9_Poesie

 

 

I

 

Romanza sul vangelo

«In principio erat Verbum

intorno alla santissima Trinità

 

1

 

In principio il Verbo era:

la sua vita in Dio aveva,

e in lui felicità

infinita possedeva.[1]

 

Era Dio lo stesso Verbo,

il principio si chiamava.

Dimorava nel principio,

e principio non aveva.

Era lui il principio stesso,

e per questo non lo aveva.

 

Figlio è il nome di tal Verbo

che nasceva dal principio.

Lo ha sempre concepito,

Dio sempre il concepisce;

gli dà sempre sua sostanza,

che pur sempre in se conserva.

 

È così gloria del Figlio

quella che nel Padre era

ed il Padre ogni sua gloria

nel suo Figlio ei possiede.

 

Come amato nell'amante

l'un nell'altro ha sua dimora,

questo amor che li unisce

parimenti si conviene

sia con l'uno che con l'altro

in valore e uguaglianza.

 

Tre Persone e un amato

esse sono tutte e tre:

in esse un solo amore,

un amante le rendeva;

l'amato tale amante

ove ognuna d'esse vive;

perché l'essere che hanno

delle tre ognuna tiene

e ciascuna d'esse ama

chi tal essere possiede.

 

Questo esser è ciascuna,

questo solo le congiunge

in un nodo[2] sì ineffabile

che ridire non si può;

infinito è per tal modo

quell’amore che le unisce,

ché in tre è un solo amore,

lor sostanza essa si dice;

e l’amor quanto più uno

tanto più amor produce.

 

 

I

 

Romance sobre el evangelio

«In principio erat Verbum»

acerca de la Santísima Trinidad

 

1

 

En el principio moraba

el Verbo y en Dios vivía

en quien su felicidad

infinita poseía.

 

El mismo Verbo Dios era

que el principio se decía.

El moraba en el principio

y principio no tenía.

El era el mismo principio;

por eso de el carecí.

 

El Verbo se llama Hijo;

que de el principio nacía;

hale siempre concebido

y siempre le concebía;

dale siempre su sustancia

y siempre se la tenia.

 

Y así la gloria del Hijo

es la que en el Padre había

y toda su gloria el Padre

en el Hijo poseí.

 

Como amado en el amante

uno en otro residía

y aquese amor que los une

en lo mismo convenía

con el uno y con el otro

en igualdad y valía.

 

Tres Personas y un amado

entre todos tres había

y un amor en todas ellas

y un amante las hacía;

y el amante es el amado

en que cada cual vivía;

que el ser que los tres poseen

cada cual le poseía

y cada cual de ellos ama

a la que éste ser tenía.

 

Èste ser es cada una

y éste solo las unía

en un inefable nudo

que decir non se sabía;

por lo cual era infinito

el amor que las unía,

porque un solo amor tres tienen,

que su esencia se decía:

que el amor cuanto más uno

tanto más amor hacía.

 

 

 

2

 

Sulla comunicazione

delle tre Persone

 

In un amore immenso

che dai due procedeva,

di gran diletto frasi

il Padre al Figlio dicea,

di sì profonda gioia

che nessuno comprendeva;

solo il Figlio ne godeva,

ché a lui sol appartenean;

ma di quelle che s'intende

eran queste le parole:

«Non mi appaga nulla! Figlio,

che tua sola compagnia;

se qualcosa mi dà gioia,

in te solo l'amo io.

Chi di più ti assomiglia

più soddisfa l'amor mio,

e chi meno ti somiglia

nulla in me trovar potrebbe.

 

In te solo mi compiaccio,

oh tu, vita di mia vita!

Luce sei di mia luce,

solo tu la mia sapienza,

della mia sostanza immagin

in cui assai mi compiacqui.

 

A chi, Figlio, inver, ti amasse

io me stesso gli darei,

e l'amor che in te ho posto

quello stesso gli offrirei,

ché amato avrà voluto

chi io tanto amar potei».

 

 

2

 

De la comunicación

de las Tres Personas

 

En aquel amor inmenso

que de los dos procedía

palabras de gran regalo

el Padre al Hijo decía,

de tan profundo deleite

que nadie las entendía;

solo el Hijo lo gozaba,

que es a quien pertenecía;

pero aquello que se entiende

de esta manera decía:

«nada me, contenta, Hijo,

fuera de tu compañía;

y si algo me contenta,

en ti mismo lo quería.

El que a ti más se parece

a mí más satisfacía

y el que en nada te semeja

en mí nada hallaría.

 

En ti solo me he agradado,

¡oh vida de vida mía!

Eres lumbre de mi lumbre,

eres mi sabiduría,

figura de mi sustancia

en quien bien me complacía.

 

Al que a ti te amare, Hijo,

a mi mismo le daría

y el amor que yo en ti tengo

ese mismo en él pondría,

en razón de haber amado

a quien yo tanto quería».

 

 

 

3

 

Sulla creazione

 

«Una sposa che t'ami,

Figlio mio, donar ti voglio,

che per tua grazia meriti

stare in nostra compagnia

e mangiar ad egual mensa

di quel pan che mangio io,

perché conosca i beni

che radun nel Figlio mio,

e con me si rallegri

di tua grazia e leggiadria».

 

«Lo gradisco molto, Padre,

- a lui il Figlio rispondeva -;

alla sposa da te data

mio splendore le darei,

affinché con esso veda

quanto vale il Padre mio,

e che l'esser ch'io possiedo

dal suo esser lo ricevo.

Sul mio braccio reclinata,

nel tuo amore arderebbe

e in un diletto eterno

il tuo bene esalterebbe».

 

 

3

 

De la creación

 

«Una esposa que te ame,

mi Hijo, darte quería,

que por tu valor merezca

tener nuestra compañía

y comer pan a una mesa

de el mismo que yo comía,

porque conozca los bienes

que en tal Hijo yo tenía

y se congracie conmigo

de tu gracia y lozanía».

 

«Mucho lo agradezco, Padre,

- el Hijo le respondía -;

a la esposa que me dieres

yo mi claridad daría

para que por ella vea

cuánto mi Padre valía,

y cómo el ser que poseo

de su ser le recibía.

Reclinarla he yo en mi brazo

y en tu amor se abrasaría

y con eterno deleite

tu bondad sublimaría».

 

 

 

4

 

Continua

 

Disse il Padre: «Ebbèn sia fatto,

il tuo amor l’ha meritato»;

e nel dir queste parole

egli il mondo avea creato,

un palazzo per la sposa

con sapienza edificato;

che in due alloggiamenti,

l'alto e il basso, ha separato;

quello basso componeva

d'infinite cose varie;

ma il più alto egli abbelliva

delle gemme più preziose.

 

Perché la sposa sappia

quale sposo ella possegga,

su, in alto, collocava

la celeste gerarchia;

la natura umana, invece,

giù in basso la poneva,

ché per sua composizione

una cosa di valor minore è.

 

E se pur l'essere e i luoghi

dividesse in tal maniera,

tutti forman un sol corpo

della sposa ch’ei dicea:

ché amor d'unico Sposo

una sposa li rendea.

Quelli in alto possedevan

tale sposo in gran letizia,

quelli in basso con speranza

della fé ch’egli infondeva,

lor dicendo che in futuro

li farà anch'essi grandi

e che quella lor bassezza

a se stesso innalzerà

così che nessun mai

disprezzarla più potrebbe,

perché in tutto simil

egli a loro si farebbe

fra di loro discendendo

e con essi dimorando.

E che Dio uomo sarà

e che l'uomo Dio sarà

e con lor comunicherà,

mangerà anche e berrà

e per sempre insieme a loro

egli stesso resterà,

finché fine non avrà

questo mondo che trascorre,

quando insiem avran diletto

in eterna melodia,

poiché egli è il capo

della sposa sua diletta,

alla quale tutte le membra

dei suoi giusti riunir,

sono il corpo della sposa,

ch'egli poi teneramente

fra le braccia prenderà

e il suo amore le darà;

ed al Padre, insieme a loro

membra sue, la innalzerà,

dove allor goder potrà

del diletto che Dio gode;

come il Padre, come il Figlio

e colui che ne procede

l'un nell'altro vive insieme,

avverrà così alla sposa

che rapita tutta in Dio

di Dio stesso avrà la vita.

 

 

4

 

Prosígue

 

«Hágase, pues - dijo el Padre -,

que tu amor lo merecía»;

y en este dicho que dijo,

el mundo criado había

palacio para la esposa

hecho en gran sabiduría;

el cual en dos aposentos,

alto y bajo dividía;

el bajo de diferencias

infinitas componía;

mas el alto hermoseaba

de admirable pedrería.

 

Porque conozca la esposa

el Esposo que tenía,

en el alto colocaba

la angélica jerarquía;

pero la natura humana

en el bajo la ponía,

por ser en su compostura

algo de menor valía.

 

Y aunque el ser y los lugares

de esta suerte los partía,

pero todos son un cuerpo

de la esposa que decía:

que el amor de un mismo Esposo

una esposa los hacía.

Los de arriba poseían

el Esposo en alegría,

los de abajo en esperanza

de fe que les infundía,

diciéndoles que algún tiempo

él los engrandecería

y que aquella su bajeza

él se la levantaría

de manera que ninguno

ya la vituperaría,

porque en todo semejante

él a ellos se haría

y se vendría con ellos

y con ellos moraría

y que Dios sería hombre

y que el hombre Dios sería

y trataría con ellos,

comería y bebería

y que con ellos contino

el mismo se quedaría

hasta que se consumase

este siglo que corría,

cuando se gozaran juntos

en eterna melodía,

porque el era la cabeza

de la esposa que tenía,

a la cual todos los miembros

de los justos juntaría,

que son cuerpo de la esposa,

a la cual el tomaría

en sus brazos tiernamente

y allí su amor la daría;

y que así juntos en uno

al Padre la llevaría,

donde de el mismo deleite

que Dios goza, gozaría;

que, como el Padre y el Hijo

y el que de ellos pfocedía

el uno vive en el otro,

así la esposa sería

que, dentro de Dios absorta,

vida de Dios viviría.

 

 

 

5

 

Continua

 

E con questa pia speranza

che veniva lor dall'alto,

anche il peso delle pene

più leggero si faceva;

ma l'attesa prolungata

e il desìo che più cresceva

di godersi alfin lo Sposo

sempre più li affliggeva;

e perciò con orazioni

con sospiri ed agonie,

calde lacrime e lamenti

notte e dì lo supplicavan

che ormai si decidesse

di restare insieme a loro.

 

Gli uni dicon: «Oh, potesse

giunger subito la gioia!».

 

Altri ancor: «Orsù, Signore,

invia tu chi devi inviar!».

 

Altri poi: «Oh, s'aprissero

questi cieli e i miei occhi

qui discender ti vedessero,

il mio pianto cesserebbe!».

«Fate piovere dall'alto,

nubi, chi la terra chiede,

e la terra, che produce

solo spine, s'apra ormai

e che generi quel fiore

di cui essa può fiorìr!».

 

Altri infine: «Oh, ben felice

chi a quel tempo esisterà,

e con gli occhi suoi umani

vedèr Dio meriterà,

di toccarlo con le mani,

camminare insieme a lui

e godere dei misteri

che in quel tempo svelerà!».

 

 

5

 

Prosígue

 

Con esta buena esperanza

que de arriba les venía,

el tedio de sus trabajos

más leve se les hacía;

pero la esperanza larga

y el deseo que crecía

de gozarse con su Esposo

contino les afligía;

por lo cual con oraciones,

con suspiros y agonía,

con lágrimas y gemidos

le rogaban noche y día

que ya sedeterminase

a les dar su compañia.

 

Unos decían: «¡Oh si fuese

en mi tiempo el alegría!»

 

Otros: «¡Acaba, Señor;

al que has de enviar, envía!»

 

Otros: «¡Oh si ya rompieses

esos cielos, y vería

con mis ojos que bajases,

y mi llanto cesaría!»

«¡Regad, nubesde lo alto,

que la tierra lo pedía,

y ábrase ya la tierra

que espinas nos producía

y produzca aquella flor

con que ella florecería!»

 

Otros decían; «¡Oh dichoso

el que en tal tiempo sería

que merezca ver a Dios

con 1os ojos que tenía

y tratarle con sus manos

y andar en su compañía

y gozar de los misterios

que entonces ordenaría!»

 

 

 

6

 

Continua

 

In queste e altre suppliche

lungo tempo era passato;

tuttavia negli anni ultimi

il fervore più cresceva,

quando il vecchio Simeone

di desio s'accendeva,

Dio pregando che tal giorno

di veder gli fosse dato.

 

E così il Santo Spirto

al buon vecchio rispondeva

e gli dà la sua parola

che la morte non può coglierlo

fino a quando ei non veda

scender giù dal ciel la vita

e finché nelle sue mani

non accolga Dio in persona

e lo regga tra le braccia

ché a sé stringer ei possa.

 

 

6

 

Prosígue

 

En aquestos y otros ruegos

gran tiempo pasado había;

pero en los postreros años

el fervor mucho crecía,

cuando el viejo Simeón

en deseo se encendía,

rogando a Dios que quisiese

dejalle ver este día.

 

Y así el Espíritu Santo

al buen viejo respondía

que le daba su calabra

que la muerte no vería

hasta que la vida viese

que de arriba descendía,

y que él en sus mismas manos

al mismo Dios tomaría

y le tendría en sus brazos

y consigo abrazaría.

 

 

 

7

 

Continua l’incarnazione

 

Quando il tempo ormai era giunto

in cui farsi conveniva

il riscatto della sposa,

che in giogo ancor serviva,

dalla dura legge oppressa

che Mosè dato le avea,

con amor tenero il Padre

a suo Figlio così dicea:

 

«Vedi, Figlio, che la sposa

a tua immagine l’ho fatta

e in ciò che ti somiglia

a te bene si convien;

ma diversa è nella carne

che il tuo esser non ha.

Negli amor perfetti, invece,

questa legge si richiede:

che si renda somigliante

all'amata chi la ama;

se maggiore è somiglianza

più diletto in sé contiene;

nella sposa tua il diletto

certo, molto crescerebbe

se a sé simil ti vedesse

nella sua carne mortal».

 

«Mio voler è il tuo

- a lui il Figlio rispondea -

e la gloria ch'io possiedo

è che il tuo voler sia il mio;

e a me conviene, o Padre,

ciò che tua altezza dice,

perché meglio, in tal maniera,

tua bontà possa apparire;

si vedrà tua gran potenza,

tua giustizia, tua sapienza;

al mondo a dirlo andrò

e notizia gli darò

della tua soave bellezza,

della tua sovranità.

 

A cercare andrò la sposa

ed il peso io prenderò

di sue pene e suoi travagli

in cui tanto ella versò;

e perché abbia la vita

io per lei morirò

e, strappandola a l'abisso

tutta a te la volgerò».

 

 

7

 

Prosígue la Encarnación

 

Ya que el tiempo era llegado

en que hacerse convenía

el rescate de la esposa

que en duro yugo servía

debajo de aquella ley

que Moisés dado le había,

el Padre con amor terno

de esta manera decía:

 

«Ya ves, Hijo, que a tu esposa

a tu imagen hecho había

y en lo que a ti se parece

contigo bien convenía;

pero difiere en la carne

que en tu simple ser no había.

En los amores perfectos

esta ley se requería:

que se haga semejante

el amante a quien quería;

que la mayor semejanza

más deleite contenía;

el cual, sin duda, en tu esposa

grandemente crecería

si te viere semejante

en la carne que tenía».

 

«Mi voluntad es la tuya

- el Hijo le respondía -

y la gloria que yo tengo

es tu voluntad ser mía;

y a mí me conviene, Padre,

lo que tu alteza decía,

porque por esta manera

tu bondad más se vería;

veráse tu gran potencia,

justicia y sabiduria;

irélo a decir al mundo

y noticia le daría

de tu belleza y dulzura

y de tu soberanía.

 

Iré a buscar a mi esposa

y sobre mí tomaría

sus fatigas y trabajos

en que tanto padecía;

y porque ella vida tenga

yo por ella moriría

y sacándola de el lago

a ti te la volvería».

 

 

 

8

 

Continua

 

Un arcangelo chiamò allora,

Gabriele avea per nome,

lo inviò a una fanciulla

che Maria si chiamava,

con il suo consentire

si compiva il gran mistero;

nel suo grembo il Dio trino

carne al Verbo conferiva;

e benché tre compion l'opera,

in un solo si adempiva;

e restò incarnato il Verbo

nel puro ventre di Maria.

 

E chi avea solo il Padre,

ora avea anche una madre,

pur diversa da colei

che dall'uomo concepisce;

dalle viscere di lei

la sua carne riceveva

e perciò Figlio di Dio

e dell'uomo si diceva.

 

 

8

 

Prosígue

 

Entonces llarmó a un arcángel

que San Gabriel se decía

y enviólo a una donzella

que se llamaba María,

de cuyo consentimento

el misterio se hacía;

en la cual la Trinidad

de carne al Verbo vestía;

y aunque tres hacen la obra,

en el uno se hacía;

y quedó el Verbo encarnado

en el vientre de María.

 

Y el que tenía sólo Padre,

ya también Madre tenía,

aunque no como cualquiera

que de varón concebía,

que de las entrañas de ella

él su carne recebía;

por lo cual Hijo de Dios

y de el hombre se decía.

 

 

 

9

 

Sulla nascita

 

Or che il tempo era arrivato

in cui nascere doveva,

così come uno sposo

dal suo talamo appariva

abbracciato alla sua sposa,

che in sue braccia la traeva,

e la Madre tutta grazia

nel presepe il deponeva

proprio in mezzo ad animali

che al momento lì si trovavan.

Canti gli uomini innalzavan,

melodie tutti gli angeli,

festeggiando gli sponsali

che tra i due avvenivan;

però Dio nel suo presepe

fra le lacrime gemea,

tal gioielli questa sposa

alle nozze sue traeva;

e la Madre era stupita

per lo scambio che vedea;

pianto d'uomo era in Dio

e nell'uomo era allegria,

la qual cosa all'uno e all'altro

tanto estranea esser solea.

 

 

9

 

Del Nacimiento

 

Ya que era llegado el tiempo

en que de nacer había,

así como desposado

de su talamo salía

abrazado con su esposa,

que en sus brazos la traía,

al cual la graciosa Madre

en un pesebre ponía

entre unos anirnales

que a la sazón allí había.

Los hombres decían cantares,

los angeles melodía,

festejando el desposorio

que entre tales dos habfa;

pero Dios en el pesebre

allí lloraba y gemía,

que eran joyas que la esposa

al desposorio traía;

y la Madre estaba en pasmo

de que tal trueque veía;

el llanto de el hombre en Dios

y en el hombre la alegría,

lo cual de el uno y de el otro

tan ajeno ser solía.

 

 

 

II

 

Romanza sopra il salmo

«Super flumina Babylonis»[3]

 

Lungo i fiumi che attraversan

Babilonia, lì, piangendo

mi sedetti, le mie lacrime

irrigavan la terra,

rammentandomi di te,

o Siòn, patria diletta!

Era dolce il tuo ricordo

e ancor più per ciò piangevo;

smisi gli abiti da festa,

indossai quei da fatica

ed appesi ai verdi salici

la mia cetra che portavo,

quasi simbol dell'attesa

di ciò ch'io da te speravo.

Mi ferì così l'amore

ed il cuore mi strappava.

 

Chiesi allor che m'uccidesse

se in tal modo mi piagava;

sul suo fuoco mi gettavo

ben sapendo quanto bruciava,

invidiando l'uccellino[4]

che nel fuoco si consuma;

in me stavo già morendo,

in te solo respiravo,

per te solo a me morivo

e per te risuscitavo,

ché il ricordo ch'ho di te

dava vita e la toglieva.

 

Mi struggevo di morire

e la vita mi uccidea,

perché essa persistendo,

di tua vista mi privava.

Dilettavansi gli stranieri

fra cui esul me ne stavo.

 

Mi stupivo non capissero

che il piacer li ingannava.

Mi chiedevan quei canti

che in Sion allor cantavo:

- Di Sion cantaci un inno

per sentir come suonava.

- Dite, come in terra altrui,

dove piango per Sion,

io la gioia potrò cantare,

che in Sion mi possedeva?;

nell'oblio la getterei

se godessi in terra altrui;

che si attacchi al mio palato

questa lingua con cui parlo,

se di te io mi scordassi

nella terra in cui dimoro.

 

O Sion, pei verdi rami

che mi offre Babilonia,

mia destra di me si scordi

ciò che in te io più amavo,

se di te non ricordassi

ciò che più mi rallegrava,

se alla festa abbandonandomi

senza te la celebrassi!

 

Oh, tu, figlia di Babilonia,

infelice e sventurata!

Fortunato colui sarà,

in cui sempre ho confidato,

che il castigo ti darà

di tua stessa man strappato,

i suoi figli, me riunirà,

me che lacrime ho versato,

alla pietra, ossia al Cristo,

per il quale io t'ho lasciato!

 

 

II

 

Romance sobre el salmo

«Super flumina Babylonis»

 

Encima de las corrientes

que en Babilonia hallaba,

allí me senté llorando,

allí la tierra regaba

acordándome de ti,

¡Oh Sión!, a quien amaba.

Era dulce tu memoria

y con ella más lloraba;

dejé los trajes de fiesta,

los de trabajo tomaba

y colgué en los verdes sauces

la música que llevaba

poniendola en esperanza

de aquello que en ti esperaba.

Allí me hirió el amor

y el corazón me sacaba.

 

Díjele que me matase,

pues de tal suerte llagaba;

yo me metía en su fuego

sabiendo que me abrasala

disculpando al avecica

que en el fuego se acababa;

estábame en mí muriendo

y en ti solo respiraba,

en mí por ti me moría

y por ti resucitaba,

que la memoria de ti

daba vida y la quitaba.

 

Moríame por morirme

y mi vida me mataba,

porque ella perseverando

de tu vista me privaba.

Gozíbanse los extraños

entre quien cautivo estaba.

 

Miraba cómo no vían

que el gozo los engañaba.

Preguntábanme cantares

de lo que en Sión cantaba:

- Canta de Sión un himno;

veamos cómo sonaba.

- Decid, ¿cómo en tierra ajena,

donde por Sión lloraba,

cantaré yo el alegría

que en Sión se me quedaba?;

echaríala en olvido

si en la ajena me gozaba;

con mi paladar se junte

la lengua con que hablaba,

si de ti yo me olvidare

en la ti erra do moraba.

 

Sión, por los verdes ramos

que Babilonia me daba,

de mí se olvide mi diestra,

que es lo que en ti más amaba,

si de ti no me acordare

en lo que más me gozaba,

y si yo tuviere fiesta

y sin ti la festejaba!

 

¡Oh hija de Babilonia,

mísera y desventurada!

¡Bienaventurado era

aquel en quien confiaba,

que te ha de dar el castigo

que de tu mano llevaba,

y juntará sus pequeños

y a mí, porque en ti lloraba,

a la piedra, que era Cristo,

por el cual yo te dejaba!

 

 

 

III

 

Cantico Spirituale (B)

 

 

la sposa

 

1. Dove ti sei nascosto, Amato?

Sola qui, gemente, mi hai lasciata!

Come il cervo[5] fuggisti,

dopo avermi ferita;

gridando t'inseguii:[6] eri sparito!

 

2. Pastori, voi che andrete

lassù, per gli stabbi, al colle,

se mai colui vedrete

che più d'ogni altro amo,

ditegli che languo, peno e muoio.

 

3. In cerca dei miei amori,

mi spingerò tra i monti e le riviere,

non coglierò fiori

né temerò le fiere,[7]

ma passerò i forti e le frontiere.

 

4. O boschi e fitte selve,

piantati dalla mano dell’Amato!

O prato verdeggiante,

di bei fior smaltato,

ditemi se qui egli è passato!

 

5. Mille grazie spargendo,

qui pei boschi s’affrettava

e, mentre li guardava,

la sola sua presenza

adorni di bellezza li lasciava.[8]

 

6. Ah! Chi potrà guarirmi?

Alfin, concediti davvero:

e più non mi mandare

da oggi messaggeri,

che non sanno dirmi ciò che bramo.

 

7. E quanti intorno a te vagando,

di te infinite grazie raccontando,

ravvivan così le mie ferite,

e me spenta lascia non so cosa,

ch'essi vanno appena balbettando.

 

8. Ma come duri ancor,

o vita, se non vivi ove vivi,

se ti fanno morir

le frecce che subisci

da ciò che dell’Amato concepisci?

 

9. Perché, avendo questo cuor

piagato, poi non l'hai sanato?

E, avendolo rubato,

perché me l’hai lasciato

e non cogli la preda che hai rubato?

 

10. Estingui i miei affanni,

che nessuno vale ad annientarli,

ti vedan i miei occhi,

perché ne sei la luce,

per te solo desidero serbarli!

 

11. Scopri a me il tuo divin viso,

tua vista mi uccida,[9] tua bellezza;

tu sai che sofferenza

d'amore non si cura

se non con la presenza e la figura!

 

12. O fonte cristallina,[10]

se in questi tuoi riflessi inargentati

formassi all’improvviso

quegli occhi tuoi desiderati,

che porto nel mio intimo abbozzati!

 

13. Distoglili, Amato,[11]

ché a volo io vado!

 

lo sposo

Colomba mia, ritorna,

ché il tuo cervo ferito

spunta di sull'altura

e al soffio di tuo vol gode frescura!

 

la sposa

14. L'Amato le montagne,[12]

le boschive valli solitarie,

le isole inesplorate,

i fiumi gorgoglianti,

il sibilo dei venti innamorati,

 

15. la quiete della notte[13]

vicina allo spuntar dell’aurora,

musica silenziosa,[14]

solitudin sonora,

cena che ristora e innamora.

 

16. Cacciate via le volpi,[15]

che fiorita ormai è nostra vigna,

intanto che di rose

intrecceremo una pigna

nessuno appaia là, sulla collina.

 

17. Fermati, borea morto,

vieni, austro, a suscitar gli amori,

soffia pel mio giardino,

diffondine gli aromi

e pascerà l’Amato in mezzo ai fiori.

 

18. O ninfe di Giudea!

Intanto che tra i fiori e nei roseti

l'ambra i suoi aromi emana,

nei sobborghi restate,

toccar le nostre soglie non vogliate.

 

19. Nasconditi, Diletto,

il tuo viso volgi alle montagne,

non cercar di parlare,

ma guarda le compagne

di lei che va per isole lontane.

 

lo sposo

20. O leggerissimi uccelli,

leoni, cervi, daini saltatori,

monti, valli, riviere,

acque, venti, ardori

e delle notti vigili timori:

 

21. io, per le soavi lire

e il canto di sirene, vi scongiuro:

cessino le vostre ire

e non battete al muro,

ché la sposa dorma più sicura.

 

22. Entrata ormai è la sposa

nel giardino ameno desiato

e a suo piacer riposa,

il collo reclinato

sopra le dolci braccia dell’Amato.[16]

 

23. All’ombra di quel melo

a me fosti sposata,

qui ti porsi la mano

e fosti riscattata

dove tua madre fu violata.

 

la sposa

24. Fiorito è il nostro talamo,

da tane di leoni circondato,

con porpora tessuto,

di pace edificato,

di mille scudi d'oro coronato.

 

25. Dietro le tue vestigia

si lancian le giovani in cammino,

a un tocco di faville,

per l'aromato vino,

effondon un balsamo divino.

 

26. Nella segreta cella

io dell’Amato bevvi e,

quando uscita fui in questa valle,

null'altro più sapevo,

perduto era il gregge che pascevo.

 

27. Là mi offrì il suo petto,

là m'insegnò scienza assai gustosa,

a lui tutta mi detti,

me stessa per intero;

là gli promisi d'esser sua sposa.

 

28. L’alma mia s’è data

con tutta la ricchezza al suo servizio;

non pasco più le greggi,

non ho più altro uffizio:

solo in amar è il mio esercizio.

 

29. Se d'oggi in poi al prato

non fossi più veduta né trovata,

direte che mi son perduta,

che, errando innamorata,

volli perdermi e venni conquistata.

 

30. Di fiori e di smeraldi,

scelti nelle fresche mattinate,

intesserem ghirlande,

nel tuo amor sbocciate

e da un capello mio tutte legate.

 

31. Solo da quel capello

che sul collo svolazzar vedesti,

sul collo mio mirasti,

incantato rimanesti

e in uno dei miei occhi ti feristi.

 

32. Guardandomi, i tuoi occhi

lor grazia m'infondean;

per questo più m’amavi,

per questo meritavan

i miei occhi adorar quanto vedean.

 

33. Non disprezzarmi adesso,

ché, se colore bruno in me trovasti,

ormai ben puoi mirarmi

dopo che mi guardasti,

grazia e bellezza in me lasciasti.

 

lo sposo

34. La bianca colombella

all’arca con il ramo è ritornata

e già la tortorella

il suo compagno amato

sopra le verdi rive ha ritrovato.

 

35. In solitudine vivea,

in luogo solitario ha posto il nido,

sola così la guida

da solo il suo Amico,

d'amor in solitudine ferito.

 

la sposa

36. Orsù, godiam l'un l'altro, Amato,

a contemplarci[17] in tua beltade andiam

sul monte e la collina

dove pura sorgente d'acqua scorre,

dove è più folto dentro penetriam.

 

37. Poi alle profonde

caverne di pietra ce ne andremo,

son ben nascoste esse,

e lì ci addentreremo,

di melagrane il succo gusteremo.

 

38. Là tu mi mostrerai

ciò che l'alma mia desiderava

e dopo mi darai,

là, tu vita mia,

ciò che l’altro dì m'hai già donato:

 

39. dell’aure il respiro,

il canto della dolce filomena,

il bosco e il suo incanto

nella notte serena,

con fiamma che consuma e non dà pena.

 

40. Nessuno ciò guardava,

nemmeno Aminadab più compariva,[18]

l'assedio s'allentava

e la cavalleria

alla vista dell’acque giù venia.

 

 

 

Cantico espiritual (B)

 

Canciones entre el alma y el Esposo

 

ESPOSA

1. ¡Adónde te escondiste,

Amado, y me dejaste con gemido?

Como el ciervo huiste,

habiédome herido;

salí tras ti clamando, y eras ido.

 

2. Pastores los que fuerdes

allá por las majadas al otero,

si por ventura vierdes

aquel que yo más quiero,

decilde que adolezco, peno y muero.

 

3. Buscando mis amores

iré por esos montes y riberas,

ni cogeré las flores

ni temeré las fieras

y pasaré los fuertes y fronteras.

 

4. ¡Oh bosques y espesuras

plantadas por la mano del Amado!

¡Oh prado de verduras

de flores esmaltado!

decid si por vosotros ha pasado!

 

5. Mil gracias derramando

pasó por estos sotos con presura

y yéndolos mirando

con sola su figura

vestidos los dejó de hermosura.

 

6. ¡Ay, ¿quién podrá sanarme?

¡Acaba de entregarte ya de vero;

no quieras enviarme

de hoy más ya mensajero

que no saben decirme lo que quiero!

 

7. Y todos cuantos vagan

de ti me van mil gracias refiriendo

y todos más me llagan

y déjame muriendo

un no sé qué que quedan balbuciendo.

 

8. Mas ¿cómo perseveras,

¡oh vida!, no viviendo donde vives

y haciendo porque mueras

las flechas que recibes

de lo que del Amado en ti concibes?

 

9. ¿Por qué, pues has llagado

aqueste corazón, no le sanaste?

Y, pues me le has robado,

¿por qué así le dejaste,

y no tomas el robo que robaste?

 

10. ¡Apaga mis enojos,

pues que ninguno basta a deshacellos,.

y véante mis ojos,

pues eres lumbre dellos

y sólo para ti quiero tenellos!

 

11. ¡Descubre tu presencia,

y máteme tu vista y hermosura;

mira que la dolencia

de amor, que no se cura

sino con la presencia y la figura!

 

12. ¡Oh cristalina fuente,

si en esos tus semblantes plateados

formases de repente

los ojos deseados

que tengo en mis entrañas dibujados!

 

13. ¡Apártalos, Amado,

que voy de vuelo!

 

esposo

¡Vuélvete, paloma,

que el ciervo vulnerado

por el otero asoma

al aire de tu vuelo, y fresco torna!

 

esposa

14. Mi Amado las montañas

los valles solitarios nemorosos

las ínsulas extrañas

los rios sonorosos

el silbo de los aires amorosos

 

15. la noche sosegada

en par de los levantes del aurora

la música callada

la soledad sonora

la cena que recrea y enamora.

 

16. Cazadnos las raposas,

que está ya florecida nuestra viña,

en tanto que de rosas

hacemos una piña.

y no parezca nadie en la montiña.

 

17. Detente, cierzo muerto;

ven, austro, que recuerdas los amores,

aspira por mi huerto

y corran tus olores

y pacerá el Amado entre las flores.

 

18. ¡Oh ninfas de Judea!,

en tanto que en las flores y rosales

el ámbar perfumea,

morá en los arrabales,

y no queráis tocar nuestros umbrales.

 

19. Escóndete, Carillo,

y mira con tu haz a las montañas

y no quieras decillo.

mas mira las compañas

de la que va por insulas extrañas.

 

esposo

20. A las aves ligeras.

leones, ciervos, gamos saltadores,

montes, valles, riberas,

aguas, aires, ardores

y miedos de las noches veladores:

 

21. por las amenas liras

y canto de sirenas os conjuro

que cesen vuestras iras

y no toquéis al muro

porque la esposa duerma más seguro.

 

22. Entradose ha la esposa

en el ameno huerto deseado

y a su sabor reposa

el cuello reclinado

sobre los dulces brazos del Amado.

 

23. Debajo del manzano

allí conmigo fuiste desposada,

allí te di la mano

y fuiste reparada

donde tu madre fuera violada.

 

esposa

24. Nuestro lecho florido

de cuevas de leones enlazado

en púrpura tendilo

de paz edificado

de mil escudos de oro coronado.

 

25. A zaga de tu huella

las jóvenes discurren al camino

al toque de centella

al adobado vino,

emisiones de bálsamo divino.

 

26. En la interior bodega

de mi Amado bebí, y cuando salía

por toda aquesta vega

ya cosa no sabía

y el ganado perdí que antes seguía.

 

27. Allí me dió su pecho

allí me enseñó ciencia muy scabrosa

y yo le di de hecho

a mí, sin dejar cosa;

allí le prometí de ser su esposa.

 

28. Mi alma se ha empleado

y todo mi caudal en su servicio,

ya no guardo ganado

ni ya tengo otro oficio

que ya sólo en amar es mi ejercicio.

 

29. Pues ya si en el ejido

de hoy más no fuere vista ni hallada,

diréis que me he perdido,

que, andando enamorada,

me hice perdidiza y fui ganada.

 

30. De flores y esmeraldas

en las frescas mañanas escogidas

haremos las guirnaldas

en tu amor floridas

y en un cabello mío entretejidas.

 

31. En solo aquel cabello

que en mi cuello volar consideraste

mirástele en mí cuello

y en él preso quedaste

y en uno de mis ojos te llagaste.

 

32. Cuando tú me mirabas,

su gracia en mí tus ojos imprimían

por eso me adamabas

y en eso merecían

los mios adorar lo que en ti vían.

 

33. No quieras despreciarme,

que, si color moreno en mí hallaste,

ya bien puedes mirarme

después que me miraste,

que gracia y hermosura en mí dejaste.

 

esposo

34. La bianca palomica

al arca con el ramo se ha tornado

y ya la tortolica

al socio deseado

en las riberas verdes ha hallado.

 

35. En soledad vivia

y en soledad ha puesto ya su nido y en soledad la guia a solas su querido

tambien en soledad de amor herido.

 

esposa

36. Gocémonos, Amado,

y vámonos a ver en tu hermosura

al monte y al collado

do mana el agua pura;

entremos más adentro en la espesura,

 

37. y luego a las subidas

cavernas de la piedra nos iremos,

que están bien escondidas,

y allí nos entraremos

y el mosto de granadas gustaremos.

 

38. Allí me mostrarías

aquello que mi alma pretendía

y luego me darías

allí tú, ¡vida mia!,

aquello que me diste el otro día:

 

39. el aspirar del aire

el canto de la dulce Filomena

el soto y su donaire

en la noche serena

con llama que consume y no da pena.

 

40. Que nadie lo miraba,

Aminadab tampoco parecía

y el cerco sosegaba

y la caballería

a vista de las aguas descendía.

 

 

 

IV

 

Canto[19] dell’anima che si rallegra di conoscere

Dio per mezzo della fede.

 

Ben so io la fonte che sgorga e scorre,

anche se è notte!

 

1. Quell'eterna fonte sta nascosta,

ma ben so io dov'essa ha sua dimora,[20]

anche se è notte. (...).[21]

 

2. Sua origine non so, non ve n'è alcuna,

ma so che tutte l'origini in sé aduna,

anche se è notte.

 

3. So ch'esservi non può cosa più bella,

che cieli e terra bevon d'ella,

anche se è notte.

 

4. Ben so che fondo in essa non si trova

e che nessuno mai potrà guadarla,

anche se è notte.

 

5. La sua chiarezza mai non s'offusca,

so che ogni luce da essa è venuta,

anche se è notte.

 

6. So che tanto copiose son le sue correnti,

che cielo e terra irrigano e le genti,

anche se è notte.

 

7. La corrente che nasce da tal fonte

ben so quanto è grande e onnipotente,

anche se è notte.

 

8. La corrente che da queste due procede

so che nessuna d'esse la precede,

anche se è notte. (...).[22]

 

9. Codesta eterna fonte sta nascosta

in questo vivo pan per darci vita,

anche se è notte.

 

10. Qui se ne sta, chiamando le creature,

che dell'acqua si sazian, anche se è buio,

perché è notte.

 

11. Questa viva fonte, cui anelo,

in questo pan di vita io la vedo,

anche se è notte.

 

 

IV

 

Cantar del alma que se huelga de conocer

a Dios por la fe

 

¡Que bien sé yo la fonte que mana y corre:

aunque es de noche!

 

1. Aquella eterna fonte está escondida,

que bien sé yo do tiene su manida,

aunque es de noche.

 

2. Su origen no lo sé, pues no le tiene,

mas sé que todo origen della viene,

aunque es de noche.

 

3. Sé que no puede ser cosa tan bella

y que cielos y tierra beben della,

aunque es de noche.

 

4. Bien sé que suelo en ella no se halla

y que ninguno puede vadealla,

aunque es de noche.

 

5. Su claridad nunca es escurecida

y sé que toda luz de ella es venida,

aunque es de noche.

 

6. Sé ser tan caudalosos sus corrientes,

que infiernos, cielos riegan y las gentes,

aunque es de noche.

 

7. El corriente que nace de esta fuente

bien sé que es tan capaz yomnipotente,

aunque es de noche.

 

8. El corriente que de estas dos procede

sé que ninguna de ellas le precede,

aunque es de noche.

 

9. Aquesta eterna fonte esta escondida

en este vivo pan por darnos vida,

aunque es de noche.

 

10. Aquí se está llamando a las criaturas

y de esta agua se hartan, aunque a escuras,

porque es de noche.

 

11. Aquesta viva fuente que deseo

en este pan de vida yo la veo,

aunque de noche.

 

 

 

V

 

Notte oscura

 

 

1. In una notte oscura,[23]

con ansie, dal mio amor tutta infiammata,

oh, sorte fortunata!,[24]

uscii,né fui notata,

stando [già] la mia casa al sonno abbandonata.

 

2. Al buio e più sicura,

per la segreta scala, travestita,

oh, sorte fortunata!,

al buio e ben celata,

stando [già] la mia casa al sonno abbandonata.[25]

 

3. Nella gioiosa notte,[26]

in segreto, senza esser veduta,

senza veder cosa,

né altra luce o guida avea

fuor quella che in cuor mi ardea.

 

4. E questa mi guidava,

più sicura del sole a mezzogiorno,

là dove mi aspettava

chi ben io conoscea,

in luogo ove nessuno si vedea.

 

5. Notte che mi guidasti,

oh, notte più dell’alba compiacente!

Oh, notte che riunisti

l’Amato con l’amata,

amata nell’Amato trasformata![27]

 

6. Sul mio petto fiorito,

che intatto sol per lui tenea serbato,

là si posò addormentato

ed io lo accarezzavo,

e la chioma dei cedri ei ventilava.

 

7. La brezza d'alte cime,

allor che i suoi capelli discioglievo,

con la sua mano leggera

il collo mio feriva

e tutti i sensi miei in estasi rapiva.

 

8. Là giacqui, mi dimenticai,

il volto sull’Amato reclinai,

tutto finì e posai,

lasciando ogni pensier

tra i gigli perdersi obliato.[28]

 

 

 

V

 

Noche oscura

 

Canciones de el alma que se gonade haber llegado

al alto estrado de la percección que es la unión con Dios

por el caminode la negaciónespiritual

 

[Canciones en que canta el alma la dichosa ventura que tuvo en pasar por la oscura noche de la fe, en desnudez y purgación suya, a la unión del Amado].

 

1. En una noche oscura,

con ansias, en amores inflamada,

¡oh dichosa ventura!,

salí sin ser notada,

estando ya mi casa sosegada.

 

2. A escuras, y segura,

por la secreta escala, disfrazada,

¡oh dichosa ventura!,

a escuras y en celada,

estando ya mi casa sosegada.

 

3. En la noche dichosa,

en secreto que nadie me veía,

ni yo miraba cosa,

sin otra luz y guía

sino la que en el corazón ardía.

 

4. Aquesta me guiaba

mas cierto que la luz del mediodia, adonde me esperaba

quien yo bien me sabia,

en parte donde nadie parecia.

 

5. ¡Oh noche que guiaste!

¡Oh noche amable mas que la alborada!

¡Oh noche que puntaste

Amado con amada,

amada en el Amado transformada!

 

6. En mi pecho florido,

que entero para él solo se guardaba,

allí quedó dormido,

y yo le regalaba,

y el ventalle de cedros aire daba.

 

7. El aire de la almena,

cuando yo sus cabellos esparcía,

con su mano serena

en mi cuello hería,

y todos mis sentidos suspendía.

 

8. Quedéme y olvidéme,

el rostro recline sobre el Amado,

cesó todo, y dejéme,

dejando mi cuidado

entre las azucenas olvidado.

 

 

 

VI

 

UN PASTORELLO[29]

 

Strofe «al divino»

(volte cioè in chiave mistica)

su Cristo e l’anima

 

1. Un pastorello solo sta e addolorato,

lontano da ogni gioia e godimento,

il suo pensier alla pastora è intento,

dall'amore il petto è lacerato.

 

2. Non piange perché amore l'ha piagato,

non gli pesa sentirsi tanto afflitto,

benché nel suo cuore sia trafitto,

piange solo al pensier d'esser obliato.

 

3. Solo al pensier d'esser scordato

dalla sua pastora, con gran pena

si lascia maltrattare in terra aliena,

e il petto dall'amore è lacerato.

 

4. E dice il pastorello: «Ah, sventurato

chi del mio amore ha fatto senza,

non cerca di goder la mia presenza

e il petto per suo amor ha lacerato!».

 

5 .E dopo un po' su un albero è innalzato,

dove le sue belle braccia ha spalancato,

appeso ad esse morir s'è lasciato,

col petto dall'amore lacerato.

 

 

VI

 

UN PASTORCICO

 

Canciones «a lo divino»

de Cristo y el alma

 

1. Un pastorcico solo está penado,

ajeno de placer y de contento

y en su pastora puesto el pensamento

y el pecho del amor muy lastimado.

 

2. No llora por haberle amor llagado,

que no le pena verse así afligido,

aunque en el corazón está herido,

mas llora por pensar que está olvidado;

 

3. que sólo de pensar que está olvidado

de su bella pastora, con gran pena

se deja maltratar en tierra ajena,

el pecho del amor muy lastimado.

 

4. Y dice el pastorcico: «¡ay, desdichado

de aquel que de mi amor ha hecho ausencia

y no quiere gozar la mi presencia

y el pecho por su amor muy lastimado!».

 

5. Y a cabo de un gran rato se ha encumbrado

sobre un árbol, do abrió sus brazos bellos

y muerto se ha quedado asido dellos,

el pecho de el amor muy lastimado.

 

 

 

VII

 

FIAMMA D’AMOR VIVA[30] (Fiamma B)

 

Strofe dell’anima nell’intima comunione

d’unione d’amore con Dio

 

1. O fiamma d'amor viva,

che tenera ferisci

dell’alma mia il più profondo centro!

Poiché non sei più schiva,

finiscimi se vuoi,

il velo squarcia a questo dolce incontro!

 

2. O dolce cauterio!

Deliziosa piaga!

Morbida mano, tocco delicato,

che sa di eterna vita

e ogni debito paga!

Morte in vita, uccidendo, hai tramutato!

 

3. O lampade di fuoco,

nei cui vivi bagliori

gli abissi più profondi del mio senso,

prima oscuro e cieco,

con rara perfezion

all’Amato or dan luce e calor!

 

4. Come mite e amoroso

ti svegli sul mio seno,

dove in segreto e solo tu dimori!

Col tuo dolce respiro

di bene e gloria pieno,

quanto teneramente m'innamori!

 

 

Llama B

 

Canciones del alma en la íntima comunicación

de unión de amor de Dios.

 

1. ¡Oh llama de amor viva,

que tiernamente hieres

de mi alma en el más profundo centro!

Pues ya no eres esquiva,

acaba ya, si quieres;

rompe la tela deste dulce encuentro!

 

2. ¡Oh cauterio suave!

¡Oh regalada llaga!

¡Oh mano blanda! ¡Oh toque delicado,

que a vida eterna sabe,

y toda deuda paga!

Matando, muerte en vida la has trocado.

 

3. ¡Oh lamparas de fuego,

en cuyos resplandores

las profundas cavernas del sentido,

que estaba oscuro y ciego,

con extraños primores

calor y luz dan junto a su Querido!

 

4. ¡Cuán manso y amoroso

recuerdas en mi seno,

donde secretamente solo moras

y en tu aspirar sabroso

de bien y gloria lleno,

cuán delicadamente me enamoras!

 

 

 

VIII

 

Strofe dell’anima che soffre

per il desiderio di vedere Dio.

 

Vivo e in me già più non vivo,

tanto forte è ciò che spero,

ché muoio perché non muoio.[31]

 

1. In me io più non vivo,

viver non posso senza Dio;

se di lui e me sono privo,

che sarà questo viver?

Mille morti sarà per me,

poiché mia stessa vita attendo,

morendo perché non muoio.

 

2. Questa vita ch'ora vivo

privazione è della vita

ed è morte che non cessa,

fino a quando in te non viva.

Ascolta, o Dio, quanto dico:

io non voglio questa vita,

ché muoio perché non muoio.

 

3. Se da te io sto lontano,

quale vita posso aver

che non sia patir la morte,

la peggior che mai io vidi?

Quale pena di me sento

ché continuo in questo modo,

ché muoio perché non muoio.

 

4. Fuor dell'acqua il pesce tratto

pur non manca di sollievo:

nella morte che patisce

trova alfin la sua morte.

Quale morte sarà eguale

al mio vivere penoso,

ché se più vivo io più muoio?

 

5. Quando penso consolarmi

nel vederti in Sacramento,

mi cagiona più tormento

di non giungere a goderti;

tutto serve a maggior pena

non vederti come bramo,

e io muoio perché non muoio.

 

6. E se poi, Signor, io godo

con la speme di vederti,

nel saper che posso perderti

si raddoppia il mio dolor;

e vivendo in tal timore

e sperando come spero,

io mi muoio perché non muoio.

 

7. Toglimi tu da questa morte,

Dio, alfin e dammi vita;

non tenermi qui irretita

in un laccio così forte;

guarda, peno per vederti,

tanto intenso è il mio dolor,

ché muoio perché non muoio.

 

8. Mia morte piangerò

deplorando la mia vita

fino a quando trattenuta

resterà dai miei peccati.

Oh, mio Dio!, quando sarà

ch'io potrò dir davvero:

vivo ormai perché non muoio?

 

 

VIII

 

Coplas del alma que pena

por ver a Dios

 

Vivo sin vivir en mí

y de tal manera espero

que muero porque no muero.

 

1. En mi yo no vivo ya

y sin Dios vivir no puedo;

pues sin él y sin mí quedo,

este vivir ¿qué será?

Mil muertes se me hará,

pues mi misma vida espero,

muriendo porque no muero.

 

2. Esta vida que yo vivo

es privación de vivir,

y así es contino morir

hasta que viva contigo.

¡Oye, mi Dios, lo que digo;

que esta vida no la quiero,

que muero porque no muero!

 

3. Estando ausente de ti

¿qué vida puedo tener

sino muerte padecer

la mayor que nunca vi?

Lastima tengo de mí,

pues de suerte persevero

que muero porque no muero.

 

4. El pez que del agua sale

aun de alivio no carece

que en la muerte que padece

al fin la muerte le vale.

¿Qué muerte habrá que se iguale

a mi vivir lastimero,

pues si más vivo más muero?

 

5. Cuando me pienso a aliviar

de verte en el Sacramento,

háceme más sentimento

el no te poder gozar;

todo es para más penar

por no verte corno quiero

y muero porque no muero.

 

6. Y si me gozo, Señor,

con esperanza de verte,

en ver que puedo perderte

se me dobla mi dolor;

viviendo en tanto pavor

y esperando como espero,

muérome porque no muero.

 

7. ¡Sácame de aquesta muerte,

mi Dios, y dame la vida;

no me tengas impedida

en este lazo tan fuerte;

mira que peno por verte

y mi mal es tan entero,

que muero porque no muero!

 

8. Lloraré mi muerte ya

y lamentaré mi vida

en tanto que detenida

por mis pecados está.

¡Oh mi Dios, cuándo será

cuando yo diga de vero:

vivo ya porque no muero?

 

 

 

IX

 

Strofe composte dopo un’estasi

di profonda contemplazione

 

M’inoltrai non seppi dove,[32]

e rimasi non sapendo,

ogni scienza trascendendo.

 

1. Non capivo dove entravo,

ma, come là mi vidi,

né sapendo dove stavo,

cose grandi penetrai.

Non dirò ciò che sentii,

ché rimasi non sapendo,

ogni scienza trascendendo.

 

2. E di pace e di pietà

scienza quella era perfetta

in profonda solitudine,

suggeriva la via retta;

era cosa sì segreta

che restai balbettando,

ogni scienza trascendendo.

 

3. Ne restai così rapito

tanto assorto e straniato,

che il mio essere rimase

privo d'ogni suo sentir

e lo spirito arricchito

d'un intender non intendendo,

ogni scienza trascendendo.

 

4. Chi là giunge veramente,

a se stesso viene meno;

quanto prima conosceva

cosa infima gli appare,

la sua scienza tanto aumenta

ch'egli resta non sapendo,

ogni scienza trascendendo.

 

5. Quanto più si sale in alto

tanto meno si capisce

ch'è la nube tenebrosa

che la notte rischiarisce;

e perciò chi la conosce

resta sempre non sapendo,

ogni scienza trascendendo.

 

6. Il sapere non sapendo

ha un potere così alto

che per molto argomentare

mai il savio può superare;

ché non giunge il suo saper

a non intender intendendo,

ogni scienza trascendendo.

 

7. Tanto alta è l'eccellenza

di codesto sommo saper

che non v'è potere e scienza

che lo possa conquistar;

ma chi vincersi saprà

ignorando eppur sapendo,

andrà sempre trascendendo.

 

8. Or se vuoi tu saper

cosa è tal scienza somma:

un sublime sentimento

della gran divina Essenza;

opra è di sua clemenza

che si resti non sapendo,

ogni scienza trascendendo.

 

 

IX

 

Coplas hechas sobre un éxtasis

de harta contemplación

 

 

Entréme donde no supe

y quedéme no sabiendo

toda ciencia trascendiendo.

 

1. Yo no supe dónde entraba,

pero, cuando allí me vi,

sin saber dónde me estaba,

grandes cosas entendí;

no diré lo que sentí,

que me quedé no sabiendo,

toda ciencia trascendiendo.

 

2. De paz y de piedad

era la ciencia perfecta

en profunda soledad

entendida (vía recta);

era cosa tan secreta

que me quedé balbuciendo,

toda ciencia trascendiendo.

 

3. Estaba tan embebido,

tan absorto y ajenado

que se quedó mi sentido

de todo sentir privado

y el espíritu dotado

de un entender no entendiendo,

toda ciencia trascendiendo.

 

4. El que allí llega de vero

de sí mismo desfallece;

cuanto sabía primero

mucho bajo le parece

y su ciencia tanto crece

que se queda no sabiendo,

toda ciencia trascendiendo.

 

5. Cuanto más alto se sube

tanto menos se entendía,

que es la tenebrosa nube

que a la noche esclarecía;

por eso quien la sabía

queda siempre no sabiendo

toda ciencia trascendiendo.

 

6. Este saber no sabiendo

es de tan alto poder

que los sabios arguyendo

jamás le pueden vencer;

que no llega su saber

a no entender entendiendo,

toda ciencia trascendiendo.

 

7. Y es de tan alta excelencia

aqueste sumo saber

que no hay facultad ni ciencia

que le puedan emprender;

quien se supiere vencer

con un no saber sabiendo,

irá siempre trascendiendo.

 

8. Y, si lo queréis oír,

consiste esta suma ciencia

en un subido sentir

de la divinal esencia;

es obra de su clemencia

hacer quedar no entendiendo,

toda ciencia trascendiendo.

 

 

 

X

 

Altre strofe «al divino»

(volte cioè in chiave mistica)

 

 

Dopo un amoroso slancio[33]

e non privo di speranza,

volai in alto, così in alto

da raggiungere la preda.

 

1. Perché giungere potessi

a cotal divino slancio,

io dovetti volar tanto

fino a perdermi di vista;

nondimeno, in tal frangente

lungo il volo venni meno;

ma l'amor fu così alto

che raggiunsi la mia preda.

 

2. Quando più salivo in alto

s'abbagliava la mia vista

e la più alta conquista

nell'oscuro si compiva;

ma d'amor essendo slancio

con un cieco e oscuro salto

fui tant'alto, tanto in alto

da raggiungere la preda.

 

3. Quanto più sfioravo il sommo

di così ardito slancio,

tanto più in basso, arreso,

abbattuto mi trovavo;

dissi: «chi lì giungere potrà!»;

e mi feci umil tanto

che salii così in alto

da raggiungere la preda.

 

4. In un modo misterioso

in un vol ne feci mille,

ché di cielo la speranza

tanto ottiene quanto anela;

solo in questo slancio attesi,

né sperando fui deluso,

ché salii tanto in alto

da raggiungere la preda.

 

 

X

 

Otras coplas «a lo divino»

 

Tras de un amoroso lance,

y no de esperanza falto

volé tan alto tan alto,

que le di a la caza alcance.

 

1. Para que yo alcance diese

a aqueste lance divino

tanto volar me convino

que de vista me perdiese;

y, con todo, en este trance

en el vuelo quedé falto;

mas el amor fue tan alto,

que le di a la caza alcance.

 

2. Cuando más alto subía

deslumbróseme la vista

y la más fuerte conquista

en escuro se hacía;

mas por ser de amor el lance

di un ciego y oscuro salto

y fui tan alto tan alto,

que le di a la caza alcance.

 

3. Cuanto más alto llegaba

de este lance tan subido,

tanto más bajo y rendilo

y abatido me hallaba;

dije: «¡no habrá quien alcance!»;

y abatíme tanto tanto

que fui tan alto tan alto,

que le di a la caza alcance.

 

4. Por una extraña manera

mil vuelos pasé de un vuelo,

porque esperanza de cielo

tanto alcanza cuanto espera;

esperé solo este lance

y en esperar no fui falto,

pues fui tan alto tan alto,

que le di a la caza alcance.

 

 

 

XI

 

Glossa «al divino»

(volta cioè in chiave mistica)

 

Senza aiuto e con aiuto,[34]

senza luce e al buio vivendo,

mi vo tutto consumando.

 

1. L’alma mia è distaccata

d'ogni cosa ch'è creata,

su se stessa è innalzata,

ove ha vita deliziosa,

al suo Dio sol appoggiata.

Si potrà per questo dir

quel che più mi fa diletto:

l'alma mia ormai si vede

senza aiuto e con aiuto.

 

2. Benché tenebre patisca

in codesta vita mortal,

tanto grande non è il mio mal:

se di luce io son privo,

pur ho vita celestial;

tale vita dà l'amore,

se più cieco esso diventa,

da tener disposta l'alma

senza luce e al buio vivendo.

 

3. Tale cosa fa l'amore

da quand'io l'ho conosciuto,

che, se in me v'è bene o male,

me lo rende tutto eguale

ed in sé trasforma l'alma;

e così nel dolce fuoco

che in me stesso arder sento,

presto, nulla tralasciando,

mi vo tutto consumando.

 

 

XI

 

Glosa «a lo divino»

 

Sin arrimo y con arrimo,

sin luz y a oscuras vivendo

todo me voy consumiendo.

 

1. Mi alma está desasida

de toda cosa criada

y sobre sí levantada

y en una sabrosa vida

sólo en su Dios arrimada;

por eso ya se dirá

la cosa que más estimo:

que mi alma se ve ya

sin arrimo y con arrimo.

 

2. Y, aunque tinieblas padezco

en esta vida mortal,

no es tan crecido mi mal,

porque, si de luz carezco,

tengo vida celestial,

porque el amor da tal vida,

cuando más ciego va siendo,

que tiene el alma rendida,

sin luz ya oscuras viviendo.

 

3. Hace tal obra el amor

después que le conocí,

que, si hay bien o mal en mí,

todo lo hace de un sabor

y al alma transforma en sí

y así, en su llama sabrosa,

la cual en mí estoy sintiendo,

apriesa, sin quedar cosa,

todo me voy consumiendo.

 

 

 

XII

 

Glossa «al divino»

(volta cioè in chiave mistica)

 

Per qualunque sia bellezza[35]

io giammai mi perderò,

se non solo per qualcosa

che raggiungere si può.

 

1. Il sapore del finito

potrà al massimo ottenere

di stancare l'appetito

e il palato rovinar;

e così non v'è dolcezza

per cui mai mi perderò,

se non sia questo qualcosa

che raggiungere si può.

 

2. A ogni cuore generoso

non importa di fermarsi

dove andare si può oltre,

anche s'è più faticoso;

nulla mai lo può saziare

e sua fede tanto ascende

da gustar quel non so che

ch’è possibile trovar.

 

3. Chi patisce per amore,

dal divino conquistato,

ha il suo gusto trasformato,

né gradisce altro sapor;

come chi arso da febbre

da ogni cibo è infastidito

e appetisce un non so che

ch’è possibile trovar.

 

4. Non stupitevi di questo

se il suo gusto resta tale,

che la causa di quel male

da ogni cosa è lontan;

e così ogni creatura

sì estranea ormai si vede

da goder di un non so che

che è possibile trovar.

 

5. Ché ormai la volontà

dal Divino è tutta presa,

non può esser appagata

che da tale Deità;

ma poiché la sua bellezza

può vedersi sol per fede,

l’assapora in un non so che

ch’è possibile trovar.

 

6. Or di tale innamorato

dimmi tu: non senti pena

per il fatto che non trova

più sapore nel creato;

senza forma né figura,

senza appoggio né sostegno,

gode sol di un non so che

ch’è possibile trovar.

 

7. Non crediate che lo spirito

di valore assai più grande,

trovi gioia ed allegrezza

in terreno, uman sapore;

ma al di là d'ogni bellezza

di ciò ch'è, fu e sarà

gusta sempre un non so che

ch’è possibile trovar.

 

8. Più impiega ogni sua cura

chi desidera avanzar

in conquiste da ottenere

ed in quelle ormai avvenute;

e così a sublimi altezze

io per sempre tenderò

sopra tutto a un non so che

ch'è possibile trovar.

 

9. Per seguire quanto il senso

può comprendere quaggiù,

e perciò che può capirsi

anche se così profondo,

né per grazia né bellezza

io giammai mi perderò,

solo per un non so che

che raggiungere si può.

 

 

 

XII

 

Glosa «a lo divino»

 

Por toda la hermosura

nunca yo me perderé

sino por un no qué

que se alcanza por ventura.

 

1. Sabor de bien que es finito

lo más que puede llegar

es cansar el apetito

y estragar el paladar;

y asi, por toda dulzura

nunca yo me perderé

sino por un no qué

que se halla por ventura.

 

2. El corazón generoso

nunca cura de parar

donde se puede pasar,

sino en más dificultoso;

nada le causa hartura

y sube tanto su fe

que gusta de un no sé qué

que se halla por ventura.

 

3. El que de amor adolece,

de el divino ser tocado,

tiene e! gusto tan trocado

que a los gustos desfallece,

como el que con calentura

fastidia el manjar que ve

y apetece un no sé qué

que se halla por ventura.

 

4. No os maravilléis de aquesto,

que el gusto se quede tal,

porque es la causa del mal

ajena de todo el resto;

y así toda creatura

enajenada se ve

y gusta de un no sé qué

que se halla por ventura.

 

5. Que estando la voluntad

de Divinidad tocada

no puede quedar pagada

sino con Divinidad;

mas, por ser tal su hermosura

que sólo se ve por fe,

gustala en un no sé qué

que se halla por ventura.

 

6. Pues de tal enamorado

decidme si habréis dolor,

pues que no tiene sabor

entre todo lo criado;

solo, sin forma y figura,

sin hallar arrimo y pie,

gustando allá un no que qué

se halla por ventura.

 

7. No penséis que el interior,

que es de mucha más valía,

halla gozo y alegría

en lo que acá da sabor;

mas sobre toda hermosura

y lo que es y será y fue

gusta de allá un no qué

que se halla por ventura.

 

8. Más emplea su cuidado

quien se quiere aventajar

en lo que está por ganar

que en lo que tiene ganado;

y así, para más altura,

yo siempre me inclinare

sobre todo a un no sé qué

que se halla por ventura.

 

9. Por lo que por el sentido

puede acá comprehenderse

y todo lo que entenderse,

aunque sea muy subido,

ni por gracia y hermosura

yo nunca me perderé

sino por un no se que

que se halla por ventura.

 

 

 

XIII

 

Per Natale[36]

 

Del Verbo divino

la Vergine incinta

è qui di passaggio:

vuoi darle un alloggio?

 

 

XIII

 

Navideña

 

1. Del Verbo divino

la Virgen preñada

viene de camino:

¿si le dáis posada?

 

 

 

XIV

 

Somma della perfezione[37]

 

Dimentica il creato,

ricorda il Creatore,

in una veglia interiore,

amando l'Amato.

 

 

XIV

 

Suma de perfección

 

Olvido de lo criado;

memoria del Criador;

atención a lo interior;

y estarse amando al Amado.

 

 

 

 

 

Cantico A

 

CANCIONES ENTRE EL ALMA Y EL ESPOSO

 

 

Esposa

 

1. ¿Adónde te escondiste,

Amado, y me dejaste con gemido?

Corno el ciervo huiste,

habiendome herido;

salí tras ti clamando, y eras ido.

 

2. Pastores los que fuerdes

allá por las majadas al otero

si por ventura vierdes

aquel que yo mas quiero

decilde que adolesco,

peno, ymuero.

 

3. Buscando mis amores

iré por esos montes y riberas

ni cogeré las flores

ni temeré las fieras

y pasaré los fuertes y fronteras.

 

 

Pregunta a las criaturas

4. ¡Oh bosques y espesuras

plantadas por la mano del Amado!

¡Oh prado de verduras

de flores esmaltado

decid si por vosotros ha pasado!

 

Respuesta de las criaturas

5. Mil gracias derramando

pas por estos sotos con presura

y yéndolos mirando

con sola su figura

vestidos los dej de hermosura.

 

Esposa

6. ¡Ay, quièn podrá sanarme?

¡Acaba de entregarte ya de vero;

no quieras enviarme

de hoy más ya mensajero

que no saben decirme lo que quiero!

 

7. Y todos cuantos vagan

de ti me van mil gracias refiriendo

y todos más me llagan

y déjame muriendo

un no sé qué que quedan balbuciendo.

 

8. Mas ¿cómo perseveras

¡oh vida!, no viviendo donde vives

y haciendo porque mueras

las flechas que recibes

de lo que del Amado en ti concibes?

 

9. ¿Por qué, pues, has llagado

aqueste corazón, no le sanaste?

Y, pues me le has robado,

por qué así le dejaste,

y no tomas el robo que robaste?

 

10. ¡Apaga mis enojos

pues que ninguno basta a deshacellos

y véante mis ojos

pues eres lumbre dellos

y sólo para ti quiero tenellos!

 

11. ¡Oh cristalina fuente:

si en esos tus semblantes plateados

formases de repente

los ojos deseados

que tengo en mis entrañas dibujados!

 

12. ¡Apártalos, Amado,

que voy de vuelo!

 

esposo

- ¡Vuélvete, paloma,

que el ciervo vulnerado

por el otero asoma

al aire de tu vuelo, y fresco toma!

 

esposa

Mi Amado las montañas

los valles solitarios nemorosos

las ínsulas extrañas

los ríos sonorosos

el silbo de los aires amorosos

 

14. la noche sosegada

en par de los levantes de la aurora

la música callada

la soledad sonora

la cena que recrea y enamora.

 

15. Nuestro lecho florido

de cuevas de leones enlazado

en purpura tendido

de paz edificado

de mil escudos de oro coronado.

 

16. A zaga de tu huella

las jóvenes discurren al camino

al toque de dentella

al adobado vino

emisiones de bálsamo divino.

 

17. En la interior bodega

de mi Amado bebí, y cuando salía

por toda aquesta vega

ya cosa no sabía

y el ganado perdí que antes seguía.

 

18. Allí me dio su pecho

allí me enseñó ciencia muy scabrosa

y yo le dí de hecho

a mí, sin dejar cosa;

allí le prometí de ser su esposa.

 

19. Mi alma se ha empleado

y todo mi caudal en su servicio;

ya no guardo ganado

ni ya tengo otro officio,

que ya sólo en amar es mi ejercicio.

 

20. Pues ya si en el ejido

de hoy más no fuere vista ni hallada,

diréis que me he perdido,

que, andando enamorada,

me hice perdidiza y fui ganada.

 

21. De flores y esmeraldas

en las frescas mañanas escogidas

haremos las guirnaldas

en tu amor florecidas

y en un cabello mío entretejidas.

 

22. En solo aquel cabello

que en mi cuello volar consideraste

mirástele en mi cuello

y en él preso quedaste

y en uno de mis ojos te llagaste,

 

23. Cuando tú me mirabas

su gracia en mí tus ojos imprimían;

por eso me adamabas

y en eso merecían

los míos adorar lo que en ti vían.

 

24. No quieras despreciarme

que, si color moreno en mí hallaste,

ya bien puedes mirarme

después que me miraste

que gracia y hermosura en mí dejaste.

 

25. Cogednos las raposas

que está ya florecida nuestra viña,

en tanto que de rosas

hacemos una piña

y no parezca nadie en la montiña

 

26. Detente, cierzo muerto;

ven, austro que requerdas los amores,

aspira por mi huerto

y corran sus olores

y pacerá el Amado entre las flores.

 

Esposo

27. Entrado se ha la esposa

en el ameno huerto deseado

y a su sabor reposa

el cuello reclinado

sobre los dulces brazos del Amado.

 

28. Debajo del manzano

allí conmigo fuiste desposada;

allí te di la mano

y fuiste reparada

donde tu madre fuera violada.

 

29. A las aves ligeras,

leones, ciervos, gamos saltadores,

montes, valles, riberas,

aguas, aires, ardores,

y miedos de las noches veladores:

 

30. por las amenas liras

y canto de serenas os conjuro

que cesen vuestras iras,

y no toquéis al muro

porque la esposa duerma más seguro.

 

Esposa

31. ¡Oh ninfas de Judea!

en tanto que en las flores y rosales

el ambar perfumea,

morá en los arrabales

y no queréis tocar nuestros umbrales.

 

32. Escóndete, Carillo,

y mira con tu haz a las montañas

y no quieras decillo,

mas mira las compañas

de la que va por ífnsulas extrañas.

 

Esposo

33. La blanca palomica

al arca con el ramo se ha tornado

y ya la tortolica

al socio deseado

en las riberas verdes ha hallado.

 

34. En soledad vivía

y en soledad ha puesto ya su nido

y en soledad la guía

a solas su querido

también en soledad de amor herido.

 

35. Gocémonos, Amado,

y vámonos a ver en tu hermosura

al monte o al collado

do mana el agua pura;

entremos más adentro en la espesura,

 

36. y luego a las subidas

cavernas de la piedra nos iremos,

que están bien escondidas,

y allí nos entraremos

y el mosto de granadas gustaremos.

 

37. Allí me mostrarías

aquello que mi alma pretendía

y luego me darías

allí tú, ¡vida mia!

aquello que me diste el otro día:

 

38. el aspirar de el aire

el canto de la dulce filomena

el soto y su donaire

en la noche serena

con llama que consume y no da pena.

 

39. Que nadie lo miraba;

Aminadab tampoco parecía

y el cerco sosegaba

y la caballería

a vista de las aguas descendía.

 

 

 

Llama A

 

1. ¡Oh llama de amor viva,

que tiernamente hieres

de mi alma en el más profundo centro!

Pues ya no eres esquiva,

acaba ya, si quieres;

rompe la tela deste dulce encuentro!

 

2. ¡Oh cauterio suave!

¡Oh regalada llaga!

¡Oh mano blanda! ¡Oh toque delicado,

que a vida eterna sabe,

y toda deuda paga!

Matando, muerte en vida la has trocado.

 

3. ¡Oh lámparas de fuego,

en cuyos resplandores

las profundas cavernas del sentido,

que estaba oscuro y ciego,

con extraños primores

calor y luz dan junto a su Querido!

 

4. ¡Cuán manso y amoroso

recuerdas en mi seno,

donde secretamente solo moras!

¡Y en tu aspirar sabroso

de bien y gloria lleno,

cuán delicadamente me enamoras!

 

 

Fin

 



[1] Riferimento al prologo del vangelo di Giovanni. Composte nel carcere di Toledo, nel 1578, le romanze formano un'unità letteraria e dottrinale, ragion per cui è preferibile parlare di un'unica romanza, nella quale la medesima realtà viene presentata su piani diversi e successivi.

[2] Forse è più opportuno leggere «modo» come nei codici di Jaén e di Sacromonte. Nel sottofondo di questa romanza, con molta probabilità, si possono intravedere accenni autobiografici della tormentata esistenza del santo.

[3] L'ispirazione biblica è evidente già dal primo versetto. È il Salmo 136(137) che viene interpretato in tre riprese: descrizione della tristezza del prigioniero carmelitano nel carcere di Toledo e sentimenti di nostalgia; dialogo con gli oppressori; dialogo con Sion, equivalente al simbolo della riforma teresiana, con la speranza di rivederla.

[4] Il poeta mistico allude qui alla «fenice», favoloso uccello della grandezza dell'aquila e dalle ali rosse e dorate. Secondo la leggenda, si diceva che, essendo molto vecchio, quindi vicinissimo alla morte, si costruiva un nido fatto di mirra aromatica, ove ogni cinquecento anni si lasciava bruciare per poi rinascere dalle proprie ceneri. Per i cristiani, quindi anche per Giovanni della Croce, ciò è simbolo della risurrezione.

[5] Str. - Le immagini della natura che arricchiscono le strofe del Cantico con varietà di forme ed espressioni rivelano un profondo senso della bellezza delle creature, nel quale D. Alonso ha intravisto non solo uno «stimolo al nostro senso estetico, ma anche qualcosa della diafana vita del poeta» (La poesia di san Giovanni delta Croce, Roma 1965, p. 177). Giovanni vedeva risplendere il volto di Cristo nelle opere della creazione. Il procedimento dell’allegoria simbolica è quanto mai evidente. L'immagine del cervo è tratta dalla Bibbia. Simili elementi o termini ieratici, mutuati dal Cantico dei Cantici, sono i gigli, i melograni, la tortora, Aminadab, la descrizione del talamo, ecc.

[6] L'anima sposa, desolata e gemente per la scomparsa dello Sposo Cristo, inizia l'affannosa ricerca, interrogando le creature, attraverso monti e valli, senza cogliere fiori, indifferente ai terrori della notte.

[7] Simbolo dello spavento della notte.

[8] Le creature offrono soltanto un pallido riflesso della bellezza dell’Amato. La ricerca continua perché l’Amato sveli la sua presenza: «Alfin concediti davvero!» (str. 6).

[9] È il desiderio della morte mistica. L'anima, sopraffatta dalla bellezza dell’Amato, vorrebbe morire per essere sempre con lui.

[10] Dove cercare la bellezza dell’Amato? In linea con la tradizione dell’egloga, Giovanni della Croce interroga la fonte nella quale si riflettono gli occhi della bellezza irresistibile dello Sposo divino.

[11] L'anima ha trovato l'Amato, ma non è ancora capace di resistere allo sguardo dei suoi occhi. Gli chiede di allontanarsi da lei; vuole sfuggirli.

[12] In questa strofa cambia il clima poetico. L'ansiosa ricerca, alla quale nel poema corrispondeva uno stile concentrato, dal ritmo veloce, incalzante, nel testo spagnolo, senza il supporto di un solo aggettivo, è ora terminata. L'amata ha finalmente udito la voce del suo «cervo ferito» (Cristo). La forma poetica si allarga ad ampio respiro. Nascono così le stupende enumerazioni delle str. 13-14 del Cantico, nel testo spagnolo senza adoperare mai un verbo. «Il verso si condensa, arricchendosi tanto del numero degli dementi quanto di nuovi raggi di luce poetica» (p. Alonso, o. c., p. 155). L'aggettivo, ora costantemente usato, prolunga il fascino lasciato dal sostantivo, fa sì che l'immagine evocata si espanda armoniosamente.

[13] Cfr. le str. 20 e 39.

[14] La solitudine della montagna non è priva di «musica silenziosa». L'anima contemplativa sa cogliere le soavi armonie della natura e ascoltare in esse la voce dell’Amato.

[15] Le str. 16-17, lasciando emergere i vivi desideri della sposa tutta presa dal gustare la vigna in fiore, simbolo del fidanzamento, o dal fermare i venti, raccontano le gioie dell’unione d'amore con lo Sposo, qui ancora in modo imperfetto.

[16] La descrizione del matrimonio spirituale segue tutta l'allegorica bellezza del Cantico biblico. Alonso ha mostrato che nel CA «l'intera fase degli sponsali consisteva in un lungo canto della sposa, colmo di giochi, di diletti, di graziose leziosità. Lo stato dell’unione perfetta, viceversa, è un canto alterno di entrambi gli amanti» (o. c., p. 173). Nella seconda redazione (CB) ciò è andato perduto.

[17] L'anima sposa, unita allo Sposo in matrimonio spirituale, vorrebbe penetrare ancora più profondamente la natura di Dio, oltre i limiti della conoscenza umana.

[18] Cambia il ritmo della strofa. La lenta e ieratica descrizione, l'introduzione del demonio, l'enigmatico Aminadab (Cfr. Ct 6,12) creano un'atmosfera di rilassamento, un gioco di musicalità inaspettata, che produce una bellissima sensazione conclusiva di un vero poema d'amore.

[19] Secondo la testimonianza di madre Maddalena dello Spirito Santo queste coplas {così si chiama questo genere di poesie) furono composte nel 1578, nel carcere di Toledo. Originariamente erano villancicos, canzoni villerecce, villanelle, cioè componimenti poetici di genere popolare, in dialetto o in lingua letteraria, per lo più amo- rosi ed encomiastici. Nella loro incantevole bellezza e forza interiore questi componimenti rivelano l'intensa ricerca di fede nell'oscura notte dell'anima. L'attenzione amorosa del santo converge sull'acqua della Divinità, una e triplice, eternamente fluente anche di notte. Risuonano le immagini bibliche della samaritana e del pane di vita, per cui è facile interpretare la poesia alla luce del mistero eucaristico. La sensibilità sangiovannea av- verte nostalgicamente l'assenza del Cristo eucaristico. Nel testo originale balza agli occhi il fatto che non si scri- ve /uente, ma sempre /onte, espressione di origine dialettale occidentale (galiziana), impiegata dal poeta nell'as- sonanza tra o -e:/onte, corre, coche, da lui preferita. Altro particolare è il que (che) enunciativo, che nel testo spa- gnolo ricorre all'inizio di ogni strofa senza alcun verbo introduttivo. Ciò dimostra come il santo sia ricorso a una forma popolare tradizionale, ribadita anche dall'avverbio bien (bene), posto immediatamente dopo il que.

[20] 6 Nell'originale: manida, dimora, casa, luogo ove sgorga l'acqua della fonte uscendo dalla terra.

[21] 7 Nel codice di Sacromonte viene aggiunta un'altra strofa: «In questa notte oscura di questa vita / so ben per fede la fonte fredda, / anche se è notte».

[22] Di nuovo qui il codice di Sacromente propone l’aggiunta di un’altra strofa: «So ben che tre in una sola viva acqua risiedon, /e una dall’altra deriva, / anche se è notte».

[23] Vedi l’«Introduzione» alla Notte oscura. - [La poesia Notte oscura, composta dopo la fuga dal carcere di Toledo, s'incentra sul tema della ricerca dell’Amato (str. 1-4) e si sofferma sul tema dell’unione sponsale con Dio (str. 6-8). Il santo dottore, però, svilupperà soltanto il primo tema nei libri della Salita La chiave di lettura per situare l'intera composizione poetica nell’orizzonte autobiografico viene offerta dal primo verso «In una notte oscura».

[24] Da una situazione di pienezza spirituale, felicemente raggiunta dopo la fuga da Toledo, Giovanni getta uno sguardo retrospettivo sulle ansie e sofferenze del carcere. Era riuscito a scappare, travestito, su una «scala segreta» Questa esperienza liberante assurge ora a simbolo della metamorfosi interiore, indispensabile nella vita spirituale. L’esperienza della notte aiuterà l'anima a uscire da un mondo di tenebre, dal fondo oscuro di se stessa e, dopo l'ardua ascesa lungo le balze del monte, nel buio, senza conforto, essa riposerà nella pace delle altezze divine].

[25] [L’esperienza della «notte» viene, nelle prime due strofe, poeticamente trasformata nella prima tappa che conduce all’unione con Dio quella che sostanzialmente e via purificativa. Giovanni la propone al suoi lettori come un'esperienza che va realizzata nel momento decisivo della vita. Ciò costituisce il punto di congiunzione tra il poema e la dottrina esposta nella Salita. Pensando ai suoi lettori, il santo si sofferma sull'impresa difficile: non bisogna mai volgersi indietro. Occorre solo e sempre andare avanti con fede].

[26] [Il simbolo della notte, inteso anzitutto come offuscamento e totale negazione dei sensi e delle facoltà spirituali, costruisce l'atmosfera dell’avventura notturna soltanto allusivamente. La notte è già gioiosa, perché in essa l'anima innamorata è fuggita dalla propria casa, in segreto, protetta dall’ombra della notte. Nella tenebra luminosa essa avverte la progressiva trasformazione e vede accendersi la luce nuova che conduce con sicurezza lungo il percorso nascosto. L'esclamazione: «Oh, sorte fortunata!» risuona nella prima e nella seconda strofa per indicare il movimento ascensionale dell’anima. Esplode, poi, nella quinta strofa, dove ha inizio la descrizione della felicità sponsale, nella commossa esaltazione del desiderato incontro].

[27] [La quinta strofa celebra l’acme dell’esperienza notturna unitiva. L’esperienza dell’anima innamorata, qual è quella di Giovanni della Croce, e la sua esperienza mistica, si sovrappongono ora nell’unico e sublime ideale dell’amore: la trasformazione in Cristo. A questo punto non si parla più del passato. Nelle ultime tre strofe il poeta balbetta immagini soavissime, prese dallo stile allegorico, come farà poi nel Cantico spirituale. Non si tratta più del simbolo della notte visto in riferimento alla notte dei sensi e dello spirito].

[28] [Notiamo che Giovanni della Croce adottò per l'intera composizione le modulazioni ritmiche melodiose della lira, breve strofa pentastica che, secondo lo schema di Garciláso de la Vega, comune a tutta la poesia dell’epoca, sostiene anche in questa creazione poetica la spiritualizzazione di motivi profani già preesistenti, cioè «la vuelta a lo divino» (cf. le Poesie). Sul poema Noche oscura cf. lo studio di E. Pacho, «Noche oscura». Historia y símbolo, evocación y paradigma, in Monte Carmelo, 99 (1991), pp. 425-444. Sul simbolo della notte cf. M. J. Mancho Duque, El símbolo de la noche en san Juán de la Cruz. Estudio léxico-semántico, Salamanca 1982].

[29] Non si conosce la data di questa delicata poesia, ma a giudicare dalla tecnica e dall'affInità emotiva con l' egloga pastorale di Garcilaso, essa sembra essere precoce. Infatti Giovanni della Croce ha volto «al divino» l'immagine già esistente del pastorello innamorato. Canta con tenerezza l'amore, ma con un ritmo assai più lento, più languido rispetto alle altre sue poesie. Non vi sono immagini espressive. Solo nell'ultima strofa apparirà un simbolico albero. Tutta la poesia non è altro che «un sentimento senza paesaggio: un pastorello ferito dall'amore, disfatto dall'amore». Ma se si chiudono gli occhi, «appare sullo sfondo il paesaggio, anche se non tratteggiato neppure con allusioni: è un paesaggio di verzure recenti, tenerissime, umide, sulle quali si libra una sottilissima nebbiolina» (D. Alonso, op. cit., p. 45). Si comprende così che l'albero è la croce, il pastorello Cristo redentore, la pastora l'uomo. Tutta la poesia è un'allegoria simbolica del mistero della redenzione.

[30] Vedi l’«Introduzione» alla Fiamma d’amor viva.

[31] 12 Il tema «Vivo e in me già più non vivo» e il versetto «che muoio perché non muoio» fanno parte della tradizione cortigiana. L'opposizione tra morte e vita nonche i giochi di concetti s'incontrano già nella poesia d'a- more dei trovatori. Mescolati ad argomenti lirici, umani e, talora, anche erotici, sono entrati ne1 componimenti volgari, raccolti nei Canzonieri spagnoli e francesi. Giovanni della Croce poteva sentire da! carcere di Toledo i ragazzi che nella strada cantavano simili villancicos: «Muoio d'amor...». Tali canzoni, molto probabilmente, su- scitavano una profonda eco nel santo prigioniero. Anche santa Teresa d' Avila spesso cantava villancicos «glos- sati a! divino». È alla luce di tale tradizione che va letta la presente poesia.

[32] 13 Anche in questa poesia si mostra la tendenza a riunire termini opposti. Questa volta vengono messe in con- trapposizione scienza ed esperienza. In Giovanni della Croce vale sempre la massima scolastica, secondo la qua- le non possono coesistere due contrari nello stesso soggetto. Tuttavia il sistema razionale può essere spezzato n~gli stadi mistici pi~ al~, quan~.o si r!corre a ~a. sovrapposizione di due contrari in un med~imo s<:>ggetto pe! dimostrare quanto sia VIolenta l Irruzione del diVIno nel! umano. In questo modo la morte diventa VIta, come il non sapere diventa somma scienza. Questa stessa formula annientatrice serve ad esprimere l'ineffabile esperienza del divino trascendente. Ma c'è di più. Il dottore mistico con tale espediente intende distinguere la teologia mistica, a suo avviso negativa o apofatica, dalla teologia scolastica o positiva. A tale scopo oppone l'ossinloro dd «sapere non sapendo» o dell'«intendere non intendendo», ricorrente nelle sue poesie, agli argomenti dei sapienti di questo mondo. Egli non ammette uno statuto della scienza mistica pari a quello della teologia positiva. Per lui la mistica è sapienza della croce, cioè esperienza di rinnegamento, di spoliazione, di spossessamento inte- grale, secondo il dettato evangelico. Ed è tale sapienza ineffabile l'unico modo per accedere a Dio trascenden- te. Il paradosso della teologia mistica sangiovannea si conclude in un'esperienza fmale, puramente negativa, che è presenza per nulla affatto distinta da un'assenza. Più propriamente, è una teologia che approda all'incono- scibilità o ali'appropriazione di Dio infmitamente trascendente e inconoscibile.

[33] 14 Anche questa poesia è tipica del volgere «al divino». Trasponendo un tema semipopolare, Giovanni della Croce ricupera, con poche ma significative varianti, il ritornello di una canzonetta amorosa, a quanto pare al- lora in voga. La si può forse individuare nel componimento di un anonimo dell'epoca, nel Ms. 3168, f. 15v della Biblioteca Nazionale di Madrid. I:allegoria si basa sull'immagine della caccia di alto volo. La canzone pro- fana celebrava un'avventura galante, coronata da successo ottenuto senza avere avuto la speranza di ottenerlo. n santo poeta, invece, ribadisce la virtù cristiana della speranza. Così alla millanteria dell'anonimo poeta viene contrapposta l'umiltà e la riconoscenza della propria incapacità di svolgere una tale impresa: «Quanto più sfioravo il sommo / .../ tanto più in basso, arreso, / abbattuto mi trovavo». Ma all'umana fragilità viene incon- tro la grazia divina, al punto «di raggiungere la preda».

[34] " lnmodo=,jogo ,i wilupp,t. "gu="«gl",,, ",j divino"» Qu"t, -i,.pu, ~i,p",t, ill,imm,gi ni t=,b,"" di G",il"o. ronk"", m",gio, impon=" ,j p",...io d"idcr,to dill, nott, ill, lu" u tre ,trok romm=t=o ,i"run, un ve",no dcl ritomd1o

[35] 16 Anche questa poesia ha profonde radici nella tradizione popolare della Vecchia Castiglia. Contiene ele- menti che forse non sono componimenti sangiovannei, come si può dedurre dal titolo «glossa "al divino"». lvi Giovanni ha toccato e trasferito nella sfera religiosa il contenuto profano della canzone.

[37] 17 È una poesiola con ritornello, dedicata alla Vergine, composta per una di quelle rappresentazioni ancora presenti nella tradizione del Carrnelo, alle quali prende parte tutta la comunità dialogando.

18 È una brevissima, essenziale somma della perfezione, che invita a dimenticare se stessi per ricordarsi solc di Dio, abbandonandosi al suo amore.

 

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