Introduzione

Introduzione 
Essere Preghiera

«L’aspetto più sublime dell’uomo

 consiste nella sua vocazione

 alla comunione con Dio» (GS 19)

 

San Tommaso, riprendendo Agostino, nel Compendio di Teologia rimasto incompiuto, verso la fine spiega insieme «la necessità della preghiera e la differenza tra la preghiera che si rivolge a Dio e quella che si rivolge a un uomo»: «Rivolta a un uomo la preghiera si presenta anzitutto per esprimere il desiderio di colui che prega e la sua indigenza e in secondo luogo per piegare il cuore di colui che si prega fino a farlo cedere. Quando invece si prega Dio..., non intendiamo manifestare i nostri bisogni o i nostri desideri a Lui, che conosce tutto... Ancor meno intendiamo piegare con parole umane la volontà divina a volere ciò che prima non voleva, - no ... la preghiera a Dio è - necessaria all’uomo in ragione di colui stesso che prega per mezzo di essa: egli si rende capace di ricevere» (Compendium Theologiae II 2).

 

Essere preghiera significa essere capaci di ricevere perché l’Orazione unisce l’uomo e Dio, il che viene significato dalla Croce. L’efficacia della preghiera e la sua necessità vanno cercate in un’azione che essa esercita non su Dio, ma su «colui stesso che prega». Nell’Orazione ci apriamo «con sincera fiducia a Cristo risorto, perché la forza rinnovatrice del Mistero pasquale si manifesti in ciascuno di noia» (Benedetto XVI, Messaggi, 25 marzo 2008) e renderci capaci di amare come Lui ci ha amato. E quando preghiamo per gli altri, lottiamo con Dio (assieme a Lui, ndr.), perché sempre più persone accettino di ricevere da Lui quella libertà nell’amore che ci ha trasmesso sulla Croce: «Dio ci redense e, di conseguenza, sposò unendo a sé la natura umana, quindi ogni anima, donandole sulla croce la sua grazia e i suoi favori» (Giovanni della Croce, CB 23, 3).

 

Questo è un invito a predisporsi a ricevere, nell’Orazione. Ma non a partire dalla considerazione di quella grazia e di quei favori. Semmai dalla consapevolezza di ciò da cui essi ci liberano. Dalla «felice e fortunata sorte» che consiste nel «potersi liberare dai beni esteriori, dalle passioni e dalle imperfezioni» presenti nell’uomo «a causa del disordine esistente nella ragione» (1S 1, 1). Per lasciarsi condurre soltanto a Dio ed essere mossi «soltanto dall’amore per Lui» (1S 1, 4).

 

Giova infatti ammettere «la triste situazione di schiavitù» (1S 15, 1) in cui giace la persona, impedendole di «giungere alla vera libertà» (1S 15, 2). «Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura» per la quale «tutto è lecito» (1Cor 10, 23). I nostri tempi ce lo insegnano, finalmente. E, finalmente, ci costringono ad ammettere che però dobbiamo «dar sempre la preferenza ai doni della grazia», per non «lasciarci dominare da nulla» (ibid.)

 

«La legge della carne [per la quale “l’uomo è per il Sabato” (Mc 2, 27)] lotta contro la legge dello spirito [per la quale “il Sabato è stato fatto per l’uomo” (ibid.)] e consegna l’anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: “Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rm 7, 24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7, 25 ss.).

Abbiamo il medico, accettiamo la medicina». (Ambrogio da Milano, In morte del fratello Satiro) di chi non è «venuto a chiamare i giusti ma i peccatori» (Mc 2, 17), a cui non giova il proprio agire perché, purtroppo, si lasciano dominare (cfr. 1Cor 6, 12). È il senso profondo, spirituale, della scoperta di Archimede, il quale avrebbe detto: “datemi una leva e vi solleverò il mondo”. Ecco la nostra leva: la grazia di Dio. E il punto su cui poggia: la nostra fiducia, che sa darsi a un Altro fuori di noi.

 

«Nessuna persona riesce da sola a liberarsi» (1S 1, 5). Teresa di Gesù lo riconosce: «avevo il torto di non porre in Lui ogni mia fiducia e di non diffidare abbastanza delle mie forze. Cercavo rimedi, usavo ogni diligenza, ma non riuscivo a persuadermi che ben poco si fa se non deponiamo ogni fiducia di noi stessi per riporla tutta nel Signore» (V 8, 12).

 

Ecco: con questo scritto vorrei invitarvi a riporre tutta la vostra fiducia in Dio, perché l’anima possa essere «condotta da Dio e mossa soltanto dall’amore per Lui» (1S 1, 4). E siccome «Dio ci aiuterà mediante la compagnia dei buoni» (V 7, 22), di quelli che intendono dedicarsi all’orazione, cercatevi tra di voi!

 

fr. Giorgio di Dio O.C.D.

 

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