Che è l’orazione teresiana?

L’orazione in chiave di amicizia.

 

Insegnaci a pregare

Se i discepoli di Gesù sapevano qualcosa, erano preghiere. Erano ebrei e dovevano recitarne diverse durante il giorno. Ma hanno visto come viveva Gesù, quanto fosse affascinante la sua libertà e la sua tenerezza, la sua passione per il Regno e la sua offerta di amicizia. Si sono avvicinati a lui per chiedere a lui “Insegnaci a pregare” (Lc 11, 1). E quest’uomo, che è Dio, gli ha mostrato il cuore, ha offerto loro la sua stessa vita. Ha svelato il suo segreto, parlandogli della tenerezza di un Padre.

 

I protagonisti:

 

Dio, che dona se stesso. La preghiera è soprattutto un dono di Dio misericordioso che ci tratta da figli, senza alcun merito da parte nostra, e allo stesso tempo ci dà il potere di ascoltarlo e di rispondervi come a un Padre. La preghiera è ciò che Dio fa con l’uomo e non il contrario. Questo fatto essenziale non dovrebbe essere perso di vista. Poter pregare è, per noi, una grazia incredibile, un dono immenso.

 

La persona umana, che risponde. Il dono di Dio rende possibile la risposta dell’uomo. L’uomo si sente figlio e non riceve doni come un servo muto, ma accoglie e ringrazia e prende l’iniziativa di entrare in dialogo con Dio. La preghiera richiede impegno da parte del credente, che si apre a Dio con tutto il proprio essere.

 

L’incontro. Dio, che mostra il suo volto e si rivela appassionato cercatore dell’uomo, e la persona che prega, che vuole anche scoprire veramente il volto di Dio, si incontrano e comunicano. Nasce così una storia fatta di fiducia e di amore, un dialogo di amicizia e di cura familiare. La preghiera cristiana ha il suo fondamento, modello e descrizione nella persona e nella vita di Gesù. Ecco perché il riferimento a Lui è fondamentale per la preghiera di tutti noi.

 

     L’orazione è amicizia

Teresa di Gesù ha fatto  esperienza di un pregare che di fatto un “cercare di essere amici, spesso avendo a che fare da soli con qualcuno che sappiamo che ci ama”. Da come lei descrive l’orazione emergono alcune caratteristiche:

 

  • Tutto il peso della preghiera ricade sulle persone che vivono volgendosi l’una all’altra nell’amicizia. L'importante è stare con Lui, guardare la Persona divina. “Guarda chi ti guarda” (Vita 13,22), dice Teresa Non importa cosa viene detto o come viene detto.

 

  • Sapere di essere amato è il punto di partenza per una risposta amorevole.

 

  • Si tratta di un vero incontro.
  1. Dio ci mostra la sua verità, la verità di se stesso: Lui è uno che ama e “non si stanca mai di dare” ... “Cerca qualcuno a cui dare Se stesso”. È quel che accade nell’orazione, in quanto tratto di amicizia.
  2. Scoperta di noi stessi. Fare orazione è entrare in noi stessi. Conoscere dunque:
    1. La nostra ricchezza, la nostra grande capacità, dignità e bellezza. “Possiamo avere una conversazione non meno che con Dio”
    2. La nostra misera condizione morale. Teresa ci dice che nell’orazione “ha visto la rovina cui andava incontro”. Si rese conto dei propri errori.
  3. Perciò alla fine l’incontro sarà trasrformante. La preghiera genera uomini nuovi. È la tesi del Libro della Vita. L’orazione migliore sarà quella che porterà un rinnovamento. Ecco perché dobbiamo guardare alla vita per discernere la verità della preghiera.

 

 

La oración… relación con el Otro… y los otros…

 

Relazionarci... Con Chi? Con Gesù, l’Amico.  É Lui il protagonista in questa Storia di Amicizia, per Teresa, per noi. È altreì il Maestro interiore di questa relazione.

In questa esperienza di incontro abbiamo compreso: la cosa fondamentale è formare il “sè relazionale”. Pregare è cercare l'amicizia. Pregare è essere in una relazione d’amore con Dio, gli uni con gli altri, con il mondo. Pregare è entrare nella dinamica dell’amore, ricca di desiderio. Abbiamo chiesto a Teresa come educarci alla relazione, come educarci all’amore, perché è così che ci si educa alla preghiera. E oggi, come ieri, la sua risposta è stata chiara:

Prima di parlarvi dell’interiore, cioè dell’orazione, dirò di alcune cose molto necessarie per quelle [persone] che vogliono battere questo cammino: tanto necessarie che con esse potranno molto progredire nel servizio di Dio anche senz’essere grandi contemplative, mentre senza di esse nessuna potrà farlo: La prima è l’amore che dobbiamo portarci vicendevolmente. La seconda il distacco dalle creature. la terza la vera umiltà, la quale, benché posta per ultimo, è prima ed abbraccia le altre” (C. 4, 3-4).

  • La vera umiltàconsiste nell’essere disposti ad accettare con gioia quanto il Signore vuole da noi, considerandoci indegni di esser chiamati suoi servi” (C 17, 6). “… desiderare di essere disprezzato, perseguitato e condannato senza motivo, anche in cose gravi” (C 15, 2). “Per profonda che sia, la vera umiltà non inquieta mai, non agita, non disturba, ma inonda l’anima di pace, di soavità e di riposo. La vista della nostra miseria ci mostra che meritiamo l'inferno, ci riempie l'anima di afflizione, ci toglie quasi il coraggio (domandare misericordia. Ma se c’è vera umiltà, questa pena è temperata da tanta pace e dolcezza, da desiderare di no andarne mai privi”.  (C 39, 2).
  • Il distacco“si ottiene unendosi generosamente a Gesù, nostro Bene e Signore: l'anima, trovando in Lui ogni cosa, dimentica tutto il resto (C 9, 5). “”aderendo soltanto al Creatore e nulla importandoci delle creature” (C 8, 1).
  • L’amore che dobbiamo portarci vicendevolmente tende al servizio di Dio, lo si vede chiaramente perché la volontà, nonché lasciarsi dominare dalla passione, cerca ogni mezzo per vincere ogni passione. … Non si può certo evitare che la volontà si senta portata più verso una [persona] che verso l’altra : è cosa naturale … Ma … Non permettiamo mai … che il nostro cuore si faccia schiavo di qualcuno” (C 4, 5 - 8). Ma come dev’essere questo amore reciproco? Cos’è l’amore virtuoso? … Queste persone … non si curano di essere amate. È naturale bramare di essere ricambiati anche in un amore onesto. Ma appena avuto il ricambio, vediamo da noi stessi non essere altro che paglia, aria, atomo impercettibile che il vento si porta via. Che ci rimane, infatti, dopo che ci abbiano molto amati? Ben a ragione quelle persone poco o nulla si curano di essere o di non essere amate: se cercano l'affetto di chi può giovare alla loro anima, è solo perché riconoscono che, data la nostra miseria, senza aiuto si stancherebbero presto. Vi sembrerà che queste anime non amino e non sappiano amare che Dio. Ma esse amano anche il prossimo, e di un amore più grande, più vero, più utile e più ardente, perché sincero. Sono più portate a dare che a ricevere, e fanno così anche con Dio. Queste, e non già le basse affezioni della terra, meritano il nome di amore, che è stato usurpato da quelle. Ma voi direte: Se non amano ciò che vedono, a che cosa si affezionano? Rispondo che anch'esse amano ciò che vedono e si affezionano a ciò che sentono, ma non vedono se non cose stabili. Nel loro amore, invece di arrestarsi al corpo, portano gli occhi sull'anima, e cercano se vi è in essa qualche cosa degna del loro affetto. Se non ne trovano, ma vi scoprono un qualche principio di virtù o una qualche buona disposizione che permetta loro di supporre che scavando in quella miniera abbiano a scoprirvi dell'oro, non contando per nulla le pene e le difficoltà che v'incontrano, fanno del loro meglio per il bene di quell'anima, perché volendo continuare ad amarla, sanno benissimo che non lo possono fare se ella non abbia in sé beni celesti e grande amore di Dio. Senza di ciò, ripeto, non la possono amare, e tanto meno con affetto duraturo, neppure se quella persona le obblighi a forza di sacrifici, muoia di amore per loro e riunisca in sé tutte le grazie possibili. Conoscendo per esperienza quel che valgono i beni del mondo, in questo non giocheranno mai un dado falso, perché vedono che non sono fatte per vivere insieme né per continuare ad amarsi: finirà tutto con la morte, per andare chi da una parte e chi dall'altra, qualora quella persona non abbia osservata la legge di Dio e dimorato nella sua carità» (C 4, 11;6, 5. 7-8).

 

 

 

 

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