Cap. III_Seconde Mansioni

La sola fiducia riposta in Dio è propria di un «animo virile», che «non somigli a coloro che si gettavano a bere a bocca in giù, quando andavano a combattere […] ma prenda la sua brava decisione, pensando che va a dar battaglia a tutti i demoni e che non c’è arma migliore della croce» (IIM 1, 6). Un uomo così non sarà sorpreso del terribile «cumulo di assalti dati ora in mille modi dal demonio[1], e con maggior sofferenza dell’anima, rispetto alla mansione precedente» (Ibid, 3). E cercherà di «procedere con allegrezza e libertà di spirito» (Vita 13, 1). Soprattutto con «grande fiducia, perché quello che giova molto non è limitare i nostri desideri, ma credere che con l’aiuto di Dio, impegnandoci a fondo, a poco a poco, anche se non subito, potremo arrivare … Sua Maestà vuole e ama anime coraggiose, purché procedano con umiltà e diffidino di sé» (Vita 13, 2).

Questi grandi desideri non sono forse frutto di orgoglio? In certi casi forse sì: ma allora essi svanirebbero dinanzi ai primi insuccessi e alle prove della vita quotidiana, ma a priori non si ha il diritto di giudicarli tali. Grandezza d’animo e umiltà vanno bene insieme e si fondono ambedue sul senso della debolezza umana e sulla fede nella misericordia (il venire in nostro soccorso) onnipotente di Dio. L’esempio e la testimonianza della più celebre delle figlie di santa Teresa, Teresa di Lisieux, ce ne offre la prova. Ecco ciò che scrive nei suoi Manoscritti: «Pensai che ero nata per la gloria e, mentre cercavo il mezzo per giungervi, il Buon Dio mi ispirò i sentimenti che ho appena scritto. Mi fece capire che la mia gloria non sarebbe apparsa agi occhi mortali e che consisteva nel divenire una grande santa!!!... Questo desiderio potrebbe sembrare temerario se si considera quanto ero debole e imperfetta e quanto lo sono ancora … Tuttavia sento sempre la stessa audace fiducia di diventare una grande santa perché non faccio affidamento sui miei meriti, visto che non ne ho nessuno, ma spero in colui che è la Virtù, la Santità stessa: è lui solo che accontentandosi dei miei deboli sforzi mi eleverà fino a lui e, coprendomi dei suoi meriti infiniti, mi farà santa». E aggiunge: «Io mi considero un debole uccellino coperto solo di una leggera lanugine. Non sono un’aquila: dell’aquila ho semplicemente gli occhi e il cuore perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole Divino, il Sole dell’Amore, e il mio cuore sente dentro di sé tutte le aspirazioni dell’aquila […] L’uccellino vorrebbe volare verso quel Sole brillante…»[2].

Le persone che sapranno, con viva energia, giudizio retto e desiderio di grandi cose, «rinchiudersi in questo piccolo cielo della loro anima seguono un cammino sicuro»[3]. Sapranno sostenere gli assalti del demonio, che sono lotte e tentazioni interiori: «I demoni presentano queste serpi delle attrattive mondane … e danno apparenza di eternità a beni caduchi: la stima in cui si è tenuti nel mondo, gli amici e i parenti, la salute compromessa dalle penitenze (giacché l’anima che entra in queste mansioni comincia sempre a desiderare di farne qualcuna) e appongono mille altre specie di impedimenti» (IIM 1, 3). In questo turbamento interiore al quale essa è più sensibile di quanto lo fosse precedentemente perché «l’intelligenza è più viva» (Ibid.), la persona deve tener duro, perché tale energia nel sopportare le prove degli inizi, ha scritto santa Teresa nel libro della Vita, permette a Dio di far comprendere ai valorosi che «sapranno bere il suo calice e aiutarlo a portare a croce, prima di arricchire l’anima con grandi tesori» (Vita 11, 11).

 

Questi che «hanno già incominciato a praticare l’orazione […], sentono gli inviti loro rivolti dal Signore, perché sono più vicine alla Mansione di sua Maestà» (IIM 1, 2). Sentono, si accorgono degli inviti, per una maggior vicinanza alla fonte da cui provengono, in virtù di un’ascesi di distacco, ossia del fatto che «si applichino, di tanto in tanto, a fuggire i serpenti e le bestie velenose, e comprendono quanto sia bene fare ciò» (Ibid.). Gli inviti li «odono … nelle parole di certe buone persone, nelle prediche, nelle buone letture e in tutti quegli altri modi di cui Dio si serve per far sentire le sue chiamate: prove, malattie e certe verità che Egli fa conoscere nei momenti che si consacrano all’orazione, sia pure svogliatamente, ma da Lui molto stimati» (IIM 1, 3).

La comprensione di un’anima del bene che fa a se stessa praticando l’orazione giunge soprattutto perché «la colpisce il pensiero che questo vero Amante non solo non l’abbandona, ma le resta sempre vicino per darle l’essere e la vita. L’intelletto le fa capire che un amico migliore non si potrà mai trovare neppure in molti anni di vita; che il mondo è pieno di falsità; che i piaceri del demonio apportano inquietudine, contraddizioni e travagli; che fuori del castello non vi è sicurezza né pace, e che non bisogna frequentare le case altrui, perché, volendolo, si può godere in casa propria ogni abbondanza di beni. E chi è che preferisca imitare il figliol prodigo, pascendosi con il cibo dei porci, quando in casa sua ha tutto quello che gli occorre, quando soprattutto ha un Ospite così grande che lo mette in possesso di ogni sorta di beni, solo che lo voglia? - Buone ragioni sono queste per poter vincere il demonio» (IIM 1, 4).

E in definitiva un’anima «se il maligno la vedrà fermamente risoluta a perdere la vita, il riposo e tutto ciò che le presenta piuttosto di ritornare alla prima stanza, lascerà presto di combatterla» (IIM 1, 6). Non potrà nulla contro colui la cui unica brama è quella «di fare di tutto per risolversi e meglio disporsi a conformare la sua volontà a quella di Dio» (IIM 1, 8); contro la consapevolezza di chi sa di «sbagliare fin da principio, volendo che il Signore faccia la nostra volontà e ci conduca per dove vogliamo noi» (Ibid.).

Su quale sia la volontà di Dio, ecco: «questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda o inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose … Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito» (1TS 4, 3-7). Il culto a Dio è spirituale e consiste nell’offrire i nostri «corpi come sacrificio vivente» (Rm 12, 1).

Un corpo che non sia oggetto di passioni e di libidine, che sono espressioni di intemperanza, seguendo invece il primo degli istinti che guida un uomo: quello di rispondere delle proprie azioni, esercitando il dominio su di esse? È la virtù della temperanza, «la virtù morale che modera l’attrazione dei piaceri»[4]. Se i piaceri vengono ricercati con prepotenza, non solo non appagano compiutamente ma rischiano di farci soccombere.

I beni che attirano l’uomo, a partire dal corpo, sono beni creati da Dio. Essi però non vanno ricercati smoderatamente, il Creatore stesso ci rende capaci di evitare questo, per poterli gustare con profondo appagamento e far sì che diventino mezzi per affrontare le inevitabili difficoltà della vita e siano per noi uno stimolo nel fare cose eccellenti per la costruzione di un vivere migliore.

Per questo è importante che ci esercitiamo nella padronanza di noi stessi, che sappiamo dire di no al momento giusto, sempre attenti a «non seguire le passioni» (Sir 18,30), ponendo un freno ai nostri desideri. Le passioni sono sentimenti più o meno potenti, di ira, odio, amore, cupidigia, sesso, invidia, gelosia. Coltivarle e seguirle senza alcun freno accecano la mente e fanno compiere azioni che vorremmo non avere mai commesso.

Astenersi dall’impudicizia è dono di Dio, che viene dal nostro essere uniti a Lui, da sempre e per sempre. Se accettiamo questo facciamo esperienza di essere forti, non da noi stessi, evidentemente, proprio nella nostra debolezza.

Dobbiamo mettere in conto le cadute, gli sbagli, accettare di essere peccatori. Anziché fuggire di casa e cercare riparo in posti dove si coltiva l’illusione di una sicurezza esclusiva, dobbiamo cercare di stare in pace con le incertezze che si trovano in casa nostra: «Se qualche volta cadete, non dovete così avvilirvi da lasciare d’andare innanzi. Da quella caduta il Signore saprà cavare del bene, come il venditore di triaca, che per far prova della sua efficacia beve prima il veleno … Questa è la parola del Signore, da lui tante volte ripetuta ai suoi apostoli. Se non abbiamo e non procuriamo di trovare pace in casa nostra, tanto meno - credetemi la troveremo in casa altrui. … a chi ha cominciato (a rientrare in se stesso), chiedo che la prospettiva della lotta non lo faccia tornare indietro. Pensi che la ricaduta sarebbe peggiore della caduta; ne intraveda la rovina, confidi, non in se stesso, ma nella misericordia di Dio; e il Signore lo condurrà da una mansione all’altra, sino a dove le bestie non solo non lo potranno più toccare né molestare, ma dove egli le terrà soggette e le burlerà, godendo, fin da questa vita, tale abbondanza di beni da superare qualsiasi desiderio» (IIM 1, 9).

Scegliamoci, «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia»[5], amandoci e onorandoci tutti i giorni della nostra vita. Questa scelta ha un nemico silenzioso, furtivo, spesso sconosciuto, che si esprime attraverso i pensieri. I suoi attacchi sopraggiungono nei momenti di debolezza, disattenzione, tentazione. Ci distolgono dal difendere la nostra dignità umana, dal proteggere i rapporti tra di noi (la nostra anima), dal combattere per la verità dell’uomo.

Indossiamo l’armatura di Dio (), non la nostra. Facciamo della vita un’esperienza, non un mero esperimento[6]. Il regno è di Dio, il principe non regna. Dio ha vinto il mondo sconfiggendo il peccato. La nostra vittoria è in Lui. «Apriamoci a Cristo con fede sincera, così che la Sua vittoria sul male e sulla morte possa trionfare anche in ognuno di noi» (Benedetto XVI, Messaggi, Pasqua 2008).   

Perciò in questa lotta «si deve agire non a forza di braccia ma soavemente e con dolcezza» (IIM 1, 10). Non si dimentichi mai che «chi ama il pericolo in esso perisce[7] e che la porta del castello è l’orazione. Ora, pretendere di entrare in cielo senza prima rientrare in noi stessi per meglio conoscerci e considerare la nostra miseria, per vedere il molto che dobbiamo a Dio e il bisogno che abbiamo della sua misericordia (del suo aiuto), è una vera follia» (IIM 1, 11). Certo «se noi non lo guardiamo mai, né mai consideriamo quello che gli dobbiamo, né la morte che ha subito per noi, non so come possiamo conoscerlo e servirlo» (Ibid.).



[1] Demonio e demoni si manifestano all’uomo rispettivamente attraverso lo stato d’animo del terrore e dei pensieri che lo accompagnano. Essi dividono la persona in se stessa rendendola incapace di muoversi. …

[2] Ms B 4v° e 5r°.

[3] Cammino 28, 5.

[4] CCC 1809

[5] Rito del Matrimonio.

[6] La scienza e la tecnologia operano una riduzione della realtà, e si illudono così di poterla controllare, nell’esercizio di un proprio dominio. Si sentono forti per l’enorme potere, in termini di conoscenza e manipolatorio che in questo modo hanno ottenuto. La realtà è quella che vogliamo essa sia, la facciamo noi. Ma la realtà ci precede. La si esperisce proprio perché in essa è presente un mistero, qualcosa che resta nell’ombra e sfugge al nostro controllo. Non temporaneamente ma essenzialmente. Non siamo in grado di svelare, non vi è domanda cui sia costretta a rispondere, ma solo a sua discrezione.

[7] Eccl. 3, 27.

 

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