Il lavoro

«Questi dodici Gesù mandò dopo averli istruiti, dicendo: ‘Non andate per la via dei Gentili e non entrate nelle città dei Samaritani. Andate piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele’» (Mt. 10,5 e 6).

In quanto collaboratori di Gesù i discepoli, nella loro attività, sottostanno all’ordine del loro Signore. Non possono scegliere liberamente come compiere e come intendere il loro lavoro. L’opera di Cristo che devono compiere sottopone i messaggeri completamente al volere di Gesù. Beati loro che hanno un tale incarico come compito e sono liberati da ogni parere proprio e da ogni propria valutazione.

Subito la prima parola impone ai messi una limitazione che deve essere loro parsa strana e gravosa. Non possono scegliersi il loro campo di lavoro. Non importa dove li spinge il loro cuore, ma dove vengono mandati. Con ciò risulta ben chiaro che devono compiere non l’opera loro, ma l’opera di Dio. Non sarebbe stato logico recarsi proprio dai pagani e dai samaritani, poiché proprio questi avevano particolare bisogno della buona novella? Può darsi; ma non è il loro compito. E le opere di Dio non possono essere compiute senza ordine, altrimenti verrebbero compiute senza la sua promessa. Ma il compito di predicare l’Evangelo e la promessa che ne segue non valgono dappertutto? Ambedue valgono solo lì dove Dio dà l’incarico di farlo. Non è proprio l’amore di Gesù che ci spinge ad annunziare la buona novella illimitatamente? L’amore di Gesù si distingue dall’esaltazione e dallo zelo del proprio cuore per il fatto che si attiene all’incarico. Non per il nostro amore verso i nostri fratelli nel popolo o verso i pagani in paesi stranieri, per quanto grande possa essere, noi possiamo portare loro l’annunzio della salvezza dell’Evangelo, ma solo per l’ordine che il Signore ci ha dato nel suo incarico missionario. Solo il suo incarico ci indica dove sta la sua promessa. Se Cristo non volesse che io predichi qui o lì l’Evangelo, io dovrei lasciar correre tutto e attenermi alla volontà e alla Parola di Cristo. Così gli apostoli sono legati alla Parola, all’incarico. Gli apostoli devono farsi trovare solo lì dove è la Parola di Cristo, dov’è il suo incarico. «Non andate per la via dei Gentili e non entrate nelle città dei Samaritani. Andate piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele».

Noi che eravamo fra i pagani, una volta eravamo esclusi dal messaggio. Prima Israele doveva udire e respingere il messaggio di Cristo, perché questo poi potesse giungere ai pagani e si potesse formare una comunità di pagano-cristiani secondo l’ordine di Gesù Cristo. Solo il Risorto dà l’incarico della missione. Così proprio la limitazione del compito che i discepoli non potevano comprendere, divenne la grazia dei pagani, che accettarono il messaggio del Crocifisso e Risorto. Questa è la via e la sapienza di Dio. A noi rimane solo l’incarico.

«Andando poi predicate dicendo che il regno dei cieli è vicino. Curate gli infermi, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi e cacciate i demoni,’ gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente date» (Mt. 10,7 e 8).

Il messaggio e l’attività dei messaggeri non si distinguono da quelli di Gesù stesso. Essi sono stati fatti partecipi del suo potere. Gesù ordina di annunziare la venuta del regno dei cieli e ordina i segni che confermano questo annunzio. Gesù comanda di guarire gli infermi, di purificare i lebbrosi, di risuscitare i morti, di cacciare i demoni. L’annunzio diviene avvenimento e l’avvenimento conferma l’annunzio. Regno di Dio, Gesù Cristo, perdono dei peccati, giustificazione del peccatore per fede tutto questo non è altro che distruzione del potere del diavolo, guarigione, risurrezione dei morti. In quanto Parola del Dio onnipotente è azione, avvenimento, miracolo. Quell’uno, Gesù Cristo, percorre il mondo e compie la sua opera tramite i suoi dodici messaggeri. La grazia regale di cui sono forniti i discepoli, è la Parola di Dio creatrice e redentrice.

«Non prendete né oro né argento, né rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né calzari, né bastone, poiché l’operaio ha diritto al suo nutrimento» (Mt. 10,9 e 10).

Poiché l’ordine e il potere dei messaggeri poggia solo sul Parola di Gesù, negli inviati di Gesù non si deve vedere nulla che possa rendere poco chiara o poco credibile questa missione regale. I messaggeri devono rendere testimonianza della ricchezza del loro Signore mediante la loro regale povertà. Quello che hanno ricevuto da Gesù non è un possesso loro col quale potrebbero acquistarsi altri beni. «Lo avete ricevuto gratuitamente». Essere messaggero di Gesù non attribuisce alcun diritto personale, nessun diritto a onore o potenza. Anche lì dove il libero messaggero si è mutato in pastore ‘di ruolo’, non può essere diversamente. I diritti dell’uomo che ha studiato, le pretese sociali di classe non hanno più alcun valore per chi è divenuto messaggero di Gesù. «Gratuitamente avete ricevuto». Oppure non è stata solo la chiamata di Gesù che ci ha attirati, senza che lo meritassimo, al suo servizio? «Gratuitamente date». Fate vedere chiaramente che con tutte le ricchezze che avete da dare, non chiedete nulla per voi, nessun bene, ma neppure onore, riconoscimento, e neppure gratitudine! Che cosa me ne darebbe il diritto? Tutto l’onore che ricadesse su di noi, sarebbe rubato a colui al quale appartiene realmente, al Signore che ci ha inviati. La libertà dei messaggeri di Gesù deve dimostrarsi nella loro povertà. Se Marco e Luca si distinguono un poco da Matteo nell’elenco delle cose che ai discepoli è vietato o ordinato di portare con sé, non se ne possono, però, trarre conclusioni diverse. Gesù ordina a coloro che escono con i pieni poteri dalla sua Parola di restare poveri. È bene riconoscere chiaramente che si tratta di un ordine di Gesù. Sì, lo stato dei possedimenti dei discepoli è regolato fin nei minimi particolari. Non si devono mettere in vista come mendicanti, con vesti stracciate, né essere di peso agli altri come parassiti. Ma devono girare indossando il ‘vestito di servizio’, cioè poveramente. Devono avere con sé tanto poco quanto colui che, facendo un viaggio, è sicuro di trovare presso amici un alloggio che lo accolga e gli dia il cibo necessario. Non che debba avere questa fiducia negli uomini, ma in colui che li ha inviati, nel loro Padre celeste che provvederà a loro. Così renderanno credibile il messaggio che annunziano, cioè la venuta della Signoria di Dio in terra. Con la stessa libertà con cui compiono il loro servizio, essi accettino pure alloggio e nutrimento, non come pane concesso a mendicanti, ma come cibo che un operaio merita. ‘Operai’ così Gesù chiama i suoi messaggeri. La pigrizia naturalmente non merita cibo. Ma che cos’è lavoro se non questa lotta con le forze di Satana, questa lotta per conquistare i cuori degli uomini, questa rinunzia alla propria gloria, ai beni e alle gioie del mondo per amore del servizio dei poveri, degli oppressi, dei miserabili? Dio stesso è stato «tormentato e stancato dagli uomini» (Is. 43,24), l’anima di Gesù è stata tormentata fino alla morte sulla croce per la nostra salvezza (Is. 53,11). I messaggeri partecipano a questo tormento col loro annunzio, con la vittoria su Satana e con la preghiera d’intercessione. Chi non riconosce questa fatica non ha capito ancora nulla del servizio del fedele messaggero di Gesù. Senza vergognarsi possono accettare la quotidiana retribuzione del loro lavoro; senza vergognarsi, però, devono restare poveri per amore del loro servizio.

«In qualsiasi città o borgata entriate, informatevi chi in essa è degno, e là restate fino alla vostra partenza. Entrando poi nella casa salutatela e, se la casa ne è degna, la vostra pace venga su di essa, se invece non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. E se qualcuno non vi riceve, né ascolta le vostre parole, uscendo fuori di quella casa o città, scuotete via la polvere dai vostri piedi. In verità, vi dico, toccherà una sorte più sopportabile alla terra di Sodoma e Gomorra nel giorno del giudizio che a quella città» (Mt. 10,11-15).

Il lavoro nella comunità partirà dalle case «che sono degne» di ospitare i messaggeri di Gesù. Dio ha ancora dappertutto una comunità che prega e attende. In essa i discepoli vengono accolti umilmente e volentieri nel nome del loro Signore. In essa il loro lavoro sarà sostenuto dalla preghiera, in essa c’è una piccola schiera che è vicaria per tutta la comunità. Per impedire, nella comunità, discordie e falsa concupiscenza o arrendevolezza dei discepoli, Gesù ordina agli apostoli di restare nella stessa casa per il tempo che si trovano nello stesso luogo. I messaggeri, entrando in una città, vengano immediatamente al nocciolo del loro compito. Il tempo è prezioso e breve. Ancora molti attendono il messaggio. Già la prima parola di saluto, con la quale si rivolgono al Signore della casa: «Pace a questa casa!» (Lc. 10,5) non è una vuota formula, ma porta subito la potenza della pace di Dio a quelli che «ne sono degni». L’annunzio dei messaggeri è breve e chiaro. Essi annunziano la venuta del regno di Dio, essi chiamano alla conversione (= tornare indietro, mutar rotta!) e alla fede. Vengono con i pieni poteri di Gesù di Nazareth. Si esegue un ordine, si fa un’offerta con la massima autorità. E con ciò tutto è fatto. Poiché tutto è della massima semplicità e chiarezza, e poiché la causa non ammette rinvio, essa non ha neppure bisogno di lunga preparazione, discussione, insistenza. Un re sta davanti alla porta, può entrare da un momento all’altro: volete sottomettervi a lui e accoglierlo umilmente, o volete che, nella sua via, egli vi distrugga e uccida? Chi vuol ascoltare ha udito tutto, non può voler trattenere il messo, perché questo deve proseguire per la prossima città. Ma chi non vuol udire, per quello il tempo della grazia è passato, egli ha espresso su di sé il proprio giudizio. «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori» (Ebr. 4,7): questo è predicazione evangelica. Sarebbe una fretta spietata? Nulla v’è di più spietato del voler illudere gli uomini che hanno ancora tempo per mutare rotta. Nulla v’è di più misericordioso, nessun messaggio è più lieto di quello che annunzia che c’è fretta, che il regno è molto vicino. Il messaggero non può attendere che venga ripetuto sempre di nuovo ai singoli. nel loro linguaggio. Il linguaggio di Dio è sufficientemente chiaro. Il messo non decide nemmeno chi vuole e chi non vuole sentire. Dio solo conosce quelli che «ne sono degni». E questi udranno la Parola, così come viene annunziata dai discepoli. Ma guai alla città e alla casa, dove il messaggero di Gesù non viene accolto! Sarà giudicata terribilmente. Sodoma e Gomorra, le città della immoralità e della perdizione, dovranno attendersi un giudizio più mite di queste città di Israele che respingono la Parola di Gesù. Vizi e peccati possono essere perdonati dalla Parola di Gesù, ma chi rifiuta questa stessa Parola di salvezza, non ha più alcuna possibilità di salvezza. Non c’è peccato più grave che l’incredulità di fronte all’Evangelo. Ai messaggeri, in questo caso, non resta altro che andarsene. Se ne vanno perché la Parola qui non può rimanere. Con timore e meraviglia allo stesso tempo devono riconoscere la potenza e la debolezza della Parola divina. Ma poiché i discepoli non possono né devono ottenere, con costrizione, nulla contro la Parola o oltre alla Parola, poiché il loro compito non è lotta eroica, non imposizione fanatica di una grande idea, di una «buona causa», perciò si fermano solo lì dove la Parola di Dio rimane. Se questa viene respinta, essi si lasciano respingere con essa. Ma scuotono la polvere dai loro piedi come segno della maledizione che colpirà questo luogo e della quale essi non saranno partecipi. Ma la pace che essi hanno portato a questo luogo ricadrà su di loro. «Questa è la consolazione dei ministri della chiesa che credono di non riuscire a nulla. Non rammaricatevi; ciò che gli altri non accettano, per voi stessi sarà di tanto maggiore benedizione. È il Signore che lo lice; costoro lo hanno disprezzato, perciò tenetelo per voi» (Bengel).

 

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