7_Fondazioni

 

 

PROLOGO

 

 

GESÙ

 

1 - Conosco per esperienza il gran bene che deriva all'anima dal non mai dipartirsi dall'obbedienza. Pur prescindendo dal molto che ne ho letto in vari libri, so che da ciò dipende l'avanzamento nella virtù, l'acquisto dell'umiltà, la sicurezza contro il timore di smarrire la strada del cielo - timore che in questa vita è sempre bene coltivare - e quella pace tanto grata a chi desidera di piacere a Dio. Se le anime si abbandonano alla santa obbedienza con sincerità e vi assoggettano l'intelletto non volendo aver altro giudizio che quello del confessore, o se religiosi, del loro Superiore, il demonio lascia d'assalirle con le sue continue inquietudini, sapendo egli per esperienza che ne uscirebbe più con perdita che con guadagno. Cessano del pari quei nostri inquieti movimenti che ci portano sempre a far la nostra volontà e a non assoggettare la ragione nelle cose di nostro gradimento, perché ci ricordiamo d'aver decisamente sottomessa la volontà a quella di Dio e d'aver eletto a questo scopo chi ce ne tenga le veci.

Avendomi il Signore, nella sua bontà, illuminata a ben conoscere il gran tesoro racchiuso in questa preziosa virtù, ho fatto del mio meglio per praticarla, benché sempre debolmente e con imperfezione. Spesso la mia poca virtù vi ripugna, come vedo in alcune cose che mi vengono comandate. Si degni Sua Divina Maestà di concedermi quello che mi manca per il presente lavoro.

 

2 - Nel 1562, anno in cui si fondò il monastero di S. Giuseppe di Avila, mentre ero là, il domenicano P. fra Garcia de Toledo,[1] allora mio confessore, mi ordinò di scrivere la storia di quella fondazione, con varie altre cose che, volendolo, si potranno leggere, se quel mio scritto verrà alla luce. Stando ora a Salamanca, in quest'anno 1573 vale a dire, undici anni dopo - il P. Rettore della Compagnia, chiamato Maestro Ripalda,[2] da cui ora mi confesso, avendo visto il libro di quella prima fondazione, mi ordinò di stendere la storia degli altri sette monasteri che per bontà di Dio si sono poi fondati, unicamente a quella dei primi conventi dei Padri Scalzi della Regola primitiva, persuaso che un tal racconto sia di gloria al Signore.

Questa obbedienza mi pareva impossibile, perché già sovraccarica di affari, lettere ed altre occupazioni improrogabili impostemi dai miei Superiori. Oltre a ciò, mi preoccupavo alquanto per la mia scarsa capacità e malferma salute: ero così miserabile che spesso mi sembrava insopportabile anche il lavoro ordinario. Che dire poi con quest'altro? Ma mentre mi raccomandavo a Dio, udii queste parole: «Figlia, l'obbedienza dà forza».

 

3 - Piaccia a Sua Maestà che sia così, e mi dia grazia di riuscire, in sua gloria, a narrare i favori che con queste fondazioni Egli ha fatto al nostro Ordine. Si tenga intanto per sicuro che dirò le cose con estrema sincerità e senza la minima esagerazione, almeno fin dove saprò accorgermi. Esporrò i fatti come si sono svolti. Se per nulla al mondo m'indurrei a mentire, neppure in cose di pochissima importanza, a maggior ragione n'avrei scrupolo in questo scritto destinato a dar gloria a Dio. Crederei, non solo di perdere tempo ma di servirmi delle cose sante per ingannare la gente, per cui Dio, invece d'esserne lodato, ne rimarrebbe offeso: e sarebbe un tradimento - Si degni Sua Maestà di non ritirare da me la sua mano affinché non abbia a cadere in sì gran male!

Dirò di ogni fondazione in particolare, e, se lo saprò fare, procurerò d'esser breve, perché, con uno stile così pesante come il mio, temo, malgrado ogni mio sforzo, di finire con stancare e stancarmi. Ma siccome questo scritto è fatto per le mie figliole, alle quali dovrà passare dopo la mia morte, spero che il grande amore che esse mi portano lo renderà loro sopportabile.

 

4 - In questo lavoro non mi prefiggo alcuna personale utilità, né avrei ragione di prefiggermene, ma soltanto la gloria e la lode di Dio, poiché molte saranno le cose che qui ecciteranno a benedirlo. Piaccia a Sua Maestà che nessuno pensi di attribuirmene qualche merito, perché sarebbe contro verità. Piuttosto si preghi il Signore di perdonarmi il cattivo uso che ho fatto di tante grazie, essendovi più ragioni di compiangermi per questo, che non di ringraziarmi per le fondazioni compiute. Figliole mie, lodiamo insieme la misericordia di Dio per i molti benefici che ci ha elargiti. A quanti leggeranno questo scritto domando un'Ave Maria per amor di Dio, affinché mi sia facilitata l'uscita dal purgatorio e giunga a veder Gesù Cristo Signor Nostro, che vive e regna col Padre e con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

5 - Con la mia poca memoria credo che ometterò molte cose di grande importanza per narrarne altre che potrebbero essere tralasciate: e così questo lavoro risentirà del mio scarso ingegno, della mia imperizia e del poco tempo che ho.

Mi hanno pure ordinato, presentandosene l'occasione, di dire qualche cosa intorno all'orazione, e d'indicare le illusioni che potrebbero ostacolarne il progresso a coloro che la praticano. Da parte mia mi sottometto in tutto a ciò che insegna la Santa Madre Chiesa Romana, e desidero che questo scritto, prima di giungere alle vostre mani, sorelle e figliole mie, sia riveduto da persone dotte e spirituali.

Comincio nel nome del Signore, con l'aiuto della sua gloriosa Madre, di cui porto l'abito, benché indegna, e con quello del mio glorioso padre e signore S. Giuseppe, dalla cui intercessione sono sempre stata sostenuta e nella cui casa ora mi trovo, poiché questo monastero di Scalze è sotto il suo nome.

 

24 Agosto 1573, festa di S. Luigi, re di Francia.[3]

Sia lodato Dio!

 

 

 

COMINCIA LA FONDAZIONE

DEL MONASTERO DI S. GIUSEPPE

DEL CARMINE

IN MEDINA DEL CAMPO

 

 

CAPITOLO 1

 

In che modo si cominciò a trattare di questa e delle fondazioni seguenti

 

1 - Dopo la fondazione di S. Giuseppe di Avila, rimasi in quel monastero cinque anni; e mi pare che quelli siano stati i più tranquilli della mia vita, perché ora troppo raramente la mia anima può godere di tanta pace e tranquillità.

Nel frattempo entrarono in monastero alcune devote donzelle di poca età, che, a quanto si poteva giudicare dal lusso e dalle gale di cui facevano pompa, il mondo doveva già tenere per sue. Ma il Signore, dopo averle presto strappate a quelle vanità, le aveva condotte nella sua casa, arricchendole poi di tanta perfezione da restarne io profondamente confusa. E così arrivammo a tredici, numero che si era stabilito di non oltrepassare.[4]

 

2 - Era la mia gioia passarmela con anime così sante e pure, la cui unica brama era di servire e lodare il Signore.[5] Sua Maestà ci provvedeva del necessario senza che noi lo chiedessimo; e quando ce lo lasciava mancare ciò che avveniva assai di rado - la loro gioia era ancora più grande. Per tante e così sublimi virtù io non facevo che ringraziare il Signore, specialmente nel considerare la noncuranza con cui riguardavano ogni cosa per meglio servirlo.

Tra loro io facevo da priora, e non mi ricordo d'essermi mai preoccupata per il vitto, persuasissima, com'ero, che Dio non avrebbe mai mancato ad anime che d'altro non si curavano che di piacergli. Se qualche volta il cibo non bastava per tutte, e io dicevo che lo prendessero le più bisognose, nessuna si credeva di quel numero, e così si aspettava fino a quando il Signore lo mandava per tutte.

 

3 - Quanto all'obbedienza potrei narrare molti fatti di cui io stessa fui testimonio. Benché questa virtù mi sia molto cara, tuttavia non ne ho conosciuta la pratica se non quando mi fu insegnata da quelle serve di Dio. E se avessi virtù, non dovrei più dimenticarmene.

Ecco un fatto che mi viene ora alla mente. Un giorno ci passarono in refettorio una porzione di cetrioli, e a me ne toccò uno piccolo e guasto nel suo interno. Volli provare l'obbedienza di una fra le sorelle che avevano miglior criterio e intelligenza. La chiamai senza dar nulla a vedere e le ordinai che andasse a piantare quel cetriolo in un orticello che avevamo. La sorella mi domandò se doveva piantarlo diritto o per disteso. Le dissi di metterlo per disteso. Ella andò e fece come io le avevo detto, senza che le passasse per la mente che il cetriolo si sarebbe seccato. L'amore all'obbedienza le accecò la ragione naturale, facendole credere che la cosa fosse assai ragionevole.[6]

 

4 - Mi accadeva alle volte di affidare a una sorella sei o sette uffici fra loro incompatibili, ed ella li accettava in silenzio, credendo di poterli tutti adempiere.

Avevamo un pozzo la cui acqua, a giudizio di quelli che l'esaminarono, era molto cattiva. Per di più era così profonda che pareva impossibile farla scorrere per dei condotti.[7] Tuttavia volli provarci, e feci chiamare alcuni operai. Ma essi si ridevano di me quasi volessi buttare via il denaro. Io allora chiesi alle sorelle che ne pensassero. E una di loro mi rispose: «Bisogna metterci al lavoro. Nostro Signore deve ora provvederci di persone che ci portino acqua e fornirci insieme il necessario per mantenerle. Gli è più economico farci trovare acqua in casa, e lo farà senza dubbio».

Aveva parlato con tanta fede e con così grande convinzione che io mi tenni sicura. Feci eseguire il lavoro contro l'avviso del fontaniere che pur s'intendeva di acqua, e piacque a Dio che avessimo un bel getto sufficiente, che ci serve tuttora.

 

5 - Non lo presento come un miracolo perché allora avrei da narrarne molti altri, ma solo per mostrare la fede di quelle sorelle. Il fatto avvenne appunto in quel modo.[8] Non è già mio intento lodare le monache di questi monasteri, giacché finora, per bontà di Dio, camminano tutte così. Si andrebbe troppo per le lunghe riportare tutti i fatti di questo genere e i molti altri ancora. Certo che la cosa non sarebbe priva d'interesse, perché tali esempi incoraggerebbero all'imitazione quelle che verrebbero dopo. Comunque, se piacerà a Dio che dette cose si sappiano, i prelati daranno ordine alle Priore di scriverle.

 

6 - La mia miseria viveva dunque fra tali angeli. E tali appunto esse mi parevano, perché mi svelavano tutti i loro difetti, anche interiori, le grazie, gli ardenti desideri e il gran distacco di cui il Signore le favoriva. E si trattava di grazie molto grandi. La solitudine era la loro gioia, e mi assicuravano che non se ne saziavano mai. Subivano come un tormento le visite anche dei fratelli: quella si stimava più felice che più a lungo poteva starsene in un romitorio.[9]

Considerando la grande generosità di quelle anime e il coraggio, non certo di donna, che Dio loro concedeva per soffrire e impiegarsi nel suo servizio, mi veniva spesso da pensare che nel ricolmarle di tante ricchezze il Signore doveva avere qualche grande finalità. Non già che pensassi a quanto poi si è fatto, perché allora la cosa pareva impossibile, non essendovi neppure un principio che me ne potesse dare l'idea. Tuttavia, più il tempo passava e più in me crescevano i desideri di contribuire al bene di qualche anima, parendomi, molte volte, di essere come una persona in possesso di un grande tesoro, desiderosa di farne parte a tutti, ma impotente a distribuirlo perché con le mani legate. E legata, veramente, mi pareva che fosse la mia anima. Molte erano le grazie che allora Dio mi compartiva, ma siccome finivano in me, mi sembravano sterili. Servivo il Signore con le mie povere preghiere e incoraggiavo le sorelle a fare altrettanto, cercando di affezionarle al bene delle anime e a pregare per la propagazione della Chiesa. Chi trattava con loro ne rimaneva edificato, e io appagavo in tal modo i miei grandi desideri.

 

7 - Dopo quattro anni, o poco più, venne a trovarmi un religioso francescano, gran servo di Dio, chiamato fra Alfonso [Alonso] Maldonado,[10] che aveva i miei stessi desideri per la salute delle anime, ma del quale io avevo grande invidia perché li poteva mettere in pratica. Era tornato da poco dalle Indie, e cominciò a raccontarmi dei molti milioni di anime che laggiù si perdevano per mancanza d'istruzione religiosa. Ci tenne una predica con una esortazione per animarci alla penitenza, e se ne andò.

Io rimasi così afflitta per la perdita di tante anime che, non sapendomi più contenere, mi ritirai tutta in lacrime in un romitorio, e là innalzando la mia voce al Signore, lo supplicai di fornirmi di qualche mezzo per contribuire a guadagnarne qualcuna al suo servizio, poiché tante gliene rapiva il demonio, e di darmi la possibilità di far un po' di bene con la preghiera, posto che non sapevo far altro.

Invidiavo molto coloro che per amor di Dio potevano darsi all'apostolato, fosse pure a prezzo di mille morti; e mi accade tuttora, leggendo la vita dei santi, di sentire maggior devozione, invidia e tenerezza per le conversioni da essi fatte, che non per i tormenti a cui sono andati soggetti, poiché questa è l'inclinazione che il Signore mi ha dato. Mi pare che Egli apprezzi di più un'anima sola che con le nostre industrie ed orazioni per sua misericordia noi gli guadagniamo, che non qualunque altro servizio che gli possiamo rendere.

 

8 - Stando dunque in questa grandissima pena, una notte, mentre ero in orazione, mi apparve nostro Signore nella maniera che suole, e mostrandomi grande amore mi disse, quasi a consolarmi: «Aspetta un poco, o figlia, e vedrai grandi cose».

Queste parole mi s'impressero in cuore così al vivo, che non potei più dimenticarmene. Ma per quanto vi pensassi, non riuscivo a scoprirne il significato, né alcun segno per congetturarlo. Tuttavia rimasi molto consolata e con grande sicurezza che quelle parole si sarebbero avverate, benché il modo non mi sia mai passato per la mente. E così, credo, trascorsero altri sei mesi, dopo di che avvenne quello che ora dirò.

 

 

CAPITOLO 2

 

Il nostro P. Generale viene ad Avila - Conseguenze della sua visita

 

1 - Ordinariamente i nostri Superiori Generali risiedono in Roma. Nessuno di loro era mai venuto in Spagna[11] e sembrava impossibile che ci venissero allora. Ma a Dio nulla è impossibile. Ed Egli appunto dispose che accadesse allora quello che non era mai accaduto.

Quando io lo seppi, mi parve d'averne dispiacere, perché siccome il monastero di S. Giuseppe di Avila non era soggetto all'Ordine, per quei motivi già da me esposti nella storia della sua fondazione, mi venne da temere due cose: la prima, che il P. Generale si rammaricasse con me, e a ragione, per non sapere come le cose erano andate,[12] e la seconda, che mi comandasse di tornare all'Incarnazione dove si osserva la Regola mitigata, il che mi sarebbe stato ben duro per i molti motivi che qui non è necessario dichiarare. Basta questo: là non avrei potuto osservare la Regola primitiva in tutto il suo rigore, senza poi dire che là le monache erano più di centocinquanta,[13] mentre dove sono poche, vi è più concordia e tranquillità.

Ma il Signore dispose le cose in tal modo che meglio non avrei pensato, perché il Generale, che è un gran servo di Dio, molto dotto e prudente, riconobbe la bontà dell'opera, e del rimanente non mi mostrò dispiacere. Si chiama fra Giovanni Battista Rubeo di Ravenna, persona assai stimata nell'Ordine, e a ragione.[14]

 

2 - Giunto che fu ad Avila, procurai che venisse a S. Giuseppe; e il Vescovo concesse volentieri che lo ricevessimo con gli onori dovuti alla sua stessa persona. Gli resi conto di ogni cosa con sincerità e franchezza, essendo questo il mio costume quando ho da trattare con i Superiori e confessori, checché ne possa avvenire, perché essi mi tengono le veci di Dio, e facendo altrimenti mi parrebbe di non dover esser sicura. Lo misi a parte anche del mio interno e di quasi tutta la mia vita, benché tanto cattiva. Egli mi consolò assai, rassicurandomi che non mi avrebbe ordinato di partirmi di là.

 

3 - Gioiva molto nel vedere il nostro modo di vivere: gli pareva un'immagine - imperfetta senza dubbio - dei primi tempi dell'Ordine, perché noi osservavamo la Regola primitiva in tutto il suo rigore, mentre negli altri monasteri dell'Ordine si seguiva la mitigata.[15] Volendo poi che quell'inizio di riforma si estendesse di più, mi dette facoltà molto ampie per fondare altri monasteri, con censure per i Provinciali che mi avessero ostacolata.[16] Io non gliele avevo domandate, ma egli aveva compreso dal mio modo di orazione che desideravo ardentemente di far in maniera che qualche anima si unisse di più a Dio.

 

4 - Non ero dunque io che mi procuravo quei mezzi: anzi, il farlo mi sarebbe parso follia, per esser io persuasa che una donnicciola come me, priva di ogni capacità, non avrebbe potuto far nulla. Ma quando un'anima è presa da quei desideri, non può liberarsene. La fede e la brama di contentare il Signore rendono possibile ciò che tale non sarebbe secondo i lumi della ragione.

Appena conobbi che il reverendissimo Padre nostro generale voleva assolutamente che fondassi altri monasteri, li ritenni per già fondati, e ricordandomi delle parole di nostro Signore intravidi un principio di ciò che prima non potevo capire.

Soffrii molto quando vidi il Padre nostro Generale riprendere la via di Roma. Mi ero tanto a lui affezionata che mi pareva di rimanere molto sola. Egli mi si mostrava pieno d'affetto ed attenzione, e appena era libero, veniva a S. Giuseppe a trattare di cose spirituali. Il Signore doveva favorirlo di grandi grazie, e noi eravamo felici di poterlo ascoltare.

Prima che partisse, il vescovo don Alvaro de Mendoza, sempre disposto a favorire le anime che si sforzano di servire Dio con maggior perfezione, gli chiese, come avevano già fatto altre persone, di fondare nella sua diocesi alcuni conventi di frati scalzi della Regola primitiva.

Egli avrebbe voluto acconsentire, ma siccome nell'Ordine aveva trovata opposizione, lasciò la cosa in sospeso per non turbare la provincia.

 

5 - Trascorsi alcuni giorni, cominciai a pensare quanto sarebbe stato necessario che fondandosi monasteri di monache, se ne fondassero pure di frati della medesima Regola, tanto più che i religiosi di questa provincia erano così pochi che pareva stessero per finire. Raccomandai la cosa al Signore, e ne scrissi al Padre nostro Generale supplicandolo del mio meglio e rappresentandogli quanto Dio ne sarebbe stato glorificato, mentre gli ostacoli che avremmo potuto incontrare non sarebbero mai stati così gravi da farci rinunciare a un'opera così santa. Gli misi innanzi anche il servizio che avrebbe reso a nostra Signora, di cui era molto devoto, ed Ella senza dubbio dovette occuparsi della cosa. Infatti, la mia lettera gli venne consegnata mentre era a Valenza, e di là, come quegli che aveva molto a cuore la maggior perfezione dell'Ordine, mi inviò la licenza di fondare due conventi di frati.[17] Ma per evitare questioni, mi rimise al consenso del Provinciale in carica e a quello del precedente. Vedevo anch'io che un tal consenso sarebbe stato difficile ad aversi, ma siccome avevo ottenuto il più, speravo che il Signore avrebbe fatto il rimanente. E così fu, perché, grazie all'intervento del Vescovo che riguardava la cosa come sua, i Provinciali acconsentirono entrambi.

 

6 - Ma se da una parte mi consolavo per le autorizzazioni ottenute, mi angustiavo dall'altra per non aver un religioso in tutta la provincia che conoscessi atto a dar principio all'opera, né alcun secolare che volesse assumerne l'incarico. Non facevo che supplicare il Signore affinché ne suscitasse qualcuno. Ma non avevo casa, né mezzi per acquistarla... Ero una povera monaca scalza, senza aiuti di sorta, fuorché da Dio, carica di patenti e di buoni desideri, ma impossibilitata ad attuarli. Però il coraggio non mi venne mai meno. Speravo sempre che il Signore, dopo aver dato una parte, avrebbe dato anche l'altra. E siccome la cosa mi pareva possibile, detti principio all'impresa.

 

7 - Oh, grandezza di Dio! Come risplende la vostra potenza in questo ardire che Voi date a una formica! Ah, Signore mio, se chi vi ama non fa grandi cose, non è certo per Voi, ma unicamente per la nostra pusillanimità e codardia che c'impedisce di risolverci per davvero, pieni di timori ed umane prudenze come sempre siamo. Per questo, o mio Dio, non esplicate le vostre grandezze e meraviglie. Chi più di Voi è amico di dare, trovando chi voglia ricevere? Chi più largamente di Voi retribuisce i servizi che gli si rendono? Piaccia alla Maestà Vostra che qualcuno ve n'abbia reso anch'io, senza ritrovarmi maggiormente debitrice per il molto che mi avete concesso! Amen.

 

 

CAPITOLO 3

 

In che modo si cominciò la Fondazione del monastero di S. Giuseppe in Medina del Campo

 

1 - Mentre ero assediata da tutte queste preoccupazioni, mi venne in mente di giovarmi dei Padri della Compagnia di Gesù che in quel luogo - a Medina - erano molto ben accetti.[18] Come ho già scritto nel racconto della prima fondazione,[19] l'anima mia si servì di loro per molti anni; e per il gran bene che mi fecero, conservo per essi una devozione tutta particolare. Fortuna volle che fosse rettore di quel collegio un Padre, dal quale - come ho detto a suo luogo, senza però nominarlo - mi ero confessata per vari anni. Si chiama Baldassarre Alvarez, attualmente provinciale.[20] Gli scrissi mettendolo a parte di quanto il nostro Padre Generale mi aveva ordinato. Mi rispose che egli ed altre persone, avrebbero fatto il possibile per aiutarmi. E molto infatti lavorarono per ottenere il consenso della città e del Vescovo, cosa che è dovunque difficile per un monastero senta rendite. In queste trattative si trascorsero alcuni giorni.[21]

 

2 - Andò a Medina anche un sacerdote gran servo di Dio, molto staccato dalle cose del mondo e di grande spirito d'orazione. Si chiamava Giuliano d'Avila,[22] cappellano del monastero dove allora mi trovavo. Il Signore gli ispirava i miei medesimi desideri, e mi aiutò molto, come si vedrà a suo luogo.

Ottenutane la licenza, non avevo casa e quasi nemmeno una blanca[23] per acquistarla. Non parliamo poi di credito. Come poteva averne una pellegrina come me, se il Signore non si fosse degnato d'aiutarmi? Ma Egli dispose che una donzella molto virtuosa, per la quale in S. Giuseppe non si era potuto trovare posto, venisse a sapere che si stava fondando un'altra casa e mi pregasse di accettarla.[24] Aveva un po' di soldi, ma troppo pochi per comperare una casa: bastavano appena per prenderne una in affitto e sopperire alle spese del viaggio. Ne affittammo una; e con queste sole risorse partimmo da Avila io, due monache di S. Giuseppe e quattro dell'Incarnazione, che è il monastero dove si osserva la Regola mitigata e dove sono stata pur io prima che si fondasse S. Giuseppe. Ci accompagnava Giuliano d'Avila, nostro Padre cappellano.[25]

 

3 - Grandi mormorazioni si levarono in città quando lo si venne a sapere: alcuni dicevano che ero pazza, ed altri volevano vedere come quella follia sarebbe andata a finire. La giudicava una pazzia anche lo stesso Vescovo, secondo quello che mi confidò, ma non mi disse nulla né volle ostacolarmi, perché mi voleva molto bene e temeva di darmi pena. I miei amici invece me lo ripetevano fino alla noia, ma io non ne facevo caso: mi pareva così facile quello di cui essi dubitavano, che non sapevo persuadermi di non dovervi riuscire.

Prima della nostra partenza da Avila, avevo scritto a un Padre del nostro Ordine, chiamato fra Antonio de Heredia,[26] pregandolo di comperarmi una casa. Era priore del convento di S. Anna che il nostro Ordine possiede in quella città; e lo pregai, ripeto, di comperarmi una casa. Egli ne parlò a una signora sua devota[27] che ne aveva una in ottima posizione, ma tutta in rovina, eccetto un appartamento. La signora fu così buona che promise subito di vendergliela, e ne stipularono il contratto, senz'altre cauzioni e garanzie che la parola del Padre. Se avesse chiesto delle cauzioni non si sarebbe fatto nulla, ma il Signore aveva disposto così.[28]

Le mura della casa erano molto rovinate; e in attesa della loro riparazione ne affittammo un'altra, perché il lavoro era lungo.

 

4 - La sera del primo giorno di viaggio, mentre, stanche per la scomodità del cammino, eravamo per entrare in Arevalo,[29] ci venne incontro un ecclesiastico nostro amico[30], che ci aveva preparato l'alloggio in casa di alcune devote donne. Mi disse segretamente che eravamo senza casa, perché quella presa in affitto era vicina a un convento di agostiniani che si opponevano al nostro ingresso, per cui bisognava ricorrere a una lite.[31]

Ma com'è vero, mio Dio, che a ben poco servono le contraddizioni quando Voi vi compiacete di dar coraggio! Quella notizia sembrò rianimarmi, perché pensai che se il demonio cominciava ad irritarsi, voleva dire che in quel monastero il Signore sarebbe stato servito. Tuttavia pregai quell'ecclesiastico di non dir nulla per non turbare, specialmente, due di quelle dell'Incarnazione: le altre avrebbero sopportato per amor mio qualsiasi genere di travaglio. All'Incarnazione, una di esse era sottopriora, e per uscirne aveva dovuto superare molte difficoltà.[32] Ambedue poi erano di famiglia distinta e mi seguivano contro la volontà dei parenti, perché il nostro disegno era giudicato da tutti una follia. Vidi anch'io che avevano ragione da vendere, ma nessuna ragione mi par sufficiente per farmi desistere quando piace al Signore che io abbia a fondare un monastero. Vado innanzi sino ad opera compiuta. Le difficoltà mi si presentano tutte insieme appena giunta alla fine, come poi si vedrà.

 

5 - Arrivati all'alloggio, seppi che vi era in paese un Padre domenicano, gran servo di Dio, dal quale mi ero confessata durante il soggiorno in S. Giuseppe. Avendo già parlato a lungo della sua virtù nel racconto di quella fondazione, qui non dirò che il nome: era il Maestro fra Domenico Bañez, uomo di grande dottrina e prudenza, secondo il cui parere io cercavo di agire.[33] Il nostro disegno non parve a lui così difficile come sembrava agli altri, perché chi meglio conosce Dio, più trova facili le sue opere. Lo credeva possibile anche perché conosceva le grazie di cui il Signore mi favoriva, e aveva visto quello che era avvenuto nella fondazione di S. Giuseppe. La sua visita mi fu di grande consolazione, essendo lo persuasa che in grazia dei suoi consigli mi sarebbe andato tutto bene.

Venuto dunque a visitarmi, gli esposi in gran segreto la situazione in cui eravamo, ed egli trovò che le difficoltà degli agostiniani si potevano appianare facilmente. Ma a me premeva che non vi fossero indugi, perché con tante monache non avrei saputo cosa fare. Intanto l'imbarazzo non tardò ad essere conosciuto, e passammo la notte in grande agitazione.

 

6 - All'indomani, di buon'ora, giungeva ad Arevalo il P. Antonio, priore del nostro Ordine. Ci disse che la casa di cui aveva combinato l'acquisto era sufficiente per alloggiarci e che aveva un portico, il quale, ornato con alcuni drappi, avrebbe potuto servirci di cappella.

Abbracciammo il suo consiglio, che almeno a me pareva il migliore, perché quello che più ci conveniva era di far presto, sia perché eravamo fuori di monastero e sia perché temevo opposizioni: tutte cose che avevo imparato a mie spese nella prima fondazione. Volevo che se ne prendesse possesso prima che la cosa fosse conosciuta. Perciò risolvemmo di metterci subito all'opera. E il P. Maestro fra Domenico fu del medesimo parere.[34]

 

7 - Arrivammo a Medina del Campo la vigilia della Madonna d'Agosto, alle dodici di notte. Per non far rumore, scendemmo al convento di S. Anna e ci portammo a piedi alla nostra casa.[35] In quell'ora si facevano entrare i tori per le corse del domani, e fu per una grande grazia di Dio se non c’imbattemmo in qualcuno. L'orgasmo in cui eravamo non ci faceva pensare a nulla. Ma ci liberò Colui che vigila continuamente su chi desidera servirlo, poiché noi non avevamo altro scopo.

 

8 - Giunte alla casa, entrammo in un cortile. Le pareti mi parvero molto rovinate, benché non tanto come quando le osservai di giorno. Pare che il Signore abbia voluto che quel benedetto Padre si accecasse per non vedere quanto sconvenisse mettere il santissimo Sacramento in quel luogo...

Trovammo il portico tutto ingombro di terra che bisognava portare via. Era coperto di una semplice tettoia ed aveva le pareti senza intonaco. La notte era già avanzata. Non avevamo che alcuni cortinaggi, credo tre: un nulla per coprire tutta la lunghezza del portico. lo non sapevo cosa fare perché vedevo che là un altare non si sarebbe potuto convenientemente erigere. Ma il Signore voleva che lo si innalzasse subito, e gli piacque che il maggiordomo della signora tenesse presso di sé molte tappezzerie della medesima e una sovracoltre di damasco azzurro. - Quella dama era molto buona e gli aveva ordinato di darci quanto avessimo desiderato.

 

9 - Vedendo così belle cose, ringraziai il Signore come avranno fatto anche le mie compagne. Ma non avevamo chiodi né sapevamo ove prenderli, ché quella non era certo l'ora d'andarli a comprare. Ci demmo a cercare nelle pareti e a stento riuscimmo a trovarne a sufficienza. Allora gli uomini si posero a stendere le tappezzerie, noi a sgombrare il pavimento, e lavorammo con tanta fretta che sul fare del giorno l'altare era pronto. Appendemmo la campanella in un corridoio e si celebrò la S. Messa.[36]

Per la presa di possesso questo sarebbe stato sufficiente, ma, non sapendolo, vi riponemmo anche il SS. Sacramento.[37] Non avendo altro posto, noi monache stavamo dietro una porta di fronte all'altare, ascoltando la Messa attraverso alcune fessure.

 

10 - Fin qui ne ero molto contenta, essendo per me di grande consolazione vedere una chiesa di più dove il SS. Sacramento sia adorato. Ma fu solo per poco, perché, terminata la Messa e affacciatami allo spiraglio di una finestra per vedere il cortile, vidi che in certe parti le mura erano completamente abbattute, e che per ripararle vi sarebbero occorsi molti giorni.

Mio Dio! Quando vidi Sua Maestà in mezzo alla strada, in tempi così pericolosi come i nostri, a causa dei luterani, non vi so dire l'angoscia che mi strinse il cuore.[38]

 

11 - Oltre a ciò, si presentarono al mio spirito tutte le difficoltà sollevatemi da coloro che più mi avevano criticata, e riconobbi che avevano ragione. Proseguire mi pareva impossibile. Prima, al pensiero di lavorare per Dio tutto mi sembrava facile, ma allora la tentazione non mi faceva pensare al suo potere fino a sembrarmi di non aver avuta alcuna grazia e di non vedermi che con la mia miseria e incapacità. E che esito potevo io sperare appoggiata alle mie miserabili forze? Più sopportabile mi sarebbe parsa la cosa se fossi stata sola, ma assai dura me la rendeva il pensiero delle mie compagne che avrebbero dovuto tornare al monastero da cui erano uscite con tante contraddizioni. Dopo questo insuccesso, come avrei potuto credere a ciò che il Signore mi aveva detto intorno a quello che avrebbe fatto nell'avvenire? Si aggiunga il timore che le parole intese nell'orazione non fossero che illusione: pena non certo piccola, ma più grave di tutte, perché il pensiero di essere vittima del demonio mi accorava enormemente.

O mio Dio!... che pena vedere un'anima che Voi lasciate in preda alle sue angosce! Veramente, quando penso a quelle pene e alle varie altre sofferte in queste fondazioni, mi pare che, in paragone, non debba punto far caso delle fatiche corporali in esse sostenute, benché anch'esse molto gravi.

 

12 - Malgrado questa grande afflizione che mi stringeva l'anima, cercai di non lasciar nulla trasparire, per non amareggiare le mie compagne più di quello che già lo erano, e rimasi in questo stato fino al pomeriggio, allorché il Rettore della Compagnia mi mandò uno dei suoi Padri a visitarmi. Mi disse parole d'incoraggiamento e mi consolò molto, e io, tacendogli ogni altra pena, gli dissi solo di quella che sentivo nel trovarci sulla strada.

Procurai che alcuni ci cercassero una casa in affitto a qualunque prezzo, onde alloggiarvi in attesa che si restaurasse la nostra. Cominciai a consolarmi nel vedere la gran gente che veniva alla nostra cappella; e fu per una grande grazia di Dio se nessuno si accorse della nostra imprudenza nel tenere il SS. Sacramento in quel luogo, perché ce l'avrebbero tolto, e a ragione. Deploro ora la mia leggerezza, e mi domando come nessuno abbia pensato di consumare le sacre Specie. Mi pareva, se lo avessero fatto, che la nostra fondazione sarebbe stata distrutta.

 

13 - Per quanto si cercasse, non si poté trovare in città una casa in affitto, e io passavo i giorni e le notti in angoscia. A guardia del SS. Sacramento lasciavo sempre alcuni uomini; ma di notte, temendo che si addormentassero, mi alzavo per spiare da una finestra, dalla quale, splendendo la luna, potevo vedere ogni cosa.[39] In tutti quei giorni la gente venne sempre in gran folla, e non solo non sembrava loro mal fatto che nostro Signore si trovasse in quello stato, ma nel vederlo un'altra volta sotto un portico[40] ne sentivano devozione. E Sua Maestà che per noi non si stanca mai di umiliarsi, pareva che non volesse abbandonarlo.

 

14 - Dopo otto giorni, un mercante che abitava in una casa molto buona, vedendo la nostra necessità, ce n'offerse il piano superiore, con piena libertà di accomodarci come in casa nostra. Aveva una gran sala dorata, e ce la cedette per sistemarvi la cappella.[41] Intanto una signora, gran serva di Dio, chiamata donna Elena de Quiroga, che abitava presso alla casa che avevamo comperata, mi promise di aiutarmi per l'immediata costruzione d'una cappella che potesse accogliere il SS. Sacramento e per la sistemazione della clausura. Altre persone ci inviarono elemosine per vivere. Ma chi maggiormente mi soccorse fu la signora che ho detto.[42]

 

15 - Grazie alla stretta clausura in cui eravamo nell'appartamento imprestatoci, cominciai a godere un po' di pace, e prendemmo a recitare l'ufficio. Intanto il buon Priore si dava fretta perché ci riparassero al più presto la casa, e dovette faticare non poco. Malgrado tutto, bisognò attendere due mesi. Però l'abitazione fu sistemata in tal modo che vi potemmo stare discretamente per alcuni anni. - In seguito nostro Signore si compiacque di rendercela più comoda.

 

16 - Stando a Medina, continuavo a interessarmi per la fondazione dei religiosi, benché non sapessi come fare, per non aver a disposizione alcun soggetto. Risolsi di parlarne in segreto al Priore di Medina[43] per vedere che cosa ne pensasse. Lo feci, ed egli all'udire il mio disegno si rallegrò moltissimo, e mi promise d'esserne il primo.

Io credetti che scherzasse, e glielo dissi. È sempre stato un buon frate, raccolto, molto studioso, amante della cella ed istruito; ma non mi pareva adatto per un tal inizio, e nemmeno in possesso di tanto spirito da promuovere le austerità necessarie, essendo di complessione delicata e non preparato a praticarle. Ma egli si sforzava di assicurarmene, confidandomi che già da tempo il Signore lo veniva chiamando a un genere di vita più perfetto, che aveva deciso di passare tra i certosini e che quei Padri gli avevano promesso di riceverlo. Lo ascoltai volentieri ma senza sentirmi soddisfatta. Lo pregai d'attendere un poco, consigliandolo nel contempo di esercitarsi in quelle pratiche che avrebbe dovuto promettere. Restammo intesi così, e trascorse un altro anno, durante il quale egli fu assalito da tante pene, persecuzioni e calunnie da far pensare che il Signore volesse metterlo alla prova.[44] Egli sopportò tutto con pazienza, e fece così rapidi progressi che io ne ringraziai il Signore, sembrandomi che lo venisse appunto preparando per la nostra riforma.

 

17 - Poco tempo dopo venne a Medina un giovane Padre, ancora studente a Salamanca. Si chiama fra Giovanni della Croce,[45] e ci veniva come compagno di un altro religioso, dal quale seppi grandi cose del suo genere di vita. Gli volli parlare e rimasi molto soddisfatta, ringraziandone il Signore. Seppi che anch'egli voleva farsi Certosino, ma io gli esposi i miei disegni e lo pregai insistentemente di attendere fino a quando Dio ci avesse provveduti di un convento. Gli feci inoltre osservare il gran bene che ne sarebbe venuto e il servizio che avrebbe reso al Signore se, bramando di condurre vita più perfetta, lo avesse fatto nel suo stesso Ordine. Egli mi promise d'aspettare, purché non si andasse troppo per le lunghe.

Quando vidi che avevo due religiosi con cui cominciare, ritenni la cosa per già fatta. Tuttavia aspettai ancora un po' di tempo perché non ero del tutto contenta del P. Priore. - D'altra parte bisognava pur avere dove cominciare.[46]

 

18 - Intanto le monache venivano stimate ogni giorno più. Nel popolo erano tenute in grande venerazione, e credo a buon diritto, perché non attendevano che a meglio servire il Signore. Osservavano la Regola e le Costituzioni che si seguivano in S. Giuseppe di Avila, governandosi in tutto secondo il loro modo di vivere. Frattanto il Signore cominciò a chiamare alcune giovani a vestire il nostro abito, favorendole poi di tante grazie che io ne andavo meravigliata. Sia Egli per sempre benedetto! Amen. - Sembra che per effondere il suo amore, non aspetti altro che d'essere amato.

 

 

CAPITOLO 4

 

Grazie di Dio alle religiose di questi monasteri. - Come le Priore devono comportarsi in simili favori

 

1 - Non sapendo quanto di vita mi riserbi ancora il Signore, né se ancora potrò aver tempo disponibile, credo bene - ora che ne ho un poco - d'impartire, prima di andare innanzi, alcuni avvisi alle Priore, affinché sappiano regolarsi e dirigano le suddite secondo il maggior profitto delle loro anime, nonostante che ciò possa essere increscioso.

È bene far notare che fino ad oggi, mentre obbedisco al comando di scrivere queste fondazioni, si sono già stabiliti, per bontà di Dio, ben sette monasteri, senza contare S. Giuseppe di Avila la cui storia è stata scritta subito.[47] L'ultimo è quello di Alba de Tormes. Ma ben altri se ne sarebbero fondati se i miei Superiori non mi avessero occupata in altre cose, come a suo luogo dirò.[48]

 

2 - Considerando i fatti spirituali che sono avvenuti in questi anni nei nostri monasteri, ho compreso la necessità di quanto ora voglio dire. - Piaccia a Dio che sappia esprimermi secondo il bisogno.

Quando non si tratta d'illusioni, è bene non dar luogo a paure. L'ho già detto altrove scrivendo alcune cosucce per le sorelle.[49] Se si sta all'obbedienza e si va innanzi con coscienza pura, il Signore non permetterà mai al demonio d'aver tanta forza d'ingannarci e di esserci di danno. Anzi, l'ingannato sarà lui. E siccome lo sa, credo che a farci del male non sia tanto il demonio, quanto la nostra immaginazione e i cattivi umori, specialmente quelli della melanconia: le donne sono molto deboli di natura, senza poi dire dell'amor proprio che in noi è sottilissimo. Avendo trattato con molte persone venute a trovarmi - uomini e donne - senza contare le monache di questi monasteri, ho visto chiaramente che molte volte, pur non volendolo, ci s'inganna da noi stessi. Credo che in ciò debba intromettersi il demonio. Tuttavia, nel gran numero di anime che ho conosciuto, non ne ho vista una, per bontà di Dio, che sia stata da Lui abbandonata. - Ben può essere che nel permettere questi inganni Egli si proponga di farle uscire con esperienza.

 

3 - Sento di dover parlare in questo modo perché, a causa dei nostri peccati, l'orazione e la perfezione sono oggi nel mondo assai in ribasso. Se si teme d'intraprendere questo cammino pur senza scorgervi alcun pericolo, che sarà se diciamo che ve ne sono? Pericoli se ne trovano dovunque; e per questo è necessario, finché viviamo, andar sempre con timore, pregando Dio a darci lume e a non mai abbandonarci. Ma, come mi pare d'aver già detto, se vi sono anime che meno ne devono temere, sono appunto quelle che più si applicano a pensare a Dio, cercando di perfezionare la propria vita.

 

4 - Ecché, Signore mio? Se molte volte, come vediamo, Voi ci liberate da quei medesimi pericoli nei quali ci mettiamo da noi stessi con opporci alla vostra volontà, perché temere che non ce n'abbiate a liberare quando non bramiamo che di contentarvi e di trovare in Voi la nostra gioia?[50] No, assolutamente non lo posso credere. Può essere che nei suoi segreti giudizi Dio permetta certe cose che in altre circostanze avverrebbero egualmente, ma il bene non è mai causa di male. E questo serva non già a farci abbandonare il cammino, ma a percorrerlo con maggior energia, per meglio contentare il nostro Sposo e incontrarci più presto con Lui; non già a intimidirci, ma a darci animo per continuare con ardore una via così aspra, com'è questa della vita. Se avanziamo con umiltà, la misericordia di Dio non ci verrà mai meno e arriveremo senza dubbio alla celeste Gerusalemme, dove ci parrà poca cosa, per non dire nulla, tutto quello che qui avremo sofferto in paragone di quanto vi avremo a godere.

 

5 - Quando questi piccoli colombai della Vergine Signora nostra cominciarono a popolarsi, Sua Maestà si compiacque di mostrare le sue grandezze in deboli donnicciole: deboli per natura, ma forti nei desideri e nel distacco da ogni cosa creata: virtù, quest'ultima, che è molto atta ad unire l'anima al Creatore, purché si proceda con coscienza pura. - Veramente quest'ultima riflessione potevo anche tralasciarla, non ritenendo io possibile che senza un vero distacco si lasci d'offendere il Signore.

Queste anime, dunque, non parlano e non si occupano che di Lui, e sembra che Sua Maestà non voglia allontanarsi da loro. Così vedo al presente e così sento d'affermare in tutta verità. Coloro che verranno dopo, se leggendo questo scritto, non troveranno quanto ora si verifica, non ne incolpino i tempi, perché non v'è tempo in cui Dio lasci d'accordare le sue grandi grazie quando sia servito per davvero. Guardino piuttosto se diano adito a qualche rilassamento, e cerchino di emendarsi.

 

6 - Sento dire alle volte, quando si parla del principio degli Ordini religiosi, che Dio faceva maggiori grazie a quei nostri antichi santi perché dovevano essere di fondamento. Sì, è vero, ma non si deve dimenticare che, rispetto a coloro che verranno dopo, sono pure di fondamento quelli che vivono oggi. Se noi di oggi conservassimo il fervore degli antichi e altrettanto facessero i nostri successori, l'edificio si manterrebbe sempre saldissimo. Che mi giova avere antecessori santi se io sono così misera da rovinare l'edificio con le mie cattive abitudini, giacché è evidente che i nuovi venuti più si modellano su quelli che vedono, che non su quelli passati da molti anni? Curioso davvero che ne incolpi il fatto di non essere stata delle prime! Perché non pensare, piuttosto, che la mia vita e le mie virtù sono molto diverse da quelle di coloro a cui Dio faceva tali grazie?

 

7 - Oh, scuse irragionevoli ed evidentissime illusioni! ... Non parlo già di coloro che fondarono gli Ordini religiosi. Dio avendoli scelti per cose grandi, li ha pure inondati di grandi grazie. Ma quanto mi confondo, Signore, nel vedermi così misera e di così poca capacità nel vostro servizio! Sì, è unicamente per mia colpa se Voi non mi concedete le grazie di cui abbondavano i miei antichi. Quando mi metto innanzi a loro, ne provo una viva angoscia, e non posso dirlo senza lacrime. Vedo d'aver rovinato quello che essi hanno edificato, e in nessuna maniera posso lamentarmi di Voi... Del resto è bene che non ce ne lamentiamo. Chi vede il proprio Ordine andar perdendo in qualche cosa, procuri di divenire pietra così forte da rialzare l'edificio. - E il Signore l'aiuterà.

 

8 - Torno a quello che dicevo, perché me ne sono molto allontanata.

Il Signore inonda queste case di tante grazie che, se in ogni monastero una o due religiose sono condotte per la via della meditazione, tutte le altre raggiungono la contemplazione perfetta. Anzi, qualcuna va tanto innanzi da arrivare ai rapimenti. A talune il Signore concede grazie di altro genere, con l'aggiunta di rivelazioni e visioni che appaiono evidentemente da Dio. Non vi è ora monastero che non ne abbia una, due ed anche tre di questo numero. So bene che la santità non consiste in questo. Perciò, se ve ne parlo, non è per esaltarle ma per farvi comprendere l'opportunità degli avvisi che ora vi voglio dare.

 

 

CAPITOLO 5

 

Si danno alcuni avvisi sull'orazione e le rivelazioni - Capitolo molto utile per le anime che s'impiegano in opere esteriori

 

1 - Non pretendo - e neppure lo penso - che quanto sto per dire sia così esatto da doversi tenere per regola infallibile: sarebbe assai presuntuoso in cose così difficili. Ma siccome nel cammino spirituale le vie sono molte, può darsi che riesca a dire qualche cosa che convenga all'una o all'altra. Se qualcuno non mi comprende, vuol dire che è condotto per altra strada. Se poi il mio scritto non sarà di alcun vantaggio, il Signore accetterà ugualmente il mio buon volere. - Dove non mi aiuta la mia personale esperienza, mi servo di ciò che ho visto in altre anime.

 

2. - Voglio dire anzitutto - secondo la mia debole capacità - in che consista la sostanza dell'orazione perfetta. Mi sono incontrata con alcune anime che credevano consistesse tutta nell'esercizio dell'intelletto. Se potevano tenersi a lungo con Dio, fosse pure a prezzo di grandi sforzi, si credevano subito spirituali. Se poi, loro malgrado, si distraevano, benché per occuparsi in cose buone, cadevano nello scoraggiamento ritenendosi perdute. In questi errori ed ignoranze non finiranno certamente i dotti, benché ne abbia trovato qualcuno anche fra di loro. Ma noi donne conviene che ce ne stiamo in guardia. Non voglio dire con questo che non sia una grande grazia di Dio poter meditare continuamente sulle sue opere: anzi, è bene che lo si faccia. Però, bisogna persuadersi che non tutte le immaginative sono atte di loro natura ad applicarvici, mentre tutte le anime sono capaci di amare.

Ho già parlato altrove[51] delle cause - non di tutte, perché è impossibile, ma solo di alcune - che mi sembrano distrarre l'immaginazione, per cui ora non ne voglio trattare. Vorrei soltanto far comprendere che l'anima non è il pensiero e che la volontà non è governata dall'immaginazione. Sarebbe una grave sventura se lo fosse. - Ne viene quindi che il profitto dell'anima non consiste nel molto pensare ma nel molto amare.

 

3 - Ma come si acquista quest'amore? Determinandosi ad operare e a patire, discendendo poi alla pratica quando se ne presenti l'occasione.

È sempre vero che l'anima acquista le sue determinazioni pensando al molto che dobbiamo a Dio, chi Egli sia e chi siamo noi: ciò è assai meritorio e molto utile ai principianti, purché non manchino all'obbedienza o all'utilità del prossimo.

Ecco che uno di questi due doveri viene a reclamare il nostro tempo, quel tempo che sì ardentemente desideriamo di consacrare a Dio: vale a dire - a nostro modo di vedere - col restarcene in solitudine per pensare a Lui e godere le delizie che ci dona. Ma sacrificare questo tempo per qualunque di quei doveri è far contento il Signore e lavorare per Lui, secondo le sue stesse parole: «Quello che farete a uno di questi piccoli lo farete a me».[52] Quanto poi all'obbedienza, non può certo volere che un'anima sua amante vada per una strada diversa dalla sua, Egli che fu oboediens usque ad mortem.[53]

 

4 - Se ciò è vero, donde viene quel disgusto che spesso ci assale quando per una gran parte del giorno non si è rimasti in solitudine, tutti immersi in Dio, perché occupati in opere di obbedienza e di carità? Duplice, secondo me, è la causa. La prima e principalissima è un certo amor proprio che s'insinua in noi così sottilmente da non lasciarsi conoscere, consistente nel voler contentare piuttosto noi che Dio.

È ovvio del resto che quando un'anima comincia a gustare quanto sia soave il Signore[54] non trovi nulla di più piacevole che starsene col corpo in riposo e con lo spirito fra le delizie.

 

5 - Oh, la carità di coloro che amano veramente Dio e ne conoscono la natura! Che riposo potrebbero essi avere se vedessero di poter contribuire, fosse pure per poco, acciocché un'anima si avanzasse e amasse Dio di più, o solo per darle una consolazione e liberarla da un pericolo? Come diverrebbe insopportabile il loro riposo personale! Afflitti per la rovina di tante anime, se non possono giovare con le opere, importunano il Signore con la preghiera. Perdono ogni loro contento, e lo stimano per ben perduto, dimentichi affatto di se stessi per non pensare che al modo migliore di compiere la volontà di Dio.

Altrettanto si dica di quanto riguarda l'obbedienza. Non sarebbe forse curioso che, dicendoci Dio di fare una cosa che gli stesse molto a cuore, noi non volessimo obbedire per rimanerci a contemplarlo, trovando in ciò la nostra maggiore soddisfazione? Bel modo di progredire nel suo amore! Legargli le mani col credere che non ci possa condurre alla perfezione altro che per una strada!...

 

6 - Senza parlare di ciò che so per esperienza, ho trattato con alcune persone che mi fecero intendere questa verità proprio allora che mi sentivo molto afflitta per il poco tempo che avevo. Nel vederle in continue faccende ed immerse in altre cose comandate dall'obbedienza, ne avevo grande compassione e pensavo tra me - non esitando talvolta di dirlo - che in mezzo a tante occupazioni non era possibile progredire nello spirito: ed esse infatti non erano molto avanzate. Ma, o Signore, come sono diverse le vostre vie dalle nostre grossolane immaginazioni! Com'è vero che da un'anima già risoluta ad amarvi e tutta rimessa nelle vostre mani Voi non volete altro che obbedisca, di null'altro bramosa che di desiderare e cercare quanto più sia di vostra gloria! Siccome la sua volontà è uniformata alla vostra, non ha bisogno di cercare né di scegliersi altra strada, perché questa cura ve la prendete Voi e la guidate per il cammino che le è più vantaggioso. Anche se il Superiore non avesse a cuore il nostro profitto spirituale e non badasse che agli interessi materiali della comunità, Voi, o mio Dio, vi provvedereste ugualmente, disponendo in tal modo le anime e le occupazioni da trovarci in seguito, senza saperne la maniera, così avanzati di spirito e con tanto profitto da rimanercene meravigliati.

 

7 - Tale è il caso di una persona con cui ebbi a parlare pochi giorni fa. Per quindici anni circa l'obbedienza l'aveva occupata in tali uffici e prelature, che in tutto quel tempo non si ricordava d'aver avuto un giorno solo per sé. Tuttavia faceva del suo meglio per trovare ogni giorno alcuni tratti di tempo da consacrare all'orazione, e procurava di mantenersi pura la coscienza. È un'anima delle più fedeli all'obbedienza che io abbia conosciuto, ed innamora a praticarla chiunque tratti con lei. Il Signore l'ha ricompensata assai bene, perché senza saperne la maniera, si è trovata con quella preziosa e tanto cara libertà di spirito che si riscontra nei perfetti, nella quale, veramente, si gode tutta la felicità che si può desiderare in questa vita. Chi ne è favorito non vuole nulla, e possiede tutto; non teme niente e niente desidera; non si sgomenta per le prove, né si esalta per le delizie: nulla insomma gli può togliere la pace, perché questa dipende solo da Dio, da cui nessuno riuscirà a separarlo. Solo il timore di perderlo gli può dar pena. Tutto il resto è come se neppure esistesse, né per aumentare né per togliere la sua gioia. Oh, benedetta obbedienza! Felici le sue distrazioni, se così vantaggioso è quello che ne viene!...

 

8 - Altrettanto è avvenuto, oltre che alla persona di cui parlo, anche a varie altre di mia conoscenza. Alcune non le vedevo da qualche anno, ed anche più. Domandando loro in che modo avessero trascorso quel tempo, apprendevo che erano state occupate in continue opere di obbedienza e carità. Ma le scorgevo così innanzi nelle vie dello spirito che ne rimanevo stupita.

Coraggio quindi, figliole mie! Non affliggetevi se l'obbedienza v'impiegherà in opere esteriori! Vi mettesse pure in cucina, il Signore verrebbe ad aiutarvi, interiormente ed esteriormente, anche là fra le pentole: siatene persuase.

 

9 - Mi viene in mente ciò che un religioso mi raccontò di se stesso. Aveva preso la ferma risoluzione di non mai rifiutarsi a quanto il Superiore gli avesse comandato, qualunque fosse la pena che ne avesse avuto. Un giorno aveva tanto faticato che si sentiva in pezzi. Verso sera, non potendo più reggersi in piedi, andava a sedersi per riposare un poco. Ma incontrò il Superiore che gli disse di prendere la zappa e di andare nell'orto a lavorare. Benché fosse così spossato da non sapersi reggere, prese la sua zappa senza dir parola. Ed ecco che mentre attraversava un corridoio per andare nell'orto, gli apparve nostro Signore con la croce sulle spalle, così affranto e sfinito da fargli comprendere come, in paragone, la sua stanchezza fosse da nulla. Molti anni dopo ebbi occasione di vedere quel corridoio andando a fondare un monastero in quella medesima città.[55]

 

10 - Sapendo il demonio che l'obbedienza è la via più rapida per arrivare al sommo della perfezione, si adopera in mille modi per frapporre ostacoli e difficoltà sotto colore di bene. Si faccia attenzione e si vedrà chiaramente che dico il vero.

Chiaro è che la somma perfezione non sta nelle dolcezze interiori, nei grandi rapimenti, nelle visioni e nello spirito di profezia, bensì nella perfetta conformità del nostro volere a quello di Dio, in modo da volere, e fermamente, quanto conosciamo essere di sua volontà, accettando con la medesima allegrezza tanto il dolce che l'amaro, come Egli vuole. L'estrema difficoltà che ci sembra d'incontrare, non è tanto nell'opera, bensì nel doverne sentir piacere, nonostante le ripugnanze della volontà che in questo segue le sue naturali inclinazioni. Ma l'amore, quando è perfetto, ha pur la forza di farci dimenticare ogni nostro contento per contentare l'Amato. Ed è proprio così, tanto vero che ci divengono leggere anche le tribolazioni più gravi quando, sopportandole, sappiamo di far piacere al Signore. Ciò spiega perché le anime giunte a questo stato amino i disonori, le persecuzioni e gli oltraggi: cosa così evidente e conosciuta che non occorre fermarsi più a lungo.

 

11 - Voglio far comprendere il motivo per cui mi pare che l'obbedienza sia la via più breve e il mezzo più efficace per arrivare a questo felicissimo stato.

Saremo padroni della nostra volontà in modo da applicarla tutta e perfettamente al servizio di Dio, solo allora che l'avremo assoggettata alla ragione. Ora, la vera via per arrivare a questo è appunto l'obbedienza. Le buone ragioni non bastano, perché la natura e l'amor proprio ne hanno in contrario in sì gran numero che non vi riusciremo mai. Spesso, infatti, ci diviene sciocca anche la cosa più ragionevole, solo per il fatto che, non piacendoci, non ci sentiamo di farla.

 

12 - Ci sarebbe tanto da dire intorno a questa lotta interiore e agli ostacoli con cui il mondo, il demonio e la nostra sensibilità tentano offuscarci la ragione, che non si finirebbe più. Ma quale il rimedio? Quello stesso che si usa nel mondo per una contesa molto dubbia: le parti, stanche di questionare, scelgono un giudice e si rimettono nelle sue mani. Ne scelga uno anche l'anima, sia egli il prelato o il confessore, e decida di non più litigare, né di più pensare alla sua causa, per abbandonarsi fiduciosamente alla parola del Signore che dice: «Chi ascolta voi ascolta me».[56] Dimentichi ogni sua volontà: sacrificio che il Signore apprezza molto, e molto ragionevolmente, perché con esso lo si costituisce padrone di quel libero arbitrio che Egli stesso ci ha donato. In questo modo, ora fra le ripugnanze della natura ed ora in preda a mille lotte causate dal sembrarci che il giudizio portato sulla nostra causa sia insensato, arriveremo, sia pure con pena, ad uniformarci a quello che ci comandano: insomma, con pena o senza, finiremo col sottometterci. In questo il Signore non lascerà d'aiutarci. Anzi, sforzandoci noi di assoggettare per amor suo la nostra ragione e volontà, ci darà modo di divenirne padroni. E fatti padroni di noi stessi, potremo consacrarci a Lui perfettamente, offrendogli una volontà pura affinché l'unisca alla sua. Lo pregheremo allora di mandare dal cielo il fuoco del suo amore per consumare il sacrificio e spogliarci di quanto in noi gli dispiace. - Da parte nostra non avremo omesso nulla: avremo posto la vittima sull’altare a costo d'innumerevoli sacrifici, ma senza più nulla di terra, almeno per quanto sarà da noi.

 

13 - È chiaro che non si può dare quello che non si ha, e che prima di dare occorre avere. Perciò, credetemi: per acquistare questo tesoro non v'è mezzo migliore che di scavare nella miniera dell'obbedienza ed estrarlo a viva forza. Più scaveremo e più troveremo; più 'ci assoggetteremo agli uomini col non volere altra volontà che quella dei Superiori, e più ci faremo padroni della nostra per conformarla a quella di Dio. Riflettete ora, sorelle, se non sareste ben ripagate nel sacrificare le dolcezze della solitudine! No, vi dico, non è la mancanza di solitudine che in tal caso v'impedirà la vera unione di cui parliamo, consistente nell'uniformare la nostra volontà a quella di Dio. Questa l'unione che io desidero e che vorrei vedere in tutte voi, non già quelle sospensioni molto dilettose a cui si dà il nome di unione, e che unione non sono se non quando sono precedute da questa. Se dopo tali sospensioni si avrà ancora poca obbedienza e molta propria volontà, l'unione non sarà certo con la volontà di Dio, ma con l'amor proprio. - Piaccia al Signore ch'io metta in pratica questi avvisi come li comprendo!

 

14 - Il secondo motivo per cui mi pare che si lasci con pena la solitudine, è perché in essa si hanno meno pericoli di offendere Dio. Però, non ne mancano neppure in essa, come del resto in nessun stato, perché ovunque vi sono demoni e ovunque troviamo noi stessi. Tuttavia sembra che qui l'anima si conservi più pura, per cui, se è una che teme l'offesa di Dio, grande è la sua gioia nel non incontrare pericoli. - Questa, e non già l'attrattiva dei gusti e delle delizie di Dio, deve essere la ragione più forte per desiderare la solitudine.

 

15 - È qui, figliole mie, in mezzo alle occasioni, che si deve dar prova dell'amore, non nei nascondigli. Benché cadiate in maggior numero d'imperfezioni ed anche in qualche piccola colpa, tuttavia, credetemi, il guadagno che se ne ricava è senza paragone più grande.

Non dimenticatevi però che io suppongo sempre che le opere esteriori siano richieste dall'obbedienza o dalla carità, senza di che ritengo preferibile la solitudine. Tuttavia, benché assorte nelle occupazioni che dico, non dobbiamo mai desistere dal desiderare la solitudine, come non cessano mai di desiderarla le anime che amano veramente il Signore.

Se dico che l'azione è vantaggiosa è perché in essa si viene a conoscere chi siamo e fin dove arrivi la nostra virtù. Per santa che si creda di essere, una persona continuamente in solitudine non saprà mai, né avrà mai modo di conoscere se ha pazienza ed umiltà. Come si può sapere se uno è valoroso quando non lo si è mai visto in battaglia? Anche S. Pietro si credeva coraggioso; ma alla prova sapete bene che avvenne. Però la caduta gli servì a non più fidarsi di sé, imparò a mettere in Dio ogni sua fiducia, e sostenne infine il martirio che sappiamo.

 

16 - Oh, se conoscessimo la nostra grande miseria!... È perché non la conosciamo che troviamo pericoli dovunque! ...

Perciò, sommamente utile per conoscere il nostro poco valore è che ci comandino delle cose esteriori. E io ritengo una maggior grazia di Dio passare un giorno solo in umile conoscimento di sé, sia pure a prezzo di grandi afflizioni e travagli, che non più giorni in orazione, tanto più che il vero amante non cessa mai d'amare e pensa sempre all'Amato in qualunque luogo si trovi. Sarebbe ben duro se soltanto nei nascondigli si potesse fare orazione! Capisco che non potrà essere un'orazione di molte ore. Ma quanta forza ha presso di Voi, Signore mio, anche un solo sospiro che ci esca dal profondo del cuore nel vedere che, non bastando il trovarci in esilio, non si è neppur liberi di star soli con Voi e godervi!...

 

17 - Qui ci mostriamo veri schiavi di Dio, venduti volontariamente per amor suo alla virtù dell'obbedienza, dato che per essa rinunziamo perfino, in un certo qual modo, a godere di Lui: nulla di straordinario, del resto, se consideriamo che anch’Egli, per obbedienza, venne dal seno del Padre per farsi nostro schiavo. In che modo migliore possiamo essergli riconoscenti per tanta grazia?

Però è necessario che nelle nostre opere esteriori, siano pure d'obbedienza e carità, cerchiamo sempre di non distrarci e di ritirarci spesso nell'interno col nostro Dio. No, non è lo stare a lungo in orazione che fa avanzare l'anima. Quando ci s'impiega esteriormente con ogni perfezione, vi si trova un aiuto prezioso per accendersi in amore molto più facilmente e in minor tempo che non in molte ore di meditazione. Ma tutto ci deve venire da Dio. - Sia Egli per sempre benedetto!

 

 

CAPITOLO 6

 

Danni che ne vengono alle persone spirituali dal non intendere quando devono resistere ai trasporti di spirito - Desideri di comunicarsi ed inganni che vi possono essere - Avvisi importantissimi per le superiore di queste case

 

 

1 - Ho cercato attentamente di capire da che proceda quella profonda sospensione che ho notato in alcune persone favorire da Dio di grandi dolcezze d'orazione e che nulla trascurano per prepararsi a riceverle. Non parlo delle sospensioni e dei rapimenti che vengono da Dio, perché ne ho trattato a lungo in altri luoghi.[57] Di questi non vi è molto da dire, perché se sono veri rapimenti, non possiamo far nulla, neppure se per resistere si ricorra a tutti i mezzi possibili. - Però, si deve notare che quando la violenza fa perdere il controllo di sé, non dura mai molto a lungo.

Ecco ciò che avviene. Spesse volte si entra in un'orazione di quiete molto simile al sonno spirituale; e l'anima ne rimane così assorta che, non conoscendo come regolarsi, può perdervi molto tempo e finire col rovinarsi la salute, per sua propria colpa e con poco merito.

 

2 - Vorrei qui sapermi far intendere, ma è molto difficile, e non so se potrò riuscirvi. Tuttavia, se le anime così ingannate mi vorranno prestare fede, sono sicura che m'intenderanno.

So di certe anime molto virtuose che rimanevano assorte per sette o otto ore, e credevano che ciò fosse rapimento. Si sentivano rapire al minimo esercizio di pietà e si abbandonavano immediatamente, credendo che non fosse bene resistere al Signore. Ma se non cercano di porre rimedio, questo sistema le può condurre, a poco a poco, alla morte o all'ebetismo.

Ecco come io intendo la cosa. La nostra natura è così portata al piacere che, se Dio comincia a farci una grazia, l'anima vi s'immerge in tal modo che per non perdere il diletto che ne prova, si astiene da qualsiasi movimento. Siccome è un diletto che sorpassa ogni piacere terreno, se si produce in un individuo di debole complessione o di carattere - dirò meglio, immaginazione - così tenace che, appreso un fatto, si fermi in esso senza distrarsene, lo rende simile a quelle persone che, pensando a una cosa, benché non di Dio, rimangono incantate, e guardano senza avvertire quel che vedono: persone di tarda intelligenza che sembrano dimenticare per distrazione anche quello che sono per dire. - Così nel caso nostro, a seconda dei caratteri, della debolezza e delle complessioni.

Guai poi se fossero anime melanconiche! Il loro male le trarrebbe in mille piacevoli illusioni. - Ma di questo umore parlerò più avanti.

 

3 - Ciò che dico può avvenire, oltre che in anime melanconiche, anche in persone spossate dalle penitenze, le quali, ripeto, appena l'amore comincia a farsi sentire con un po' di gusto, vi si abbandonano completamente nel modo che ho detto, mentre se non si lasciassero così intontire, il loro amore sarebbe assai più perfetto. In questo grado di orazione si può resistere facilmente; ma se si tralascia di farlo, avviene come negli sfinimento naturali, nei quali non si può né parlare, né muoversi: se la natura è debole, la forza dello spirito la domina e la fa sua schiava.

 

4 - Mi potranno chiedere che differenza vi sia tra questo stato e il rapimento, perché - almeno in apparenza sembrano una stessa cosa.

Hanno ragione se parlano di apparenze, ma ben diversa è la realtà. Il rapimento, infatti, o, come dico, l'unione di tutte le potenze, dura poco e produce grandi effetti: luce interna all'anima e molti altri vantaggi L'intelletto rimane inoperoso, mentre Dio agisce sulla volontà. Ma qui la cosa è ben diversa. Benché il corpo se ne stia come morto, la memoria, l'intelletto e la volontà sono liberi e continuano nelle loro operazioni, benché senz'ordine. Però, se si fermano sopra un oggetto, concentrano su di esso tutte le loro energie.

 

5 - Non è altro che una debolezza naturale che potrebbe procedere anche da buon principio, ma nella quale non vedo alcun vantaggio. Quel buon principio dovrebbe servirci a impiegare bene il tempo e a non sciuparne in sì gran copia col rimanercene assorbite. Si può meritare assai di più con un atto solo, stimolando con frequenza la volontà ad amare Dio, che non lasciandola inoperosa. Perciò consiglio le Priore a far di tutto per sopprimere questi lunghi incantamenti, perché essi, a mio avviso, non fanno che intorpidire le potenze e i sensi, rendendoli incapaci ad obbedire all'anima, la quale in tal modo resta priva del merito che ne avrebbe se essi agissero a dovere.

Se la Priora vede che ciò proviene da debolezza, proibisca i digiuni e le discipline non di obbligo. In certi casi si potranno proibire, in tutta coscienza, anche quelli di obbligo, assegnando a tali religiose uffici che le distraggano.

 

6 - Si deve far questo anche con persone che, pur non cadendo in questi svenimenti, lasciano che la loro immaginazione si concentri troppo, benché in oggetto di altissima orazione. Può avvenire alle volte che non siano più padrone di sé, specialmente se hanno ricevuta qualche grazia straordinaria o avuta qualche visione, perché allora l'anima ne rimane così impressionata da credere d'averla sempre dinanzi, mentre non è vero, non avendola veduta che una sola volta.

Chi si vede in questo stato da vari giorni, procuri di cambiare soggetto di meditazione. Purché si occupi in cose di Dio, importa poco che si fermi in questa piuttosto che in quella: sempre inteso, ripeto, che siano cose di Dio, a cui piace ugualmente che si mediti tanto sulle sue creature e sulla potenza con cui le trasse dal nulla, come sullo stesso Creatore.

 

7 - Oh, deplorevole miseria umana, frutto del peccato, che ci costringe ad esser guardinghi e misurati anche nel bene, sotto pena di rovinarci la salute e divenire impotenti a goderne!

A dir vero, questa moderazione è buona per molte persone, specialmente per quelle che sono deboli di testa o d'immaginazione, perché così possono servire meglio il Signore. - È assai necessario conoscersi. Se meditando un mistero della passione, la gloria del cielo, o qualunque altro soggetto, una sorella si sente con l'immaginazione così impressionata da non poter, per molti giorni e malgrado ogni suo sforzo, pensare ad altra cosa né impedirsi di stare assorta in quel mistero, si persuada che le conviene distrarsi meglio che sappia, se non vuole che il tempo le dia a conoscere per esperienza i danni che ne derivano e come tutto proceda da ciò che ho detto: cioè, o da una grande debolezza corporale, o - peggio ancora - dall'immaginazione. Ecco un pazzo: se si fissa in un'idea, non è più padrone di sé, non può distrarsi, né pensare ad altro, né vi sono ragioni per smuoverlo, appunto perché non ha il dominio della ragione. Altrettanto può avvenire nel caso nostro. Ma sarebbe una pazzia assai piacevole.

Che dire se si frammischiasse la melanconia? Il danno potrebbe essere immenso.

Non vedo come queste sospensioni possano essere buone. Ecco un'anima che non ha nessuna delle debolezze anzidette. Ora, se può godere dello stesso Dio, perché farsi schiava d'una sola sua grandezza o mistero, quando in Lui, che è infinito, ha tanto di che occuparsi? - Più cose di Lui mediteremo, più scopriremo le sue grandezze.

 

8 - Non dico che in un'ora o in un giorno si debba meditare sopra ogni sorta di soggetti: non se n'avrebbe alcun vantaggio. Non vorrei che in una materia così delicata si pensasse ciò che neppur mi passa per la mente, prendendo una cosa per un'altra. È così importante intendere bene questo capitolo che non mi rincresce di scriverlo, nonostante la molestia che ne provo. Vorrei che chi non l'intendesse la prima volta, lo rileggesse varie volte, specialmente le Priore e le maestre delle novizie che devono guidare le altre nell'orazione. Se non si comportano con attenzione fin da principio, vedranno da loro stesse il molto che dovranno poi fare per rimediare a simili debolezze.

 

9 - Se dovessi dire tutti gli inconvenienti che conosco, si vedrebbe quanta ragione io abbia d'insistere. Non voglio citare che un caso, dal quale si può aver lume per tanti altri.

In uno dei nostri monasteri vi sono due religiose di grandissima orazione, umili, mortificate e virtuose, favorite molto da Dio che le rende partecipi delle sue grandezze. Una è corista e l'altra conversa. Sono così staccate dal mondo e così ardenti d'amore che, esaminate attentamente, non sembra che tralascino di corrispondere alle grazie di cui sono favorite, per quanto l'umana debolezza lo permetta.[58] - Se parlo tanto delle loro virtù è perché ne temano maggiormente quelle che ne sono prive.

Queste monache cominciarono ad avere certi desideri di Dio così impetuosi da non saperli dominare. Sembrava loro di calmarsi quando facevano la comunione, e perciò insistevano presso i confessori per aver licenza di comunicarsi spesso. La loro pena andò aumentando in tal modo che se non si comunicavano ogni giorno, pareva loro di doverne morire. i confessori, di cui uno era molto spirituale, vedendo tali anime e i loro ardenti desideri, erano d'avviso che al loro male convenisse appunto un tal rimedio,

Né la cosa si fermava qui. Una di esse aveva brame così vive che bisognava comunicarla di buon mattino, perché altrimenti non credeva di poter vivere. - E non erano anime che fossero capaci di fingere, perché per nulla al mondo avrebbero detto una bugia.

 

10 - Io ero altrove, e la Priora[59] mi mise al corrente di quanto avveniva, dicendomi che non sapeva come regolarsi perché i confessori erano di parere che, non potendosi fare altrimenti, si rimediasse a quel modo. Piacque al Signore che capissi subito di che si trattasse. Tuttavia non volli dire parola fino a quando non fossi stata sul posto, sia per il timore d'ingannarmi, e sia ancora - com'era ragionevole - per non disapprovare, senza dirne i motivi, chi riteneva bene far così.

 

11 - Uno dei confessori era così umile che, avendogli io parlato appena giunta colà, mi dette subito ragione. Quanto all'altro - che non era tanto spirituale, anzi quasi nulla in paragone del primo - non ci fu verso di persuaderlo. Ma non ne feci gran conto, perché infine non gli ero molto obbligata.

Cominciai a parlare con le due monache, esponendo loro molti motivi, sufficienti, secondo me, a far loro comprendere che il timore di morire se non si comunicavano, non era che una loro immaginazione. Ma erano talmente fisse in quell'idea che non riuscivo a persuaderle. Vedendo che a forza di ragionamento non si faceva nulla e che inutile sarebbe stato ogni altro mezzo, dissi loro che avevo anch'io i medesimi desideri e che tuttavia mi sarei astenuta dalla comunione per far loro comprendere che anch'esse dovevano farla con le altre. Saremmo morte tutte e tre? Meglio così, piuttosto che introdurre un tal costume nelle nostre case, dove anche le altre amavano Dio come loro, e potevano desiderare di fare altrettanto.

 

12 - L'abitudine contratta - nella quale il demonio doveva avere la sua parte - era giunta a tale estremo da far loro credere che, non comunicandosi, sarebbero morte per davvero. Ma io fui irremovibile, perché meno le vedevo disposte all'obbedienza, sembrando loro di non poter fare altrimenti, più le riconoscevo in tentazione. Passarono il primo giorno con gran pena, il secondo con un po' meno; e a poco a poco si calmarono in tal modo che, in seguito, mi comunicavo io sola senza che esse se ne dimostrassero inquiete. - Mi comunicavo perché me l'avevano comandato; altrimenti, per riguardo alla loro debolezza, non l'avrei fatto.

 

13 - Di lì a poco capirono anch'esse - e le altre con loro - che quella era una tentazione, e che si era fatto bene a porvi subito un rimedio. Poco dopo infatti, come dirò forse più avanti, sorsero nel monastero, senza che le monache n'avessero colpa, alcune difficoltà con i Superiori, i quali certamente non avrebbero approvato, né tollerato quel costume.[60]

 

14 - Quante cose potrei narrare di questo genere! Ne voglio dire un'altra che avvenne non in un monastero del nostro Ordine, ma in uno di S. Bernardo.[61] Vi era una monaca non meno virtuosa delle precedenti, ma caduta in tanta debolezza a causa dei digiuni e delle sue molte discipline, che ogni qualvolta si comunicava o trovava di che infiammarsi in devozione, cadeva immediatamente per terra rimanendo svenuta per otto o nove ore. Ed essa, come pure le altre, credeva che ciò fosse rapimento. Vi andava soggetta con tanta frequenza che, se non si fosse posto rimedio, credo che ne avrebbe avuto del gran danno. La fama di questi rapimenti si era sparsa per tutto il paese, e io ne avevo pena perché il Signore si era degnato di farmi intendere di che si trattava, e ne temevo le conseguenze.

Il confessore di quella monaca, che era un caro padre dell'anima mia, mi venne a raccontare come andavano le cose. Gli dissi quello che ne pensavo: che era una perdita di tempo, che non potevano essere rapimenti, ma effetti di debolezza, che le proibisse i digiuni e le discipline e l'obbligasse a distrarsi.

Ella era obbediente e si sottomise; e dopo qualche tempo, cominciando a rimettersi in forze, non ebbe più nulla, mentre se si fosse trattato di veri rapimenti, nessun rimedio sarebbe stato sufficiente, fino a quando non l'avesse voluto il Signore. Qui la veemenza dello spirito è così grande che le nostre forze non possono resistere e si rimane con grandi effetti nell'anima, mentre nel caso contrario, è come se non avvenga nulla, e se ne esce fisicamente affranti.

 

15 - Resti dunque stabilito di ritenere per sospetto tutto quello che ci avvince in tal modo da non lasciarci libera la ragione. Non sarà mai per di qui che si giungerà alla libertà di spirito, perché prerogativa di tale libertà è appunto il trovare Dio in ogni cosa e poter pensare ad ogni oggetto. Il resto è schiavitù di spirito: oltre che averne danno alla salute, l'anima ne rimane inceppata ed incapace eli avanzare, press'a poco come un viaggiatore che, imbattutosi in una palude o in una strada fangosa, non possa più andare innanzi. Eppure ella, se vuol progredire, deve non dico camminare, ma volare.

 

16 - Che cosa dovremo rispondere a chi afferma e crede di essere assorto nella divinità, e tanto in essa sospeso da non poter resistere e distrarsi? Sappia, ripeto, che se si tratta d'un giorno, quattro ed anche otto, non v'è da temere, non essendo strano che una natura debole rimanga assorta per un tal periodo: sempre inteso che ciò avvenga rare volte. Ma oltre questo termine, è necessario por rimedio. L'unico bene che vi può essere è che non si commette peccato e non si lascia di meritare; ma vi sono gli inconvenienti che ho detto e molti altri ancora.

Per ciò che riguarda la comunione, sarebbe certo ben grave se, malgrado l'amore di cui un'anima possa essere infiammata, non si assoggettasse al confessore e alla Priora, nonostante la pena che ne sentisse. Tuttavia essi non devono trattarla con rigore: in questa, come in ogni altra circostanza, bisogna esercitarla nella mortificazione, facendole comprendere che è più profittevole rinnegare la propria volontà che cercare consolazioni.

 

17 - Il nostro amor proprio può intromettersi anche qui, e lo dico per mia personale esperienza. Talvolta infatti, appena ricevuta la comunione, quando in me la particola doveva essere ancora intera, se vedevo comunicarsi le altre, volevo non essermi comunicata per poterlo fare nuovamente. Da principio mi pareva che non fosse biasimevole, ma siccome ciò mi avveniva spesso, finii col persuadermi che i miei desideri nascevano da quella tenerezza e gusto spirituale che spesso si sperimentano nell'accostarsi alla comunione, e che perciò ero più stimolata dalla mia personale soddisfazione che non dall'amore di Dio. Non era infatti per aver Dio nell'anima, perché già lo possedevo; non per obbedire al comando di accostarmi alla comunione, perché già l'avevo fatta; non per le grazie che ci derivano dal SS. Sacramento, perché le avevo già ricevute: vidi insomma chiaramente ch'era soltanto per tornare a godere in quel gusto sensibile.

 

18 - Mi ricordo di aver conosciuto in un certo luogo, dove abbiamo un monastero, una donna ritenuta da tutti per gran serva di Dio e che tale doveva essere veramente. Si comunicava ogni giorno, ora in una chiesa e ora in un'altra, ma non aveva un confessore fisso. lo che notavo questo suo sistema, desideravo di vederla piuttosto obbedire a un sol confessore che far tante comunioni. Viveva da sola in casa sua, regolandosi, credo, come meglio le garbava. Ma siccome era buona, buono era pur quello che faceva. Io alle volte le manifestavo il mio parere, ma ella non ne faceva caso e a ragione, perché era molto migliore di me. - Credo che se mi avesse dato retta, non si sarebbe sbagliata.

Essendo giunto colà il santo fra Pietro d'Alcantara, procurai che gli parlasse, ma della relazione che gli fece, io non rimasi contenta. Ciò dipende dal fatto che, essendo noi tanto miserabili, non ci dichiariamo contenti se non di quelli che seguono la nostra via. A quanto credo, ella aveva servito il Signore più di me, e fatto più penitenza lei in un anno che non io in molti. Finalmente - ed è di questo che voglio parlare - fu colpita dalla malattia che doveva trarla al sepolcro.

 

19 - Ottenne che le dicessero Messa in casa e la comunicassero ogni giorno. Ma siccome la malattia andava per le lunghe, un sacerdote gran servo di Dio che le celebrava spesso la Messa, credette che la comunione in casa non fosse da permettersi ogni giorno. Questa dovette essere una tentazione del demonio, perché quel giorno fu appunto l'ultimo della sua vita. Ella, vedendo che la Messa era finita senza che le fosse data la comunione, ne ebbe tanto sdegno che uscì in atti di collera contro il sacerdote, il quale poi venne da me tutto scandalizzato a raccontarmi l'accaduto. Io ne soffrii immensamente. - Non so se ella abbia poi potuto confessarsi: credo che sia morta quasi subito.

 

20 - Compresi da ciò quanto sia funesto seguire in qualche cosa la propria volontà, specialmente in un atto di così grande importanza. L'anima che si accosta al Signore con frequenza dev'essere così persuasa della propria indegnità da non mai farlo di sua testa, ma soltanto per obbedienza: virtù che supplirebbe a quello che ci manca - e molto ci manca! - per avvicinarci a un Dio così grande. Quella benedetta donna ebbe l'occasione di fare un bell'atto d'umiltà; e se si fosse persuasa che il sacerdote non aveva colpa, ma che il Signore aveva così disposto in vista della sua miseria e indegnità per non entrare in un albergo così spregevole, avrebbe forse meritato di più che non con la stessa comunione.

Così pensava una persona che si comunicava frequentemente quando prudenti confessori glielo proibivano: il che succedeva assai spesso.[62] Ne soffriva molto, ma siccome desiderava più l'onore di Dio che il suo proprio contento, non faceva che lodarlo per il grande zelo che ispirava al confessore di non permettere che Sua Maestà entrasse in una dimora così vile. E queste considerazioni l'aiutavano ad obbedire con grande tranquillità. Ne aveva una pena tenera ed amorosa: ma per nulla al mondo avrebbe voluto allontanarsi da quanto le comandavano.

 

21 - Credetemi, quando l'amore di Dio eccita le passioni fino a far cadere in qualche colpa, e turba l'anima che n'è presa fino a impedirle d'ascoltare la ragione, è amor di Dio soltanto a nostro modo di vedere, e in esso non cerchiamo che la nostra soddisfazione. Il demonio allora è tutt'occhi su di noi, in attesa del momento opportuno per farci il maggior danno possibile, assalendoci come già fece con quella donna, il cui caso mi spaventò moltissimo. Non voglio già credere che questo le abbia impedito la sua eterna salvezza: la bontà di Dio è infinita; ma è certo che la tentazione l'assalì in un brutto momento.

 

22 - Ho raccontato questo fatto per indurre le Priore a stare in guardia, e per convincere le sorelle a mantenersi nel timore, a riflettere e ad esaminarsi sull'intenzione con cui si accostano a così grande sacramento. Se è per contentare Dio, già sanno che lo contentano meglio con l'obbedienza che con il sacrificio.[63]

Se ciò è vero ed acquisto maggior merito, perché turbarmi? Non dico che non se ne debba avere una certa umile pena, poiché le anime non sono tutte così perfette da non sentirne e d'occuparsi soltanto in ciò che vedono di maggior gloria di Dio. Però se sono staccate da ogni loro interesse personale, non solo non se n'affliggeranno, ma godranno anzi dell'occasione che si presenta di contentare il Signore con una privazione così penosa, e si umilieranno, ritenendosi ugualmente soddisfatte della comunione spirituale.

 

23 - Siccome questi grandi desideri di accostarsi alla comunione sono grazie che il Signore elargisce agli inizi della vita spirituale, quando cioè non si è ancora arrivati alla perfezione anzidetta, è ammissibile che, nel vedersi priva della comunione, l'anima ne senta pena e dolore, purché si mantenga in pace e ne prenda motivo per fare atti d'umiltà.

Ho detto agli inizi della vita spirituale, perché allora quei desideri sono degni di maggiore stima, ma il Signore li concede, e più grandi ancora, anche alla fine. Però credetemi: quando fossero con inquietudine o passione e con qualche risentimento contro la Priora o il confessore, sarebbero una manifesta tentazione.

Che dire di chi decidesse di comunicarsi contro la proibizione del confessore? Non vorrei aver il merito di quella comunione!... In queste cose non siamo noi i giudici, ma colui che ha le chiavi di sciogliere e legare. Si degni il Signore di compartirci il suo lume e la sua divina assistenza onde comprendiamo come comportarci e non ci avvenga di offenderlo nelle stesse grazie che ci fa.

 

 

CAPITOLO 7

 

Come regolarsi con le persone soggette     a melanconia - Norme necessarie per le Priore[64]

 

1 - Queste mie sorelle del monastero di S. Giuseppe di Salamanca, fra le quali mi trovo mentre scrivo queste pagine, mi hanno insistentemente pregata di dir loro qualche cosa intorno al modo di regolarsi con le persone soggette a melanconia. Malgrado ogni nostra cura per non accettare fra noi chi ne sia colpita, questo male è così astuto che, quando gli conviene, sa fare il morto, per cui non si riesce a scoprirlo che quando non v'è più rimedio.[65]

Mi pare d'averne già parlato in un mio piccolo libro,[66] ma siccome non mi ricordo bene, non sarà male che ne parli anche qui, se piacerà al Signore che vi riesca. Potrà darsi che mi ripeta; ma sarei pronta a ripetermi cento volte, se pensassi di riuscire, almeno una volta, a dire qualcosa di utile.

Molti sono i sotterfugi a cui ricorre la melanconia per seguire i suoi capricci: bisogna quindi conoscerli per sapere come sopportare e dirigere chi ne sia colpita e impedirne il danno alle altre.

 

2 - Si deve avvertire che non tutti i sofferenti di quest'umore sono ugualmente difficili, perché le persone umili e di carattere mite soffrono in se stesse senz'esser d'aggravio ad alcuno, specialmente se sono persone di buon criterio. - Del resto, quest'umore ha vari gradi.

In alcune anime la melanconia è un mezzo di cui si serve il demonio per guadagnarsele; e se esse non stanno attente, vi cadono sicuramente. Infatti, il danno principale della melanconia è d'indebolire e oscurare la ragione. E in questo stato, che cosa non faranno le passioni? Pare che dove manchi la ragione vi debba essere la pazzia. Non è forse così? Però, in coloro di cui parliamo, il male a tanto non arriva. Sarebbe più sopportabile se vi arrivasse, giacché affatto insoffribile è dover considerare come ragionevoli e trattare come tali, persone che non lo sono. Se non altro quelle a cui la melanconia ha tolto del tutto la ragione, ispirano pietà e non sono di danno! ...

L'unico mezzo per dominarle è di far loro paura.

 

3 - Si deve ricorrere a questo rimedio - quando gli altri non bastano - anche con coloro in cui questo male sì funesto è appena agli inizi. Benché non tanto sviluppato, è sempre dello stesso genere, proveniente dalla radice e dal ceppo medesimo. Perciò le Priore devono ricorrere alle penitenze dell'Ordine e cercare di dominarle col dar loro a intendere che non riusciranno mai a far la propria volontà, né in poco né in molto. Sarebbero perdute se si avvedessero di ottenere quel che vogliono con i clamori e le smanie che il demonio ispira loro per rovinarle. E ne basterebbe una sola per mettere in subbuglio il monastero. Siccome la poverina non sa opporsi da sé alle suggestioni del demonio, occorre che la Priora la governi con grandissima prudenza sia nell'esterno che nell'interno. Più la ragione è oscurata nell'inferma, più dev'essere chiara nella Priora, se si vuol impedire che il demonio si serva della melanconia per cominciare ad assoggettarsi quell'anima.

Talvolta il male è così violento da togliere del tutto la ragione, e allora l'inferma non commette peccati, come non ne commettono i pazzi per quante stravaganze facciano. Ma alle volte la ragione ne rimane solo offuscata, e allora vi può essere qualche colpa. Vi sono poi degli intervalli in cui la persona sta bene. Perciò è necessario che quando è malata, s'impedisca che cominci a prendersi delle libertà, affinché non avvenga che non sia padrona di sé neppure quando sta bene: il che sarebbe una terribile astuzia del demonio.

Esaminando tali anime, si vede che sono portate a fare quel che vogliono, a dire quello che vien loro in bocca, a notare i difetti degli altri per coprire i propri, a cercare ovunque il proprio comodo, a comportarsi insomma come persone senza freno. E poiché hanno le passioni immortificate, ognuna delle quali vuol seguire i suoi capricci, che ne avverrebbe se nessuno facesse loro resistenza?

 

4 - Siccome ho visto ed ho trattato a lungo con tali persone, ripeto che non v'è altro da fare che da ricorrere a tutti i mezzi e a tutte le vie possibili per ridurle in soggezione. Se non bastano le parole, si dia mano ai castighi; se non bastano i piccoli, si ricorra ai grandi; se non è sufficiente tenerle in carcere un mese, vi si tengano quattro, essendo questo il più gran bene che si possa fare alle loro anime. L'ho detto e lo ripeto ed è sommamente importante che se ne rendano persuase, perché se qualche volta non sono padrone di sé, tuttavia, non trattandosi d'uno stato che scusi la colpa, si trovano in gran pericolo. Talora - benché non sempre - la pazzia arriva al punto da togliere qualsiasi responsabilità, ma può darsi, ripeto, che alle volte la ragione non sia del tutto offuscata e che, ciò nonostante, continui a dire e a fare come quando era impotente a dominarsi. È per una grande grazia di Dio se le persone afflitte da questo male si sanno rimettere a chi le governa. E per il pericolo in cui sono, in questo è ogni loro risorsa. - Se alcuna di esse leggerà questo scritto, pensi, per amor di Dio, che ne è interessata la sua eterna salute.

 

5 - So di alcune persone a cui manca quasi nulla per perdere il giudizio del tutto; ma siccome sono umili e temono d'offendere il Signore, si conformano in tutto all'obbedienza e sopportano il loro male facendo come le altre, nonostante le grandi lacrime che versano e la lotta che devono interiormente sostenere. Certo che così il loro martirio si fa più grande, ma non meno grande sarà pure il loro premio: fanno il purgatorio in questa vita, e ne saranno esenti nell'altra.

Quanto a coloro che non si sottomettono di buona voglia, bisogna che ve le costringano le Priore, senza lasciarsi prendere da falsa compassione, per impedire che le loro stravaganze turbino le altre.

 

6 - Oltre il pericolo anzidetto, tutto personale della povera inferma, ve n'è un altro e grandissimo.

Siccome il male che tormenta il suo spirito non si manifesta all'esterno, le altre, vedendola in buona salute, Potrebbero immaginarsi - tanto è miserabile la nostra natura - di patire anch'esse di melanconia per aver diritto ad essere sopportate. Intanto il demonio le confermerebbe in quest'idea, causando perciò tal rovina, a cui, quando venisse scoperta, sarebbe difficile por rimedio. Sopra un punto così importante non bisogna affatto trascurarsi. Se una melanconica resiste al Superiore, sia punita come una sana, senza alcuna remissione; se dice una parola sgarbata a una sorella, ne subisca il castigo, e così in tutto il resto.

 

7 - Sembrerebbe un'ingiustizia castigare un'inferma come una sana, sotto pretesto di non poter fare altrimenti. - Ma allora sarebbe un'ingiustizia anche legare e fustigare matti, e bisognerebbe lasciare che ammazzassero gli altri!...

Mi credano, che l'ho provato per esperienza: fra tutti i rimedi che ho adoperato, non ve n'è uno più efficace di questo. Se la Priora, mossa da compassione, lascerà che comincino a prendersi delle libertà, verrà giorno che non potrà più dominarle; e quando vorrà mettervi riparo, già tutte ne avranno subìto l'influsso. Se si legano e si castigano i matti per impedire che ammazzino gli altri (ed è bene che così si faccia, nonostante la compassione che ispirano, perché infine non sono padroni di sé) a maggior ragione si deve vegliare su tali inferme per impedire che danneggino le anime con i loro capricci. Spesse volte credo che ciò provenga, più che da melanconia, dalla loro natura senza freno, poco umile e maldoma. Per alcune, almeno, è così, perché., come io stessa ho veduto, quando sono innanzi a una persona che ispira soggezione, si contengono, e ci riescono benissimo. - E perché non potrebbero contenersi per amor di Dio?

 

8 - Temo che con la scusa di quest'umore il demonio cerchi di soggiogarsi molte anime. Oggi questo male è Più che mai diffuso, tanto più che sotto il nome di melanconia si fa passare ogni capriccio e propria volontà. Sarebbe bene, secondo me, che nei nostri conventi, come pure in ogni altro, non lo si designasse mai con questo nome che sembra importare libertà, ma lo si chiamasse grave malattia - e quanto grave! - e la si curasse come tale. Vi sono infatti dei periodi in cui è necessario attenuare l'umore con qualche medicina che lo renda sopportabile. Perciò l'ammalata resti in infermeria, convincendosi che rientrando in comunità, dovrà essere umile ed obbediente come le altre, perché in caso contrario non verrà scusata. - Ciò conviene per le ragioni che ho detto e per quelle che ancora potrei dire.

Tuttavia le Priore devono comportarsi da vere madri e trattarle con grande amore, ricorrendo a tutti i mezzi per guarirle senza che esse se n'accorgano.

 

9 - Sembra che mi contraddica, perché finora ho detto che si deve trattarle con rigore. Ma ci tengo a ripetermi: è necessario che si persuadano che non devono né potranno mai fare quel che vogliono, e che giunto il momento devono assolutamente obbedire, perché il loro danno sta tutto nel credersi indipendenti. La Priora, quando prevede che resisteranno, potrà astenersi dal dare ordini, perché, dopo tutto, non hanno forze sufficienti per sapersi dominare. Le pieghi al necessario con tenerezza ed abilità, essendo sempre meglio - per quanto sia possibile - indurle a sottomettersi per amore. Ciò avverrà facilmente se mostrerà di amarle con tenerezza e lo darà loro ad intendere con opere e parole.

Avvertano le Priore che il miglior rimedio di cui dispongono è quello di tenerle molto occupate negli uffici di casa, affinché non abbiano tempo di lasciar libera la fantasia, che è la causa del loro male. Se non li disimpegnano tanto bene, è sempre meglio passar sopra a qualche mancanza di questo genere, che sopportare il peggio quando siano fuor dei sensi. - Questo, secondo me, è il rimedio più efficace a cui ricorrere.

Si badi inoltre che non stiano a lungo in orazione. Si accorci loro anche l'orazione ordinaria, perché, in generale, essendo persone di debole immaginazione, ne possono avere del danno. Verranno loro in mente, anche senza questo, cose tali che né esse né chi le ascolta riusciranno a capire.

Si procuri che non mangino pesce se non di rado[67] e che non digiunino tanto spesso come le altre.

 

10 - Sembra un'esagerazione impartire tanti consigli per questo male e non dir nulla degli altri, mentre in questa nostra misera vita ne abbondano di così gravi, specialmente nelle donne, che sono di costituzione più debole. Ma lo faccio per due motivi. Primo, perché tali persone non vogliono riconoscere di essere malate di melanconia e si credono sane. Ora, siccome non hanno febbre e non si tratta di malattia che le obblighi a stare a letto e a chiamare il medico, deve far da medico la Priora, perché è un male che attenta a tutto l'insieme della perfezione, ed è più dannoso che se mettesse in pericolo di vita, con l'obbligo di stare a letto. Secondo, perché nelle altre malattie o si guarisce, o si muore, mentre in questa è ben raro che si guarisca, e per essa non si muore. Però vi si perde del tutto la ragione, ed è una morte per l'intera comunità.

Ma più crudele è la morte che quelle persone devono soffrire nel loro interno a causa delle afflizioni, immaginazioni e scrupoli che esse chiamano tentazioni e di cui devono avere un gran merito. Si sentirebbero molto sollevate se si persuadessero che ciò procede dal loro male e non ne facessero conto. A me fanno molta compassione. Ne abbiano tanta anche quelle che sono con loro, pensando che il Signore le potrebbe affliggere con la medesima malattia. Perciò cerchiamo di sollevarle, ma, come ho detto senza che esse se n'accorgano. - Piaccia a Dio che sia riuscita a dire qualcosa di ciò che conviene per por rimedio a tanto male!

 

 

CAPITOLO 8

 

Alcuni avvisi intorno alle visioni e alle rivelazioni

 

1 - Delle visioni e rivelazioni sembra che alcuni si spaventino soltanto con udirne il nome. Non capisco donde proceda questo spavento, né per qual motivo si debba credere in pericolo chi Dio conduce per questa via. Non è mio intento discernere le visioni e le rivelazioni vere dalle false, né indicare i segni che persone molto dotte mi hanno insegnato per conoscerle. Dirò soltanto come deve comportarsi chi cammina per questa via, perché fra i confessori a cui ricorrerà, pochi saranno coloro che non le ingeriranno paura. Molti s'impressionano assai meno nell'udire che il demonio vi assale con vari generi di tentazioni, con suggestioni di bestemmia, con cose disoneste e stravaganti, che nel sentirvi dire di aver visto un angelo che vi ha parlato, o che vi è apparso nostro Signore Gesù Cristo crocifisso.

 

2 - Non voglio parlare neppure delle rivelazioni che sono da Dio, perché queste si riconoscono facilmente dai grandi beni che lasciano; ma soltanto di quelle rappresentazioni con cui il demonio tenta ingannarci mediante raffigurazioni di nostro Signore o dei suoi santi benché sia convinta che Sua Maestà non permetterà mai al demonio né mai gli darà modo d'ingannare con tali immagini le 'anime, a meno che non sia per loro colpa: anzi l'ingannato sarà lui. - Dico che non riuscirà a ingannarle, sempre che abbiano umiltà.

Perciò non v'è motivo di spaventarsi. Si deve confidare nel Signore e non far conto di queste cose che per maggiormente lodarlo.

 

3 - So di una persona che per queste cose fu gettata dai confessori in preda a terribili inquietudini; ma poi dai grandi effetti e dalle buone opere che ne scaturivano, si poté capire che provenivano da Dio.[68] Quando le appariva in visione l'immagine di nostro Signore, doveva segnarsi e farle le corna[69] perché così le era stato ingiunto: cosa che le costava assai. Ma un giorno parlandone con un grande teologo - il Maestro domenicano fra Domenico Bañez - questi le disse che era malfatto e che non si deve far così, perché l'immagine di nostro Signore dev'essere onorata ovunque si veda, anche se dipinta dal demonio. Aggiungeva che il demonio è un buon pittore, e che quando ci dipinge un crocifisso o un'altra immagine così al vivo da lasciarcene molto impressionati, anziché farci del, male, ci rende un buon servizio.

Questa ragione mi piacque assai. Infatti, quando vediamo una bella immagine, anche se sappiamo che l'autore è malvagio, non lasciamo d'ammirarla: non è al pittore che badiamo, ma alla devozione che per il pittore non vogliamo perdere. Il bene o il male non è già nella visione, ma in colui che la riceve: se, cioè, se ne serve per mantenersi umile o no. Se l'anima è umile, non ne avrà danno, neppure se si tratta del demonio, mentre se non ha umiltà, rimane senza frutto anche se la visione è da Dio. Quando un'anima riceve una grazia, e invece d'umiliarsi col riconoscersene indegna, se ne va insuperbendo, si rende simile, non all'ape che converte in miele quanto mangia, ma al ragno che cambia tutto in veleno.

 

4 - Voglio spiegarmi meglio. Nostro Signore, ad esempio, nella sua bontà si degna di farsi vedere ad un'anima affinché essa meglio lo conosca e lo ami, oppure per svelarle qualche suo segreto o per accordarle qualche consolazione o favore speciale. Ora, come ho detto, se da queste grazie che dovrebbero servire a confonderla con la considerazione di quanto ne sia indegna, prende argomento per credersi santa, persuasa che quei favori le sono accordati in ricompensa di qualche suo servizio, è evidente che, come il ragno, cambia in male tutto il bene che gliene dovrebbe venire.

Supponiamo invece che queste apparizioni siano per opera del demonio che cerchi di levar l'anima in superbia. Se quest'anima credendo che siano di Dio, si umilia, riconosce di non meritarle, si sforza di servire meglio il Signore, e nonostante si veda ricca, si abbassa profondamente, persuadendosi di non esser degna neppure di mangiar le briciole che cadono dalla mensa di coloro che Dio così favorisce, o, a meglio dire, si stima indegna di far loro da serva; se comincia a darsi alla penitenza, ad essere più assidua all'orazione, a vegliare più attentamente per non offendere Colui che crede autore di tali grazie e ad obbedire con perfezione maggiore, vi assicuro che il demonio, nonché tornare alla carica, se ne fuggirà confuso senza farle alcun danno.

 

5 - Quando la visione ci comanda di fare qualche cosa o ci annunzia avvenimenti futuri, è necessario parlarne con un confessore dotto e prudente, e non fare né credere nulla all'infuori di quanto egli dirà. Una religiosa deve aprirsi con la sua Priora, affinché le procuri un confessore che abbia le suaccennate qualità.

Or ecco un avviso. Se quella religiosa non obbedisce a ciò che il confessore le dice e non si lascia guidare da lui, o si tratta del demonio, o siamo nel caso d'una terribile melanconia. Supposto pure che il confessore s'inganni, non s'ingannerà lei nell'obbedirgli, neppure se chi le parla sia un angelo di Dio. Sua Maestà o illuminerà il confessore, o disporrà in modo le cose da arrivare a quanto Egli vorrà. Nessun pericolo nel far così, mentre pieno di pericoli e di grandi inconvenienti è il sistema contrario.

 

6 - Si tenga presente che la debolezza umana è molto grande, specialmente nelle donne; e siccome essa si manifesta di più sul cammino dell'orazione, è necessario che ci guardiamo dal pensare subito a visioni appena ci si presenta qualche cosa. Credetemi: quando si tratta di vere visioni, lo si conosce molto bene. Si esige una maggiore cautela nel caso che le veggenti soffrissero alquanto di melanconia, perché a questo proposito ho saputo certe cose che mi hanno molto sorpresa, non riuscendo io a comprendere come si possa credere di vedere quando non si veda affatto.

 

7 - Una volta un confessore venne da me tutto meravigliato. Una sua penitente gli affermava che la Madonna andava spesso a visitarla, si sedeva sul suo letto e s'intratteneva a parlarle per più di un'ora, rivelandole il futuro e molte altre cose. E siccome fra tante stramberie se n'avverava qualcuna, si riteneva tutto per vero. Intesi subito di che si trattava, ma non osai parlare, perché viviamo in un mondo nel quale per ottenere che le nostre parole sortiscano il loro effetto, occorre prevedere ciò che si possa pensare di noi. Mi contentai di dirgli che attendesse l'esito delle profezie, che s'informasse del suo genere di vita ed esigesse altri segni di santità. Infine, si venne a capire che erano tutte stravaganze.

 

8 - Potrei citare molti altri esempi che servirebbero a meraviglia per provare quanto dico: cioè, che l'anima non deve prestare subito fede a ciò che sente, ma prendere tempo e cercare di conoscersi bene prima di manifestarsi al confessore, acciocché non avvenga che, pur non volendolo, abbia a trarlo in inganno. - Per istruito ch'egli sia, se di queste cose non ha esperienza, non saprà discernerle.

Pochi anni or sono - anzi, non è molto tempo - un certo uomo giunse con queste cose a sconvolgere la mente di alcune persone molto dotte e spirituali. Finalmente ebbe a trattarne con una che aveva esperienza dei favori di Dio e che conobbe chiaramente esser tutto follia ed illusione. Però l'errore non era tanto palese, anzi così dissimulato che chi lo scoprì dovette soffrire non poco. Non le volevano credere, ma poco dopo il Signore svelò ogni cosa.[70]

 

9 - Da questi ed altri fatti consimili si vede quanto sia importante che le sorelle espongano chiaramente la loro orazione alla Priora. Questa, a sua volta, si applichi con attenzione a studiare il temperamento e la virtù di ognuna, onde avvisarne il confessore affinché meglio le conosca. Se qualcuna è favorita di tali grazie e il confessore ordinario non le basta, la Priora gliene procuri un altro che abbia le attitudini richieste. Intanto le sorelle cerchino di non parlarne con estranei, neppure se si trattasse di cose apertamente di Dio o manifestamente miracolose. Non ne parlino nemmeno con quei confessori che non hanno la prudenza di tacere;[71] anzi, neanche tra loro, perché in queste cose il silenzio è di primaria importanza. La Priora si diporti sempre con prudenza, e si faccia vedere più inclinata a lodare quelle che si distinguono in umiltà, mortificazione ed obbedienza, che non quelle condotte da Dio per queste vie di tanto alta e soprannaturale orazione, benché abbiano anch'esse le medesime virtù. Da ciò esse non avranno alcun danno, perché lo spirito di Dio, se è Lui, apporta con sé umiltà, per cui quelle anime nel vedersi disprezzate ne prendono piacere. E ciò sarà di profitto alle altre, le quali, altrimenti, non potendo arrivare a quei doni che Dio dà a chi vuole, potrebbero perdersi di coraggio per l'acquisto delle altre virtù: virtù che vengono anch'esse da Dio, ma che si possono procurare con le nostre forze e sono di gran pregio alla religione. Sua Maestà ce le conceda! Egli non le negherà a nessuno, purché si cerchi di acquistarle con l'esercizio, la vigilanza, l'orazione e la confidenza nella sua misericordia.

 

 

CAPITOLO 9

 

Parte da Medina del Campo per la fondazione di S. Giuseppe di Malagòn

 

1 - Come sono uscita di strada!... Ma può essere che alcuni degli avvisi dati siano più utili dello stesso racconto delle fondazioni.

Ero dunque a S. Giuseppe di Medina del Campo, intimamente felice di vedere le sorelle seguire le orme di quelle di S. Giuseppe di Avila, in fervore, in carità fraterna e in spirito interiore. Nostro Signore le provvedeva di tutto, sia per la chiesa che per il sostentamento comune. Nel frattempo si ricevettero alcune novizie che sembrarono scelte da Dio per essere di fondamento all'edificio. - Da simili principi dipende il bene dell'avvenire, perché una volta che il cammino è tracciato, le altre non hanno che da seguirlo.

 

2 - Abitava in Toledo una signora, sorella del duca di Medinaceli, presso la quale ero stata altra volta per comando dei miei Superiori, come ho scritto più a lungo nel racconto della fondazione di S. Giuseppe.[72] Ella allora mi si affezionò grandemente, e questo affetto dovette servirle di stimolo a quello che poi ha fatto. - Spesse volte, infatti, Sua Maestà si serve di certe cose per i suoi disegni che a noi, a cui il futuro è ignoto, sembrano quasi insignificanti.

Quando quella signora seppe che io avevo il permesso di fondare monasteri, mi fece pregare insistentemente perché ne fondassi uno in un certo suo feudo chiamato Malagòn.[73] Io non volevo accondiscendere, perché trattandosi d'un piccolo villaggio, il monastero per mantenersi avrebbe dovuto aver rendite, alla qual cosa ero assolutamente contraria.

 

3 - Ne parlai al mio confessore[74] e ad altre dotte persone. Essi mi risposero che facevo male, perché se il sacro Concilio[75] permetteva di aver rendite, non dovevo io, per una mia veduta personale, lasciar di fondare un monastero dove il Signore poteva essere molto servito. A queste ragioni si aggiunsero le replicate insistenza di quella dama, per cui mi vidi costretta ad accettare, ed essa dotò la fondazione con rendite sufficienti. - Cerco sempre che i monasteri o siano poveri del tutto o abbiano tali rendite da evitare che le monache importunino la gente per avere quello di cui abbisognano.

 

4 - Si presero tutte le misure possibili per impedire che alcuna possedesse qualche cosa e si osservassero le Costituzioni come nei monasteri di povertà.

Steso il contratto, mandai a prendere alcune sorelle per dar principio alla fondazione, e accompagnate da quella dama, ci recammo a Malagòn. Ma siccome la casa non era pronta, ci trattenemmo più di otto giorni in un appartamento del castello.

 

5 - Il giorno delle Palme del 1568 ci vennero a prendere in processione. E così, coi veli calati sul viso e con indosso le nostre cappe bianche, ci recammo alla chiesa del luogo. Dopo la predica di circostanza, si portò il SS. Sacramento al monastero con grande devozione di tutti.[76]

Mi trattenni colà alcuni giorni. Un mattino, dopo la comunione, mentre ero in orazione, intesi che in quella casa nostro Signore sarebbe stato ben servito.

Credo che il mio soggiorno in quel luogo non sia durato due mesi. Ero internamente pressata a fondare la casa di Valladolìd, per la ragione che sto per dire.

 

 

CAPITOLO 10

 

Fondazione del monastero di Valladolìd sotto il titolo della Concezione di nostra Signora del Carmine

 

1 - Quattro o cinque mesi prima che si fondasse San Giuseppe di Malagòn, ebbi a parlare con un giovane e distinto cavaliere, il quale mi disse che se avessi voluto fondare un monastero a Valladolìd, mi avrebbe data una sua casa con un orto assai produttivo ed esteso, nella cui area c'era pure una gran vigna.[77] Il valore ne era immenso, e me ne voleva dare subito la proprietà. lo non ero troppo disposta a fondare in quel luogo, perché fuori di città quasi un quarto di lega. Tuttavia accettai, riflettendo che, una volta presone il possesso, si sarebbe potuto anche passare in città. Egli, inoltre, me ne faceva l'offerta così di buon animo che non volli impedirgliene il merito, né oppormi alla sua devozione.

 

2 - Dopo circa due mesi quel cavaliere fu colpito da una violenta malattia che gli tolse la parola, e morì in poco tempo con molti segni di chiedere a Dio perdono ma senza potersi ben confessare. lo allora mi trovavo assai lontana,[78] e il Signore mi disse che la sua salvezza era stata molto in pericolo, ma che Egli gli aveva usato misericordia per il servizio reso a sua Madre con la donazione di quella casa per un monastero all'Ordine di Lei. Però, non sarebbe uscito dal purgatorio fino a quando non si fosse celebrata la prima Messa: solo allora ne sarebbe uscito.

Le gravi pene di quell'anima mi erano sempre dinanzi, e benché desiderassi di fondare a Toledo, per allora ne abbandonai l'idea, dandomi ogni premura possibile per realizzare in qualunque modo la fondazione di Valladolìd.

 

3 - Tuttavia la cosa non poté farsi così presto come io avrei voluto, perché costretta a trattenermi diversi giorni prima a S. Giuseppe di Avila di cui ero Priora, e poi a S. Giuseppe di Medina del Campo per dove passai.

Là, un giorno, mentre ero in orazione, il Signore mi disse di far presto, perché quell'anima soffriva molto. Benché non avessi pronto quasi nulla, partii senza indugio, e giunsi a Valladolìd il giorno di S. Lorenzo.[79]

Quando vidi la casa, rimasi molto disillusa. Compresi subito che sarebbe stata una pazzia pensare di mettere là un monastero senza il dispendio d'ingenti somme, perché se da una parte il soggiorno era incantevole per l'orto delizioso che vi era, dall'altra non poteva non essere malsano per la vicinanza del fiume.

 

4 - Nonostante la stanchezza del viaggio, dovetti recarmi per la Messa, a un convento del nostro Ordine, situato all'ingresso della città, ma tanto lontano da raddoppiarmi il disappunto.[80] Tuttavia, per non affliggere le mie compagne, non dissi nulla ad alcuno. Malgrado la mia miseria, avevo una certa speranza che il Signore, dopo avermi detto quello che dovevo fare, mi avrebbe anche prestato il suo aiuto.

In gran segretezza feci venire alcuni operai per cominciare i muri della clausura e per quanto altro occorreva. Era con noi, oltre il sacerdote che ho detto, chiamato Giuliano d'Avila, uno dei due frati che volevano farsi Scalzi, per istruirsi intorno al modo di vivere che si tiene nelle nostre case.[81] Giuliano d'Avila badava ad ottenere la licenza dell'Ordinario che qualche buona speranza mi aveva già dato prima del mio arrivo. Ma le pratiche non si poterono sbrigare così presto che non sopraggiungesse prima una domenica. Tuttavia, per quel giorno ci fu concesso di celebrare la Messa, e ce la dissero nel luogo che avevamo stabilito per cappella.[82]

 

5 - Non pensavo neppure che dovesse compirsi allora ciò che di quell'anima mi era stato detto. Mi si era parlato di prima Messa, e io credevo che fosse quella nella quale si sarebbe posto il SS. Sacramento. Ma ecco che venendo il sacerdote con l’Ostia santa fra le mani dove noi eravamo per la comunione, vidi vicino a lui, mentre stavo per comunicarmi, il cavaliere che ho detto, con viso splendente ed allegro. Giunte le mani, mi ringraziò di quanto avevo fatto per affrettargli l'uscita dal purgatorio; indi la sua anima salì al cielo.[83]

A dir vero, quando mi fu rivelato che era in luogo di salute, ero ben lungi dal pensarlo, e me ne stavo con pena, perché con la vita che aveva menato, credevo che gli fosse occorsa una ben altra morte. Aveva delle buone qualità, ma era immerso nelle cose del mondo. Tuttavia - come aveva detto alle mie compagne - il pensiero della morte non lo abbandonava quasi mai.

Oh, come gradisce Nostro Signore che si rendano servizi alla Madre sua! Che gran cosa è questa! Com'è infinita la sua misericordia! Sia Egli per sempre lodato e benedetto, giacché ricompensa con la vita e la gloria eterna opere così basse come le nostre, rendendole grandi, nonostante il loro scarso valore.

 

6 - Il 15 agosto 1568, festa dell'Assunzione di nostra Signora, si prese possesso del monastero. Ma ivi rimanemmo per poco tempo perché ci ammalammo quasi tutte e gravemente.

Le nostre tristi condizioni giunsero a cognizione di una certa signora del luogo, chiamata donna Maria de Mendoza, moglie del commendator Cobos e madre del marchese di Camarasa, donna molto caritatevole e di grande pietà, come ce la davano a vedere le abbondantissime elemosine che faceva. Avevo sperimentato la sua grande carità prima ancora del nostro incontro, perché sorella del Vescovo di Avila, che ci aveva favorito grandemente non solo per ciò che riguarda il nostro primo monastero ma anche per tutto il resto dell'Ordine.

Vedendo, dunque, che senza grandi inconvenienti non avremmo potuto star là, essendo il luogo insalubre e troppo lontano per aver elemosine, ci propose, nella sua grande carità, di cedere a lei questa casa, in cambio della quale ce n'avrebbe procurata un'altra. Così si fece, e ci dette un locale di più gran prezzo del primo, senza contare quanto ci aveva già dato in precedenza, soccorrendoci in ogni nostro bisogno, come ancora farà per tutto il tempo della sua vita.[84]

 

7 - Ci trasferimmo nel nuovo monastero il giorno di S. Biagio con grande processione e sentimenti di simpatia da parte del popolo che non ha più cessato di amarci. Grandi le misericordie che il Signore usa a quella casa col chiamarvi anime la cui santa vita verrà un giorno svelata, a gloria di Colui che così si compiace di magnificare le sue opere e dar grazie alle sue creature.

Vi entrò una donzella che dette a intendere che cosa sia il mondo col disprezzo che ne fece in tenerissima età. Credo opportuno di narrarne la storia a confusione di coloro che pongono nel mondo ogni loro affezione, e a incoraggiamento di quelle giovani che il Signore favorisce di santi desideri e buone ispirazioni affinché li mettano in pratica.

 

8 - Abita in questa città una signora, chiamata donna Maria de Acuña, sorella del conte di Buendia. Sposatasi con l'Adelantado di Castiglia, rimase vedova in giovanissima età con un figlio e due figliole.[85] Cominciò a menare vita così santa e a educare i figli tanto virtuosamente da meritare che il Signore li chiamasse tutti al suo servizio.

Ho sbagliato a dire che aveva due figlie: ne aveva tre. Una si fece subito religiosa, e un'altra rifiutò di accasarsi per stare con sua madre a vita di grande edificazione. Il figlio poi cominciò a capire cosa fosse il mondo fin dai suoi primi anni, e si sentì chiamare alla religione così fortemente che nessuno riuscì a stornarlo. Sua madre ne era tanto contenta che credo l'aiutasse molto con le sue preghiere benché non desse a intravedere nulla per riguardo al parentado. Ma ben poco valgono le creature con le loro opposizioni quando Dio vuole alcuno per sé. E così avvenne allora, perché dopo tre anni di lotta, durante i quali si fece di tutto per dissuaderlo, il giovane entrò nella Compagnia di Gesù. Un confessore di quella signora mi disse d'avergli ella confidato che non aveva mai sentito tanta gioia in tutta la sua vita come nel giorno della professione di suo figlio.

 

9 - Oh, l’insigne grazia che il Signore fa a quei figli col dar dei genitori che li amano di un amore così vero da non voler ad essi assicurare altri maggioraschi, ricchezze e possessioni che nell'eterna beatitudine del cielo! Ma che pena vedere oggi il mondo in tanta miseria e cecità da far sì che i parenti pongano il loro onore nel perpetuare la memoria di questa immondizia dei beni terreni dimenticandosi che presto o tardi devono tutti finire! No, ciò che è finito non merita stima, perché, per quanto possa durare, deve pur sempre aver fine. Ma certi genitori vogliono coltivare la propria vanità a spese dei loro poveri figlioli, strappando a Dio con incredibile audacia le anime ch'Egli sceglie per sé, e privandole di tanti beni.

Infatti, pur prescindendo dai beni eterni a cui Dio li chiama con la vita religiosa, non è forse un vantaggio inestimabile sentirsi liberi dalle noie e dalle leggi del mondo, che sono tanto più pesanti quanto maggiori sono i beni che si posseggono? Aprite loro gli occhi, mio Dio! Fate loro intendere come devono amare i propri figli affinché non rechino ad essi un sì gran male, ed essi poi non abbiano a lamentarsi di loro innanzi a Voi nel giorno del giudizio, dove quei genitori comprenderanno, sia pur contro voglia, il vero valore delle cose.

 

10 - La misericordia di Dio, dunque, cavò dal mondo in età di circa diciassette anni il giovane cavaliere don Antonio de Padilla, figlio della predetta signora donna Maria de Acuña, e in tal modo i feudi di famiglia passarono alla figlia maggiore, chiamata donna Luisa de Padilla. Da notare che Don Antonio avrebbe anche ereditato la contea del conte di Buendia che non aveva figlioli, e la dignità di Adelantado di Castiglia.

Per non uscire d'argomento, non dirò il molto che dovette soffrire da parte dei parenti per poter attuare i suoi desideri. Può farsene un'idea chi conosce quanto bramino i mondani di perpetuare il loro casato.

 

11 - O Figlio dell'Eterno Padre, Gesù Cristo Signor nostro, vero Re dell'universo! Qual è l'eredità che Voi lasciaste in questo mondo per noi vostri discendenti? Che cosa aveste, Signor mio, se non travagli, tormenti e disprezzi? E per trangugiare l'amaro calice della morte, aveste Voi forse più d'un legno? Ah, mio Dio, se vogliamo esser vostri figli legittimi e non rinunciare alla vostra eredità, dobbiamo abbracciare la sofferenza! Le vostre insegne sono cinque piaghe!... E quelle piaghe, figliole mie, devono pur essere il nostro stemma, sotto pena di non ereditare il suo regno! Non è col riposo, con le delizie, con gli onori e le ricchezze che s'ha da guadagnare quel regno ch'Egli acquistò con tanto sangue. Per amor di Dio, aprite gli occhi, o titolati del mondo, e pensate che i veri cavalieri di Gesù Cristo, i principi della sua Chiesa, come un S. Pietro e un S. Paolo, non camminarono per dove andate voi! Credete forse che per voi vi debba essere un'altra strada? Non lo pensate. Osservate qui come il Signore cerchi convincervi del contrario, mediante l'esempio di persone così giovani come queste di cui parliamo.

 

12 - Ho visto e parlato varie volte con don Antonio. Avrebbe voluto avere assai di più per poter tutto abbandonare. Avventurato giovane e felice giovinetta che hanno avuta tanta grazia da calpestare il mondo proprio in quell'età in cui esso suol dominare chi lo abita! - Sia benedetto il Signore che dette loro tanto bene!

 

13 - Quando la sorella maggiore si vide in possesso di tutti i beni, ne fece il medesimo conto del fratello, e come lui disprezzò ogni cosa. - Si era data all'orazione fin da bambina ed è appunto in essa che il Signore illumina e fa comprendere la verità.

Gran Dio! Quanti si sarebbero esposti a fatiche, a tormenti e a processi senza fine, sino a mettere in pericolo la stessa vita e l'onore per acquistare quell'eredità! Essi invece dovettero non poco soffrire per ottenere d'abbandonarla!... Così va il mondo. Se non fossimo ciechi, le sue follie non ci potrebbero essere più evidenti.

Per liberarsi dall'eredità, la giovinetta ne fece di gran cuore la rinuncia in favore della sorella, la sola che restasse nel mondo, fanciulla di 'dieci o undici anni di età. E affinché si perpetuasse la miserabile gloria del casato, i parenti stabilirono subito di darla in sposa a uno zio, fratello di suo padre. - Ottenuta dal Papa la dispensa, si celebrò il fidanzamento.[86]

 

14 - Ma il Signore non volle che la figlia di tal madre e sorella di. tali fratelli fosse meno di loro. Ed ecco quel che avvenne.

La fanciulla cominciò ad amare le vesti e 1e gale del mondo: cose tutte che a una fanciulla come lei di così tenera età dovevano essere assai seducenti. Ma non erano ancora passati due mesi dal suo fidanzamento, che il Signore cominciò a illuminarla senza che ella se n'accorgesse. Dopo una giornata felice, trascorsa con il suo promesso ch'ella amava d'un affetto superiore all'età, al pensiero che quel giorno era passato e che allo stesso modo sarebbero passati anche gli altri, sentiva piombarsi nell'anima una profonda malinconia. - Oh, grandezza di Dio! Fu tratta ad aborrire il mondo dallo stesso contento delle sue gioie passeggere.

La sua tristezza era così profonda che non riusciva a nasconderla, neppure al fidanzato. Non sapeva donde le venisse, né cosa rispondere a lui quando gliene chiedeva il motivo.

 

15 - Nel frattempo il fidanzato dovette intraprendere un viaggio che l'obbligò ad andare assai lontano; ed ella che l'amava tanto, ne rimase molto addolorata. Ma presto il Signore le scoprì che la causa delle sue tristezze era che la sua anima inclinava alle cose eterne. Cominciò a pensare che i suoi fratelli avevano scelto il cammino più sicuro, lasciando lei fra i pericoli del mondo. E questa considerazione l'affliggeva grandemente, come pure il pensiero della sua situazione che credeva ormai irrimediabile, non sapendo ancora quello che apprese solo più tardi, cioè che avrebbe potuto farsi religiosa, nonostante fosse fidanzata. Ma quello che soprattutto l'ostacolava era l'affetto che la legava al suo promesso, per cui viveva in gravi angosce.

 

16 - Ma il Signore che la voleva per sé, le tolse a poco a poco quell’affetto, aumentandole il desiderio di abbandonare ogni cosa. Allora non bramò altro che di giungere a salute e di trovarne i mezzi più sicuri, perché le pareva che immergendosi nelle cose dei mondo, avrebbe dimenticato di procurarsi le eterne.

Questa la sapienza che Dio le infondeva nell'anima, per la quale si sentiva indotta, benché ancora giovinetta, a cercare il modo d'impossessarsi di ciò che non ha fine. - Felice la sua anima che tanto per tempo si liberò dalla cecità nella quale muoiono tanti vecchi!

Quando si sentì libera di cuore, decise di darsi tutta a Dio. Fino a quel momento non aveva parlato con alcuno: d'allora in poi cominciò a trattarne con sua sorella. E questa, parendole di vedervi una fanciullaggine, cercava di dissuaderla, dicendole fra l'altro che avrebbe potuto salvarsi anche nello stato matrimoniale. Ma la fanciulla le chiedeva perché allora ella non l'avesse abbracciato.

Passarono così vari giorni, durante i quali i suoi desideri non fecero che aumentare. Ma a sua madre non osava dir nulla, mentre forse era stata lei a metterle in cuore quella lotta con le sue sante preghiere.

 

 

CAPITOLO 11

 

Prosegue nel racconto incominciato, ossia del modo con cui donna Casilda de Padilla poté realizzare i suoi desideri d'essere religiosa

 

1 - Verso quel tempo, nel nostro monastero della Concezione si dette l'abito religioso a una sorella conversa di cui forse racconterò la vocazione.[87] Era di condizione assai diversa, perché umile contadina, ma il Signore l'inondò di tante grazie, che ben merita se ne faccia memoria, a lode di Sua Maestà.

Donna Casilda - che così si chiamava quella prediletta di Dio - aveva assistito alla vestizione con sua nonna,[88] madre del promesso sposo, e si era molto affezionato al monastero per sembrarle che in esso le monache, essendo in poche e povere, potevano servire meglio il Signore. Ma non era ancora decisa ad abbandonare il fidanzato, poiché questo, come ho detto, era il legame più forte che ancora la trattenesse.

 

2 - Intanto considerava che prima di fidanzarsi era solita dedicare adorazione qualche tratto di tempo, abitudine alla quale la santa ed eccellente sua madre l'aveva educata con gli altri suoi fratelli. Infatti, fin dall'età di sette anni li abituava a raccogliersi a date ore in un loro oratorio, dove li istruiva a meditare sulla passione del Signore. Aveva cura che si confessassero spesso, e in tal modo vide appagati i suoi desideri che erano di vedere i suoi figli consacrati al Signore. Mi disse che glieli offriva continuamente, supplicandolo di ritirarli dal mondo, giacché conosceva quanto poco meriti d'essere stimato.

Penso talora quanto questi figli dovranno ringraziare una tal madre, una volta in possesso della gloria eterna, nel riconoscere d'esserne a lei debitori, e alla gioia accidentale di questa madre nel vedere i suoi figli in paradiso. Ma quanto diversa sarà invece la sorte di quei genitori che per non aver educato i propri figli come figli di Dio - di cui essi sono, più che di loro - si vedranno con essi nell'inferno! Che maledizioni si scaglieranno a vicenda! Che disperazione la loro!...

 

3 - Tornando a quanto dicevo, Casilda quando s'avvide che recitava con disgusto anche il rosario, temette grandemente di dover andare di male in peggio. Le parve di vedere che avrebbe potuto salvarsi soltanto entrando in monastero, e ne prese la ferma risoluzione.

Un mattino, essendo venuta al monastero con la madre e la sorella, si presentò l'occasione di farle entrare in clausura. Nessuno pensava che la fanciulla potesse fare quel che fece. Quando si vide in monastero, non fu più possibile mandarla fuori. Versava tante lacrime per ottenere che ve la lasciassero, e diceva cose così toccanti che tutte ne erano meravigliate. Sua madre in fondo ne godeva, ma bramava che la cosa non si facesse in quel modo, perché temeva il parentado e non voleva che si dicesse ch'era stata indotta da lei. Del medesimo parere era pure la Priora, la quale inoltre trovava la fanciulla troppo giovane e credeva che fosse necessaria una prova più lunga. Ciò avveniva al mattino, e si trattennero in monastero fino a sera. Mandarono a chiamare il confessore di Casilda e il domenicano P. Maestro fra Domenico di cui ho parlato in principio, mio confessore. - In quel momento non ero là.[89]

Il Padre vide subito che era spirito di Dio e la confortò molto, tirandosi in capo le persecuzioni dei parenti.

Ma è così che si deve fare se si vuol servire il Signore. Quando si vede che Dio chiama un'anima, bisogna passar sopra ad ogni umana considerazione. - Egli promise d'aiutarla e di farla entrare in monastero in un'altra circostanza.

 

4 - Dopo molte preghiere, e per evitare che se ne incolpasse la madre, per quella volta Casilda usci.

Intanto i suoi desideri non facevano che aumentare, per cui la madre cominciò a parlarne con i parenti. Ma lo fece molto segretamente per impedire che il fidanzato lo venisse a sapere. I parenti dissero ch'era un capriccio infantile, e che, ad ogni modo, bisognava attendere un'età conveniente, perché allora Casilda non aveva ancora dodici anni. Ma la fanciulla rispondeva che se l'avevano trovata d'età sufficiente per fidanzarla e lasciarla nel mondo, non capiva perché non la giudicassero ugualmente matura per consacrarsi al Signore. - Insomma, diceva delle cose che facevano ben conoscere come non fosse lei che parlasse.

 

5 - Tuttavia la cosa non poté tenersi così segreta che non ne venisse informato il fidanzato. E quando Casilda lo seppe, credette opportuno di non aspettare il suo ritorno.

La festa della Concezione, essendo in casa della nonna, sua futura suocera, la pregò caldamente di volerle permettere d'andare con la governante a ricrearsi un poco in campagna. Per farle piacere, la nonna, che non sapeva nulla di quanto la nipote pensava, glielo permise e le dette carrozza e servitori. Allora la fanciulla consegnò del denaro a un servo pregandolo di comperare alcuni - fasci di sarmenti e d'andarla ad attendere presso la porta del monastero. Poi ordinò la passeggiata in tal modo che la carrozza vi passasse davanti. Appena giunta alla porta, fece chiedere alla ruota un bicchiere d'acqua con preghiera di non dire per chi fosse, e s'affrettò a scendere per terra. Le dissero che glielo avrebbero recato in carrozza, ma ella non volle. Intanto i fasci erano pronti; ella vi si mise dappresso e ordinò che chiamassero le monache per ritirarli. Quando si aprì la porta, d'un balzo si lanciò in monastero e corse ad abbracciare una statua della Madonna,[90] piangendo e supplicando la Priora di non volerla cacciar fuori.

Frattanto i servi mandavano alte grida e picchiavano alla porta con violenza. Casilda andò a trovarli alla grata e disse loro che in nessun modo ne sarebbe uscita e che avvertissero sua madre. Le donne che l'avevano accompagnata si abbandonavano a pietosi lamenti, ma ella non se ne dette per intesa.

 

6 - Quando la nonna lo seppe, si portò subito al monastero, ma né lei, né lo zio, né poi il fidanzato, che tornato dal viaggio le parlò molto alla grata per dissuaderla, non riuscirono ad altro che a renderle disgustosa la loro stessa presenza e a sempre più radicarla nel suo proposito. Il fidanzato le diceva con molti lamenti che avrebbe potuto servire meglio il Signore con fare elemosine. Ma ella rispondeva che le facesse lui, e replicava agli altri suoi ragionamenti che soprattutto ella doveva pensare alla sua eterna salute, perché conoscendo la sua debolezza, vedeva che fra i pericoli del mondo non si sarebbe salvata. Egli poi non avrebbe dovuto dolersi, perché se l'abbandonava, era solo per consacrarsi al Signore, della qual cosa non doveva offendersi. - Ma vedendo di non riuscire a convincerlo, si alzò e lo lasciò solo.

 

7 - Le parole del fidanzato non solo non l'impressionarono, ma finirono col renderglielo di fastidio. - Quando Dio fa brillare a un'anima la luce della verità, le tentazioni e gli ostacoli che il demonio le frappone non servono che a maggiormente animarla, perché allora Sua Maestà combatte per lei, come appunto si vedeva nelle risposte di Casilda, che non sembravano sue.

 

8 - Il fidanzato e i parenti vedendo che con le buone o non approdavano a nulla, tentarono di farla uscire con la forza. Ottennero una provvistone reale che ordinava di metterla fuori del monastero e di lasciarla in libertà.

Durante questo tempo, vale a dire dalla Concezione al giorno degli Innocenti[91] - che fu quello in cui la fecero uscire - Casilda rimase in monastero senza abito religioso, ma seguiva le pratiche della comunità con sua grandissima consolazione, come se fosse già vestita. In quel giorno venne a prenderla la giustizia, e la condusse in casa d'un gentiluomo. Ma ella ripeteva fra le lacrime: «Perché tormentarmi quando i vostri sforzi non serviranno a nulla?».

Là dovette subire gli assalti di varie persone, religiose secolari: le une non vi vedevano che una fanciullaggine, le altre desideravano che godesse i suoi beni.

Sarebbe troppo lungo narrare tutte le dispute che dovette sostenere e il modo con cui ella si difese. - Le sue risposte lasciavano tutti meravigliati.

 

9 - Quando videro che non riuscivano a nulla la riportarono in casa di sua madre per lasciarla ivi un po' di tempo. Sua madre, stanca di tante lotte, non solo non l'assecondava più, ma pareva che le fosse divenuta contraria. Forse faceva così per provarla. Così almeno mi disse; ed è così santa che bisogna crederle. Ma la figliola non si accorgeva di quest'arte. Le era molto contrario anche un sacerdote da cui si confessava. Non aveva altra consolazione che in Dio e in una damigella di sua madre. Così, in queste lotte ed angosce arrivò al compimento del suo dodicesimo anno.

 

10 - Ma avendo scoperto che non potendo impedirle di essere religiosa, lavoravano per farla entrare in un convento meno austero dove si trovava sua sorella,[92] risolvette di ricorrere a tutti i mezzi possibili per procurarsi la felicità che bramava, mandando ad effetto i suoi desideri.

Un giorno andò con sua madre ad ascoltare la Messa. Mentre erano in chiesa, la madre entrò in confessionale. Allora Casilda pregò la governante d'andare a chiedere a un Padre di dir Messa per lei. Quando la vide lontana, si mise le scarpette nella manica, si rilevò la veste, e via di corsa verso il monastero, ch'era molto distante. La governante, non trovandola più, si mise a inseguirla, e, già presso a raggiungerla, pregò un uomo di fermarla. Ma questi la lasciò andare, perché, com'ebbe poi a narrare, si sentì nell'impossibilità di fare il minimo movimento. Intanto Casilda entrò nella prima porta del monastero, la rinchiuse dietro di sé e si mise a chiamare le monache. Quando giunse la governante, era già dentro. Le dettero subito l'abito, e così poté appagare i desideri che il Signore le aveva messo nell'anima. Ella si pose a servirlo con grandissima umiltà, gioia e distacco da ogni cosa, e Sua Maestà non tardò molto a ricompensarla con alcune grazie spirituali.

 

11 - Sia sempre benedetto il Signore che rende felice sotto povere vesti di bigello colei che prima aveva tanto trasporto per le vesti ricche ed eleganti! Ma il povero abito non eclissa la sua avvenenza, giacché il Signore le ha concesso con le grazie spirituali anche natura i attrattive. Ha ingegno e carattere sì piacevoli che le sorelle ne benedicono il Signore. - Piaccia a Sua Maestà che molte anime sappiano rispondere come lei alla sua chiamata![93]

 

 

CAPITOLO 12

 

Vita e morte di una religiosa che il Signore condusse in questo monastero chiamata Beatrice dell'Incarnazione - La sua vita perfetta e la morte edificante che fece meritano che se ne faccia memoria

 

 

1 - Qualche anno prima di donna Casilda, era entrata in questo monastero per farsi monaca una certa donzella sua lontana parente, chiamata donna Beatrice Oñez.[94] Le rare virtù di cui il Signore l'arricchiva rapivano d'ammirazione le sorelle, le quali affermavano - e la Priora con loro[95] - di non aver mai visto in lei, in tutto il tempo di sua vita, alcuna cosa che si potesse dire imperfetta. Mai che si mutasse di sembianze per qualunque fatto accadesse, ma sempre modestamente allegra: visibile indizio della pace interiore che inondava la sua anima. Rigorosissima nell'osservanza del silenzio, tuttavia non aveva nulla di pesante, nulla che paresse singolare. Mai che dicesse una parola degna di rimprovero; mai che si notasse in lei ostinazione di giudizio o uscisse in qualche scusa, benché alle volte, la Priora per provarla, l'accusasse di cose che non aveva fatto, come si usa nelle nostre case per esercizio di mortificazione. Non si lamentò mai di niente né di nessuno, né mai dette disgusto ad alcuna con sembiante o parole nei vari uffici che tenne. Non dette mai motivo di sospettare in lei una imperfezione, tanto che negli stessi Capitoli, nei quali le zelatrici fari rilevare anche i più piccoli difetti, non si trovò mai a suo riguardo alcun putito d'accusa.[96] Meraviglioso l'ordine che osservava in ogni cosa, sia nell'interno che nell'esterno, originato dall'aver sempre innanzi l'eternità e il fine per il quale Dio ci ha creati. Aveva sempre sulle labbra le lodi di Dio e gli accenti della più viva riconoscenza: la sua vita era un'orazione continua.

 

2 - In fatto d'obbedienza non commise mai una mancanza, pronta ad ogni comando con alacrità e perfezione. Straordinaria la sua carità verso il prossimo: si diceva disposta a lasciarsi mettere in mille brani per ciascuno in particolare, pur di salvare la loro anima e far che un giorno godessero del «suo fratello Gesù Cristo», come soleva chiamare nostro Signore. Nelle sue pene, che pure erano. gravissime, provenienti da terribili malattie e da altri acerbissimi dolori, come appresso dirò, soffriva così volentieri e con tanta soddisfazione come se si trattasse di grandi favori e delizie. - Evidentemente il Signore doveva comunicarsi al suo spirito, non essendo altrimenti spiegabile il gran contento con cui tollerava il suo martirio.

 

3 - Avvenne in questa città di Valladolìd che si conducessero al rogo alcuni delinquenti, rei di orribili delitti. Ella dovette conoscere che quegli infelici andavano alla morte non convenientemente preparati, e ne fu molto addolorata. Si portò ai piedi di nostro Signore, e supplicandolo ardentemente per la salvezza di quelle anime, si offrì a sopportare per esse, fino alla morte, tutti gli strazi e i dolori di cui sarebbe stata capace. Non ricordo le parole precise con cui si è espressa, e perciò non so dire se l'offerta sia stata fatta in sostituzione a quanto essi meritavano o soltanto per ottenere che si convertissero: fatto sta che in quella stessa notte fu presa dalla prima febbre, ed ebbe sempre a soffrire finché visse. - Quei condannati morirono bene, e ciò fa credere che il Signore abbia esaudita la sua preghiera.

 

4 - Le venne una postema alle viscere. Soffriva dolori così gravi che per sopportarli con pazienza le occorreva tutta la forza di cui il Signore l'aveva arricchita. Il male era interno, e i rimedi che le applicavano non giovavano a nulla. Finalmente piacque a Dio che la postema si aprisse: ne uscì la materia, e l'inferma cominciò alquanto a migliorare.

Ma era troppo avida di patimenti per contentarsi di così poco. La festa della S. Croce, mentre era a predica, i suoi desideri crebbero di tal maniera che, finita la cerimonia, diede in uno scoppio di lacrime e corse a gettarsi sul letto. Interrogata che cosa avesse, rispose che pregassero Dio a concederle molte pene perché soltanto con esse sarebbe stata felice.

 

5 - Confidava alla Priora quanto avveniva nel suo interno, riportandone sempre consolazione. In tutto il tempo dei suoi mali non dette fastidio ad alcuno: si regolava in tutto secondo il volere dell'infermiera, anche per bere un po' di acqua.

Desiderare le sofferenze quando non si hanno è assai comune fra le anime di orazione; ma non è poi di molte trovarsi fra le pene e sopportarle con gioia. Suor Beatrice, invece, già così ammalata da morirne poco dopo, fra dolori acerbissimi e con una postema alla gola che le impediva d'inghiottire, disse alla Priora, che in presenza di alcune sorelle cercava di consolarla e l'incoraggiava a sopportare i suoi mali, che quei dolori non l'affliggevano, e che non avrebbe cambiato il suo stato con nessuna delle sorelle che godevano più salute. Aveva sempre innanzi il Signore, per amor del quale soffriva. Faceva di tutto per occultare i suoi dolori, lamendandosene pochissimo, e solo quando essi si rendevano più forti.

 

6 - Profonda la sua umiltà che appariva in ogni suo comportamento, per sembrarle che non vi fosse sulla terra creatura più miserabile di lei. Godeva moltissimo nel parlare delle virtù altrui. Straordinaria la sua mortificazione: era così abile nel sottrarsi a ogni specie di sollievo, che, per accorgersene, occorreva osservarla attentamente.

Indifferente a tutto, sembrava che non trattasse né vivesse più sulla terra, e qualunque cosa le avvenisse la sopportava con tanta pace da non mai mostrarsi di diverso umore, tanto che una volta una sorella la paragonò a certe persone decadute, così gelose del loro onore che preferiscono morire di fame piuttosto che far conoscere il loro stato. Infatti, nessuna poteva credere che non sentisse certe cose a cui si mostrava indifferente.

 

7 - In tutto quello che faceva, sia nel lavoro che nel disbrigo dei suoi uffici si proponeva un fine così alto che non ne perdeva alcun merito. E diceva alle sorelle: «Per insignificante che un'azione possa essere, inestimabile ne è il valore se viene fatta per amor di Dio. Se non a questo scopo e nel solo intento di piacere a Dio, non dovremmo muovere neppure gli occhi».

Mai che s'intromettesse in cose che non la riguardavano. E così non si accorgeva dei difetti altrui, ma solo dei propri. Provava tanta pena nel minimo elogio che le venisse fatto che per non procurare alle altre il medesimo dispiacere, in loro presenza si guardava dal lodarle. Mai che si prendesse il più leggero sollievo, sia recandosi in giardino che in ogni altra cosa creata, per sembrarle un'indelicatezza, diceva, cercare alleviamento ai dolori che Dio le inviava. Contenta di quello che le davano, non chiedeva mai nulla: tormento per lei era qualsiasi consolazione cercata fuori di Dio. Devo dire, insomma, che, informatami presso quelle di casa, non ne trovai una che avesse scorto in lei la minima cosa che non denotasse grande perfezione.[97]

 

8 - Quando il Signore stava per toglierla a questa vita, i suoi mali si complicarono e i dolori divennero più acuti. Ma ella li sopportava con gioia, tanto che le sorelle andavano alle volte a vederla per eccitarsi a benedire il Signore.

Il cappellano, gran servo di Dio, che ascoltava le confessioni del monastero, desiderava molto d'esser presente alla sua morte, perché era suo confessore e la riteneva per santa. E piacque a Dio di contentarlo. Benché l'inferma avesse già ricevuto l'Estrema Unzione e fosse pienamente in sé, lo fecero entrare ugualmente per riconciliarla, in caso che nella notte n'avesse avuto bisogno e così assisterla in morte. Poco prima delle nove, un quarto d'ora circa avanti di morire, mentre il cappellano e le suore erano da lei, le sparì ogni dolore. Levò gli occhi al cielo irradiata da grandissima pace, mentre sul volto le si diffuse una gioia così viva da parere uno splendore. Se ne stava nell'atteggiamento di chi fissa un oggetto estremamente piacevole, e sorrise due volte. Le religiose presenti e lo stesso sacerdote sperimentavano tanta gioia e un'allegrezza spirituale così intensa da non saper dir altro che pareva loro di stare in cielo.

Inondata di tanta gioia e con gli occhi al cielo, suor Beatrice mandò l'ultimo respiro e rimase come un angelo. - Possiamo ben credere, in base alla nostra fede e alla vita da lei condotto, che il Signore l'abbia già accolta nel suo riposo, in ricompensa del molto che ha desiderato di soffrire per Lui.

 

9 - Afferma il cappellano - e lo disse pure a molte persone - che mentre si calava la salma nel sepolcro, sentì diffondersi un'acuta e soavissima fragranza.[98] La sacrestana poi assicura che in tutta la cera usata ai suoi funerali non si trovò la minima diminuzione: e tutto questo possibile per la misericordia di Dio. Avendo io parlato di queste cose con un Padre della Compagnia di Gesù che per vari anni aveva confessata e diretta la defunta, n'ebbi n risposta che non vi trovava nulla di straordinario, né egli si meravigliava, sapendo quanto il Signore si comunicasse al suo spirito.

 

10 - Figliole mie, piaccia a Sua Maestà che gli esempi di questa e delle molte altre sorelle che Egli invia alle nostre case, ci siano di profitto. Dirò forse qualcosa anche delle altre, affinché quelle che sono un po' tiepide si sforzino d'imitarle, e tutte ringraziamo il Signore che fa risplendere le sue grandezze in così deboli donnicciole.

 

 

CAPITOLO 13

 

Si racconta come e da chi sia stato cominciato il primo convento dei Carmelitani Scalzi della Regola primitiva - Anno 1568

 

1 - Prima della mia partenza per la fondazione di Valladolìd, si era deciso col P. fra Antonio di Gesù, allora in S. Anna di Medina, priore di quel convento del Carmine, e con fra Giovanni della Croce, che qualora si fosse fondata una casa della Regola primitiva degli Scalzi, essi, come ho detto più sopra,[99] sarebbero stati i primi ad entrarvi. Ma non trovando il modo di procurarmi un locale, non facevo che supplicarne il Signore.

Dei due Padri, ripeto, ero molto soddisfatta. Il P. Antonio di Gesù era stato sottoposto da Dio nell'anno trascorso dopo il nostro abboccamento, ad alcune gravi afflizioni che egli aveva sopportato con grande perfezione. Per il P. fra Giovanni della Croce non v'era bisogno di prova, perché, sebbene vivesse fra quei del panno, vale a dire fra i Calzati[100] conduceva vita di grande perfezione ed osservanza. Infine il Signore, dopo avermi dato il più - cioè, i frati per cominciare - si compiacque pure di darmi il resto.

 

2 - Un certo cavaliere di Avila, chiamato don Raffaele[101] che io non avevo mai conosciuto, giunse a sapere - non so come - che si voleva fondare un convento di Scalzi. Venne a offrirmi una casa che possedeva in un certo villaggio di pochissime famiglie:[102] non ricordo bene quante fossero, ma credo neppur venti. Però la casa era in affitto a un contadino che vi lavorava i campi del cavaliere. Capii subito che locale potesse essere, ma ne lodai il Signore, ed espressi a quel gentiluomo tutta la mia riconoscenza. Mi disse che il villaggio era sulla strada di Medina del Campo, per la quale dovevo passare nel recarmi alla fondazione di Valladolìd - essendo quella la via più diritta - e che potevo andare a vederlo. Risposi che l'avrei fatto, e mantenni la parola.

 

3 - Partii da Avila nel mese di giugno con una compagna e il P. Giuliano d'Avila, sacerdote, cappellano di S. Giuseppe di Avila che, come ho detto, mi assisteva nei miei viaggi.

Partimmo di buon mattino, ma non sapendo la strada, sbagliammo direzione. Inoltre il villaggio era poco conosciuto, e non si trovava chi ce ne desse notizia. Camminammo tutto il giorno con immensa fatica, saettati da un sole ardentissimo. Quando credevamo d'esser vicini, ci rimaneva da camminare altrettanto. - Le fatiche e le giravolte di quel viaggio non potrò mai dimenticarle.[103]

Arrivammo poco prima di notte. Entrati nella casa, la trovammo in tale stato, sudicia e così ingombra di mietitori, che quella notte non credemmo opportuno rimanervi. Un portico discreto, una camera divisa in due, un solaio e una piccola cucina: ecco l'edificio di quel nostro convento! Pensai che sotto il portico si poteva fare la chiesa, che sul solaio veniva bene il coro, e nella camera il dormitorio. Ma la mia compagna, che pure è assai migliore di me e molto amante della penitenza, non sapeva rassegnarsi che io pensassi di far là un convento, e diceva: «Nessuno spirito, Madre, per buono che sia, potrà sopportare di star qui. Rinunzi senz'altro».

Il Padre che mi accompagnava era del medesimo parere, ma avendogli io esposto i miei disegni, non mi fece opposizione. Ci recammo a passare la notte in chiesa: stanchi come eravamo, non avremmo voluto passarla in veglia.

 

4 - Giunti a Medina, ne parlai subito al P. fra Antonio. Gli esposi le cose come stavano, e gli dissi che se gli fosse bastato l'animo di star là per qualche tempo, Dio non avrebbe molto tardato a sistemare ogni cosa: poteva esserne sicuro. L'importante era incominciare.

Mi sembra che allora avessi innanzi quello che il Signore ha poi fatto, e che ne fossi così sicura come lo sono ora che ne vedo la realizzazione coi miei stessi occhi. Anzi, il Signore mi fece vedere assai di più, benché oggi, mentre scrivo queste pagine, si siano già fondati, per bontà sua, dieci conventi di Scalzi.[104]

Dissi inoltre al P. Antonio che se avessimo cominciato con una casa ben fatta, a parte pure di non sapere come procurarcela, i due Provinciali - quello passato e quello in carica - la cui autorizzazione ci era indispensabile, come ho detto in principio, avrebbero mai acconsentito, mentre per una fondazione in quel luogo e in quella piccola casa non si sarebbero adombrati.[105] Ma il Signore dava a quel Padre maggior coraggio che a me, e mi rispose che non soltanto sarebbe andato in quella casa, ma anche in un porcile. - Fra Giovanni della Croce era del medesimo parere.

 

5 - Ci rimaneva di ottenere il consenso dei due Padri che ho detto, essendo questa la condizione con la quale il P. N. Generale ci aveva dato il permesso, e speravo in nostro Signore di poterlo avere. E così, incaricato il P. fra Antonio di fare il possibile onde raccogliere qualche cosa per il nuovo convento, partii con fra Giovanni della Croce alla volta di Valladolìd per la fondazione già descritta. Là, essendo stati qualche tempo senza clausura a causa degli operai che lavoravano per adattarci la casa, me ne valsi per far conoscere al P. fra Giovanni della Croce il nostro sistema di vita, badando che comprendesse bene ogni nostra pratica, tanto per la mortificazione che per la cordialità dei rapporti e la maniera con cui passiamo la ricreazione, la quale è così bene ordinata che serve a farci conoscere i nostri difetti e a darci un po' di svago per poi osservare la Regola in tutto il suo rigore. Quel padre era così buono, che potevo più io imparare da lui che non lui da me. Ma non era questo che intendevo: volevo soltanto che s'informasse del nostro modo di vivere.

 

6 - Piacque a Dio che si trovasse in Valladolìd il P. Provinciale del nostro Ordine a cui dovevo chiedere il permesso. Si chiamava fra Alfonso Gonzales, vecchio, d'indole assai buona e semplice. Quando gli esposi la domanda, la suffragai con ogni sorta di ragioni, rappresentandogli insieme il conto che avrebbe dovuto rendere a Dio se avesse ostacolato un'opera così santa. Colui che la voleva gli toccò il cuore, ed egli si mostrò molto favorevole. Frattanto arrivarono la signora donna Maria de Mendoza e il Vescovo di Avila, suo fratello, che è quegli da cui fummo protette e difese; ed essi non solo ottennero il suo consenso, ma anche quello del Provinciale scaduto, P. fra Angelo de Salazar, del quale io più temevo.

Avvenne che quest'ultimo avesse bisogno per un certo suo affare della protezione della signora donna Maria de Mendoza, e credo che questa circostanza ci abbia molto servito, benché il Signore gli avrebbe potuto mutare il cuore anche senza di essa, come fece col P. N. Generale che pure ci era molto contrario.

 

7 - Gran Dio! Quante cose ho veduto in questi affari che parevano insormontabili e che invece il Signore ha reso così facili! Che confusione per me aver veduto quello che ho veduto, e non essermi migliorata! Mi sento tutta confondere nello scrivere queste righe, e bramo che nostro Signore faccia a tutti conoscere che in queste fondazioni noi non abbiamo fatto quasi nulla. Fu lui a disporre ogni cosa. Lui solo ha innalzato l'edificio che vediamo. Gli inizi erano così deboli che non potevano essere potenziati che da Lui. Sia Egli per sempre benedetto! Amen.

 

 

CAPITOLO 14

 

Prosegue nella fondazione del primo convento dei Carmelitani Scalzi, e racconta, a onore e a gloria di Dio, alcune particolarità della vita che i religiosi vi menavano e dei buoni risultati che per loro mezzo il Signore cominciò a conseguire fra le popolazioni vicine

 

1 - Con l'autorizzazione dei due Provinciali, mi parve di avere ogni cosa. Perciò stabilimmo che il P. fra Giovanni della Croce si portasse alla nuova casa[106] e l'accomodasse in maniera da potervi stare alla meno peggio. Desideravo che si facesse presto, perché temevo molto che sorgesse qualche difficoltà. E così si fece.

Il P. fra Antonio aveva già raccolto alcuni oggetti necessari. Noi facevamo di tutto per aiutarlo, ma non potevamo far molto. Venne a trovarmi a Valladolìd tutto allegro, e mi fece l'elenco di quanto aveva raccolto. Era assai poco. Soltanto di orologi si era provvisto in abbondanza: ne aveva cinque, e ciò mi fece ridere. Ma egli mi disse che per aver le ore ben regolate, occorreva non esserne sprovvisti. E forse non aveva ancora nulla per dormire!...

 

2 - La casa fu pronta in poco tempo. Avrebbero voluto sistemarla un po' meglio, ma non avevano denaro. Terminati i lavori, il P. fra Antonio rinunciò di gran cuore al priorato e promise d'osservare la Regola primitiva. L'avevano consigliato di farne prima la prova, ma egli non volle, e partì per la sua casetta col maggior contento del mondo.

Fra Giovanni era già là.

 

3 - Giunto in vista del villaggio - mi raccontò poi il P. fra Antonio - sentì nella sua anima una straordinaria allegrezza: abbandonando ogni cosa per seppellirsi in quella solitudine, gli pareva di averla ormai finita col mondo.[107]

 

4 - La casa non parve loro disagiata: anzi, credevano d'esser in un luogo di delizie.

Oh, mio Dio, com'è vero che a poco servono gli edifici e gli agi esteriori per il profitto dell'anima! Per amor di Dio, vi scongiuro, sorelle e padri miei, di guardarvi con ogni cura dalle case grandi e sontuose. Teniamo presenti i nostri veri fondatori, che sono quei santi Padri dai quali discendiamo e che, come sappiamo, giunsero al godimento di Dio per la strada della povertà e dell'umiltà.

 

5 - Ho constatato che vi è più spirito e maggior allegrezza interiore quando il corpo sembra privo di comodità che non quando si è comodamente e sontuosamente alloggiati. Che vantaggio ci può venire dall'edificio? Per vasto che sia, non possiamo avervi che una cella. Che poi questa sia molto grande e ben ornata, che giova? Non dobbiamo starci per contemplare le pareti! ... Se ci convincessimo che la casa non ci deve durare per sempre, ma soltanto per il tempo di questa vita - sempre breve anche se è lunga - tutto ci diverrebbe soave, persuasi che quanto meno godremo in questo mondo, tanto maggiore sarà il nostro gaudio nell'eternità, dove le mansioni saranno in proporzione dell'amore con cui avremo imitato la vita del nostro buon Gesù. Convinti che solo così si può dar principio a rinnovare la Regola della Vergine Madre di Dio, nostra Signora e Patrona, non facciamo a Lei l'affronto a Lei e ai nostri antichi santi Padri - di non conformarci al loro modo di vivere. Se per la nostra debolezza non possiamo imitarli in ogni cosa, siamo almeno diligenti nell'imitarli in quelle che non sono di danno alla salute. Infine non si tratta che d'un po' di fatica, la quale poi, come fu sperimentato da quei due Padri, ha pure la sua parte di soavità. La difficoltà sparisce appena ci si decide ad affrontarla: la pena è poca, e soltanto in principio.

 

6 - La prima o seconda domenica d'Avvento del 1568 non ricordo bene quale sia stata delle due - si celebrò la prima Messa sotto quel portichetto che io chiamo di Betlemme, perché non credo che ne fosse migliore.[108]

La Quaresima successiva, recandomi alla fondazione di Toledo, volli passare di là. Arrivai di mattina. Il P. fra Antonio di Gesù stava scopando sulla porta della chiesa con quel suo aspetto sorridente che gli è abituale. Gli dissi: «Cos'è questo, Padre mio? Ma dov'è andato l'onore?». «Maledetto il tempo che ne feci caso!» rispose lui, significandomi il gran contento che ne aveva.

Entrata in chiesa, fui presa d'ammirazione. Nel vedere lo spirito di fervore che il Signore vi aveva diffuso, non soltanto io, ma ne rimasero rapiti anche due mercanti miei amici venuti con me da Medina, i quali non facevano che piangere. - Quante croci! Quante teste da morto!...

 

7 - Mi ricorderò sempre d'una piccola croce di legno, posta sull'acquasantiera, alla quale avevano ingommata un'immagine in carta di Gesù Crocifisso spirante maggior devozione che se fosse stata di materia più ricca e ben lavorata. Il coro era stato fatto sul solaio, verso il mezzo, dove il tetto era più alto. Là potevano dire le Ore ed ascoltare la Messa, ma per entrarvi dovevano molto incurvarsi. Nei due angoli vicini alla cappella avevano disposto due piccoli romitori, nei quali non potevano stare che prostrati o seduti: e, ciò nonostante, toccavano quasi il tetto con la testa. Vi avevano messo del fieno perché il luogo era molto freddo. Due finestrelle che davano sull'altare, due pietre per guanciali, e poi croci e teschi. Seppi che dopo Mattutino, invece di ritirarsi in cella, rimanevano là in orazione fino a Prima: vi s'immergevano in tal modo che alle volte, levandosi per andare a Prima, si trovavano con gli abiti carichi di neve, caduta loro addosso senza che se ne fossero accorti. Recitavano le Ore con un altro Padre del panno[109] che si era aggiunto a loro, ma senza cambiare abito perché troppo malaticcio, e con un giovine religioso non ancora ordinato, che pure stava là.[110]

 

8 - Andavano a predicare in molti villaggi vicini dove gli abitanti erano senza istruzione religiosa. Fu questo uno dei motivi per cui avevo accettato volentieri che si stabilissero là, perché, come mi avevano detto, non v'era nei dintorni alcun convento, e il popolo non aveva modo d'istruirsi: cosa che mi dava gran pena. E si acquistarono in breve tanta stima che, quando io lo seppi, ne gioii immensamente.

Dicevo dunque che andavano a predicare una lega e mezza ed anche due lontano, assolutamente scalzi perché le alpargatas,[111] che allora non portavano, furono prescritte soltanto più tardi. Andavano così anche quando faceva freddo e vi era molta neve. E dopo aver predicato e confessato, tornavano in convento a mangiare, molto tardi. La gioia che sentivano rendeva facile ogni cosa.

 

9 - Di cibo ne avevano in abbondanza perché gli abitanti dei villaggi vicini li provvedevano più del bisogno. Andavano là a confessarsi alcuni dei cavalieri dei dintorni, e già offrivano ad essi case più comode e meglio situate nelle loro terre. Vi fu tra questi un certo don Luigi, signore delle Cinque Ville,[112] che aveva fabbricato una chiesa per un'immagine di Maria Santissima, ben degna d'essere posta in venerazione. L'immagine veniva dalle Fiandre, mandata da suo padre per mezzo di un mercante non so bene se alla propria nonna o madre. Quel mercante si era talmente affezionato alla sacra Effigie che l'aveva tenuta presso di sé per molti anni: aveva ordinato di consegnarla a chi spettava soltanto quando fu in punto di morte. È posta in un grande quadro. Finora io non ho mai visto nulla di più bello. E dicono altrettanto molte altre persone. Il P. fra Antonio di Gesù, che, invitato dal predetto cavaliere, si era recato in quel luogo, appena vide l'immagine ne rimase così rapito che accettò senz'altro di trasferirvi il convento, benché non vi fosse alcun pozzo d'acqua, né paresse possibile trovarne. Mancera era il nome del villaggio.[113]

Quel cavaliere fabbricò per essi un piccolo convento conformemente alla loro professione, li provvide di arredi sacri e tutto con proprietà.

 

10 - Voglio ora narrare come il Signore li provvide di acqua, perché il fatto fu ritenuto miracoloso.

Una sera, dopo cena, il P. fra Antonio, che era priore, stando nel chiostro con i suoi religiosi, s'intratteneva con loro sul bisogno che aveva di acqua. A un tratto egli si alzò, prese il bastone che tiene di solito in mano, e tracciò con esso il segno di croce in una certa parte del chiostro. - Veramente, non ricordo bene se il segno fatto sia stato quello della croce. - Comunque, fece un segno col bastone e disse: «Adesso scavate qui!». Scavarono un poco. ed uscì tanta acqua che, presentemente, quando si vuol pulire il pozzo, si dura fatica a vuotarlo. L'acqua è buonissima e non si dissecca mai, nonostante che se ne siano serviti per tutti i lavori del convento.[114] Più tardi, avendo recinto un tratto di terreno per farvi un'ortaglia, vi cercarono pure dell'acqua: costruirono una noria, fecero delle grandi spese, ma finora non ne ottennero che ben poca.

 

11 - Tornando ora a Durvelo, quando vidi quella piccola casa nella quale poco prima non sarebbe stato possibile abitare, messa su con tanto spirito che trovavo da edificarmi ovunque mi volgessi, e seppi del loro modo di vivere, della mortificazione, dell'orazione che facevano e del buon esempio che davano, non mi saziavo di ringraziare il Signore, felicissima interiormente d'aver dato principio ad un'opera che mi pareva di servizio di Dio e di gran profitto all'Ordine. Un cavaliere di mia conoscenza, che abitava poco lungi, venne a trovarmi con sua moglie, e tanto l'uno che l'altra non finivano di parlarmi della santità di quei Padri e del gran bene che facevano nei dintorni. Piaccia a Sua Maestà di mantenerli sempre come sono, e le mie speranze si realizzeranno.

I mercanti che mi avevano accompagnata mi dicevano che per nulla al mondo avrebbero voluto non esserci venuti. - Che gran bene è la virtù! Piacque ad essi quella povertà più di tutte le ricchezze che avevano: l'anima loro ne rimase sazia e consolata.

 

12 - M'intrattenni con quei Padri intorno a certi particolari. E siccome io sono debole ed imperfetta, li pregai insistentemente di moderare alquanto le loro austerità, perché eccessive. Mi era tanto costato, di preghiere e sospiri, ottenere che il Signore mi mandasse persone atte a cominciare, che nel vedere l'opera così bene iniziata temevo che il demonio cercasse di finirmi quei Padri prima ancora che le mie speranze si effettuassero del tutto. Imperfetta e di poca fede com'ero, non pensavo che l'opera era di Dio e che Sua Maestà avrebbe vegliato al suo sviluppo. Ma quei Padri avevano la virtù di cui io mancavo. Perciò tennero le mie parole in poco conto e continuarono per la loro via. Me ne partii tutta piena di gioia, ben lungi dal rendere a Dio adeguati ringraziamenti per quel favore così grande. Piaccia al Signore, nella sua bontà, di concedermi di servirlo almeno in qualche cosa per il moltissimo che gli devo! Amen.

Come anch'io vedevo, Egli con quella casa mi aveva concesso una grazia assai più grande che non accordandomi di fondare conventi di monache.

 

 

CAPITOLO 15

 

Fondazione del monastero del glorioso San Giuseppe nella città di Toledo, avvenuta nell'anno 1569

 

1 - Viveva nella città di Toledo un mercante di nome Martino Ramirez, uomo onorato e gran servo di Dio, che non aveva mai voluto sposarsi. Conduceva vita di buon cattolico, sincero nelle parole ed onesto nei costumi. Se cercava d'aumentare i suoi beni - e sempre con irreprensibile industria - era per far con essi qualche opera buona che fosse grata al Signore. Ma fu colpito dal male che doveva condurlo al sepolcro. Un Padre della Compagnia di Gesù, chiamato Paolo Hernandez,[115] da cui mi ero confessata quando a Toledo preparavo la fondazione di Malagòn, giunse a conoscere il suo stato, e siccome desiderava molto che si stabilisse in Toledo un monastero del nostro Ordine, andò a trovarlo e gli parlò della gloria che una tal opera avrebbe resa al Signore: le Messe e le cappellanie che desiderava istituire, avrebbe potuto fondarle in quel monastero con le feste e le altre opere pie che intendeva legare a una certa parrocchia della città.

 

2 - Ma l'infermo stava già così male, che, vedendo di non aver tempo sufficiente per combinare la cosa, rimise tutto a un suo fratello di nome Alfonso Alvarez Ramirez, e, così sistematosi, rese l'anima a Dio.[116] Ottima ne fu la scelta, perché Alfonso Alvarez è molto prudente, timorato di Dio, veritiero, caritatevole e di buon criterio, come posso affermare in verità quale testimonio oculare per aver trattato con lui varie volte.

 

3 - Quando Martino Ramirez mori, io ero alla fondazione di Valladolìd, dove mi scrissero Alfonso Alvarez e il P. Paolo Hernandez della Compagnia di Gesù per darmi conto di quanto avveniva e pregarmi di andarvi senza indugio nel caso che accettassi la fondazione. Così, poco dopo d'aver sistemato quel monastero, partii per Toledo, dove arrivai la vigilia dell'Annunciazione.[117] Andai in cerca della signora donna Luisa, fondatrice del monastero di Malagòn, presso la quale ero stata altre volte. Ella mi ama molto e mi accolse con gioia. Avevo con me due compagne gran serve di Dio, prese a S. Giuseppe di Avila. Come il solito, ci offrirono subito un appartamento, nel quale potevamo stare così ritirate come in monastero.

 

4 - Cominciai subito le trattative con Alfonso Alvarez e un suo genero, chiamato Diego Ortiz. Quest'ultimo, benché assai buono e avesse studiato teologia, era più tenace di Alfonso Alvarez, e non cedeva tanto facilmente, neppure innanzi alla ragione.[118] Cominciarono entrambi a pormi delle condizioni che io non potevo accettare.

Mentre duravano le trattative, si cercava una casa in affitto per la presa di possesso; ma per quanto si cercasse, non se ne poté trovare una che ci convenisse. Io poi non riuscivo a convincere l'amministratore della diocesi - allora senza arcivescovo[119] - a darmi la necessaria autorizzazione, nonostante facessero molto per ottenermela la nobildonna, che mi ospitava e un certo gentiluomo chiamato don Pietro Manrique, figlio dell'Adelantado di Castiglia e canonico della cattedrale.

Costui era ed è un gran servo di Dio. È ancora vivo. Dopo qualche anno dalla nostra fondazione, nonostante la sua poca salute, entrò nella Compagnia di Gesù, nella quale è tuttora.[120] In Toledo era molto stimato non meno per il suo sapere che per i suoi meriti. Tuttavia non riusciva a ottenermi la licenza, perché quando l'amministratore cominciava ad arrendersi, si trovavano contrari i membri del Consiglio.[121] D'altra parte, io e Alfonso Alvarez non finivamo mai d'accordarci, a causa del suo genero per il quale egli nutriva grande deferenza. E così si troncò ogni cosa.

 

5 - Io intanto non sapevo cosa fare, perché non essendovi venuta che per la fondazione, vedevo che a ripartirne senza aver nulla concluso, avremmo potuto dar luogo a spiacevoli interpretazioni. Soprattutto mi dispiaceva di non poterne ottenere la licenza, convinta, com'ero, che, una volta presone possesso, il Signore ci sarebbe venuto in aiuto, come già in altri luoghi.

Erano più di due mesi che si cercava di piegare l'amministratore. Finalmente, vedendo che la cosa si faceva più difficile, decisi di andargli a parlare io stessa. Mi recai in una chiesa presso casa sua, e mandai a pregarlo che si degnasse di concedermi un colloquio. Quando mi vidi innanzi a lui, gli dissi con l'ardimento che Dio m'ispirava, essere assai strano che povere donne volessero vivere in tanta austerità, perfezione e clausura, ed altri che, liberi di tutto, passavano la vita fra le agiatezze, tentassero d'attraversare un'opera di così gran servizio di Dio. - Aggiunsi varie altre cose, ed egli ne fu sì colpito che, prima di congedarmi, mi rilasciò la licenza.[122]

 

6 - Me ne partii molto contenta e, benché priva di tutto, mi parve d'aver già pronta ogni cosa. La mia ricchezza era tutta in tre o quattro ducati, con i quali comprai due immagini di tela da mettere sull'altare[123] perché non ne avevo alcuna, due pagliericci e una coperta. Ma quanto alla casa non v'era alcuna speranza, anche perché con don Alfonso Alvarez mi ero rotta.

Vi era in città un mercante mio amico, chiamato Alfonso d'Avila, che non aveva mai voluto sposarsi e non si occupava che nel far del bene, specialmente nell'assistenza ai prigionieri e in altre opere buone. Mi aveva detto di non darmi pensiero per la casa, perché egli me n'avrebbe trovata una; ma Dio permise che si ammalasse.

Poco prima era venuto a Toledo un certo religioso francescano molto santo, chiamato fra Martino della Croce. Vi si trattenne alcuni giorni, ma prima di partire pregò un giovanotto, suo penitente, di venire da me per mettersi a mia disposizione in tutto quello di cui avessi bisogno. Si chiamava Andrada, non ricco, anzi poverissimo. Venne a trovarmi in una chiesa un giorno che vi ascoltavo Messa, e mi disse quanto quel sant'uomo gli aveva raccomandato, e che stessi sicura ch'egli avrebbe fatto per me tutto quello di cui sarebbe stato capace. Ma non ci avrebbe potuto aiutare altro che con la sua persona!...[124] Tuttavia lo ringraziai, pur senza trattenerci dal sorridere - io e più le mie compagne - nel vedere l'aiuto che quel santo ci inviava, non sembrandoci adatto, almeno nelle vesti, per trattare con monache Scalze.

 

7 - Con la licenza in mano, ma senza alcuno che mi aiutasse, non sapevo cosa fare, né a chi ricorrere per trovare una casa a pigione, quando mi sovvenni del giovane mandatomi da fra Martino della Croce, e ne parlai alle mie compagne. Esse si risero di me e mi dissero di lasciarlo stare, perché non avrebbe fatto che divulgare ogni cosa. Ma io non volli ascoltarle. Se mi era stato mandato da quel servo di Dio, doveva esserci qualche mistero. Perciò, confidando nel suo aiuto, lo mandai a chiamare, e raccomandatogli assoluto silenzio, gli esposi lo stato in cui eravamo, pregandolo di trovarci una casa. Per l'affitto avrei dato a mallevadore il buon Alfonso d'Avila, quel mercante che mi era caduto ammalato.

Andrada giudicò la cosa assai facile e promise di mettersi all'opera. Il mattino dopo, mentre ero a Messa nella chiesa della Compagnia di Gesù, mi venne a parlare e mi disse che la casa era pronta, che ne aveva le chiavi, che era poco lontana e che andassimo a vederla. - Vi andammo e ci parve così buona che vi rimanemmo quasi un anno.[125]

 

8 - Spesso, quando penso a questa fondazione non è poco il mio stupore nel considerare le vie di Dio. Per circa tre mesi - certo almeno più di due, ché la memoria non mi sorregge - persone di qualità avevano girato tutta Toledo per cercarci una casa senza nulla ottenere, come se non ve ne fossero affatto. Viene in fine questo giovane non ricco, anzi poverissimo, e vuole Dio che subito la trovi.

Inoltre, se mi fossi accordata con Alfonso Alvarez, la fondazione si sarebbe fatta troppo facilmente. Se Dio permise che non andassimo d'accordo fu perché il monastero si fondasse in povertà e fra le contraddizioni.

 

9 - Siccome la casa ci piacque, decisi di prenderne possesso, prima di farvi alcun lavoro, per paura che sorgessero difficoltà. Il buon Andrada venne a dirci che la casa si sgombrava il giorno stesso e che vi portassimo le cose nostre. Gli dissi che v'era da portare ben poco, perché non avevamo che due pagliericci e una coperta.

Ciò avrebbe dovuto scoraggiarlo. E le mie compagne mi disapprovarono, temendo che nel saperci così povere smettesse d'aiutarci. lo non ci avevo pensato, ma egli non ne rimase sorpreso. Colui che gli aveva dato il buon volere di soccorrerci, glielo doveva conservare fino ad opera compiuta, e così fu. - Si dette d'attorno con tanto ardore a trovare operai e a mettere in ordine la casa, che, a quanto pareva, la sua premura non cedeva in nulla alla nostra.

Sul far della notte, preso a prestito quanto occorreva per la celebrazione della Messa, ci recammo con un operaio alla nuova casa, portando con noi, per la presa di possesso, uno di quei campanelli che servono per l'elevazione, non avendo altro di meglio. Lavorammo tutta la notte, con mia grande paura che si scoprisse il nostro intento. Se non che, l'unico luogo che ci parve adatto per la cappella era una stanza a cui non v'era accesso che da una casetta vicina addossata alla prima, presa anch'essa in affitto, ma abitata ancora da alcune donne.

 

10 - Tutto era pronto, il giorno cominciava a spuntare, e nessuno aveva ancora osato parlare a quelle donne, per paura che divulgassero il segreto.

Per dar adito alla cappella decidemmo di riaprire una porta che dava in un piccolo cortile, chiusa con un tramezzo di mattoni. Quelle donne erano ancora a letto. Al rumore dei colpi si alzarono piene di spavento, e ci volle del buono per riuscire a placarle. Ma ormai era tempo di dir Messa, e vi fu celebrata immediatamente: così, anche se avessero continuato, non ci avrebbero fatto alcun danno. - Quando seppero di che si trattava, il Signore le calmò.[126]

 

11 - Nell'ardore di cui il Signore ci anima per condurre a termine un'impresa, spesso gli inconvenienti non si prevedono; ma non tardai molto ad accorgermi quanto in quell'opera fossimo stati imprudenti.

Cominciarono i guai quando la padrona seppe che della sua casa s'era fatta una cappella, e grande era il fracasso che ci faceva per essere suo marito titolare d'un maggiorasco. Finalmente le venne da pensare - a Dio piacendo - che, contentandoci, l'avremmo ricompensata assai bene; e così si calmò.

Oltre a ciò, quando quei del Consiglio seppero che si era aperto il monastero per il quale essi non avevano dato il permesso, andarono sulle furie; e poiché l'amministratore era assente, a causa d'un viaggio che aveva dovuto intraprendere appena data la licenza, si portarono da un dignitario della cattedrale, stupiti che una donnicciola avesse osato erigere un monastero contro la loro volontà, e gli fecero intendere che avrebbero fatto una scenata. L'ecclesiastico a cui dissero queste cose, e che io in segreto avevo informato di tutto,[127] fece come se non sapesse nulla e li calmò meglio che seppe, dicendo loro che io avevo fondato in altri luoghi e che senza dubbio dovevo essere munita di ogni necessaria facoltà.

 

12 - Ma essi, dopo non so quanti giorni, ci mandarono l'intimazione di non dire più Messa, sotto pena di scomunica, fino a quando non avessi presentato il permesso con il quale era stato aperto il monastero. Risposi con grandissima umiltà che avrei fatto quanto essi m'imponevano, benché non vi fossi obbligata, e pregai don Pietro Manrique, il gentiluomo che ho detto, di andarli a trovare e mostrare loro il permesso. Riuscì a calmarli perché la cosa era già fatta. Altrimenti, chissà quanti guai avremmo avuto!

 

13 - Passammo alcuni giorni con i soli pagliericci e la coperta, prive d'ogni altra cosa. Il primo giorno poi non avevamo neppure un pezzo di legno per arrostire una sardina. Ma il Signore mosse non so chi a mettercene in chiesa un fastelletto, e così ce la cavammo.

Il clima era freddo, e di notte si soffriva alquanto, ma ci si riparava alla meglio con la coperta e le nostre cappe di bigello. - Ci rendono proprio un gran servizio queste nostre cappe!...[128]

Essendo state in casa di quella signora che mi voleva tanto bene, parrà impossibile che ne uscissimo in sì estrema povertà. Ma non so trovare altra ragione fuor di quella che così abbia voluto il Signore per farci provare i vantaggi di questa virtù. Del resto, io non le avevo chiesto nulla perché mi ripugna dar fastidio. Forse ella non dovette neppur accorgersi. D'altra parte, quello di cui le sono debitrice sorpassa di molto ciò che allora mi avrebbe potuto dare.

 

14 - Tanta penuria ci fu d'immenso vantaggio, perché ne avevamo tanta gioia e tanta consolazione interiore che spesso, pensandovi, mi viene ancora d'ammirare ciò che Dio racchiude nella virtù. Quella mancanza di ogni cosa pareva tenerci in una soave contemplazione. Ma non durò molto, perché Alfonso Alvarez ed altre pie persone vennero in nostro aiuto, portandoci più di quanto volevamo. Ne rimasi estremamente afflitta. Mi pareva d'aver avuto molti gioielli d'oro e che me li avessero portati via per lasciarmi nell'indigenza. Soffrivo molto nel vedere sparire la povertà, e altrettanto le mie compagne. Quando le vedevo tristi e domandavo loro che cosa avessero, mi rispondevano: «Cosa abbiamo, Madre? Ci sembra di non essere più povere»,

Con ciò mi crebbe il desiderio d'esser povera, e mi sentii levata tanto in alto da sdegnare tutti i beni esteriori. Mancando questi, crescono gli interiori, dai quali deriva all'anima ben altra pace e sazietà.

 

15 - Quando trattai della fondazione con Alfonso Alvarez, varie persone videro la cosa di malocchio e me lo dissero. Sembrava loro che egli e i suoi parenti non fossero né illustri né cavalieri, benché nella loro condizione non mancassero d'essere assai rispettabili. E mi dicevano che in una città così importante come Toledo avrei potuto trovare persone più illustri. Ma io non ne facevo caso, perché, grazie a Dio, ho sempre più stimato la virtù che il lignaggio. Tuttavia le chiacchiere erano tante che l'amministratore, nel darmi la licenza, pose per condizione che fondassi io, come avevo fatto in altri luoghi.[129]

 

16 - Appena eretto il monastero, Alfonso Alvarez e suo genero rimisero in campo la questione, e io non sapevo come cavarmela. Siccome la fondazione era fatta, mi venne in mente di dar ad essi la cappella maggiore, a condizione che non pretendessero nulla sul monastero, così com'era la cosa al presente. Ma ero ancora indecisa, perché il patronato della cappella maggiore era pur chiesto da una persona di qualità, e i pareri erano molti. Non sapendo a che partito appigliarmi, mi venne in aiuto il Signore, illuminandomi sopra quello che dovevo fare e mostrandomi quanto siano vani innanzi a Lui i titoli di nobiltà e di grandezza. Poi mi rimproverò severamente per aver prestato orecchio a considerazioni di tal genere, affatto indegne di noi che abbiamo abbandonato il mondo.[130]

 

 

17 - Queste e varie altre considerazioni mi lasciarono così confusa che decisi di concludere il contratto che dava agli Alvarez la cappella maggiore. E non solo non mi è mai avvenuto di pentirmene, ma abbiamo anche veduto chiaramente in quali difficoltà ci saremmo trovate senza di loro per l'acquisto della casa. Con il loro aiuto ci siamo provviste di quella che possediamo, una delle migliori di Toledo, dal costo di dodicimila ducati. Il buon numero di Messe e di feste che vi si celebrano sono di grande consolazione alle religiose e al popolo. Per quanto se ne può ora giudicare, se avessi ascoltato le vane opinioni del mondo, mai ci saremmo alloggiate così bene, senza poi dire del torto che avremmo fatto a colui che tanto di cuore ci faceva quella carità.

 

 

CAPITOLO 16

 

Si narrano a onore e a gloria di Dio alcuni fatti edificanti avvenuti nel monastero di San Giuseppe di Toledo

 

1 - Credo utile narrare qualche atto di virtù praticato in servizio di Dio da alcune religiose, affinché quelle che verranno dopo siano stimolate ad imitarle.

Prima che si acquistasse la casa, entrò in monastero una novizia chiamata Anna della Madre di Dio, di quarant'anni di età, la cui esistenza era stata tutta impiegata nel servizio di Dio. Sola e ben fornita di fortuna, avrebbe potuto godere in casa sua tutte le comodità della vita, ma preferendo la povertà e la soggezione religiosa, venne a chiedermi d'esser ammessa in monastero. Aveva pochissima salute, ma riconobbi in lei un'anima forte e virtuosa, e parendomi che per la fondazione potesse esser un buon soggetto, l'accettai. - Piacque a Dio di darle maggior salute fra le austerità e la sottomissione che non fra gli agi e la libertà.

 

2 - Ecco una cosa che mi edificò molto e che è la ragione per cui ne parlo.

Prima ancora di professare si spogliò di tutte le sue ricchezze che erano grandi, e ne fece dono al monastero. A me rincresceva, non volevo acconsentire, e le facevo osservare che quella era un'imprudenza, perché poteva darsi che o ella non perseverasse, o noi non l'ammettessimo alla professione. In questo caso non l'avremmo certo rimandata senza restituirle quanto ci donava, ma io volevo presentarle la cosa sotto il suo aspetto più duro: primo, perché il suo atto non le fosse motivo di tentazione, e poi per meglio provare il suo spirito.

Mi rispose che in quel caso sarebbe andata a mendicare per amore di Dio. Né fu possibile ottenere da lei altra cosa. Visse molto contenta e in buonissima salute.[131]

 

3 - Straordinarie le mortificazioni e l'obbedienza che in quel monastero si praticavano, tanto che nel breve tempo che vi stetti, ebbi a notare che la Priora doveva star molto attenta a quello che diceva, perché le monache eseguivano tutto e prontamente, anche se parlava senza farvi attenzione.

Una volta, mentre stavano in giardino intorno a una vasca piena d'acqua, la Priora disse a una sorella che le era vicino: «Che cosa farebbe se le dicessi di buttarsi dentro?» Non aveva ancora finito di parlare che quella era già dentro. Ne uscì bagnata in tal modo che bisognò cambiarla da capo a piedi.

Ecco un altro fatto avvenuto in mia presenza un giorno che stavano confessandosi. Una sorella, mentre aspettava il suo turno, si avvicinò alla Priora per parlarle; ma questa le chiese come mai le venisse voglia di parlare in quel momento, che quello non era il modo di raccogliersi, che mettesse la testa in un pozzo li vicino e là pensasse ai suoi peccati. La sorella credette che le avesse ordinato di gettarsi nel pozzo, e vi si dirigeva con tanta fretta che se non l'avessero prontamente fermata, vi si sarebbe gettata per davvero, credendo in tal modo di rendere a Dio il più bell'omaggio del mondo.

Quanti fatti di questo genere ed altri di grande mortificazione potrei narrare! Fu necessario che persone dotte moderassero il loro ardore, spiegando in quali cose fossero tenute ad obbedire, perché si portavano a tali eccessi che, se non le avesse scusate la loro buona intenzione, avrebbero piuttosto demeritato che meritato.

Racconto questi fatti perché se n'è presentata l'occasione, ma ne ho visti tanti, in questo e in altri monasteri, che ben volentieri non vorrei avervi avuta parte per riferirne qualcuno, onde far lodare il Signore nelle sue serve.

 

4 - Stando io a Toledo venne a morte una religiosa. Le furono amministrati i sacramenti. Dopo l'Estrema Unzione, si trovò in tanta gioia ed allegrezza come se la morte le fosse un viaggio ordinario. - Ben potevamo incaricarla di raccomandarci in cielo al Signore e a quei santi verso i quali abbiamo maggior devozione.

L'avevo lasciata un momento per andare innanzi al SS. Sacramento a pregare Dio di concederle una buona morte. Ritornai poco prima che spirasse. Nell'entrare in cella vidi nostro Signore dietro il capezzale, verso il mezzo. Aveva le braccia un po' aperte come se la stesse proteggendo, e mi disse di tenere per certo che in quel modo avrebbe difeso tutte le monache che sarebbero morte nei nostri monasteri, per cui esse in quell'ora non avrebbero dovuto temere tentazioni. - Questa visione mi lasciò piena di gioia e di raccoglimento.

Alcuni istanti dopo mi avvicinai all'inferma per rivolgerle qualche buona parola. Ed ella mi disse: «Oh, Madre, che belle cose sto per vedere!». E spirò come un angelo.[132]

 

5 - Tanta pace e tranquillità ho visto pure in alcune altre religiose morte dopo quella: parevano in estasi o nella quiete dell'orazione, e non davano segno di alcuna tentazione. Spero nella bontà di Dio, per i meriti di suo Figlio e della gloriosa Madre sua, di cui portiamo l'abito, che questa grazia sia concessa pure a noi. Però, figliole mie, dobbiamo sforzarci di esser vere carmelitane. La nostra giornata sarà presto al tramonto. E stimeremmo assai questa grazia se conoscessimo le terribili afflizioni che molti soffrono in quel punto, le astuzie e gli inganni con cui il demonio li assale.

 

6 - Ecco un esempio di simili tentazioni che ora mi viene in mente e che voglio raccontare. Si tratta di un individuo che io conobbi, un po' imparentato con i miei. Amava molto il gioco, e aveva qualche tintura di lettere. Il demonio si servì della sua scarsa istruzione per ingannarlo col fargli credere che una conversione fatta all'ultima ora non giova a nulla. Era così fisso in quest'idea che in nessun modo si poteva indurlo a confessarsi: non si riusciva a nulla. Il poveretto era in preda a una estrema afflizione. Benché si pentisse della sua vita passata, continuava a sostenere che per lui la confessione era inutile e che si vedeva dannato. Il suo confessore, che era un dotto Padre domenicano, faceva di tutto per illuminarlo, ma il demonio gli ispirava tante sottigliezze che il Padre non riusciva a nulla. Passarono così alcuni giorni. Il confessore non sapeva più cosa fare. Senza dubbio, egli ed altre pie persone dovettero raccomandarlo al Signore, perché infine Dio ebbe pietà di lui.

 

7 - Soffriva di pleurite. Un giorno, essendosi molto aggravato, il confessore tornò a vederlo, recando con sé nuovi argomenti per poterlo convincere. Ma anche questi sarebbero stati senz'effetto se il Signore nella sua misericordia non gli avesse toccato il cuore.

Appena il Padre cominciò a parlare e ad esporgli le sue ragioni, il malato si sedette sul letto come se non avesse più nulla, e disse: «Insomma, giacché mi affermate che la confessione mi può salvare, voglio confessarmi...». Fece chiamare non so se uno scrivano o un notaio, e, presi a testimoni i presenti, promise con solenne giuramento di non più giocare e cambiare vita. Si confessò molto bene e ricevette i sacramenti con tanta devozione che, a quanto si può giudicare in base ai dettami di nostra fede, possiamo credere che si sia salvato.[133]

Piaccia a Dio, sorelle, che viviamo da vere figlie della Vergine osservando i doveri della nostra professione, affinché Egli conceda la grazia che ci ha Promesso! Amen.[134]

 

 

CAPITOLO 17

 

Fondazione dei due conventi di Pastrana, uno per i frati e l'altro per le monache, entrambi nel 1570, voglio dire 1569

 

 

1 - quindici giorni che seguirono la fondazione di Toledo, nel qual monastero, ripeto, ci fermammo quasi un anno, furono impiegati nel sistemare la cappella, mettere le grate e dar ordine a ogni cosa. Il lavoro non ci era mancato, e io ero molto stanca per aver passato tutto quel tempo in mezzo agli operai. - Finalmente, la vigilia di Pentecoste era tutto finito.[135]

Quel mattino, sedendoci a refettorio per il pranzo, al pensiero che non c'era più nulla da fare e che in quella festa avrei potuto passare qualche istante in compagnia di nostro Signore, mi sentii inondare di gioia: di gioia così grande che non potevo quasi mangiare.

 

2 - Ma non fui degna di goderne a lungo, perché in quell'istante stesso vennero a dirmi che ero richiesta da un servo della principessa d'Eboli, moglie di Ruy Gomez de Silva. Andai a trovarlo: era la principessa che lo mandava a prendermi per la fondazione di un monastero a Pastrana, intorno al quale avevamo parlato molto tempo addietro. Quella notizia mi sconcertò, perché, oltre a non aver mai pensato che la cosa si dovesse fare così presto, mi sembrava un'imprudenza abbandonare un monastero fondato da poco in mezzo a tante contraddizioni. Decisi subito di non andare, e lo dissi al servo. Ma egli mi rispose che non era possibile, perché la principessa stava già a Pastrana, dove si era recata per questo, e che sarebbe stato un farle torto. Tuttavia decisi di non partire. Gli dissi d'andare a mangiare, ché nel frattempo avrei scritto una lettera alla principessa con la quale sarebbe ripartito. Gli esposi le mie ragioni, ed egli, che era un perfetto gentiluomo, non ebbe nulla a ridire, nonostante la sentisse diversamente. - Non mi pareva proprio ben fatto abbandonare così presto le religiose venute da poco per formare il monastero.[136]

 

3 - Andai innanzi al SS. Sacramento per chiedere al Signore la grazia di scrivere alla principessa in modo da non dispiacerle. La cosa poteva esserci di danno perché, cominciandosi allora la riforma dei frati, era assai utile, per tutti i nostri bisogni, mantenerci la protezione di Ruy Gomez, ch'era tanto in favore presso il Re e presso tutti.[137] Non mi ricordo se questo riflesso mi sia venuto in mente anche allora, ma so benissimo che non volevo disgustare la principessa.

Stando con questi pensieri, il Signore mi disse che non lasciassi d'andare, che sarei andata per qualche cosa di più importante d'una fondazione di monache, e che portassi con me la Regola e le Costituzioni.

 

4 - Nonostante le gravi ragioni che mi sembravano contrarie, dopo tali parole non osai far altro che rimettermi in tutto alla decisione del mio confessore, così come in simili circostanze solevo fare. Lo mandai quindi a chiamare senza dirgli nulla di quanto avevo inteso nell'orazione.[138] Facendo così, rimango più tranquilla. Però, supplico il Signore d'illuminare chi mi dirige affinché decida rettamente secondo le viste naturali. E molte volte ho veduto che quando Dio vuole una cosa, gliela pone in cuore. Così avvenne anche allora. Egli, infatti, dopo aver tutto esaminato, fu. d'avviso che partissi, e io decisi d'andare.

 

5 - Lasciai Toledo il secondo giorno di Pentecoste.[139] Dovendo passare per Madrid, andai a smontare con le mie compagne in un monastero di Francescane, presso la signora donna Eleonora Mascareñas che l'aveva fondato e vi faceva dimora. Era una gran serva di Dio, ex governante del re. Mi aveva accolta varie altre volte nei miei passaggi per Madrid, e sempre con squisita cortesia.[140]

 

6 - Mi disse che era molto contenta perché le arrivavo in buon punto. V'era là un eremita che desiderava molto di vedermi, la cui vita e quella dei suoi compagni le pareva aver molti punti di somiglianza con la nostra Regola. Io allora non avevo che due frati, e mi venne in mente che sarebbe stata una buona cosa se ad essi si fosse aggiunto quell'eremita. Perciò pregai quella dama di procurarmi un abboccamento con lui.

Aveva per compagno un giovane frate, chiamato fra Giovanni della Miseria, molto semplice nelle cose del mondo ma gran servo di Dio, ed abitavano entrambi in un appartamento che quella signora aveva messo a loro disposizione. Parlando con lui, venni a sapere che aveva intenzione di recarsi a Roma. Ma prima di proseguire, voglio narrare di questo Padre quello che so.

 

7 - Si chiama Mariano di S. Benedetto, italiano di origine, dottore, di grande ingegno ed abilità.[141] Chiamato dalla regina di Polonia, era stato preposto al governo di sua casa. Non aveva mai voluto sposarsi. Entrò fra i cavalieri di S. Giovanni e vi fu provvisto d'una commenda, ma il Signore lo invitò ad abbandonare ogni cosa per meglio attendere alla sua eterna salute. Ebbe a soffrire moltissimo. Accusato ingiustamente d'aver preso parte a un omicidio, rimase in carcere due anni, senza ricorrere ad avvocati o ad altri in sua difesa, ma rimettendosi a Dio e alla sua propria innocenza. Due falsi testimoni asserivano che egli li aveva indotti al delitto, ma avvenne loro press'a poco come ai vecchi di S. Susanna. Interrogati separatamente dove egli fosse quando li eccitò all'omicidio, uno rispose che era seduto sul letto e l'altro che stava alla finestra. Infine confessarono che era tutta una calunnia. Egli poi, a quanto mi disse, dovette sborsare una buona somma di denaro per impedire che venissero puniti. In seguito gli venne a cadere fra le mani quello stesso che gli faceva guerra, perché gli accadde di dover dare alcune informazioni a suo riguardo. Ma fece di tutto perché non ne avesse danno.

 

8 - Per queste ed altre sue virtù, egli - uomo intemerato e casto, nemico di trattare con donne - dovette meritare che Dio gli facesse la grazia di conoscere la vanità del mondo e di fuggirlo. Cominciò a pensare in che Ordine avrebbe potuto entrare, ma mi disse che dopo averli tutti esaminati aveva trovato ovunque certe cose che non gli garbavano. Venne a conoscere che in un deserto presso Siviglia, chiamato el Tardón, vivevano insieme alcuni eremiti sotto la guida d'un certo P. Matteo, uomo di santissima vita.[142] Abitavano in celle separate, non recitavano il Ufficio divino, e si riunivano in cappella soltanto per la Messa. Non avevano rendite, non domandavano né ricevevano elemosine, ma vivevano col lavoro delle mani. Ognuno mangiava a parte, molto poveramente. - A questo racconto mi pareva di veder rivivere i nostri antichi Padri.

Il P. Mariano visse così otto anni. Ma avendo il sacro Concilio di Trento ordinato agli eremiti di ritirarsi in qualche Ordine, aveva deciso di andare a Roma per ottenere un'eccezione in favore dei suoi compagni del Tardòn. Tali erano i suoi propositi quando io m'incontrai con lui.

 

9 - Inteso il suo tenore di vita, gli mostrai la nostra Regola primitiva e gli feci osservare che poteva proseguire in quella vita senza tanto disturbarsi, perché la nostra Regola offriva le medesime osservanze, specialmente il lavoro delle mani a cui egli tanto teneva. - «È la cupidigia, mi diceva, che fa perdere gli uomini e disprezzare i religiosi!...».

Siccome io ero del suo stesso parere, ci mettemmo subito d'accordo, sia su questo punto che su tutti gli altri. Gli esposi alcune ragioni per dimostrargli il gran servizio che avrebbe reso al Signore col vestire il nostro abito, e mi rispose che ci avrebbe pensato quella notte. Accorgendomi che era quasi deciso, intesi il significato delle parole che mi erano state dette nell'orazione: cioè, che vi sarei andata, non solo per una fondazione di monache ma per qualche cosa di più.

Non è a dire la mia gioia al pensiero della gloria che avrebbe reso a Dio se avesse abbracciato il nostro Ordine. Sua Maestà lo voleva appunto fra noi, e quella notte gli toccò il cuore in tal modo che all'indomani mi fece subito chiamare per dirmi che era decisamente risoluto, meravigliato lui stesso d'un cambiamento così improvviso, operato per giunta da una donna: cosa che alle volte mi ripete ancora, come se io ne fossi stata la causa, o non piuttosto il Signore che solo può mutare i cuori.

 

10 - Come sono grandi i disegni di Dio! Quel Padre aveva passati tanti anni senza mai determinarsi per uno stato fisso, ché tale non era quello che aveva abbracciato, perché gli eremiti del Tardón, paghi soltanto di rimanersene in solitudine, non facevano voti, né si assumevano obbligazioni di sorta. Ed ecco che in un istante il Signore lo cambia, e gli fa intendere il gran servizio che gli può rendere nel nostro Ordine, avendo bisogno del suo concorso per portare innanzi l'opera incominciata.

Effettivamente quel Padre ci fu assai utile, perché l'abilità, l'ingegno e la santa vita che conduce gli danno gran credito presso molte persone che ci proteggono e favoriscono. Per noi ha già sofferto parecchio, ma assai più dovrà soffrire prima che la Riforma sia ben consolidata, a quanto si può prevedere dalle contraddizioni di cui la nostra Regola primitiva è attualmente bersaglio.

 

11 - Mi disse inoltre che Ruy Gomez gli aveva dato in Pastrana - che era appunto il luogo dove io dovevo andare - un buon eremitaggio con relativo terreno per stabilirvi una comunità di eremiti, e che egli ormai voleva fondarvi un convento del nostro Ordine per prendervi l'abito. Gliene fui gratissima e resi a Dio le più vive grazie, perché dei due conventi che il reverendissimo nostro Padre Generale mi aveva permesso di fondare non se n'era fatto che uno solo.

Da Madrid inviai subito un corriere ai due Padri che ho detto, vale a dire al Provinciale in carica e a quello scaduto, senza dei quali non si poteva far nulla,[143] pregandoli caldamente di concedermene la licenza. Scrissi in pari tempo al Vescovo di Avila, don Alvaro de Mendoza, nostro grande protettore, perché appoggiasse la domanda.

 

12 - Piacque a Dio che i due Padri non si opponessero: dovettero certo pensare che una fondazione in un luogo così appartato non sarebbe stato loro di danno. Il P. Mariano mi promise che si sarebbe recato a Pastrana non appena giunte le licenze, ed io me ne partii tutta piena di gioia.

Trovai a Pastrana la principessa e il principe Ruy Gomez che mi accolse con grande cortesia.[144] Ci assegnarono un appartamento isolato dove rimanemmo più di quanto pensassi, perché la casa che ci avevano destinata era troppo piccola, e la principessa l'aveva fatta demolire quasi per intero e fabbricare di nuovo, sulle mura principali della vecchia.

 

13 - Rimasi a Pastrana tre mesi e vi ebbi molto da soffrire, perché la principessa esigeva certe cose che erano contrarie al nostro spirito.[145] Non potendo io acconsentire ero già decisa di partirmene senza fare la fondazione; ma il principe Ruy Gomez, uomo di grande discrezione e prudenza, ottenne che sua moglie si arrendesse. Su qualche punto mi ero arresa anch'io, perché bramavo che non mi fallisse la fondazione dei frati, a cui tenevo assai più che a quella delle monache; ne sentivo tutta l'importanza, e gli eventi mi dettero ragione.

 

14 - Ottenute le licenze, arrivarono a Pastrana i due eremiti di cui ho parlato, Mariano e il suo compagno. i principi non ebbero nulla in contrario a che il luogo, da essi destinato a eremitaggio, si adibisse a convento di Carmelitani Scalzi. Per dar principio alla fondazione mandai a chiamare il P. Antonio di Gesù, che era il primo dei religiosi, residenti allora a Mancera. Io intanto preparai abiti e cappe, e feci di tutto perché vestissero al più presto.

 

15 - Nel frattempo mandai a prendere altre monache a Medina del Campo, perché ne avevo con me soltanto due. V'era là un certo Padre, eccellente predicatore, chiamato fra Baldassare di Gesù, uomo già innanzi negli anni, non troppo vecchio, ma neppure giovane.[146] Avendo saputo che si faceva una fondazione di Scalzi, venne a Pastrana con le monache, deciso d'abbracciare la Riforma: ciò che fece immediatamente appena arrivato. Quando me lo disse, ne ringraziai il Signore. Dette l'abito a P. Mariano e al suo compagno, che vestirono entrambi in qualità di conversi. Quanto al primo, non ci fu verso che riuscissi a farlo ascendere al sacerdozio: non voleva e protestava di voler essere l'ultimo di tutti. Ma dovette ordinarsi più tardi per comando del reverendissimo nostro Padre Generale.[147]

Venuto il P. Antonio di Gesù e fondate le due case, cominciarono ad entrare novizi di così gran fervore che di alcuni di essi mi verrà forse di parlare. Servivano Dio con grandissima perfezione, come potrà narrarne per scritto - se così il Signore vorrà - chi meglio di me lo saprà fare, perché io ne sono incapace.

 

16 - Per ciò che riguarda le monache, anch'esse vi si stabilirono con piena soddisfazione dei principi, specie della principessa che le circondava dì cure e di buoni uffici. Ma ciò fino alla morte del marito, perché allora, fosse per suggestione del demonio o per permissione di Dio - e Lui solo ne sa il motivo - ella, trasportata dal dolore, volle entrare in monastero come religiosa, e non è a stupire se nell'afflizione in cui era, le regole della clausura non le tornassero di gusto per non esserci abituata. D'altra parte, la Priora era legata dalle disposizioni del sacro Concilio e non poteva permetterle la libertà che voleva.[148]

 

17 - La principessa prese lei e le monache in tanta avversione che, anche dopo aver lasciato l'abito ed essere rientrata nel suo palazzo, non cessava di dar loro fastidio. Le povere monache non avevano più pace, e io feci di tutto per ottenere dai Superiori che si sopprimesse il monastero. Se ne fondò un altro a Segovia, come si dirà a suo luogo, dove le monache si trasferirono lasciando a Pastrana tutto quello che la principessa aveva loro donato e conducendo con sé anche quelle che per comando della medesima avevano accettato senza dote. Non portarono via che i letti e certe altre cosucce che esse stesse avevano recato colà. La loro partenza afflisse molto gli abitanti del luogo, ma io ero al colmo della gioia, perché finalmente vedevo le monache in pace. Sapevo che non avevano dato alla principessa alcun motivo di disgusto: l'avevano sempre servita con rispetto anche dopo preso l'abito. La causa del suo disgusto deve ricercarsi in ciò che ho detto, ossia nel dolore in cui era caduta e in una certa sua serva che aveva condotto con sé, sopra la quale pare che ricada tutta la colpa. Comunque, se il Signore lo permise, dev'essere perché vedeva che là il monastero non stava: i suoi giudizi sono profondi e impenetrabili. Certo che io non avrei osato far questo di mia sola iniziativa!... Ho fatto tutto con il parere di uomini santi e dotti.[149]

 

 

CAPITOLO 18

 

Fondazione del monastero di S. Giuseppe in Salamanca nell'anno 1570 - Alcuni avvisi importanti per le priore

 

 

1 - Dopo le due fondazioni di Pastrana, tornai a Toledo, dove stetti alcuni mesi per comprare la casa che ho detto e dar ordine a tutto.[150] Mentre attendevo a queste cose, mi scrisse il Rettore della Compagnia di Gesù di Salamanca per dirmi che un nostro monastero sarebbe stato assai utile anche là, e me ne adduceva le ragioni.[151]

Dopo aver molto esitato a far là un monastero senza rendite per essere il luogo assai povero,[152] infine, considerando che non meno povera era Avila e che tuttavia il Signore non era mai mancato - come credo che non sia mai per mancare a chi lo serve per davvero - decisi di accettare, in base pure al motivo che i nostri monasteri sono piccoli, vi regna ordine perfetto e le monache si aiutano a vivere col lavoro delle mani.

Passai da Toledo ad Avila, e di là procurai che il Vescovo me ne rilasciasse la licenza.[153] Il P. Rettore lo informò del nostro Ordine, ed egli, saputo che la fondazione sarebbe stata di gran servizio di Dio, si compiacque di darmene subito il permesso.

 

2 - Ottenuta la licenza, ritenevo il monastero per già, fondato, tanto facile mi sembrava il resto.

Subito, mediante una signora di mia conoscenza,[154] procurai d'affittarmi una casa. S'incontrò qualche difficoltà, perché quello non era il tempo degli affitti, e il locale era occupato da alcuni studenti, dai quali si riuscì a ottenere che sarebbero usciti, al presentarsi dei nuovi inquilini. Ignoravano a che uso il locale avrebbe dovuto servire, perché mia cura particolare è di tenere tutto segreto fino alla presa di possesso, sapendo per esperienza quanto il demonio si sforzi per impedire uno solo di questi nostri monasteri. Siccome Dio voleva che quello si fondasse, per allora non gli permise di ostacolarci. Ma in seguito sorse un'infinità di noie e contraddizioni non del tutto terminate neppur oggi, nonostante siano passati vari anni. Però, se tanto il demonio si accanisce, vuol dire che in quel monastero Dio è ben servito.

 

3 - Appena ebbi la licenza e fui sicura della casa, partii per Salamanca senz'altro appoggio che quello della bontà di Dio, non essendovi alcuno che mi aiutasse nel molto che là mi attendeva per ridurre la casa a monastero. Per maggior segretezza, non condussi con me che una sola compagna.[155] Ricordando l'imbarazzo in cui mi ero trovata a Medina del Campo, avevo compreso che era meglio far venire le sorelle dopo la presa di possesso. Se nel frattempo fosse sorto qualche ostacolo, l'avrei sofferto da sola con la compagna di cui non posso fare a meno.

Arrivammo la vigilia di Tutti i Santi,[156] dopo un viaggio fatto in gran parte nella notte precedente con un freddo acutissimo. - Avevamo dormito in un villaggio, perché io mi ero sentita molto male.

 

4 - In questi racconti tralascio di dire le gravi fatiche e le peripezie dei viaggi, le noie del sole, del freddo e della neve che alle volte ci accompagnava per giornate intere. Talvolta si sbagliava strada, tal'altra avevo la febbre ed altri malori, perché di solito - gloria a Dio! - la mia salute non è buona. Però vedevo che il Signore non lasciava di aiutarmi.

Alle volte, al momento d'intraprendere una fondazione mi accadeva di sentirmi così male da affliggermi molto, sembrandomi di non poter stare neppure in cella se non coricata. Mi volgevo allora al Signore, e lamentandomi con Lui gli chiedevo perché mi ordinasse delle cose che non potevo fare. E Sua Maestà, pur lasciandomi con i miei dolori, m'infondeva tanta energia, zelo ed ardore che mi pareva di dimenticare chi ero.

 

5 - Per quanto mi ricordo, non ho mai tralasciato una fondazione per paura dei travagli, benché i viaggi mi ripugnassero assai, specialmente se lunghi. Appena mi mettevo in cammino, pensavo a Colui nel cui servizio faticavo, alle lodi che nel nuovo monastero Egli avrebbe ricevuto e al SS. Sacramento che vi sarebbe stato riposto, e in tal modo tutto mi diveniva leggero. È una gioia per me vedere una chiesa di più! Pensando alle molte che i luterani distruggono, non so che fatiche si debbano temere - per gravi che siano - di fronte al bene che ne deriva alla cristianità. Se troppi dimenticano che Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, risiede in tanti luoghi nel SS. Sacramento, ciò non toglie che questa verità debba formare la nostra più viva consolazione.

Una assai grande ne provo spesso quando sono in coro nel vedere anime tanto pure occupate nelle lodi di Dio. La loro virtù si dà a conoscere in mille modi: nell'obbedienza, nel contenuto che provano in così stretta clausura e solitudine e nella gioia che sperimentano quando si presenta loro qualche motivo di mortificazione. Osservo anzi a tal proposito che tanto più godono quanto più Dio dà grazia alle Priore di metterle alla prova. E succede che si stanchino prima queste ad esercitarle, che non esse ad obbedire: in questo i loro desideri sono veramente insaziabili.

 

6 - Per ciò che riguarda la mortificazione, mi viene da far osservare certe cose che per timore di dimenticare voglio scrivere immediatamente, nonostante mi allontani dall'argomento incominciato, perché forse, figliole mie, potranno servire alle Priore.

Siccome le Priore non hanno tutte le medesime attitudini e virtù, può darsi che pretendano di condurre le monache a seconda delle proprie inclinazioni. Quella che ha grande spirito di mortificazione trova facile, anche per le altre, le pratiche che comanda per assoggettare la volontà, appunto perché tali pratiche crede facili per sé, salvo poi a ricredersi quando ne dovesse fare la prova. Cerchiamo invece di non mai imporre agli altri quello che è difficile per noi. La discrezione è essenzialissima al buon governo. Nei nostri monasteri poi è assolutamente necessaria, e sto anzi per dire più necessaria che altrove, perché maggiore è la cura che qui si deve avere delle suddite, sia per l'esterno che per l'interno.

Altre Priore, dotate di grande spirito di pietà, potrebbero volere che si stia sempre in preghiera. Ma il Signore conduce le anime per vie diverse, e le Priore devono persuadersi che furono elette a questa carica non per scegliere alle suddite un cammino di proprio gusto ma per guidarle secondo la Regola e le Costituzioni, malgrado i loro personali desideri e la ripugnanza che ne sentissero.

 

7 - Mi trovai una volta in un nostro monastero la cui Priora, molto portata alla penitenza, conduceva per questa via tutte le monache. E accadeva talvolta che la comunità si disciplinasse per la durata dei sette salmi penitenziali con le orazioni che li seguono, ed altre simili austerità.

Si ha il medesimo inconveniente quando la Priora è molto dedita all'orazione. Non contenta che la si faccia nelle ore prescritte, vi fermerà le sorelle anche dopo mattutino, mentre sarebbe meglio mandarle a dormire. Che se poi, ripeto, essa è portata alla mortificazione, la vorrà in tutte e dovunque. Queste pecorelle della Vergine obbediscono in silenzio come tanti agnellini, e io ne ho grande devozione e confusione, ma alle volte anche tentazione. Assorte come sono in Dio, le sorelle non vi pongono mente, ma io temo per la loro salute, e vorrei che si contentassero di osservare la Regola - che importa già molto per se stessa e facessero il resto con soavità, specialmente in fatto di mortificazione. Questo punto è assai importante, e prego per amor di Dio le Priore a star molto attente. In queste cose, come pure per conoscere i diversi caratteri delle suddite, devono comportarsi con grandissima prudenza, perché altrimenti, invece di farle progredire in virtù, saranno loro di danno col gettarle nell'inquietudine.

 

8 - Devono anzitutto persuadersi che queste mortificazioni non sono di obbligo: verità che devono aver sempre presente. È vero che sono assai necessarie per condurre l'anima ad alta perfezione e all'acquisto della libertà; ma questo non è un lavoro da farsi in poco tempo. Dovere delle Priore è di aiutare le sorelle e farle avanzare a poco a poco, secondo l'intelligenza e lo spirito interiore che Dio dà a ciascuna.

Sembrerà forse alle Priore che qui l'intelligenza non abbia nulla a che fare. Ma s'ingannano, perché vi sono delle anime che prima di conoscere in che consista la perfezione ed anche solo lo spirito della nostra Regola, avranno parecchio da fare. In seguito diverranno forse le più sante, ma per il momento non sapranno neppure quando sia bene scusarsi e quando no: e così altre piccole osservanze che, bene intese, praticherebbero facilmente. Ma esse non le capiscono, e - quel che è peggio - neppur le trovano di perfezione.

 

9 - Conosco una monaca che, a quanto si può capire, dev'essere una delle più sante che si trovino oggi nelle nostre case, per il suo spirito interiore, per le grazie di cui il Signore la favorisce, per la sua mortificazione ed umiltà. Tuttavia non riesce a capire certi punti di Costituzione. Manifestare in Capitolo le colpe altrui le sembra una mancanza di carità e chiede come si possa dir male delle sorelle, ed altre cose consimili. Ne potrei narrare varie altre, proprie di alcune monache che sono gran serve di Dio e che, sotto certi aspetti, superano quelle stesse che conoscono bene le Regole.

Perciò non creda la Priora di poter conoscere le anime in poco tempo. Lasci questo al Signore che solo lo può, e cerchi di aiutare le monache a seguire il cammino per il quale Dio le conduce, sempre inteso che non manchino all'obbedienza e ai punti più essenziali della Regola e delle Costituzioni. Quella delle undicimila vergini che si nascose, non fu per questo meno santa e martire. Anzi, presentandosi al martirio da sola, dovette soffrire più delle altre.[157]

 

10 - Tornando alla mortificazione, ecco la Priora che per mettere alla prova una monaca le comanda una cosa in sé leggera ma a quella assai grave. La religiosa obbedisce, ma ne rimane così turbata ed inquieta da far pensare che sarebbe stato assai meglio non avergliela comandata. Ciò deve persuadere la Priora che quella sorella ha da essere, non già spinta alla perfezione a forza di braccia, ma curata con pazienza e condotta a poco a poco, fino a quando il Signore non la rende più forte. In caso contrario, quello che si fa per spingerla ad alta perfezione - senza la quale sarebbe buona monaca ugualmente - non serve che a inquietarla ed abbatterla, il che è assai peggio. Vedendo quel che fanno le altre, a poco a poco ne seguirà l'esempio, come abbiamo veduto noi stesse: che se a tanto non giungerà, si salverà egualmente senza quella virtù.

Conosco una monaca già avanzata negli anni, la cui vita è tutta piena di virtù e tutta dedita al servizio di Dio. Ciò nonostante, commette ancora qualche imperfezione e prova spesso certi sentimenti che non riesce a dominare: lo vede, se ne affligge e viene a lamentarsi con me. Ma io credo che Dio la lasci cadere in quei difetti - nei quali poi non v'è peccato - affinché si umili e si convinca che non è del tutto perfetta.

Dunque, mentre alcune sono capaci di grandi mortificazioni, e più esse sono grandi più ne sentono piacere, perché il Signore dà loro di soggiogare la volontà; altre non ne sanno fare neppur di piccole, e imporle loro a forza sarebbe come caricare un bambino di due staia di grano: non solo non le potrebbe sostenere, ma ne sarebbe oppresso e cadrebbe per terra.

Perdonatemi, figliole mie - è alle Priore che parlo - se le cose che ho notato in alcune di voi mi hanno portato tanto ad estendermi.

 

11 - Ecco un altro, avviso assai importante. Non vogliate mai, sotto pretesto di provare l'obbedienza delle sorelle, comandare loro una cosa che possa esser peccato, sia pure veniale. Ho saputo di certi ordini che, se fossero stati eseguiti, avrebbero costituito peccato mortale. Se non peccano le suddite per la semplicità con cui obbediscono, non così la Priora che sa come i suoi ordini siano immediatamente eseguiti. Siccome le monache hanno letto o sentito raccontare quel che facevano i santi dell'eremo, credono che ogni comando sia buono, o che buono, se non altro, sia quanto facciano per obbedienza.

Sappiano invece le suddite che non devono mai fare una cosa, benché comandata, quando essa, indipendentemente dal comando, costituisca peccato mortale. Escludo il caso che vi si comandi di lasciare la Messa, i digiuni della santa Chiesa od altre cose consimili, per le quali la Priora potrebbe avere le sue buone ragioni. Ma gettarsi in un pozzo o altre cose del genere sarebbero affatto cattive, perché nessuna deve credere che Dio sia obbligato a far miracoli, come li faceva con i santi. Vi sono altri mezzi per esercitarsi nella perfetta obbedienza, e io li approvo tutti, purché siano esenti dai pericoli che ho detto.

 

12 - Una monaca di Malagòn domandò una volta alla Priora il permesso di darsi una disciplina. La Priora, a cui doveva averlo chiesto altre volte, le rispose: «Mi lasci stare!» Ma siccome quella insisteva, la Priora le disse: «Vada a spasso, e mi lasci in pace!». - E la monaca passeggiò per varie ore con grande semplicità.

Una sorella le chiese perché tanto passeggiasse, o qualche cosa di simile; ed ella rispose che così le era stato comandato. Intanto suonò Mattutino, e la Priora domandando perché la tale non vi venisse, seppe dall'altra quello che accadeva.

Perciò le Priore, quando hanno da fare con anime così obbedienti, devono stare bene attente e pensare a quel che dicono.

 

13 - Un'altra mostrò un giorno alla Priora un verme molto grosso, invitandola a vedere quanto fosse bello. La Priora rispose, scherzando: «Se lo mangi!». La sorella se n'andò e lo fece friggere molto bene. La cuoca le chiese perché lo friggesse, ed ella rispose: «Per mangiarlo». E così avrebbe fatto con grave danno forse della salute, contrariamente alle intenzioni della Priora.

Godo molto quando le vedo eccedere nell'obbedienza. Per questa virtù ho una devozione tutta particolare, ed ho fatto del mio meglio per radicarla anche in loro, benché a ben poco sarebbero serviti i miei sforzi, se il Signore non avesse dato a tutte indistintamente nella sua infinita misericordia, la grazia di portarsi ad essa e praticarla. - Piaccia a Sua Maestà di rendercela sempre più perfetta! Amen.

 

 

CAPITOLO 19

 

Continua il racconto della fondazione del monastero di San Giuseppe nella città di Salamanca

 

 

1 - Quanto mi sono divagata!... Se mi si presenta una cosa che il Signore mi ha fatto conoscere per esperienza, mi par male non parlarne. E ben può essere che quel che credo buono, sia tale veramente.

Voi intanto, figliole mie consigliatevi sempre con persone dotte, e imparerete a battere la via della perfezione con prudenza e verità. Di questo specialmente hanno gran bisogno le Priore: se vogliono far bene il loro ufficio, devono confessarsi da persone istruite, altrimenti cadranno in mille errori credendoli atti di santità. - E procurino che si confessino da persone dotte anche le loro suddite.

 

2 - Arrivammo dunque a Salamanca la vigilia di Tutti i Santi dell'anno che ho detto[158] sull'ora di mezzogiorno. Giunti all'albergo, chiesi di un buon uomo, chiamato Nicola Gutierrez[159] che avevo incaricato di farci trovare libera la casa. Gran servo di Dio com'era, aveva ottenuto dal Signore, in ricompensa della sua santa vita, la grazia di soffrire in pace e serenità i molti travagli a cui era andato soggetto, perché, caduto in estrema miseria da grande prosperità, vi si comportava con tanta gioia come prima nella ricchezza. .- In questa. nostra fondazione si dette molto d'attorno con grande devozione ed impegno.

Quando venne, mi disse che la casa non era ancora libera, non essendo riuscito a mandare via gli studenti. Gli feci osservare quanto importasse che fosse libera prima che si sapesse del mio arrivo, perché, come ho detto più sopra, temevo sempre qualche nuova difficoltà. Egli allora andò dal padrone della casa, e tanto fece che gli studenti uscirono la sera stessa. - Vi entrammo ch'era quasi notte.

 

3 - Quello fu il primo convento che fondai senza il SS. Sacramento. Fin allora avevo creduto che la presa di possesso non potesse aver luogo che a questa condizione; ma saputo che ciò non importava, ne fui molto contenta, per ragione del cattivo stato in cui gli studenti avevano lasciata la casa. A quanto sembra essi non devono aver troppa cura della pulizia, perché la casa era in condizioni tali che per metterla in ordine dovemmo lavorare tutta la notte. La mattina seguente si disse la prima Messa, e mandai a prendere le monache che dovevano venire da Medina del Campo.[160]

 

4 - La notte di Tutti i Santi rimasi sola con la mia compagna che si chiamava Maria del SS. Sacramento, religiosa più attempata di me e gran serva di Dio.

Vi dico, figliole mie, che quando ripenso alle sue paure, mi viene ancora da ridere. Non c'era verso che si togliesse dalla testa gli studenti. Siccome si erano tanto indispettiti d'essere stati costretti ad abbandonare la casa, temeva che qualcuno vi fosse rimasto nascosto: cosa che avrebbe potuto fare benissimo perché il locale era grande, tutto in disordine e con molte soffitte. Ci chiudemmo in una stanza dov'era della paglia: prima cosa che ho cura di provvedere quando vado a fondare, perché almeno con essa non si manca di letto. Passammo la notte su quella paglia con due coperte, prestateci. Il giorno dopo, certe suore di S; Elisabetta che ci stavano vicino e alle quali noi credevamo d'esser d'aggravio con la nostra fondazione, c'imprestarono altre cose per le compagne che dovevano venire e ci fecero delle elemosine. carità che non cessarono mai più d'usarci per tutto il tempo che rimanemmo in quella casa.

 

5 - Una volta chiuse in quella stanza, la mia compagna parve alquanto quietarsi degli studenti, ma continuava a guardare da ogni lato tutta piena di paura. Il demonio vi doveva certo aver parte col rappresentarle pericoli immaginari allo scopo di intimorire anche me: e a questo, ordinariamente, debole di cuore come sono, basta proprio un nonnulla. Le chiesi perché guardasse così, essendo impossibile che alcuno ci entrasse in stanza. Ed ella: «Madre, sto pensando, a che cosa farebbe, sola com'è, se io dovessi morire».

Veramente, se ciò fosse avvenuto, mi sarei trovata in imbarazzo. Vi pensai alquanto e ne ebbi raccapriccio, perché, quantunque la vista dei morti non mi faccia paura, tuttavia mi produce languidezza di cuore anche se non sono sola. I rintocchi della campana - ché quella, come ho detto, era la notte dei morti - aumentavano le mie apprensioni, e il demonio ne aveva buon gioco per riempirci la testa di terrori puerili, perché, quando egli si accorge che non si ha paura di lui, ricorre ad altre astuzie.

Risposi dunque alla mia compagna: «Sorella, penserò a quello che dovrò fare quando avverrà ciò che dice. Per ora mi lasci dormire». Siccome avevamo passato due notti cattive, il sonno ci tolse presto la paura, e all'indomani, giunte le altre monache, non ci pensammo più.

 

6 - La comunità rimase in quella casa circa tre anni e forse anche quattro: non mi ricordo di preciso perché nel frattempo mi fu imposto di recarmi all'Incarnazione di Avila.[161]

Di mia volontà non lascerei mai un monastero come così ho sempre fatto - senza aver prima provvedute le monache d'una casa propria, raccolta e ben sistemata. In queste fondazione il Signore mi favorisce di una grazia speciale: quella di sentirmi felice d'esser la prima alla fatica e d'interessarmi di tutte le cose, anche più piccole, necessarie al raccoglimento e alla comodità del monastero, come se in esso dovessi abitare per sempre. E grande è la mia gioia quando le monache vi si trovano bene. Ebbi quindi gran pena quando seppi che a Salamanca stavano a disagio. Non già che mancassero di vitto, perché di questo m'interessava io da dove stavo, sapendo benissimo quanto fossero fuor di mano per aver elemosine, ma per ragione della loro salute, essendo la casa umida,[162] molto fredda e troppo vasta per poterla riparare. Il peggio era che non avevano ancora il SS. Sacramento, privazione che in clausura così stretta non è di poca afflizione. Ma esse non se ne lamentavano: soffrivano con tanta gioia che mi muovevano a lodare Dio. Anzi, alcune mi dicevano che pareva loro imperfezione desiderare altra casa, e che là sarebbero rimaste contentissime solo che avessero avuto il SS. Sacramento.

 

7 - Quando il Prelato[163] conobbe la virtù di quelle monache e le loro sofferenze, ne fu tocco di pietà e mi richiamò dall'Incarnazione. Esse si erano già combinate con un cavaliere del luogo per l'acquisto di un'altra casa, ma era in tale stato che per entrarvi furono necessari più di mille ducati. Benché appartenesse a un maggiorasco, il proprietario ci permetteva d'entrare avanti che arrivasse la licenza reale, autorizzandoci insieme ad innalzare le costruzioni occorrenti. Mi feci accompagnare dal P. Giuliano d'Avila che era venuto con me a Salamanca, a quel modo che mi seguiva in tutte le fondazioni. Visitammo la casa e stabilimmo i lavori da farsi. - L'esperienza acquistata mi metteva in grado d'intendermene.

 

8 - Vi giungemmo in agosto, ma nonostante tutta la fretta possibile, i lavori si protrassero fino a S. Michele, quando a Salamanca si rinnovano gli affitti. Quanto c'era da fare prima che fosse tutto in ordine! Intanto, non avendo rinnovato l'affitto della vecchia casa, questa era passata a un altro affittuario, e ci facevano gran fretta perché sloggiassimo. Mancava pure il cavaliere che ci aveva venduto il locale. E siccome si era appena finito di dar l'intonaco alla chiesa, alcuni nostri amici volevano che ne ritardassimo l'andata. Ma quando si è in necessità, non giovano a nulla i consigli se insieme non si ha pure il modo di attuarli.

 

9 - Ci trasferimmo alla nuova casa la vigilia di San Michele, poco prima dell'alba. Si era anche pubblicato che in quel giorno si sarebbe posto il SS. Sacramento, con predica di circostanza.[164] Ma Dio permise che la sera della vigilia piovesse sì a dirotto da renderci assai difficile il trasporto del necessario. La cappella era nuova, ma tanto mal coperta che vi pioveva dentro da ogni parte. Vi confesso, figliole, che in quel frangente mi vidi molto imperfetta Siccome il pubblico era già avvisato, non sapevo cosa fare. Mi andavo struggendo in me stessa, e lamentandomi con nostro Signore, gli dicevo o di non più comandarmi tali cose o di venirmi in aiuto. Quel buon uomo di Nicola Gutierrez si manteneva imperturbabile come se nulla fosse, e mi diceva con gran calma di non affliggermi perché il Signore vi avrebbe posto rimedio. Così fu, perché il giorno di S. Michele, all'ora di venir gente, cominciò a splendere il sole. Ne fui tocca di devozione, e vidi quanto meglio avesse fatto quel sant'uomo a confidare in Dio che non io con la mia pena.[165]

 

10 - Si pose il SS. Sacramento con grande solennità, numeroso concorso di popolo e scelta musica. Il monastero era situato in buon posto e cominciò ad essere conosciuto e a suscitare interessi. Ci furono di maggior aiuto anzitutto la contessa di Monterrey, donna Maria Pimentel[166] e un'altra signora, moglie del Corregidor[167] del luogo, chiamata donna Marianna.

Ma la gioia d'aver con noi il SS. Sacramento ci doveva essere turbata molto presto, perché il giorno dopo il cavaliere a cui la casa apparteneva venne da noi tanto adirato che io non sapevo come prenderlo. Il demonio gli doveva impedire di ragionare, perché noi non avevamo fatto che quanto si era convenuto. Ma dirglielo era inutile. Andarono a parlargli alcune altre persone. Sembrava alquanto calmarsi, ma poi cambiava di parere.

Io ero già decisa a lasciargli la casa, ma neppur questo voleva. Pretendeva che gliela pagassimo immediatamente. Il denaro era già stato depositato presso un fiduciario di sua scelta, perché la casa era di sua moglie, ed ella aveva voluto venderla per accasare due figlie: la licenza del re si era appunto ottenuta sotto questo titolo.

 

11 - Fatto sta che nonostante siano già passati tre anni, il contratto non si è ancora concluso, e non so neppure se il monastero starà là, voglio dire in quella casa, né come si andrà a finire. Per questo ho voluto narrare come sta la faccenda.[168]

 

12 - Quello che so è che in nessun monastero della Regola primitiva, fondati da Dio fino ad oggi, le monache hanno tanto sofferto come in questo. Ma per misericordia di Dio esse sono così virtuose che sopportano tutto con gioia., Piaccia a Sua Maestà che ciò le aiuti a progredire. Importa poco che la casa sia comoda o no. Anzi, il nostro contento più grande dev'essere di trovarci in una casa da cui ci possano cacciar via, memori del Padrone del mondo che non ne ebbe alcuna.

Questo di alloggiare in case non nostre ci è avvenuto varie volte, come risulta dal racconto di queste fondazioni, ma posso anche dire che non ho mai visto una sorella mostrarsi, per questo, scontenta. - Piaccia a Sua Divina Maestà, per sua bontà e misericordia, che non ci abbiano a fallire i tabernacoli eterni! Amen, amen.

 

 

CAPITOLO 20

 

Fondazione del monastero di Nostra Signora dell'Annunciazione in Alba de Tormes, nell'anno 1571

 

1 - Non erano ancor passati due mesi dalla presa di possesso del monastero di Salamanca, avvenuta il giorno di Tutti i Santi, quando l'amministratore del duca d'Alba e sua moglie mi pregarono con insistenza di fondarne un altro nel loro borgo. Non ne avevo gran voglia perché, trattandosi d'un luogo piccolo, era necessario aver rendite, alla qual cosa non mi sentivo inclinata.

Stava per caso a Salamanca quel P. Maestro fra Domenico Bañez, mio confessore, di cui ho parlato in principio di questo libro. Egli mi riprese, dicendomi che non era bene rifiutarsi di fondare un monastero per ragione delle rendite quando il Concilio permetteva di averne. Aggiunse che non me n'intendevo, e che le rendite non impedivano le monache d'essere ugualmente povere e perfette...

Ma prima d'andare innanzi, voglio dire chi ne sia stata la fondatrice, e come il Signore l'abbia guidata a quest'impresa.

 

 

J. H. S.

 

2 - Fondatrice del monastero di Nostra Signora dell'Annunciazione in Alba de Tormes fu Teresa Layz,[169] figlia di nobili genitori, perfetti gentiluomini, di puro sangue.[170] Però, non essendo così ricchi come lo richiedeva la nobiltà del loro stato, abitavano in un paese a due leghe da Alba, chiamato Tordillos.

Fa pietà veder il mondo arrivare a questi eccessi! Si preferisce vivere isolati in piccoli villaggi, privi d'istruzione e di molti altri mezzi utili alla salute dell'anima, piuttosto di venir meno a una sola di quelle formalità che costituiscono il così detto punto d'onore!...

I genitori di Teresa avevano già quattro figlie, quando ella venne al mondo, e nel vedere che era anch'essa una figlia, rimasero molto disgustati.

 

3 - Fa pena vedere i mortali disconoscere quel che loro conviene! Completamente all'oscuro dei disegni di Dio, ignorano i grandi beni che possono avere dalle figlie e i mali senza numero dai figli. E tuttavia vorrebbero opporsi a Colui che sa tutto e tutto crea, consumandosi dal dispiacere per quello che dovrebbe invece rallegrarli: proprio come gente dalla fede illanguidita che non riflette né ricorda che l'ordinatore di ogni cosa è Dio, e che l'uomo non deve far altro che abbandonarsi nelle sue mani. Già tanto ciechi da non rimettersi alla sua divina provvidenza, danno pur prova di una ben triste ignoranza, non intendendo quanto sia inutile abbandonarsi a tali angustie. Gran Dio! Come saranno diversi i giudizi che avremo sopra queste cieche pretensioni quando ci verrà svelata la verità di ogni cosa! Quanti padri finiranno all'inferno per aver avuto dei figli! Quante madri si vedranno invece in paradiso per le loro figliole!

 

4 - Tornando a quello che dicevo, le cose giunsero a tale estremo che i genitori della bambina, tre giorni dopo della nascita, nulla curandosi della sua vita, la lasciarono sola dalla mattina alla sera, senza che alcuno se ne prendesse pensiero. Meno male che appena nata - unica buona cosa che fecero - procurarono che un sacerdote la battezzasse.

Alla sera arrivò la donna che aveva cura della piccina. Costei, quando seppe della cosa, corse a vedere se fosse ancora viva, e la seguirono altre persone spettatrici di quanto ora dirò.

La donna prese la bambina fra le braccia e disse piangendo, quasi a deprecare tanta crudeltà: «Ecché, figliola mia, non siete voi dunque cristiana?...». La piccina alzò la testa e rispose: «Sì, lo sono». Poi tacque e non parlò più fino all'età in cui i bambini sogliono parlare. presenti rimasero meravigliato.

Da quel giorno sua madre cominciò ad amarla e a prodigarle ogni cura, dicendo spesso che desiderava vivere fino a vedere quello che Dio avrebbe fatto di lei. La educò come le altre sue figlie, molto cristianamente, formandola alla virtù.

 

5 - Giunto il tempo opportuno, decisero di sposarla, ma ella non voleva, e rifiutò. Poi, avendo saputo che era chiesta da un tal Francesco Velazquez - attualmente suo marito e confondatore del monastero - appena ne udì il nome, accettò di sposarsi, purché fosse con lui, sebbene fino allora non l'avesse mai visto. - Così Dio voleva per l'attuazione della buona opera che entrambi hanno poi compiuto ad onore di Sua Maestà.

Francesco Velazquez, oltre esser ricco e virtuoso, ama tanto sua moglie da non mai lasciare di contentarla. E giustamente, perché Dio ha trasfuso in lei tutte quelle doti che sono desiderabili in una donna maritata: d'una bontà incomparabile, assidua e vigilante per il buon andamento della casa.

Suo marito l'aveva condotta ad Alba di cui era nativo, e là, per ordine degli ufficiali del duca, dovette alloggiare in casa un giovane gentiluomo. Teresa ne fu sì spiacente che il soggiorno di Alba le divenne insopportabile. Nonostante la sua ben salda virtù, avrebbe potuto correre qualche grave pericolo, perché essendo giovane e di bell'aspetto il demonio cominciava a mettere in capo a quel gentiluomo dei pensieri non belli.

 

6 - Appena ella se n'accorse, pregò il marito di scegliere un altro alloggio, ma senza dirgliene il motivo. Egli acconsentì e la condusse a Salamanca, dove si trovarono assai bene. Erano ricchissimi. Il Velazquez copriva una carica che gli attirava l'attenzione di tutti, e tutti gli facevano dei doni.[171] L'unica loro pena era che Dio non dava loro figlioli, e per ottenerli Teresa moltiplicava preghiere e devozioni. Non domandava a Dio che una cosa: figlioli che, morta lei, continuassero a lodarlo. Le pareva troppo duro estinguersi senza lasciare alcuno che continuasse, dopo di lei, a benedire il Signore! I suoi desideri non tendevano che a questo: così ella mi assicurava, e non v'era da dubitarne, perché è di tanta verità, pietà e virtù che spesso, come ho detto, nella considerazione delle sue opere mi sento spinta a lodare Dio. Brama ardentemente di servirlo e cerca d'impiegar bene il tempo.

 

7 - Durava già da vari anni in questi suoi desideri, non cessando mai, oltre a molte altre devozioni, di raccomandarsi a S. Andrea, il cui patrocinio, a quanto le avevano detto, è in ciò di particolare efficacia. Ma una notte mentre era a letto, udì rivolgersi queste parole: «Non desiderare figlioli perché ti danneresti». Ne rimase stupita e piena di paura. Tuttavia continuò a desiderarli, non sapendosi dar ragione perché avrebbe dovuto dannarsi quando il fine che si proponeva era così santo. Perciò non cessava di supplicare il Signore rivolgendosi particolarmente all'intercessione di S. Andrea.

Un giorno, mentre era in questi pensieri, ebbe una visione. Non sa dire se fosse sveglia o dormisse: comunque, dagli effetti che ne seguirono è evidente che la visione fu da Dio.

Le parve di trovarsi in una casa, nel cui cortile, sotto il corridoio, si apriva un pozzo. Vide in quel luogo un prato tutto verde, smaltato di splendidissimi fiori bianchi, la cui immensa bellezza non sa descrivere. Vicino al pozzo le apparve S. Andrea, sotto un aspetto così attraente e venerando che ella, al vederlo, si sentì inondare di gioia. Il Santo le disse: «Eccoti altri figli, diversi da quelli che tu desideri».

Avrebbe voluto che il gaudio di cui si sentiva ripiena non venisse mai meno, ma scomparve ed intese esser volontà di Dio che fondasse un monastero. Aveva insieme compreso, senza che alcuno glielo dicesse, che quegli era S. Andrea. E ciò dimostra che la visione è stata insieme intellettuale e immaginaria, non gioco di fantasia, né illusione del demonio.

 

8 - Non fu gioco di fantasia, come lo prova il grande effetto che ne seguì, giacché da quel giorno si sentì svanire il desiderio dei figlioli, e non solo non pregò più per averli ma neppure più li bramò, convinta che ben altra fosse la volontà di Dio a suo riguardo, cominciando anzi a studiare il modo per compiere quanto il Signore voleva.

L'effetto seguito dimostra pure ad evidenza che la visione non fu dal demonio perché da lui non può venire alcun bene, mentre il monastero è già fondato e vi si serve il Signore con grande perfezione. Inoltre la visione ebbe luogo sei anni prima che si avverasse, e al demonio il futuro è sconosciuto.

 

9 - Rimastane molto impressionata, disse al marito che sarebbe stata una bell'opera - posto che Dio non si compiaceva di dar loro figlioli - fondare un monastero di monache. Egli, buono com'è e molto affezionato a sua moglie, accettò la proposta con gioia, e cominciarono a trattare del luogo ove fondarlo. Teresa l'avrebbe voluto nel villaggio dove era nata, ma egli le fece vedere, a base di ottime ragioni, che là un monastero non sarebbe stato ben fatto.

 

10 - Mentre così ne trattavano, la duchessa d'Alba mandò a chiamare il Velazquez, e quando l'ebbe dinanzi, lo pregò di tornare ad Alba dove gli avrebbe affidato una certa carica ed ufficio nel suo palazzo.[172] Chiesto e saputo di che si trattasse, accettò benché n'avesse minor utile che a Salamanca. Quando lo seppe Teresa ne ebbe una pena grandissima perché, come ho detto, Alba le era divenuta insopportabile. Si calmò alquanto quando fu assicurata dal marito che non avrebbero più ospitato alcuno, senza però che non continuasse a dispiacerle di dover lasciare Salamanca dove si trovava molto bene.

Velazquez comprò una casa e mandò a prendere la moglie. Ella vi giunse molto afflitta, e lo fu assai di più quando vide il locale, perché, quantunque ben situato e vasto, non aveva stanze a sufficienza. - Passò la notte in grande costernazione.

Il mattino dopo, appena scesa in cortile, vide il pozzo presso il quale le era apparso S. Andrea, dallo stesso lato in cui era nella visione: tutto come aveva allora veduto, né più né meno. - Parlo soltanto del luogo, perché non vide né il prato né i fiori, benché tutto questo tenesse ben fisso nella mente, come lo tiene tuttora.

 

11 - Quella vista l'impressionò profondamente, e decise di fondare là il monastero. Rimase tranquilla e consolata, e smise il pensiero di andar altrove. Comprarono altre case vicine, ed ebbero spazio sufficiente per quello che volevano.

Intanto Teresa si dava premura di studiare a che Ordine avrebbe affidato il monastero, perché voleva che le religiose fossero poche e molto ritirate. Interrogò due religiosi di due Ordini diversi, uomini dotti e molto pii, ed entrambi le risposero che sarebbe stato meglio pensare ad altre opere, perché, dicevano, la maggior parte delle monache sono scontente del loro stato, ed altre cose del genere. Il demonio, a cui quella fondazione dispiaceva, faceva di tutto per impedirla, dando a credere a quei religiosi che le loro ragioni fossero ben fondate. E i loro biasimi furono così insistenti che Teresa, turbata pure dal demonio a cui premeva che la fondazione fallisse, cominciò a temere e finì col rinunciarvi. Ne parlò a suo marito, e vedendosi biasimati da tali persone mentre non cercavano che la maggior gloria di Dio, decisero d'abbandonare ogni cosa.

Teresa aveva un nipote, figlio di una sua sorella, giovanissimo e molto virtuoso. Ella lo amava assai, e d'accordo col marito decise di sposarlo ad una nipote di questi e d'assegnar loro la maggior parte del patrimonio, riservando il resto per il bene delle proprie anime. Abbracciato questo partito, non pensarono più a nulla. - Ma ben altri erano i disegni di Dio, e i loro progetti fallirono.

 

12 - Dopo neppur quindici giorni il nipote fu assalito da una gravissima malattia, e in poco tempo il Signore lo chiamo a sé.[173] Teresa ne rimase molto spaventata, perché le venne da pensare che causa di quella morte fosse la decisione di lasciargli i propri beni a danno dell'opera che Dio voleva; e ricordandosi di quanto era avvenuto al profeta Giona per non aver voluto obbedire a Dio,[174] le parve che la morte del nipote da lei tanto amato fosse in castigo della sua colpa. Da quel giorno si decise assolutamente per il monastero ad onta di qualunque ostacolo, e suo marito fu del medesimo parere. - Ma non sapevano ancora in che modo riuscirvi.

Il Signore pareva ispirare a Teresa una fondazione come poi si è fatta, ma quelli con cui ella si confidava se ne ridevano, persuasi che una comunità come lei vagheggiava non si sarebbe mai trovata. Tale, specialmente, era il pensiero del suo confessore, dotto e distinto religioso di S. Francesco. Ed ella ne era molto afflitta.

 

13 - Verso quel tempo avvenne che quel religioso passasse per un certo luogo e vi udisse parlare dei monasteri di Nostra Signora del Carmine che si andavano fondando. Prese le necessarie informazioni, tornò dalla de Layz e le annunciò che aveva trovato quanto ella cercava e che avrebbe potuto fondare il monastero a seconda dei suoi desideri. La mise al corrente di ogni cosa e le disse di trattarne con

me. - E così fece.

Durammo fatica a metterci d'accordo, perché io ho sempre cercato che i monasteri fondati con rendite ne avessero a sufficienza onde evitare alle monache di ricorrere ai parenti o ad altre persone. La casa deve provvederle di tutto, sia per il vitto che per il vestito, specialmente per ben curare le inferme, sapendo benissimo i gravi inconvenienti che ne risultano quando le monache mancano del necessario. Se si trattasse di monasteri senza rendite, ne fonderei in gran numero senza che mi mancasse il coraggio e la confidenza, sicura che Dio non verrebbe mai a meno. Ma per gli altri, se le rendite non sono sufficienti, mi manca tutto. Preferisco non fondarli.

 

14 - Finalmente i fondatori si arresero e convennero di fissare una rendita conveniente secondo il numero delle monache. Quello che più mi colpì fu che ci lasciarono la stessa casa in cui erano, per ritirarsi in una molto scomoda. Si pose il SS. Sacramento il giorno della conversione di S. Paolo del 1571[175] e così la fondazione fu fatta, a onore e gloria di Dio che credo vi sia molto servito. - Piaccia al Signore che vada sempre più progredendo!

 

15 - Avevo cominciato a narrare alcuni fatti riguardanti certe religiose di questi nostri monasteri pensando che esse non sarebbero state più in vita quando queste pagine avrebbero visto la luce. Mi parve che un tal racconto avrebbe molto giovato per incoraggiare i posteri a battere la strada di così santi principi. Ma poi ho pensato che altri avrebbero potuto farlo meglio di me, discendendo ai più minuti particolari senza il timore da cui io sono trattenuta, cioè d'essere giudicata parte interessata. Perciò ho lasciato molte cose che a quanti furono spettatori o le riseppero, parvero miracolose e soprannaturali. Non ho voluto parlare di queste, né delle grazie che si è evidentemente veduto aver Dio fatto per le preghiere delle sorelle.

Quanto alla data delle diverse fondazioni, temo di esser caduta in qualche errore, nonostante la diligenza che ci metto per ricordarle esattamente. Siccome non sono cose di grande importanza e si possono sempre correggere, scrivo come mi ricordo. - Se vi è qualche sbaglio, la differenza non sarà grande.

 

 

CAPITOLO 21

 

Fondazione del monastero del glorioso San Giuseppe del Carmine in Segovia, avvenuta la festa di detto santo nel 1574

 

1 Dopo la fondazione dei monasteri di Salamanca e di Alba, e prima ancora che a Salamanca le monache si fossero stabilite in casa propria, il P. Pietro Fernandez, allora commissario apostolico, mi ordinò, come ho detto, di recarmi per tre anni all'Incarnazione di Avila. Poi vedendo i bisogni di Salamanca mi comandò di tornare colà per procurare alle sorelle una casa propria.[176] Là un giorno, mentre ero in orazione, il Signore mi disse di andare a Segovia a fondare una casa. L'ingiunzione mi parve ineffettuabile perché non potevo muovermi se non dietro a un comando, e sapevo che il commissario apostolico, P. Maestro fr. Pietro Fernandez, non vedeva di buon occhio che continuassi a fondare, non essendo ancora finito il mio triennio di permanenza all'Incarnazione; e capivo anch'io che in questo aveva ragione.

Mentre riflettevo a queste cose, il Signore mi disse di domandargliene la licenza, ché me l'avrebbe concessa.

 

2 - Il P. Fernandez era allora a Salamanca e io gli scrissi dicendogli - come anch'egli ben sapeva - che avevo ordine dal reverendissimo nostro Padre Generale di non rifiutare alcuna fondazione che mi paresse vantaggiosa; che a Segovia il Vescovo e i cittadini accettavano un nostro monastero; che dietro a un suo comando l'avrei fondato; che gliene parlavo per sgravio di coscienza, e che sarei rimasta tranquilla qualunque cosa decidesse. Tali, presso a poco, furono i termini della mia lettera, a cui aggiunsi che, a quanto mi sembrava, Dio sarebbe stato molto ben servito.

Si vide proprio che il Signore lo voleva, perché il Padre mi disse subito di fondarlo e me ne rilasciò la licenza. Sapendo quanto ne fosse contrario, rimasi molto meravigliata.

Procurai da Salamanca che mi prendessero una casa in affitto, avendo visto nelle fondazioni di Toledo e Valladolìd che era meglio comperarne una dopo la presa di possesso. E ciò per più ragioni, la prima delle quali che non avevo neppure una blanca. Però, quando il monastero è fondato, il Signore ci provvede di tutto. D'altra parte, avremmo potuto alloggiarci dove meglio ci sarebbe piaciuto.

 

3 - Abitava in Segovia una signora, vedova d'un titolare di maggiorasco, che una volta era venuta ad Avila a trovarmi. Si chiamava donna Anna de Jimena, gran serva di Dio, la cui vocazione era sempre stata per la vita religiosa. Infatti, appena fondato il monastero, vi entro con una sua figlia di esemplarissima vita, e il Signore le raddoppiò in contento, nello stato religioso, quello che aveva sofferto da maritata e da vedova. - Madre e figlia erano sempre vissute nel raccoglimento e nel servizio di Dio.[177]

 

4 - Questa virtuosa signora prese una casa in affitto e la provvide di quanto suppose che ci potesse occorrere, sia per la chiesa che per noi: e così da questa parte non ebbi molto da tribolare. Ma affinché nessuna fondazione mi fosse esente da difficoltà, oltre le pene interiori, l'aridità e il buio in cui mi sentivo sommersa, mi dovetti mettere in viaggio arsa dalla febbre, con nausea, e ogni altra sorta di mali fisici che mi durarono, così intensamente, per circa tre mesi. - Insomma, quel mezzo anno fui continuamente ammalata.

 

5 - Si pose il SS. Sacramento la festa di S. Giuseppe. Entrai in Segovia segretamente la notte della vigilia, benché il Vescovo e la città mi avessero già data la licenza.[178] Me l'avevano concessa molto tempo addietro, ma non avevo potuto approfittarne prima, perché ero all'Incarnazione sotto un altro Superiore che non il generalissimo nostro Padre.[179] Inoltre, la licenza del Vescovo - che si trovava a Segovia quando la città chiese il monastero - era stata data a un certo gentiluomo chiamato Andrea de Jimena che si era incaricato dei nostri affari.[180] Questi pensò che non fosse necessario averla per iscritto e così parve anche a me, e m'ingannai, perché il Vicario Generale, appena seppe che si era fondato un monastero, venne sdegnato a trovarci e ci proibì di continuare a dir Messa. Voleva far mettere in prigione chi l'aveva celebrata, che era un frate carmelitano scalzo,[181] mio compagno di viaggio col P. Giuliano d'Avila e con un altro servo di Dio, chiamato Antonio Gaitàn.

 

6 - Quest'ultimo è un cavaliere di Alba, chiamato da Dio alcuni anni or sono dalle vanità del mondo in cui era molto sommerso. Ora le tiene tutte sotto i piedi, né d'altro si occupa che di servire il Signore. Dico chi egli sia perché si dovrà far menzione di lui nelle fondazioni seguenti. Mi ha molto aiutata, ed ha faticato assai: se volessi parlare delle sue virtù non la finirei tanto presto. La più utile per noi fu la sua grande abnegazione, perché non v'era alcuno, fra la gente al nostro servizio, che si adoperasse come lui in quello che ci occorreva. Era di grande orazione, e il Signore lo favoriva di tante grazie, che quanto agli altri riusciva ripugnante era a lui di contento e lo sopportava volentieri, parendogli tutto poca cosa quello che in queste fondazioni faceva. Dio l'aveva inviato in nostro aiuto, e lo si vedeva benissimo.[182] Dico altrettanto del P. Giuliano di Avila, la cui prestazione era cominciata col primo monastero. In grazia loro il Signore dovette volere che tutto mi andasse bene. Durante il viaggio non parlavano che di Dio, istruivano le persone che venivano con noi o che incontravano per via, e si adoperavano in tutti i modi per meglio servire il Signore.

 

7 - È bene, figliole mie, che leggendo queste fondazioni, intendiate quanto siamo ad essi obbligate. E poiché hanno lavorato tanto senza alcun interesse personale, ma solo per procurarvi la felicità che voi ora godete, dovete raccomandarli a Dio ed essere loro di vantaggio con le vostre preghiere: cosa che fareste di buona voglia se conosceste quanti giorni e quante notti cattive, e quali le fatiche che dovettero sopportare nei viaggi.

 

8 - Il Vicario Generale non volle abbandonare la chiesa senza prima mettere alla porta un agente di polizia. Non so per qual motivo: il provvedimento non servì che a spaventare la gente che vi stava. Quanto a me, non mi preoccupavo molto di ciò che poteva accadere dopo la presa di possesso: i miei timori erano soltanto prima. Feci chiamare alcune persone, parenti di una monaca che avevo condotto con me. Erano fra le principali della città, e le pregai di andare dal Vicario e di dirgli che, il Vescovo ci aveva data la licenza. Più tardi ci disse che lo sapeva benissimo, ma che avrebbe voluto che noi l'avessimo preavvisato. (Credo però che sarebbe stato assai peggio). Si ottenne finalmente che si contentassero di levarci il SS. Sacramento, risparmiandoci il monastero. - Ma questa prova non ci turbò.[183]

Si andò innanzi così per alcuni mesi, fino a quando comperammo una casa. Ma ci vennero con essa una quantità di liti. Tante ne avevamo già avute con i Padri Francescani per ragione di una casa che volevamo comperare vicino a loro. Per questa poi dovemmo litigare con i Mercedari e con il Capitolo che vantava su di essa dei diritti.[184]

 

9 - O Gesù! Che pena trovarsi in mezzo a tante contestazioni! Quando pareva che tutto fosse terminato, s'incominciava da capo. Si era appena concesso quanto domandavano e subito avanzavano altre pretese. - Dette così, le cose sembrano da nulla, ma furono molto penose.

 

10 - Un nipote del Vescovo, priore e canonico della cattedrale, faceva di tutto per aiutarci,[185] come pure il licenziato Herrera, gran servo di Dio. Si poté risolvere la questione col Capitolo con lo sborso d'una buona somma di denaro, ma per quella con i Mercedari bisognò traslocarci nella nuova casa con la massima segretezza. Vi andammo uno o due giorni innanzi S. Michele. Ed essi, quando videro che ne avevamo preso possesso, decisero di venire a un accordo dietro compenso di denaro.

La mia più grande preoccupazione, in mezzo a tante difficoltà, era che fra sette o otto giorni sarebbero finiti i tre anni del mio priorato all'Incarnazione, e che dovevo esser là ad ogni costo.

 

11 - Piacque a nostro Signore che tutte le difficoltà si appianassero. Non ne rimase più una. E dopo due o tre giorni partii per l’Incarnazione.[186] - Sia eternamente benedetto il santo nome di Dio per le molte grazie che non ha mai cessato di farmi, e tutte le creature lo lodino! Amen.

 

 

CAPITOLO 22

 

Fondazione del monastero del glorioso San Giuseppe del Salvatore nel borgo di Beas, fatta il giorno di S. Mattia dell'anno 1575

 

1 - Come ho detto mi avevano comandato di portarmi dall'Incarnazione a Salamanca.[187] E mentre ero in quella casa, venne un corriere dal borgo di Beas con lettere di una signora, del parroco e di altre persone del luogo, nelle quali mi pregavano di andare colà per fondare un monastero: avevano già pronta una casa, non mancava che farvi la fondazione.

 

2 - Chiesi informazioni di quella terra al latore delle lettere che me ne disse grandi cose, e a ragione, perché il paesaggio è incantevole e il clima eccellente.[188] Tuttavia, pensando alla grande distanza che separa Beas da Salamanca, il progetto non mi parve effettuabile, anche perché mi sarebbe stato necessario il consenso del Commissario Apostolico, il quale, come ho detto, era contrario - o almeno poco favorevole - che si facessero altre fondazione: perciò ero sul punto di rifiutare senza neppur avvertire il Commissario. Ma siccome egli si trovava a Salamanca, pensai che senza il suo parere non sarebbe stato ben fatto, perché il reverendissimo nostro Padre Generale mi aveva ordinato di non rifiutare alcuna fondazione.

 

3 - Il P. Commissario, dopo aver visto le lettere, mi fece sapere che non gli sembrava conveniente affliggere quelle buone persone, la cui pietà l'aveva tanto edificato rispondessi che mi sarei interessata della fondazione appena avessero avuto il permesso del loro Ordine;[189] e stessi intanto sicura che tal permesso non l'avrebbero ottenuto, perché i commendatori di quell'Ordine - come egli sapeva l'avevano negato anche in altri luoghi, nonostante lunghi anni d'insistenza. Tuttavia, dovevo rispondere favorevolmente.

Ricordandomi di questo fatto, penso alle volte, che quando il Signore vuole una cosa, noi, benché non vi siamo favorevoli, diveniamo, senz'accorgercene, strumenti che la portano ad effetto, come avvenne nel caso nostro al P. Maestro fr. Pietro Fernandez, che è il Commissario di cui parlo. Ottenutane infatti la licenza, egli non poté più rifiutarsi.

Il monastero si fondò in questo modo.

 

4 - Il monastero del glorioso S. Giuseppe nel borgo di Beas si fondò il giorno di S. Mattia dell'anno 1575.[190] L'origine della fondazione avvenne nel modo che sto per dire, a onore e gloria di Dio.

Viveva in quel villaggio un nobile cavaliere chiamato Sancio Rodriguez de Sandoval, largamente provveduto di beni di fortuna. Si era unito in matrimonio con una signora, di nome donna Caterina Godinez. Fra gli altri figlioli Dio aveva loro concesso due figlie che dovevano essere le fondatrici del monastero: la maggiore si chiamava donna Caterina Godinez e la minore donna Maria de Sandoval.[191]

La prima poteva avere quattordici anni quando il Signore le fece sentire il suo invito.[192] Fino allora ella non aveva mai pensato d'abbandonare il mondo. Anzi, aveva tanta stima di sé che giudicava sempre assai poco quello che suo padre pretendeva da chi la chiedeva in matrimonio.

 

5 - Un giorno, trovandosi in una stanza attigua a quella di, suo padre che stava ancora a letto, le avvenne di posare gli occhi sopra un crocifisso che vi era appeso e di leggere il titolo che sormontava la croce. A quella lettura il Signore operò in lei un'improvvisa, completa trasformazione. Stava pensando a un matrimonio molto vantaggioso che le era stato proposto, e diceva tra sé: «Come si contenta di poco mio padre! Un maggiorasco, e gli basta. Ma io penso che la mia nobiltà deve cominciare da me!».

Non si sentiva inclinata al matrimonio. L'essere soggetta le sembrava troppo umiliante. Non capiva donde tal orgoglio le venisse, ma il Signore trovò modo di guarirla. - Sia benedetta la Sua misericordia!

 

6 - Appena letto il titolo della croce, le parve che una luce, simile a un raggio di sole penetrante in una stanza oscura, balenasse improvvisamente alla sua anima, disvelandole la verità. Rischiarata da quella luce, fissò lo sguardo su Gesù che pendeva dalla croce tutto coperto di sangue; considerò lo stato miserabile in cui era, e pensando alla sua profonda umiltà, riconobbe quanto fosse diversa la strada per la quale essa camminava, che era quella della superbia.

Ciò dovette durare un po' di tempo perché Dio le sospese lo spirito, facendole così ben comprendere la sua miseria, che ella, poi, avrebbe voluto farsi conoscere da tutti. Le venne una brama così intensa di patire per Dio, che avrebbe sopportato tutti i tormenti dei martiri; più un sentimento così profondo di umiltà e di proprio disprezzo, che, se non fosse stato per l'offesa di Dio, avrebbe voluto essere una grande peccatrice, affinché tutti l'aborrissero. E cominciò a detestarsi e a concepire quei grandi desideri di penitenza che poi mise in pratica. Promise subito castità e povertà: avrebbe voluto essere così soggetta che sarebbe stata felice se l'avessero trascinata fra i mori per rimanervi schiava. Queste virtù rimasero in lei così forti che ben si vide essersi trattato di una grazia soprannaturale di Dio, come più avanti si dirà affinché tutti lo lodino.

 

7 - Siate Voi benedetto, mio Dio, per tutti i secoli, giacché in un istante potete disfare e rifare un'anima! E cos'è questo, Signore? Vorrei chiedervi quello che vi domandarono gli apostoli quando risanaste il cieco. Vi chiesero se avevano peccato i suoi genitori,[193] e io vi domando chi ha meritato a Caterina tanta grazia. Ella no, perché si è visto quali fossero i pensieri da cui l'avete tratta quando così la favoriste. Come sono profondi i vostri giudizi, Signore! Voi sapete quel che fate, e io non so quel che dico! I vostri giudizi e le opere vostre sono veramente incomprensibili. Siate per sempre benedetto! - Ma il vostro potere si estende ad opere ancora più grandi... Che sarei io divenuta se non fosse così?

Non potrebbe darsi che la madre di Caterina vi abbia alquanto contribuito? Era una donna di profonda pietà; e ben può essere, mio Dio, che Voi, pietoso come siete, abbiate voluto, nella vostra bontà, concederle, prima di morire, la grazia di vedere nelle sue figlie tante e sì meravigliose virtù. Penso alle volte che questa debba essere la grazia di cui favorite chi vi ama, dando loro il vantaggio inapprezzabile di glorificarvi anche per mezzo dei loro figli.

 

8 - Mentre Caterina era immersa in quei pensieri, si scatenò sulla stanza un fragore così orribile che pareva fosse tutta per crollare. Il rumore sembrava discendere da quell'angolo nel quale ella si trovava, e udì alcuni forti ruggiti che durarono un po' di tempo. Suo padre, che, come ho detto, non si era ancora levato, n'ebbe così grande paura che cominciò a tremare, e gettatasi addosso una veste, prese la spada come fuori di sé ed entrò dalla figliola, domandandole tutto alterato che cosa avvenisse. Ella rispose che non aveva visto niente. Visitò anche la stanza vicina e, non scorgendovi nulla, le ordinò di andare dalla madre; e raccomandando a questa di non lasciarla più sola, le raccontò quanto aveva sentito.

 

9 - Appare da ciò la rabbia del demonio nel vedersi sfuggire un'anima che già tiene per sua. Essendo così nemico del nostro bene, non mi stupisco se, vedendo il pietoso Signore far tante grazie a un'anima, si spaventi e dia a conoscere il suo sdegno in quel modo. Qui, per di più, doveva anche comprendere che le ricchezze accordate a quell'anima sarebbero servite a strappargliene varie altre che già teneva per sue. - Sono infatti sicura che mai il Signore conceda a un'anima così grandi favori senza che ne abbiano a partecipare tante altre.

Caterina non disse nulla a nessuno. Rimase con grandissimo desiderio di farsi religiosa. Spesse volte ne chiese il permesso ai genitori, ma questi non vollero mai acconsentire.

 

10 - Dopo tre anni di continue insistenza, il giorno di S. Giuseppe,[194] vedendoli inflessibili, si vestì d'un abito dimesso, e, prevenutane la madre, dalla quale le sarebbe stato più facile ottenere il permesso di farsi monaca, si portò così vestita alla chiesa, giudicando che dopo essersi fatta vedere in paese con quell'abito, non glielo avrebbero più tolto. A suo padre non aveva osato dir nulla, ma avvenne quanto si aspettava, perché egli la lasciò fare.

In quei tre anni non passò giorno senza consacrare varie ore all'orazione. Si mortificava quanto più poteva, secondo le ispirazioni che il Signore le mandava. Si ritirava spesso in un cortiletto di casa, e là, bagnatosi il viso, si esponeva ai raggi del sole, nella speranza che, divenuta brutta, cessassero le proposte di matrimonio con le quali continuavano a importunarla.

 

11 - Era così decisa di non voler comandare che, avendo il governo della casa paterna, quando le accadeva di dar qualche ordine alle domestiche - cosa di cui non poteva fare a meno - aspettava che quelle andassero a dormire per baciare loro i piedi, dispiacente che, essendo tanto migliori di lei, dovessero servirla. Siccome di giorno era occupata con i genitori, la sera, invece d'andare a letto, si metteva in orazione, rimanendovi tutta la notte. Durò per molto tempo con sì poco sonno che, senza un intervento soprannaturale, non avrebbe potuto andare innanzi. Le penitenze e le discipline erano molte, perché non aveva chi la dirigesse, né con chi trattare. Fra le altre austerità portò una volta sulle nude carni, per tutta la quaresima, una cotta di maglia di suo padre. Per pregare si ritirava in un luogo solitario, ma il demonio andava a disturbarla con grandi insidie. Spesso si metteva in orazione alle dieci di sera e non si scuoteva che al far del giorno.

 

12 - Trascorse in questi esercizi circa quattro anni, dopo i quali il Signore, volendo che lo servisse in altre e più grandi cose, cominciò a mandarle gravissime e penosissime malattie, febbri continue, idropisia e mal di cuore: fu pure operata di cancro al petto. Durò in questo stato per lo spazio di diciassette anni, durante i quali, i giorni di tregua furono assai pochi.

Suo padre morì dopo cinque anni dacché ella aveva ricevuta la grazia che ho detto.

Sua sorella, giunta all'età di quattordici anni - vale a dire un anno dopo Caterina - rinunciò alle gale di cui era tanto avida, e vestitasi d'un abito modesto, si dette anch'essa all'orazione. La madre le assecondava in ogni loro esercizio e desiderio, e permise che si dedicassero a certe opere molto virtuose benché non consentanee al loro stato, come insegnare a leggere e a lavorare alle bambine senza nulla percepire, unicamente per aver occasione d'istruirle nel catechismo e formarle alla preghiera. Le bambine accorrevano numerose, e profittavano molto, come mostrano ancor oggi, nelle buone costumanze imparate a quell'età. Ma questa occupazione non durò a lungo, perché il demonio, indispettito del bene che ne veniva, fece sì che i genitori si vergognassero di veder le loro figlie istruite gratuitamente. E questo, unito alle infermità da cui Caterina cominciava ad essere tormentata, fu causa che quella buona opera cessasse.

 

13 - Dopo cinque anni dalla morte del padre, morì anche la madre,[195] e donna Caterina, che aveva tanto desiderato farsi monaca senza mai potervi riuscire per l'opposizione dei genitori, decise di entrare subito in convento. Ma siccome di conventi in Beas non ve n'erano' i suoi parenti le consigliarono - poiché essa e sua sorella avevano beni da fondarne uno convenientemente - di erigerlo nel loro stesso paese, persuadendole che con ciò avrebbero reso un gran servizio al Signore.

Beas era commenda di S. Giacomo,[196] e per attuare quel progetto occorreva il permesso del Consiglio degli Ordini. Caterina cominciò subito le pratiche per ottenerlo.

 

14 - La cosa fu molto difficile. Passarono quattro anni, durante i quali non risparmiarono né spese, né travagli. Ma tutto fu inutile, fino a quando non stesero una supplica al Re.

Ecco allora ciò che avvenne. Per le grandi difficoltà che s'incontravano, i parenti di Caterina le dicevano che persistere era una follia e che ne abbandonasse il pensiero, anche perché, trattenuta quasi sempre a letto dalle sue gravi malattie, non avrebbe trovato monastero disposto a riceverla. Ma ella rispose che se entro un mese nostro Signore le avesse restituita la salute, avrebbero dovuto riconoscere che la fondazione gli era accetta, nel qual caso sarebbe andata alla Corte lei stessa per sollecitarne la licenza.

Quando disse queste parole erano più di sei mesi che non si alzava da letto, e quasi otto anni che mai se ne staccava. Durante questo tempo ebbe febbri continue: era malata di petto, tisica, idropica, e con al fegato un tal fuoco che si faceva sentire fin sulle vesti e le bruciava la camicia. Sembra incredibile; eppure ho interrogato il medico che la curava, e ne era pur lui meravigliato. Oltre a ciò soffriva di gotta e di sciatica.

 

15 - Ma la vigilia di S. Sebastiano, che quell'anno cadeva in sabato, nostro Signore la guarì così bene che tutti i suoi sforzi per dissimulare il miracolo rimasero inutili.[197]

Racconta che quando Dio fu sul punto di guarirla, si sentì presa da un tremore interno così violento che sua sorella la credette agli estremi. Ma ella avvertì in se stessa uno straordinario rinnovamento. Si sentì un'altra anche nell'anima, per le grazie di cui si vide ripiena.

Se provò tanta gioia nel vedersi guarita fu soltanto per potersi interessare del monastero. Delle sofferenze non le sarebbe importato nulla, perché dal giorno in cui il Signore la chiamò, ebbe tal disprezzo di sé da parerle tutto poca cosa. Attesta infatti d'esserle rimasto un così vivo desiderio di patire che spesso supplicava il Signore di volerla mettere alla prova.

 

16 - Sua Maestà non lasciò d'esaudirla, perché durante quegli otto anni subì più di cinquecento salassi, senza contare le molte ventose scarificate di cui porta i segni in tutto il corpo. Alcune di esse furono cosparse di sale, dicendo un medico esser questo un buon rimedio per estrarre il veleno che le cagionava un forte dolore al costato, da cui fu assalita più di venti volte. Ma quello che fa più meraviglia si è che quando i medici le ordinavano un rimedio di questo genere, ella, nonché averne paura, desiderava di sentirselo subito applicare, incoraggiando i medici quando bisognava ricorrere ai cauteri, che subì a più riprese a causa del cancro che ho detto e di varie altre malattie, per le quali essi erano necessari. Dice che il motivo per cui desiderava quei tormenti era per vedere se i suoi desideri di martirio rispondevano a verità.

 

17 - Vedendosi subitamente guarita, pregò il medico e il confessore di farla trasportare in un altro luogo affinché si attribuisse la guarigione al cambiamento di aria. Ma essi non vollero. Anzi, i primi a pubblicare il miracolo furono i medici che l'avevano giudicata incurabile, a causa del sangue corrotto che gettava dalla bocca, nel quale vedevano i polmoni in dissoluzione. Rimase a letto altri tre giorni, temendo che, alzandosi, si venisse a conoscere la guarigione. Ma fu tutto inutile, perché la salute non si può nascondere, come neppure la malattia.

 

18 - NE disse che nell'agosto precedente, mentre un giorno pregava il Signore o di toglierle quella brama ardentissima di fondare il monastero per esservi monaca, o di concederle di riuscirvi, le fu assicurato con certezza che avrebbe ricuperata la salute in tempo da potersi recare, per la quaresima, a sollecitarne lei stessa la licenza. In quel periodo i suoi malanni si fecero più gravi, ma ella, a quanto racconta, non perdette mai la speranza che il Signore l'avrebbe guarita. Ricevette due volte l'Estrema Unzione, e una volta in tali condizioni da sembrare inutile mandare per l’Olio Santo, perché, a detta del medico, sarebbe morta prima che glielo amministrassero. Ma non lasciò mai di confidare che Dio le avrebbe concesso di morire monaca. - Si noti però che ricevette due volte l'Estrema Unzione non in quel periodo che va dall'agosto a S. Sebastiano, ma precedentemente.

I fratelli e i parenti suoi, testimoni della grazia con cui il Signore l'aveva miracolosamente guarita, non osarono più contraddirla, pur stimando sempre una follia il progetto del monastero.

Caterina stette alla Corte tre mesi, senza nulla ottenere. Finalmente si rivolse al Re, e questi, avendo inteso che si trattava d'un monastero di Carmelitane Scalze, ordinò che se ne desse subito la licenza.[198]

 

19 - Quando si trattò di effettuare la fondazione si vide chiaramente che Caterina si era bene intesa con Dio, perché i Prelati acconsentirono senz'altro, malgrado la distanza del luogo e la povertà delle rendite. - Quello che il Signore vuole, avviene sempre.

Le monache arrivarono a Beas al principio della quaresima del 1575. Gli abitanti le ricevettero in processione con grande solennità ed allegrezza. La gioia fu quasi universale ed intensa: i bambini stessi testimoniavano a loro modo che quell'opera era voluta da Dio. Il monastero fu fondato nella stessa quaresima sotto il titolo di S. Giuseppe del Salvatore, il giorno di S. Mattia.[199]

 

20 - Lo stesso giorno le due sorelle presero l'abito con grande loro consolazione.[200] La salute di Caterina si andò facendo più buona. La sua umiltà, l'obbedienza, la sete di disprezzi di cui arde mostrano chiaramente la sincerità dei desideri che aveva di darsi al Signore. - Sia Egli per sempre benedetto!

 

21 - Questa sorella mi raccontò, fra l'altro, che una sera, circa vent'anni fa, era andata a letto dominata dal pensiero di trovare l'Ordine più perfetto che esistesse sulla terra per entrarvi a farsi monaca. Cominciò a sognare, e le parve di camminare lungo una strada molto stretta ed angusta, con ai lati profondi precipizi che la rendevano assai pericolosa. Vide un frate scalzo che più tardi riconobbe essere fra Giovanni della Miseria,[201] fraticello converso del nostro Ordine andato a Beas quando vi ero pur io. Egli le disse: «Vieni con me, sorella!» e l'accompagnò in una casa abitata da un gran numero di monache, dove non v'era altro lume che quello di certe candele accese che le sorelle tenevano fra le mani. Domandò di che Ordine fossero, e per tutta risposta sollevarono in silenzio i loro veli mostrando un viso sorridente ed allegro. Disse d'aver veduto in quei volti quelli delle monache che vede oggi. La Priora la prese per mano e le disse: «Figliola, io vi voglio qui!» e le mostrò la Regola e le Costituzioni.

Quando si svegliò era inondata di tanta gioia che le pareva d'essere stata in cielo. Scrisse quanto si ricordava della Regola, e per molto tempo non disse nulla a nessuno, neppure al confessore. - Del resto, nessuno sapeva darle informazioni di quell'Ordine.

 

22 - Passò di là un Padre della Compagnia che era al corrente dei suoi desideri.[202] Ella gli dette a leggere quello che aveva scritto, dicendogli che sarebbe stata contenta se avesse trovato quell'Ordine, perché vi sarebbe subito entrata. Il Padre, che conosceva i nostri monasteri, le disse senz'altro che quella era la Regola dell'Ordine di Nostra Signora del Carmine, o, piuttosto - senza spiegarsi di più - che era di quei monasteri che io fondavo. Allora ella mi spedì il corriere che ho detto.

 

23 - Quando le arrivò la risposta, stava così male che il confessore le consigliò di rassegnarsi, perché nelle condizioni in cui era, non solo non sarebbe stata ammessa, ma l'avrebbero rimandata anche se già in monastero. Ne rimase molto addolorata, e volgendosi a Dio gli disse con grande ardore: «Signor mio e Dio mio! So per fede che Voi siete onnipotente. Dunque, o Vita dell'anima mia: o fate che i miei desideri si estinguano, o datemi modo di realizzarli». Disse queste parole con la più viva confidenza, supplicando la Madonna, per i dolori da Lei sofferti quando ricevette fra le braccia il suo morto Figliolo, di volerle fare da mediatrice. Intese allora una voce inferiore che le disse: «Credi e spera! Io sono onnipotente, e tu guarirai. Colui che a tante malattie di loro natura mortali ha potuto impedire che sortissero il loro effetto, più facilmente potrà pure sopprimerle».

Queste parole, racconta, le furono dette con tanta forza e con tal accento di certezza, che, malgrado la recrudescenza del male, non poté più dubitare che i suoi desideri sarebbero stati soddisfatti. - Infine, come abbiamo detto più sopra, il Signore le restituì la salute.

Sembra incredibile quello che ha sofferto. Se io stessa non mi fossi informata dal medico dalle persone di casa e da varie altre, non sarebbe certo strano - miserabile qual sono - che vi avessi veduto dell'esagerazione.

 

24 - Benché di debole costituzione, ha tanto di salute da osservare la Regola: ottima religiosa, molto allegra, e così piena di umiltà che noi tutte, ripeto, ne lodavamo il Signore.

Le due sorelle diedero all'Ordine tutto quello che avevano senza alcuna condizione, sino ad essere disposte a non reclamare più nulla nel caso che non avessimo più voluto riceverle.[203]

Grande è il distacco di Caterina dai suoi parenti e dalla patria sua. Suo vero desiderio sarebbe d'andarsene lontana, e ne fa continue istanze ai Superiori, ma siccome è anche molto obbediente, accetta volentieri di star là. Fu solo per obbedienza che prese il velo nero: non vi fu altra via per indurvela. Voleva entrare da conversa, e per convincerla dovetti scriverle severamente, riprendendola di non arrendersi alla volontà del P. Provinciale. Le dissi, fra l'altro, che quello non era il modo di aumentare i suoi meriti. - Ma ella è felicissima quando le si parla così.

In questo modo si poté ottenere che acconsentisse, benché molto a malincuore. Non vedo nulla in quest'anima che non debba incontrare il gradimento di Dio, così come incontra quello di tutte. Si degni Sua Maestà di tenerla sempre per la mano, aumentando in lei, a sua maggior gloria ed onore, le grazie e le virtù di cui l'ha arricchita. Amen,

 

 

CAPITOLO 23

 

Fondazione del monastero del glorioso San Giuseppe del Carmine nella città di Siviglia - Si celebrò la prima Messa il giorno della SS. Trinità dell'anno 1575.

 

 

1 - Mentre ero a Beas in attesa che il Consiglio degli Ordini rilasciasse la licenza per la fondazione di Caravaca, venne a visitarmi un Padre del nostro Ordine degli Scalzi. Era il Maestro fra Girolamo Gracián della Madre di Dio che aveva preso l'abito in Alcalà pochi anni prima, uomo di grande dottrina, intelligente, modesto, la cui vita è tutta intessuta di virtù, scelto da nostra Signora, a quanto pare, per il bene di questo nostro Ordine primitivo.[204]

Quando era in Alcalà, benché avesse intenzione di farsi religioso, era ben lontano dal pensare al nostro abito. I suoi parenti poi, che godevano il favore del Re e vedevano nel figliolo delle eccellenti qualità, avevano fatto su di lui ben altri disegni. Ma egli non li condivideva. Quando cominciò a studiare, suo padre lo destinò alla giurisprudenza. Egli ne rimase molto addolorato, benché ancora giovanissimo, ed ottenne a forza di lacrime, il permesso di studiare teologia.

 

2 - Preso il titolo di Maestro,[205] fece pratiche per entrare nella Compagnia di Gesù, e ne era già stato accolto, ma non so per quale circostanza fu pregato di aspettare qualche giorno. Mi disse che la sua onorata posizione gli era piuttosto di tormento, non sembrandogli un buon cammino per il cielo. Aveva le sue ore di orazione. Perfetto il raccoglimento, inappuntabile l'onestà dei costumi.

 

3 - In quei giorni era entrato nel nostro Ordine, nel convento di Pastrana, un certo fra Giovanni di Gesù,[206] suo grande amico e Maestro al par di lui. Non so bene se in seguito a una lettera che questi gli scrisse sulla grandezza e l'antichità dell'Ordine, o per qualche altro motivo, fatto sta che Girolamo prese tanto interesse nel leggere ciò che riguardava il nostro Ordine e riscontrarne l'eccellenza presso gravi autori, che molte volte, raccontava, temeva di trascurare, per queste letture, gli altri suoi studi. Vi si dedicava anche durante la ricreazione.

Oh, sapienza e potenza di Dio! Com'è vero che non possiamo sottrarci al suo volere! Nostro Signore vedeva che l'opera da Lui incominciata aveva bisogno di un tale uomo! Lo ringrazio spesso di questo favore. Se avessi posto ogni studio per chiedere a Dio uno che fosse capace di regolare in quegli inizi tutte le cose dell'Ordine, non avrei mai pensato di domandargli tanto, quanto in lui si è degnato di darci. - Sia Egli per sempre benedetto!

 

4 - Mentre neppur pensava di prendere il nostro abito, fu pregato di recarsi a Pastrana dalla Priora di quel nostro monastero - che non era stato ancora trasferito - per trattare dell'accettazione di una postulante.[207]

Di quali mezzi non si serve mai il Signore! Se avesse voluto partire per andare a prendere l'abito, avrebbe incontrato una quantità di persone che si sarebbero sforzate di dissuaderlo, e forse non l'avrebbe mai preso. Ma la Vergine Signora nostra, di cui egli è singolarmente devoto, lo volle ricompensare con ottenerglielo. Sì, - ne sono convinta - fu Lei ad essergli mediatrice per ottenergli da Dio questa grazia. Se egli prese il suo abito e si affezionò tanto al nostro Ordine, fu certamente per questa Vergine gloriosa che non volle privare di un'occasione così bella chi tanto bramava di servirla, essendo appunto suo costume non mai lasciar di favorire chi si mette sotto il suo patrocinio.[208]

 

5 - Fanciullo a Madrid, andava spesso - non ricordo bene in che luogo - a visitare un'immagine di nostra Signora verso la quale nutriva tanta devozione. La chiamava la sua innamorata e la visitava spesso. Ed ella dovette ottenergli da suo Figlio quella purezza di costumi che non gli venne mai meno. Dice che alle volte gli pareva di veder la Madonna con gli occhi gonfi di lacrime per le grandi offese che si facevano a Suo Figlio, per cui egli si sentiva bruciare dal desiderio di darsi alla salute delle anime, e fremere di dolore quando gli avveniva di assistere a qualche offesa di Dio. Lo zelo delle anime è la sua inclinazione particolare. Quando crede di poterne cavare qualche frutto, gli sembra leggero ogni possibile travaglio: l'ho veduto io stessa per esperienza nelle molte prove che ha sofferto.

 

6 - Guidato dunque da un artifizio della Vergine, si recava a Pastrana per ottenere l'abito a una postulante, mentre Ella ve lo conduceva per darlo a lui stesso. Oh, i segreti di Dio! Come Egli ci sa ben disporre, anche contro nostra voglia, a ricevere le sue grazie! E che ricompensa seppe mai dare a quell'anima per le buone opere compiute, per il buon esempio costantemente offerto e per l'ardore con cui bramava di servire la gloriosa sua Madre! - Questa è una devozione che Sua Maestà ricompensa sempre con grandi premi.

 

7 - Arrivato a Pastrana, andò dalla Priora per pregarla di ricevere quella giovane, ma parve che le parlasse per ottenere da Dio che vi fosse accolto lui stesso.

Ha un tratto così dolce che quanti l'avvicinano ne vanno rapiti quasi tutti: grazia singolare di cui è da Dio favorito. Sudditi e suddite gli sono tutti affezionati, perché, sebbene non lasci impunita alcuna mancanza - essendo in ciò vigilantissimo per il maggior bene dell'Ordine che ha molto a cuore - è tuttavia di una affabilità così grande che nessuno, pare, ha da lamentarsi di lui.

 

8 - Quando la Priora lo vide, le avvenne come agli altri e bramò ardentissimamente di fargli abbracciare il nostro Ordine. Ne parlò alle sorelle rappresentando loro il vantaggio che ne sarebbe venuto, non solo per essere i religiosi ancora pochissimi, ma soprattutto per sembrarle che non vi fosse quasi alcuno simile a lui. Le esortò a pregare affinché il Signore non lo lasciasse partire senza aver prima preso il nostro abito.

Quella Priora è una gran serva di Dio, e per esserne esaudita credo che sarebbe stata sufficiente la sola sua preghiera: a più forte ragione le preghiere di quelle anime così buone che ivi stavano.

Le monache vi si misero d'impegno, supplicando incessantemente Sua Maestà con digiuni, discipline e preghiere. E piacque a Dio d'esaudirci.

Il P. Gracián, essendosi recato al convento dei frati, vi notò un'osservanza così perfetta e mezzi tanto facili per servire il Signore, che questa visita e più il pensiero che l'Ordine era della gloriosa Madre di Dio che tanto desiderava di servire, fecero nascere nel suo cuore il desiderio di non più tornare nel mondo. Il demonio gli mise innanzi molte difficoltà, specialmente il dolore dei suoi genitori che l'amavano immensamente e che contavano su di lui per aver aiuto nel collocare gli altri figlioli, avendone molti, sia maschi che femmine. Ma egli, lasciandone la cura a Dio, per amor del quale abbandonava ogni cosa, prese la risoluzione di farsi suddito della Vergine e di vestire il suo abito. Glielo dettero con grande gioia di tutti, specialmente delle monache e della loro Priora, le quali, credendo che il Signore avesse fatto questa grazia per le loro preghiere, non finivano di ringraziarlo.

 

9 - Passò l'anno di prova con l'umiltà del più giovane novizio. La sua virtù si manifestò specialmente durante un'assenza del Priore, nel quale tempo rimase a capo della comunità un religioso molto giovane, senza studi, di pochissimo talento e di nessuna prudenza di governo: era appena entrato nell'Ordine e non aveva esperienza.[209] Il suo modo di governare era molto strano, e imponeva delle penitenze eccessive. Quando vi ripenso, mi meraviglio che l'abbiano saputo sopportare, specialmente persone di tal merito. Occorreva lo spirito di cui Dio li favoriva. Si è poi visto che soffriva spesso di melanconia. Ne è dominato in tal modo che dà da soffrire ovunque si trova, anche come suddito: tanto più come superiore! Del resto è un religioso esemplare. - Alle volte Dio permette questi sbagli per perfezionare la virtù dell'obbedienza in coloro che ama.

 

10 - Dovette essere così anche in quel caso, perché il P. fra Girolamo Gracián della Madre di Dio ne ricevette in compenso tanta luce che ora, in fatto di obbedienza, può far da maestro ai suoi sudditi, come uno che ebbe ottime occasioni di praticarla. E affinché poi la sua esperienza si estendesse a tutto quello di cui noi abbisogniamo, tre mesi avanti la professione andò soggetto a gravissime tentazioni. Ma egli, destinato a far da valoroso capitano ai figli della Vergine, combatté con coraggio: più il demonio l'incalzava spingendolo a lasciar l'abito, più egli resisteva promettendo di non lasciarlo e di emettere i voti. Nel periodo di quelle grandi tentazioni scrisse una certa opera che poi mi fece leggere, nella quale si vedeva chiaramente di che fortezza l'avesse Dio favorito. Ne rimasi piena di devozione.[210]

 

11 - Parrà strano che mi abbia comunicato tanti particolari della sua anima. Ma può essere che il Signore l'abbia voluto affinché io li scrivessi, onde tutti lo lodino nelle sue creature. So che quel Padre non si è mai aperto tanto con alcuno, neppure con i suoi confessori. Talvolta dipendeva dal sembrargli che, per la mia età avanzata e per quello che udiva di me, dovessi averne dell'esperienza; tal'altra vi era portato dal discorso che si teneva. Oltre a ciò mi palesava tante altre cose che qui non conviene manifestare e che mi porterebbero troppo per le lunghe.

 

12 - Se non mi dilungo di più, - e meno di così non potevo - è per non dargli dispiacere nel caso che questo scritto finisse fra le sue mani. Dei resto, anche se dovesse vederlo, non potrà essere che dopo molti anni: perciò non mi è parso bene di non ricordare colui che tanto ha fatto per la restaurazione della nostra Regola primitiva.[211] Sebbene non sia stato lui a dar principio alla Riforma, vi giunse però in un tal tempo, in cui più di una volta, se non mi fossi affidata alla misericordia di Dio, mi sarei davvero pentita d'averla cominciata. Mi riferisco ai conventi dei frati, perché quelli delle monache finora, grazie alla bontà di Dio, sono sempre andati bene. Non andavano male neppur quelli dei frati, ma avevano un principio di vicinissima fine, in quanto che, non essendo costituiti in provincia a parte, erano governati dai Calzati. V'era bene fra i nostri chi avrebbe potuto governare, per esempio il P. Antonio di Gesù che aveva dato inizio alla Riforma, ma i Calzati non volevano. I nostri poi non avevano ancora Costituzioni proprie, date loro dal reverendissimo nostro Padre Generale, per cui si governavano in ciascuna casa come meglio credevano. Siccome uno la pensava in un modo e l'altro in un altro, se si fossero aspettate le Costituzioni o atteso che avessero potuto reggersi da sé, la Riforma ne avrebbe molto sofferto. - Questa situazione mi metteva spesso in angustia.

 

13 - Nostro Signore pose fine a ogni cosa mediante i1 P. Maestro fra Girolamo della Madre di Dio, nominato commissario apostolico con autorità e governo sugli Scalzi e le Scalze. Compose le Costituzioni per i religiosi. Noi le avevamo già, dateci dal reverendissimo nostro Padre Generale.[212] Per noi quindi non le fece, ma solo per i frati, in virtù del potere apostolico che aveva e dei grandi talenti di cui Dio l'aveva favorito. Nella prima visita che fece,[213] stabilì una regolarità così perfetta che ben si vide esser egli aiutato da Sua Divina Maestà e averlo scelto nostra Signora medesima per la salvezza del suo Ordine. - Supplico di cuore questa Vergine gloriosa di ottenere che suo Figlio lo protegga sempre, e gli dia la grazia di progredire nel suo servizio. Amen.

 

 

capitolo 24

 

Prosegue il racconto della fondazione di San Giuseppe del Carmine in Siviglia

 

1 - Ho detto che il P. Girolamo Gracián venne a trovarmi a Beas. Avevo molto desiderato di vederlo ma prima di quel giorno non mi fu mai possibile: scritto sì, qualche volta.[214] Quando seppi del suo arrivo, ne godetti immensamente, perché il bene che me ne avevano detto, mi faceva bramare di conoscerlo. Ma ne godetti assai di più quando cominciai a trattarlo. Ne rimasi incantata: quelli che me .l'avevano lodato, mi pareva che non l'avessero conosciuto abbastanza.

 

2 - Quando venne, ero molto afflitta; ma appena lo vidi, parve che Dio mi rappresentasse il bene che per suo mezzo ci sarebbe venuto. E rimasi in quei giorni così piena di gioia e di consolazione che ne stupivo io stessa.

L'autorità del P. Gracián non si estendeva che all'Andalusia. Ma mentre era a Beas, il Nunzio lo mandò a chiamare e gli dette la medesima autorità sugli Scalzi e le Scalze della provincia di Castiglia. - Era così grande il giubilo di cui in quei giorni mi sentivo inondata che non finivo di ringraziare il Signore. E non avrei voluto far altro.

 

3 - In quel tempo arrivò la licenza per la fondazione di Caravaca, e siccome non era come io la volevo, si dovette rimandare alla Corte, perché avevo scritto alle fondatrici che in nessun modo avrei fondato, se non avessi ottenuta una certa condizione che mancava.[215] Fu quindi necessario rispedirla alla Corte.

Quell'attesa così lunga, mi era molto noiosa, e avrei voluto ritornare in Castiglia; ma siccome vi si trovava il P. fra Girolamo che, essendo commissario della provincia di Castiglia,[216] era pure superiore di Beas, non potevo far nulla senza il suo consenso: perciò gliene parlai.

 

4 - Gli parve che, se fossi partita, la fondazione di Caravaca non si sarebbe più fatta. Inoltre gli sembrava che un nostro monastero in Siviglia sarebbe stato di gran servizio di Dio, senza poi dire della facilità con cui si sarebbe fondato, perché chiesto da persone influenti e ricche che avrebbero subito offerto una casa. Di più, l'arcivescovo di Siviglia,[217] era favorevole all'Ordine, e gli avremmo fatto un gran piacere.

Siccome il P. Gracián ne era persuaso, si decise che la Priora e le monache che avevo con me per la fondazione di Caravaca si destinassero per Siviglia. Da parte mia e per certe mie ragioni particolari, io non avrei mai fondato in Andalusia: se avessi saputo che Beas apparteneva a quella provincia, non vi sarei affatto andata. Ciò che mi trasse in inganno fu che quella terra appartiene alla provincia dell'Andalusia benché ne sia lontana quattro o cinque leghe.[218] Ma quando vidi che tale era la volontà del Prelato, mi sottomisi immediatamente, benché fossi già decisa per una altra fondazione e avessi certe ragioni molto gravi per non andare a Siviglia. - Nostro Signore mi dà grazia di credere che i superiori non sbagliano mai.[219]

 

5 - Ci demmo subito d'attorno per prepararci al viaggio perché il caldo cominciava a farsi sentire. Il commissario apostolico P. Gracián andò dal Nunzio che l'aveva chiamato, e noi partimmo per Siviglia, accompagnate dai miei buoni compagni P. Giuliano d'Avila, Antonio Gaytàn e da un frate scalzo.[220] Viaggiavamo, secondo il solito, in carri ben coperti; e arrivati all'albergo, prendevamo una stanza, buona o cattiva, come si trovava, mentre una sorella riceveva alla porta quanto ci poteva occorrere. - Non ci entravano in stanza neppur coloro che venivano con noi.

 

6 - Per quanto ci affrettassimo non giungemmo a Siviglia che il giovedì avanti la festa della SS. Trinità,[221] dopo aver sofferto nel cammino un caldo terribile. Benché non si viaggiasse che nelle ore meno bruciate, tuttavia il sole batteva in pieno sui carri, e quando ci entravamo, vi dico, sorelle, che ci pareva d'entrare in un purgatorio.[222] Ora pensando all'inferno, ora con l'idea di patire e far qualche cosa per Dio, le nostre sorelle viaggiavano molto allegre e contente. Ne avevo sei con me: tali che con esse mi sarei recata anche fra i turchi perché avrebbero avuto tanta forza - o meglio l'avrebbe loro data il Signore - di soffrire per Lui ogni cosa. Non bramavano né parlavano che di questo. - Erano anime di grande orazione e mortificazione Dovendo rimanere così lontane, avevo cercato di scegliere quelle che mi sembravano più adatte: precauzione necessaria, perché molti furono i travagli che vi ebbero a soffrire. Di alcuni di essi tacerò affatto, specialmente dei più gravi, perché qualcuno potrebbe aversela a male.

 

7 - La vigilia di Pentecoste il Signore le mise a dura prova inviandomi un'altissima febbre. A impedire che il male aumentasse bastarono le voci che esse alzarono a Dio, perché mai in vita mia m'incolse una febbre così ardente senza che mi sia durata assai di più. Fu così forte che mi trasse dai sensi, sino a far credere che fossi caduta in letargo. Esse mi spruzzavano acqua sul viso, ma ne avevo poco refrigerio perché calda dal sole.

 

8 - Non lascerò di dirvi del bell'albergo che allora incontrammo. Ci assegnarono una cameretta sotto il tetto. Era senza finestre, e se si apriva la porta, s'inondava di sole. Dovete poi sapere che quello non è il sole di Castiglia, ma molto più forte. Mi fecero coricare sopra un certo letto a cui avrei meglio preferito la nuda terra, perché da una parte era così alto e dall'altra tanto basso che non sapevo come accomodarmi: mi sembrava fatto di pietre aguzze. - Cos'è mai la malattia! Almeno quando si è sani si sopporta tutto facilmente...

Alla fine credetti bene di alzarmi e di andarcene via, perché mi pareva più tollerabile il sole del campo che il caldo di quella stanzetta.

 

9 - Cosa sarà degli infelici dell'inferno che per tutta l'eternità non potranno mai mutarsi di posto! Un cambiamento qualsiasi, sia pure d'una in altra pena, sembra alquanto di sollievo. A me infatti è avvenuto d'aver un dolore assai forte in una parte del corpo e di sentirmene sopraggiungere un secondo non meno forte in un'altra parte, e di parere d'avere in questo una specie di sollievo. - Altrettanto mi avvenne nella circostanza di cui parlo.

Per quanto mi ricordo, non ebbi alcuna pena nel vedermi ammalata: ne soffrivano assai più le sorelle. - Ma piacque al Signore che il male non durasse nella sua violenza altro che quel giorno.

 

10 - Poco prima, forse due giorni innanzi, ci era occorso un incidente che ci aveva messo alquanto in pericolo.

Si doveva passare il Guadalquivir. La chiatta che reggeva i nostri carri, non potendo traversare il fiume dov'era tesa la corda, dovette prendere la corrente di sbieco. La corda, manovrata anch'essa di sbieco, ci serviva a qualche cosa. Ma, o quelli che la reggevano se la lasciarono sfuggire, o non so per che altro motivo, fatto sta che la barca si trovò col carro in balia della corrente senza corda né remi. Il dolore del barcaiolo mi affliggeva più dello stesso pericolo. - Noi ci mettemmo a pregare, e gli altri a gridare aiuto.[223]

 

11 - Da un castello vicino ci stava guardando un cavaliere, il quale, mosso a compassione, inviò persone ad aiutarci. In quel momento la barca aveva ancora la corda. I nostri compagni la trattenevano con forza, ma la violenza dei fiume li trascinava tutti, e qualcuno stramazzava a terra. M'intenerì grandemente, in quell'avventura, il figlio del barcaiolo, fanciullo, credo, di dieci o undici anni, che non potrò mai dimenticare. Mostrava tanto dolore nel vedere il padre in quella pena, che mi muoveva a lodare Dio.

Ma Sua Maestà affligge sempre con misura: così anche allora. La barca andò a fermarsi nella sabbia, in un luogo dove l'acqua era bassa, e così fu possibile soccorrerci. Intanto si era fatto notte, e non avremmo rintracciata la strada se un uomo venuto dal castello non ci fosse stato di guida.

Non avevo intenzione di entrare in tanti particolari così poco importanti. Ne avrei da dire se volessi raccontare tutte le peripezie dei miei viaggi!... Se mi estendo è perché ne sono stata importunata.

 

12 - Ma più penoso dei precedenti fu per me il disturbo che incontrammo l'ultimo giorno di Pentecoste.[224] Avevamo accelerato il passo per giungere a Cordova di buon mattino, onde ascoltare la Messa senza che alcuno ci vedesse. Per maggiore solitudine ci conducevano ad una chiesa al di là del ponte. Già stavamo per passare, quando si seppe che senza il permesso del governatore, per di là i carri non potevano inoltrarsi. Prima che la licenza venisse, ci vollero più di due ore, perché la gente era ancora a letto. Intanto una quantità di popolo si era avvicinata ai carri per sapere chi vi stava. - Ma di questo non ci curavamo tanto, perché i carri erano ben coperti e non ci potevano vedere.

Venuta la licenza, ecco che i carri si trovarono più larghi della porta del ponte. Fu necessario segarli o ricorrere a non so che espediente, perdendo così altro tempo. Finalmente si giunse alla chiesa dove il P. Giuliano doveva celebrare la Messa; ma la trovammo tutta piena di gente, perché, essendo dedicata allo Spirito Santo - cosa che noi non sapevamo - v'era gran festa con discorso.

 

13 - A quella vista la mia pena fu. immensa, e credetti che piuttosto di metterci in tanta folla sarebbe stato meglio tralasciare la Messa. Ma il Padre Giuliano la pensò diversamente, e siccome egli è teologo, dovemmo arrenderci al suo giudizio. Forse gli altri avrebbero seguito il mio parere, e si sarebbe fatto un grave sbaglio. - Tuttavia, non so se mi sarei fidata di me sola. Smontammo vicino alla chiesa. Nessuno ci poteva vedere in viso, perché di solito portiamo i nostri grandi veli calati. Ma veder donne con quei veli, con le cappe bianche di bigello, come le nostre, e con ai piedi le alpargatas,[225] basta, d'ordinario, per mettere la gente in subbuglio. E cosi avvenne allora. Intanto, per la grande agitazione che io e gli altri ne riportammo, mi cessò del tutto la febbre.

 

14 - Entrando in chiesa mi venne appresso un buon uomo per farci strada fra la gente. Io lo pregai con insistenza di condurci in qualche cappella. Lo fece e ne chiuse l'ingresso, non abbandonandoci che dopo averci ricondotte fuor di chiesa. Pochi giorni dopo, quell'uomo venne a Siviglia e raccontò a un Padre del nostro Ordine che in premio di quella sua buona azione Dio - così credeva - gli aveva fatta la grazia di provvederlo o mandargli un'eredità a cui neppure pensava.

Questo caso vi parrà forse da nulla, ma io vi dico, figliole, che per me fu uno dei più brutti della mia vita, perché il subbuglio di quella gente era come all'arrivo dei tori. Non vedevo l'ora di partirmene, e non essendovi altro luogo per passare la siesta, ci rifugiammo sotto un ponte.[226]

 

15 - Giunte in Siviglia, prendemmo l'alloggio in una casa che il P. fr Mariano, prevenuto del nostro arrivo, aveva affittato per noi, e credetti che tutto fosse finito,[227] perché, come ho detto, l'arcivescovo favoriva molto gli Scalzi e mi aveva scritto varie volte dimostrandomi grande affetto. Ma ciò non tolse - così permettendo il Signore - che anche là avessi molto da soffrire.

Siccome quel Prelato è contrarissimo ai monasteri di povertà - e non a torto - tutto il male, anzi il buon esito dell'impresa venne dal non averlo avvisato, perché se lo avessero fatto prima che mi mettessi in viaggio, sono sicura che non avrebbe mai acconsentito. Ma sia il P. Commissario che il P. Mariano - per il quale il mio arrivo fu di grandissima gioia - persuasi che la mia venuta gli sarebbe stata di gran contento, non gli avevano detto nulla. Se pensando di far bene avessero agito diversamente, si sarebbero molto ingannati.

Nelle altre fondazioni il mio primo pensiero era di procurarmi il permesso dell'Ordinario, come prescrive il sacro Concilio. Per Siviglia non solo questo si considerava già dato, ma, ripeto, si credeva di rendere un servizio allo stesso Arcivescovo: ciò che in fondo era vero, come lui stesso ha poi veduto. Ma è volontà di Dio che non si fondi un monastero senza che, in un modo o in un altro, io non abbia molto da soffrire.[228]

 

16 - Giunte alla casa che ci avevano preso in affitto, pensai, come al solito, di pigliarne subito possesso per poter dire l'Ufficio divino. Ma il P. Mariano, che era presente, cominciò a metter fuori delle ragioni per ritardare. Non mi voleva dire chiaramente come stavano le cose per timore di affliggermi. Ma siccome le sue ragioni non mi parevano persuasive, capii dove stava la difficoltà: che l'Arcivescovo non ci dava la licenza.

Il P. Mariano mi consigliò di fondare il monastero con rendite, o altra cosa somigliante che ora non ricordo, aggiungendo che l'arcivescovo non aveva piacere che si fondassero monasteri di monache, e che in tanti anni di episcopato a Siviglia e a Cordova, non aveva mai dato un tal permesso, particolarmente poi per un monastero senza rendite. - E dire che è un gran servo di Dio!...

 

17 - Era come dirmi di rinunciare al monastero. Primo, perché quand'anche avessi potuto fondarlo con rendite, in Siviglia mi sarebbe parso mal fatto: con rendite non volevo fondarne che in luoghi piccoli, ove, o si deve far così non essendovi altro mezzo per assicurarne l'esistenza, o non si devono stabilire. Secondo, perché dalle spese del viaggio non ci era rimasto che una blanca.[229] Oltre a ciò, non avevamo portato nulla, eccetto gli abiti di cui eravamo vestite, qualche tunica, qualche cuffia e la tela che aveva servito per coprirci alla meno peggio sui carri. Anzi, dovemmo prendere denaro ad imprestito anche per pagare il ritorno di quelli che ci avevano accompagnato; e ce lo dette un amico che Antonio Gaytàn aveva in Siviglia. Per accomodare la casa lo cercò il P. Mariano. La casa inoltre non era nostra: insomma, una tale fondazione sarebbe stata impossibile.

 

18 - Finalmente, cedendo alle vive istanze di detto Padre, l'Arcivescovo permise che il giorno della santissima Trinità si celebrasse la prima Messa.[230] Ma ci fece dire di non suonar campane e neppure di metterne. - Ma questo era già fatto.

Passai così più di quindici giorni, o forse più d'un mese - ché la mia cattiva memoria non mi permette di ricordarmene - nel qual tempo ebbi molto da soffrire. Da parte mia, se non fosse stato per il P. Commissario e per il P. Mariano, avrei ripreso volentieri il cammino di Beas con le mie monache per la fondazione di Caravaca, se la cosa non fosse stata peggiore per essersi già divulgata la notizia del monastero.

Il P. Mariano non volle mai permettermi di scrivere all'Arcivescovo: cercava di guadagnarlo a poco a poco con il P. Commissario che scriveva lettere da Madrid.

 

19 - Mi quietava e calmava alquanto i miei scrupoli il fatto che la Messa si era celebrata con la licenza dell'Arcivescovo. Recitavamo in coro l'Ufficio divino. L'Arcivescovo mandava persone a visitarmi e mi faceva sapere che presto sarebbe venuto pur lui. Per la celebrazione della prima Messa ci aveva mandato un sacerdote di sua casa. E da ciò capivo che non dovevo poi tanto agitarmi. Se soffrivo, non era per me, né per le mie monache, ma per il P. Commissario che si mostrava molto addolorato per avermi ingiunto quel viaggio. Ma lo sarebbe stato assai di più se si fosse commessa qualche imprudenza. E ne temevo anch'io grandemente perché le occasioni erano molte.

 

20 - Nel frattempo vennero anche i Padri Calzati per sapere con che permesso si fosse fatta la fondazione. Mostrai loro le patenti del reverendissimo Padre Generale che avevo con me, e si quietarono. Ma questo non sarebbe certo bastato, se avessero saputo le difficoltà dell'Arcivescovo. Per fortuna era una cosa segreta. Anzi, si credeva da tutti che la nostra fondazione si fosse fatta con sua piena soddisfazione.

Piacque a Dio che l'arcivescovo ci venisse a vedere. Gli rappresentai il torto che ci faceva, ed egli mi disse di far quello che volevo e come volevo. - D'allora in poi non ha più cessato di favorirci e di proteggerci in ogni cosa.

 

 

CAPITOLO 25

 

Prosegue la fondazione del glorioso S. Giuseppe in Siviglia - Quanto si faticò per trovare una casa

 

1 - Nessuno avrebbe potuto pensare che in una città così popolosa come Siviglia e fra gente tanto ricca, si fossero trovati meno mezzi per fondare un monastero che in tutti gli altri luoghi in cui sono stata. Avevo così pochi aiuti che mi veniva alle volte da pensare che forse non stava bene aver là un monastero. Non so se ciò dipendesse dallo stesso clima del paese, perché ho sempre sentito dire che là i demoni hanno maggior libertà di tentare, così permettendo il Signore. Certo è che ne fui assalita in tal modo che mai in vita mia mi sono trovata così pusillanime e vile come allora: non mi riconoscevo più. Ben è vero che la mia solita confidenza non mi aveva ancora abbandonata, ma il mio stato d'animo non era quello che ho sempre avuto dacché mi occupo di fondazioni. Capivo che Dio ritirava alquanto la sua mano per lasciarmi a me stessa e farmi vedere che il coraggio di cui ero stata animata non veniva da me.

 

2 - Giunte a Siviglia il giorno che ho detto,[231] vi rimanemmo fino a poco prima di quaresima senza che si facesse parola d'acquistare una casa, perché prive di denaro e senz'alcuno che ci facesse garanzia come in altri luoghi. Le persone che avevano pregato il P. Visitatore Apostolico di mandarvi le monache, con la promessa più volte ripetuta che esse poi sarebbero entrate fra loro, dubitavano di non poter sopportare la nostra vita che pareva loro troppo dura, e non ne venne che una di cui parlerò più avanti.[232]

Nel frattempo mi ordinarono di partire dall'Andalusia perché altri affari mi chiamavano in Castiglia. Mi dispiaceva molto lasciar le monache senza casa... Ma vedevo anch'io che la mia presenza non giovava a nulla, perché là il Signore non mi accordava la grazia di trovare chi mi aiutasse, come fa da queste parti.

 

3 - Piacque intanto a Dio che tornasse dalle Indie un mio fratello, chiamato Lorenzo de Cepeda, che era stato là più di trentaquattro anni.[233] Affliggendosi più di me che le monache rimanessero senza casa propria, ci aiutò del suo meglio, specialmente nel procurare che si comprasse quella in cui, ora sono. Da parte mia supplicavo senza fine il Signore di non lasciarmi partire prima di procurar loro una casa; ed esortavo le sorelle a fare altrettanto. Si pregava il glorioso S. Giuseppe, e si supplicava nostra Signora con molte preghiere e processioni.

Forte di queste preghiere, e vedendo mio fratello deciso ad aiutarci, cominciai le trattative per l'acquisto di alcune case. Ma quando pareva che si fosse lì per conchiudere, andava tutto in fumo.

 

4 - Stando un giorno in orazione, mentre dicevo al Signore che, dopo tutto, si trattava delle sue spose, di null'altro desiderose che di contentarlo, e lo pregavo di dar loro una casa, mi disse: «Vi ho sentite. Lascia fare a me!».

Rimasi molto consolata. Mi parve d'essere già in possesso di una casa, e cosi fu.

Egli infatti cominciò a impedirci di comprarne una che, per essere in un buon posto, piaceva a tutti. Ma era così vecchia e malandata che di buono avremmo comperato soltanto il terreno, e ad un prezzo inferiore di poco a quello del locale che ora hanno. L'acquisto era già stato convenuto, e non mancava che di stenderne le scritture. Io ne ero scontenta. Mi pareva che non si accordasse con l'ultima parola intesa nell'orazione, perché mi sembrava che alludesse a una buona casa. Ma piacque a Dio che lo stesso proprietario, malgrado il gran vantaggio che ne aveva. ci sollevasse alcune difficoltà intorno al tempo convenuto per le scritture; e così potemmo rompere il contratto senza alcuna colpa. Ciò fu per una grande grazia di Dio, perché le religiose di quella casa non avrebbero avuto vita sufficiente per veder la fine dei restauri: grandi sarebbero stati i fastidi e pochi i mezzi.

 

5 - Ebbe gran parte in quest'affare un buon servo di Dio, il quale, avendo saputo fin dai primi giorni del nostro arrivo in Siviglia, che eravamo senza Messa, veniva a dircela ogni mattina, nonostante la lontananza della sua casa e il gran caldo che faceva. Si chiamava Garcialvarez, persona di gran merito, molto stimato in città per le buone opere che faceva. Non badava che a far del bene; e nulla ci sarebbe mancato se fosse stato più facoltoso. Conoscendo la casa che si voleva acquistare, gli sembrava una pazzia pagarla così cara, e ce lo ripeteva ogni giorno. E infine ottenne che non se ne parlasse più.

Andò con mio fratello a vedere quella che ora abbiamo. Ne rimasero contentissimi, e non senza ragione. E siccome era la casa che nostro Signore voleva, in due o tre giorni se ne stese il contratto.[234]

 

6 - Ma la traslazione non fu senza difficoltà, perché da una parte chi l'occupava non voleva uscire, e dall'altra i frati francescani, che stavano vicino, erano venuti a intimarci che in nessun modo dovevamo entrarvi. Se il contratto non fosse stato così ben stipulato e avessi potuto rescinderlo, avrei ringraziato il Signore, perché fummo a un punto di versare seimila ducati per una casa che non potevamo abitare. Ma la Priora[235] non la pensava come me, e lodava Dio ché il contratto non si potesse più sciogliere. - In quell'affare Sua Maestà dava a lei maggior fede e coraggio che non a me. E ne deve avere per ogni altra cosa, perché è assai migliore di me.

 

7,- Restammo in questa penosa situazione per più di un mese. Finalmente piacque al Signore che io, la Priora e due religiose riuscissimo a porvi piede.[236] Ciò fu di notte, affinché i frati non se ne accorgessero che dopo esserci stabilite. La nostra paura era grande. Quelli che ci accompagnavano dicevano che sembrava loro di veder frati in ogni ombra. - Allo spuntar del giorno il buon Garcialvarez, che era venuto con noi, celebrò la prima Messa e ogni paura sparì.

 

8 - Oh, Gesù! Quanta paura ho mai avuto in queste prese di possesso! Se si hanno tante ansietà andando, non già per fare il male, ma per servire il Signore, che sarà di quei tali che vanno appunto a far il male contro Dio e contro il prossimo? Non so proprio che guadagno e che gusto ci trovino con un tal contrappeso!...

 

9 - Mio fratello non era con noi. Aveva dovuto nascondersi, perché nella fretta di stendere il contratto si era caduti in un certo errore assai pregiudizievole al monastero.[237] Egli ne era il fiduciario, e volevano metterlo in prigione, senza poi dire che la sua qualità di straniero ci poteva creare molte altre noie. Malgrado tutto, ne dovemmo subire parecchie, fino a quando egli non dette in pegno alcuni beni su cui presero sicurtà, e così si sistemò ogni cosa. Tuttavia, a nostro maggior travaglio, si dovette, per qualche tempo, sostenere pure una lite.

Noi eravamo chiuse in alcune stanze a pian terreno, e mio fratello stava tutto il giorno con gli operai. Egli inoltre ci forniva di che vivere, come faceva già da parecchio. Siccome il monastero era stabilito in una casa privata, non tutti lo sapevano, e le elemosine erano poche: soltanto quelle di un santo vecchio, gran servo di Dio, priore dei Certosini de las Cuevas.

Costui era di Avila, della famiglia Pantoja.[238] Dio gli aveva posto in cuore un grande affetto per noi fin dal nostro arrivo, e sono convinta che non lascerà d'assisterci fino al termine di sua vita. - Ve ne parlo, sorelle, perché è doveroso che, leggendo questo scritto, raccomandiate a Dio quelli che ci hanno tanto aiutato, siano essi vivi o defunti: a quel santo dobbiamo molto.

 

10 - Si stette così più di un mese, a quanto credo, perché in fatto di giorni la mia memoria è infelice. - Siccome potrei errare, intendete sempre un numero approssimativo, ché poco importa.

Durante quel mese mio fratello si dette molto d'attorno per trasformare in chiesa alcune stanze. E accomodò ogni cosa senza che noi ce ne occupassimo.

 

11 - Dopo aver tutto finito, volevo che il SS. Sacramento vi si ponesse senza rumore, ripugnandomi molto dar fastidio quando non sia necessario. Ne parlai al P. Garcialvarez; e questi, al Priore de las Cuevas. - Se si fosse trattato dei loro interessi, non li avrebbero presi tanto a cuore come i nostri.

Secondo loro, per far meglio conoscere il monastero, occorreva che la cerimonia si facesse con solennità. Si recarono dall'Arcivescovo e decisero di comune accordo che, preso da una parrocchia il SS. Sacramento, lo si portasse al monastero con gran pompa. L'Arcivescovo ordinò che si ornassero le strade e che vi prendesse parte il clero con alcune confraternite.

 

12 - Il buon Garcialvarez decorò il chiostro, che allora serviva pure di passaggio, e ornò con molto buon gusto la chiesa, erigendovi bellissimi altari e ingegnose invenzioni. Fra l'altro v'era una fontana che gettava acqua di fior d'arancio. Noi non ce n'eravamo occupate, e neppure ne avevamo espresso il desiderio, ma dopo ne avemmo molta devozione, come pure per la splendida organizzazione della festa, per l'apparato delle vie, la musica e i cantori. Il santo Priore de las Cuevas, che, contro il suo solito, aveva voluto partecipare alla processione, mi disse che in Siviglia non si era mai visto una cosa simile, dal che evidentemente si doveva capire che il monastero era opera di Dio. - Il SS. Sacramento fu collocato dallo stesso Arcivescovo.[239] E immenso fu il concorso del popolo.

Vedete qui, figliole mie, le povere Scalze onorate da tutti, mentre prima pareva che per loro non vi fosse neppur acqua da bere, malgrado che in quel fiume ve ne sia tanta.

 

13 - Accadde una cosa che, a detta di quanti furono testimoni, è degna d'esser ricordata. Si erano sparati tanti colpi di artiglieria e lanciati molti razzi. Finita la processione, e già quasi notte, venne loro in mente di spararne ancora. Ma non so come, prese fuoco un po' di polvere, ed ebbero per grande meraviglia che ne uscisse salvo chi l'aveva. La fiamma salì immediatamente fino al più alto del chiostro, dove gli archi erano coperti di taffetà. Tutti pensavano che la stoffa si fosse ridotta in cenere, ma non ne subì alcun danno, benché di color giallo-cremisi. Quello che più stupisce è che la pietra degli archi, coperti di taffetà, rimase nera dal fumo, mentre del tutto illeso il taffetà che pure era sopra, come se il fuoco non l'avesse toccato.

 

14 - A quella vista rimasero tutti meravigliati, e le monache ringraziarono il Signore, perché altrimenti non avrebbero saputo come pagare il taffetà. - Il demonio, senza dubbio indispettito da quella festa e dal vedere una nuova casa di Dio, voleva in qualche modo vendicarsi, ma il Signore non glielo permise. - Sia Egli per sempre benedetto! Amen.

 

 

CAPITOLO 26

 

Prosegue la fondazione del monastero di San Giuseppe nella città di Siviglia - Alcuni punti degni di nota intorno alla prima novizia ammessa in monastero

 

1 - Potete bene immaginare, figliole mie, quale sia stata in quel giorno la nostra gioia. Vi assicuro che la mia fu immensa, soprattutto nel vedere che lasciavo le sorelle in una casa comoda e ben situata, che il monastero era ormai conosciuto e che vi erano già entrate alcune postulanti con la dote delle quali si sarebbe pagata la maggior parte della compera: per piccola che fosse stata la dote di quelle che ne avrebbero completato il numero, il debito sarebbe stato coperto. - Ma la mia gioia più grande era quella di aver goduto dei travagli.

Quando avrei potuto avere un po' di riposo, dovetti partire. La festa ebbe luogo la domenica innanzi la Pentecoste del 1576, e mi misi in cammino il lunedì successivo,[240] sia perché i calori cominciavano a farsi forti, e sia per evitare, se fosse stato possibile, di passar quelle feste in viaggio. Bramavo celebrarle a Malagon, dove avrei voluto fermarmi qualche giorno: e per questo mi ero data gran fretta.

 

2 - Dio non permise che ascoltassi Messa nella nostra chiesa neppure un giorno. La mia partenza amareggiò la gioia delle sorelle che ne furono molto addolorate, perché eravamo state insieme un anno intero in mezzo a molti travagli, dei quali, ripeto, taccio sempre i più gravi.

Eccettuata la prima fondazione - quella di Avila, che non ha affatto confronti - nessun'altra mi è costata tanto come questa, perché le pene furono in gran parte interiori.

Possa Sua Divina Maestà esser sempre servita in quella casa! Tutto è poco quando si abbia questo. E spero che così sarà sempre, perché il Signore vi ha già chiamato delle belle anime. Di quelle che avevo condotte con me, ve ne restarono cinque; e di esse ho già fatto conoscere qualche cosa, il meno che ho potuto dire. Voglio ora parlare della prima novizia che vi fu accolta, e credo che il racconto vi farà piacere.

 

3 - Era figlia di religiosissimi genitori.[241] Suo padre veniva dal Nord. Ancor piccina di circa sette anni, una sua zia, che non aveva figlioli, l'aveva chiesta alla madre per tenerla con sé, e accolta in casa sua, la trattava doverosamente con ogni attenzione e delicatezza. Alcune serve, che avanti la venuta della fanciulla avevano sperato di restare eredi della padrona, nel vedere che questa si andava attaccando alla nipote, dovettero pensare che ad essa e non a loro avrebbe lasciato i suoi beni. E per prevenire il colpo, ordirono una trama diabolica. Accusarono la fanciulla d'aver dato a una di loro non so quanti maravedis[242] perché le comperasse del sublimato nell'intento di avvelenare la zia. Lo dissero alla zia, ed ella, visto che le tre serve affermavano la stessa cosa, finì col credere, come pure la madre della fanciulla che è assai virtuosa. Questa, persuasa che la figliola venisse su con pessime inclinazioni, la prese e la ricondusse a casa.

 

4 - Beatrice della Madre di Dio - ché così ora si chiama - mi raccontava che sua madre la faceva dormire per terra, la percuoteva e tormentava ogni giorno per strapparle di bocca la confessione di quel suo pessimo disegno - e ciò per più d'un anno. La giovinetta rispondeva che non aveva fatto nulla e che non sapeva neppure cosa fosse sublimato. E siccome insisteva nel diniego, la povera madre la credeva ancora più perversa, pensando, innanzi a tanta cocciutaggine, che fosse ormai incorreggibile. Fu molto se per sottrarsi a quei tormenti la fanciulla non abbia affermato di essere rea. Ma siccome era innocente, Dio la sostenne per dir sempre la verità.

Egli poi, che è il difensore degli innocenti, finì col mandare a due di quelle donne un male così orribile che pareva rabbia. Allora esse pregarono la zia di far venire in segreto la fanciulla, e le chiesero perdono. Poi, sentendosi in fin di vita, ritirarono la calunnia, come fece pure la terza, morendo di parto. Insomma, spirarono tutte e tre fra i tormenti, in punizione di quello che avevano fatto soffrire a una innocente.

 

5 - Queste  cose, oltre che da Beatrice, le ho sapute anche da sua madre, la quale, pentita d'averla trattata in quel modo, me le ha raccontate con varie altre particolarità dopo averla veduta religiosa. Le sofferenze di Beatrice furono molte. Dio permise che una madre così cristiana divenisse carnefice della propria figlia, che pur amava moltissimo, non avendo altri figlioli. - D'altra parte, è donna di grande virtù e molto veritiera.

 

6 - Quando la fanciulla ebbe poco più di dodici anni, leggendo in un certo libro la vita di S. Anna,[243] concepì una grande devozione per i santi del Monte Carmelo, perché si diceva in quel libro che la madre di S. Anna - che mi pare si chiamasse Emerenziana - andava spesso a trovarli. E si affezionò tanto a quest'Ordine di nostra Signora che, promettendo subito di entrarvi, fece voto di castità. Appena poteva si ritirava in solitudine e si abbandonava all'orazione, nella quale il Signore e la Madonna le accordavano grandi grazie e favori speciali. Avrebbe voluto farsi subito religiosa, ma temeva i suoi genitori: d'altra parte non sapeva ove trovare l'ordine che cercava. - Degno di nota che, trovandosi in Siviglia un monastero della Regola mitigata,[244] ella non lo venisse mai a sapere fino a quando non ebbe notizia di questi nostri, vale a dire molti anni dopo.

 

7 - Giunta a un'età da poter essere sposata, benché ancora molto giovane, i suoi genitori le scelsero un marito. Non avevano che quella figlia. Gli altri figlioli erano tutti morti, e non era rimasta che lei, la meno amata. Quando le avvenne quel che ho detto, aveva ancora un fratello il quale, pigliando le sue difese, sosteneva che non si doveva credere a quanto si diceva di lei.

Presi tutti gli accordi per il matrimonio, i genitori gliene fecero la proposta, pensando che la figliola non avesse altre idee; ma ella rispose che aveva fatto voto di non sposarsi e che in nessun modo si sarebbe indotta a violarlo, neppure se l'avessero uccisa.

 

8 - Fosse il demonio che li accecasse, o Dio che così permettesse per far di lei una martire, fatto sta che i suoi genitori entrarono in sospetto che non volesse sposarsi per aver fatto qualche brutta azione. Siccome avevano già data la parola, e il fidanzato se ne teneva offeso, la caricarono di colpi e la tormentarono in varie guise sino a sospenderla per la gola: fu per un miracolo se non morì soffocata. Ma Dio la mantenne in vita perché la riservava a grandi cose.

La giovinetta mi diceva che col pensiero dei tormenti sofferti da S. Agnese era quasi giunta a non sentire nulla. Grazie a un tal esempio, che Dio le aveva richiamato alla memoria, godeva di quel poco che soffriva per Lui e non cessava di offrirglielo. - Stette a letto tre mesi, incapace di muoversi, e si credeva che dovesse morire.

 

9 - Sembra incredibile che una donzella che mai si staccava da sua madre, e il cui padre era tanto vigilante, come poi seppi, potesse parer loro così colpevole! Oltre a ciò, si era sempre mostrata assai virtuosa ed onesta, ed era tanto caritatevole che dava in elemosina quanto poteva avere. Ma quando il Signore vuol dare a un'anima la grazia di soffrire, i mezzi non gli mancano.

Finalmente, dopo qualche anno, piacque a Dio che i genitori riconoscessero la sua virtù. Allora le persecuzioni si mutarono in carezze, e le davano quanto voleva per far elemosina. Ma tutto le si cangiava in tormento per il desiderio che aveva di farsi monaca, per cui, come ella stessa mi disse, n'andava molto scontenta ed affitta.

 

10 - Tredici o quattordici anni prima che il P. Gracián si recasse a Siviglia, quando ivi non si sapeva ancor nulla dei Carmelitani Scalzi, accadde che mentre Beatrice stava con suo padre, sua madre ed altre vicine, entrasse da loro un frate del nostro Ordine vestito di bigello e a piedi nudi, come sono ora i nostri Padri. Dicono che aveva un aspetto fresco e venerabile. Era vecchio, e la sua lunga barba sembrava fatta di fili d'argento. Si pose vicino a Beatrice e cominciò a parlare in un linguaggio che né essa né alcun altro intendeva. Terminato di parlare, la segnò tre volte con il segno della croce, dicendole: «Beatrice, Dio ti renda forte!». E se ne partì. Durante questa scena nessuno ardì muoversi, tutti presi da stupore. Il padre domandò poi alla figlia chi fosse. Ma ella aveva creduto che fosse uno di sua conoscenza. Si alzarono tosto per richiamarlo, ma non lo videro più. Beatrice rimase molto consolata, e gli altri pieni di meraviglia: riconoscendovi un avvenimento soprannaturale, cominciarono a circondarla di grande stima.

Dopo questo fatto passarono vari anni - credo quattordici - nei quali ella continuò a servire il Signore pregandolo incessantemente di compire i suoi voti.

 

11 - Mentre l'indugio le si faceva penoso, giunse a Siviglia il P. Maestro fra Girolamo Gracián.

Un giorno Beatrice andò in una chiesa di Triana ove abitava suo padre - per ascoltare una predica, senza sapere chi dovesse tenerla. Avvenne che il predicatore fosse appunto il P. Maestro Gracián. Quando egli uscì per ricevere la benedizione, ella, vedendolo, notò il suo abito e i piedi nudi. Il suo pensiero corse al vegliando che aveva veduto: l'abito era identico, quantunque differenti ne fossero l'aspetto e l'età, perché allora il P. Gracián non contava ancora trent'anni. Mi disse che dal gran contento rimase quasi tramortita. Sebbene avesse inteso che in Triana si era aperto un convento, tuttavia non aveva mai saputo che fosse di quell'Ordine.[245] Quello stesso giorno cercò di confessarsi dal P. Graciàn, ma Dio volle che faticasse molto anche in questo, perché lo tentò inutilmente almeno dodici volte. Giovane e di bell'aspetto - non doveva avere ancora ventisette anni - il Padre non voleva ascoltarla, perché riservato e nemico di trattare con tali persone.

 

12 - Beatrice era molto timida e stava in chiesa piangendo. Un giorno una donna le domandò che cosa avesse; ed ella rispose che da tanto tempo cercava di parlare al Padre che stava confessando, ma che non vi era mai riuscita. Allora quella donna la condusse al confessionale e pregò il Padre di contentarla. - E così Beatrice poté fargli la sua confessione generale.

Egli si rallegrò molto nel veder un'anima così ricca, e le disse, consolandola, che, probabilmente, le Carmelitane Scalze sarebbero venute a Siviglia, e che egli avrebbe fatto di tutto perché vi fosse subito accettata. E così avvenne. La prima cosa che egli m'ingiunse fu appunto di riceverla avanti tutte, perché egli ne era molto contento. Quando le disse che noi eravamo per via, Beatrice prese tutte le precauzioni per non farlo sapere ai genitori, perché altrimenti non avrebbe potuto far nulla.

Andava sempre a confessarsi nella chiesa degli Scalzi e vi faceva grandi elemosine, anche a nome dei suoi genitori. Il convento era molto lontano, e sua madre, non potendola seguire, la faceva accompagnare da altre donne. Il giorno della SS. Trinità,[246] Beatrice disse a costoro che sarebbe uscita con una persona, gran serva di Dio, conosciuta in tutta Siviglia per le sue virtù e buone opere, con la quale si era già messa d'accordo, e che sarebbe subito tornata. Esse la lasciarono sola. Allora ella prese il suo abito e il suo rozzo mantello.

Non so come potesse camminare con quel carico. La gioia di cui era piena le rendeva facile ogni cosa. L'unico suo timore era che qualcuno la fermasse e che da quel fardello, troppo per lei inusitato, intravedesse i suoi disegni. - Che cosa non fa mai l'amor di Dio! Quella figliola, lungi dal darsi pena per l'onore, temeva soltanto d'essere impedita nelle sue brame.

Le aprimmo subito la porta e ne mandai avviso a sua madre. Ella venne al monastero come fuori di sé, ma poi, invece d'abbandonarsi all'eccesso di non volerla più vedere, come fanno altre madri in casi simili, riconobbe l'insigne grazia che il Signore le accordava e si sottomise volentieri, malgrado le ripugnanze della natura, prendendo poi l'abitudine di soccorrerci con grandi elemosine.

 

13 - La nuova sposa di Gesù Cristo cominciò a godere la felicità che aveva tanto desiderato. Era così umile che voleva caricarsi di tutti i lavori della casa, tanto che bisognava lottare per toglierle di mano la scopa. Nella fatica trovava la sua gioia, nonostante che a casa sua fosse abituata a ogni sorta di comodità. Si sentiva così felice che in poco tempo divenne pure più grassa, con piena soddisfazione dei suoi genitori che ormai godevano di vederla fra di noi.

 

14 - Due o tre mesi avanti la professione cadde in preda a gravissime tentazioni, affinché non giungesse a tanto bene senza prima patire. Non già che non volesse professare: soltanto che le pareva assai duro. E intanto le erano sparire dalla mente le pene che aveva sofferto in tanti anni per raggiungere il bene che possedeva. Il demonio la tormentava sì fortemente che ella non sapeva come difendersi. Ma si armò di gran coraggio, e proprio in mezzo alla tempesta decise di fare la professione, a scorno del suo nemico. Pare che nostro Signore avesse voluto provarne la costanza, perché tre giorni innanzi la visitò, mise in fuga il demonio e la consolò moltissimo. - Rimase così contenta che passò quei tre giorni come fuor di sé: e a ragione, perché la grazia ricevuta era stata molto grande.[247]

 

15 - Mortole il padre poco dopo il suo ingresso in monastero, vi entrò pure la madre, portandovi in elemosina tutto quello che aveva.[248] Ora, madre e figlia ambedue contentissime, sono di edificazione alla comunità, servendo il Signore che fece loro tanta grazia.

 

16 - Neppure un anno dopo, entrò a farsi monaca un'altra donzella, anch'essa contro la volontà dei suoi genitori. Dio va popolando quella casa di anime così bramose di servirlo, d'avere in nulla il rigore della regola e la severità della clausura. Sia Egli lodato e benedetto per tutti i secoli! Amen.

 

 

CAPITOLO 27

 

Fondazione del monastero di Caravaca sotto l'invocazione del glorioso S. Giuseppe - Si pose il SS. Sacramento il 1° gennaio 1576

 

1 - Ero a S. Giuseppe di Avila, pronta a partire per la fondazione di Beas, narrata più sopra. Già non mancava che preparare l'occorrente per il viaggio, quando mi giunse un espresso mandatomi da una signora di Caravaca, chiamata donna Caterina.[249] Tre donzelle, dopo aver ascoltata una predica di un Padre della Compagnia di Gesù,[250] si erano rinchiuse in casa sua, decise di non più uscirne fino a quando non si fosse fondato in città un monastero.

Evidentemente dovevano essersi già combinate con lei, perché poi quella signora le aiutò nella fondazione.

Quelle figliole erano delle più distinte famiglie di Caravaca, e una di esse aveva per padre Rodrigo de Moya, gentiluomo di rara prudenza e gran servo di Dio.[251] Non ignoravano quanto il Signore aveva fatto nella fondazione di questi nostri monasteri, informare di ciò dai Padri della Compagnia di Gesù che ci hanno sempre favorite e aiutate. -- Fra tutte e tre avevano beni a sufficienza per realizzare i loro disegni.

 

2 - Il fervore e il desiderio di quelle anime, che mandavano così da lungi per cercare l'Ordine di Nostra Signora, mi mossero a devozione e risolvetti di contentarle. Saputo che Caravaca distava poco da Beas, presi a compagne un maggior numero di monache, intendendo di recarmi a Caravaca appena fondato a Beas, dove, a giudicare dalle lettere ricevute, le cose parevano assai facili. Ma il Signore aveva deciso altrimenti, e i miei disegni andarono a monte, perché, come ho raccontato nella fondazione di Siviglia, il Consiglio degli Ordini dette la licenza in tal modo che, malgrado la mia intenzione di recarmi a Caravaca, dovetti soprassedere.[252]

 

3 - D'altra parte, a Beas, essendomi informata dove fosse quella città, avevo saputo che era molto fuor di mano, e che da Beas a Caravaca le strade erano così cattive che sarebbero state di pena a quelli che si fossero recati al monastero, senza poi dire che i Superiori ne sarebbero stati scontenti.

Mi sentii alquanto in contrario, ma siccome avevo dato 'delle buone speranze, pregai il P. Giuliano d'Avila e Antonio Gaytàn di recarsi colà per vedere come stessero le cose e rompere le pratiche in caso che lo credessero opportuno. Trovarono che l'affare si era molto raffreddato, non da parte delle donzelle che volevano farsi monache, ma da parte di donna Caterina, autrice principale del progetto, che le teneva chiuse in un locale separato, già simile a clausura.

 

4 - Le monache - cioè quelle che volevano esserlo erano così risolute, specialmente due, che riuscirono a trar dalla loro il P. Giuliano d'Avila e Antonio Gaytàn, i quali, prima di partire, stipularono il contratto,[253] e le lasciarono tutte piene di gioia. Essi, a loro volta, ne rimasero tanto contenti - sia delle donzelle che del paese - che non finivano di dirne bene, sia pure aggiungendo che le strade erano veramente impraticabili.

Quando vidi che l'affare era concluso e che la licenza si faceva attendere, mandai di nuovo a Caravaca il buon Antonio Gaytàn, il quale per farmi piacere si sobbarcava volentieri a ogni sorta di fatiche. Egli, come pure Giuliano d’Avila, avevano tanto a cuore la fondazione, che tutto il merito del buon esito si deve a loro, perché se essi non si fossero recati sul posto e non avessero tutto sistemato avrei fatto ben poco.

 

5 - Gli consegnai del denaro per mettere la grata e la ruota nella casa che doveva servire per la presa di possesso, nella quale le monache si sarebbero trattenute fino a quando non si fossero provviste di un locale conveniente. Rodrigo de Moya, padre di una delle giovani, aveva ceduto assai volentieri una parte della sua casa. E per sistemare ogni cosa Antonio Gaytàn vi si fermò vari giorni.

 

6 - Ottenuto il permesso del Consiglio, e io già in partenza per Caravaca, venni a sapere che s'intendeva assoggettare la casa ai commendatori, ai quali le monache avrebbero dovuto prestare obbedienza. Trattandosi d'un monastero di Nostra Signora del Carmine, io non potevo accondiscendere, e si dovette chiedere una seconda licenza. Non me l'avrebbero mai data, come già per il monastero di Beas. Ma io scrissi al Re, il medesimo di adesso, don Filippo, ed egli ordinò che mi venisse concessa.[254]

Questo principe, molto favorevole ai religiosi che vede fedeli alla loro professione, avendo inteso il genere di vita di questi nostri monasteri nei quali si osserva la Regola primitiva, non ha mai mancato di favorirci. E per questo, figliole mie, vi raccomando con insistenza, di pregare sempre, e in modo speciale, per lui, come facciamo al presente.

 

7 - In attesa della nuova licenza, partii alla volta di Siviglia[255] per ordine del P. Provinciale, che era allora, come adesso, il Maestro fr. Girolamo Gracián della Madre di Dio.

Il messaggio che le povere figlie di Caravaca mi avevano spedito ad Avila datava dal febbraio, ed esse rimasero chiuse fino al primo gennaio dell'anno seguente. La licenza arrivò presto, ma siccome io ero molto lontana e assediata da tante preoccupazioni, non potevo interessarmene. Quelle figliole mi facevano pena. Mi scrivevano con tanta frequenza e con espressioni di così vivo rammarico che bisognava ormai contentarle.

 

8 - Impossibilitata ad andarci io, perché troppo lontana e perché non ancora ultimata la fondazione di Siviglia, il P. Maestro fra Girolamo Gracián, visitatore apostolico, decise che le monache destinate a Caravaca, rimaste nel frattempo a Malagón in quel monastero di S. Giuseppe, vi andassero senza di me. Ebbi cura di dar loro come priora una che mi pareva molto adatta, perché assai migliore di me.[256] Le monache partirono con tutto l'occorrente, accompagnate da due nostri Padri Scalzi.[257] P. Giuliano d'Avila e Antonio Gaytàn erano già tornati da vari giorni ai loro paesi, e io non volli che vi si recassero di nuovo, per essere il luogo troppo lontano e il tempo assai cattivo. Si era alla fine di dicembre.

 

9 - Arrivate colà, furono ricevute dal popolo con grandi segni di gioia, specialmente dalle giovani che stavano rinchiuse. Il giorno del Nome di Gesù del 1576 si pose il SS. Sacramento, e il monastero fu fondato.[258] Due delle postulanti vestirono immediatamente. La terza era ammalata di melanconia. La vita di clausura le sarebbe stata nociva, specialmente con una regola così severa e fra tanta penitenza come tra noi! - Decise di tornare a casa e di vivere con una sua sorella.[259]

 

10 - Considerate qui, figliole mie, i giudizi di Dio e l'obbligo che noi abbiamo di servirlo per la grazia che ci ha fatto di perseverare fino alla professione, rimanendo continuamente nella sua casa, come figlie della Vergine.

Il Signore si servì dei desideri e dei beni di quella donzella per fondare il monastero. Poi, quando poteva godere di quello che aveva tanto bramato, le mancarono le forze e soggiacque al suo umore melanconico. - Quante volte figliole mie, gettiamo su quest'umore la colpa delle nostre imperfezioni ed incostanze![260]

 

11 - Piaccia a Sua Maestà di non negarci l'abbondanza della sua grazia, con la quale nulla ci potrà impedire d'andare innanzi nel suo servizio. Conceda a tutte il suo aiuto e la sua protezione, affinché questa Riforma così bene incominciata, per la quale ha voluto servirsi di donne così miserabili come noi, non abbia a perire per la nostra miseria. Vi chiedo in nome suo, sorelle e figliole mie, di pregare sempre il Signore di concederci questa grazia e di dare a quelle che ci seguiranno di persuadersi che in ognuna di loro deve rifiorire la Regola primitiva dell'Ordine di nostra Signora, nella quale non si deve permettere il minimo rilassamento. Pensate che le piccole cose aprono la porta alle più grandi, e che in tal maniera il mondo può penetrare fra di voi, senza che neppure ve n'accorgiate. Ricordate la povertà e la fatica con cui si è fatto quello che con tanta pace voi ora godete. Pensandovi attentamente vedrete che la maggior parte di queste case non sono state fatte dagli uomini, ma dalla mano potente di Dio, che molto si compiace, quando da parte nostra non trova ostacoli, di mettere le sue opere in continuo incremento. Come mai, infatti, una donnicciola come me,, soggetta ad altri, senza un centesimo e priva di ogni umano soccorso, avrebbe potuto far tanto, dato che allora era nelle Indie anche quel mio fratello che aveva coraggio, volontà e qualche cosa di denaro per venirmi in aiuto, come ha poi fatto nella fondazione di Siviglia? - Ammirate, ammirate, dunque, figliole mie, la potenza di Dio!

 

12 - Sarà stato forse per esser io di sangue illustre che mi si fece tanto onore? Sotto qualunque aspetto vogliate considerarla, vedrete sempre che è opera di Dio. E allora non è forse ragionevole badare di mantenerla intatta, a costo pure della vita, del riposo e dell’onore, specialmente al pensiero che questo triplice bene qui si gode riunito? Infatti, vita è vivere in modo da non temere la morte né ogni altra cosa del mondo; è possedere quell'abituale gaiezza che regna ora in mezzo a voi; è godere quella prosperità - la più grande di tutte - che consiste non solo nel non temere la povertà, ma piuttosto nel desiderarla.

Vi è forse qualcosa che possa paragonarsi alla pace, interiore ed esteriore, che voi godete? È in vostro potere vivere e morire in essa. E voi infatti vedete come spirano coloro che muoiono in queste case. Se pregherete incessantemente il Signore di far progredire quest'opera; se diffidando di voi stesse, metterete in Lui la vostra fiducia e sarete d'animo coraggioso - ch'è appunto questo che Egli vuole - la sua misericordia non vi verrà mai meno, né mai temerete che vi venga a mancare qualche cosa. Presentandosi delle postulanti per entrare fra voi, se vi parranno aver fervore e attitudini necessarie, e vedrete che vengono non già per sistemarsi ma per servire Dio con maggior perfezione, guardatevi bene dal rifiutarle sotto pretesto che non sono ricche. Basta che abbiano virtù, e Dio vi pagherà con il doppio il sacrificio della loro dote.

 

13 - In questo io ho grande esperienza. Per quanto ricordi - e Sua Maestà lo sa bene - non ho mai rifiutato di ricevere una postulante per mancanza di dote quando mi appagava in tutto il resto, come ne fanno testimonianza le molte di voi che sono state accolte unicamente per amor di Dio. Vi posso assicurare che non sentivo tanta gioia quando accettavo una che portava molto, come allora che l'accettazione era soltanto per amor di Dio. Anzi, le prime mi mettevano paura, mentre le altre mi dilatavano lo spirito, inondandomi di tanto gaudio da farmi piangere di gioia: e questa è la pura verità.

 

14 - Se questo sistema ci è riuscito tanto bene quando ancora non avevamo case né mezzi per procurarcele, perché cambiarlo ora che abbiamo monasteri assicurati? Credetemi, figliole: verreste a perdere ove credereste di guadagnare.

Quando le novizie hanno beni, e non sono strette da alcun obbligo, è conveniente che, invece di lasciarli ad altri, a cui forse non sarebbero necessari, li portino a voi in elemosina: fare altrimenti mi parrebbe disamore. Ma dovete sempre procurare che chi vuol venire fra voi disponga dei suoi beni secondo quello che uomini dotti dichiarino di maggior servizio di Dio, essendo un gran male pretendere da una postulante altra cosa che questa. Più guadagniamo con far essa, il più perfettamente possibile, quello che innanzi a Dio deve fare, che non con tutti i beni che può portarci in casa. L'unica ambizione che dobbiamo avere - e Dio non permetta che ne abbiamo altre! - sia che in tutto e per tutto si serva sempre Sua Divina Maestà.

 

15 - Ve lo voglio dire a onore e a gloria di Dio nonostante la mia meschinità e miseria, e per darvi modo di rallegrarvi al pensiero di come queste case si sono fatte.

Se nelle trattative per le fondazioni o in ogni altra cosa che vi si riferisse, avessi dovuto, per riuscirvi, deviare alquanto da questa purità d'intenzione, in nessun modo avrei voluto continuare. Nulla infatti ho mai compiuto in queste fondazioni che mi paresse dilungarsi, anche solo di un apice, dalla divina volontà, sempre conforme a quanto mi consigliavano i miei confessori, i quali, come sapete, sono sempre stati, da che mi occupo di questi affari, uomini dotti e servi di Dio. - Non ricordo che mi sia mai passato per la mente di ricorrere a diversa regola di condotta.

 

16 - Potrò forse ingannarmi: le mie imperfezioni saranno state senza numero, e forse avrò commesso un'infinità di mancanze senza neppure avvedermene. Nostro Signore è il vero Giudice e lo sa. lo parlo secondo quello che ho potuto intendere. E intendo pure ad evidenza che questa disposizione non veniva da me ma unicamente da Dio, il quale mi favoriva e compartiva tanta grazia soltanto perché le fondazioni si facessero e fossero riguardate come sue. Se ve ne parlo, figliole è per farvi intendere i gravi obblighi che vi legano a Lui, e darvi a vedere che questi monasteri sono stati fondati senza che alcuno n'avesse aggravio. Sia benedetto Colui che ha fatto tutto, ed ha suscitato anime caritatevoli in nostro aiuto! Si degni Sua Maestà di proteggerci sempre, e di darci modo di non essere ingrate a tante grazie! Amen.

 

17 - Avete dunque veduto, figliole mie, quante fatiche si sono sopportate. Ma non vi ho descritto che le più piccole. Se avessi voluto parlarvene per esteso, avrei finito con annoiarvi. Si viaggiava sotto l'acqua e la neve, talvolta si sbagliava strada, e tal'altra avevo pochissima salute.

Una volta - non so se l'ho già detto - fui sorpresa dalla febbre e da una quantità di dolori. Era la prima giornata da Malagón a Beas. Allora, considerando la strada che mi restava da fare e lo stato in cui ero ridotta, mi ricordai del nostro Padre Elia quando fuggiva da Gezabele,[261] e dissi: «Signore, come posso soffrire tutto questo? Pensateci Voi!» E Sua Maestà, vedendomi così misera, mi tolse subito la febbre e ogni altro dolore. Riflettendo poi a questo fatto, pensai che si dovesse attribuirlo a un ecclesiastico gran servo di Dio sopraggiunto allora: sì, dev'essere stato per lui. Fatto sta che i miei mali sparirono all'istante, interiori ed esteriori. - Le fatiche corporali si sopportano allegramente quando si ha buona salute!

 

18 - Non era piccola poi la mia pena nel dovermi accomodare ai diversi caratteri che s'incontrano viaggiando, come pure nell'abbandonare le sorelle e figliole mie per recarmi da un luogo all'altro. Le amo tanto vi dico, che la separazione mi affliggeva moltissimo, specialmente quando vedevo il loro dolore e le loro lacrime e pensavo che non le avrei più vedute. Staccate da tutto come sono, il Signore non fa loro la grazia di esserlo pure da me; e ciò, forse, per mio maggior tormento, perché neppur io lo sono da loro. Facevo del mio meglio per non darlo a vedere, e le sgridavo. Ma riuscivo a ben poco, per il grande amore che mi portano, amore dimostratosi sincero in varie circostanze.

 

19 - Sapete pure che le fondazioni si sono fatte non solo col permesso, ma con l'espresso comando - impostomi poi sotto precetto - del reverendissimo nostro Padre Generale.[262] E non solo questo, ma ad ogni fondazione che si faceva, egli mi testimoniava per lettera il gran contento che ne aveva.[263] La soddisfazione del nostro Padre Generale era il maggior conforto che ne avevo; e siccome era mio Prelato, mi pareva, contentandolo, di contentare Dio stesso. Devo poi dire che gli ero molto affezionata. Ma, sia che il Signore si compiacesse di darmi finalmente un po' di quiete, o che vi entrasse il demonio, arrabbiato di veder fondarsi tante case nelle quali Dio era servito, fatto sta che in seguito a un Capitolo Generale - nel quale sembrava che avrebbe dovuto riguardare come un beneficio l'aumento procurato all'Ordine - mi notificarono, prima della mia partenza da Siviglia, un'ordinazione del Definitorio, con la quale mi proibivano non solo di fondare altre case ma di mai più uscire, sotto nessun pretesto, da quella che avrei dovuto scegliermi a mia dimora.[264] - Era un mettermi in prigione, perché non v'è monaca che il Provinciale non possa cambiare di posto, voglio dire mandare da un monastero all'altro, quando il bene dell'Ordine lo richieda.

Si è poi capito che questo non fu per volere del nostro Padre Generale. Pochi anni prima, alla mia preghiera di non più comandarmi altre fondazione egli mi aveva risposto che ben lungi dall'accondiscendervi, avrebbe desiderato che ne facessi tante quanti i capelli della mia testa. Il peggio intanto - quello che più mi affliggeva - era che il nostro Padre Generale si mostrava disgustato, e senza alcuna ragione, ma unicamente per dei rapporti che persone appassionate gli avevano fatto. - Seppi in pari tempo che ero sotto l'imputazione di due accuse assai gravi.

 

20 - Per farvi vedere, sorelle, la misericordia di Dio e come Egli non abbandoni chi desidera di servirlo, vi dirò che questa notizia, lungi dal contristarmi, m'inondò di tanta gioia da non sapermi contenere. No, non mi stupisco dei trasporti a cui si abbandonò il re David innanzi all'arca[265] del Signore. Anch'io allora non avrei voluto far altro, tale essendo il mio gaudio da non saperlo dissimulare.[266] Ne ignoravo la ragione, perché mai mi era accaduta una tal cosa fra le gravi mormorazioni e contraddizioni a cui sono andata soggetta. - E pensare che una delle accuse era molto grave.

Quanto al divieto di continuare le fondazioni, a parte il disgusto del reverendissimo nostro Padre Generale, ne avevo piuttosto sollievo. Era da tempo che bramavo di finire i miei giorni in pace! Non questo intendevano certo coloro che avevano suggerito quel provvedimento. Anzi, credevano d'avermi fatto il maggior dispetto del mondo, e forse le loro intenzioni erano buone.

 

21 - Sentimenti di gioia mi avevano ugualmente procurato, alle volte, le critiche e le lotte violente incontrate nel corso di queste fondazioni, sia da parte di ben intenzionati che di persone mosse da altri fini. Ma una gioia così grande, come quella di cui parlo, non mi ricordo di averla mai sperimentata in tutte le lotte sostenute. In altri tempi, una sola delle tre cose che mi vennero apposte, confesso che sarebbe bastata per farmi molto soffrire. Credo che tanta gioia mi venisse, soprattutto, dal pensiero che se le creature mi pagavano a quel modo, di me doveva essere contento il Creatore. Sono infatti convinta che intraprendere tali opere per mire terrene o per attirarsi la stima e l'approvazione degli uomini, oltre a non averne che un ben misero guadagno, sia nient'altro che un volersi ingannare, perché oggi gli uomini sono di un parere e domani di un altro, e presto si volgono a dir male di quello che prima hanno lodato. - Siate Voi benedetto, o mio Signore e Dio mio, che siete eternamente immutabile! Amen. - Chi vi servirà sino alla fine, vivrà senza fine nella vostra eternità.

 

22 - Come ho detto in principio, ho cominciato a scrivere queste fondazioni per ordine del Padre Maestro Ripalda della Compagnia di Gesù, allora mio confessore e rettore del collegio di Salamanca. Ne scrissi alcune in quella città, nel monastero del glorioso S. Giuseppe, l'anno 1573. Poi, assorbita da molte altre occupazioni, sospesi ogni cosa, decisa di non continuare, sia perché, andata altrove, non mi confessavo più da quel Padre, e sia perché lo scrivere mi costava assai. - Tuttavia, avendolo fatto per obbedienza, ne riguardo la fatica come bene impiegata.

Ero ferma in questa idea, quando il P. Maestro fra Girolamo Gracián della Madre di Dio, attualmente commissario apostolico, mi comandò di proseguire. Disobbediente come sono, gli opposi il poco tempo che avevo e varie altre difficoltà che mi vennero in mente, facendogli insieme osservare che questa fatica, aggiunta a tante altre, mi era troppo pesante. Ma egli mi comandò di continuare, sia pure a poco a poco, e come meglio potessi.

 

23 - Obbedii, ed ora accetto volentieri che persone illuminate cancellino tutto quello che vi sarà di mal detto, potendo darsi benissimo che quanto a me sembra il più bello sia invece il peggiore. Finisco oggi, vigilia di S. Eugenio, 14 novembre 1576, nel monastero di S. Giuseppe di Toledo, dove mi trovo per comando del commissario apostolico P. Maestro fra Girolamo Gracián della Madre di Dio, superiore attuale degli Scalzi e delle Scalze della Regola primitiva e visitatore dei Mitigati di Andalusia. - Sia tutto a gloria e a onore di nostro Signor Gesù Cristo che regna e regnerà per tutti i secoli! Amen.

 

24 - Chiedo per amor di Dio alle sorelle ed ai fratelli che leggeranno questo libro, di raccomandarmi al Signore affinché mi usi misericordia, mi liberi dal purgatorio se lo avrò meritato, e mi permetta di andarlo a godere. Giacché, me vivente, non lo dovrete vedere, la fatica da me sostenuta nello scriverlo e il gran desiderio che ho avuto, scrivendolo, di dire qualche cosa che vi fosse di conforto, mi siano di qualche utile almeno dopo la morte, se parrà bene ai Superiori che l'abbiate a leggere.[267]

 

 

CAPITOLO 28

 

Fondazione di Villanueva de la Jara

 

1 - Dopo la fondazione di Siviglia non se ne fecero più per quattro anni, causa le persecuzioni che si levarono d'improvviso contro gli Scalzi e le Scalze.[268] Ne avevamo già subite parecchie, ma non mai così forti: un poco ancora e la Riforma sarebbe stata distrutta. Si vide allora da una parte quanto la santità dei suoi principi dispiacesse al demonio, e dall'altra come fosse opera di Dio, il quale non permise che venisse distrutta. Gli Scalzi, specialmente Superiori, patirono moltissimo, per le gravi calunnie e l'opposizione di quasi tutti i Calzati.

 

2 - Il reverendissimo nostro Padre Generale era un gran santo. Tutti i monasteri si erano fondati con il suo consenso, eccetto il primo, quello di S. Giuseppe di Avila, che si era fatto con il permesso del Papa. Ma in seguito a cattive informazioni da parte dei Calzati, s'indispose in tal modo che fece di tutto per sopprimere gli Scalzi.[269] Però con i conventi delle monache si comportò sempre con riguardo. Tuttavia, siccome io non entravo nelle sue viste, s'indispose anche con me. E questa fu la pena più grave di tutte le fondazioni, nelle quali ne avevo sofferto di ben dure.

Abbandonare un'impresa, alla quale vedevo evidentemente legata la maggior gloria di Dio e l'incremento dell'Ordine, non mi era permesso dai dotti teologi che avevo a confessori e a consiglieri, e d'altra parte mi era pure di morte andar contro la volontà manifesta del mio Superiore perché, oltre a dovergli obbedienza come a mio prelato, lo amavo moltissimo, e ben lo meritava. Tuttavia, non avrei potuto contentarlo neppure volendolo, perché vi erano i visitatori apostolici a cui dovevo obbedire per forza.[270]

 

3 - Nel frattempo venne a morte il Nunzio, uomo di grande santità che favoriva molto la virtù e stimava gli Scalzi.[271] Gliene successe un altro che parve mandato da Dio per esercitarci nella pazienza. Era un po' parente del Papa e doveva essere un buon servo di Dio. Ma si dichiarò per i Calzati; e in base alle informazioni che questi gli dettero, credette bene di dover impedire che la Riforma crescesse. Cominciò ad attuare il suo piano con estremo rigore, condannando all'esilio o alla prigione coloro che gli potevano resistere.

 

4 - Quelli che patirono di più furono il P. fr. Antonio di Gesù che aveva fondato il primo convento di Scalzi, e il P. fr. Girolamo Gracián che il Nunzio precedente aveva fatto visitatore apostolico di quei del Panno. Contro quest'ultimo e contro il P. Mariano di S. Benedetto il Nunzio si mostrò indignatissimo. - Di questi Padri ho già parlato nelle fondazione precedenti.

Il Nunzio impose penitenze non molto gravi anche ad altri religiosi fra i più influenti, ma a questi tre proibì sotto molte censure d'intromettersi ancora in qualche cosa.[272]

 

5 - Ben si vedeva che era tutto da Dio, il quale così permetteva per il nostro maggior bene e per far meglio conoscere la virtù di quei Padri, come infatti si vide.

Il Nunzio stabilì come nostro visitatore un Padre del Panno perché visitasse i conventi dei frati e delle monache; e se le cose fossero state come egli credeva, chissà quante noie avremmo avute. Tuttavia ne subimmo di gravissime, come ne scriverà chi meglio di me lo sa fare. Io non faccio che accennarle, affinché le monache che verranno dopo comprendano quanto siano obbligate a promuovere la perfezione, godendo esse pacificamente di un bene, che alle religiose precedenti è costato così caro. Alcune di esse hanno sofferto moltissimo per calunnie assai gravi, tanto che io ne penavo più che delle mie sofferenze, le quali, al paragone, mi erano piuttosto di gioia. Riguardandomi come causa di tutta la tempesta, mi pareva che per calmarla mi dovessero gettare in mare come Giona.

 

6 - Ma sia benedetto il Signore che difende la verità, come fece nel caso nostro!

Quando il nostro cattolico Re don Filippo seppe come andavano le cose, conoscendo la vita e la regolarità degli Scalzi, cominciò a favorirci; e affinché i nostri diritti fossero convenientemente difesi non volle che il Nunzio fosse il nostro unico giudice, ma gli dette quattro assessori, persone assennate, tre dei quali religiosi. Uno di essi era il P. Maestro fr. Pietro Fernandez, uomo di santa vita, di gran sapere e criterio, che era stato visitatore dei Calzati della provincia di Castiglia, e al quale pur noi avevamo prestato obbedienza. Sapeva come vivevano gli uni e gli altri: cosa che appunto si cercava. Quando vidi che la scelta del Re cadde su di lui, tenni l'affare per concluso, come difatti lo è, per misericordia di Dio. - Piaccia a Sua Maestà che sia tutto a onore e a gloria sua!

Si erano dati premura d'informare il Nunzio sul vero stato delle cose anche molti vescovi e signori del regno, ma ben poco avrebbero essi ottenuto se Dio non si fosse servito del Re.[273]

 

7 - Perciò, sorelle, siamo tutte obbligate a non mai cessare nelle nostre preghiere di raccomandarlo al Signore, con tutti quelli che sono venuti in soccorso di questa causa di Dio e della Vergine Signora nostra: non saprei abbastanza raccomandarvelo.

Con tutto quello che ho detto, pensate voi, sorelle, se era possibile continuare le fondazioni. L'unica nostra occupazione era di pregare e fare incessanti penitenze per ottenere che Dio proteggesse i monasteri esistente, se di essi doveva servirsi per la sua gloria.

 

8 - Queste tribolazioni, raccontate così in breve, vi parranno forse da nulla, ma sofferte per tanto tempo ci furono assai gravi,

Quando cominciarono, ero a Toledo, appena tornata dalla fondazione di Siviglia. Era l'anno 1576. Un ecclesiastico di Villanueva de la Jara venne a trovarmi con lettere di quel consiglio municipale, pregandomi di accettare come principio di fondazione nove donzelle che da alcuni anni si erano raccolte in una piccola casa, vicino a un romitaggio dedicato alla gloriosa S. Anna, esistente in quel luogo. Vivevano così ritirate con tanta santità che la popolazione voleva assecondare i loro desideri che erano di farsi religiose. Mi scrisse anche il parroco del luogo, di nome dottor Agostino Ervias, uomo dotto e di gran virtù, che faceva di tutto per favorire quel pio disegno.

 

9 - A me parve che la cosa non si potesse accettare per le ragioni seguenti. Primo: le postulanti erano troppe, e mi pareva che, già avvezze al loro modo di vivere, ben difficilmente si sarebbero adattate al modo nostro. Secondo: avevano appena di che vivere; il luogo è poco più di mille famiglie, e ben misero doveva essere l'aiuto che ci poteva dare per mantenerci di elemosine. Benché il Comune promettesse di assumerne la cura, non mi pareva una cosa stabile. Terzo, perché non avevano casa. Quarto, perché il luogo era lontano dagli altri nostri monasteri. Quinto, perché non avevo ancora veduto le postulanti. Benché me le dipingessero come molto buone, non potevo sapere se avevano le qualità necessarie per il nostro genere di vita: e così risolvetti di rifiutare.

 

10, - Però siccome ho l'abitudine di non contentarmi del mio solo parere ma di prendere consiglio da persone competenti, prima di agire volli consultare il mio confessore, che era il dottor Velázquez, canonico e professore di Toledo, uomo assai dotto e virtuoso, attualmente vescovo di, Osma. Egli, viste le lettere e inteso di che si trattava, mi consigliò di non rifiutare, di rispondere con buone parole, perché, diceva, quando Dio unisce tanti cuori in un sol disegno, vuol dire che vuol servirsene per la sua gloria. Obbedii: non accettai completamente e neppure rifiutai.

Per tutto il tempo che trascorse fino al presente anno 1580, non cessarono d'insistere e d'interporre persone perché mi sollecitassero ad accettare. A me il progetto pareva sempre una follia, ma rispondendo alle loro lettere, non era in mio potere togliere loro la speranza.

 

11 - Avvenne che il P. Antonio di Gesù andasse a passare il suo esilio nel convento di Nostra Signora del Soccorso,[274] distante tre leghe da Villanueva. Di quando in quando vi si recava a predicare, come pure il P. Gabriele dell'Assunzione, priore del convento, religioso di rara prudenza e gran servo di Dio. Amici entrambi del dottor Ervias, cominciarono a trattare con quelle sante sorelle. Rapiti dalle loro virtù, e persuasi dal popolo e dal dottore, presero l'affare come proprio e mi scrissero facendo il possibile per persuadermi ad accettare.

Io allora ero a S. Giuseppe di Malagón, distante da Villanueva più di ventisei leghe. Il Priore venne a parlarmene colà. Mi disse come e in che modo si poteva fare, e che appena eretto il monastero, il dottor Ervias avrebbe dato, col permesso di Roma, trecento ducati di rendita su quella che aveva da un suo beneficio.

 

12 - L'impegno non mi pareva sicuro. Temevo che, fondato il monastero, non venisse mantenuto. Questo timore, unito al poco che le donzelle avevano, mi sembrava sufficiente per non arrendermi. E per provare al P. Priore che quella fondazione non conveniva, gli esposi molte altre ragioni che mi parevano bastanti a convincerlo. Gli dissi di esaminare la cosa con il P. Antonio di Gesù, aggiungendo che la lasciavo sulla loro coscienza. - Le ragioni che gli portavo mi sembravano tali da far abbandonare l’impresa.

 

13 - Appena partito, pensai che non avrebbe mancato - giacché la fondazione gli stava tanto a cuore di trar dalla sua il Maestro fra Angelo de Salazar, attualmente nostro superiore, inducendolo ad accettare. Mi affrettai a scrivere a quest'ultimo supplicandolo di non accordarmene la licenza e dicendogliene i motivi. Ed egli mi rispose che non avrebbe mai acconsentito se non con il mio beneplacito.

 

14 - Passò un mese e mezzo o poco più. Credevo che l'affare fosse ormai tramontato, quando mi giunse un corriere con lettere di quel Comune che si obbligava a provvedere le religiose di tutto quello che sarebbe stato necessario; una lettera del dottor Ervias mi confermava l'impegno, ed altre dei due reverendi Padri che mi raccomandavano la cosa con molto calore.

Il mio imbarazzo era grande. Accettando tante monache, temevo che esse, come suole accadere, facessero partito contro quelle che avrei condotte con me, senza poi dire che il sostentamento del monastero non mi pareva ancora sicuro, perché le risorse proposte non mi sembravano abbastanza garantite. Insomma, mi sentivo molto perplessa. Capii, dopo, che era tutto dal demonio. Nonostante il coraggio di cui Dio mi ha favorita, il maligno mi rendeva tanto pusillanime che mi pareva di non più confidare nel Signore. - Ma le preghiere di quelle sante anime finirono col trionfare di tutto.

 

15 - Se avevo sempre risposto favorevolmente, era per il timore di ostacolare il maggior bene di qualche anima, giacché mio assiduo desiderio è di far lodare il Signore e accrescere il numero di quelli che lo servono.

Un giorno, dopo la comunione, mentre raccomandavo a Dio quest'affare, come spesso facevo, Sua Maestà mi rimproverò severamente, chiedendomi con quali tesori si erano stabiliti i monasteri fin allora fondati: non temessi d'ammettere quella casa perché avrebbe molto contribuito alla sua gloria e al bene delle anime.

 

16 - Le parole di Dio sono tanto efficaci che, oltre a essere persuasive, dispongono l’intelletto a conoscere la verità e muovono la volontà ad eseguire quel che dicono. Così allora mi avvenne: non solo accettai volentieri la fondazione, ma mi parve d'aver fatto male non meno per aver tanto esitato, che per aver dato troppa importanza a considerazioni puramente umane, avendo già veduto le meraviglie operate da Dio per questo sacro Ordine, nelle quali la ragione andava affatto confusa.

 

17 - Ormai decisa di accettare, mi pareva necessario andarci di persona con le monache che vi dovevano rimanere, per le varie ragioni che avevo. Tuttavia quel viaggio mi era molto gravoso, perché, giunta a Malagón assai sofferente, non mi ero ancora rimessa. Però, vedendo che si trattava della gloria di Dio, scrissi al Prelato affinché mi desse gli ordini che credeva. Ed egli mi mandò la licenza per la fondazione con l'ordine di trovarmi presente e di condurvi le monache che avrei creduto.

La scelta mi poneva alquanto in imbarazzo, perché si trattava di monache che avrebbero dovuto vivere con quelle che già vi erano. Raccomandatami con insistenza al Signore, ne presi due dal monastero di S. Giuseppe di Toledo, una delle quali doveva essere priora, e due da Malagón, di cui una per sottopriora. Siccome si era molto pregato, la scelta riuscì felicissima, e io vi riconobbi una non piccola grazia, perché quella non era una fondazione ordinaria, fatta da noi sole, in cui tutto si accomoda facilmente.[275]

 

18 - La popolazione di Villanueva ci provvide l'occorrente per il viaggio. Vennero a prenderci il P. fr. Antonio di Gesù e il P. Priore fr. Gabriele dell'Assunzione, e partimmo da Malagón il 13 febbraio 1580, sabato avanti la quaresima. Piacque a Dio di darci un tempo bellissimo, e a me tanta sanità da parermi di non essere mai stata ammalata. Ne ero stupita io stessa, e andavo considerando quanto importi non lasciarsi arrestare dalla poca salute né da qualunque altra difficoltà, quando si vede che ne è interessata la gloria di Dio. Egli può cambiare i deboli in forti e i malati in sani. Se ciò non fa, vuol dire che il meglio per noi è patire, fissi gli occhi al suo onore e alla sua gloria e dimentichi di noi stessi. Perché la vita e la salute, se non per consumarle per un Re e Signore così grande? Credetemi sorelle: per questa strada non vi verrà mai da pentirvi.

 

19 - Confesso che molte volte la mia viltà e miseria mi hanno fatto temere e dubitare, benché non mai, a quanto mi ricordo - dacché il Signore mi ha dato l'abito di Scalza, e anche da alcuni anni prima -, mi abbia Egli negato nella sua misericordia la grazia di superare ogni timore e di gettarmi a quanto credevo di suo maggior servizio, nonostante le difficoltà che v’incontrassi. Vero è che facevo pochissimo, e lo vedo ad evidenza, ma Dio non vuol da noi che una ferma risoluzione riservandosi di far Lui tutto il resto. - Sia Egli per sempre lodato e benedetto! Amen.

 

20 - Dovevamo fermarci al convento di Nostra Signora del Soccorso, che, come ho detto, è a tre leghe da Villanueva, e di là dar avviso del nostro arrivo. - Così avevano stabilito i due Padri che ci accompagnavano, ed era doveroso obbedirli.

Il convento si trova in un deserto, in mezzo a una deliziosa solitudine. Arrivati vicino, i frati uscirono in buon ordine a ricevere il loro P. Priore. Nel vederli così scalzi, con le loro povere cappe di bigello, ci sentimmo mosse a devozione. Io poi ne rimasi molto intenerita, parendomi di essere ai beati tempi dei nostri primi Padri. Mi sembravano, in quel campo, dei bianchi fiori profumata, come credo che lo siano innanzi a Dio, perché mi pare che là il Signore sia molto servito. Entrarono in chiesa cantando il Te Deum con voci che speravano mortificazione. L'ingresso alla chiesa è sottoterra, come per una grotta che rappresenta quella del nostro Padre Elia.

Ero così contenta che avrei dato per ben impiegato anche un viaggio più lungo. Ma fu non piccolo il mio dolore nel non trovare ancor viva la santa di cui Dio si era servito per fondare quella casa. Avevo tanto bramato di vederla!... Ma non ne fui degna.

 

21 - Non sarà fuor di luogo, credo, riferire a questo punto alcune particolarità della sua vita e mostrare per quali vie il Signore ha voluto che si fondasse là quel convento che tanto bene fa alle anime dei dintorni, secondo quello che mi fu riferito. Inoltre, sorelle, vedendo la penitenza di quella santa, comprenderete quanto noi ne siamo lontane, e farete nuovi sforzi per meglio servire il Signore. Non vi sono ragioni per non essere noi come lei, tanto più che, non discendiamo come lei, da famiglia illustre e delicata. È vero che questo non vale, ma lo accenno per dirvi che era stata allevata fra le delizie conformemente al suo stato. Si chiamava donna Caterina de Cardona, e discendeva dai duchi di questo nome.[276] Ciò nonostante, quando mi scriveva, si firmava soltanto in questo modo: La peccatrice.

 

22 - Altri ne scriveranno la vita e racconteranno quello che lei ha fatto prima che Dio le accordasse così grandi grazie, estendendosi minutamente sui molti particolari che se ne possono dire. Ma nel caso che un tal racconto non abbia, a venirvi fra le mani, dirò qui quello che ho saputo da persone degne di fede che hanno trattato con lei.

 

23 - Quella santa vegliava attentamente sulla sua anima e faceva penitenza pur in mezzo a dame e signori di alto rango. E la sua sete di patimenti andò crescendo in tal modo da sentirsi ispirata a ritirarsi in solitudine per meglio godere Dio e abbandonarsi alla penitenza senza che alcuno glielo impedisse. Ne parlò ai suoi confessori, ed essi non glielo permisero. Il suo disegno era giudicato una follia, e non ne stupisco, perché oggi il mondo è così infatuato di prudenza che par quasi dimenticarsi delle grandi grazie accordate da Dio ai santi e alle sante che lo servirono nei deserti. Ma siccome Sua Maestà non lascia di favorire e di aiutare a mettere in pratica i buoni desideri, dispose che Caterina si confessasse da un certo Padre francescano, chiamato fr. Francesco de Torres, che io conosco molto bene e tengo per un santo. Questi, che da vari anni mena vita di grande fervore, penitenza ed orazione in mezzo a dure persecuzioni, conoscendo le grazie che Dio sa dare a chi si sforza di riceverle, disse a Caterina di non più indugiare e di seguire l'invito che Sua Maestà le faceva. - Non so se le disse proprio così, ma l'immagino, perché Caterina mise subito in atto il suo disegno.

 

24 - Si confidò con un eremita di Alcalà[277] e lo pregò di accompagnarla, supplicandolo di non dir nulla a nessuno. Arrivarono al luogo ove ora sorge il monastero. Caterina vi trovò una Piccola grotta, nella quale entrava appena, e ivi l'eremita la lasciò.

Oh, come doveva esser grande il suo amore se in far questo non pensò ai mezzi con cui vivere, né ai pericoli a cui si esponeva, né all'infamia che poteva averne dalla sua fuga! Quale ebbrezza in quest'anima, di null'altro bramosa che di godere, senza ostacoli, del suo Sposo! Com'era ferma nel proposito di staccarsi affatto dal mondo se così ne abbandonò i piaceri!

 

25 - Meditiamo, sorelle, quest'esempio e consideriamo quanto rapidamente questa donna abbia riportato vittoria su di tutto. Vero è che entrando in questa sacra Religione voi non siete state da meno, perché avete offerto a Dio la vostra volontà e abbracciata una perpetua clausura, ma non vorrei che in alcune di voi i fervori dei primi tempi si raffreddassero alquanto, sino a tornare, su certi punti, ad essere ancora schiave dell'amor proprio. Piaccia a Sua Divina Maestà che ciò non avvenga! Giacché abbiamo imitato questa santa nel fuggire il mondo, cerchiamo di starne lontane anche interiormente.

 

26 - Ho sentito raccontare grandi cose delle sue austerità, ma non se ne deve sapere che la minima parte: in tanti anni di solitudine, con quei desideri di penitenza che aveva e senza alcuno che la moderasse, dovette trattare il suo corpo in maniera orribile. Quello che voglio dire lo so da alcune persone che l'hanno inteso da lei, specialmente dalle nostre monache di S. Giuseppe di Toledo. Quando si recò a visitarle, parlò loro candidamente quasi a sorelle, come del resto usava fare con chiunque, perché di una semplicità ammirabile.

Doveva pur essere umilissima. Fermamente persuasa di non aver nulla da sé, e inaccessibile a ogni sentimento di vanagloria, prendeva piacere a manifestare le grazie di cui Dio la favoriva, affinché il suo nome fosse lodato e benedetto: cosa che per quanti non sono come lei, potrebbe essere pericolosa, o per lo meno aver apparenza di propria lode, dal qual pericolo ella andava assai libera in grazia del suo candore e della sua semplicità. - Su questo punto, infatti, non ho mai udito che fosse stata ripresa.

 

27 - Disse che era stata in quella spelonca otto anni, durante i quali passò molti giorni con sole radici ed erbe selvatiche. Finiti i tre pani avuti dall'eremita che le aveva fatto da guida, non ebbe più nulla fino a quando non capitò da quelle parti un pastorello.[278] Questi la provvide di pane e farina, con cui ella si faceva certe tortelline cotte al fuoco. Non aveva altro, e non se ne cibava che ogni tre giorni. Questo è verissimo, e ne fanno testimonianza i frati che sono là. Quando attendeva alla fondazione del convento, di quando in quando i religiosi l'obbligavano a prendere una sardina o qualche altra cosa del genere, ma era così esausta che n'aveva più danno che vantaggio. Vino, che io sappia, non ne bevve mai. Si disciplinava con una grossa catena, spesso per lo spazio di un'ora e mezza, e talora due. Asprissimi i suoi cilici: una donna che, reduce da un pellegrinaggio, aveva passato la notte con lei, mi raccontò che, fingendo di dormire, aveva visto Caterina levarsi i cilici tutti ingrumati di sangue e pulirli. Ma più terribile era quello che doveva soffrire dai demoni: lo raccontò lei stessa a quelle nostre monache che ho detto. Alle volte le apparivano sotto forma di grossi mastini che l'assalivano alle spalle, ed alle volte sotto quella di serpenti: ma ella non aveva paura.

 

28 - Andava alla sua grotta, e ivi stava e dormiva, anche dopo aver fondato il convento, non uscendone che per recarsi ai divini Uffici. Prima della fondazione, andava a Messa nella chiesa dei Mercedari[279] che sono a un quarto di lega, e talvolta ne faceva la strada in ginocchio. Portava una tonaca di sargia e un abito di bigello, fatto in modo che veniva presa per un uomo.

Dopo alcuni anni di così completa solitudine, Dio volle che la fama delle sue virtù si divulgasse nei dintorni. E fu circondata da tanta devozione che più non si poté salvare dalla gente. Ella parlava a tutti affabilmente e con carità. Ma più si andava innanzi, più il concorso cresceva, e si stimava fortunato chi riusciva a parlarle. Ella ne era stanca, e diceva che la facevano morire. Accadeva alle volte che tutta la campagna fosse coperta di carri. I religiosi, quando si stabilirono colà, non avevano di meglio, per liberarsene, che di sollevarla in alto e farle benedire la folla.[280]

I visitatori le avevano un po' ingrandita la grotta. Ella non aveva mai voluto abbandonarla, neppure quando, dopo otto anni di permanenza, fu assalita da una malattia così grave che credette di morirne.

 

29 - Le venne il desiderio di far là un convento di religiosi, ma indecisa sulla scelta dell'Ordine a cui affidarlo, ne sospese per qualche tempo l'esecuzione. Una volta, mentre pregava innanzi a un crocifisso che portava sempre con sé, nostro Signore le mostrò una cappa bianca e le fece intendere che il convento doveva essere di Carmelitani Scalzi.

Ella non sapeva neppure se questi frati esistessero, perché essi allora non avevano che due conventi, quello di Mancera e quello di Pastrana. Dovette prenderne informazione, e quando seppe che stavano a Pastrana, giovandosi dell'amicizia che la legava da tempo alla principessa d'Eboli, moglie del principe Ruy Gomez da cui Pastrana dipendeva, si portò in quel luogo per trovar modo di fondare il convento che tanto bramava.

 

30 - Colà, nella chiesa di quel convento, dedicata a S. Pietro, prese l'abito di nostra Signora, ma senza intenzione d'esser monaca né di fare la professione. Non fu mai portata a farsi monaca: il Signore la guidava per altra via. Temeva che l'obbedienza le proibisse i suoi rigori e l'obbligasse ad abbandonare la solitudine. - Vestì l'abito di Nostra Signora del Carmine alla presenza di tutti i religiosi.[281]

 

31 - Era presente anche il P. Mariano, di cui ho parlato in questo libro. Ed egli mi disse che durante la cerimonia ebbe una sospensione o rapimento che lo trasse dai sensi nel quale stato vide una moltitudine di frati e di monache uccisi: chi decapitato, chi con le braccia e le gambe troncate: visione che sembrava indicare un martirio.

Quello non è uomo d'affermare una cosa che non abbia vista: tanto più che a sospensioni di questo genere non è abituato, non conducendolo il Signore per questa via.

Pregate Dio, sorelle, che ciò si avveri e che meritando di assistere ai nostri giorni a un sì gran bene, possiamo far parte di quel numero.

 

32 - La santa Cardona[282] cominciò ad occuparsi della fondazione fin da Pastrana, e a questo scopo tornò alla Corte da cui era partita con tanta gioia. Ciò non le dovette essere di poca pena, e non le mancarono mormorazioni e travagli. Quando usciva di casa non poteva liberarsi dalla gente: e così in tutti i luoghi dove andava. Alcuni le tagliavano l'abito, altri la cappa. Di là andò a Toledo e alloggiò dalle nostre monache, le quali poi mi assicurarono che dalla sua persona usciva un profumo così soave che eccitava a lodare Dio, come quello delle reliquie. Odoravano in quel modo anche l'abito e la cintura che ella lasciò a loro, in cambio di altri avuti dal monastero. Più l'avvicinavano e più il profumo aumentava, benché la stoffa delle vesti e il gran caldo che faceva dovessero produrre diverso effetto. So che quelle monache non dicono nulla che non risponda a verità. Ne rimasero tutte edificate.

 

33 - Caterina ebbe doni sufficienti, alla Corte e altrove, per la fondazione che bramava, e ottenutane la licenza, il convento fu eretto. La chiesa fu costruita dove era la sua grotta, ed ella si ritirò in un'altra scavata un po' più lontano, dove le costruirono, in rilievo, un santo sepolcro, e dove essa passava i giorni e le notti quasi di continuo.[283] Ma le servì solo per poco, perché non sopravvisse alla fondazione che circa cinque anni e mezzo. Del resto, con le austerità che praticava pareva soprannaturale anche quello che aveva vissuto. Se ben ricordo, morì nel 1577,[284] e le fecero solennissimi funerali a cura di un certo cavaliere, chiamato fr. Giovanni de León, che molto la venerava. Fu sepolta nella cappella di nostra Signora, di cui era grandemente devota, in attesa che i frati costruiscano una chiesa più vasta per conservarvi dignitosamente le sue spoglie benedette.[285]

 

34 - Grande è la devozione che si ha per lei a quel convento. Pare che Caterina vi sia ancora presente, specialmente quando si contempla il deserto e si ammira la grotta in cui visse prima della fondazione. Mi fu assicurato che, stanca e afflitta di vedersi visitata da tanta gente, voleva ritirarsi in un altro luogo dove nessuno la conoscesse. Mandò a cercare l'eremita che le aveva fatto da guida la prima volta, affinché la conducesse altrove, ma era morto.

Nostro Signore non permise che se n'andasse perché voleva che si erigesse in quel luogo una casa della Madre sua, nella quale ora vedo che è molto ben servito. I religiosi vi si trovano assai bene, e visibile è la gioia che godono nell'essere così lontani dal mondo, specialmente il Priore, che Dio ha chiamato al nostro abito da una vita assai comoda, ricompensandolo però molto bene con delizie spirituali.[286]

 

35 - Vi fummo ricevute con molta carità[287] e ci dettero, per la chiesa che andavamo a fondare, alcuni paramenti della loro, che ne era largamente provveduta, grazie alla benevolenza di cui molte persone di qualità avevano circondata quella santa donna.

Grande la mia gioia durante il soggiorno in quel luogo, sebbene mista a non piccola confusione che mi dura tuttora. Pensando a colei che in quei luoghi si era data a così aspra penitenza, vedevo che era donna al par di me, più delicata di me per esser quella che era e non così piena di peccati come me: anzi, in ciò non vi è affatto paragone, per aver io avuto da Dio maggiori e svariate grazie straordinarie, fra le quali quella di non esser già nell'inferno, come mi meritano i miei grandi peccati. Mi consolavo alquanto con il desiderio che avevo di imitare i suoi esempi, ma era una consolazione da poco perché vedevo che la mia vita era andata tutta in desideri senza alcuna opera. - Mi valga la misericordia di Dio nella quale ho sempre confidato, per i meriti del suo santissimo Figliolo e della Vergine Signora nostra, di cui, per bontà di Dio, porto l'abito.

 

36 - Un giorno, in quella santa chiesa, dopo essermi comunicata, mi venne un grande raccoglimento, accompagnato da una tale sospensione che mi tolse dai sensi. Mi apparve quella santa donna in visione intellettuale, sotto forma di corpo glorioso, circondata da vari angeli. Mi disse di non stancarmi, ma di proseguire a fondare. E intesi, benché non lo dicesse, che mi aiutava presso Dio. Aggiunse un'altra cosa che non credo utile riportare. Rimasi molto consolata e con gran desiderio di lavorare. - Spero nella bontà di Dio e con l'aiuto delle sue preghiere di poter servire il Signore almeno in qualche cosa.

Vedete, dunque, sorelle, come presto finirono i suoi travagli, mentre eterna sarà la gloria che ora gode! Sforziamoci, per amor di Dio, di imitare questa nostra sorella! Disprezziamo noi stesse, come ella fece, perché tutto passa, tutto finisce, e la nostra giornata presto volgerà alla fine.

 

37 - Arrivammo a Villanueva de la Jara la prima domenica di quaresima dell'anno 1580, festa di S. Barbaziano e vigilia della Cattedra di S. Pietro.[288] Si pose il SS. Sacramento lo stesso giorno, nella chiesa della gloriosa S. Anna, all'ora della Messa grande. Uscirono ad incontrarci tutti i membri del municipio, il dottor Ervias e varie altre personalità. Smontammo presso la chiesa parrocchiale, assai lontana da quella di S. Anna. La popolazione era piena di gioia, e grandissimo il mio contento nel vedere l'allegrezza con cui si riceveva I' Ordine della SS. Vergine Signora nostra. Udivamo da lontano lo squillare delle campane. Entrate in chiesa, intonarono il Te Deum che fu eseguito alternativamente dall'organo e dalla cappella dei cantori. Finito il canto, si pose sopra un trono il SS. Sacramento, e sopra un altro la statua della Madonna. Vi erano molte croci e stendardi, e la processione si mosse con grande devozione. Noi eravamo in mezzo, vicino al SS. Sacramento, con le nostre cappe bianche e i veli calati sul viso; vicino a noi i nostri Padri Scalzi, venuti in gran numero dal loro convento; poi i Padri Francescani del locale convento di S. Francesco, e infine un Padre Domenicano di passaggio, la cui vista mi fu di grande consolazione, benché fosse solo. Siccome il percorso era lungo, vi avevano eretto molti altari, presso i quali si fermavano di tanto in tanto per cantare delle strofe in onore del nostro Ordine. Noi ne eravamo commosse, come pure nell'udire le lodi che il popolo innalzava al gran Dio che si portava presente, e nel veder l'onore che si rendeva per amor suo a sette Scalze poverelle che andavano là. Grande la mia confusione nel vedermi fra loro, persuasa che, ad esser trattata come meritavo, avrebbero dovuto voltarsi tutti contro di me.

 

38 - Vi ho parlato a lungo dell'onore reso all'abito della Vergine perché ne lodiate il Signore e lo preghiate di servirsi di quella casa per la sua maggior gloria. Però, io sono più contenta quando una fondazione si fa nei travagli e nelle persecuzioni. Allora ve ne racconto la storia più volentieri.

Ben è vero che avevano assai sofferto per quasi sei anni - o almeno per più di cinque e mezzo - quelle nostre sorelle che si erano là riunite nella casa della gloriosa S. Anna. Non vi parlo della loro grande povertà né della difficoltà che avevano per procurarsi da mangiare. Non avevano mai chiesto elemosina per non dar a credere che si fossero là rinchiuse per essere mantenute. Facevano grandi penitenze, digiunavano molto, mangiavano poco; i letti cattivi, la casa piccolissima: tutte cose che riuscivano assai penose per la stretta clausura da loro costantemente osservata.

 

39 - Tuttavia mi dissero che la loro più grande sofferenza, era dal vivo desiderio di vedersi col nostro abito: ne erano tormentate giorno e notte, sempre con la paura di non vedersi esaudite. Le loro lacrime e preghiere non miravano che a ottenere da Dio questa grazia. E quando vedevano che si frapponeva qualche ostacolo, si affliggevano grandemente e raddoppiavano le penitenze. Si toglievano di bocca il poco che guadagnavano per pagare i corrieri che spedivano a me e dar qualche pegno di riconoscenza - sempre in proporzione della loro povertà - a quelli che potevano alquanto aiutarle. Ora che le ho conosciute e ne ho veduta la santità, riconosco che le loro lacrime e le loro preghiere hanno ottenuto che l'Ordine le accettasse. Per un monastero esse sono un tesoro assai più prezioso di tutte le rendite possibili, e spero che quella casa vada sempre più prosperando.

 

40 - Quando entrammo in casa, erano tutte alla porta interiore, ognuna vestita a modo suo, vale a dire com'erano entrate, perché nell'attesa del nostro abito, non avevano voluto prendere quello di beate. Però erano vestite molto modestamente, benché dessero a vedere dal modo con cui erano conciate, la poca cura che avevano di sé. Erano quasi tutte emaciate, segno evidente delle loro grandi penitenze.

 

41 - Ci ricevettero con grandi lacrime di gioia, manifestamente sincere. Prova evidente della loro grande virtù è l'allegrezza che ora godono, l'umiltà e l'obbedienza con cui sottostanno alla Priora e a quelle che sono andate alla fondazione, desiderose di compiacerle in tutto. - Temevano che alla vista della loro povertà e della piccolezza della casa ce ne fossimo subito ripartite.

Fin allora nessuna aveva esercitato autorità: ognuna lavorava più che poteva con grande spirito di fratellanza. Le due più anziane trattavano gli affari che occorrevano, e le altre non parlavano, né volevano parlare con alcuno. La porta era senza chiave, ma nessuna osava avvicinarla. Aveva un picchiotto; e quando vi era da rispondere, lo faceva la più anziana, dormivano pochissimo per guadagnarsi da mangiare senza trascurare l'orazione, nella quale spendevano varie ore: le feste poi, tutta la giornata. Per i loro bisogni spirituali si servivano dei libri di fra Luigi di Granada e di fra Pietro d'Alcantara.

 

42 - Spendevano molto tempo nella recita dell'Ufficio divino che leggevano come meglio sapevano, perché una sola sa leggere bene. I breviari poi non erano uguali. Alcune li avevano dell'antico rito romano, dati loro da certi preti a cui non servivano più,[289] ed altre di altro genere, come avevano potuti averli. E v'impiegavano molte ore, perché non sapevano leggere. Ma lo recitavano in un luogo da dove non erano udite. Senza dubbio, il Signore avrà gradito la loro fatica e la loro buona intenzione, a verità ne dovevano dire ben poche!... - Quando il P. fr. Antonio di Gesù cominciò a trattare con loro, fece che si contentassero di recitare l'Ufficio della Madonna.

Avevano un forno dove cuocevano il pane. Facevano tutto in buon ordine, come se avessero avuto una Superiora.

 

43 - lo ne ringraziavo il Signore. Più le praticavo, più mi chiamavo contenta d'esserci andata, tanto, che in nessun modo, mi sembra avrei voluto lasciare di consolarle, neanche se avessi dovuto affrontare ogni sorta di travagli. Quelle fra le mie compagne che rimasero con loro, mi dissero che in principio ne avevano ripugnanza, ma dopo, avendole meglio conosciute e scoperte le loro virtù, ne erano contentissime e le amavano molto.

Oh, potenza della virtù e della santità! È ben vero che le mie compagne erano tali che, con la grazia del Signore, avrebbero sopportato ogni travaglio e difficoltà, giacché il loro più grande desiderio è di soffrire per Dio.

Del resto, non si tenga per vera Scalza la monaca, che non senta in sé questa brama. I nostri desideri non devono già essere di riposare, ma di patire, onde imitare almeno in qualche cosa il nostro vero Sposo. - Piaccia a Sua Maestà di darci in ciò la sua grazia! Amen.[290]

 

44 - Ecco ora l'origine del romitorio di S. Anna.

Viveva in quel luogo di Villanueva de la Jara un ecclesiastico, nativo di Zamora, che per qualche tempo era stato frate di Nostra Signora del Carmine. Si chiamava Diego de Guadalajara, ed era devoto della gloriosa S. Anna, in onore della quale aveva fatto costruire un romitorio vicino a casa sua, da cui poteva ascoltare la Messa. Nella sua grande devozione era andato fino a Roma, dove aveva ottenuta una Bolla con molte indulgenze per detta chiesa o romitorio. Era uomo virtuoso e amante del ritiro. Venuto a morte, ordinò per testamento che, della casa e di tutto quello che aveva, si facesse un monastero di Nostra Signora del Carmine. In caso che questo non si potesse fare, vi si doveva fondare una cappellania con l'obbligo di alcune Messe settimanali: obbligo che sarebbe cessato, se si fosse fondato il monastero.

 

45 - Stettero così con un cappellano per più di vent'anni, durante i quali i beni diminuirono di molto. Al loro ingresso, quelle donzelle non ebbero che la casa. Il cappellano abitava in un'altra della stessa cappellania, e che ora lascerà con tutto il resto. È sempre poco cosa, ma la misericordia di Dio è molto grande e non mancherà di favorire la casa della sua Ava gloriosa.[291] - Possa il Signore esservi sempre servito, e tutte le creature lo lodino per sempre in eterno! Amen.

 

 

CAPITOLO 29

 

Fondazione del monastero di Palencia, fatta la festa del Re Davide dell'anno 1580, sotto il titolo di S. Giuseppe di Nostra Signora della Strada

 

1 - Tornata dalla fondazione di Villanueva de la Jara, il Prelato[292] mi comandò di recarmi a Valladolìd per accondiscendere alla domanda del Vescovo di Palencia, don Alvaro de Mendoza, colui che aveva accettato e protetto il nostro primo monastero, quello di S. Giuseppe di Avila, e che non cessa di favorire quanto concerne il nostro Ordine. Trasferito dalla sede di Avila a quella di Palencia, nostro Signore gli aveva ispirato di fondarvi un monastero del nostro santo Ordine.[293]

Giunta a Valladolìd, fui colpita da una malattia così grave che credettero ne dovessi morire.[294] Ne uscii così depressa che mi pareva di non esser più buona a nulla, tanto che non sapevo risolvermi per la fondazione, nonostante che la Priora del monastero di Valladolìd[295] la desiderasse molto e facesse di tutto per stimolarmi. Oltre a ciò, non ci vedevo un fondamento, perché il luogo è molto povero, il monastero doveva essere senza rendite, e mi dicevano che non avrebbe potuto mantenersi.[296]

 

2 - Era più d'un anno che si andava parlando di questa e della fondazione di Burgos, e mai mi ero sentita così contraria come allora. Vi scorgevo una quantità d'inconvenienti. Eppure non ero andata a Valladolìd altro che per questo. Non so se ne fosse causa la malattia, la grande debolezza che mi era rimasta, oppure il demonio, bramoso d'impedire il bene che n'è poi venuto. Vero è che nel vedere la, povera anima partecipare in tal modo alla debolezza del corpo, rimango stupita e afflitta, e spesso me ne lamento con Dio.

 

3 - Il corpo assoggetta l'anima a tanti bisogni e necessità da sembrare che per forza ella debba obbedire alle sue leggi. E una delle più gravi angosce e delle miserie più dure di questa vita è quando ella non ha tanta energia da sottrarsi al suo impero. Penoso, senza dubbio, è aver malattie e soffrire gravi dolori, ma se l'anima è libera, è un nulla, perché essa, considerando che tutto viene da Dio, ne prende motivo per lodarlo. Ben terribile invece è sentirsi impotenti, specialmente per un'anima le cui brame più vive siano di sacrificare ogni suo riposo, interiore ed esteriore, per dedicarsi interamente al servizio del suo gran Dio. Allora non può far altro che pazientare, riconoscere la propria miseria e abbandonarsi alla volontà di Dio, affinché Egli si serva di lei dove e come vuole.

Tale era lo stato in cui allora mi trovavo. Benché già in convalescenza, mi sentivo ancora molto debole, priva pure di quella fiducia che Dio suole infondermi quando si tratta di dar principio a una fondazione. Mi sembrava tutto impossibile. Ne avrei avuto vantaggio se mi fossi imbattuta in chi mi avesse incoraggiata, ma gli uni aumentavano i miei timori, e gli altri non mi davano che lievissime speranze. per cui la mia pusillanimità non si sapeva risolvere.

 

4 - Venne a passare per Valladolìd un Padre della Compagnia di Gesù, chiamato Maestro Ripalda, gran servo di Dio, dal quale un tempo mi ero pure confessata.[297] Gli feci conoscere il mio stato, e dichiarandogli che intendevo mi tenesse le veci di Dio, lo pregai di dirmi il suo parere. Cominciò col farmi molto coraggio dicendomi che quella prostrazione di animo era effetto di vecchiaia, benché non fosse vero e lo vedessi anch'io, perché oggi, quantunque più vecchia non mi sento in quello stato. Lo vedeva anche lui, ma lo faceva per mortificarmi, affinché mi persuadessi che quei timori non venivano da Dio. Non venivano neppure dal non aver io alcuna risorsa né per la fondazione di Palencia né per quella di Burgos di cui pure mi occupavo, perché, d'ordinario, comincio con ancora meno. Fatto sta che mi disse di andare avanti, come mi era stato detto poco prima in Toledo da un provinciale della Compagnia di Gesù, chiamato Baldassarre Alvarez.[298] Ma allora stavo bene.

 

5 - Quella risposta non fu sufficiente. Mi lasciò più animata, ma non del tutto decisa, inceppata come ero dal demonio o, come ho detto, dalla malattia. Tuttavia mi sentii più disposta. La Priora di Valladolìd, a cui la fondazione di Palencia stava molto a cuore, faceva di tutto per incoraggiarmi, ma nel vedere la mia esitazione finì anch'essa per temere. - Giacché non bastano a infervorarmi né gli uomini né i servi di Dio, venga il vero caldo, onde si veda come spesso in queste fondazioni non sia io che operi ma Colui che può tutto!...

 

6 - Un giorno, dopo la comunione, mentre ero in questi dubbi, decisa a non far più fondazioni, supplicai nostro Signore di darmi luce per uniformarmi in tutto al suo volere, poiché le mie pusillanimità non erano mai tali da raffreddarmi, anche di poco, in questo mio desiderio. E il Signore mi disse, rimproverandomi: «Di che temi? Quando io ti sono mancato? Sono ancor oggi quello che fui per l'addietro!... Non tralasciar di fare queste due fondazioni!».

Oh, gran Dio! Come sono diverse le vostre parole da quelle degli uomini! Rimasi così piena di coraggio e decisione che il mondo intero non avrebbe potuto arrestarmi. Cominciai subito ad occuparmene, e nostro Signore me ne dette i mezzi.

 

7 - Presi con me due monache, con la dote delle quali avrei acquistato la casa.

Mi dicevano che a Palencia era impossibile vivere di elemosina. Ma era come se non mi dicessero nulla, perché allora di rendite non v'era modo d'averne. Il Signore, che mi aveva detto di fondare, non avrebbe mancato d'aiutarmi. E così decisi di partire, benché la stagione fosse molto fredda, e io non del tutto rimessa.

Lasciai Valladolìd il giorno degli Innocenti dell'anno che ho detto. Saremmo entrate in una casa che ci veniva ceduta fino a S. Giovanni dell'anno seguente un cavaliere del luogo, il quale l'aveva presa in affitto e poi si era ritirato altrove.[299]

 

8 - Avevo scritto a un canonico della città. Io non lo conoscevo, ma un suo amico mi aveva detto che era un servo di Dio, e io mi ero persuasa che ci avrebbe aiutato. Come si è visto nelle altre fondazioni, il Signore, conoscendo il poco che io so fare, sceglie per ognuna di esse chi gli possa dar aiuto.

La casa era ancora abitata da un inquilino, e io avevo pregato quel canonico di farla sgombrare con la maggior possibile segretezza, senza dirne il motivo, parendomi sempre più sicuro tenere la cosa segreta, malgrado che varie persone di qualità, specialmente il Vescovo, n'avessero mostrato desiderio.

 

9 - Il canonico Reinoso - che così si chiamava l'ecclesiastico a cui mi ero rivolta[300] - fece tutto a meraviglia: non contento di ottenerci lo sgombero della casa, ci fece trovar pronti anche i letti, e varie altre comodità con grande compitezza.

Veramente ne avevamo bisogno perché il freddo era intenso, e il giorno prima avevamo molto sofferto per una nebbia così fitta che impediva quasi di vederci. Ma riposammo ben poco: bisognava preparare il posto per celebrare la Messa il giorno dopo, prima che il nostro arrivo si risapesse, avendomi dimostrato l'esperienza delle altre fondazioni esser questo il sistema migliore, perché se si attende che ognuno dica la sua, il demonio intorbida le cose e finisce con inquietare, anche se non sempre riesce nei suoi intenti.

Si fece dunque così, e all'indomani mattina, poco prima dell'alba, ci celebrò la Messa un ecclesiastico, gran servo di Dio, di nome Porras, venuto con noi, insieme a un amico delle Monache di Valladolìd, chiamato Agostino de Vitoria.[301] Quest'ultimo mi aveva prestato dei denari per sistemare la casa, e assistita nel viaggio con ogni sorta di attenzioni.

 

10 - Me compresa, le monache erano cinque, più una sorella conversa che mi accompagnava da vario tempo, così prudente e gran serva di Dio da essermi più utile di molte coriste.[302] Quella notte dormimmo poco, malgrado che il viaggio fosse stato assai faticoso per le molte piogge cadute.

 

11 - Si diede principio alla fondazione il giorno che si faceva l'ufficio del re Davide, e grande ne fu la mia gioia perché io gli sono devota.[303] La mattina stessa feci avvisare l'illustrissimo signor Vescovo. Egli, che ignorava il giorno del mio arrivo, venne immediatamente al monastero con quella grande carità che ci ha sempre dimostrata. Promise di fornirci il pane necessario, e incaricò il suo Vicario Generale di procurarci varie cose. - Il nostro Ordine gli è molto obbligato: dovere di chi leggerà questo scritto sarà di raccomandarlo incessantemente al Signore, vivo o morto che sia. Ve lo chiedo in carità.

Straordinaria e universale la gioia che si diffuse in città alla notizia della fondazione, senza che alcuno si dimostrasse contrario. Vi contribuì molto il sapere che era voluta dal Vescovo, al quale la gente è molto affezionato. Del resto, io non ho mai visto un popolo tanto buono e di così nobili sentimenti come quello di Palencia, per cui mi rallegro, ogni giorno più, d'aver là fondato un monastero.

 

12 - Siccome la casa non era nostra, cominciammo subito le pratiche per comperarcene una. Era in vendita anche quella che occupavamo, ma era mal situata, mentre con la dote delle monache che avevo con me, mi pareva di poterne acquistare una migliore. Si trattava di una somma che, senz'essere considerevole, tuttavia, per quel luogo, poteva dirsi molto alta. Ma non si sarebbe fatto nulla se il Signore non ci avesse mandato i buoni amici di cui ho detto.

Il buon canonico Reinoso ci condusse un suo amico, di nome canonico Salinas,[304] uomo di grande criterio e carità. Ne presero entrambi così vivo pensiero, come se si fosse trattato dei loro stessi interessi; anzi, più ancora, e non cessarono di circondare quella casa della loro più viva devozione.

 

13 - Vi è in Palencia un certo luogo di pietà dedicato alla Madonna, specie di romitaggio chiamato di Nostra Signora della Strada, per la quale la città e le popolazioni dei dintorni hanno grande devozione e vi accorrono in gran folla. A Sua Signoria e a ogni altro parve che noi saremmo state bene vicino a quella chiesa. Benché il santuario non avesse casa propria, tuttavia ne aveva vicino due, le quali, unite alla chiesa, ci sarebbero bastate.

La cappella apparteneva al Capitolo e a una Confraternita. Cominciammo le pratiche per ottenerne la proprietà. Il Capitolo cedette immediatamente, ma non così la Confraternita. Dopo aver molto lottato, finì anch'essa col cedere. - La popolazione di Palencia, ripeto, è una delle più cortesi che io abbia mai visto in vita mia.

 

14 - Quando i proprietari delle due case intesero che noi intendevamo comprarle, ne elevarono il prezzo, e a ragione. Volli andare a vederle. Mi sembrarono così cattive che in nessun modo avrei voluto acquistarle. - E del medesimo parere erano quelli che ci accompagnavano. - Si è poi visto chiaramente che in quell'impressione vi entrava molto il demonio a cui dispiaceva che noi andassimo là.

Inoltre, i due canonici che si occupavano dell'affare, trovavano che le case erano troppo lontane dalla cattedrale: ciò che era vero, benché fossero nel quartiere più popolato della città. Insomma, quel luogo non ci conveniva e decidemmo di cercarne un altro. E i due canonici vi si misero con tanta cura e diligenza che mi veniva da lodare il Signore. Visitarono tutte le case che credevano convenirci, e finalmente ne trovarono una di loro gusto, appartenente a un certo Tamayo. Aveva varie stanze disposte così bene che ci sarebbero state assai utili, senza poi dire che era vicino al palazzo di un distinto gentiluomo, chiamato Suero de la Vega,[305] nostro grande benefattore, desideroso pur lui, non meno di altre persone del quartiere, che noi andassimo là.

 

15 - Però il locale era insufficiente. Con quello ce n'offrivano un altro, ma disposto in tal modo da non potersi unire al primo in modo conveniente. Tuttavia, stando a quello che mi dicevano, desideravo accettare. Ma quei due signori non volevano far nulla se prima non fossi andata io sul posto. Mi ripugnava tanto uscire fra la gente che non volevo accondiscendere, tanto più che mi fidavo di loro in ogni cosa. Finalmente andai. Visitai anche le case di Nostra Signora, non già con animo di acquistarle ma per poter dire all'altro proprietario che, dopo tutto, le sue case non erano le sole che si potevano comperare. Quei locali mi parvero così inadatti - e altrettanto alle mie compagne - che ancor oggi non possiamo ricordare, senza grande meraviglia, come ci siano tanto dispiaciuti.

Andammo a vedere l'altra casa ormai decise ad acquistarla. Presentava gravi inconvenienti, ma non ci arrestammo. E dire che era anche assai difficile sistemarla, perché, per farvi una cappella, sia pure di modeste dimensioni, avremmo dovuto abbattere la parte di fabbricato che meglio serviva ad abitazione.

 

16 - Com'è curioso andare innanzi a forza di preconcetti! Tuttavia il caso mi giovò molto a diffidare di me stessa, sebbene l'ingannata non fossi io sola.

Decidemmo dunque di comperare quella casa, di darne il prezzo richiesto, che era assai alto, e di scriverne al proprietario, che non stava in città, ma poco lontano.

 

17 - Forse vi stupirete nel vedermi tanto indugiare intorno all'acquisto di una casa. Ma lo faccio perché intendiate lo scopo a cui mirava il demonio nell'impedire che andassimo a stabilirci vicino 'alla Madonna. - Non posso mai ripensarvi senza provarne spavento.

 

18 - Come ho detto, eravamo decisi per la casa di Tamayo. Ma il giorno dopo, durante la Messa, mi venne da chiedermi se facevo bene. Il dubbio e l'agitazione si impossessarono di me, impedendomi, per tutto quel tempo, di starmene raccolta. Andai a ricevere il SS. Sacramento. Appena fatta la comunione, intesi queste parole che mi decisero fermamente a lasciar la casa fissata per prendere quella di Nostra Signora: «Questa ti conviene».

Pensai subito alla difficoltà di dover rompere un affare già tanto inoltrato, intorno al quale avevano lavorato così ardentemente quei miei amici che tanto lo desideravano. Ma il Signore mi disse: «Non sanno essi quanto io sono offeso in quel luogo! Il monastero vi porrà rimedio».

Mi venne da pensare che quanto udivo fosse un'illusione, ma non sapevo persuadermene, per riconoscere io ad evidenza l'operazione di Dio nell'effetto che quelle parole mi producevano. Infatti Egli aggiunse subito: «Sono io». - Una pace profonda inondò la mia anima, e le mie angustie cessarono del tutto.

 

19 - Non sapevo come ritornare sul già fatto e disdire il gran male che avevo detto di quella casa, specialmente alle mie sorelle, alle quali l'avevo presentata come inaccettabile, con raggiunta che per nulla al mondo avrei voluto che vi fossimo andate senza averla prima veduta. Questo, tuttavia, non era ancora il peggiore, perché so che le mie sorelle giudicano sempre per bene presa ogni mia decisione. Mi angustiavo di più per i nostri amici che desideravano l'altra casa, temendo che nel vedermi cambiar parere così presto, mi giudicassero volubile e leggera: difetto che io aborro grandemente. Ma queste paure non infirmavano, né in poco né in molto, la risoluzione già presa di scegliere la casa di Nostra Signora, le cui scomodità avevo già tutte dimenticate. Se la presenza delle monache poteva impedire un sol peccato veniale, il resto non m'importava. - Nessuna delle mie sorelle avrebbe pensato altrimenti, se avesse saputo quello che Dio mi aveva detto.

 

20 - Ricorsi a questo mezzo.

Mi confessavo dal canonico Reinoso, uno dei due che mi aiutavano. Fin allora non gli avevo mai detto nulla delle grazie straordinarie di cui ero favorita, perché non mi si era mai presentata un'occasione in cui ne avessi sentito il bisogno. Ma siccome, per essere più sicura, sono solita in simili circostanze prendere consiglio dal mio confessore, decisi di parlargliene in grande segreto. Mi sarebbe stato assai grave se mi avesse consigliata diversamente da quanto avevo inteso, ma l'avrei seguito ugualmente, nella speranza che poi il Signore avrebbe fatto come già altre volte, ossia, cambiato d'avviso il confessore, affinché, quantunque di sentimento diverso, mi consigliasse conformemente al suo.

 

21 - Cominciai col dirgli che il Signore si degnava spesso di parlarmi e che dagli effetti fin allora osservati si era potuto vedere che si trattava del suo spirito. Poi gli raccontai quello che avveniva, aggiungendogli, però, che avrei seguito il suo parere a qualunque costo. Uomo santo e prudente com'egli è, capace di dar consigli in ogni cosa, nonostante la sua giovane età,[306] comprese che un tal cambiamento avrebbe destato ammirazione, ma non volle proibirmi d'attenermi a quanto mi era stato detto. Gli proposi d'attendere il ritorno del corriere inviato al proprietario della casa, e acconsentì. Da parte mia speravo che il Signore togliesse di mezzo ogni difficoltà, come infatti avvenne.

Il proprietario della casa si fece a domandarci altri trecento ducati, nonostante gli avessimo dato quanto ci aveva chiesto: era un'esagerazione, perché gliela pagavamo già troppo. Aumentare allora il prezzo stabilito, nonostante che la vendita gli convenisse, era addirittura irragionevole, e noi ci vedemmo l'intervento del Signore.

 

22 - Questa occasione ci servì a meraviglia: gli facemmo subito sapere che con lui non si sarebbe fatto più nulla.

Veramente quella sua pretesa non ci giustificava del tutto', perché trecento ducati di più non erano un motivo sufficiente per abbandonare una casa che ci era sembrata così adatta a monastero. Quanto alla mia riputazione, dissi al confessore di non darsene pensiero. Se gli pareva bene di cambiare, ne parlasse pure al suo compagno, dicendogli che ero decisa per la casa di Nostra Signora, buona o cattiva che fosse, e a qualsiasi prezzo. - L'amico che è d'ingegno assai sveglio, vedendo quel mutamento così repentino dovette immaginare quale ne fosse il motivo senza che alcuno glielo dicesse, e non insistette.

 

23 - Abbiamo poi veduto il grave errore che si sarebbe fatto nel comperare l'altra casa, mentre al presente non finiamo di meravigliarci nel considerare i vantaggi di questa, prescindendo pure dal fatto - principale, del resto - che nostro Signore e la sua Madre gloriosa vi sono manifestamente serviti e vi s'impediscono molte occasioni di peccato. Quando non era che un semplice romitaggio, vi si potevano commettere, nelle lunghe veglie notturne, molte cose che il demonio aveva interesse di non veder cessare. E noi ora ci rallegriamo di poter, in tal modo, rendere qualche servizio alla nostra Madre, Signora e Protettrice nostra. L'unico torto è di non esserci andate prima: avrebbe dovuto bastarci questa sola considerazione.

Si è poi veduto che il demonio faceva di tutto per accecarci, perché questa casa offre tali comodità che invano si cercherebbero altrove. Grandissima la consolazione del popolo che qui ci desiderava. Ne rimasero soddisfatti anche quelli che ci volevano nell'altra casa, e trovano che si è fatto bene così.

 

24 - Benedetto eternamente Colui che mi ha dato la sua luce! È sempre Lui che m'illumina quando riesco a far qualche cosa di buono! Quanto a me, non passa giorno senza che più mi vada meravigliando nel vedere la mia assoluta inettitudine. Non si creda che così dica per umiltà; sì, me ne vado persuadendo ogni giorno più.

A quanto pare, il Signore vuole che io e ogni altro ci convinciamo che queste cose sono state fatte da Lui. Egli che con del fango dette la vista al cieco-nato dispone che una creatura tanto cieca faccia delle opere che cieche non sono. Vi furono infatti cose di tale cecità, che ogni qualvolta vi ripenso, mi sento di rinnovare a Dio le mie grazie. Ma non sono buona neppure a questo! Non so veramente come Dio mi sopporti! Sia benedetta la sua misericordia! Amen.

 

25 - Quei santi amici della Vergine si dettero subito d'attorno per contrattare quelle case. E mi parvero a buon mercato. Però, dovettero molto faticare, perché in queste fondazioni Dio vuole che quelli che ci aiutano trovino modo d'acquistarsi dei meriti. Io sola non faccio nulla: l'ho già detto altre volte, e vorrei ripeterlo continuamente, perché è vero.

Immensa la loro fatica nel sistemare i locali, senza dire dei denari che mi fornirono, perché io non ne avevo. E mi vollero pure fare da mallevadori. Nelle altre fondazioni, invece, per trovare cauzione dovevo molto faticare, anche per somme inferiori. Nulla di strano, del resto, perché non avendo io neppure una blanca, dovevano contare unicamente su nostro Signore. Ma Sua Maestà mi fece tanta grazia che quanti mi aiutarono non ebbero mai a scapitarne: furono tutti rimborsati, e molto bene. - Questa è una grazia che io ritengo assai grande.

 

26 - Siccome i proprietari non si contentavano dei due mallevadoria questi ricorsero al Vicario Generale, il quale, se ben ricordo, si chiamava Prudenzio.[307]

Me l'hanno detto ora il suo nome. lo prima non lo sapevo, perché lo chiamavano sempre il Vicario. Ci tratta con immensa carità. Grandi i servizi che ci ha resi e che continua a renderci.

Incontrati i due canonici, chiese loro dove andassero. Risposero che andavano in cerca di lui per pregarlo di firmare una cauzione. Egli si mise a ridere, e disse: «È in questo modo che mi proponete di rispondere per una tal somma?!». E subito, senza neppur discendere dalla mula, vi appose la firma. - Cosa degna di nota per i tempi che corrono!

 

27 - Quante lodi avrei da fare alla carità che incontrai in Palencia da parte della città e dei cittadini! Mi pareva veramente di essere ai primi tempi della Chiesa, o, se non altro, in presenza di una carità che nel mondo è ormai in disuso. Noi non avevamo rendite, e gli abitanti avrebbero dovuto mantenerci. Eppure, non solo non ci facevano opposizione, ma dicevano che Dio accordava loro un gran favore. Del resto, considerando le cose al lume della fede, non erano lontani dal vero, essendo sempre una grande grazia avere una chiesa di più ove si adori il SS. Sacramento. - Il Signore sia eternamente benedetto! Amen.

 

28 - Sono tutti persuasi che Dio abbia voluto là il monastero per mettere fine a certi disordini che ora non succedono più. Siccome il romitorio era solitario, e molti vi passavano la notte vegliando, non tutti vi andavano per devozione. Ma ora questi abusi vanno scomparendo.

L'immagine di Nostra Signora non era tenuta con il dovuto decoro. Il Vescovo, don Alvaro de Mendoza, vi fece erigere una cappella a sue spese. E a poco a poco si vanno facendo altre cose, a gloria e a onore di questa Vergine gloriosa e del suo Figliolo. Sia Egli per sempre benedetto! Amen. Amen.

 

29 - Sistemata la casa e giunto il tempo di traslocarvi le monache, il Vescovo volle che lo si facesse con grande solennità. Scelse un giorno fra l'ottava del SS. Sacramento e venne lui stesso da Valladolìd. Erano presenti il Capitolo, gli Ordini religiosi e quasi tutta la città con gran musica. Dalla casa ove eravamo, ci recammo in pro cessione, con le nostre cappe bianche e i veli calati sul viso, a una parrocchia presso la chiesa di Nostra Signora, la cui Immagine usci fuori a incontrarci. Vi si prese il SS. Sacramento e lo si portò nella nostra cappella con ammirabile ordine, solennità e devozione. Vi erano anche le monache destinate alla fondazione di Soria, e tutte avevano in mano una candela.[308] Credo che in quel giorno il Signore abbia ricevuto in Palencia un bel tributo di lodi. - Faccia Egli in modo d'esser lodato, e per sempre, da tutte le creature! Amen. Amen.

 

30 - Mentre ero a Palencia, piacque a Dio che si facesse la separazione degli Scalzi dai Calzati, permettendo che i primi si stabilissero in provincia a parte, che era quello che cercavamo, a nostra pace e tranquillità. Il nostro cattolico Re don Filippo ci prestò il suo appoggio come aveva fatto fin da principio, e dietro sua domanda si ottenne da Roma un Breve molto ampio che risolveva la questione.[309] Si tenne il Capitolo in Alcalà, radunatovi da un reverendo Padre domenicano, chiamato fr. Giovanni de las Cuevas, priore di Talavera, nominato da Roma dietro indicazione del Re, religioso di grande santità e prudenza, come la circostanza esigeva. Il Re pagò le spese del Capitolo, favorito pure per suo ordine da tutta l'università. Le sedute si fecero con molta pace e concordia nel collegio che i nostri Scalzi hanno in quella città sotto il titolo di S. Cirillo, e vi fu eletto provinciale il P. Maestro fra Girolamo Gracián della Madre di Dio.

 

31 - Siccome quei Padri metteranno in iscritto quello che si è fatto, non vi è motivo che ne parli io. L'ho voluto accennare unicamente perché il Signore mise fine a quest'opera, così importante per l'onore e la gloria della sua santissima Madre, mentre io ero a Palencia. - Questo è veramente l'Ordine di sua Madre, ed ella è nostra Signora e Protettrice.

Ebbi in quella occasione una delle più grandi gioie e delle consolazioni più vive che potessi avere in questa vita. Erano stati tanti i dolori, i travagli e le persecuzioni sofferti per più di venticinque anni, che, a raccontarli tutti, si andrebbe per le lunghe: soltanto chi sapeva quanto si era sofferto, poteva comprendere la mia gioia nel vedere che tutto era finito.[310] Avrei voluto che tutto il mondo rendesse grazie al Signore, unendosi a me per raccomandargli il nostro santo Re don Filippo, di cui Egli si era servito per condur la cosa a buon fine. Il demonio aveva giocato tanto d'astuzia, che senza l'intervento di questo principe, noi saremmo stati perduti.[311]

 

32 - Ora, Scalzi e Calzati, siamo tutti in pace, e niente c'impedisce di servire il Signore. E poiché Egli, fratelli e sorelle mie, ha così ascoltate le nostre suppliche, all’opera animosamente in servizio suo.

I religiosi presenti, testimoni oculari di quanto è avvenuto, considerino le grazie che Dio ci ha fatto, i travagli e le tribolazioni da cui ci ha liberati. Quelli che verranno dopo e troveranno tutto in buon ordine, si guardino bene, per amor di Dio, dal lasciar decadere la perfezione. Non si dica mai di essi come di certi Ordini, di cui ci si contenta di lodare gli inizi. Noi cominciamo ora. Procurino sempre d'incominciare e d'andare innanzi di bene in meglio. Pensino che con le piccole cose il demonio apre la breccia per introdurne di più grandi. Non ci accada mai di dire: Questo è nulla, quest'altro è una esagerazione, perché sempre grave, figliole mie, è quanto c'impedisce di andare innanzi.

 

33 - Vi supplico, per amor di Dio, d'aver sempre in mente la rapidità con cui tutto finisce, la grazia che il Signore ci ha fatto nel chiamarci in quest'Ordine e il terribile castigo che si attirerebbe in capo chi cominciasse a introdurre qualche rilassamento. Si fissino gli occhi sulla stirpe di quei santi Profeti da cui discendiamo. Quanti santi, in cielo, portano il nostro abito! Abbiamo la santa presunzione di renderci, con la grazia di Dio, non da essi dissimili! La lotta è breve, sorelle mie, e la ricompensa eterna. Trascuriamo queste cose terrene che sono un nulla, per occuparci di quelle che più ci avvicinano al fine che non ha fine, e meglio ci aiutano ad amare e a servire Colui che vivrà per tutti i secoli. Amen. Amen.

Siano grazie a Dio!

 

 

CAPITOLO 30

 

Fondazione del monastero della SS. Trinità nella città di Soria, fatta l'anno 1581 - Si celebrò la prima Messa il giorno del nostro

S. Padre Eliseo

 

1 - Mentre ero a Palencia per la fondazione che ho detto, mi recarono una lettera del Vescovo di Osma, chiamato dott. Velázquez.

Avevo trattato con lui quand'era canonico teologo della cattedrale di Toledo. Sapendolo molto dotto e gran servo di Dio, l'avevo pregato con insistenza di prendersi cura dell'anima mia, agitata in quel tempo da alcuni dubbi, e di ascoltarmi in confessione. Glielo avevo chiesto per amor di Dio, ed egli vedendo che ne avevo bisogno, aveva accondisceso così volentieri, nonostante le sue molteplici occupazioni, che io ne ero rimasta sorpresa. Mi diresse e confessò per tutto il tempo che stetti a Toledo, che fu lungo. Gli aprii la mia anima con tutta semplicità, come ho costume di fare, e ne ebbi un sì gran bene che i miei timori cominciarono a dissiparsi, benché in questo vi sia intervenuta un'altra causa, che qui non è il caso di dire.[312]

Certo è che mi fece un gran bene, perché mi assicurava con i testi della sacra Scrittura, che sono appunto quelli che mi convincono, quando sono certa che chi li cita li conosce perfettamente. E di lui non avevo alcun dubbio, perché univa alla scienza la santità della vita.[313]

 

2 - Mi scriveva da Soria dove allora si trovava, e mi diceva che una signora del luogo, sua penitente, gli aveva proposto di fondare un monastero di nostre monache: egli ne aveva approvato il disegno, e aveva assicurato la signora che si sarebbe interessato per ottenere che io vi andassi a fondarlo. Mi pregava di non fargli torto e di notificargli se il progetto mi pareva conveniente, nel qual caso mi mandava a prendere. Questa notizia mi rallegrò grandemente non meno per la buona fondazione, che per il desiderio di vedere quel prelato e sottoporgli alcune cose della mia anima. - Avendomi fatto tanto bene, lo amavo molto.

 

3 - La dama fondatrice si chiama donna Beatrice de Beamonte y Navarra, discendente dai re di Navarra, figlia di don Francesco di Beamonte, d'illustre e potente lignaggio. Era rimasta vedova dopo alcuni anni di matrimonio, senza figli e con molti beni.[314] Decisa da gran tempo di fondare un monastero di monache, ne aveva parlato con il Vescovo, ed egli le aveva fatto conoscere quest'Ordine di Scalze di Nostra Signora. - Ne era rimasta così contenta che l'aveva vivamente pressato di dare esecuzione al progetto.

 

4 - È una dama di carattere dolce, generosa e penitente: una gran serva di Dio. Aveva a Soria una bella casa, solida e situata in buon posto. E promise che ce l'avrebbe data con tutto l'occorrente per la fondazione, come difatti fece, unicamente all'aggiunta di cinquecento ducati di rendita a venticinque per mille. Il Vescovo ci offriva una magnifica chiesa vicina, tutta a volta, che ci avrebbe potuto servire mediante la costruzione di un passaggio.[315] Fungeva da parrocchia, ma siccome era povera, e a Soria le chiese sono molte, il Vescovo lo poteva fare facilmente trasferendone il titolo in un'altra. - Di tutto questo mi dava ragguaglio nella lettera che mi scrisse.

Ne parlai al P. Provinciale venuto allora da Palencia. Siccome quella fondazione era finita, credette bene, d'accordo con gli altri amici, che inviassi al Vescovo un espresso perché mandasse a prendermi. - Questa decisione mi fece molto piacere per le ragioni che ho detto.

 

5 - Cominciai a far venire le monache da condurre con me. La fondatrice ne voleva piuttosto molte che poche, e ne designai sette, più una conversa, oltre la mia compagna e me.[316] Venne a prenderci una persona assai per bene con una vettura, perché io avevo scritto a Monsignore che sarei stata accompagnata da due Padri Scalzi.

Avevo con me il P. fr. Nicola di Gesù Maria, uomo di grande perfezione e prudenza, genovese di nascita. Quando prese l'abito, aveva più di 40 anni, mi pare, o almeno li ha ora, perché è da poco che lo ha preso. Ma fece tali progressi, in così poco tempo, che ben si vide averlo scelto il Signore per essere di sostegno alla Riforma durante i travagli e le persecuzioni di cui ho parlato più sopra. Lavorò molto per essa, perché quelli che avrebbero potuto difenderla erano chi in prigione e chi in esilio, mentre di lui i nostri nemici non facevano gran conto, perché, come dico, essendo entrato da poco, non copriva alcuna carica. - Così dispose il Signore perché avessi un aiuto.

 

6 - È così prudente che poté stare a Madrid, nello stesso convento dei Calzati, senza che questi si accorgessero che vi stava per occuparsi di noi. Si comportava con tanta accortezza che pareva vi stesse per tutt'altre cose, per cui quei Padri non ne avevano ombra. lo allora ero ad Avila nel monastero di S. Giuseppe, e ci scrivevamo spesso per decidere su quanto si doveva fare: e questo gli era di conforto. Si veda. da ciò in quale stato era allora la Riforma, se, come suol dirsi, in mancanza di uomini capaci si faceva tanto conto di me.[317]

Durante questo periodo ho avuto agio di conoscere la sua perfezione e prudenza: è uno dei religiosi che stimo ed amo molto nel Signore.[318]

 

7 - Questi il Padre che venne con noi, accompagnato da un fratello converso.

Il viaggio non fu molto noioso. L'inviato del Vescovo ci trattava con ogni riguardo, aiutandoci pure a trovare ottimi alberghi. Entrati nella diocesi di Osma, dove il Vescovo è molto benvoluto, bastava dire che eravamo in viaggio per lui, per aver subito le più liete accoglienze. Il tempo era bello, e camminavamo a piccole giornate. Così il viaggio, nonché esserci penoso, ci fu piuttosto di diletto. Grandissima la gioia che io sentivo nell'udire le lodi che si tributavano dovunque alla santità del Vescovo.

Arrivammo a Burgo il mercoledì avanti l'ottava del SS. Sacramento,[319] e all'indomani del nostro arrivo, giovedì, giorno dell'ottava, vi facemmo la comunione. Là pure mangiammo, perché, a Soria, in giornata, non saremmo arrivate e, in mancanza di albergo, passammo la notte in chiesa, senza che n'avessimo disagio. Il giorno dopo vi ascoltammo la Messa, e arrivammo a Soria verso le cinque di sera. Il santo Vescovo era a una finestra del suo palazzo, e mentre noi passavamo ci dette la benedizione: atto che mi consolò moltissimo, perché la benedizione di un vescovo e di un santo è sempre degna di stima.[320]

 

8 - La dama, nostra fondatrice, ci aspettava alla porta di casa. Là si doveva fondare il monastero. E noi non vedevamo l'ora di entrare, perché la folla era molta. Tale inconveniente non era nuovo per noi: ovunque andiamo, il popolo, che è sempre avido di novità, ci si accalca intorno in sì gran folla che, senza i veli sul viso, la cosa ci sarebbe assai penosa. Ma, grazie ai nostri veli, l'inconveniente si fa meno molesto.

Quella dama aveva fatto preparare, assai compitamente, una magnifica sala, nella quale si sarebbe celebrata la Messa fino a quando non si fosse costruito il passaggio per andare alla chiesa regalataci dal Vescovo.[321] E alcuni giorni dopo, nella festa del nostro Padre Eliseo, si disse la Messa.[322]

 

9 - Donna Beatrice aveva provveduto generosamente a ogni nostra possibile necessità. Ci lasciò un appartamento ove stemmo assai bene fino alla costruzione del passaggio, vale a dire fino alla Trasfigurazione.[323] Quel giorno si disse la prima Messa con grande solennità e concorso di popolo. Un padre della Compagnia[324] vi tenne il discorso. - Il Vescovo era già partito per Burgo.

Egli non passa giorno né ora senza che sia applicato al lavoro, nonostante la sua malferma salute e la perdita di un occhio. Seppi di questa sua disgrazia soltanto a Soria, e ne ebbi gran pena, dispiacendomi molto la perdita di quell'occhio che tanto giovava al servizio di Dio. Sono i suoi giudizi! Il Signore dovette permettere questa prova per dare al suo servo un'occasione di più per uniformarsi al suo divino volere e arricchirlo di . maggiori meriti. Egli, infatti, continua a lavorare come prima. Mi disse che non sentiva maggior pena che se quella disgrazia fosse toccata a un suo vicino, e che non ne sentirebbe - pensava alle volte - neppure se perdesse anche l'altro: nel qual caso si ritirerebbe in un romitorio per servire il Signore senza altra obbligazione. - Del resto, questa è sempre stata la sua brama anche prima d'esser vescovo, e me ne ha parlato varie volte.

 

10 - Una volta stava per abbandonare ogni cosa e ritirarsi in solitudine. A me non piaceva, perché mi sembrava che avrebbe potuto giovare alla Chiesa, e gli desideravo la dignità di cui oggi è insignito. Ma quando fu eletto vescovo, ed egli me ne partecipò la notizia, rimasi profondamente turbata, parendomi di vederlo sotto un peso gravissimo. Non sapendomi dar pace, andai in coro a raccomandarlo al Signore, e Sua Maestà mi rese tosto la quiete, dicendomi che sarebbe stato di suo gran servizio, come poi si vide. Nonostante le sue continue occupazioni, il mal d'occhio che soffre ed altre penose infermità, digiuna quattro giorni la settimana e fa altre penitenze. La sua mensa è frugalissima. Nelle visite alla diocesi va sempre a piedi, cosa che i suoi familiari non vedono volentieri e se ne lamentano con me. - Essi, o sono virtuosi, o in casa sua non possono stare.

Non si fida molto di lasciare ai vicari gli affari importanti. Anzi, credo che ogni affare passi per le sue mani. Nei primi due anni di episcopato ebbe a soffrire le più accanite calunnie, con mia somma meraviglia perché sapevo quanto in materia di giustizia fosse integerrimo e retto. - Però quando fui a Soria, la persecuzione andava già declinando.

I suoi nemici pensarono di nuocergli sparlandone alla Corte, ma siccome la sua virtù era nota in tutta la diocesi, le loro accuse non ebbero gran credito. Egli sopportò tutto con perfezione e confuse i suoi nemici con far loro del bene, benché li sapesse intenti a rovinarlo. - Nonostante le sue molteplici occupazioni, non lascia di trovare tempo per l'orazione.

 

11 - Pare che io vada esagerando nel dir bene di questo santo, eppure ho detto poco. Ciò serva a far conoscere chi sia stato l'ideatore del monastero della SS. Trinità di Soria, e a dar motivo di consolazione alle religiose che verranno dopo, perché le presenti sanno già tutto. E così nulla avrò perduto.

Benché egli non ci abbia assegnata alcuna rendita, tuttavia ci dette la chiesa e mise all'opera quella dama, la quale, ripeto, è molto pia, virtuosa e penitente.

 

12 - Preso possesso della Chiesa e sistemato quello che occorreva per la clausura, dovetti far ritorno al monastero di S. Giuseppe di Avila, e partii immediatamente, nonostante il caldo eccessivo e le strade pessime per viaggiare con carri.[325] Venne con me un prebendato di Palencia, di nome Ribera, che mi era stato di grande aiuto nella costruzione del passaggio e in ogni altro bisogno. Il P. Nicola di Gesù Maria era partito appena fatto il contratto di fondazione, perché la sua presenza era indispensabile altrove. Il Ribera era venuto a Soria con noi per un certo suo affare, e là il Signore l'aveva animato di tanto buon volere a nostro riguardo, che noi ora dobbiamo pregare per lui, come per un benefattore dell'Ordine.

 

13 - Partii con la mia compagna,[326] senza alcun altro, eccetto quel sacerdote, tanto premuroso da bastarmi lui solo. - Nei viaggi non mi sento mai così contenta come quando ho poco strepito.

Pagai nel ritorno il piacere avuto nell'andata. Il nostro conducente conosceva la strada sino a Segovia, ma non quella dei carri. Ci menava per dei luoghi dove occorreva spesso smontare, e dove il carro sembrava sospeso sopra profondi precipizi. Se prendevamo delle guide, ci accompagnavano fin dove sapevano che la strada era buona: all'avvicinarsi di qualche mal passo, ci abbandonavano con la scusa che avevano altro da fare. Siccome si viaggiava alla ventura, ci occorreva alle volte, prima d'incontrare un albergo, camminare a lungo sotto gli ardori del sole, e spesso in pericolo di vedere il carro rovesciarsi. Dopo essere stati assicurati che si andava bene, ci vedevamo costretti a tornare indietro. Io ero afflitta più per colui che ci accompagnava. Ma egli era così virtuoso che mi pareva di non averlo mai visto alterato: ne ero tutta stupita e ne lodavo il Signore. - Dove la virtù è ferma, gli accidenti esteriori hanno poca presa.[327]

 

14 - Piacque finalmente a Dio di cavarci da quella strada, e lo ringrazio tuttora. Arrivammo a S. Giuseppe di Segovia la vigilia di S. Bartolomeo.[328] Le nostre monache erano in pena, preoccupate del nostro ritardo, che, per le pessime strade, era stato di parecchio. Ci circondarono di ogni cura, e riposai fra loro più di otto giorni. - Il Signore non mi manda mai un travaglio senza subito ricompensarmene.

Del resto, la fondazione di Soria si è fatta con tanta facilità, che di questi contrattempi non si deve tener conto, perché da nulla. Ritornai molto soddisfatta, persuasa che là il monastero sarà di gran servizio al Signore, come difatti già si vede per sua divina misericordia. - Sia Egli per sempre lodato e benedetto per tutti i secoli dei secoli! Amen. Deo gratias!

 

 

CAPITOLO 31

 

Fondazione del monastero di Burgos sotto il titolo del glorioso S. Giuseppe di S. Anna - Si disse la prima Messa il 19 aprile, nell'Ottava di Pasqua del 1582

 

 

1 - Erano più di sei anni che alcuni Padri della Compagnia di Gesù, dotti, anziani, virtuosi e di spirito, mi dicevano che nostro Signore sarebbe stato assai servito se un monastero di questa sacra Riforma si fosse fondato anche in Burgos, e mi allegavano certe ragioni che m'inducevano a desiderarlo. Ma le gravi tempeste scatenatesi contro l'Ordine e le varie altre fondazioni in cui mi dovetti occupare, mi avevano fin allora trattenuta.

 

2 - Nell'anno 1580, mentre ero a Valladolìd, passò di là l'Arcivescovo di Burgos, in viaggio per la sua nuova residenza dalle Canarie ove prima era vescovo.[329] Pregai il Vescovo di Palencia, don Alvaro de Mendoza, di volermi fare da intermediario. Come ho detto, egli ci amava molto ed era stato il primo ad ammettere il monastero di S. Giuseppe di Avila ove allora era vescovo. Poi non ha più cessato di favorirci, interessandosi delle cose nostre come se fossero sue proprie, specialmente quando io lo pregavo.

Egli mi assicurò che ben volentieri avrebbe presentata la mia richiesta, perché, sembrandogli che in queste case Dio sia ben servito, gode molto quando se ne fonda qualcuna.

 

3 - L'Arcivescovo non volle entrare in Valladolìd. Scese al convento dei Girolimini. Là il Vescovo di Palencia lo accolse con gran festa, pranzò con lui e gli dette una cintura, con non so quale cerimonia per crearlo vescovo.[330] In quell'occasione gli domandò in nome mio il permesso di fondare il monastero. L'Arcivescovo rispose che l'avrebbe dato volentieri; che aveva desiderato di fondarne uno nelle Canarie, perché sapeva quanto il Signore vi fosse servito; che ve n'era uno nella sua stessa patria, e che mi conosceva assai bene.

Allora il Vescovo di Palencia mi disse che potevo esserne sicura perché l'Arcivescovo si era mostrato assai benevolo, e che quanto al permesso, dato che il Concilio non parla di permesso scritto,[331] ma solo di consenso, potevo tenerlo per già dato.

 

4 - Parlando della fondazione di Palencia, ho detto quanto mi ripugnasse stabilirne di nuove, perché non del tutto rimessa da una grave infermità che si era giudicata mortale.

Queste, ordinariamente, quando si tratta del servizio di Dio, non sono difficoltà che valgono ad arrestarmi, per cui non saprei proprio quale fosse il motivo di quella mia ripugnanza. Era forse per la poca possibilità che la fondazione presentava? Assai meno ne avevo avute in varie altre. - Vedendo ora quello che poi è avvenuto, mi pare che vi dovesse entrare il demonio.

In via ordinaria, quando una fondazione mi deve essere laboriosa, il Signore, che conosce la mia miseria, mi viene in aiuto con parole ed opere, mentre non mi dà alcun avviso, a quanto ho notato, per quelle che devono attuarsi senza fatica. Così mi avvenne anche allora. Sapendo il Signore quanto mi doveva costare, cominciò con rinforzare il mio coraggio. - Sia Egli per sempre benedetto!

Egli infatti, come ho detto nella fondazione di Palencia che sì andava preparando con questa, mi chiese a maniera di rimprovero, di che temessi e quando mai mi avesse abbandonata. «Io, soggiunse, sono sempre lo stesso. Non lasciar di fare queste due fondazioni».

Ho già detto in quella di Palencia del gran coraggio che queste parole mi ispirarono, e non trovo utile ripetermi. La mia fiacchezza disparve all'istante: segno evidente che non proveniva dalla malattia, né dalla vecchiaia. - E così, come ho detto, misi mano, nel medesimo tempo, ad ambedue le fondazioni.

 

5 - Mi parve meglio cominciare da Palencia: era più vicina, avrei contentato l'ottimo Vescovo di quella città ed evitato di recarmi nel cuore dell'inverno in un paese tanto freddo come Burgos. - E così si fece, come ho già raccontato.

A Palencia mi era stata proposta la fondazione di Soria,

Terminato a Palencia, credetti opportuno andar prima a Soria, e di là a Burgos.

Il Vescovo di Palencia giudicò conveniente che si informasse di tutto l'Arcivescovo di Burgos. Lo pregai d'interessarsene, ed egli, dopo la mia partenza per Soria, mandò all'Arcivescovo, a questo scopo, un certo canonico, chiamato Giovanni Alonso. L'Arcivescovo mi scrisse che desiderava molto di vedermi. Dopo aver trattato con il canonico, scrisse pure a Sua Signoria[332] e rimise l'affare al suo giudizio, dicendogli che se faceva qualche osservazione, era perché conosceva Burgos e che ci occorreva il consenso della città.

 

6 - Insomma, la conclusione era che andassi a Burgos e ne trattassi con la città. Diceva inoltre che se la città mi avesse negato il suo permesso, non avrebbe tolto a lui la facoltà di darmelo ugualmente; ma siccome si era trovato ad Avila e ricordava le lotte e le opposizioni insorte contro quel primo monastero, desiderava molto prevenirle. Perciò occorreva o che la città accordasse il suo consenso o che il monastero si fondasse con rendite. Agire altrimenti mi sarei trovata a mal partito, e me lo diceva per mio bene.

 

7 - Il Vescovo di Palencia credeva tutto combinato e non a torto: se non altro, l'Arcivescovo mi chiamava a Burgos. Perciò mi fece avvertire di mettermi in cammino. Ma a me pareva di vedere nell'Arcivescovo una certa mancanza di fermezza. Gli scrissi per ringraziarlo del favore che mi usava, ma insieme gli feci sapere che sarebbe stato meglio fondare direttamente senza prevenire la città, perché fondando contro il suo consenso avremmo esposto Sua Signoria a qualche non piccola contesa. (Sembrava che prevedessi il poco aiuto che avremmo avuto da lui, se fosse sorto qualche ostacolo). Aggiungevo che da parte mia avrei fatto le domande necessarie, ma che la cosa mi sembrava molto difficile per ragione dei diversi pareri che in simili circostanze si sogliono avere.

Scrissi insieme al Vescovo di Palencia pregandolo di rimandarmi il viaggio a un altro tempo, per ragione dell'inverno ormai vicino e delle mie varie infermità, troppo gravi per un paese così freddo. Non gli dissi nulla di ciò che pensavo dell'Arcivescovo, perché già scontento di vederlo mettere innanzi tante difficoltà dopo essersi mostrato favorevole. Essi poi erano amici, e io non volevo metterli in discordia. Partii quindi da Soria e mi recai ad Avila, ben lontana dal pensare che presto avrei dovuto incamminarmi per Burgos. - D'altra parte, il mio ritorno ad Avila era assai necessario per certe cose che mi attendevano a S. Giuseppe.

 

8 - Vi era a Burgos una santa vedova, oriunda di Biscaja, chiamata Caterina de Tolosa.

Andrei troppo per le lunghe se volessi parlare delle sue virtù, della sua penitenza, della sua orazione, delle grandi elemosine che faceva, della carità, del coraggio e del suo buon criterio! Aveva due figlie a Valladolìd, religiose da quattro anni in quel nostro monastero della Concezione, e per darcene altre due aveva aspettato la fondazione di Palencia, dove le aveva condotte prima che io ne partissi.[333]

Corrisposero così bene all'educazione di una tal madre che sembravano quattro angeli. Caterina assegnò loro una buona dote e fece tutto a perfezione, compitissima com'è in ogni genere di cose. - Del resto, è ricca e lo può.

Quando venne a Palencia eravamo così sicure del consenso dell'Arcivescovo, che ci pareva di non doverne dubitare.

 

9 - Pregai quindi questa dama d'affittarmi una casa per la presa di possesso, e di farvi mettere a mie spese le grate e la ruota. - Intendevo poi rimborsarla, non passandomi neppure per la mente che spendesse per noi.

Le stava tanto a cuore quella fondazione, che non è a dire il suo dispiacere quando la vide protratta. Io intanto ero tornata ad Avila, decisa, per allora, di non pensarci più. Ma ella non stava inoperosa. Giudicando che non sarebbe stato inutile avere il consenso della città, cominciò a far passi per ottenerlo senza dirmi nulla.

 

10 - Aveva per vicinanti due persone di qualità, madre e figlia, gran serve di Dio, animate del suo medesimo desiderio per la fondazione del monastero. La madre si chiamava donna Maria Manrique, e aveva un figlio reggitore[334] di nome don Alfonso de Santo Domingo Manrique. La figlia si chiamava donna Caterina. Madre e figlia esposero l'affare a don Alfonso, pregandolo di sollecitare il consenso della città. Don Alfonso parlò con Caterina de Tolosa, chiedendole quali garanzie offrisse per il mantenimento del monastero, perché se non vi era nulla di assicurato, non avrebbero dato alcun permesso. Ella rispose che si obbligava a offrire una casa nel caso che non avessimo potuto procurarcela, e a provvedere al nostro mantenimento, come poi fece. Stese quindi una supplica e la firmò col suo nome. Don Alfonso trattò la cosa con molta abilità. Ottenuto il consenso di tutti i reggitori, lo portò per iscritto all’Arcivescovo, e questi assentì.

Appena cominciate le trattative, Caterina mi scrisse per farmi sapere come andavano le cose. Ma io dubitai di una burla, sapendo troppo bene quanto fosse difficile ottenere il consenso per un monastero senza rendite. Ignoravo d'altronde, e neppur lo pensavo che si fosse obbligata a quanto fece. - Mi pareva che occorresse assai di più.

 

11 - Tuttavia, un giorno dell'ottava di S. Martino, mentre raccomandavo a Dio questo affare, mi venne di pensare che cosa avrei fatto se la città mi avesse dato il suo consenso. Partire per Burgos, città così fredda, carica di tanti malanni, a cui quel clima era assai contrario, mi sembrava impossibile. Ero appena tornata da Soria con un viaggio assai penoso, e mi sembrava temerario intraprenderne un altro così lungo; senza poi dire che il Provinciale non me l'avrebbe permesso.[335] Se tutto era pronto e la fondazione non presentava difficoltà poteva andarci la Priora di Palencia.[336]

Mentre pensavo a queste cose, decisa di non partire, il Signore mi disse queste parole, dalle quali intesi che il consenso era già dato: «Non far caso del freddo: Io sono il vero caldo. Il demonio fa di tutto perché la fondazione non riesca; ma tu sforzati in nome mio per farla. Va tu stessa in persona, perché la tua presenza è molto utile».

 

12 - Cambiai subito di parere.

Se di fronte alla sofferenza, talvolta la natura ricalcitra, non così la volontà, decisa a tutto sopportare per amore di un Dio così grande. Perciò gli dico di non far caso di questi miei sentimenti di debolezza, ma di comandarmi tutto quello che gli piace, ché con la sua grazia non lascerò di obbedirgli.

Nevicava e faceva freddo, ma quello che più mi angustiava era la poca salute: se fossi stata più in forze, mi sembra che non avrei temuto di nulla. Quella mia poca salute mi durò quasi tutto il tempo della fondazione. Ma il freddo è stato così lieve - almeno quello che ho sofferto io - che mi pare di non averlo sentito maggiore di quando fui a Toledo. In ciò il Signore ha mantenuto la parola, come mi aveva detto.

 

13 - Pochi giorni dopo, ricevetti la licenza della città con lettere di Caterina de Tolosa e della sua amica donna Caterina.[337] Mi dicevano di darmi fretta perché temevano che si levasse contro qualche difficoltà, giacché in Burgos si erano appena stabiliti i Vittoriani,[338] altrettanto cercavano da tempo i Carmelitani Calzati, e si erano pur presentati i Basiliani.

Ciò per noi era una vera disdetta. Degno di nota, tuttavia, era il fatto d'essersi presentati insieme tanti religiosi e mi veniva da ringraziare il Signore per la grande carità con cui la cittadinanza ne dava a tutti il permesso, e volentieri, benché scaduta dalla sua antica opulenza. Mi era sempre stata esaltata la carità di Burgos, ma non avevo mai creduto che fosse così grande. Alcuni favorivano un Ordine ed altri un altro; ma l'arcivescovo, badando agli inconvenienti che ne potevano venire, cercava di opporsi, nel timore che le nuove fondazione fossero d'aggravio agli Ordini mendicanti, e che questi non potessero vivere. Può essere che questi ultimi se ne fossero lamentati o che piuttosto v'intervenisse il demonio per impedire il gran bene che deriva a quei luoghi dove il Signore stabilisce molti monasteri, e dove Egli è tanto potente da mantenerli tutti, pochi o molti che siano.

 

14 - Questo è il motivo per cui quelle sante donne mi facevano premura, e io sarei partita immediatamente, se non avessi avuto altri impegni. Vedendole così premurose, pensavo che io ero più obbligata di loro a non perderne l'occasione. È vero che le parole intese mi annunziavano gravi difficoltà, ma siccome Caterina de Tolosa mi aveva scritto di aver già sicura la casa per la presa di possesso - quella stessa in cui ella abitava - non sapevo da chi né per qual motivo dovessero sorgere, avendo già il consenso della città e quello dell'Arcivescovo. Non potevo dubitare che le parole intese non fossero da Dio, e intanto, ripeto, non capivo da che parte dovessero venire gli ostacoli che il demonio era pronto a frappormi.

 

15 - Sua Maestà - bisogna convenirne - dà ai Superiori maggior lume che agli altri.

Dopo quelle parole avevo scritto al P. Provinciale per chiedergli se dovevo mettermi in viaggio. Egli non si oppose, ma mi domandò se avevo la licenza dell'Arcivescovo in scritto. Scrissi a Burgos per informarmene e mi risposero che il Prelato, messo al corrente di quello che si era fatto per il consenso della città, si era mostrato contento. E per questo, come per la maniera con cui ci aveva sempre parlato, non sembrava che dovessimo dubitarne.

 

16 - In questa fondazione volle accompagnarmi lo stesso P. Provinciale, sia perché, finito di predicare l'avvento, era più libero, e sia perché intendeva visitare il monastero di Soria che, da dopo la sua fondazione, non aveva più veduto, tanto più che il tragitto era breve. Oltre a ciò, giudicando la mia vita di qualche utilità, si proponeva in quel viaggio di aver cura della mia salute, perché la stagione era molto fredda, e io vecchia ed inferma. E ciò fu per disposizione di Dio, perché le strade erano così cattive e le acque tanto alte che l'assistenza di quel Padre e dei suoi compagni[339] ci doveva essere necessarissima, non meno per non sbagliare strada che per trarre i carri dal fango, specialmente tra Palencia e Burgos. - Era veramente temerario affrontare quella strada!

Vero è che il Signore mi aveva detto di andare innanzi senza paura, con la promessa che Egli sarebbe stato con noi. Ma di questo al Provinciale non avevo detto nulla. Me ne valevo unicamente per mia privata consolazione nei gravi pericoli e travagli che si attraversavano. Ma in nessun luogo il pericolo fu così grande come in una località presso Burgos, chiamata Pontones.[340] Vi era tant'acqua che in certi tratti i ponti ne erano coperti, e non si distingueva alcuna strada: da per tutto acqua, da una parte e dall'altra, e molto profonda. Era una temerità tentare quel passaggio: specialmente con carri, perché, per poco che avessero deviato, si sarebbero perduti. Uno di essi, infatti, fu appunto per affondare.[341] In un albergo incontrato poco prima avevamo preso una guida che conosceva il passaggio, ma questo, ripeto, era molto pericoloso.

 

17 - Che dire poi degli alberghi?

Ci era impossibile con tali strade avanzare a tappe regolate. Spesso i carri si affondavano nel fango, e per trarli fuori bisognava staccar le bestie dall'uno per attaccarle all'altro. Avevamo conducenti giovani e trascurati e i Padri che ci accompagnavano dovettero molto faticare. Ci era di grande aiuto la presenza del P. Provinciale, che aveva cura di tutto. È di un carattere così piacevole che pare non s'inquieti di nulla. Rendeva facili anche le cose più difficili, facendole vedere di poco conto. Ma, ai Pontones, ebbe paura anche lui. Vederci in mezzo a quel mare, senza strade né barche, neppur io seppi difendermi dal temerne, nonostante il coraggio che il Signore mi ispirava. - Che ne sarà stato delle mie compagne?

Eravamo in otto. Due, però, dovevano tornare con me. Delle cinque destinate per Burgos, quattro erano coriste e una conversa.[342]

Non credo d'aver detto ancora come si chiamasse il P. Provinciale: era il P. Girolamo Gracián della Madre di Dio di cui ho parlato altre volte.

Io viaggiavo con un fortissimo mal di gola, da cui ero stata assalita fin dal mio arrivo a Valladolìd. Avevo la febbre e non potevo mangiare se non con gravissimi dolori: incomodi che mi scemarono di molto il divertimento che avrei trovato in quelle peripezie. Quel male mi dura tuttora, benché già alla fine di giugno: non così forte, ma sempre molto penoso.

In quel viaggio le mie compagne si dimostrarono molto allegre. Passato il pericolo, si divertivano a parlarne. Gran cosa è soffrire per obbedienza, quando si è in essa così perfetti come quelle monache!...

 

18 - Dopo un viaggio così cattivo, entrammo in Burgos attraverso le acque che abbondano nei suoi dintorni.[343] Era di venerdì, giorno seguente alla conversione di S. Paolo, 26 gennaio. Nostro Padre volle anzitutto che ci recassimo a venerare il S. Crocifisso[344] per raccomandargli la nostra impresa e attendere in quel luogo che si facesse un po' buio perché era troppo presto. - Intenzione nostra era di fondare senza indugio.

Avevo con me molte lettere del canonico Salinas - quello di cui ho parlato nella fondazione di Palencia e che qui non ci doveva essere di minor aiuto - ed altre ancora che persone di qualità mandavano ai loro parenti ed amici per pregarli di prestarci il loro appoggio, come non mancarono di fare.

 

19 - Infatti, all'indomani, vennero a vedermi in commissione. Mi dissero che la città non si era pentita di avermi data la parola, che essi godevano del mio arrivo e che pensassi in che cosa mi potessero servire. - Credemmo da ciò che non vi fosse alcun ostacolo, perché il nostro timore era tutto dalla città.

Giunti all'abitazione della buona Caterina de Tolosa, se non fosse stato per la pioggia che cadeva a torrenti, avremmo voluto, prima che ad ogni altro, darne avviso all'Arcivescovo e chiedergli il permesso di celebrare al più presto la prima Messa, come è mio costume di fare nella maggior parte delle fondazioni, ma il tempo non ce lo permise.

 

20 - Grazie alle cure di quella santa donna, passammo la notte molto bene, benché a me le sue attenzioni siano costate assai care. Aveva acceso il camino per asciugarci, e siccome il fuoco era grande, io n'ebbi un tal danno che il giorno dopo non potevo alzare nemmeno la testa. Dovetti rimanere a letto e parlare a quelli che mi vennero a far visita attraverso una finestra ingraticolata, coperta da un velo. Ne fui molto dispiaciuta, perché proprio in quel giorno non potevo dispensarmi dal trattar d'affari.[345]

 

21 - Il mattino dopo il P. Provinciale andò per tempo dall'illustrissimo a chiedergli la benedizione, persuasi che non avessimo da far altro. Ma trovò l'Arcivescovo assai scontento e sdegnato d'esser noi venute senza suo permesso, come se non l'avesse mai dato e mai avesse sentito parlare di fondazione. Insomma, dette a vedere al P. Provinciale che era disgustatissimo di me. Se mi aveva detto d'intraprendere quel viaggio - ciò che pur egli riconosceva - intendeva soltanto che vi venissi da sola per prendere accordi. Ma venire con tante monache! Dio ci liberi dal disgusto che ne ebbe!

Il P. Provinciale gli fece osservare che la città ci aveva dato il suo consenso, come lui stesso aveva richiesto, e che quindi non si credeva di dover far altro che di mettere mano alla fondazione. D'altra parte il Vescovo di Palencia, interrogato da me se prima di metterci in viaggio fosse stato conveniente darne avviso a Sua Signoria,[346] mi aveva risposto che non era necessario, dato il grande desiderio che egli aveva dimostrato di vederci. - Ma tutto fu inutile.

Se così andarono le cose, fu unicamente perché Dio voleva la fondazione. L'Arcivescovo stesso lo riconobbe, perché se noi candidamente gli avessimo annunziata la nostra partenza, egli, come poi disse, ci avrebbe risposto di non andare.

Congedò il P. Provinciale dichiarandogli che in nessun modo ci avrebbe data la licenza se non avessimo avuto rendite e casa nostra, e che del resto avremmo potuto benissimo tornare indietro. - Già, perché le strade erano belle e il tempo favorevole! ...

 

22 - Oh, come è vero, mio Dio, che quando vi si rende un servizio, Voi lo ripagate con qualche grave tribolazione! E che ricompensa preziosa sarebbe questa per chi vi ama davvero, se subito ne comprendesse il valore! Noi invece non l'avremmo voluta, perché sembrava distruggere tutti i nostri disegni.

L'Arcivescovo, pur esigendo rendite e casa nostra, ci vietava di toccare le doti delle postulanti: condizione che ai tempi che corrono pareva inammissibile. Non si sarebbe potuto far nulla. Ma io non mi perdetti di coraggio, sicurissima che tutto sarebbe tornato in nostro bene. - Erano intoppi con cui il demonio tentava di impedire la fondazione, ma Dio non avrebbe mancato col suo intervento di farla riuscire.

Tuttavia il P. Provinciale non si turbò. Anzi, venne da me tutto allegro. Così Dio permise per risparmiarmi il rimprovero che avrebbe potuto farmi per non essermi procurata la licenza in scritto, come egli mi aveva detto.

 

23 - Erano venuti a trovarmi anche i parenti e gli amici del canonico Salinas, a cui egli, come ho detto, aveva mandato delle lettere. Essi tornarono poco dopo e furono d'avviso che si chiedesse all'Arcivescovo il permesso di dire Messa in casa, essendo sconveniente andar per le strade, scalze e per il fango. In casa avevamo una stanza assai buona che aveva servito di chiesa per dieci anni ai Padri della Compagnia di Gesù nei primi tempi della loro dimora in Burgos,[347] e ci pareva che nell'attesa di procurarci una casa, la presa di possesso si potesse fare in quel luogo. Ma l'Arcivescovo non volle saperne, nonostante le istanze che gli fecero in proposito anche due canonici. L'unica cosa che si poté ottenere fu che, una volta assicurateci le rendite, prendessimo possesso in quella casa prima di procurarcene una nostra: però voleva che ci obbligassimo su cauzione a comprarne una e a uscire da quella in cui eravamo.

Trovammo subito chi ci aiutò. Gli amici del canonico Salinas si offrirono a nostri mallevadori, e Caterina de Tolosa stabilì le rendite che occorrevano.

 

24 - Per combinare il quanto, il come e il da chi, ci vollero più di tre settimane, durante le quali non ascoltammo Messa che nei giorni festivi e di gran mattino. Intanto la febbre non mi lasciava, e stavo assai male, nonostante le cure che Caterina de Tolosa non mancava di prodigarmi.  Ci tenne un mese intero con sé in una stanza appartata, dandoci da mangiare con somma liberalità, come se fosse stata nostra madre. Il P. Provinciale abitava con gli altri in casa di un suo amico, antico collega di studio, chiamato dottor Manso, canonico teologo della Cattedrale.[348] - Benché assai disgustato di quell'indugio, non sapeva risolversi a partire.

 

25 - Sistemata la questione delle cauzioni e delle rendite, l'Arcivescovo ci mandò dal Vicario Generale che doveva senz'altro terminare ogni pratica. Ma il demonio non lasciò di suscitare altri ostacoli.

Dopo tante discussioni, si credeva che più nulla ci dovesse arrestare: si era impiegato quasi un mese per ottenere che l'Arcivescovo si contentasse delle convenzioni anzidette. Ma il Vicario ci inviò un memoriale in cui diceva che la licenza non l'avrebbero data se non quando avessimo avuto casa nostra, e che l'Arcivescovo non voleva che la fondazione si facesse dove eravamo, perché il locale era umido e dava sopra una strada troppo rumorosa. Ci muoveva non so quali altre difficoltà circa la sicurezza delle rendite ed altre cose del genere: insomma, pareva che cominciassimo allora a trattarne. E ci raccomandava di star zitti, perché, dopo tutto, il monastero doveva essere a grado dell'Arcivescovo.

 

26 - A quella notizia, immensa fu la sorpresa del P. Provinciale e di noi tutte. Per comprare una casa adattabile a monastero ci sarebbe voluto del tempo, e il P. Provinciale non sapeva reggere a vederci uscire per la Messa. Benché la chiesa fosse vicina,[349] e noi ci raccogliessimo in una cappella dove nessuno ci poteva vedere, tuttavia la cosa, andando per le lunghe, diveniva insopportabile non meno a noi che a lui.

Credo che egli pensasse di farci ripartire. Io però non mi sarei rassegnata. Quando pensavo che il Signore mi aveva raccomandato di affaticarmi in suo nome, mi tenevo tanto sicura del buon esito, che quasi nulla mi poteva affliggere. L'unica mia pena era quella del P. Provinciale, e mi dolevo molto che fosse venuto con noi, non prevedendo i grandi servizi che i suoi amici ci avrebbero resi, come a suo luogo dirò. Immensa pure era l'angustia delle mie compagne, ma la loro pena non mi preoccupava tanto, afflitta com'ero per quella del P. Provinciale.

Mentre ero in questo stato, fuori d'orazione, il Signore mi disse: «Ora, Teresa, tieni duro!».

Dopo ciò, insistetti con maggior fiducia, perché il P. Provinciale ci lasciasse sole e partisse. Era già vicina la quaresima, e siccome egli doveva recarsi a predicare, piacque a Dio che si disponesse ad acconsentire.

 

27 - Ottenne per mezzo dei suoi amici che fossimo accolte in alcune stanze dell'ospedale della Concezione[350] dove si conservava il SS. Sacramento e si diceva Messa ogni giorno. Questo gli fu di qualche sollievo, ma per riuscirvi dovette molto penare.

Nell'ospedale vi era un buon appartamento affittato da una vedova della città che doveva occuparlo entro sei mesi. Ella non solo non ce lo volle prestare, ma si dimostrò dispiacentissima che ci avessero date alcune stanze sotto il tetto, in soffitta, una della quali metteva in comunicazione con il suo quartiere. Ne chiuse a chiave la porta, e, non ancora contenta, fece che internamente venisse pure inchiodata.

 

28 - Ma per farci acquistare maggior merito il Signore ci sottopose a un'altra prova.

I confratelli,[351] immaginandosi, senza alcuna ragione, che noi intendessimo di appropriarci l'ospedale, obbligarono il Padre Provinciale e me a promettere innanzi a un notaio che, alla prima loro intimazione, avremmo subito sgombrato.

Questa condizione mi era molto gravosa perché la vedova era ricca e di famiglia illustre, e temevo che al suo primo capriccio ci avrebbe costrette a sloggiare. Ma il P. Provinciale, più accorto di me, volle che si facesse come essi volevano, per entrarvi immediatamente.

Non volevano darci che due stanze e una cucina, ma l'amministratore dell'ospedale, certo Fernando de Matanza, gran servo di Dio, ce ne assegnò altre due per servircene da parlatorio. - Ci faceva molta carità, come la fa a tutti, specialmente ai poveri.[352]

Ci assistette moltissimo anche Francesco de Cuevas, maestro delle poste cittadine, che nell'ospedale godeva molta autorità. - Non si è mai presentata occasione in cui non ci abbia favorire.[353]

 

29 - Nomino questi nostri primi benefattori perché le monache presenti e future li ricordino nelle loro preghiere, com'è doveroso.

Ricordino specialmente i fondatori. Benché mia prima intenzione non fosse di dar questo titolo a Caterina de Tolosa e neppure mi passasse per la mente, ne fu però meritevole per la sua santa vita presso Dio, il quale appunto dispose che non si dovesse negarglielo. Oltre averci pagata la casa quando noi non lo potevamo, non è a dire quanto abbia sofferto per le difficoltà dell'Arcivescovo. Il solo pensiero che la fondazione non riuscisse, le trapassava il cuore. E intanto non lascia mai di soccorrerci.

 

30 - Benché l'ospedale fosse assai distante da casa sua, veniva a trovarci quasi ogni giorno con la più tenera bontà, provvedendoci di quanto ci potesse occorrere, malgrado le critiche da cui era incessantemente perseguitata, tanto che senza il coraggio di cui è fornita avrebbe finito con abbandonare ogni cosa. Penavo molto nel vederla soffrire. Il più delle volte non lasciava nulla trapelare, ma in certe circostanze, specialmente quando la toccavano nella coscienza, non riusciva a contenersi. Ha una coscienza così delicata che, nonostante le gravi prove venutele da varie persone, non ho mai udito dalla sua bocca una sola parola che fosse offesa di Dio. Le dicevano che sarebbe andata all'inferno, perché, avendo figlioli, non poteva fare quello che faceva. Ma ella si regolava in tutto secondo il parere di uomini dotti, senza di che, io non le avrei mai permesso, per nessuna cosa al mondo, di andar contro ai suoi obblighi, neppure se l'avesse voluto, e si fosse trattato di mille monasteri: a maggior ragione trattandosi di uno. Del resto, siccome le trattative si facevano in segreto, non sarei stata sorpresa se avessero sospettato di peggio. Ella rispondeva con quella rara prudenza che le è propria, e si vedeva chiaramente, dal modo con cui affrontava la prova, che Dio le aveva insegnato come contentare gli uni e sopportare gli altri, e dato il coraggio di sormontare ogni ostacolo.

Come è più forte il coraggio che dimostrano nelle prove i veri servi di Dio, a differenza dei grandi titolati, privi di questa qualità! - Del resto Caterina non manca neppure di nobiltà, perché è di prosapia molto illustre.

 

31 - Tornando a quello che dicevo, il P. Provinciale, dopo averci procurato quell'alloggio, ove potevamo ascoltare la Messa stando in clausura, riprese animo e partì per Valladolìd, dove aveva da predicare, benché assai preoccupato per non aver veduto nell'Arcivescovo alcun indizio da cui sperare di avere presto la licenza. Da parte mia facevo il possibile per incoraggiarlo, ma egli non mi dava retta, per le gravi ragioni che aveva e che qui non è il caso di riferire. Quello che più lo scoraggiava era che se egli sperava poco, meno ancora speravano i suoi amici. Quando lo vidi partire, mi sentii alquanto sollevata, perché ripeto, la mia pena più grande proveniva dalla sua. Ci lasciò detto di cercare una casa e di acquistarla: cosa assai difficile, perché fino allora non se n'era trovata neppur una.

I nostri amici, specialmente i due del P. Provinciale, ci circondavano di ogni attenzione. Decidemmo, di comune accordo, di non dir più nulla all'Arcivescovo fino a quando non avessimo trovata una casa. Quel Prelato diceva sempre che desiderava la fondazione più di tutti, e lo credo, perché è molto pio e sincero, ma in pratica mostrava tutto il contrario, esigendo delle cose che per le nostre risorse sembravano impossibili.

Tale la trama che il diavolo ordiva per impedire la fondazione. Ma come si vede, o Signore, che Voi siete potente! Per farla meglio riuscire vi serviste dei mezzi stessi con cui il maligno tentava impedirla. - Siate sempre benedetto!

 

32 - Eravamo entrate all'ospedale la vigilia di S. Mattia, e da quel giorno fino alla vigilia di S. Giuseppe[354] non facemmo che discutere per questa o per quell'altra casa. In quelle che ci volevano vendere vedevamo tanti inconvenienti che ci impedivano di farne acquisto. Finalmente mi parlarono della casa di un gentiluomo, in vendita da vari giorni. Dio aveva disposto che fosse giudicata inadatta da tanti Ordini religiosi in cerca pur essi di una casa, mentre ora ne sono tutti meravigliati, e qualcuno se ne chiama pentito.

Due o più persone me ne avevano parlato favorevolmente, mentre varie altre me l'avevano descritta così male che io ormai non vi pensavo più, persuasa che non ci convenisse.

 

33 - S'interessava molto per trovarci una casa anche il licenziato Aguiar, grande amico di nostro Padre.[355] E un giorno mi disse, mentre m'intrattenevo con lui, che ne aveva vedute parecchie, ma che non credeva possibile trovarne una in tutta la città che ci potesse convenire: così come mi dicevano anche altri. Allora mi ricordai di questa che dico, a cui avevamo già rinunciato, e pensai che, malgrado fosse così cattiva come mi era stata dipinta, poteva servirci, per il momento, a uscire d'impaccio: poi si sarebbe potuta rivendere. - Ne parlai al licenziato Aguiar pregandolo di farmi il piacere d'andarla a vedere.

 

34 - Egli non l'aveva mai vista, e l'idea non gli dispiacque. Si portò subito a vederla, nonostante fosse un giorno di gran burrasca. L'occupava un affittuario che si rifiutò di mostrargliela, perché non voleva che si vendesse. Ma per la sua posizione e per quello che poté vedere, il licenziato ne rimase così contento che decidemmo subito d'acquistarla. Il gentiluomo proprietario era assente, ma aveva incaricato della vendita un virtuoso ecclesiastico, a cui Dio ispirò il desiderio di venderla a noi con tutta l'accondiscendenza possibile.[356]

 

35 - Si decise, che io andassi a vederla, e ne rimasi così soddisfatta che se mi avesse chiesto il doppio di quanto domandava, mi sarebbe parso ben poco. Certo non sarebbe stato eccessivo, tanto vero che il doppio gli avevano offerto due anni prima, e il padrone si era rifiutato di venderla.[357]

Il giorno dopo venne da me quell'ecclesiastico col licenziato, e quest'ultimo, vedendo il prezzo di cui si contentava, voleva stipulare il contratto immediatamente. Ma alcuni amici, ai quali io avevo manifestato la proposta, mi avevano detto che con quel prezzo si davano cinquecento ducati di più. Ne parlai al licenziato, ed egli mi rispose che il prezzo richiesto gli sembrava molto buono. Altrettanto pareva a me, e avrei senz'altro conchiuso, perché mi sembrava regalata. Però, trattandosi di denari dell'Ordine, avevo qualche scrupolo.

Ci si doveva adunare la vigilia del glorioso Padre S. Giuseppe, prima della Messa. lo dissi a quei signori di adunarci dopo, e avremmo conchiuso.

 

36 - Il licenziato, che è uomo di gran criterio, previde ragionevolmente che se la cosa si fosse divulgata, il prezzo avrebbe potuto aumentare, col pericolo di non concludere nulla. Perciò, ricorrendo a tutta la sua bravura, si fece promettere dall'ecclesiastico di tornare dopo Messa. Noi andammo a raccomandare la cosa al Signore, il quale mi disse: «E tu esiti per denari?».

Conobbi da ciò che quella casa ci conveniva. Le sorelle avevano pregato insistentemente S. Giuseppe di dar loro una casa per il giorno della sua festa, e furono appunto esaudite quando tutto faceva credere che così presto non l'avrebbero avuta.

Tutti mi pressavano a conchiudere, e così feci. il licenziato trovò alla porta un notaio che parve inviato da Dio. Chiamò un testimonio, chiuse la porta della sala affinché nulla trapelasse - ché di questo temeva - e si firmò il contratto con tutte le formalità necessarie. Come ho detto' era la vigilia del glorioso S. Giuseppe.[358] E si fece tutto, mercé la prudenza e la sollecitudine di quel nostro buon amico.

 

37 - Nessuno immaginava che quella casa si sarebbe venduta a sì buon prezzo. E così, appena la notizia cominciò a divulgarsi, uscirono compratori da ogni parte a dire, che l'ecclesiastico l'aveva data per nulla e che bisognava rescindere il contratto per essere evidente l'inganno. Quel buon ecclesiastico non ebbe poco a soffrirne.

Avvisarono immediatamente i proprietari della casa che erano un gentiluomo e sua moglie, entrambi di famiglia illustre. Ma essi furono così contenti nel veder la loro casa tramutarsi in monastero, che dettero tutto per ben fatto. - Del resto, non avrebbero più potuto far nulla.

Qualche giorno dopo si stesero le scritture[359] e si versò un terzo della somma. Si fece tutto secondo i desideri dell'ecclesiastico, il quale allora si mise a esigere delle cose che prima non si erano convenute; ma per compiacerlo accondiscendemmo.[360]

 

38 - Parrà forse strano udirmi raccontare con tanti particolari l'acquisto di una casa. Ma in verità, quelli che ne seguirono la compera in tutte le sue fasi, non vi videro meno di un miracolo sia nella modicità del prezzo, come nel fatto d'essersi tutti accecati gli Ordini religiosi che, dopo averla esaminata, lasciarono di comperarla. Chi la vedeva, ne rimaneva trasecolato, come se la casa non fosse mai esistita, e biasimava coloro che non l'avevano voluta, tacciandoli da pazzi. Era stata rifiutata da una comunità di monache che andava in cerca di una casa: anzi da due, una delle quali si era stabilita da poco, e l'altra veniva dal di fuori in seguito a un incendio che aveva loro distrutto il monastero. Era stata veduta e rifiutata poco prima anche da una certa ricca persona che bramava fondare un convento, ma ora se ne chiamano tutti pentiti.

 

39 - Al rumore che se ne fece riconoscemmo ad evidenza con quanta ragione il buon licenziato avesse voluto che il contratto si stipulasse subito e in segreto. Possiamo dire in verità che la casa, dopo che a Dio, la dobbiamo a lui. Un buon criterio è utile in ogni cosa. Tale era quello del licenziato, e il Signore se ne servì per dar fine a quest'opera, ispirandogli la volontà di aiutarci. Ci aiutò più di un mese, vegliando attentamente perché i lavori si facessero bene e con poca spesa. Sembrava proprio che quella casa il Signore l'avesse riservata per sé, perché tutto vi si ritrovava a proposito. Ciò è tanto vero che, appena la vidi, credetti che fosse stata fatta per noi, sino a parermi un sogno nel vederla così presto ultimata. Nostro Signore ci ripagò ad usura di quello che avevamo sofferto, collocandoci in un luogo di delizie, che tale essa è veramente per il giardino, il panorama e le acque.[361] - Sia Egli per sempre benedetto: Amen.

 

40 - L'Arcivescovo ne fu presto avvertito, e si rallegrò molto che avessimo incontrato così bene, parendogli che la sua opposizione ne fosse stata la causa: in questo aveva perfettamente ragione. Gli scrissi per esprimergli la mia soddisfazione nel saperlo contento, aggiungendogli che l'avrei approntata quanto prima affinché egli compisse i nostri voti. Poi, avendo saputo che volevano ritardarci il trasloco, sotto pretesto di non so quali altre formalità non ancora ultimate, affrettai la traslazione, sistemandoci in un solo appartamento, perché in casa vi era ancora un inquilino, per mandar via il quale dovemmo alquanto faticare.[362] Ma mi vennero a dire che l'Arcivescovo se n'era molto sdegnato. Feci il possibile per placarlo. E siccome è buono, se va in collera, si calma anche presto. Si sdegnò anche quando seppe che avevamo ruota e grate. Credeva che volessi impormi. Gli scrissi che non era così, ma che tali oggetti si usano in ogni casa di raccoglimento, e che, anzi, per evitare ogni apparenza di monastero, non avevo neppur messo la croce, come difatti era vero.[363]

 

41 - Nonostante la benevolenza che ci mostrava, non c'era verso che ci rilasciasse la licenza. Venne a veder la casa, ne rimase molto contento, ci dimostrò grande affetto, dette speranze maggiori, ma non la licenza. Parlò di non so quali scritture che si dovevano fare con Caterina de Tolosa, e temevamo grandemente che non ci volesse contentare. Il dottor Manso, che è l'altro amico del P. Provinciale e molto intimo dell'Arcivescovo, non si lasciava sfuggire occasione di parlargli di noi e importunarlo. Gli dispiaceva molto vederci uscire di casa per andare a Messa. Benché in casa avessimo la cappella e vi si celebrasse la Messa, questa era soltanto per i padroni: l’Arcivescovo non aveva permesso che valesse anche per noi. E così, i giorni festivi e le domeniche dovevamo uscire e andare in una chiesa che per fortuna era vicina.[364] Durammo in questo stato circa un mese, vale a dire dalla nostra entrata in quella casa fino all'erezione del monastero. Tutti i teologi vi vedevano un buon motivo per permetterci la Messa, e lo vedeva pure l'Arcivescovo, che è molto istruito. Ma pare che altra causa non vi fosse se non la volontà di Dio di metterci alla prova. Da parte mia mi adattavo alla meglio, ma vi era una sorella che non poteva mettersi in strada senza tutta tremare per la pena che ne aveva.

 

42 - Non ci mancarono difficoltà neppure per la firma degli atti, perché ora si contentavano di cauzioni e ora volevano denaro, con molte altre esigenze. La colpa non era tanto dell'Arcivescovo, quanto di un suo vicario che ci faceva la guerra. E credo che non si sarebbe fatto nulla, se il Signore non gli avesse preparato un viaggio, e disposto che un altro ne prendesse le veci.

E quanto ha patito Caterina da Tolosa! È impossibile dirlo. Ma soffriva con tanta pazienza che io ne ero stupita. E non si stancava mai di soccorrerci. Ci provvide del mobilio necessario per arredare la casa, letti e molte altre cose di cui il suo palazzo era fornito in abbondanza: insomma, tutto quello di cui potevamo aver bisogno. Preferiva mancare lei di qualche cosa piuttosto che ne mancassimo noi. Così almeno sembrava. Vi sono state fondatrici che ci hanno dato maggiori beni, ma nessuna che abbia sofferto il decimo di quello che ha sofferto lei. Se non avesse avuto figlioli, ci avrebbe dato quanto era in sua mano. Desiderava tanto di veder eretto il monastero, che le pareva poca cosa tutto quello che a tal fine faceva.

 

43 - Quando vidi che si andava troppo per le lunghe, scrissi al Vescovo di Palencia pregandolo d'inviare all'Arcivescovo una nuova lettera. Egli ne era scontentissimo perché riteneva come fatto a sé quello che l'Arcivescovo faceva a noi, il quale invece era più che mai persuaso, con nostra somma meraviglia, di non farci alcun aggravio.

Pregai dunque il Vescovo di Palencia di scrivergli nuovamente perché si degnasse di contentarci, dato che avevamo casa nostra e si era fatto quanto egli aveva voluto.

M'inviò una lettera aperta per l'Arcivescovo, ma concepita in tali termini che, a consegnargliela, sarebbe stata la rovina. Il dottor Manso, mio confessore, da cui pure mi consigliavo, fu d'avviso che non gliela presentassi, perché, quantunque assai rispettosa, conteneva certe verità che, stante il carattere dell'Arcivescovo, avrebbero potuto irritarlo, tanto più che era già alquanto alterato per alcune cose che il Vescovo di Palencia gli aveva mandato a dire. Prima erano molto intimi, e l'Arcivescovo mi diceva che se per la morte di nostro Signore si erano fatti amici quelli che prima non lo erano, per me invece essi si erano inimicati. E io gli rispondevo che da questo poteva vedere chi fossi. - Devo però dire che mi sembrava d'aver fatto il possibile per evitare che si alterassero.[365]

 

44 - Scrissi di nuovo al Vescovo di Palencia supplicandolo, con le migliori ragioni che seppi, di mandargli una lettera più amichevole, nella quale gli mettesse innanzi che si trattava del servizio di Dio.

Fece quello che gli chiesi, e non fu poco. Si arrese al pensiero della gloria di Dio e al desiderio di far piacere a me, cosa quest'ultima che non ha mai lasciato di fare. Ma mi scrisse che quanto aveva fatto per l'Ordine non era neppur paragonabile al sacrificio di quella lettera.

Era scritta in tal modo, e il dott. Manso seppe presentarla così bene che finalmente l'Arcivescovo ci rilasciò la licenza, inviando a portarcela il buon Fernando de Matanza, che venne da noi tutto allegro.

Quel giorno le sorelle erano più che mai scoraggiate, e la buona Caterina de Tolosa in tale stato che non si riusciva a consolarla. Sembrava che il Signore avesse voluto accrescere le nostre pene proprio allora che doveva inondarci di gioia. La notte precedente anch'io avevo perduta la fiducia che mi aveva sempre sorretta. - Il nome di Dio sia eternamente benedetto! Sia lodato per tutti i secoli! Amen.[366]

 

45 - L'Arcivescovo permise al dott. Manso di venire all'indomani a dir Messa e a porre il SS. Sacramento.

Questi, dunque, celebrò la prima Messa. Quella solenne fu cantata dal Priore del convento di San Paolo dell'Ordine dei Domenicani,[367] ai quali, come pure ai Padri della Compagnia, la nostra Riforma è grandemente obbligata. La funzione si svolse solennissima con intervento di musici venuti spontaneamente senza alcun invito. I nostri amici erano molto contenti, e in qualche modo ne godeva anche l'intera città, che tanta compassione ci aveva dimostrata nel vederci in quello stato. L'agire dell'Arcivescovo era giudicato così male che, alle volte, la maniera con cui se ne parlava, mi affliggeva più del resto. La gioia delle sorelle e della buona Caterina de Tolosa era così intensa, che io ne avevo devozione e dicevo al Signore: «Signore, che altro pretendono queste vostre serve, se non di servirvi e vedersi prigioniere per Voi in questa casa, dalla quale non dovranno più uscire?».

 

46. - No, se non se n'è fatta esperienza, non si può comprendere la gioia che si prova in queste fondazioni quando ci si ritrova in clausura, lontane da ogni persona del mondo. Qualunque sia l'affetto che ci leghi ai secolari, nulla eguaglia l'incomparabile contento di trovarci sole. Come i pesci che, tratti dal fiume con un colpo di rete non possono vivere se non rimessi nell'acqua, così pare delle anime abituate alle acque vive dello Sposo. Sottratte a quel loro elemento e ravvolte nelle reti delle cose del mondo, par veramente che più non vivano, fino a quando non siano rese al loro stato. Questo è ciò che ho notato in tutte le nostre sorelle e provato io stessa per esperienza. Le monache che bramano di stare fra i secolari o di trattare spesso con loro, temano di non aver mai assaggiata l'acqua viva di cui il Signore parlò alla Samaritana,[368] e che a ragione lo Sposo si sia a loro nascosto, non godendo esse di star con Lui. Temo che questa sventura provenga da due cause: o dal non aver scelto questo stato unicamente per Lui, o dal non aver compreso, dopo essere entrate in questa via, la grande grazia che loro ha fatto il Signore nel prenderle a sue spose e liberarle dallo star soggette a un uomo, sotto cui la donna trova spesso la morte e, Dio non voglia, alle volte anche la rovina dell'anima.

 

47 - O mio Sposo, vero Dio e vero uomo! Come non stimare assai la fortuna di appartenervi? Ringraziamolo, sorelle mie, d'averci così favorire, né mai stanchiamoci di dar lodi a un sì gran Re e Signore che ci tiene preparato un regno senza fine in ricompensa dei lievi patimenti che domani non sono più e che frattanto ci tempera con tante gioie. - Sia Egli per sempre benedetto! Amen, Amen.

 

48 - Alcuni giorni dopo la fondazione, parve al Padre Provinciale ed a me che nelle rendite assegnate al monastero da Caterina de Tolosa vi fossero alcuni inconvenienti che avrebbero potuto occasionare a noi processi, e a lei dispiaceri. Ma per non esporla ad altre noie, fummo d'avviso che fosse meglio rimetterci nelle mani di Dio. E così, per questo e per vari altri motivi, rinunciammo col consenso del Padre Provinciale[369] e innanzi a un notaio, alla donazione che ella ci aveva fatto, restituendogliene le scritture. Si fece tutto in gran segreto per paura che l'Arcivescovo lo venisse a sapere e lo trovasse mal fatto.

Questo passo ci era molto gravoso. Quando si sa che un monastero è senza rendite, non vi è nulla da temere perché tutti lo aiutano, ma assai pericoloso é lasciar credere che sia con rendite. Nel caso nostro era un esporre le monache al rischio di mancare del necessario: ciò almeno nei primi tempi, perché, quanto all'avvenire, Caterina de Tolosa vi aveva posto rimedio. Infatti, due sue figlie, nostre monache nel monastero di Palencia, dovendo in quell'anno professare,[370] avevano rinunciato ai loro beni in favore della madre, ed ella aveva annullato quell'atto per volgere la rinuncia in favore del monastero di Burgos. In questo, inoltre, volle prendere l'abito un'altra sua figlia,[371] la quale poi vi lascerà la legittima che le spetta da parte di padre e di madre: dono equivalente alle rendite che Caterina ci aveva assegnate. L'unico inconveniente è che per ora il monastero non ne gode. Ma spero che le monache non mancheranno di nulla. Nostro Signore, che procura elemosine ad altri monasteri senza rendite, saprà ben suscitare chi venga in aiuto di questo, o vi provvederà in altro modo.

 

49 - Siccome nessun altro monastero era stato eretto in questa forma, supplicavo talvolta il Signore che, avendo così disposto, disponesse pure che le monache non mancassero del necessario. E non volevo partire fino a quando non vi fosse entrata qualche novizia.[372] Un giorno, dopo la comunione, mentre pensavo a questa cosa, il Signore mi disse: «Di che temi? È già fatto. Te ne puoi andare benissimo». - Mi fece intendere con ciò che il necessario non sarebbe mancato, e ne rimasi così sicura che ne deposi ogni pensiero, come se lasciassi il monastero con buonissime rendite. Mi disposi subito alla partenza, sembrandomi che in quella casa, tanto di mio gusto, non vi stessi che per ricrearmi, mentre potevo essere più utile altrove, benché fra pene maggiori.[373]

L'Arcivescovo di Burgos e il Vescovo di Palencia rimasero molto amici. Subito l'Arcivescovo ci mostrò grandi segni di benevolenza e dette l'abito alla figliola di Caterina de Tolosa e a un'altra novizia che entrò poco dopo.[374] Vi sono ora persone che continuano a soccorrerci. Del resto, il Signore non permetterà mai che le sue spose manchino del necessario quando esse lo servano come sono obbligate. - Egli ne dia loro la grazia per la sua grande bontà e misericordia.

 

 

 

G E S U'

 

 

1 - Credo bene di raccontare come il monastero di S. Giuseppe di Avila - che fu il primo, e la cui fondazione è narrata in un altro libro, non in questo[375] - sia passato dall'obbedienza dell'Ordinario, sotto cui era stato posto, a quella dell'Ordine.

 

2 - Quando si fondò, era vescovo di Avila don Alvaro de Mendoza, attualmente vescovo di Palencia, che favorì molto le nostre monache per tutto il tempo che stette là. Quando ci si mise sotto la sua obbedienza il Signore mi disse che così conveniva. E gli eventi lo dimostrarono ad evidenza, avendo noi avuto in lui ogni sorta di aiuti, non meno nei bisogni dell'Ordine che in tutte le altre difficoltà che si sono presentate. Non permise mai che i Visitatori del monastero fossero del clero secolare, e nulla mai fece se non in seguito a mia istanza. Si passarono così circa diciassette anni - non mi ricordo bene se di più o di meno[376] - né io pensavo di dover cambiare obbedienza.

 

3 - Dopo questo tempo, il Vescovo di Avila fu trasferito alla sede di Palencia. lo allora mi trovavo a Toledo. Nostro Signore mi disse essere conveniente che le monache di S. Giuseppe passassero sotto l'obbedienza dell'Ordine e che cercassi di farlo, sotto pena di vedere io stessa il rilassamento entrare presto in quella casa.

Queste parole mi parvero in contraddizione con quelle intese precedentemente, perché allora mi era stato detto che era bene sottometterle all'Ordinario. Non sapendo cosa fare, ne parlai al mio confessore, che era un gran teologo, attualmente vescovo di Osma.[377] Egli mi disse che non vi scorgeva contraddizione, perché allora era necessario quel sistema e ora invece quest'altro. Si è poi veduto ad evidenza, attraverso molte circostanze, che la cosa era proprio così. E soggiunse che anch'egli avrebbe visto più volentieri quel monastero unito agli altri, che non da solo.[378]

 

4 - Mi fece andare ad Avila per trattare con il Vescovo che trovai molto contrario: non voleva affatto acconsentire. Ma quando gli esposi i danni che potevano venirne alle religiose, per le quali egli ha grandissimo affetto, pesò le mie ragioni; e siccome è di ottima intelligenza e Dio lo ispirava, trovò in mio favore vari altri argomenti molto più forti dei miei. Perciò decise di contentarmi né più si mutò, nonostante il parere di alcuni suoi preti che si mostravano contrari.

 

5 - Erano necessari i voti delle monache, ad alcune delle quali il cambio non andava a genio. Ma siccome mi vogliono bene, cedettero alle mie ragioni, specialmente al pensiero che io non sarei più tornata fra loro quando fosse mancato il Vescovo che molto amavo e a cui l’Ordine era tanto obbligato. Questo riflesso le impressionò fortemente, e così si concluse anche quest'altro affare importantissimo. Si vide poi chiaramente - da tutte e da tutti - a quale rovina sarebbe andato incontro il monastero, se si fosse fatto altrimenti. Sia benedetto il Signore che veglia con tanta cura su ciò che riguarda le sue serve! Ne sia per sempre benedetto! Amen.

 

 

 

 

APPENDICE

 

[Nota: La fondazione del Monastero di Granada fu realizzato da M. Anna di Gesù e S. Giovanni della Croce]

 

 

Storia della fondazione del monastero delle Carmelitane Scalze di Granada, scritta dalla ven.  Anna di Gesù[379]

 

1 - Vostra Riverenza mi ordina di scrivere la fondazione di questa casa di Granada. Ma ho la testa così debole e sono così priva di memoria che non so se ne sarò capace. Dirò quello che mi ricordo.

 

2 - Nell'ottobre del 1585 si compiono quattro anni da che il P. fr. Diego della Trinità (che il Signore abbia in gloria) venne in qualità di vicario provinciale[380] a fare in nome di Vostra Riverenza la visita al monastero di Beas, dove io, scaduta da priora da tre o quattro mesi, ero molto ammalata. E là il Padre Visitatore, malgrado lo stato in cui ero, cominciò a propormi, molto seriamente, di recarci a Granada per la fondazione di un monastero che alcune persone di qualità e varie ricche donzelle delle più distinte famiglie gli avevano chiesto con la promessa di grandi elemosine.

Era la sua buona fede che gli faceva credere di trovare aiuto. Così almeno mi pareva e glielo dissi, facendogli presente che quelli mi sembravano dei complimenti e che in pratica non avrebbero fatto nulla, senza poi dire che mai l'arcivescovo[381] ci avrebbe autorizzate a fondare senza rendite dove già stentavano a vivere tante altre case religiose, per essere Granada una città in rovina e gli anni molto sterili.

Ma ci teneva tanto che non si lasciava smuovere, nonostante riconoscesse la verità di quello che gli dicevo. Anzi, raccontava che il licenziato Laguna,[382] uditore di Corte, gli aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per assecondarlo, e che il P. Salazar[383] della Compagnia di Gesù gli aveva detto in segreto che loro due avrebbero indotto l'Arcivescovo ad acconsentire. Tuttavia la cosa non mi pareva sicura, come poi si vide. Però, vedendo che il progetto gli stava tanto a cuore, lo raccomandai insistentemente al Signore, pregando le sorelle di domandare a Dio la sua luce per conoscere se ci convenisse o no.

 

3 - Il Signore ci fece conoscere chiaramente che per allora non avremmo avuto alcun appoggio, né alcun umano favore, ma che occorreva fidarsi della sua divina provvidenza, come si era fatto nelle altre fondazioni: che Egli avrebbe protetto quella casa in maniera speciale e che vi sarebbe stato ben servito.

Questo lume mi fu partecipato appena comunicata, quando già da tre settimane il P. Visitatore mi pressava con ogni sorta di ragioni per accettare la fondazione. E ne presi subito la decisione nell'istante stesso della comunione, malgrado i dubbi e le esitazioni di cui ho parlato. Indi dissi a suor Beatrice di S. Michele,[384] portinaia, che si era comunicata con me: «Mi creda, la fondazione di Granada è nel cuore di Dio. Mi faccia chiamare il P. fr. Giovanni della Croce, mio confessore, a cui voglio dire quello che Sua Maestà mi ha fatto intendere»,

Rivelai a quel Padre in confessione quello che il Signore mi aveva detto. Ed egli, che era mio confessore, fu d'avviso che ne parlassimo al P. Visitatore, che era ancora a Beas, scrivendone poi a Vostra Paternità, affinché la cosa si facesse con la vostra autorizzazione. Si decise tutto in quello stesso giorno,[385] e si spedirono i dispacci necessari con grande gioia dei Padri e della comunità, messa al corrente del progetto.

 

4 - Scrivemmo a Vostra Paternità e alla nostra santa Madre Teresa di Gesù. Domandavamo quattro monache di Castiglia per dar principio alla fondazione, e pregavamo la santa Madre a venirla a fare lei stessa, ormai persuase che la cosa riuscisse. Incaricammo il P. fr. Giovanni della Croce di partire con un altro religioso e preparare l'occorrente per far venire le monache.[386] Egli andò da Beas ad Avila, dove si trovava la nostra santa Madre Teresa di Gesù, e di là spedirono un messaggio a Vostra Paternità, allora a Salamanca.[387]

Viste le lettere, Vostra Paternità concesse quello che domandavamo, rimettendoci alla nostra santa Madre per la scelta delle religiose che dicevamo necessarie. Sua Reverenza ne prese due dal monastero di Avila: la M. Maria di Cristo[388] che vi era stata priora per cinque anni, e suor Antonia dello Spirito Santo, una delle prime quattro che vestirono l'abito di Scalze a S. Giuseppe di Avila. Prese da Toledo suor Beatrice di Gesù, anch'essa antica di professione e nipote della nostra santa Madre.[389] Ma nostra Madre non poté venire, perché in partenza per la fondazione di Burgos, che si doveva fare nello stesso tempo.

Me l'aveva già scritto molto prima, dicendomi che alla fondazione di Granada, in caso che si fosse fatta, ella non vi sarebbe andata, perché il Signore - così credeva voleva che la facessi io. Ma siccome mi sembrava impossibile intraprendere una fondazione senza di lei, non è a dire il mio disappunto il giorno della Concezione di nostra Signora[390] quando non la vidi giungere a Beas con le altre religiose. Lessi una lettera che mi recarono da parte sua, nella quale mi diceva che per farmi piacere avrebbe desiderato di venire, ma che il nostro gran Dio aveva disposto altrimenti. Tuttavia era sicura che tutto sarebbe andato a meraviglia e che Sua Maestà mi avrebbe molto aiutata. Queste parole non tardarono molto ad avverarsi, come appresso dirò.

 

5 - Il P. fr. Diego della Trinità, vicario provinciale, mandati gli altri in Castiglia a prendere le monache, si recò a Granada Per trattare delle risorse che teneva per sicure e scriverci di raggiungerlo quando tutto fosse pronto. Ma nonostante le sue premure per ottenere il consenso dell'Arcivescovo e realizzare, almeno in parte, quanto gli avevano promesso, non c'era verso che vi riuscisse. - E intanto, nella grande fede che aveva, non cessava di scrivere a Beas che gli promettevano ogni aiuto.

 

6 - Io ne ridevo e gli rispondevo di non farne caso ma di affittarci una casa qualunque, perché le monache di Castiglia erano già arrivate. Ma neppur quella trovava il poveretto, e ne era desolato.

Andò a parlare all'Arcivescovo, e benché appoggiato da don Luigi de Mercado[391] e dal licenziato Laguna - due dei più antichi uditori di Corte - non gli fu possibile ottenere che il Prelato accettasse la fondazione; si mostrava contrarissimo e diceva parole molto aspre. Diceva che avrebbe voluto sopprimere tutte le monache della città. Condurgli altre monache? Ma non vedevano che in tanta sterilità non avrebbero avuto di che vivere? - E altre cose assai dure.

I signori uditori, che si occupavano dell'affare, rimasero molto disgustati, anche perché noi non cessavamo di scrivere loro da Beas per affrettarli a concludere, dicendo che per dieci monache - quante erano quelle che vi dovevano andare - non occorreva infine gran cosa. Segretamente essi cercavano di aiutare il Padre, il quale, finalmente, poté ottenere, in grazia loro, che un giurato della città ci affittasse una casa.

Trovato il locale, il P. Diego ci scrisse di andare, dolendosi di non aver potuto far di più. Noi intanto aspettavamo a Beas, pronte a partire al suo minimo cenno: così si era deciso la sera del 13 gennaio con il P. fr. Giovanni della Croce e con le sorelle già arrivate.

 

7 - Mentre si era in attesa, all'ora dell'orazione ordinaria, andai in coro a pregare. Meditavo sulle parole del vangelo dette da Cristo a S. Giovanni nel battesimo: «A noi conviene compiere ogni giustizia».[392] Assorta in queste parole, e profondamente raccolta, senza che il pensiero della fondazione mi passasse per la mente, cominciai a sentire un frastuono confuso di molte voci spaventose. Mi venne subito da pensare che i demoni manifestassero in quel modo la loro rabbia per il prossimo arrivo del corriere che doveva recarci l'ordine di partire per Granada. Mentre pensavo a queste cose, i clamori divennero così forti che cominciai a svenire. Non potendomi più reggere, mi avvicinai alla M. Priora[393] che mi stava vicino, ed ella credendomi presa da debolezza, dava già ordine perché mi preparassero qualche cosa da mangiare. Feci cenno che non mi portassero nulla, ma che andassero a vedere chi aveva chiamato alla ruota. Andarono. Era il corriere che ci recava l'ordine di partire.

 

8 - Si scatenò subito un così orribile uragano da far quasi credere che tutto il mondo fosse per perire sotto l'acqua e la gragnola. Io poi fui assalita da un male così forte che pareva fossi per morire. I medici e quanti altri mi videro giudicarono impossibile la mia partenza, tanto forti erano i dolori e le agitazioni soprannaturali che mi avevano presa. Eppure io mi sentivo maggiormente animata, e mi davo fretta per far preparare le mule e quanto era necessario per metterci in cammino all'indomani. - Il giorno seguente all'arrivo del corriere era di domenica, e per la gravezza dei miei dolori non potei nemmeno ascoltare Messa, nonostante che il coro fosse vicinissimo alla mia cella.

 

9 - Malgrado tutto, partimmo proprio il lunedì, alle tre del mattino, con gran contento delle religiose che venivano, persuase che nel loro viaggio Dio sarebbe stato ben servito.[394] Il tempo era bello, ma le strade così cattive, per la tempesta di cui ho parlato, che le mule stentavano a tirare innanzi.

Arrivati a Daifuentes[395] mi intrattenni con i due religiosi che ci accompagnavano - P. fr. Giovanni della Croce e P. fr Pietro degli Angeli - intorno al modo di ottenere che l'Arcivescovo si mostrasse più indulgente e ci desse la licenza.

Quella notte stessa, mentre arrivavamo a Daifuentes, udimmo un orribile colpo di tuono. Simultaneamente cadeva a Granada una folgore, proprio sul palazzo dell'Arcivescovo, vicino alla sua stanza da letto. Gli bruciò parte della biblioteca, gli uccise alcune mule, ed egli ne fu così spaventato che dall'emozione ammalò.

Dicono che questo l'abbia alquanto raddolcito. Del resto, nessuno ricordava d'aver mai visto in quella stagione cadere a Granada una folgore.

 

10 - Lo stesso giorno, il padrone della casa che il P. Vicario aveva preso in affitto per noi, ritirò la parola e dichiarò nullo il contratto che aveva concluso con don Luigi de Mercado e con il licenziato Laguna. Diceva che nel cedere la casa ignorava che se ne volesse fare un monastero, ma, che ora sapendolo, non sarebbero usciti né lui né i molti altri che vi stavano. E così fece. I signori che in segreto ci favorivano, non riuscirono a fargliela abbandonare neppure con una cauzione di cinquantamila ducati

Quando conobbero che eravamo vicino e che entro due giorni saremmo giunte in Granada, non seppero più cosa fare. Don Luigi de Mercado disse per caso a sua sorella, signora donna Anna de Peñalosa,[396] a cui il P. Vicario non si era neppure presentato e a cui nulla aveva detto: «Sorella, poiché le monache sono già in viaggio, sarebbe bene farle smontare in casa nostra, offrendo loro qualche stanza in attesa di trovare un angolo in cui alloggiarle». La buona signora, che già da vari anni stava chiusa in un suo oratorio a piangere la propria vedovanza e la morte di una sua unica figliola, racconta che a quella proposta si sentì talmente rianimare da mettersi subito di fretta per disporre la casa e preparare l'occorrente per la cappella e per la nostra abitazione.

Fece tutto con proprietà. Si era alquanto allo stretto, perché. la casa era piccola.

 

11 - Arrivammo il giorno dei SS. Fabiano e Sebastiano alle tre del mattino,[397] ora scelta di proposito per maggior segretezza. Trovammo quella buona signora alla porta della strada, dove ci accolse fra le lacrime e molto devotamente. - Piangevamo noi pure cantando il Laudate Dominum.

Grande la nostra gioia nell'ammirare la cappella. Era disposta sotto il portico. Ma siccome non avevamo la licenza dell'Arcivescovo, pregai che la chiudessero, dicendo poi ai religiosi, presenti con il P. Vicario, che non si pensasse di suonare la campana e celebrare Messa, in pubblico o in privato, fino a quando non si fosse ottenuto il beneplacito di Sua Signoria. - Speravo nella bontà di Dio di poterlo presto ottenere.

 

12 - Spedii all'Arcivescovo un messaggio per informarlo del nostro arrivo, supplicandolo in pari tempo di venirci a benedire e a porre il SS. Sacramento. Poiché quel giorno era festa, gli facevo notare che non avremmo ascoltato la Messa fino a quando Egli non avesse ordinato che ce la dicessero. Ci rispose molto affabilmente, dicendo che eravamo le benvenute, che ne aveva piacere e che desiderava potersi alzare per venirci a celebrare la prima Messa, ma che, essendo ammalato, inviava a dircela il suo Vicario, il quale avrebbe fatto ogni cosa secondo i miei desideri.

Il Vicario arrivò alla sette del mattino.[398] Lo pregai di dirci la Messa, di comunicarci e di porre di sua mano il SS. Sacramento: ciò che egli fece con grande solennità alla presenza dei signori uditori e di molte altre persone, sorpresi i primi di meraviglia che la notizia della nostra installazione si fosse diffusa così presto.

Lo stesso giorno del nostro arrivo, alle otto del mattino, il SS. Sacramento era posto e le Messe si succedevano. Accorse tutta Granada come per un giubileo, dicendosi da tutti ad una voce che eravamo sante e che con la nostra venuta Dio aveva visitato quella terra.

 

13 - Quello stesso giorno don Luigi de Mercado e il licenziato Laguna andarono a far visita all'Arcivescovo, ammalato di spavento per la folgore caduta due notte innanzi. Lo trovarono che sprizzava fuoco di sdegno perché eravamo venute. Essi gli dissero: «Se Vostra Signoria era tanto contraria, perché ha dato loro il permesso? Ormai il monastero è fondato». Rispose: «Non ho potuto fare a meno. Ma ho dovuto molto violentarmi, perché le monache non le posso soffrire. Però ho deciso di non dar loro nulla. Non ne ho neppure per quelle a mio carico». - E così cominciammo a godere la nostra povertà a fatti e a parole.

 

14 - Sì, la signora donna Anna ci dava elemosine, ma in poca quantità. Gli altri poi non vi pensavano neppure, persuasi che non ci mancasse nulla, per vederci in una casa a cui accorrevano tanti poveri, e da cui si soccorrevano con grandi elemosine quasi tutti i monasteri e gli ospedali della regione. Ma fummo spesso in tale estremo che, se non ci avessero aiutate i nostri Padri Scalzi de los Martires[399] inviandoci un po' di pane e di pesce, col poco che quella signora ci dava non avremmo potuto sostenerci. Ma ne scarseggiavano pur essi, perché quello era un anno di gran fame e sterilità, e in Andalusia si soffriva moltissimo.

Roba per dormire ne avevamo pochissima: soltanto quella portata con noi nel viaggio, sufficiente solo per due o tre. Ce ne servimmo a turno, mentre la maggior parte della comunità dormiva in coro sopra alcune stuoie che vi erano. Ma questa penuria ci era di tanta gioia che, per goderne più a lungo, non ne parlavamo con alcuno, meno poi con quella santa signora per non esserle d'aggravio. Ed ella, che ci teneva per virtuose e penitenti, vedendoci così contente ed allegre non pensava neppure che potessimo aver bisogno di più di quanto ci donava. - E così passammo la maggior parte dei sette mesi che stemmo in quella casa.

 

15 - Fin dal primo giorno e per tutto quel tempo, fummo visitate dalle più ragguardevoli persone e dai religiosi di tutti gli Ordini. E tutti biasimavano la nostra imprudenza nel dar principio a un monastero con tanta povertà, sprovviste di ogni umano soccorso. Si rispondeva che in compenso avevamo l'abbondanza delle consolazioni divine; che l'esperienza ci aveva insegnato a mettere ogni nostra speranza nella sollecitudine e nella provvidenza di Dio, di cui avevamo avuto tante prove negli altri nostri monasteri, e che non solo non ci preoccupavamo di cominciare in quel modo, ma che nostro desiderio era che nessuna delle nostre case si fondasse diversamente, perché questo ci appariva il sistema più sicuro. - Ridevano molto nel sentirci parlare in questo modo, stupiti che in tanta strettezza potessimo essere così allegre.

Eravamo tanto rigorose nell'osservanza della clausura che neppure don Luigi de Mercado, nella cui casa abitavamo, ci poté mai vedere senza velo: nessuno poteva dire com'eravamo. - Del resto, non si faceva che conformarci a quanto si pratica abitualmente, ma da queste parti la cosa fa molta impressione.

 

16 - Persone di ogni condizione si presentarono in gran numero a chiedere il nostro abito, ma delle duecento e più che ce lo domandarono neppur una ci parve avere le qualità che le nostre Costituzioni richiedono. Perciò, a molte non volevamo neppur parlare, ed altre facevamo attendere col dir loro che anzitutto dovevano conoscere il nostro genere di vita, che era nostro dovere provare la loro vocazione e che occorreva aspettare fino a quando non ci fossimo provviste di una casa adatta, perché in quella dove eravamo non vi era posto.

Quanto alla casa si faceva di tutto per trovarla, ma non c'era verso di riuscirvi, né per comperarla, né per prenderla in affitto, per cui io, alle volte, nel vedere il poco aiuto che da questa gente mi veniva, mi lasciavo alquanto scoraggiare. Ma allorché vi pensavo, mi pareva di udire quello che Cristo aveva detto ai suoi Apostoli: «Quando vi mandai a predicare senza borsa e senza calzature, vi mancò forse qualche cosa?»[400]. E la mia anima rispondeva: «No, certamente!». E rimanevo piena di fiducia che Sua Maestà ci avrebbe provviste abbondantemente sia nello spirituale che nel temporale. - Infatti, quasi senza che noi ce. ne interessassimo, i sacerdoti e gli oratori più celebri della città venivano a dir Messa e a predicare nella nostra cappella, felicissimi di confessarci e di conoscere il nostro genere di vita.

 

17 - La sicurezza interiore che Dio mi dava, secondo la quale ero certa che nulla ci sarebbe mancato, proveniva da una grazia da cui ero stata favorita fin dal mio arrivo. Avevo sentito interiormente, in maniera assai distinta e precisa, il versetto che dice: «Scapulis suis obumbrabit tibi et sub pennis eius sperabis».[401] Ne avevo parlato al P. fr. Giovanni della Croce, mio confessore, e al P. Maestro Giovanni Battista de Ribera della Compagnia di Gesù a cui manifestavo, in confessione e fuori, tutto quello che mi avveniva. Ed entrambi mi avevano detto che era un segno di Dio, con il quale Egli voleva mostrarmi che la fondazione sarebbe riuscita assai bene, come noi stesse abbiamo poi veduto in questi quattro anni da che è fatta. - Sia benedetto il suo nome.

Le sorelle venute con me alla fondazione, affermano di non aver mai goduto in vita loro tante comunicazioni di Sua Maestà, né mai tanto sentita la sua presenza come in quel tempo: il che pure appariva dalla perfezione con cui vivevano e dal bene che, a detta di tutti, facevano con i loro esempi nei monasteri di Granada. Seppi, infatti, dal presidente don Diego de Castro che, dopo il nostro arrivo, si era operato in essi un assai notevole cambiamento. - Parlo dei monasteri degli altri Ordini, che in Granada sono molti.

 

18 - Oltre le grazie che ho detto, di cui nostro Signore ci favoriva, ne godevamo un'altra di più alto pregio, ed era che si sentiva la persona di nostro Signor Gesù Cristo farci compagnia dal SS. Sacramento dell'altare. Ci sembrava di sentire sensibilmente la sua presenza corporale. Si trattava di un fatto così generale e ordinario che nelle nostre conversazioni ne parlavamo apertamente, dicendoci che in nessuna parte il SS. Sacramento sembrava averci prodotto un tale effetto. - Questa grazia cominciò da quando fu posto nel tabernacolo. Qualcuna ne gode tuttora, benché non tanto sensibilmente come in quei primi sette mesi.

 

19 - Al termine di questo tempo potemmo affittarci una casa.[402] Quegli che l'occupava la mise a nostra disposizione senza dir nulla al proprietario. E Vostra Paternità, venuta apposta da Baeza per migliorare la nostra situazione, ci trasferì in essa con la più grande segretezza.

Ce ne dovemmo contentare fino a quando il Signore cominciò - dieci mesi più tardi - a muovere per davvero alcune donzelle delle più illustri famiglie di Granada. Assecondate dai loro confessori e all'insaputa dei genitori e dei parenti, che ricusavano di lasciarle entrare fra noi perché troppo austere, vennero segretamente a chiedere il nostro abito, e in pochi giorni ne vestimmo sei, con grande solennità, fra il dispiacere dei parenti e lo stupore dei cittadini. Era per tutti un orrore entrare fra noi, tanto che molti genitori, ci fu detto, vegliavano attentamente le loro figliole. Ed essendo morti quelli della nostra prima novizia, suor Marianna di Gesù, poco dopo il suo ingresso in monastero, dicevano che la causa ne era stato il dispiacere, mentre essa, non solo non si è mostrata scontenta d'essere entrata fra noi, ma ne gode immensamente, non cessando di ringraziare il Signore per la grazia che le ha fatto nel chiamarla al nostro Ordine, ottima religiosa in tutto, non meno di quelle che sono entrate con lei e dopo di lei.

 

20 - Dopo che queste novizie ebbero emessa la professione, cercammo con la loro dote di comperarci una casa. Entrammo in trattative su parecchie. Anzi, di alcune avevamo già stese le scritture, ma non potemmo mai combinarci. Finalmente ponemmo gli occhi sopra quella del duca di Sesa. Ma si opponevano tante difficoltà alla sua vendita, che il nostro progetto sembrava una follia, tale pure giudicato da quanti venivano a saperlo. Eppure era la casa che più ci conveniva, la meglio situata di Granada. Decisi di intavolarne le trattative, appoggiata a quello che mi era stato detto, da più di due anni, dalla sorella che mi fa da segretaria,[403] di cui non dico il nome perché Vostra Paternità conosce chi sia dalla scrittura. Per ben tre volte il Signore le aveva fatto intendere che il nostro monastero si sarebbe stabilito in quella casa, ed era sicurissima che nulla avrebbe potuto ostacolarci. Così infatti avvenne, come sa anche lei. E quella è la casa nella quale ci troviamo.[404]

 

 



[1] Cf cap. 34 della Vita, N. 6 e seg. Religioso insigne per virtù e nobiltà di natali, di grande aiuto alla Santa con la sua illuminata direzione.

[2] Dotto Gesuita, nato nel 1537 e morto nel 1619. Fu superiore nelle case di Villagarcia, Salamanca, Burgos e Valladolìd. Assecondò la Santa nelle sue fondazioni, specialmente nelle ultime, come si vedrà nel cap. 29 del presente libro.

[3] S. Luigi re di Francia sarebbe al 25 di agosto. Ordinariamente S. Teresa scriveva di notte, ed è probabile che l'ufficiatura di quel Santo, che aveva da poco terminata, l'abbia tratta in questa piccola inesattezza.

[4] Ciò per ricordare il collegio apostolico che col divino Maestro risultava appunto di tredici persone. Questo numero fu più tardi modificato, ed ora le monache possono arrivare a ventuno o a ventidue.

[5] Secondo le deposizioni processuale della M. Lucia di S. Alberto, il Signore disse un giorno alla Santa, riguardo alle prime monache di S. Giuseppe d’Avila, che quelle dodici religiose erano ai suoi occhi come altrettanti fiori gradevolissimi che Egli teneva fra le mani (Mem. st I° R., n. 208). Esse erano, oltre la santa Fondatrice, Isabella di S. Paolo, Orsola dei Santi, Antonietta dello Spirito Santo, Maria Batista, Maria della Croce, Maria di S. Girolamo, Maria di S. Giuseppe, Isabella di S. Domenico, Anna di Gesù, Maria di Cristo, Petronilla Battista.

Se costituiti in provincia a parte, erano governati dai Calzati. [La condizione posta dal P. Generale nel concedere a Teresa la facoltà di fondare due conventi di Frati Scalzi, era che fossero sottoposti al Provinciale di Castiglia. Cf lettera da Barcellona del 10.8.1567].6_ Fondazioni 31,4.7_ Riportiamo le ultime parole, che è l’ultima preghiera della Santa: «Signore mio e mio Sposo! È arrivata l’ora desiderata; è tempo che ci vediamo Amato mio e Signore mio; è tempo di andare; si compia la Vostra volontà; già è tempo che io salga da questa terra, e che

[6] La religiosa che praticò quest’atto di obbedienza fu Sr Maria Battista, nipote della stessa Santa, poi Priora di Valladolìd.

[7] Facendola salire alla superficie e passare per certi strati di sabbia, forse avrebbero potuto migliorarla.

[8] Quel pozzo esiste ancora e si chiama della Samaritana o di Sr Maria Battista, essendo stata costei che animò la Santa al lavoro. Ma ora non serve che ad innaffiare il giardino.

[9] Cioè, in una di quelle piccole cappelle che la Santa faceva disseminare per i giardini dei suoi monasteri per meglio favorire lo spirito di raccoglimento.

[10] Commissario Generale delle Indie Occidentali (Americhe) e zelante predicatore apostolico.

[11] I Superiori dell’Ordine si stabilirono a Roma verso il 1472, dopo la morte del Beato Giovanni Soreth. Prima di questa data, quando cioè risiedevano nelle loro province, alcuni di essi avevano visitata anche la Spagna. Il P. Alerio, per esempio, renne il Capitolo Generale a Barcellona nel 1324 (Cf Carmelites de Paris - Les Fondations).

[12] In un primo tempo era stato stabilito che il monastero di S. Giuseppe si fondasse sotto la giurisdizione dell’Ordine. Ma scoppiato contro il monastero il malumore che già sappiamo, il Provinciale dei Carmelitani Calzati non volle più saperne, per cui la Santa dovette rivolgersi a Don Alvaro de Mendoza, vescovo di Avila.

[13] Secondo donna Maria Pinel, cronista del monastero, le religiose erano centottanta [anche secondo la lettera di Teresa ad una religiosa che voleva farsi Carmelitana: 1581].

[14] Il suo vero nome è Rossi, latinizzato, secondo l’uso del tempo, in Rubeo. Nacque il 4 ottobre 1507, ed entrò nell’Ordine a 17 anni. Eletto Generale fu invitato da Filippo II a recarsi in Spagna per provvedere alla riforma di quei conventi e monasteri. Religioso di mente straordinaria e di prudenza singolare, si applicò con ardore a realizzare i voti del re, che erano anche i suoi, ma non raccolse che amarezze. Arrivò ad Avila il 12 aprile 1567.Là conobbe e trattò a lungo con la Santa, rimanendone altamente ammirato, tanto che in seguito, parlando di lei usava chiamarla: La mia figlia. All’infuori di qualche piccolo equivoco, originato da informazioni mal date intorno alla riforma dei religiosi, fra S. Teresa e il P. Rubeo regnò sempre la più serena amicizia. Morì in Roma il 3 settembre 1578 e fu sepolto nel chiostro di S. Martino ai Monti.

[15] Se tutti i monasteri osservano la Regola mitigata, tra i conventi ve n’erano almeno due che seguivano quella primitiva: quello del Monte Oliveto, presso Genova, visitato dallo stesso P. Rubeo nella sua andata in Spagna, e quello di nostra Signora della Speranza, in Onda, nell’antico regno di Valenza.

[16] La prima di queste patenti porta la data di Avila 27 aprile 1567, e la seconda quella di Madrid 16 maggio del medesimo anno.

[17] Veramente le patenti di cui parla sarebbero state spedite da Barcellona. Portano la data del 14 agosto 1567 e concedono la facoltà di fondare due conventi di Religiosi sia nella Vecchia che nella Nuova Castiglia.

[18] I gesuiti di Medina avevano quattordici anni di esistenza e abitavano in quella medesima Calle de Santiago, nella quale andarono a stabilirsi le carmelitane scalze.

[19] Il monastero di S. Giuseppe di Avila.

[20] Cf c. 26 della Vita. Nel 1567, quando la Santa fu a Medina, il P. Alvarez era rettore di quel collegio e maestro dei novizi. Nel 1573, anno in cui Teresa scriveva questo capitolo, governava la Provincia di Castiglia, in sostituzione del P. Gil Gonzales Davila, recatosi a Roma per l’elezione del nuovo Generale.

[21] Ai tempi di S. Teresa, Medina del Campo contava 30.000 abitanti, ed era rinomata per il suo traffico e la fertilità dei suoi campi. Risiede in una vasta pianura, fra Avila e Valladolìd, bagnata dal fiume Zapardiel e dominata dalle rovine del celebre castello La Motta, nel quale morì Isabella la Cattolica.

[22] Giuliano d'Avila, figlio di Cristoforo d'Avila e di Anna de Santo Domingo, fu sacerdote pio, grave e prudente, che godette. le confidenze di S. Teresa e divise con lei le innumerevoli traversie della Riforma. Nel progresso di quest'opera lo incontreremo varie volte, sempre in quest'attitudine di devota dedizione che lo rende molto caro a tutti i figli di S. Teresa di Gesù. Compose vari opuscoli spirituali e due interessanti relazioni intorno alle fondazioni a cui prese parte Morì nel 1605, e il suo corpo riposa nella chiesa di S. Giuseppe d'Avila, vicino al suo grande amico Gaspare Daza, di cui si è parlato nella Vita.

[23] Antica moneta spagnola di pochissimo valore.

[24] Si chiamava Isabella, ed era figlia di Francesco Fontecha e di Maria de Villalba, entrambi di Avila. In religione prese il nome di Isabella di Gesù.

[25] Le religiose di San Giuseppe erano Maria Battista e Anna de gli Angeli; quelle dell'Incarnazione: Agnese e Anna de Tapia, Teresa de Quesada e Isabella Arias, che presero i nomi di Agnese di Gesù, Anna dell'Incarnazione, Teresa della Colonna e Isabella della Croce.

[26] P. Antonio de Heredia nacque in Requena verso il l510. Entrato nell'Ordine a 10 anni, a 26 era superiore nel convento di S. Paolo de la Moraleja. Coprì varie altre cariche e fu a Roma come segretario provinciale per l'elezione del Generale P. Rubeo. Conobbe S. Teresa mentre era nel convento di Avila e nonostante la sua età avanzata, dette principio in Durvelo, con S. Giovanni della Croce, alla riforma dei religiosi, affrontando innumerevoli difficoltà, persecuzioni e travagli. Nella Riforma prese il nome di P. Antonio di Gesù, fondò i conventi di Mancera e Almodovar, fu più volte superiore ed assistette in morte i due luminari della Riforma: Santa Teresa di Gesù e S. Giovanni della Croce. Morì il 22 aprile 1601 nel convento di Velez Malaga nella tarda età di anni 91, ed è venerato nell'Ordine come una colonna della Riforma. (Cf Reforma de los Descalzos, t. III, lib. XI, cap. VII).

[27] Donna Maria Suarez, signora de Fuente el Sol.

[28] Meraviglioso che la Santa s'impegni nella compera d'una casa mentre è in possesso d'alcuni soldi soltanto, appena sufficienti per pagare un affitto e sopperire alle spese del viaggio. Ma illimitata è la sua fiducia nel Signore, pienamente convinta che al momento opportuno il denaro non mancherà.

[29] Arevalo, grossa borgata distante da Avila una cinquantina di chilometri, ricca di ville, conventi, fondazioni di pietà e beneficenza, e con una formidabile fortezza, ora smantellata, sulla confluenza dell'Adaja e dell'Arevalillo.

[30] Si chiamava Alfonso Esteban.

[31] Era il convento di Nostra Signora della Grazia. Secondo le leggi d'allora, una comunità non poteva stabilirsi nelle adiacenze di un'altra già legittimamente stabilita.

[32] Si riferisce a Isabella Arias e Teresa de Quesada. La sottopriora era Isabella Arias.

[33] P. Bañez, insigne domenicano che nella vita di S. Teresa di Gesù ebbe grande e importantissima parte, nacque a Medina del Campo il 29 febbraio 1528. Entrato giovanissimo nell'Ordine dei Predicatori, vi esercitò a lungo il magistero, distinguendosi fra i teologi dei tempo per la profondità del sapere. Fu per vari anni confessore di S. Teresa e suo consigliere nelle mille peripezie della Riforma. Il suo nome ricorre spesso nella Vita, e spesso lo troveremo pure in questo scritto. Morì a Medina del Campo nel 1604.

[34] Quella sera stessa, racconta il Ribera (libro II, cap. VII e VIII), la Santa rimandò ad Avila le persone di servizio che l'avevano accompagnata, e all'indomani inviò Agnese ed Anna de Tapia, Teresa de Quesada e Isabella Arias alla vicina borgata di Villanueva de Aceral, presso don Vincenzo Ahumada, fratello delle due prime, facendole venire a Medina del Campo quindici giorni dopo. Ella intanto, con Anna degli Angeli e Maria Battista, si portò ad 01medo per abboccarsi col Vescovo di Avila che ivi si trovava. Monsignore le offrì una vettura e la fece accompagnare a Medina da un suo cappellano. Durante il tragitto si era pure fermata presso donna De Herrera - colei che aveva venduto la casa al P. Antonio - per ottenere che il suo maggiordomo la lasciasse libera all'arrivo delle monache.

[35] Il tragitto era abbastanza lungo, perché la casa si trovava all'altra parte della città.

[36] Il P. Francesco di S. Maria narra nella Reforma de los Descalzos (t. I, lib. II, cap. V): «All'alba, essendo tutto pronto e il P. Priore (P. Antonio de Heredia) già rivestito dei sacri paramenti, le monache suonarono una campanella per invitare i fedeli alla Messa. Grande fu lo stupore del vicinato, ed accorse tanta gente che la cappella apparve piccola. Vedendo un monastero, sorto dalla sera alla mattina, si guardavano l'un l'altro con meraviglia, non sapendo cosa dire».

[37] La Santa credeva che per la fondazione d'un monastero non bastasse la celebrazione della Messa, ma fosse necessaria anche la posa del SS. Sacramento. Scrive infatti al cap. 19 del presente libro circa la fondazione di Salamanca: «Quello fu il primo monastero che fondai senza porvi il SS. Sacramento. Avevo creduto fino allora che la presa di possesso non potesse aver luogo che a questa condizione, ma saputo che ciò non importava, ne fui molto contenta per ragione del cattivo stato in cui gli studenti avevano lasciato la casa». Oggi la fondazione d'un monastero è regolata da altre leggi.

[38] La Spagna fu preservata dall'eresia, ma Medina era una città di commercio, e vi affluivano mercanti da ogni parte d'Europa, fra cui non pochi protestanti. La Santa temeva che qualcuno di essi sfogasse il suo odio contro il SS. Sacramento nella cappella tutta aperta del suo monastero.

[39] Secondo le indicazioni delle carmelitane di Medina, la finestra da cui la Santa vigilava il SS. Sacramento è quella stessa che si vede ancor oggi sopra la grata del parlatorio.

[40] Si riferisce alla capanna di Betlemme.

[41] Questo pio e generoso mercante si chiamava Biagio de Medina.

[42] Donna Elena de Quiroga, nipote del Cardinal de Quiroga, che poi si fece carmelitana scalza il 14 ottobre 1581, col nome di Suor Elena di Gesù. Precedentemente, nel medesima monastero, si era già fatta monaca sua figlia: Suor Girolama dell'Incarnazione.

[43] P. Antonio de Heredia.

[44] Filippo II, volendo riformare i diversi Ordini religiosi del suo regno, aveva cercato, in seno a ciascun Ordine, quali fossero i soggetti più edificanti, capaci di coadiuvarlo. Per l'Ordine del Carmelo gli venne presentato il P. Antonio de Heredia; e il Re gli scrisse per metterlo a parte dei suoi disegni. Ma per una imprudenza del latore, il messaggio reale cadde in mano ai religiosi del convento di S. Anna, di cui il P. Antonio era priore. In breve la notizia si divulgò per la provincia e grande ne fu lo scalpore, dicendosi da tutti che il P. Antonio disonorava il suo Ordine presso il re e i secolari. Aumentarono le persecuzioni quando si seppe che aveva deciso di passare tra i Certosini; ma il P. Antonio sopportò tutto con pazienza e con suo gran profitto spirituale. (Cf Reforma de los Descalzos, t. I, lib. II, cap. IX).

[45] S. Giovanni della Croce nacque a Fontiveros, nel 1542, da Gonzalo de Yepes e Caterina Alvarez, umili e virtuosi operai. Trascorse i suoi primi anni nell'esercizio delle più belle virtù, e nel 1563, a 20 anni di età, prese l'abito del Carmelo nel convento di Medina del Campo col nome di fra Giovanni di S. Mattia. Nel 1567 s'incontrò con S. Teresa di Gesù, e fu vinto alla sua causa. Coi P. Antonio de Heredia gettò in Durvelo le prime basi della Riforma, cambiando il cognome di S. Mattia in quello della Croce. Incredibili furono le sofferenze che dovette sostenere per mantenersi fedele alla Regola primitiva. Fondò conventi, scrisse importanti e profondi trattati di mistica teologia, diresse nello spirito religiosi e religiose e fu più volte superiore, riscuotendo ovunque ammirazione non meno per l'eroicità delle sue virtù che per il dono dei miracoli. Nota è la domanda che rivolse al Signore quando Egli gli chiese cosa desiderasse in premio di quanto aveva fatto: «Signore, patire ed essere disprezzato per Te». Gli ultimi anni della sua vita parvero la realizzazione di quest'eroica domanda, perché sfogliato di ogni carica, fu pure sul punto di venire allontanato dalla Spagna. Morì in Ubeda il 14 dicembre 1591 a 49 anni di età, glorificato da Dio, nella sua ultima ora, con meravigliosi prodigi. Fu beatificato da Clemente X il 25 gennaio 1675, canonizzato da Benedetto XIII il 27 dicembre 1726 e dichiarato dottore della Chiesa nel 1926 da Pio XI. Le sue opere mistiche sono: La notte oscura, La salita del monte Carmelo, La fiamma viva, ed altri opuscoli del genere.

[46] Quando la Santa poté contare su due Padri, disse giubilante alle sue monache: «Ho già un frate e mezzo», alludendo all'alta statura del P. Antonio e a quella mingherlina di San Giovanni della Croce - Alcuni però vogliono interpretare queste parole in rapporto allo spirito dei due Padri. Ma conoscendo la grande carità e prudenza di S. Teresa non ci sembra probabile.

[47] Erano le fondazioni di Medina del Campo (1567), Malagòn (1568), Valladolìd (1568), Toledo (1569), Pastrana (1569), Salamanca (1570), Alba de Tormes (1571).

[48] Allude al suo priorato al monastero dell'Incarnazione (1571-1574).

[49] Cf Cammino di perfezione, cap. 40.

[50] Il P. Gracián scrisse in margine: «Ragionamento eccellente e di grande consolazione»

[51] Cf Vita, cap. 11.

[52] Quandiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis, mihi fecistis. (Mt 25,40).

[53] Si fece obbediente sino alla morte. (Fil 2, 8).

[54] Gustate et videte quoniam suavis est Dominus. (Sal 33,9).

[55] Sembra che alluda al convento dei Carmelitani Calzati di Toledo, ma non si sa nulla di preciso circa il religioso di cui parla.

[56] Qui vos audit me audit. (Lc 10,16).

[57] Cf Vita, cap. 20.

[58] Sembra che la corista fosse la M. Alberta Battista che morì santamente nel 1583 a 35 anni di età. Il fatto avvenne nel monastero di Medina del Campo, e la conversa doveva essere Suor Agnese della Concezione. (Cf Reforma del Carm., t. II, lib. VI, cap. XX).

[59] M. Agnese di Gesù.

[60] Si riferisce al contrasto sopravvenuto nel 1571 fra la comunità delle Carmelitane Scalze di Medina del Campo e il Provinciale dei Calzati relativamente alla novizia suor Isabella degli Angeli, la quale, sostenuta dalla sua famiglia e da detto Provinciale, pretendeva un impiego distinto. Il medesimo Provinciale, inoltre, aveva cercato di porre a capo della comunità Teresa de Quesada, una delle due monache provenienti dall'Incarnazione. Era una buona religiosa, ma per molte ragioni non conveniva che fosse messa a capo di una comunità di Scalze. (Cf Reforma de los Descalzos, t. I, lib. Il, cap. XLVIII).

[61] Sembra che alluda al monastero dello Spirito Santo in O1medo (Valladolìd) dove la Santa fu molte volte ospitata durante il periodo delle sue fondazioni.

[62] La Santa parla di se stessa.

[63] Melior est enim oboedientia quam victimae. (1Re 15,22).

[64] Per una retta intelligenza di tutto il capitolo è bene far notare con il P. Silverio che qui, sotto il nome di persone melanconiche, s'intendono le nevrasteniche ed isteriche dei nostri giorni: denominazioni che il più delle volte sono un semplice palliativo di caratteri bizzosi e caparbi. Si tratta sempre di un'alterazione mentale, chiamata pure lipemania, atrabile, umor nero, che induce a tetraggine, mutismo, sfiducia di sé, pessimismo, disgusto della vita, ed anche, talvolta, nei casi più gravi, a scoppi improvvisi di atti violenti.

[65] Cioè, dopo la professione monastica, fatta la quale la religiosa non può esser più rimandata per questa sola malattia.

[66] Cf Cammino di perfezione, cap. 24.

[67] L'íllustre psicologo Enrico Joly scrive nel suo libro: S. Teresa (trad. it., pag. 182 in nota): «Ho domandato a questo proposito delle spiegazioni a un dottore di medicina, il quale mi rispose: Generalmente si proibisce il pesce agli erpetici e agli artritici. Ora, molti neuropatologi credono che i nevrastenici traggano l'origine del loro male da queste malattie».

[68] Parla di se stessa. Cf Vita, cap. 29. Esprime il medesimo pensiero al cap. 9 delle Seste Mansioni - Castello Interiore.

[69] Vedi la nota nella Vita, c. 25, n. 22.

[70] Molto probabilmente la Santa accenna a un contadino di Avila, chiamato Giovanni Manteca, che nel 1565 passava per uomo straordinario, ripieno dello spirito di Dio. La Santa ebbe a trattare con lui e non rimase soddisfatta. Il tempo le dette ragione, perché si scoprì che era un imbroglione, il quale ebbe poi a che fare con la giustizia. (Deposiz. Process. della M. Isabella di S. Domenico).

[71] Qui, come altrove, s'intende sempre di cose che il confessore non conosca sotto segreto di confessione.

[72] Cf cap. 34 della Vita. La dama di cui si parla era donna Luisa de la Cerda, presso la quale nel 1562 era stata circa sei mesi per la morte del marito, don Antonio Arias Pardo de Saavedra.

[73] Malagòn, piccolo villaggio nella provincia di Ciudad-Real, che conta presentemente circa 5.000 abitanti. La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Maria Maddalena, è ancora quella in cui entrò S. Teresa.

[74] P. Domenico Bañez, con il quale si incontrò in Alcalà de Henarez.

[75] Concilio di Trento. (Cf Sess. 25, De Regularibus, cap. 3).

[76] Era l'undici aprile. Anche questo monastero, come quello di Avila e Medina, si fondò sotto il titolo di S. Giuseppe. La Santa, che aveva già con sé suor Anna degli Angeli e suor Antonietta dello Spirito Santo, fece venire da Avila altre cinque religiose, professe del monastero mitigato dell'Incarnazione: Maria del SS. Sacramento, Maria Maddalena, Isabella di Gesù, Anna Maria di Gesù e Isabella di S. Giuseppe. Entrate nel nuovo monastero, non vi durarono a lungo, perché essendo sulla piazza principale di Malagòn, sede di pubblico mercato, le religiose non vi potevano avere quel silenzio che si addice a un convento di Carmelitane. Perciò la Santa, d'accordo con donna Luisa, l'8 dicembre 1579 trasferì il monastero in mezzo a un grazioso oliveto, in prossimità del castello. Secondo Giuliano d'Avila, questo fu l'unico monastero che sia stato eretto dalle fondamenta. Fu costruito sotto la direzione della stessa Santa. In una piccola cappella, di fronte alla spianata del monastero, si conserva ancora il sedile di pietra dal quale S. Teresa, secondo una tradizione popolare, dirigeva i lavori di costruzione. Dice il Padre Silverio che non v'è abitante in Malagòn che, passando innanzi a quella cappella, non si faccia il segno della croce, salutando devotamente la Santa. - Il monastero sussiste ancora ed è quello che meno degli altri subì trasformazioni.

[77] Don Bernardino di Mendoza, fratello di don Alvaro de Mendoza, vescovo di Avila, presso il quale ebbe occasione di conoscere la Santa e le sue figlie. Non contento di aver regalato al monastero di Avila due ternari, un piviale e un palliotto, volle offrire alla Riforma la sua casa di campagna situata nei dintorni di Valladolìd. Era una splendida tenuta, chiamata Rio de Olmos, un quarto di lega dalla porta del Carmine, sulla riva sinistra del Pisuerga. Il contratto di donazione si fece a S. Giuseppe di Avila alla presenza della M. Isabella di S. Domenico che ne parla nelle sue deposizione giuridiche.

[78] Morì in Ubeda, mentre la Santa si trovava in Alcalà nel monastero dell'Immagine.

[79] Era il 10 agosto 1568. La Santa conduceva con sé suor Isabella della Croce, che nominò priora della nuova casa, suor Antonia dello Spirito Santo e suor Maria della Croce.

[80] Il convento dei Carmelitani Calzati che si vede tuttora in Campo Grande, convertito in ospedale militare.

[81] S. Giovanni della Croce. Cf Fondazioni, cap. 3.

[82] Qui la Santa è caduta in errore, perché dal 10 agosto, giorno del suo ingresso in Valladolìd, al 15 dello stesso mese, in cui la fondazione fu definitivamente inaugurata, in quell'anno - 1568 non vi fu di mezzo alcuna domenica. Perciò il permesso di cui parla dev'essere stato dato per qualche altro giorno della settimana.

[83] Il sacerdote celebrante era lo stesso Giuliano d'Avila, il quale testifica nei suoi scritti d'aver osservato l'estasi della Santa. - Rubens riprodusse questo episodio in un suo quadro famoso che si conserva nel museo di Anversa. S. Teresa è inginocchiata ai piedi di nostro Signore; sotto è il purgatorio da cui l'anima di don Bernardino sta per uscire e volare al cielo.

[84] Donna Maria de Mendoza era sorella di don Bernardino de Mendoza, generoso oblatore della casa. Visto che la malaria, causata dalla vicinanza del Pisuerga, attentava alla salute delle monache, il 31 ottobre 1568 trasportò il monastero nel suo stesso palazzo, dove rimase fino al 3 febbraio successivo.

[85] Donna Maria de Acuña si era sposata nel 1547 con don Giovanni de Padilla, Adelantado Mayor di Castiglia, dignità equivalente a quella di Governatore di una provincia. Ebbero quattro figli: don Antonio Manrique de Padilla che entrò nella Compagnia di Gesù l'8 marzo 1572; donna Maria de Acuña Manrique che si fece domenicana nel monastero di S. Caterina a Valladolìd; donna Luisa de Padilla Manrique; donna Casilda Manrique de Padilla che è quella di cui la Santa narra la straordinaria vocazione.

[86] Don Giovanni de Padilla, padre di Casilda, ebbe tre fratelli: don Gomez Manrique, commendatore di Lopera; don Pietro Manrique de Padilla, canonico di Toledo e poi gesuita; don Martino de Padilla, fidanzato di donna Casilda.

[87] Suor Stefania degli Apostoli, che prese l'abito di conversa il 2 luglio 1572 nel monastero di Valladolìd, dedicato alla Concezione della S$. Vergine. Era un'anima di grande fervore e semplicità. Un giorno Filippo 11, essendo entrato in monastero, le domandò che cosa desiderasse. Rispose che bramava un piccolo romitorio presso la cucina, ove raccogliersi in preghiera nei momenti che il suo ufficio di cuoca le lasciava liberi. Il Re promise di contentarla, ed ella gli disse con grande semplicità: «Avendo Vostra Reverenza molti affari, temo che se ne dimentichi. Perciò la prego di permettermi di farle un nodo alla sciarpa affinché se ne ricordi». Il romitorio esiste ancora ed è dedicato alla SS. Vergine del Carmelo.

[88] Donna Luisa de Padilla, vedova di don Antonio Manrique, grande Adelantado di Castiglia, morto nel 1560.

[89] La Priora di Valladolìd era la M. Maria Battista, nipote della Santa, la quale in quel tempo (1573) si trovava a Salamanca per la fondazione di quel monastero. P. Domenico Bañez era allora in Valladolìd come rettore di quel collegio di Domenicani.

[90] Questa statua si conserva ancora, ed è al posto d'onore nel coro della Comunità.

[91] Dall'8 al 28 dicembre 1573.

[92] Donna Maria, domenicana.

[93] Donna Casilda prese l'abito del Carmelo sotto il nome di Suor Casilda della Concezione e fece la professione il 13 gennaio 1577. Ma per ragioni non ancora ben chiare, dopo aver resistito con tanto coraggio a tutte le seduzioni del mondo, non mantenne fede al suo primo proposito. Nel 1581 uscì dalla Riforma, e con autorizzazione pontificia, ottenutale dai suoi parenti, passò a reggere le Francescane mitigate di Burgos in qualità di Badessa. S. Teresa ne fu costernata, come si vede dalla lettera scritta al P. Gracián nel settembre 1581.

[94] Donna Beatrice Oñez nacque ad Arroyo (Valladolìd) e fece la sua professione religiosa il 17 settembre 1570 col nome di Beatrice dell'Incarnazione.

[95] M. Maria Battista.

[96] Il Capitolo di cui si parla, è quello che al Carmelo si chiama conventuale (riunione di tutti i membri d'una comunità per la correzione delle colpe), a differenza del vocale che è fatto per prendere, di comune accordo, qualche decisione per il maggior bene spirituale o materiale della medesima comunità. Zelatori o zelatrici sono i religiosi o le religiose che, designati a turno dal Superiore, devono zelare l'osservanza della regola, rilevarne le infrazioni e palesarle in Capitolo per l'emenda dei colpevoli.

[97] Il seguente episodio raccontato nella Reforma de los Descalzos (t. I, pag. 266), conferma la virtù di questa ammirabile religiosa. Suor Beatrice era a letto ammalata. L'infermiera le dette a bere, per involontaria distrazione, una tazza d'infusione amarissima, credendola una bibita eccellente. L'inferma la bevve con piaceri, senza il minimo segno di ripugnanza. Quando le religiose se n'accorsero, rimasero molto edificate.

[98] Quel cappellano, secondo le Memorias Historiales (lett. R. 183), si chiamava P. Jalame. Dichiarò pubblicamente che quando confessava suor Beatrice e la sentiva parlare rimaneva acceso di amor di Dio.

[99] Cf Fondazioni, cap. 2-3.

 

[100] Los del paño, calzados: espressione propria della Santa per distinguere i Carmelitani Calzati dagli Scalzi che vestivano di bigello.

[101] Don Raffaele Mejia Velazquez.

[102] Il P. Gracián scrisse in margine: «Questo villaggio si chiama Durvelo».

[103] Si misero in cammino la mattina del 30 giugno e arrivarono a Durvelo la sera dello stesso giorno, dopo un'intera giornata di viaggio per coprire poco più di otto leghe. La compagna di viaggio era suor Antonietta dello Spirito Santo, una delle quattro religiose che vestirono l'abito della Riforma in S. Giuseppe d'Avila.

[104] Essi erano: Durvelo, Pastrana, Mancera, Alcalà de Henares, Altomira, La Roda, Granada, La Peñuela, Siviglia e Almodovar del Campo.

[105] Il Provinciale in carica era il P. Alfonso Gonzales, e quello scaduto P. Angelo de Salazar.

[106] S. Giovanni della Croce partì per Durvelo verso la fine del settembre 1568.

[107] Il P. Antonio si unì in Durvelo a San Giovanni della Croce il 7 novembre 1568, a 58 anni di età.

[108] Era la prima domenica d'Avvento, 28 novembre 1586. L'abito della Riforma fu confezionato dalla stessa Santa, la quale, dopo aver guadagnati i due Padri alla sua causa, averli addestrati nello spirito e procurata loro la casa, ben poteva chiamarli suoi figli, trattarli e provvederli come tali.

[109] Cf Fondazioni, cap. 13, nota.

[110] Questo giovane religioso si chiamava fra Giuseppe del Cristo. Uno storiografo dell'Ordine, riunendo insieme i cognomi dei tre primi Carmelitani Scalzi - P. Antonio di Gesù, fra Giuseppe del Cristo e S. Giovanni della Croce - vi intravede lo stesso programma della Riforma: Gesù Cristo Crocifisso. Questi brevi cenni della Santa sono abbastanza sufficienti per lasciarcene persuasi.

[111] Erano le calzature dei poveri, con suole di corda e il tomaio d'un tessuto grezzo. Sono ancora in uso fra le Carmelitane Scalze. I religiosi le sostituirono con i sandali.

[112] Don Luigi de Toledo, signore di Mancera e delle Cinque Ville (o cinque paesi: Salmoral, Naharros, San Miguel, Montalvo e Gallegos) era figlio di don Enrico, presidente del Consiglio degli Ordini. Due suoi figli, Enrico de Toledo e Isabella Leyva, entrarono poi nella Riforma.

[113] La traslazione si fece l'11 giugno 1570 con grande concorso di popolo e l'intervento del P. Gonzales, provinciale, che disse la prima Messa e collocò il SS. Sacramento. Nel 1600 la comunità di Mancera si trasferì ad Avila, stabilendosi, dopo varie peregrinazioni, nella stessa casa di S. Teresa di Gesù, trasformata in chiesa, con annesso convento, nel 1636.Però il Carmelo Riformato non dimenticò la sua culla. La casetta di Durvelo fu ricomprata nel 1612.Vi Aprirono una cappella e vi fu innalzato un convento. In seguito le vicende dei tempi distrussero ogni cosa, ed ora serve ai contadini del luogo per i lavori della campagna. Presentemente a Durvelo v'è un monastero di Carmelitane Scalze.

[114] Secondo la Cronica (t. I, lib. II, cap. 41), l'acqua fu così abbondante che si diramò per tutto il chiostro. Il P. Antonio allora, temendo che le fondamenta della casa ne venissero a soffrire, disse tra il serio e il faceto: «Signore, vi abbiamo chiesto acqua, ma non troppa!».

[115] Paolo Hernandez nacque in Orense nel 1524 ed entrò nella Compagnia nel 1552.Era a Toledo come ministro di quella casa professa, fondata di recente. Morì nel 1588 nel collegio di Murcia.

[116] 31 ottobre 1568.

[117] Le lettere del P. Hernandez e di Alfonso Alvarez le giunsero a Valladolìd alla fine del 1568.Ma impedita dagli affari e dal suo stato di salute, non poté mettersi in viaggio che il 21 febbraio dell'anno successivo. Passando per S. Giuseppe di Avila, vi prese, come compagne di fondazione, suor Isabella di S. Paolo e suor Isabella di S. Domenico, e giunse a Toledo il 24 marzo 1569. Toledo, antichissima città della Nuova Castiglia, sta adagiata sopra ridenti colline, circondata, quasi per intero, dal Tago. Celebre per numerosi avvenimenti storici di cui è stata teatro, fu pure per qualche tempo capitale della Spagna, e vi si ammira ancora l'Alcazar,

antico palazzo dei Mori, che Carlo V abbellì con magnificenza, destinandolo ad abitazione reale.

[118] Diego Ortiz, soprannominato il teologo, si era ammogliato con una nipote di don Martino, chiamata donna Francesca Ramirez, alla quale, in fine, verrà concesso il patronato della Cappella.

[119] Arcivescovo di Toledo era allora il domenicano Bartolomeo Carranza, che essendo stato accusato d'eresia, si trovava nelle carceri dell'Inquisizione. Stette otto anni in quelle di Valladolìd. Condotto a Roma, vi continuò la prigionia fino al 1576, anno di sua morte. L'amministratore della diocesi che faceva le veci dell'Arcivescovo si chiamava Don Gomez Tello Giron.

[120] Don Pietro Manrique, figlio di don Antonio Manrique e di donna Luisa de Padilla, era zio di donna Casilda de Padilla di cui la Santa raccontò la vocazione nei cap. 10 e 11 di questo libro. Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1573, e morì santamente in Alcalà il 12 gennaio 1577.

[121] Gli arcivescovi di Toledo, non meno degli altri grandi di Spagna, avevano per l'amministrazione dei loro vasti domini un Consejo de gobernación, al quale si riferivano le cause, non solo politiche e amministrative, ma anche religiose.

[122] Questa licenza, che le Carmelitane Scalze di Toledo conservano tuttora, porta la data dell'8 maggio 1569.

[123] Questi due quadri, devoti ma di scarsissimo valore artistico si conservano ancora: uno rappresenta Gesù caduto sotto il peso della croce, e l'altro il divino Maestro assiso sopra un sasso in profonda meditazione.

[124] Di questo povero, ma virtuoso giovane, non ci sono giunte che assai poche notizie. Il P. Francesco di S. Maria (Historia de la Reforma, t. I, lib. II, cap. XXIII) dice di lui che Dio non lo lasciò senza premio. Lo colmò di beni di fortuna e gli diede in moglie una donna onorata e virtuosa da cui ebbe molti figli, dei quali, dice detto Padre, vi sono tutt'oggi i discendenti che attribuiscono all'intercessione della Santa le grazie che ricevono da Dio. Non si sa in che chiesa di Toledo sia avvenuto l'incontro del buon Andrada con S. Teresa di Gesù. La M. Isabella di S. Domenico ci narra invece un incidente occorso alla Santa nella chiesa delle Benedettine. Un giorno mentre la Madre si trovava in detta chiesa, volle accostarsi alla comunione, e ravvolta nel suo mantello si portò all'altar maggiore. Nel frattempo una donna del popolo, avendo perduta una pianella, l'andava cercando qua e là senza risultato. Mentre la Santa tornava al suo posto, ella, nel vederla con quel mantello così ordinario, credette che l'avesse presa lei e la tenesse nascosta. Trasportata dall'ira, l'assalì con furia percuotendola alla testa con la pianella rimasta. La Santa sopportò l'affronto con gioia, e uscita di chiesa disse allegramente alle sue figlie: «Dio benedica quella brava donna! Ne avevo già abbastanza di mal di testa!...» (Reforma de los Descalzos, t. I, lib. II, cap. XXV).

[125] Dal 14 maggio 1569 agli ultimi dello stesso mese o ai primi di giugno dell'anno seguente. Era situata su la Plazuela del Barrio Nuevo, presso la chiesa di Nostra Signora del Transito.

[126] La presa di possesso ebbe luogo il 14 maggio 1569.Il Priore dei Carmelitani Calzati di Toledo, P. Gutierrez, celebrò la prima Messa, alla quale assistette pure donna Luisa de la Cerda con varie persone di sua casa.

[127] Era il canonico don Pietro Manrique di cui ha parlato più sopra.

[128] Una notte che il freddo era più intenso, la Santa domandò che la coprissero di più. Le sue figlie le risposero gaiamente che aveva indosso tutte le coperte del monastero (avevano messo sulla Madre anche le loro cappe) e non v'era più nulla. A questa uscita, la Santa che non se n'era accorta, rise di cuore. (Ribera, t. II,14). - Per la povertà con cui il monastero era stato fondato, S. Teresa nutrì per esso un'affezione speciale. Quando il Capitolo Generale del 1576 le ordinò di chiudersi in un monastero e di non più uscirne, scelse di preferenza quello di Toledo. Lo chiamava la sua villetta di delizie (su quinta de recreo), denominazione che vi è ancora in uso, Si narra che quando ti allontanò per non più ritornarvi, un Gesù Bambino venerato in monastero, versò lacrima abbondanti. Il simulacro esiste ancora ed è chiamato el Niño llorencito (il Bambino piangente).

[129] Si trattava del titolo e del diritto di patronato che il fondatore avrebbe avuto sul monastero e, dati i tempi d'allora, si esigeva da alcuni che il titolare fosse un personaggio di qualità. La condizione dell'amministratore era di non ammettere rendite e di non dar titoli di fondatore ad alcuno. Ma sembra che questa clausola sia stata data a voce, perché sulla licenza non risulta.

[130] Cf Relazione 8, dove si legge che il Signore le disse: «T'inganni molto, figliola, se ti lasci guidare dalle leggi del mondo! Fissa gli occhi su di me che sono stato povero e disprezzato! Forse che i grandi del mondo sono tali anche innanzi a me? O che forse voi dovete essere stimate per la nobiltà dei natali, e non per la virtù?

[131] Anna della Madre di Dio, al secolo Anna de Palma, era figlia di Pietro Gonzales de las Cuentas e di Maria Alvarez. Conobbe la Santa al palazzo di donna Luisa de la Cerda. Rimasta vedova, prese l'abito carmelitano nel nuovo monastero. Professò il 15 novembre 1570. Fu una delle fondatrici del monastero di Cuerva, dove morì piena di virtù il 2 novembre 1610.

[132] Secondo gli storici dell'Ordine, si tratterebbe di Suor Petronilla di S. Andrea, quarta professa del monastero di Toledo, morta nel 1576.

[133] La Santa avrebbe potuto citare quest'altro esempio, accaduto a Salamanca. Stava per morire un certo P. Gallo, dell'Ordine di S. Domenico, teologo di Filippo il al Concilio di Trento. Il demonio, camuffatosi da giovane studente, entrò nella sua cella e cominciò a porgli delle questioni molto astruse intorno al mistero della SS. Trinità, onde indurlo in eresia. Il Padre si difendeva alla meglio e procurava di far atti di fede. Ma Satana incalzava con insistenza. Sopraggiunse intanto l'agonia. Nel frattempo, nella chiesa del convento, il P. Bañez stava confessando S. Teresa. Al suono della campanella che chiamava la comunità al letto del morente, il Padre Bañez congedò la Santa, raccomandandole di pregare per l'infermo; e S. Teresa rimase in preghiera fino alla morte del Padre. Nell'atto che questi spirava, il demonio, arrabbiato, produsse un gran rumore, e alludendo al nome del morto, gridò: «Se non fosse stato per la gallina, come me lo sarei portato via il gallo!». (Cf P. Paolino Alvarez: S. Teresa y el P. Bañez, cap. III).

[134] Prima di lasciare il monastero di Toledo, crediamo utile citare il presente episodio raccontato dalla Reforma. (Tomo I, lib, II, cap. 25).

La Santa voleva che le sue figlie fossero molto semplici e alla mano. Una volta aveva combinato per l'accettazione di una postulante. Questa, la vigilia del suo ingresso in monastero, disse alla Madre con una cert'aria d'importanza: «Madre, porterò pure la mia Bibbia». E la Santa: «La Bibbia, figliola? No, no, non venga! Qui non abbiamo bisogno né di lei né della sua Bibbia, perché noi non siamo che delle povere donne ignoranti, capaci solo di filare e obbedire».

Dopo alcuni anni quella giovane ebbe a che fare con l'Inquisizione per le sue stranezze religiose.

[135] 28 maggio 1569.

[136] La Santa aveva fatto venire quattro religiose dal monastero dell'Incarnazione e due da Malagòn. Le prime erano: le sorelle Caterina e Giovanna Yera, donna Antonietta del Aguila e donna Isabella Suarez; le seconde: suor Anna di Gesù, e suor Isabella di S. Giuseppe.

[137] Ruy Gomez era l'uomo più influente della corte, gran maestro di palazzo, consigliere di stato e contador mayor: carica equivalente a quella di ministro delle finanze. Stimato da tutti per la sua saggezza, non lo era meno per la bontà del cuore. In ricompensa dei suoi meriti Filippo Il lo aveva creato, a varie riprese, principe di Eboli (1559) duca d'Estremera (1568) e duca di Pastrana (1572), villaggio nelle dipendenze di Guadalajara, da lui avuto in eredità nel 1572. Sua moglie, donna Anna de Mendoza, era imparentata con le più grandi famiglie di Spagna, celebre per la sua bellezza, non meno che per il suo carattere incostante, altero e capriccioso.

[138] Comportamento di Teresa nelle Rivelazioni: Quanto alle «rivelazioni» private, che ella aveva numerose e che dalle istruzioni che i teologi le avevano dare riconosceva provenienti da Dio senza alcun dubbio, scrive: «Non bisogna mai esserne così persuasi da fare alcuna cosa (o anche solo pensarla) senza il consiglio di un confessore dotto, prudente e vero servo di Dio» (6M 3,11).

- Fece chiamare il più grande teologo che vi fosse in città (il Domenicano P. Pietro Ibañez) e gli espose «alcune delle varie ragioni che a ciò ci inducevano, senza parlargli delle rivelazioni, perché volevo che mi consigliasse soltanto secondo le ragioni naturali che mi determinavano ad agire» (Vita 32,16).

- E ancora: «Ritengo vera una rivelazione solo quando non è contraria alla Sacra Scrittura e alle leggi della chiesa che siamo obbligati a osservare» (V 32,17).

- E ancora, parlando della fondazione del monastero di Pastrana: « Nonostante le gravi ragioni che mi sembravano contrarie. dopo tali parole [dettele da Gesù] non osai far altro che rimettermi in tutto alla decisione del mio confessore, così come in simili circostanze solevo fare. Lo mandai quindi a chiamare e senza dirgli nulla di quanto avevo inteso nell’orazione... Egli, dopo aver tutto esaminato, fu d’avviso che partissi, e io decisi d’andare» (F 17,4).

Del resto l’obbedienza alla chiesa è uno dei segni che distingue il vero dal falso carismatico ossia dall’illuso (V 33,3).

- Teresa «non fece mai nulla per il motivo che le veniva detto nell’orazione. Anzi, quando i confessori le comandavano il contrario, obbediva prontamente e rendeva conto di tutto» (R 4,7).

- Oppure ancora: «quando il Signore mi dava un comando nell’orazione e il confessore me ne imponeva un altro, sua Maestà tornava a dirmi di stare alla parola del confessore. Poi gli faceva cambiare parere, inducendolo a darmi il suo medesimo comando» (V 26,5).

[139] 30 maggio 1569.

[140] Donna Eleonora, molto stimata alla corte per le sue alte virtù, era stata governante di Filippo II, ufficio che disimpegnò più tardi anche con l'infante don Carlos. Nel 1563 aiutò la M. Maria di Gesù a fondare in Alcalà il monastero delle Carmelitane detto dell'Immagine, e nel 1564 fondò a Madrid su la Plaza Santo Domingo quello delle Francescane di cui qui si parla, attiguo al quale abitava. Morì a Madrid il 20 dicembre 1584.

[141] Ambrogio Mariano de Azaro, in religione P. Mariano di San Benedetto, nacque a Bitonto (Bari) da Nicola de Azaro e Polissena de Clementis. Datosi con passione allo studio, ottenne la laurea in diritto e teologia. Partecipò al Concilio di Trento, e vi fu incaricato d'importanti negozi in vari paesi del settentrione. La riputazione che si era acquistata indusse la regina di Polonia a nominarlo maggiordomo di sua casa. Seguì per qualche tempo la carriera delle armi, partecipando anche alla famosa battaglia di S. Quintino (Francia). Entrati gli spagnoli in quella città, difese a spada tratta l'onore di due fanciulle insidiate da un compagno d'armi. Fu accusato di omicidio, e rimase in prigione per qualche tempo senza difendersi. Riconosciuta finalmente la sua innocenza, entrò in maggior grazia del re, il quale sapendolo peritissimo in geometria ed idraulica, gli affidò l'incarico di rendere navigabile il Guadalquivir da Cordova a Siviglia. In questa città, dopo un corso di esercizi fatti sul metodo di S. Ignazio, decise di abbandonare il mondo e si ritirò fra gli eremiti del Tardón, sotto la direzione del celebre fra Matteo de la Fuente. Nel 1568 Filippo II lo chiamò ad Aranjuez per la costruzione d'un canale destinato ad irrigare quella regione. Di là passò a Madrid dove s'incontrò con la Santa. Vestì l'abito della Riforma a Pastrana in qualità di converso, ma nel 1574 ricevette l'ordinazione sacerdotale per ordine del P. N. Generale. Fu maestro dei novizi, definitone generale, rettore del collegio di Alcalà e fondatore dei conventi di Lisbona e Madrid. Religioso esemplare e valido difensore della Riforma contro gli attacchi degli avversari, fu molto stimato dalla Santa, nonostante la vivacità del suo carattere che alle volte non gli faceva misurare le parole. Morì santamente in Madrid nel 1594. (Cf Reforma, t. I, lib. II, cap. 27-28; Peregrinación de Anastasio, Dial. XIII).

        Pure italiano era il giovane frate che l'accompagnava, Giovanni della Miseria, al secolo Giovanni Narduch, nato da poveri agricoltori abruzzesi. In patria aveva vestito l'abito dei Minori, ma poi dimesso perché oggetto di vessazioni diaboliche. Passò in Spagna per il pellegrinaggio di S. Giacomo di Compostella, e avendo inteso che il P. Mariano Azaro - di cui in Italia era stato servitore - si trovava tra gli eremiti del Tardón, andò a vivere con lui. Ma fuggì poco dopo per ritirarsi nella solitudine di Jaen, dove il P. Mariano lo ritrovò e lo condusse con sé ad Aranjuez. Desideroso di studiare pittura, la principessa donna Giovanna gli ottenne d'esser accolto come apprendista dal famoso pittore Alfonso Sanchez Coello, presso il quale rimase più d'un anno. Quando il P. Mariano andò da Aranjuez a Madrid, lo trovò in casa di donna Eleonora Mascareñas presso la quale stava dipingendo alcuni quadri. Abbracciò col suo antico padrone la Riforma, distinguendosi per la sua evangelica semplicità non meno che per la sua ardente devozione al SS. Sacramento e alla Vergine Santa, che chiamava la sua colomba. Dobbiamo a lui l'unico ritratto di S. Teresa eseguito dal vero in Siviglia nel 1576. Durante le persecuzioni dei Calzati, abbandonò la Riforma per passare alla Mitigazione; da questa passò ai Francescani; e dopo qualche tempo, chiese ed ottenne, mercé l'intervento dal cielo di S. Teresa di Gesù, di rientrare fra i Carmelitani Scalzi. Morì santamente in Madrid nel 1616 a più di novant'anni d'età. (Cf Reforma, t. IV, lib. XIV, cap. 21-29; Peregrinación de Anastasio, Dial. XIII).

[142] P. Matteo della Fuente era nato nel 1524 ad Alminuete presso Toledo. Desideroso di solitudine, si ritirò fra i monti della Sierra Morena, in una certa località che, per essere piena di cardi selvaggi, fu chiamata Cardòn, da cui Tardón, dove fu raggiunto da vari altri eremiti che lo presero a loro superiore. Quando S. Pio V ordinò agli eremiti di ritirarsi in qualche convento regolare, il Padre Matteo abbracciò la Regola di S. Basilio, e ne fu zelante restauratore.

[143] P. Alfonso Gonzalez e P. Angelo de Salazar.

[144] La Santa aveva con sé suor Isabella di S. Paolo, prima professa del monastero di Avila e donna Antonietta del Aguila.

[145] Veramente la Santa non rimase a Pastrana nemmeno due mesi, perché partita da Toledo il 30 maggio 1569, il 21 luglio del medesimo anno vi era già di ritorno. La difficoltà dell'accordo proveniva dal fatto che la principessa esigeva che la Santa accettasse nel nuovo monastero una monaca Agostiniana, chiamata Caterina Machuca, professa a la Humildad di Segovia. S. Teresa non ne voleva sapere, appoggiata in questa sua negativa dall'autorità del Padre Bañez che sosteneva con lei non essere prudente ricevere soggetti di altri Ordini quando non siano ben conosciuti. Sorse un'altra difficoltà circa le rendite da assegnare al monastero. I principi volevano che fondasse in Pastrana, come in altri luoghi, senza rendite. Ma Pastrana era un paese assai povero: le elemosine sarebbero mancate, e la Santa non voleva esporre le sue figlie a difettare del necessario. Finalmente i principi cedettero, e il 9 luglio 1569 la fondazione fu fatta. - Altre fonti di noie per la Santa furono le insistenze della principessa per leggere il libro della Vita. La Santa, pressata pure dal principe, cedette, a patto che non lo facessero vedere ad altri. Ma, dopo qualche giorno seppe che il libro era alla mercé delle serve, fatto oggetto di scherno. (Cf Reforma, t. I, lib. II, cap. XXVIII).

[146] P. Baldassare di Gesù (Nieto) era nato a Zafra nell'Estremadura e risiedeva a Medina del Campo in quel convento di Carmelitani Calzati. Desideroso di passare alla Riforma, accettò volentieri d'accompagnare a Pastrana le tre religiose che la Santa vi aveva chiamate: suor Isabella di S. Girolamo, Suor Anna di Gesù e Suor Girolama di S. Agostino. Fu il primo priore di Pastrana, e coprì varie e importantissime cariche. La Santa gli era molto affezionato. Scrivendo di lui alla M. Maria di S. Giuseppe, diceva: «Il Padre Baldassare e io siamo grandi amici...». Ma durante la lotta dei Calzati il P. Baldassare fece lega con questi, sino a deporre falsamente contro il P. Gracián. Pianse presto il suo errore, e dopo avervi riparato nella maniera più edificante, morì in Lisbona nel 1589.

[147] L'eremitaggio convertito in convento di Carmelitani Scalzi era sulle colline di Pastrana in una posizione incantevole, chiamata nei dintorni la colombaia, per ragione di una casetta situata nel mezzo, dove si rifugiavano i colombi. Il P. Mariano utilizzò le sue conoscenze idrauliche per arricchire il luogo di una buona sorgente. Scavò un corridoio sotterraneo per unire la colombaia, ingrandita e tramutata in convento, ad una cappella già esistente, dedicata a San Pietro. Nei fianchi del corridoio, usufruendo delle cavità naturali del monte, aprì varie stanze destinate a cucina, a refettorio e a vari altri usi. Pastrana divenne il noviziato della Riforma, da cui uscirono molti santi e dotti religiosi. Sulla fine del secolo XVI le costruzioni sotterranee crollarono e il convento fu riedificato più in alto. Espulsi i religiosi nel 1836, nel 1855 passò agli Alcantarini che vi aprirono una casa per le Missioni. (Cf Les Carmelites du Paris - Les Fondations).

[148] Il monastero delle religiose fu fondato sotto il titolo della Concezione della Santa Vergine il 9 luglio 1569, e quattro anni dopo - 29 luglio 1573 - moriva cristianamente, assistito dal Padre Baldassare di Gesù, il principe Ruy Gomez. Nell'eccesso del suo dolore, la principessa volle vestirsi subito da carmelitana facendosi poi condurre sopra una modesta vettura al monastero di Pastrana col nome di suor Anna della Madre di Dio. La Madre Isabella di San Domenico che ne era la priora, disse subito, appena lo seppe: «La principessa religiosa!? Il monastero è perduto!» Suor Anna, infatti, non tardò molto a lasciar sentire il suo antico carattere autoritario e capriccioso, mettendo a dura prova la pazienza della Priora. Finalmente, dopo quasi sei mesi, abbandonò il monastero. Ma prese le monache in tanta avversione, che, non desistendo ella dall'inquietarle; la Santa si vide costretta ad abbandonare Pastrana e a trasferire il monastero a Segovia. La traslazione avvenne nel 1574 sotto la direzione di Giuliano d'Avila e di Antonio Gaytàn.

[149] La Santa, sempre previdente, aveva ordinato alla Priora, prima di partire per Toledo, di registrare quanto avevano ricevuto dai principi, con l'indicazione del giorno, del mese e dell'anno: registrazione assennatissima, che, come si vide, doveva troppo presto tornar utile.

[150] Tornò a Toledo il 21 luglio 1569. La casa di cui parla era quella in Barrio de S. Nicolas. (Cf cap. 15).

[151] Il Rettore di Salamanca si chiamava Martino Gutierrez, distinto religioso per dottrina, virtù e doti oratorie non comuni. Nato ad Almodovar nel 1524, entrò nella Compagnia nel 1550, e vi coprì varie e importantissime cariche. Nel 1573, mentre si recava a Roma, cadde in mano agli Ugonotti, che, caricatolo di catene, lo gettarono in prigione. Dopo otto giorni di patimenti, spirava serenamente a 49 anni di età.

[152] La regione di Salamanca, dice il P. Silverio, non era affatto povera, come non lo è neppur ora; solo che la città per essere centro di cultura, non aveva né industria né commercio e si manteneva con le pensioni degli studenti. È posta a circa 144 km da Madrid, sul fiume Tormes. Celebre per la sua università e per i suoi molti edifici antichi e moderni, era chiamata dagli spagnoli la piccola Roma. Presentemente è alquanto decaduta.

[153] Vescovo di Salamanca era don Pietro Gonzales de Mendoza, figlio del quarto duca dell'Infantado.

[154] Probabilmente donna Beatrice Yañez de Ovalle, moglie di don Gonzalo Yañez de Ovalle, che era cugino di Giovanni de Ovalle, marito di donna Giovanna de Ahumada, sorella della Santa.

[155] Maria del SS. Sacramento (Suarez) professa all'Incarnazione di Avila. Erano accompagnate da Giuliano d'Avila.

[156] 31 ottobre 1570.

[157] Il martirologio romano ricorda al 21 ottobre che, al tempo dell'imperatore Graziano, furono uccise dagli Unni, presso Colonia, undicimila vergini, compagne di S. Orsola, che soggiacquero alla morte per difendere la loro verginità. Una di esse, di nome Cordula, atterrita da tanto eccidio, fuggì e si nascose; ma poi, mossa dalla grazia, andò da sola a presentarsi ai carnefici che l'uccisero come le altre.

[158] 1570.

[159] Nicola Gutierrez aveva sei figlie, religiose nel monastero dell’Incarnazione di Avila, passate poi alla Riforma, eccetto la prima.

[160] La Messa fu celebrata dal P. Martino Gutierrez della Compagnia di Gesù, il quale, dietro domanda della Santa, aveva mandato, fin dalla sera precedente, due giovani religiosi per aiutarla a preparare la cappella. S. Teresa aveva avuto occasione di procurarsi all'albergo due quadri ad olio, rappresentanti uno l'Ecce Homo e l'altro la deposizione dalla Croce, nel quale acquisto consumò i quattordici reali che le rimanevano dal viaggio. Fece venire da Medina la M. Anna dell'Incarnazione, suor Maria di Cristo e suor Girolama di Gesù, chiamò da Avila suor Anna di Gesù, suor Giovanna di Gesù, suor Maria di S. Francesco, e pose a capo della comunità la M. Anna dell'Incarnazione. La casa era situata sull’attuale piazza S. Teresa, occupata al presente dalle Serve di S. Giuseppe, Congregazione religiosa dedicata all'educazione della gioventù, specialmente povera.

[161] Dovette andarvi come priora per ordine del P. Pietro Fernandez, domenicano, visitatore apostolico dei Carmelitani della Nuova e Vecchia Castiglia. Egli aveva deciso di mettere un po' di ordine nel monastero dell'Incarnazione che era molto decaduto, materialmente e spiritualmente; e presi gli accordi necessari con i Superiori della Mitigazione, da cui il monastero dipendeva, vi fece priora la nostra Santa. La notizia non poteva essere più inaspettata ed incresciosa sia per S. Teresa, che per le monache dell'Incarnazione, le quali, già contrarie alla Santa per la riforma da lei intrapresa, credevano che avrebbe preteso di stabilirla anche fra loro. Teresa, che non sapeva adattarsi a prendere possesso della nuova carica, procrastinava di giorno in giorno, finché il Signore venne a toglierla da ogni indugio con le parola che abbiamo letto nella Relazione 20 [«Mie sorelle sono le monache dell’Incarnazione. E perché non vai a soccorrerli?... Non resistere più oltre!»].

P. Pietro Fernandez era nato a Villuestre presso Salamanca, e aveva professato tra i Domenicani verso il 1541. Pio, austero e d'ingegno svegliatissimo, compì gli studi con onore e fu scelto da Filippo II come uno dei suoi teologi al Concilio di Trento. Eletto da Pio V commissario apostolico per la riforma del Carmelo, passò una quaresima fra gli Scalzi di Pastrana, riportandone così bella impressione da ripetere spesso: «Dopo quello che ho visto e letto, non credo che in tutta la Chiesa vi sia un convento ove si pratichi maggior rigore e perfezione». La sua prudenza gli acquistò la stima e la gratitudine di tutta la Riforma, specialmente di S. Teresa di Gesù che lo ebbe come uno dei suoi più devoti difensori. Morì a Salamanca i1 22 novembre 1580, mentre gli arrivava Breve Apostolico con cui Gregorio XIII lo nominava presidente del Capitolo che doveva decretare la separazione dei Carmelitani dell'Antica Osservanza da quelli della Riforma.

[162] A causa d'un canale, chiamato di S Francesco, che rasentava il monastero.

[163] P. Pietro Fernandez.

[164] La casa ridotta a monastero era di Pietro de la Banda e si trovava presso il palazzo dei conti di Monterrey. Per la presa di possesso predicò il famoso scrittore ascetico fra Diego de Estella. - Durante i lavori di adattamento, avvenne un grazioso episodio, deposto con giuramento nelle «Informazioni di Salamanca» dallo stesso capomastro, Pietro Hernandez. Un giorno, mentre assisteva gli operai ch'erano venti o ventidue, !a Santa si affacciò a una finestra per dirgli di dar loro da bere. Il capomastro rispose che il vino era caro e tanti gli operai. Tuttavia mandò a prenderne un poco; v'infuse dell'acqua e cominciò la distribuzione. Ma giunto quasi alla fine, si accorse con sua grande meraviglia che il recipiente era pieno come prima . In quel momento la Santa si riaffacciava alla finestra per domandargli se l'avesse ascoltata. «Sì, Madre, - rispose pronto il capomastro, - ma qui, se non sbaglio, avviene come alle nozze di Cana: l'acqua s'è cambiata in vino». «Andate là, - riprese la Santa; - è stato Dio che l'ha fatto». «Benissimo, - rispose l'altro, - ma sembra ch'Egli abbia dei buoni intercessori!». Poi volgendosi agli operai: «Avanti, ragazzi, - gridò, - bevete allegramente, ché questo è vino di benedizione!...».

[165] A proposito di questo fatto, narra la M. Anna di Gesù nelle deposizioni processuali di Salamanca che essa, vedendo come la pioggia non accennava a finire, si portò dalla Santa, dicendole in tono risoluto: «Vostra Reverenza sa bene a che ora siamo e che domani al far del giorno la gente comincerà a venire. Perché non prega il Signore di far cessare la pioggia e darci tempo di preparare gli altari?». La Santa, udendola parlare in quel modo, le rispose: «Preghi lei, se le sembra che le mie preghiere debbano esser subito esaudite!». La M. Anna, vistala contrariata si ritirò, ma non si era ancora avvicinata al cortile, che, sollevando gli occhi, vide il cielo tutto coperto di stelle. Allora ritornò dalla Santa e in presenza di tutti le disse: «Vostra Reverenza avrebbe potuto pregare un po' prima...». S. Teresa si allontanò ridendo e si chiuse in cella.

[166] S. Teresa conobbe meglio i Monterrey nel 1571, essendo stata accolta nel loro palazzo di ritorno dalla fondazione di Alba de Tormes. Due guarigioni miracolose resero celebre quel soggiorno: la prima in favore di donna Maria Artiaga, governante del conte, guarita istantaneamente al semplice contatto delle sue mani, e l'altra in favore d'una figlia del conte, già così grave che pareva morisse da un momento all'altro. (Cf Reforma, t. I, lib. II, cap. 48).

[167] Corregidor funzionario reale che esercitava l'autorità giudiziaria, governativa e amministrativa. (Cf Enciclop. España).

[168] «... affinché un eventuale cambiamento non riesca inspiegabile». Il preveduto trasloco si effettuò nel 1582. Le monache si trasferirono nella casa di un tal Cristoforo Suarez y Solis, e due anni più tardi passarono nell'antico ospedale del Rosario presso le Domenicane. Ne! 1614 si stabilirono definitivamente nel rione di Villamayor, nel monastero che occupano tuttora.

[169] Teresa de Layz era figlia di Diego e di Beatrice de Aponte. Si sposò con Francisco Velazquez, amministratore del duca d'Alba de Tormes. I virtuosi coniugi, desiderosi di stabilire nella loro città un monastero di Carmelitane Scalze, avevano già parlato con la Santa fin dal 1568, ma non essendosi accordati, le trattative erano state sospese. - Teresa de Layz morì il 19 gennaio 1583.

[170] De limpia sangre: cioè, che non avevano nei loro ascendenti alcuna mescolanza di giudei o di mori.

[171] Era amministratore dell'Università di Salamanca, ufficio che rendeva molto, e che egli tenne dal 17 maggio 1541 al 1° febbraio 1566.

[172] L'amministrazione dei suoi beni.

[173] Si tratta probabilmente d'un figlio di donna Isabella de Layz, sorella della fondatrice, sposata a don Bartolomeo de Carpio.

[174] Giona 1 e 2.

[175] 25 gennaio. Il contratto era stato firmato il giorno precedente innanzi al notaio Francesco de Gante. Le monache destinate dalla Santa a costituire la comunità erano: Giovanna dello Spirito Santo, priora; Maria dei SS. Sacramento, sottopriora; Yomar di Gesù, Tommasina Battista e Maria di S. Francesco. - Alba de Tormes, piccola città a venti chilometri da Salamanca, doveva rivedere fra le sue mura, dopo il giro di undici anni, S. Teresa morente, raccogliere il suo ultimo respiro e conservare fino ad oggi, in un ricco mausoleo, le sue spoglie verginali. La chiesa del monastero, costruita dalla liberalità di Teresa de Layz, fu ingrandita e resa più bella dalla pietà dei fedeli che vi accorsero numerosi a venerare la Santa. Si vedono esposti presso l'altare, in preziosi reliquiari, il suo cuore verginale trasverberato dal Serafino e parte del suo braccio sinistro. In fondo alla chiesa, dal lato del vangelo, si apre una piccola finestra che lascia vedere la stanza, trasformata in cappella, nella quale il 4 ottobre 1582 la Santa rese l'anima a Dio.

[176] Il P. Gracián scrisse in margine: «Vi giunse il giorno di S. Giacomo del 1573 e vi rimase fino al Natale del 1574».

[177] Anna di Jimena, vedova di don Francesco Barro di Bracamonte, entrò in monastero col nome di Anna di Gesù, e sua figlia con quello di Maria dell'Incarnazione. Professarono insieme il 2 luglio 1575, portando in dote la somma di quattromila ducati, a cui si aggiunsero altri duemilacinquecento, ereditati per esse dal monastero. La M. Anna di Gesù fu priora a più riprese e morì a ottanta anni di età dopo una vita molto santa. Sua figlia coprì la medesima carica a Segovia e a Medina del Campo, e morì piena di giorni e di virtù il 29 luglio 1623.

[178] Vescovo di Segovia - graziosa cittadina sul versante della Sierra de Guadarrama - era don Diego de Covarrubias y Leiva, uno dei più virtuosi e dotti Prelati del tempo. Presidente del Consiglio reale di Castiglia, era dispensato dall'obbligo della residenza e abitava ordinariamente a Madrid, dove morì in odore di santità il 27 settembre 1577.

[179] Generalissimo nuestro Padre. L'altro superiore di cui parla era il P. Pietro Fernandez.

[180] Andrea de Jimena era cugino di donna Anna de Jimena e fratello di suor Isabella di Gesù.

[181] S. Giovanni della Croce.

[182] Questo pio cavaliere ebbe una figlia che si fece carmelitana nel monastero di Alba col nome di suor Marianna di Gesù e che poi andò fondatrice a Tarazona nella casa che vi fece edificarli il Padre Diego de Yepes, allora vescovo di quella città.

[183] Appianate le difficoltà col Vicario Generale, la Santa mandò a Pastrana Giuliano d'Avila e Antonio Gaitàn per prendere le religiose di quel monastero e condurle a Segovia. Il motivo della traslazione, come abbiamo, detto nel cap. 17 era per sottrarre le monache alle capricciose esigenze della principessa d'Eboli, che dopo la morte del marito le aveva prese in avversione. Il trasloco avvenne nella settimana santa del 1574.

[184] La casa di cui si parla è in Calle Canonjia nueva, a poca distanza dalla cattedrale e vicinissima al convento dei Mercedari, due dei quali tentarono pure di sfondare la porta del monastero per metter fuori le monache. La Santa ricorse a Filippo II, e allora quei religiosi non solo cessarono da ogni molestia, ma vennero pure in loro aiuto (La Fuente, t. II, App. Sez. IV, n. 17, Deposiz. della M. Anna dell'Incarnazione). La presa di possesso della nuova casa si fece il 24 settembre 1574 nel modo seguente. Il licenziato Tamayo prese per una mano la Santa, e per l'altra la M. Isabella di S. Domenico, priora del monastero, e le introdusse nella casa, dalla quale, in segno di possesso, la Santa, a sua volta, condusse fuori il proprietario Diego de Porres. Percorsero quindi tutte le stanze del locale, aprendone e chiudendone le porte. Eretto un altare, si suonò un campanello, e cantato dalle monache il salmo Laudate Dominum omnes gentes, fu dichiarato il passaggio di proprietà. Il monastero sussiste ancora.

[185] Era don Giovanni de Orozco y Covarrubias y Leiva, capo o priore del Capitolo, che poi divenne vescovo di Guadix e Baza.

[186] Partì da Segovia il 30 settembre.

[187] Nel 1573.

[188] Beas, o Veas, come si diceva ai tempi della Santa, è una piccola cittadina adagiata in mezzo a graziose colline degradanti dalla Sierra Morena.

[189] L'Ordine cavalleresco di S. Giacomo, da cui Beas dipendeva.

[190] 24 febbraio.

[191] Nessuna meraviglia che le due sorelle portassero un cognome diverso, perché il costume d'allora permetteva ai figlioli di prendere il nome del padre o della madre.

[192] Proprio in quel giorno donna Caterina compiva il suo quindicesimo anno di età.

[193] Cf Gv 9.

[194] 19 marzo 1558. La grazia che determinò Caterina a darsi a vita più perfetta ebbe luogo il giorno di S. Mattia del 1555.

[195] Nel 1565.

[196] L'Ordine militare di S. Giacomo fu fondato verso il 1161 allo scopo di difendere dai morì la tomba di S. Giacomo Apostolo esistente in Compostella, e di proteggere i pellegrini che andavano da ogni parte a venerarla. Oltre l'Ordine di S. Giacomo ve n'erano in Spagna altri tre: quello di Calatrava, d'Alcantara e di Montesa. In seguito a una concessione di Adriano VI, i beni di questi Ordini furono riuniti alla corona, sotto condizione, però, che il Re non potesse esercitare alcun atto senza il parere di un apposito Consiglio, detto appunto Consiglio degli Ordini, a cui dovevano riferirsi tutte le cause concernenti le persone e i beni dei singoli Ordini e gli abitanti dei loro territori.

[197] Le parole profetiche che abbiamo letto al numero 14, furono da lei pronunciate nel dicembre del 1573, e il 19 del seguente gennaio era completamente guarita. La Reforma de los Descalzos (t. II, lib. VII, cap. XX), riporta una dichiarazione della medesima Caterina nella quale si legge che, essendo tutto pronto per l'amministrazione del S. Viatico, nostro Signore, rappresentato in una deposizione dalla croce, cominciò a sudare. «Fra í molti presenti, racconta Caterina, - alcuni dicevano che quel sudore era miracoloso ed altri no. Mi posero il quadro fra le braccia e sentii un tremito così violento, accompagnato da così vivi e inenarrabili dolori che mi credetti sul punto di morire. Tenendo il quadro fra le mani, appoggiai la faccia sopra quella di Cristo. Mi parve che il suo viso si stringesse al mio, e mi sentii bagnata del suo sudore». - La grazia era fatta. Nel medesimo istante intese una voce che le disse: «Alzati, ché sei guarita! Va’ a chiedere il permesso, ché l'otterrai sicuramente!»

[198] Il Re era stato prevenuto dalla stessa Santa. (Cf Reforma de los Descalzos, t. I, lib. III, cap. XXXII).

[199] La Santa entrò in Beas accompagnata da Giuliano d'Avila, da Antonio Gaitàn e dal sacerdote Gregorio Martinez che si recava colà per entrare fra i Carmelitani Scalzi. Condusse con sé otto religiose tolte dai monasteri di Toledo e Malagòn; fece venire da Salamanca la M. Anna di Gesù e la pose a capo della comunità.

La Santa amava molto questo monastero. Un manoscritto conservato gelosamente dalla comunità di Beas racconta il seguente episodio che dimostra con quanto amore vegliasse dal cielo alla sua conservazione. Nel 1603 i Superiori, vista l'estrema povertà del monastero, avevano deciso di sopprimerlo, trasferendo le monache in un altro convento. il progetto era stato architettato con la massima segretezza, ma la notte in cui doveva effettuarsi, i religiosi andati a condur via le monache si trovarono di fronte a un buon numero di abitanti, che, mossi da un'interna ispirazione, si erano armati ed erano venuti a impedire l'esodo delle monache. Fra loro vi era un certo don Michele de Sandoval il quale affermò che mentre si metteva a letto, aveva sentito rivolgersi queste precise parole: «In guardia! Conducono via le mie monache!».

[200] Nella riforma presero i nomi di Caterina e Maria di Gesù. La prima contava 36 anni, e la seconda 29. Caterina succedette nel priorato alla M. Anna e conchiuse con una morte invidiabile, incontrata il 23 febbraio 1586, il periodo faticoso e fecondo dei suoi giorni.

- Maria di Gesù fu degna sorella di Caterina. Fondò i monasteri di Malaga e di Cordoba spargendo ovunque il buon odore di Cristo. Morì nel 1604 a 66 anni di età.

[201] Cf Fondazioni, cap. 17.

[202] P. Bartolomeo Bustamante, insigne teologo ed umanista.

[203] Commossa da tanta generosità, la Santa chiese loro scherzosamente: «Che fareste ora se non volessimo più ricevervi?». Le due sorelle risposero: «Vi serviremmo alla porta in tutto quello che ci sarebbe possibile. E se non ci voleste mantenere, andremmo elemosinando per amor di Dio».

[204] P. Girolamo Gracián della Madre di Dio nacque in Valladolìd il 5 giugno 1545 da nobili e virtuosi genitori: Diego Gracián (cognome che nei Paesi Bassi gli fu mutato in Gratianus) segretario di Carlo V e Filippo I, e donna Giovanna Dantisco, figlia di un ambasciatore di Polonia. Girolamo, tredicesimo di ben venti fratelli, compì con onore i suoi studi nell'Università di Alcalà. Pensava di entrare fra i Gesuiti, quando una circostanza provvidenziale lo determinò per d'Ordine dei Carmelitani Scalzi, il cui abito vestì, in Pastrana il 25 marzo 1572. Giovanissimo ancora, fu eletto visitatore apostolico dei Carmelitani Calzati di Andalusia. A Beas, nel 1575, mentre si recava a Madrid per conferire con il Re, s'incontrò per la prima volta con S. Teresa che ne rimase incantata. Divenuto a poco a poco l'uomo più importante della Riforma, la servì con tutto l'ardore della sua anima, guidato e sostenuto dalla stessa Santa che si giovava di lui anche nei suoi bisogni di spirito. Morta S. Teresa, che era il suo più valido appoggio, il favore del P. Gracián decadde rapidamente. Il 17 febbraio 1592 veniva espulso dall'Ordine. Il Padre Gracián sostenne la prova come un santo. Si portò a Roma per discolparsi Innanzi al Papa ed essere ammesso in un altro Ordine religioso. In uno dei suoi viaggi cadde in potere dei pirati che lo trascinarono a Tunisi. Incredibile quanto fece e patì durante i due anni di prigionia. Gli fu impresso sotto i piedi con un ferro rovente il segno della croce affinché sempre la calpestasse, e fu pure sul punto d'essere bruciato vivo. Riscattato dai suoi amici di Spagna, ottenne, dopo varie peripezie, di entrare fra i Carmelitani Calzati, e portatosi in Fiandra, morì santamente a Bruxelles il 21 settembre 1614 nell'età di 69 anni. Scrisse varie opere. Molto si scrisse pure di lui sia contro che in favore, ma sembra che finalmente gli si possa rendere giustizia.

[205] Titolo accademico che in taluni Ordini religiosi corrispondeva a quello di Dottore.

[206] Il P. Giovanni di Gesù, Roca, nacque nel 1543 a Sanahuja in Catalogna e prese l'abito il l° gennaio 1572. Fu più volte priore e provinciale, e si adoperò molto per la fondazione dei conventi di Valladolìd e Barcellona. Quando si trattò di dividere gli Scalzi dai Calzati, fu inviato a Roma con un compagno per sollecitarne il decreto, e riuscì così bene da acquistarsi la riconoscenza di tutta la Riforma. Ma verso il 1600 cadde in disgrazia dei Capi per aver voluto, come provinciale, staccare la propria provincia dalla Congregazione di Spagna e unirla a quella d'Italia che coltivava le Missioni. Destituito di ogni Autorità, chiuse santamente i suoi giorni a Barcellona nel 1614 a 71 anni di età. (Cf Reforma de los Descalzos, t. IV, lib. XIV, cap. VI).

[207] La Priora di Pastrana era la M. Isabella di S. Domenico, e la postulante, Barbara del Castillo, vissuta per qualche tempo tra i familiari della duchessa d'Alba. in religione prese il nome di Barbara dello Spirito Santo.

[208] Il P. Gracián conferma la relazione della Santa nella Peregrinación de Anastasio, pag. 20, dove descrive la lotta che dovette sostenere prima di farsi carmelitano scalzo. «Ciò mi sembrava rispondere all'acceso desiderio che avevo di servire nostra Signora e al fatto che, trattandosi d'una Riforma appena incominciata, mi pareva che la mia Signora mi volesse per essa. Era così insistente questo pensiero che m'avvenne più d'una volta di coprire con un velo una bellissima immagine della Vergine che tenevo in casa perché mi sembrava che m'invitasse visibilmente a servirla in quel nuovo ministero. I miei confessori non mi aiutavano in nulla. Anzi, uno di essi che io molto stimavo e a cui prestavo obbedienza, mi diceva che quella era una manifesta tentazione. Seppi poi dalla M. Teresa di Gesù che le costai un anno di preghiere per determinarmi ad entrare nell'Ordine. Prevedeva che le dovevo esser di aiuto».

[209] Parla del P. Angelo di S. Gabriele che, essendo sottopriore, era rimasto, per diritto, a capo della comunità, in assenza del P. Baldassarre di Gesù, priore, recatosi a Madrid. Le esagerazioni del P. Angelo, che era insieme Maestro dei novizi, finirono per interessarne i superiori che mandarono a Pastrana S. Giovanni della Croce. Rimosso il P. Angelo, S. Giovanni della Croce prese la direzione del noviziato, e tutto tornò nella calma.

[210] Questo scritto andò perduto.

[211] Il Libro delle Fondazioni fu stampato nel 1610 per le cure della M. Anna di Gesù e dello stesso P. Gracián. Detto Padre, parlandone alla Priora di Siviglia in una lettera del 24 agosto 1610 dice così: «Abbiamo finito di stampare il Libro delle Fondazioni della nostra venerata Madre. Avrei voluto che, me vivente, non fosse stampato per certe stramberie che la Madre dice di me nel racconto della fondazione di Siviglia. Ma la M. Anna di Gesù non l'ha voluto».

[212] Le Costituzioni delle Carmelitane Scalze sono state composte dalla stessa Santa, la quale poté dire che le tenevano dal P. Generale in quanto egli le aveva approvate e ne aveva ordinata l'osservanza. Quelle che il P. Gracián compilò per i religiosi si possono leggere nella Reforma de los Descalzos (t. I, libr. III, cap. XLI). La Santa le vide e le lodò.

[213] Nell'anno 1575. Il P. Gracián ricevette tale autorità dal P. Francesco Vargas che, essendo commissario apostolico, ebbe modo di conoscerlo ed apprezzarlo.

[214] Il P. Gracián si era messo in relazione con la Santa per meglio propagare la Riforma. Per lo stesso scopo si abboccò con lei a Beas. «Rimasi a Beas molti giorni, - scrive detto Padre, - durante i quali parlammo di tutte le questioni riguardanti l'Ordine, passate e presenti, e di ciò che era necessario per prevenire le future. Parlammo pure del modo con cui stabilire e conservare lo spirito dell'Ordine tra i religiosi e le religiose».

[215] Caravaca apparteneva al Consiglio degli Ordini sotto la cui giurisdizione il nuovo monastero avrebbe dovuto essere. Ma la Santa esigeva, come condizione, che la casa rimanesse sotto l'Ordine.

[216] È un errore di penna, e si deve leggere Andalusia, sia perché Beas è in Andalusia, e sia ancora perché in quel tempo il Padre Gracián non aveva in Castiglia alcuna autorità. - La Santa non rileggeva mai i suoi scritti.

[217] Era don Cristoforo de Rojas y Sandoval, figlio dei marchesi di Denia, morto nel 1580.

[218] Beas dipendeva dalla cancelleria di Castiglia quanto all'amministrazione civile, e quanto a quella ecclesiastica faceva parte della diocesi di Cartagena che allora s'estendeva in alcuni territori andalusi.

[219] Racconta il P. Gracián nelle Note marginali alla Vita della Santa scritta dal P. Ribera: «Mentre ero a Beas, mi furono offerte due fondazioni di monache, una a Madrid e l'altra a Siviglia. Non sapendo a quale delle due mandare la Madre, le dissi di trattarne con nostro Signore. Dopo tre giorni di preghiere, mi fece sapere che Dio le aveva detto d'andare prima a Madrid. Ma al mio comando che partisse subito per Siviglia, obbedì senza indugio. Le chiesi in seguito perché non avesse replicato, sapendo ella benissimo, per testimonianza di uomini dotti, d'essere guidata dallo spirito di Dio, mentre le mie parole non avevano che il valore di un'opinione personale. Ella mi rispose: «Perché la fede mi dice che gli ordini di Vostra Reverenza sono l'espressione della volontà di Dio, mentre io delle mie rivelazioni non sono mai sicura». (Año Teresiano, t. IV, 3 de abril).

[220] 18 maggio 1575. Il carmelitano scalzo di cui parla era il Padre Gregorio Nazianzeno che, preso l'abito a Beas, si recava a Siviglia nel noviziato de Los Remedios. La Santa aveva con sé sei religiose: Maria di S. Giuseppe, Isabella di S. Girolamo, Anna di S. Alberto Eleonora di S. Gabriele, Maria dello Spirito Santo e Isabella di S. Francesco.

[221] Il 26 maggio 1575. Siviglia, capitale dell'Andalusia, è una delle più antiche e più celebri città di Spagna, rinomata per il suo commercio, non meno che per il numero e la bellezza dei suoi monumenti. La cattedrale, la giralda, l'arcivescovado, l'alcazar e molte altre costruzioni, alcune delle quali risalgono al tempo dei romani, danno ragione, unicamente alla sua incantevole posizione, al proverbio popolare che dice: «Chi non ha visto Siviglia, non ha visto meraviglia».

[222] Nelle ore più calde si rifugiavano in qualche boschetto, chiesa, cappella, o sotto l'arco d'un ponte, ma non sempre potevano mettere al riparo anche i carri, i quali, perciò, rimanevano sulla strada sotto i raggi del sole.

[223] Questo incidente le avvenne presso Espeluy, villaggio sulla riva sinistra del Guadalquivir.

[224] È più probabile che ciò avvenisse il primo giorno.

[225] Cf Fond., cap. 14.

[226] Nella chiesa dello Spirito Santo in Cordova si legge ancora una iscrizione che ricorda questo fatto: In ricordo e venerazione della gloriosa Madre fondatrice, Santa Teresa di Gesù, che essendo in viaggio, ascoltò la Messa in questi luoghi e in questa medesima chiesa, l'ultimo giorno di Pentecoste del 1575

[227] Arrivarono a Siviglia il 26 maggio dopo nove giorni di cammino, e presero alloggio in una casa situata nell'antica Calle de las Armas, cambiata poi in Calle Alfonso XII.

[228] Secondo la M. Maria di S. Giuseppe, l'opposizione dell'Arcivescovo, oltre che dal motivo esposto dalla Santa, dipendeva dal fatto che egli la desiderava in Siviglia non per fondare un nuovo monastero, ma per riformare quelli già esistenti. (Lib. de las Recreaciones - Recr. IX).

[229] Antica moneta spagnola di scarsissimo valore.

[230] 29 maggio 1575.

[231] 26 maggio 1575.

[232] Suor Beatrice della Madre di Dio.

[233] Don Lorenzo de Cepeda era sbarcato a Sanlucar de Barrameda sul principio dell'agosto 1575 con tre figli, Francesco, Lorenzo, Teresita, e col fratello don Pietro. Teresita aveva appena nove anni, ma per interessamento della Priora di Siviglia, M. Maria di S. Giuseppe, e dopo molte esitazioni da parte della Santa, fu accolta in monastero, vestì l'abito carmelitano e seguì fino alla morte le orme della santa zia. Don Lorenzo de Cepeda, scrive la medesima Priora nel Libro de las Recreaciones, ne fu contentissimo. D'allora in poi non ebbe sulla terra che due tesori: sua sorella e sua figlia Teresita; e nessun'altra brama che d'imitarle. Prese a guida la sorella e si diede alla pratica della vita interiore. Numerose le lettere della Santa che ci svelano le meraviglie della sua anima e l'alta perfezione che raggiunse in soli cinque anni. Morì il 26 giugno 1580 e volle essere sepolto in S. Giuseppe di Avila.

[234] La nuova casa era in via de la Pajeria sotto la parrocchia di S. Maria Maggiore, a poca distanza da un convento di Francescani. Il contratto fu stipulato il 5 aprile 1576 dietro cauzione di don Lorenzo de Cepeda e di un tal Paolo Matias, ricco abitante di Triana, la cui figlia era appena entrata in monastero. Ma le religiose non vi rimasero che dieci anni. Il 13 maggio 1586 si trasferirono nella parrocchia di S. Croce, in una via che fu poi chiamata di S. Teresa, dove si trovano tuttora.

[235] M. Maria di S. Giuseppe.

[236] 1° maggio 1576.

[237] A quanto sembra, si trattava di certe tasse che i venditori avevano preteso dalla comunità contro l'intenzione della Santa e delle religiose. Nel frattempo don Lorenzo si era rifugiato in luogo sacro, dove, secondo il diritto d'allora, non poteva essere arrestato.

[238] Ferdinando Pantoja - così si chiamava questo santo vegliardo - era nato in Siviglia da una famiglia originaria di Avila. Nel 1518 prese l'abito religioso nella Certosa di S. Maria de las Cuevas posta in un angolo nel sobborgo di Triana, oggi convertito in fabbrica di maiolica. Stimatissimo nel suo Ordine di cui occupò importantissime cariche, non lo era meno nei dintorni per la sua inesauribile carità. Quando le Carmelitane entrarono in Siviglia aveva quasi ottant'anni e fece del suo meglio per provvedere di quanto avevano bisogno per la sacrestia, il guardaroba e le altre necessità del monastero. S. Teresa gli rimase sempre affezionata, e come atto di omaggio gli regalò un reliquiario che portava sempre con sé, contenente, fra l'altro, un frammento della corona di spine. Morì in grande opinione di santità I' 8 giugno 1588.

[239] Ciò avvenne il 3 giugno 1576 dopo un anno e due giorni dal loro arrivo in città. Terminata la funzione, la Santa, in ginocchio, chiese la benedizione all'Arcivescovo che gliela dette. Ma con sua grande sorpresa, vide poi il Prelato mettersi in ginocchio innanzi a lei e supplicarla a sua volta di benedirlo. Accennando a questo fatto la Santa scrive alla M. Anna di Gesù: «Immagini quel che dovetti provare quando vidi quell'eminente Prelato inginocchiarsi innanzi a una povera donnicciola come me alla presenza di tutti gli Ordini religiosi e delle confraternite di Siviglia, e rifiutarsi di levarsi in piedi se prima non l'avessi benedetto».

[240] 4 giugno 1576. - La Pentecoste cadde in quell'anno il lo giugno. La Santa partì alle due di notte, conducendo con sé la nipote Teresita. Le religiose di Siviglia, dispiacenti di dover perdere la loro Madre, insistettero presso il P. Gracián affinché, approfittando della presenza in clausura di fr. Giovanni della Miseria, incaricato di decorare il monastero, ordinasse alla Santa di farsi ritrarre. Il Padre acconsentì, e così ne parla nel suo «Peregrinación de Anastasio» (Dialogo 13): «Ella se n'afflisse, non tanto per l'incomodità a cui il pittore la costringeva, obbligandola a rimanere immobile per tanto tempo senza muovere la testa e alzare gli occhi, ma per il pensiero di lasciare nel mondo la sua figura. Il ritratto riuscì male perché fr. Giovanni non era un gran pittore. La Madre gli disse scherzando: «Dio ti perdoni, fra Giovanni! Dopo tutto questo, mi hai fatto brutta e cisposa». - Questo è il ritratto che ora abbiamo, ma mi sarebbe piaciuto che fosse stato più al vivo, perché la Madre aveva il viso molto bello che muoveva a devozione».

[241] Alfonso Gomez Ibero e Giovanna Gomez che abitavano a Triana, grossa borgata al di là del Guadalquivir. La loro figliola si chiamava Chaves.

[242] Antica moneta spagnola di poco valore.

[243] Scritta dal certosino Pietro de Orlando e stampata ordinariamente con la «Vita di Gesù Cristo» del confratello Landolfo di Sassonia.

[244] Era il monastero delle Carmelitane, fondato nel 1513 sotto il titolo dell'Incarnazione.

[245] A Triana il convento dei Carmelitani Scalzi era stato fondato il 6 gennaio 1574, in un certo romitaggio dato loro dall'Arcivescovo di Siviglia, don Cristoforo de Rojas, dove si venerava una immagine della Vergine, chiamata Nuestra Señora de los remedios.

[246] Il giorno stesso in cui si celebrò la prima Messa nel nuovo monastero.

[247] Emise i suoi voti il 29 settembre 1576. In una lettera del 17 giugno Santa Teresa aveva scritto da Toledo alla M. Maria di S. Giuseppe, priora di Siviglia, che il mezzo migliore per troncare le pene e le tentazioni di Beatrice era di farle emettere la professione. Ma un atto di debolezza oscurò lo splendore di quest'anima. Nel 1577, cedendo alle minacce dei nemici della Riforma, depose falsamente contro la sua M. Priora e il P. Girolamo Gracián. S. Teresa ne fu costernata, e le sue lettere d'allora ne rivelano la gran pena. Pentitasi poi del suo fallo, suor Beatrice ritrasse la calunnia e morì piamente nel 1624 a ottant'anni di età, dopo un edificante e rinnovato fervore di vita.

[248] Professò il 10 novembre 1577, in qualità di conversa, con il nome di suor Giovanna della Croce.

[249] Donna Caterina de Otalora, vedova del licenziato Alfonso Muñoz.

[250]P. Leiva. Il Collegio della Compagnia era stato fondato a Caravaca nel 1570.

[252] Cf cap. 24, n. 3. - Caravaca, bella cittadina della provincia di Murcia, si eleva in una pittoresca pianura, ai piedi di una graziosa collina, su cui s'innalza, celebre in tutta la cristianità, il santuario della S. Croce di Caravaca. Conta attualmente 18.000 abitanti, viventi la maggior parte di agricoltura, essendo la località molto ferace e produttiva.

[253] Il contratto si firmò il 10 marzo 1575. Francesca de Saojosa si obbligò alla somma di mille ducati, più qualche altra cosa che le spettava in eredità; per mille ducati si obbligò Francesca di Cuellar; per duemilacinquecento Francesca de Tauste, e per duemila Caterina de Otalora.

[254] La licenza reale porta la data del 9 giugno 1575.

[255] 18 maggio.

[256] Era la M. Anna di S. Alberto, una delle prime professe di Malagòn, donna di grande virtù e prudenza, molto stimata da San Giovanni della Croce. Prese con sé, come compagne di fondazione, suor Barbara dello Spirito Santo, sottopriora, suor Anna dell'Incarnazione, suor Giovanna di S Girolamo, suor Caterina dell'Assunzione, conversa. Arrivò a Caravaca il 18 dicembre 1575.

[257] P. Ambrogio di S. Pietro, sottopriore ad Almodovar, e fra Michele della Colonna.

[258] 1° gennaio. La festa della Circoncisione e quella del S. Nome di Gesù ne formavano una sola. - Qualche mese più tardi la comunità si trasferì nel monastero che sussiste ancora in Calle Mayor

[259] Donna Francesca de Saojosa.

[260] La Santa scriveva queste righe nel novembre del 1576. Nel luglio successivo, donna Francesca, pentitasi della sua incostanza, chiese ed ottenne di rientrare in monastero. Prese il nome di Francesca della Madre di Dio e professò il 1° luglio 1578. Le altre due compagne si erano chiamate Francesca della Croce e Francesca di S. Giuseppe.

[261] Cf 3Re 19.

[262] In una lettera che la Santa scrisse da Siviglia il 18 giugno 1575 al P. Gian-Battista Rubeo, generale dell'Ordine, così dice: Nell'ultima lettera che Vostra Paternità mi ha inviato in latino dopo la venuta dei Visitatori, mi autorizza a fondare in ogni luogo. Così l'hanno intesa tutti i dotti, perché Vostra Paternità non specifica né casa, né regno, né limite alcuno, ma dice semplicemente: in ogni luogo. Quella patente m'impone un ordine formate...».

[263] Si trova a questo punto il seguente inciso che non si sa dove mettere e che altri traduttori hanno tralasciato: «Habiendo fundado las dichas: avendo fondato le anzidette».

[264] Questo capitolo fu tenuto in Piacenza il 22 maggio 1575 sotto la presidenza del P. Gian-Battista Rubeo. Vi si decretò la soppressione dei conventi che gli Scalzi avevano fondato in Andalusia senza il permesso del Generale, e si stabilì contro la Santa l'ordine di cui parla, comunicatole in Siviglia verso la fine del 1575. Il Padre Girolamo Gracián credette opportuno, nella sua autorità di commissario apostolico, di ritardargliene l'esecuzione, ed ella si arrese partendo da Siviglia il 4 giugno seguente per andare a chiudersi in Toledo.

[265] Cf 2Re VI,14, dove si legge che «David saltabat totis viribus ante Dominum: Davide saltava a tutta forza davanti al Signore».

[266] Ecco come ne parla il P. Gracián nelle note alla Vita della Santa scritta dal Ribera: «Unico sollievo che io allora cercavo, era d'assistere la Madre e consolarmi con lei; ma ne avevo maggior pena, perché quando le riferivo le calunnie che si propagavano sul conto suo, ella si mostrava così felice e si stropicciava le mani con tanta gioia come se si fosse trattato di un giocondissimo avvenimento: cosa che mi dispiaceva assai».

[267] Come abbiamo detto nella prefazione, qui S. Teresa credeva di far punto, persuasa che la persecuzione scatenata contro la Riforma non le permettesse più di fondate. Ma ritornata la pace, fondò altri quattro monasteri, ed aggiunse al suo libro i seguenti capitoli.

[268] Dal 1576 al 1580.

- A questo punto la Riforma entra in un periodo burrascoso, ordinato nei disegni di Dio a radicarla sempre più, come le querce dei monti. L'opera di S. Teresa andava dilatandosi per la Spagna, ben veduta dal popolo e protetta dai grandi. Di conseguenza l'Ordini antico ne veniva alquanto a scapitare, tanto più che vari dei suoi membri avevano abbandonato la mitigazione per rendersi Scalzi. Il malumore dei primi andò crescendo dopo alcune imprudenza dei Visitatori Apostolici, che giunsero perfino a togliere loro dei conventi per darli agli Scalzi. A poco a poco gli animi si inasprirono e la lotta incominciò. Uomini santi e prudenti vi erano da una parte e dall'altra, come non vi mancavano gli appassionati e gli intemperante. E benché da una parte e dall'altra si lottasse con retta intenzione, pure si dovettero lamentare degli eccessi, troppo frequenti in simili controversie. Ma la critica serena, dice il P. Silverio, trova facile discolpa sia per gli uni che per gli altri.

[269] Con un Breve di Gregorio XIII, revoca l'autorità dei Visitatori Apostolici troppo favorevoli agli Scalzi, e convoca a Piacenza il Capitolo Generale per il 22 maggio 1575, nel quale si ordina la soppressione dei conventi fondati con la sola autorità dei Visitatori Apostolici senza la licenza del Generale, e si assoggettano gli altri alla visita dei Calzati. Gli Scalzi che non obbediscono sono dichiarati ribelli e trattati come tali. S'ingiunge alla Santa di scegliersi un monastero in Castiglia e di non più uscirne. E per mandare ad effetto questi ordini il Capitolo Generale invia in Spagna un Commissario Generale nella persona del P. Girolamo Tostado, portoghese, uomo energico e tenace, quasi violento.

[270] Il P. Francesco di S. Teresa osserva giustamente a questo proposito nella Vita di S. Giovanni della Croce (cap. IX, pag. 122) che fattore non ultimo di lotta era appunto la «molteplicità dei Prelati e delle Gerarchie Ecclesiastiche, monastiche e anche civili che esercitavano giurisdizione sugli Ordini religiosi. Non essendovi per tali autorità subordinazioni di una dall'altra né limitazione di poteri, non di rado accadevano conflitti di opposti comandi; per conseguenza i sudditi, pur avendo la coscienza e il merito di obbedire a un Superiore, venivano a trovarsi involontariamente. nelle condizioni di ribelli di fronte all'opposto comando dell'altro». - Caratteristico l'imbarazzo in cui venne a trovarsi il P. Girolamo Gracián. Il Re voleva che continuasse nelle sue funzioni di visitatore apostolico, mentre il Nunzio mons. Sega esigeva che gli rimettesse subito le parenti avute in proposito dal Nunzio precedente e dal Re. Il Padre Gracián obbedisce al rappresentante del Papa, nemico dichiarato della Riforma, e questa per un momento perde anche il favore del Re.

[271] Mons. Nicolò Ormaneto, vicario generale di S. Carlo Borromeo, poi vescovo di Padova, indi Nunzio Apostolico a Madrid. Tutto per gli Scalzi di cui conosceva la santità della vita, si mise d'accordo con Filippo Il per opporsi agli ordini del Capitolo di Piacenza, e creò il P. Girolamo Gracián visitatore apostolico degli Scalzi e dei Calzati d'Andalusia, con grande disgusta di questi. Il Re corroborò la nomina con le sue lettere commendatizie e diede ordine al P. Tostado, arrivata allora a Madrid per dare effetto ai decreti del Capitolo di Piacenza, di sospendere ogni cosa. Ma il 18 giugno 1577 Mons. Ormaneto moriva, e gli avvenimenti cambiarono rotta. Mons. Ormaneto era chiamato per l'ardore del suo zelo: Il Riformatore del mondo, Morì così povero che d Re dovette pagargli i funerali. Gli successe mons. Filippo Sega, bolognese, parente del cardinal Boncompagni.

[272] Mal prevenuto contro gli Scalzi, credette d'aver a che fare con dei ribelli, e appena giunto in Spagna, confermò gli ordini del Padre Tostado, che nel frattempo, credendosi libero, aveva proibito agli Scalzi di aprire conventi e ricevere novizi. Ordinò al P. Gracián di rassegnargli immediatamente la sua autorità di visitatore apostolico. Un giorno, parlando della Santa, la chiamò femmina inquieta e vagabonda, e non fece nulla per difendere S. Giovanni della Croce che per ordine del P. Tostado era stato trascinato a Toledo e rinchiuso nel carcere di quel convento.

Le cose precipitarono di molto in seguito a un'imprudenza degli stessi Scalzi. Questi, credendo che il male dipendesse dall'esser soggetti ai Mitigati e dal non aver un Superiore proprio, si raccolsero a Capitolo in Almodovar e si elessero un Provinciale nella persona del P. Antonio di Gesù. Era un atto inconsulto perché in questo il Capitolo non aveva autorità: la separazione, in caso, sarebbe dovuta fare con il consenso d'ambedue le parti e con il beneplacito della S. Sede. - Sdegnato il Nunzio annullò l'operato del Capitolo e ne scomunicò gli intervenuti, confinandoli in diversi conventi. Con un Breve del 16 ottobre sottopose gli Scalzi ai Calzati, e questi allora, credendosi vincitori, iniziarono una gazzarra scandalosa d'inchieste e processi contro i principali della Riforma, specialmente contro S. Teresa, il P. Gracián e la M. Maria di S. Giuseppe, priora del monastero di Siviglia.

Dalla sua prigione di Toledo S. Teresa seguiva con ansia materna tutto lo svolgersi della lotta, e quando seppe queste cose, pianse tutto il giorno senza toccare cibo. A sera, cedendo alle istanze della sua fedele segretaria, suor Anna di S. Bartolomeo, scese in refettorio, ma il pianto le impediva di mangiare. Le apparve il Signore, le si mise a fianco, e spezzandole un pezzo di pane, le disse porgendoglielo: «Mangia, figliola, e fatti coraggio»

[273] Le prepotenze consumate ai danni degli Scalzi finirono per indignare l'opinione pubblica. Don Luigi Hurtado de Mendoza, conte de Tendilla, si porta dal Nunzio per difendere i perseguitati, e nel calore della disputa si lascia sfuggire alcune parole irriverenti. Il Nunzio se ne chiama offeso e va dal Re per esigere riparazione. Il Re, dopo aver deplorato gli eccessi del cavaliere e assicurata al Nunzio la conveniente riparazione: «So, disse, della lotta che i Carmelitani Calzati fanno agli Scalzi: ciò mi la sospettare fortemente perché è una lotta diretta contro persone austere che cercano la maggior perfezione. Voi pertanto, Monsignore, cercate di proteggere la virtù, cosa che a giudizio di tutti non fate, perché non passa giorno senza che io non senta dire che Voi non amate punto i Carmelitani Scalzi» (Cf P. Francesco Saverio, l. c., pag. 167). A queste parole il Nunzio rimase annientato: rientrò in se stesso, capì d'aver errato, e per procedere con maggior imparzialità nell'esame della spinosa questione, chiese ed ottenne i quattro assessori di cui parla la Santa: cioè don Luigi Manrique, cappellano di Corte, P. Lorenzo de Villavicencio, agostiniano, e i domenicani P. Hernando del Castillo e P. Pietro Fernandez. Decisero la separazione completa dei due rami, ciascuno con Superiore diverso, ciò che si fece solennemente nel marzo del 1581 nel Capitolo di Alcalà; ma per il momento, affinché il cambiamento non fosse troppo repentino, stabilirono che il governo degli Scalzi fosse tenuto dal P. Angelo de Salazar, Carmelitano Calzato, uomo prudente e bene accetto alla Riforma.

[274] Il convento di Nostra Signora del Soccorso era stato fondato nel 1572 da donna Caterina de Cardona, di cui la Santa parlerà più avanti ed ivi era stato esiliato dal Nunzio il P. Antonio di Gesù.

[275] La Santa era arrivata a Malagòn il 25 novembre 1579. Prese con sé da quel monastero la ven. M. Anna di S. Agostino e suor Elvira di S. Angelo, come sottopriora; fece venire da Toledo suor Maria dei Martiri come priora e suor Costanza della Croce. E il 13 febbraio 1580 si posero in viaggio per Villanueva de la Jara, povera e piccola borgata della diocesi di Cuenca, distante da Malagòn circa 28 leghe. Per la Santa questo viaggio fu una specie di trionfa. Le popolazioni, avvertite dei suo passaggio, accorrevano a vederla. A Villarobledo fu necessario mettere due guardie alla casa in cui era entrata a mangiare; e più lontano trovarono sulla strada un ricco contadino che aveva raccolti i suoi figli e il suo bestiame per presentarli alla Madre e riceverne la benedizione. Appressandosi a un villaggio, la Santa, avendo saputo che volevano riceverla con grandi onori, si pose in cammino di notte, eludendo in tal modo l'aspettativa di quei buoni contadini. La B. Anna di S. Bartolomeo, che ci ha conservato tutti questi particolari, racconta che alla gioia degli uomini sembrava partecipare anche il cielo. Una notte, infatti, udì, con le altre compagne di viaggio, una musica divina che si diffondeva dalla stanza ove la Madre dormivo, quasi a felicitarla per la sua venuta in quei luoghi.

[276] Donna Caterina de Cardona nacque a Napoli nel 1519. Passò in Spagna con la duchessa di Calabria e fece da governante al principe don Carlo, figlio di Filippo II, e a don Giovanni, figlio di Carlo I. All'età di quarant'anni fuggì nel deserto. Morì il giorno 11 maggio 1577, pianta da tutto il popolo che la venerava come santa. (Cf Relaz., 23).

[277] L'eremita si chiamava P. Piña, sacerdote di vita penitentissima che abitava sulle colline di Alcalà de Henares nel romitorio di Vera Cruz. - Si narra che la notte precedente alla fuga, mentre Caterina stava in preghiera, il crocifisso che usava portare con sé, si levò in aria e le disse: «Seguimi». Ella gli andò dietro verso una finestra del pian terreno, e improvvisamente si trovò sulla pubblica via, benché la finestra fosse chiusa e difesa da robuste spranghe di ferro.

[278] Secondo la Reforma de los Descalzos, il pastorello si chiamava Benitez. - Da quel momento il nome di Caterina divenne celebre, venerata dalle popolazioni dei dintorni che accorrevano in folla a vederla. Quattro giovani figliole di Villanueva de la Jara chiusero di star sempre con lei per servire il Signore nella solitudine sotto la sua condotta. Caterina non accettò, ed esse si ritirarono in una casetta, vivendo insieme sotto la direzione del loro curato, don Giovanni de Rojas. Poco dopo ebbero altre cinque compagne, e furono le nove donzelle che chiamarono a Villanueva S. Teresa di Gesù.

[279] Al convento di Fuensanta che apparteneva non ai Padri della Mercede, ma ai Trinitari.

[280] Il P. Francesco di S. Maria racconta che la facevano salire sopra un carro.

[281] Era il 6 maggio 1571. Vestì l'abito dei frati, con cappuccio, e continuò nella sua vita solitaria. Oltre i religiosi della comunità, erano presenti il principe e la principessa d'Eboli, i duchi di Gandia e altri grandi personaggi. Le fece da madrina la principessa d'Eboli.

[282] Il La santa Cardona, così scrive l'Autrice. Caterina, del resto, era comunemente chiamata: Madre Cardona o La buena mujer: La buona donna

[283] Il convento fu aperto nell'aprile del 1572. Il P. Mariano ne diresse la fabbrica e costruì la seconda grotta per Caterina. Fece aprire un passaggio sotterraneo che permetteva alla solitaria di recarsi in chiesa al coperto. Lungo il sotterraneo dispose alcuni quadri rappresentanti le scene principali della Passione, per cui quel passaggio ebbe il nome di Via dolorosa

[284] 11 maggio.

[285] Quando nel 1603 i Padri abbandonarono il convento per passare a Villanueva de la Jara, portarono con sé i resti mortali di Caterina e li collocarono nella nuova chiesa, al lato del vangelo, in una nicchia protetta da una lastra di vetro.

[286] P. Gabriele dell'Assunzione, nato a Pastrana da ricchi e onorati genitori, dotato di belle doti esteriori, amava i piaceri e le feste, ed era il primo tra i suoi coetanei quando si trattava di organizzarne. Era paggio del principe Ruy Gomez quando questi fondò il convento di Pastrana. Avendo assistito alla vestizione religiosa del P. Mariano e di fr. Giovanni della Miseria, ne rimase così colpito che decise d'abbandonare il mondo, ed entrò novizia a Pastrana. Emessi i voti religiosi, fu fatto maestro dei novizi, poi rettore del collegio di Alcalà, indi priore a La Roda dove conobbe e diresse Caterina de Cardona. Nel 1581 fu nominato Definitore generale e priore di Almodovar. Morì ad Adamuz nel 1594, appena quarantenne.

[287] Al convento di Nostra Signora del Soccorso dove era priore il P. Gabriele dell'Assunzione, come si narra al n. 20 del presente capitolo.

[288] 21 febbraio.

[289] Si tratta dei breviari che i sacerdoti lasciavano perché non più rispondenti alle norme del Concilio di Trento che ne aveva ordinato la riforma

[290] Il 25 febbraio la Santa dette l'abito alle nove postulanti che presero il nome di Maria dell'Assunzione, Lucia di S. Anna, Angela della Trinità, Anna della Madre di Dio, Caterina di S. Alberto, Maria di Gesù, Agnese dell'Incarnazione, Caterina di S, Angelo, Elvira di S. Giuseppe. Le ultime tre presero il velo di converse. La Santa rimase a Villanueva un mese per dare assetto alla casa. Il 18 marzo le occorse un incidente che le fu causa di gravissime sofferenze. Avevano un pozzo assai profondo, e la Santa per facilitare l'estrazione dell'acqua, aveva ordinato che vi applicassero una manovella. Mentre assisteva al lavoro, l'operaio si lasciò sfuggire la manovella, e questa, presa la rincorsa, andò a sbattere violentemente contro il braccio della Santa. Era il braccio non ancora guarito che il demonio le aveva fratturato ad Avila precipitandola da una scala. Quel colpo violento glielo ruppe di nuovo. Le si formò un ascesso, e già stava per morire. Ma piacque a Dio che l'ascesso si aprisse, e per allora il pericolo fu scongiurato.

[291] La casa fu poi ingrandita dalla Ven. Anna di S. Agostino. Nonostante i danni sofferti durante la guerra di successione e rivolgimenti politici del secolo scorso, il monastero sussiste ancora, esempio ammiratile di osservanza e povertà.

[292] P. Angelo de Salazar.

[293] Fu eletto vescovo di Palencia il 28 giugno 1577 in sostituzione di Mons. Giovanni Zapata de Cardenas, morto il 4 gennaio 1576.

[294] Il 1580 è designato nella storia di Spagna come l'anno del catarro, specie di grippe che fece molte vittime. Fino a quel tempo S. Teresa aveva conservato una certa freschezza ed energia giovanile, nonostante i suoi 65 anni, ma dopo quella malattia, dice il Padre Gracián, apparve vecchia ed affranta.

[295] M. Maria Battista.

[296] Palencia è una delle città più antiche di Spagna; la sua sede episcopale risale ai primi tempi della Chiesa. Vi si ammira una splendida cattedrale gotica dei secolo XIV e un grandioso monastero di Domenicani, fondato dallo stesso S. Domenico.

[297] Cf Prologo delle Fondazioni.

[298] Cf cap. 24 e seg. della Vita e cap. 3 delle Fondazioni. Questo Padre, suo grande amico e confessore, era morto da poco, nel medesimo anno 1580, all'età di 47 anni.

[299] Partirono da Valladolìd il 28 dicembre 1580. La casa che avrebbero dovuto occupare, apparteneva al canonico Serrano, ed era vicina al romitaggio di Nostra Signora della Strada.

[300] Il canonico Girolamo Reinoso era cugino di don Francesco Reinoso, più tardi vescovo di Cordoba. Era stato formato alla vita spirituale dal P. Baldassarre Alvarez, dedito alle opere di carità, generoso con ogni sorta di bisognosi, specialmente poi con la Santa e le sue figlie. S. Teresa lo scelse a suo confessore, e non dubitò di chiamarlo un santo in una lettera del 4 gennaio 1581 al Padre Giovanni di Gesù. Riposa nella cattedrale di Palencia, nella cappella di S. Girolamo, a fianco del suo inseparabile amico, canonico Martino Solinas.

[301] Ricco e distinta gentiluomo di Valladolìd, sposato con donna Isabella de Castro, padre di numerosa figliolanza. Una sua figlia si fece carmelitana a Valladolìd col nome di suor Maria di S. Agostino.

[302] Le religiose erano suor Agnese di Gesù, cugina della Santa e professa dell'Incarnazione, Caterina dello Spirito Santo, Maria di S. Bernardo e Giovanna di S. Francesco. Giunte a Palencia, la Santa fece venire da Salamanca come priora la M. Isabella di Gesù, e come sottopriora Beatrice di Gesù. - La conversa era la beata Anna di S. Bartolomeo che accompagnava la Santa e fungeva da sua infermiera e segretaria fin dal Natale del 1577, nella cui vigilia Santa Teresa, spinta dal demonio, era precipitata da una scala, e si era rotto i il braccio sinistro. Figlia di poveri contadini, aveva passato la giovinezza nella pratica delle più belle virtù. La Santa la stimava molto e avrebbe gradito il suo aiuto anche nel disbrigo della corrispondenza, ma l'umile suor Anna era analfabeta. Un giorno, verso agosto o novembre del 1579, S. Teresa avendo da scrivere molte lettere, disse alla sua infermiera che la stava guardando con aria di compassione: «Se sapeste scrivere mi potreste aiutare». «Madre, rispose Suor Anna, datemi un modello e imparerò». La Santa le dette la lettera di una religiosa i cui caratteri erano molto chiari. Ma la pia conversa, dopo averla esaminata, riprese: «Imparerei meglio se avessi un vostro scritto». Immediatamente la Santa tracciò alcune linee, e gliele dette. La sera stessa suor Anna, con quel modello davanti, scriveva una lettera alle monache di Avila. Da quel giorno seppe scrivere a meraviglia. Lo stile e i caratteri sono simili a quelli della Madre. Scriveva spesso in suo nome mentre la Santa si contentava di apporre in calce la firma o al più qualche linea. Dopo la morte di S. Teresa, suor Anna di S. Bartolomeo andò in Francia, dove per comando dei Superiori mutò il velo bianco di conversa in quello nero di corista. Fu varie volte priora, e dovette molto soffrire per mantenere inalterato lo spirito teresiano. Non sentendosi compresa, abbandonò la Francia per recarsi in Fiandra, ove fondò il monastero di Anversa. Con le sue preghiere salvò due volte questa città dal principe d'Orange che tentava impadronircene, e fu proclamata a voce di popolo: Liberatrice di Anversa. Morì in questa città il 7 giugno 1626, e fu beatificata da Benedetto XV il 6 maggio 1917.

[303] 29 dicembre 1580. Il monastero fu dedicato a S. Giuseppe.

[304] Martino Alfonso de Salinas aiutò molto la Santa in questa e nelle fondazioni di Soria e di Burgos. Amministratore dell'Ospedale di S. Antonio, si distinse, come il suo amico Reinoso, per la sua grande carità verso i poveri. Morì il 25 luglio 1592, e fu sepolto nella medesima tomba dell'amico nella cattedrale di Palencia.

[305] Sucro de la Vega, figlio di Giovanni de la Vega, antico viceré di Navarra e Sicilia, sposato con donna Elvira Manrique de Cordova, figlia dei Conti de Osorno e Alcaudete. Racconta il P. Gracián (Peregrinación, Dial. XIII) che la pietà dei due sposi era veramente edificante. Digiunavano due volte la settimana, avevano le loro ore di orazione, si comunicavano ogni otto giorni e facevano grandi elemosine. Suero de la Vega era chiamato il padre dei poveri. Una volta la Santa era in casa loro. Il più piccolo dei figli, chiamato Giovanni de la Vega, le si era messo accanto, né più sapeva staccarsene. Sua madre lo chiamò, ed egli rispose: «Mamma, lasciami con questa signora che ha odore di santa». Santa Teresa allora, volgendosi a donna Elvira, disse con ispirazione profetica: «Signora, voglio questo fanciullo per il mio Ordine». E Giovanni de la Vega entrò appunto fra i Carmelitani Scalzi e fu priore a Palencia, a Rioseco e a Toro. Morì nel 1636.

[306] Aveva 35 anni.

[307] Prudenzio Armentia.

[308] Questo solenne trasloco ebbe luogo il l° giugno. La Santa veniva immediatamente dopo la statua della Madonna, ed era accompagnata da don Alvaro de Mendoza e da don Francesco Reinoso. Seguivano le altre religiose scortate dai consiglieri municipali; e infine la M. Agnese di Gesù in mezzo al podestà e a don Suero de la Vega. - Nell'interno del romitorio era stata posta una grande grata che permetteva alle monache di assistere ai divini uffici. Ma non durarono a lungo in quel luogo. Le esigenze delle Confraternite che vi celebravano le funzioni in ogni ora del giorno e della notte, e soprattutto le veglie che alle volte si protraevano fino al mattino, non potevano accordarsi con il raccoglimento della vita carmelitana; e così nel 1591, dopo mature deliberazioni, le monache vendettero il locale alle Bernardine di S. Maria del Escobar per andare a stabilirsi nell'antica Calle de Monzan dove ancora si trovano. (Cf Carmélites de Paris, l. c.)

[309] Il Breve recava la data del 22 giugno 1580 e ne affidava l'esecuzione al Maestro fr. Pietro Fernandez, O.P., benemerito della Riforma. Ma questi moriva poco dopo, e la S. Sede, dietro designazione del Re, ne conferiva l'incarico al confratello P. Giovanni de las Cuevas. Questi, con lettere di convocazione spedite da Talavera il l° febbraio 1581, radunava il Capitolo in Alcalà per il 3 marzo seguente. Vi convennero i Superiori delle varie case della Riforma, ognuno con un compagno. Fu dichiarata la separazione; si elessero a Definitori i PP. Nicolò Doria di Gesù Maria, Antonio di Gesù, S. Giovanni della Croce e Gabriele dell'Assunzione; e la scelta del provinciale cadde sul P. Girolamo Gracián con piena soddisfazione della Santa.

[310] Quando Santa Teresa seppe del Breve, sollevò gli occhi al cielo e disse: «Ormai, Signore, non sono più necessaria. Potete chiamarmi quando volete». Il ricordo di questa sua grande allegrezza è così legato al monastero di Palencia che questo passò nella Riforma col nome di Casa del consueto: Casa di consolazione.

[311] L'affetto e la riconoscenza di S. Teresa per Filippo II appare evidente in vari punti delle sue opere. Pregava e a pregare per lui per ottenergli da Dio la grazia di andar salvo. La M. Isabella di S. Domenico narra di se stessa nelle deposizioni processuali che una volta, non potendosi togliere di mente il pensiero del Re da cui era continuamente occupata nella preghiera e nella comunione, si rivolse al Signore dicendogli a modo di lamento: «Che cos'è questo, mio Dio?». Ed udì rispondersi: «Voglio che si salvi». La M. Isabella, temendo una illusione, ne parlò alla Santa, ed ella le disse che altrettanto avveniva a lei, soggiungendo: «Raccomandatelo al Signore, perché questa è la sua volontà. Ha sofferto molto e molto deve ancora soffrire». - Filippo II morì cristianamente il 13 settembre 1598 e volle essere sepolto con l'abito di S. Francesco. (Cf Reforma de los Descalzos, t. III, lib. X, cap. VIII).

[312] L’affetto reciproco?

[313] Don Alfonso Velazquez entrò in Osma a prendere possesso di quella sede il 14 ottobre 1578. Nel 1583 fu trasferito alla sede di Compostella, ma tormentato dalle sue crescenti infermità, chiese di ritirarsi in solitudine. Morì a Talavera nel 1587 e fu sepolto a Tudela de Duero, sua città natale. Per le sue relazioni con la Santa, cf Relazione, 63.

[314] Donna Beatrice de Beaumont, figlia di un capitano generale delle guardie imperiali di Carlo 1, era vedova di don Giovanni de Venuesa, ricco signore di Soria. Fondò il monastero di questa città e contribuì molto alla fondazione di quello di Pamplona (1583), nel quale prese poi l'abito della Riforma sotto il nome di Beatrice di Cristo. Morì il 7 maggio 1600 dopo 17 anni di vita religiosa.

[315] La casa di donna Beatrice era sull'antica piazza de Fuente Cabrejas, e il contratto di donazione fu firmato il 14 giugno 1581. La chiesa di cui si parla era dedicata a Nostra Signora de las Cinco Villas, e per volere della fondatrice fu posta sotto l'invocazione della SS. Trinità. - Al presente l'immagine de las Cinco Villas si venera in un romitorio del monastero.

[316] Le sette religiose erano: Caterina di Cristo, priora, Beatrice di Gesù, sottopriora, Maria di Cristo, Giovanna Battista, Maria di Gesù, Maria di S. Giuseppe, Caterina dello Spirito Santo, più la conversa Maria Battista. La Santa era accompagnata dalla beata Anna di S. Bartolomeo, sua segretaria, dal P. Nicola di Gesù Maria e da fra Eliseo della Madre di Dio, Carmelitani Scalzi.

[317] Si riferisce al detto popolare: «A falta de hombres buenos, a mi marido hicieron alcalde: In mancanza di uomini capaci, hanno fatto sindaco mio marito».

[318] P. Nicola di Gesù Maria, Doria, nacque in Genova il 18 maggio 1539. Esperto in materia di contratti e di cambi, si trasferì a Siviglia, città allora di gran traffico, ed ivi venne in aiuto all'arcivescovo De Rojas per riordinare le finanze della diocesi ridotte a mal partito. Filippo II, avendo conosciuto il suo talento, lo chiamò a Madrid per affidargli certe difficoltà finanziarie che il Doria regolò con sua piena soddisfazione. Il Re gli offrì allora un vescovado, ma il valente finanziere vagheggiava ormai altre cose. A Siviglia aveva fatto conoscenza con i Carmelitani Scalzi de los Remedios, e la loro pia conversazione aveva elevato i suoi pensieri verso più nobili ideali. Appena libero, tornò a Siviglia e vestì l'abito del Carmine il 24 marzo 1577, a circa 39 anni di età. Nel 1583 il Padre Gracián lo mandò a Genova, sua patria, per fondare quel nostro convento di S. Anna. Ma non tardò molto a manifestare uno spirito d'innovazione e di rigore troppo diverso da quello che la Riformatrice e il suo fedele coadiutore P. Girolamo Gracián avevano voluto dare alla Riforma. Succeduto al Gracián nel governo degli Scalzi, iniziò il suo metodo con istituire la Consulta, nuovo modo di governo che avocava a sé tutte le questioni anche più minute, dei frati e delle monache. Vari Priori e Priore, con alla testa il P. Gracián e S. Giovanni della Croce, si sforzarono di reagire, perché si trattava di una innovazione che, dopo tutto, intaccava le Costituzioni che Santa Teresa aveva dato alle sue monache. Il Padre Doria si liberò dei suoi avversari ricorrendo a deposizioni e a castighi: il P. Gracián fu espulso dall'Ordine, S. Giovanni della Croce destituita da ogni carica e dimenticato nel convento di Ubeda, e la M. Maria di S. Giuseppe, ex-priora di Siviglia, caricata di penitenze. Nel 1593 il P. Doria riuscì a separare completamente i Carmelitani Scalzi dai Calzati, ma, come dice il P. Gregorio di San Giuseppe, non fece in tempo a portare il titolo di Generale, perché il 9 marzo 1594 usciva di vita, avanti il Capitolo che doveva eleggere il primo Generale della Riforma. I suoi ultimi istanti furono accompagnati da pentimento. Chiese perdono a tutti, presenti ed assenti, e, rimasto solo con i suoi consultori, disse loro che le sue intenzioni erano sempre state assai rette, ma che come peccatore aveva potuto sbagliare in molte cose. - Riposa nella nostra chiesa di Pastrana, attualmente dei Francescani.

[319] Era il 31 maggio 1581. Burgo, o, meglio, Burgo de Osma è un villaggio situato in una valle a un chilometro da Osma e a 61 da Soria. Quest'ultima città, adagiata ai piedi della Sierra de Iberia, alle sorgenti del Duero, è l'antica Numanzia, famosa per le guerre sostenute con i romani, dai quali fu completamente distrutta nel 133 e poi riedificata.

[320] La sede vescovile è a Burgo de Osma. Mons. Velazquez si trovava a Soria di passaggio ed abitava nel palazzo di un gentiluomo chiamata Giovanni de Castilla. La Santa, che all'ingresso in città era stata incontrata da una cavalcata di gentiluomini ed ecclesiastici, passando innanzi al Vescovo, aprì le tende della vettura e si inginocchiò con le sue figlie per riceverne la benedizione.

[321] Nel contratto di donazione donna Beatrice aveva conservato alcuni locali per sé e per i suoi servitori, e il passaggio di cui si parla doveva essere costruito in modo da poter servire, con mutua indipendenza, per la comunità e la famiglia della fondatrice. Santa Teresa ne diresse e sorvegliò í lavori. Un giorno, mentre faceva un giro d'ispezione, il capo degli operai, che era ammalato di cuore, cadde a terra svenuto. La Santa mandò subito suor Anna a prendere un po' di vino e di biscotti. Ne servì lei stessa all'infermo, e questi guarì immediatamente, né più ebbe quel disturbo a cui prima andava spesso soggetto. - Il monastero di Soria sussiste ancora, geloso dei molti ricordi che la Santa vi ha lasciati

[322] 14 giugno. La Messa fu celebrata dallo stesso Vescovo che si era dato premura di visitare le Carmelitane il giorno stesso del loro arrivo. Inginocchiatosi innanzi alla Santa, aveva voluto essere da lei benedetto, come aveva fatto cinque anni prima l'arcivescovo di Siviglia.

[323] 6 agosto.

[324] Si chiamava P. Francesco Carrera.

[325] Era il 16 agosto. Passando per Osma la Santa ebbe la consolazione d'incontrarsi col P. Diego Yepes, suo antico confessore e poi suo biografo. Racconta questi che andò a incontrarla mentre scendeva dal carro. Era di sera e la Santa aveva il velo sul viso. Egli la salutò, ed ella gli chiese chi fosse. Rispose: «P. Diego de Yepes». La Santa tacque. Impressionato il Padre di quel silenzio, temette che non lo riconoscesse o che la sua presenza non le fosse gradita. La volle interrogare segretamente, e la Santa gli rispose: «Sono rimasta un po' turbata, perché, vedendovi, mi si presentarono alla mente due cose: la prima che foste sotto il peso di una penitenza impostavi dal vostro Ordine e la seconda che il Signore volesse ricompensarmi con il vostro incontro delle fatiche sopportate in questa fondazione». il Padre rispose che la prima era vera.

[326] B. Anna di S. Bartolomeo.

[327] In una lettera al canonico Reinoso, scritto da Soria il 13 luglio, S. Teresa, parlando di quel suo compagno, l'aveva chiamato: «Esto santito de racionero: Questo piccolo santo di prebendato».

[328] 23 agosto 1581, dopo un viaggio di circa 32 leghe.

[329] Era don Cristoforo Vela, nativo di Avila, figlio di don Blasco Nuñez Vela, primo viceré dei Perù. Un fratello di costui, don Francesco Vela, era stato padrino di battesimo di S. Teresa. Don Cristoforo Vela, vescovo delle Canarie dal 1575, si portò alla sede arcivescovile di Burgos nel 1580 e vi rimase fino al 1599 anno di sua morte.

[330] «... que lo habia de hacer obispo». Si dovrebbe leggere arzobispo (arcivescovo). Si tratta evidentemente del pallio, insegna arcivescovile che don Cristoforo ricevette da don Alvaro de Mendoza nella chiesa di Nostra Signora del Prajo, tenuta dai Padri Girolimini.

[331] Dice infatti il Concilio di Trento: «Nec de coetero similia loca erigantur sine Episcopi, in cuius dioecesi erigenda sunt, licentia prius obtenta». (Sess. XXV de Reform. Regul.).

[332] Al Vescovo di Palencia.

[333] Caterina de Tolosa, vedova di un ricco commerciante di Burgos, chiamato Sebastiano Muncharaz, menava vita così ritirata e santa che pareva volesse rifarsi del desiderio insoddisfatto, avuto fin da fanciulla, di consacrarsi a Dio in un chiostro. Madre di otto figli, li educava con tanta religiosità e teneva la famiglia così bene ordinata, che la sua casa sembrava piuttosto un monastero. Rimasta vedova ancor giovane, rivolse le sue cure ai figlioli, supplicando incessantemente la Madonna di preservarglieli dal male. Maria SS. le apparve vestita dell'abito carmelitano, e le disse, stendendo le braccia verso i figli: «Io li proteggerò: saranno tutti miei». Due entrarono nel monastero di Valladolìd: Caterina dell'Assunzione e Casilda di S. Angelo. Altre due in quello di Palencia con il nome di Maria di S. Giuseppe e Isabella della SS. Trinità. Una morì poco prima di prendere l'abito. La più piccola, di nome Elena, entrò in Burgos nel 1582, I due figlioli abbracciarono la Riforma con il nome uno di Sebastiano di Gesù e l'altro di Giovanni Crisostomo. Donna Caterina, felicissima di vedere i suoi figli volare al Carmelo, si adoperò del suo meglio, quasi a titolo di riconoscenza, per concorrere e facilitare la fondazione di Burgos. Poi, a coronamento di tutti i suoi desideri, entrò anch'essa in monastero, scegliendo quello di Palencia, dove morì santamente assistita dai suoi figli sacerdoti, il 2 luglio 1608. Aveva settant'anni di età, ventidue dei quali aveva passati al Carmelo.

[334] Consigliere Municipale.

[335] P. Girolamo Gracián, eletto provinciale quell'anno stesso nel Capitolo di Alcalà.

[336] M. Agnese di Gesù.

[337] Queste lettere le furono recapitate il 29 novembre.

[338] Così si chiamavano in Spagna i Minimi di S. Francesco di Paola, per ragione della vittorie sui mori che i primi di loro, entrati in quella nazione, predissero a Ferdinando il cattolico all'assedio di Malaga (1487).

[339] P. Girolamo Gracián aveva con sé il P. Pietro della Purificazione e il fratello donato fra Alfonso di Gesù. Il P. Pietro rimase a Burgos con la Santa, e lasciò scritta una relazione molto interessante intorno a quest'ultima fondazione, che doveva dare il tracollo alla salute, già così scossa, della Madre.

[340] Poittones: Ponti, eretti su vari tratti dell'Arlanzon, fiume che la Santa dovette costeggiare a lungo.

[341] Era quello su cui viaggiava la Santa. Corre a Burgos la tradizione che ella, in quel frangente, dovette scendere nell'acqua. Già indolenzita per le molte infermità che la travagliavano, non seppe trattenersi in quel punto dal rivolgersi al suo Sposo e di dirgli con confidente familiarità: «Dopo tante sofferenze, ci voleva anche questo, Signore!». «Teresa, le rispose il suo Dio, questo è il modo con cui io tratto i miei amici». Ed ella pronta: «Oh, mio Dio! È appunto per questo che ne avete così pochi!» (Cf Les Carmélites de París - Les fondations).

[342] Le sette religiose che l'accompagnavano erano: Tommasina Battista, priora, Agnese di Gesù, Caterina di Gesù, Caterina della Assunzione (figlia di Caterina de Tolosa), Maria Battista, conversa, suor Anna di S. Bartolomeo e Teresita di Gesù, nipote della Santa. Le ultime due dovevano ripartire con la Madre. Il Ribera, parlando di quel pericolo, narra che la Santa, nel veder le sue figlie impaurite chiedere di confessarsi e recitare alto il Credo, si fece in mezzo all'acqua gridando: «Coraggio, figlie mie! Qual sorte più bella che morire per Gesù Cristo ed essere martiri per suo amore? Lasciate che passi io per prima e se mai affogassi, tornate, vi prego, all'albergo». Nel dir questo la Santa pareva irrigidita dalla paralisi, ma il suo coraggio la poneva al di sopra di ogni ostacolo, e passò. (Ribera, lib. III, cap. 13).

[343] Si tratta del fiume Arlanzon che passa appunto sotto Burgos. Questa città, situata in una ridente vallata, fu per molto tempo capitale della vecchia Castiglia e mostra ancora l'antico palazzo reale eretto nel suo punto più alto. Magnifica la cattedrale, belle le piazze, incantevole il panorama. Al di là dell'Arlanzon si stende il sobborgo di Vega, dal quale la Santa entrò in Burgos passando per la splendida porta di S. Maria, da poco costruita in onore di Carlo V.

[344] Si venerava nella chiesa degli Agostiniani, situata nel sobborgo di Vega. Si crede sia stato fatto da Nicodemo e che dalla Palestina i vanti l'abbiano spinto nel golfo di Biscaja, dove un mercante lo raccolse e lo portò a Burgos. Oggi si venera nella cattedrale.

[345] Uno dei visitatori fu il dott. Manso che così depose nei processi giuridici: «Le parlai attraverso una finestra ingraticolata, che dava su di un corridoio, coperta da un velo nero. Ella, al di dentro, aveva il letto vicino alla finestra. Fui preso da tanto rispetto e timore che mi parve di parlare a una santa: le mie viscere si commossero e mi si rizzarono i capelli sulla testa».

[346] Frase aggiunta dal P. Gracián nell'edizione principe per meglio completare il senso.

[347] I Padri Gesuiti entrarono in Burgos nel 1550 e si stabilirono prima in un modesto locale presso la parrocchia di S. Egidio, e poi in un altro più capace situato nell'Huerto del Rey, non lontano dalla cattedrale, dove abitava donna Caterina. Abbandonarono questa casa il 24 maggio 1565 per passare al collegio del Cardinal Mendoza.

[348] Don Pietro Manso della famiglia Manso y Zuñiga aveva studiato con il P. Gracián all'Università di Alcalà. Incontratosi con la Santa, l'assistette in tutti i suoi bisogni, e dopo la partenza del P. Gracián ne divenire il confessore. Soleva dire di lei: «Benedetto Dio! Amerei meglio discutere con tutti i teologi del mondo che con questa donna!...». Creato vescovo di Calahorra, chiamò nella sua diocesi le figlie di S. Teresa.

[349] La chiesa parrocchiale di S. Egidio che ne conserva ancora il ricordo.

[350] Fondato nel 1561 da Diego Bernuy Orense de la Mata, governatore della città. La tradizione popolare mostra ancora le stanze occupate dalla Santa e dalle sue compagne.

[351] I confratelli della Concezione a cui apparteneva l'ospedale.

[352] Fernando de Matanza apparteneva al governo di Burgos ed era fratello di Girolamo de Matanza, Alcalde mayor della città.

[353] Francesco de Cuevas era sposato alla celebre scrittrice toledana Luisa Sigea de Velasco che la regina d'Ungheria, sorella di Carlo V, aveva voluto a sua dama d'onore.

[354] Dal 25 febbraio al 18 marzo.

[355] Il licenziato Don Antonio Aguiar esercitava medicina ed era stato condiscepolo dei P. Gracián all'Università di Alcalà.

[356] Questo virtuoso ecclesiastico si chiamava don Diego de Ayala.

[357] La proprietà in questione era situata all'estremità del sobborgo de Vega, vicino alla chiesa e all'ospedale di S. Lucia. Si componeva di due case con rispettivi cortili e un'ortaglia contata, e ne era proprietaria donna Angela Mansino, moglie di don Manuel Franco. Secondo la beata Anna di S. Bartolomeo, era una casa che non godeva buona fama per ragione del proprietario precedente, uomo empio morto senza sacramenti. Si credeva che fosse infestata dagli spiriti. Infatti nei primi giorni le monache furono turbate da strani rumori che poi cessarono del tutto con la posa del SS. Sacramento. Questo, secondo la Beata, fu uno dei motivi per cui la casa fu ceduta a così buon prezzo (1290 ducati). Il prezzo stabilito era di 1300, ma l'ecclesiastico incaricato della vendita, vedendo che si trattava di religiose così sante, ne calò la somma di dieci.

[358] Veramente la firma del contratto, come appare dai documenti ufficiali, ebbe luogo il 16 marzo 1582. Il notaio si chiamava Giovanni Ortega de Torre Frias.

[359] Qui la Santa si riporta al giorno della prima adunanza, che ebbe luogo il 12 marzo. La firma si fece il giorno 16. Da quel giorno datano pure i poteri che la Santa affidò al P. Pietro della Purificazione e. al licenziato Aguiar sulla nuova casa, affinché ne prendessero regolare possesso in nome suo.

[360] Nell'accordo del 12 marzo si erano combinati di versare, per la prima firma del contratto, 400 ducati, e il resto entro lo spazio di un anno. Ma il 16 marzo l'ecclesiastico impose che la metà della somma rimasta si versasse entro quattro mesi e l'altra metà in altri quattro. La Santa, che era sprovvista di denaro, trovò aiuto nel licenziato Aguiar, che in questa fondazione le fu veramente di grande utilità.

[361] Il monastero è veramente in un posto delizioso: sulle rive dell'Arlanzon, all'ingresso della passeggiata La Quinta, non lontano dalla collina sulla quale si eleva la grandiosa certosa di Miraflores. La vista si estende fino alle graziose colline che tagliano l'orizzonte a mezzogiorno di Burgos. (Cf Carmélites de Paris, l. c.). Le religiose vi si trasferirono senza indugio e vi rimasero indisturbate fino al 1808, nel quale anno l'invasione francese le Obbligò a sloggiare. Vi ritornarono nel 1815. Oggi il monastero è quasi tutto rinnovato. Conserva ancora la cella della Santa e quella della beata Anna di S. Bartolomeo, congiunte fra loro e trasformate in cappella.

[362] Erano Girolamo del Pino e sua moglie Maddalena Solorzano, che infine cedettero per consiglio di un loro cugino, P. Cristoforo de Santotis, agostiniano.

[363] La croce alla porta, come indice di un monastero.

[364] La chiesa e l'ospedale di S. Luca, a pochi metri dalle Carmelitane. - Era rimasto con le monache, per i loro bisogni spirituali, il P. Pietro della Purificazione, il quale poi disse che, se non fosse stato per la Santa, avrebbe abbandonato ogni cosa e fatto ritorno al suo convento. In quella triste condizione gli pareva di essere come un reo fustigato per le strade: Me parecia me iban azotando por las calles.

[365] Secondo la beata Anna di S. Bartolomeo, l'arcivescovo andò dalle Carmelitane due o tre volte. In una delle sue visite domandò da bere un po' d'acqua. La Santa gliela presentò premurosamente, infondendo nel bicchiere un certo succo dolciastro che le era stato dato. L'Arcivescovo disse: «Avete ottenuto molto da me, Madre. In tutta Burgos non ho mai accettato tanto come da voi. Ma siccome viene dalle vostre mani!...». La Santa rispose subito: «Vorrei pur ottenere da V. S. l'autorizzazione per il monastero». - Ma per allora non ottenne nulla. Nonostante questa durezza, la Santa si mostrava così contenta come se l'arcivescovo l'appagasse in tutto, e non cessava di dirne bene. - Una volta andò dall'Arcivescovo per parlargli di presenza e ottenerne il consenso. Nel frattempo le sue figlie si davano a turno la disciplina. Nel corso della conversazione, visto che l'arcivescovo non cedeva, la Santa si permise di dirgli che le sue figlie si stavano disciplinando: «Possono continuare finché vogliono - rispose il Prelato - ma stiano pur sicure che l'autorizzazione non verrà». (Relaz. della B. Anna di S. Bartolomeo).

[366] La licenza porta la data del 18 aprile 1582. Il giorno dopo, il monastero era ufficialmente fondato.

[367] Si chiamava fra Giovanni de Arcediano, priore dei Domenicani il cui convento, oggi trasformato in caserma, era a pochi passi dalle Carmelitane.

[368] Cf Gv 4.

[369] Il P. Gracián, dopo aver predicato la quaresima a Valladolìd, si era dato premura di tornare a Burgos. Fu presente all'inaugurazione del monastero e presiedette all'elezione delle cariche.

[370] Suor Maria di S. Giuseppe e suor Isabella di Gesù che professarono a Palencia il 22 aprile 1582. La Santa scrisse loro una lettera di ringraziamento che ancora si conserva.

[371] Elena di Gesù, ultima figlia di Caterina de Tolosa. Per ragione della sua giovinezza, emise la professione quattro anni più tardi, il 25 giugno 1586. Nel 1607 fu eletta priora, e rilutta nel 1613.

[372] ... una novizia con la cui dote il monastero avesse potuto mantenersi.

[373] Ricorderemo a questo punto un doloroso incidente che mise in gravi angustie la comunità. Il 25 giugno 1582 l'Arlanzon uscì dal suo letto e allagò la città. Il monastero che sorgeva accanto al fiume, n'ebbe a soffrire moltissimo. Ecco come ne parla la beata Anna di S. Bartolomeo nella sua autobiografia: «11 fiume era così cresciuto che nessuno ci poteva soccorrere, né noi mandare a chiedere aiuto... La nostra casa era vecchia e ad ogni ondata della fiumana si scuoteva come se fosse per cadere. L'acqua ci entrò in casa fino al primo piano. Portammo il SS. Sacramento al piano superiore, e non facevamo che pregare, recitando le litanie. Durammo in questo pericolo dalle sei del mattino fino a mezzanotte, senza mangiare né riposare, perché le nostre cose erano tutte sott'acqua. La nostra Santa... che si sentiva molto debole... mi disse a un certo punto: "Figliola, guardi se c'è un po' di pane. Me ne dia un boccone perché mi sento venir meno". Una novizia robusta (Elena di Gesù, figlia di Caterina de Tolosa) entrò nell'acqua fino alla cintola e trasse fuori un po' di pane che demmo subito alla Madre... Saremmo tutte perite se non fossero entrati alcuni nuotatori. Essi si misero sott'acqua, ruppero le porte della casa e l'acqua cominciò a defluire». - Aggiunse la medesima nelle sue Relazioni che l'inondazione fu così violenta che le case crollavano, i morti si dissotterravano, e le monache abbandonarono per la paura i monasteri. Dopo il disastro si diceva da molti e dallo stesso Arcivescovo, che la Santa aveva legato le mani al Signore per impedire la distruzione della città.

[374] Il giorno dopo l'inaugurazione del monastero - 29 aprile l'Arcivescovo dette l'abito a suor Elena di Gesù e tenne il discorso di circostanza. Suor Teresita di Gesù, nipote della Santa, dice nelle sue deposizione che l'arcivescovo si accusò pubblicamente, dolendosi di aver procurato tante sofferenze con la sua ostinazione. L'altra novizia era donna Beatrice de Arceo y Cuevasrubias, vedova di Ferdinando de Venero e sorella di un reggitore della città. Vestì l'abito il 15 maggio 1582 col nome di suor Beatrice di Gesù.

[375] Vita, cap. 32-36.

[376] Furono soltanto 15: dal 1562 al 1577.

[377] Don Alfonso Velazquez sotto la cui direzione si pose in Toledo nel 1576.

[378] Dice a questo punto il P. Silverio: «Se la Santa sottrasse il suo primo monastero all'Ordine per porlo sotto la giurisdizione dell'Ordinario, lo fece indotta da gravissimi motivi. Essa allora non era tanto conosciuta e poteva dorsi che i suoi propositi di riforma fossero giudicati capricci e velleità, non dissimili da molti altri tentativi di cui è piena la storia degli Ordini religiosi. Sarebbero sorti nell'Ordine divisioni e disgusti, per cui i Superiori avrebbero soppresso ogni cosa, come tentarono più tardi con i Carmelitani Scalzi. Cessati questi timori, e visto che la Riforma era opera di Dio, le cose cambiarono d'aspetto, e la Santa fece di tutto per ridurre alla giurisdizione dell'Ordine anche il monastero di Avila come tutti gli altri, onde Impedire che la disciplina regolare s'indebolisse. Ritengo che questo punto debba essere profondamente meditato dalle sue figlie, perché di un'importanza molto più grande che non sembra avere a prima vista».

[379] La ven. M. Anna di Gesù, al secolo Anna de Lobera, nacque a Medina del Campo il 25 novembre 1545 da nobili e religiosi genitori. Sordomuta fino all'età di sette anni, guarì improvvisamente per intercessione della Madonna, in ossequio alla quale, ella, giunta all'età di anni dieci, fece il voto di perpetua castità. Sotto la direzione del P. Rodriguez della Compagnia di Gesù, si mise sulla via della perfezione, favorita da Dio di grazie straordinarie e di meravigliosi prodigi. Il l° agosto 1570 vestiva l'abito delle Carmelitane Scalze nel monastero di Avila. Commoventi le intimità della giovane novizia con la grande Riformatrice del Carmelo. Fu più volte priora nei vari monasteri della Riforma. Fondò quelli di Granada e di Madrid, e nel 1604 andò in Francia. Dopo avervi eretti vari monasteri, non potendo sostenere certe sopraffazioni che tendevano a mutare lo spirito teresiano, abbandonò il suolo francese per recarsi nel Belgio, dove, oltre la fondazione di diversi altri monasteri - fra i quali uno a Cracovia - lavorò indefessamente per la pubblicazione in fiammingo e in latino delle opere di S. Teresa di Gesù. Morì in Bruxelles il 4 marzo 1621 dopo quattro anni di continue sofferenze. Aveva settantacinque anni di età e cinquanta di professione religiosa. La sua causa di beatificazione fu introdotta alla Corte di Roma il 2 maggio 1878.

[380] Il P. Gracián, a cui questa relazione è diretta, aveva diviso i conventi e i monasteri della Riforma in tre distretti, affidati a tre diversi Vicari Provinciali: la Vecchia Castiglia al P. Antonio di Gesù; la Nuova Castiglia al P. Nicola di Gesù Maria (Doria), e l'Andalusia al P. Diego della SS. Trinità. - Il P. Diego veniva dall'ordine dei Girolimini. Zelante, prudente e gran servo di Dio, rese alla Riforma importanti servizi, specialmente con l'accortezza con cui a Roma poté ottenere, con il P. Giovanni di Gesù (Roca), la separazione degli Scalzi dai Calzati. Morì di peste a Siviglia nel 1582, mentre era priore di quel convento de los Remedios.

[381] Don Giovanni Mendez de Salvatierra che occupava la sede

di Granada dal 1576.

[382] Fu più tardi presidente del Consiglio degli Ordini e poi vescovo di Cordova.

[383] P. Gaspare de Salazar, già da noi conosciuto.

[384] Una delle più belle anime della Riforma. Morì santamente in Granada il 17 settembre 1626.

[385] 13 novembre 1581.

[386] Il P. Antonio di S. Giuseppe ci ha conservato un tratto della patente con cui il P. Diego della SS. Trinità inviava ad Avila S. Giovanni della Croce. Si legge: «Ordino sotto precetto al reverendo P. Giovanni della Croce, rettore del collegio di S. Basilio in Baeza, di recarsi ad Avila a prendere la nostra molto reverenda e molto religiosa M. Teresa di Gesù, fondatrice e priora di Avila, e condurla alla fondazione con tutte le cure ed attenzioni che la sua persona e la sua età si meritano». - S. Giovanni della Croce era accompagnato dal P. Pietro della Purificazione.

[387] Era a Salamanca nel convento degli Scalzi fondato nel giugno di quello stesso anno ed attendeva alla stampa delle Costituzioni delle Carmelitane Scalze.

[388] Si era dimessa dal priorato il 10 settembre 1581 per fare eleggere in suo luogo S. Teresa di Gesù. Da Granada passò alla fondazione di Malaga dove morì il 28 febbraio 1590.

[389] Beatrice di Gesù, al secolo Beatrice de Cepeda y Ocampo, era nata in Torrijos da Francesco de Cepeda, cugino della Santa, e da Maria de Ocampo. Professa all'Incarnazione di Avila, aveva abbandonato la Mitigazione per passare alla Riforma..

[390] 8 dicembre 1581

[391] Don Luigi de Mercado, fratello di donna Anna de Peñalosa, di cui si parlerà più avanti, era uditore della cancelleria di Granada. Fu insigne benefattore dei Carmelitani Scalzi di Segovia, e finì per abbracciare lo stato ecclesiastico. Si conserva ancora una lettera di S. Giovanni della Croce diretta a donna Anna de Peñalosa nella quale il Santo si congratula con don Luigi della sua recente ordinazione (1591).

[392] Sic enim decet nos implere omnem justitiam. (Mt 3,15).

[393] M. Caterina di Gesù (Godinez) di cui S. Teresa ha parlato a lungo nella fondazione di Beas.

[394] Era il 15 gennaio 1582. La piccola comitiva delle fondatrici era composta di sette religiose: le tre venute dalla Castiglia, la M. Anna di Gesù ed altre tre di Beas: Beatrice di S. Michele, Eleonora Battista, Lucia di S. Giuseppe. A Granada dovevano essere raggiunte da altre due del monastero di Siviglia e da due converse di quello di Villanueva. Ma la M. Anna rimandò queste ultime al loro monastero. S. Teresa, quando lo seppe, se ne lamentò vivamente con una interessantissima lettera inviata alla M. Anna il 30 maggio 1582. - Il gesto della M. Anna era motivato dal fatto che aveva già accettato come conversa una buona figliola de la Torre de Perogil, chiamata Caterina Ibañez, che poi in religione prese il nome di suor Caterina degli Angeli.

[395] Daifuentes villaggio poco distante da Granada, che oggi si chiama Daifonte.

[396] Donna Anna de Mercado y Peñalosa, vedova di don Giovanni de Guevara, aveva per confessore e maestro di spirato San Giovanni della Croce. Nel 1586 costruì il convento dei Carmelitani Scalzi di Segovia. Dietro sua domanda S. Giovanni della Croce compose la Fiamma viva d'amore, altissimo trattatello di teologia mistica.

[397] 20 - gennaio 1582. - Granada è costruita sopra tre colline. La prima è occupata da antiche torri romane, chiamate Torres Barmejas; la seconda dall'Alhambra, meraviglioso palazzo dei re mori che forma da solo una città per l'imponenza e la vastità dei suoi bastioni e giardino; e la terza dall'Albaycim, vasta e antica fortezza, ora quartiere abbandonato. La città, propriamente detta, si stende intorno alla cattedrale. Ricca di acque e favorita da un clima piuttosto caldo, presenta una vegetazione lussureggiante. E da lungi, sull'orizzonte, la vigilano, quasi scolte fedeli, le vette incantevoli della Sierra-Nevada. (Cf Carmélites de Paris - Les fondations, vol. IV).

[398] Il Vicario Generale si chiamava don Antonio Barba. Durante la Messa aveva a diacono S. Giovanni della Croce e a suddiacono il P. Pietro degli Angeli.

[399] I Carmelitani Scalzi si erano stabiliti in Granada il 19 marzo 1573 sopra una collina denominata de los Martires per i molti cristiani che i mori vi avevano ucciso.

[400] Quando misi vos sine sacculo et pera et calceamentis, numquid aliquid defuit vobis? (Lc 22,35).

[401] Ti porrà all'ombra delle sue ali, e sotto le sue penne spererai (Sal 90,4).

[402] Era situata presso il Pilar del Toro, e apparteneva a don Alfonso de Granada y Alarcon. Là ricevettero le prime sei novizie, con la dote delle quali poterono comperare una casa. Le novizie furono: Marianna di Gesù, Isabella dell'Incarnazione, Maria di San Giovanni, Caterina dello Spirito Santo, Caterina di Gesù e Maria di San Paolo.

[403] Suor Antonia dello Spirito Santo.

[404] La casa è situata in Calle S. Matias. In essa era morto il celebre Gonzalvo de Cordova che nel 1492 aveva cacciato i mori da Granada. Per questo si chiamava del Grande Capitano. Le difficoltà che si opponevano alla sua vendita si appianarono dopo una guarigione miracolosa ottenuta con una reliquia di Santa Teresa di Gesù in favore di don Giovanni Ramirez de Guzman, parente della duchessa di Sesa, proprietario della casa. La vasta casa del Grande Capitano, santificata dalla presenza di S. Giovanni della Croce che spesse volte vi celebrò la S. Messa, è ancora in possesso delle Carmelitane.

 

footprints of Jesus

Carmelitani Scalzi,
Via A. Canova 4.
20145 Milano
MI
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