5_Proseguo II

L’anima si scopre in preda agli appetiti che come fuoco la divorano e le tolgono il fiato. La musica forte, quasi violenta e le parole veloci e rabbiose danno veramente un senso di qualcosa di opprimente. La macchina perde man mano le portiere e il tetto liberando l’uomo all’interno. Dice che “nell’orazione gli appetiti vengono privati da Dio perché nessuna persona riesce a liberarsi da sola”. Solo se ci lasciamo liberare da noi stessi possiamo scendere, lasciando fare il lavoro da un Altro. La macchina bruci da sola. E quando finalmente accettiamo l’evidenza dell’opera divina possiamo di nuovo ritornare a stare sulla nostra macchina, non più inquieti.

 

 

Proseguo II

 

 

 

«Anche se possedesse tutti i beni insieme, l’anima non sarebbe contenta, anzi se più ne avesse, più sarebbe insoddisfatta» (CB 1, 14). Di più: «aumentando e risvegliando il suo appetito, al pari delle briciole per uno che ha molta fame» ciò le renderebbe «doloroso il doversi contentare di così poco» (CB 6, 3-4). Perché «tutte le cose create sono briciole che cadono dalla mensa di Dio. A buon diritto, dunque», «quelli che vogliono trovare nutrimento nelle cose create attraverso i loro appetiti» (CB 1S 6, 2) «sono chiamati cani» (CB 1S 6, 3). Infatti «vagano sempre affamati come cani, perché le briciole servono più a stimolare gli appetiti che a sedare la fame. ... chi è dominato dagli appetiti: è sempre scontento e inquieto, come un famelico» (1S 6, 3).

 

Nell’ «unico Figlio» il Padre mi ha «concesso tutto quello che desidero». In Lui i miei bisogni sono soddisfatti: «Miei sono i cieli e mia la terra, mie sono le genti, miei sono i giusti e miei i peccatori; gli angeli sono miei e mia è la Madre di Dio, tutte le creature sono mie».

 

 

 

Ma anche ciò che desidero e che non so nominare: «Dio stesso è mio e per me, perché Cristo è mio e tutto per me. E allora, cosa vuoi, cosa cerchi ancora, anima mia? Tuo è tutto questo ed è tutto per te».

 

 

 

Se mi accontentassi delle briciole, che sono le cose create, finirei coll’abbassarmi al di sotto di queste. Chi ama – infatti – «la creatura, si pone al livello della creatura e, in qualche modo, anche più in basso, perché l’amore non solo rende uguali, ma assoggetta l’amante all’oggetto amato» (1S 4, 3). Non solo, l’assoggettamento è inevitabile perché legato al limite creaturale. Il soggetto sempre scontento perché attinge ad una realtà finita; e inquieto perché, fosse anche questa infinita, non è da sempre, di essa non si può essere certi. È umano cercare qualcosa di stabile. Ma questo non lo si trova in qualcosa di finito o di infinto: solo nella dimensione dell’Eterno.

 

 

 

Perciò non ti abbassare al di sotto di ciò che ti viene dall’«unico Figlio»; «non accontentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo» (Orazione dell’anima innamorata). «Se ti fissi su qualcosa, tralasci di slanciarti verso il tutto» (1S 13, 12). Sono le creature stesse che anche tendono a fissarti su di loro, come tu tendi a fissarle su di te. Così ci si “esaurisce” reciprocamente. La creatura, a differenza del Creatore, è nel limite. Questo le fa chiedere sempre di più. L’Eterno non si trova nel bisogno, men che meno nell’ignoranza di ciò che desidera. Il suo unico movimento sta nel dare e, liberando da ogni fissazione dipendente, insegna all’uomo a andare oltre, realizzandosi.

 

Nell’orazione «gli appetiti vengono privati [da Dio - ndr] del gusto in tutte le cose» (1S 3, 1), «perché nessuna persona riesce da sola a liberarsi da tutti gli appetiti per giungere a Dio» (1S 1, 5) e godere di ciò di cui manca.

 

 

 

Dio non opera la «semplice privazione dei beni temporali, che di per sé non spoglia l’anima se questa continua a desiderarli; ma parlo della rinuncia al piacere e al desiderio di essi, che sola ne rende l’anima libera e vuota, anche quando li possedesse realmente. Non i beni di questo mondo occupano e danneggiano l’anima - infatti non vi penetrano dentro - ma solo l’attaccamento a tali beni e il desiderio che essa ha nei loro confronti» (1S 3, 4).

 

 

 

Sappiamo che il desiderio è legato a una mancanza che ha un solo nome, impronunciabile, come ci insegna l’Ebraismo. Il Dio di Gesù Cristo ha un volto ma continua a non avere un nome pronunciabile: «Io sono colui che sono!» (Es 3, 14).

 

 

 

Delle creature abbiamo bisogno ma esse non possono giungere a soddisfare il nostro desiderio. Quando veniamo privati del gusto di esse non allarmiamoci, non passiamo ad altro. Accettiamo la mancanza e approfittiamo di quel che accade per accogliere Dio che ci libera da una fissazione e procedere nello slancio verso di Lui, che è il Tutto, fino all’Unione, all’agire in piena sintonia col suo Amore. Il cuore chinato non sulle creature ma sulla loro miseria, nostra e altrui: «Misericordiosi come il Padre» (Lc 6, 36).

 

 

 

«la soddisfazione del cuore non si trova nel possesso delle cose, ma nella loro mancanza e nella povertà di spirito» (CB 1, 14), «ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”» (At 20, 35).

 

Lasciamoci liberare da noi stessi che siamo “appetito”. «L’appetito è l’uomo intero», diceva Federico Ruitz[1]. E gli appetiti esprimono il nostro attaccamento alle creature. Dobbiamo indebolirci come appetito, compiacerci nelle nostre «debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo» perché questo ci rende forti di Dio: «infatti quando sono debole, è allora che sono forte.» (2Cor 12, 10).

 

«Quanto più forte è l’appetito, tanto più grande è il tormento per l’anima, cosicché l’uno è proporzionato all'altro; più numerosi sono gli appetiti, più numerosi sono i suoi tormenti. Nell’anima, infatti, si realizza, già in questa vita, ciò che l’Apocalisse dice di Babilonia: Quantum glorificavit se, et in deliciis fuit, tantum date illi tormentum et luctum, cioè: Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo lusso, restituiteglielo in tanto tormento e afflizione (Ap 18,7). È proprio vero che come è tormentato e afflitto chi cade nelle mani del suo nemico, così è tormentata e afflitta l’anima che si lascia trasportare dai suoi appetiti.

 

Di tale realtà abbiamo un'immagine nel libro dei Giudici (16, 21). Ivi si legge che il robusto Sansone, prima forte, libero e giudice di Israele, una volta caduto nelle mani dei suoi nemici perse la forza, fu accecato e costretto a girare una macina. Così lo tormentarono e lo fecero soffrire molto. Tale è la sorte dell'anima quando questi nemici, gli appetiti, sono vivi e vittoriosi su di essa; incominciano prima a indebolirla e ad accecarla; poi, come dirò più avanti, l'affliggono e la tormentano, legandola alla macina della concupiscenza; i legami che la tengono avvinta sono i suoi stessi appetiti» (1S 7, 2)[2].

 

Dobbiamo accettare l’evidenza dell’opera divina che ce ne vuole liberare. Disporci ad accoglierla ed accoglierla, contro qualsivoglia chiusura nei confronti della realtà del danno delle creature a cui siamo attaccati, rinunciando alla dipendenza da una nostra presunta autosufficienza.

 



[1] Il più grande esperto di san Giovanni della Croce. In F. Ruiz, San Giovanni della Croce. Il santo, gli scritti, il sistema, Roma 1973, p. 666.

[2] Cfr. 1S 6, 6-7; 1S 8, 3.

 

 

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