I santi

L’ecclesia di Cristo, la comunità dei discepoli è strappata alla signoria del mondo. Vive, sì, ancora nel mondo, ma forma un corpo, forma un dominio a sé, uno spazio a sé. È la Chiesa santa (Ef. 5,27), la comunità dei santi (1 Cor. 14,34), ed i suoi membri sono chiamati a santità (Rom. 1,7), sono stati santificati in Gesù Cristo (1 Cor. 1,2), eletti e messi a parte prima della fondazione del mondo (Ef. 1,4). Lo scopo della loro chiamata a Gesù Cristo, della loro elezione prima della creazione del mondo era che vivessero santi e irreprensibili (EI. 1,4); perciò Cristo si è dato alla morte per presentarli santi, immacolati e irreprensibili davanti a lui (Col. 1,22); questo è il frutto dell’affrancamento dal peccato mediante la morte di Cristo, che quelli che prestarono le loro membra come schiave all’impurità e all’iniquità ora le prestano come schiave alla giustizia per la santificazione (Rom. 6,19-22).

Santo è solo Dio. Lo è sia nella totale separazione dal mondo peccatore sia nella fondazione del suo santuario in mezzo al mondo. Mosè canta con i figli d’Israele, dopo la distruzione degli Egiziani, un inno di lode al Signore che ha salvato il suo popolo dalla schiavitù del mondo: «Chi è come te fra gli dèi, o Signore? Chi è come te maestoso nella santità, terribile in atti gloriosi, operatore di prodigi? Hai steso la tua destra, la terra li ha inghiottiti. Hai condotto, con la tua grazia, questo popolo che hai riscattato, l’hai guidato con la tua forza, alla tua santa dimora... Tu li introdurrai e li pianterai sul monte della tua eredità, nel luogo che tu, o Signore, hai preparato per tua dimora, nel santuario che le tue mani hanno stabilito, o mio Signore» (Es. 15,11 ss.).

Questa è la santità del Signore che si prepara una dimora in mezzo al mondo, un santuario, e fa uscire da questo santuario giudizio e salvezza (Salmo 99 e passim). Ma nel santuario il Santo si unisce al suo popolo. Ciò accade mediante una riconciliazione che non si può ottenere se non nel santuario (Lv. 16,16 ss.). Dio fa un patto con il suo popolo. Lo mette a parte, lo fa suo e se ne fa lui stesso garante. «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo» (Lv. 19,1) e «santo sono io, il Signore che vi santifica» (Lv. 21,8). Ecco il fondamento sul quale poggia questo patto. Tutte le altre leggi che vengono date al popolo hanno come premessa e come fine la santità di Dio e della comunità.

Come Dio stesso, in quanto santo, è separato dalle cose comuni, dal peccato, così accade anche per la comunità del suo santuario. L’ha eletta lui stesso. L’ha fatta comunità del suo patto. L’ha riconciliata e purificata nel santuario. Ma il santuario è il tempio, e il tempio è il corpo di Cristo. Così nel corpo di Cristo è compiuta la volontà di Dio di formare una comunità santa. Separato dal mondo e dal peccato e reso proprietà di Dio, il corpo di Cristo è il santuario di Dio nel mondo. Dio dimora in esso con lo Spirito santo.

Come può essere? Come Dio può formarsi, con uomini peccatori, una comunità di santi, che sono completamente separati dal peccato? Come può Dio allontanare da sé l’accusa di ingiustizia se si collega con il peccato? Come può essere giusto il peccatore e Dio restare tuttavia giusto?

Dio si giustifica da sé, dimostra la sua giustizia. Nella croce di Gesù Cristo avviene il miracolo dell’autogiustificazione di Dio davanti a se stesso e agli uomini (Rom. 3,21 ss.). Il peccatore deve essere separato dal peccato, eppure vivere al cospetto di Dio. Ma la separazione dal peccato per il peccatore può avvenire solo mediante la morte. La sua vita è in tal misura peccato che deve morire se vuol essere affrancata dal peccato. Dio può essere giusto solo uccidendo il peccatore. Eppure il peccatore deve vivere ed essere santo davanti a Dio. Com’è possibile?

Dio stesso si fa uomo, egli stesso si incarna in Gesù Cristo, suo Figlio, porta sul suo corpo la nostra carne nella morte sulla croce. Dio uccide suo Figlio che si è incarnato, e con suo Figlio uccide tutto ciò che è carne sulla terra. Ora è manifesto che nessuno è buono tranne Dio, che nessuno è giusto tranne Dio solo. Così Dio ha dato la terribile dimostrazione della sua propria giustizia (endeixis tes dikaiosunes autou Rom. 3,26) mediante la morte di suo Figlio. Dio dovette mettere a morte l’umanità tutta condannandola alla pena della croce, perché lui solo potesse essere giusto. La giustizia di Dio è manifesta nella morte di Cristo Gesù. La morte di Gesù Cristo è il luogo dove Dio dà la benevola prova della sua giustizia, dove dimora solo la giustizia di Dio. Chi potesse divenire partecipe di questa morte, sarebbe anche partecipe della giustizia di Dio. Ora Cristo portò la nostra carne e i nostri peccati nel proprio corpo sul legno (1 Pt. 2,24). Ciò che è stato fatto a lui è stato fatto a noi tutti. Egli prese parte alla nostra vita e alla nostra morte, e così noi divenimmo partecipi della sua vita e della sua morte. Se la giustizia di Dio dovette essere dimostrata con la morte di Cristo, noi ci troviamo con lui lì dove dimora la giustizia di Dio sulla sua croce, perché egli portò la nostra carne. Così in quanto morti diveniamo partecipi della giustizia di Dio nella morte di Gesù. La giustizia di Dio stesso che uccide noi peccatori, nella morte di Gesù, è la sua giustizia per noi. Essendo la giustizia di Dio ristabilita con la morte di Gesù, anche per noi che siamo inclusi nella morte di Gesù, è ristabilita la giustizia di Dio. Dio dimostra la sua giustizia «in modo da essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù» (Rom. 3,26). In questo sta la giustificazione del peccatore che Dio solo è giusto e l’uomo è assolutamente ingiusto, non che egli pure sia giusto accanto a Dio. Ogni volontà di essere noi pure giusti ci separa completamente dalla giustificazione per opera della sola giustificazione di Dio. Dio solo è giusto. Questo, nella croce, viene riconosciuto come giudizio su di noi in quanto peccatori. Ma chi si ritrova per fede nella morte di Gesù sulla croce, riceve proprio lì, dov’è condannato a morte perché peccatore, la giustizia di Dio che trionfa sulla croce. Egli viene giustificato proprio perché non può e non vuole mai essere giusto lui stesso, ma accetta che Dio solo sia giusto. Perché l’uomo davanti a Dio non può mai essere fatto giusto, se non nel momento in cui riconosce che Dio solo è giusto, e lui, uomo, è del tutto peccatore. Se domandiamo, come noi peccatori possiamo essere giusti davanti a Dio, in fondo, domandiamo come Dio può essere giusto solo verso di noi. La nostra giustificazione trova la sua ragione solo nella giustificazione di Dio, «affinché tu (Dio) sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi dovunque ti si mette in giudizio» (Rom. 3.4).

Si tratta solo della vittoria di Dio sulla nostra ingiustizia, che Dio resti giusto di fronte a se stesso, che sia giusto lui solo. Questa vittoria di Dio è stata conquistata sulla croce. Perciò questa croce non è solo giudizio, ma anche riconciliazione (ilasterion v. 25) per tutti quelli che credono che nella morte di Gesù Dio solo è giusto e che riconoscono i propri peccati. La giustizia di Dio crea essa stessa la riconciliazione (proetheto v. 25). «Dio in Cristo si riconciliava il mondo non imputando ad esso i suoi errori» - li portò lui stesso e subì perciò la morte del peccatore «affidando a noi la parola della riconciliazione» (2 Cor. 5,19 ss.). Questa parola vuol essere creduta: Dio solo è giusto e la nostra giustizia è nata in Gesù. Ma tra la morte di Cristo e l’annunzio della croce sta la sua resurrezione. Solo in quanto risorto egli è colui la cui croce ha potere su di noi. L’annunzio di Gesù crocifisso è sempre già l’annunzio di colui che non è stato trattenuto dalla morte. «Noi dunque siamo ambasciatori di Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: riconciliatevi con Dio». L’annunzio della riconciliazione è la Parola stessa di Cristo. Egli è il risorto, che si mostra a noi come il crocifisso, nelle parole dell’apostolo: ritrovatevi nella morte di Gesù Cristo nella giustizia di Dio, che in essa ci viene donata. Chi si ritroverà nella morte di Gesù si ritrova nella giustizia di Dio solo. «Colui che non conobbe il peccato, egli lo ha fatto diventare peccatore per noi, affinché noi diventassimo in lui giustizia di Dio». L’innocente viene ucciso, perché porta la nostra carne peccaminosa, è odiato e maledetto da Dio e dal mondo, fatto peccato a cagione della nostra carne. Noi, invece, troviamo nella sua morte la giustizia di Dio. In lui noi usufruiamo del potere della sua incarnazione. Egli morì per noi, perché noi, che siamo peccatori, in lui divenissimo giustizia di Dio, in quanto peccatori che mediante la giustizia di Dio solo siamo affrancati dal peccato. Se Cristo davanti a Dio è il nostro peccato che dev’essere condannato, noi siamo in lui la giustizia, ma non certo la nostra propria giustizia (idia dikaiosune  Rom. 10,3; Fil. 3,9), ma appunto, nel senso più stretto, solo giustizia di Dio. Questo dunque è la giustizia di Dio, che noi peccatori diveniamo i suoi giustificati, e questa è la nostra, cioè la sua giustizia (Is. 54,7), che Dio solo è giusto e noi siamo peccatori accettati da lui. La giustizia di Dio è Cristo stesso (1 Cor. 1,30). Ma Cristo è il «Dio con noi» l’Emmanuele (Is. 7,14). Dio la nostra giustizia (Ger. 33,16). L’annunzio della morte di Cristo è per noi la predicazione della giustificazione. Il battesimo è l’inserimento nel corpo di Cristo, cioè nella sua morte e risurrezione. Cristo è morto una volta, perciò anche battesimo e giustificazione vengono concessi una volta per sempre. Sono irripetibili nel senso più vero della parola. Ripetere si può solo il ricordo di ciò che è accaduto in noi una volta per sempre; e non solo lo si può, ma lo si deve ripetere. Ciononostante il ricordo è cosa ben diversa dal fatto stesso. Chi perde questo fatto non può più ripeterlo. In questo ha ragione l’epistola agli Ebrei (6,5 s. e 10,26 s.). Se il sale diviene insipido con che lo si salerà? Per chi è battezzato vale: «Non sapete...?» (Rom. 6,3; 1 Cor. 3,16 e 6,19) e: «Considerate voi stessi come morti al peccato, ma viventi a Dio in Gesù Cristo» (Rom. 6,11). È tutto compiuto, non solo sulla croce di Gesù, ma anche in voi. Voi siete affrancati dal peccato, morti, giustificati. Con ciò Dio ha compiuto la sua opera. Egli ha fondato il suo santuario in terra mediante la giustizia. Il santuario si chiama Cristo, corpo di Cristo. L’affrancamento dal peccato è stato effettuato mediante la morte del peccatore in Gesù Cristo. Dio ha una comunità affrancata dal peccato. È la comunità dei discepoli di Gesù, la comunità dei santi. Essi sono accolti nel suo santuario, essi stessi sono il suo santuario, il suo tempio. Essi sono stati presi fuori dal mondo e vivono in una sfera nuova, loro propria, in mezzo al mondo.

Da qui innanzi i cristiani nel Nuovo Testamento vengono sempre chiamati ‘santi’. L’altro termine che si penserebbe usato, ‘giusti’, invece non trova diffusione. Infatti non riesce a rendere allo stesso modo tutta l’ampiezza dei doni ricevuti: esso si riferisce al battesimo e all’affrancamento che avviene una volta sola. Certo, il ricordo di questo avvenimento dev’essere ripetuto ogni giorno; certo, i santi restano i peccatori giustificati. Ma con il dono del battesimo e della giustificazione, avvenuti una volta per sempre, e con il ricordo di esso ci viene anche garantito, nella morte di Cristo, che la vita di coloro che sono stati giustificati sarà preservata fino al giorno del giudizio. Ma la vita così preservata è santificazione. Ambedue i doni hanno lo stesso fondamento, cioè Gesù Cristo il crocifisso (1 Cor. 1,2 e 6,11). Ambedue i doni hanno lo stesso contenuto, la comunione con Cristo. Ambedue i doni sono inseparabilmente uniti. Ma appunto perciò non sono la stessa cosa. Mentre la giustificazione attribuisce al cristiano l’atto di Dio già compiuto, la santificazione gli promette l’azione di Dio presente e futura. Mentre il credente, mediante la morte avvenuta una volta, viene posto nella comunione con Gesù Cristo, la santificazione lo mantiene nell’ambito nel quale è stato posto, cioè in Cristo nella comunità. Mentre nella giustificazione in primo piano si trova la posizione dell’uomo di fronte alla legge, nella santificazione è decisiva la separazione dal mondo fino al ritorno di Cristo. Mentre la giustificazione inserisce il singolo nella comunità, la santificazione preserva la comunità assieme a tutti i singoli. La giustificazione strappa il credente al suo passato di peccatore, la santificazione gli permette di attenersi a Cristo, di rimanere nella fede, di crescere nell’amore. Si può considerare il rapporto tra giustificazione e santificazione simile a quello tra creazione e conservazione. La giustificazione è la nuova creazione dell’uomo nuovo, la santificazione il suo mantenimento e la sua preservazione fino al ritorno di Cristo.

Nella santificazione si compie la volontà di Dio: «Siate santi, perché io sono santo» e «io sono santo, il Signore che vi santifica». È Dio Spirito santo a compiere questa santificazione. In lui si completa l’opera di Dio nell’uomo. Egli è il ‘sigillo’ con il quale i credenti vengono sigillati come appartenenti a Dio fino al giorno della redenzione. Come prima erano tenuti prigionieri sotto la legge come in una prigione chiusa (Gal. 3,23), così ora i credenti sono chiusi «in Cristo», sigillati con il sigillo di Dio, lo Spirito santo. Nessuno può spezzare questo sigillo. Dio stesso ha sigillato e tiene in mano le chiavi. Il che significa che Dio si è ora completamente impadronito di quelli che ha conquistati in Cristo. Il cerchio è chiuso. Nello Spirito Santo l’uomo diviene proprietà di Dio. Chiusa fuori dal mondo con un sigillo infrangibile, la comunità dei santi attende la sua ultima salvezza. La comunità percorre il mondo come in un treno sigillato in un paese straniero. Come l’arca di Noè era «spalmata di pece, di dentro e di fuori, per essere salvata dai Rutti», così la via della comunità sigillata assomiglia al cammino dell’arca attraverso i Rutti. Meta di questo suggellamento è la redenzione, la salvezza (Ef. 4,30; 1,14; 1 Ts. 5,23; 1 Pt. 1,5 e passim) al ritorno di Cristo. Il pegno che garantisce ai suggellati che raggiungeranno la loro mèta è appunto lo Spirito Santo stesso: «affinché fossimo a lode della sua gloria noi che da prima abbiamo sperato in Cristo, nel quale siete anche voi, che ascoltate la Parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, nel quale anche credendo foste segnati con lo Spirito Santo della promessa, che è anticipo della nostra eredità, per redenzione della proprietà, per lode della sua gloria» (Ef. 1,12-14).

La santificazione della comunità consiste nel fatto che è stata da Dio separata da ciò che è empio, dal peccato. La sua santificazione consiste nel fatto che è divenuta, in questo suggello di Dio, la proprietà da lui scelta, la dimora di Dio in terra, il luogo dal quale partono giudizio e riconciliazione per tutto il mondo. La santificazione consiste nel fatto che i cristiani ora sono completamente intenti al ritorno di Cristo, custoditi per questo, e gli vanno incontro.

Questo, per la comunità dei santi, ha un triplice significato: la sua santificazione si dimostrerà nella netta separazione dal mondo. La sua santificazione si dimostrerà in un comportamento degno del santuario di Dio. La sua santificazione resterà nascosta in attesa del ritorno di Cristo.

Perciò la santificazione - ecco il primo punto - può aver luogo solo nella comunità visibile. La visibilità della comunità è un segno decisivo per la santificazione. La pretesa della comunità di occupare un determinato spazio nel mondo e con ciò la limitazione dello spazio del mondo, dimostra che la comunità si trova in stato di santificazione. Il suggello dello Spirito Santo suggella la comunità di fronte al mondo. Nella potenza di questo sigillo la comunità deve avanzare le pretese di Dio su tutto il mondo, deve, allo stesso tempo, richiedere per sé uno spazio determinato nel mondo e così tracciare confini ben definiti tra sé e il mondo. Poiché la comunità è la città - polis (Mt. 5,14) - fondata da Dio in terra e posta sul monte, poiché come tale è proprietà sigillata di Dio, perciò il suo ‘carattere’ politico fa necessariamente parte della sua santificazione. La sua «etica politica» ha la sua sola ragion d’essere nella sua santificazione; il ‘carattere’ politico della comunità sta nel fatto che il mondo dev’essere mondo e la comunità comunità, e che tuttavia la Parola di Dio deve uscire dalla comunità diffondendosi per tutto il mondo come annunzio che la terra e tutto ciò che è in essa appartiene al Signore. Una santificazione personale, che voglia evitare questa separazione della comunità dal mondo così apertamente visibile, scambia i pii desideri della carne religiosa con la santificazione della comunità per mezzo del sigillo di Dio, ottenuta con la morte di Cristo. È la falsa superbia e la fallace concupiscenza dell’uomo vecchio che vuol essere santo al di fuori della comunità visibile dei fratelli. È il disprezzo del corpo di Cristo nella comunità visibile dei peccatori giustificati, che si nasconde sotto l’umiltà di questi sentimenti intimi. È disprezzo del corpo di Cristo, perché a Cristo è piaciuto assumere visibilmente la mia carne e portarla sulla croce; disprezzo della comunità, perchè voglio essere santo per me, senza i fratelli; disprezzo del peccatore, perché io mi sottraggo alla forma della mia chiesa ancora peccatrice e mi chiudo in una santità da me scelta.

La santificazione mediante il suggello dello Spirito santo impone alla Chiesa una continua lotta. Si tratta del combattimento per questo suggello, perché esso non venga spezzato, né dall’esterno né dall’interno, perché né il mondo voglia essere Chiesa né la Chiesa mondo. La lotta della Chiesa per lo spazio concesso al corpo di Cristo in terra è la sua santificazione. Separazione del mondo dalla Chiesa e della Chiesa dal mondo è il santo combattimento della Chiesa per ciò che è santo a Dio in terra.

Ciò che è santo può sussistere solo nella comunità visibile. Ma - ecco il secondo punto - proprio separandosi dal mondo, la comunità vive nel santuario di Dio e, con la comunità, in questo santuario vive anche un po’ del mondo. Perciò ai santi è ordinato di camminare sempre in modo degno della loro vocazione e dell’Evangelo (Ef. 4,1; Fil. 1,27; Col. 1,10; 1 Ts. 2,12); ma essi ne saranno degni solo se si ricordano ogni giorno dell’Evangelo nel quale vivono. «Vi siete fatti lavare, siete stati santificati, siete stati giustificati» (1 Cor. 6,1 l). Vivere ogni giorno in questo ricordo è santificazione. Il messaggio di cui devono essere degni è appunto che il mondo e la carne sono morti, che essi sono stati crocifissi e sono morti con Cristo sulla croce e mediante il battesimo, che il peccato ha perso il suo potere su di loro, perché questo potere è già stato spezzato, che perciò non è neppure più possibile che un cristiano pecchi. «Chiunque è nato da Dio non commette peccato»(1 Gv. 3,9).

È avvenuta la rottura. Essi sono liberati dal vecchio comportamento (Ef. 4,22). «Eravate tenebre una volta, ma ora siete luce nel Signore» (Ef. 5,8). Prima compivano azioni turpi e «opere infruttuose delle tenebre», ora lo Spirito opera i frutti della santificazione.

Perciò i cristiani non possono più essere chiamati ‘peccatori’, se per peccatori intendiamo uomini che vivono sotto il dominio del peccato (amartoloi cfr. come unica eccezione l’asserzione dell’apostolo Paolo in 1 Tm. 1,15); una volta erano peccatori, empi, nemici di Cristo (Rom. 5,8 e 19; Col. 2,15 e 17), ora però sono santi per opera di Gesù Cristo. Come santi vengono ammoniti a essere veramente ciò che sono. Non si pretende l’impossibile, cioè che quelli che sono peccatori siano santi - sarebbe una piena ricaduta nella giustificazione per opere e bestemmia contro Cristo - ma che i santi, siano santi; infatti sono stati santificati in Cristo Gesù mediante lo Spirito Santo.

La vita dei santi spicca su uno sfondo terribilmente nero. Le tenebrose opere della carne vengono messe completamente in luce dalla vita dello spirito: fornicazione, impurità, lascivia, idolatria, magia, inimicizie, contese, gelosia, ire, risse, discordie, dissenzioni, invidie, ubriachezze, orge e cose simili a queste» (Col. 5,19). Tutto questo non ha più posto nella comunità di Cristo. È messo da parte e condannato alla croce, è cessato. Fin dall’inizio ai cristiani vien detto che «quelli che praticano tali cose non erediteranno il regno di Dio» (Col. 5,21; Ef. 5,5; 1 Cor. 6,9; Rom. 1,32). Questi peccati tolgono ogni possibilità di salvezza. Ma se uno di questi vizi, ciononostante, si manifestasse nella comunità, ne deriverebbe la necessità di escludere il colpevole dalla comunione della comunità (1 Cor. 5,1 ss.).

Dà nell’occhio che nei cosiddetti cataloghi dei vizi, per lo più, si trova una grande corrispondenza nell’enumerazione dei peccati. Quasi dappertutto al primo posto sta la fornicazione (porneia), che non è compatibile con la nuova vita cristiana. Poi segue generalmente la cupidigia (pleonexias): 1 Cor. 5,10; 6,10; Ef. 4,19; 5,3; Col 3,5; 1 Ts. 4,4 ss., che può essere considerata assieme alla precedente come ‘impurità’ e ‘idolatria’ (1 Cor. 5,10; 6,9; Col. 5,3 e 19; Col. 3,5 e 8). Seguono i peccati contro l’amore fraterno, ed infine l’orgia[1]. Non certo per caso nell’elenco dei vizi la fornicazione è sempre al primo posto. La ragione non è da cercare nelle circostanze di quell’epoca, ma nel carattere particolare di questo peccato. In esso rivive il peccato di Adamo, cioè quello di voler essere come Dio, di voler essere creatore della vita, di voler dominare e non servire. Con questo peccato l’uomo oltrepassa i confini postigli da Dio e viola le creature di Dio. Era il peccato d’Israele che sempre di nuovo rinnegò la sua fedeltà al suo Signore «commettendo idolatria» (1 Cor 10,7) e serviva gli idoli. La fornicazione è in primo luogo peccato contro Dio creatore. Ma per il cristiano è in particolare il peccato contro il corpo di Cristo stesso; perché il corpo del cristiano è un membro del corpo di Cristo. Egli appartiene solo a Cristo. L’unione fisica con la prostituta annulla la comunione spirituale con Cristo. Chi sottrae a Cristo il suo corpo e lo concede al peccato, si è separato da Cristo. La fornicazione è peccato contro il proprio corpo. Ma il cristiano deve sapere che anche il suo corpo è il tempio dello Spirito Santo che dimora in lui (1 Cor. 5,14 ss.). La comunione del corpo del cristiano con Cristo è così intima che neanche il suo corpo può appartenere allo stesso tempo al mondo. L’unione con il corpo di Cristo vieta il peccato contro il proprio corpo. Chi compie atti impuri sarà colpito dall’ira di Dio (Rom. 1,29; 1 Cor. 1,5 s.; 7,2; 10,7; 2 Cor. 12,21; Eb. 12,16; 13,4). Il cristiano è puro e mette tutto il suo corpo al servizio del corpo di Cristo. Egli sa che, con la passione e la morte di Cristo sulla croce, anche il suo corpo è stato colto dalla morte. La comunione con il corpo di Cristo martoriato e trasfigurato libera il cristiano dall’intemperanza della vita fisica. La selvaggia passione del corpo muore ogni giorno in questa comunione. Il cristiano serve con il suo corpo, in disciplina e temperanza, solo all’edificazione del corpo di Cristo, la comunità. Lo fa pure con il matrimonio, così che questo viene a essere parte del corpo di Cristo.

Alla fornicazione è strettamente legata la cupidigia. Ambedue hanno in comune l’insaziabilità della propria concupiscenza, per cui anche chi è dominato dalla passione di possedere cade in potere del mondo. Non concupire, ordina Dio. Sia chi commette atti impuri sia chi si lascia dominare dalla cupidigia non è altro che un uomo dominato dalla concupiscenza. Il fornicatore desidera il possesso di un altro uomo, l’avaro il possesso di beni terreni. L’avaro desidera potere e dominio, ma diventa schiavo del mondo, al quale ha attaccato il suo cuore. Fornicazione e cupidigia mettono l’uomo in contatto con il mondo che li rende impuri. Fornicazione e cupidigia sono idolatria, perché il cuore dell’uomo non appartiene più a Cristo, ma ai beni di questo mondo tanto desiderati.

Ma chi si crea da sé il proprio mondo e il proprio Dio, chi si fa un Dio della propria concupiscenza, deve odiare il fratello che gli sbarra il cammino e gli impedisce di mettere in atto la sua volontà. Discordia, odio, invidia, omicidio nascono tutti dalla sorgente della propria cupidigia. «Donde le guerre e donde le contese tra voi? Non sono forse qui dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?» (Gc. 4,1 s.). Ma il fornicatore e il concupiscente non conoscono amore fraterno. Vivono nelle tenebre del loro cuore, commettendo peccato contro il corpo di Cristo e oltraggiando anche il fratello. Fornicazione e amore fraterno si escludono a vicenda a causa del corpo di Cristo. Il corpo che sottraggo alla comunione del corpo di Cristo non può nemmeno essere al servizio del prossimo. E all’oltraggio recato al corpo proprio e a quello del fratello deve seguire l’empia ingordigia, l’ubriachezza, l’orgia. Chi disprezza il proprio corpo cade in potere della sua carne «e il suo ventre sarà il suo dio» (Rom. 16,18). La bruttura di questo peccato sta nel fatto che qui la carne morta vuole curare se stessa e oltraggia l’uomo anche nel suo aspetto esteriore. L’ingordo non può aver parte al corpo di Cristo.

Il mondo dominato da questi vizi per la comunità è passato. Da coloro che praticano questi vizi la comunità si è separata e deve separarsi sempre di nuovo (1 Cor. 5,9 ss.); infatti «quale comunanza c’è tra la luce e le tenebre?» (2 Cor. 6,14 ss.). Lì stanno «le opere della carne», qui «il frutto dello Spirito» (Gal. 5,19 ss.; Ef. 5,9).

Che vuol dire ‘frutto’? Ci sono molte ‘opere’ della carne, ma c’è un solo ‘frutto’ dello Spirito. Le opere vengono compiute dalle mani di uomini, il frutto germoglia e cresce senza che l’albero lo sappia. Le opere sono morte, il frutto vive e porta seme che produce nuovo frutto. Le opere possono sussistere da sé, il frutto non può rimanere senza l’albero. Il frutto è sempre qualcosa di meraviglioso, qualcosa che viene fatto, non qualcosa che è voluto; qualcosa che è cresciuto. Il frutto dello Spirito è un dono operato solo da Dio. Chi porta questo frutto non lo sa, come l’albero non sa nulla del suo frutto. Egli conosce solo la potenza di colui che gli dà la vita. Non se ne può gloriare, ma si unirà sempre più strettamente con la sua origine, Gesù Cristo. I santi stessi non conoscono il frutto della santificazione che essi producono. La sinistra non sa quel che fa la destra. Se ne sapesse qualcosa, se volesse darsi all’autosservazione, si sarebbe già strappata dalle sue radici e il tempo della sua fruttificazione sarebbe passato. «Ma il frutto dello spirito è carità, gaudio, pace, longanimità, benignità, bontà, fedeltà, mitezza continenza» (Gal. 5,22). Accanto alla santità della comunità qui viene alla luce la santificazione del singolo. Ma la sorgente è la stessa, la comunione con Cristo, la comunione nello stesso corpo. Come la separazione dal mondo si compie visibilmente solo in una continua lotta, così anche la santificazione personale si compie nella lotta dello spirito contro la carne. I santi nella loro propria vita non vedono altro che lotta, pena, debolezza, peccato; e quanto più sono progrediti nella santificazione tanto più si vedono come vinti, come morenti secondo la carne. «Ora coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le passioni e i desideri» (Gal. 5,24). Ancora vivono nella carne, ma appunto perciò tutta la loro vita deve essere fede nel Figlio di Dio che ha incominciato la sua vita in loro (Gal. 2,20). Il cristiano muore ogni giorno (1 Cor. 15,31), ma anche se la sua carne soffre e muore, l’uomo interiore viene rinnovato di giorno in giorno (2 Cor. 4,6). Il morire dei santi nella loro carne trova la sua ragione nel fatto che Cristo mediante lo Spirito Santo ha iniziato la sua vita in loro. I santi muoiono per Cristo e la sua vita. Ora non hanno bisogno di andare in cerca di sofferenze con le quali essi si confermerebbero di nuovo nella loro carne. Cristo è la loro morte e la loro vita quotidiana. Ma perciò per loro ha pieno valore la gioia di chi è nato di nuovo in Dio, perché sa che non può più peccare, che il peccato non lo domina più, che è morto al peccato e vive nello spirito[2]. «Nessuna condanna vi è dunque per coloro che sono in Cristo Gesù» (Rom. 8,1). Dio si compiace dei suoi santi, perché è lui stesso che opera in loro la lotta e la morte e appunto così fa ‘germogliare’ la santificazione, della cui azione il santo dovrebbe essere assolutamente certo, anche se essa resta profondamente nascosta. Naturalmente nella comunità, una volta annunziato il perdono, non può più dominare la fornicazione, la cupidigia, l’omicidio, l’odio per il fratello. Il frutto della santificazione non può nemmeno rimanere nascosto; ma proprio lì dove è visibile da lontano o dove il mondo alla vista dei cristiani deve dire, come ai tempi della chiesa primitiva: «vedete come si amano gli uni gli altri», proprio lì i santi guarderanno incessantemente solo a colui a cui appartengono, e ignorando le proprie buone azioni chiederanno perdono per i loro peccati. Gli stessi cristiani che non si lasciano più dominare dal peccato, che sanno che un credente non pecca più, confesseranno: «Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto, da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato facciamo lui mendace e la sua parola non è in noi. Figlioli miei, vi scrivo queste cose affinché non pecchiate. E se qualcuno pecca abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto» (1 Gv. 1,8-2,1). Il Signore stesso ha loro insegnato a pregare: «rimettici i nostri debiti»; e ha loro ordinato di perdonar si incessantemente i peccati gli uni agli altri (Ef. 4,32; Mt. 28,21 ss.). I cristiani perdonandosi fraternamente a vicenda permettono che il perdono di Gesù dimori nella loro comunità. Non vedono più nell’altro uno che ha loro fatto del male, ma uno per il quale Cristo ha impetrato il perdono morendo sulla croce. Sotto questa croce nella morte quotidiana, il loro pensiero, la loro parola, il loro corpo viene santificato; sotto questa croce cresce il frutto della santificazione.

La comunità dei santi non è la comunità ‘ideale’ di uomini senza peccato, perfetti. Non è la comunione dei puri, che non dà più luogo al peccatore perché si penta. È, anzi, proprio la comunità che si rende degna dell’Evangelo del perdono dei peccati, in quanto qui viene veramente annunziato il perdono di Dio, che non ha nulla a che vedere con un perdono concesso da se stessi; la comunità di coloro che realmente hanno sperimentato la grazia a caro prezzo di Dio e che camminano degni dell’Evangelo, perché non sprecano né gettano al vento questa grazia.

Con ciò si intende dire che nella comunità dei santi si può predicare l’Evangelo solo lì dove si annunzia anche la necessità della penitenza, dove non si annunzia l’Evangelo senza predicare anche la legge, dove non si perdonano solo i peccatori e non si perdona incondizionatamente, ma dove possono anche non essere perdonati. È la volontà del Signore stesso che il dono santo dell’Evangelo non venga gettato ai cani, ma possa essere annunziato sotto la protezione della predicazione della penitenza. Una comunità che non chiama il peccato per il suo vero nome, non può nemmeno trovare fede quando vuole annunziare il perdono dei peccati. Essa commette peccato contro ciò che è santo, cammina in modo indegno dell’Evangelo. È una comunità empia perché spreca il perdono del Signore così caro. Non si tratta di lamentarsi in generale della peccaminosità degli uomini presente anche nelle opere buone; questo non è predicazione di penitenza, bisogna nominare peccati concreti e punirli e condannarli. In questo modo si usa correttamente il potere delle chiavi (= potere spirituale della chiesa, sua facoltà di sciogliere e legare i peccatori; Mt. 16,19; 18,18; Gv. 20,23), che il Signore ha dato alla sua chiesa e che i riformatori hanno tanto sottolineato. Per amore di ciò che è santo, per amore dei peccatori e della comunità, anche nella comunità si deve esercitare il potere spirituale legando il peccatore e non perdonando i peccati. L’esercizio della disciplina nella comunità fa parte del cammino della comunità degno dell’Evangelo. La santificazione opera la separazione della comunità dal mondo; essa deve perciò anche operare la separazione del mondo dalla comunità. L’una senza l’altra è falsata e mendace. La comunità separata dal mondo deve esercitare la disciplina entro la comunità.

La disciplina nella comunità non serve a formare una comunità di uomini perfetti, ma solo a edificare una comunità di uomini che vivono veramente della misericordia di Dio, che è pronto a perdonare. La disciplina della comunità è al servizio della grazia a caro prezzo di Dio. Il peccatore nella comunità deve essere ammonito e punito, perché non perda la sua salvezza e perché non si abusi dell’Evangelo. Perciò solo chi si pente e confessa la sua fede in Gesù Cristo può essere battezzato. Perciò può ricevere la grazia della Santa Cena solo chi «sa distinguere» (1 Cor. 11,29) tra il vero corpo e sangue di Gesù Cristo dato per il perdono dei peccati e un qualche altro pasto simbolico o di altra specie. Ma per questo è necessario che sappia dimostrare la sua conoscenza di ciò che crede, che si ‘esamini’ o si sottoponga all’esame di un fratello per riconoscere se veramente desidera il corpo e sangue di Cristo e il suo perdono.

All’esame di fede si aggiunge la confessione nella quale il cristiano cerca e riceve la certezza del perdono dei suoi peccati. In essa Dio concede al peccatore un aiuto perché non incorra nel pericolo dell’autoinganno e del perdono concessosi da sé. Nella confessione dei peccati fatta al fratello la carne con il suo orgoglio muore. Viene esposta con Cristo al vituperio e alla morte, e mediante la parola del perdono nasce un uomo nuovo, certo della misericordia di Dio. Perciò l’uso della confessione deve far parte della vita dei santi. È il dono della grazia divina, della quale non si può abusare senza incorrere in punizione. Nella confessione si riceve la grazia a caro prezzo di Dio. In essa il cristiano si identifica con la morte di Cristo. «Perciò se vi ammonisco a confessarvi, non faccio altro che ammonirvi a essere cristiani» (Lutero nel suo grande catechismo).

La disciplina compenetra tutta la vita della comunità. Qui esiste una scala di valori, che si basa sul servizio di misericordia che rendiamo al fratello. Punto di partenza di ogni disciplina rimane l’annunzio della Parola secondo il potere delle due chiavi. Essa non rimane limitata all’assemblea riunita per il culto; il ministro non è mai dispensato dal suo incarico, «Annunzia la parola, insisti a tempo e fuori tempo, confuta, rimprovera, esorta, con ogni longanimità e dottrina» (2 Tm. 4,2). Questo è l’inizio della disciplina nella comunità. E si deve subito mettere in rilievo che possono essere puniti solo peccati che sono venuti alla luce: «I peccati di alcuni uomini sono manifesti prima ancora del giudizio, quelli invece di altri seguono il giudizio» (1 Tm. 5,24). Perciò la disciplina nella comunità preserva dalla punizione al Giudizio Universale.

Ma se la disciplina della comunità viene a mancare già a questo primo stadio, cioè nel quotidiano servizio pastorale del ministro, allora tutto il resto è messo in questione. Il secondo gradino infatti è il reciproco ammonimento fraterno dei membri della comunità. «Ammaestrandovi e ammonendovi gli uni gli altri» (Col. 3,16; 1 Ts. 5,11 e 14). Fa parte dell’ammonimento anche il conforto ai pusillanimi, il sostegno dei deboli, l’esercizio della pazienza verso tutti (1 Ts. 5,14). Solo così ci si può opporre alla tentazione ed alla defezione dalla comunità.

Dove, nella comunità, non vige più questo servizio cristiano, sarà difficile raggiungere il terzo stadio. Infatti, se, ciononostante, un fratello cade in peccato manifesto in parole o atti, la comunità deve avere la forza di attuare contro di lui un vero e proprio processo disciplinare. Anche questo è un cammino lungo: la comunità deve dapprima vincere se stessa e tenersi lontana dal peccatore. «Non abbiate alcuna relazione con lui» (2 Ts. 3,14), «evitateli» (Rom. 16,17), «non dovete neppure mangiare insieme» (la Santa Cena?) (1 Cor. 5,11), «tienti lontano anche da costoro» (2 Tm. 3,5; 1 Tm. 3,4). «Vi comandiamo poi, fratelli, in nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da qualunque fratello che viva oziosamente e non secondo l’istruzione ricevuta da noi» (2 Ts. 3,6).

Il comportamento della comunità deve indurre il peccatore ad «arrossire di vergogna» (2 Ts. 3,14) e così riconquistarlo. Certo, la necessità di evitarlo comporta anche un suo temporaneo allontanamento dalle funzioni della comunità. Ma non si deve subito cessare ogni comunione con il peccatore manifesto. Anzi, la comunità che si tiene lontana dal peccatore, deve continuare a incontrarlo nella Parola e nell’ammonimento: «tuttavia non trattatelo, come un nemico, ma correggetelo come un fratello» (2 Ts. 3,15). Il peccatore rimane un fratello e appunto per questo viene punito e ammonito dalla comunità. È la misericordia fraterna che spinge la comunità a punire. I ribelli devono essere puniti, con tutta soavità, i malvagi portati «nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi alla piena conoscenza della verità e ritornino in sé, liberandosi dai lacci del diavolo, dal quale erano stati catturati per fare la sua volontà» (2 Tm. 2,25 s.). La via seguita nell’ammonire il colpevole dovrà essere diversa per ogni peccatore, ma avrà sempre lo stesso scopo, di condurre al pentimento e alla riconciliazione. Se il peccato può restare un segreto tra te e il peccatore, non manifestarlo, ma tu solo va e riprendilo, perché si penta, «e avrai guadagnato il tuo fratello». Ma anche se egli non ti ascolta e persiste nel suo peccato, non manifestare subito il suo peccato, ma cercati uno o due testimoni sia per lo stato di fatto peccaminoso - veramente se non lo si può dimostrare e se il membro della comunità nega, si affidi la cosa a Dio; i fratelli sono testimoni, non inquisitori! - sia per l’indurimento del peccatore di fronte al pentimento. Il segreto dell’esercizio della disciplina dovrebbe facilitare il ritorno del peccatore. Se ancora non ascolta o se il peccato ormai è noto a tutta la comunità, allora è compito di tutta la comunità ammonire il peccatore, chiamarlo al pentimento (Mt. 8,17; cfr. 2 Ts. 3,14). Se il peccatore riveste una qualche carica nella comunità, sia accusato solo in base all’accusa di due o tre testimoni. «I colpevoli riprendili davanti a tutti, affinché gli altri ne siano intimiditi» (1 Tm. 5,20). Ora la comunità è chiamata a usare del suo potere spirituale assieme al ministro. La sentenza ‘ufficiale’ richiede una rappresentanza ufficiale della comunità e del ministero: «Ti scongiuro davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli angeli eletti di osservare queste norme senza pregiudizi e senza agire per favoritismi» (1 Tm. 5,21); infatti ora si pronunzierà il giudizio di Dio stesso sul peccatore. Se questo si pente sinceramente, se confessa pubblicamente i suoi peccati, egli ottiene il perdono di tutti i suoi peccati nel nome di Dio (cfr. 2 Cor. 2,6 ss.); ma se persevera nel suo peccato, la comunità nel nome di Dio non può scioglierlo dal peccato. Ma questo comporta la esclusione da ogni comunione con la comunità. «Sia per voi come un gentile o un pubblicano» (Mt. 18,7). «In verità vi dico, tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto nei cieli»... «Dove infatti sono riuniti due o tre nel mio nome, ivi sono anch’io in mezzo a loro» (Mt. 18,18 ss.). L’esclusione dalla comunità conferma solo quanto è già un dato di fatto, che cioè il peccatore che non si pente è uno che «si è condannato da sé» (Tt. 3,10). Non è la comunità a condannarlo, lui stesso ha espresso la condanna su di sé. A proposito di questa completa esclusione Paolo dice: «consegnare a Satana» (1 Cor. 5,5; 1 Tm. 1,20). Il colpevole viene restituito al mondo nel quale regna Satana e la morte è operante (confrontando 1 Tm. 1,20 e 2 Tm. 2,17; 2 Tm. 4,15 si comprende che qui non si pensa a una condanna a morte come in At. 5). Il colpevole è espulso dalla comunione con il corpo di Cristo, perché lui stesso se ne è separato. Non ha più alcun diritto di partecipare alla comunione. Tuttavia anche quest’ultimo atto resta ancor sempre completamente inteso allo scopo di salvare il colpito «affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore» (1 Cor. 5,15) «perché imparino non più a bestemmiare» (1 Tm. 1,20). Scopo della disciplina comunitaria resta il ritorno nella comunità o la salvezza. Quant’è certo che il giudizio della comunità prevarrà in eterno se l’altro non si pente, tant’è vero che questa condanna, nella quale si toglie la salvezza al peccatore, è solo l’ultima offerta di comunione con la comunità e di salvezza[3]  [4].

Così la comunità dà prova della sua santificazione nel suo cammino degno dell’Evangelo. Porta i frutti dello spirito e si sottopone alla disciplina della Parola. In tutto ciò rimane la comunità di coloro, la cui santificazione è Cristo solo (1 Cor. 1,30) e che va incontro alla venuta del Signore. E così siamo arrivati alla terza definizione della vera santità. Ogni santificazione è intesa a che la comunità possa essere trovata giusta il giorno del Signore. «Cercate la santificazione senza la quale nessuno potrà vedere il Signore» (Ebr. 12,14). La santificazione è sempre rivolta alla fine dei tempi. Il suo scopo non è di affermarsi di fronte al giudizio del mondo o a quello proprio, ma ad essere trovati giusti davanti al Signore. Di fronte a se stessi e al mondo la sua santità potrebbe essere peccato, la sua fede incredulità, il suo amore durezza, la sua disciplina debolezza. La sua vera santità rimane nascosta. Ma Cristo stesso si prepara la sua comunità in modo che essa risulti giustificata davanti a lui. «Voi mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo amò la Chiesa e diede se stesso per lei, per santificarla, avendola lavata; col lavacro dell’acqua con la parola, per rendere egli stesso la Chiesa gloriosa davanti a sé, senza neo, né ruga o altro del genere, così da essere santa e immacolata» (Ef. 5,25-27; Col. 1,22; Ef. 1,4). Davanti a Gesù Cristo può essere giusta solo la Chiesa santificata; l’ha fatta tale colui che riconciliò i nemici di Dio e diede la sua vita per gli uomini empi, affinché la sua comunità sia santa fino al suo ritorno. Ciò accoglie mediante il suggello dello Spirito Santo, che chiude i santi nel santuario della comunità e li custodisce fino al giorno di Gesù Cristo. In quel giorno essi compariranno davanti a lui senza neo e senza macchia, santi e irreprensibili nello spirito, nell’anima e nel corpo (1 Ts. 5,23).

«Non sapete voi che gli ingiusti non possederanno il regno di Dio? Non illudetevi: né fornicatori, né idolatri, né effeminati, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapitori saranno eredi del regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi. Ma vi siete fatti lavare, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù e nello Spirito del nostro Dio». (1 Cor. 6,9-11). Perciò nessuno … nella grazia del Signore, volendo persistere nel peccato! Solo la comunità santificata sarà salvata dall’ira del giorno di Cristo Gesù, perché il Signore giudicherà secondo le opere e non avrà riguardo della persona. Ogni parola sarà manifesta ed egli darà ad ognuno «la ricompensa di quel che avrà fatto mentre era nel corpo, sia in bene sia in male» (2 Cor. 5,10; Rom. 2,6 ss.; Mt. 16,26). Chi non è stato giudicato qui in terra, non si potrà sottrarre alla giustizia; tutto sarà manifestato. Chi potrà essere giusto? Colui che avrà operato bene. Non sarà giustificato chi ha commesso fornicazione, ma chi avrà osservato la legge (Rom. 2, 13). Lo ha detto il Signore stesso che entrerà nel cielo solo chi avrà fatto la volontà del Padre suo che è nei cieli.

Ci è stato ordinato di compiere «opere buone», perché saremo giudicati secondo le nostre opere. Il timore della buona opera, con il quale cerchiamo di giustificare le nostre opere malvagie, è del tutto estraneo alla Bibbia. In nessun passo la Scrittura oppone la fede all’opera buona, vedendo nella buona opera la distruzione della fede; anzi, è l’opera malvagia che impedisce e distrugge la fede. Grazia ed azione devono restare unite. Non c’è fede senza opera buona, come non c’è opera buona senza fede[5]. Il cristiano ha bisogno delle opere buone per la sua salvezza; perché chi avrà agito male non vedrà il regno di Dio. Perciò la meta del cristiano è di compiere opere buone. Poiché in questa vita una sola cosa importa, che cioè l’uomo sia trovato giusto al giudizio universale, e poiché ognuno sarà giudicato secondo le sue opere, è necessario che il cristiano sia preparato a compiere opere buone. Perciò anche la nuova creazione dell’uomo in Cristo ha per meta l’opera buona, «poiché per grazia siete salvati, mediante la fede, e ciò non proviene da voi: è dono di Dio, e non di opere affinché nessuno si vanti. Infatti siamo opera sua essendo stati creati in Cristo Gesù per le buone opere che Dio preparò, affinché camminassimo in esse» (Ef. 2,8-10; cfr. 2 Tm. 2,21; 3,17; Tt. 1,16; 3,1.8.14). Qui è ben chiaro: la meta richiesta da Dio è la produzione di buone opere. La legge di Dio rimane in vigore e deve essere osservata (Rom. 3,31). E questo vien fatto mediante le buone opere. Ma c’è una sola opera buona, l’opera di Dio in Gesù Cristo. Noi siamo giusti per l’opera di Dio stesso in Cristo, non per le nostre opere. Perciò dalle nostre opere non ci viene nessun merito; infatti noi siamo la sua opera. Ma siamo stati creati di nuovo in Cristo, perché in lui compissimo buone opere.

Ma tutte le nostre buone opere sono l’opera buona di Dio solo, egli ci ha preparati. Dunque per la nostra salvezza ci viene ordinato di compiere opere buone, eppure le buone opere non sono altro che le opere stesse che Dio produce in noi. Sono il suo dono. Siamo noi a dover camminare nelle buone opere, ad essere continuamente ammoniti a compiere buone opere, eppure sappiamo che non potremmo mai essere considerati giusti davanti a Dio con le nostre opere, ma dobbiamo aggrapparci in fede solo a Cristo e alla sua opera. Dio promette a quelli che sono in Cristo Gesù buone opere mediante le quali potremmo, un giorno, essere giustificati; egli promette loro di custodirli nella santificazione fino al giorno di Gesù Cristo. Noi possiamo solo prestar fede a questa promessa fidando nella sua Parola, e camminare nelle buone opere per le quali egli ci ha preparati.

Perciò la nostra buona opera resta completamente nascosta ai nostri occhi. La nostra santificazione ci resta nascosta fino al giorno in cui tutto sarà manifestato. Chi vuol vedere qualcosa già in terra, chi vuole essere manifesto a se stesso e non sa attendere con pazienza, ha già ricevuto la sua ricompensa. Proprio quando ci sembra di notare un progresso nella nostra santificazione e vogliamo rallegrarcene, siamo tanto più chiamati al pentimento e riconosciamo che le nostre opere sono peccaminose fino in fondo. Ma siamo invitati a rallegrarci sempre più nel Signore. Solo Dio conosce le nostre buone opere, noi conosciamo solo la sua buona opera, ascoltiamo il suo comandamento e camminiamo nella sua grazia, camminiamo nei suoi comandamenti e pecchiamo. Dev’essere così; la nuova giustizia, la santificazione, la luce che splende deve restare a noi stessi completamente nascosta. La sinistra non sa che cosa fa la destra. Ma noi crediamo e viviamo nella certezza che «colui che ha incominciato in voi un’opera buona) la condurrà a termine, fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil. 1,6). In quel giorno Cristo stesso ci manifesterà le buone opere che non conoscevamo. Senza saperlo gli abbiamo dato da mangiare e da bere, lo abbiamo vestito e visitato, e senza saperlo lo abbiamo respinto. Ed allora ci meraviglieremo grandemente e riconosceremo che non sono le opere nostre a giustificarci, ma l’opera che Dio ha compiuta a suo tempo per mezzo nostro, senza che lo volessimo o che ci affaticassimo (Mt. 25,31 ss.). E perciò non ci resta che volgere lo sguardo via da noi verso colui che ha già fatto tutto per noi, e seguirlo.

Chi crede è giusto, chi è stato giustificato viene santificato e chi è stato santificato sarà salvato nel giudizio, non perché la nostra fede, la nostra giustizia, la nostra santificazione - per quanto sta in noi - sia altro che peccato, ma perché Gesù Cristo «è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione, e redenzione, affinché chi si gloria si glori nel Signore» (1 Cor. 1,30).



[1] Origine di questi cataloghi dei vizi si può considerare la Parola del Signore in Mc. 7,21s.

[2] «Io vivo, dice il credente. Vivo al cospetto di Dio, vivo davanti al suo tribunale, sotto la sua grazia, vivo nel suo favore, nella sua luce, nel suo amore; sono completamente riscattato dai miei peccati; nel libro dei debiti non c'è più alcuna partita aperta, tutto è pagato. La legge non pretende più nulla da me, non mi stringe, non mi condanna più. Sono giusto davanti a Dio, com'è giusto lui; santo e perfetto, com'è santo il mio Dio, perfetto, com'è perfetto il mio Padre celeste. Tutto il compiacimento di Dio mi abbraccia; è il mio fondamento, sul quale poggio, il mio asilo dove mi rifugio; tutta la beatitudine di Dio, tutta la sua pace mi sostiene e mi porta; in lui mi sento sollevato, mi sento eternamente bene. Non c'è più nessun peccato in me; non ne commetto più; posso affermare con buona coscienza che cammino nella via di Dio e faccio la sua volontà, che sono così come egli mi vuole - quando cammino e quando sosto, quando seggo e quando sono sdraiato, quando veglio e quando dormo. Anche ciò che penso e dico è conforme alla sua volontà. Dovunque mi trovi, fuori o dentro casa, tutto avviene secondo la sua benevola volontà. lo sono a lui gradito, sia quando agisco sia quando riposo. La mia colpa è cancellata per sempre, e non posso fare nuovi debiti che non fossero già cancellati. Sono ben custodito nella sua grazia e non posso più peccare. Nessuna morte può uccidermi, vivo in eterno, come tutti gli angeli di Dio. Il mio Dio non si adirerà con me, né mi biasimerà; sono salvato per sempre dall'ira futura. Il maligno non mi toccherà più; il mondo non mi tirerà mai più nei suoi lacci. Chi ci separerà dall'amore di Dio? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? (Koblbrügge).

[3] Al di là di ogni disciplina ecclesiastica, che è sempre al servizio della misericordia, persino al di là della consegna del peccatore a Satana, il Nuovo Testamento conosce, come punizione più terribile, la maledizione, l'anatema. Questo non ha più come scopo la redenzione. È un'anticipazione del giudizio di Dio. Nell'Antico Testamento vi corrisponde il 'Cherem', che viene applicato agli empi. È un'espulsione definitiva dalla comunità; il condannato viene ucciso. Questo fa notare due cose: la comunità non è più assolutamente in grado di portare e assolvere lo scomunicato. Perciò viene consegnato a Dio solo. Così lo scomunicato è allo stesso tempo maledetto, eppure santo, perché consegnato a Dio. Ma poiché in quanto maledetto appartiene oramai solo a Dio, la comunità non può più pensare alla sua salvezza. Che anatema significa separazione dalla salvezza lo dimostra Rom. 9,3; che anatema sia inteso in senso escatologico lo fa supporre 1 Cor. 16,22; che venga colpito da anatema colui che distrugge volontariamente, mediante la sua predicazione, l'Evangelo stesso, è detto in Gal. 1,8 S. Non certo a caso l'unico passo che esprime l'anatema su un uomo si riferisce all'eresiarca. Doctrina est coelum, vita terra (Lutero).

[4] La disciplina nei riguardi dell'insegnamento si distingue da quella della comunità in quanto quest'ultima nasce da un retto insegnamento, cioè dal retto uso del potere spirituale della Chiesa, mentre la prima punisce l'abuso dell'insegnamento stesso. Mediante un insegnamento errato la sorgente di vita della comunità e della disciplina comunitaria viene alterata. Perciò il peccato contro la dottrina è più grave del peccato nel comportamento. Chi sottrae alla comunità l'Evangelo merita una condanna senza attenuanti; se invece uno pecca nel suo comportamento, l'Evangelo è apposta per lui. La disciplina nell'insegnamento è in primo luogo diretta verso colui che è incaricato dell'insegnamento nella Chiesa. Presupposto è che, affidando ad uno questo incarico, si garantisca che l'incaricato sia didaktikos abile all'insegnamento (1 Tm. 3,2; 2 Tm. 2,24; Tt. 1,9), «capace di istruire anche gli altri» (2 Tm. 2,2); che a nessuno siano state imposte le mani con troppa fretta, perché altrimenti la sua colpa ricade su colui che lo ha consacrato (1 Tm. 5,22). La disciplina dell'insegnamento perciò inizia già prima che si affidi un incarico. Vita e morte della comunità dipende dalla massima scrupolosità. Ma la disciplina non cessa al momento dell'imposizione delle mani, anzi, è appena ai suoi inizi. Anche se colui al quale è stato affidato l'insegnamento è assai scrupoloso - Timoteo - deve essere continuamente richiamato perché custodisca la buona e salutare dottrina. Per questo gli viene particolarmente raccomandata la lettura delle Scritture; troppo grave è il pericolo di eresia (2 Tm. 3,10; 3,14; 4,2; 2,15; 1 Tm. 4,13 e 16; Tt. 1,9; 3,8). Si aggiunge lo ammonimento a condurre una vita irreprensibile. «Vigila su te stesso e sulla dottrina» (1 Tm. 4,13 s.; At. 20,28). Non è un'umiliazione per Timoteo se Paolo lo ammonisce a essere puro, umile, imparziale, diligente. Perciò prima di esercitare la disciplina della comunità è necessaria la disciplina di coloro a cui è affidato l'insegnamento. È compito del ministro diffondere, nella sua comunità, la giusta dottrina e opporsi ad ogni errore. Se si manifesta una vera e propria eresia, l'incaricato dell'-insegnamento ordini «di non insegnare diversamente» (1 Tm. 1,3); infatti egli è incaricato dell'insegnamento e può anche dare degli ordini. Inoltre egli ammonisca e ricordi che si devono evitare dispute di parole (2 Tm. 2,14). Se uno è manifestamente eresiarca, egli sia «ammonito una e più volte». Se non vuole ascoltare, «dopo una o due correzioni», lo si lasci perdere (Tt. 3,10; 1 Tm. 6,4 s.), perché seduce la comunità (2 Tm. 3,6 s.). «E chi non rimane nella dottrina di Cristo non ha Dio». Un falso insegnante non venga neppure accolto in casa e non lo si saluti (1 Gv. 10). Negli eresiarchi si presenta l'Anticristo. Non chi pecca nel suo comportamento, ma solo l'eresiarca viene chiamato Anticristo. Contro lui solo è diretto l'anatema di Gal. 1,9. A proposito del rapporto tra disciplina dell'insegnamento e disciplina nella vita comunitaria si deve tener presente che non può esserci disciplina nella comunità senza disciplina dell'insegnamento. Ma non c'è nemmeno disciplina dell'insegnamento che non porti necessariamente alla disciplina nella comunità. Paolo rimprovera i Corinzi che nella loro vanità vogliono far nascere scismi senza imporre una disciplina (1 Cor. 5,2). Non è possibile separare il problema della dottrina da quello della vita cristiana.

[5] La differenza tra Paolo e Giacomo sta nel fatto che Giacomo toglie all'umiltà della fede ogni possibilità di presunzione e che Paolo sottrae all'umiltà dell'opera ogni possibilità di presunzione. Giacomo non nega l'esattezza dell'affermazione che l'uomo è giustificato per sola fede, ma vuole sottrarre il credente al pericolo di sentirsi sicuro nella propria fede ed attirare la sua attenzione sull'obbedienza rendendolo così veramente umile. Sia Paolo che Giacomo vogliono solo che l'uomo viva veramente di grazia e non confidi in se stesso.

 

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