Cap. II_Prime Mansioni

«È come se uno entrasse in una stanza inondata di sole, avendo gli occhi così pieni di terra da non poterli quasi aprire. La sala è luminosa, ma egli non gode della luce a causa dell’ostacolo che glielo impedisce, cioè a causa di questi rettili e di questi «animali nocivi che lo obbligano a chiudere gli occhi a tutto fuorché a loro» (IM 2, 14). Così fece il «più astuto di tutti gli animali selvatici» (Gen 3, 1), il serpente a Adamo ed Eva. La persona umana «vorrebbe considerare se stessa e godere della sua bellezza» ma «ne è impedita né, a quanto sembra, riesce a schivare tanti ostacoli» (IM 2, 14)», messi lì dal demonio. Lo scopo di quest’ultimo «è di raffreddare la carità e l’amore vicendevole»[1] (IM 2, 17), impedendo il distacco dalle creature[2]. Perché «Se ti fissi su qualcosa, tralasci di slanciarti verso il tutto» (1S 13, 12) che è l’amore di Dio, la Carità. La sola a rimanere infatti, la sola ad essere posseduta «sempre!, sempre! sempre!» (Vita, 1, 4) è la Carità.

Sarà così fino a che la persona non «rinuncia» a ciò che può percepire tramite i sensi, e non ci «pone attenzione», come se non avesse tempo da perdere in questo. Allora «diventa libera […]  anche quando li possedesse realmente. Non i beni di questo mondo occupano e danneggiano l’anima - infatti non vi penetrano dentro - ma solo l’attaccamento a tali beni e il desiderio che essa ha nei loro confronti» (1S 3, 2.4).

«Tutte le cose create sono briciole che cadono dalla mensa di Dio». Si sa che «le briciole servono più a stimolare gli appetiti che a sedare la fame». Così l’attaccamento ai beni e il desiderio che si ha nei loro confronti assomigliano «a bambini inquieti e scontenti, che chiedono sempre qualcosa alla mamma e non si contentano mai» (1S 6, 6).

Può sembrare «un’impresa molto difficile e ardua che l’anima possa arrivare a tanta purezza e nudità da escludere ogni desiderio e affezione per qualche cosa» (1S 11, 1). Ma questo avviene «in due modi: uno attivo e l’altro passivo. Quello attivo comprende tutto ciò che l’anima può fare e fa da sola … Quello passivo, invece, si verifica quando l’anima non fa nulla da se, ma resta passiva all’azione di Dio» (1S 13, 1).

Il modo attivo consiste nel «coltivare un costante desiderio d’imitare Cristo in ogni azione, conformandosi alla sua vita, sulla quale bisogna riflettere per saperla imitare e per comportarsi in tutto come lui si comporterebbe» (1S 13, 3).

L’imitazione di Cristo esige dall’uomo l’accettazione dell’amarezza più acuta, ossia la solitudine assoluta: Egli infatti «morì ai sensi, in modo spirituale, durante la sua vita, e fisicamente, alla fine della sua vita, poiché, come egli stesso afferma, in vita non aveva dove posare il capo (Mt 8, 20) né tanto meno lo ebbe in croce. … al momento della morte fu annientato anche nell’anima, quando fu lasciato senza conforto e sollievo alcuno, abbandonato dal Padre nella più profonda aridità affettiva.  Allora egli sentì il bisogno di gridare: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46). Questo fu l’abbandono più desolante, a livello affettivo, da lui provato durante la sua vita. In esso, però, compì l’opera più grande di [tutta] la sua vita, quella che sorpassa i miracoli e ogni altro evento compiuto sulla terra e in cielo, cioè la riconciliazione del genere umano e la sua unione con Dio per mezzo della grazia. Come dico, tutto questo accadde nel tempo e nel momento in cui nostro Signore toccò il massimo dell’annientamento: nella stima degli uomini, che vedendolo morire, anziché apprezzarlo, si burlavano di lui; nella natura, per mezzo della quale si annientò morendo; nel sostegno e nel conforto spirituale del Padre, che in quella circostanza lo abbandonò, affinché pagasse interamente il debito e unisse l’uomo a Dio, lasciandolo annientato e ridotto quasi al nulla. Davide dice di lui: Ad nihilum redactus sum, et nescivi: Ero ridotto un niente e non capivo (Sal 72[73], 22)» (2S 7, 10-11).

«A imitazione di Cristo nostro modello e nostra luce» si accetta dunque di morire «alla nostra natura sia sensitiva che spirituale» (2S 7, 9). Tanto più che il demonio fa leva proprio su di essa cercando «di raffreddare la carità e l’amore vicendevole» (1M 2, 17).

La carità cioè l’amore di Dio, «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rom 5, 5), e l’amore vicendevole, quell’ «amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda» di cui è scritto (Rm 12, 10) di cui parla S. Paolo. Sono la posta in gioco: un dono da esercitare (ascesi), senza resistenza ma in atteggiamento di resa. Considerando che «Dio dimora ed è presente sostanzialmente in qualsiasi anima, anche in quella del peggior peccatore del mondo. Questa sorta di unione tra Dio e tutte le creature sussiste sempre; per mezzo di essa, egli le sostiene nella loro esistenza; se la sua presenza negli esseri creati venisse meno, essi cadrebbero nel nulla e cesserebbero di esistere» (2S 5, 3). Su questo punto non si è riflettuto abbastanza.

In Genesi si dice del «rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno» (Gen. 3, 8). Teresa di Gesù già aveva ricordato come «Dio vuole entrare in un’anima per prendervi le sue delizie e ricolmarla di beni» (Vita 8, 9) quando afferma: «Chi comincia deve far conto di tramutare in giardino di delizie per il Signore un terreno molto ingrato, nel quale non germogliano che erbe cattive. Sradicare le erbe cattive e piantarne di buone è lavoro di Dio che supponiamo già fatto fin da quando l’anima si determina per l’orazione e comincia a praticarla» (Vita 11, 6).

Chi entra in queste prime mansioni trova in sé già sradicate le erbe cattive e piantate le buone da parte del Signore. Questo significa: il nostro slancio affettivo se non poteva ancora definirsi desiderio, ma soltanto piacere egoistico, segnato com’era dalla mancanza, adesso sì. Sebbene prima non mirassimo a ciò che era l’altro (incluso l’Altro) in sé, bensì a quello che dava o a quello che faceva in funzione del bisogno, adesso sì. Se prima non riuscivamo a domandare a noi stessi la cura dell’altro, di amarlo veramente, desiderando e provvedendo a lui i base alle nostre possibilità, adesso sì.

Ma è necessario che «il vero amore di Dio» (Vita 11, 1), determinandoci «a battere il cammino dell’orazione», noi lo coltiviamo. Perciò «come a buoni giardinieri, incombe l’obbligo di procurare, con l’aiuto di Dio, che quelle piante crescano: perciò innaffiarle affinché non inaridiscano, e cercare che producano fiori di deliziosa fragranza per ricreare il Signore. Allora Egli verrà spesso a riconfortarsi e trovare le sue delizie fra quei fiori di virtù» (Vita 11, 6).

Non tutto ciò che è lecito giova a questo. Vi sono comportamenti che ostacolano la Grazia, non ottengono lo scopo di giovarsi dell’aiuto del Signore, l’Amicizia con Cristo. Sono comportamenti aventi in comune fra loro il tratto infernale dell’autoreferenzialità. Teresa di Gesù ne parla nel libro della Vita così: «una cavità scavata a modo di nicchia, e in essa mi sentii rinchiudere strettamente […] non vi era speranza di conforto, né spazio per sedersi o distendersi, rinserrata com’ero in quel buco praticato nella muraglia. Orribili a vedersi, le pareti mi gravavano addosso, e mi pareva di soffocare. Non vi era luce, ma tenebre fittissime» (Vita 32, 1; 3).

Per chi agisce nell’autoreferenzialità «non vi sono tenebre più buie, né nulla di così oscuro e fosco che possa reggerne il confronto» (IM 2, 1). Egli è «del tutto impotente, simile a una persona strettamente legata e immobilizzata, con gli occhi bendati, così che, anche se vuole, non può veder nulla, né camminare né udire, immersa com’è in una profonda oscurità» (Relazione XXIV – cfr. VIIM, 1, 3-4). I suoi atti naturalmente buoni non hanno alcun merito, perché non si giovano dell’aiuto di Dio: «qualunque buona opera essa [l’anima] compia non le procura alcun frutto per acquistare la gloria del cielo» (IM 2, 1), cioè l’amore di (che appartiene, che è proprio) Dio, la Carità. È in forza di «quel principio che è Dio» che «la nostra virtù è virtù» (Ibid.).

Per giovarsi dell’aiuto di Dio occorre predisporre se stessi a riceverLo. Questo avviene nell’orazione. Pregare è disporre se stessi a ricevere in seguito l’azione efficace di Dio nel sacramento. Pregate prima di confessarvi, prima di andare a Messa! Questo intende dire Teresa quando parla del riporre «ogni fiducia in Dio» (V 9, 3). E scriveva di sé prima della sua conversione: «avevo il torto di non porre in Lui ogni mia fiducia e di non diffidare abbastanza delle mie forze. Cercavo rimedi, usavo ogni diligenza, ma non riuscivo a persuadermi che ben poco si fa se non deponiamo ogni fiducia di noi stessi per riporla tutta nel Signore» (V 8, 12). Riposta ogni fiducia in Lui «mi andai molto migliorando» (V 9, 3), scrive.

Gli fu reso il distacco dalle cose e dagli affetti, da quel voler cercare di «contentare chiunque» (V 3, 4), senza discrezione. «Lavoreremo assai più virtuosamente con l’aiuto di Dio», mantenendoci inclini nell’ascesi insegnataci da Giovanni della Croce (cfr. 1S 13), «che non col rimanere attaccate alla nostra miseria» (IM 2, 8). «È un fatto … che mantenendoci di continuo nella ignominia della nostra terra, le nostre correnti possono intorbidarsi a contatto con il fango del timore, della pusillanimità, della codardia e dei pensieri come questi: “Mi guardano o non mi guardano? Che mi avverrà camminando per questa via? Sarà per superbia se ardirò cominciare quest'opera? È bene che una miserabile come me si eserciti in cose così sublimi come l'orazione? Non mi riterranno forse migliore, se non cammino per la strada comune? E dato che le esagerazioni non sono mai buone, neppure in fatto di virtù, non verrò forse io, povera peccatrice, a cadere da più grande altezza, senza più coraggio di muovere un passo? Non sarò forse di danno ai buoni? Oh, no, una persona come me, non è fatta per le singolarità!”» (IM 2, 10).

Lontano dall’autoreferenzialità l’anima riconosce «che il principio del bene che facciamo non procede da noi, ma dal fonte nel quale l’albero dell’anima è piantato, e dal Sole che feconda le nostre buone opere» (IM 2, 5). Le appare chiaro, quando fa o vede qualche opera buona, Colui che ne è il principio, persuasa che senza il suo aiuto non possa proprio far nulla. Si leva «a dar grazie al Signore», scordando quasi sempre se stessa quando le avviene «di far qualche cosa di buono» (Ibid.).

Sa che occorre essere liberi negli affetti a cose e persone. E che questa libertà non può che venirci da Dio, riponendo solo in Lui la nostra fiducia.

Nada te turbe                Niente ti turbi

nada te espante,             niente ti spaventi,

todo se pasa,                  tutto passa,

Dios no se muda;                       Dio non cambia;

la patientia                   la pazienza

todo lo alcanza;             ottiene tutto;

quien a dios tiene                       chi possiede Dio

nada le falta                  non manca di nulla

Solo Dios basta             Dio solo basta.



[1] Le regole e le costituzioni che i cristiani si danno, a qualunque stato di vita appartengano sono per la crescita nel vicendevole esercizio dell’amore di (che viene da) Dio. Dobbiamo anzitutto persuaderci «che la vera perfezione consiste nell’amore di Dio e del prossimo», che «Regole e Costituzioni non sono infine che di mezzo per meglio osservarli» (IM 2, 17).

[2] Per cui il distacco dalle creature si ha quando il nostro modo di relazionarsi cresce nella carità e nell’amore vicendevole.

 

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