3_Fiamma D'amor Viva B

 

 

FIAMMA D’AMOR VIVA - FB

 

(Seconda redazione - FB)

 

 

 

JHS MARIA JOSEPH

 

 

 

Spiegazione delle strofe che trattano della più intima e nobile unione e trasformazione dell’anima in Dio, composta da fra Giovanni della Croce, su richiesta della signora donna

Anna de Peñalosa.

 

 

PROLOGO

 

1. Ho provato una certa esitazione, nobile e veneranda signora, a commentare queste quattro strofe che Vostra Grazia mi ha richiesto. Si tratta, infatti, di cose talmente interiori e spirituali che comunemente non i possono esprimere a parole, perché ciò che è spirituale eccede i sensi. È difficile, quindi, dire qualcosa della sostanza di ciò che è spirituale, se non se ne è profondamente penetrati. Poiché ho poco spirito interiore, ho sempre rimandato la cosa, fino a questo momento, in cui mi sembra che il Signore abbia aperto un po' la mia intelligenza e mi abbia dato un po' di fervore. Egli ha agito così per rispondere al pio desiderio che Vostra Grazia nutre: Sua Maestà vuole, forse, che vi vengano spiegate strofe che per voi[1] sono state composte.

Mi sono fatto coraggio, convinto che da me non sarò capace di dire nulla di buono su nessun argomento, tanto più su argomenti così elevati e fondamentali! Per questo apparterrà a me solo quanto di cattivo e di sbagliato sarà contenuto in questo scritto. Sottopongo, perciò, tUtto al parere e al giudizio della Chiesa cattolica romana, nostra madre, le cui leggi, quando vengono osservate, non permettono di cadere in errore. Detto questo, dichiaro che mi atterrò alla sacra Scrittura,[2] ricordando ancora una volta che tutto quanto dirò sarà molto lontano dalla realtà dei fatti, come lo è l'immagine dipinta rispetto alla realtà. Mi accingo, dunque, a dire quanto saprò.

 

2. Non deve meravigliare il fatto che Dio accordi grazie tanto sublimi e straordinarie alle anime che vuole colmare di delizie. Infatti, se consideriamo che egli è Dio[3] e che concede tali grazie in quanto Dio, con amore e bontà senza limiti, la cosa non ci sembrerà strana. Del resto il Signore stesso ha detto che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sarebbero venuti e avrebbero fatto dimora in chi lo avesse amato (Gv 14,23). Ciò si verifica quando l'anima vive della vita stessa di Dio e dimora nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, come l'anima stessa lascia intendere in queste strofe.

 

3. Nelle strofe del Cantico, spiegate[4] precedentemente, ho parlato del più alto grado di perfezione al quale si possa giungere in questa vita, cioè della trasformazione in Dio. Nelle presenti, invece, tratterò dell’amore ancora più elevato e perfezionato[5] in questo stesso stato di trasformazione. Anche se è vero che nelle une e nelle altre strofe si parla dello stesso stato di trasformazione, che in quanto tale non può essere superato, tuttavia con il tempo e la pratica delle virtù l’amore può perfezionarsi e assumere molto più peso. Gli accade come al legno che, una volta che il fuoco se n'è impadronito e lo ha trasformato e unito a sé, continuando questo a crescere, diventa sempre più incandescente e fiammeggiante fino a sprizzare scintille e vampe.

 

4. In quest'incendio d'amore tanto ardente, l'anima dice di essere ormai così profondamente trasformata e affinata interiormente nel fuoco d'amore che non solo è unita a questo fuoco, ma essa stessa lancia fiamme vive. Tutto ciò essa esperimenta e canta in queste strofe, con dolcezza d'amore intima e delicata, mentre si consuma nella propria fiamma, sottolineando alcuni effetti prodotti nel suo intimo da tale fiamma. Tenterò di spiegare queste strofe seguendo l'ordine adottato[6] altrove. Le trascriverò prima tutte insieme, poi commenterò brevemente ciascuna strofa, spiegandone i singoli versi.

 

 

 

STROFE CHE L'ANIMA COMPONE

nell’intima unione con Dio

 

1. O fiamma d'amor viva,

che tenera ferisci

dell’alma mia il più profondo centro!

Poiché non sei più schiva,

finiscimi se vuoi,

il velo squarcia a questo dolce incontro!

 

2. O dolce cauterio!

Deliziosa piaga!

Morbida mano, tocco delicato,

che sa di eterna vita

e ogni debito paga!

Morte in vita, uccidendo, hai tramutato!

 

3. O lampade di fuoco,

nei cui vivi bagliori

gli abissi più profondi del mio senso,

prima oscuro e cieco,

con rara perfezion

all’Amato or dan luce e calor!

 

4. Come mite e amoroso

ti svegli sul mio seno,

dove in segreto e solo tu dimori!

Col tuo dolce respiro

di bene e gloria pieno,

quanto teneramente m'innamori!

 

La composizione di queste liriche[7] è simile a quelle di Boscán; sono rivolte al divino.

Esse recitano così:

 

Seguendo solitudine

piangendo mia fortuna,

vado per sentieri aperti a me, ecc.

 

Ivi si hanno sei versi, il quarto dei quali fa rima con il primo, il quinto con il secondo e il sesto con il terzo.[8]

 

 

 

STROFA 1

 

O fiamma d’amor viva,

che tenera ferisci

dell’alma mia il più profondo centro!

Poiché non sei più schiva,

finiscimi se vuoi,

il velo squarcia a questo dolce incontro!

 

 

SPIEGAZIONE

 

1. L'anima si vede ormai tutta infiammata d'amore a motivo dell’unione divina. Il suo palato è tutto impregnato di gloria e d'amore. Persino l'intimo del suo essere sta riversando come fiumi di gloria e trabocca di delizie (Ct 8,5 Volg.), Dal suo seno sgorgano fiumi d'acqua viva, come quelli che il Figlio di Dio afferma che sarebbero sgorgati da tali anime (Gv 7,38). Dal momento che l'anima è stata trasformata in Dio con una forza straordinaria ed è da lui posseduta in modo così sublime da essere riccamente coperta di doni e di virtù, ha l'impressione di trovarsi tanto vicina alla beatitudine da esserne separata solo da un velo sottile.

L'anima vede, inoltre, che quella fiamma delicata d'amore che le arde dentro, ogni volta che la investe, la glorifica, per così dire, dolcemente e fortemente; ogni volta che tale fiamma l'assorbe e la investe, sembra darle la vita eterna e spezzare la trama della sua vita terrena, cosa a cui manca davvero un niente. E vedendo che le manca così poco per attingere la gloria essenziale, supplica con vivi desideri la fiamma, che è lo Spirito Santo, di porre fine a questa vita mortale per mezzo di quel dolce incontro. Tale incontro finirà per comunicarle davvero ciò che sembrava sempre sul punto di darle, cioè la glorificherà totalmente e perfettamente. Per questo esclama:

O fiamma d'amor viva!

 

2. L’anima, per mettere in risalto i suoi sentimenti di stima per i favori di cui parla, in queste quattro strofe si serve di numerose esclamazioni,[9] che significano l'ardente passione del suo amore. Con ciò lascia intendere che le realtà interiori sono più profonde di quanto si possa esprimere con la lingua. L’esclamazione serve a esprimere desiderio profondo e a chiedere con convinzione; l'anima la usa per entrambi gli scopi nella presente strofa: infatti in essa analizza e confessa il suo profondo desiderio, cercando di convincere l’amore a liberarla.

 

3. Questa fiamma d’amore[10] è lo Spirito del suo Sposo, cioè lo Spirito Santo. L’anima lo sente dentro di sé come fuoco che non solo la consuma e la trasforma in soave amore, ma anche come fuoco che arde in lei e divampa, secondo come dice. E la fiamma, ogni volta che vampeggia, immerge l'anima nella gloria e le offre un assaggio di vita divina.

Tale è l'opera dello Spirito Santo nell’anima trasformata in amore: produce atti interiori che gettano fiamme e sono bagliori d'amore, nel quale la volontà dell’anima ama in modo elevatissimo, perché trasformata in amore da quella fiamma.

Pertanto questi atti d'amore dell’anima sono preziosissimi. Uno solo di essi ha più merito e vale più di tutto quanto ha fatto nella sua vita prima d'essere trasformata, per quanto fosse importante.

La stessa differenza che esiste tra l'abitudine e l'atto, vige anche tra la trasformazione in amore e la fiamma d'amore. Si tratta della stessa che passa tra il legno ardente e la fiamma che ne sprigiona: la fiamma è effetto del fuoco che lì brucia.

 

4. Tutto questo ci permette di dire che, in questo stato di trasformazione d'amore, lo stato abituale dell’anima è come il legno continuamente investito dal fuoco. Gli atti dell’anima sono come fiamme che scaturiscono dal fuoco dell’amore, che si slanciano in alto con tanta più veemenza quanto più intenso è il fuoco dell’unione. È in questa fiamma che si uniscono e si elevano gli atti della volontà rapita e assorbita nella fiamma dello Spirito Santo. La volontà si comporta come l’angelo che salì a Dio nella fiamma del sacrificio di Manoach (Gdc 13,20).

In questo stato, quindi, l'anima non può compiere atti da se stessa; è lo Spirito Santo che li compie tutti e la spinge a compierli. Dal momento che è divinizzata e mossa da Dio, tutti i suoi atti sono divini.

L'anima ha, così, l'impressione che ogni volta che questa fiamma divampa e produce in lei un amore pieno di dolcezza e forza divina, le dà un assaggio di vita eterna, perché la eleva ad agire come Dio in Dio.

 

5. Di questo genere sono le parole che Dio rivolge alle anime purificate, senza macchia e ardenti, come afferma Davide: La tua parola è come un fortissimo incendio (Sal 118[119],140 Volg.). E il profeta Geremia aggiunge: La mia parola non è forse come il fuoco? (Ger 23,29). Le mie parole, di ce il Signore in san Giovanni, sono spirito e vita (Gv 6,63). Ora le anime che hanno orecchi per sentire sono, ripeto, quelle pure e innamorate; ma quelle che non hanno il palato sano, perché si nutrono di altre cose, non possono gustare lo spirito e la vita di queste parole, che, al contrario, trovano insipide.

Per questo, quanto più elevate erano le parole del Figlio di Dio, tanto più irritavano gli uditori dal cuore impuro, come quando egli predicò la dottrina così piena di dolcezza e amore sulla santa eucaristia: molti di loro se ne andarono (Gv 6,60-61.67).

 

6. Se tali persone non gustano questo linguaggio di Dio, che parla nell’intimo, non devono pensare che altri non lo gusteranno. Infatti, ciò è quanto accadde a san Pietro nell’occasione in cui, gustando le parole del Maestro nella sua anima, esclamò: Da chi andremo, Signore? Tu hai parole di vita eterna (Gv 6,68). Una cosa simile capitò alla samaritana, che dimenticò la brocca dell’acqua per la dolcezza delle parole del Signore (Gv 4,28).

Ora, quest'anima è tanto vicina a Dio da essere trasformata in fiamma d'amore, ove le si comunicano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. È sbagliato, allora, dire che tale anima gusta un saggio di vita eterna,[11] anche se non perfettamente perché la condizione di questa vita non lo consente? Ma è tale la delizia che l'amore ardente dello Spirito le procura, da concederle di gustare già il sapore della vita eterna. Per questo la chiama fiamma viva: non perché non sia sempre viva, ma perché produce un effetto tale da far vivere l’anima spiritualmente in Dio e sentire la vita stessa di Dio, come dice Davide: Il mio cuore e la mia carne gustano il Dio vivente (Sal 83 [84],3). Dio è chiamato vivente, non perché sia necessario esprimersi così, dal momento che egli lo è sempre, ma per far comprendere che lo spirito e i sensi, una volta fatti vivi in Dio, lo gustano in maniera viva, il che equivale a gustare il Dio vivo, cioè la vita di Dio e la vita eterna. Davide nel salmo citato non avrebbe detto Dio vivente, se non l'avesse gustato vivamente, anche se non perfettamente, ma come un riflesso della vita eterna.

In questa fiamma l'anima sente tanto vivamente Dio e lo gusta con tanta saporosa dolcezza da dire:

o fiamma d'amor viva,

che tenera ferisci!

 

7. Vale a dire: quanto [mi] è dolce il tocco del tuo ardente amore! Siccome questa fiamma è fiamma di vita divina, ferisce l'anima con la stessa tenerezza della vita di Dio. La ferisce e l'intenerisce tanto profondamente da scioglierla in amore, perché si compia in lei ciò che avvenne alla sposa del Cantico, che s'intenerì fino allo struggimento: L'anima mia venne meno mentr'egli parlava (Ct 5,6 Volg.). Questo è l'effetto che la parola di Dio produce nell’anima.

 

8. Ma come possiamo dire che questa fiamma la ferisce, se nell’anima non vi è più nulla da ferire, dal momento che è tutta bruciata dal fuoco dell’amore?

Cosa meravigliosa! L’amore non sta mai fermo; al contrario, è in continuo movimento, proprio come la fiamma che sprizza continuamente lingue di fuoco qua e là. Ora l'amore, il cui compito è quello di ferire per far innamorare e comunicare le sue delizie, è presente in quell'anima come fiamma viva. Così scaglia su di essa i suoi dardi come vampe tenerissime di delicato amore, manifestando con gioia e festa le sue arti e i suoi giochi d'amore, poiché è nel palazzo delle nozze. Ciò è quanto fece Assuero con la sposa Ester, quando le dichiarò le sue grazie e le mostrò tutte le ricchezze e la gloria della sua grandezza (Est 2,17ss). In questo modo si compie nell’anima quanto si legge nel libro dei Proverbi: Ero piena di delizia ogni giorno) dilettandomi davanti a lui in ogni istante; mi ricreavo sul globo terrestre) ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo (Pro 8,30-31), cioè comunicandomi ad essi. Perciò queste ferite impresse all’anima sono giochi divini, sono fiammate di soavi tocchi, che a tratti colpiscono l'anima, perché il fuoco dell’amore non è mai ozioso.

Tali fiamme, aggiunge l'anima, arrivano e feriscono

dell’alma mia il più profondo centro.

 

9. Infatti questa festa dello Spirito Santo si celebra nella sostanza dell’anima, dove i sensi e il demonio non possono penetrare. Per questo è tanto più sicura, sostanziale e piena di delizie, quanto più è interiore. Ma più è interiore, più è pura; e quanto più è pura, tanto più Dio si comunica abbondantemente, frequentemente e in pienezza. D'altronde, il diletto e la gioia dell’anima e dello spirito non possono essere che profondissimi, perché è Dio l'artefice di tutto, mentre l'anima non può far nulla da parte sua. Già nella presente condizione essa non può fare nulla da sé, se non tramite l’aiuto dei sensi corporali; ma anche se in questo caso si è liberata ed è molto lontana da essi, suo compito è solo ricevere quanto Dio opera in lei. Egli solo può agire nel suo intimo, senza l'aiuto dei sensi, e spingerla all’azione. Per questo tutti i movimenti dell’anima in queste condizioni sono divini; e sebbene siano di Dio, sono anche dell’anima, perché Dio li compie in lei e con lei. L’anima vi mette di suo solo la volontà e il consenso.

Quando l'anima dichiara che è ferita nel più profondo centro, lascia intendere che vi sono altri centri meno profondi; è opportuno, dunque, spiegare di che cosa si tratti.[12]

 

10. Anzitutto occorre notare che l'anima, in quanto spirito, non ha alto e basso, né una parte più profonda o meno profonda, come i corpi sottoposti alle leggi della quantità. L’anima, dunque, non è composta di parti; non vi è diversità fra il suo interno e il suo esterno; è tutta semplice. Non ha, quantitativamente parlando, un centro più profondo e un altro meno profondo; non può essere illuminata più in una parte che in un'altra, come i corpi fisici; se essa riceve più o meno luce, la riceve come questa si presenta; è un po' come l'aria che è più o meno luminosa, ma lo è tutta in modo uniforme.

 

11. Chiamiamo centro più profondo dell’anima il punto estremo a cui possono giungere il suo essere, la capacità e la forza della sua azione e del suo movimento, punto oltre il quale non si può andare. Così è del fuoco e della pietra: hanno una proprietà e una tendenza naturale per arrivare al centro della loro sfera, che non possono oltrepassare ma che non mancano di raggiungere, a meno che siano trattenuti da un ostacolo contrario e violento.

In base a questo possiamo dire che la pietra, quando in qualche modo o misura è dentro la terra, anche se non nel più profondo di essa, in un certo senso è nel suo centro, perché si trova all’interno della sfera del suo centro, del suo orientamento e del suo movimento. Ciò nonostante, non possiamo dire che si trovi nel più profondo di esso, che è il centro stesso della terra; essa conserva sempre capacità, forza e inclinazione per scendere ancora e arrivare fino al centro ultimo e più profondo, qualora venga rimosso l'ostacolo che ha davanti. Se vi giungesse e non avesse più forza e inclinazione per muoversi ancora, diremmo che si trova nel suo centro più profondo.

 

12. Centro dell’anima è Dio. Quando essa lo raggiunge secondo la capacità del suo essere e la forza della sua attività e inclinazione, tocca il centro più profondo e ultimo che possa raggiungere in Dio. Ciò si verificherà quando avrà impiegato tutte le sue forze a conoscere, amare e godere Dio. Finché non arriva a tale meta - cosa che non avviene in questa vita terrena, ove l’anima non può arrivare a Dio nella misura di tutte le sue forze -, essa può trovarsi sì nel suo centro, che è Dio, a motivo della grazia e della comunicazione con cui egli la gratifica; ma avendo ancora movimento e forza per entrare in lui maggiormente, l'anima non è soddisfatta, perché, anche se è nel suo centro, non è nel più profondo e le è possibile penetrare ulteriormente nelle profondità di Dio.

 

13. Bisogna ricordare che l'amore è un'inclinazione dell’anima, una ! forza o capacità che essa possiede per andare a Dio, perché si unisce a lui mediante l'amore. Ciò spiega perché, quanto più intenso è il suo amore, tanto più penetra nelle profondità di Dio e si concentra in lui. Possiamo allora dire che, quanto più sono i gradi d'amore a cui un'anima può giungere, tanto più intimi sono i gradi del centro divino ove essa penetra, perché più forte è l'amore, più unisce a Dio. In questo senso possiamo comprendere la parola del Figlio di Dio, il quale dice che nella casa del Padre vi sono molte dimore (Gv 14,2).

Ora, perché l'anima sia nel suo centro, che è Dio, in base a quanto ho detto, è sufficiente che abbia un grado d’amore, perché con uno solo già si unisce a lui per grazia. Se ne possiede due, si unirà a Dio immergendosi più profondamente in direzione del suo centro. Se ne possiede tre, arriverà a un grado più profondo ancora. In breve, quando arriverà all’ultimo grado, sarà ferita nel centro più profondo di se stessa dall’amore di Dio. Allora sarà trasformata e illuminata, per quanto è capace, nel suo essere, nelle sue potenze e nelle sue virtù, in modo da divenire simile a Dio. Le accade come al cristallo puro e senza macchie, quando è investito dalla luce: più luce esso riceve, più la concentra in se stesso e tanto più s'illumina. Può avvenire che riceva una tale abbondanza di luce da sembrare tutto trasformato in luce, sì da non distinguersene più, perché brillando di luce tutto il possibile, diviene pari ad essa.

 

14. Quando, dunque, l'anima dichiara che la fiamma d'amore ferisce nel più profondo centro, intende dire che lo Spirito Santo l'ha investita e ferita in tutto ciò che è la sua sostanza, la sua virtù e la sua forza. Si esprime così, non certamente per dare a intendere che questa sua unione con Dio è così sostanziale e completa come nell’altra vita, quando godrà della visione beatifica di Dio. Infatti, sebbene in questa vita l'anima possa pervenire a un così alto stato di perfezione, di cui si parla qui, non arriva né può arrivare allo stato perfetto di gloria, anche se temporaneamente Dio può accordarle qualche grazia simile. L'anima dice così unicamente per far intendere la grande abbondanza di gioia e di gloria che prova in questa sorta di comunicazione dello Spirito Santo. Queste delizie sono tanto più sublimi e tenere, quanto più fortemente e sostanzialmente l'anima è trasformata e incentrata in Dio. Ora, siccome questo grado d'amore è il massimo, a cui si possa giungere in questa vita - sebbene, torno a ripetere, non sia così perfetto come nell’altra - l'anima lo chiama il più profondo centro.

Forse, quaggiù sulla terra, la carità, in quanto abitudine, sarà perfetta Come in cielo, ma non è così per i suoi atti e i suoi frutti, anche se gli uni e gli altri possono aumentare nello stato attuale, tanto da divenire simili a quelli dell’altra vita. Questo spiega perché l'anima, immaginando che sia così, osa dire quanto si suole affermare della vita di gloria, e cioè: nel più profondo centro dell’alma mia.

 

15. Ora, poiché le cose rare, di cui si ha poca esperienza, destano più la nostra meraviglia e sembrano meno credibili, come quelle dell’anima in questo stato di cui sto parlando, penso che alcune persone, non comprendendole per via razionale né conoscendole per esperienza, non le crederanno o le riterranno esagerazioni, o penseranno che non si tratti di una perfezione così sublime.[13]

A tutti costoro rispondo che il Padre dei lumi (Gc 1,17), la cui mano non è troppo corta (Is 59,1) e si estende con larghezza, senza fare preferenze di persone (Ef 6,9), ovunque trova poSto, come il raggio del sole. Si mostra ai figli degli uomini in tutti i modi possibili suggeriti dal SUo cuore (Sap 6,17), senza esitare, felice di porre le sue delizie in mezzo a loro, sul globo terrestre (Pro 8,31).

Non dobbiamo ritenere impossibile che in un'anima già provata, purificata e saggiata nel fuoco delle tribolazioni, dei travagli e delle tentazioni di vario genere, ma trovata fedele nell’amore, possa compiersi ciò che il Figlio di Dio ha promesso: Se uno mi ama, verrà in lui la santissima Trinità e prenderà dimora presso di lui (Gv 14,23). Ciò vuol dire che il suo intelletto sarà divinamente illuminato dalla sapienza del Figlio, che la sua volontà sarà colmata di delizie per il dono dello Spirito Santo e che il Padre l'assorbirà con la sua forza divina nell’infinito abbraccio della sua dolcezza.

 

16. Se è vero, com'è vero, che il Signore agisce così con alcune anime, occorre credere che quella di cui Sto parlando non riceve meno favori da parte di Dio. Infatti, ciò che in essa avviene per intervento dello Spirito Santo è molto superiore a ciò che si realizza nella comunicazione e trasformazione d'amore, di cui si parla qui: quest'amore è come brace accesa, mentre l’altro è come carbone in cui il fuoco si accanisce talmente che non solo lo incendia, ma ne fa sprizzare la fiamma viva.[14]

Pertanto, queste due specie d'unione, unione semplice d’amore e unione con vampe d’amore, sono per un certo verso simili al fuoco di Dio che, come dice Isaia, si trova in Sion e alla fornace di Dio in Gerusalemme (Is 31,9). L'uno rappresenta la Chiesa militante, nella quale il fuoco della carità non ha raggiunto il suo più alto grado; l'altra la visione di pace,[15] che è la Chiesa trionfante, dove questo fuoco è come fornace tutta ardente di perfezione d'amore.

Sebbene, come ho detto, quest’anima non sia ancora pervenuta a tanta perfezione come è quella celeste, tuttavia, a paragone dell’altra unione comune, è come fornace accesa, e gode una visione tanto più piena di pace, di gloria e di tenerezza quanto la fiamma è più viva e splendente rispetto al fuoco nel carbone.

 

17. A questo punto, l'anima avverte che questa viva fiamma dell’amore le va comunicando vivamente tutti i beni che l'amore di Dio porta con se, ed esclama: O fiamma d’amor viva, che tenera ferisci!

Ed è come se dicesse: o amore ardente, con quanta dolcezza mi glorifichi con i tuoi slanci d’amore, penetrando in tutte le capacità e la forza della mia anima! Tu mi doni un’intelligenza divina secondo l’acume e la capacità del mio intelletto; mi comunichi un amore che soddisfa tutta la forza della mia volontà; mi diletti nella sostanza dell’anima con il torrente delle tue delizie (Sal 35[36],9) mediante il tuo contatto divino e l'unione con la tua sostanza secondo tutta la purezza della mia sostanza e la potenzialità e la portata della mia memoria.

Questo, anche più di quanto si possa esprimere, accade nel momento in cui si sprigiona nell’anima questa fiamma d’amore. Difatti, più l'anima è purificata nella sua sostanza e nelle sue potenze - memoria, intelletto e volontà -, più la sostanza divina, come dice il Saggio, fa tocca in tutte le parti delicatamente con fa sua purezza e la penetra inaspettatamente (Sap 7,24 Volg.), e con le sue fiamme divine l'assorbe in se. Una volta che l'anima è assorbita nella Sapienza divina, lo Spirito Santo mette in atto le vibrazioni gloriose della sua fiamma. Essendo una cosa tanto soave, l’anima aggiunge subito:

poiché non sei più schiva.

 

18. Vale a dire: ormai non mi affliggi più, non mi fai più soffrire, non mi stanchi più come prima. Si deve ricordare, infatti, che questa fiamma di Dio, quando l'anima si trovava in stato di purificazione spirituale, cioè quando era agli inizi della contemplazione, non era così piacevole e soave come nello stato attuale d'unione. Dobbiamo soffermarci un po' per spiegare questo cambiamento.[16]

 

19. Si noti bene: prima che il fuoco divino dell’amore s'introduca nella sostanza dell’anima e si unisca ad essa attraverso una purificazione totale e una purezza perfetta, la fiamma, che è lo Spirito Santo, ferisce l'anima, distruggendo e consumando le imperfezioni delle sue cattive abitudini. Questa è l'operazione dello Spirito Santo per predisporre l'anima all’unione divina e alla trasformazione amorosa in Dio.

Infatti il medesimo fuoco d'amore, che in seguito si unirà all’anima per glorificarla, è quello che prima l'ha investita per purificarla. Ciò è quanto accade riguardo al fuoco: penetra il legno, ma prima lo avvolge e ferisce con le sue fiamme, essiccandolo e liberandolo dai suoi elementi eterogenei, fino a prepararlo con il suo calore, così che possa penetrarlo e assimilarlo.

Gli spirituali chiamano questo procedimento via purgativa. In tale situazione l'anima soffre molto e avverte grandi pene spirituali, che si ripercuotono anche sui sensi, e per questo la fiamma diventa molto penosa. In questo periodo di purificazione la fiamma non le apporta luce, ma la getta nelle tenebre. Se le dà qualche luce, è solo perché possa vedere e sentire le sue miserie e i suoi difetti.

Non le procura soavità ma dolore; anche se talvolta le trasmette fervore d'amore, lo mescola a dolore e tormento.

Non le offre nessuna consolazione, ma solo aridità; e se talvolta il Signore, per sua misericordia, le concede un po' di gioia per darle forza e coraggio, prima o poi gliela fa scontare[17] con altrettante prove.

Non dà conforto né porta pace, ma consuma e rimprovera l'anima, facendola venir meno e tormentandola con la conoscenza di se stessa. In somma, questa fiamma non le procura alcuna gloria, ma soltanto sofferenza e amarezza, inondandola di quella luce spirituale che le permette di conoscersi così com'è. Dio, nota Geremia, ha scagliato un fuoco e nelle mie ossa lo ha fatto penetrare (Lam 1,13); e Davide dice: Mi prova con il fuoco (Sal 16[17],3).

 

20. In questo periodo, dunque, l'anima sopporta nel suo intelletto profonde tenebre, grandi aridità e sofferenze nella volontà, amara conoscenza delle proprie miserie nella memoria, nella misura in cui il suo occhio spirituale, molto limpido, le permette la conoscenza di se. Per di più l'anima soffre, nella sua stessa sostanza, abbandono ed estrema povertà; si sente arida e fredda, ma a tratti fervorosa; non trova sollievo in cosa alcuna, né un pensiero che la consoli o che elevi il suo cuore a Dio. Questa fiamma le è tanto dolorosa da farle dire rivolta a Dio, come Giobbe quando si trovò in una situazione simile: Sei diventato crudele verso di me (Gb 30,21). Quando l'anima soffre tutte queste cose insieme, le sembra veramente che Dio sia divenuto crudele e spietato con lei.

 

21. Non si può immaginare ciò che l'anima soffre durante questa prova, che somiglia quasi ai tormenti del purgatorio. Non saprei descrivere meglio questa sofferenza, fin dove arrivi o ciò che l'anima sente, se non con le parole pronunciate da Geremia a tale riguardo: lo sono l'uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua ira. Egli mi ha minacciato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce. Solo contro di me egli ha volto e rivolto la sua mano. Egli ha consumato la mia carne e la mia pelle, ha rotto le mie ossa. Ha costruito sopra di me, mi ha circondato di veleno e di affanno. Mi ha fatto abitare in luoghi tenebrosi come i morti da lungo tempo. Mi ha costruito un muro tutt'intorno, perché non potessi più uscire; ha reso pesanti le mie catene. Anche se grido e invoco aiuto, egli rifiuta fa mia preghiera. Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri. (Lam 3,1-9). Tutto questo e molto di più afferma Geremia nel testo citato.[18] Ora, poiché Dio impiega simili espedienti per curare e guarire l’anima dalle sue innumerevoli infermità e per darle la salute, è evidente che l'anima debba soffrire, a seconda delle sue malattie, sotto i colpi di tale purificazione e l'azione di questa cura. In questa situazione è simile a Tobia quando mise il cuore del pesce sulla brace per scacciare e far scomparire ogni genere di demoni (Tb 6,8). In tal modo vengono alla luce tutte le infermità dell’anima, dal momento che Dio gliele pone dinanzi agli occhi e gliele fa sentire per guarirla.

 

22. Così, ora, grazie alla luce e al calore del fuoco divino, l'anima vede e sente ormai quelle debolezze e miserie radicate e nascoste in se, che prima non vedeva né sentiva. È un po' come l'umidità contenuta nel legno: non la si nota finché il fuoco non attacca il legno, facendolo trasudare, fumigare e sprizzare scintille, Così si comporta l'anima imperfetta a contatto di questa fiamma.

Oh, grande meraviglia! In questo periodo si sollevano nell’anima contrari contro contrari; quelli dell’anima contro quelli di Dio, che la investono; e, come dicono i filosofi, gli uni vogliono travolgere gli altri; si muovono guerra nell’unico campo che è l'anima, cercando questi di espellere quelli, e viceversa, per regnare incontrastati. Per dirla in altri termini, sono le virtù e le proprietà di Dio, estremamente perfette, che lottano contro le abitudini e le qualità che nell’anima sono estremamente imperfette; l'anima, dunque, subisce in sé questo combattimento.

Poiché questa fiamma è una luce intensissima, quando investe l'anima risplende nelle sue tenebre (Gv 1,5), anch'esse molto profonde. L'anima, allora, avverte le sue tenebre naturali e viziose, che si oppongono alla luce soprannaturale, ma non percepisce la luce soprannaturale perché non la possiede in se, come invece le sue tenebre; però le tenebre non accolgono la luce (Gv 1,5). Per questo motivo l'anima sentirà le sue tenebre nella misura in cui sarà investita dalla luce, senza la quale non le potrebbe percepire. Ma solo quando la luce [divina] dissipa le tenebre, l'anima rimane illuminata e trasformata al punto di vedere la luce in se, perché il suo occhio spirituale è stato purificato e rafforzato dalla luce divina. Una luce intensa è tenebra assoluta per occhi impuri e deboli, perché la sua potenza disturba ciò che è molto sensibile. Ciò spiega perché questa fiamma sia molto dolorosa per la vista dell’intelletto.

 

23. Ora, poiché questa fiamma di per sé è piena d'amore e di tenerezza, comunica quest'amore alla volontà, che di per sé è arida e completamente dura. Infatti ciò che è duro si rivela tale in presenza di ciò che è tenero, e l'aridità in presenza dell’amore. Così, quando questa fiamma comunica amore e tenerezza alla volontà, questa avverte che per natura è dura e ari da nei confronti di Dio. Sopraffatta dalla sua durezza e aridità, che non possono coesistere con i loro contrari, l’anima non sente l’amore e la tenerezza della fiamma. Occorre che questa cacci via ciò che le si oppone per far regnare nella volontà l’amore e la tenerezza di Dio. Ecco perché questa fiamma, essendo dolorosa per la volontà, le fa sentire e scontare tutta la sua durezza e aridità.

Inoltre, poiché questa fiamma è molto ampia, anzi immensa, mentre la volontà è stretta e limitata, ne segue che quest'ultima soffre quando la fiamma la investe e, penetrandola, la dilata, la rende più ricettiva e disposta ad accoglierla. Questa fiamma è, altresì, piena di sapore e di dolcezza, mentre la volontà ha il gusto spirituale guastato dalle inclinazioni dei suoi affetti disordinati. Di conseguenza percepisce questa fiamma dura e amara, perché è incapace di gustare il dolce alimento dell’amore di Dio. In questo modo, la volontà sente anche la sua angustia e il suo disgusto per questa fiamma immensa e dolcissima, e non ne sente il sapore, perché non la possiede in se; al contrario, sente quanto ha in se, cioè la sua miseria.

Occorre, infine, aggiungere che questa fiamma racchiude in sé un'infinità di ricchezze, di bontà e di delizie, mentre l’anima, di per se, è poverissima e non ha alcun bene né di che soddisfarsi. A contatto delle ricchezze, della bontà e delle delizie di questa fiamma, conosce e sente chiaramente le sue miserie, la sua povertà e la sua malizia, e non riconosce le ricchezze, la bontà e le delizie della fiamma, perché la malizia non può comprendere la bontà, né la povertà le ricchezze, ecc. A tale scopo occorre che l'anima sia definitivamente purificata da questa fiamma e, dopo esser stata trasformata, sia colmata di ricchezze, di gloria e di delizie.

Per questo motivo, l'anima dichiara che la fiamma le è indicibilmente dolorosa. In essa lottano due contrari: da una parte Dio, somma di tutte le perfezioni, dall’altra tutte le abitudini imperfette dell’anima. Per farla breve, questa fiamma deve assimilare l'anima a sé e darle soavità, pace e stabilità, come il fuoco che trasforma il legno una volta che l'ha penetrato.

 

24. Questa purificazione così intensa si verifica in poche anime, cioè solo in quelle che il Signore chiama all’unione più intima con lui. Difatti egli dispone la purificazione più o meno intensa per ciascun’anima, a seconda del grado a cui vuole elevarla e anche a seconda delle sue miserie e imperfezioni.

Questa purificazione somiglia a un vero e proprio purgatorio. Difatti, come lì si purificano gli spiriti per poter arrivare alla chiara visione di Dio nell’altra vita, così qui, sulla terra, si purificano le anime per arrivare alla trasformazione in Dio per amore.

 

25. Non è questa la sede per parlare dell’intensità di questa purificazione, a volte maggiore, altre volte minore; né tanto meno mi soffermerò a descrivere il periodo in cui tale purificazione si opera nell’intelletto, nella volontà o nella memoria, né del periodo o del modo in cui essa si compie nella sostanza dell’anima, o in tutte le sue potenze o nella parte sensitiva. Non spiegherò come si riconosce una purificazione dall’altra, quando avviene, in quale tempo, punto o momento del cammino spirituale cominci, perché ne ho già parlato nella Notte oscura della Salita al monte Carmelo.[19] Basti sapere, per ora, che questo Dio, che vuole entrare nell’anima mediante l'unione e la trasformazione d'amore, è lo stesso che precedentemente l'aveva investita e purificata con la luce e il calore della sua fiamma divina; così come il fuoco che penetra nel legno è lo stesso che precedentemente l'aveva predisposto a tale azione. Quella stessa fiamma che ora le riesce soave, perché già penetrata dentro di lei, prima, quando l'investiva dall’esterno, le risultava dolorosa.

 

26. Ciò è quanto vuol farci comprendere l'anima quando recita il seguente verso: poiché non sei più schiva. È come se dicesse: poiché ormai non solo non mi sei più oscura come prima, ma sei la luce divina della mia intelligenza, per questo ti posso contemplare; e non solo non fai venir meno la mia debolezza, ma sei addirittura la forza della mia volontà con cui ti posso amare e godere, tutta trasformata in amore divino; ora non sei più pesantezza e angoscia per la sostanza della mia anima, ma piuttosto la gloria, la delizia e la dilatazione, perché di me si può dire ciò che si proclama nel Cantico divino: Chi è colei che sale dal deserto, colma di delizie, appoggiata al suo Diletto, spargendo amore da ogni lato (Ct 8,5 Volg.)? E così

finiscimi se vuoi.

 

27. Vale a dire: finisci di consumare perfettamente con me il matrimonio spirituale concedendomi la tua visione beatifica: ecco ciò che l’anima chiede qui. Certo, in questo stato così elevato, l'anima è tanto più in armonia con Dio e soddisfatta quanto più è trasformata in amore. Non vuole nulla né desidera cosa alcuna per se, ma tutto per l’Amato, perché la carità, come dice san Paolo, non cerca il proprio interesse (1Cor 13,5), bensì quello dell’Amato. Tuttavia, siccome vive ancora di speranza, ragion per cui ha sempre una sensazione di vuoto, si lascia andare a gemiti, sebbene dolci e delicati, perché le manca il possesso perfetto dell’adozione a figli di Dio; il suo appetito [si acquieterà] solo quando la sua gloria sarà totale.[20] Per quanto sublime possa essere quaggiù la sua unione con Dio, non sarà mai soddisfatta né troverà riposo fin quando non contemplerà la sua gloria. Ciò è tanto più vero in quanto che l'anima ne ha già pregustato il sapore e gliene resta la brama. Questo suo desiderio è così acuto che se Dio non sostenesse la sua natura, soccorrendola con la sua destra, come fece con Mosè nella cavità della roccia perché potesse vedere la sua gloria senza mori re (Es 33,22), essa soccomberebbe ad ogni vampata di questa fiamma divina. Infatti la natura umana viene meno e muore, perché incapace di sopportare un fuoco di gloria così sublime.

 

28. Ecco perché il desiderio e la richiesta di quest'amore non causano pena. Infatti a questo punto l'anima non è più capace di sentirla, perché il suo desiderio è piuttosto soave e pieno di delizie, in conformità con lo spirito e i sensi. Per questo motivo dice nel verso: finiscimi se vuoi, perché la volontà e i suoi appetiti sono ormai un tutt'uno con Dio, al punto che l'anima reputa sua gloria compiere la volontà di Dio.

I riflessi di gloria e d'amore, che l'anima intravede nei tocchi divini e che restano alla porta dei suoi angusti limiti, sono tali che essa mostrerebbe poco amore se non chiedesse la perfezione e il compimento dell’amore.

Ma c'è di più. L'anima vede che, in quella vigorosa e dilettevole comunicazione dello Sposo, lo Spirito Santo la va provocando e invitando a quell'immensa gloria: gliela presenta davanti agli occhi, meravigliosamente e con sentimenti soavi, suggerendo al suo spirito ciò che dice alla sposa del Cantico dei Cantici: Ecco, il mio Diletto mi parla: «Alzati: amica mia, colomba mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l'inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo della potatura è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro» (Ct 2,10-14). L'anima percepisce tutte queste cose e le comprende perfettamente in quel sublime senso di gloria che lo Spirito Santo le comunica. Sono fiamme piene di tenerezza, che manifestano all’anima il desiderio di farla entrare in quella gloria. Stimolata da tali inviti, l'anima risponde in questi termini: finiscimi se vuoi. Con tali parole, rivolge allo Sposo due suppliche che ci sono state insegnate nel vangelo: Adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua (Mt 6,10), il che equivale a dire: finisci di darmi questo regno, se vuoi, se cioè questa è la tua volontà.[21]

Perché questo avvenga,

il velo squarcia a questo dolce incontro.

 

29. Il velo è ciò che impedisce un'impresa così importante, perché è facile pervenire a Dio, una volta tolti gli ostacoli e squarciati i veli che separano l'anima da Dio. Tre sono i veli che, potendo impedire quest'unione, devono essere squarciati perché essa si realizzi e l’anima giunga al possesso perfetto di Dio: quello temporale, che racchiude tutte le creature; quello naturale, che comprende le operazioni e le inclinazioni puramente naturali; il terzo è quello sensitivo e concerne l'unione dell’anima con il corpo, cioè la vita sensitiva e animale, di cui parla san Paolo in questi termini: Sappiamo che quando verrà disfatta questa nostra abitazione sulla terra, riceveremo una dimora da Dio nei cieli (2Cor 5,1).

È necessario squarciare i primi due veli prima che l'anima arrivi al possesso dell’unione con Dio, stato in cui si esige la rinuncia e il distacco da tutte le cose del mondo, come anche la mortificazione di tutti gli appetiti e gli affetti naturali. Attraverso questa purificazione le operazioni dell’anima da naturali sono diventate divine.

Tutto ciò è avvenuto compiutamente nell’anima mediante i contatti penosi della fiamma quando essa le procurava ancora dolore. Infatti nella purificazione spirituale, di cui ho parlato sopra, l'anima ha finito di squarciare i due veli, per passare poi all’unione con Dio, dove si trova ora. Resta da rompere solo il terzo velo della vita sensitiva: perciò l'anima parla di velo e non di veli, perché solo questo le rimane da squarciare. Siccome questo velo è molto sottile, leggero e spiritualizzato in seguito all’unione con Dio, la fiamma non lo investe dolorosamente come gli altri due, ma con dolcezza e soavità. Ecco perché l'anima parla di dolce incontro, che è tanto più dolce e delizioso quanto più le sembra che debba squarciare il velo della vita.

 

30. È utile ricordare che la morte naturale di coloro che arrivano a questo stato, può sembrare, dal punto di vista umano, simile a quella degli altri, ma la causa e il modo di morire sono molto differenti.[22] Se gli altri, infatti, muoiono di morte provocata da una malattia o dalla vecchiaia, queste persone, pur morendo di malattia o di vecchiaia, in realtà ciò che le strappa dal loro corpo è uno slancio o un trasporto d'amore, molto più elevato, più forte e più possente dei precedenti, tanto da squarciare il velo e portare via il gioiello dell’anima.

Per tutti questi motivi, la morte di tali persone è molto più soave e dolce di quanto sia stata per loro l'intera vita spirituale. Muoiono, infatti, per elevati rapimenti e soavi trasporti d'amore, come il cigno che emette il canto più melodioso quando sta per morire. Per questo Davide dice che è preziosa fa morte dei santi che si sono devotamente donati a Dio (Sal 115[116],15 Volg.). In quell'attimo vengono a incontrarsi tutte le ricchezze dell’anima, e i fiumi d'amore dell’anima, così vasti e maestosi da sembrare mari, sfociano nell’oceano divino. È qui che vengono a congiungersi il primo e l'ultimo dei tesori per accompagnare il giusto che parte per il suo regno, mentre, come dice Isaia, dai confini della terra si elevano le lodi a gloria del giusto (Is 24,16).

 

31. L'anima sente ormai giunto il momento di questi gloriosi incontri e che è sul punto d'entrare in possesso del suo regno in modo perfetto e definitivo, per l'abbondanza di beni di cui si vede arricchita. Si riconosce, infatti, pura, ricca e piena di virtù e pronta per la vita eterna. Dio le concede di vedere, in questo stato, la sua bellezza e le rivela i doni e le virtù che le ha dato, perché trasformi tutto in amore e lode, senza accenni di presunzione o vanità: ormai il lievito d'imperfezione che corrompe la pasta (1Cor 5,6; Gal 5,9) non c'è più. Si accorge che le resta solo da squarciare questo sottile velo della vita mortale, in cui si sente incatenata, imprigionata e privata della libertà. Desidera essere sciolta dal corpo per essere con Cristo (Fil 1,23), perché la disturba che una vita così vile e debole le impedisca l'altra tanto eccelsa e rigogliosa. Per questo chiede che il velo si squarci, in questi termini: il velo squarcia a questo dolce incontro!

 

32. Lo chiama velo per tre motivi: primo, per l'unione esistente tra lo spirito e la carne; secondo, perché divide l'anima da Dio; terzo, perché come il velo non è tanto opaco e spesso da impedire alla luce di trasparire leggermente, così, nel presente stato, l'unione di cui si parla, essendo già molto spiritualizzata, illuminata, trasparente, assomiglia a un velo talmente sottile da lasciar intravedere qualche riflesso di Dio. L'anima sente qui il vigore dell’altra vita e si rende conto della pochezza di questa, che le sembra un velo sottile e una tela di ragno, secondo l'espressione di Davide: I nostri anni sono fatti come tela di ragno (Sal 89[90],9 Volg.). Ma questo velo è ancora più sottile della ragnatela per l'anima ormai così elevata da essere stabilita in Dio: sente le cose come Dio, di fronte al quale, dice Davide, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato (Sal 89[90],4), e ugualmente Isaia: Tutte le nazioni sono come un nulla davanti a lui (Is 40,17). Lo stesso valore hanno per l'anima, per la quale tutte le cose sono nulla, ed anche lei stessa è un nulla ai propri occhi. Solo il suo Dio è tutto[23] per lei.

 

33. Ma qui c’è da notare una cosa: perché l’anima chiede che si squarci, il velo e non che venga tagliato o consumato, dal momento che questi termini sembrano significare la stessa cosa? Si può rispondere che vi sono quattro motivi.

In primo luogo, l’anima si esprime così per parlare con più proprietà, perché per l’attesa di un incontro si usa più propriamente dire rompere gli indugi - che è sinonimo di squarciare - che tagliare o consumare.

In secondo luogo, perché l'amore ama mostrare la sua forza e i suoi impeti forti e improvvisi, che si hanno più nello squarciare che nel tagliare o consumare.

In terzo luogo, perché l'amore desidera che l'atto sia brevissimo e si compia il più rapidamente possibile. Tanta più forza e valore ha il suo atto quanto più esso è breve e spirituale, perché l'energia unita è più potente di quella divisa.

L’amore è come la forma per la materia, cioè s'introduce in un istante. Fino a quel momento non c’era atto, ma solo disposizioni ad esso. Così, gli atti spirituali si compiono nell’anima come in un istante, perché sono infusi da Dio; quanto agli altri, che l’anima compie da se, si possono chiamare piuttosto disposizioni di desideri o affetti che si succederanno, ma che non saranno mai atti perfetti d'amore o di contemplazione, se non di rado, quando - ripeto - Dio li forma e li perfeziona nello spirito con estrema rapidità. Perciò il Saggio afferma che è meglio la fine di una preghiera che il suo principio (Qo 7,9 Volg.); d'altronde, comunemente si dice che la preghiera breve penetra i cieli.

Per questi motivi l'anima ben disposta può compiere in breve tempo atti più numerosi e più intensi di quelli che compie in molto tempo l'anima non disposta; e per la grande disposizione che ha, ordinariamente rimane più tempo nell’atto d'amore o di contemplazione. Al contrario, l'anima non disposta impiega tutto il suo tempo a preparare il proprio spirito e, anche dopo aver finito questo lavoro, le capita come al fuoco che suole indugiare a penetrare nel legno, o per la troppa umidità di quest'ultimo o per il suo poco calore, o per entrambe le cose. Quando, invece, l'anima è ben disposta, l'atto d'amore penetra in essa in pochi istanti, perché ogni tocco divino fa scoccare la scintilla d'amore. Ecco perché l'anima innamorata preferisce vedere il velo squarciato velocemente anziché attendere che sia tagliato o finito.

Il quarto motivo, per cui l'anima chiede che si squarci il velo, è perché desidera che questo velo della sua vita termini quanto prima. Difatti, si richiede maggior riflessione per tagliare o finire tale velo, in quanto che si aspetta che sia preparato, disposto o che si verifichi qualche altra condizione, mentre l'azione dello squarciare non richiede, a quanto sembra, né attesa di deliberazione né qualcos’altro del genere.

 

34. L'anima innamorata non sopporta indugi né vuole aspettare che la sua vita si consumi in maniera naturale e neppure che termini in questo o quel tempo. Difatti la forza del suo amore e le disposizioni che vede in sé la spingono a volere e a chiedere che la vita venga interrotta subito da qualche incontro o impeto soprannaturale d'amore.

L’anima sa molto bene che, giunta a questo stato, Dio suole chiamare a sé anzitempo le anime che ama molto; attraverso quest'amore, in breve tempo perfeziona in esse ciò che con il loro passo ordinario avrebbero compiuto mediante un lungo lasso di tempo. A tale proposito dice il Saggio: Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva tra peccatori fu trasferito. Fu rapito, perché la malizia non ne mutasse i sentimenti o l'inganno non ne traviasse l'animo... Giunto in breve alla perfezione, ha compiuto un lungo percorso. La sua anima fu gradita al Signore, perciò egli lo tolse in fretta da tale ambiente, ecc. (Sap 4,10-11.13-14). Fin qui sono parole del Saggio, In base ad esse, si può notare con quanta precisione e logica l'anima adoperi il termine squarciare. Infatti nel brano citato lo Spirito Santo usa due termini, rapire e togliere in fretta, che indicano assenza assoluta di indugi. il togliere in fretta lascia intendere la premura di Dio onde perfezionare in breve tempo l'amore del giusto; il termine rapire, invece, indica Come,l'anima venga strappata alla vita anzitempo.

E, dunque, molto importante per l’anima esercitarsi nell’amore, in questa vita, perché consumandosi in breve, non s’intrattenga più a lungo quaggiù o in purgatorio in situazioni che le impediscono di vedere Dio.

 

35. Ma bisogna capire, ora, perché l'anima chiami questo intervento interiore dello Spirito incontro e non in altro modo. Il motivo sta nel fatto che l'anima, come si è detto, ormai in Dio, desidera immensamente che la sua vita finisca; ma questo suo desiderio non si realizza perché non è ancora giunto il momento della sua perfezione. l’anima, dunque, vede che Dio, per consumare questa sua perfezione e liberarla dalla carne, la investe in maniera divina e gloriosa, sotto forma di incontri, allo scopo di purificarla e sottrarla alla carne. Questi sono veramente incontri, attraverso i quali Dio penetra sempre più nella sostanza dell’anima per renderla divina, assorbendo l'anima nel suo essere divino ed elevandola al di sopra di ogni altro essere.

Questo perché Dio l'ha incontrata e trapassata vivamente nello Spirito Santo, le cui comunicazioni [sono] impetuose, quando sono ferventi d'amore, come nel caso di quest'incontro. l'anima lo chiama dolce, perché in esso prova un grande godimento di Dio. Lo chiama così non perché non siano dolci anche i molti altri tocchi e incontri divini, di cui frequentemente è oggetto in questo stato, ma perché quest'incontro è superiore a tutti gli altri. Difatti, ripeto, Dio interviene al fine di sciogliere l'anima dai suoi legami terreni e introdurla presto nella gloria dei cieli. Per questo l'anima ha l'ardire di gridare: il velo squarcia, ecc.

 

36. Riassumendo ora tutta la strofa, è come se dicesse: O fiamma dello Spirito Santo, che tanto intimamente e teneramente trapassi la sostanza della mia anima e la bruci con il tuo ardore di gloria, sei così colma d'amore che mi manifesti il desiderio di donarti a me nella vita eterna! In passato le mie suppliche non giungevano ai tuoi orecchi, quando - tra le angosce e le sofferenze del mio amore, allorché i miei sensi e il mio spirito gemevano a motivo della mia estrema debolezza, della mia impurità e del mio poco amore - ti pregavo di liberarmi dai miei legami terreni e di portarmi con te, perché la mia anima ti desiderava, perché l’amore impaziente non mi permetteva di uniformarmi a questa condizione di vita, nella quale ancora volevi che vivessi, perché gli impeti d'amore di prima non erano sufficientemente ardenti né avevano i requisiti per condurmi a una meta tanto bramata. Ora che sono così fortificata nell’amore, che non solo i miei sensi e il mio spirito non vengono meno in te, ma, resi forti in te, accordandosi pienamente, il mio cuore e la mia carne gioiscono nel Dio vivente (Sal 83[84],3), ora ti chiedo quello che vuol che io desideri da te. Ciò che non vuoi, non lo voglio, né posso volerlo, né mi sfiora l'idea di volerlo. siccome ora queste mie suppliche sono davanti a te più valide e accette, in quanto vengono da te e tu mi spingi a indirizzarle a te, te le presento con tutta la soavità e la gioia dello Spirito Santo, poiché dal tuo cospetto procede il mio giudizio (Sal 16[17],2), cioè quando tu apprezzi e ascolti le mie suppliche: squarcia il velo sottile di questa vita senza attendere che arrivi al punto d'essere consumata naturalmente dall’età o dagli anni, perché possa amarti fin d'ora con la pienezza e la sazietà che la mia anima desidera, cioè senza limiti e per l'eternità!

 

 

 

 

STROFA 2

 

 

O dolce cauterio!

Deliziosa piaga!

Morbida mano, tocco delicato,

che sa di eterna vita

 e ogni debito paga!

Morte in vita, uccidendo, hai tramutato!

 

 

SPIEGAZIONE

 

l. In questa strofa l’anima spiega come le tre Persone della santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, compiano nel suo più profondo intimo l'opera divina dell’unione. La mano, il cauterio e il tocco, pertanto, designando le tre divine Persone, sono sostanzialmente la stessa cosa. L’anima usa questi termini perché esprimono l'effetto prodotto da ciascuna Persona.

Il cauterio è attribuito allo Spirito Santo, la mano al Padre e il tocco al Figlio. L’anima glorifica il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, esaltandone tre grandi favori e beni di cui l'arricchiscono, perché, avendo cambiato la sua morte in vita, l'hanno trasformata in se stessi.

Il primo di questi favori, attribuito allo Spirito Santo, è una piaga deliziosa. Per questo motivo l'anima lo chiama cauterio.

Il secondo, attribuito al Figlio, è il gusto della vita eterna. Per questo motivo l'anima lo chiama tocco delicato.

Il terzo, attribuito al Padre, consiste nella trasformazione dell’anima in Dio. È un dono con cui l’anima viene ben ricompensata. Per questo motivo lo chiama morbida mano.

Sebbene l'anima nomini qui le tre Persone divine per gli effetti particolari loro attribuiti, si rivolge però ad una solamente, quando dice: in vita hai tramutato. In realtà, l'azione delle tre Persone è unica, quindi il tutto è attribuito a una e a tutt'e tre le Persone insieme.[24]

Si commenta il verso:

O dolce cauterio!

 

2. Questo cauterio, ripeto, è attribuito allo Spirito Santo, perché, come afferma Mosè nel Deuteronomio, il Signore è fuoco divoratore (Dt 4,24), cioè fuoco d'amore. Ora, siccome questo fuoco ha una forza infinita, può incredibilmente consumare e trasformare l’anima in sé quando la tocca. Ciò nonostante, brucia e assorbe ogni anima a seconda delle sue disposizioni, una di più e l'altra di meno, quanto, come e quando vuole. Siccome è un fuoco d'amore infinito, vuole toccare l'anima con una certa forza, ragion per cui il fuoco d'amore che brucia l'anima sarà talmente intenso da sembrarle ardere più di tutte le fiamme del mondo. Per tale motivo, in quest'unione l'anima chiama cauterio lo Spirito Santo: difatti il cauterio, o bruciatura, è il punto in cui il fuoco è più intenso, più forte e dove produce maggior effetto che ogni altro combustibile. Così è l'atto di quest'unione: poiché consiste in un fuoco d'amore superiore a tutti gli altri, è detto cauterio. Ora, siccome questo fuoco divino in questo caso trasforma l’anima completamente in se stesso, questa non solo sente la bruciatura, ma è completamente trasformata in bruciatura di fuoco ardente.

 

3. È cosa mirabile e degna di nota che, pur essendo questo fuoco di Dio talmente forte e divorato re da distruggere mille mondi con più facilità di quella con cui il fuoco terreno brucia un filo di paglia, non consumi né distrugga l'anima in cui arde così potentemente. Lungi dal causarle il più piccolo dolore, tale fuoco la divinizza proporzionatamente al suo amore e la colma di delizie, infiammandola e facendola ardere in sé, soavemente.[25] Questo è dovuto alla purezza e alla perfezione dello spirito con cui arde [nello Spirito Santo]. Ciò è quanto riferisce il libro degli Atti degli Apostoli (2,3): il fuoco dello Spirito, abbattendosi gagliardo sui discepoli, li accese d'amore, sicché questi, come dice san Gregorio, si sentirono bruciare interiormente d'amore soave. Questo intende esprimere la Chiesa quando dice a tale riguardo: Venne un fuoco dal cielo, senza bruciare, ma risplendendo; senza consumare, ma illuminando.[26] Lo scopo di Dio, quando accorda simili comunicazioni, è quello di elevare[27] l'anima, non di affaticarla e tormentarla, ma di confortarla e colmarla di delizie. Dio non la oscura né la riduce in cenere come fa il fuoco con il carbone, ma la rende luminosa e l’arricchisce con i suoi doni. Ecco perché l’anima chiama dolce il cauterio.

 

4. Beata l'anima che ha la rara fortuna di ricevere questo cauterio! Sa tutto, gusta tutto, fa tutto ciò che vuole, tutto le riesce bene, nessuno prevale su di lei, nulla la tocca. Di siffatta anima così si è espresso l’Apostolo: L’uomo spirituale giudica ogni cosa, ma non è giudicato da nessuno (1Cor 2,15). E ancora: Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio (1Cor 2,10). Questa infatti è la caratteristica dell’amore: scrutare tutti i tesori dell’Amato.

 

5. O anime che meritate di giungere allo stato ove regna sovrano questo fuoco, grande è la vostra gloria! Pur possedendo questo fuoco una forza infinita per distruggervi e annientarvi, senza estinguervi, immensamente vi consuma nella gloria!

Non meravigliatevi che Dio elevi alcune anime a simili altezze, dal momento che anche il sole si distingue nel produrre alcuni effetti meravigliosi e, come dice lo Spirito Santo, in tre modi fa ardere i monti, cioè i giusti.

Poiché questo cauterio è così soave, come è stato spiegato, quanto piena di delizie sarà l'anima toccata da questo fuoco! Essa tenta di raccontarlo, ma non vi riesce: ne conserva tutto l'apprezzamento nel cuore e lo esalta con questa esclamazione sulle labbra: O dolce cauterio!

Deliziosa piaga.

 

6. Dopo aver parlato della bruciatura, l’anima accenna ora alla piaga prodotta da tale bruciatura. Siccome questa era dolce, come ho spiegato, anche la piaga, giustamente, sarà dolce. Pertanto la piaga derivata da bruciatura sarà piena di delizie, perché, trattandosi d'una ferita d'amore così soave, la piaga sarà anch'essa d'amore soave e, di conseguenza, l'anima sarà colmata di delizie.

 

7. Per spiegare come possa essere questa piaga di cui parla qui l’anima, occorre sapere che la bruciatura causata dal fuoco naturale produce sempre una piaga dove tocca e ha la caratteristica di trasformare in piaga derivata da fuoco anche quella in origine non causata dal fuoco. Ciò è quanto avviene per la bruciatura d'amore: lascia subito ferita d'amore l'anima che tocca, anche se originariamente l'anima fu ferita dalle piaghe delle sue miserie e dei suoi peccati, oppure se è sana. In questo modo, le piaghe dovute ad altra causa diventano piaghe d'amore.

Vi è però una differenza tra questa ferita prodotta dall’amore e quella dal fuoco materiale: la ferita causata da quest'ultimo può essere sanata ricorrendo semplicemente a medicamenti, mentre la ferita prodotta dalla bruciatura d'amore non può essere curata con medicamento alcuno, ma solo con la stessa bruciatura che ha causato la piaga; insomma, la bruciatura guarisce la ferita ampliandola. Difatti, ogni volta che la bruciatura d'amore tocca la ferita d'amore, ne produce un'altra ancora più profonda, così che cura e sana quanto più ferisce. Colui che ama, più è ferito d'amore più sta in salute: la cura che l'amore propone consiste nell’aggiungere ulteriori ferite d'amore alle precedenti, fin quando la piaga è talmente grande che l'anima è divenuta tutta una ferita d'amore. In questo modo, ormai completamente cauterizzata e divenuta tutta una ferita d'amore, è completamente guarita nell’amore, perché è trasformata in amore.

Questo è il senso della ferita, di cui parla qui l'anima, la quale è tutta piagata e, al tempo stesso, è completamente sana. Sebbene essa sia tutta piagata e contemporaneamente in piena salute, la bruciatura d'amore non cessa di fare la sua funzione, che è quella di procurare all’anima nuovi tocchi e ferite d'amore. Anche se l'anima è ormai completamente nelle delizie e piena di salute, l'effetto della bruciatura d'amore è quello di lenire la piaga, come fa un buon medico. Per questo l'anima esclama: Deliziosa piaga!

O piaga tanto più deliziosa quanto più ardente e sublime è il fuoco d'amore che l'ha prodotta! È lo Spirito Santo che la procura al solo scopo di colmare di doni e, poiché il suo desiderio e la sua volontà di favorire è grande, grande sarà anche la ferita, perché grandi sono le delizie che accorda.

 

8. O benedetta piaga, procurata da colui che soltanto sa guarire! O fortunata e felicissima piaga, fatta solo per deliziare! Le tue sofferenze sono tali da essere gioia e diletto per l’anima ferita! Grande sei, deliziosa piaga!, perché grande è chi ti ha fatto. Grande è ciò che doni, perché il fuoco d'amore infinito ti colma di delizie secondo la tua capacità e grandezza. O deliziosa piaga! Tanto più profondamente deliziosa quanto più la ferita d'amore penetra nell’intimo centro della sostanza dell’anima, bruciando tutto ciò che può bruciare, colmando di delizie tutto quanto può colmare!

Mi sembra che questo cauterio e questa piaga siano il più alto grado raggiungibile in questo stato. Vi sono, infatti, molti altri modi con cui Dio può cauterizzare l’anima, che non giungono a tanto né sono come questo, perché qui si tratta di un tocco esclusivo di Dio nell’anima, senza mediazioni di forme o figure intellettuali o immaginarie.

 

9. Esiste però un'altra maniera, molto sublime, di cauterizzare l’anima, sotto forma intellettuale, ed è la seguente: può accadere che, essendo l'anima infiammata d'amore di Dio, anche se non in forma così elevata come quella descritta - ma occorre che lo sia fortemente per provare quanto sto esponendo -, si senta investire da un serafino con una freccia o un dardo ardentissimo del fuoco d'amore. Trapassando l'anima già incendiata come brace, o meglio simile a fiamma, la cauterizza in modo sublime.[28] E allora, cauterizzandola con la freccia che la trapassa, fa sì che la sua fiamma si sprigioni con veemenza, come quella d'una fornace ardente o d'una fucina quando vi si attizza il fuoco e la fiamma si ravviva e s'innalza. Così, quando l'anima è ferita da questo dardo acceso, sente la piaga con indicibile diletto. Essa, oltre a trovarsi tutta piena di soavità, quando riceve il colpo impetuoso del serafino, prova un grande ardore e uno struggimento d'amore; sente altresì la dolce ferita e la virtù dell’erba che è servita a ben temprare il ferro, la cui punta acuta, penetrando la sostanza dello spirito, è riuscita a trapassare il suo cuore.

 

10. Chi saprà parlare come si deve di questo intimo punto della ferita che sembra situarsi nel centro del cuore spirituale, dove si gustano inebrianti delizie? L'anima sente in quel punto come un granellino di senapa,[29] attivissimo e accesissimo, che irradia tutt'intorno un vivo fuoco d'amore. Tale fuoco proviene dalla sostanza e dalla virtù di questo punto bruciante, ove si trovano la sostanza e la virtù dell’erba, di cui sopra. L'anima sente che si diffonde impercettibilmente in tutte le sue vene, per così dire, spirituali e sostanziali, secondo la potenza e l’energia del suo ardore. Essa allora si sente fortificare e crescere nell’ardore. Il suo amore si purifica al punto che le sembra di scoprire nel suo intimo mari di fuoco d'amore, che penetrano in tutta la sua struttura, colmandola d’amore. L'anima ha l'impressione che tutto l'universo sia un oceano d'amore, nel quale è immersa e di cui non vede i confini, perché non percepisce in sé il termine o la fine di quest'amore.

 

11. Il gaudio che l'anima prova in questo stato è qualcosa d'ineffabile. Tutto ciò che si può dire è che essa comprende il motivo per cui il vangelo paragona il regno dei cieli a un chicco di senapa, che, pur essendo il più piccolo di tutti i semi, per il suo grande vigore diventa un grande albero (Mt 13,31-32). Così l'anima, divenuta un immenso fuoco d'amore, percepisce che tale trasformazione proviene da quel piccolo punto acceso nel cuore del suo spirito.

 

12. Poche sono le anime che arrivano a simili vertici. Ve ne sono alcune, tuttavia, che li hanno raggiunti: sono soprattutto persone la cui virtù e il cui spirito si dovevano trasmettere successivamente ai loro figli. Dio infatti concede ai fondatori tesori e grandezze, nelle primizie dello spirito, in proporzione al numero più o meno grande di seguaci che avranno la loro regola e il loro spirito.

 

13. Ma torniamo all’intervento di quel serafino che produce una piaga e una ferita nell’intimo dello spirito. A volte Dio permette che qualche effetto della ferita interiore traspaia nel corpo, manifestando ciò che è interiormente. La ferita e la piaga, allora, si manifestano all’esterno, come accadde quando il serafino ferì d'amore l'anima di san Francesco, imprimendogli cinque piaghe. l’effetto di queste si manifestò sul suo corpo, ove apparivano le stesse piaghe d'amore che avevano ferito la sua anima.[30]

Dio infatti, abitualmente, non concede al corpo alcun favore che non abbia prima e soprattutto accordato all’anima. Allora, più intense sono le delizie e la forza d'amore procurate dalla piaga nell’intimo dell’anima, più dolorosa è la ferita impressa sul suo corpo. Questi due effetti, insomma, crescono simultaneamente. Ciò avviene perché, essendo queste anime purificate e fortificate in Dio, ciò che per loro la debole carne è causa di dolore e di tormento, per il loro spirito, forte e sano, è motivo di dolcezza e piacevolezza. È meraviglioso, allora, sentir crescere il dolore nel diletto.

Giobbe aveva sperimentato molto bene qualcosa del genere, quando alla vista delle sue piaghe si rivolse a Dio dicendo: Volgendoti a me, mi tormenti in modo mirabile (Gb 10,16 Volg.). Infatti è cosa meravigliosa, degna dell’abbondante soavità e dolcezza che Dio riserva a coloro che lo temono (Sal 30[31],20), il fatto che li colmi di delizie e diletti tanto più intensi quanto maggiori sono il dolore e il tormento che sentono. Ma quando la ferita è prodotta solo nell’anima, senza che si manifesti all’esterno, le delizie possono essere più intense e sublimi. La carne infatti è un ostacolo per lo spirito e, quando ne riceve dei profitti, essa tira le briglie e il morso all’agile cavallo dello spirito, soffocandone il brio, perché se lo spirito volesse usare tutta la sua forza, le briglie si spezzerebbero. Ma fino a quando non si spezzano, la carne limita la libertà dello spirito, come dice il Saggio: Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava il senso spirituale, che da se stesso comprende molte cose (Sap 9,15).

 

14. Dico questo perché si sappia che non saranno molto spirituali coloro che vogliono continuamente appoggiarsi alla loro abilità e ai loro ragionamenti naturali per andare a Dio. Vi sono alcuni che pensano di pervenire alle potenze e altezze dello spirito soprannaturale con la sola forza o l'attività dei sensi, che di per sé sono bassi e prettamente naturali. Per raggiungere queste altezze occorre rinunciare ai sensi corporali con le relative operazioni, e metterli da parte.

Cosa ben diversa è quando l’effetto spirituale si riversa sui sensi. In questo caso, infatti, può esserci una sovrabbondanza di spirito, così come ho mostrato quando si è parlato delle piaghe, la cui forza interiore si riversa; all’esterno. Ciò è quanto accadde a san Paolo: i dolori di Cristo erano così vivi nella sua anima da riflettersi nel corpo, come afferma nella lettera ai Galati: Io porto le ferite di Cristo, mio Signore, nel mio corpo (Gal 6,17).

 

15. Sul cauterio e sulla piaga basta quanto ho detto. Se sono come li ho descritti, come sarà la mano che produce questo cauterio? E anche questo tocco, come sarà? L'anima lo mostra nel verso successivo, più con un'esclamazione che con una spiegazione: Morbida mano, tocco delicato!

 

16. Questa mano, torno a ripetere, simboleggia il Padre celeste, ricco di misericordia e onnipotente. È da notare che se essa è tanto generosa e munifica quanto potente e ricca, i doni che essa offrirà, allorché si aprirà per concederli all’anima, saranno ricchi e valenti. Per questo motivo l’anima la definisce morbida mano. È come se dicesse: o mano, quanto sei morbida per la mia anima! Tu che la tocchi posandoti su di lei così delicatamente, annienteresti l’universo se ti posassi appena pesantemente; infatti Dio mira la terra e la fa sussultare (Sal 103[104],32), guarda e fa tremare le genti e le montagne si frangono (Ab 3,6).

O dolce mano, ripeto ancora! Se sei stata dura e severa con Giobbe (19,21), toccandolo un po' rudemente, al contrario sei per me affettuosa e dolce, e quanto più fosti dura con lui tanto più affettuosamente, piacevolmente e soavemente tocchi in modo permanente l'anima mia! Tu infatti dici: Sono io che do la morte e faccio vivere... e nessuno può liberarsi dalla mia mano (Dt 32,39).

Ma tu, vita divina, tu dai la morte solo per dare la vita, ferisci solo per guarire. Quando castighi, tocchi con dolcezza e questo basterebbe a di struggere il mondo; quando accarezzi, lo fai molto opportunamente, e così non vi è nulla che possa eguagliare le tue innumerevoli delizie. Mi hai ferito per guarirmi, o mano divina! Hai ucciso in me ciò che mi teneva nella morte! Ero allora privo della vita di Dio, in cui ora, invece, mi trovo a vivere! Debbo questo favore alla [liberalità] della tua generosa grazia, che hai riversato su di me quando mi ha fatto sentire il tocco di Colui che è irradiazione della tua gloria e impronta della tua sostanza (Eb 1,3), cioè il tuo Figlio unigenito, nel quale, come tua Sapienza, tu tocchi da un confine all’altro della terra con forza (Sap 8,1). È lui, il tuo Figlio unigenito, o mano misericordiosa del Padre, il tocco delicato con cui hai prodotto in me con forza il cauterio e la piaga.

 

17. O tocco delicato,[31] o Verbo, Figlio di Dio, che con la delicatezza del tuo essere divino penetri sottilmente la sostanza della mia anima e, toccandola tutta con delicatezza, l'assorbi completamente in te e adoperi mezzi del tutto divini per colmarla di delizie e soavità mai sentite in terra di Canaan né mai viste in Teman (Bar 3,22)! O tocco delicato e divinamente delicato del Verbo, tanto più delicato in me in quanto tu che facevi sobbalzare i monti e spaccavi le rocce sul monte Oreb con l’ombra del tuo potere e la forza che lo precedeva, in modo più soave e forte ti facesti sentire dal profeta nel soffio leggero del vento (1Re 19,11-12)! O soffio leggero, che sei così fine e delicato, dimmi: come puoi toccare così sottilmente e delicatamente, o Verbo, Figlio di Dio, pur essendo così terribile e potente?

O felice, mille volte felice, Signor mio, l'anima che tocchi così delicatamente e dolcemente, pur essendo così terribile e potente! Dillo al mondo, anzi no, non glielo dire, perché non sa nulla del soffio delicato né può sentirti, perché è incapace di accoglierti e di vederti (Gv 14,17)! O mio Dio, vita mia! Potranno sentire e vedere il tuo tocco soave solo quelli che, allontanatisi dal mondo, saranno divenuti più sensibili. Simili a te, delicati simili al Delicato, potranno così conoscerti e goderti. il tuo tocco sarà tanto più delicato, quanto più sarà affinata, pulita e purificata la sostanza della loro anima, distaccata da ogni creatura, da ogni sua ombra o contatto. Tu ti nascondi in queste anime e dimori in esse, come pure tu nascondi queste anime nel segreto del tuo volto, che è il Verbo, lontano dagli intrighi degli uomini (Sal 30[31],21).

 

18. O tocco mille e più volte delicato, tanto più forte e poderoso quanto più delicato, dal momento che con la forza della tua delicatezza liberi e allontani l'anima da tutti gli altri contatti con le cose create! Tu la riservi solo per te, per unirla solo a te! E produci in essa un effetto e un retrogusto talmente delicati che qualsiasi altro tocco di cose superiori o inferiori le sembra grossolano e impuro. La vista di tali cose la disturba; e soffre pena e un grave tormento nel doversene occupare o nel toccarle.

 

19. È opportuno ricordare che una cosa è tanto più grande e capace, quanto più è delicata in se, ed è tanto più capace di diffondersi e comunicarsi quanto più è sottile e delicata. Ora il Verbo, immensamente sottile e delicato, è il tocco che accarezza l'anima; a sua volta l'anima è il recipiente ampio e capace di accogliere molto, a motivo della finezza e della profonda purezza acquisita in questo stato.

O tocco delicato, che ti riversi nell’anima mia con tanta maggior abbondanza, quanto più sottile è la tua sostanza e più pura la mia anima!

 

20. Occorre, inoltre, sapere che quanto più il tocco è sottile e delicato, tanto più diletto e gioia comunica all’anima che raggiunge; più ridotto e meno esteso è il volume del tocco, più esso è sottile. Ora, il tocco divino non ha né volume né estensione, perché il Verbo che lo produce non è legato ad alcuna forma o maniera, ma è esente da ogni estensione, libero da forme, figure o accidenti che sogliono circoscrivere la sostanza per metterle dei termini e dei limiti. Per questo motivo il tocco di cui si parla, in quanto tocco sostanziale, voglio dire della sostanza divina, è ineffabile. O tocco, torno a ripetere, tocco ineffabile e delicato del Verbo! T'imprimi nell’anima solo con la tua semplicissima sostanza e il tuo intimo essere! Poiché sei infinito, sei di una delicatezza infinita. Per questo il tuo tocco è così sottile, così carico d'amore, così profondo e delicato,

che sa di eterna vita !

 

21. In realtà, anche se non in grado perfetto, in questo tocco di Dio si gusta un certo sapore di vita eterna, come ho detto. Tutto ciò non ha nulla d'incredibile, quando si crede, come bisogna credere, che si tratta di un tocco di sostanze, cioè la sostanza di Dio tocca la sostanza dell’anima, come, testimoniano molti santi che ne hanno fatto esperienza in questa vita.

È impossibile, dunque, descrivere la delicatezza del piacere che si prova in questo tocco. Non oso parlarne, temendo che le parole non siano adeguate alla comprensione di simile stato. Non ci sono termini per spiegare favori divini tanto sublimi come quelli accordati all’anima. Difatti ogni anima ha il proprio linguaggio per comprendere e sentire questo stato dentro di sé, non che per goderne e conservarne il segreto, l’anima, in questo stato, percepisce che, in qualche modo, questi favori sono come la pietruzza bianca che, secondo san Giovanni, sarà data al vincitore e sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve (Ap 2,17). La sola cosa che si possa dire di questo stato e in tutta verità è che sa di eterna vita. Sebbene nella vita terrena non si goda di tale tocco così perfettamente come nella gloria, tuttavia esso, in quanto tocco di Dio, sa di eterna vita.[32] In èsso l'anima gusta tutte le perfezioni di Dio, che le comunica forza, sapienza, amore, bellezza, grazia e bontà, ecc. Siccome Dio è tutte queste cose insieme, l'anima le gusta in quest'unico tocco che Dio le concede e ne gode in tutte le sue potenze e la sua sostanza.

 

22. Talvolta questo bene dell’anima lascia trasparire nel corpo l'unzione dello Spirito Santo e allora il godimento si estende a tutta la sostanza sensitiva, alle membra, alle ossa, al midollo, non così debolmente come di solito accade, ma con sensazioni di grande gioia e gloria, che l’anima prova fin nella punta dei piedi e delle mani. A sua volta il corpo prova tanta parte della gloria dell’anima, da esaltare a suo modo Dio, sentendolo nelle sue ossa, come quando Davide esclama: Tutte le mie ossa dicano: «Chi è come te, Signore?» (Sal 34[35],10).

Poiché tutto ciò che si può dire su questo è sempre insufficiente, basta qui aggiungere soltanto che il corpo, come lo spirito, sa di eterna vita / e ogni debito paga.

 

23. L'anima si esprime così perché, nel sapore della vita eterna che gusta, gode la ricompensa delle fatiche affrontate per raggiungere questo stato. Non solo essa si considera ben pagata e ricompensata secondo giustizia, ma premiata molto più dei suoi meriti. A questo punto comprende la verità della promessa che lo Sposo fa nel vangelo di dare il cento per uno (Mt 19,29). Infatti non c'è stata tribolazione, tentazione, penitenza o qualsiasi altra fatica che abbia dovuto affrontare, che non venga ricompensata al centuplo in questa vita, con consolazioni, gioie, ecc. Così l'anima può a buon diritto affermare:

e ogni debito pagalo![33]

 

24. Per sapere come e quali siano questi debiti, che l'anima considera qui come pagati, [occorre ricordare] che nessun'anima può arrivare per via ordinaria a questo eccelso stato, al grado del matrimonio spirituale, senza prima passare attraverso molte tribolazioni e prove. Ciò è quanto si dice negli Atti degli Apostoli: È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio (At 14,22). Infatti tutte queste prove sono già state superate quando l'anima perviene a questo stato. Ormai purificata, essa non soffre più.

 

25. Ora, le prove che devono superare coloro che arrivano a questo stato sono di tre specie, cioè: sofferenze, desolazioni, timori e tentazioni di vario genere da parte del mondo; tentazioni, aridità, afflizioni da parte dei sensi; tribolazioni, tenebre, angosce, rinunce, tentazioni e altre sofferenze da parte dello spirito. In questo modo, infatti, l'anima viene purificata nella sua parte spirituale e in quella sensitiva, come ho detto spiegando il quarto verso della prima strofa.

Il motivo per cui sono necessarie queste sofferenze all’anima per arrivare a questo stato è il seguente: come un liquore eccellente si pone sempre in un recipiente forte, ben preparato e pulito, così l'eccelsa unione può realizzarsi solo nell’anima che è resa forte dalla sofferenza e dalle tentazioni, purificata dalle tribolazioni, dalle tenebre e dall’angoscia; le prime prove purificano e rafforzano i sensi, le altre affinano, purificano e preparano lo spirito.

Come infatti, per unirsi a Dio nella gloria, le anime non sufficientemente pure devono passare attraverso il fuoco del purgatorio nell’altra vita, così, per arrivare all’unione di perfezione in questa vita, devono passare attraverso il fuoco delle sofferenze suddette. Queste prove sono più o meno forti, più o meno lunghe, a seconda del grado d'unione, al quale Dio vuole elevarle, e secondo quanto esse hanno da purificare.

 

26. Dio sottopone, dunque, l'anima e i sensi a tali sofferenze. Attraverso l’amarezza di queste, l’anima acquista gradualmente virtù, forza e perfezione, perché la virtù diventa perfetta nella debolezza (Cfr. 2Cor 12,9) e si forgia nell’esercizio contro le passioni:[34] similmente al ferro, che l'artigiano tratta e modella secondo la sua idea soltanto con l’aiuto del fuoco e del martello. A proposito del fuoco, Geremia afferma che il Signore glielo mise nella sua mente: Egli ha scagliato un fuoco nelle mie ossa, e mi ha insegnato (Lam 1,13 Volg.). E quanto al martello dichiara: Tu mi hai castigato e io sono stato corretto (Ger 31,18 Volg.). Ecco perché l'Ecclesiastico sentenzia: Colui che non è stato tentato, che può sapere? (Sir 34,9 e 11 Volg.) e chi non ha avuto delle prove, poco conosce (Sir 34,10).

 

27. A questo punto occorre spiegare il motivo per cui sono così pochi quelli che arrivano al sublime stato della perfetta unione con Dio. Ora, è bene ricordarlo: non è perché Dio voglia limitare il numero delle anime privilegiate; anzi egli vuole che tutti siano perfetti. Il fatto è che egli trova solo pochi disposti a intraprendere un'impresa così ardua e sublime. Appena li prova un po', li trova deboli, perché tali persone fuggono la sofferenza: non vogliono sopportare la più piccola afflizione o mortificazione. Di conseguenza, poiché il Signore non li trova forti e fedeli per compiere quel poco che per sua misericordia chiedeva loro per cominciare a sgrossarli e purificarli, si rende conto che lo saranno molto meno in occasioni di sofferenze più intense. Così, non continua più a purificarli e a sollevarli dalla polvere della terra attraverso la sofferenza della mortificazione, per la quale era necessaria maggior costanza e fortezza di quella che essi dimostrano.

Vi sono, certo, molte persone che desiderano progredire nella perfezione e chiedono continuamente a Dio di attirarle a sé e d'introdurle in questo stato di perfezione. Ma nel momento in cui Dio comincia a far loro sentire le prime prove e le prime mortificazioni, come è necessario che avvenga, non vogliono affrontarle, si sottraggono, evitando il sentiero stretto della vita (Mt 7,14) e cercando quello ampio della consolazione, che è quello della perdizione (Mt 7,13) .In breve, non si pongono in quelle disposizioni richieste per ricevere da Dio ciò che gli avevano domandato, quando già cominciava a esaudirle. Rimangono così come vasi inutili (Cfr. Mt 6,15), perché vogliono arrivare allo stato dei perfetti senza passare attraverso il sentiero delle prove, che è quello dei perfetti. Anzi, quasi non vogliono cominciare a muovere i primi passi, accettando le piccole prove che comunemente tutti devono subire.

Ora, possiamo rispondere loro con le parole di Geremia: Se correndo con i pedoni ti stanchi, come potrai gareggiare con i cavalli? Se non ti senti al sicuro in una regione pacifica, che farai nella boscaglia del Giordano? (Ger 12,5). Il che vuol dire: se nei travagli che ordinariamente e umanamente tutti i viventi devono affrontare, per il tuo passo lento tu facevi tanta fatica come se dovessi correre, come potrai gareggiare con la velocità del cavallo, cioè con travagli più che ordinari e comuni, per i quali si richiede una forza e una leggerezza più che umana? E se non hai voluto rinunziare alla pace e ai gusti terreni, cioè alla tua sensualità, non volendo combatterla né contraddirla in nulla, come potrai affrontare le impetuose acque delle tribolazioni e delle pene dello spirito, che sono più interiori?

 

28. O anime che desiderate camminare sicure e rasserenate nelle vie dello spirito, se sapeste quanto dovete soffrire per arrivare a questa dolce sicurezza! Se solo vi accorgeste che, senza sofferenza, lungi dal raggiungere questo stato, voi tornate indietro, non cerchereste nel modo più assoluto consolazione alcuna né da parte di Dio né da parte delle creature; al contrario, prendereste la vostra croce e, inchiodate su di essa, vorreste bere a grandi sorsate il fiele e l'aceto puro (Gv 19,29; Mt 27,34). Vi stimereste allora grandi privilegiate, convinte che morendo al mondo e a voi stesse vivreste in Dio, colme di gioia spirituale. Sopportate, dunque, con pazienza e fedeltà le poche pene esteriori, e meriterete che Dio posi lo sguardo su di voi per purificarvi e santificarvi più profondamente con prove spirituali interiori e per darvi beni più intimi. Infatti occorre aver reso grandi servizi al Signore, aver mostrato molta pazienza e costanza, aver insomma condotto una vita e compiuto opere che ci rendono graditi ai suoi occhi, perché il Signore ci conceda una grazia particolare come quella di esser sottoposti a prove molto interiori, per colmarci di doni e ricompense. È quanto leggiamo del santo Tobia, al quale san Raffaele disse che, essendo accetto a Dio, questi gli aveva fatto la grazia di mandargli la tentazione per metterlo maggiormente alla prova onde potergli dare di più (Tb 12,13 Volg.) E così, dopo quella prova, come dice la sacra Scrittura, Tobia trascorse nella gioia il resto della sua vita (Tb 14,4 Volg.). Lo stesso vediamo essere accaduto al santo Giobbe Il Signore, che aveva approvato le sue opere dinanzi agli spiriti buoni e cattivi, immediatamente dopo gli fece la grazia di mandargli quelle terribili prove, per poi dargli molto di più, come di fatto fece moltiplicando i suoi beni materiali e spirituali (Gb 1-2 e 42,12).

 

29 In questo stesso modo si comporta Dio con coloro ai quali intende procurare il vantaggio principale Fa sì che vengano provati, li lascia nella prova per elevarli il più possibile, fino all’unione con la sapienza divina, che, al dire di Davide, è argento passato per ti fuoco, purificato nel crogiolo di terra, cioè nella nostra carne, raffinato sette volte (Sal 11[12],7 Volg.), ossia al massimo grado.

Non è il caso di soffermarsi qui per spiegare quali siano queste sette purificazioni, quale la natura di ciascuna di esse per arrivare alla sapienza divina, né tanto meno per dire come esse corrispondano ai sette gradi d'amore di questa sapienza Tale sapienza è per l'anima, in questa vita, qualunque sia la sua unione con Dio, come l'argento di cui parla Davide; nell’altra vita invece sarà come l'oro.

 

30 È molto importante, dunque, che l'anima abbia molta costanza e pazienza in tutte le tribolazioni o prove che Dio le manderà, sia esteriori che interiori, spirituali o corporali, grandi o piccole Occorre che le accetti tutte come provenienti dalle sue mani per il suo bene e la sua guarigione; non le deve fuggire, perché sono il rimedio ai suoi mali In tutta questa situazione seguirà il consiglio del Saggio: Se l'ira di un potente si accende contro di te, non lasciare ti tuo posto, cioè il luogo della tua prova, che è il travaglio che ti manda, perché la calma impedIrà molti peccati (Qo 10,4), ossia estirperà la radice dei tuoi peccati e delle tue imperfezioni, che sono le abitudini cattive Difatti la lotta sostenuta nelle prove, nelle angosce e nelle tentazioni estingue le abitudini cattive e imperfette dell’anima, purificandola e fortificandola.

Per tutti questi motivi l'anima deve tenere in grande stima le fatiche interiori ed esteriori che Dio le manda, sapendo che sono [molto] pochi quel li che meritano di essere purificati dalle sofferenze per giungere a uno stato così sublime.

 

31. Torniamo alla spiegazione[35] del nostro verso. L’anima riconosce, dunque, che tutto è stato per il suo bene e che sicut tenebrae eius, ita et lumen eius: le sue tenebre sono come la luce (Sal 138[139],12), cioè ormai è in piena luce. Se è stata immersa nelle tribolazioni, ora ha la sua parte di consolazioni e di regno (2Cor 1,7). Riconosce, altresì, che tutte le sofferenze interiori ed esteriori sono state ben ripagate con beni divini concessi al corpo e allo spirito. Sa, infine, che non vi è rimasta alcuna sua sofferenza senza una lauta ricompensa. Ecco perché dichiara la sua profonda soddisfazione, quando dice: e ogni debito paga! In questo verso ringrazia Dio, come fece, da parte sua, Davide, perché lo tolse dalle tribolazioni: Mi hai fatto provare molte angosce e sventure: mi darai ancora vita, mi farai risalire dagli abissi della terra, accrescerai la mia grandezza e tornerai a consolarmi (Sal 70[71],20-21).

Così quest’anima, prima di giungere a questo stato, si trovava come Mardocheo alle porte del palazzo del re. Questo personaggio - che piangeva nelle piazze di Susa per i pericoli ai quali era esposta la sua vita; che, vestito di cilicio, rifiutava le vesti inviate dalla regina Ester; che non aveva ricevuto alcuna ricompensa per i servigi resi al re e la fedeltà dimostrata nel difenderne l’onore e la vita - in un sol giorno vide ripagati i suoi travagli e i suoi servigi. Così pure accade all’anima: non solo viene fatta entrare nel palazzo e presentata al re, vestita con abiti regali, ma le viene posta sul capo la corona e le viene dato lo scettro e il sigillo reale con l’anello del re, perché faccia tutto ciò che vuole nel regno del suo Sposo (Est 4-8). È proprio vero che quelli che arrivano a questo stato ottengono tutto ciò che desiderano! Così, dunque, l'anima non solo resta ben pagata dei suoi travagli, ma assiste anche alla distruzione dei suoi nemici giudei, cioè i suoi appetiti imperfetti, che cercavano di privarla della vita spirituale, che inonda ormai le sue potenze e i suoi appetiti. Per questo aggiunge subito:

morte in vita, uccidendo, hai tramutato!

 

32. Siccome la morte non è che privazione della vita, quando questa comincia non resta più traccia della morte. Dal punto di vista spirituale, ci sono due forme di vita: una è quella beatifica, che consiste nel vedere Dio, e si raggiunge passando per la morte corporale o naturale, come dice san Paolo: Sappiamo che quando verrà disfatta questa nostra abitazione sulla terra, riceveremo una dimora da Dio nei cieli (2Cor 5,1). L'altra è la vita spirituale perfetta, che consiste nel possedere Dio nell’unione d'amore. La si ottiene mortificando completamente tutti i vizi, gli appetiti e la nostra stessa natura. Fino a quando non si fa questo, non si può arrivare alla perfezione di questa vita spirituale d'unione con Dio, come dice ancora l’Apostolo in questi termini: Se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire e opere del corpo, vivrete (Rm 8,13).

 

33. Occorre, dunque, notare che ciò che l'anima chiama morte, è tutto l'uomo vecchio, cioè il cattivo uso delle potenze, memoria, intelletto e volontà, quando le si applica alle cose del mondo o quando si cerca il proprio piacere nelle creature. Tutto questo genera le opere dell’uomo vecchio e produce la morte della vita nuova, cioè quella spirituale. Questa, d'altronde, non sarà perfetta fin che l'anima non morrà totalmente all’uomo vecchio, come ammonisce l’Apostolo: Dovete deporre l’uomo vecchio... e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità (Ef 4,22.24). In questa vita nuova, quando l'anima ha raggiunto la perfetta unione con Dio, di cui sto parlando, tutti gli appetiti dell’anima, le sue potenze secondo le inclinazioni e le operazioni, che per natura producevano la morte e la privazione della vita spirituale, diventano divini.[36]

 

34. Come dicono i filosofi, ogni essere vivente vive per mezzo delle proprie operazioni; ora l'anima, che ha le sue operazioni in Dio in seguito all’unione con lui, vive la vita di Dio; così la sua morte è cambiata in vita, cioè la sua vita animale è trasformata in vita spirituale.

Infatti l'intelletto, che prima di quest'unione comprendeva la realtà in maniera naturale, con la forza e il vigore della sua luce naturale attraverso i sensi corporali, ora è mosso e informato da un altro principio più elevato, quello della luce [sopran]naturale di Dio, senza aver bisogno dei sensi corporali. In questo modo è diventato divino e, grazie all’unione, forma una cosa sola con l'intelletto di Dio.

Quanto alla volontà, che in passato amava in maniera poco elevata e priva di ogni vigore, con manifestazioni puramente naturali, ora è trasformata in vita d’amore divino: ama in modo sublime, con affetti divini, mossa dalla forza e dalla virtù dello Spirito Santo. In lui già vive una vita d'amore, perché, in seguito all’unione, la volontà dell’anima e quella di Dio sono [ormai] una sola volontà.

Anche la memoria, che di per sé percepiva solo le figure e i fantasmi delle creature, è trasformata da quest'unione, per cui la mente va agli anni eterni di cui parla Davide (Sal 76[77],6 Volg.).

Quanto agli appetiti naturali, essi avevano la capacità e la forza solo per godere delle creature, il che procurava la morte. Ora, invece, che sono cambiati, trovano il loro gusto e le loro delizie in Dio, mossi e appagati da un altro principio, più vivo che mai, il diletto stesso di Dio, perché a lui uniti. Insomma, questi appetiti sono tutti divini.

Infine tutti i movimenti, le operazioni e le inclinazioni che prima l'anima traeva dal principio e dalla forza della sua vita naturale, in virtù di quest'unione sono ormai cambiati in movimenti divini. Dopo essere morti a le loro operazioni e inclinazioni naturali, sono vivi in Dio. L'anima, da vera figlia di Dio, è condotta in tutto dallo Spirito di Dio, come insegna sa Paolo, in questi termini: Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio (Rm 8,14).

Così, dunque, come ho detto, l'intelletto di quest'anima è intelletto di Dio; la sua volontà è volontà di Dio; la sua memoria è memoria eterna di Dio; le sue delizie, delizie di Dio. La sostanza di quest’anima non è sostanza di Dio, perché non può trasformarsi sostanzialmente in lui. Tuttavia, siccome è unita a Dio e assorbita in lui, come lo è in questo stato, è Dio per partecipazione. Tutto ciò accade in questo stato perfetto di vita spiritual, sebbene non così perfettamente come nell’altra. In questo modo l'anima è morta a tutto ciò che era in sé, che per lei era morte, e vive quindi della vita di Dio in sé.

Per questo, parlando di sé, dice a buon diritto nel verso: Morte in vita uccidendo, hai tramutato! L'anima può qui applicare a sé l'espressione di san Paolo: Vivo, ma non più io, bensì vive in me Cristo (Gal 2,20). Così la morte di quest'anima è cambiata in vita di Dio. Le si può applicare, allora anche l'altra affermazione dell’Apostolo: Absorpta est mors in victoria: La morte è stata ingoiata nella vittoria (1Cor 15,54). A tale riguardo è opportuno riferire anche quanto il profeta Osea dice in nome di Dio: O morte io sarò la tua morte (Os 13,14 Volg.). Il che vuol dire: poiché io, che sono la vita, sono morte per la morte, la morte è assorbita nella vita.

 

35. In questo modo l'anima è assorbita nella vita divina, staccata d: tutto ciò che appartiene al mondo presente, temporale, e dagli appetiti naturali. Può così dire: M’introduca il re nelle sue stanze: gioiremo e ci rallegreremo per te, ricorderemo le tue tenerezze più del vino... Bruna sono, ma bella, figlie di Gerusalemme (Ct 1,4-5), perché il mio naturale colore bruno si è trasformato nella bellezza del Re celeste.

 

36. In questa condizione di vita così perfetta, l'anima internamente ed esternamente è come se fosse sempre in festa. Per di più, consapevole di questo felice stato,[37] gusta con gran frequenza un giubilo divino tale che si traduce in un canto nuovo, costantemente rinnovato, pieno di allegria e d'amore. Quando, a volte, prova gioia e diletto, ripete nel suo spirito le parole di Giobbe: La mia gloria sarà sempre, nuova... e moltiplicherò come palma i miei giorni (Gb 29,20 e 18 Volg.). È come se dicesse: Dio che, rimanendo in sé sempre immutabile, rinnova tutte le cose (Sap 7,27), secondo il Saggio, essendo ormai sempre unito a me nella gloria, me la rinnoverà sempre. In altre parole, Dio non la lascerà invecchiare né tornare com’era prima; anzi, moltiplicherà come palma i giorni, cioè moltiplicherà i miei meriti fino al cielo, come la palma che innalza al cielo i suoi rami.

In realtà, i meriti dell’anima in questo stato sono generalmente molto grandi per numero e qualità. Abitualmente essa eleva a Dio dal profondo dello spirito tutto ciò che Davide canta in quel salmo che inizia con le parole: Exaltabo te, Domine, quoniam suscepisti me: Ti esalterò, Signore, perché mi hai liberato (Sal 29[30],2), ma in particolare canta i due ultimi versetti del salmo: Convertisti planctum meum in gaudium mihi, conscidisti saccum meum et circumdedisti me laetitia: Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia, perché io possa cantare senza posa, Signore, mio Dio, ti loderò per sempre (Sal 29[30],12-13).

Non ci si deve meravigliare se l'anima ritorna spesso su questa gioia, su questo giubilo, sul godimento e sulle lodi che eleva a Dio, perché conosce le grazie da lui ricevute. Essa vede, inoltre, Dio tutto sollecito a rallegrarla con parole molto preziose, delicate e pressanti e a concederle favori sempre nuovi. Ha così l'impressione che Dio non abbia nient'altro di cui occuparsi, se non donarsi totalmente a lei sola. Con questo sentimento l'anima confessa come la sposa del Cantico: Dilectus meus mihi et ego illi: Il mio Diletto è per me e io per lui (Ct 2,16; 6,2).

 

 

 

STROFA 3

 

 

O lampade di fuoco,

nei cui vivi bagliori

gli abissi più profondi del mio senso,

prima oscuro e cieco,

con rara perfezion

all’Amato or dan luce e calor!

 

 

SPIEGAZIONE

 

1. Voglia Dio concedermi qui il suo aiuto, davvero necessario per spiegare il senso profondo di questa strofa.[38] Il lettore deve fare molta attenzione perché, se non ha esperienza, troverà forse difficile e minuziosa la mia spiegazione, mentre invece, se ha esperienza, la potrà forse trovare chiara e piacevole. In questa strofa l'anima esalta lo Sposo divino e lo ringrazia per i grandi favori che riceve dall’unione con lui. E tramite quest'unione, dichiara l'anima, che le sono state comunicate numerose e sublimi conoscenze di lui, tutte ricche d'amore. Da tali conoscenze sono illuminati e riempiti d'amore le potenze e il senso dell’anima, il quale prima dell’unione era oscuro e cieco. Ora che tali potenze e il senso sono illuminati e infiammati d'amore divino, l'anima può meglio conoscere e amare colui che li ha illuminati e rapiti. Il vero amante, infatti, è felice solo quando tutto ciò che è in se stesso, tutto ciò che vale, che possiede o che riceve, può impiegarlo per l'amato; più possiede, più è contento di donarglielo. Di questo si rallegra qui l'anima. Considerati gli splendori e l'amore di cui è fatta oggetto, essa può risplendere dinanzi al suo Amato e amarlo.

Si commenta il verso:

O lampade di fuoco!

 

2. Prima d'ogni cosa, ricordiamo che le lampade[39] hanno la duplice proprietà di illuminare e di emanare calore.

Per comprendere che genere di lampade siano quelle di cui parla qui l'anima e come risplendano e ardano in essa per darle calore, occorre sapere che Dio racchiude tutte le virtù e grandezze dei suoi attributi nell’unità e semplicità del suo essere.[40] Egli è onnipotente, sapiente, buono, misericordioso, giusto, forte, ricco d'amore, ecc., e possiede molti altri attributi e virtù che non conosciamo. poiché Dio è tutto questo nella semplicità del suo essere, egli può, quando gli piace, concedere all’anima unita profondamente a lui la conoscenza dei suoi attributi. In tal modo l'anima vede in lui, distintamente, tutte le sue virtù e grandezze, cioè l'onnipotenza, la sapienza, la bontà, la misericordia, ecc. Vede, altresì, che ognuno di questi attributi è lo stesso essere di Dio in una sola delle sue Persone, o il Padre o il Figlio o lo Spirito Santo, perché [ogni attributo è Dio stesso, e, essendo] Dio, è luce infinita e fuoco divino infinito, come ho detto sopra. Di conseguenza, in ciascuno di questi innumerevoli attributi Dio effonde la sua luce e dà calore, in quanto Dio, e quindi ognuno di questi attributi è per l’anima una lampada che la illumina e le dà il calore dell’amore.

 

3. Siccome in un solo atto d'unione l'anima riceve la conoscenza di questi attributi, Dio è per lei come un insieme di molte lampade, ognuna delle quali la illumina e le dà calore: da ognuna di esse l'anima riceve una conoscenza distinta che la infiamma d'amore.

Così l'anima ama, infiammata da ciascuna delle lampade e da tutte insieme, per che tutti questi attributi sono un unico essere, come ho detto. Tutte queste lampade sono un'unica lampada che, a seconda delle sue virtù e degli attributi, brilla e arde come molte lampade. Per questo motivo, grazie all’atto di conoscenza proveniente da queste lampade, l'anima ama attraverso ciascuna di esse e mediante tutte insieme. Ora, quest'atto ha la qualità d'amore di ciascuna delle lampade e conformemente a ciascuna di esse, di tutte insieme e conformemente a tutte insieme. Difatti lo splendore che emana dalla lampada dell’essere di Dio in quanto onnipotente, dà all’anima luce e calore d'amor di Dio in quanto onnipotente. Per questo, Dio è per l'anima lampada d'onnipotenza che le dona luce e conoscenza secondo questo suo attributo. Lo splendore che le dà l’essere di Dio in quanto sapienza, le procura luce e calore d'amor di Dio in quanto sapienza; conseguentemente Dio è per l’anima lampada di sapienza. Lo splendore che le dà la lampada di Dio in quanto bontà, procura all’anima luce e calore d'amor di Dio in quanto bontà, e conseguentemente Dio è per l'anima lampada di bontà. Altrettanto possiamo dire per la lampada della giustizia, della fortezza, della misericordia e di tutti gli altri attributi che sono presentati all’anima tutti insieme.

La luce, che l'anima riceve contemporaneamente da questi attributi, le comunica il calore dell’amore di Dio, con cui ama Dio, perché egli è tutte queste cose. Così, in questa comunicazione e manifestazione di sé all’anima - che, secondo me, è la più sublime che egli possa concedere in questa vita - Dio è per l'anima come un'infinità di lampade che le danno conoscenza e amore di Dio.

 

4. Mosè vide queste lampade sul monte Sinai, quando, al passaggio di Dio, si prostrò per terra e prese a invocare, elencando alcune di esse: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione (Es 34,6-7). Stando a questo brano, si deduce che gli attributi e le virtù che Mosè meglio riconobbe in Dio furono l'onnipotenza, la sovranità, la divinità, la misericordia, la giustizia, la verità e la rettitudine. Mosè ricevete in dono una profonda conoscenza e, siccome l’amore che gli fu comunicato corrispondeva a questa conoscenza, godette di un diletto d'amore e di una fruizione profondissima.

 

5. A questo punto è opportuno osservare che la gioia che l’anima prova nel rapimento d'amore, procurata dal fuoco della luce di queste lampade, è straordinaria e immensa, perché abbondantissima, come se provenisse da molte lampade. Ognuna di queste fa ardere d'amore l'anima; il calore dell’una favorisce il calore dell’altra, la fiamma dell’una la fiamma dell’altra, la luce dell’una rende più luminosa quella dell’altra, perché ciascuno di questi attributi permette di conoscere l’altro; così tutte queste lampade insieme formano un'unica luce e un unico fuoco, dal momento che ciascuna di esse è una luce e un fuoco.

Qui l'anima, profondamente assorbita dalle delicate fiamme, ferita d'amore soavemente da ciascuna di esse, ma ancor più ferita da tutte le fiamme insieme, è più viva nell’amore e nella vita di Dio. Comprende molto bene che tutto ciò è un amore di vita eterna, che è l'unione di tutti i beni.[41] Appena se ne rende conto, in qualche modo, conosce perfettamente la verità delle parole dello Sposo nel Cantico dei Cantici. Le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore (Ct 8,6); Come sono belli i tuoi piedi nei sandali figlia di principe! (Ct 7,2). Chi potrà raccontare la magnificenza e la rarità delle tue delizie e della tua maestà nel mirabile splendore e nell’amore delle tue lampade?

 

6. La sacra Scrittura narra che, una volta, una di queste lampade passò davanti ad Abramo, causandogli un oscuro e profondo terrore. Quella lampada significava la giustizia rigorosa che doveva essere esercitata contro i cananei (Gn 15,12-17).

Riguardo a tutte queste lampade che veicolano la conoscenza di Dio e che brillano così affettuosamente e amorevolmente in te, o anima fortunata, quanta più luce e delizie d'amore provocheranno in te, se una sola di esse provocò oscuro terrore in Abramo! Quanto grande, eccellente e molteplice sarà il tuo diletto, perché in tutte e da tutte queste lampade ricevi fruizione e amore, in quanto che Dio si comunica alle tue potenze secondo i suoi attribuiti e le sue virtù! Quando, infatti, qualcuno ama e fa del bene a un altro, gli fa del bene e lo ama secondo la sua condizione e la sua natura. In questo modo agisce il tuo Sposo dimora in te e ti colma dei suoi favori. In quanto onnipotente, ti fa del bene e ti ama con la sua onnipotenza. poiché è sapiente, senti che ti fa del bene e ti ama con saggezza. Infinitamente buono, senti che ti ama con la sua bontà. Santo, senti che ti ama e ti concede grazie con la sua santità. poiché è giusto, senti che ti ama e ti colma di favori in maniera giusta. Misericordioso, compassionevole e clemente, provi la sua misericordia, la sua compassione e la sua clemenza. Forte, sublime e delicato, senti che ti ama in maniera forte, sublime e delicata, Casto e puro, senti che ti ama con un amore casto e puro, Dio vero, senti che ti ama nella verità, Liberale, ti accorgi che ti ama e ti concede favori con generosità, senza interesse alcuno, al solo scopo di farti del bene, Siccome è l'umiltà per eccellenza, ti ama con somma umiltà e con somma stima nei tuoi confronti, mettendoti al suo livello, Si mostra a te con gioia in queste conoscenze che egli ti dona (Sap 6,17 Volg,); ti scopre il suo volto pieno di grazie e in questa unione con lui che ti fa trasalire di gioia, ti sussurra: lo sono tuo e per te, sono felice di essere come sono per essere tuo e donarmi a te.

 

7. Chi potrà esprimere ciò che senti, o anima fortunata, mentre ti vedi tanto amata e nobilitata da una così alta stima? Il tuo ventre, simbolo della tua volontà, è come quello della sposa, simile a un mucchio di grano coperto e circondato da gigli (Ct 7,3), Nel momento in cui assapori i chicchi di grano che diverranno il pane di vita, poni la tua gioia nei gigli delle virtù che ti circondano, Queste virtù sono le figlie del re, delle quali Davide dice che ti recano gioia con la fragranza della mirra, aloe e cassia e delle altre spezie aromatiche (cfr, Sal 44[45],9-10), Infatti le conoscenze che l'Amato ti comunica circa le sue grazie e le sue virtù sono sue figlie, nelle quali ti sei talmente addentrata e immersa da rassomigliare, inoltre, al pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano (Ct 4,15), che simboleggia Dio, In lui sei meravigliosamente colmata di letizia, nella piena armonia della tua anima e anche del tuo corpo; in lui sei divenuta tutta quanta come un giardino irrigato dalle acque divine, perché si compiano in te le parole del salmo: Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio (Sal 45[46],5),

 

8, Stupenda visione! L'anima trabocca di acque divine: è trasformata in una sorgente copiosa che riversa da tutte le parti acque divine.[42] È proprio vero che le conoscenze di cui sto parlando sono luce e fuoco di queste lampade divine; ma questo fuoco, torno a ripetere, è d'una tale soavità che, per quanto immenso sia, è come acqua viva che estingue la sete dello spirito, con la tempestività che esso desidera, Per questo le lampade di fuoco rappresentano le acque vive dello Spirito, come quelle che discesero sugli apostoli (At 23), Erano, allo stesso tempo, lampade di fuoco e acque pure e limpide. È così che le chiamò il profeta Ezechiele, quando profetizzò la venuta dello Spirito Santo in questi termini: Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati… metterò dentro di voi uno spinto nuovo (Ez 36,25-26), Questo fuoco, dunque, è allo stesso tempo acqua, Esso è rappresentato dal fuoco del sacrificio che Geremia aveva nascosto in una cisterna: finché era nascosto sembrava acqua, ma quando lo tiravano fuori per il sacrificio diventava fuoco (2Mac 1,20-22; 2,1). Allo stesso modo, finché questo spirito di Dio resta nascosto nelle vene dell’anima, assomiglia a un'acqua soave e dolcissima, che placa la sete dello spirito; quando invece serve per il sacrificio d'amore che viene offerto a Dio, si trasforma in fiamme vive di fuoco. Queste sono le lampade dell’atto d'amore o le vampe di cui parla lo Sposo nel Cantico dei Cantici. Per questo l'anima le chiama fiamme, perché ne gusta la soavità come del resto quella delle acque, e se ne serve, altresì, come fiamme per ardere d'amore di Dio.

Quando, però, nella comunicazione dello spirito di queste fiamme l'anima è infiammata e occupata nell’esercizio dell’amore, all’interno dell’atto d'amore, le chiama piuttosto lampade che acque vive, esclamando: O lampade di fuoco!

Tutto ciò che si può dire in questa strofa è sempre inferiore alla realtà, perché la trasformazione dell’anima in Dio è ineffabile. Tutto si può riassumere in un’espressione: l’anima diviene Dio per partecipazione alla sua natura e ai suoi attributi, chiamati qui lampade di fuoco.

Nei cui vivi bagliori.

 

9. Per comprendere bene la natura dei bagliori delle lampade, di cui l’anima parla qui, e come l’anima risplenda in essi, occorre ricordare che questi splendori sono le conoscenze piene d'amore che le lampade degli attributi di Dio comunicano all’anima. Quest'ultima, unita com'è alle lampade attraverso le sue potenze, risplende come loro ed è trasformata in splendori pieni d'amore.

Però la luminosità degli splendori, di cui l'anima brilla con la forza dell’amore, non è come quella delle lampade materiali che con le loro fiammate illuminano gli oggetti all’intorno, ma è come gli oggetti che sono dentro le fiamme, perché l'anima è all’interno di questi bagliori. Per questo dice: nei cui vivi bagliori, cioè dentro di essi.[43]

Non solo, ma, come ho detto, è trasformata in splendori, è divenuta splendori. Dirò quindi che è come l'aria che è dentro la fiamma, che viene bruciata e trasformata in fiamma: questa, infatti, non è altro se non aria che brucia. I guizzi e gli splendori di questa fiamma non vengono solo dall’aria né solo dal fuoco di cui è composta, ma dall’aria e dal fuoco insieme. Il fuoco brucia l’aria e la trattiene infiammata dentro di sé.

 

10. Più o meno la stessa cosa accade all’anima. Questa risplende con tutte le sue potenze all’interno degli splendori di Dio. I movimenti delle fiamme divine, che sono i guizzi e le vampate, di cui ho parlato, non li emette solo l’anima trasformata nelle fiamme dello Spirito Santo, né tanto meno è solo lo Spirito a produrli; al contrario, sono opera congiunta dell’uno e dell’altra insieme, in modo tale che lo Spirito agisce sull'anima come il fuoco sull’aria incendiata. Così, questi movimenti di Dio e dell’anima uniti sono non soltanto splendori, ma altresì glorificazioni nell’anima. In realtà, questi movimenti e queste fiammate sono come giochi e feste[44] allegre che lo Spirito Santo celebra nell’anima, come si è detto nel secondo verso della prima strofa. In essi pare sempre sul punto di darle il compimento della vita eterna, introducendola nel grembo della Trinità, ove l’anima condividerà per davvero la sua gloria perfetta. Quanto ai beni precedenti e agli ultimi, grandi e piccoli che siano, Dio li accorda all’anima sempre allo scopo di condurla alla vita eterna: proprio come il fuoco che attraverso tutti i suoi movimenti e le fiammate tende a trascinare verso il centro della sua sfera l’aria che infiamma e ingaggia una lotta continua per riuscire nello scopo; ma ciò non è facile, perché l'aria resta nella propria sfera. Così è dello Spirito Santo: produce movimenti molto efficaci per assorbire l'anima in una grande gloria; tuttavia non ottiene lo scopo fin quando l’anima non uscirà dalla sfera della vita mortale per entrare, così, nel centro dello spirito che è la vita perfetta in Cristo.[45]

 

11. Ma occorre ricordare che questi movimenti della fiamma sono più movimenti dell’anima che di Dio, perché Dio non si muove. Così, questi riflessi di gloria che si presentano all’anima sono stabili, perfetti e continui, pieni d'una serenità profonda e tutta divina. Tale sarà lo stato dell’anima quando non proverà nessun'alterazione nell’intensità di tali favori né interruzioni nei suoi movimenti d'amore. Allora essa vedrà chiaramente come Dio, che sembrava muoversi in essa, è in sé immutabile, come il fuoco rimane immobile nella sua sfera; si accorgerà, inoltre, che non possedendo ancora lo stato perfetto di gloria, nutriva solo movimenti e trasporti intimi nel desiderio della gloria futura.

 

12. Da quanto detto e da quanto ancora verrà esposto, si può comprendere molto chiaramente quale sia la sublimità degli splendori di queste lampade - di cui sto parlando - che si potrebbero con un altro nome definire adombramenti.

Per comprendere questo, occorre ricordare che adombramento[46] indica l'azione che produce l'ombra. Tale azione equivale a proteggere, favorire, concedere delle grazie, perché quando una persona copre un’altra con la sua ombra, è segno che le è vicino per favorirla e proteggerla. Per questo motivo, volendo definire l'insigne grazia da Dio concessa alla Vergine Maria quando il Figlio di Dio s'incarnò nel suo grembo, l'arcangelo Gabriele parlò di adombramento dello Spirito Santo, e precisamente: Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo (Lc 1,35).

 

13. Per meglio comprendere ciò che significa quest'ombra di Dio, o adombramenti o splendori, che sono la stessa cosa, occorre sapere che ogni cosa ha e produce un'ombra in rapporto alla sua forma e alle sue proprietà. Se la cosa è opaca e scura, proietta un'ombra oscura, ma se la cosa è trasparente, chiara e sottile, proietta un'ombra chiara e sottile; quindi l'ombra di una cosa tenebrosa sarà parimenti tenebrosa, mentre l'ombra di una luce sarà ugualmente luce come quella che la origina.

 

14. Ora, le potenze e gli attributi di Dio, poiché sono lampade accese e splendenti, stando vicino all’anima non possono non toccarla con le loro ombre, le quali, a loro volta, saranno accese e risplendenti come le lampade che le producono; di conseguenza, tali ombre saranno splendori. Secondo questo meccanismo, l'ombra che produce nell’anima la lampada della bellezza di Dio sarà un’altra bellezza conforme alla figura e alla proprietà della bellezza di Dio. L'ombra che produce in essa la forza sarà un'altra forza conforme a quella di Dio; e l'ombra prodotta dalla sapienza di Dio, sarà un'altra sapienza conforme a quella di Dio. Così è delle altre lampade, o meglio, sarà la stessa sapienza, la stessa bellezza e la stessa forza di Dio in ombra, perché l'anima quaggiù non può comprenderlo perfettamente. In quest’ombra, essendo conforme alla natura e alle proprietà di Dio, cioè Dio stesso sotto forma di ombra, l'anima conosce molto bene l'eccellenza di Dio.

 

15. Secondo questo criterio, quali saranno, dunque, le ombre delle grandezze delle sue potenze e dei suoi attributi che lo Spirito Santo produrrà in un'anima, dal momento che è così intimo ad essa? Non solo la tocca con le sue ombre, ma è unito ad essa per mezzo delle sue ombre e dei suoi splendori. Così l'anima comprende e gusta Dio in ciascun'ombra, nella misura in cui egli riproduce in ciascuna di esse la sua natura e le sue proprietà.[47] Infatti l'anima comprende e gusta l'onnipotenza divina nell’ombra di tale onnipotenza; comprende e gusta la sapienza divina nell’ombra della sapienza divina; comprende e gusta la bontà infinita nell’ombra della bontà divina che l'avvolge, ecc. Infine gusta la gloria di Dio nell’ombra della gloria che le fa conoscere la proprietà e la natura della gloria di Dio. Ora, tutte queste cose avvengono nelle ombre chiare e luminose, prodotte da queste lampade chiare e luminose. Queste costituiscono un'unica lampada nell’unità e semplicità di Dio che al presente risplende nell’anima in tutte le maniere sopra menzionate.

 

16. Oh,quali sentimenti proverà l'anima quando sperimenterà la notizia e la comunicazione della visione di Ezechiele! Questi vide la figura di un c! essere animato con quattro facce e una ruota composta da quattro ruote: il suo aspetto era come quello di carboni ardenti simili a torce, la ruota, simbolo della sapienza di Dio, era piena di occhi tutt’intorno, per significare le conoscenze divine e gli splendori delle sue virtù. E quando l'essere vivente si muoveva, l’anima sentiva nel suo spirito come il fragore della tempesta, come il tumulto di un accampamento, che rappresentano le innumerevoli grandezze di Dio: l'anima qui le conosce distintamente nell’unico suono del passo che Dio muove per lei. E infine l'anima sentiva con piacere quel rombo delle ali, che - dice il profeta - era simile al rumore di grandi acque, come il tuono dell’Onnipotente. Tale rombo rappresenta l'impeto delle acque divine che invadono l'anima, quando lo Spirito Santo la eleva nella fiamma d’amore e la colma di gioia. l’anima, allora, gode della gloria di Dio nella sua immagine e ombra, come dice ancora il profeta quando afferma che così gli apparve la forma della gloria del Signore (Ez 1,5-28).

Oh, com'è felice quest'anima fortunata quando si vede innalzata a simili altezze! Quali grandezze riconoscerà in se! Quale sarà la sua ammirazione quando contemplerà la sua bellezza e santità! Chi potrà mai dire ciò che essa in realtà prova nel suo intimo? Quando si vede immersa in queste acque abbondanti degli splendori divini, si rende conto che il Padre eterno le ha concesso, con grande generosità, di possedere la sorgente superiore e fa sorgente inferiore, proprio come concesse il padre alla figlia Acsa quando costei gli chiese tale favore (Gs 15,18-19). Queste acque, infatti, irrigando penetrano nell’anima e nel corpo, cioè nella parte inferiore e in quella superiore.

 

17. Oh, mirabile grandezza di Dio! Pur essendo queste lampade degli attributi divini un unico essere, e potendole solo in lui gustare, tuttavia ciascuna la si vede e la si gusta in maniera distinta, perché una si accende dell’altra e ciascuna è sostanzialmente l'altra. Oh, abisso di delizie, sei tanto più ricco quanto più i tuoi tesori sono nascosti nell’unità e nella semplicità infinite del tuo unico essere! Ivi si conosce e si gusta l'uno dei tuoi attributi in modo tale da non impedire la conoscenza e il gusto perfetto degli altri. Anzi, ogni grazia e virtù che è in te, è anche luce per ciascuna delle altre tue grandezze, perché per la tua trasparenza, o Sapienza divina, molte cose se si vedono in te quando se ne vede una. Tu sei lo scrigno dei tesori del Padre, riflesso della luce perenne, specchio senza macchia e immagine della sua bontà (Sap 7,26), nei cui vivi bagliori

gli abissi più profondi del mio senso...

 

18. Questi abissi[48] o caverne sono le potenze dell’anima, memoria, intelletto e volontà, potenze tanto più profonde quanto più sono capaci di ricevere grandi beni, perché si [riempiono] solo dell’infinito. Il fatto che soffrano quando sono vuote di Dio, ci consente di arguire, in certo qual modo, la loro gioia e il loro diletto quando ne sono piene, perché i contrari s'illuminano a vicenda.

Anzitutto dobbiamo osservare che le caverne delle potenze, quando non sono vuote, purificate e libere da ogni attaccamento alle creature, non sentono il vuoto immenso della loro profonda capacità recettiva. Difatti, in questa vita, qualsiasi inezia che vi si attacchi è sufficiente per tenerle talmente ingombre e incantate, che esse non sentono né rimpiangono la perdita di beni immensi e neppure si rendono conto di quanto potrebbero contenere. Stupisce il fatto che, pur essendo capaci di beni infiniti, basta il minimo bene umano a ingombrarle in maniera tale da impedir loro di riceverli, finché, come dirò, non se ne saranno completamente liberate.

Quando, invece, le potenze sono sgombre e purificate, la sete, la fame e il desiderio del loro senso spirituale sono intollerabili. Siccome gli stomachi di queste caverne sono profondi, soffrono immensamente se sono privi di un alimento così eccellente qual è Dio.

Questa sofferenza così profonda normalmente si manifesta verso la fine del tempo in cui l'anima viene illuminata e purificata, prima di raggiungere l'unione con Dio, momento in cui il suo appetito spirituale trova una piena soddisfazione. Infatti, essendo tale appetito spirituale ormai purificato e distaccato da ogni creatura o attaccamento ad essa, e avendo perduto le proprie inclinazioni naturali, aspira solo al divino, perché ha fatto il vuoto in sé per disporsi ad accoglierlo. Ora, polche il divino non le viene ancora comunicato attraverso l'unione con Dio, il vuoto e la sete di Dio le causano sofferenze più strazianti della morte, soprattutto quando da alcuni sprazzi o riflessi intravede qualche raggio divino, mentre Dio stesso non le si comunica ancora. Le anime di cui si parla qui sono quelle che soffrono di amore impaziente. Non possono resistere a lungo senza ottenere quanto vogliono o senza morire.

 

19. Quanto alla prima caverna di cui si parla qui, essa,non è altro che l’intelletto. Quando questo è vuoto, prova la sete di Dio. È una sete, questa, così ardente, quando l'intelletto è ben disposto, che Davide, non trovando miglior paragone, dice che è fortissima come la sete del cervo: Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio (Sal 41[42],1). Questa sete conduce alle acque della sapienza di Dio, oggetto dell’intelletto.

 

20. La seconda caverna è la volontà. Quando questa è vuota, prova una fame di Dio talmente grande da far venir meno l'anima, come dice ancora Davide: L'anima mia languisce e brama gli atri del Signore (Sal 83 [84],3). Ora questa fame è la perfezione d'amore, alla quale l'anima aspira.

 

21. La terza caverna è la memoria. Quando è vuota, l'anima si consuma e si strugge nell’attesa del possesso di Dio, come osserva Geremia: Memoria memor ero et tabescet in me anima mea: Me lo richiamerò continuamente alla memoria, cioè me lo ricorderò bene, e l’anima si struggerà dentro di me (Lam 3,20). Riandando a queste cose nel mio cuore, vivrò nella speranza di Dio.

 

22. La capacità di queste caverne è, dunque, molto profonda, perché quello che possono contenere, cioè Dio, è profondo e infinito. Perciò questa capacità sarà, in certo modo, infinita, come infinita sarà la sua sete; anche la sua fame sarà profonda e infinita, e morte infinita sarà il suo struggimento e il suo tormento. Anche se queste sofferenze non sono così intense come quelle dell’altra vita, tuttavia sono una viva immagine della privazione infinita, perché l’anima possiede una certa disposizione a ricevere la pienezza di Dio.

Tale sofferenza, però, è di natura diversa, perché si trova nell’intimo stesso dell’amore della volontà. Ma non è certo l’amore che allevia la sofferenza, perché quanto più esso è intenso, tanto più è impaziente di possedere il suo Dio, verso cui aspira con un desiderio sempre più ardente.

 

23. Signor mio, se è vero che quando l’anima desidera veramente Dio, possiede già ciò che ama, come dice san Gregorio commentando san Giovanni,[49] come può soffrire per ciò che possiede già? In verità, come afferma san Pietro, gli angeli che desiderano vedere il Figlio di Dio (1Pt 1,12) non hanno né pena né preoccupazione, perché lo possiedono già. Sembra, dunque, che l'anima quanto più desidera Dio tanto più lo possiede, e quanto più lo possiede tanto più prova diletto e pienezza di gioia. Così accade agli angeli. Il loro desiderio è realIzzato: trovano la loro gioia nel possesso di Dio; non cessano di soddisfare i loro desideri, senza provare il benché minimo fastidio, e poiché non provano nessun fastidio, sempre desiderano, e godendo del possesso del bene non provano alcuna sofferenza. Nel nostro caso, l'anima prova tanto più sazietà e delizia nel suo desiderio di Dio, quanto più questo desiderio è ardente, perché attraverso questo possiede di più Dio, senza provare né dolore né sofferenza alcuna.

 

24. Al riguardo bisogna ricordare la differenza che esiste tra possedere, Dio solo per grazia e possederlo anche per unione. Nel primo caso è volersi bene, nel secondò vi è anche un'intima comunicazione tra i due. In breve, tra questi due stati vi è la stessa differenza che intercorre tra il fidanzamento e il matrimonio.[50]

Nel fidanzamento, infatti, c'è soltanto un scambiato da entrambe le parti e un accordo delle loro volontà; in questo caso il fidanzato dona amabilmente alla sua fidanzata gioielli e monili.

Nel matrimonio, invece, vi è anche comunicazione delle persone e unione tra loro. Certo, durante il fidanzamento, lo sposo fa delle visite alla sposa e le porta doni, come dicevo, ma tra loro non vi è ancora l'unione delle persone, che è il fine verso cui tende il fidanzamento. Allo stesso modo, quando l'anima è pervenuta a tanta purezza in sé e nelle sue potenze che la volontà è completamente purificata dagli altri gusti e appetiti estranei, nelle sue parti inferiore e superiore, e ha decisamente [dato] il suo riguardo a tutte queste cose in Dio - così che la volontà di Dio e quella dell’anima sono ormai una sola in un consenso pronto e libero - essa è giunta a possedere Dio per grazia di volontà, nella misura massima possibile mediante la volontà e la grazia. Questo significa che Dio le ha dato, nel di lei, il fedele e totale della sua grazia.

 

25. Questo è il sublime stato del fidanzamento spirituale dell’anima con il Verbo, In questo stato lo Sposo le concede grandi favori, le fa frequenti visite d'amore, la colma di grazie e di delizi. Ma tutti questi favori sono soltanto una preparazione all’untone del matrimonio. Sebbene queste realtà i meravigliose avvengano nell’anima quando è purificata al massimo da ogni affetto alle creature - altrimenti, ripeto, non si realizza il fidanzamento - tuttavia occorre che l’anima abbia altre disposizioni positive. Attraverso le sue visite e i suoi doni Dio la va purificando, la rende più bella e più delicata e la prepara convenientemente a una così sublime unione.

In tutto questo passa del tempo, per alcuni di più, per altri di meno, perché Dio va purificando l’anima secondo le disposizioni in cui essa si trova. Tale preparazione è simboleggiata da quella delle fanciulle scelte per il re Assuero. Una volta portate via dai loro paesi e dalla casa dei loro genitori, dovettero trascorrere un anno rinchiuse nel palazzo del re prima di essergli presentate come spose. Nella prima metà di quell'anno si preparavano con unguenti di mirra e altri profumi e nell’altra metà con unguenti più preziosi. Solamente dopo, esse potevano venire ammesse alla presenza del re (Est 2,2-4.8-14).

 

26. Lo stesso avviene durante il fidanzamento, in attesa del matrimonio spirituale. Quando le unzioni dello Spirito Santo[51] sono più sublimi per disporre l'anima all’unione con Dio, abitualmente arrivano queste ansie così intense e delicate delle caverne dell’anima. Ora, più questi unguenti sono una preparazione prossima all’unione con Dio, più avvicinano l'anima a Dio; di conseguenza, le permettono di gustare di più Dio e gliene offrono un sapore più squisito. Il desiderio dell’anima, insomma, è più nobile e profondo, perché questo desiderio di Dio è ottima disposizione per unirsi a lui.

 

27. Quale buona occasione, questa, per avvertire le anime che Dio favorisce di queste delicate unzioni perché badino a ciò che fanno e a chi si affidano, per non tornare indietro![52] Ma ciò esula dall’argomento che sto trattando. Oh, quanto dolore, quanta compassione provo nel mio cuore vedendo le anime tornare sui loro passi! Non solo si sottraggono a queste unzioni divine, che lasciano passare inutilmente, ma ne perdono persino il desiderio. Ecco perché non posso fare a meno di indicar loro ciò che devono fare per evitare una disgrazia così grande. Mi soffermerò, dunque, un po' per chiarire questo pensiero; poi riprenderò subito l'argomento. D'altronde, tutto serve per comprendere le proprietà delle caverne di cui si parla qui. Ne voglio trattare perché è davvero necessario non solo per le anime che si trovano in una situazione così vantaggiosa, ma anche per tutte le altre che sono alla ricerca del loro Amato.

 

28. Anzitutto occorre sapere che, se l’anima cerca Dio, molto di più la cerca il suo Amato. Se l’anima gli indirizza i suoi ardenti desideri d'amore, che per lui sono graditi come una colonna di fumo, che esala profumo di mirra e d'incenso e d'ogni polvere aromatica (Ct 3,6), l’Amato le invia la fragranza dei suoi profumi che la fanno correre dietro di lui (Ct 1,3-4) e che sono le sue divine ispirazioni e i suoi tocchi delicati. Per il fatto stesso che sono suoi, sono scelti e impregnati della perfezione della legge di Dio e della fede. Conformandosi a questa perfezione, l'anima si avvicina sempre più a Dio. L'anima deve, dunque, comprendere che, in tutte le grazie che le con cede, nelle unzioni e nei profumi di questi unguenti, Dio desidera disporla ad altre e più elevate unzioni, maggiormente degne di lui. Suo scopo è quello di farla pervenire a una disposizione talmente delicata e pura da meritare l'unione divina e la trasformazione sostanziale in lui con tutte le sue potenze.

 

29. L'anima deve, dunque, ben considerare che in questa situazione è Dio il principale agente. Come guida di un cieco, egli la deve guidare per mano dove essa non saprebbe andare, cioè verso le realtà soprannaturali, che il suo intelletto non può comprendere, né la sua volontà o la sua memoria possono sapere come siano. Deve mettere tutto il suo impegno per non frapporre ostacoli a Dio che la guida per il cammino da lui preparato, ossia quello della perfezione, della sua legge e della fede.

Ora, l'ostacolo può insorgere solo se l'anima si lascia portare e guidare da un altro cieco. E i ciechi che possono fuorviarla sono tre: il direttore spirituale, il demonio ed essa medesima. Per chiarire meglio questo punto, spenderò qualche parola su ciascuno di questi tre ciechi.

 

30. Quanto al primo, l'anima che vuole progredire nel raccoglimento e nella perfezione deve ben considerare in quali mani si affida, perché il discepolo sarà come il maestro e il figlio come il padre.[53] Ma sappia bene l'anima che difficilmente si trova una guida che abbia tutte le qualità richieste per condurla nella parte più alta del cammino di perfezione o anche in quella meno elevata. Il direttore spirituale, oltre a essere saggio e prudente, dev'essere anche sperimentato. Infatti, se è vero che per guidare un'anima sono fondamentali la scienza e la prudenza, tuttavia se il direttore non ha esperienza di ciò che è la vita puramente e veramente spirituale, non sarà capace di guidare l'anima allorquando Dio vorrà condurvela, anzi non comprenderà nulla.

 

31. Così, molti direttori spirituali arrecano gravi danni a parecchie ani me, perché non comprendono le vie dello spirito e le loro prerogative. Di conseguenza, abitualmente fanno perdere alle anime l’unzione di quei deliziosi profumi con i quali lo Spirito Santo le gratifica e le dispone a unirsi a lui. Insegnano a queste anime metodi poco validi, che hanno usato loro stessi o letto da qualche parte ma che servono solo ai principianti. Ora, siccome conoscono solamente quanto occorre ai principianti - e piaccia a Dio che sia almeno così! -, non vogliono che le anime vadano oltre i principi e i metodi discorsivi o immaginari, nonostante Dio voglia portarle fuori da questo stadio. Impediscono alle anime di superare i limiti delle loro capacità naturali, e così esse non fanno molti progressi.

 

32. Per comprendere meglio questa condizione dei principianti è opportuno ricordare che lo stato e gli esercizi annessi dei principianti consistono nel meditare ed emettere atti ed esercizi discorsivi con l'aiuto dell’immaginazione. Una volta in questo stato, occorre che venga fornita necessariamente all’anima materia su cui meditare e discorrere. Da parte sua, poi, l’anima deve emettere atti interiori e approfittare del gusto e della gioia sensibile che prova nelle cose spirituali. Difatti, nutrendo le sue potenze con il sapore delle cose spirituali, essa si distacca da quello delle cose sensibili e muore alle vanità del mondo.

Ma quando le potenze cominciano a nutrirsi e ad abituarsi in qualche modo alle realtà dello spirito, ove attingono una certa forza e costanza, Dio non tarda, come si dice, a distaccare l'anima[54] e a farla entrare nello stato di contemplazione. Di solito, tale favore si verifica in alcune persone molto presto, soprattutto se religiosi o religiose, perché, avendo rinunciato assai per tempo alle cose del mondo, conformano i loro sensi e le loro tendenze alla volontà di Dio e si esercitano nelle cose spirituali con l’aiuto di Dio. Questo cambiamento avviene quando cessano gli atti discorsivi e la meditazione propria e quando l'anima viene privata dei gusti e del fervore sensibile degli inizi. In breve, l'anima non può discorrere come prima né trova alcun punto d'appoggio nei sensi, perché sono nell’aridità, in quanto le loro ricchezze sono passate allo spirito che non cade sotto il potere dei sensi.

Ora, siccome l'anima, secondo l'ordine della natura, non può fare nulla da sé e ha bisogno della mediazione dei sensi, ne segue che in questo stato ormai è Dio ad agire e l'anima deve ricevere passivamente il suo intervento e comportarsi come quella che riceve e subisce. Dio, d’altro canto, si comporta come colui che dà e agisce in lei, accordandole beni spirituali nella contemplazione, che è conoscenza e amore divino insieme, cioè una conoscenza piena d'amore,[55] senza che l'anima debba ricorrere ai suoi atti e discorsi naturali, perché non può più utilizzarli come faceva prima.

 

33. Da quanto esposto, è chiaro che l'anima, giunta a questo stato,deve seguire un metodo diverso da quello adottato in precedenza. Se prima le veniva offerto un soggetto da meditare e meditava, ora le viene tolto ogni soggetto di meditazione e non deve più meditare; del resto, non potrebbe farlo anche se volesse, e invece di raccogliersi cadrebbe nella distrazione. Se prima cercava gusto e fervore e lo trovava, ora non li vuole e non li cerca, perché non solo non li troverebbe malgrado la sua diligenza, ma avrebbe solo aridità. Qualora volesse servirsi dei sensi, si distoglierebbe da questo bene pacifico e sereno che Dio le va a poco a poco infondendo nello spirito. Così, perdendo l'uno, essa non otterrebbe l'altro, dal momento che i beni non le vengono più comunicati attraverso i sensi come accadeva prima. Per questo, nel presente stato, non bisogna mai imporre all’anima l'obbligo di meditare, di produrre ragionamenti o di cercare gusto e fervore. Questo equivarrebbe a mettere ostacoli all’agente principale che, come ripeto, è Dio. È lui che segretamente e pacificamente diffonde poco alla volta nell’anima sapienza e conoscenza piena d'amore, senza ricorrere ad atti specifici anche se a volte lo fa per qualche tempo. L'anima deve, dunque, impegnare con amore la sua attenzione verso Dio, senza atti specifici; deve comportarsi passivamente, senza alcuno sforzo da parte sua, ma rivolgere a Dio un'attenzione piena d'amore, semplice e pura, come chi apre gli occhi per guardare con amore.

 

34. poiché Dio, nel suo modo di agire, si comunica all’anima attraverso una conoscenza semplice e piena d'amore, a sua volta l'anima nel ricevere tale conoscenza deve rapportarsi a Dio attraverso una conoscenza altrettanto semplice e piena d'amore. In tal modo la conoscenza e l'amore dell’uno si uniranno alla conoscenza e all’amore dell’altra. È opportuno che chi riceve, si adegui a ciò che riceve e non agisca diversamente,[56] al fine di riceverlo e conservarlo come gli viene dato, perché nell’ordine naturale, come dicono i filosofi, tutto ciò che si riceve, è ricevuto secondo le modalità del, soggetto che riceve.[57]

È dunque chiaro che se l'anima non abbandona il suo modo d'agire naturale, riceverà quel bene, di cui si parla qui, attraverso modalità naturali: quindi non lo riceverà affatto, anzi resterà sola con le sue capacità naturali. Il soprannaturale, infatti, non può essere contenuto entro capacità naturali, perché le sorpassa infinitamente. Per questo motivo, se l'anima volesse agire secondo la sua natura umana, ricorrendo ad altre forme che non siano questa conoscenza piena d'amore, passiva, di cui ho parlato, anziché restare in assoluta passività, senza emettere alcun atto naturale, se non quando Dio ve la spinge, creerebbe ostacoli ai beni che Dio le infonde soprannaturalmente in una conoscenza piena d'amore. Questo favore si verifica all’inizio del cammino spirituale, quando l'anima attraversa dolorosamente la purificazione interiore, come ho detto sopra, ma in seguito diviene amore soave.

Se, ripeto, ed è vero, questa conoscenza piena d'amore è ricevuta passivamente nell’anima secondo le modalità soprannaturali di Dio, non secondo le capacità naturali dell’anima, ne segue che l'anima, per riceverla, deve assolutamente rinunciare al suo modo naturale d'agire; dev'essere libera, inattiva, quieta, pacifica e serena, come piace a Dio. Dev'essere come l'aria che tanto più riceve luce e calore del sole quanto più è pura, libera dai vapori, purificata e calma. L’anima, quindi, non dev'essere attaccata a nulla, né all’esercizio della meditazione discorsiva, né ad alcun gusto sensibile o spirituale, né a qualsiasi altro modo naturale d'agire. Occorre che lo spirito sia molto libero e indifferente rispetto a tutte le cose create, cioè ad ogni pensiero, discorso o gioia, realtà creaturali in cui, se l'anima volesse servirsene, troverebbe un ostacolo. Anzi queste realtà turberebbero quel silenzio profondo che l'anima deve coltivare nei sensi e nello spirito, per ascoltare la parola divina così profonda e delicata. Dio, infatti, parla al cuore nel deserto, dichiara Osea (2,16), e l'anima, secondo Davide (Sal 84[85],9), deve diventare capace di ascoltare in un clima di pace e tranquillità assoluta, perché il Signore Dio le parla e comunica pace nella profonda solitudine.

 

35. Pertanto, quando l'anima percepisce di essere introdotta in questo silenzio per ben ascoltare, deve dimenticare anche l'attenzione piena d'amore di cui parlavo sopra, al fine di rimanere libera rispetto a tutto ciò che il Signore le chiede in quel momento. Deve ricorrere alla conoscenza piena d'amore solo quando non percepisce di essere introdotta in questa solitudine o inattività interiore, nell’oblio di ogni cosa o nell’attesa di una comunicazione spirituale, cose tutte che accadono sempre accompagnate da una quiete piena di pace e da un rapimento interiore.

 

36. Questo spiega perché, in qualunque momento l'anima cominci a entrare in questo stato semplice e inattivo di contemplazione, che si verifica quando non può più meditare e non riesce a farlo, non deve sforzarsi di farlo né aggrapparsi a gusti e gioie spirituali; al contrario, deve starsene al suo posto, senza alcun sostegno umano, interiormente affatto distaccata [da ogni cosa]. Deve compiere soprattutto ciò che faceva il profeta Abacuc, per disporsi ad ascoltare il Signore: Starò al mio posto di guardia, fermerò il piede sopra la fortezza e starò attento per vedere ciò che mi sarà detto (Ab 2,1). È come se dicesse: eleverò il mio pensiero al di sopra di tutte le operazioni e le conoscenze che possono cadere sotto i miei sensi, come pure al di sopra di tutto ciò che essi hanno potuto conservare e ritenere in sé, tralasciando ogni realtà umana. Fatto questo, starò diritto in piedi sui bastioni delle mie potenze e non permetterò ad esse di fare qualcosa, affinché io possa ricevere, attraverso la contemplazione, ciò che mi verrà comunicato da parte di Dio. In realtà, l'ho già detto, la contemplazione pura consiste nel ricevere.

 

37. Non è possibile che quest'altissima sapienza e parola di Dio, qual è questa contemplazione, possa essere ricevuta se lo spirito non rimane nel silenzio e distaccato da tutte le consolazioni e conoscenze discorsive. Ciò è quanto afferma Isaia in questi termini: A chi vuole insegnare la scienza? A chi vuole far udire il discorso? E risponde lui stesso: Ai bambini divezzati, appena staccati dal seno (Is 28,9), cioè a coloro che sono distaccati dai gusti e dai sapori delle conoscenze e delle percezioni particolari.

 

38. O tu che ti dedichi alle cose dello spirito, togli dal tuo occhio i brui: scoli e le pagliuzze, dissipa le nebbie! Purificalo, e il sole brillerà e vedrai l[ chiaramente! Acquieta l’anima, staccandola e liberandola dal gusto e dalla servitù delle deboli operazioni della sua capacità umana. Questa è la schiavitù d'Egitto, dove tutto si riduce a impastare paglia per cuocere argilla (Es 1,14; 5,7-19); e guidala, o maestro spirituale, verso la terra promessa dove scorre latte e miele (Es 3,8.17; 13,5; 33,3; Lv 20,24; D t 6,3; 26,9; Sir 46,8), Ricorda che per questa libertà e santo riposo di figli di Dio egli la chiama nel deserto,[58] dove possa indossare abiti di festa e adornarsi di gioielli d'oro e d'argento (Es 32,2-3; 33,5), dopo aver spogliato l'Egitto, cioè la parte sensitiva, lasciandolo privo delle sue ricchezze (Es 12,33-36); non solo, ma affoga gli egizi nel mare (Es 14,27-30) della contemplazione, dove l'egizio del senso, non trovando appoggio per il piede né sostegno, annega, lasciando libero il figlio di Dio, che è lo spirito uscito dai limiti angusti e dalla schiavitù dell’operazione dei sensi, cioè il suo modo umano di intendere, il suo poco amore e i suoi gusti naturali. Solo allora Dio le offrirà la manna deliziosa (Es 16,13-25.33-35; Nm 11,6-9), il cui sapore sorpassa tutti i sapori e i gusti (Sap 16,20-21) a cui il direttore spirituale vorrebbe condurre l'anima con i suoi sforzi. Ciò nonostante, siccome questo alimento ha un sapore talmente delicato da squagliarsi in bocca, l'anima non lo potrà gustare se vorrà mescolarlo con qualche altro sapore o un altro alimento.

Quando l’anima si avvicina a questo stato, cerchi il padre spirituale di staccarla da tutti i desideri rivolti alle consolazioni, alle dolcezze, ai gusti e alle meditazioni spirituali. Non la turbi con preoccupazioni o sollecitudini di alcun genere per le cose spirituali e meno ancora per quelle terrene. Le suggerisca il distacco e la solitudine più che sia possibile. Più l'anima abbraccerà tale distacco e solitudine, più in fretta perverrà alla pacifica tranquillità e con più abbondanza riceverà lo spirito della sapienza divina, che è pieno d'amore, tranquillo, solitario, pacifico, soave e inebriante. È a questo punto che lo spirito si sente ferito e rapito teneramente e dolcemente, senza comprendere chi produca questo effetto, né da dove venga, né come agisca. Questo perché tutto accade senza il concorso della persona in questione.

 

39. Un minimo di quanto Dio opera nell’anima quando si trova in questo santo riposo e in questa solitudine è un bene inestimabile e a volte molto superiore a quanto l'anima e il suo direttore spirituale possano immaginare. E sebbene in quel momento non si riconosca l'importanza di un simile favore, a tempo debito lo si scoprirà. Il meno che l'anima al presente può riuscire a percepire è un distacco e un allontanamento, più o meno sensibile, da tutte le cose; si sente, altresì, portata alla solitudine; le danno fastidio tutte le creature di questo mondo; respira i profumi soavi dell’a more e della vita spirituale. Tutto ciò che non rientra in quest'ambito, per essa è solo vuoto, perché, si dice, se lo spirito è nella gioia, la carne diventa insipida.[59]

 

40. Ma i beni che la comunicazione silenziosa e la contemplazione imprimono nell’anima, senza che essa se ne accorga sul momento, sono, ripeto, inestimabili. Difatti, sono unzioni molto misteriose, quindi delicatissime dello Spirito Santo che riempiono segretamente l'anima di ricchezze, doni e grazie spirituali. poiché è Dio che accorda tutte queste cose, agisce nientemeno che da Dio.

 

41. Le unzioni così varie dello Spirito sono, dunque, delicate e sublimi. Sono talmente spirituali e pure da non essere comprese né dall’anima né dal suo padre spirituale, ma solo dallo Spirito che ne conosce il prezzo e arricchisce l'anima per rendersela più gradita. Ma ci vuole poco perché l'anima perda queste unzioni: basta il più piccolo atto che essa voglia compiere con l'ausilio della memoria, dell’intelletto o della volontà, oppure la minima applicazione dei suoi sensi, appetiti o conoscenze o, infine, aggrapparsi al più piccolo piacere o alla più piccola consolazione per disturbare od ostacolare simili unzioni. Che peccato, che danno, che dolore vedere l'anima in simili condizioni!

 

42. Oh, fatto grave e degno di attenta considerazione! Sembrerebbe quasi un nonnulla il danno provocato e ciò che si è interposto in quelle sante unzioni.

E tuttavia il danno che ne risulta è più grande, più doloroso, più spiacevole che veder turbare e far perdere molte anime comuni che non sono in uno stadio tanto sublime e splendido. Proprio come se un volto finemente e delicatamente dipinto fosse ritoccato da una mano rozza con colori brutti e grossolani: il danno sarebbe maggiore che se questa mano cancellasse molte immagini di fattura dozzinale. Chi potrà mai imitare l’opera di quella mano così delicata, ossia dello Spirito Santo, deturpata da un'altra mano grossolana?

 

43. Ora, questo danno, che è così grave da non poterlo descrivere, è tuttavia tanto comune e frequente che difficilmente si può trovare un maestro spirituale che non lo causi alle anime che Dio comincia a introdurre in questa sorta di contemplazione. Difatti, ogni volta che Dio dona la sua unzione a un'anima contemplativa, lo fa in un modo molto delicato, accordandole una conoscenza piena d'amore, serena, pacifica, solitaria, molto lontana dai sensi e da tutto ciò che si possa pensare. Arricchita di questa conoscenza, l’anima non può meditare né pensare a nulla, né può gustare le cose spirituali o terrene, perché Dio la tiene occupata in quelL’unzione solitaria; per di più la inclina all’inattività e alla solitudine. A un certo punto interviene un maestro spirituale il quale non sa altro che dare colpi di martello e forgiare le facoltà al pari di un fabbro, perché incapace. E poiché sa solo meditare, dirà all’anima: «Via, lascia queste bagatelle, che sono ozio e perdita di tempo; piuttosto riprendi a meditare e fa' atti interiori. Occorre che faccia quanto sta in te, perché tutto il resto sono solo illusioni e sciocchezze».[60]

 

44. Simili direttori spirituali non comprendono nulla dei diversi gradi d'orazione né delle vie dello spirito. Non si rendono conto che il metodo di questi esercizi di meditazione discorsiva che impongono all’anima è già superato, perché essa è già pervenuta alla negazione e al silenzio dei sensi e della meditazione discorsiva; in breve, è già sulla via dello spirito o della contemplazione, nella quale cessa l'attività dei sensi e del ragionamento proprio dell’anima. Qui agisce solo Dio. Egli parla segretamente all’anima solitaria, mentre questa rimane nel silenzio. Ma quando ha raggiunto questo stadio dello spirito, come ho spiegato sopra, se la si obbliga a camminare con l'aiuto dei sensi, l'anima necessariamente tornerà indietro e cadrà in mille distrazioni. Chi, infatti, è arrivato alla meta e vuole camminare ancora per raggiungerla, oltre a compiere un'azione ridicola, necessariamente se ne allontana.

E così, per colui che è pervenuto, attraverso le operazioni delle sue potenze, al raccoglimento pieno di pace che ogni persona spirituale cerca limite massimo ove cessano le attività delle potenze -, non solo sarebbe inutile riprendere ad agire con le facoltà per raggiungere il suddetto raccoglimento, ma sarebbe molto svantaggioso per lui, perché distraendosi in questo inutile esercizio perderebbe il raccoglimento già raggiunto.

 

45. Torno a ripetere: questi maestri spirituali non comprendono affatto cosa sia il raccoglimento o la solitudine spirituale dell’anima in tutte le sue prerogative. Ignorano che Dio introduce l’anima in questa solitudine per arricchirla delle suddette sublimi unzioni. Essi, invece, sovrappongono a queste unzioni e mescolano ad esse altri unguenti d'esercizio spirituale più basso, forzano l'anima ad agire da se, come si è detto prima. Ora, tra questo stato e quello in cui si trovava l’anima vi è tanta differenza quanto quella che intercorre tra un’opera umana e un'opera divina, tra il naturale e il soprannaturale. Nel primo caso, infatti, è Dio che agisce soprannaturalmente nell’anima, nell’altro è l’anima che agisce in maniera naturale.

Più deplorevole è il fatto che, per agire in maniera naturale, l'anima perde la solitudine e il raccoglimento interiore e, quindi, l'opera sublime che Dio stava dipingendo nel suo intimo. Così tutto il suo lavoro si riduce a battere sull'incudine, perdendo da una parte e non guadagnando nulla dall’altra.

 

46. I direttori spirituali devono sapere e convincersi che l'agente principale, la guida e il movente delle anime in questa faccenda non sono essi, ma lo Spirito Santo, che non cessa mai di averne cura. Essi sono soltanto strumenti per indirizzarle alla perfezione, attraverso la fede e la legge di Dio, secondo i doni che il Signore accorda a ciascun'anima.

Tutta la loro preoccupazione sia non di conformare le anime alloro metodo e punto di vista, ma di giungere a sapere dove Dio le voglia condurre; e se non lo sanno, le lascino stare e non le turbino. Secondo il cammino e lo spirito attraverso cui Dio vorrà condurle, cerchino di indirizzare le anime sempre verso una maggior solitudine, tranquillità e libertà di spirito; facciano in modo che esse non attacchino i sensi corporali o spirituali a nessuna cosa particolare interiore o esteriore, quando Dio le guida attraverso il cammino della solitudine. Non si preoccupino pensando che l'anima non faccia nulla, perché, anche se essa non agisse, è Dio che agisce in lei.

Cerchino di guidare l'anima al distacco, alla [solitudine e] all’inattività, di modo che non si attacchi ad alcuna conoscenza particolare celeste o terrena, né abbia il desiderio di alcun gusto o piacere o di qualsiasi altra percezione. Occorre, insomma, che l'anima sia completamente distaccata da tutte le creature e pratichi con impegno la povertà spirituale. Ciò è quanto deve fare l'anima da parte sua, come consiglia il Figlio di Dio in questi termini: Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi) non può essere mio discepolo (Lc 14,33). Questa verità non si riferisce solo alla rinuncia della volontà a tutte le cose temporali, ma anche a quelle spirituali, in cui consiste la povertà spirituale, che il Figlio di Dio eleva a beatitudine (Mt 5,3).

Quando l’anima è così distaccata da ogni cosa, ha raggiunto uno spogliamento totale e, ripeto, ha compiuto tutto ciò che poteva compiere da parte sua, è impossibile che Dio, a sua volta, non faccia ciò che è in suo potere per comunicarsi ad essa, almeno in segreto.

Come, del resto, è impossibile che il raggio del sole non illumini uno spazio sereno e sgombro; come il sole che sorge e illumina la tua casa può entrare se gli apri la finestra, così Dio, che non dorme per guardare Israele (Sal 120[121],4), entrerà nell’anima vuota e la colmerà di beni divini.

 

47. Dio è pronto a penetrare nelle anime per comunicarsi loro, come il sole in una casa. I direttori spirituali, perciò, devono contentarsi di predisporre le anime a ricevere l'intervento divino, secondo i principi della perfezione evangelica, cioè abnegazione e spogliamento dei sensi e dello spirito. Si guarderanno bene dal costruire l'edificio, perché questo compito spetta solo al Padre della luce, dal quale discende ogni buon regalo e ogni dono perfetto (Gc 1,17). Davide aggiunge: Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori (Sal 126[127],1), Ora, siccome Dio è l'artefice soprannaturale, edificherà soprannaturalmente in ogni anima l'edificio che vorrà. Quanto a te, padre spirituale, il tuo compito consiste nel preparare l’anima, guidandola alla rinuncia relativamente alle sue operazioni e ai suoi affetti naturali, che del resto non hanno la capacità né la forza per costruire questo edificio soprannaturale; se agisci diversamente, le procuri solo agitazione anziché esserle d'aiuto. Questa preparazione dell’anima dipende da te, mentre, come dice il Saggio, spetta al Signore dirigere i suoi passi (Pro 16,9) verso i beni soprannaturali, in modi e forme che né l'anima né tu potete comprendere.

Non dire dunque: l'anima non progredisce perché non fa nulla. Se è vero, infatti, che non fa nulla, proprio perché non agisce, posso provarti che sta facendo molto. In realtà, se l'intelletto è distaccato da tutte le sue conoscenze particolari, sia naturali che spirituali, va avanti; e quanto più si asterrà dall’occuparsi di conoscenze particolari o dal cercare di comprendere, tanto più l'intelletto andrà avanti verso il supremo bene soprannaturale.

 

48. E non dire nemmeno: l'anima non ha nessuna conoscenza distinta e perciò non può fare progressi. Rispondo: se l’anima ne avesse, non progredirebbe di certo. Questo perché Dio, verso cui si dirige l'intelletto, lo trascende: è quindi incomprensibile e inaccessibile all’intelletto. Di conseguenza quando l'intelletto agisce, non si avvicina a Dio, ma piuttosto se ne allontana. Deve interrompere la sua attività per avvicinarsi a Dio, camminare nella fede e credere senza comprendere. In questo modo l'intelletto arriva alla perfezione, perché si unisce a Dio per fede e non con altro mezzo: l'anima si avvicina di più a lui non comprendendo che comprendendo. Pertanto non preoccuparti di questo punto, perché se l'intelletto [non] torna indietro - il che accadrebbe se volesse occuparsi di conoscenze distinte, ragionamenti o altri atti intellettuali, anziché restare inattivo - va avanti, poiché si va purificando da tutto ciò che aveva in sé stesso. Nulla di tutte queste cose è Dio, come si è detto. Dio non può occupare un cuore che non è distaccato da tutte le cose create.

In materia di perfezione, il non tornare indietro è andare avanti, e il progredire dell’intelletto è addentrarsi sempre più nella fede, quindi entrare sempre più nel buio, perché la fede è tenebra per l'intelletto. Poiché l'intelletto non può conoscere Dio com’egli è, deve camminare affIdandosi a lui, senza comprendere. Perciò, per trovarsi bene, deve proprio fare ciò che tu condanni, cioè non affidarsi a conoscenze distinte, con le quali non può arrivare a Dio, ma deve piuttosto liberarsene per giungere a lui.

 

49. O dirai ancora: se l'intelletto non ha conoscenze distinte, la volontà rimarrà oziosa e non amerà, cosa da evitare sempre nel cammino spii rituale, perché la volontà non può amare se non quello che l'intelletto conosce.

Questo è vero, soprattutto nelle operazioni e negli atti naturali dell’anima, nei quali la volontà ama solo ciò che l'intelletto comprende distintamente; ma nella contemplazione di cui sto parlando, durante la quale - ripeto - Dio si comunica all’anima, non è necessario che ci sia una conoscenza distinta né che l'anima compia atti d'intelligenza, perché Dio in un solo atto le comunica insieme luce e amore. Si tratta, allora, di conoscenza soprannaturale, piena d'amore, paragonabile alla luce intensa che riscalda e, nello stesso tempo, illumina e fa innamorare. E tuttavia rimane confusa e oscura per l'intelletto, perché è conoscenza da contemplazione, che, come dice san Dionigi, è raggio di tenebra per l'intelletto.[61]

Come avviene per la conoscenza nell’intelletto, così è per l'amore nella volontà. Come nell’intelletto la conoscenza che Dio infonde è generale e oscura, senza intelligenza chiara e distinta, così la volontà ama in generale, b senza alcuna distinzione di cose intese particolarmente. poiché Dio è luce divina e amore, quando si comunica all’anima ugualmente informa queste due potenze, intelletto e volontà, con intelligenza e amore. Ciò nonostante, essendo egli incomprensibile in questa vita, sia l'intelligenza che l'amore nei suoi confronti saranno oscuri, cioè incapaci di accedere a lui.

A volte, quando Dio si comunica in tutta dolcezza all’anima, si dona e ferisce più una potenza che l'altra, ragion per cui, ad esempio, talvolta si percepisce più conoscenza che amore, tal altra più amore che intelligenza; altre volte ancora si può percepire solo conoscenza senza provare amore, oppure solo amore senza alcuna conoscenza.

Pertanto, ripeto, riguardo agli atti naturali che compie da sé mediante l'intelletto, l'anima non può amare senza comprendere; al contrario, riguardo a ciò che Dio opera e infonde in essa, come nello stato di cui sto parlando, le cose vanno diversamente, perché Dio può comunicarsi a una potenza senza bisogno dell’intervento dell’altra; può, per esempio, infiammare la volontà con il tocco del calore del suo amore, anche se l'intelletto non comprende, come può accadere che una persona senta il calore del fuoco senza vederlo.

 

50. In questo modo, la volontà si percepirà spesso infiammata, intenerita o innamorata, senza conoscere né comprendere più di prima. In realtà, è Dio che fa crescere in essa l'amore, come dice la sposa del Cantico dei Cantici: Mi ha introdotta nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore (Ct 2,4).

Non vi è, dunque, da temere quando l'anima è nell’inattività, perché se cessa di compiere atti d'amore su conoscenze particolari, Dio li compie in essa, inebriandola segretamente di amore infuso o tramite la conoscenza della contemplazione o senza di essa, come ho appena detto. In confronto con quelli che potrebbe compiere l'anima, questi atti d'amore sono tanto più gustosi e meritori, quanto più grande è colui che opera e infonde quest’amore, cioè Dio stesso.

 

51. Dio infonde tale amore nell’anima quando essa è completamente di staccata da tutti i gusti e affetti particolari sia celesti che terreni. Occorre, dunque, far attenzione che la volontà sia vuota e libera da tutti i suoi affetti. Se essa non torna indietro, in cerca di qualche gusto o piacere, anche se non ne senta qualcuno in modo particolare in Dio, certamente va avanti. Si eleva al di sopra di ogni cosa per andare a Dio, perché non prova piacere in nessuna cosa creata. Anche se non gusta Dio in modo particolare e distinto e non lo ama con atto distinto, tuttavia lo gusta in modo generale, oscuro e segreto, in questa grazia infusa, più di quanto possa gustare tutte le conoscenze distinte. Essa, infatti, vede chiaramente che nessuna di queste conoscenze le procura tanto piacere quanto la quiete solitaria. In breve, l’anima ama Dio più di tutte le cose amabili, perché ha rinunciato a tutti gli altri piaceri e alle gioie di questo mondo, anzi ne prova disgusto.

Non dobbiamo, quindi, preoccuparci quando la volontà non può fissarsi su gusti e piaceri di atti particolari, perché certamente va avanti. Se non torna indietro per attaccarsi a qualcosa di sensibile, certamente prosegue il suo cammino verso l'inaccessibile, che è Dio; non ci si deve quindi stupire se non lo sente.

Pertanto, se la volontà vuole andare a Dio, non deve attaccarsi a niente di ciò che le procura piacere e soddisfazione, ma deve distaccarsene completamente. Così compie il precetto dell’amore, che ci comanda di amare Dio sopra tutte le cose; ma potrà riuscire in quest'impresa solo se praticherà il distacco e il rinnegamento di tutte le cose.

 

52. Non vi è neppure da temere se la memoria resta senza le sue forme e figure. Siccome Dio non ha forma né figura, l’anima priva di queste va più sicura e si avvicina sempre più a Dio. Quanto più si appoggia all’immaginazione, tanto più si allontana da Dio e correrà pericoli, perché Dio, essendo incomprensibile, non può essere compreso dall’immaginazione.

 

53. I suddetti maestri spirituali, dunque, non comprendono le anime che praticano già la contemplazione pacifica e solitaria. Essi non l'hanno raggiunta e ignorano come superare l’orazione discorsiva o meditazione; pensano che queste anime siano nell’ozio, ragion per cui le disturbano e impediscono loro di godere della pace di tale contemplazione tranquilla e quieta, che Dio accorda loro. Obbligano le anime a riprendere il cammino della meditazione o del discorso immaginario e a moltiplicare gli atti interiori. Tale metodo provoca in esse grande ripugnanza, aridità e distrazione, perché vorrebbero rimanere nel loro santo ozio e nel loro quieto e sereno raccoglimento. Ora, in questo stato, poiché i loro sensi non trovano alcun appoggio né gusto né cosa fare, detti maestri le convincono a cercare dolcezze e consolazioni, mentre dovrebbero consigliare loro il contrario. Ma le anime, non potendo più obbedire né comportarsi come in passato, I perché quel tempo se n'è andato e non è più questa la loro via, si turbano molto pensando d'essersi smarrite. E i loro maestri le confermano in questa convinzione, gettandole nell’aridità e sottraendo loro quelle unzioni preziose che Dio offriva nella solitudine e nella pace. In questo modo, ripeto, recano loro un grave danno e le gettano in una grande desolazione, perché da una parte regrediscono e, dall’altra, soffrono senza alcun profitto.

 

54. Simili direttori ignorano che cosa sia la vita spirituale. Offendono profondamente Dio e gli mancano di rispetto mettendo la loro rozza mano nella sua opera. Siccome è costato molto a Dio condurre queste anime fino al punto in cui sono, egli considera molto importante averle condotte a questa solitudine, ove mette a tacere le loro potenze e operazioni, per poter parlare alloro cuore, cosa da lui sempre desiderata. Ora è lui a guidare le anime, essendo l'unico a regnare in esse con grande pace e serenità. A tale riguardo, arresta l'attività naturale delle loro potenze, che le induceva a lavorare tutta la notte (Cfr. Lc 5,5) senza ottenere nessun risultato. Le nutre senza passare attraverso i sensi o la loro collaborazione, perché né i sensi né la loro cooperazione possono raggiungere la sfera dello spirito.

 

55. Quanto il Signore stimi questa tranquillità, questo sonno o annientamento dei sensi, si può dedurre chiaramente dalla supplica straordinaria ed efficace che lo Sposo rivolge nel Cantico dei Cantici in questi termini: Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle e per le cerve dei campi: non destate, non scuotete dal sonno l’amata finché essa non lo voglia (Ct 3,5). Con queste parole il Signore ci fa comprendere quanto apprezzi questo sonno e oblio solitario, citando quegli animali così appartati e schivi. Al contrario, quei maestri spirituali non vogliono lasciare l'anima nel riposo e nella quiete; la obbligano a lavorare senza sosta e ad agire in modo da non lasciare spazio all’azione di Dio, persino a distruggerla o a farla sparire con l'attività dell’anima. Sono divenuti come le volpi piccoline che guastano la vigna fiorita dell’anima (Ct 2,15). Di essi si lamenta il Signore per bocca di Isaia: Voi avete devastato la vigna (Is 3,14).

 

56. Essi, però, forse sbagliano con retta intenzione, perché il loro sapere non arriva a tanto. Ma non per questo sono scusati per i consigli che danno temerariamente, senza prima conoscere la via che percorre l’anima né lo spirito che la guida. Dal momento che non comprendono quest’anima, intromettono la loro rozza mano in cose che non conoscono e non lasciano fare a chi la capisce. Non è cosa di poco conto né una colpa lieve far perdere a un'anima beni inestimabili o, a volte, ridurla a mal partito con un consiglio temerario.

Perciò chi sbaglia per temerarietà, mentre dovrebbe dare un giudizio giusto, come sono obbligati a darlo tutti coloro che esercitano un ministero, non eviterà il castigo commisurato al danno causato. Occorre occuparsi delle cose di Dio con molta circospezione e attenzione, soprattutto in casi tanto importanti e in faccende così sublimi come quelle delle anime, dove sono in gioco beni e mali quasi infiniti, a seconda che la direzione spirituale sia giusta o sbagliata.

 

57. Se, a questo punto, vuol obiettare che hai qualche attenuante, sebbene io non la veda, non puoi però scusare un direttore spirituale che non permetta a un'anima di sottrarsi alla sua autorità,[62] per motivi umani o intenzioni che lui solo conosce ma che non resteranno impuniti. È certo che l'anima avanzata nel cammino spirituale, dove con l'aiuto costante di Dio fa ulteriori progressi, deve cambiare il suo metodo e modo di pregare. Ormai ha bisogno di una dottrina più elevata che quella del suo direttore, e di un altro spirito.

Non tutti i direttori spirituali, infatti, hanno la scienza adatta per risolvere tutti i casi della via spirituale, né hanno l'esperienza sufficiente per discernere come l'anima debba essere guidata e retta nei diversi stati della vita spirituale.

O almeno non devono pensare di possedere tutti i requisiti necessari e che Dio non vuole elevare l’anima più in alto.

Non tutti quelli che sanno sgrossare il tronco sanno anche scolpire una statua, né tutti quelli che sanno scolpirla sanno poi ritoccarla e rifinirla, e non tutti quelli che sanno rifinirla sanno pitturarla, né tutti quelli che sanno pitturarla sapranno dare gli ultimi ritocchi per renderla perfetta. ognuno può fare alla statua solo ciò che sa fare, e se volesse fare di più rischierebbe di rovinarla.

 

58. Posto ciò, mi rivolgo a te, padre spirituale. Se sai solo sbozzare, cioè inculcare a un'anima il disprezzo del mondo e la mortificazione dei suoi appetiti; se, al massimo, sai scolpire, cioè insegnare a un'anima a fare delle sante meditazioni, e non sai fare altro, come potrai condurre quest'anima all’ultima perfezione della più fine pittura? In questo caso, non si tratta più di abbozzare, scolpire o rifinire, ma dell’opera che Dio solo può compiere nell’anima.

Ora, è certo che se obblighi l'anima a seguire i tuoi soliti insegnamenti, o tornerà indietro o, perlomeno, non andrà avanti. Dimmi, ti prego: che sarà di una statua se non farai altro che darle martellate e sgrossarla? Voglio dire, che sarà dell’anima se continui a farle esercitare le sue potenze? Quando verrà ultimata quest'immagine? Quando e come permetterai a Dio di dipingerla? È possibile che tu possa compiere nei confronti dell’anima tutte queste funzioni e ti ritenga tanto sperimentato nella perfezione, al punto che l'anima non possa ricorrere a un altro direttore spirituale?

 

59. Ammesso che tu abbia tutte le qualità richieste per guidare un'anima in particolare, dal momento che essa non è in grado di andare avanti, è impossibile che tu abbia quanto occorre per dirigere tutte quelle che non lasci sottrarsi alla tua guida. Dio, infatti, conduce ogni anima per vie diverse, per cui difficilmente se ne può trovare una sola che per metà somigli a un’altra. Chi mai potrà dire, come san Paolo, di farsi tutto a tutti, per conquistare tutti (1Cor 9,22 Volg.)? Perché allora tiranneggi così le anime? Perché togli loro la libertà? Perché ti riservi il diritto di annunciare loro il vangelo? Non solo fai in modo che queste anime non ti lascino, ma, cosa peggiore, se per caso vieni a sapere che qualcuna di esse si è rivolta a un altro direttore per un consiglio - che forse era conveniente che non trattasse con te o forse Dio stesso l’aveva indotta a farlo perché le venisse insegnato qualcosa che tu non le insegni - la rimproveri (cosa che dico non senza vergogna) con dimostrazioni di gelosia tipiche degli sposati. Non è questo uno zelo dettato dall’onore di Dio o dal bene di quell'anima - non è il caso, infatti, che tu pensi che, lasciando te, abbia lasciato Dio - ma si tratta di una gelosia piena del tuo orgoglio, della tua presunzione o di qualche altra tua imperfezione.

 

60. Dio s'indigna profondamente con tali direttori e minaccia loro il castigo per bocca di Ezechiele: Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana... ma non pascolate il gregge... Chiederò loro conto del mio gregge (Ez 34,3.10).

 

61. I direttori spirituali devono, dunque, rispettare la libertà delle anime e sono obbligati a far buon viso quando esse vorranno cercare una guida migliore. Difatti essi non sanno per quali vie vorrà Dio far progredire un’anima, soprattutto quando questa non è più soddisfatta della loro dottrina. Questo è un segno che indica che Dio sta conducendo l’anima più in alto o per una via diversa da quella del direttore spirituale oppure che questi ha cambiato metodo. In questo caso dev'essere lo stesso padre spirituale a consigliare all’anima di cercare un'altra guida. Agire diversamente sarebbe solo orgoglio o presunzione, oppure nasconderebbe qualche recondita pretesa.

 

62. Ma lasciamo da parte questo modo di fare per parlare di un altro metodo ancora più deleterio, adoperato da detti padri spirituali[63] o da altri più imprudenti di loro. Può accadere, infatti, che Dio con la sua dolcezza ispiri ad alcune anime il santo desiderio di lasciare il mondo, di cambiar vita o usanze, di consacrarsi al suo servizio, di disprezzare le vanità di questa vita. Dio si compiace molto d'essere riuscito a portare dette anime fino a questo punto, perché le realtà del mondo sono molto diverse dalla volontà di Dio. Questo spiega perché tali direttori spirituali, con ragionamenti umani e con motivi contrari alla dottrina di Cristo, alla sua umiltà e al di sprezzo di tutte le cose, basandosi sui propri interessi o gusti personali, temono laddove non c’è da temere, creano difficoltà, oppongono dei ritardi o, peggio ancora, si adoperano per strappare dal cuore di queste anime i loro santi desideri. Spiriti poco devoti come sono e imbevuti della mentalità di questo mondo, non conoscono la dolcezza del Cristo. Non entrar:o per la porta stretta della vita (Mt 7,14) e non vi lasciano entrare gli altri. È contro costoro che il Salvatore lancia delle minacce, per bocca di san Luca: Guai a voi, che avete preso la chiave della scienza! Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito (Lc 11,52).

In realtà, questi direttori spirituali si pongono come spranghe od ostacoli alla porta del cielo per impedire che vi entrino coloro che chiedono consiglio, pur sapendo che Dio ha ordinato non solo di lasciare, ma di aiutare a entrare, anzi addirittura di spingere, come riferisce san Luca: Spingili a entrare, perché la mia casa si riempia di invitati (Lc 14,23). Essi invece li costringono a non entrare.

Così facendo, si mostrano ciechi che possono ostacolare la via di un'anima, ispirata dallo Spirito Santo. Ciò accade ai maestri spirituali in molti modi, come si è detto. Alcuni agiscono con cognizione di causa, altri per ignoranza. Ma sia gli uni che gli altri non scamperanno alla punizione, perché per il loro ministero dovevano farsi una cultura in merito e agire con prudenza.

 

63. Il secondo cieco,[64] che, come ho detto, può ostacolare l'anima in questo genere di raccoglimento, è il demonio, il quale, essendo appunto cieco, vuole che lo sia anche l'anima.[65] Nelle sublimi solitudini in cui vengono infuse le delicate unzioni dello Spirito Santo - e di ciò il demonio prova grande dispiacere e invidia, perché vede che l'anima non solo si arricchisce, ma progredendo gli sfugge ed egli non ha più presa su di lei - l'anima è completamente libera e distaccata da tutte le cose create, compresa ogni loro ombra. Per questo, il demonio cerca di turbare l'anima con molte distrazioni e annebbiamenti di gusti sensibili, a volte buoni in se stessi, per pascerla maggiormente e farla tornare alle conoscenze distinte, ad agire secondo i sensi, a far riferimento alle gioie e alle nozioni buone che le presenta, come anche a servirsene quale mezzo per andare a Dio.

Con tutto questo riesce a distrarla molto facilmente e a sottrarla alla solitudine e al raccoglimento, dove, come dicevo, lo Spirito Santo sta realizzando in segreto grandi meraviglie. Siccome l’anima di per sé è portata a sentire e a gustare, specialmente quando cresce il desiderio e non conosce la via che sta seguendo, molto facilmente si attacca alle conoscenze e ai piaceri che le presenta il demonio e abbandona la solitudine nella quale Dio la teneva. poiché nella solitudine e nella quiete delle sue potenze non fa nulla, le sembra che quest'altro sia meglio, perché qui fa qualcosa!

E in ciò consiste il grave inganno, perché l'anima, inesperta, per saziarsi di un boccone di conoscenze particolari o di piaceri sensibili, impedisce a Dio di assorbirla completamente.[66] È questo, infatti, ciò che Dio fa nella solitudine in cui la pone, cioè l'assorbe in sé per mezzo di quelle unzioni spirituali solitarie.

 

64. In tal modo il demonio, con un'inezia, arriva a causare all’anima danni gravissimi: le fa perdere infinite ricchezze; attirandola con una piccola esca, la tira su come un pesce dall’oceano d'acque limpide dello spirito, dove era immersa e perduta in Dio senza appoggio alcuno. Egli la porta sulla riva, offrendole appoggio e sostegno, e la fa camminare sulla terra ferma, con fatica, cosicché l'anima non nuota più nelle acque di Siloe che scorrono nel silenzio (Is 8,6), immersa nelle unzioni di Dio.

Sorprende quanto il demonio ci tenga a questo risultato. Occorre notare che il più piccolo danno causato qui all’anima è molto più grande di tanti danni arrecati ad altre anime comuni, come ho già detto. Appena il maligno trova un'anima che percorre questa via, cerca di arrecarle gravi danni e di procurarle grandi perdite. Il maligno, in realtà, si pone in agguato con tutta la sua perfidia, sul passaggio dai sensi allo spirito, ingannando e pascendo l'anima con gli stessi sensi, mettendole davanti cose sensibili. L'anima non immagina che potrà perdersi in esse, ragion per cui non pene. tra nell’intimità dello Sposo; resta sulla porta a vedere cosa accade fuor nella parte sensitiva. Il demonio, dice Giobbe, vede tutto ciò che è sublimi (Gb 41,25 Volg.), cioè l'elevatezza spirituale delle anime per combatterla Così, se per caso un'anima entra in un raccoglimento talmente profondo che - come ho detto - non può distrarla, allora con terrori, paure, sofferenze corporali o con sensazioni e rumori esterni lavora per indurla a fissarsi sui sensi e per distrarla dal raccoglimento interiore, finché, non potendo fare di più, l'abbandona.

Con la più grande facilità il demonio dissipa le grandi ricchezze di queste anime care a Dio; egli ritiene questo lavoro molto più importante che quello di rovinarne molte altre; e tuttavia non lo stima granché per la facilità con cui lo compie e il poco che gli costa.

Al riguardo, possiamo riflettere su ciò che Dio dice a Giobbe circa il demonio: Assorbirà un fiume senza meravigliarsi, e confida che il Giordano, che rappresenta il culmine della perfezione, cadrà nella sua bocca. Coi suoi stessi occhi: quasi come con un laccio, lo legherà e gli perforerà le narici con la lesina (Gb 40,18-19 Volg.). Ciò significa che egli distrarrà lo spirito dell’anima con la punta delle conoscenze con cui la ferisce, perché l'aria che esce dalle narici è compressa, ma se esse sono perforate si disperde in ogni direzione. Più avanti aggiunge: Sotto di lui staranno i raggi del sole e spargeranno l'oro come se fosse melma (Gb 41,21 Volg.). Infatti il demonio fa perdere alle anime mirabili raggi di conoscenze divine; le priva dell’oro prezioso di smalti divini e strappa loro le ricchezze.

 

65. O anime, quando Dio vi concede grazie così sublimi, come quella di elevarvi allo stato di solitudine e di raccoglimento, esentandovi dalla fati cosa mediazione dei sensi, non vi ritornate più! Abbandonate il vostro modo di agire personale; se prima, quando eravate agli inizi della vita spirituale, vi aiutava a rinunciare al mondo e a voi stesse, ora che Dio vi accorda la grazia di essere lui l’artefice della vostra perfezione, tale modo di agire vi è di grave ostacolo. Fate attenzione che le vostre potenze non si attacchino a cosa alcuna: distaccatele da tutto e non le ingombrate; solo questo dovete fare nel presente stato. Oltre a ciò, abbiate un'attenzione semplice e piena d'amore, di cui ho parlato; esercitatela nel modo che vi ho indicato, cioè quando non provate ripugnanza; dovete, infatti, evitare qualsiasi violenza interiore, se non per distaccarvi da tutto e acquistare la libertà, per non turbare né alterare la vostra pace e serenità. Se Dio vi troverà distaccate e disponibili, vi nutrirà di cibo celeste.

 

66. Il terzo cieco è l’anima stessa.[67] Non comprendendo se stessa, come dicevo, si turba e si danneggia. Siccome sa agire solo con l'aiuto dei sensi e il ragionamento, quando Dio la vuole porre nel distacco e nella solitudine, ove non può servirsi delle sue potenze né compiere alcun atto, constata che non fa nulla e cerca di agire. Subito, allora, è invasa da distrazioni, aridità e disgusto, mentre prima assaporava l'inattività della pace e il silenzio spirituale, in cui Dio le permetteva di gustare le sue gioie segrete.

Può accadere che Dio insista per conservarla nella quiete silenziosa, mentre l'anima, da parte sua, si ostina a mettere in attività l'immaginazione e l'intelletto e ad agire di propria iniziativa. Assomiglia a un bambino che, quando la madre vuol prenderlo in braccio,[68] strilla e si dimena perché vuole camminare a piedi, e così non cammina lui né fa andare avanti la madre. Assomiglia, altresì, alla tela sulla quale un pittore vuole dipingere un'immagine, mentre qualcuno gliela muove: non combinerà nulla e la pittura sarà un pasticcio.

 

67. L’anima deve, dunque, ben considerare che, in questa solitudine, sebbene non le sembri di avanzare e di agire, tuttavia progredisce molto più che se agisse di sua iniziativa, perché è Dio che la porta in braccio. Così, pur camminando al passo di Dio, non se ne accorge e, sebbene non agisca con le sue potenze, il lavoro che si compie nel suo intimo è molto importante, perché è Dio che agisce in lei.

Non deve sorprendere se l'anima non percepisce tale lavoro, perché Dio - opera in lei senza la mediazione dei sensi, che, del resto, tacciono, come dice il Saggio, perché le parole della sapienza si ascoltano nel silenzio (Qo 9,17 Volg.).

L’anima si affidi alle mani di Dio e non si metta nelle proprie o in quelle di ciechi. Se farà così, non permetterà alle sue potenze di agire e procederà sicura.

 

68. Ma torniamo ora al nostro argomento.[69] Stavo parlando dei profondi abissi o caverne delle potenze dell’anima. A tale proposito dicevo che la sofferenza dell’anima può essere molto dura, quando Dio comincia a ungerla e a disporla all’unione con sé mediante le sublimi unzioni dello Spirito Santo. Queste sono ormai così sottili e delicate da penetrare nel più intimo della sostanza dell’anima; la dispongono all’unione e le procurano una tale gioia che la sofferenza e il deliquio causati dal desiderio, aggiunto all’immenso vuoto di queste caverne, sono qualcosa di incommensurabile. Si deve notare a questo punto che se le unzioni che disponevano queste caverne dell’anima all’unione del matrimonio spirituale con Dio erano molto elevate, come ho detto, quanto sublime sarà il possesso stesso d'intelligenza, amore e gloria di cui godono già nell’unione divina l'intelletto, la volontà e la memoria! Senza dubbio la soddisfazione, la pienezza e il godimento di queste caverne sono proporzionate alla sete e alla fame che hanno sopportato; vi è perfetta corrispondenza fra la delicatezza delle disposizioni dell’anima e la perfezione con la quale essa possiede questi favori celesti e ne fruisce.

 

69. Per senso dell’anima qui s'intende la virtù o forza che la sua sostanza possiede per sentire e godere gli oggetti delle sue potenze spirituali, at traverso cui gusta la sapienza, l'amore e le conoscenze divine. Per questo, l'anima nel presente verso chiama le tre potenze - memoria, intelletto e volontà - gli abissi più profondi del mio senso, perché per mezzo di esse e in esse gusta e sente profondamente le grandezze e la sublimità della sapienza di Dio. Molto giustamente, quindi, l'anima le chiama abissi profondi o caverne, perché, mentre sente che esse possono contenere le conoscenze profonde e gli splendori delle lampade di fuoco, riconosce che le caverne hanno tanta capacità e profondità quanta è necessaria per ricevere tutte le conoscenze, le dolcezze, i gusti, le delizie di Dio. Tutti questi favori vengono ricevuti e s'installano nel senso dell’anima, che, ripeto, è la virtù o capacità che ha l’anima di sentire, possedere e gustare tutto ciò che le caverne delle sue potenze le procurano. Come i sensi corporali conservano nel senso della fantasia tutte le forme dei loro oggetti, come se fosse un ricettacolo o un archivio, così il senso comune del!, anima diviene sede e archivio delle grandezze di Dio; è talmente illuminato e ricco, quanto più ricco e splendido è ciò che possiede.

Prima oscuro e cieco.

 

70. Tale era il senso dell’anima prima che Dio lo illuminasse e purificasse, come ho detto. Per ben comprendere questo concetto, si ricordi che il senso della vista cessa di funzionare per due motivi: o perché si è al buio o perché si è ciechi.

Ora, Dio è la luce dell’anima e il fine cui essa tende. Se questa luce non la illumina, essa è al buio, anche se la sua vista è molto buona. Quando è in stato di peccato o si occupa di cose al di fuori di Dio, allora è cieca. Anche se la investe la luce di Dio, non la vede, perché è cieca. L'oscurità dell’anima è la sua ignoranza, perché, prima che Dio la illuminasse per mezzo della trasformazione di cui sopra, era nelle tenebre e ignorava i beni preziosi del Signore. Tale è lo stato in cui si trovava il Saggio prima che la sapienza lo illuminasse: Illuminò la mia ignoranza (Cfr. Sir 51,26 Volg,).

 

71. Parlando spiritualmente, una cosa è essere al buio e altra cosa è essere nelle tenebre. Essere nelle tenebre, infatti, significa essere cieco, cioè essere in peccato; mentre si può essere al buio senza essere in peccato. Ciò può accadere in due modi: dal punto di vista naturale, non avendo la luce necessaria per conoscere le verità naturali; e dal punto di vista soprannaturale, non avendo la conoscenza di certe verità soprannaturali. È al riguardo di questi due punti di vista che l’anima qui dice che il suo senso era all’oscuro prima di ricevere la preziosa unzione.

Fino a quando Dio disse: Fiat lux: Sia fa luce (Gn 1,3), le tenebre coprivano la faccia dell’abisso (Gn 1,2) della caverna del senso dell’anima; più quest'abisso è immenso e profonde le sue caverne, più sono profonde le sue tenebre relativamente al soprannaturale, allorché Dio, che è la luce di questo senso dell’anima, non la illumina. Le è quindi impossibile alzare gli occhi alla luce divina e pensare ad essa, perché, non avendola mai vista, non sa com'è. Non può nemmeno desiderarla, anzi cercherà le tenebre, perché le conosce e così passerà da una tenebra all’altra, guidata dalla tenebra stessa, perché una tenebra attira un'altra tenebra.

Dice infatti Davide: Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia (Sal 18[19],3). Un abisso chiama l'abisso (41[42],8), cioè un abisso di luce chiama un altro abisso di luce e un abisso di tenebra un altro abisso di tenebra, perché ogni simile chiama e si comunica al suo simile. Così è della luce della grazia che Dio aveva in precedenza dato a quest'anima, illuminando il suo sguardo sull'abisso del suo spirito. Egli l'aveva aperto alla sua luce divina per renderselo gradito, e quest'abisso di grazia ha chiamato un altro abisso di grazia, cioè la trasformazione mirabile dell’anima in Dio. In seguito a ciò, l'occhio del senso rimane talmente illuminato e gradito al Signore, da poter dire che la luce di Dio e quella dell’anima formano un tutt'uno: la luce naturale dell'anima è unita a quella soprannaturale di Dio,[70] ma risplende solo la luce soprannaturale. Similmente, la luce creata da Dio si è unita a quella del sole e da allora brilla soltanto quella del sole, senza però che l’altra sia venuta a mancare (Gn 1,3.14-18).

 

72. Ma l'anima era ancora cieca quando provava piacere in cose al di fuori di Dio. La cecità del senso razionale e superiore, infatti, è la tendenza che, come una cateratta o nube, viene a interporsi e a velare l'occhio della ragione impedendogli di vedere gli oggetti che ha davanti. Così, quando l’appetito si propone di trovare soddisfazione nelle cose sensibili, si trova a essere cieco dinanzi alle grandezze, alle ricchezze e alle bellezze di Dio velate da quella cataratta. Se si mette nell’occhio un bruscolo, per quanto piccolo, questo gli impedisce di vedere gli oggetti che ha davanti, anche se grandi. Allo stesso modo, un sottile attaccamento o un atto inutile posso no impedire all’anima il possesso delle grandezze divine, che si trovano a di là dei gusti e degli appetiti che l'anima cerca.

 

73. Chi potrà mai dire all’anima dominata dagli appetiti quanto le è impossibile giudicare circa le cose di Dio? Per giudicare correttamente le cose di Dio, infatti, occorre che essa abbia eliminato completamente i suo appetiti e i suoi gusti: se influenzata da questi, non deve emettere giudizi, perché altrimenti, per forza, stimerà come non divine le cose provenienti da Dio e come divine quelle che non vengono da lui. poiché sull'occhio del giudizio c'è la cateratta o nube dell’appetito, vede solo quella, nei suoi diversi colori, a seconda delle circostanze; pensa che la cateratta sia Dio, perché, ripeto, vede solo la cateratta che è sopra il suo senso, mentre Dio non cade sotto i sensi. In questo modo l'appetito e i gusti sensitivi impediscono la conoscenza delle verità sublimi. Ciò è quanto il Saggio fa capi re quando afferma: Il fascino del vizio deturpa anche il bene e il turbine della passione travolge una mente semplice (Sap 4,12), cioè il retto giudizio.

 

74. Perciò coloro che non sono ancora abbastanza spirituali, perché non ancora abbastanza purificati dagli appetiti e dai gusti e perché vi è ancora in essi qualcosa dell’uomo animale, credono che le cose più vili e più basse per lo spirito, ossia quelle che si avvicinano di più ai sensi, secondo i quali essi vivono ancora, siano molto importanti; al contrario, stimano poco e non prendono in considerazione, anzi talvolta le ritengono addirittura follie, quelle che sono più preziose e più elevate per lo spirito, e che sono le più estranee ai sensi. Al riguardo san Paolo dice giustamente: L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle (1Cor 2,14). Per uomo naturale qui s'intende colui che vive ancora legato ai suoi appetiti e gusti naturali. Infatti, anche se alcuni gusti nei sensi nascessero dallo spirito, qualora l'uomo vi si attaccasse con il suo appetito naturale, diventerebbero anch'essi naturali. Poco importa che l'oggetto o il motivo sia soprannaturale, se l'appetito viene dal piano naturale e la sua radice e la sua forza sono nella sfera naturale: non cessa di essere naturale, e ha la stessa sostanza e natura come se fosse un motivo o un oggetto naturale.

 

75. Mi dirai forse: quando l’anima desidera Dio, se non lo desidera soprannaturalmente, il suo desiderio è lodevole agli occhi di Dio? Rispondo che, in realtà, non sempre questo desiderio di Dio è soprannaturale, ma solo quando lo infonde Dio stesso, comunicandone tutta la forza; in questo caso, tale desiderio è molto diverso da quello naturale. Ma finché non è Dio a infonderlo, il merito di tale desiderio naturale è poco o nullo. Così, dunque, quando tale desiderio viene da te, è solo appetito naturale e nient'altro, fin quando Dio non lo renderà soprannaturale. Quando tu, di tua iniziativa, desideri le cose spirituali e ti attacchi alloro sapore, il tuo è semplicemente un atto di desiderio naturale; metti un velo davanti ai tuoi occhi e continui ad agire da uomo animale. In questo modo non sarai in grado di comprendere e giudicare ciò che è spirituale, che trascende tutti i sensi e i desideri naturali.

Se hai ancora qualche dubbio, non so cosa dirti. Posso solo invitarti a rileggere queste pagine e forse allora mi comprenderai. In sostanza io ti ho detto la verità e non è il caso che mi dilunghi in ulteriori spiegazioni.

 

76. Questo senso dell’anima, quindi, che era prima oscuro, perché privo della luce di Dio, e cieco a motivo dei suoi appetiti e affetti, ora non solo è risplendente e luminoso nei suoi abissi più profondi in seguito a questa unione con Dio, ma è trasformato esso stesso in luce risplendente nelle caverne delle sue potenze.

Con rara perfezion

all’Amato or dan luce e calor!

 

77. Le caverne delle potenze così splendenti e meravigliosamente permeate dai bagliori straordinari di quelle lampade che, ripeto, ardono nell’anima, rinviano a Dio in Dio. Oltre a donare se stesse a Dio, gli rinviano altresì quei medesimi bagliori da lui ricevuti; in una gloria piena d'amore, tali caverne si portano a Dio in Dio stesso. Divenute anch’esse lampade accese negli splendori delle lampade divine, danno all’Amato la stessa luce e lo stesso ardente amore che da lui ricevono.[71] Difatti, nella stessa maniera in cui esse ricevono, a loro volta danno a Dio che ha loro donato e presentano il loro dono con la stessa perfezione con cui l’hanno ricevuto da lui. Assomigliano al vetro che, investito dal sole, rinvia gli stessi bagliori. Nel nostro caso, però, tutto ciò avviene in modo più sublime rispetto al vetro, perché interviene la volontà.

Con rara perfezion:

 

78. cioè straordinaria, perché trascende completamente la maniera comune di pensare e ogni sforzo, e nulla potrebbe darne un'idea. Difatti, in modo perfetto, come l'intelletto riceve la sapienza diVina, divenuto ormai una sola cosa con l'intelletto di Dio, così questa stessa sapienza l'anima rende a Dio, perché non la può dare se non nel modo in cui la riceve.[72] In modo perfetto, come la volontà è portata a unirsi alla bontà diVina, così questa stessa bontà essa rende a Dio in Dio, perché l'ha ricevuta solo per donarla. Ugualmente, in modo perfetto, come l'anima conosce le grandezze di Dio, essendovi unita, così risplende e spande il calore del suo amore. Lo stesso avviene riguardo agli altri attributi divini, come la forza, la bellezza, la giustizia, ecc., donati all’anima: in modo perfetto il senso spirituale li gode e li rende al suo Amato con quella stessa luce e con quello stesso calore che da lui riceve. Essendo, infatti, l’anima divenuta ormai una sola cosa con lui, in certo modo è Dio per partecipazione: non così perfettamente come nell’altra vita, ma - l'ho già spiegato - come ombra di Dio. Così, dunque, essendo l'anima divenuta, in seguito a questa trasformazione sostanziale, ombra di Dio, essa fa in Dio mediante Dio ciò che egli fa in lei da se stesso. L'anima, insomma, agisce allo stesso modo di Dio, perché unica è la volontà dei due come anche il loro agire. poiché Dio si dona all’anima con una libertà e generosità totale, anch'essa, tanto più libera e generosa quanto più è unita in Dio, dona a Dio Dio stesso in Dio. Si tratta, in realtà, di un vero e totale dono dell’anima a Dio.

In questa condizione l'anima constata che Dio è veramente suo, che essa lo possiede come bene ereditario, che ha il diritto di possederlo in quanto figlia adottiva di Dio, a motivo della grazia che Dio le ha concesso donandosi interamente a lei. E ora, per il fatto stesso che Dio è divenuto sua proprietà, l’anima lo può donare e comunicare a chi vuole.[73]

E così l’anima lo dona al suo Amato, cioè allo stesso suo Dio, che si è donato a lei. In questo modo, paga a Dio tutto ciò che gli deve, poiché gli restituisce quanto ha ricevuto da lui.

 

79. Con questo dono che l'anima offre volontariamente a Dio, gli dà come suo bene lo Spirito Santo, affinché si ami in lui come merita. Questo gesto procura all’anima delizie e godimento inestimabili, perché sa di donare a Dio un bene suo che soddisfa l'essere infinito di Dio.

Anche se è vero che l’anima non può dare di nuovo Dio a lui medesimo, poiché in sé egli è sempre lo stesso, tuttavia essa lo fa da se stessa in modo perfetto e reale, quando dona tutto ciò che egli le aveva dato per avere il suo amore: in breve, essa dona quanto egli le ha donato. Dio si ritiene appagato da questo dono dell’anima più di quanto non si accontenterebbe di qualsiasi altro. Accetta il dono con piacere, come se fosse una cosa propria dell’anima, e in questo stesso dono egli ama di nuovo l'anima, e in questo ridonarsi di Dio all’anima, questa nutre nuovo amore per lui.

Così tra Dio e l'anima si è formato davvero un amore reciproco, conformemente alla loro unione o donazione sponsale. Ivi i beni d'entrambi, cioè l'essenza divina, sono posseduti liberamente da ciascuno, in forza della donazione libera che si sono scambiati reciprocamente, e da tutti e due congiuntamente, poiché si sono detti ciò che il Figlio di Dio ha detto al Padre suo, come afferma san Giovanni: Omnia mea tua sunt, et tua mea sunt, et clarificatus sum in eis, cioè: Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono stato glorificato in loro (Gv 17,10). Nell’altra vita, il possesso di tali beni si gode ininterrottamente nella fruizione perfetta; nel presente stato d'unione, invece, avviene quando Dio produce nell’anima l'atto della trasformazione, sebbene non con la perfezione che si raggiunge nell’altra vita.

Che l'anima possa fare un simile dono, che supera in valore la sua capacità e il suo essere, è chiaro. È chiaro, altresì, che chi possiede nazioni e regni, il cui valore supera di molto ciò che egli stesso è, li può donare a chi vuole.

 

80. Questa è grande soddisfazione e contentezza dell’anima:[74] vedere che dona a Dio più di quanto è e vale in se stessa, con la stessa luce e lo stesso, amore divino che ha ricevuti da lui. Tutto questo, nell’altra vita, avviene per mezzo del lume di gloria, in questa per mezzo della fede inondata di luce.

In questo modo,

gli abissi più profondi del mio senso...

con rara perfezion

all’Amato or dan luce e calor.

 

Luce e calore insieme: perché congiuntamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo si comunicano all’anima e sono in lei luce e fuoco d'amore.

 

81. Quanto alla rara perfezione con cui l'anima fa questo dono, voglio dire brevemente qualcosa. A tale proposito, occorre osservare che, se l'anima possiede qualche ricordo del godimento causatole dall’unione del suo intelletto e della sua volontà con Dio - ragion per cui si sente colma di delizie e riconoscente per un favore così sublime -, essa fa a Dio la donazione di Dio e di se stessa in modo meraviglioso. Infatti l'amore che essa porta a Dio si manifesta con rara perfezione. Con altrettanta rara perfezione si manifestano il segno di godimento, la lode e il ringraziamento che essa rivolge a Dio.

 

82. Quanto al primo elemento, cioè al suo amore, si manifesta attraverso tre perfezioni principali. La prima è che l'anima ama Dio non per se, ma per lui stesso. Questa è una perfezione meravigliosa, perché ama per mezzo dello Spirito Santo, ossia come il Padre e il Figlio si amano, e come lo stesso Figlio dichiara per bocca di san Giovanni: L'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro (Gv 17,26).

La seconda perfezione consiste nell’amare Dio in Dio, perché, in quest'unione così forte, l'anima si immerge nell’amore di Dio e Dio si dona all’anima con forza sovrana.

La terza perfezione dell’amore, quella principale, consiste nell’amare Dio per quello che è: l'ama non solo perché le si mostra generoso, buono, glorioso, ecc., ma molto più intensamente perché egli è in sé essenzialmente[75] tutte queste qualità.

 

83. Anche il riflesso di godimento possiede tre meravigliose perfezioni principali. La prima è che qui l'anima gode di Dio mediante Dio stesso: unendo l'intelletto all’onnipotenza, alla sapienza, alla bontà, ecc., sebbene non chiaramente come accadrà nell’altra vita, l'anima gode gioie ineffabili in tutte queste virtù conosciute distintamente, come dicevo sopra.

La seconda perfezione principale di questo godimento consiste nel dilettarsi accuratamente solo in Dio, senza mescolanza alcuna di creature.

La terza perfezione consiste nel godere di Dio solo unicamente per quello che è, senza mescolanza di soddisfazioni personali.

 

84. Quanto alla lode che l'anima rende a Dio nell’unione, anche questa racchiude tre perfezioni. La prima è lodare Dio per dovere, perché l’anima riconosce che Dio l'ha creata per lodarlo, [come dice] per bocca di Isaia: Il popolo che io ho plasmato per me, celebrerà le mie lodi (Is 43,21).

La seconda perfezione della lode consiste per l’anima nel lodare per i beni da lui ricevuti e per la gioia che prova nel lodarlo.

La terza consiste nel lodare Dio per quello che egli è in se, ragion per cui, anche se l'anima non ne ottenesse alcun diletto, lo loderebbe per ciò che egli è in se.

 

85. Anche il ringraziamento che l'anima rivolge a Dio ha tre perfezioni. La prima consiste nel rendergli grazie per i beni naturali e spirituali da lui ricevuti e per i benefici di cui è stata colmata.

La seconda consiste nell’ineffabile gioia che l'anima prova nel lodare Dio, perché s'immerge con ardore in questa lode.

La terza consiste nel ringraziare il Signore unicamente perché è Dio, cosa che procura all’anima immensa gioia.

 

 

 

STROFA 4

 

 

Come mite e amoroso

ti svegli sul mio seno,

dove in segreto e solo tu dimori!

Colo tuo dolce respiro

di bene e gloria pieno,

quanto teneramente m'innamori.

 

 

SPIEGAZIONE

 

1. L’anima qui si rivolge allo Sposo con il suo ardente amore. Lo apprezza e lo ringrazia per due effetti[76] straordinari che, a volte, egli compie in essa mediante l'unione. Sottolinea, inoltre, il modo con cui egli compie ognuno dei due effetti, nonché le conseguenze che ne derivano.

 

2. Il primo effetto è il risveglio di Dio nell’anima, risveglio [che avviene nella dolcezza e nell’amore.

Il secondo è uno spirare di Dio nell’anima; si manifesta] attraverso una comunicazione di beni e di gloria. Di conseguenza, tale favore fa innamorare l'anima nel modo più tenero e delicato.

 

3. Perciò essa sembra esclamare: o Verbo Sposo, quanto dolce e amorevole è il tuo risveglio nel centro più profondo della mia anima, nella sua pura e intima sostanza, laddove dimori da solo nel segreto e nel silenzio, come suo unico Signore! Non solo tu abiti in me come in casa tua e nel tuo stesso letto, ma ancor più tu sei come nel mio seno, intimamente e,strettamente unito a me! Con quanta dolcezza e amore ti manifesti a me! È proprio vero che sei immensamente amoroso e dolce! Nel tuo piacevole spirare, che accompagna il tuo risveglio in me, così pieno di beni e di gloria, con quanta delicatezza mi fai innamorare e mi leghi a te!

L'anima ricorda qui l'immagine di colui che, svegliandosi dal sonno, prova il bisogno di respirare. In realtà, a questo punto essa prova la medesima sensazione.

Si commentano i versi:

Come mite e amoroso

ti svegli sul mio seno.

 

4. In numerosi modi Dio fa sentire il suo risveglio[77] nell’anima; se volessimo contarli tutti non finiremmo mai. Ma il risveglio che l'anima vuol farci qui comprendere, e che le procura il Figlio di Dio, secondo me è uno dei più sublimi e uno di quelli che le procurano preziosi beni. Il risveglio, infatti, che il Verbo produce nella sostanza dell’anima, è un movimento di tale grandezza, di tale maestà e gloria e di tale intima soavità che l'anima ha l'impressione che tutti i balsami, le essenze aromatiche e tutti i fiori del mondo si mescolino e si agitino per spargere la loro fragranza. Le sembra, altresì, che tutti i regni e gli imperi della terra, tutte le potenze e le virtù del cielo si muovano. Le sembra, infine, che tutte le virtù e le sostanze, le perfezioni e le grazie di tutte le cose create risplendano di luce e producano lo stesso movimento all’unisono.

Difatti san Giovanni afferma: Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui... e in lui era la vita (Gv 1,3-4). In lui, conferma l’Apostolo, viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17,28). Ne segue che, se questo divino Sovrano si muove nell’anima, contemporaneamente sembrano muoversi anche tutte le creature, perché, come dice Isaia, sulle sue spalle è il segno della sovranità (Is 9,5) che egli esercita sui tre regni - del cielo, della terra e degli inferi (Cfr. Fil 2,10) - e sulle cose ivi contenute. Nel Verbo della sua potenza,Dio sostiene tutto (Eb 1,3), dice san Paolo. Nel Verbo sembrano muoversi tutti gli esseri, come quando, muovendosi la terra, tutte le cose materiali che sono in essa si muovono come se fossero un nulla.[78] Lo stesso avviene quando si muove questo Principe divino: anziché essere portato dalla sua corte, è lui che la porta su di sé.

 

5. Questo paragone è molto improprio, perché, nel caso presente, le creature non solo sembrano muoversi, ma scoprono altresì le bellezze del loro essere, le loro virtù, perfezioni e grazie, la fonte della loro durata e della loro vita. l’anima vede, allora, come tutte le creature celesti e terrene abbiano in Dio la vita, la durata e la forza; vede chiaramente quanto dice il libro dei Proverbi: Per mezzo mio regnano i re e i magistrati emettono giusti decreti; per mezzo mio i capi comandano e i grandi governano con giustizia (Pro 8,15-16). Senza dubbio, in questo stato, l'anima vede chiaramente che tutte le creature sono distinte da Dio, in quanto create; le vede in lui con la loro forza, origine e vigore; ciò nonostante, essa comprende molto bene che per il suo essere Dio è eminentemente[79] tutte queste cose, che l'anima conosce meglio nell’essere divino che in se stesse.

È qui la gioia ineffabile che proviene dal risveglio: l'anima conosce le, creature attraverso Dio e non Dio attraverso le creature. Questo significa conoscere gli effetti attraverso la loro causa e non la causa partendo dagli effetti: questa è conoscenza secondaria,[80] quella essenziale.

 

6. Cosa meravigliosa! Qualunque sia il movimento dell’anima, Dio rimane immobile in essa, perché, anche se in realtà egli non si muove, l'anima ha l'impressione che lo faccia. Infatti essa è rinnovata e mossa da Dio perché possa raggiungere la visione soprannaturale e scoprire tutta la novità della vita divina, non che dell’essere e dell’armonia di tutte le creature racchiuse in Dio e come in lui si muovano. Le sembra dunque che Dio si muova e che la causa prenda il nome dell’effetto che essa produce. In base a tale effetto si può dire che Dio si muove, secondo la parola del Saggio: La sapienza è il più agile di tutti i moti (Sap 7,24). Ciò avviene non perché la sapienza si muova davvero, ma perché è principio e causa di ogni movimento: Pur rimanendo in se stessa, soggiunge il Saggio, tutto rinnova (Sap 7,27), volendo significare che la sapienza è più attiva di tutte le cose attive. Per questo si deve dire che, in tale movimento, l'anima è mossa e risvegliata dal sonno della visione naturale a quella soprannaturale. Ecco perché chiama giustamente questo movimento risveglio.

 

7. Ma Dio, come può ben constatare l'anima, pur restando sempre immutabile, muove e dirige tutto, donando essere, potenza, grazie e doni a tutte le creature; le ha tutte presenti in se, in modo virtuale e sostanziale. Con un sol colpo d'occhio l'anima vede Dio com'è in sé e nelle sue creature: similmente a uno che, spalancando la porta di un palazzo, vede d'un colpo l'eminente persona che vi abita e nello stesso tempo ciò che sta facendo. Il modo, poi, come avvengano questo risveglio e questa visione dell’anima, secondo me è il seguente: essendo l'anima sostanzialmente in Dio, come ogni altra creatura, egli le toglie alcuni dei molti veli che ha sugli occhi perché lo possa vedere com’egli è. Solo allora traspare e traluce - ma in modo oscuro, perché non vengono ancora tolti tutti i veli - qualcosa del suo volto, tutto pieno di grazia.[81] L'anima vede come Dio stesso muova tutte le cose con la sua potenza; le sembra, altresì, di vedere cosa stia facendo, come si muova nelle creature e come queste si muovano in lui, ininterrottamente. Per questo l'anima ha l'impressione che sia Dio a muoversi e a risvegliarsi, mentre invece è lei che si muove e si risveglia

 

8. È tale la miseria della nostra condizione umana, che pensiamo che gli altri siano come siamo noi e li giudichiamo alla nostra stregua: in breve, il nostro giudizio si forma su ciò che siamo noi, non su ciò che sono gli altri. Così il ladro pensa che anche gli altri rubino; il lussurioso pensa che gli altri siano come lui; il malizioso pensa che gli altri siano maliziosi, venendo questo giudizio dalla sua malizia; l'uomo buono, invece, pensa bene degli altri, perché il suo giudizio parte dalla bontà che egli nutre in se. Colui che è negligente e trascurato, pensa che anche gli altri siano così.

Per questo, quando siamo negligenti e trascurati di fronte a Dio, ci sembra che Dio dorma e ci trascuri, come si legge nel salmo in cui Davide dice a Dio: Svegliati, perché dormi Signore? Destati! (Sal 43 [ 44],24). Attribuisce a Dio ciò che vede negli uomini, mentre sono questi addormentati e scoraggiati. Pregano Dio di alzarsi e di svegliarsi, mentre invece non si addormenta e non prende sonno il custode d’Israele (Sal 120[121],4).

 

9. Ma in verità, siccome tutto il bene dell’uomo viene da Dio (Cfr. Gc 1,17) e l'uomo di suo non può fare nulla di buono, giustamente si dice che  nostro risveglio è il risveglio di Dio e il nostro destarci e il destarsi di Dio. È come se Davide dicesse: rialzaci due volte e svegliaci, perché siamo addormentati e caduti in due modi! Così, poiché l’anima era immersa in un sonno dal quale non si sarebbe mai potuta svegliare da sola, e soltanto Dio poteva aprirle gli occhi e svegliarla, molto giustamente chiama questo risveglio risveglio di Dio, quando afferma: ti svegli sul mio seno.

Risvegliaci e illuminaci tu, o Signore, perché possiamo conoscere e amare i beni che ci prepari! Allora comprenderemo che ci sei venuto incontro per farci grazia e che ti sei ricordato di noi.[82]

 

10. È affatto impossibile narrare le conoscenze e le impressioni dell’anima, in questo risveglio, circa l'eccellenza di Dio. Si tratta, infatti, di una comunicazione dell’eccellenza di Dio nella sostanza dell’anima, che chiama il suo seno. Essa afferma che una potenza immensa ha fatto risuonare nelle Sue fibre più intime la voce di moltissime perfezioni, di migliaia e migliaia di virtù di Dio che nessuno potrà mai contare. L’anima si trova lì, in mezzo ad esse, immobile, terribilmente e fermamente ordinata come esercito schierato a battaglia (Ct 6,3 Volg.); allo stesso tempo gusta le dolcezze e le grazie che provengono da tutte le dolcezze e le grazie delle creature.

 

11. Ma può sorgere ora un dubbio: come può l’anima, debole nella sua carne mortale, sopportare una comunicazione così profonda? In essa non c'è capacità né forza per sopportare un simile fatto senza venir meno. Quando la regina Ester vide il re Assuero sul trono, vestito regalmente e splendente d’oro e pietre preziose, fu colta da una grande paura dinanzi a una presenza così maestosa e svenne, come ella stessa confessò: Ti ho visto, signore, come un angelo di Dio, e il mio cuore si è agitato davanti alla tua gloria (Est 5,2a). Se la gloria opprime, quando non glorifica, colui che la contempla (Pro 25,27 Volg.), quanto più dovrebbe venir meno l'anima dal momento che qui non vede un angelo, ma Dio, con il suo volto pieno delle grazie di tutte le creature, vestito di terribile potere e gloria e con la voce di innumerevoli eccellenze! A questo proposito Giobbe dichiara: Se riusciamo appena a percepire il più lieve sussurro[83] delle sue opere, il tuono della sua potenza chi può comprenderlo? (Gb 26,14). Altrove aggiunge: Con sfoggio di potenza discuterebbe con me? Resterei oppresso dal peso della sua grandezza (Gb 23,6 Volg.).

 

12. Sono due i motivi per cui l’anima non viene meno e non teme in questo risveglio così possente e glorioso. Il primo è che l’anima è già pervenuta allo stato di perfezione, di cui si parla qui: la parte inferiore dell’anima è molto purificata e resa conforme allo spirito, così che non prova più i pregiudizi né le sofferenze che lo spirito e i sensi, non purificati e preparati, sono soliti sperimentare nelle comunicazioni spirituali.

Tuttavia ciò non basta per eludere ogni impressione dolorosa dinanzi a tanta grandezza e gloria; di conseguenza, anche se la parte naturale fosse molto pura, essa potrebbe soccombere a ciò che la trascende, come accade a ciò che è molto debole dinanzi a ciò che è molto forte. È in questo senso che bisogna comprendere le parole di Giobbe citate sopra.

Il secondo motivo, quello più importante, è indicato nel primo verso, dove l'anima dichiara che Dio si mostra mite e amoroso. Come Dio mostra all’anima grandezze e gloria per colmarla di gioia ed esaltarla, così la protegge perché non riceva alcun danno. Sostiene la sua parte naturale e, senza che questa se ne accorga, rivela allo spirito la sua grandezza con dolcezza e amore. L'anima stessa ignora se tutto questo avvenga nel corpo o fuori del corpo. Questo e altro può compiere Colui che con la sua destra protesse Mosè perché contemplasse la sua gloria (Es 33,22).

Questo spiega perché l’anima trovi in Dio molta mitezza e amore e, allo stesso tempo, potere, dominio e grandezza: in Dio tutti questi attributi sono la stessa cosa. Di conseguenza, se le delizie che Dio le accorda sono eccessive, essa le può sopportare con il sostegno che trova nella mitezza e nell’amore. L'anima, così, resta forte e rinvigorita anziché venir meno. Se Ester svenne, è perché il re non le si era mostrato favorevole all’inizio, Come ella osservò, ma alzò il viso splendente di maestà e guardò in un accesso di collera. Ma poi il re le mostrò benevolenza stendendo lo scettro, la sostenne e la prese tra le braccia ed Ester tornò in se. Fu allora che il re disse: Fatti coraggio, io sono tuo fratello (Est 5,1d-2b).

 

13. Allo stesso modo, il Re del cielo sin dall’inizio si mostra amico dell’anima,[84] trattandola alla pari, come un fratello; così l'anima non ha più paura. Nella mansuetudine, e non nel furore, le mostra la grandezza della sua potenza e tutto l'amore della sua bontà; in breve, le comunica la sua forza e l’amore del suo cuore, scendendo verso di lei dal trono che è nell’anima stessa, come sposo dal suo talamo (Sal 18[19],6), dov'era nascosto. Si china verso di lei, la tocca con lo scettro della sua maestà e l'abbraccia come un fratello. Ecco, allora, l’anima rivestita delle vesti regali che effondono la loro fragranza, cioè le mirabili virtù di Dio. Nell’anima brillano lo splendore dell’oro, cioè la carità, come anche le pietre preziose delle conoscenze delle sostanze superiori e inferiori. L'anima contempla estasiata il volto del Verbo tutto pieno di grazia, che la ricopre e l'avvolge come una regina. Trasformata nelle virtù del Re del cielo, l'anima, dunque, si vede elevata al rango di regina, ragion per cui si può veramente applicare a lei quanto Davide afferma nel salmo: Alla tua destra sta la regina con veste ricamata d’oro e coperta d’ornamenti (Sal 44[45],10 Volg.).

Siccome queste meraviglie avvengono nella sua intima sostanza, l'anima aggiunge subito:

dove in segreto e solo tu dimori!

 

14. Afferma che lo Sposo dimora segretamente nel suo seno, perché, come ho detto, questo dolce abbraccio ha luogo nel più profondo della sostanza dell’anima.

Occorre ricordare che Dio dimora in tutte le anime, segretamente e nascosto nella loro sostanza, perché, se non fosse così, esse non potrebbero sussistere.

Ma c'è differenza - e profonda! - in questo suo dimorare nelle anime. In alcune, infatti, dimora da solo, in altre non dimora da solo; in alcune dimora con piacere, in altre controvoglia. In alcune abita come a casa sua, comandando e dirigendo tutto, mentre in altre come un estraneo in casa altrui, dove non lo si lascia comandare né fare alcunché.

L'anima, in cui si riscontrano meno appetiti e soddisfazioni personali, è quella in cui Dio dimora più da solo, più volentieri, ove si considera più a suo agio, dirigendola e governandola. In quest'anima egli vive tanto più in segreto quanto più è solo.

In breve, nell’anima in cui non albergano più legami né affezioni per creatura alcuna, nell’anima che non conserva immagine né forma di cose create, l’Amato dimora nel più profondo segreto. Egli l'avvolge con un abbraccio tanto più intimo, interiore e segreto quanto più essa, come dicevo, è pura e distaccata da tutto ciò che non è Dio. In questo modo, Dio abita nell’anima in assoluto segreto, perché in questo abbraccio, dov'egli si è rifugiato, il demonio non può intromettersi né l'intelletto umano sapere che cosa avvenga.

Tuttavia questa realtà non è un segreto per l'anima che ha raggiunto tale stato di perfezione: percepisce in sé l'abbraccio intimo, ma non sempre come risveglio divino. Quando, infatti, si verifica uno di questi risvegli, l'anima ha la sensazione che sia l’Amato a svegliarsi sul suo seno, dove prima era come addormentato. Certo, prima sentiva e godeva la sua presenza, ma era come se l’Amato fosse addormentato sul suo seno. Quando uno dei due amanti dorme, non c'è scambio di conoscenze e di tenerezze d'amore; occorre, dunque, che tutti e due siano svegli.

 

15. Fortunata l'anima che sperimenta sempre Dio che riposa, addormentato, sul suo seno! Quanto le è vantaggioso rinunciare a tutto, lasciare da parte tutte le faccende di questo mondo per vivere in una pace profonda, affinché nemmeno il più piccolo rumore o la minima agitazione venga a molestare e disturbare il seno dell’Amato!

Di solito, questi se ne sta come addormentato tra le braccia della sposa, nella sostanza della sua anima. In questo clima, l'anima avverte profondamente la presenza dell’Amato e ordinariamente ne gode, perché se egli fosse sempre sveglio, comunicandole conoscenza e amore, essa sarebbe già nello stato di gloria. Difatti, se per un istante lo Sposo si svegliasse e aprisse soltanto un occhio, produrrebbe nell’anima gli effetti sopra descritti. Ora, cosa accadrebbe all’anima se lo Sposo fosse sempre sveglio in essa?

 

16. In altre anime, non ancora pervenute a questo grado di unione, egli dimora senza ripugnanza, perché, in fondo, sono in stato di grazia; tuttavia, pur abitando in esse, vi dimora a loro insaputa, perché non sono ancora ben preparate a tale unione. Ordinariamente non sentono la sua presenza, se non quando egli provoca in esse alcuni piacevoli risvegli, anche se non del genere e della qualità di quello di cui stavo parlando, né hanno a che fare con esso. Questi altri non sono nascosti alla mente umana e al demonio: se ne potrebbe conoscere qualcosa dalla mediazione dei sensi, che, fino al momento dell’unione perfetta, non sono perfettamente annullati; continuano, infatti, a compiere atti e movimenti nei riguardi di ciò che è spirituale, perché non sono interamente spiritualizzati.

Ma quando lo Sposo realizza il risveglio nell’anima perfetta, tutto ciò che avviene e si compie in essa è perfetto, perché è lui che fa tutto. L’anima avverte un insolito piacere nello spirare dello Spirito Santo in Dio, come quando una persona si sveglia e aspira l'aria. Essa viene, pertanto, glorificata e arde d'amore soprannaturale; perciò canta così:

Col tuo dolce respiro

di bene e gloria pieno,

quanto teneramente m'innamori!

 

17. Non vorrei, anzi non voglio parlare di questo spirare,[85] pieno di bene, di gloria e di amore così delicato di Dio per l'anima, perché mi rendo conto perfettamente di non saperlo fare, e, anche se ne parlassi, le mie parole non esprimerebbero ciò che esso è in realtà. Si tratta di uno spirare di Dio nell’anima, attraverso quel risveglio della sublime conoscenza della Divinità. Lo Spirito Santo, infatti, spira in essa con la stessa proporzione dell’intelligenza e conoscenza di Dio. A questo punto Dio l'assorbe molto profondamente nello Spirito Santo, facendola innamorare con una perfezione e una delicatezza suprema, corrispondenti a ciò che essa ha visto in lui. poiché è uno spirare pieno di bene e di gloria, lo Spirito Santo colma quest'anima di bene e di gloria, facendola innamorare di sé, più di quanto si possa dire o sentire, mentre la immerge nelle profondità di Dio, al quale sia onore e gloria in saecula saeculorum. Amen.

 

Fine della Fiamma d’Amor viva

 



[1] Prol. - Nell’originale sp, Vuestra Merced, titolo usato per i nobili.

[2] Anche qui il santo si appoggia all’autorità della sacra Scrittura.

[3] «Que es Dios», nel senso di chi è Dio.

[4] Il santo si riferisce probabilmente al Cantico (CA 27-39, CB 22-40), strofe conosciute da Anna de Peñalosa.

[5] Nello stato di trasformazione d'amore esiste soltanto un perfezionamento intenzionale e qualitativo nel rendere l'amore più profondo.

[6] Il metodo è lo stesso adottato nella Salita, nella Notte e nel Cantico.

[7] Str. - Nella poesia spagnola dei secc. XV-XVI le strofe di sei versi venivano chiamate talvolta «liriche» (liras).

[8] I versetti citati non sono di Boscán, ma di Garcilaso (strofa seconda). Giustamente D. Alonso avverte che ciò «non deve meravigliare: le opere dei due amici circolavano riunite in un tutto unico e attribuite al nome di Boscán» (o. c., p. 37). Dire «di Boscán» significava, perciò, parlare delle opere di Boscán e Garcilaso, nell’edizione di Granada del 1575 (esiste l'edizione critica a cura di Glen R. Gale, Sebastián de Cordoba, Garcilaso a lo divino, Madrid 1971; i versetti citati sono a p. 123).

[9] 1. - Gli esclamativi e le esclamazioni significano affettuosa esaltazione. Giovanni della Croce fa suo, anche nel commento, lo stile esclamativo, che corrisponde a una maggiore espressività poetica. Le prorompenti esclamazioni avvicinano all’ineffabile esperienza del «dolce cauterio» (Cfr. 2,5).

[10] Lo Spirito Santo è raffigurato nel simbolo della fiamma, fiamma come amore che è cauterio, lampada, fuoco che purifica, brucia, consuma e trasforma, fiamma nella quale si celebra la «festa dello Spirito Santo» (1,9).

[11] La vitalità e il movimento dinamico di tale esperienza si esprimono anche nel linguaggio: i termini vita, vivo, vivente, vivere in Dio, ritornano continuamente.

[12] Per centro dell’anima s'intende il luogo dove Dio si comunica all’anima. Altrove il poeta spiega che il profondo centro è la sostanza dell’anima, nella quale, al momento del risveglio, avviene la comunicazione dell’eccellenza di Dio. L'espressione rievoca lontanamente la dottrina di Eckhart e di Taulero circa il fondo dell’anima.

[13] Le due vie o le due maniere di conoscenza, ammesse da tutti gli scrittori spirituali, sono la conoscenza razionale e la conoscenza per esperienza. Tuttavia, come Giovanni aveva già spiegato in Prol. 2, Dio può accordare all’uomo grazie particolari, al di là di cosa si possa pensare della loro credibilità. Perciò il solenne: «A tutti costoro rispondo».

[14] Espressione poetico-simbolica dell’unione attuale di cui si parla nella Fiamma. In 1,4 il santo aveva chiaramente distinto tra l'unione abituale e gli atti di questa unione, tra la trasformazione d'amore e la fiamma d'amore, tra il legno investito dal fuoco e la fiamma che nasce dal fuoco. Ma il pieno fiammeggiare d'amore è proprio e solo dello stato di glorificazione.

[15] Allusione all’inno liturgico: Coelestis urbs Jerusalem, beata pacis visio, cantato ai Vespri della dedicazione di una chiesa.

[16] Con FB 1,18 ha inizio una specie di parentesi che continua fino a FB 1,25, ove si parla della purificazione; l'argomento sarà ripreso in 2,23-31. Il santo riassume l'insegnamento della Notte oscura.

[17] Nell’originale: lastar, imporre un peso a qualcuno per pagar con altri travagli.

[18] Cfr. 2N 7,2, dove si cita Lam 3,1-20.

[19] Il Titolo talvolta usato per l'opera completa Salita-Notte. Tuttavia qui si tratta soltanto della Notte oscura. Il santo parla unicamente delle purificazioni della notte passiva.

[20] Giovanni della Croce intende dire che nell’unione sponsale con Cristo si realizza la piena filiazione divina. Tornerà a parlarne in 2,34 (l'anima diventa «vera figlia di Dio») e in 3, 10 (vive «la vita perfetta in Cristo») con tutto «il diritto di possedere Dio» come «bene ereditario» (3,78), avendo in comune con il Figlio tutte le cose del Padre (Cfr. 3,79).

[21] Allusione al Padre nostro, preghiera in cui sono racchiuse «tutte le nostre necessità spirituali» (3S 44,4).

[22] La morte d'amore è un tema classico della mistica cristiana, sperimentata sia nel Medioevo che nell’età barocca nell’ardente desiderio di essere per sempre con Cristo nella gloria.

[23] Todo e nada: Dio è tutto, l'uomo e le cose del mondo sono nulla. Il santo presuppone la conoscenza della sua dottrina, esposta, p. es., in CB 1,3.

[24] 2. - Nella prima strofa l'azione trasformante veniva attribuita prevalentemente allo Spirito Santo. Ora Giovanni della Croce mostra come «l'opera divina dell’unione» si attui per mezzo delle tre Persone: esse operano «insieme». Tuttavia ciascuna di esse produce il suo «effetto» o, per meglio dire, la sua grazia particolare.

[25] In 2N 20,4 si ha la citazione completa di un testo di san Gregorio Magno (Homilia XXX in Evangelium, 1, PL 76, 1220), che viene ripreso qui, in libera citazione abbreviata e a memoria.

[26] Breviarium Romanum, feria Vª infra Octavam Pentecostes, Respons. 1 ad Matutinum.

[27] L'originale sp. engrandecer, qui reso con «elevare», significa propriamente ingrandire, aumentare, arricchire. E un verbo tipico sangiovanneo. L’azione della grazia di Dio mira a liberare l'uomo dalle sue strettezze, a purificarlo, a renderlo limpido, a dilatarlo, a fortificarlo. L'intervento di Dio nell’uomo consiste appunto in tutto questo.

[28] Il santo spiega la grazia della trasverberazione, probabilmente pensando all’esperienza di santa Teresa d'Avila (Vita, 29,13-14). Si tratta di un'esperienza d'amore di Dio, ricevuta con tale forza, da manifestarsi come fuoco che brucia e penetra profondamente il cuore umano. In Giovanni della Croce questa grazia è presentata come «forma intellettuale», mentre santa Teresa ne parla come di una «visione immaginaria». - Per il significato dell’«erba», di cui si parla qualche riga sotto, Cfr. CB 9, 1.

[29] Il santo, chiamandolo muy mínimo, accentua la piccolezza del granellino di senapa per evidenziare l'immensa forza dell’azione dello Spirito che con il suo fuoco produce la trasformazione d'amore. Si serve appunto della parabola evangelica per sottolineare l'intervento straordinario dello Spirito.

[30] La ferita si verifica quando l'amore di Dio ha raggiunto una dimensione superiore, quando cioè ha oltre, passato i limiti possibili di chi lo recepisce. Il santo parla dei momenti in cui la pienezza straripante dell’amore divino si trasforma in esperienze fisiche dolorose, come le stimmate, essendo il corpo troppo debole per poter resistere. Già i pensatori medioevali ammettevano che l'eccesso d'amore fosse lesivo per l'amante. Giovanni della Croce allude all’esperienza di san Francesco (14.9.1224) riportata da Tommaso da Celano, Vita «prima» di san Francesco, l. 2, c. 3.

[31] Per la dottrina sangiovannea sui tocchi divini si veda soprattutto 2N 23,12-24,3. Qui si tratta dei tocchi «sostanziali», tocchi del Verbo, Figlio di Dio, descritti nel loro delicato effetto.

[32] Di nuovo, il santo ribadisce l'impossibilità di godere in questa vita di tutta la profondità delle comunicazioni interiori. Tuttavia nel tocco divino l'anima gusta già, anticipatamente, Dio come somma bellezza, amore, sapienza, bontà.

[33] Da qui fino al n. 30 si ha una specie d'inciso, in cui il santo parla di nuovo della necessità delle purificazioni attive e passive, già ampiamente esposte nella Notte. Dio stesso è l'autore delle «molte tribolazioni», senza le quali non si può «entrare nel regno di Dio» (n. 24). Le purificazioni si manifestano con diversa intensità, conformemente al grado d'unione raggiunto e secondo la necessità di purificare più la parte spirituale o quella sensitiva (n. 25), come pure tenendo conto della capacità delle persone nel sopportare l'intervento doloroso di Dio. Il santo conclude nel constatare che «sono pochi quelli che meritano di essere purificati dalle sofferenze» (n. 30), cioè dalle tribolazioni e dalle sofferenze delle «notti».

[34] Nel senso di sofferenze, prove, tribolazioni.

[35] Con il n. 31 Giovanni riprende la spiegazione del versetto: «e ogni debito paga».

[36] Torna il tema dell’opera divina che trasfonna l'uomo perché arrivi alla «vita nuova». Ivi, l'uomo vecchio muore a se stesso e vive come creatura divinizzata. Il seguente n. 34 spiega, con riferimenti alla Scrittura, come sia questa nuova vita in Dio, in cui «la vita animale» è diventata «vita spirituale», e l'uomo può dire veramente con san Paolo: «Vivo, ma non più io, bensì vive in me Cristo» (Gal 2,20).

[37] È la descrizione della «festa dello Spirito» di cui si era parlato in FB 1,9. Tutto il n. 36 descrive tale vili festosa, felice e sublime dell’anima trasformata in Cristo, che, dopo una lunga e dolorosa ricerca, ha raggiunto la pace delle altezze celesti. Il mistero della vita si è compiuto in un'immensa gioia contemplativa, nella profonda luce di Cristo e nella più intima unione con Dio.

[38] 3. - Dopo aver descritto l'uomo nella sua piena realizzazione di creatura nuova, o per meglio dire di uomo spiritualmente risuscitato, Giovanni della Croce torna a insistere sull'azione di Dio. Questi vuole, in realtà, glorificare l'uomo, così che possa sempre più «risplendere», avvolto di «splendore» e di «amore», ricevuti dalle sue mani.

[39] Nel linguaggio simbolico, ripetutamente usato in questa strofa, le «lampade» sono gli attributi e le virtù di Dio che conosciamo e non conosciamo.

[40] «Nell’unità e semplicità del suo essere» Dio è tutte le virtù e tutti gli attributi che l'anima, nell’unione trasformante, illuminata dalla grazia, può conoscere, vedere e sperimentare come fuoco (calor) d'amore. Dio, infatti, si comunica nel suo essere tripersonale e si lascia conoscere in ciascuno dei suoi attributi. Questi, come lampade, avvolgono l'anima del loro splendore e fanno sì che essa risplenda «dentro» il loro splendore. Più avanti il santo mostra come «l'anima, profondamente assorbita dalle delicate fiamme», viva attivamente, per partecipazione, la vita trinitaria (n. 5).

[41] Allusione a Boezio: «Status omniun bonorum aggregatione perfectus» (De consolatione philosophiae, III, 2,2-4, PL 63,724). Giovanni della Croce della medesima opera di Boezio cita due volte il l. 1,7: in 2S 21,8 e in 3S 16,6, per indicare la necessità di far morire le «pasiones naturales».

[42] Come effetto della comunicazione divina, paragonata al fuoco, l'anima riversa da ogni parte l'acqua divina. I due simboli non si contraddicono nell’anima che ha ricevuto la comunicazione degli attributi divini. Tale comunicazione «è di una soavità tale» che si può paragonare all’«acqua viva che estingue la sete dell’anima».

[43] La distinzione è importante per comprendere il simbolismo sangiovanneo. Non si tratta di conoscenze intellettuali, fatte di ragionamento, ma di accedere nelle fiamme divine dentro i bagliori delle lampade divine. Il santo introduce qui il paragone dell’aria che vibra dentro la fiamma. L'anima, quindi, dev'essere come l'aria mossa dal fuoco dello Spirito Santo.

[44] Il paragone continua. I movimenti dell’aria incendiata dal fuoco divino sono «come giochi e feste allegre che lo Spirito Santo celebra nell’anima», che hanno come scopo ultimo quello di farla entrare nella gloria della vita eterna.

[45] Tuttavia, per quanto siano «movimenti molto efficaci» dello Spirito Santo, rimangono i limiti della natura umana «per entrare nel centro dello spirito che è la vita perfetta in Cristo». Non si è ancora penetrati perfettamente in Cristo, perché una conquista simile richiede che si «squarci il velo» della vita terrena.

[46] Dopo una lunga spiegazione sul come Dio opera negli splendori delle lampade per trasformare l'anima, fin quasi a «darle il compimento della vita eterna» (n. 10), il santo introduce l'immagine dell’«adombramento», o dell’«ombra», per facilitare all’anima la comunicazione divina, troppo forte per la sua fragile resistenza. L'ombra è protezione; fortifica l'uomo per sopportare la gloria di Dio racchiusa nei bagliori delle fiamme.

[47] Giovanni della Croce torna a descrivere la grandezza dell’uomo giunto sul «monte della perfezione», l'uomo nuovo in Cristo, già «glorificato» nel fuoco dello Spirito Santo, anche se soltanto nei limiti consentiti da questa vita terrena. Tale uomo «comprende e gusta» tutta la bellezza che è Dio, ma avvolta d'ombra. Vede avvolto di misteriosa tenebra Dio uno e trino; sperimenta l'azione distinta di ciascuna delle tre Persone; al tempo stesso scopre in tutto, indistintamente, l'azione dell’unico Essere divino, cioè dell’unica lampada.

[48] I nn. 18-22, ancora una volta, insistono sulla necessità di una profonda purificazione delle tre potenze dell’anima. Più l'uomo fa il vuoto in se (simbolo della caverna), più egli sarà riempito di Dio. Perciò anche la sofferenza sostenuta a causa del vuoto totale, finalità verso cui puntano le purificazioni, diventa un fatto positivo, in quanto disposizione per ricevere tutto da Dio. In questo senso si tratta di una sofferenza di natura diversa, perché è desiderata nell’amore e nella speranza di possedere l'amato Dio.

[49] Homilia xxx in Evangelium, PL 76, 1220.

[50] Giovanni della Croce offrirà, in seguito, una chiara distinzione tra fidanzamento e matrimonio spirituale. Nel fidanzamento si ha soltanto un «sì scambiato», mentre nel matrimonio avviene «comunicazione e unione di persone». Anche se nel fidanzamento lo Sposo divino fa all’anima numerose visite d'amore, nelle quali essa riceve deliziosi favori; tutte queste grazie sono soltanto «preparazione all’unione del matrimonio» (n, 25).

[51] Il succitato passo del libro di Ester suggerisce al santo il paragone unguenti-disposizioni dell’anima ai fini dell’unione con Dio. Sono, infatti, le «unzioni dello Spirito», in quanto comunicazioni di beni spirituali, che «ungono» l'anima soprannaturalmente nel periodo del fidanzamento e anche durante il matrimonio spirituale.

[52] Nei nn. 27-67 si ha un lungo inciso, diviso in quattro punti tematici:

l) nella preparazione dell’anima all’unione il principale agente è Dio (27-29): «Se l'anima cerca Dio, molto di più la cerca il suo Amato» (n. 29);

2) in questa ricerca appassionata il direttore spirituale occupa un posto importante: può aiutare molto, ma può anche impedire il progresso dell’anima (nn. 30-62);

3) anche il demonio può infiltrarsi e danneggiare l'opera cominciata (nn. 63-65);

4) infine la stessa anima, incapace di orientarsi, costituisce un ostacolo all’opera dello Spirito Santo (nn. 63-65).

[53] Essendo direttore spirituale di molte persone, sacerdoti, religiosi e laici, Giovanni della Croce sente fin in fondo la responsabilità di tale incombenza. Ciò spiega perché egli dedichi numerose pagine alla descrizione delle qualità ideali di chi guida le anime, specialmente le anime contemplative. Egli sa troppo bene che esistono direttori spirituali che si impongono e, essendo privi d'esperienza e di conoscenze adeguate, diventano causa di innumerevoli sofferenze e intralci.

[54] Dopo aver parlato dei principianti, che devono esercitarsi nella meditazione per provare gusto nelle cose spirituali e per staccarsi da quelle del mondo, il santo presenta il momento del passaggio a una contemplazione iniziale, acquisita, di pochissima durata. Con l'aiuto di tale contemplazione Dio comincia a staccare l'anima dagli atti e discorsi naturali di prima, che essa ora non riesce più a realizzare. In questo momento è indispensabile l’aiuto di un saggio direttore spirituale.

[55] Già questa prima contemplazione è conoscenza amorosa, cioè comunicazione d'amore di Dio ricevuta passivamente. Non la si può provocare con atti e sforzi personali. L'anima deve «rivolgere a Dio un'attenzione piena d'amore, semplice e pura, come chi apre gli occhi per guardare con amore» (n. 33).

[56] È una buona massima di comportamento che richiede la totale liberazione interiore, il distacco da ogni pensiero, da ogni ragionamento e gusto, per entrare unicamente nella dimensione dell’amore, abbandonandosi completamente nelle mani di Dio.

Questi paragrafi sulla contemplazione iniziale presentano tutte le caratteristiche della dottrina sangiovannea. Testi paralleli si trovano in CB 16,11; 2N 5,1; 11,1; 2S 12,8.

[57] La massima, attribuita ad Aristotde: «Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur», viene citata anche in 1N 4,2; 2N 16,4, e serve come base della dottrina sangiovannea.

[58] Per ricevere le comunicazioni di Dio nella contemplazione, bisogna allontanarsi dal mondo e ritirarsi nel deserto, lasciando l’Egitto - simbolo della parte sensitiva - e far naufragare i sensi nel mare. Solo così, indossati gli «abiti di festa» con i «gioielli d'oro e d'argento», ci si può preparare a ricevere la manna divina, cioè la contemplazione.

[59] La medesima massima è presente in 2S 17,5 e CB 16,5. Cfr. Bernardo di Chiaravalle, Epistola III, PL 182, 2588: «Gustato Spiritu, desipit omnis caro».

[60] Cosas de bausanes, cioè cose di persone balorde che guardano in aria a bocca aperta.

[61] Nella contemplazione non si ricevono conoscenze chiare e distinte. Ciò che si apprende rimane «confuso e oscuro» per l'anima. La stessa luce di Dio è al di sopra di ogni possibilità umana di ricezione, al punto che essa può essere avvertita solo come raggio che, improvvisamente, penetra le tenebre. Vedi anche 2S 8,6.

[62] È forse il punto più forte della critica sangiovannea sui falsi direttori. Si sente vibrare l'indignazione del suo cuore di padre spirituale.

[63] Si riferisce a Tommaso d'Aquino e al suo libretto: Contra pestiferam doctrinam retrahentium homines a religionis ingressu.

[64] Nella vita contemplativa, l'influsso del male può farsi sentire attraverso l'insinuazione di notizie del mondo e di piaceri sensibili (tentazioni), che disturbano la quiete e il raccoglimento dell’anima. Talvolta basta poco, e in un animo si può perdere la grazia della contemplazione.

[65] Cfr. 2N 23,1ss.

[66] Sul tema del totale assorbimento dr. CB 17,10 e CA 26,9.

[67] Il terzo «nemico» dell’uomo contemplativo è lui stesso nella sua incapacità di superare l'attaccamento al proprio pensiero e all’attività dei sensi.

[68] Il medesimo paragone tra l'anima e il bambino capriccioso si trova nella Salita del mote Carmelo, Prol. 3, e, con qualche sfumatura diversa ma con lo stesso senso, in 1N 1,2; 12,1. Tale paragone mostra bene la difficoltà dell’uomo nel passare dagli inizi della vita spirituale con tutti i conforti e le consolazioni spirituali a un grado più alto, fatto di prove, rinunce, maggiore impegno, ecc.

[69] Cfr. FB 3,27, dove inizia la lunga esposizione, conosciuta come «digressione dei tre ciechi».

[70] Cfr. STh I, q. 67, a. 4 ad 2: Dio creò la luce nel primo giorno della creazione; il sole fu creato soltanto nel terzo giorno.

[71] Giovanni della Croce parla qui dell’uguaglianza dell’amore. Sulle vette dell’unione trasformante l'anima dà «all’Amato la stessa luce e lo stesso amore che da lui riceve». Ama Dio in Dio e come Dio l'ama. Il santo ave. va già toccato l'argomento in CB 38,4 e nelle ultime strofe di CB. Non è da escludere che si possa ammettere qui l’influsso del trattato De beatitudine, nel sec. XVI erroneamente attribuito a san Tommaso d'Aquino.

[72] E un principio sangiovanneo che l’anima, essendo divenuta «tutt'uno con Dio», riceve tanto da lui al fine di «dare nel modo in cui riceve». E con precisione teologica il santo spiega: per «la grazia che Dio le ha concesso donandosi interamente a lei», essa è veramente sua «figlia adottiva». Per questa meravigliosa opera di Dio, essa è strettamente unita alla volontà di Dio e agisce al suo stesso modo. Ciò significa: «essa fa in Dio mediante Dio ciò che egli fa in lei da se stesso». Tutto questo non è soltanto possibile, ma è la conseguenza del diritto dei veri figli di Dio, chiamati a vivere la stessa vita di Dio (dr. FB 1,34).

[73] Di nuovo. il santo sottolinea che nella trasformazione radicale dell’essere umano lo scambio d'amore diventa perfetto. Si esprime nel dono totale dell’anima a Dio. come infatti avviene nello stato più alto dell’amore tra Dio e l’uomo. il matrimonio spirituale.

[74] È anche l'immagine della grandezza dell’uomo che ha percorso l'austero cammino delle purificazioni attive e passive ed è giunto alla piena maturazione spirituale, ove è illuminato dalla luce divina e sostenuto dall’azione trasformante della grazia. Giustamente si è detto che, in questi ultimi paragrafi di FB 3, Giovanni della Croce ha sviluppato «un'antropologia della gloria» (M. Herráiz), che delinea tutta la pienezza dei beni con cui Dio vuole colmare la sua creatura redenta dal sangue di Cristo.

[75] Si tratta delle tre espressioni o qualità dell’amore perfetto, praticate nell’incontro e nella comunicazione tra Dio e l'uomo nuovo, misticamente risuscitato.

[76] 4. - Il santo si propone di parlare di «due effetti» connessi con la vita d'unione tra l'anima e Dio: il ricordo, spiegato nel movimento del risveglio di Dio nell'intimo più profondo dell’uomo, e la spirazione che Dio compie nell’anima divinamente trasformata. Di questo effetto si parla in CB 39,2-4. Nella Fiamma il pensiero del santo carmelitano è bruscamente troncato: perché è impossibile esprimerlo con linguaggio umano.

[77] I risvegli nascono in seguito ai «tocchi divini» (2S 26,8), sperimentati come «visite amorevoli» dell’Amato (CB 17,4). Qui il risveglio è un moto che il Verbo produce nella sostanza dell’anima, giustamente paragonato a un ricordo.

[78] Il santo si riferisce al sistema di Copernico (1473-1543): assieme al movimento della terra si muovono anche tutte le cose naturali.

[79] Termine usato per esprimere l'assoluta superiorità di Dio.

[80] Conocimiento trasero, letteralmente: conoscenza di spalle, o posteriore, come quella di Mosè in Es 33,18-23, un concetto ricorrente anche in CB 19,4; 37,4 («por las espaldas»), come conoscenza dal di dietro, incompleta, mediata.

[81] La grazia del risveglio è la visione, in modo oscuro, dd volto di Dio. Ma in Giovanni della Croce il volto di Dio è il volto di Cristo, Figlio incarnato. Chi vede Cristo, vede anche il Padre. Chi vede la bellezza di Cristo, vede la bellezza di Dio. Il passo va letto parallelamente con CB 11, 2-4.

[82] È una delle più belle preghiere del santo dottore.

[83] Nell’originale sp.: stila, dal latino stilla, una piccola goccia.

[84] Con l’immagine biblica, Giovanni della Croce descrive le nozze eterne dell’anima purificata e trasformata dalla grazia santificante. Dio si china sull'anima, l'abbraccia, la fa sedere come regina alla sua destra. Dio, infatti, eleva l'anima, come il santo aveva detto in FB 2,3, per glorificarla, In quest'affermazione appare chiaramente l'idea sangiovannea di Dio e delle sue comunicazioni all’uomo. Nella Fiamma, Dio è Amore, amore sponsale, amore che si dilata e stringe l'uomo al suo cuore divino.

[85] Con il n. 17 ha inizio la spiegazione del secondo effetto. Ma il santo si rende conto di non riuscire a esprimere con parole umane la meravigliosa realtà mistica di quest'altissima grazia. Si tratta proprio del risveglio di Dio nell’intimo dell’anima, tutta penetrata dalle fiamme divine, un risveglio vissuto estaticamente come partecipazione al mistero di Dio Trinità d'amore.

 

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