Dare luce alla luce

Il tratto più importante dei dogmi è che permettono di situarsi nel punto in cui c’è un limite a ciò che controlliamo, il che non vuol dire rinunciare alla ragione, ma imparare a esercitarla in una forma che non chiuda il pensiero. È stato il cardinale John Henry Newman, un anglicano convertitosi al cattolicesimo nel XIX secolo, a formulare il concetto di «sviluppo del dogma»: una nozione che in seguito il Concilio Vaticano II ha fatto propria, secondo la quale il dogma è una sfida per la ragione, ma non una sfida che la riduce all’assurdo o che la violenta, bensì un trampolino di lancio che la invita a crescere, a esercitare la sua funzione in modo critico e aperto. Di fatto, tutti i dogmi cristiani non sono stati preceduti da giorni, mesi o anni, bensì da secoli di accesi dibattiti teologici, polemiche, lotte che sono passate per l’esilio, la scomunica o l’esecuzione di coloro che esprimevano opinioni contrarie. L’oggetto di questi dibattiti e il senso della formulazione dei dogmi non è, secondo Newman, incapsulare la verità della Rivelazione in formule umane, quanto esattamente il contrario: evitare che il mistero di Dio resti limitato a un particolare universo concettuale grazie a formulazioni che obblighino la nostra ragione ad andare al di là di sé stessa. In questa interpretazione, i dogmi ci aiutano a scardinare le riduzioni che pretendono di controllare Dio. […]

Maria di Nazareth, appena si sente incinta di Dio, proclama che l’Onnipotente «rovescia i potenti dai troni», «esalta gli umili», «riempie di beni i poveri» e fa che «i ricchi tornino a mani vuote». Cominciare a liberare i dogmi mariani56 per me significa considerare la figura femminile di Maria come riferimento e catalizzatore di un’esperienza cristiana all’altezza delle sfide del XXI secolo. Ci fai un esempio? Il titolo di Theotókos (Madre di Dio) è la prima affermazione dogmatica della Chiesa in relazione a Maria. Questo titolo fu nei primi secoli molto dibattuto. Se Dio è l’Assoluto, come può avere una madre? Già nel secolo V, l’allora patriarca di Costantinopoli Nestorio non lo considerava affatto chiaro e riteneva che il titolo che corrispondeva a Maria non era Theotókos ma Christotokos, perché Maria era propriamente la madre solo della natura umana di Cristo, non di quella divina, eterna. Cirillo d’Alessandria, per parte sua, riteneva che Maria non avesse generato alcuna “natura”, né divina né umana, ma che avesse dato alla luce una “persona” e, dato che questa “persona” – come aveva stabilito il Concilio di Nicea un secolo prima – era pienamente Dio, Maria poteva essere chiamata a buon diritto “Madre di Dio”. La fede cristiana afferma che in Gesù è Dio stesso che nasce nel tempo e nello spazio della nostra storia, Dio che l’ha creata diventa parte di questa storia ed è generato in essa. Dando alla luce Gesù, Maria genera Dio nel tempo e nello spazio della nostra storia. La storia, quindi, presuppone un dialogo tra Dio e la sua creatura; è lo spazio comune, di Dio e dell’umanità, che dona senso alla Creazione. Ciò fu già espresso magistralmente dalla teologa barocca María di Gesù di Ágreda (1602-1665) cui la storia ancora non ha reso giustizia, la quale, nella sua opera Mistica Città di Dio, afferma che la maternità di Maria è il luogo teologico della nostra libertà. Si tratta di una dottrina antica ed è il motivo per il quale Maria è immagine della Chiesa. Nell’economia divina, Maria – che non è, non è stata né sarà mai “persona divina” – non è malgrado ciò “subordinata” a Dio perché Dio, per sua sovrana e libera decisione, non ci cerca come “servi” ma come “amici”. Dio, che è Amore, non avrebbe potuto incarnarsi in Maria senza l’amore attivo e cosciente di lei. Il fiat di Maria non è il suo consenso perché Dio “prenda il suo corpo” e s’incarni. È infinitamente più di questo. È dialogo interpersonale autentico, unione amorosa di due persone pienamente libere: la persona divina dello Spirito e la persona umana di Maria. Il mistero dell’Incarnazione è il mistero dell’amore interpersonale, da tu a tu, tra una persona divina e una persona umana. Al principio della Genesi, Dio dice: Fiat lux, “Sia la luce”. Quando la pienezza dei tempi è arrivata Maria dice: Fiat mihi secundum verbum tuum… e dona luce alla Luce. Il senso della nostra esistenza è, a imitazione di Maria, “dare luce alla Luce”, generare Cristo nel mondo, e l’unico modo per farlo è concepirlo prima dentro di noi. Il culmine della Creazione avviene con Maria, però non è ancora completo. Lo sarà solo quando ciascuno di noi farà come lei ed esprimerà dal nucleo più profondo della propria libertà il fiat che genera la Luce nel mondo. Il Logos non può esistere nel mondo senza la nostra collaborazione. Il punto decisivo della maternità di Maria per il cristianesimo del futuro è la presa di coscienza dell’eccezionalità dello scandalo cristiano dell’Incarnazione: oltre a relazionarsi con noi come Padre (cioè come colui che dona), Dio si relaziona con noi come Figlio (cioè come colui che riceve). Il compito di co-creazione a cui siamo chiamati passa per la scoperta della radicalità della relazione che Dio vuole stabilire con ciascuno di noi. Secondo questa lettura così straordinaria, alla maternità di Maria corrisponde la nozione di “co-creazione”. Siamo convocati a completare la creazione, con la nostra risposta responsabile. Questo radicale messaggio di Dio è stato magnificamente espresso da sant’Agostino quando dice: Dio ci ha creato senza di noi, però non ci vuole salvare senza di noi. Questa è la nostra dignità, la dignità che corrisponde al nostro essere immagine di Dio, alla nostra libertà. Maria è “il luogo teologico” per eccellenza, nella sua umanità realizzata che dona luce alla Luce. Questa giovane donna vive fino alle ultime conseguenze la reciprocità inaudita con Dio. In questo senso mi sento di affermare che l’esperienza cristiana del XXI secolo o sarà mariana, o non sarà. Siamo tutti co-creatori, responsabili di dare luce alla Luce, di creare le nostre vite e trasformare il mondo.

 

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