Cap. IX_Essere Preghiera - Il Carmelo e la Nuova Evangelizzazione

 

«In verità, in verità io vi dico:

chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio

e ne compirà di più grandi di queste,

perché io vado al Padre» (Gv 14, 12).

 

 

 

Saremo come Lui, un’orazione vivente: questa è la vocazione del cristiano, nella Chiesa e nel mondo. Il Carmelo Teresiano è chiamato anzitutto a orientare e a educare, a servire in questo l’intero Popolo fedele di Dio: a una vita di orazione. Siamo un punto d’incontro tra immanenza e trascendenza, e tendiamo ad assumere, come figli, il giudizio dal Padre così che la nostra e la Sua volontà alla fine coincidano. Il pensiero «sempre con Lui» (V 5, 8), meditiamo e ripetiamo spesso a noi stessi le parole di Giobbe: «Se abbiamo ricevuto i beni (secondo noi) dalla mano del Signore, perché non riceveremo anche i mali (secondo noi)»? Non sostituiamo il giudizio di Dio col nostro, specie di fronte a ciò che siamo tentati di chiamare male. Seguiamo l’indicazione di Cristo: «non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6, 37). E per quanto ci sembri «impossibile continuare con tanti mali insieme», saremo portati a considerare «la pazienza che Dio» ci dà. Anch’essa è esperienza di Dio. «Era chiaro che veniva da Lui» (V 5, 8), diceva Teresa di Gesù. Sappiamo che se con Lui resteremo sulla Croce, con Lui, il nostro, sarà un vivo morire, e alla fine, un vivere per sempre.

Ora: l’ambito in cui si muove, la maggioranza di noi che siamo di Cristo, e in Cristo, è la strada. Noi cristiani siamo per lo più Chiesa di strada. E, ancora, le nostre strade sono destinate ad essere, come per tutti, sempre più strade di città: «La nuova Gerusalemme, la Città santa (cfr. Ap 21,2-4), è la meta verso cui è incamminata l’intera umanità. È interessante che la rivelazione ci dica che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città. Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso» (EG 71).

E la città è la città di Dio, il Regno in costruzione. È fatta di «tanti villaggi vicini» ai nostri conventi, «dove gli abitanti» si trovano «senza istruzione religiosa». Teresa di Gesù, riferendosi all’impegno apostolico del P. fra Giovanni della Croce e del P. fra Antonio a Duruelo, scriveva: «Fu questo uno dei motivi per cui avevo accettato volentieri che si stabilissero là, perché, come mi avevano detto, non v’era nei dintorni alcun convento, e il popolo non aveva modo d’istruirsi: cosa che mi dava gran pena. E si acquistarono in breve tanta stima che, quando io lo seppi, ne gioii immensamente». Ne giorebbe immensamente anche oggi, se solo seguissimo le orme di quei fratelli: «Andavano a predicare in molti villaggi vicini dove gli abitanti erano senza istruzione religiosa. […] E dopo aver predicato e confessato, tornavano in convento a mangiare, molto tardi. La gioia che sentivano rendeva facile ogni cosa» (F 14, 8). Essi indirizzavano verso il Castello, come noi eremiti della chiesa di strada.

Quei molti villaggi sono i palazzi della nostra città. Piccole comunità di battezzati in Cristo dove troppo poco ci si conosce perché troppo poco si coltiva l’amicizia con Gesù, distratti a fronte delle necessità dei più piccoli, i più poveri (e quante sono le povertà). Perché non si potrebbe adottare tutti insieme, lì, questi fratelli “che non ce la fanno”?[1]

Eremiti per il fatto di agire nel deserto della città, e di agire in un modo diverso dagli altri. Siamo insieme discepoli di Gesù, agiamo come Lui nei confronti della Samaritana al pozzo. Abbiamo imparato da Lui a chiedere ai peccatori che credono “l’acqua per la vita nel tempo”, giungendo infine a offrire loro “l’acqua per la vita per sempre”. Cerchiamo la loro amicizia perché «chiunque ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente» (V 22, 6) chi, come Lui, è «amico di pubblicani e peccatori» (Mt 11, 19; Lc 7, 34). In Lui vediamo «chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacratissima umanità di Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi» (ibid.).

È quest’umanità che si prende “cura dei disoccupati e di coloro che nessuno ha preso a giornata”, a ritenere che Dio possa fare delle sue cose ciò che vuole. Non è invidiosa del fatto che Egli è buono (cfr Mt 20, 1-16). Come Lui nutre il gregge disperso con la propria stima: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21). Questo è il modo di procedere della Carità: «… magnanima, benevola …; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13, 4-7).

I cristiani di oggi per lo più si trovano dispersi nelle periferie ecclesiali. A loro il cristianesimo giunge come religione. E tuttavia sanno che nel cristianesimo «a fondamento di ogni dottrina o valore c’è l’evento dell’incontro tra l’uomo e Dio in Cristo Gesù» (Benedetto XVI, udienze, 14/01/2012 ). All’indomani dell’evento che si è realizzato nella Pasqua dell’anno 30, gli apostoli hanno obbedito al preciso comando ricevuto da Gesù Risorto: «Andate ad annunciare a tutti una “bella notizia”» (Mc 16,15). “Bella e buona notizia” è l’esatta traduzione della parola greca “evangelo”.

Dare una notizia significa proclamare che è avvenuto un fatto. Qual è questo fatto? Gesù di Nazaret, un uomo morto dissanguato in croce, è ritornato alla vita e oggi è vivo, vivo per sempre in tutto il suo essere (corporeo e spirituale).

Egli ha dunque sconfitto la morte (che era la “signora”, implacabile dominatrice di tutti); perciò adesso il “Signore” è lui. Ed essendo il Signore di tutti può salvare e portare con lui nel Regno eterno tutti quelli che con la fede si aggrappano a lui. Questa è la “bella e buona notizia”; questo è il Vangelo; questa è la sostanza del cristianesimo. […] Gli apostoli non sono andati in giro a proporre una “religione nuova”: sono andati in giro a proporre un “avvenimento” rivoluzionario e unico. Ed è un avvenimento che si riassume e si identifica in una persona: la persona di Cristo. Il cristianesimo è dunque Cristo: «Gli annunciò Cristo», è detto di Filippo quando converte al cristianesimo l’etiope, ministro della regina Candace (At 8, 35). In conclusione, il cristianesimo – e solo il cristianesimo tra le varie forme che rapportano l’uomo a Dio – primariamente e per sé non è una religione: è un fatto che si identifica con una persona: la persona di Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto, figlio di Maria e Unigenito del Padre, Redentore dell’intera famiglia umana, rinnovatore di tutto.

Il cristianesimo è un fenomeno singolare in tutta la storia religiosa dell’umanità; è un caso inedito nell’avvicendamento delle scuole di pensiero e nel susseguirsi delle dottrine. La singolarità è questa: Gesù di Nazaret non è solo il fondatore, il promotore, il teorico del cristianesimo: è anche il suo contenuto. Senza dubbio la Chiesa, già nell’epoca apostolica, possiede un suo patrimonio di princìpi, di convinzioni, di idee. Ma tale patrimonio non è percepito come adeguatamente distinto da colui che ha detto di sé: «Io sono la verità» (Gv 14,6); la frase che è tra le più stupefacenti e provocatorie che siano mai state proferite da labbra umane.

Senza dubbio la comunità dei credenti è animata dallo spirito di solidarietà e dall’amore verso i fratelli. Ma è motivata in questo dalla consapevolezza che il destinatario ultimo delle sue generose attenzioni è Cristo: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40). […]

Questa dedizione totalizzante nei confronti di un uomo sarebbe scandalosa e intollerabile (e particolarmente lo sarebbe stata per gente educata nel più rigoroso ebraismo monoteistico), se a quest’uomo non si dovessero riconoscere i segni inequivocabili della divinità.

La prima comunità – illuminata dall’effusione pentecostale – ha ripensato e accolto con docilità i molti «loghia» (i “detti”) di Gesù su questo argomento, e in special modo quelli conservati nella catechesi giovannea: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14, 9). «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14, 11). «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30). E così ha potuto conoscere chi sia nella sua piena verità il suo Signore.

Chi non arriva ad accogliere questo segreto della personalità di Gesù non può che ritenere assurdo il fatto cristiano e del tutto irragionevole la nostra fede. Per usare una ruvida parola di Paolo: «Noi siamo pazzi a causa di Cristo» (1 Cor 4, 10). Ed è ovvio: «l’uomo naturale (cioè lasciato alle sole sue forze conoscitive) non comprende le cose dello Spirito; esse sono follia per lui» (1 Cor 2, 14).

A quanti invece condividono la prospettiva apostolica, Gesù s’impone come la chiave interpretativa dell’universo: sia della creazione sia del mondo increato. Come si esprime quasi ossessivamente Pascal: «Non soltanto non conosciamo Dio se non per mezzo di Cristo, ma non conosciamo nemmeno noi stessi se non per mezzo di Cristo. Non conosciamo la vita, non conosciamo la morte, se non per mezzo di Cristo. All’infuori di Cristo, noi non sappiamo né che cos’è la nostra vita né che cos’è la nostra morte né che cos’è Dio né che cosa siamo noi stessi» (Pensieri).

Il rapporto con una persona è come un germe che si sviluppa e cresce nel tempo; «Tradizione e il magistero devono sempre sviluppare il germe contenuto nella Scrittura» (Joseph Ratzinger, Opera Omnia, VII, p. 210). Com’è con ogni persona: non si è mai finito di conoscere Gesù Cristo, che è sempre davanti a noi.

Tornando a quelli della Chiesa di strada, sono loro, oggi, i veri soggetti dell’evangelizzazione. Lontani dalle forze[2] che stringono, come in una morsa, i membri della Chiesa istituzionale. Sapranno accogliere e trasmettere efficacemente il Vangelo nelle cose, tra le molte che ha ancora da dirci, che approfondiscono per noi oggi i segni scritti perché, credendo, gli uomini abbiamo la vita nel nome di Gesù (cfr. Gv 16, 12-15 ;20, 30).

Ma a una condizione, che siano istruiti nell’Orazione, nell’Amicizia con Cristo. La cura pastorale di questi è l’emergenza per la Chiesa del nostro tempo. Essi stanno fuori del Castello e l’annuncio per loro è l’annuncio dell’orazione, l’invito a rientrare in se stessi, a riscoprire i contenuti autentici della fede trasmessa dai Padri, in una più intima, approfondita conoscenza del Signore Gesù che è quella di oggi.

Chi evangelizza è un membro del corpo del Signore che salva, che libera dal male. «Gesù è “il primo e il più grande evangelizzatore” (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 7). In qualunque forma di evangelizzazione il primato è sempre di Dio, che ha voluto chiamarci a collaborare con Lui e stimolarci con la forza del suo Spirito. La vera novità è quella che Dio stesso misteriosamente vuole produrre, quella che Egli ispira, quella che Egli provoca, quella che Egli orienta e accompagna in mille modi. In tutta la vita della Chiesa si deve sempre manifestare che l’iniziativa è di Dio, che «è lui che ha amato noi» per primo (1 Gv 4,10) e che «è Dio solo che fa crescere» (1 Cor 3,7)» (EG 12). Il cristiano vive in Cristo e agisce con Lui. È un servizio, ministero, il proprio stato di vita nell’Eucaristia.

Il nostro modo di dire grazie per il dono della vita in Cristo ci pone in uno stato di vita. Il ministero ne struttura l’appartenenza. Servire il muoversi dell’uomo verso Dio è proprio dello stato sacerdotale. Del laico è proprio il servizio dell’incarnazione di Dio. Dello stato di vita religioso servire l’incrociarsi dei due. Ma in ciascun cristiano si sviluppa la preghiera, che sta sulla croce.   

Il Carmelo teresiano-sanjuanista, che dell’incontro tra l’uomo e Dio sviluppa una riflessione e un vissuto centrati sull’orazione, si rivela particolarmente adatto a mettersi al servizio del discernimento, a vantaggio di tutto il popolo fedele di Dio. I luoghi dove si conviene dei frati carmelitani scalzi si potrebbero proprio caratterizzare nel senso di essere centri di orientamento vocazionale e di educazione alla vita di orazione. In stretta collaborazione col laicato e il monachesimo carmelitani. La Chiesa di strada riparte da lì. Ancora una volta, seguendo le intenzioni di Papa Giovanni XXIII all’aprire l’ultimo Concilio Ecumenico: con l’ «infondere forza nuova all’annuncio del Vangelo» (Giovanni XXIII, Discorsi (autografo ), 11 ottobre 1962), la buona notizia dell’incontro tra l’uomo e Dio.



[1] Il cardinale Bagnasco racconta della sua infanzia questo fatto: «Spesso ricordo che la mamma quando impastava in casa (che era tutto risparmio) mi mandava giù con due piatti di pastaasciutta perché in una delle baracche appena fuori dal portone vi era marito e moglie molto anziani e mi mandava a portare questi piatti, nei giorni di festa soprattutto» (TV2000, Soul, 21 dicembre 2014).

[2] Quelle che fanno capo all’anti-conciliarismo e al progressismo sbagliato, forze nostalgiche e adolesenziali (cfr. Benedetto XVI, Incontro con il clero, 24 luglio 2007); Francesco, Discorsi, 18 settembre 2014; Meditazioni quotidiane, 18 novembre 2013)

 

footprints of Jesus

Carmelitani Scalzi,
Via A. Canova 4.
20145 Milano
MI
3200652863 duruelo63@gmail.com
Powered by Webnode