Il discepolo e gli increduli

«Non giudicate affinché non siate giudicati, poiché secondo il giudizio con cui giudicate sarete giudicati e con la misura con la quale misurerete sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, mentre non consideri la trave che è nel tuo occhio? O come puoi dire a tuo fratello: ‘Lascia che io ti levi la pagliuzza dal tuo occhio’, mentre c’è la trave nel tuo occhio? Ipocrita, leva prima la trave dall’occhio e allora vedrai di cavare la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino con i loro piedi, e, rivoltandosi, vi sbranino. Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto, perché chiunque chiede, riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Ora qual è fra voi quell’uomo, a cui suo figlio chiederà un pane ed egli gli darà una pietra? Oppure se chiederà un pesce gli darà un serpente? Se dunque voi che siete cattivi sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a coloro che gliele chiedono. Pertanto tutte quelle cose che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatele ad essi. Questa infatti è la legge e i profeti». (Mt. 7,1-12).

C’è un collegamento logico tra i capitoli 5 e 6 e questi versetti, e poi viene la grande conclusione del sermone sulla montagna.

Nel capitolo 5 si è parlato dello straordinario (perisson), nel 6 della giustizia segreta e semplice dei discepoli (aplous). Ambedue queste cose separano i seguaci di Gesù dalla comunità della quale avevano fatto parte fino a quel momento e li uniscono con Gesù. Il limite diviene chiaramente visibile. Da ciò nasce il problema dei rapporti dei seguaci di Gesù con gli uomini attorno a loro. A causa della selezione a cui sono stati sottoposti è forse dato loro un diritto particolare? Hanno avuto delle forze, dei metri, dei talenti particolari, che davano loro il diritto di arrogarsi una particolare autorità sugli uomini? Sarebbe stato prima di tutto ovvio che i seguaci di Gesù si distanziassero loro stessi dal loro ambiente con un giudizio severo e tagliente. Anzi, sarebbe potuto sorgere l’opinione che fosse volontà di Gesù che una tale condanna e separazione dei discepoli fosse ora messa in atto anche nelle loro quotidiane relazioni con gli altri. Perciò Gesù deve mettere bene in chiaro che un tale fraintendimento avrebbe messo seriamente in pericolo il loro cammino al suo seguito. I discepoli non devono giudicare. Se lo fanno incorrono loro stessi nel giudizio di Dio. La spada con la quale condannano il fratello ricade su loro stessi. Il taglio col quale si separano dal prossimo come giusti da ingiusti separa loro stessi da Gesù.

Perché è così? Il seguace vive completamente della sua unione con Gesù Cristo. Egli possiede la sua giustizia solo in questa comunione, mai al di fuori di essa. Perciò non può mai divenire per lui un metro a sua disposizione ed arbitrio. Ciò che fa di lui un discepolo non è un nuovo metro della sua vita, ma solo Gesù Cristo, lo stesso Mediatore e Figlio di Dio. Perciò la sua propria giustizia gli resta nascosta nella comunione con Gesù. Non può più vedere, osservare, giudicare se stesso, vede solo Gesù, ed è visto, giudicato e graziato solo da Gesù. Perciò tra il discepolo e l’altro uomo non si pone il metro di una vita giusta, ma di nuovo solo Gesù Cristo stesso. Il discepolo nell’altro uomo vede sempre solo uno al quale Gesù va incontro. Incontra l’altro solo perché si avvicina a lui con Gesù. Gesù lo precede recandosi dall’altro, ed egli lo segue. Perciò l’incontro del discepolo con l’altro uomo non è mai un libero incontro di due uomini, che nell’immediato incontro dei loro pareri, metri, giudizi si scontrerebbero. Il discepolo può incontrare l’altro uomo solo come uno dal quale si reca Gesù stesso. La lotta per l’altro uomo, il suo nome, il suo amore, la sua grazia, il suo giudizio sono l’unica cosa che ha importanza. Il discepolo, dunque, non ha occupato una posizione da cui sferrare un attacco contro l’altro, ma entra nella verità dell’amore di Gesù verso il prossimo con l’incondizionata offerta di comunione.

Giudicando ci poniamo di fronte al prossimo ad una distanza di osservazione, di riflessione. L’amore, invece, non lascia luogo e tempo per questo atteggiamento. Il prossimo, per chi ama, non può mai essere oggetto di osservazione, ma, in ogni momento, ha un reale diritto al mio amore e al mio servizio. Ma il male nel prossimo non mi costringe forse ad una necessaria condanna, proprio per amar suo? Riconosciamo quanto sono netti e precisi i limiti. Un malinteso amore per il peccatore è pericolosamente vicino all’amore per il peccato. Ma l’amore di Cristo per il peccatore è esso stesso condanna del peccato, è l’espressione più forte dell’odio per il peccato. Appunto l’amore incondizionato nel quale i discepoli di Gesù devono vivere seguendo il Maestro, opera quello che essi, con un amore parziale e condizionato donato a propria discrezione, non potrebbero mai effettuare, cioè la condanna radicale del male.

Se sono i discepoli a giudicare, essi stabiliscono metri sul bene e sul male; ma Gesù Cristo non è un metro da applicare al prossimo. È lui a giudicare me stesso e a farmi vedere come il bene che io credo di fare è qualcosa di assolutamente cattivo. E perciò mi è vietato applicare al prossimo ciò che non vale per me. Infatti, giudicando secondo il bene e il male, io confermo il prossimo nel suo male, perché anche lui giudica secondo il bene ed il male. Ma lui non sa nulla del male insito nel suo bene, ma si giustifica con questo. Se viene da me giudicato nel male che fa, egli viene confermato nella sua opinione sul bene, che pure non è mai bene secondo il giudizio di Gesù Cristo, e proprio così viene sottratto al giudizio di Gesù Cristo e sottoposto ad un giudizio umano. Io stesso, invece, attiro su di me il giudizio di Dio, perché in questo modo non vivo più della grazia di Gesù Cristo, ma della conoscenza del bene e del male e incorro nel giudizio al quale mi attengo. Dio è per ognuno tale quale egli lo vede.

Giudicare è riflessione[1] vietata, sul prossimo. Esso distrugge l’amore semplice e sincero. Questo non mi proibisce i miei pensieri sul prossimo, la mia percezione del suo peccato, ma ambedue vengono liberati dalla riflessione offrendomi l’occasione di perdonare e di amare incondizionatamente, come Gesù ama me.

Trattenendo il mio giudizio sul prossimo, non attuo il tout comprendre c’est tout pardormer, non dò, in un certo senso, ragione al prossimo. Né a me, né a lui viene data ragione: solo Dio ha ragione; la sua grazia e il suo giudizio vengono annunziati.

Giudicare rende ciechi, amare apre gli occhi. Se giudico vuol dire che sono cieco per la mia cattiveria e per la grazia concessa all’altro. Nell’amore di Cristo, invece, il discepolo conosce ogni peccato ed ogni colpa immaginabile, perché conosce la passione di Cristo, ma allo stesso tempo l’amore riconosce nell’altro colui al quale è stato perdonato sotto la croce. L’amate vede l’altro sotto la croce e appunto in questo ha veramente gli occhi aperti. Se, quando giudico, m’importasse veramente del male, cercherei il male lì dove realmente mi minaccia, cioè in me stesso. Se invece cerco il male nell’altro, proprio allora si dimostra che in tale giudizio cerco il mio proprio diritto, che, giudicando l’altro, voglio restare impunito nella mia propria cattiveria. Perciò la premessa di ogni giudizio è l’auto-inganno più pericoloso, cioè quello di credere che la Parola di Dio sia diversa per me e per il mio prossimo. lo faccio valere il mio diritto particolare dicendo: «per me vale il perdono, per l’altro il giudizio che condanna». Ma poiché i discepoli non ricevono da Gesù un diritto particolare da far valere di fronte all’altro, poiché non ottengono null’altro che la comunione con lui, al discepolo è assolutamente vietato giudicare, perché sarebbe un arrogarsi un falso diritto di fronte al prossimo.

Ma ai discepoli non è vietato solo di esprimere un giudizio; anche l’annunzio salvifico del perdono al prossimo ha certi limiti. Il discepolo di Gesù non ha né potere né diritto di imporlo a tutti in ogni momento. Ogni pressione, ogni insistenza, ogni proselitismo, ogni tentativo di ottenere qualche risultato nel prossimo servendosi del proprio potere, è inutile e pericoloso. Inutile: i porci non riconoscono le perle che vengono loro gettate; pericoloso: così non solo la parola del perdono viene profanata, non solo l’altro che voglio servire viene reso peccatore di fronte alla cosa sacra, ma anche i discepoli che predicano corrono il rischio di subire del male dalla cieca ira degli uomini induriti di cuore e dall’animo ottenebrato, senza necessità e senza utilità. Lo spreco della grazia a buon mercato disgusta il mondo. Questo, infine, si ribella a coloro che vogliono imporre ciò che esso non desidera. Per i discepoli ciò significa una seria limitazione alla loro azione: corrisponde all’invito di Matteo 10 di scuotere la polvere dai piedi, dove la parola di pace non viene ascoltata. L’attivismo che spinge la schiera dei discepoli, che non vuole accettare limiti alla sua opera, lo zelo che non bada alla resistenza scambia la parola dell’Evangelo per un’idea vittoriosa. L’idea richiede uomini fanatici, che non conoscono né rispettano una resistenza. L’idea è forte. La Parola di Dio, invece, è tanto debole che si lascia schernire e respingere dagli uomini. Davanti alla Parola i cuori possono indurirsi e le porte chiudersi, e la Parola riconosce l’opposizione che incontra e la sopporta. È un’esperienza dura: per l’idea non c’è nulla di impossibile, per l’Evangelo, invece, ci sono cose impossibili. La Parola è più debole dell’idea. Perciò anche i testimoni della Parola sono, con questa Parola, più deboli dei propagatori di un’idea. Ma in questa debolezza essi sono liberi dalla morbosa irrequietezza dei fanatici; infatti essi soffrono con la Parola. I discepoli possono anche ritirarsi, fuggire, purché la loro debolezza sia la debolezza della Parola stessa, purché non abbandonino la Parola durante la fuga. Infatti non sono altro che servitori e strumenti della Parola e non vogliono essere forti, dove la Parola vuol essere debole. Se volessero imporre la Parola in ogni modo, con ogni mezzo umano, essi muterebbero la Parola vivente di Dio in idea, ed il mondo a ragione si opporrebbe a un’idea che non gli serve a nulla. Ma proprio come testimoni deboli fanno parte di coloro che non cedono, ma rimangono - certo solo lì dove è la Parola. I discepoli che non conoscessero la debolezza della Parola, non avrebbero riconosciuto il segreto dell’abbassamento di Dio. Eppure questa Parola così debole, che subisce l’opposizione del peccatore, è l’unica parola forte, misericordiosa, che converte i peccatori fin nell’intimo cuore. La sua forza è velata dalla sua debolezza; se la Parola venisse rivelando la sua piena potenza, sarebbe giunto il giorno del giudizio. Qui i discepoli si trovano di fronte ad un grave compito, quello di riconoscere i limiti del loro ministero. Ma la Parola che avranno usata male si rivolgerà contro loro stessi.

Che devono fare i discepoli contro i cuori induriti? Lì dove non trovano accesso al cuore del prossimo? Devono riconoscere che non hanno, in nessun modo, diritto o potere sugli altri, che non hanno nessun accesso immediato al cuore del prossimo, così che non resta loro altro che volgersi a colui nella cui mano sono loro stessi come pure quegli altri. Di questo si parlerà nelle pagine seguenti. I discepoli vengono indotti a pregare. Vien detto loro che non c’è altra via per raggiungere il prossimo se non la preghiera rivolta a Dio. Giudizio e perdono sono in mano a Dio e vi rimangono. Egli chiude ed egli apre. Ma i discepoli devono pregare, cercare, bussare, ed egli li esaudirà. I discepoli devono sapere che la loro preoccupazione ed ansia per gli altri li deve indurre a pregare. La promessa fatta alla loro preghiera è il massimo potere di cui dispongono. Il fatto che sanno che cosa cercano, distingue la ricerca dei discepoli dalla ricerca di Dio dei pagani. Cercare Dio lo può solo chi lo conosce già. Chi potrebbe cercare ciò che non conosce? Come potrebbe trovare se non sa che cosa cerca? Così i discepoli cercano il Dio che hanno trovato nella promessa loro fatta da Gesù Cristo.

In breve, qui si è visto che il discepolo nel suo rapporto con l’altro uomo non ha nessun diritto, nessun potere. Vive completamente del potere datogli dalla comunione con Gesù Cristo. Gesù dà al suo discepolo una regola molto semplice, con la quale anche il più ingenuo può provare se il suo contatto con l’altro è giusto o errato; basta che capovolga il rapporto tra ‘io’ e ‘tu’, basta che ponga sé al posto dell’altro e l’altro al posto suo. «Pertanto tutte quelle cose che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatele ad essi». Nello stesso momento il discepolo perde ogni diritto particolare di fronte all’altro, non può scusare in se stesso ciò che rimprovera all’altro. Ora è altrettanto duro verso il male in sé quanto usava esserlo verso il male nell’altro, ed altrettanto indulgente verso il male dell’altro quanto lo è verso se stesso. Infatti il male nostro non è altro che il male del prossimo. C’è un giudizio, una legge, una grazia. Perciò il discepolo incontrerà l’altro sempre come uno a cui sono stati perdonati i peccati e che da questo momento vive solo dell’amore di Dio. «Questa è la legge e i profeti». Infatti non è altro che il massimo dei comandamenti: amare Dio sopra ogni cosa e amare il prossimo come se stesso.



[1] B. usa il termine in doppio senso: 1. riflettere (= pensare) su qualcuno e 2. riflettere (= rigettare) il proprio pensiero e sentimento sull'altro. N.d.T.

 

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