Cap. I_Verso il Castello

 

«In verità, in verità io vi dico:

chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio

e ne compirà di più grandi di queste,

perché io vado al Padre» (Gv 14, 12).

 

 

La realtà ci precede, il sistema “mondo” trova la sua spiegazione oltre se stesso. Se anche noi non si volesse dare un senso al suo esserci lo si dovrebbe considerare con rispetto: è un mistero. Ma per chi gli volesse dare un senso, il mistero ha un nome: si chiama Dio.

Ora: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1, 18). E ci ha chiamato amici, perché tutto ciò che ha udito dal Padre ce l’ha fatto conoscere (cfr. Gv 15, 15).

Ci ha fatto conoscere di avere un’anima. «Sappiamo di avere un’anima, perché l’abbiamo sentito e perché ce l’insegna la fede», ma «ben poche volte pensiamo alle ricchezze che sono in lei, alla sua grande eccellenza e a Colui che in essa abita. E ciò spiega la nostra grande negligenza nel procurare di conservarne la bellezza. Le nostre preoccupazioni si fermano tutte alla rozzezza del castone, alle mura del castello[1], ossia a questi nostri corpi» (1M 1, 2). Stiamo «nei dintorni, là dove sostano le guardie», i funzionari della Legge, senza curarci «di andare più innanzi, né sapere cosa si racchiuda in quella splendida dimora, né chi l’abiti, né quali appartamenti contenga» (1M 1, 5). Insomma: non rientriamo in noi stessi per diventare giusti, noi che siamo cattivi (cfr. Mt 7, 11).

«Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10, 18). Bisogna che ci incamminiamo verso il Castello dove sta Dio, e prendiamo da Lui la giustizia, nell’amore. Le guardie sono inclini a pensare «l’uomo per» la legge, e non la legge «per l’uomo» (cfr. Mc 2, 27). Se ci attardiamo con essi, con i loro pensieri, restiamo nascosti «dalla presenza del Signore» (Gen 3, 8); lontani dalla famigliarità con Dio, dall’albero della vita, nutrendoci «della conoscenza del bene e del male» (Gen 2, 9.17).

Il nostro è un attraversare viaggiando (ex-per-iri), un fare esperienza, elaborando in noi questa conoscenza (Gen. 3, 5). Ma il prezzo da pagare è la vergogna (cfr. Gen. 3, 25) di noi stessi e la paura di Dio (cfr. Gen. 3, 10). Continuiamo ad amare e a servire la più astuta (cfr. Gen. 3, 1) delle creature di Dio.

«L’amore non solo crea uguaglianza e somiglianza, ma colloca colui che ama al di sotto» (1S 4, 4). Amare Dio fa sì che si serva a Dio: e questo è nella verità. Ma l’uomo e la donna che amano le creature finiscono per essere a loro sottomesse. Gv 15,14 «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (Gv 15, 14), è stato rivelato. Chi è sottomesso a qualcuno fa ciò che gli comanda. Lo ricorda lo stesso Gesù: tra le creature «coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono» (Mc 10, 42). Ma, nel caso di Dio, ci si sente dire: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi (Gv 15, 15). Dio è Padre, e noi siamo famigliari suoi. Questo non può esserci al mondo, a meno che di mezzo non si trovi il Signore: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»» (Mc 10, 43-45).

Chi non si cura di andare a Dio, confidandogli le parole del serpente, non si preoccupa degli ostacoli che lo «separano da Lui» (1S 12, 5). Si lascia trasportare dalle passioni che lo sottomettono alle creature. Non converrebbe invece servire Dio, entrando in un «intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenersi in solitudine con Colui dal quale sappiamo d’essere amati» (V 8, 5)?

Riusciremmo allora, liberamente già in questo allenati nel cammino verso il Castello, qualora le circostanze lo richiedano, a procurare di tendere sempre

«non al più facile, ma al più difficile;

non al più saporito, ma al più insipido;

non al più piacevole, ma al più disgustoso;

non al riposo, ma alla fatica;

non al conforto, ma allo sconforto;

non al più, ma al meno;

non al più alto e pregevole, ma al più vile e spregevole;

non a voler qualcosa, ma a non voler nulla;

non alla ricerca del meglio nelle cose terrene,

ma al peggio, e desiderare in tutto nudità, vuoto e povertà di quanto v'è al mondo» (1S 13, 6).

 

Abituiamoci a stare in compagnia di Dio, per vivere una vita piena, anche in mezzo alle avversità; per non patire, semmai agire, nella vita. Pensiamo al morire di Gesù, che fu un vivo morire. Per questo è il Risorto. Non dobbiamo avere paura di Dio, dobbiamo lasciarci coinvolgere dalla vita, non dalla conoscenza morale.

 

Ha ragione Teresa di Gesù quando scrive «si riduce tutto ad arrischiare la vita (aventurar la vida). Per conto mio, bramo di averla già persa: sarebbe un comprare molto a poco prezzo. No, non è più possibile vivere vedendo con i propri occhi la cecità in cui si è, e l’illusione che c’inganna» (Vita 21, 4). Quella dell’attraente possibilità di agire senza rischio di essere coinvolti; «sapienza falsa che presume di pervenire alla conoscenza di ciò che conviene alla vita dell’uomo per altra via rispetto a quella dell’obbedienza al comandamento di Dio», emancipandosi «dalla nativa necessità di dipendere da chi è sconosciuto per trovare la via della vita». Il rifiuto «da parte della libertà di assumere i contorni filiali, come diniego a disporre di sé in forma compiuta affidandosi ad una verità che essa non pone, ma da cui è posta, anzi che le fa trovare il proprio posto e la propria identità»[2].

Pensando di poter «evitare di mettere in gioco sé stesso nelle forme del proprio agire», queste, secondo lui dovrebbero servire «per guadagnare alla propria competenza quelle conoscenze preliminari, le quali sole in ipotesi consentirebbero in un momento successivo di decidere con certezza e senza rischio che cosa convenga e che cosa invece non convenga alla vita. Come a dire che gli consentirebbero di conoscere il bene e il male, che cosa sia bene e meriti la propria dedizione, che cosa invece sia male e debba essere evitato»[3].

La realtà è ciò che verifica un immaginario, non ciò che pensiamo per induzione o deduciamo a partire da esso. Quando pretendiamo di realizzare noi stessi lontano dalla figura filiale della nostra libertà, non giungiamo alla «conoscenza del bene e del male, verifichiamo altro, conosciamo «di essere nudi» (Gen. 3, 7). La scelta di mangiare dell’albero non rende come Dio, piuttosto rende consapevoli della propria nudità/vulnerabilità.

La realtà ci precede, anche la realtà di noi stessi, e la realtà che noi siamo è quella di essere figli nel Figlio. Il nostro rifiuto di assumere i contorni del suo volto impedisce al Padre di proteggerci alla fine dall’evidenza della nostra fragilità, per il fatto di essere stati portati a giudicare. Dunque: «lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5, 20); «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6, 37).

Assumere, come figli, il giudizio dal Padre, è accettare che sia bene non mangiare «dell’albero della conoscenza del bene e del male», dando fiducia al Padre. Male invece mangiare dell’albero di quella conoscenza, dando credito a se stessi, per l’astuzia del Serpente[4]. Bene è consentire alla buona intenzione di Dio nei nostri confronti, a quell’intenzione che Gesù ha reso manifesta; male è rielaborare, mangiare, le parole di Dio, inducendo o deducendo da esse un nostro giudizio.

Così persino i dieci comandamenti, espressione della cura di un Padre per i propri figli, e “giogo del Figlio” (cfr. Mt 11, 29-30) diventano molti di più: un giogo che, al dire di Paolo, «né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare» (At 15, 10).   

Dobbiamo dirigerci verso il castello dell’orazione, verso un nuovo famigliare[5] incontro nell’amicizia del Figlio (cfr. V 8, 5).

Il momento di conversione è questo, a dirla con le parole di Teresa di Gesù: se prima «avevo il torto di non porre in Lui ogni mia fiducia e di non diffidare abbastanza delle mie forze. … ben poco si fa se non deponiamo ogni fiducia di noi stessi per riporla tutta nel Signore» (V 8, 12), «allora diffidavo molto di me e mettevo ogni fiducia in Dio» (V 9, 3).

L’anima, dunque, «non deve mai fidarsi di sé» (V 19, 13) e tornare ad essere famigliare nei confronti di Dio[6]. Da lei il Comandamento (Gen 2, 17a) e comandamenti (Es 20; Dt 5) siano davvero compresi[7] come espressione della cura di un Padre che vuole evitare la morte del figlio, la perdita di questa famigliarità. Sono parole di vita, da tradurre in gesti con la forza del Sacramento, in cui ci si affida completamente, come figli nel Figlio[8], all’azione efficace di Dio.

La descrizione data da Teresa dell’inferno, «simile a un forno assai basso, buio e angusto» al cui «fondo nel muro c’era una cavità scavata a modo di nicchia» in cui si sentii «rinchiudere strettamente» (V 32, 1), rende bene l’esperienza di coloro che, invece, scelgono la malizia del serpente, riferendosi solo a se stessi.  

Ora: con l’orazione ci disponiamo a ricevere l’azione efficace di Dio. Perché solo l’azione di Dio è efficace nella vita dell’uomo. E questa efficacia la sta nel Sacramento. Dunque: «lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5, 20). Dirigetevi verso il Castello dell’orazione, erranti, contrastate i pensieri delle guardie.

Come potete fare questo? «Finiscono con entrare nel castello» quelle anime che, «benché ingolfate nel mondo, non mancano di buoni desideri: di tanto in tanto si raccomandano a Dio, e, sia pure in fretta, rientrano in se stesse con qualche considerazione. Pregano qualche volta al mese, benché distrattamente, dato che il loro pensiero è quasi sempre tra gli affari, a cui sono molto attaccate, secondo il detto: Dov’è il tuo tesoro ivi è il tuo cuore (Mt 6, 21).  Però, di tanto in tanto decidono di liberarsene perché, grazie al proprio conoscimento - che è sempre una gran cosa - riconoscono che la strada per cui camminano non è quella che conduce al castello» (1M 1, 8).

Hanno sempre più presente che il morire alle creature, alla famigliarità con esse, obbedendo al comandamento di Dio, le porterà ad attingere nuovamente ai frutti dell’albero della vita. Vogliono infine trattare con Dio «come con un padre, con un fratello, con un maestro, con uno sposo: ora sotto un aspetto ed ora sotto un altro». Sanno che Egli insegnerà loro «come contentarlo» (C 28, 3).

È questa famigliarità-libertà-grazia ritrovata nel tratto con Dio la salvezza dell’anima «condotta da Dio e mossa soltanto dall’amore per lui … senza che alcuna passione della sua carne o di altro genere glielo» (1S 1, 4) impedisca.

E le anime potranno imparare come contentarsi reciprocamente, perché per affermare Cristo e il suo Vangelo saranno capaci di disprezzare «la vita fino a morire» (Ap 12, 11). Infatti «chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente» (V 22, 6). Per Lui

«Ora si è compiuta

la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio

e la potenza del suo Cristo,

perché è stato precipitato

l'accusatore dei nostri fratelli,

colui che li accusava davanti al nostro Dio

giorno e notte» (Ap. 12, 10).



[1] «Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni, come molte ve ne sono in cielo» (1M 1, 1).

[2] Franco Giulio Brambilla, Antropologia Teologica, Queriniana, Brescia, 2005, p. 541.

[3] Giuseppe Angelini, Teologia Morale Fondamentale, Glossa, Milano 1999, pp. 586-587.

[4] Una creatura cieca, come siamo noi, quale pretesa può avanzare? «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?» (Lc 6, 39).

[5] L’accorgersi di essere nudi mostra l’assenza di quella «famigliarità senza vergogna, menzionata come caratteristica della condizione dei due nel giardino (Gen 2, 25)» . Nel recupero di quest’ultima consiste la salvezza dell’uomo portata da Gesù.

[6] Cfr. La Parabola della Riconciliazione, in Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia.

[7] la comprensione, «luce divina» (S, Prologo 1), del valore della non conoscenza del bene e del male, è raggiunta in Cristo, nella di Lui «perfetta unione con Dio» (ibid.): nella fede di Gesù sulla Croce.

[8] «Il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell’uomo che lo conferisce o lo riceve, ma dalla potenza di Dio» (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 68, a. 8, c.: Ed. Leon. 12, 100.) a cui ci si affida completamente nel Figlio.

 

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