3_Iniziamo

anima affidandosi a Dio, che solo può colmare la nostra mancanza, scopre la vita vera, lascia ciò che conosce “per arrivare dove non sa” (la donna esce dalla sua macchina per andare a toccare e vedere cosa c’è in quell'oggetto strano che risulta sospeso senza alcun legame con il terreno, ma molto vicino ad esso) e trova la vita. Con il soffio dello Spirito respinge ciò che vorrebbe riportarla indietro alla logica del mondo (la donna soffia verso l'altra donna che vorrebbe farla tornare in macchina). Apriamo il nostro mondo agli altri mondi e a quel mondo che è oltre la creazione stessa

 

Bon Iver - Naeem

 

 

 

 

Iniziamo

 

«¿Adónde te escondiste, amado,

y me dejaste con gemido?

Como el ciervo huiste

Habiéndome herido;

salì tras ti clamando y eras ido»

 

«Ormai è tardi, forse l’ultima ora del giorno», quando l’anima considera «che la vita è breve (Gb 14, 5), che il sentiero della vita eterna è stretto (Mt 7, 14); che le cose del mondo sono vane e ingannatrici; che il tempo è incerto, il giudizio rigoroso, la perdizione molto facile, la salvezza molto difficoltosa». La salvezza dal fallace giudizio del cuore umano chiede ora fiducia in Dio il quale «avendo amato i suoi li amò sino alla fine” (Gv. 13,1ss)» ri-velando il fatto che «qualunque cosa esso (il cuore) ci rimproveri», «Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1Gv 3, 20). Se non abbiamo avuto fiducia in Lui, ecco, allora la dobbiamo avere: «se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio» (Ibid.).

L’anima sa d’essere stata avvolta d’amore in ogni istante della sua esistenza[1]; conosce «il grande debito di gratitudine che ha verso Dio che l’ha creata solo per se stesso» e sa che per questo «gli deve il servizio di tutta la sua vita». Sa, ancor più, che questo Dio «l’ha redenta da Sé soltanto», e per tal motivo «ella gli deve tutto e la risposta d’amore e della volontà». Insomma, gran parte della vita di chi è «in obbligo con Dio fin da prima della nascita», «è trascorsa invano». «Per rimediare a tanto male e a tanto danno, rinunciando a tutte le cose, trascurando ogni altra faccenda, senza rimandare né di un giorno né di un’ora, con ansie e gemiti del suo cuore ormai ferito d’amore per Dio, - l’anima - comincia a invocare il suo Amato ed esclama: “Adónde te escondiste, Amado…».

Non è che Dio conceda qui all’anima l’esperienza di un amore assente che brucia e inquieta l’anima; la grazia di sentire la lacerante assenza dello Sposo che «è fuggito» (questo è da sempre, lo abbiamo visto). No, è che l’anima stessa, «Cayendo en la cuenta», considerando quanto le viene a costare l’aver «così a lungo trascurato» Dio, l’aver ridotto Dio a un idolo, ossia che «lo Sposo è fuggito», che «molto irritato … si è nascosto», come il sole dietro la luna in un’eclisse[2], decide che è giunto il momento della conversione. Ed è come se pregasse:

«Non a noi, Signore, non a noi,
ma al tuo nome da’ gloria,
per il tuo amore, per la tua fedeltà» (Sal 115, 1).

Dio è dunque assente, in quanto lo si vuole come Colui che dà gloria a noi, ed è perciò sconosciuto. La sua presenza non appare evidente, e dunque è cercata: “Dove ti sei nascosto?”. Questa è la domanda ultima del figlio prodigo che s’è perduto lontano dalla casa del Padre. E «il luogo dove è nascosto il Figlio di Dio è, come dice san Giovanni, il seno del Padre (Gv 1, 18), cioè l’essenza divina, inaccessibile a ogni occhio mortale e nascosta a ogni umana comprensione» (CB 1, 3), nell’intimo stesso della nostra anima. «Così, l’anima che desidera trovarlo deve staccare la sua volontà da tutte le cose create ed entrare in se stessa in un profondo raccoglimento, come se tutto il resto non esistesse. … Dio, quindi, è nascosto nell’anima e il buon contemplativo deve cercarlo, dicendo: Dove ti sei nascosto?» (CB 1, 6).

L’anima grida: «Colui che la mia anima ama, perché non lo trovo e non lo sento, se Egli è in me?». Si affollano allora i ricordi evangelici della parabola del tesoro nascosto nel campo (Mt 13, 44), della necessità di ritirarsi nella stanza segreta dove soltanto può essere rintracciato Dio Padre nell’orazione (Mt 6, 6): «il motivo è che tu non ti nascondi come lui per trovarlo e sentirlo […] Suvvia, dunque anima beata! Ora che sai che nel tuo intimo dimora nascosto l’Amato dei tuoi desideri, cerca di rimanere ben nascosta con lui, e nel tuo cuore potrai avvertirlo e abbracciarlo con sentimenti d’amore […] Non ti accontentare mai di quanto comprenderai di Dio, ma di quanto di Lui non comprenderai. Non indugiare mai nell’amare e nel godere quanto di Dio puoi comprendere e sentire, ma ama e gioisci di ciò che non puoi comprendere e sentire di Lui: questo, ripeto, è cercarlo nella fede!» (CB 1, 9; 10; 12). E mantenere ardente l’amore, perché il nostro non è un Dio nascosto ma «l’Amato nascosto». Non un Dio compreso ma accolto. Da amare con lo stesso amore con il quale ci ama: «Nel Cantico spirituale, san Giovanni presenta il cammino di purificazione dell’anima, e cioè il progressivo possesso gioioso di Dio, finché l’anima perviene a sentire che ama Dio con lo stesso amore con cui è amata da Lui» (Benedetto XVI, Udienze, 16 febbraio 2011). 

L’amore di cui parla Giovanni della Croce è attivamente «esercitato», «esercizio d’amore» nei confronti dell’Amato che si nasconde, lasciando che si nasconda, perché non sia ridotto ad “altro” da Sé.

Questo «esercizio di amore» è anzitutto solo partecipazione: «l’anima … partecipa in certo qual modo della sua abbondanza e del suo impeto nel suo dire» (CA Prologo 1). Vi partecipa «in minima parte» (ibid.), tanto che «i santi dottori, malgrado quanto abbiano detto e tutto ciò che si potrebbe ancora dire, non sono mai riusciti a chiarirne completamente il senso con le parole, come del resto non è stato possibile spiegarlo con parole umane» (CA Prologo 1). Non possiamo dire dell’Altro, e così dell’‘altro’, se non in minima parte…

Il “piccolo Seneca” di Teresa si astiene e invita ad astenersi da ogni tentativo di “presa” nei confronti di Dio e così, sembra suggerire, del prossimo. Invita ad arrendersi al mistero, al fatto che l’uomo non comprende: «Chi può descrivere ciò che egli fa capire alle anime innamorate, nelle quali dimora? E chi potrà esprimere a parole i sentimenti che ispira loro? E chi, infine, quanto fa loro desiderare? Certo, nessuno, nemmeno quelle anime nelle quali si verificano questi favori celesti» (CA Prologo 1). Si tratta di «sapienza mistica … non occorre che sia intesa distintamente perché susciti nell’anima amore e affetto. In realtà essa agisce come la fede, mediante la quale amiamo Dio senza comprenderlo» (CA Prologo 2). Nell’amore «le cose non vengono solo conosciute ma anche gustate» (CA Prologo 3). 

 



[1] «Il bambino si risveglia alla coscienza di sé come evocato a tale coscienza dall’amore della madre. […] L’interpretazione del sorriso e di tutta la dedizione della madre è la risposta d’amore ad amore, da lei suscitata per il fatto che l’ ‘io’ viene evocato dal ‘tu’; e questo proprio perché originariamente si avverte che il ‘tu’ della madre non è il ‘tu’ del bambino, ma che tutti e due i centri vibrano nella stessa ellisse dell’amore, e inoltre perché altrettanto originariamente si capisce che questo amore è il bene sommo e assolutamente sufficiente, al di là del quale, a priori, non si può aspettare niente di più elevato; dunque in questo ‘io-tu’ è fondamentalmente dischiusa la pienezza della realtà (come nel Paradiso), e tutto ciò che in seguito può essere sperimentato come delusione, deficienza e avida cupidigia, è solo una deviazione da ciò; perciò tutto — ‘io’ e ‘tu’ e mondo — è illuminato da questo lampo originale con un raggio tanto chiaro e sano da includere anche una manifestazione di Dio. […] è però solo come un lampo; a questo lampo di luce segue un crepuscolo e forse una tenebra sempre più profonda». Seguono «la pena e il dolore che soffro abitualmente per la tua assenza» (CA 1, 8), dice la sposa del Cantico. «Tutta l’ulteriore esperienza del mondo … contiene una fondamentale delusione: … né le cose né gli uomini ai quali in definitiva appartiene anche mia madre; tutto ciò è ‘solo’ mondo, e non Dio» (Hans Urs Von Balthasar, in Mysterium Salutis, III, Queriniana, Brescia, 1967, p. 19-20; 35).

 

[2] È la religione naturale la quale fa sì che si abbia paura del dio confuso con [2]la creatura di Dio.

 

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