4_Proseguo I

L’uomo può gioire nonostante non abbia ancora trovato quel che cerca. Perché l’Amore ha già spezzato dei legami e allentato le catene, anche se l’anima ha portato la croce della presunzione (vergogna) e credeva di poter fare da sola. Come nel Cantico Spirituale: in cerca dell’Amato (sono le prime due strofe - ha scalato montagne, muri, ha corso per trovarlo e stare con lui), dopo che lui l’ha ferita con visite (baciato labbra al miele) e tocchi d’amore (bruciava come fuoco/desiderio ardente), è addolorata per la mancanza dello Sposo: “dopo aver gustato qualche dolce e saporosa comunicazione (lingua degli angeli/la notte calda) si trova arida e sola” (tenuto per mano il diavolo/freddo come la pietra) e aspira all’unione con l’Amato (tutti i colori sfumeranno in uno). Ma è ancora in questa vita (sta correndo).

 

2 + Gospel Choir - I still haven’t found what I’m looking for

 

 

 

 

 

 

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Dio che prima «ferisce», cioè accende il desiderio, poi fugge, senza lasciare nemmeno il possesso per un istante. Non è possibile afferrare il valore, non è possibile impossessarsi di un bene, tanto meno del bene supremo che è Dio e l’appagamento del desiderio non è nel circoscrivere, comprendere e capire, ma neanche nel comprendere nel senso di afferrare, farne qualcosa di proprio, «un privilegio» (Fil 2, 6). Non può esserci appagamento nel desiderio: «Non mi bastava ancora la pena e il dolore che ordinariamente soffro per la Tua assenza: oltre a questo dopo avermi ferita con più amore (...) e accresciuto la passione e il desiderio della tua vista, fuggi con la leggerezza di un cervo e non Ti lasci afferrare per un istante» (CB 1, 16). 

Il desiderio è un’esperienza di trascendenza, cioè chi esce da sé stesso può desiderare è capace di desiderare. L’uomo che confonde il proprio io, la propria persona con tutta la realtà non può avere nessun desiderio, tutt’al più può avere delle sensazioni epidermiche a livello superficiale, ma non è capace di desiderare; desidera autenticamente e veramente chi è capace di trascendersi, cioè di uscire da sé stesso, chi scopre che al di là del suo naso c’è un mondo infinitamente più grande di lui, c’è una realtà che lo trascende. Ma uscire da sé stessi, perdendosi, significa alla fine scoprire questo bene supremo, che è Dio, nel «più profondo centro» (Llama de amor viva) di sé. Giovanni della Croce cita più volte Agostino; uscire da sé non è altro che rientrare più profondamente in se stessi.

Quale è la molla che fa scattare questo desiderare, questa capacità di desiderare? È il fatto di trovare una perfetta corrispondenza tra la mia ricerca, cioè quello che io sto cercando e quello che dall’esterno mi viene offerto, mi viene donato, è uno scoprire che fuori di me c’è un valore, un bene che viene incontro a quello che stavo cercando e si fa incontro a me. È un po’ l’esperienza che ci descrive anche il Vangelo nelle due parabole del tesoro nascosto nel campo e della perla preziosa; un uomo che trova quel tesoro, che trova quella perla va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo, si impossessa di quella perla e tutte queste azioni del comperare e del vendere sembrano determinate da questi soggetti, in realtà è quel tesoro ed è quella perla che determina tutte le azioni. Non sono io il soggetto del mio volere, del mio comprare, del mio vendere, ma è quella mia scoperta, il venirmi incontro di quel bene, che mi convince a fare determinate scelte, ma perché ho scoperto quel bene come valore, perché mi è stato donato, mi è venuto incontro.

La differenza tra chi deve, cioè parte dalla logica del dovere e chi desidera, cioè parte dalla logica del desiderio, si riscontra, a proposito della perla e del tesoro, tra chi dirà sempre e continuerà a sottolineare: “io ho venduto i miei averi, io ho rinunciato a questo per quel bene, per quel valore”; e chi dirà piuttosto: “io ho trovato quella perla preziosa, io ho scoperto, mi è venuto incontro, mi è stato donato un valore”. C’è una bella differenza tra i due modi di presentare la stessa realtà; quella scoperta porta sì a vendere, a rinunciare, a fare determinate scelte e determinate rinunzie, ma non è su quello che l’anima mette l’accento. Poiché «non riesce ad esprimersi dà il nome di un non so che» (CB 7, 1), a qualcosa che “avviene”, senza che lei ne sappia il perché e ne comprenda bene il significato.

Ciò che ha venduto, a cui ha rinunciato, quando quel qualcosa è avvenuto, sono «tutte le cose create e se stessa» (CB 1, 2). Da se stessa, infatti, l’anima non ha «certezza né la chiarezza del Possesso dello Sposo in questa vita» (CB 1, 4). Perciò rinuncia a ogni «devozione affettiva e sensibile» (CA 1, 2), notando che «per quanto grandi siano le comunicazioni e le presenze di Dio nei confronti dell’anima e per quanto alte e sublimi siano le conoscenze che un’anima può avere di Dio in questa vita, tutto questo non è l’essenza di Dio, né ha a che vedere con lui. In verità, egli rimane ancora nascosto all’anima …  Né l’alta comunicazione né la presenza sensibile di Dio sono, infatti, una prova certa della sua presenza, come non sono testimonianza della sua assenza nell’anima l’aridità e la mancanza di tali interventi» (CA 1, 2). Si mette dunque alla ricerca della Sua «essenza divina … inaccessibile a ogni occhio mortale e nascosta a ogni umana comprensione» (Ibid.). E dice: Dove ti sei nascosto? Da questo si riconosce che «ama davvero Dio … non si contenta di qualcosa d’inferiore a Dio» (CA 1, 6).

Il luogo «dove è nascosto il Figlio di Dio è, come dice san Giovanni, il seno del Padre (Gv 1, 18), cioè l’essenza divina, inaccessibile a ogni occhio mortale e nascosta a ogni umana comprensione. Per questo Isaia, parlando con Dio, si è espresso in questi termini: Veramente tu sei un Dio nascosto (Is 45,15)» (CB 1, 3). È vero che la «santa Chiesa, nostra Madre, sostiene e insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create»[1]. Senza questa capacità, l’uomo non potrebbe accogliere la rivelazione di Dio che è Gesù Cristo. L'uomo ha questa capacità perché è creato «a immagine di Dio» (Gn 1, 27). Se il nostro linguaggio esprimendosi alla maniera umana raggiunge realmente Dio stesso lo fa senza tuttavia poterlo esprimere nella sua infinita semplicità: «non si può rilevare una qualche somiglianza tra Creatore e creatura senza che si debba notare tra di loro una dissomiglianza ancora maggiore»[2]. Noi infatti «non possiamo cogliere di Dio ciò che egli è, ma solamente ciò che egli non è, e come gli altri esseri si pongano in rapporto a lui»[3].

Né l’alta comunicazione né la presenza sensibile di Dio sono «una prova certa della sua presenza di grazia, come non sono testimonianza della sua assenza nell’anima l’aridità e la mancanza di tali interventi. Per questo il profeta Giobbe afferma: Mi passa vicino e non lo vedo, se ne va e di lui non m’accorgo (Gb 9,11). Da ciò si può dedurre che se l’anima sperimentasse grandi comunicazioni, sensazioni o conoscenze spirituali, non per questo deve presumere che quanto sente è possedere o vedere chiaramente ed essenzialmente Dio, oppure è un possedere di più Dio o essere più dentro di lui, per quanto grande sia tutto questo. D’altra parte, se tutte queste comunicazioni sensibili e spirituali venissero a mancare e l’anima cadesse nell’aridità, nelle tenebre e nell’abbandono, non per questo deve pensare che le manchi Dio. In realtà, nel primo caso non può avere la certezza di essere nella sua grazia e nel secondo di esserne fuori, come dice il Saggio: L’uomo non conosce se sia degno di amore o di odio davanti a Dio (Qo 9,1)» (CB 1, 3-4).

Il desiderio sarà dunque della sua presenza avvolta nel mistero. È Dio che ci manca: mai del tutto afferrabile, mai conoscibile del tutto. Egli sta nell’ombra, è mistero, «cercalo nella fede e nell’amore, senza pretendere soddisfazione o gusto in nulla e senza voler comprendere più di quanto devi sapere. La fede e l’amore sono come due guide per te, che sei cieca, e ti guideranno dove non sai, fino al nascondiglio di Dio. La fede, infatti, che è il segreto, rappresenta i piedi con i quali l'anima va a Dio e l'amore è la guida che ve la porta. E mentre l'anima pondera a tentoni questi misteri e segreti della fede, meriterà che l'amore le sveli ciò che la fede racchiude in se, ossia lo Sposo che ella desidera: in questa vita per mezzo della grazia speciale, cioè l'unione con Dio; nell’altra vita per mezzo della gloria essenziale, godendolo faccia a faccia (1Cor 13,12), ormai non più nascosto» (CB 1, 11).

 



[1] Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 2: DS 3004; cf Ibid., De Revelatione, canone 2: DS 3026; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 6: AAS 58 (1966) 819.

[2] Concilio Lateranense IV, Cap. 2. De errore abbatis Ioachim: DS 806.

[3] San Tommaso d'Aquino, Summa contra gentiles, 1, 30: Ed. Leon. 13, 92.

 

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