Il raccoglimento passivo

Ci troviamo ora ad una tappa importante del nostro cammino d’orazione: si tratta per così dire di un’esperienza che fa da “cerniera”.

All’inizio del cammino d’orazione mi sono sforzato di pregare, certo attirato dal Signore: ho meditato in compagnia del Signore, ho conversato con Lui, sono rimasto presso di Lui in uno sguardo semplice, in un’attenzione amorosa, imponendo il silenzio, se possibile, alle mie facoltà. Il Signore, grazie ad una lunga frequentazione, è divenuto per me un amico, un fratello, un padre, qualcuno che mi è intimo. Tutto questo è avvenuto nella fede, una fede che in certi momenti ha potuto essere oscura - una notte -, ma che in altri momenti è stata riempita della certezza intima di essere con Lui, di essere in Lui. L’orazione ha creato dei legami troppo forti tra Dio e me: al momento, con o senza consolazione sensibile, una felicità molto profonda mi accompagna. Io so di essere amato da Dio: Egli mi ha fatto scoprire il cammino che conduce a Lui.

Se resto fedele a questo amore reciproco presto o tardi Dio mi introdurrà in un’orazione più profonda: in questa orazione, in effetti, non sono più io che prendo l’iniziativa, che mi sforzo di essere attento a Dio, ma Egli stesso s’impone, Egli bussa alla mia porta. Se io apro, Egli entra e prende possesso di tutta la mia casa. Svanisce allora la maggior parte delle difficoltà nel raccogliere le mie facoltà e imporre loro il silenzio, poiché Egli stesso si preoccupa di renderle silenziose. Si è operato in me un cambiamento radicale: finora pregavo, o almeno cercavo di pregare, mentre ora sperimento che la preghiera mi viene donata senza un mio minimo sforzo e senza che io sappia da dove venga. Prima cercavo di raccogliermi; ora lascio che sia qualcun altro a farlo per me: un Altro mi attira dentro e mi ci trattiene.

 

Bere l’acqua viva

Teresa d’Avila usa un’immagine suggestiva per illustrare questo progresso nell’orazione: quella dell’acqua, uno dei quattro elementi. Teresa, come sappiamo, ha contemplato durante tutta la sua giovinezza le parole della Samaritana: “Signore, dammi di quest’acqua”. Quest’acqua viva è Cristo stesso: nell’orazione Teresa si apre a Lui per ricevere in abbondanza l’acqua della grazia, l’acqua della presenza divina. E trova allora “quattro modi” di irrigare il giardino della sua anima. Innanzitutto, “cavando l’acqua da un pozzo, che è il modo più faticoso” (V 11, 7): era il modo abituale di procurarsi dell’acqua. Qui inizia, per Teresa, la prima fase dell’orazione: con la meditazione, e con l’aiuto di tutte le proprie facoltà, ci si sforza di trovare dei bei pensieri su Dio. Si fatica molto e malgrado questo il risultato resta povero: si tira un secchio alla volta!

Ma esistono altri modi: “portarla negli acquedotti per mezzo di una noria, ossia col far girare una gran ruota che qualche volta ho manovrata pur io, avendosi cosi più acqua con fatica minore” (V 11, 7). La famiglia di Teresa possedeva una casa a Gotarrendura, perciò Teresa vedeva i contadini al lavoro e ha potuto lei stessa girare la manovella per fare riversare l’acqua dei recipienti nei campi. Questo lavoro era assai faticoso, ma il risultato era soddisfacente poiché si usavano più secchi alla volta. Per Teresa, questa è una rappresentazione dell’orazione di raccoglimento in cui si impone il silenzio alle proprie facoltà: bisogna davvero determinarsi ad entrare in questo raccoglimento e ad usare tutti i modi necessari. L’anima si sente bene: l’acqua inizia a fluire. L’amore costantemente nutrito, ma se si lascia ricadere la manovella, il raccoglimento scompare: l’acqua non scorre più e c’è l’aridità, il campo si dissecca.

Il terzo modo di attingere acqua è ovvio, per così dire, ma ci si scorda a volte di servirsene: “derivarla da un fiume o da un ruscello, che è il modo migliore perché la terra ne rimane bene imbevuta, non occorre innaffiarla tanto spesso, e i giardiniere ha molto meno da faticare” (V, 11, 7). Durante i suoi numerosi viaggi di fondazione Teresa ha dovuto attraversare molti fiumi, a volte a rischio di annegare. Ella ha potuto vedere, dunque, come i contadini sape vano canalizzare l’acqua dei fiumi verso i loro campi. Teresa vede qui un’altra immagine dell’orazione: l’anima si apre all’influenza divina, si lascia impregnare dell’acqua della grazia, dell’amore dell’Amato. Essa non fa altro che ricevere: è semplicemente attenta a non lasciar passare l’ora della grazia che scorre: dobbiamo lasciarci bagnare.

Ecco ancora, secondo Teresa, un quarto modo di lasciar irrigare il proprio giardino, che è poi il più naturale: “e finalmente una buona pioggia, nel qual caso è Dio che innaffia senza alcuna nostra fatica: sistema migliore che supera ogni altro” (V 11, 7). Di questo parleremo più avanti. Riconsideriamo meglio ora il terzo modo di procurarsi l’acqua, per capire cosa succeda. Se Dio è amore, forse non dovremmo sorprenderci se ci testimonia a volte il suo amore con un tocco divino. Il Cantico dei cantici si apre con questo grido della sposa: “Mi baci con i baci della sua bocca” (Ct 1,1). Elia, sull’Oreb, si sente sfiorato da “un vento leggero” (1Re 19, 12). Queste non sono che delle immagini, ma esprimono molto bene il passaggio del Signore e la testimonianza tutta particolare del suo amore.

 

Attirati nell’intimo

Come percepire questo influsso divino? Avvertiamo che si impadronisce di noi un tipo di raccoglimento diverso da quello che ci sforziamo di raggiungere nell’orazione: non si tratta di uno sforzo di concentrazione, di oblio di tutto il resto. Qui veniamo attirati nell’intimo. Una presenza interiore chiama, raccoglie, concentra le nostre facoltà e le fa tacere: “veniamo raccolti”. Ecco perché si parla di raccoglimento passivo. Ascoltiamo Teresa: Si tratta di un raccoglimento che mi sembra anch’esso soprannaturale. Benché non consista nello starsene al buio, nel chiudere gli occhi e in altre cose esteriori, tuttavia gli occhi si chiudono e si desidera la solitudine ... Il gran Monarca che risiede nel castello, vedendo la loro buona volontà si lascia impietosire, e nella sua grande misericordia decide di chiamarli a sé (quegli inquilini che sono i sensi e le facoltà). A guisa di buon pastore, emette un fischio tanto soave da non esser quasi percepito, ma con il quale fa loro conoscere la sua voce...” (4M 3, 1-2). Siamo come chiamati, invitati ad ascoltare, ad essere attenti, o piuttosto veniamo posti in uno stato di attenzione: tutta la nostra forza d’animo è come unificata. Teresa, nel contesto del buon pastore che pascola il suo gregge, ci parla di questa attrazione interiore mediante delle immagini: “emette un fischio tanto soave da non esser quasi percepito, ma con il quale fa loro conoscere la sua voce, acciocché lasciata la via della perdizione, rientrino nel castello. E ciò fanno immediatamente, perché quel fischio è di così grande efficacia da districarli da tutte le cose esteriori fra le quali vivevano” (4M, 3, 2.). E Teresa insiste: “Non so come vi siano entrati, né come abbiano udito il fischio del pastore. Ciò non fu certamente per le orecchie, con le quali non si percepisce nulla, ma per aver sentito un certo vivo desiderio di ritirarsi soavemente nell’interno. Mi capirà bene chi ne avrà l’esperienza, perché io non so spiegarmi di più” (4M 3, 3). Teresa invece lo spiega molto bene.

Questo raccoglimento che si “subisce” è accompagnato da una pace profonda. Teresa qui è in perfetta sintonia con Giovanni della Croce che parla spesso della pace come percezione e segno del passaggio del Signore: “L'intervento di Dio nell’anima produce un effetto di pace” (cfr. 1N 9, 7), e “Dio parla al cuore in questa solitudine, in somma pace e tranquillità, mentre l’anima ascolta ciò che Dio le dice, poiché in questa solitudine egli comunica pace” (FB 3, 34). Per questa tappa dell’orazione Teresa da parte sua sottolinea: “Qui siamo già nel soprannaturale, e da noi stessi non vi potremmo mai arrivare, nonostante ogni possibile diligenza. L’anima entra ormai nella pace o, per meglio dire, ve la fa entrare il Signore con la sua divina presenza... Allora tutte le potenze si riposano” (C 31, 2).

Tuttavia, è importante sottolineare che all’inizio non si avverte molto questa “infusione segreta”. Si è ancora incapaci di prendere la buona abitudine del l’accoglienza riguardo all’opera di Dio e le facoltà intellettuali ed affettive sono ancora troppo attive: si vuole “fare” qualcosa. “(L’anima), non comprendendo questo nuovo stato, non si abbandona pacificamente ad esso, ma va procurandosi l’altro esercizio più sensibile”, nota Giovanni della Croce (2S 13, 7). Infatti, viene avvertito come strano e insieme angosciante questo stato di silenzio interiore che sopraggiunge: ci si ritrova fuori dalle proprie abitudini, abbandonati all’azione dì un Altro.

Inoltre, l’occhio spirituale non si è ancora adattato. Che non ci si immagini dunque che questo “tocco” divino – la contemplazione – illumini sempre l’intelligenza e infiammi il cuore: spesso, e soprattutto all’inizio, si sperimenta solo aridità e oscurità. La luce divina abbaglia a tal punto che se ne viene accecati: di fronte a Dio che è pura luce ci si trova annebbiati, proprio come il pipistrello ha gli occhi del tutto accecati dalla luce del sole (cfr. 2S 8, 6).

 

Una disponibilità totale

Ecco perché i nostri autori spirituali, tanto Teresa di Gesù quanto Giovanni della Croce, si preoccupano costantemente che ci poniamo in una buona disposizione perché Dio venga a visitarci; si preoccupano di renderci sempre più accoglienti nei confronti dell’Amore divino, affinché davvero nessuno dei doni di Dio vada perduto. Perché tutto ciò che ricevo da Dio, lo ricevo per la Chiesa intera; ogni grazia è grazia fraterna, una grazia che costruisce la fraternità, la comunità dei credenti, il popolo di Dio: per questo ho la pesante responsabilità di progredire sulla via dell’orazione, poiché io permetto a Dio di rendersi presente nel suo popolo.

L’atteggiamento fondamentale che sta alla base dì tutta l’orazione, ma in particolare di questo stato di contemplazione è innanzitutto una profonda disponibilità riguardo all’opera di Dio in me: bisogna che accolga in tutto il mio essere il dono dell’Amore divino. Tale dono è una conoscenza amorosa di Dio: è attraverso un contatto pieno di amore - un “tocco” divino - che mi viene donata una certa conoscenza di Dio per via d’esperienza. Dio mi tocca: io vivo di Dio. Questo sapere è il frutto di un incontro d’amore. Devo quindi sempre badare ad istruirmi nelle cose di Dio prima e dopo questo incontro: la mia fede deve nutrirsi in ogni tempo, ma in questi momenti privilegiati si crea un contatto diretto, presenza a presenza. Questo provoca un “non so che” come dice Giovanni della Croce, ma poi io so che qualcosa è passata, o piuttosto che Qualcuno è passato.

Giovanni della Croce riassume l’atteggiamento d’accoglienza in questi termini: per ricevere questa conoscenza amorosa da parte di Dio, l’anima “deve essere molto annichilita nelle sue azioni naturali, libera, riposata, pacifica e serena, come piace a Dio” (FB 3, 34). Giovanni ci ha insegnato un’orazione tipica di accoglienza: l’attenzione amorosa. Ma ascoltiamo Teresa, che parla a partire dalla sua esperienza e descrive il suo personale atteggiamento. “L’amore dev’essere già acceso. Dobbiamo essere come un povero bisognoso che sta innanzi a un grande e ricco imperatore: chiedere, abbassare gli occhi e aspettare con umiltà. Quando Dio ci farà capire per certe sue vie segrete che ci sta ascoltando, allora, giacché ci ha permesso di stargli innanzi, sarà bene che ci mettiamo in silenzio!” (4M 5, 4-5).

 

In balia di Dio

Teresa ci introduce in questa orazione, poiché è di estrema importanza sapere come comportarsi alla presenza di Dio affinché nessuno dei suoi doni si perda. Il rispetto di Dio richiede un profondo silenzio. “Procurare, senza rumore e senza violenza, d’impedire che l’intelletto discorra, ma senza sospenderlo, né sospendere il pensiero, bensì impiegarlo nel ricordarsi della presenza di Dio e della sua natura divina” (4M 3, 7). Teresa, con uno sguardo introspettivo, descrive conte la volontà e l’intelletto giungano a volte a contrapporsi. La volontà sede dell’amore, è attirata verso Dio e vuole abbandonarsi a Lui: si è creato un contatto d’amore e tutto dunque può tacere; così, la pratica dell’attenzione amorosa non richiede uno sforzo maggiore, ma ha raggiunto il suo scopo, perché l’attenzione è presa da Dio. Nei frattempo, tuttavia, l’intelletto vuote comprendere cosa accada, conoscere questo strano evento al quale non abituato. Prima infatti era sempre coinvolto nell’orazione: poteva portare un contributo al pensiero su Dio. Ora si trova senza occupazione: la volontà non ne ha più bisogno, poiché il contatto con Dio si è già realizzato per opera di Dio stesso. L’intelletto allora reclama la sua parte. Teresa suggerisce: “Quando la volontà è immersa in questa quiete, non deve far conto dell’intelletto più che di un pazzo. Sforzandosi per attirarlo a sé, finirebbe col distrarsi, ed anche inquietarsi: l’orazione si cambierebbe in una agitazione continua, sino a nulla guadagnare, e a perdere pure quel bene che il Signore le ha dato senza sua fatica ... allora l’anima è come un bambino lattante che, riposando sopra il seno di sua madre, riceve, senza che si disturbi a poppare, il latte che per tenerezza ella gli spreme in bocca. Così qui. La volontà ama senza che l’intelletto si affatichi. Benché neppure ci pensi, comprende, per volontà di Dio, che in quel momento gli sta unita, e che non ha altro da fare che d’inghiottire il latte che Egli le pone in bocca, assaporarne la soavità, riconoscere che è per sua grazia e godere di goderne. Però non pretenda di esaminare come gode e cosa gode! Cerchi invece di dimenticarsi per pensare solo a Colui che le è vicino e che non mancherà di provvederle quanto le conviene” (C 31, 8-9).

 

Rimanere nella quiete

Questo silenzio interiore delle nostre facoltà non si può conquistare con la forza: bisogna che seguiamo il movimento dello Spirito e non dobbiamo voler elevarci al di sopra di Dio. La pace e la dolcezza sono sempre criteri sicuri. Teresa osserva scherzosamente: “Queste operazioni interiori sono soavi e pacifiche, mentre ciò che vien fatto con pena è più di danno che di vantaggio. (Chiamo fatte con pena quel le azioni che esigono uno sforzo, come il trattenere il respiro). L’anima deve abbandonarsi nelle mani di Dio, affinché Egli ne faccia quel che vuole... La stessa preoccupazione di non pensare a nulla può eccitare a pensare molto” (4M 3, 6).

Bisogna dunque evitare ciò che è artificioso, straordinario: attendere la venuta del Signore non significa farsi violenza e comportarsi come se il Signore fosse già venuto. Teresa osserva con molto buon senso: “Se notiamo che il Re non ci ha né veduti né sentiti, guardiamoci bene dallo star là come tonti, a guisa di anime che per essersi sforzate di frenare i pensieri e violentate per non pensare a nulla, si trovano in più grande aridità e forse in maggiore inquietudine d’immaginazione. Dio vuote che gli facciamo delle domande, che pensiamo di essere alla sua presenza, persuasi che Egli conosca quello che ci conviene. Non so affatto persuadermi che le industrie umane possano avere qualche valore in cose che Dio ha riservato a Sé” (4M 3, 5). Ma come comportarsi quando si è entrati, come dice Giovanni della Croce, “nella solitudine, nel riposo, nella dimenticanza o nella audizione spirituale, cose tutte che accadono sempre accompagnate da qualche riposo pacifico e rapimento interiore” (FB 3, 35)? C’è bisogno ancora di parole o di completo silenzio? Posso astenermi da qualsiasi sforzo umano? Non devo piuttosto coltivare un atteggiamento di accoglienza verso il dono di Dio? Teresa risponde alle nostre domande in modo molto acuto e ancora a partire dalla propria esperienza personale: “È ancora utilissimo tenersi in più grande solitudine per meglio facilitare l’azione di Dio, permettendogli di operare in noi come in cosa propria. Il più che si possa fare, secondo me, è aggiungere di quando in quando qualche dolce parola, a guisa di soffio leggero che ravviva una candela appena spenta, e la spegne se accesa. Dico come un soffio leggero, per impedire che a forza di ordinar ragionamenti, non si finisca con inquietare la volontà... (Nell’orazione di quiete) sembra che Dio ci voglia far alquanto lavorare, benché con tanta pace da quasi neppure accorgerci... State attente per vedere se Dio vi vuol concedere questa grazia” (C 31, 7; 31, 10; 31, 13).

Altrove, Teresa parla di “qualche parola d’amore”, come utile da pronunciare al fine di rimanere in stato di ascolto e di “custodire il nostro lume acceso” (cfr. 4M, 3, 7). Dobbiamo dunque fare in modo che il Signore ci trovi completamente disponibili al momento della sua venuta.

La sete dell’unione

In noi si è stabilita una nuova intimità con il Signore, più profonda di prima ci sentiamo “a casa”, presso di Lui. Quiete e gioia ci invadono quando finalmente osiamo credere che siamo conosciuti da Dio: nell’orazione noi ci adagiamo nella certezza che da tempo, siamo stati trovati da Lui. La nostra orazione è ormai in primo luogo una questione sua. Chi sa di essere in tal modo preso da Dio è raggiante di una pace e di una gioia inesprimibili, perché Dio dà sempre di più: “L'anima conosce... di essere vicinissima al suo Dio, tanto che innalzandosi un po’ di più, arriverebbe a farsi una cosa sola con Lui nell’unione” (C 31, 2).

 

 

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