Il corpo di Cristo

I primi discepoli vissero alla presenza reale e in comunione fisica con Gesù? Che significa e come continua per noi questa comunione? Mediante il battesimo siamo divenuti membri del Corpo di Gesù Cristo, dice l’apostolo Paolo. Questa frase che per noi suona così strana e incomprensibile deve essere spiegata a fondo.

Con essa ci viene detto che i battezzati devono vivere, anche dopo la morte e resurrezione del Signore, alla presenza reale e in comunione fisica con Gesù. La morte di Gesù non è una perdita per i suoi, ma anzi un nuovo dono. I primi discepoli non potevano avere, nella comunione corporale con Gesù, nulla che non avessimo anche noi oggi; anzi, questa comunione è divenuta più salda, più piena, più certa. Viviamo nella piena comunione della presenza fisica del Signore trasfigurato. La nostra fede non deve trascurare la grandezza di questo dono. Il Corpo di Gesù Cristo è il fondamento e la certezza della nostra fede; il Corpo di Gesù Cristo è quel dono perfetto, nel quale noi siamo resi partecipi della salvezza, il Corpo di Cristo è la nostra nuova vita. Nel Corpo di Gesù Cristo noi siamo accettati da Dio in eterno.

Dal peccato di Adamo in poi Dio ha inviato la sua Parola nel mondo per cercare ed accettare l’uomo. Per questo la Parola di Dio è con noi, per accettare di nuovo l’umanità perduta. La Parola di Dio è venuta come promessa, è venuta come legge. Divenne debole e povera per amar nostro. Ma gli uomini respinsero la Parola e non vollero essere accettati. Fecero sacrifici, compirono opere, perché Dio li accettasse in loro vece; e si volevano affrancare a questo prezzo.

Ed ecco che avviene il miracolo dei miracoli. Il Figlio di Dio si fece uomo. La Parola divenne carne. Colui che esisteva da sempre, partecipe della gloria del Padre, in forma di Dio, che in principio era mediatore della creazione, così che tutto il mondo creato può essere conosciuto solo in lui e mediante lui, Dio stesso (1 Cor. 8,6; 2 Cor. 8,9; Fil. 2,6 ss.; Ef. l,4; Col. 1,16; Gv. 1,1ss.; Eb. 1,1 ss.), prende su di sé l’umanità e viene sulla terra. Prende su di sé l’umanità assumendo carattere umano, «natura» umana, forma umana (Rom. 8,3; Col.4,4; Fil. 2,6 ss.). Dio accetta l’umanità, non solo mediante la parola predicata, ma nel Corpo di Gesù. La misericordia di Dio manda suo Figlio nella carne, perché nella carne si carichi di tutta l’umanità, la porti. Il Figlio di Dio assume corporalmente tutta l’umanità, la quale rifiutò, con il suo odio per Dio e la superbia della carne, la Parola di Dio incorporea e invisibile. Ora essa è assunta nel Corpo di Gesù Cristo, corporalmente e realmente, così com’è, per misericordia di Dio.

I Padri della chiesa, considerando questo miracolo, disputarono appassionatamente, perché si debba dire che Dio abbia assunto natura umana, ma non che Dio si sia scelto un singolo uomo perfetto per unirsi con questo. Dio divenne uomo. Cioè: Dio assunse tutta la natura umana inferma, peccaminosa; Dio assunse tutta l’umanità defezionata; ma non: Dio assunse l’uomo Gesù. La giusta comprensione dell’annunzio della salvezza dipende da questa chiara distinzione. Il Corpo di Gesù Cristo, nel quale siamo accettati con tutta l’umanità, è ora il fondamento della nostra salvezza.

È la carne peccaminosa quella che egli porta - ma senza peccato (2 Cor. 5,21; Eb. 4,15). Dove si trova il suo Corpo umano, lì è accettata tutta la carne. «Eran le nostre malattie che egli portava; erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato», solo per questo Gesù potè guarire le infermità e i dolori, perché portò nel suo corpo tutte le nostre infermità e i nostri dolori (Mt. 8,15-17). «Egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità». Egli portò il nostro peccato perciò potè perdonare i peccati, perché nel suo Corpo la nostra carne peccaminosa era ‘accettata’. Perciò Gesù accettava i peccatori (Lc. 15,2), perché li portava nel suo corpo. Con Gesù era incominciato l’anno accettevole (dekton) nel Signore (Lc. 4,19).

Così il Figlio di Dio divenuto uomo era le due cose: lui stesso e la nuova umanità. Ciò che faceva lo faceva allo stesso tempo per la nuova umanità, che portava nel suo corpo. Perciò è un secondo Adamo; l’ ‘ultimo’ Adamo (1 Cor. 15,45). Anche in Adamo erano uniti il singolo e tutta l’umanità, anche Adamo portava in sé tutta l’umanità, in lui peccò tutta l’umanità; in Adamo (uomo) peccò l’ ‘uomo’ (Rom. 5,19). Cristo è il secondo uomo (1 Cor. 15,47), nel quale viene creata la nuova umanità. Egli è l’ «uomo nuovo».

Questo ci permette di comprendere tutta l’essenza della comunione corporale donata in Gesù ai discepoli. Che il legame con Gesù, essendo al suo seguito, fosse un legame fisico, non era casuale, ma necessario, perché egli era divenuto uomo. Il profeta e maestro non aveva bisogno di seguaci, aveva bisogno di discepoli e uditori. Il Figlio di Dio divenuto uomo, venuto nella carne umana, ha bisogno di una comunità di seguaci, che non sono solo partecipi del suo insegnamento, ma proprio anche del suo corpo. Nel corpo di Gesù Cristo i suoi seguaci hanno comunione. Essi vivono e soffrono in comunione fisica. La comunione con il corpo di Gesù impone loro la croce; perché in questa essi vengono tutti portati e accettati.

Il corpo terreno di Gesù viene crocifisso e muore. Nella sua morte la nuova umanità viene crocifissa e muore con lui. Poiché Gesù non ha assunto un uomo, ma la ‘forma’ umana, la carne peccaminosa, la ‘natura’ umana, perciò con lui soffre e muore tutto ciò che egli ha caricato su di sé. Sono le nostre infermità, il nostro peccato che egli porta sulla croce; siamo noi a essere crocifissi e a morire con lui. Certo il corpo terreno di Cristo muore, ma risorge dalla morte come corpo incorruttibile, trasfigurato. È lo stesso corpo - la tomba era vuota! - eppure è un corpo nuovo. Così egli porta l’umanità, con la quale morì, con sé nella risurrezione. Così porta ancora nel suo corpo trasfigurato l’umanità che ha preso su di sé in terra.

Come possiamo, ora, divenire parte viva di questo corpo di Cristo che fece tutto ciò per noi? Perché una cosa è certa, che non esiste comunione con Gesù Cristo, se non in quanto comunione con il suo corpo, nel quale siamo accettati, nel quale solo sta la nostra salvezza. Noi siamo resi partecipi della comunione del corpo di Cristo mediante i due sacramenti, mediante il battesimo e la Santa Cena. L’evangelista Giovanni, con un accenno che non può essere ignorato, dice che dal corpo di Gesù Cristo uscirono acqua e sangue, gli elementi dei due sacramenti (Gv. 19,34 e 35). Questa testimonianza viene confermata da Paolo, che vincola la partecipazione al corpo di Cristo ai due sacramenti[1]. Il corpo di Cristo è meta e sorgente dei Sacramenti. Solo perché c’è un corpo di Cristo ci sono i sacramenti. Non è la Parola della predicazione a operare la nostra comunione con il corpo di Gesù Cristo, deve essere aggiunto il sacramento. Il battesimo è inserimento nell’unità del corpo di Cristo, la Santa Cena è mantenimento della comunione (koinonia) con il corpo. Il battesimo ci rende membri del corpo di Cristo. Siamo «battezzati in» Cristo (Gal. 3,27; Rom. 6,3), siamo battezzati per formare un unico corpo (1 Cor. 12,13). Così nella morte del battesimo lo Spirito Santo ci donò ciò che Cristo ha acquistato nel suo corpo per noi tutti. La comunione del corpo di Gesù che abbiamo ricevuto significa che ora siamo «con Cristo», «in Cristo», e che «Cristo è in noi», ora. Queste espressioni ricevono il loro vero significato da una giusta interpretazione del corpo di Cristo.

«Con Cristo» sono veramente tutti quanti gli uomini semplicemente per opera dell’incarnazione di Gesù. Gesù porta su di sé tutta la natura umana. Perciò la sua vita e la sua morte e risurrezione sono un avvenimento reale in tutti gli uomini (Rom. 5,18 ss.; 1 Cor. 15,22; 2 Cor. 5,14). Ma «con Cristo» in particolare lo sono i cristiani. Ciò che per gli altri diviene morte, per loro diviene grazia. Nel battesimo viene loro assicurato che sono «morti con Cristo» (Rom. 6,8), «crocifissi» con lui (Rom. 6,6; Col. 2,20), «sepolti» con lui (Rom. 6,4; Col. 2,12); «una stessa cosa con lui per una morte somigliante alla sua» (Rom. 6,5), e che perciò vivremo con lui (Rom. 6,8; Ef. 2,5; Col. 2,12; 2 Tm. 2,11; 2 Cor. 7,3). «Siamo con Cristo», ciò trova la sua ragione nel fatto che Cristo l’Emmanuele è «il Dio con noi». Solo per chi riconosce Cristo così, l’essere con Cristo diviene grazia. Egli viene battezzato «in Cristo» (eis) nella comunione della sua passione. Così egli stesso diviene membro di questo corpo e la comunità dei battezzati diviene quel corpo che è il corpo di Cristo stesso. Perciò sono «in (en) Cristo» e «Cristo è in loro». Non sono più «sotto la legge» (Rom. 2,12; 3,19), «nella carne» (Rom. 7,5; 8,3.8.9; 2 Cor. 10,3), «in Adamo» (1 Cor. 15,22), ma in tutta la loro esistenza e in tutte le manifestazioni della loro vita da ora in poi sono «in Cristo».

Paolo riesce a esprimere il miracolo dell’incarnazione in un’inesauribile quantità di relazioni. Tutto ciò che dice può essere riassunto nella proposizione: Cristo è «per noi», non solo nella sua Parola e nei suoi sentimenti, ma con tutta la sua vita fisica. Egli sta con il suo corpo davanti a Dio, dove dovremmo stare noi. Egli è al nostro posto. Egli soffre e muore per noi. Egli lo può, perché porta la nostra carne (2 Cor. 5,21; Gal. 3, 13; 1,4; Tit.2,14; 1 Tess. 5,10; ecc.). Il corpo di Gesù Cristo nel vero senso della parola sta «per noi»sulla croce, nella Parola, nel battesimo, nella Santa Cena. In ciò sta il fondamento di ogni comunione corporale con Gesù Cristo.

Il corpo di Gesù Cristo è la stessa nuova umanità da lui assunta. Il corpo di Cristo è la sua comunità. Gesù Cristo è lui stesso e insieme la sua comunità (1 Cor. 12, 12). Gesù Cristo, da Pentecoste in poi, vive in terra sotto forma del suo corpo, della sua Chiesa. Qui sta il suo corpo, qui sta l’umanità incarnata. Essere battezzati significa, perciò, divenire membro della comunità, membro del corpo di Cristo (Gal. 3,28; 1 Cor. 12,13). Essere in Cristo significa essere nella comunità. Ma se siamo nella comunità siamo anche veramente e corporalmente in Gesù Cristo. Così il concetto del corpo di Cristo si manifesta in tutta la sua pienezza.

Lo spazio di Gesù Cristo nel mondo, dopo la sua morte, viene occupato dal suo corpo, la sua Chiesa. La Chiesa è il Cristo presente. Con ciò riacquistiamo un concetto della Chiesa del tutto dimenticato. Pensiamo alla Chiesa come a un’istituzione. Ma alla Chiesa si deve pensare come a una Persona fisica, certo una persona assai particolare.

La Chiesa è Uno. I battezzati sono «uno solo in Cristo» (Gal. 3,28; Rom. 12,5; 1 Cor 10,17). La Chiesa è«uomo». È l’uomo nuovo (kainos anthropos). Come tale la Chiesa è creata mediante la morte di Cristo sulla croce. Qui è stata superata l’inimicizia tra ebrei e pagani, che divideva gli uomini (Ef. 2,15). L’«uomo nuovo» è uno, non molti. Fuori dalla Chiesa, che è l’uomo nuovo, c’è solo l’uomo vecchio, lacerato interiormente.

Questo «uomo nuovo» che è la Chiesa è quello secondo Dio, creato in vera giustizia e santità. (Ef. 4,24). Egli è «rinnovato per la piena conoscenza a immagine di colui che lo ha creato» (Col. 3,10). Qui non si parla di altri che di Cristo stesso, immagine di Dio. Adamo fu il primo uomo, creato secondo l’immagine del Creatore. Ma egli perse questa immagine, peccò. Ora viene creato «un secondo uomo», un «ultimo Adamo» conforme alla immagine di Dio; e questo è Gesù Cristo (1 Cor. 15,47). Perciò questo «uomo nuovo» è allo stesso tempo Cristo e la Chiesa. Cristo è la nuova umanità in uomini nuovi. Cristo è la Chiesa.

Il rapporto tra il singolo e l’«uomo nuovo» consiste nell’”indossarlo”[2]. «L’uomo nuovo» è come un vestito, che deve coprire il singolo. Il singolo deve indossare l’immagine di Dio che è Cristo e la Chiesa. Chi viene battezzato, indossa Cristo (Gal. 3,27), il che deve essere interpretato come inserimento nel corpo di Cristo, in quell’unico uomo, nel quale non c’è greco o ebreo, non libero o schiavo, cioè appunto nella comunità. Nessuno diviene uomo nuovo se non nella comunità mediante il corpo di Cristo. Chi vuol divenire da solo un uomo nuovo, resta in quello vecchio. Divenire un uomo nuovo significa entrare nella comunità, divenire membro del corpo di Cristo. Non il singolo giustificato e santificato è l’uomo nuovo, ma la comunità, il corpo di Cristo, Cristo.

Il Cristo crocifisso e risorto esiste, mediante lo Spirito Santo, come comunità, come l’ «uomo nuovo», quant’è vero che il suo corpo è la nuova umanità. Come in lui la pienezza di Dio si è incarnata e ha preso dimora, così i suoi sono ripieni di Cristo (Col. 2,9 e Ef. 3,19). Anzi, essi stessi sono la pienezza divina; essendo il suo corpo ed essendo lui solo colui che riempie tutto in tutti.

L’unità di Cristo con la sua Chiesa, con il suo corpo richiede allo stesso tempo che Cristo venga riconosciuto come Signore del suo corpo. Perciò Cristo, a ulteriore spiegazione del concetto di corpo, viene chiamato il capo del corpo (Ef. 1,22; Col. 1,18; 2,19). Si mantiene una chiara contrapposizione: Cristo è Signore. L’evento salvifico che rende necessaria questa contrapposizione e non ammette mai una fusione mistica tra comunità e Cristo, è l’ascensione di Cristo e il suo ritorno. Lo stesso Cristo che è presente nella sua comunità ritorna dal cielo. È lo stesso Signore, qui come lì; è la stessa Chiesa, qui come lì; è lo stesso corpo di colui che è qui presente e di colui che ritorna. Ma c’è una profonda differenza, se ci troviamo qui o lì. Così necessariamente si trovano insieme unità e diversità.

La Chiesa è Uno, è il corpo di Cristo, ma allo stesso tempo è molteplicità e comunione dei membri (Rom. 12,5; 1Cor. 12,2 ss.). Il corpo ha molte membra e ognuna, occhio, mano o piede, è e resta ciò che è - questo è il senso della similitudine di Paolo. La mano non diviene occhio e l’occhio non diviene orecchio. Ognuno rimane ciò che è. Eppure sono ciò che sono solo perché membra dell’unico corpo, come comunità che serve nell’unità. Solo visto dall’unità della comunità ogni singolo è ciò che è e la comunità è ciò che è; come la comunità solo per l’opera di Cristo e del suo corpo è ciò che è. Qui si manifesta chiaramente l’opera dello Spirito Santo. Egli è colui che porta il singolo a Cristo (Ef. 3,17; 1 Cor. 12,3). Egli edifica la sua Chiesa, raccogliendo i singoli, ma l’edificio nel suo insieme è già finito (Ef. 2,22; 4,12; Col. 2,2). Egli crea la comunità (2 Cor. 13,13), delle membra del corpo (Rom. 15,30; 5,5; Col. 1,8; Ef. 4,3). Il Signore è lo Spirito (2 Cor. 3,17). La Chiesa di Cristo è il Cristo presente nello Spirito Santo. Così la vita del corpo di Cristo è divenuta la nostra vita. In Cristo non viviamo più la vita nostra, ma Cristo vive la sua vita in noi. La vita dei credenti nella comunità in realtà è la vita di Gesù Cristo in loro (Gal. 2,20; Rom. 8,10; 1 Gv. 4,15).

Nella comunione con il corpo di Gesù Cristo crocifisso e trasfigurato partecipiamo alla passione e alla glorificazione di Cristo. La croce di Cristo posa sul corpo della comunità. Ciò che questa soffre sotto la croce è passione di Cristo. È in primo luogo un subire la crocifissione nel battesimo; ed è poi «il morire quotidiano»dei cristiani (1 Cor. 15,31) nella potenza del suo battesimo. Ma è inoltre anche un soffrire che gode di una indicibile promessa: certo solo la passione di Cristo stesso ha potere di riconciliare, egli soffrì «per noi» e vinse «per noi», ma nel potere della sua passione egli dà a coloro che non si vergognano del suo corpo l’incommensurabile grazia di poter, a loro volta, soffrire «per lui». Non poteva donare ai suoi maggiore gloria, non può esservi per i cristiani dignità più incomprensibile di quella di poter soffrire «per Cristo». Ciò che è profondamente contrario alla legge, qui si avvera. Secondo la legge possiamo subire solo il castigo per il nostro proprio peccato. Nemmeno a proprio favore un uomo è in grado di fare o subire qualcosa, quanto meno a favore di un altro, quanto meno a favore di Cristo! Il corpo di Cristo donato per noi, che subì la punizione per i nostri peccati, ci rende liberi per vivere «per Cristo», nella morte e nel dolore. Si può lavorare e soffrire solo per Cristo, a favore di colui che ha fatto tutto a favor nostro. Questo è il miracolo e la grazia nella comunione del corpo di Cristo (Fil. 1,25; 2,17; Rom. 8,35 ss.; 1 Cor. 4,10; 2 Cor. 4,10; 5,20; 13,9). Per quanto Cristo abbia compiuto ogni passione riconciliatrice e vicaria, la sua passione in terra non è ancora terminata. Nella sua grazia egli ha lasciato ancora alla sua comunità, per gli ultimi tempi fino al suo ritorno, un resto ustremata di sofferenze che devono ancora essere completate (Col. 1,24). Questa sofferenza può andare a favore del corpo di Cristo, della Chiesa. Resta incerto se possiamo pensare che anche questa passione dei cristiani ha potere di distruggere il peccato (cfr. 1 Pt. 4,1). Ma è certo che chi soffre, nella potenza del corpo di Cristo soffre per il corpo di Cristo, come vicario ‘per’ la comunità, che può portare ciò che viene risparmiato ad altri. «Portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Noi, che viviamo, infatti, siamo sempre esposti alla morte per Gesù, affinché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. E così in noi agisce la morte e in voi la vita» (2 Cor. 4,10-12; cfr. 1,5-7; 13,9; Fil. 2,17). Il corpo di Cristo deve sopportare una certa misura di dolore. Dio dà ad uno la grazia di portare particolari dolori al posto di un altro. Il dolore deve essere completato, portato, superato. Beato chi viene da Dio ritenuto degno di soffrire per il corpo di Cristo (Col. 1,24; Fil. 2,17). In tale sofferenza il credente può gloriarsi di portare nel proprio corpo la morte di Gesù Cristo, di portare le sue ferite (2 Cor. 4,10; Gal. 6,17). Così il credente può servire perché «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia» (Fil. 1,20). In tale agire e subire vicario delle membra del corpo di Cristo sta la vita stessa del Cristo che vuol prendere forma nelle sue membra (Gal. 4,19).

Ma in tutto ciò noi siamo nella comunione dei primi discepoli e seguaci di Cristo.
La conclusione di questa meditazione deve ora consistere nel ritrovare la testimonianza del corpo di Cristo nell’insieme della Scrittura. Qui si dimostra che nel corpo di Cristo la grande profezia dell’Antico Testamento sul tempio di Dio trova il suo compimento.

Il concetto del corpo di Cristo deve essere inteso non nel contesto dell’uso ellenistico di questa immagine, ma nelle profezie dell’Antico Testamento sul tempio. Davide vuol costruire un tempio per Dio. Egli interroga il profeta. Questo riferisce a Davide la Parola di Dio su questa sua intenzione: «Sarai proprio tu a costruirmi una casa perché io vi abiti?... Il Signore ti fa sapere che egli farà a te una casa» (2 Sm. 7,5 e 11). Il tempio di Dio può essere costruito solo da Dio stesso. Allo stesso tempo Davide, in strano contrasto con quanto detto prima, riceve la promessa che un suo discendente costruirà la casa per Dio e che il suo regno rimarrà in eterno (v. 12 e 13). «lo sarò Padre ed egli mi sarà figlio» (v. 14). Salomone, «il figlio della pace» di Dio con la casa di Davide, ha riferito a sé questa promessa. Egli costruì il tempio e venne confermato in questa azione da Dio. Ciononostante in questo tempio non si adempiva la profezia, poiché era costruito da mano d’uomo e doveva andare distrutto. Così la profezia, incompiuta, rimaneva attuale ed il popolo d’Israele attende ancora il tempio che doveva essere costruito dal figlio di Davide, il cui regno durerà in eterno. Il tempio a Gerusalemme fu più volte distrutto, un segno che non si tratta del tempio promesso. Dov’era il vero tempio? Cristo stesso lo dice riferendo la profezia del tempio al suo corpo:

«Occorsero 46 anni per costruire questo tempio, e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Egli però parlava del tempio del suo corpo. Quando pertanto fu risorto dai morti, i suoi discepoli si sovvennero che aveva detto questo e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù» (Gv. 2,20 ss.). Il tempio atteso da Israele è il corpo di Cristo. Il tempio dell’Antico Testamento è solo l’ombra del suo corpo (Col. 2,17; Ebr. 10,1; 8,5). Gesù intende il suo corpo umano. Egli sa che anche il tempio del suo corpo terreno sarà distrutto, ma risorgerà, ed il nuovo tempio, il tempio eterno sarà il suo corpo risorto e trasfigurato. Questa è la casa che Dio stesso costruisce a suo Figlio e che, tuttavia, il Figlio costruisce al Padre. In questa casa abita veramente Dio ed allo stesso tempo la nuova umanità, la comunità di Cristo. Il Cristo incarnato stesso è il tempio dell’adempimento della promessa. Corrisponde a ciò che l’Apocalisse di Giovanni dice della nuova Gerusalemme, che in essa non c’è tempio. «Infatti il Signore, Dio onnipotente, è tempio insieme all’agnello» (21,22).

Il tempio è il luogo della benevola presenza di Dio e la sua dimora in mezzo agli uomini. È allo stesso tempo il luogo dove la comunità viene accettata da Dio. Ambedue le cose si sono realizzate solo in Gesù Cristo divenuto uomo. Qui la presenza di Dio è reale e corporale. Qui l’umanità è reale e corporale, poiché egli l’ha accettata nel suo corpo. Perciò il corpo di Cristo è il luogo dell’accettazione, della riconciliazione e della pace tra Dio e uomo. Dio trova nel corpo di Cristo l’uomo e l’uomo è accettato nel corpo di Cristo. Il corpo di Cristo è il tempio spirituale (oikos pneumaticos), edificato di pietre viventi (1 Pt. 2,5 ss.). Cristo solo è fondamento e pietra angolare di questo tempio (Ef. 2,20; 1 Cor. 3, 11), egli è allo stesso tempo lui stesso e il tempio (oikodome), Ef. 2,21), nel quale dimora lo Spirito Santo e riempie i cuori dei credenti e li santifica (1 Cor. 3,16; 6,19).
Il tempio di Dio è la santa comunità in Gesù Cristo. Il corpo di Cristo è il tempio vivente di Dio e la nuova umanità.



[1] Anche Ef. 3,6 abbraccia tutto il dono della salvezza: Parola, battesimo, Santa Cena.

[2] Nell'immagine di endusasthai  in un certo senso c'è il concetto volumetrico di un'abitazione, di un vestito. Forse anche 2 Cor. 5,1 ss. può essere interpretato in relazione con questo passo. Qui si riscontra endusasthai  in connessione con il divino oiketerion. L'uomo senza questo oiketerion è gumnos; nudo, e deve temere Dio. Egli non è vestito e desidera essere rivestito. Egli è rivestito del divino oiketerion. Questo rivestire la chiesa in questo mondo con l'oiketerion non corrisponde forse all''indossare' la chiesa celeste, come Paolo desidera così ardentemente? Qui e lì è quell'unica Chiesa della quale veniamo rivestiti, la capanna di Dio, lo spazio della presenza e del rivestimento divino. Qui come lì il corpo di Cristo ci veste.

 

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