Amore di Dio, amore reciproco

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolarne la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine (Lc 14, 28). Intraprendere il cammino dell’orazione è una grande impresa che non ammette improvvisazioni: a chi si impegna in questo cammino è richiesta una seria preparazione, e la preparazione mette radici nella vita quotidiana: proprio perché a incamminarsi verso Dio è la persona nella sua integralità, la persona situata nel suo ambiente, la persona nelle sue relazioni con gli altri, la persona bramosa di farsi valere, la persona aggrappata alle comodità, al denaro, al potere.

Come ci si prepara a questo cammino spirituale? “Prima di parlarvi dell’interiore, cioè dell’orazione, dirò di alcune cose molto necessarie per quelle che vogliono battere questo cammino: tanto necessarie che con esse potranno molto progredire nel servizio di Dio anche senz’essere grandi contemplative, mentre senza di esse nessuna potrà farlo. Chi lo pensasse, s’ingannerebbe di molto. Mi fermerò a parlarvi di tre cose … La prima è l’amore reciproco; il secondo, il distacco da tutto ciò che è creato; il terso, l’autentica umiltà” (C 4, 3-4). È significativo che Teresa consacri a queste tre condizioni quasi la metà del suo Cammino di perfezione.

Nel capitolo precedente ho accennato alle caratteristiche dell’orazione carmelitana teresiana. Per Teresa, in effetti, una certa infrastruttura aiuta l’orazione a radicarsi nella vita: l’immagine molto semplice di un ponte che collega due rive può esemplificare bene. L’orazione è come un ponte che unisce le due rive, Dio e l’uomo: l’uno e l’altro si mettono in cammino per incontrarsi sul ponte dell’orazione. Il ponte ha delle fondamenta molto solide. Tre pilastri lo sostengono: al centro la carità fraterna e ai due lati il distacco e l’umiltà. Se uno dei tre dovesse crollare, crollerebbe il ponte intero e non ci sarebbe più possibilità, per Dio e l’uomo, di incontrarsi: a meno che non si ripari il ponte.

I tre pilastri le tre cose necessarie all’orazione si sostengono reciprocamente. L’amore fraterno, infatti, include il distacco e l’umiltà: chi ama veramente il suo prossimo vive in modo distaccato e nello stesso tempo povero, poiché egli dona tutto ciò che ha. E dona anche tutto ciò che è, in un oblio totale di sé.

Il dono di sé include anch’esso, per parte sua, l’umiltà: questa ci colloca al nostro giusto posto di fronte al Creatore e di fronte agli altri. Per Teresa, l’umiltà consiste nel camminare nella verità, ovvero nel riconoscere nell’altro un fratello o una sorella: L’umiltà rende saldi nella conoscenza di sé di fronte all’altro come di fronte a Dio; l’umiltà conduce all’amore del prossimo.

 

Il realismo dell’amore

Per Teresa, tutto deve concorrere a che le sue Figlie - ella scrive per la sua comunità religiosa - divengano delle grandi amiche di Dio (amigas fuertes de Dios): veniamo immersi immediatamente nella piena dinamica dell’amore. L’amore fraterno è il terreno privilegiato dell’amore di Dio, di cui Egli fa dono senza sosta: noi lo riceviamo in questa relazione d’amicizia in cui il Signore stesso si comunica a noi.

Teresa possiede al più alto grado il dono di amare e di essere amata: è piena di fascino, ricca di un’affettività esuberante, di doti naturali; suscita la simpatia, ama far piacere, anche quando questo la infastidisce. Sotto l’azione della grazia, questi doni naturali devono essere purificati e nello stesso tempo trasformati, portati alla loro perfezione nel Cristo: Teresa deve divenire simile a Gesù nella carità fraterna. Questo amore “- e lo ripeto ancora -, è una copia di quello che ebbe per noi il vero Amante Gesù ... Tale è l’amore che vorrei vedere tra voi” (C 7, 3; 7, 5). L’affascinante e brillante Teresa de Ahumada è dovuta divenire Teresa di Gesù, dal cuore pieno di Dio, dal cuore traboccante del suo Amore, un cuore che abbraccia il mondo intero: anche per lei, il cammino è stato lungo.

Per Teresa, l’orazione è un’amicizia. Anche la carità fraterna è un’amicizia: è molto semplicemente, vivere l’amicizia di Dio nei confronti degli altri. Voi siete miei amici se fate ciò che io vi comando. Questo io vi coniando: che vi amiate gli uni gli altri (Gv 15, 14-17). Secondo l’esempio di Cristo e in Lui, un solo e identico amore sgorga in noi, verso il Padre e verso gli uomini. “Per noi la volontà di Dio non consiste che in due cose: nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo. Qui devono convergere tutti i nostri sforzi” (VM 3, 7). L’amore del prossimo è il luogo in cui si vive realmente l’amore di Dio: di nuovo il realismo teresiano. “Il segno più sicuro per conoscere se pratichiamo questi due precetti è vedere con quale perfezione osserviamo quello che riguarda il prossimo. Benché vi siano molti indizi per conoscere se amiamo Dio, tuttavia non possiamo mai esserne sicuri, mentre lo possiamo essere quanto all’amore del prossimo. Anzi, più vi vedrete innanzi nell’amore del prossimo, più lo sarete anche nell’amore di Dio: statene sicure” (VM 3, 8),

Il realismo teresiano, quando si tratta di amare, concerne tanto la vita religiosa quanto il matrimonio. In questo sacramento, lo sposo e la sposa vivono il loro amore reciproco attraverso l’amore stesso che Dio nutre per loro e lo esprimono con dei gesti pieni di tenerezza e di attenzione; il circolo del loro amore reciproco è chiamato ad allargarsi per accogliere i loro fidi e tutti coloro che troveranno in loro il calore del cuore di Cristo. La vita quotidiana è intessuta di cose molto piccole, chiamate anch’esse a lasciare trasparire l’amore di Dio: le relazioni umane sono immerse nell’amore di Cristo e ricevono da Lui la loro fecondità. La carità fraterna è dono di Dio: è Gesù stesso che ama con noi e attraverso di noi, ma mai senza di noi.

 

L’aiuto reciproco

Quali sono le caratteristiche di quest’amore fraterno? Come metterlo in pratica per spianare il cammino dell'orazione? Con Teresa, possiamo sottolineare tre atteggiamenti.

Teresa chiama innanzitutto le sue sorelle all’aiuto reciproco, tanto a livello materiale quanto a livello spirituale: “le sorelle devono amarsi tutte egualmente, essere amiche di tutte ed aiutarsi a vicenda. Per sante che siano, io le scongiuro, per amore di Dio, di guardarsi da ogni amicizia particolare” (C 4, 7). Teresa, guidata da un acuto senso psicologico, ci mostra mirabilmente in cosa consiste questo aiuto fraterno: secondo lei, bisogna saper entrare nei sentimenti dell’altra, condividere le sue gioie e soprattutto le sue anche più piccole difficoltà. “Tale è l’amore che vorrei vedere tra voi. Forse da principio non sarà tanto perfetto, ma il Signore lo verrà perfezionando. Cominciamo col ricorrere ai mezzi opportuni, e non preoccupatevi se va frammisto a qualche tenerezza naturale, perché se questa riguarda tutte indistintamente, non vi sarà di alcun danno. Sentire e mostrar tenerezza, essere sensibili alle pene e alle più piccole infermità delle sorelle è bene e, alle volte, necessario. Può accadere talvolta che una cosa da nulla sia a una sorella di maggior tormento che non una prova assai grande, essendovi persone così impressionabili che s’inquietano per ogni piccola difficoltà. Ma non lasciate voi di compatirle, se siete di temperamento contrario. Può darsi che il Signore ci risparmi queste pene per darcene altre che a noi sembreranno pesanti - e forse anche lo saranno - ma che le nostre sorelle stimeranno leggere. In queste cose non bisogna mai giudicare le altre da noi stesse: invece di considerarci in quelle circo stanze in cui il Signore ci ha rese forti senza alcuna nostra fatica, consideriamoci in quelle in cui siamo state più deboli. Quest’avviso - ricordatelo - è assai importante, e c’insegna come compatire le sorelle quando sono in angustia, sia pure per le più piccole cose. Lo ricordo specialmente a coloro di cui ho par iato” (C 7, 5-6).

È facile applicare questo accorgimento di Teresa al nostro stato di vita, qualunque esso sia: renderci prossimo all’altro, divenire suo prossimo, come Gesù è stato ed è ancora oggi per noi, è la prima manifestazione di un aiuto autentico. Ma ne esistono altre. Per esempio, quando durante un incontro mi capita di parlare di una terza persona: le mie parole sono sempre benevole verso questa persona? sono edificanti per il mio interlocutore? ho la preoccupazione di non intrattenere l’altro nella maldicenza? Nella sua autobiografia, Teresa lascia intravedere come il suo atteggiamento fosse contagioso. “Non dicevo male di alcuno, neppure in cose piccole, e fuggivo ogni sorta di mormorazione, convinta che non dovevo volere n dire delle altre quello che non volevo dicessero di me. E mi attenevo a questa massima in qualunque occasione mi trovassi... Ne resi persuase quelle che stavano o trattavano con me, tanto che ne contrassero l’abitudine. Si diceva che dove stavo io le spalle erano al sicuro, e godevano della medesima fama le mie stesse amiche, i miei parenti e quelle a cui insegnavo” (V 6, 3).

Un modo completamente diverso di aiutare gli altri, forse paradossale, consiste poi nei lasciarsi aiutare dagli altri: non si tiene conto per nulla dell’amar proprio dando agli altri la soddisfazione di renderci un servizio. Modo eccellente di intrecciare delle relazioni umane, a condizione, ovviamente, di non avere l’intenzione di approfittare dell’altro né di renderlo schiavo dei nostri capricci: domandare aiuto è un buon modo per scendere dal proprio piedistallo e farsi prossimo all’altro. Teresa interrogava spesso le novizie per meglio informarsi. “Al minimo dubbio che mi veniva, fosse pure di cose che sapevo, ne interrogavo anche le più giovani” (V 31, 23). È chiaro che l’umiltà - uno dei tre pilastri - favorisce l’amore fraterno e ci rende prossimi all’altro. “Ciascuno mette il suo punto d’onore[1] dove meglio gli piace” (V 31, 23). Il nostro ‘punto d’onore’ è Cristo, e Lui solo.

È evidente che non bisogna soltanto lasciarsi aiutare, ma innanzitutto aiutare gli altri rendendo loro servizio nelle “piccole cose”, nei piccoli “nonnulla” (V 31, 24). La piccola Teresa di Lisieux ha meravigliosamente compreso la sua Madre spirituale nell’essere tanto attenta a questi piccoli nulla: ella sape va che nel fare piacere alle sue compagne faceva piacere a Gesù.

Condividere la propria vita, il proprio lavoro, le proprie gioie, le proprie pene, lodare insieme il Signore è un “aiuto potente” nel cammino dell’orazione. Ci si sostiene l’un l’altro nell’amore: si coltiva una grande benevolenza per uno sguardo favorevole, per delle parole di stima verso gli altri, per degli atti concreti a loro servizio, fino a “lasciare la propria veste per lavare i piedi degli altri” (cfr. Gv 13, 4).

Nella pace

Questo amore reciproco sarà vissuto nella pace. È essenziale comprendere quanto sia importante rea-lizzare questo amore fraterno “se vogliamo godere di quella pace interna ed esterna che il Signore ci ha tanto raccomandato” (Cammino 4, 4). Teresa sa troppo bene per esperienza che la mancanza di pace esteriore nelle relazioni umane compromette la pace interiore, che è condizione di vita per l’orazione di raccoglimento, soglia dell’orazione mistica: la nostra pace interiore “attira” la pace di Cristo; il nostro silenzio “chiama” il silenzio d’amore di Dio.

La pace è fonte di perdono. Se le nostre relazioni umane non s’immergono nella misericordia di Dio - che noi ci comunichiamo nel perdono reciproco - non ci sarà autentica armonia. La pace dev’essere fondata in colui che è la pace, il re della pace. È Lui che noi salutiamo nel più profondo del nostro cuore: Pace a voi (Gv 20, 19). Questa pace è il frutto della sua morte sulla croce, mediante la quale Egli ha perdonato tutti i nostri tradimenti nei suoi confronti: Egli ha piantato l’albero della riconciliazione nel cuore delle nostre relazioni umane. Teresa stessa ha colto molto bene il legame tra la misericordia di Dio e il perdono reciproco. “Quando un’anima si unisce così intimamente alla stessa Misericordia, alla cui luce riconosce il suo nulla e vede quanto ne sia stata perdonata, non posso credere che non sappia anch’essa perdonare a chi l’ha offesa. Siccome le grazie ed i favori di cui si vede inondata le appariscono come pegni dell’amore di Dio per lei, è felicissima di avere almeno qualche cosa per testimoniare l’amore che anch’ella nutre per lui (C 36, 12). È da sottolineare una volta di più come l’umiltà sia presente nell’amore per il prossimo: non è possibile alcun perdono senza il riconoscimento del nostro bisogno di misericordia.

La disarmonia e il disaccordo trovano spesso la loro origine nel nostro orgoglio: ciascuno mantiene il proprio punto di vista, considerandolo il migliore. Può anche accadere che sia la gelosia a minacciare la nostra pace. Teresa ci offre un modo efficace per contribuire “a stabilire la pace e l’armonia”, ed è “rallegrarsi e ringraziare il Signore nel vedere (le altre) progredire in virtù” (C 7, 9). È una questione di sguardo: in quale luce io metto l’altro per giudicarlo? Con il Signore e in Lui, mi è dato di vedere la vita spirituale dell’altro fiorire grazie alla misericordia di Cristo. Io davvero posso avere gli occhi di Gesù: basta aprirli.

Molto spesso, in effetti, io sono il cieco che vede l’altro con uno sguardo puramente umano e che nel suo prossimo cerca la “piccola bestia”. L’andare osservando certe piccolezze - che alle volte non sono neppure imperfezioni, ma che la nostra ignoranza ei fa vedere assai gravi - nuoce alla pace dell’anima e inquieta le sorelle” (IM 2, 18).

Malgrado tutta la nostra buona volontà, tutta via, possono ancora prodursi dei contrasti, delle ine zie possono ancora ferirci e sotto l'influsso del maligno, scuoterci completamente: la pace interiore scomparirà. Teresa ci mette in guardia contro questo e, da eccellente pedagoga, ci propone il rimedio: “Se per caso uscisse di bocca qualche paroletta contro la carità, si ponga subito rimedio e si preghi il Signore con grande insistenza” (C7, 10). È intima la Tela zione tra la preghiera e la pace.

“Teresa prepara Così il clima per l’orazione di raccoglimento: è con tutta la propria vita che si entra in questa orazione; tutto in noi deve divenire pace e silenzio. Dio compirà ciò che noi abbiamo cominciato sotto l’impulso della sua grazia.

 

L’oblio di sé

Il fondamento di tutto l’amore fraterno resta, certamente, il dono di sé. Dio non può comunicarsi in pienezza se non a colui che si dona, pure lui, totalmente. Teresa insiste molto sulle “opere”. Meglio “che tutte le parole di tenerezza che si possano pronunciare”, è l’esempio che conta, l’oblio di sé (cfr. C 7, 8).

Questo oblio di sé dev’essere il frutto di una santa libertà di spirito. È come una frase chiave per Teresa: “Se ognuna di noi non considera la propria abnegazione come l’affare più importante, una moltitudine di ostacoli ci impedirà quella libertà di spirito che sola ci permette di volare al creatore, non più carichi di terra e di piombo” (C 10, 1). Questa libertà di spirito si acquisisce solo con un distacco esteriore, che è una forma di povertà - Teresa insiste molto su questo ma soprattutto attraverso un distacco interiore che conforma sempre di più la nostra volontà a quella di Dio. “Ora ci rimane da staccarci da noi stesse e da lottare contro la nostra natura: cosa assai dura per esser noi troppo unite e troppo amanti di noi stesse” (C10, 2).

È chiaro che il distacco - uno dei tre pilastri che sostengono il ponte dell’orazione - nasce dall’amore fraterno attraverso il dono totale di sé: il distacco vissuto nel quotidiano arricchisce particolarmente le relazioni umane. “Vi sembrerà che queste anime non amino e non sappiano amare che Dio. Ma esse amano anche il prossimo, e di un amore più grande, più vero, più utile e più ardente, perché sincero. Sono più por tate a dare che a ricevere, e fanno così anche con Dio. Queste, e non già le basse affezioni della terra, meri tano il nome di amore, che è stato usurpato da quelle (C 6, 7).

L’amore fraterno, fondato sui don o totale di sé, è un amore gratuito: non domanda, non elemosina la reciprocità, non c’è alcuna schiavitù. Questo amore fondato su valori sicuri. Lo sguardo penetra l’essere profondo dell’altro. “Nel loro amore, invece di arrestarsi al corpo, portano gli occhi sull’anima, e cercano se vi è in essa qualche cosa degna del loro affetto. Se non ne trovano, ma vi scoprono un qualche principio di virtù o una qualche buona disposizione che permetta loro di supporre che scavando in quella miniera abbiano a scoprirvi dell’oro, non contando per nulla le pene e le difficoltà che V’incontrano, fanno del loro meglio per il bene di quell’anima, perché volendo continuare ad amarla, sanno benissimo che non lo possono fare se ella non abbia in sé beni celesti e grande amore di Dio” (C 6, 8).

L’amore fraterno è sempre per Teresa un amore appassionato: “Se queste tali amano una persona, desiderano subito che ella ami il Signore e ne sia riamata” (C 6, 9) L’altro è trascinato in questa passione d’amore verso Dio. “Il suo amore, insomma, è superiore a ogni ombra di interesse: non vuole e non desidera che di vedere l’anima carica di tesori celesti. Ecco in che cosa consiste il vero amore...” (C 7, 1).  

Nell’oblio totale di sé, l’amore si purifica e benché rimanga sempre - e fortunatamente - un amore veramente umano, l’amore spirituale viene a risiedere nell’essere tutto intero: si amano gli altri con Dio e verso Dio; ci si sostiene reciprocamente in questo cammino verso la pienezza dell’amore. Teresa dà degli avvertimenti molto pratici: “Se una sorella ha bisogno di sollievo e cerca un po’ di svago, comportatevi allegramente, anche se non ne avete voglia ... Quando scoprite in loro qualche difetto, se è notorio, dovete affliggervene grandemente, dimostrare ed esercitare il vostro amore sopportandolo senza scandalizzarvi ... Intanto raccomandatele a Dio e procurate di esercitare con ogni possibile perfezione la virtù contraria alla mancanza che avete osservata. In tal modo insegnerete con le opere ... Infatti, l’emulazione delle virtù che si vedono nelle altre è un argomento di facilissima persuasione. Questo è un buon consiglio, e vi prego di non mai dimenticarlo” (C7, 7).

Teresa ci aiuta a passare a poco a poco da un affetto naturale ad una amicizia spirituale, assunta nell'orazione: ci rivela una dottrina molto equilibrata che non nega l’affettività umana, ma la orienta verso il Signore perché Egli la purifichi e la trasformi secondo la sua volontà. Perché il Cristo resuscitato abita tutto il nostro essere: Egli assume le nostre amicizie umane nella sua, secondo la sua promessa.

Teresa orienta tutto il nostro essere verso Dio, ma questo non significa che la nostra vita sia simile a quella degli angeli, poiché non siamo puro spirito. Noi non possiamo escludere la nostra affettività: dobbiamo invece orientarla alla vita spirituale. È tutto il nostro essere che il Signore vuole trasfigurare: tutto in noi deve essere riempito dallo Spirito. La resurrezione è già cominciata: il Verbo si è fatto carne.

Osserviamo a questo proposito come Teresa rimanga incentrata. Sull’umanità di Cristo. Questo amore “- e lo ripeto ancora - è una copia di quello che ebbe per noi il vero Amante Gesù” (C 7, 3).

Teresa ha -veramente costruito per noi, con l’orazione, un ponte tra Dio e l’uomo. Questo ponte posa su solide fondamenta: al centro l’amore umano e ai lati l’umiltà e il distacco. È a partire dalla nostra realtà umana che noi prepariamo al Signore un vaso di prima scelta destinato a ricevere l’acqua viva: Chi crede in me dal suo grembo sgorgheranno fiumi d’acqua viva (Gv 7, 38), Teresa ci invita a portare i nostri passi sui passi Gesù, Lui che amò i suoi fino alla fine (Gv 13, 1).

 



[1] Punto d'onore: “attaccamento puntiglioso alla propria onorabilità” (T. Alvarez).

 

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