure quello della professione. E ciò perché riguardavo quel Padre come uno qualunque, non pensando all'affezione che gli portavo, né alle sue belle qualità, ma solo a far cosa gradita allo Spirito Santo.

La mia indecisione dipendeva dal non sapere se quella promessa fosse o no di servizio di Dio. Ma dopo un po' di lotta, il Signore m'infuse nell'anima una grande fiducia. Era per lo Spirito Santo che facevo quel voto, e mi pareva che il divino Spirito dovesse essere obbligato a dar luce a quel Padre affinché egli la compartisse a me. Inoltre ricordavo che me l'aveva già dato per guida Gesù Cristo stesso Signor nostro, per cui mi posi in ginocchio e promisi di fare, per tutta la vita, ciò che quel Padre mi avrebbe detto, purché non in contrario a Dio o ai comandi di quei Prelati a cui ero obbligata ad obbedire. Per evitare scrupoli, intesi di vincolarmi solo per cose gravi, non per certe bagatelle in cui l'obbedienza è difficile, come sarebbe se innanzi a una mia insistenza egli mi dicesse di non più parlare, o per certe altre cosette di mio o suo vantaggio. Scientemente, però, non gli avrei nascosto alcun difetto o peccato, ma l'avrei tenuto come vicegerente di Dio, tanto per l'interno che per l'esterno: insomma più di quanto si usa fare con gli altri Superiori.

Non so se in questo io abbia acquistato qualche merito, ma mi sembra di aver fatto molto per lo Spirito Santo: almeno tutto quello che dipendeva da me. D'allora in poi rimasi molto tranquilla e serena. Temevo di sentirmi più stretta, e invece mi trovo più libera. Spero molto che per questo mio sacrificio il Signore conceda a quel Padre tante altre grazie, onde egli ne faccia parte a me e mi dia luce in ogni cosa.

Sia benedetto il Signore per aver creato un tal uomo che mi fu di tanta soddisfazione da indurmi a fare questo voto!

 

 

42

 

Siviglia (22 Luglio 1575)

 

Il giorno della Maddalena pensavo all'intimità che dovevo avere con nostro Signore per quello che mi aveva detto di questa sua santa che io desideravo molto di imitare.[57] Allora Sua Maestà mi fece una grande grazia, e mi disse di farmi animo, perché avrei dovuto servirlo più di prima. Mi dette il desiderio di non morire tanto presto per poter lavorare per la sua gloria, lasciandomi con una ferma risoluzione di patire.

 

 

43

 

Siviglia (1575)

 

Mentre un giorno ero profondamente raccolta e pregavo per Eliseo,[58] sentii dirmi così: «È un mio vero figliolo e non mancherò di aiutarlo» o altre parole simili che ora non ricordo bene.

 

 

44

 

Siviglia (9 Agosto 1575)

 

La vigilia di S. Lorenzo, dopo la comunione, mi sentivo così turbata e distratta che, non sapendo cosa fare, cominciai a invidiare coloro che vivono nei deserti, parendomi che essi, non vedendo né intendendo nulla, dovessero andar liberi da tante distrazioni. Intesi allora queste parole: «T’inganni molto, figliola. Le tentazioni del demonio sono là più forti che altrove. Pazienza! Finché si vive, non se ne può fare a meno».

Stando così, mi sentii improvvisamente raccolta. inondata nel mio interno di tanta luce da sembrarmi d'essere trasportata in un altro mondo. Il mio spirito si vide in se stesso come in un boschetto o in un giardino molto delizioso che mi richiamò alla mente ciò che si legge nei Cantici: Veniat Dilectus meus in hortum suum. Vi scorsi il mio Eliseo. Era straordinariamente bello, senza macchia e con in capo una corona di pietre preziose, mentre molte fanciulle camminavano innanzi a lui con in mano delle palme, cantando lodi al Signore. Io non facevo che aprire gli chi per cercare di distrarmi, ma senza riuscirvi. Mi pareva che vi fosse una musica di uccelletti e di angeli che io non percepivo, mentre la mia anima ne godeva immensamente Osservai che di uomini vi era soltanto Eliseo. Mi fu detto: «Egli ha meritato di essere in mezzo a voi. La festa che vedi è quella che egli un giorno stabilirà in onore di mia Madre. Affrettati, se vuoi arrivare dove egli è».

Questa visione mi durò più di un'ora e mezza, senza potermi distrarre per la grande gioia che mi dava: cosa che nelle altre non mi succede mai. Rimasi con maggiore affetto per Eliseo, che ebbi spesso innanzi con quella bellezza.

Temetti che fosse tentazione. Immaginazione non poteva essere.[59]

 

 

45

 

Siviglia (1575)

 

Una volta intesi come il Signore sia in tutte le cose e particolarmente nell’anima. Mi si presentò il paragone di una spugna imbevuta di acqua.

 

 

46

 

Siviglia (Agosto 1575)

 

Dopo il ritorno dei miei fratelli, m'intrattenevo spesso con uno di loro a cui ero molto obbligata,[60] occupandomi della sua anima e dei suoi affari. Ciò mi stancava ed affliggeva, ma ne offrivo la pena al Signore, parendomi di far cosa a cui fossi tenuta. Ma mi sovvenni delle nostre Costituzioni che ci dicono di star lontane dai parenti.[61] E mentre mi chiedevo se fossi obbligata a rompere quei rapporti, il Signore mi disse: «No, figliola, Le vostre regole non hanno altro scopo che d’insegnarvi a vivere secondo le mie leggi».

Infatti, il fine delle Costituzioni è di ottenere che ci distacchiamo dai parenti. Quanto a me, gli intrattenimenti con i congiunti mi sono piuttosto di noia, e non fanno che stancarmi.

 

 

47

 

Siviglia (28 Agosto 1575)

 

Il giorno di S. Agostino, appena dopo la comunione, non so come, mi fu dato d'intendere, anzi quasi di vedere - per una visione intellettuale molto rapida - come le tre Persone della SS. Trinità, che porto impresse nell'anima, siano fra loro una cosa sola. Lo intesi per via di una rappresentazione così elevata e in una luce così chiara che gli effetti ricevuti furono assai diversi da quelli della semplice fede. Me ne venne di non poter pensare a una delle tre divine Persone senza subito intendere che sono insieme tutte e tre. Ed oggi, mentre consideravo perché si fosse incarnato soltanto il Figliolo, dato che le tre divine Persone costituiscono una sola unità, il Signore mi fece intendere che, pur essendo una cosa sola, sono fra loro distinte.

Innanzi a tante meraviglie l'anima torna a desiderare di lasciare l'impaccio di questo corpo che le impedisce d goderne. Benché sembri che la nostra miseria sia incapace d'intendere qualche cosa, tuttavia basta un istante perché l'anima ne ricavi, senza saperne la maniera, un profitto incomparabilmente maggiore di quello che ne ricaverebbe in molti anni di meditazione.

 

 

48

 

Siviglia (8 Settembre 1575)

 

La festa della Natività della Madonna mi è di gioia particolare.

Una volta, al sopraggiungere di questa festa, mi parve buona cosa rinnovare i miei voti. Mentre mi disponevo a farlo, mi si mostrò la Vergine Signora Nostra in visione illuminativa, e mi parve di rinnovare i miei voti nelle sue mani e di vedere che se ne compiaceva. Questa visione mi durò vari giorni: la S. Vergine si tratteneva con me al mio lato sinistro.

 

 

49

 

Siviglia (1575)

 

Un giorno, appena comunicata, mi sembrò veramente che la mia anima si facesse una cosa sola con il sacratissimo corpo del Signore, la cui presenza mi si fece sentire con grandi effetti e vantaggi.

 

 

50

 

Siviglia (1575)

 

Pensavo una volta con dispiacere che forse mi avrebbero mandata a riformare un certo monastero. Ma intesi: «Di che temete? Che potete perdere se non la vita che tante volte mi avete offerta? Io vi aiuterò».

Ciò mi avvenne in tale occasione che ne rimasi molto consolata.[62]

 

 

51

 

Siviglia (1575)

 

Un giorno, essendomi intrattenuta con una certa persona che per amore di Dio aveva rinunciato a molti beni, consideravo che io, non solo non avevo lasciato nulla per Lui, ma non l'avevo neppure servito come avrei dovuto. ricordandomi delle grandi grazie che Egli mi aveva fatto cominciai ad affliggermi profondamente. Ma Egli mi disse «Sai bene l'alleanza che esiste fra me e te. Per essa, ciò che  è mio è tuo. Io ti do tutti i miei dolori e travagli, e con essi puoi pregare mio Padre come se fossero tuoi».

Che noi partecipiamo alle sofferenze di nostro Signore l'avevo inteso altre volte, ma allora lo compresi in ben altro modo, sino a parermi di essere in possesso di grandi ricchezze.

Mi è impossibile descrivere la tenerezza con cui Signore mi fece questa grazia. Mi parve che l'Eterno Padre vi acconsentisse, per cui ora considero i tormenti di nostro Signore sotto un aspetto assai diverso, cioè come beni che mi appartengano; e ne ho grande consolazione.[63]

 

 

52

 

Siviglia (1575)

 

Una volta desideravo di fare qualche cosa in servizio di nostro Signore. Ma pensando al poco che potevo, dissi fra me: Perché volete le mie opere, Signore? Ed Egli «Per vedere la tua volontà, figliola».

 

 

53

 

Siviglia (1575)

 

Una volta il Signore mi aveva spiegato un certo punto, ed ero rimasta assai contenta; ma poco dopo me n'ero talmente scordata che non riuscivo a ricordarmene. Mentre cercavo di richiamarlo, intesi dirmi così: «Sai bene che di quando in quando ti parlo. Non lasciar di scrivere quello che ti dico, perché se a te le mie parole non sono utili, lo possono essere ad altri».

Mi domandai allora se per i miei peccati io dovevo esser utile agli altri, e poi andare perduta. Ma Egli mi rispose: «Non aver paura!».

 

 

54

 

Siviglia (1575)

 

Una volta ero raccolta con la compagnia che porto sempre nell'anima. Dio mi sembrava così presente che mi ricordai di ciò che disse S. Pietro: Tu sei il Cristo, figlio di Dio vivo,[64] perché mi stava vivo nell'anima.

Questa presenza non è come nelle altre visioni: essa fortifica la fede in tal modo da non poter affatto dubitare che la SS. Trinità sia nelle anime nostre per presenza, per potenza e per essenza: verità di grandissimo vantaggio a chi l'intende.

Siccome ero tutta confusa nel vedere sì eccelsa Maestà in una creatura tanto vile come l'anima mia, intesi dirmi così: «Non è vile, figliola, perché è fatta a mia immagine».

Intesi pure qualche cosa per cui Dio si compiace di più delle nostre anime che non delle altre creature; ma sono ragioni così sublimi che non so affatto manifestare, nonostante che l'intelletto le abbia subito comprese.

 

 

55

 

Siviglia (1575)

 

Non avevo pace per la malattia di nostro Padre,[65] e nella mia grande afflizione, un giorno, dopo la comunione, mentre supplicavo il Signore di non privarmi del Padre che mi aveva dato, udii dirmi: «Non aver paura!».

 

 

56

 

Siviglia (1575)

 

Una volta, mentre ero con la presenza delle tre divine Persone che porto nell'anima, Esse mi si fecero vedere in una luce così viva da non avere più alcun dubbio che Dio vivo e vero fosse in me. Intesi delle cose che ora non saprei ripetere, e segnatamente perché si fosse incarnata la Persona del Figlio e non le altre, ma ora non saprei dirne una parola: sono cose che passano nell'anima con tanta segretezza che l'intelletto sembra percepirle alla maniera di una persona addormentata o semisveglia riguardo a quello che le si dica.

Pensando poi alla miseria di questa vita che ci impedisce di stare sempre in quell'ammirabile compagnia, andavo dicendo tra me,: «Signore, datemi qualche mezzo per poterla sopportare!». Ed Egli: «Pensa, figliola, che dopo morte non mi potrai più servire come ora. Mangia per me, dormi per me, quello che fai fallo per me, come se non vivessi più per te, ma solo per me. Così diceva S. Paolo».

 

 

57

 

Siviglia (1575)

 

Un giorno, appena comunicata, mi fu dato d'intendere che il corpo sacratissimo di Cristo viene ricevuto nell'interno dell'anima dallo stesso suo Padre. Compresi chiaramente che le tre divine Persone sono dentro di noi e che il Padre gradisce molto l'offerta che gli facciamo di suo Figlio, perché gli si offre la possibilità di trovare in Lui le sue delizie e le sue compiacenze anche sulla terra. Nell'anima abbiamo soltanto la divinità, non l'umanità[66] perciò l'offerta gli è così cara e preziosa, che ce ne ricompensa con immensi favori.

Compresi pure che il Padre lo riceve in sacrificio anche se il sacerdote è in peccato, salvo che all'infelice non sono concessi i favori come alle anime in grazia. E ciò, non perché manchi al Sacramento la virtù d'influire, dipendendo essa dalla compiacenza con cui il Padre accetta il sacrificio, ma per difetto di chi lo riceve, a quel modo che non è per difetto del sole se i suoi raggi non riverberano quando cadono sulla pece come quando battono sul cristallo. Se ora mi dovessi spiegare, mi farei meglio comprendere. Sono cose che importa molto conoscere. Grandi misteri avvengono nel nostro interno al momento della comunione. Il male è che questi nostri corpi non ce li lasciano godere!

 

 

58

 

Siviglia (1575)

 

Durante l'ottava di tutti i Santi ebbi due o tre giorni di viva angoscia per il ricordo dei miei gravi peccati e per la paura di certe persecuzioni suscitatemi contro da alcune gravi calunnie che mi dovevano molto danneggiare, priva pure del coraggio di cui mi sento ordinariamente animata quando si tratta di patire per Dio.[67] Benché cercassi di animarmi e di fare atti di accettazione pensando al profitto che la mia anima ne avrebbe avuto, tutto mi pareva inutile, e la paura non mi lasciava. La lotta era terribile.

Mi venne allora fra le mani una lettera del mio buon Padre[68] e vi lessi queste parole di S. Paolo: «Dio non permette che siamo tentati più di quello che possiamo so portare».[69] Rimasi molto consolata, ma non del tutto. Anzi, il giorno dopo immensa fu la mia tristezza nel vedermi da lui lontana, sino a parermi di essere in un deserto, senza alcuno a cui rivolgermi. Aggravava il mio dolore la persuasione che nessuno fuor di lui mi potesse consolare, e che tuttavia egli doveva quasi sempre star lontano, per cui soffrivo immensamente.

La sera seguente lessi in un libro un altro detto di S. Paolo e cominciai alquanto a consolarmene. Stando un po' raccolta, mi ricordai del tempo in cui Dio mi era così presente da sembrarmi per davvero il Dio vivo. Mentre in ciò m'intrattenevo, il Signore mi apparve in visione intellettuale nella parte più intima di me stessa, verso il lato del cuore, e mi disse: «Io sono qui, ma voglio che tu veda il poco che puoi fare senza di me».

I miei timori sparirono immediatamente, rimanendomene tranquilla. La sera stessa, a Mattutino, il Signore si posò fra le mie braccia nel modo con cui si dipinge il «Quinto dolore».[70] Ciò mi avvenne in visione intellettuale, ma in forma così distinta da parermi quasi immaginaria, per cui rimasi molto turbata. Ma Egli mi disse: «Non meravigliarti di questo! Mio Padre è unito alla tua anima in un modo incomparabilmente più stretto».

Questa visione mi è rimasta fino ad oggi, mentre quella di nostro Signore, di cui ho parlato più sopra, mi è durata più di un mese. Ora è cessata.

 

 

59

 

Siviglia (Novembre 1575)

 

Una sera ero molto afflitta perché da gran tempo non sapevo nulla del Padre mio,[71] che nell'ultima sua lettera mi aveva detto di non sentirsi tanto bene. Però la pena non era così viva come al primo annunzio del male: come allora non l'ebbi più. Nel frattempo mi ero sentita più fiduciosa. Tuttavia la preoccupazione mi impediva di far orazione. Ed ecco che una luce improvvisa parve diffondersi nel mio interno, in un modo così reale da ben vedervi che non poteva essere un'immaginazione. Vidi il Padre mio venire per la strada tutto allegro e bianco in volto. (La bianchezza del volto doveva dipendere dalla luce che vedevo. Infatti, in cielo mi sembra che siano tutti così, e credo per la luce e la chiarezza che nostro Signore emana da sé). Intesi allora queste parole: «Digli che cominci subito senza paura, perché la vittoria è sua».[72]

Il giorno dopo il suo arrivo, mentre, di sera, ringraziavo il Signore dei numerosi benefici da Lui avuti, udii dirmi così: «Figliola mia, che cosa non ho fatto di quanto finora mi hai chiesto?».

 

 

60

 

Siviglia (1575)[73]

 

Il giorno della presentazione del Breve ero così agitata ed afflitta che non potevo pregare, neppure vocalmente. Erano venuti a dirmi che nostro Padre versava in gran pericolo, che non lo lasciavano più uscire e che il tumulto era grande. Intesi allora queste parole: «O donna di poca fede, calmati, ché le cose van molto bene».

Quello era il giorno della Presentazione di nostra Signora dell'anno 1575, e io promisi, se la SS. Vergine avesse ottenuto da suo Figlio che nostro Padre uscisse libero da quei frati, di pregarlo d'ordinare che nei nostri monasteri di Scalze si celebrasse questa festa con solennità. Quando presi questa risoluzione non ricordavo di aver inteso, in un'altra visione,[74] che nostro Padre doveva stabilire una festa, per cui ora, rileggendo questo quadernetto mi domando se quella doveva essere la festa della Presentazione.[75]

 

 

61

 

Siviglia (1575-1576)

 

Un giorno, essendo in orazione, mi sentii così immersa e inabissata in Dio da sembrarmi che il mondo fosse affatto sparito. Mi fu dato allora d'intendere - e in modo da non potermene scordare - il senso di quel versetto del Magnificat: Et exultavit spiritus.

 

 

62

 

Siviglia (1575-1576)

 

Pensavo una volta al progetto che avevano di distruggere questo monastero di Scalze, e temevo che intendessero, poco per volta, di annientare tutti gli altri. Mi fu detto: «Questo è quello che vogliono, ma non riusciranno Anzi, avverrà tutto il contrario».[76]

 

 

63

 

Toledo (Agosto 1576)

 

Avevo cominciato a confessarmi da un ecclesiastico della città in cui ora mi trovo.[77] Ma egli, nonostante sua buona volontà e la cura che mi aveva dimostrato, dopo aver accettato il governo dell'anima mia non mi veniva più a trovare.

Una sera, mentre ero in orazione e pensavo al danno della sua assenza, intesi che lo tratteneva Dio stesso, perché il bene dell'anima mia richiedeva che trattassi con un altro della medesima città.[78] Ciò mi dispiaceva, sia per dover fare una nuova conoscenza con il timore di non esse compresa e d'averne inquietudine, e sia per l'affetto che portavo a colui che aveva la bontà di dirigermi. Dirò che ogni qualvolta vedevo quell'altro e lo sentivo predicare, ne riportavo una certa gioia spirituale, ma siccome era assai occupato, mi pareva che la cosa fosse alquanto difficile. il Signore mi disse: «Farò in modo che egli ti ascolti e comprenda. Apriti con lui, e ne avrai sollievo nei tuoi travagli». Credo che queste ultime parole si riferissero al gran tormento che allora soffrivo per vedermi lontana da Dio.

Inoltre mi disse che ben vedeva quanto io soffrivo, ma che in questo esilio non poteva essere altrimenti, e che era per il mio meglio. Rimasi molto consolata. Tutto poi è avvenuto secondo la parola del Signore. Quel confessore mi ascolta volentieri, e trova il tempo per farlo. Mi comprese e mi fu di grande consolazione. È un gran santo e teologo.

 

 

64

 

Toledo (21 Novembre 1576)

 

Il giorno della Presentazione, mentre raccomandavo a Dio una certa persona, mi venne di pensare che le ricchezze e la libertà di cui ella godeva potevano essere di ostacolo alla grande santità che io le bramavo, benché insieme pensassi alla sua poca salute e ai grandi lumi che impartiva alle anime. Allora intesi: «Mi serve molto ma è una gran cosa seguirmi nudo del tutto, come sono stato io sulla croce. Digli che confidi in me».

Queste ultime parole si riferivano al pensiero allora avuto: cioè, che per la sua poca salute, non potesse tendere a tanta perfezione.

 

 

65

 

Toledo (1576)

 

Pensavo un giorno alla pena che provavo nel mangiar di grasso e non poter fare penitenza, quando intesi che ciò, alle volte, è più per amor proprio che per desiderio di mortificazione.[79]

 

 

66

 

Toledo (1576-1577)

 

Una volta, mentre soffrivo amaramente per aver offeso il Signore, sentii dirmi così: «Innanzi a me i tuoi peccati sono come se non fossero. Fatti animo per l'avvenire, perché le tue fatiche non sono ancora finite».

 

 

67

 

S. Giuseppe di Avila (6 Giugno 1579)

 

La vigilia di Pentecoste mi trovavo a S. Giuseppe Avila nel romitaggio di Nazaret e pensavo a una grande grazia che il Signore mi aveva fatto in quel giorno circa vent'anni prima,[80] quando fui assalita da un gran trasporto e fervore di spirito che mi fece uscire dai sensi. In quel profondo raccoglimento intesi da nostro Signore quanto ora riferisco. Dovevo dire da parte sua ai Padri carmelitani scalzi che procurassero di osservare quattro cose: finché le avessero osservate, l'Ordine sarebbe andato progredendo, mentre in caso contrario sarebbero venuti meno al loro principio Primo: che i capi andassero d'accordo. Secondo: che avessero pure molte case, ma in ciascuna pochi religiosi. Terzo che trattassero poco con i secolari, e questo a profitto delle anime loro. Quarto: che insegnassero più con le opere che con le parole.

Questo avvenne nel 1579, e perché è esatta verità vi appongo il mio nome: Teresa di Gesù.[81]

 

 



[1] Sembra che sia diretta al P. Pietro Ibañez, 0. P.

[2] Era allora il P. Baldassarre Alvarez.

[3] Sembra che la diriga al P. Ibañez. Ha molti punti di contatto con il capitolo 34 della Vita, dal quale si apprende che si trovava con donna Luisa de la Cerda a Toledo per ordine del Provinciale, che ve l'aveva mandata per consolare quella dama in occasione della morte di suo marito.

[4] Allude alla vita che era costretta a condurre nel palazzo principesco di donna Luisa de la Cerda, presso la quale stette i primi sei mesi del 1562.

[5] Diretta al P. Garcia de Toledo o al P. Bañez.

[6] Allude alla fondazione del monastero di S. Giuseppe.

[7] Gal 2,20.

[8] P. Pietro Ibañez.

[9] Religioso domenicano, nato nel 1497 e morto santamente nel 1566. Era uno dei più grandi teologi del suo tempo, professore a Salamanca e ad Alcalá. Soleva dire di lui il P. Bañez che «il solo suo nome opprimeva anche i più dotti».

[10] È diretta al P. Rodrigo Alvarez. - La Santa, mentre era a Siviglia, dovette congedare una novizia, la quale per vendicarsi del licenziamento, l'accusò all'Inquisizione come infetta di eresia. L'accusa fu accolta, e ad agire in nome di quel tribunale vennero designati il P. Rodrigo Alvarez e il P. Henriquez. In questa circostanza la Santa, dovendo dar conto delle sue disposizioni interiori, stese la presente relazione, nella quale, come le era stato ingiunto, va pure numerando i teologi che hanno approvato il suo spirito. L'autografo di questa relazione si venera presso i Carmelitani Scalzi di Caprarola (Viterbo).

[11] Da Avila.

[12] I quattro assistenti sono coloro che formano con il Generale il consiglio supremo dell’Ordine.

[13] Fra questi si ricordano il P. Domenech a Toledo, il P. Enrico Henriquez a Siviglia, il P. Gonzalo Davila, il P. Diego de Cetina e il Ven. Giovanni de Pradanos.

[14] Mons. Francesco Soto de Salazàr, prima canonico di Avila poi Inquisitore a Cordova a Siviglia e a Toledo, indi vescovo di Albarracìn, poi di Segorbe e infine di Salamanca.

[15] Così si ebbe il Cammino di Perfezione.

[16] Don Francesco Mena, discepolo del P. de Medina all'Università di Salamanca, così testifica nei processi di Avila: P. de Medina era molto contrario alla S. Madre, tanto da condannarla pubblicamente dalla cattedra come una donna vagabonda che avrebbe fatto meglio a star in convento a pregare e a filare. La Santa, ave dolo saputo, volle parlare con lui per manifestargli il suo intera e il fine delle fondazioni che faceva. Da quel momento P. de Medina cambiò di parere, parlandone poi dalla cattedra in questo modo: «Signori, giorni fa ho detto alcune frasi sconsiderate a carico di una religiosa che fonda monasteri di monache Scalze. Ma avendo trattato con lei, posso dire che ha lo spirito di Dio e che cammina per buona strada».

[17] Si tratta del libro della Vita che il P. Bañez presentò all'Inquisizione per prenderne le difese.

[18] Tratta dell'orazione soprannaturale e delle sue varie manifestazioni: sonno delle potenze, unione, rapimenti, ratti, voli di spirito, impeti, ferita di amore e visione delle Tre divine Persone... È come un sunto di tutti i suoi trattati di orazione. Si dirige al P. Rodrigo Alvarez, non più come Inquisitore, ma come suo Padre spirituale, e perciò con maggiore confidenza.

[19] Intelletto e memoria.

[20] S. Francesco Borgia.

[21] Gli scrittori di mistica distinguono il primo con il nome di estasi per riservare quello di rapimento al fenomeno che qui la Santa chiama ratto.

[22] Ha parlato di queste cose nei capitoli 18, 20, 21 della Vita.

[23] La Santa esce allora nel grido: «Muoio perché non muoio» (vedi poesie).

[24] In una lettera del 12 settembre 1568.

[25] Allude al P. Rodrigo Alvarez e al P. Diego de Acosta, provinciale dei Gesuiti di Andalusia.

[26] Diretta a don Alfonso Velazquez, vescovo di Osma, già suo confessore a Toledo. (Cf Fondazioni, cap. 30). L'autografo di questa relazione si conserva a Madrid nel monastero delle Carmelitane Scalze di S. Anna.

[27] Cf Fondazioni, cap. 29. Allude all'acquisto di una casa che sarebbe stata inadatta.

[28] P. Domenico Bañez, domenicano come il P. Medina. I Gesuiti potrebbero essere i PP. Baldassare Alvarez e Girolamo Ripalda.

[29] Si desume dai suoi scritti che vide in cielo l'anima di suo padre, di sua madre e di suo fratello Lorenzo. Nell'autografo questo brano è scritto in margine.

[30] Per noi, che non conosciamo il fatto a cui la Santa si riferisce, queste parole sono molto oscure; ma tali non dovevano essere per il Vescovo di Osma.

[31] «Et ad eum veniemus et mansionem apud eum faciemus: E verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (Gv 14,23).

[32] Questa Relazione, che si conserva autografa nel monastero delle Carmelitane Scalze di Medina del Campo, contiene la cosiddetta «Cifra della morte» della Santa. Proponiamo per la prima volta quella che potrebbe esserne la chiave. Il tempo di partenza non è l'anno 1569, in cui scrive, ma il 1560: sta infatti giocando su d'una corrispondenza di tempi nella sua vita («erano passati», scrive, e non «sono passati»). In pratica: 45 anni; aveva «allora» superato di 12 quelli del Signore. Siamo nel 1560, dal quale sino alla morte decorreranno i 21 che ancora mancano, 21 anni abbondanti, prendendo come punto di riferimento il 17 novembre di quell'anno. Sicché, stando a lei, vive 33 anni in perfetta fedeltà al Signore. Vede cioè fedeli i 12 anni precedenti al 1560, a partire quindi dal 1548; mentre quelli dalla professione (1536) ad allora li ha vissuti per lei, ma non per sua volontà. I suoi anni quindi appaiono su per giù così segnati: giovinezza 1515-1536, e sono 21; poi 12 «per lei», sino al 1548; dai 33 che passeranno, 12 «erano passati» sino al 1560, allorché supera di 12 quelli del Signore; i 21 mancanti segnano la fedeltà assoluta ed immutata del suo amore e della sua unione coniugale a Cristo: «Io per te e tu per me. Vita».

[33] Cf. Fondazioni, cap. 15. Si trattava di dare il patronato della cappella maggiore, con l'inerente diritto di sepoltura, alla famiglia Alvarez di Toledo che non era di sangue illustre, benché molto pia e virtuosa.

[34] Cf Vita, cap. 34.

[35] L'autografo di questa relazione si conserva nel monastero delle Carmelitane Scalze di S. Egidio in Roma. Sembra che sia diretta al P. Martino Gutierrez, rettore dei Gesuiti di Salamanca, suo confessore.

[36] Cf Castello Interiore, Mans. VI, cap. 11, dove è pure pubblicata la canzoncina di cui si parla.

[37] Allude alla profezia di Simeone: Et tuam ipsius animam pertransibit gladius. (Lc 2,35).

[38] È il pio gentiluomo (suo lontano parente) di cui tanto si parla nella Vita. Cf cap. 23,6. Dopo la morte della moglie aveva preso gli Ordini sacri.

[39] Suo fratello Agostino da Ahumada recatosi in America in cerca di fortuna.

[40] Cf Avvisi e scritti vari, n. 4.

[41] Cf Fondazioni, cap. 28.

[42] Venga il mio Diletto nel suo giardino e mangi il frutto dei pomi suoi. (Ct. 5,1).

[43] L'antico Cerimoniale dell'Ordine prescriveva ogni sera il canto della «Salve Regina» dopo la recita di compieta. (Cf Ordinaire de l'Ordre de Notre-Dame du Mont-Carmel par Sibert de Beka pubblicato nel 1910 dal P. Zimmerman, pag. 28).

[44] Donna Maria de Velasco y Aragòn, contessa di Osorno. L'immagine di cui si parla si venera oggi in S. Giuseppe di Avila.

[45] In memoria di questo fatto, ogni anno, alla vigilia di San Sebastiano, le religiose dell'Incarnazione cantano compieta con grande solennità. Il seggio occupato dalla Madonna si conserva ancora.

[46] Racconta S. Matteo (21, 17) che Gesù, dopo il suo ingresso trionfale in Gerusalemme, andò a pernottare a Betania, probabilmente in casa di Marta e Maria, lontano da Gerusalemme quasi tre chilometri. In quel giorno S. Teresa accompagnava il Signore col pensiero e non usava mangiare che verso le tre del pomeriggio, dopo aver fatto parte del suo pranzo con un povero, intendendo così di rifocillare lo stesso divino Abbandonato. Ad imitazione della Santa nel giorno, delle Palme si usa fare qualche cosa di simile in molti monasteri e conventi dell'Ordine.

[47] P. Gregorio di S. Giuseppe crede che questa relazione sia diretta a S. Giovanni della Croce, confessore all'Incarnazione.

[48] Per comprendere queste parole bisogna ricordare ciò che scrive Yepes al cap. 19, libro I, della Vida, dove dice che la Santa, invidiando molto l'amore che Gesù Cristo ebbe per la Maddalena, si sentì dire, nella festa di quella Santa: «Tenevo lei per amica quando ero sulla terra; ora che sono in cielo tengo te».

[49] S. Giovanni della Croce era confessore del monastero, chiesto dalla stessa Santa al Visitatore Apostolico per il bene di quelle religiose, molte delle quali, volendo cominciare una nuova vita, desideravano d'essere guidate nella via dell'orazione. S. Giovanni vi risiedeva permanentemente con il P. Germano [in una casetta attigua al monastero].

[50] Non est servus maior Domino suo (Gv 13,16)

[51] Queste parole furono scritte quattro anni prima che la grande tempesta si scatenasse. Alludono alla persecuzione che la Riforma Teresiana dovette sostenere e dalla quale uscì vittoriosa. (Cf Fondazioni, cap. 28).

[52] Incompleta.

[53] Questa e le due seguenti sono relazioni successive del cosiddetto «voto di obbedienza» della Santa: la prima è un abbozzo, le altre due contengono la stesura completa.

L'autografo della relazione 39ª è stato scoperto recentemente nella chiesa dei Carmelitani Scalzi di Puebla (Messico). Delle altre due, 40ª e 41ª, si conservano due autografi con due redazioni varianti: il primo si trova presso le Carmelitane Scalze di Consuegra (Spagna); il secondo, nel monastero della Carmelitane Scalze di Chichester (Inghilterra). Noi riportiamo soltanto il testo di Consuegra, che originariamente ebbe questa iscrizione: «Cosa riguardante la mia anima e coscienza. Nessuno la legga, quantunque muoia, ma la dia al Padre Maestro Graciàn». Cf fr. tomas de la cruz, Ephemerides Carmeliticae, XV (1964), Teresianum, Roma, pp. 155-176.

[54] Cf Fondazioni, cap. 22.

[55] Stabilì nella pace i suoi confini (Sal 147,

[56] Cf Vita, cap. 38.

[57] Cf Relazione, 32

[58] Con questo pseudonimo la Santa designava smesso P. Graciàn.

[59] In nota a questa relazione il P. Graciàn scrive (Dial. XV) «Io credo che questa sia stata un'illusione del demonio, sapendo troppo bene come la mia vita spirituale differisca da quella della santa Madre Teresa. Ciò che con sicurezza posso dire è che nessuno ha desiderato come me il bene e il profitto spirituale delle Carmelitane Scalze, nessuno ha sofferto come me per mantenerle nella osservanza stabilita dalla santa Madre e per impedire che i Prelati, miei successori, vi apportassero cambiamenti. Quanto alla festa della Beata Vergine, credo che si riferisca a ciò che ho fatto per introdurre nei conventi la solennità della Presentazione di nostra Signora in ricordo della grazia che Dio mi ha accordato quando ho presentato il Breve ai Carmelitani Calzati di Siviglia» (Cf Relazione, 60).

[60] Suo fratello Lorenzo, tornato dall'America con Pietro de Ahumada e i figli Francesco, Lorenzo e Teresita. (Cf Fondaz., cap. 25).

[61] Si legge nelle Costituzioni delle Carmelitane Scalze (Della Clausura): «Si astengano più che potranno dal trattare con i parenti, perché, pur prescindendo dal fatto che i loro negozi ci impressionano molto, è ben difficile che, parlando con essi, non si mescoli qualche cosa di mondo».

[62] Si tratta del monastero delle Carmelitane Calzate di Paterna, a riformare le quali furono appunto inviate tre religiose di Siviglia. L'opera intrapresa fu molto difficile, e le povere religiose dovettero soffrire non poco. Vi rimasero un anno intero in mezzo a contraddizioni continue: non si voleva dar loro da mangiare; male parole da ogni parte; e una notte per salvarsi dovettero chiudersi in cella, minacciate di morte dalle ribelli. Ma queste, finalmente, vinte dalla pazienza con cui le pie religiose sopportavano ogni affronto discesero a più miti consigli, abbandonando gli abusi che aveva indotto il P. Graciàn a ricorrere a questo espediente.

[63] Cf Mansioni, VI cap. 5, dove parla di questa medesima grazia. La M. Maria Battista, nelle deposizioni di Valladolid, dopo aver narrato questo favore, continua: «La sera di una festa d SS. Sacramento la nostra Santa vide uscire dall'ostensorio Gesù Cristo, e avanzarsi verso di lei molto stanco e con la testa grondante sangue. E le disse che a trattarlo in quel modo erano stati i capi della sua Chiesa».

«Un giorno aveva omesso di dire una certa cosa al confessare. Non so il motivo per cui l'abbia taciuta e neppure se sia stato un difetto. Fatto sta che il Signore le disse di non farlo più, perché quello era segno che, se l'avesse potuto, l'avrebbe nascosto anche a Lui».

[64] Tu es Christus, Filius Dei vivi (Mt 16,16).

[65] P. Girolamo Graciàn.

[66] Parla dell'anima in grazia. Ora, l'anima per la grazia santificante diviene partecipe della natura divina: Divinae consortes naturae (2Pt 1,4) il ritrovo e la sede della Triade Augusta: Ad eum veniemus et mansionem apud eum faciemus (Gv 14,23). In questo senso ha ragione la Santa di dire che Abbiamo nell'anima soltanto la divinità. L'Umanità di Cristo viene in noi solo al momento della comunione e vi rimane finché durano le specie eucaristiche. Bello quindi il pensiero della Santa che ci mostra il Padre godere tutte le volte che mediante la comunione gli diamo la possibilità d'incontrarsi col suo Figlio incarnato anche su questa terra, entro le nostra anime.

[67] Allude alle calunnie sparse dalla novizia che ella aveva dovuto congedare e dalla quale fu accusata all'Inquisizione come appartenente alla setta degli Illuminati. (Cf Relazione 4).

[68] P. Girolamo Graciàn.

[69] Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis (1Cor 10,13).

[70] En la quinta Angustia. Così si chiamano in Andalusia i dolori della Madonna. Propriamente la Santa si riferirebbe non al quinto dolore, ma al sesto.

[71] P. Girolamo Graciàn.

[72] Il P. Girolamo Graciàn nella Peregrinación de Anastasio (Dialogo, XVI), citata la presente relazione, soggiunge: «Questo accadde quando venivo a Siviglia per presentare ai Calzati di Andalusia il Breve del Nunzio Ormaneto e le lettere del Re che mi costituivano loro visitatore. Ero stato ammalato, ma non gravemente».

[73] Il P. Graciàn, nominato visitatore apostolico dei Carmelitani Calzati di Andalusia, si era recato a Siviglia per presentare a quei Padri il Breve di nomina e dar principio alla visita. Si legge nella Peregrinación: «Quando presentai il Breve ai Carmelitani Calzati d Siviglia, essi rifiutarono di obbedire, e io li dichiarai scomunicati Allora essi uscirono di Capitolo in tumulto, e facendo grande strepito chiusero le porte del convento. Credetti di non potermi salvare Ma trovai la maniera di mandare un messaggio all'Arcivescovo, il quale inviò subito chi mi aprisse le porte, e me ne uscii libero».

[74] Cf Relazione 44

[75] Anche oggi nell'Ordine dei Carmelitani Scalzi la festa della Presentazione di Maria SS. al tempio (21 novembre) si celebra con rito doppio di seconda classe.

[76] Sembra che alluda alle decisioni del Capitolo Generale che l'Ordine aveva tenuto in Piacenza nel 1575 per opporsi, fra l'altro al propagarsi della Riforma.

[77] P. Diego Yepes dell'Ordine di S. Girolamo e più tardi scovo di Tarazona, autore di una vita della Santa. Morì a Tarazona il 7 maggio 1613 a 83 anni di età. Si dice che S. Teresa gli sia apparsa, avvisandolo della sua prossima morte.

[78] Dottor Alfonso Velazquez, poi vescovo di Osma. (Cf Fondazione, cap. 30).

[79] Per le sue continue infermità, che in quel tempo si erano fatte più gravi, i medici le avevano ordinato di mangiar carne, ma ella volle prima il permesso del confessore. (Cf Inform. de Madrid - Suor Maria della Natività).

[80] Cf Vita, cap. 38.

[81] L'ordine dei Carmelitani Scalzi accettò questi avvisi con rispetto e riconoscenza. Li volle inseriti nelle sue Costituzioni, e qualche provincia dell'Ordine, come nella veneta, si leggono ogni settimana in refettorio dopo la lettura della Regola.

 

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