Comunione e persona

 

Possiamo definire la "persona" come "essere capace di gratuità" e la "comunione trinitaria" come "relazione di gratuità". Il momento costitutivo della persona del Padre è la "pura donazione", il momento costitutivo della persona del Figlio è la "pura ricettività" e il momento costitutivo della persona dello Spirito è la "pura reciprocità". I momenti costitutivi delle tre persone si coinvolgono a vicenda e non sono concepibili separatamente.

Autodonazione e libertà sono due nomi della stessa realtà semplice alla base di tutto ciò che esiste e che costituisce l'essere: la gratuità. L'essere è gratuità, auto-donazione libera.

La libertà non precede l'amore. Il Padre non è "perché vuole". Il Padre non ama "perché vuole". Il Padre è perché "dona sé stesso". Il Padre ama perché "dona sé stesso". Il Padre riceve qualcosa dal Figlio e dallo Spirito. Riceve qualcosa che può arrivare a lui solamente da un'altra libertà: riceve la libera donazione di sé dalla persona del Figlio e riceve la libera donazione di sé dalla persona dello Spirito. Il Figlio non è "uguale al Padre per diritto proprio". Il Figlio è generato dal Padre. Il Figlio riceve ogni cosa dal Padre. Il Figlio è uguale al Padre perché, e solo perché, il Padre gli dà tutto, il Padre dona sé stesso al Figlio. Lo Spirito non è meno personale, né meno libero, né meno amante del Padre e del Figlio. Lo Spirito non è il complemento dell'amore del Padre e del Figlio, né esiste in funzione di essi. Lo Spirito è, perché il Padre e il Figlio gli danno tutto, ma non per fare da intermediario tra loro. Glielo danno, donano sé stessi, gratuitamente. Ma siccome entrambi lo fanno, in lui si trovano il Padre e il Figlio e per questo il momento costitutivo della persona dello Spirito è la "reciprocità". Il Padre è perché "dona sé stesso". Il Figlio è perché "riceve sé stesso". Lo Spirito è perché "condivide sé stesso". Noi possiamo dare perché Dio che ci ha dato l'essere e ci costituisce è Padre (Madre-Padre). Possiamo ricevere perché Dio che ci ha dato l'essere e ci costituisce è Figlio (Figlia-Figlio). Possiamo condividere perché Dio che ci ha dato l'essere e ci costituisce è Spirito. Lo Spirito è reciprocità, ma "reciprocità estatica" (include necessariamente un terzo, al servizio del quale metto tutto il bene che ricevo)[1].

Solamente se è "estatica", la reciprocità può essere gratuita. Allo stesso modo, la donazione è gratuita solamente se è "estatica" (se dono non ciò che mi avanza ma ciò di cui ho bisogno per vivere; se dono tutto; se dono la vita)[2]. La ricezione e gratuita solamente se è "estatica" (se non cerco di restituire ciò che ho ricevuto, se lo accetto come dono, se riconosco la mia povertà)". Il massimo risultato dell'amore del Padre per il Figlio non è l'amore del Figlio per il Padre (amore "restituito"), ma l'amore del Figlio per un terzo (amore gratuito, amore come quello del Padre). «Deus vult condiligentes» (Duns Scoto).

La categoria di "gratuità" non presuppone un mondo ideale, ma parte dal mondo reale, dal mondo dei poveri, dal mondo pieno di ingiustizie e di cose che non capiamo e che non ci piacciono. La "gratuità" è dare senza aspettarsi niente in cambio, è ricevere senza poter restituire, e condividere. È fare come il Padre, il Figlio e lo Spirito. Include il massimo della libertà: nessuno può essere obbligato a darti, a riceverti o a condividerti. Non siamo liberi secondo l'autodeterminazione ontologica, perché il mondo già è costituito ontologicamente e noi, ci piaccia o no, facciamo parte di esso. La base ontologica del mondo è la comunione. L'essere è comunione. Per questo non ha senso cercare una base ontologica individuale a partire dalla quale poter prendere liberamente la decisione di aprirci o no agli altri e alle loro domande ed esigenze più o meno inopportune. Non sono "libero" di decidere se voglio vivere "aprendomi" o "chiudendomi" perché il mondo, la vita, l'essere, sono fatti in modo tale che se mi chiudo, muoio. Dt 30,19: «Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza». Oggi vi metto davanti alla morte e alla vita: decidete! Possiamo vivere sotto la Legge con riconoscenza o malvolentieri, ma non possiamo scegliere la Legge. Possiamo vivere la nostra realtà di "esseri comunitari" con riconoscenza o malvolentieri, ma non possiamo scegliere la nostra realtà[3]. Siamo comunione e solo nel dare, nel ricevere e nel condividere troviamo la nostra felicità. Contro l'individualismo dell'autorealizzazione personale che si apre all'altra/o solo in un secondo momento e dalla completezza di sé, l'antropologia biblica ci parla dell'"essere corporativo", della responsabilità degli uni per gli altri: "Dov'è tuo fratello?”. Non nasciamo con le stesse capacità e non abbiamo gli stessi mezzi.

Legato – indissociabile - al tema dell'essere corporativo" troviamo il tema dei 'poveri' (anavim). In che modo Dio spodesta dal trono i potenti e loda gli umili? Con la forza? Dio (vale a dire, la base ontologica di tutto ciò che è) condiziona la felicità dei potenti alla loro discesa e quella degli umili alla loro lode. La scoperta e l'espressione di questa "solidarietà basica" è il senso della Storia e potrà realizzarsi solamente quando Cristo sarà completamente in tutti. La Chiesa - con la sua Parola e, soprattutto, con il suo "essere" - annuncia questa Buona Novella. Il suo essere "sacramento di comunione" (della comunione trinitaria) ha senso solo se è concepita dentro l'essere del mondo, facente parte di tutta la creazione, con cui condivide dolori e gioie (così come afferma Gaudium et Spes), non da fuori, non come chi "è già arrivato", ma facendo strada, come chi può dare, ricevere e condividere. Non solo "dando", ma "dando, ricevendo e condividendo", è la Chiesa nel mondo il vero sacramento della vita trinitaria.



[1] Cfr. Gv 15,15: «Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi»; e Gv 6,39: «E questa è la volontà di colui che mi ha man-dato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno».

[2] Cfr. l'episodio della povera vedova in Lc 21,1-4. E anche Gv 15,13: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

[3] In Gv 10m 18, Gesù afferma: «Nessuno me la toglie [la vita], io la do da me stesso. Ho il potere di darla e di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». In una stessa affermazine, Gesù parla di libertà personale e del comandamento ricevuto.

 

 

 

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