2_Romano Guardini - La Coscienza

Romano Guardini

 

La coscienza

(Das gute das Gewissen und die Sammlung)

 

 

 

PREFAZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA

 

 

Questo piccolo libro è uno scritto pratico, non teoretico. Esso non vuole discutere filosoficamente l’essenza della coscienza del bene, bensì intervenire in aiuto della coscienza cristiana nella lotta intorno ai fondamenti della vita morale, quale è determinata dalla situazione spirituale in Germania.

Lotta: ma chi sono i nemici?

È in primo luogo Kant e lo spirito da lui suscitato che esige l’autonomia assoluta della coscienza ed afferma che il cristiano non è una personalità morale nel vero senso, piuttosto invece è eteronomo perché egli sottopone la sua coscienza al volere di Dio... È poi il Nietzsche che assurge a potenza sempre più vigorosa. Egli esige l’assoluta creatività della personalità morale. Il cristiano, egli afferma, ha solo una morale esecutiva che è condannata all’infecondità; una morale da schiavo che lo esclude dall’ esistenza veramente grande e degna... È il bolscevismo che soffoca lo spirito vivente, e distrugge la libera personalità nella compagine del collettivo e nel processo della storia, umiliandola a mero organo per la realizzazione di necessità superindividuali. Ed esso, poi, ritiene il cristiano un individualista pieno d’egoismo, un fantasioso che si abbandona a realtà incontrollabili e trascura in tal modo l’unica realtà. Ed altri ancora si potrebbero nominare.

Di fronte a costoro, questo libro vuol mostrare quale forte indipendenza e profonda iniziativa presenti la morale cristiana; quanto grandi siano le sue possibilità creative, con quanto senso di realtà essa stia di fronte alle cose. Esso pertanto vuoi animare la coscienza cristiana ed ispirarle fiducia nella sua forza. Il lettore dovrà dunque intendere il libretto in questa prospettiva di lotta e di aiuto: non come una trattazione scientifica, bensì come una parola veniente dalla vita per la vita. Come una parola indirizzata agli uomini d’oggi, in cerca ed in lotta, per ispirar loro forza contro determinati avversari; non quindi come un trattato morale o teologico sulla natura della coscienza.

Sembra che il libretto, con questa intenzione, non abbia fatto in Germania un cattivo servizio. Così può essere giustificata la speranza che non risulti inutile nelle discussioni del pensiero italiano, in cui lo introduce l’amichevole fatica del traduttore.

 

Romano Guardini

 

Questi pensieri vennero svolti originariamente in forma di conferenza. Vorrei perciò lasciar loro la forma dell’allocuzione diretta; e quindi anche il chiarimento loro premesso.

 

 

 

INTRODUZIONE

Ci siamo radunati per parlare di alcuni problemi fondamentali della nostra esistenza personale. Prima però di entrare in argomento vorrei fare alcune osservazioni.

Mi sia lecito dire che questo nostro conversare intorno a tali cose, dev’esser qualcosa di diverso da una solita conferenza. Non vogliate vedere in ciò presunzione di sorta; non pretendo di fare più di colui, che espone onestamente quello che sa. Ma si tratta invece di diversità sostanziale.

È naturale che uno comunichi ad altri quello che crede di sapere. A tal fine quello che si esige da lui è che sappia veramente ed esponga con chiarezza quello che sa. Chi ascolta poi dev’esser disposto ad ascoltare, a discutere e ad imparare, con mente attenta e con animo schietto.

C’è anche un altro modo di parlare: quando uno dice non soltanto quello che sa, ma quello di cui è personalmente convinto; convinto nel senso specifico, profondo di questa parola. Egli dice dunque delle cose, delle quali si può essere veramente «investiti», delle verità che toccano da vicino. In questa convinzione è entrata la persona vivente; altrimenti non si potrebbe parlar di convinzione. Perciò, quando il discorso è di tal natura, da chi parla si esige che la sua persona si tra sfonda veramente nella parola; dall’uditore invece che sappia di esser messo di fronte ad una parola personale e che egli stesso prenda un atteggiamento personale, abbia cioè rispetto e disposizione a discutere seriamente.

Più in là ancora vi è finalmente un terzo modo di parlare: quando uno dice non soltanto quello che sa; parla non soltanto di quello che forma la sua convinzione; ma parla di «ciò che dobbiamo fare». In questa cosa si tratta del destino umano; di ciò che trova la sua ultima espressione religiosa nella parola: la salvezza dell’anima. Un tal parlare non basta che sia fatto con serietà e con senso di responsabilità. Per essere veramente alla sua altezza, dev’essere un’intesa tra chi parla e chi ascolta, nel senso che entrambi vogliano veramente trattare assieme di quello «che dobbiamo fare».

Qualche cosa del genere è quello che qui stiamo facendo.

Noi viviamo in un’età devastata. Le cose dello spirito e le cose della salvezza non hanno più una propria sede. Tutto è buttato sulla strada. Ognuno parla, ascolta, scrive e legge di tutto ad ogni istante.

Abbiamo dimenticato che quanto riflette lo spirito è di una nobiltà molto esigente e che il comprenderlo è possibile solo a certe condizioni. Che i diversi interessi del mondo spirituale esigono di volta in volta un diverso modo di parlare e di ascoltare; richiedono uno spazio interiore diverso, nel quale possano svolgersi questo parlare e questo ascoltare.

Viviamo in un tempo, nel quale l’avvilimento dell’onore che spetta allo spirito è diventato una pratica comune, che non impressiona più in modo particolare. Per accorgersene basta dare uno sguardo attento a quanto riguarda l’educazione pubblica, con le sue conferenze, discussioni e riviste e coi suoi giornali; basta osservare l’andazzo seguito nel trattare di cose spirituali, il linguaggio che in ciò si usa... Se vi è un compito di vera formazione, è ben quello di tornare ad erigere in questo caos delle barriere, di tracciare dei confini, di separare ambiente da ambiente, di distinguere gradi gerarchici degli spiriti, di far sentire quello che di volta in volta è richiesto da chi vuol cogliere qualche cosa di spirituale.

Ebbene, un po’ di siffatta riflessione e di quest’ordine dovrebb’essere il frutto di queste parole introduttive.

Qui non si tratta di una conferenza che esponga ciò che si sa ad uditori disposti ad imparare. Non si tratta nemmeno di sostenere una convinzione davanti ad uomini disposti ad ascoltarla rispettosamente e a discuterla. Si tratta piuttosto di scambiarsi, uniti nella medesima preoccupazione per la nostra più intima esistenza, una parola su problemi che riguardano appunto questa esistenza e la sua salvezza.

L’oratore dunque intende parlare qui ad uditori che siano pronti a condividere questa preoccupazione. Soltanto con loro. Questa esclusività è necessaria per la dignità della cosa e per l’onore della propria interiorità. Con ciò è chiarito l’oggetto della nostra conversazione, definito il nostro atteggiamento, e circoscritto il suo ambito.

Se tutto ciò vi dovesse sembrare troppo esigente, eccovi la risposta: il dir questo fa appunto parte dell’argomento di cui ci occupiamo. Ne determina il carattere. Ognuno deve assoggettarsi al giudizio che venne pronunciato sopra la trascuratezza colpevole del nostro tempo. Nessun individuo è esente da quello che tocca tutti. In un punto però può differenziarsi: che egli abbia la coscienza di questa trasandatezza. Che egli non chiami ordine questa devastazione, ma sappia ben distinguere. Che egli chiami con il loro nome il disordine e l’irriverenza e abbia la volontà che le cose cambino.

E ancora un’osservazione: il discorso deve aggirarsi intorno ad alcuni problemi della vita interiore: problemi religiosi e morali dunque. Però non si intende con ciò di esporre un sistema di etica, ma soltanto di mostrare un fecondo punto di partenza; uno fra i tanti. Se qui e in tale contesto non si fa espressa parola della morale cristiana positiva, non è per escluderla, ma anzi perché viene esplicitamente presupposta.

Le tre conferenze hanno un nesso vicendevole, e pertanto sulle prime apparirà poco chiaro qualche punto, che poi troverà spiegazione nel corso della trattazione.

 

 

 

IL BENE E LA COSCIENZA

L’uomo vive e cresce. Intorno, attraverso e dentro di lui si compiono continuamente dei processi, per i quali egli viene per così dire con tessuto nella natura, come avviene anche della pianta e dell’animale. Per altri riguardi invece se ne distingue. Per una cosa innanzi tutto: egli non solo cresce, non solo si muove, non solo opera per l’istinto di conservare e dilatare la propria vita, ma agisce. Ora agire significa che io faccio una cosa, che non è semplicemente posta in me stesso; esercito un dominio in me e intorno a me su ciò che è «dato»; che plasmo, produco qualche cosa e me la pongo innanzi; che tendo verso mete e creo opere.

In questo agire v’è un’importante distinzione da fare: ben altro è se agendo voglio soltanto attuare un «fine»; e ben altro, se adempio un «dovere».

Dei fini ne attuo continuamente. Se voglio trovar qualcuno, devo recarmi da lui; per andarci devo sceglier la via o usare i mezzi di trasporto che mi vi conducono ecc. La vita famigliare, professionale e pubblica costituisce un intreccio di scopi e di azioni ad essi ordinate. Il senso di queste azioni è tutto qui: che venga attuato il loro fine. Ma il fine voglio raggiungerlo, perché lo vedo necessario o utile alla mia esistenza.

Diversa è la cosa quando si tratta di adempiere un dovere: di dir la verità, perché è giusto il dirla; di lavorare, perché ne ho l’obbligo; di essere giusto, perché ne riconosco il debito. Il dovere lo adempio non già perché con esso voglia raggiungere un fine, - benché in fondo ci sia anche questo, perché il dovere è sempre collegato con dei fini - ma perché è giusto intrinsecamente. Il carattere comune di tutte le azioni tendenti ad un fine sta nell’«utile»: si tratta di cosa necessaria o utile alla mia esistenza. Al contrario il carattere comune di ogni dovere; ciò che rimane, se astraggo da tutti i contenuti particolari, sta nella parola: è bene; bene in sé.

Qui trattiamo appunto del bene.

Concentriamo dunque la forza del nostro sguardo e la nostra sensibilità su ciò che significa la parola «il bene». Incontreremo in questo studio ogni sorta di ostacoli. Oggi siamo alquanto scettici e a chi ci parla del bene ci vien voglia di rispondere con la domanda di Pilato: «Che cosa è il bene?» - una domanda che non aspetta alcuna risposta, perché chi la pone è persuaso in anticipo di non riceverne alcuna. Certo questo scetticismo ha anche un significato e importa molto che lo si avverta. Ma qui non possiamo addentrarci in questa indagine senza perderci in un labirinto. Dobbiamo andare al di là dello scetticismo, attraversandolo, e superarlo. Dobbiamo superare anche le tristi e accascianti esperienze che ci ha forse procurate il nostro sforzo verso il bene... tutti gli smarrimenti del pensiero, della parola e della letteratura della nostra epoca... tutto questo incalzare e tramutarsi intorno a noi spesso così caotico e così impenetrabile alla sguardo, che ci sembra impossibile di raccapezzarvisi... questo e altro ancora dobbiamo superare.

Noi dobbiamo far parlare quello che in noi v’è di intimo. Esso ci dice: il bene esiste! Esiste quel carattere supremo che può posarsi sull’azione meno appariscente e conferirle il suggello di un’assolutezza, superiore ad ogni scopo particolare. Esiste quel qualche cosa di definitivo, che non può più venir discusso ed ha in sé la nota della grandezza genuina. Esiste quel vertice supremo, sul quale, quando tutto si sconvolge e va alla deriva, posso rifugiarmi dicendo: «Ho voluto il bene». Questo esiste. Quel qualche cosa che non dipende da nulla d’altro ma esiste in sé; che non riceve la sua giustificazione dal di fuori, ma porta la sua dignità in se stesso, quel qualche cosa, davanti al quale non è lecito restare indifferenti, se non si vuol mettere a repentaglio con leggerezza la propria intima dignità.

Il bene è quell’ultima cosa non più discutibile, alla quale è legato il mio supremo e non più discutibile destino.

Ora questo bene non è campato in aria, quasi estraneo, in uno spazio inaccessibile. Il bene è in relazione con me; mi tocca. C’è in me qualche cosa che per sua natura risponde al bene, come l’occhio alla luce: la coscienza.

E qui di nuovo dobbiamo superare un impedimento. Fra le tendenze dell’età moderna v’è quella di negare radicalmente l’assolutezza della coscienza. Di ridurre la coscienza ad una questione di temperamento, e quindi contrapporre all’uomo «morale» un uomo «amorale», oppure ridurre la coscienza a un prodotto della storia o dell’ambiente sociale. Così essa sarebbe qualche cosa che è maturata a poco a poco, che si è acquistata con l’educazione e che potrebbe anche scomparire di nuovo. Bisogna anche qui farsi largo attraverso un intrico di semiverità sociologiche, psicologiche e storiche fino al fatto elementare: la coscienza esiste! Esiste in noi quel supremo qualche cosa, che è in relazione col bene, che risponde al bene come l’occhio alla luce.

La forza di questa risposta può venire infirmata; può, per atavismo o influsso dell’ambiente, venire attutita e tratta in errore da esperienze personali. Ma quando vogliamo vedere una cosa, dobbiamo cercarla là dove si presenta nella sua piena luce; allora siamo in grado di giudicarla, anche quando è offuscata. E allora siamo costretti a dire: la coscienza esiste. La portiamo viva in noi. Essa si fa sentire; nel bene come nel male.

E per comprenderne subito la natura particolare, cerchiamo di penetrare un po’ la parola: coscienza. È qualche cosa di più che il puro «sapere qualche cosa». Significa consapevolezza di qualche cosa. Vi è incluso dunque un carattere di interiorità; significa un aver presso di sé; un trovarsi, da solo a solo, con qualche cosa; un abbracciare e un penetrare. Racchiude una profondità che si esplica nella proposizione: «Sono conscio, a me stesso, che ciò è bene». Qualche cosa di intimo dunque; qualche cosa che sta in rapporto con quello che esprime l’antico concetto di «fondo dell’anima», di scintilla animae.

Ma la cosa che si conosce in tal modo è appunto il bene.
Lasciamo stare, ora, per un momento tutto questo e procediamo nelle domande.
Il bene - che cos’è il bene?
Se ci riflettiamo, rispondiamo interiormente con un atteggiamento stranamente contraddittorio: abbiamo la sensazione di trovarci davanti a qualche cosa che ci è molto familiare. Ci sembra di conoscerlo; di avere chiara la percezione del suo carattere e della sua natura. E al tempo stesso rimaniamo sospesi, disorientati, incapaci di formulare e di concretare. Questo qualche cosa, che pur conosciamo, sembra scivolarci di mano, non appena lo vogliamo afferrare. Ricorre alla mente la parola di Agostino: «Se non me lo chiedi, lo so. Ma se me lo chiedi ed io debbo dirlo, allora non lo so». Che significa questo?

Dapprima e innanzi tutto: il bene è qualche cosa. È non soltanto un «come», una forma, come, ad esempio, sarebbe espressa nella proposizione: «Importa non tanto quello che si fa, quanto che nel fare si abbia intenzione». Il «fare con buona intenzione» potrebbe essere una pura forma capace di ogni contenuto. Tutto potrebbe «venir fatto con buona intenzione». Ma non è così. Ciò sarebbe relativismo, scetticismo. Se consideriamo a fondo, avvertiamo esattamente che il bene è un qualche cosa che bisogna volere; un contenuto. Ma che cos’è dunque?

Il bene è il bene. Non lo possiamo scomporre in elementi più semplici. Non possiamo dire, a mo’ d’esempio: il bene è l’amore del prossimo; ovvero, è la fedeltà verso se stessi. Avremmo soltanto una parte, una manifestazione del bene. D’altro canto non possiamo nemmeno dire: il bene è il vero, bensì - appunto il bene. È quello che è.

È però sempre un contenuto; qualche cosa di positivo; più ancora: è positività pura e semplice. Compendio ideale di dignità, di grandezza, di valore. Qualche cosa, oltre la quale non posso spingermi; che esiste in sé, appunto perché è una totalità ideale infinita (unendlicher Inbegriff).

Ma non basta ancora: il bene è qualche cosa di vivente. Non un’idea astratta, non una semplice «legge», ma qualche cosa di spiritualmente vivo. Me lo dice l’esperienza. Tale mi si presenta interiormente, e come tale tocca la mia coscienza.

Io non posso ridurre il bene ad altra cosa, poiché esso stesso è un termine ultimo. Ma non ne ho nemmeno bisogno, come se per comprenderlo dovessi ricorrere all’aiuto di altri concetti; perché la forza del suo contenuto, del suo «Sì», del suo: «Così», del suo «Questo» è intuitiva. Lo si comprende direttamente.

Inoltre: il contenuto del bene è infinito, come del pari la sua validità è assoluta. Quando cerchiamo di afferrarlo nella sua purezza, sentiamo che la profondità di questo contenuto è insondabile, la sua ampiezza incommensurabile, la sua pienezza inesauribile, la ricchezza delle sue qualità e del suo valore incalcolabile. L’infinità del contenuto appartiene all’essenza del bene. Nello stesso tempo però il bene è affatto semplice. La filosofia greca, per misurare il grado di nobiltà di un essere, conosce un criterio che dice: un essere è tanto più elevato, quanto più ricco contenuto abbraccia e al tempo stesso quanto più è semplice. Ecco dunque: il bene è contenuto infinito e semplicità perfetta.

Ma è appunto di qui che deriva la difficoltà di rispondere alla domanda: che cosa è il bene? Lo sguardo si smarrisce nella pienezza del contenuto; e la semplicità fa sì che questo sfugga all’occhio.
Tuttavia la domanda rimane: Che cosa è il bene?

Per mio conto ho cercato di rispondervi nel seguente modo:
Il bene vivente batte alla mia coscienza. Accolto dalla mente e dal cuore, esso preme per essere tradotto in azione umana. Il primo e più importante compito della coscienza consiste nell’avvertire la voce imperiosa del bene, che vuol essere attuato in modo degno dell’uomo. Il bene dunque domanda e insiste: «Accoglimi! Intendimi! Voglimi! Attuami!». La coscienza risponde - supponiamo che risponda così! certo può opporre anche un rifiuto o schermirsi - essa risponde dunque: «Voglio! Tu, o bene...». Ma qui si arresta e riflette: «Se ti voglio tradurre in atto... che devo fare? Tu, bene - che cosa sei tu?». In un primo momento non segue risposta alcuna. Non è infatti possibile esprimere senz’altro ed esaurientemente il bene in contenuti concreti e realizzabili. A tale domanda il bene tace. Ma la cosa non finisce lì. Nell’istante che segue, supponiamo, dev’esser fatto qualche cosa per dovere professionale. Ed ecco venire la risposta: «Ciò che qui va fatto; che venga fatto in retta conformità alle esigenze delle cose, - ecco quello che sono», dice il bene.

In altre parole: che cosa sia il bene, che domanda di essere tradotto in atto, risulta chiaramente da ciò che di volta in volta deve compiersi.

Qui abbiamo da chiarirci un concetto importante: quello della situazione.

Noi distinguiamo fra «situazione» e «caso». Vorrei mettere in evidenza questa distinzione con un aneddoto. In un crocchio si racconta la storia di due mercanti che attraversano il deserto. Un giorno l’acqua accenna ad esaurirsi. La provvista basta ancora appena per uno. Ora i presenti discutono intorno a quello che debbono fare i mercanti. Spartire l’acqua e poi morire? Oppure è il caso che il più anziano beva e il giovane si sacrifichi? O deve cedere il più anziano per amore della vita del giovane? Ma ecco un vecchio signore alzarsi e dire: «Il vostro discorso è ozioso. Nel caso, che noi consideriamo, manca quello che è decisivo, cioè manchiamo noi stessi! Si tratta di un caso puramente teorico, che non ci riguarda. Fossimo noi stessi in quella situazione, allora sì sapremmo quello che ci toccherebbe fare». Ora la distinzione ci balza negli occhi: «caso» significa una combinazione di uomini, di circostanze e di fatti, nella quale non c’entro. Non mi impone doveri. Posso considerarlo da un punto di vista puramente teorico. «Situazione» invece vuol dire un complesso di uomini, di circostanze e di fatti, dei quali io faccio parte; che mi riguardano; che esigono da me qualche cosa. Del caso posso non curarmi, ma della situazione no. Essa esige che io prenda posizione, che mi decida, che agisca.

Ora, è appunto la situazione a dirmi che cosa sia il bene. Il comando di esser tradotto in atto da parte del bene, comprensivo di tutto e al tempo stesso affatto semplice, riceve di continuo, ad ogni passo che faccio, un nuovo significato dalla situazione sempre nuova, che si riproduce intorno a me. Il rapporto col bene può essere considerato sotto vari aspetti. Il punto di vista che noi abbiamo scelto potrà aver naturalmente le sue deficienze; esso ci svelerà però sempre qualche cosa di molto importante: la grandezza di quel rapporto e il fatto ch’esso è vivo e concreto.

Il rapporto morale è qualche cosa di grande. Prendiamo la parola nel suo significato più ovvio. Lo scardinamento morale della nostra epoca deriva pure in buona parte non già dal fatto che il dovere morale venga sentito come un peso troppo grave, ma che lo si vede come troppo meschino; dal fatto che lo si degna appena di uno sguardo superficiale e svogliato. Il dovere morale non è una forma vuota, ma pienezza di contenuto; non è povertà, ma ricchezza infinita. Esso batte alla mia coscienza, al mio cuore e vuol esser compreso, affermato, attuato. C’è qualche cosa di inesprimibilmente grande nella consapevolezza di essere quasi un ambasciatore del bene nel mondo, un esecutore della sua missione. Di esser colui, al quale è affidato il destino del bene - che è pur la cosa più sublime, ma anche, appunto per questo, la più delicata, e, in questo mondo di violenze, la più debole. Il bene non diventa realtà, se non lo attuo. Meditiamo tutto ciò col più nobile orgoglio del nostro cuore!

Il bene non è una legge morta. È la vita infinita che vuol essere inserita in questa realtà. Nella sua pura essenza questa vita è per noi inesprimibile; appunto perché è infinita e nello stesso tempo semplicissima. Ma essa vuole assumere una figura terrena, umana. È ciò che avviene nell’azione morale. L’attività morale ha in sé qualche cosa di misterioso. Non è soltanto adempimento di una legge, esecuzione di una norma, ma donazione di vita. È una generazione e una immissione di nuova vita nella realtà finita, realtà finita ed umana che con ciò consegue una pienezza di senso eterna.

Il fare il bene equivale perciò ad una vera creazione. Non è semplice esecuzione di un ordine, ma attuazione creatrice di qualche cosa che ancora non è. La nostra vita morale s’impoverisce perché diventa noiosa. Perché per lungo tempo, sotto l’influsso di un’etica razionalistica, sotto l’influsso del formalismo kantiano e di una morale schematizzata, venne concepita come semplice esecuzione di ordini. Ma non è così. Dobbiamo accostarci una volta con orecchio intento a Platone, in cui per primo si fece strada la coscienza del problema, per sentir tutta la passione creatrice dell’azione morale. Nell’attività morale si tratta di render reale, umanamente reale quello che ancora non lo è. Si tratta di dar forma terrena a qualche cosa di eterno e di infinito.

Ma ciò importa due cose: anzitutto, che noi afferriamo quella cosa grande ed eterna, che è il bene. Come? Con quel mezzo? Con l’unica forza che può afferrarlo: con la libertà della nostra volontà, o meglio del nostro cuore, la quale dice: «Sì, sono pronta al bene»; la quale si erge e vuole e si protende verso il bene, ne «sente la fame e la sete», e lotta per raggiungerlo col sentimento profondo, che si apre, accoglie, ospita, «fino che tutto è lievitato», tutto purificato e nobilitato. E quanto più pura la prontezza, quanto più risoluta la volontà; quanto più profondo e più forte il desiderio; quanto più aperto, più puro e più pienamente disposto il nostro intimo, tanto più saldamente e pienamente possediamo il bene, nel nostro spirito e nel nostro cuore.

Ma poi, con le opere, dobbiamo trasfondere il bene nella realtà, altrimenti esso resta aspirazione infeconda. Bisogna che ne imprimiamo la forma nella materia della realtà che ci circonda: nella situazione. Ciò vuol dire che dobbiamo afferrare ciò che è nuovo; quello che qui mi sta attorno: uomini, avvenimenti, cose, circostanze. Tutto ciò arriva, diviene, si articola, qui, adesso - e in questo momento bisogna che lo afferri. Devo vedere: che cosa importa per me tutto questo che mi circonda? A quali cose devo rivolgere il mio sguardo? Il mio giudizio? Che cos’è qui il bene? Vedere, giudicare, deliberare, fare tutto ciò; chiaramente, magnanimamente, ponderatamente, risolutamente; con atto energico e netto, che abbia sangue e colore, lo slancio del cuore e la sicurezza della mano - questo significa fare il bene.

Agire moralmente significa quindi creare qualche cosa; non in pietra o in colore o in suono, ma nella materia reale della vita. Il mondo è sempre incompiuto. Esso ci viene incontro incessantemente sotto forma della situazione, affinché, con l’attività morale, lo portiamo a compimento, dandogli l’impronta del bene. La vita morale è disertata su larga scala. Le forze creatrici si sono trasferite al servizio di un’arte raffinata, di un’attività politica sfrenata, di un’economia pura o di qualsiasi altra cosa. È tempo che riconosciamo di nuovo che l’attività morale è una creazione e vi convogliamo di nuovo le vive energie morali.

La moralità non è un affare speciale, accanto ad altri, poiché essa si estende a tutta la realtà. Il suo contenuto si estende a tutto ciò che esiste. Tommaso d’Aquino dice: «Bisogna fare il bene. Ma che cos’è il bene? Quello che di volta in volta si presenta come ragionevole, conforme all’essere». Ma questa «cosa di volta in volta conforme all’essere» è appunto la situazione con tutta la pienezza del suo contenuto; la vita che nella situazione mi viene incontro in forma sempre nuova, con tutto quello che in essa si contiene. Tanto più grande è il valore dell’atto morale, quanto più pienamente io afferro il ricco contenuto della situazione dal fatto che io veda la pienezza di contenuto della realtà, affinché il bene, semplice e comprensivo, possa manifestarvi la sua ricchezza.

Ma con ciò torniamo alla questione del disorientamento morale del nostro tempo. Questo disorientamento esiste. E non soltanto perché manca la gioia della creazione morale, ma anche perché, in mezzo a tutte le trasformazioni della nostra epoca, si sono perse di vista le linee fondamentali della morale. Hanno preso campo la confusione nella terminologia morale stessa e la diffidenza contro le forme morali correnti. Non investighiamo le cause di questo fenomeno. Saranno da ricercarsi nel soggettivismo, nell’insofferenza di freni e nella sbrigliatezza, che sono la caratteristica della nostra età. In parte dovranno attribuirsi anche al pensiero morale tradizionale, che per molti riguardi si è fossilizzato in forme lontane dalla viva realtà. Ognuno la pensi come vuole. In ogni caso sta il fatto che ci troviamo di fronte ad un disinteressamento e ad un disorientamento morali assai diffusi. A giudizio di molti l’atto morale non compensa il serio sforzo che esige. Altri a loro volta, che sarebbero pronti a tale sforzo, non sanno da che parte incominciare. Si sentono come sperduti nel caos, non vedono chiaro circa le norme e non sanno mettersi d’accordo.

Qui si vuol stimolare al lavoro; della ricerca, del pensiero, dello scambio d’idee. Importante soprattutto però ci sembra che vengano incoraggiate in tutti i modi le energie dell’attività morale; che l’uomo comprenda il dovere morale nella sua grandezza e nella sua pienezza. Che acquisti consapevolezza delle sue forze. Che purifichi sinceramente i suoi sentimenti e poi si metta all’opera con fiducia. Bisogna che sorga l’uomo, che compie con gioia e con serietà il dovere morale; che brama il bene; che si sente incalzato, eccitato e intimamente assorbito dal dovere morale; che ha gli occhi aperti per quello «che deve fare» e per quello che gli uomini, avvenimenti e cose reclamano; che sa volere e sa impegnarsi a fondo. Che quest’uomo sorga, che si metta all’opera e poi il ristagno morale sarà superato. I doveri allora si presentano da sé e le mète diventano chiare. Le parole vengono senza fatica, e si ricostituisce la comprensione e l’unione delle volontà. Allora tutta la pienezza della verità e della sapienza, contenuta nella morale cristiana, verrà di nuovo sentita e sarà accolta con rispetto.

Se questo è importante per l’uomo, è importante anche dal punto di vista della donna, la quale oggi ha una larga parte nel pensiero e nell’azione. L’uomo in fin dei conti può anche vivere sotto una ferrea disciplina; diciamo meglio: lo può meglio d’altri. Ma la donna intristisce in tale condizione. Tutta la sua attività in prima linea è diretta non ad un lavoro. Anche al lavoro; ma in prima linea e più propriamente alla vita. La donna non attua delle norme, ma a quello che interiormente incalza dà corpo e terrena esistenza. La via dalla ricchezza infinita alla forma particolare: ecco il suo compito più profondo. La realtà dell’essere e della vita, ovunque si manifestino e in tutta la loro ricchezza, è ciò che la sostanzia. Questa realtà deve accostarsela al cuore e metterla in contatto con la sua vita, affinché diventi materia capace di quella forma.

Ed ora ritorniamo al concetto della coscienza. Coscienza è, anzitutto, quell’organo, per mezzo del quale io rispondo al bene e divento consapevole di questo: «Il bene esiste; ha un’importanza assoluta; il fine ultimo della mia esistenza è legato ad esso; il bene bisogna farlo; questo fare decide di un destino supremo». La coscienza però è anche l’organo, mediante il quale dalla situazione ricavo il chiarimento e la specificazione del bene; mediante il quale posso conoscere che cosa sia il bene in questo determinato luogo e in questo determinato momento. L’atto della coscienza è dunque quell’atto, col quale penetro di volta in volta la situazione e intendo che cosa sia, in tale situazione, il giusto, e per ciò stesso il bene[1].

Così la coscienza è anche la porta, per la quale l’eterno entra nel tempo. È la culla della storia. Solo dalla coscienza sgorga «storia», la quale significa ben altro che non un processo naturale. Storia significa che, in seguito a libera opera umana, qualche cosa di eterno entra nel tempo.

Ma ciò non corre così liscio e cozza contro difficoltà.

Anzitutto la «situazione» è spesso tutt’altro che semplice. Esigenze molteplici e perfino contraddittorie vi trovan luogo. Le più diverse relazioni d’uomini e di cose vi si collegano, si incrociano e si contraddicono a vicenda. Quanto più desta è la sensibilità per le esigenze degli uomini, delle cose e delle circostanze, tanto più difficile diventa il riconoscere quello che in definitiva si debba fare. Formare la coscienza vuol dire appunto allargare l’angustia dello sguardo per abbracciare la molteplicità delle forme, superare l’ottusità della sensibilità ai molteplici valori che ci rivolgono il loro appello, significa che l’uomo affini la sua sensibilità per comprendere a pieno e nelle loro sfumature le esigenze morali. Ma nella misura in cui questo avviene, cresce il pericolo opposto: che egli si perda in questa molteplicità e che a furia di voler vedere, capire e rettificare, non arrivi alla decisione e all’azione.

In secondo luogo: ogni situazione, che mi si presenta, arriva un’unica volta. Essa non è mai esistita e non tornerà più. Vi sono, è vero, delle somiglianze. Non è la prima volta che un uomo viene e chiede di essere aiutato. In realtà però esiste, non «un uomo», ma sempre solo «quest’uomo». E che «egli» com’è, si presenti a me, come sono, in queste determinate circostanze e con questa domanda, avviene quest’unica volta. E se tornasse anche domani con la stessa preghiera, e per il medesimo favore, si sarebbe modificato in noi almeno questo, che la nostra età avrebbe fatto un passo innanzi e che si sarebbe accumulato in noi tutto quello che dopo l’ultimo incontro avremmo fatto ed esperimentato. Ogni situazione si presenta una unica volta. Per cui anche quello che deve avvenire in essa non è mai avvenuto e non tornerà più. Bisogna dunque che venga divinato e plasmato per la prima volta. Certo ci giova l’esperienza del passato; ci giovano gli educatori, gli amici, l’ambiente, con princìpi generali e con esempi analoghi. Ci soccorrono il comandamento positivo divino e il precetto dell’autorità legittima posta da Dio. Ma con ciò non veniamo esonerati dal compito di afferrare questa situazione nelle sue specifiche particolarità, di interpretarla e di decidere quello che debba esser fatto, per corrispondere appieno alle sue esigenze. E il grado di perfezione dell’azione morale dipende appunto dalla misura, nella quale vien capita la situazione nella sua unicità. Certo abbiamo bisogno della regola. Essa ci mostra quello che vi è di tipico nella situazioni e ci aiuta così a comprenderle. Ma quanto più nell’agire badiamo a ciò che è tipico, tanto più ci accorgiamo di svuotare la situazione,e ci sentiamo spronati ad attendere al momento contrapposto, vale a dire, a ciò che è specifico, anzi unico.

E ancora una terza cosa: ci fosse pure concesso di volere inequivocabilmente il bene in tal modo comandato! Ma purtroppo non è così! In verità noi siamo spesso ricalcitranti, se non proprio con la nostra volontà consapevole, almeno con una resistenza incosciente. Quello che la dottrina della fede ci insegna del male nascosto nell’uomo, e cioè della sua resistenza al bene, trova nella psicologia moderna il suo fonda mento scientifico formale. Questa ci mostra infatti che noi non siamo mai senza impulsi della volontà e senza tendenze. Anche quando crediamo di esaminare senza prevenzioni e di agire oggettivamente, stiamo sotto l’influsso di impulsi positivi o negativi. Questi in certe circostanze sono del tutto inconsci e perciò inaccessibili alla nostra consapevole esperienza; ovvero provengono dalla subcoscienza e balenano appena..., e così attraverso tutte le gradazioni di parziali consapevolezze fino alle intenzioni chiare. Questi impulsi però non sono affatto sempre rivolti al bene. Al contrario. Ed influiscono non soltanto su quello che facciamo, ma anche sulla nostra conoscenza e sul nostro giudizio. Essi deviano lo sguardo dal suo oggetto; accentuano nell’oggetto dei lati particolari o li attenuano; lumeggiano od offuscano; alterano; anzi possono far scomparire del tutto una circostanza di fatto.

Ed ecco che appare chiaro, quale compito spetti alla coscienza.

Il suo sguardo dev’essere aperto per abbracciare pienamente tutto il contenuto della situazione; per vedere gli uomini, quali sono; per sapere quali siano le circostanze e quali i rapporti, e quali esigenze debba no venir prese in considerazione. Questo sguardo deve tenersi libero da tutto ciò che può offuscarlo, impedirlo e distrarlo. Sempre più interiormente deve compenetrarlo la limpidezza, la quale sa vedere, perché vuole veramente vedere. Tutta la molteplicità oggettiva della situazione deve venir colta e interpretata secondo la visuale definitiva, che ne dia il significato.

Significato definitivo di una situazione non ancora esistita e che non tornerà più; per la quale posso però e debbo imparare dall’esperienza dell’umanità, dall’esperienza di coloro che mi hanno educato e dalla mia stessa esperienza precedente, poiché il principio universale e l’incontro vivo e concreto si spiegano l’un l’altro reciprocamente. Tutto questo però non mi solleva dal compito di appigliarmi al nuovo che si presenta soltanto qui e di plasmarlo con gli elementi che esso stesso mi offre; dal compito di guardare e di interpretare, di ardire e di creare.

Ma quando la situazione è tale da ammettere diverse interpretazioni e da non offrire alcuna chiara direttiva per l’azione, allora è la coscienza che deve decidere. Allora essa deve dichiarare: «Il meglio è questo. Così bisogna agire!». E tale decisione deve mantenerla ed eseguirla.

La coscienza è dunque l’organo per l’eterna esigenza del bene, che deve venir attuato: la coscienza è per l’uomo come una finestra aperta sull’eternità. Una finestra però che allo stesso tempo dà anche sul coro so del tempo e sugli avvenimenti quotidiani. La coscienza è l’organo, che trae l’interpretazione del comandamento del bene, eterno e sempre nuovo, dai fatti concreti; l’organo col quale sempre di nuovo si riconosce in qual modo il bene eterno ed infinito debba venir attuato nella specificazione del tempo. È un obbedire e al tempo stesso un creare; un comprendere e un giudicare; un penetrare e un decidere.

Ma con ciò si è detto tutto?

 

 

 

 

 

L’INTESA CON DIO

Abbiamo parlato della coscienza e abbiamo cercato d’intenderla come la conoscenza del bene; di ciò che forma il compendio supremo di ogni valore e significanza, ed è degno di avere in sé e non d’altronde la sua ragione d’essere. Questo bene si rivolge a me con l’intimazione che io lo riconosca, lo accolga e lo attui. La coscienza è appunto la consapevolezza di questa esigenza e della sua legittimità.

Abbiamo visto che si tratta di una conoscenza di natura speciale. Essa ha un carattere di intimità, significa un ripiegarsi su se stessi, un abbracciare e un custodire. L’abbiamo espresso nella proposizione: «Sono conscio a me stesso del bene». Questa interiorità sta in relazione col valore infinito del bene, col fatto che il bene è in se stesso il fine ultimo, il significato più profondo di tutto. Essa dipende però insieme dal fatto che qui si tratta anche del fine ultimo di me stesso e del senso supremo del mio essere. Perciò è un «sapere intorno a (qualche cosa)»; un abbracciare ciò che è nascosto; un accostarsi a quello che è principio e fine, origine e mèta.

Abbiamo visto inoltre che il bene è al tempo stesso infinito e semplice. Se ci domandiamo quindi: «Che cosa è il bene?» e «Che cosa debbo fare per attuarlo?» - la risposta a questa domanda non viene così alla spiccia. Esperimentiamo anche qui quello che è espresso nella proposizione agostiniana: «Se tu non mi interroghi, lo so. Ma se mi interroghi ed io devo dirlo, allora non lo so». Il fondo del nostro essere è in comunicazione col bene. Quanto più pura si fa sentir la voce del nostro intimo, tanto più esatta riesce la nostra conoscenza del bene. Ma dare senz’altro un nome a questo bene ed esprimerlo per l’azione non ci è possibile, appunto perché esso è il termine finale, infinitamente ricco di contenuto e ad un tempo semplicissimo. La risposta reale e vivente alla domanda: «Che cosa sei, o bene? e come ti debbo attuare?», ci viene solamente dalla situazione; da quello cioè che di volta in volta ci sta d’intorno e ci viene incontro. Quello che da questo insieme emerge, come comando a noi rivolto, è appunto il bene. Il bene semplicissimo eppur ricco di contenuto infinito, si manifesta e si specifica incessantemente nella situazione. Ma la situazione è sempre presente; essa si produce continuamente; per il fatto che io, come persona capace di responsabilità, vengo a contatto con cose e avvenimenti. Così il bene si concreta, passo per passo, lungo il corso della mia vita, ricevendo la sua forma da ciò che di volta in volta, secondo la situazione, è il giusto e il retto - il che naturalmente non significa una superficiale utilizzabilità; giacché quello che noi chiamiamo «situazione» abbraccia la realtà fino nelle sue estreme profondità, quindi l’uomo come spirito e persona, compreso il suo eterno destino. Tommaso d’Aquino dice: Che cosa dobbiamo fare? Il bene. Ma che cosa è il bene? Quello che di volta in volta è ragionevole; quello che è giusto secondo la situazione. Ma la coscienza è l’organo col quale, di mezzo alla situazione che continuamente si forma di nuovo, contemplo il bene; arresto in certo modo la sua parola che fugge; le dico il mio: «sì» e il mio «no» - per poi passare da esso all’azione.

Ma anche questo è un «conoscere intorno», e un «esser consci a se stessi»; qualche cosa di racchiuso nell’intimo della persona. Poiché quando si tratta di attuare quello che forma il supremo senso della situazione, cioè il bene, è in gioco l’ultimo significato della mia vita, la mia salvezza. Qui io sono, da solo a solo, con me stesso. A me spetta agire, non ad altri. lo devo rispondere della mia azione e nessun altro può sgravarmi dalla mia responsabilità. Ma ciò costituisce la mia dignità, che non può essermi tolta da alcuno.

Coscienza significa quindi qualche cosa di grande; una potenza creatrice, capace di vedere e di attuare qualche cosa che prima non esisteva ancora; di inserire il bene eterno nel corso del tempo; di generare in certo modo qualcosa di infinito e semplice insieme nella forma limitata dell’azione. E a ciò tutto si presta come materia: tutto il contenuto della vita, ogni cosa, ogni avvenimento.

Così a un dipresso abbiamo cercato di capire la coscienza; ed ora dobbiamo scavare più a fondo.
Questa coscienza è ciò che abbiamo di più nostro. Non che per questo la intendiamo così facilmente. Non è uno strumento meccanico, un ago magnetico che si metta in posizione da sé, bensì qualche cosa di vivo, e tutto ciò che è vivente è soggetto ad errori. Così anche la coscienza. Il rimettere l’uomo semplicemente alla «sua coscienza» e fermarsi lì, è prova di scarsa conoscenza dell’uomo e del suo intimo. La nostra coscienza è la nostra suprema bussola; ma, se è lecito esprimersi così, questa stessa bussola può a sua volta perdere la bussola[2].

In tre modi anzitutto l’atto vivente della coscienza può soffrire pregiudizio. Accenniamoli brevemente: la coscienza può diventar superficiale, frivola, ottusa. La coscienza ci rende la vita più pesante. Più ricca di contenuto, più degna - ma anche più pesante. Ora in noi vive la tendenza a cercar le vie facili e a liberarci dai pesi. Donde un lavorìo interno, che mira ad attutire la voce della coscienza. Non si tratta sempre di una volontà consapevole; può darsi che agisca la sfera del subcosciente. Ciò può avvenire in mille modi: facendo sì, ad esempio, che lo sguardo venga distratto dalle linee spiacevoli di ciò di cui propriamente si tratta; che il punto più importante rimanga velato; che la situazione con la sua affaticante unicità e irripetibilità venga ridotta ad uno schema generale più comodo. Altre volte il monito della coscienza viene tacitato e ci si rassicura, dicendo che alla fin fine non si tratta poi di cosa «tanto cattiva». Vengono messi in rilievo punti di vista atti a contestare. Ci si richiama a quello che fanno gli altri; si cerca per il proprio giudizio e la sensibilità personale uno sgravio di responsabilità col richiamo all’andazzo tradizionale, che «è stato sempre così»; all’ambiente che «è pure in buona fede»; al «sano buon senso» e simili, e così l’esigenza morale, che ha in sé sempre qualche cosa di duro, viene svigorita.

La coscienza può venir anche affinata eccessivamente. Può veder dei doveri là dove non ce ne sono; sentire delle responsabilità, che evidentemente non esistono; esagerare gli obblighi oltre i limiti del giusto e del possibile. (È specialmente l’uomo di tendenze sociali, che è in pericolo di sovraccaricare la sua coscienza). Sì, la coscienza può andar soggetta a vere malattie. Il puro e chiaro dovere che, per quanto difficile, solleva sempre in alto, può trasformarsi in ossessione. Il comando della coscienza deve essere percepito nella libertà. Ma quando la coscienza è ammalata questa libertà sparisce e dal suo comando deriva una vera schiavitù: la coscienza angosciata, lo scrupolo. Nell’uomo infatti è profondamente radicato l’istinto segreto di tormentarsi, e in taluni temperamenti questo istinto opera con forza particolare. Se non viene guarito con cura prudente, può degenerare in malinconia. Ora questo istinto si serve spesso della coscienza come di un’arma terribile contro la propria esistenza. Nessun modo di tormentarsi è peggiore di questo.

La coscienza può venire alterata anche in un terzo modo, cioè nel suo contenuto. La nostra conoscenza non è uno specchio, che riproduca semplicemente quello che si para innanzi ad esso. Noi non apprendiamo la situazione, come una macchina fotografica coglie l’oggetto. Nel nostro sguardo siamo presenti noi stessi. Noi stessi, col nostro temperamento, coi nostri desideri, coi nostri motivi palesi e segreti siamo già contenuti nello sguardo, che dirigiamo sulle cose: così, guardandole, le modelliamo. Non le prendiamo come sono in se stesse, ma come vorremmo che esse fossero, cioè tali da trovarvi un ambiente ospitale per i nostri desideri e per i nostri sentimenti. Noi desidereremmo di veder nella situazione la conferma di quello che siamo. Vorremmo che da essa ci venisse incontro quello che portiamo in noi stessi, come aspirazione. Così noi interpretiamo la situazione secondo i nostri desideri coscienti ed inconsapevoli. Questi ultimi specialmente esercitano una grande influenza. La moderna psicologia ha dimostrato quanto profonda sia l’influenza della volontà incosciente sugli atti della percezione. Il calcolo delle misure, l’attenzione alle differenze, il senso dell’urgente e del meno urgente, del principale e dell’accessorio, - tutto questo subisce tali influenze. Anzi l’esperienza dimostra che spesso noi sopprimiamo addirittura degli oggetti che ci riescono molesti. La psicologia del dimenticare, del perdere, dell’omettere, ci dimostra che noi possiamo andar cercando per ore ed ore oggetti, che pure abbiamo sul tavolo dinanzi a noi, perché un qualche occulto motivo non vuole che li vediamo; ma non appena il motivo cessa o non è più cosi urgente, l’oggetto ci capita subito sotto mano. Il giudizio sulle persone e la valutazione del loro modo di agire, dei loro sentimenti e delle loro intenzioni, dipendono moltissimo dalle nostre disposizioni interne, dalla simpatia o dall’ avversione. Cosi si dica anche della comprensione di rapporti e di molte altre cose.

Tutto questo richiama alla nostra attenzione importanti problemi pedagogici: quelli della formazione della coscienza nell’educazione degli altri e di noi stessi. Ma non possiamo addentrarci in questa materia.
Qui ci occupiamo d’altro.
Se guardiamo più esattamente, finiamo qui col trovarci evidentemente in un circolo. Capitiamo cioè nel circolo dell’io: nella coscienza io devo afferrare il giusto, anche contrariando il mio stesso desiderio. Ma la coscienza è un atto vitale, in cui opera ed influisce tutto quello che io sono, anche il mio stesso desiderio. Un motto spiritoso dice: «La memoria afferma: questo l’hai fatto tu. L’orgoglio dichiara: questo non posso averlo fatto io. E la memoria cede!». Così si chiude il circolo dell’io. Da questa prigionia in me stesso io mi libero soltanto se trovo un punto, che non sia il mio «io»; una «altezza al di sopra di me». Un qualche cosa di solido e operante che si affermi nel mio interno. Ed eccoci arrivati al nocciolo della nostra odierna considerazione, cioè alla realtà religiosa.

Quel «bene», del quale abbiamo parlato, che cos’è veramente?

Non una «legge», che penda affissa da qualche parte. Non una semplice idea. Non un concetto campato in aria. No, esso è qualche cosa di vivo. Diciamolo senz’ambagi: è la pienezza di valore dello stesso Dio vivente. La santità del Dio vivente: ecco il bene.

Un maestro di spirito, per esprimere il valore assoluto della verità, affermò una volta: «Se Dio potesse staccarsi dalla verità, abbandonerei Dio e aderirei alla verità». La proposizione è indirizzata a credenti, alla cui coscienza essa vuoI dimostrare in forma drastica di che si tratta quando è in gioco la «verità». Perciò incomincia col proporre loro un assurdo mostruoso: col metter cioè, per un momento, questa verità in contraddizione con ciò che per loro è pure il fine ultimo e il compendio di tutte le cose, col Dio vivente. Ma questo assurdo non può che provocare il grido irrefrenabile: La verità? Ma la verità è pur Dio!... In mille e mille sfumature il contenuto del bene può venir determinato mediante la multiformità della situazione che continuamente si rinnova. Si può dire: il bene è far questo lavoro; mostrarsi benevolo verso quell’uomo; rinunciare a questo piacere; difendere una determinata convinzione e cosi via. In questo primo momento il nome «Dio» non è necessario che apparisca. Ma quando vien posta l’ultima domanda: Dove ha tutto questo le sue radici? Che cosa si nasconde dietro tutta questa varietà di cose? Che cos’è quell’uno, quell’infinito, quel semplice, che noi abbiamo chiamato «il bene», e che trova la sua espressione in tutte quelle singole specificazioni - che cos’è propriamente? Allora la risposta suona: È la santità vivente di Dio.

Mi ricordo ancora il luogo, ove un bel mattino mi si affacciò questo concetto così semplice e pur così celato e sottile: Quando io dicessi: «l’amore»... e questo amore divenisse pieno e perfetto in forza, in purezza, in misura, in durata e profondità e quanto al suo oggetto; ed ora, assolutamente pieno e perfetto incominciasse ad esistere in sé, divenisse persona; diventasse l’amore stesso per essenza - che sarebbe questo amore? il Dio vivente! Questa intuizione mi rese raggiante di gioia!... Il valore, la fedeltà, l’onore, la bontà, la giustizia, la misericordia... in una parola: «il bene», nella sua infinitezza e nella sua pura semplicità - tutto ciò è la santità vivente di Dio e nient’altro.

Aver cognizione del bene significa dunque in definitiva aver cognizione di Dio. E percepire il comando del bene significa, in ultima analisi, udire il comanda mento del Dio santo.

La coscienza è l’organo per il bene; ed è l’organo per Iddio. Non appena scrutiamo un po’ a fondo il sentimento del dovere, la consapevolezza dell’obbligatorietà, le nostre deliberazioni e quanto altro abbiamo chiamato coscienza, giungiamo su terreno religioso.

Quello che alla superficie significa coscienza morale, nelle sue ultime radici è il «fondo dell’anima», la «scintilla dell’anima». Possiamo prendere anche la direzione inversa e dire che quello che nel suo fondo significa coscienza morale, al suo vertice è la «punta» o la «lama» dello spirito. Ma questi sono organi ed atti che hanno per oggetto la realtà religiosa e spirituale.

La coscienza è dunque l’organo per la realtà vivente e per il contatto con Dio; per il volere di Dio.

Nell’Antico Testamento torna spesso una parola, nella quale il dovere morale trova la sua espressione religiosa: «Camminare sotto gli sguardi di Dio», oppure più semplicemente: «Camminare alla presenza di Dio». Nel Nuovo Testamento Paolo parla dell’agire «in onore di Dio»; del «vivere in Dio». Queste parole dicono, in termini diversi, che il comandamento del bene giunge al nostro orecchio dal Dio vivente e che l’azione è diretta a Lui.

Noi abbiamo espressa la natura singolare della coscienza nella proposizione: «esser consci a se stessi del bene». Poi ci siamo accorti che questo non basta ancora. Con questo solo noi rimaniamo ancor sempre prigionieri nel circolo vizioso del nostro «io», poiché quel bene resta in balla delle illusioni del nostro desiderio. Ora diciamo: aver coscienza significa esser consci a se stessi del bene - ma al cospetto di Dio, la cui santità è appunto il bene stesso. Con la serietà di chi è parte interessata, con la serietà singolare che deriva dal sapere che si tratta della nostra salvezza. In modo però, che quella serietà possa uscire dal labirinto della prigionia soggettiva e conoscere il dovere impostole, come è in se stesso. Il termine «al cospetto di Dio» indica una misura della chiarezza. Significa che in me si afferma una realtà assoluta, la quale mi apre gli occhi per farmi vedere quei comandamenti e mi rende capace di prendere innanzi a lei liberamente, le mie decisioni.

Ma qui sorge la domanda: Quel traviamento del1’«io» non coinvolgerà forse anche questa realtà assoluta? Non ha forse la sua verità quel terribile capovolgimento della parola della Genesi, per cui «l’uomo si crea Dio a sua immagine e somiglianza?» No! Questa parola nasce dall’assenza di fede. La fede sa meglio le cose. Dio non è un concetto, un’idea, un sentimento, un’esigenza sociologica. Dio esiste veramente ed è la realtà assoluta. E nella coscienza di quelli che gli si accostano sinceramente, egli non mancherà di rendere testimonianza di sé. Dio farà sì che al suo cospetto la coscienza sincera acquisti la libertà di vedere senza abbagli e di decidere giustamente. A chi prega: «Sia fatta la sua volontà come in cielo così in terra», Dio darà la grazia di una coscienza chiara.

Partendo da queste premesse quello che abbiamo chiamato «situazione» acquista il suo significato ultimo nella Provvidenza. L’interna pressione del bene, che vuoI essere attuato, sulla nostra coscienza, è il comando del Dio santo, che «sia fatta la sua volontà». 
La situazione poi, dalla quale la coscienza attinge il contenuto specifico di quel comando, è disposizione voluta dal medesimo Iddio.
Il credente vive di un ricco tesoro di precetti, di esperienze, di insegnamenti, religiosi e morali: di un ordine. Egli cerca di giungere alla comprensione, alla sintesi, alla unità teoretica. Tutto questo però rimane necessariamente nella sfera dell’universale. Comandamenti, dottrine, ordinamenti riguardano sempre ciò che torna di continuo, il caso tipico. La loro ultima e vivente specificazione la raggiungono solo quando il monito interno del bene è precisato dalla situazione, che, in forma sempre nuova, ci viene incontro di volta in volta.

Ma questo significa: Dio ci circonda, ci avvolge, ci penetra. Egli è presente nel più profondo del nostro intimo. Là, dove il nostro essere confina, quasi a dire, col nulla, sta la mano di Dio e ci regge. Là egli ci parla. Non come una forza indeterminata o una semplice legge. Non come alcunché di impersonale, ma come un «io», al quale è possibile rispondere con un «tu». Dio parla dunque dentro di noi. Ma questo stesso Dio è il Creatore e il Signore del mondo. Fin dall’eternità il mondo e quanto in esso avviene sono nelle sue mani. Il mondo non è un meccanismo perfetto che giri da sé, ma è sorretto e guidato continuamente da Lui. Quello che avviene, avviene per volontà di Dio - anche se avviene secondo le leggi della natura e per mezzo delle sue forze, poiché queste sono strumenti nelle mani di Dio. E in questo divenire il singolo è per il tutto, come del pari il tutto è per il singolo. L’uomo sta nel tutto come membro, come parte, parte minima, sul punto di svanire - e tuttavia questo tutto mira a lui; «è creato per lui». Ovunque viva un uomo, ivi, in lui, è il centro del mondo. Nello stesso tempo però il centro è «di fronte» a quest’uomo, nel tutto. Uomo e mondo esteriore nei loro reciproci rapporti, sono come una ellisse, la quale ha appunto due fuochi; l’uno nell’interno del singolo, come termine della totalità, che a lui si riferisce; l’altro al di fuori, nella totalità, al quale si riferisce il singolo. Ma l’insieme di questi rapporti è opera del Dio vivente, ispirata da eterna sapienza e da eterno amore. La Provvidenza sta in ciò: nel come la vita del singolo, in funzione di membro, con molti altri membri, costruisca il tutto; e a sua volta nel come il divenire di questo «tutto» sia ordinato alla vita del singolo, di ogni singolo, sempre di nuovo, per servirgli di fondamento, di compito, di dovere, di prova. La tensione vivente fra questi due fuochi si rinnova continuamente nella situazione. Essa è la Provvidenza che si attua incessantemente. In lei il tutto diventa, qui, adesso, in questo modo, espressione della volontà di Dio, che tutto subordina alla mia salvezza; e con ciò stesso mi viene indicato in qual modo io, il singolo, debba essere, secondo la volontà di Dio, membro del tutto.

In entrambi parla Iddio: dall’interno coll’incalzare della coscienza, dall’esterno con la disposizione delle cose. La parola dell’uno è chiarita dalla parola dell’altro. L’impulso sempre nuovo di questa relazione sprona continuamente la vita morale dell’uomo religioso. Di qui noi comprendiamo la parola di Cristo: «Non preoccupatevi del domani. Ogni giorno ha la sua pena» e l’altra: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», che esprimono profondissima dipendenza e vincolo e insieme perfetta apertura e disponibilità.

Ora abbiamo un concetto più chiaro della coscienza. Essa significa: esser consapevoli a se stessi, al cospetto di Dio, del bene, inteso come un comandamento della santità di Dio; con se stessi, al cospetto di Dio, comprenderlo, traendone il senso della situazione, che si presenta di volta in volta, considerata come disposizione provvidenziale dello stesso Iddio.

Se l’uomo comprende e vuole tutto ciò; se si mette in quest’ordine di idee; se lo accoglie dentro di sé come la forma non più discutibile della sua vita - allora ne nasce qualche cosa di mirabile, quello che costituisce appunto il gran mistero della coscienza: l’intesa con Dio. Voi avete la sensazione, nevvero, che qui si spalanca un regno di intimità, profondità e ricchezza infinita? È l’intesa dell’uomo internamente vigile e pronto col volere divino, quale si precisa continuamente nell’attimo che passa. Scrutiamo l’intimo senso della parola: «intesa» (Einverständnis )... «intendere» (Verstehen); già di per sé più che un semplice «conoscere» (Wissen); è piuttosto un penetrare, un avanzar in profondità e in interiorità; un esser dentro fino in fondo. Ma si tratta inoltre di un’intesa con Dio; di un’intesa che è frutto di una relazione sempre più intima e più profonda con Lui. Il termine significa dunque non soltanto che l’uomo stia in ascolto, accetti ed obbedisca, perché quello che gli vien comandato è giusto; ma significa che l’uomo si è inteso con Dio, che Questi gli faccia sapere che cosa è il bene, dichiarandosi da parte sua pronto ad ascoltare e ad agire. Questa è un’alleanza fra Dio e l’uomo, che ha per scopo l’attuazione dell’unum necessarium. Ora, qui, così, in virtù di ciò che va nominato soltanto nell’umiltà e nello stupore dell’adorazione, la volontà di ,Dio, la quale è lo stesso bene, che comanda. Quale preziosissimo e profondissimo significato acquista qui la coscienza!

Ma tutto questo raggiunge la sua pienezza nel mistero della nostra elevazione a figli di Dio: l’uomo viene rigenerato; da Dio Padre, in Cristo, per opera dello Spirito Santo; per partecipare alla vita divina. Tra lui e il suo Dio vi è ora il rapporto amoroso da figlio a padre, da fratello a fratello, da amico ad amico; il Padre vostro che è nei cieli sa di che avete bisogno... non cade capello dalla vostra testa, ch’Egli non lo sappia... Cristo non ci chiama più servi, ma amici... Egli è tra noi come il primogenito tra molti fratelli... il suo Spirito è fra noi per assisterci e consolarci... Egli ci insegna tutta la verità... In Lui noi diciamo «Padre», diciamo «Signore Gesù», preghiamo e rendiamo testimonianza... e, per dir tutto in una parola: chi ama Cristo, a lui vengono i sommi «Noi», i santissimi Tre, e stabiliscono in lui la loro dimora, in una inesprimibile comunanza di vita divina.

Nel Padre nostro poi questo rapporto e il suo contenuto diventano preghiera.

A questo punto un moralista potrebbe obbiettare: Identificando il bene con Dio e pretendendo che l’intelligenza del bene da parte della coscienza derivi da Dio, tu hai abbandonato ciò che è specifico della morale, vale a dire il principio dell’autonomia e della responsabilità soggettiva. Kant ne ha fatto uno dei cardini del pensiero moderno: morale, secondo lui, è quell’azione, che prende per norma la legge del nostro «io», del «soggetto assoluto», trascendentale. La vera morale è dunque autonoma. Se vincolo il rapporto morale ad una realtà fuori di me, lo inquino; divento schiavo d’altri, eteronomo e perciò immorale. Il nostro pensiero filosofico è in procinto di spezzare su tutta la linea il predominio di Kant. Lo romperò anche in questo punto. La legge morale non è una legge del mio «io». Ciò è un’illusione ottica interiore, anche se dicendo «io» si intenda il «soggetto trascendentale», cioè il complesso dei giudizi umani in generale. Inderogabile ed essenziale caratteristica della legge morale si è che mi «venga incontro»; che non sia dunque per me l’«io» stesso. Già dal punto di vista filosofico dunque la proposizione di Kant è falsa. Ma è falsa anche religiosamente parlando. Anzi in fondo essa è di una superficialità religiosa singolare, che si comprende soltanto, sapendo che Kant, in fatto di religione, era piuttosto freddo. Egli dice: Dal momento che identifico il bene con Dio e concepisco la legge morale come comando di Dio, è un «altro» che mi comanda e vado soggetto ad altri... Ma chi viene da un ambiente strettamente religioso deve rispondere meravigliato: Ma Dio non è punto un «altro»! Come si possono confondere in tal modo cose e concetti? Un uomo accanto a me è un altro, un’autorità dello Stato è un altro. Ma Dio non è «un altro» in questo senso! Dio è Dio! Egli non può assolutamente venir incluso in tale categoria. Evidentemente Lui non è me. Tra Lui e me vi è un abisso immenso. Ma Dio è il Creatore, nel quale io ho la causa del mio essere e della mia esistenza; nel quale io sono più me stesso, che in me stesso. Il mio rapporto religioso con Dio è determinato appunto da quel fenomeno unico che non si ripete altrove, cioè che quanto più profondamente io mi abbandono a Lui, quanto più pienamente io lo lascio penetrare in me, con quanta maggior forza Egli, il Creatore, domina in me, tanto più io divento me stesso. Quel mio «io», che si sforza di comprendere il bene al cospetto di Dio, come comando della sua santità, traendone il significato dalla realtà disposta dalla Provvidenza, è ben più profondo, anzi ben altrimenti profondo che quell’«io», il quale ossessionato dal pensiero della propria autonomia, si irrigidisce in se stesso.

Ma questo ci spinge ancora una volta verso le profondità del nostro essere, cioè verso ciò che forma il segreto principale della persona.

Il bene che debbo fare, debbo farlo in nome di colui che sono. Non come un «soggetto» qualsiasi, che si può scambiare, ma in quanto sono io, nella unicità della mia persona.

Un pezzo di una macchina può sempre venir sostituito da un altro. Non è esso, come oggetto tale, che abbia importanza, ma la sua funzione. Anche una pianta, un animale, possono venir sostituiti da un altro essere della medesima specie, poiché il centro di gravità, in definitiva, non sta nell’individuo, ma nella specie. Quello che importa soprattutto è che sia un individuo, nel quale si esprime la specie; non che sia proprio questo o quello. Nell’uomo la cosa è ben diversa. Nell’uomo parla un «io». Nell’uomo quello che importa è l’individuo, perché è un «io». Un uomo non può in definitiva venir surrogato da un altro, perché egli è persona. Le cose hanno un’essenza: l’archetipo del loro essere e del loro operare, che è comune a tutti i soggetti della medesima specie.

L’uomo non ha soltanto un’essenza, comune a tutti i suoi simili; egli ha di più. L’essenza dell’uomo porta in ogni singolo l’impronta terminale di unicità: è «nome». Tutte le altre cose si trovano già nel tipo della specie. L’uomo solo è a priori «singolo». Ma lo è, perché ha rapporto immediato con Dio. Tutte le cose del mondo sono intrecciate nel contesto dell’universo e negli ordinamenti della specie; e anzi, in misura totale. Anche l’uomo vi è inserito, ma solo con una parte del suo essere. L’uomo ha qualche cosa che sta a sé, perché viene immediatamente da Dio. Il mio spirito vivente è stato creato immediatamente da Dio; non come «caso», ma come «questi». L’uomo dunque non ha soltanto un’essenza determinata, ma porta anche un nome. L’atto divino della creazione, dal quale ho ricevuto la mia realtà, fu un atto di denominazione. «lo ho scritto il tuo nome sulla mia mano», dice Dio nell’Antico Testamento. Questo mio nome lo trovo soltanto presso Colui «che lo sa», poiché me lo ha imposto nell’atto di crearmi; presso Dio. Soltanto presso Dio io imparo a comprendere e a conoscere il nome, che esprime la mia essenza. E precisamente cercando di conoscere la sua volontà, poiché questa non è una «legge» astratta per l’«umanità», ma un comando vivente di Dio. Diretta certo a tutti gli uomini, ma anche ad ogni singolo, così come egli è, quasi dal Padre a questo suo figlio. Nella misura in cui io conosco la volontà del Padre, vi riconosco quello che io sono. Poiché quello che sono è contenuto in questa volontà. Il mio nome è la sua volontà a mio riguardo. Con questa egli si rivolge a me, «chiamandomi». E per il fatto che io adempio questa volontà e traduco in atto il mio nome, nasce e cresce il mio più vero «io», e «di fatto e in verità» io divento colui, che come tale sono chiamato da Dio.

Non bisogna prendere tutto questo come una semplice figura rotorica. Si tratta di verità, delle quali uomini, che le hanno esperimentate, rendono viva testimonianza. Su certi settori del mio essere io esercito un dominio immediato; io cammino, mangio, guardo. Altri mi si di schiudono a poco a poco: sono i recessi più profondi del mio interno, le energie creatrici, le forze dell’amore. Ma gli ultimi, gli intimi, sfuggono affatto al mio immediato potere. Sono nascosti in Dio e mi si scoprono solo per dono di Dio. Ci sono in me delle zone che diventano realtà, soltanto se messe in rapporto con Dio. Il fondo del mio essere vive soltanto nello sguardo d’amore che Iddio posa su di me. Solo in questo sguardo esso è reale ed io divengo padrone della sua realtà.

Ed ora rifacciamoci ancora una volta a quello che abbiamo appreso intorno alla coscienza. lo ho cognizione del bene infinito e semplice, so come esso si rivolge a me e da me vuol essere attuato; come esso si specifica nella situazione, che continuamente si rinnova e mi parla. Ho cognizione di questo bene al cospetto di Dio, riconoscendolo come un comando della sua santità. Solo così il mio sguardo e il mio giudizio diventano liberi. Solo così acquisto il possesso di me stesso, del mio «io» intimo, del mio nome, che sta tra me e Dio e prende vita non appena io «compio la sua volontà» e «santifico il suo nome». Questo mio nome essenziale s’immedesima in ciò che ho da fare e lo rende insurrogabilmente mio proprio. Con ciò io divento nel senso più vero della parola «personalità». Questo mistero, nel cui «contesto», se è lecito esprimersi così, è presente Dio; e il bene proveniente da Lui; ed io in quanto io e col nome ricevuto da Dio - questo mistero, dico, è ciò che forma l’interiorità della coscienza.

Forse tutto questo vi sembra complicato. Ma è tale soltanto nel pensarlo. In realtà è semplice. Vera complicazione in questo complesso viene introdotta soltanto dalla volontà negativa dell’uomo, dal fatto ch’egli voglia cose contrarie alla volontà di Dio, dal male. In sé quest’articolazione è il semplice segreto della nostra vita interiore, nei suoi rapporti con Dio. Alla fine del libro dell’Ecclesiaste si legge: «Meditiamo dunque insieme la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, poiché questo è tutto l’uomo».
Il Nuovo Testamento lo esprime nella semplice esortazione a «fare la volontà del Padre», e nel Padre Nostro prega che questa volontà sia fatta, poiché in ciò è il compendio di tutto.

Partendo da qui si superano anche le possibili deviazioni della coscienza dianzi accennate. 
Se l’educazione naturale vuol formare l’uomo in modo da dargli uno sguardo limpido e una sensibilità delicata per comprendere uomini e cose; un giudizio sicuro e uno slancio creatore per l’azione; in modo da renderlo fiducioso, serio e capace di responsabilità; in grado di vedere chiaro attraverso le proprie limitazioni psicologiche e di liberarsi da coazioni spirituali - tutte queste cose sono importanti, e qui non solo riconosciute, ma anzi presupposte. Per noi tuttavia rimane di particolare importanza quel punto d’Archimede, che affiora nel nostro interno, non appena ci mettiamo alla presenza di Dio, e facendo leva sul quale noi possiamo sollevare dai cardini il nostro mondo interiore.

Solo in questa prospettiva il dovere morale ci appare nella sua portata ultima; acquista la sua reale e non soltanto mentale «eternità». Ora si comprende il senso più profondo dell’atto morale, considerato come realtà vivente. Il mettersi alla presenza di Dio è il mezzo per giungere alla sincerità interiore; alla libertà, spezzando pastoie psicologiche ed oggettive. Qui si spezza anche la schiavitù morale. L’adempimento della legge morale non è più soltanto il compimento di un dovere astratto, ma edificazione della nostra salvezza.

 

 

 

 

ESERCIZIO DEL RACCOGLIMENTO

Riepiloghiamo di nuovo.

Abbiamo cercato di conoscere ciò che è il bene e ciò che è la coscienza. Abbiamo anzitutto concepito il bene nella sua pura essenza, come infinito nel suo contenuto e semplice nella sua struttura. La coscienza poi come quell’organo interiore, mediante il quale io conosco che il bene esiste; del quale questo bene si serve per spingermi ad attuarlo; il quale mi fa sentire la responsabilità che il bene venga attuato. Siccome però questo bene è infinito e semplice ad un tempo, io non posso comprenderlo immediatamente come dovere pratico. Bisogna che si specifichi; che si scomponga in singoli doveri di contenuto parziale, affinché io possa attuarlo. Ora questo avviene nella situazione, nell’intreccio della realtà e degli avvenimenti, quale si rinnova continuamente intorno a me, e a me guarda, e da me vuol ricevere interpretazione e forma.

Quello che di volta in volta mi viene indicato come giusto dalla situazione oggettiva - ecco il bene. Coscienza poi significa la facoltà di riconoscere quello che vien così presentato e di concretarlo per l’azione.

Già a questo stadio il concetto della coscienza aveva qualche cosa di profondo e di intimo. Lo abbiamo espresso nella proposizione: «Io son consapevole a me stesso del bene». Questa interiorità proveniva dal fatto che il bene coinvolge il senso supremo di tutto, compreso il senso supremo della mia esistenza. La salvezza dunque, l’eterno destino. E precisamente il mio destino, di cui nessuno può alleggerirmi e che nessuno può rapirmi.

Questo carattere d’interiorità si è approfondito maggiormente nella seconda conferenza. In essa abbiamo seguito la coscienza giù giù fino al suo fondo religioso. «Coscienza» non significa affatto soltanto un organo etico; a ciò l’ha ridotta appena l’età moderna e più che altrove, a quanto sembra, nei paesi di lingua tedesca. In sé e per sé «coscienza» significa l’organo che coglie il dover essere in genere, ciò che è degno di essere, con manifesta tendenza all’aspetto religioso. Si può dimostrare storicamente che parola e significato di «coscienza» sono in rapporto con gli ultimi strati della coscienza religiosa: col«fondo dell’anima» e con l’acies animae.

Vedemmo inoltre, che il bene, in fondo, è la vivente santità di Dio stesso; aver cognizione del bene quindi e della sua esigenza, è aver cognizione della santità di Dio e della sua legge. L’organo ne è la coscienza. E la situazione, dalla quale il bene viene specificato, è disposizione dello stesso Iddio, il quale con il suo comando sollecita il cuore, affinché voglia accogliere in sé ed attuare il bene-santità. Fin dall’eternità il mondo è nelle mani di Dio. Dall’eternità Egli coordina il tutto e il singolo. Il singolo, affinché con altri singoli costruisca il tutto; questo tutto poi, perché diventi fondamento, contenuto, compito per il singolo. Noi abbiamo rassomigliato il rapporto di ogni singolo con l’universo ad un’ellisse. Essa ha due fuochi: uno sta in me, l’altro nel tutto, davanti e intorno a me. Ogni qualvolta v’è un uomo che dice «io», si tende un nuovo rapporto fra i due fuochi. Che in tal modo l’universo e il singolo entrino in vicendevoli rapporti, che l’edificarsi dell’universo e il mio sviluppo siano posti in relazione strettissima, per disposizione della sapienza e dell’amore di Dio, - questo e non altro è la Provvidenza. E la Provvidenza di Dio entra in azione, continuamente, nella situazione. In essa si specifica l’infinita esigenza della sua santità.

La coscienza poi è la cognizione di questo rivelarsi e specificarsi del volere divino nella disposizione della Provvidenza.

Io non sono un «caso» fra tanti, ma qualche cosa di unico. Non sono soltanto individuo, ma anche persona. Non porto in me soltanto un’essenza generica, ma un’essenza che ha l’impronta dell’unicità: porto un nome. Questo nome l’ho da Dio. Sono nel mondo, ma non mi confondo con esso. Con ciò che ho di intimo vengo immediatamente da Dio e sto in rapporto diretto con Lui. Egli mi ha creato come questa determinata persona. Questo nome che mi ha imposto non è racchiuso nella natura generica «uomo». Non si sperde nell’articolazione dell’universo, e Dio solo lo sa. Perciò io posso conoscere il mio nome, conoscere cioè quello che ho di più mio, solo ricavandolo di là, dove è custodito, cioè da Dio. I vari strati del mio essere possono essere portati alla condizione di realtà cosciente con maggiore o minore facilità. Quanto più nobili e più profondi, tanto più difficilmente. L’ultimo diventa reale soltanto nell’incontro con Dio. Questa cognizione intorno a Dio; questa cognizione di ciò che intercede tra Lui e me soltanto; questo rivelarmi a me stesso al suo cospetto, è la coscienza nella sua ultima profondità religiosa. lo debbo fare la mia parte nel mondo in corrispondenza al nome che da Lui ho ricevuto. E tale divento solo a patto di compiere la volontà di Dio a mio riguardo. Ma questa volontà mi vien presentata, di volta in volta, dalla situazione.

Ciò trova la sua piena espressione cristiana nella rivelazione della nostra dignità di figli di Dio. Come questa determinata persona, io vengo creato e ricevo un nome; come questo «tal dei tali» vengo rigenerato e ricevo un nuovo nome; vengo battezzato per divenir figlio del padre. L’Apocalisse esprime ciò che qui mi viene dato, che rimane ancora occulto, ma un giorno diverrà manifesto, nella proposizione: «Voglio dargli un sasso bianco con su scritto il nuovo nome, che nessuno conosce, se non colui che lo riceve».

 

Ora dobbiamo domandarci: Tutto questo è forse la cosa più naturale del mondo? È cosa ormai attuata e assicurata? che va avanti automaticamente? 
Evidentemente no; come risulta da tutta la nostra considerazione. Più di una volta abbiamo rilevato che la coscienza non è un apparato perfetto che funzioni senza bisogno d’altro, bensì qualche cosa di vitale, che diviene e cresce, come tutto quello che vive in noi. Noi stessi vi siamo dentro, con tutte le nostre manchevolezze. Perciò essa può divenir quello che deve essere solo a poco a poco.
Di qui la nostra odierna domanda: Questo divenire procede da sé? Ovvero possiamo contribuirvi in qualche modo? Poiché se lo possiamo, in tal caso anche lo dobbiamo.

Vorrei fissare un primo concetto: Ciò che ne è l’estremo fondo e la proprietà intrinseca non può venir fatto. Il perfezionamento intrinseco della coscienza, dal punto di vista naturale, è cosa degli anni e dell’esperienza; dal punto di vista della fede, è cosa della grazia. 
Anche per la coscienza si tratta in fondo di un processo di maturazione. Che la nostra sensibilità per il bene diventi più robusta e più chiara; che la coscienza della responsabilità in questo riguardo diventi più precisa; che la nostra sagacia nel cogliere la molteplicità di valori della situazione si affini; che lo sguardo sul suo significato definitivo e la capacità di ridurne il molteplice contenuto all’unità della sua esigenza e la forza di decidere e di mantenere la decisione presa diventino più sicuri - il progresso in tutto ciò dipende da maturazione interiore. E dall’esperienza. Poiché quanto importa l’aumento della sensibilità interiore, il raccoglimento e il consolidamento interiore, altrettanto importa che noi rinnoviamo continuamente il nostro contatto con la molteplicità delle cose e degli avvenimenti. Con ciò noi veniamo in possesso di una gran quantità di immagini, immagazziniamo dei fatti e allarghiamo le possibilità di confronto. I nostri criteri di misura, i nostri punti di vista, le nostre abitudini, attraverso la nostra esperienza, vengono passati continuamente al vaglio della critica, analizzati e corretti.

Maturazione interiore ed esperienza esteriore si aiutano a vicenda.

Lo stesso vale anche per la vita cristiana: l’avvicinarsi a Dio; la disposizione a lasciarci istruire da Dio; la serietà dell’intesa con Lui; il comprender sempre più profondamente se stessi nel dovere, che ci è imposto - tutto questo è frutto di maturazione e dell’esperienza ad un tempo. Frutto della crescita naturale della vita, ma soprattutto dono della grazia. E la grazia dobbiamo tenerci pronti a riceverla e ad impetrarla con incessante preghiera. Né dimentichiamo che vi è un sacramento della coscienza cristiana: la Cresima. Nella Cresima veniamo dichiarati maggiorenni nel regno di Dio - lo schiaffo è appunto l’antico simbolo giuridico, col quale il giovane veniva liberato dalla tutela. E i doni dello Spirito Santo ci vengono dati, affinché nel mondo impegniamo la nostra responsabilità per il regno di Dio.

Che cosa dobbiamo fare dunque, da questo punto di vista?

Dobbiamo purificare il nostro intimo. Dobbiamo diventare attenti e pronti. Dobbiamo fare il nostro dovere. Interpretare la situazione e corrispondervi nel modo migliore possibile. Dobbiamo tener l’anima aperta all’esperienza. Vivere con vigile solerzia la nostra vita. Non sfuggire l’evento che ci viene incontro; a meno che la nostra coscienza non ci dica che in questo caso la soluzione della situazione consiste appunto nella fuga. Dobbiamo accettare i casi lieti e tristi; anche i tristi e proprio quelli. In poche parole dobbiamo aprirci alla vita, quale Dio ce l’ha destinata. Dobbiamo trar profitto da questa vita - dalla nostra vita; dilatando, correggendo, illuminando noi stessi.

E non stancarci mai di impetrare la chiarezza della coscienza. Così pregava Newman: «Ho bisogno che Tu m’istruisca, giorno per giorno, su ciò che è l’esigenza e la necessità di ogni giorno. Concedimi, o Signore, la chiarezza della coscienza, la quale sola può sentire e comprendere la Tua ispirazione. I miei orecchi sono sordi; non so percepire la Tua voce. I miei occhi sono offuscati; non so vedere i Tuoi segni. Tu solo puoi affinare il mio orecchio, acuire il mio sguardo e purificare e rinnovare il mio cuore. Insegnami a star seduto ai Tuoi piedi e a prestar ascolto alla Tua parola. Amen».

E allora l’una cosa riceverà luce dall’altra.

Oltre a questo è però possibile un’altra cosa: l’esercizio.

Sull’argomento ci sarebbe molto da dire. Tutto il problema della formazione della coscienza, il problema della formazione della vita interiore, sta qui. Tutte le questioni: come render l’occhio capace di distinguere la varia molteplicità del reale e dei suoi valori? Come svegliare e irrobustire la forza di penetrare e d’imprimere una forma alla situazione? Come educarmi alla larghezza e nello stesso tempo alla precisione? Come allentare a poco a poco dai loro vincoli gli strati profondi del mio essere, affinché diventino liberi ed entrino in azione?... Qui si tratta dei compiti più importanti dell’educazione.

Da questo vasto campo scegliamo una cosa sola: l’esercizio del raccoglimento.

Tutti i maestri della vita interiore ne parlano. Si può dire che, sotto un certo aspetto, tutta la formazione morale e spirituale si riassume nell’esercizio del raccoglimento. Su che si basa questo esercizio?

Si basa sul fatto che il nostro essere vivente è costruito in due direzioni: dall’interno all’esterno e viceversa. Sulla cognizione, dunque, che vi è in esso superficie e profondità, moto di espansione verso la periferia e di concentramento verso il centro. Sulla conoscenza inoltre, che quello che è interiore, profondo, al centro, è più importante; che l’uomo però inclina all’esteriorità, alla superficialità, alla distrazione; che perciò il compito più urgente sta dalla parte, dove maggiore è il pericolo.

E si tratta di un compito veramente grande, che decide di interessi supremi. Di che si tratti qui possiamo forse esprimerlo nei termini seguenti: Si tratta anzitutto della cella interiore.

Questa cella interiore esiste; la sfera interiore, nella quale posso ritirarmi, nella quale mi posso occupare degli oggetti, e dove sono, da solo a solo, con me stesso; là dove vengon prese le decisioni vitali, dove mi trovo con Dio, alla Sua presenza, sotto il Suo sguardo... Questa cella esiste e può diventare più ampia, più profonda, più viva, più tranquilla, più sicura.

Tutto ciò non è così naturale, come potrebbe apparire. Se ci chiedessimo con sincerità: Ho io in me tale «cella interiore»? Ho io questa sfera opposta alla semplice esteriorità, nella quale posso esistere e vivere? - credo che dovremmo spesso rispondere negativamente. Dovremmo confessare di avere la sensazione che in noi tutto sia chiuso, compatto e impenetrabile. Comunque non riconosceremmo certo il caso nostro in ciò che i maestri dicono del mondo interiore: della sua segretezza e tranquillità, dei suoi vari piani in profondità, della pienezza della sua vita intima, della sua potenza; della grandezza delle sue decisioni... Ecco qui dunque un compito da assolvere.

Bisogna creare, ampliare, munire di volta la cella interiore. Il mondo interiore deve venir dischiuso.

Quello che abbiamo detto della cella interiore include già un secondo concetto: la profondità.

Che cosa significa il dire: un uomo è «profondo»? Non vuol dire che i suoi pensieri siano complicati e difficili da capire; nemmeno che i motivi del suo agire siano occulti e le sue mète nascoste, o alcunché di simile. La profondità è una proprietà singolare. Possiamo esprimerla soltanto metaforicamente, ma abbiamo la sensazione precisa di che si tratta. Profondità significa una dimensione speciale, diversa da «quantità», o «estensione», o «complicazione». È stratificazione "verso l’intimo", e precisamente in maniera, che gli strati, quanto più sono interiori, tanto più diventano preziosi, nostri, delicati, viventi. Il pensiero più semplice può esser più profondo, e i sentimenti più complicati, superficiali; il sentimento più forte può esser superficiale e la più lieve impressione, profonda.

Anche questa profondità va conquistata, e chi l’ha ricevuta in dono deve coltivarla. Quando conosciamo un uomo da bambino e poi lo seguiamo nella sua gioventù e così avanti secondo che procede negli anni; se egli vive onestamente e fa il suo dovere, allora notiamo che la qualità, di cui si è parlato sopra, si afferma in tutto il suo carattere, nelle sue parole, nelle sue azioni.

Facciamo un passo innanzi: la vigilanza interiore. La sensibilità e la perspicacia per ciò che è giusto; per la pienezza e la varietà dell’essere e della situazione; per le gradazioni e le sfumature della realtà e di valori. Di nuovo anche qui una cosa non è così naturale, come potrebbe sembrare. Quasi quasi può dirsi naturale il suo contrario: la cecità e l’angustia dello sguardo, l’ottusità della sensibilità interiore, l’indolenza del cuore. Quella vigilanza importa che si avverta la potenza e la pienezza dell’esistenza, che si nutra in sé la passione per il bene e per il dover-essere, che si soffra sotto il peso dell’imperfezione; significa che interiormente qualche cosa sia sempre pronto a uno slancio verso ciò che è giusto e buono... Anche questa piena chiarezza, sensibilità, tesa prontezza è un compito.

Ed eccoci al raccoglimento nel senso più stretto: Che tutta la molteplicità delle forze venga energica mente disciplinata da un punto interiore; che tutta l’attività abbia un solo punto di partenza e, per vie spesso nascoste, ad esso ritorni; che la vita abbia un centro e perciò un ritmo. Anche qui, se ci chiediamo: «Ho io ciò? Ha la mia vita qualche cosa che assomigli a un centro? Ed è ordinata verso questo centro?» - la risposta difficilmente sarà soddisfacente. La nostra vita è tutta esteriorità. Nella nostra vita domina il caso. Le cose esteriori, secondo che ci si avvicinano, ci attirano a sé. Noi siamo in balia di quello che ci tocca di bene e di male. Le nostre forze si disperdono in mille oggetti. Anzi molti uomini non hanno nemmeno la più lontana sensazione di un «centro». L’esperienza del proprio centro è ben determinata e non vive certo in molti, altrimenti la nostra civiltà avrebbe un altro aspetto. Dunque un altro compito anche qui.

E finalmente si potrebbe accennare anche alla spiritualizzazione: Che in noi si irrobustisca lo spirito; lo spirito, che è qualche cosa di diverso dalle cose materiali; di diverso da ciò che è solamente corporeo; di diverso dalla vita puramente sensitiva. Quello che sta in rapporti speciali col bene, con ciò che deve essere, con la verità, con l’amore, con la purità, con Dio. Che questo spirito cresca nell’uomo, ecco ciò che determina il nostro valore umano. Che lo spirito tutto compenetri; signoreggi la vita dell’istinto e la passione; che si esprima in tutto - se guardiamo attentamente, è proprio da ciò che dipende tutto quello, di cui abbiamo parlato or ora. Cella interiore, profondità, vigilanza, raccoglimento e centro - sono espressioni diverse per dire che in noi lo spirito è vigoroso. Anche questo però non è cosa che venga da sé. Pronunciamo una volta attentamente la parola «io»! Se da questo io, da quello che io ho e sono venissero eliminate le cose che posseggo, gli organi del mio corpo, le sensazioni dei miei sensi; se cancellassi i miei concetti, le mie cognizioni, le mie abilità - al di fuori di tutto questo resterebbe ancora qualche cosa? La domanda è fatta molto all’ingrosso, ma il senso è chiaro. Se cancello tutto questo, mi rimane ancora quel resto, per il quale tutto ciò che si è prima nominato è soltanto materia strumentale e mezzo di manifestazione? Quell’entità intima che in tutto ciò vive, che in ciò raggiunge il suo destino, decide della sua sorte, si afferma o fallisce? Ciò, da cui, in definitiva, dipende la mia dignità e la mia salvezza? Certo, lo so, questa entità esiste, è lo spirito, la mia anima spirituale... Ma forse non è vero appunto che per lo più ciò lo so soltanto, ma non lo vivo? Che l’anima spirituale dorme con quello che ha di più intrinseco? Deve pur esser così, altrimenti gli uomini sarebbero diversi da quelli che sono.

Molto di quello che possiamo fare, per tradurre in atto tutto questo, è espresso nella parola: esercizio del raccoglimento.

Vogliamo parlarne alquanto a lungo, prendendo le mosse dall’esterno, per addentrarci poi sempre più verso l’essenziale. Ma qui poco ci gioverebbe, se dovessimo limitarci a pensieri generali. Al principio del nostro incontro ci siamo accordati di voler parlare di «ciò che dobbiamo fare». Perciò vorrei venire al pratico. Spetterà poi a voi di prender posizione in questo campo. Vorrei però ricordarvi che qui si tratta di cose dell’esperienza, delle quali, a sua volta, si può giudicare soltanto in base all’esperienza. Che dunque premessa per un retto giudizio è il fare.

La forma più ovvia del raccoglimento sarebbe certo l’ordine. Ordine della vita e del lavoro quotidiani, degli oggetti in camera e in casa, delle occupazioni nel corso della giornata e dei giorni; della lettura, dei pensieri e così via.

L’ordine raccoglie.

Ma di ciò basti un cenno.

Più profonda è l’efficacia di quella che si potrebbe chiamare l’educazione dei sensi e dell’ attenzione.

Socrate ad un padre, che veniva a chiedergli consiglio riguardo ad un suo figliuolo, disse una volta, sembrargli strano che gli uomini, mentre si guardan bene dal mangiare cibi guasti, sapendo che non è indifferente quello che introducono nello stomaco, non si facciano poi alcuno scrupolo di riempirsi l’anima di pensieri perversi. Questo è strano davvero. Noi abbiamo un’igiene del mangiare, ma non dubitiamo neppure che vi possa essere anche un’igiene del vedere, dell’ascoltare, del leggere. Dobbiamo lasciar entrare in noi proprio tutto? Facciamo una volta la prova: dopo aver attraversata la città, passando per vie frequentate, davanti a persone e a vetrine, esaminiamo il nostro interno per vedere che aspetto abbia. Che guazzabuglio di impressioni! Che disordine di pensieri! Che altalena di emozioni e di desideri! Che inquietudine e che malcontento! Ed anche quante brutture! È proprio necessario che sia così? Qui è al suo posto ciò che l’ascetica chiama la «custodia dei sensi», la disciplina dell’ attenzione.

Esercitare il raccoglimento vorrebbe dunque dire che qui si intervenga. Che non si lasci entrare tutto quello, che batte alla porta dei sensi e dell’attenzione; che si sappia distinguere fra il bene e il male, fra ciò che è nobile e ciò che è ignobile, fra quello che ha valore e ciò che non val nulla, fra quello che porta consapevolezza e ordine e ciò che crea soltanto confusione e trascina in basso. Un simile esercizio potrebbe dunque essere, a mo’ d’esempio, questo: Quando vado per le vie voglio rimanere padrone di me stesso e non permetto che ogni manifesto attragga il mio sguardo. Conservo la mia indipendenza e non mi lascio attirare da ogni vetrina. Mi rendo interiormente indipendente da tutto quel tramestio di gente, di veicoli, di figure, di chiasso e di calca, e non permetto che il mio interno venga distratto da ogni cosa che in qualche modo colpisca. In ciò mi esercito, e torno ad esercitarmi continuamente. Con tale esercizio apprendo l’arte di compiere un giro in città senza danno e di arrivare alla mia mèta con coscienza incolume e tranquilla.

Esercizio del raccoglimento sarebbe anche il non permettere che un giornale riversi nel mio interno tutto quel guazzabuglio di ciarpame politico, di quisquilie spirituali, di cronaca nera e sensazionale, di vero e di falso, di bello e di volgare, di pettegolezzo e di altro ancora! Dovrei dunque apprendere a sceglier dal giornale solo quello che mi riguarda, con rapidità e con sicurezza, e non appena esso mi ha reso questo servizio assolutamente non importante, buttarlo via e metter mano a qualche cosa che meriti maggiormente il nostro scarso tempo e le nostre scarse energie.

Si potrebbe così esemplificare a lungo. Esercizio del raccoglimento significherebbe dunque che di fronte al disordine del caso, alle pressioni da destra e da sinistra, alla folla delle impressioni e delle vicende, a tutto ciò che ci turba, ci eccita e ci inquina, sappiamo diventare indipendenti. Che di fronte a tutto impariamo a conservar la nostra calma. Che sappiamo passare al vaglio le nostre impressioni. Che troviamo un piacere, anzi direi uno sport molto nobile, nell’impegnar la lotta contro la prepotente barbarie che ci circonda; la lotta per non essere lo zimbello del caos culturale che ci attornia, e per diventare al contrario liberi padroni di noi stessi.

E non soltanto col vagliare le cose e coll’eliminare tutto ciò che non è né utile né buono. Ma anche e innanzi tutto col rivolgere la nostra attenzione interiore a qualche cosa di essenziale: ad un pensiero che va approfondito, ad una questione che va chiarita; ad un uomo, o ad una cosa che vogliamo capire... Ma di ciò diremo di più fra poco.

Ora facciamo un passo avanti e più addentro: eccoci alla solitudine e al silenzio.

Noi siamo schiavi non soltanto delle impressioni, ma anche degli uomini. Abbiamo istinti gregari. So che esiste anche la misantropia e, certo, non è il caso di coltivarla. C’è il destino della solitudine, che non trova nessuno con cui possa convivere. Nemmeno di questo intendiamo parlare. Parliamo di qualche cosa che non ha nulla di tragico, ma è invece estremamente da commiserare, dell’istinto gregario, troppo diffuso fra gli uomini; di quel bisogno di sentire intorno a sé sempre del chiasso; di voler sentir sempre chiacchierare; di non saper riservar nulla per noi soli e di non saper da noi stessi venir a capo di nulla.

Il raccoglimento sarebbe qui l’esercizio della solitudine e del silenzio.

Come sarebbe dunque a dire: non correre subito da altri, ma saper rimaner soli. E non per altro motivo che per cavarsela una buona volta da soli. Sbrigare una faccenda da soli, pur avendo alla mano qualcuno da poterne discorrere; e ciò all’unico scopo di acquistare una maggior indipendenza di giudizio e di deliberazione. Esercizio del raccoglimento sarebbe il tener per sé una storia o un avvenimento, o una trovata spiritosa, o una osservazione calzante, che corra alla mente. Tutto ciò può costare un buon sacrificio. Ma superando questo istinto sfrenato di correre da altri, di parlare o di ascoltare a parlare, si guadagna in profondità interiore.

Poi la ricerca della quiete e della solitudine: scegliere la via più modesta, anziché quella ricca di vetrine e di lampioni, fare un passeggio da solo, anziché in compagnia; rimanersene una sera tranquilli a casa, invece che andare in visita; rimaner soli una giornata intera, a casa, oppure, ciò che è particolarmente bello, all’aperto. Forse addirittura alcuni giorni di ritiro. Tali periodi portano refrigerio e concentrazione. Se ne esce del tutto purificati.

E, a sua volta, che questa quiete sia riempita con qualche cosa di positivo: con un buon pensiero, con un buon libro, con un problema. Teniamo presente tutto questo. Torneremo sull’argomento, per spiegarne l’importanza.

Al di là di quello che si è detto conduce la tacita attenzione rivolta al proprio intimo.

Essa non è altro che un’inclinazione generale a sostare di tanto in tanto e a riflettere sulla portata delle cose, a sottrarsi talvolta all’incalzante tumulto delle cose che passano, e a tender l’orecchio a ciò che sta avvenendo. È un assuefarsi a gettare sguardi retrospettivi, per esaminare il proprio operato; a riguardare il passato non come definitivamente liquidato, per la sola circostanza esteriore ch’è trascorso, ma a farlo agire su di noi dai suoi strati più profondi...

Wilhelm Raabe dice una volta quali lettori egli desideri per sé: «Ecco, egli dice, che si sta fabbricando una casa, e la gente che osserva fa i suoi commenti. L’uno critica, l’altro loda, un terzo pensa come l’ammobilierebbe se fosse sua. Ognuno considera la fabbrica in pietra e in legno e la valuta dal gusto e dall’utile che potrebbe cavarne. Ma c’è anche uno, il quale pensa quale vita si svolgerà in quelle camere, quale destino, quali dolori, quali gioie vi passeranno. Costui - dice il grande novelliere - che vede le cose in tal modo, è il lettore che desidero per me».

Qualche cosa di simile intendiamo esprimere anche qui. Una specie di gravitazione, vorremmo dire, verso l’intimo; la quale non deve però ostacolare e all’azione un valore e un legame con l’intimo.

In altri termini si potrebbe dire: una specie di attenzione rivolta all’ al di là. Rainer Maria Rilke esce una volta in questa profonda invocazione: 

«Tu, o Dio vicino...
Sono in continuo ascolto, dammi un segno, 
Io sono assai vicino.
Solo una parete sottile ci separa...»

Anche questo serve a render chiaro quello che intendiamo dire. Si può viver senza dubbio anche altrimenti. Si può vivere assorbiti nell’attualità che si tocca con mano, affidati alle sue ben note forze, nella chiusa cerchia delle cose visibili e dei fatti dell’esperienza, e con ciò punto e basta. Si può però anche mantener vivo in noi il pensiero che non è tutto qui. Che attiguo a noi, separato da una sola parete, abita l’Altro. Che lungo tutti i confini del nostro essere Dio ci è d’accanto. Si può tener desta la consapevolezza che nel nostro proprio intimo, là dove confiniamo col nulla, sta il Dio vivente.

Qui non c’è nulla di particolare da «fare»; non riflessioni e non sforzi speciali. Basta lo star sempre e tranquillamente in ascolto, un esser presenti a se stessi e un mantenere lievemente i contatti.

Fin qui si trattava di premesse del raccoglimento. Veniamo ora al suo esercizio nel senso più rigoroso della parola. Esso può assumere varie forme, che però in fondo riescono tutte alla stessa cosa.

Esso può consistere in quanto segue:
Nelle nostre azioni e aspirazioni di tutti i giorni noi siamo trasportati dalla corrente impetuosa degli avvenimenti. «Raccoglimento» significa qui l’uscire da questo vortice e mettersi in pace. Portar calma nel nostro essere, nelle nostre forze, nella nostra volontà. Far penetrare la pace sempre più profondamente in noi stessi. Noi facciamo sempre questo o quello, siamo sempre in attività, progettiamo, vogliamo, organizziamo, facciamo. Quando non facciamo niente, diventiamo nervosi e intorno a noi sentiamo il vuoto. La voce ha come un’eco cupa; ci si sente a disagio e ci si annoia. E al di là di tutto l’agire e il fare, noi non siamo, non esistiamo. Idolatriamo l’attività e perdiamo l’uomo.

Raccoglimento significa qui che sappiamo, una buona volta, non tanto fare, quanto vivere. Avere un’esistenza tranquilla. Un’esistenza piena, libera dall’ossessione del fare e del volere.

Noi tendiamo sempre ad una mèta, poi ad un’altra ulteriore, e cosi di seguito. Sempre verso qualche cosa che non esiste. Sbrighiamo una cosa e la gettiamo dietro le spalle. Viviamo gli avvenimenti, rapidamente e già essi non sono più. Cosi viviamo sempre scivolando fra quello che non è più e quello che non è ancora.

Raccoglimento significa qui creare il presente, sostare e divenir presenti. Presenti in noi stessi, realizzare l’«oggi» per quanto è concesso alla nostra instabilità; almeno averne l’intenzione e la disposizione.

Vivere tranquillamente l’attimo fuggente è appunto raccoglimento.
Le nostre forze sono disperse fra molti oggetti. La nostra attenzione viene attratta da mille cose. La nostra volontà e i nostri desideri sono incatenati in mille modi. Non siamo in possesso di noi stessi, ma in balia delle cose. La molteplicità delle cose è anzi penetrata in noi stessi, come ne fanno fede la varietà dei nostri pensieri, il contrasto dei nostri desideri, l’irrequietudine dei nostri sentimenti.

Raccoglimento vuol dire richiamare noi stessi a noi stessi; le nostre forze dalla dispersione all’unità. Superare la confusione e ristabilire una tranquilla semplicità. Sgombrare il guazzabuglio, per attenerci a pochi, forti e buoni pensieri. Semplificare i nostri desideri; imparare a riposare in noi stessi senza brame, a diventar tranquilli e sereni. Apprendere ad esser padroni di noi stessi.

Il nostro interno è spesso oppresso da preoccupazioni, agitato da passioni e accasciato dalle contrarietà e dalle sofferenze.

Qui il raccoglimento significa che interiormente torniamo a noi stessi. Che in noi si levi qualche cosa di profondo, che a tutte queste cose per noi ripugnanti dica: «Questo veramente non mi appartiene. Devo sopportarlo e lo farò lealmente, ma non sono tutt’uno con esso. C’è in me qualche cosa al di là di tutto questo. Questo qualche cosa è sereno, è forte, è l’essere vivente del mio spirito. Questo vive in sé, realmente, nella sua indistruttibile sostanzialità. Raccoglimento significa che io cerchi il contatto con questo centro spirituale vivente, il contatto da me stesso a me stesso. E che di li attinga l’energia e la fiducia per rinnovarmi. Il Vangelo parla della luce interiore che è in noi e può «rischiarar tutto». Questa non è immagine, è realtà. Lo spirito è luce sostanziale. E chi sa liberare lo spirito, ne rimane illuminato. «Tutto il corpo illuminato», dice il Signore. Di questo passo si potrebbe continuare un pezzo...

Ma non ci rincresca di venire al concreto. Come possiamo compiere quest’esercizio?

La sera, quando abbiamo finita la nostra opera quotidiana, potremmo ritirarci. Potremmo metterci a sedere. Meglio ancora se in ginocchio; perché lo stare in ginocchio esprime riposo e insieme contegno. Poi potremmo creare il silenzio; attorno a noi e in noi. Potremmo poi dirci: «Ora sono tranquillo; perfettamente tranquillo; fino nel più intimo della mia anima». Potremmo cercar di sgombrare del tutto il nostro intimo e di metterci in una calma assoluta. Quando facciamo cosi, ci accorgiamo, e solo allora adeguatamente, quanto sia profonda l’irrequietudine dei nostri nervi. Mille cose si affacciano e vogliono essere fatte. Cose dimenticate urgono per essere riprese in considerazione, preoccupazioni si affacciano, progetti si incalzano... Via tutto questo! Bisogna acquistar la calma e non con uno sforzo di volontà, ma con una lenta liberazione interiore. E lasciar discendere il silenzio, sempre più in giù, nel profondo dell’io. I pensieri di tutte le specie - via! I desideri senza pace - via! Non con un atto imperioso della volontà, bensì mettendoli silenziosamente e insieme però anche risolutamente alla porta. Non pensare né all’ieri, né al domani. Essere del tutto presente, del tutto qui. E cosi sostare un po’; questo solo porta già risveglio interiore, padronanza di sé, freschezza e rinnovamento.

Ma poi, a misura che la nostra padronanza interiore diventa più sicura, dobbiamo portare in questo silenzio, in questa presenza a noi stessi, in questo raccoglimento, qualche cosa che venga dalla sfera del bene. Riflettiamo al significato di una nostra azione passata: che senso può veramente aver avuto? E vi abbiamo fatto buona prova? O avremmo dovuto agire altrimenti? L’azione cattiva può venir riparata, in certo modo rigenerata, nel pentimento e nella sincerità della conversione. Oppure in questo silenzio portiamo qualche cosa che è ancora da fare: un dovere, un problema. Apriamoci al bene: «Lo voglio, sono pronto, sinceramente, fino nelle profondità del mio essere? Che debbo fare?». In certe perplessità, nelle quali non si sa a che santo votarsi - quando internamente ci si mette in calma, e si supera la ribellione contro il bene, non con la violenza, ma con una liberazione interiore e ci si mette con sincerità in buone disposizioni - allora, spesso tutto d’un tratto, si sa che cosa convenga fare. Poiché quello che cagionava l’incertezza, non erano in fondo solidi argomenti in contrario, ma una riluttanza della volontà. Oppure portiamo con noi nella nostra quiete una parola profonda, un pensiero sostanziale, una limpida lettura.

Questa è la cella conveniente soprattutto alla Sacra Scrittura: la cella della meditazione.

Qui è la «dimora» per Iddio. Quando mi metto in pace e dico: lo sono qui, pienamente presente - - allora si affaccia quasi spontaneo il pensiero: È qui Dio, il Dio vivente. Pregare significa elevare il cuore a Dio, significa cercare il cospetto di Dio, con lo sguardo interiore, affinché il movimento del nostro cuore e la parola del nostro spirito trovino il loro posto. Questa cosa profonda, che consiste nell’orientamento verso Dio, nel muoversi verso di Lui, e nel giungere presso di Lui, nel parlarGli a tu per tu - tutto ciò è frutto di un tal raccoglimento. «Quando tu preghi, prepara il tuo cuore, e non essere come un uomo, che tenta Dio», dice la Scrittura. Chi si prepara in tal modo, sente sgorgare quasi spontanea la preghiera dal suo cuore.

Qui convien fare attenzione ad una cosa importante. Dell’esercizio del raccoglimento si può anche abusare. Qui si tratta di realtà, di forze reali, di profondità reali. Queste forze possono venire evocate e cagionare anche danni; le profondità possono venir spalancate ed esporre a pericoli. Ciò può avvenire perché tali forze non vengono dirette ad uno scopo e allora cagionano rovina, come avviene di una sorgente che si faccia scaturire, senza poi incanalarla. Ovvero perché tutto vien fatto per vanità; per dilettantismo, per capriccio, per avidità di sensazione, per qualche desiderio di potenza. Le correnti occultistiche e parapsicologiche sono spesso un criminoso gioco con tali forze... Quello che qui facciamo, dobbiamo farlo con moderazione e con calma. E - ciò che è di importanza decisiva - farlo con intenzioni rette e pure. Quello stesso raccoglimento, che rivolto, ad esempio, ad una parola della Scrittura, è sorgente di vita santa, cagiona gravi malanni, quando è ozioso e vano, oppure ha mire false e capricciose. La stessa concentrazione, che è fattore di ordine e di risveglio, quando, ad esempio, è unita al pentimento per un errore commesso e alla sincera disposizione di compiere un dovere futuro, crea invece della confusione, quando mira a qualche scopo di«potenza spirituale» o a conseguire effetti fantastici.

Questo raccoglimento è proprio il vero luogo pèr la parola di Dio, la quale deve appunto essere ascoltata in silenzio e in adorazione, accolta nella quiete profonda del cuore. Perché la parola di Dio non è una semplice comunicazione, ma anche una forza generatrice di vita santa.

Il raccoglimento è la dimora per Iddio stesso.

Così possiamo fare la sera. Così anche al mattino.

Qui dieci minuti possono far molto. Tutto quello che si fa e si sopporta durante il giorno riceve l’impronta di tutt’altra fiducia e purezza, quando promana da un tal raccoglimento.

Così al mattino è bene riflettere: «Eccomi qui! Proprio io; con le mie forze; con la vigilanza del mio spirito; col calore e con la prontezza del mio cuore. Dio pure è qui presente. lo vengo da Lui ed ho la Sua grazia in me. La Sua chiamata alla santità mi incalza nel mio interno, perché la traduca in atto... lo so che mi accadrà questo o quello... ed ora affronto la mia giornata armato di quella forza interiore. V aglio far bene la mia parte».

Poi, a sua volta, la sera, la resa dei conti innanzi al Bene vivente, al Dio Santo: «Come ho passato la giornata? Ho dato ascolto alla voce del bene? Vi ho corrisposto?»... Rendiconto, pentimento, rinnovamento del cuore... E poi abbandono totale nelle mani di Dio, che è il padrone di ogni riposo.

E sarà bene che anche durante la giornata si torni a prender contatto, di tanto in tanto, con l’ambito interiore, che si rinnova ogni mattina e ogni sera. Anteo, figlio della terra, era invincibile, perché, ogni qualvolta toccava la madre, acquistava nuove forze. Così è anche dello Spirito. Sia come un tocco leggero alle porte di quel mondo interiore; specialmente quando ci si imbatte in qualche cosa di difficile e di imbarazzante, che esige il massimo sforzo. Ciò porta ogni volta ad un rinnovamento del nostro slancio e delle nostre energie. 

"Altre cose di questo genere rimarrebbero ancor da dire. Tuttavia quanto si è detto potrà bastare. Tutto questo - e aggiungo a questo ancora ciò di cui abbiamo parlato al principio: l’interno e segreto processo di maturazione del nostro essere, l’incessante lavorìo dell’esperienza, l’accettazione coraggiosa della vita quotidiana e di ciò che essa ci porta - tutto questo fa sbocciare a poco a poco dentro di noi il centro vitale; fa sì che lo spirito si rinvigorisca e compenetri tutto il nostro essere; che la cella interiore si apra, che il fondo del nostro io si rischiari; e l’energia si concentri e diventi efficace.

E così la «coscienza» diviene a poco a poco quello che deve essere secondo la sua essenza: la voce vivente della santità di Dio in noi.



[1] Affinché si chiarisca completamente quel che s’è detto, dovrei accennare al fatto che alla situazione appartiene tutto quello che concerne la persona la quale vi si trova, e che il suo peso si commisura al significato che ha in se stessa. La parola della Rivelazione, la dottrina della Chiesa, la tradizione cristiana perciò le appartengono ed esigono di ricevere una valutazione corrispondente al loro peso ontologico proprio nel giudizio d’essa. Una interpretazione della situazione, che prescindesse da tali elementi, non coglierebbe la realtà quale essa è.

[2] Noti il lettore il metodo suggestivo con cui il Guardini prima ricostruisce il dramma della coscienza «autonoma» dal punto di vista meramente psicologico descrittivo, rilevandone la debolezza, per poi arrivare al «nocciolo» del problema della coscienza ch’è la realtà religiosa (n.d.t.).

 

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