Cap. IV_Terze Mansioni

«Credo che per sua bontà», scrive Teresa, «di queste anime ce ne siano molte nel mondo … vivamente desiderose di non offendere sua Maestà, si guardano anche dai peccati veniali e amano fare penitenza; hanno le loro ore di raccoglimento, impiegano bene il tempo, attendono a opere di carità verso il prossimo; sono molto regolate nel modo di parlare, di vestire e nel governo della casa se ne hanno una a cui badare. Certamente è uno stato degno di invidia» (IIIM 1, 5). Ma il progresso non è ancora stabile: «la loro forza non è ancora fondata sulla roccia, come quella di coloro che sono già abituate ai patimenti, che conoscono le tempeste del mondo e quanto poco siano da temere, come non sono da desiderarne i piaceri, ai quali sarebbe possibile che fossero ricondotte mediante una di quelle grandi persecuzioni che il demonio sa ordire a nostro danno» (IIIM 2, 12). Esse sono come «quel giovane cui il Signore insegnò che cosa doveva fare se voleva essere perfetto[1]» (IIIM 1, 6). Il fatto è che «la loro ragione è sempre padrone di sé e l’amore in esse non è ancor tale da farle uscir di senno» (IIIM 2, 7). Sono troppo razionali per andare avanti. Ciò che è stato un mezzo utile, diventa ora un ostacolo quasi insormontabile. Se le leggi che Dio impone alla materia e all’animale sono necessarie e, di conseguenza, subite passivamente senza che l’essere ne prenda coscienza o vi si possa sottrarre, la legge morale non è così: è rivelata all’intelligenza dell’uomo e rispetta la sua libertà. Le passioni sono per gli animali, non per l’uomo, che non è solo un animale razionale.

La legge iscritta nel suo cuore chiede libera cooperazione all’esecuzione dei disegni di Dio sul mondo, che si manifestano nel modo di amare di Gesù: «In che modo Gesù ha amato i suoi discepoli e perché li ha amati? Ah, non erano le loro qualità naturali che potevano attirarlo; c’era tra loro e Lui una distanza infinita!»[2]  La Sapienza divina conduce l’uomo alla perfetta Carità, la quale consiste «consiste nel sopportare i difetti altrui, non stupirsi assolutamente delle loro debolezze, edificarsi dei minimi atti di virtù che si vedono praticare»[3].

La carità, dobbiamo tenerlo ben fermo, «non può restare affatto chiusa in fondo al cuore. “Nessuno, ha detto Gesù, accende una fiaccola per metterla sotto il moggio, ma la mette sul candeliere, affinché illumini tutti quelli che sono nella casa”. Mi sembra che questa fiaccola rappresenta la carità che deve illuminare, rallegrare non solo coloro che mi sono cari, ma tutti coloro che sono nella casa. Quando il Signore aveva comandato al suo popolo di amare il prossimo come se stessi, Egli non era ancora sceso sulla terra; perciò, sapendo bene fino a che punto uno ami la propria persona, non poteva chiedere alle sue creature un amore più grande per il prossimo. Ma quando Gesù diede ai suoi apostoli un comandamento nuovo, il suo comandamento, come Egli dice in seguito, non parla più di amare il prossimo come se stessi, ma Lui, Gesù, lo ha amato, come Lui lo amerà fino alla consumazione dei secoli»[4].

In molti si rifiutano di raggiungere tutti quelli che sono nella casa e perciò, giunti alle terze Mansioni, «non vanno avanti» (IIIM 2, 8). Si devono arrendere a questa verità: «quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21, 18). Per amare come Gesù ha amato occorre seguire un altro istinto: «Come l’ape o il piccione viaggiatore, portati dall’istinto, agiscono con una mirabile sicurezza che rivela l’Intelligenza che li dirige, così l’uomo spirituale è portato ad agire principalmente non con il movimento della propria volontà, ma con l’istinto dello Spirito Santo, secondo la parola d’Isaia (59, 19) “perché egli verrà come un fiume irruente, sospinto dal vento del Signore”; come è anche scritto (Lc 4, 1): “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto”. Non ne consegue affatto che l’uomo spirituale non operi con la sua volontà e con il suo libero arbitrio, ma è lo Spirito Santo che produce in lui questo movimento del libero arbitrio e della volontà, secondo la parola di san Paolo: “È Dio che suscita in noi il volere e l’operare” (Fil 2, 13)»[5].

Ammesso questo, non ci meravigliano le affermazioni di san Giovanni della Croce riguardanti le anime trasformate: «In tal modo tutti i moti primi e le operazioni delle potenze di quelle anime, dice il Santo, sono divini. Questo non deve stupirci, perché le potenze sono trasformate nell'essere divino. Ciò accade perché Dio muove le potenze di quelle anime a compiere opere conformi alla sua volontà [...]. Per questo motivo, le opere e le preghiere di queste anime sortiscono sempre l’effetto desiderato. Tali erano le preghiere della gloriosissima Vergine Nostra Signora» (3S 2, 9-10).

Coloro che sono nelle terze Mansioni certamente fanno di più che osservare la legge naturale; evitano il peccato veniale, hanno le loro ore di raccoglimento e praticano le virtù soprannaturali. Ma è la ragione a regolare tutta questa attività di virtù; è questa ragione che assicura il bell’ordine della loro vita, l’armonia dei loro doveri esteriori. Questo controllo della ragione, al quale le loro virtù non possono sottrarsi, costituisce la loro debolezza e impedisce il loro sviluppo. Tali persone hanno tutte le ragioni per credere che soffrono per Dio, o per dispensarsi da quell’eccesso che assicurerebbe la loro perfezione. Ricordiamo le due persone ricche, delle quali l’una sopporta con tanta desolazione la perdita di beni che non le sono necessari, l’altra ha delle buone ragioni per cercare di aumentare una fortuna di cui non sa che cosa fare.

«Supponiamo che una persona ricca senza figli né eredi a cui lasciare i suoi beni, subisca una perdita di danaro, ma non tale che con quanto le resta possa mancarle il necessario per sé e per la sua casa, anzi glene avanzi. Se essa ne fosse così turbata e inquieta come se non le rimanesse un pane di cui cibarsi, in che modo nostro Signore potrà chiederle di lasciar tutto per lui? A questo punto ella dirà che se ne affligge perché vuol far beneficiare i poveri del suo. Io, però, credo che Dio preferisca che io mi conformi a ciò che egli fa e, pur adoperandomi a conseguire quanto desidero, mantenga l’anima nella pace, anziché compiere questo atto di carità» (IIIM 2, 4). Oppure un’altra che «abbia di che vivere bene e disponga anche più del necessario. Le si offre l’occasione di aumentare le sue ricchezze… Per quanto buona sia la sua intenzione… state certe che non salirà mai alle Mansioni più vicine a quelle del Re»

La ragione in queste anime è troppo padrona di sé e l’amore non è tanto forte da farle delirare. Fanno come il giovane del Vangelo che ha osservato i precetti della legge, ma si è tirato indietro di fronte alle esigenze irrazionali del distacco totale che fa entrare nelle vie della perfezione.

Il senso comune, che coglie l’alta santità come una follia della croce, che obbedisce a leggi trascendenti e produce atti sovrumani porta in sé una gran parte di verità. Il santo, infatti, è un essere illuminato e mosso dalla Sapienza divina che assicura la perfezione dei suoi atti. L’errore consiste nel credere che tale mozione dello Spirito Santo faccia produrre al santo, necessariamente, atti straordinari. Il santo, mosso dallo Spirito di Dio, può essere apparentemente un uomo come tutti gli altri, perché si sa che la santità può non brillare in atti sovrumani, ma solo nella perfezione di tutto ciò che si fa. Ci è facile ora, concludendo, cogliere la nozione di perfezione secondo santa Teresa.

Il bell’ordine esterno e la virtù soprannaturale, che la ragione illumina e ispira, non sono affatto la perfezione. Occorre l’amore che faccia delirare la ragione, riconoscendo che tutto è Grazia, e la sottometta alla luce e alla mozione dello Spirito Santo.

La norma della Ri-velazione, la Scrittura, presenta due linee che nel tempo, approfondiscono questo tema della religione: nella prima linea, quella sacerdotale-ascensionale, si attribuiscono a Dio queste parole: nessuno venga davanti a me a mani vuote (Esodo 34, 20) e, a seguire, tutta una lista di quello che devono contenere queste mani; nella seconda, quella profetica-discensionale, Dio si dichiara apertamente contro questa linea perché nessuno, in questo modo, potrebbe raggiungerLo: Misericordia io voglio e non sacrifici la conoscenza di Dio più degli olocausti (Os 6, 6). Lungo questa linea, quella del Dio vero, Teresa di Gesù bambino, conscia che davvero si tratta di lasciarsi raggiungere da Dio, arriverà a dire: Alla sera di questa vita, comparirò davanti a voi a mani vuote, perchè non vi chiedo, Signore, di contare le mie opere. Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai vostri occhi. Voglio perciò rivestirmi della vostra giustizia e ricevere dal vostro amore il possesso eterno di voi stesso. Non voglio altro trono e altra corona che voi, o mio Diletto!... (Atto d’offerta all’amore misericordioso).

Solo Dio fa i santi. E se siamo già tutti santi è perché siamo stati battezzati, quanto meno saremmo disposti al Battesimo. Se siamo santi è perché tali ci ha fatto Dio. Prima di accettare di essere sotto la sua diretta azione, non si entra affatto nel cammino della perfezione. Questo cammino si apre dopo le terze Mansioni: ed è solo impegnandovisi che si merita il nome di principianti.



[1] Mt 19, 16-22.

[2] Teresa di Lisieux, MC 12r°.

[3] Ibid.

[4] Teresa di Lisieux, MC 12v°.

[5] Tommaso d’Aquino, In Ep. ad Rom, VIII, 14.

 

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