Jean Lafrance_Dimmi una parola

Jean Lafrance

Dimmi una parola

Sentenze sulla preghiera

 

 

Prefazione

 

Nulla stimola di più a pregare dell’incontro con un uomo o una donna, trasfigurati dalla preghiera. Ho avuto più  volte modo di constatare che la presenza di uno di essi all'interno di una comunità, specie se rimane in disparte, nascosto, finisce col diventare contagiosa.

Monsignor Bloom, racconta che l’igumeno di un monastero femminile un giorno gli aveva chiesto consiglio: nella comunità c'era una suora di clausura addetta alla lavanderia, la quale era una donna di preghiera dotata di tale ascendente che tutte le sorelle della comunità andavano a chiederle consiglio per la loro vita di preghiera.

Doveva affidarle una responsabilità ufficiale? Monsignor Antonio de Sourage gli consigliò di lasciarla quieta, al suo posto, concedendole però la più ampia libertà di ricevere le sorelle.

Egli, nel dargli quel consiglio, non faceva che seguire l'ortodossia di tutta la tradizione del deserto di Scété o di Nitria, dove gli aspiranti alla vita monastica diventavano allievi di un anziano (questo era ed ancor oggi il tipo di rapporto di formazione per i monaci in Oriente). Pur senza rivestire un ruolo ufficiale, l'anziano era prima di tutto una personalità carismatica, esperto nel lottare contro la speculazione, abituato al silenzio e, soprattutto, un uomo trasformato dal pregare senza sosta, proprio come Arsene al quale l'allievo andava a far visita semplicemente per aver il piacere divederlo in preghiera. Le mani levate erano simili a dieci ceri ardenti e il suo viso emanava uno splendore insostenibile per chi non fosse immerso nella sua stessa luce.

Il discepolo per la maggior parte del tempo condivideva col Padre spirituale le difficoltà, le pene, le tentazioni o il desiderio di imparare a pregare. Alla fine dell'incontro gli diceva, usando una formula tradizionale: «Padre, dimmi una parola» (rhéma, in greco). Vale a dire: «Tu hai accolto nella preghiera quel che ti ho detto, ora dimmi la parola che ti sale dal cuore alle labbra, ispirati dallo Spirito Santo!». Di solito l'anziano gli rispondeva con una frase breve come questa di san Giovanni Climaco: «Se vuoi imparare a pregare, prendi un testo e scegli un limite di tempo». Sono gli Apoftegmi dei Padri del Deserto o le Parole degli Anziani.

Di primo acchito la parola poteva sembrare oscura e tale da non dare una risposta diretta alla domanda del discepolo. Si dava magari anche il caso che l'anziano non dicesse niente perché riteneva che il discepolo non fosse in grado di capire o sopportare ciò che lui voleva dirgli. In ogni caso, però, il discepolo non era certo esonerato dall'approfondire la parola, meditarla e soprattutto dal pregarla affinché gli rivelasse il suo segreto. Per tornare alla parola di Climaco più sopra citata, non è detto che il fatto di ruminare un testo per un'ora ci introduca nella preghiera del cuore. Si tratta di una parola di vita e prima di capirla bisogna viverla. L'essenziale per il discepolo è di lasciarsi iniziare ad un’esperienza universale della preghiera, vissuta da quell'uomo concreto che è l'anziano o lo Staretz presso i Russi.

Eccoci dunque nel cuore stesso dell'educazione alla preghiera, si tratta soprattutto di un’esperienza, anche se deve essere strutturata, pensata ed espressa nelle categorie della teologia spirituale. L'esperienza è fondamentale e il ruolo del maestro spirituale è quello d'introdurre il discepolo non nella propria, ma nella sua personale esperienza di preghiera che, agli inizi, è allo stato embrionale.

Unico problema dell'anziano sarò riuscire a comprendere a che punto è il discepolo nella sua esperienza di preghiera. In un primo momento, dunque, non si tratta tanto di dare all'intervento un'impostazione pedagogica, ma di trovare come trasmettere o far condividere questa esperienza di orazione.

Colui il quale un giorno ha ricevuto la grazia della preghiera o il dono dell'orazione, sa di aver trovato la perla preziosa del Vangelo e vende tutti i suoi beni per comperare quel tesoro nascosto nel campo del Regno. Egli sa per esperienza che è quella la sorgente dell'unica vera felicità, di una gioia che può ben essere paragonata all'ebbrezza spirituale degli apostoli il mattino della Pentecoste. Sperimenta anche che questa gioia della preghiera è la sola “forza deliziosa”, la delectatio victrix di cui parla sant’Agostino, in grado di sommare in sé tutta la forza delle passioni, soprattutto quelle della carne, senza sopprimerle. Con Teresa d 'Avila potrebbe dire: «Debbo all'orazione tutti i miei beni».

Ma a che serve dilungarsi sulla gioia dell'orazione? Essa non ha nulla a che fare con le gioie terrene donateci dal mondo: nel cuore di chi le si consacra, è un'anticipazione delle gioie celesti. In questo senso l'orazione fa nascere in noi la felicità del cielo e di conseguenza rende relativi tutti i piaceri dello terra. L'anziano lo sa molto bene perché si è consacrato interamente alla preghiera, ma si trova di fronte a una domanda cruciale: come “dire” questa gioia al suo discepolo?

Proprio in questo sta non solo la difficoltà ma addirittura l'impossibilità di esprimere quel che si vive nella preghiera. Per convincersene, basta leggere per esempio gli scritti di Silvano o di altri autori spirituali. Dopo aver tentato di svelare il mistero della dolcezza e dell'umiltà del Cristo, che si assapora nell'orazione o dopo aver preso coscienza dell'esperienza della grazia, non possono far altro che spalancare le braccia e ammettere: «È qualcosa che non si può esprimere, che non si può nemmeno immaginare». Tutti gli spirituali sono d'accordo su questo punto: è pressoché impossibile tradurre l'esperienza dello Spirito vissuta nell'orazione. Tutti, confrontando ciò che hanno scritto o detto con ciò che hanno vissuto, rimangono delusi, provano l'impressione di trovarsi di fronte a un mucchio di ceneri spente, mentre la loro esperienza li aveva portati a muoversi tra tizzoni infiammati sortiti dal Roveto ardente della pratica. Meglio ancora, tutto sembra loro miserabile e risibile e vorrebbero esclamare, come Bernardette quando le mostrarono la prima effige della Madonna di Lourdes: «Oh, ma non è lei!». Ci si potrebbe certo dilungare all'infinito - è il caso di dirlo - ma si resterebbe ancora delusi; allo stesso modo, se si cercasse con tutta la voce che si ha in coro di raccontare ciò che si è vissuto, non ci si riuscirebbe anche perché quando si esagera, si perde di credibilità.

Tutti gli spirituali tuttavia affermano che esistono testi che lasciano trasparire il gusto per l'orazione, libri che risvegliano in noi il desiderio di pregare e accendono nei nostri cuori il fuoco dello Spirito Santo. Per convincersene basta leggere gli scritti di Silvano: dopo poche pagine vien voglia di chiudere il libro e mettersi a pregare. Si direbbe quasi che lo staretz ci trasmette un pò della sua esperienza o almeno ci riporta al nostro stesso desiderio di pregare che si è calato nei recessi più profondi di noi stessi.

L'anziano sa dunque di potersi basare su questa sete di preghiera e questo desiderio dello Spirito che arde nel cuore del discepolo. Sì, parlare di Dio a un uomo non è parlare della luce ad un cieco: l'unica molla che spinge il saggio a parlare è la convinzione che la sua parola, scaturita in lui dalla preghiera, troverà un'eco nel cuore del discepolo.

Prima di parlare, però, egli ha soprattutto la certezza che la sola cosa che gli valga la pena di fare è pregare: ecco perché non è temerario affermare che il ruolo principale dell'anziano è di pregare con fervore per il suo figlio spirituale. E la sua supplica non è né vaga né generica, ma mira ad un preciso obiettivo: lo staretz prega affinché il suo allievo riceva la grazia della preghiera, ben cosciente che lui non ha certo il potere di attirarlo al Padre. Si mette allora a pregare perché ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Ma il discorso è più ampio: io sono infatti fermamente convinto che la preghiera abbraccia il mondo intero.

Tutti i monaci orientali vi diranno che pregano per il mondo intero e per tutti gli uomini. L'oggetto della loro preghiera è naturalmente le grazia della salvezza per tutti; gli uomini però non si possono salvare senza la loro libera cooperazione e quindi senza un loro desiderio di salvarsi che si esprime soprattutto con la fede e la preghiera.

Questo è il motivo per cui il monaco prega giorno e notte chiedendo che a tutti gli uomini sia concessa la grazia della preghiera perché siano salvati. Si racconta che un eremita del Monte Athos, il quale pregava e versava lacrime per la salvezza di tutti i confratelli, un giorno, mentre era assorto in preghiera, sentì queste parole: «Accorderò misericordia a qualunque uomo che, fosse anche una sola volta nella vita, ha invocato Dio». Ecco dunque che non possiamo che chieder al Signore che tutti gli uomini invochino il suo Nome e pregarlo affinché faccia scendere sul suo popolo e su tutti gli uomini uno spirito

di grazia e di supplica, come dice il profeta Zaccaria. Con questa intenzione l'anziano intercede quindi per il suo discepolo.

E la sua intercessione non è una parola vana. Non si accontenta di ricordarlo nella preghiera, ma lega la sua anima alla propria ed entra in una vera battaglia di preghiera, un po' come Giobbe che grida a Jahweh: Pelle per pelle. L'anziano dedica realmente la sua vita al suo discepolo in una supplica incessante. In lui c'è una reale passione da rabdomante - lo vedremo in seguito - per captare se il suo discepolo è in ginocchio, e che gli consente di leggere nei cuori mentre non si stanca di pregare affinché gli sia concesso il dono della preghiera. Il discepolo lo sa benissimo e nella lotta che deve sostenere contro l'avversario o contro i pensieri conta sulla preghiera del maestro: «Le preghiere del mio padre spirituale mi ottengono la grazia di respingere la tentazione!». Al contempo egli esprime la sua riconoscenza intercedendo per il suo padre spirituale perché sa bene che quanto più si avanza nella via della preghiera incessante, più si diventa poveri e vulnerabili. A quel punto si ha bisogno della preghiera di tutti “i vecchi amici di Dio” di cui parla san Giovanni della Croce, cioè gli uomini di preghiera.

È in tale contesto di preghiera che s'innesta la richiesta del discepolo citata più sopra: «Padre, dimmi una parola!». Egli non chiede un insegnamento sistematico né un metodo di preghiera perché sa bene che qualunque spiegazione, qualunque illustrazione sarebbe deludente: chiede quindi all'anziano di dirgli una frase breve scaturita dalla sua esperienza più intima nella quale cogliere un qualche tizzone ardente della sua preghiera. Quando questa parola raggiungerà il cuore del discepolo, lo trapasserà, lo illuminerà, al punto che la preghiera ne scaturirà con naturalezza. La parola è fatta per il cuore e il cuore è fatto per la parola. Il genere letterario di queste frasi ha più una connotazione poetica o di “novella “ che non di trattato teorico e la prova che la parola ha raggiunto il suo scopo sta nel fatto che il discepolo si allontana

senza domandare altro perché ha sentito che la preghiera lo ha “sfiorato”.

Di norma l’incontro con un vero spirituale serve a far scoprire il gusto della preghiera. Proprio per questo motivo Teresa d'Avila invita le carmelitane a intrattenersi con uomini di Dio per rinnovarsi nell'orazione. Se l'incontrare un monaco o una carmelitana non accende nel nostro cuore il desiderio di pregare, dobbiamo proprio temere di non aver colto l'essenziale. È in questa prospettiva che bisogno accogliere le parole degli anziani tenendo gli occhi fissi sul loro volto, l'orecchio attento alle loro parole. Diciamo che bisogna incontrarli nella luce di Dio che monda il discepolo e il maestro. Il modo migliore per avvicinare uno staretz è pregare con lui nella convinzione che lui ha tanto bisogno della nostra preghiera quanto noi della sua.

È nella preghiera quindi che vi invito a leggere queste pagine, anzi, ognuna di queste parole che non sono dissimili dal genere degli apoftegmi. Bisogna accoglierle come il discepolo che va a interrogare l'anziano e gli chiede una parola. Esse non hanno nessuna pretesa di sostituirsi ai detti dei Padri del deserto ai quali ci si deve sempre rifare come fonte delle parole basilari, proprio come i monaci del monte Athos o di San Macario in Egitto si formano sempre all'ascesi e alla preghiera leggendo il libro di san Giovanni Climaco La scala del Paradiso, una raccolta di brani per percorrere il cammino della preghiera incessante.

 

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Qualcuno obietterà: ma da dove provengono queste parole e quale autorità le ha pronunciate? Esse vengono in gran parte da un'esperienza di preghiera, dalla tradizione dei Padri e degli Anziani, ma anche da apporti di chi ha reso partecipi gli altri della propria vita di preghiera. Chi le ha scritte - sia chiaro - non è più avanti di altri nella vita di preghiera, ma le ha scritte solo perché sono parole vere e lui - come dice Ruysbroeck – ha avuto la “sventura” di comprenderlo: «Gli uomini di preghiera sono i più felici ma anche i più infelici tra gli uomini». Non si può tralasciare di aggiungere che colui il quale riceve la grazia della preghiera è anche il più felice degli uomini, ma che non è all’altezza di questa grazia a causa del peso della carne e di una certa propensione all’inerzia. Nella sua lotta per essere fedele alla grazia della preghiera egli avanza a tentoni, retrocede e cade, ma ogni volta torna ad essere afferrato dal desiderio incoercibile di supplicare che lo spinge a riprendere il cammino quali che siano i travagli del percorso. Lo Spirito lo guida in questo percorso accidentato e gli mostra la direzione da seguire.

L'uomo vede così quali mezzi concreti gli sono d’aiuto nella preghiera, quali sono gli ostacoli da superare, quali svolte da prevedere e le sacche di depressione da attraversare. Mette dunque a punto delle annotazioni e delle riflessioni che formano una specie di codice della strada della preghiera. Sono dei pareri semplici, dei consigli pratici per rendersi disponibili all'opera dello Spirito nell'orazione. Una specie di legge quadro in cui ciascuno può trovare il suo cammino di preghiera che oscilla tra la libertà dello Spirito e le esigenze minime per conquistare questa libertà.

È quindi necessario avvicinarsi a questo testo in piena libertà purché non si scartino sistematicamente le parole che potrebbero turbarci. Sant'Ignazio dice che bisogna sempre avere un atteggiamento favorevole verso colui che ci guida. Ciò premesso e accettato, diventa possibile muoversi su percorsi diversi e scegliere una parola che alimenti la preghiera del momento. È una specie di borsa della spesa piena di provviste utili nel caso la fame si facesse sentire. Ognuno vi attinge a seconda dell'appetito e della voglia del momento e quando è sazio chiude il libro. Dato che queste parole derivano dall'esperienza e dalla vita, l'opera non segue un piano prestabilito: ogni parola meditata, rimuginata e pregata può, se il cuore è aperto allo Spirito, introdurre nella preghiera. Lo scritto si divide però in due parti: una, piuttosto breve, è più pedagogica e tratta dall’ “ambiente” della preghiera, il richiamo prossimo e immediato a intraprenderla. Una specie, diciamo, di ecologia della preghiera.

La seconda delinea con più precisione i contorni dell’orazione, introduce l'orante in un clima trinitario sotto lo sguardo del Padre e del Figlio. Per entrare in questa comunione a tre abbiamo scelto la via dell'invocazione allo Spirito Santo. Dopo anni di ricerche, di incertezze, di sconfitte, ma anche di schiarite, oggi mi sembra che la supplica è la prima e l'ultima parola, il principio e la fine di ogni preghiera. Nessuno potrà andare oltre la supplica! Neppure la preghiera a Maria ci allontana in alcun modo dall'orazione trinitaria perché la Vergine è strettamente correlata al Padre, al Figlio e allo Spirito. La supplica per il mondo e per i nemici, infine, è - secondo i Padri orientali - il carattere distintivo della preghiera pura. Ogni autentica preghiera cristiana sarà, intimamente legata all'intercessione di Gesù per tutti gli uomini.

In tal senso, la preghiera è una questione di vita, o di morte per gli uomini e per il mondo contemporaneo. Essa trascende il circolo ristretto della vita personale del singolo per raggiungere la vitalità del Corpo stesso della Chiesa. Stando alla parola del Cardinale Daniélou: «L'orazione è un problema politico» (titolo di uno dei suoi libri) nel senso che i luoghi di preghiera sono i polmoni che ossigenano la vita della città. Capisco i Vescovi che hanno chiesto ai monaci e alle monache della loro diocesi di stabilirsi nel cuore della città di nuova formazione: con questa loro presenza d'intercessione essi fanno un atto di fede nella potenza della preghiera.

Ma c'è dell'altro a proposito della situazione della fede nel mondo contemporaneo. Da una ventina d'anni, non si può ignorarlo, assistiamo ad una caduta vertiginosa nelle presenze alle messe della domenica, nella pratica dei sacramenti e i più perspicaci tra di noi avvertono che non si è ancora toccato il fondo. Il mondo sta per diventare un grande deserto nel quale Dio sarà esteriormente assente.

Il Curato d'Ars diceva che verrà il giorno in cui ci sarà un tale fame della parola di Dio che gli uomini piangeranno al solo sentirne pronunciare il nome. Ciò non toglie che il numero degli uomini che pregano è molto più importante di quello dei non-praticanti. Una recente indagine affermava che tre quarti dei francesi pregano. Proprio su questo desiderio profondo radicato nel cuore dell'uomo dovrebbe essere elaborata la pastorale. Da anni ormai sono stati sperimentati tanti progetti, piani e previsioni che vien da chiedersi se non sarebbe meglio porre fine alle discussioni, alle riunioni e alle chiacchiere per metterci veramente a pregare. Non per giudicare, criticare e ancor meno condannare tutto quel che si è fatto finora con tanta buona volontà e generosità, ma un giorno o l'altro bisognerà pure giudicare l'albero dai suoi frutti e domandarsi se siamo ancora nel campo magnetico della parola di Dio. In altri termini, non sarebbe nel nostro interesse tacere e pregare fino al momento in cui Dio ci mostrerà con chiarezza che cosa si aspetta da noi?  Quando un uomo chiede veramente la luce, senza porre alcuna condizione, Dio risponde sempre a questa preghiera e non può certo dare una pietra a chi gli chiede lo Spirito Santo.

Vedendo quel che succede al giorno d'oggi nel popolo russo, mi chiedo quali siano le cause del rinnovamento spirituale. Da oltre settant’anni una persecuzione violenta, aperta o subdola a seconda dei periodi di liberalizzazione, ha tentato di distruggere la fede nel cuore dei Russi con ogni mezzo, non ultimi i corsi d'ateismo miranti sistematicamente a presentare ai giovani la religione come una malattia o una tara psicologica. Senza parlare poi dei compromessi con il potere politico cui è scesa la gerarchia della Chiesadungi dal voler giudicare: forse era il solo modo per sopravvivere)! I risultati parlano da soli: si contano più martiri in Russia dal 1917 ai nostri giorni di quanti ce ne siano stati nel resto del mondo dalla nascita della Chiesa ad oggi.

Chi vediamo attualmente in Russia? Giovani intellettuali provenienti dal marxismo che si convertono, formano vivaci comunità cristiane, creano seminari in cui si studia la teologia, mentre i Padri e soprattutto gli autori spirituali hanno dato vita all’esicasmo, cioè l'invocazione continua del nome di Gesù. Tra i giovani si contano molti battesimi e il ritorno al sacramento del matrimonio. Nelle grandi collettività si sviluppano piccole comunità monastiche che non sempre sono legate al monachesimo ufficiale e tanti uomini e donne si affannano per trovare degli staretzi: cercano una guida e un orientamento alla loro vita di preghiera. Parecchi inoltre - anche giovani laici sposati – hanno un gran desiderio di vivere la preghiera incessante nel monachesimo interiorizzato.

I segni di questo rinnovamento spirituale si manifestano in molte altre forme e chi abbia vissuto la Pasqua a Leningrado o a Zagorsk può raccontare delle folle che si accalcano nelle chiese e nei monasteri e trascorrono la notte della Risurrezione in preghiera. Allo stato attuale i giovani sono numerosi, ma quel che mi colpito alcuni anni fa sono state tante donne vecchie che fanno centinaia di chilometri sugli autocarri per recarsi a pregare nei monasteri. Esse, durante la celebrazione della Pasqua che si protrae per tutta la notte, recitano la preghiera di Gesù. Qualche volta queste vegliarde portano con sé i nipotini ai quali hanno insegnato le preghiere e il catechismo. Dobbiamo forse proprio alle preghiere di queste povere babouchka (nonna, in russo) e al sangue di questi milioni di martiri il veder nascere una nuova razza di credenti?

In ogni caso, questa nuova fioritura di vita dello Spirito deve cercare la sua fonte misteriosa nella preghiera nascosta della santa Russia. Non si può certo augurare all'Occidente di conoscere le stesse persecuzioni, ma bisogna ammettere che l'assenza di sofferenza è sinonimo di benessere e il benessere è sinonimo dell'affievolirsi dell'anelito. Da noi il grande afflato dello Spirito è scomparso. Quanto più un essere sprofonda nello sconforto, tanto più è spinto ad implorare. Se non si soffre non si anela lo Spirito Santo. Masochismo, dolorismo? No, ma la follia dell'amore chiama la follia della croce. Che Dio ci protegga dalla persecuzione e da qualunque prova che obnubili la nostra fede ma che non ci abbandoni nemmeno alla nostra cecità, alla nostra insensibilità.

Dio dovrebbe piantare tanti legni a forma di croce per fermare il nostro stupendo carosello di consumismo, superficialità e indifferenza.

Per il nostro paese e per l'occidente in generale,dobbiamo chiedere che ci sia concessa una lucidità spirituale che ci consenta di vedere in che abisso infernale è sprofondato oggi il nostro mondo. Il giorno in cui saremo toccati dalle sofferenze degli altri: gli affamati, i tormentati, i malati, le vittime della guerra e della crudeltà, gli angosciati e soprattutto gli infelici, i peccatori e coloro che non conoscono l'amore di Cristo, quel giorno comincerà la nostra iniziazione al mistero dell'invocazione. Il che avverrà non in conseguenza di uno sforzo o di un record, ma perché Dio avrà voluto usarci misericordia.

Eccoci in apparenza lontani dalle massime dei Padri del Deserto, cui si accennava nelle prime pagine; di fatto però vi siamo molto vicini se solo colleghiamo il filone sotterraneo che le unisce. Agli inizi del monachesimo sempre esistita una certa simbiosi tra il deserto e la città, tra il popolo cristiano e i monaci (soprattutto in Russia dove i fedeli partecipano alla vita del monastero), tra gli arcivescovi e i monaci. Non senza ragione, infatti, la prima biografia di Antonio è stata scritta da sant'Atanasio vescovo di Alessandria, il quale voleva dimostrare come non esistesse nessuna contrapposizione, tanto meno nessuna superiorità tra la gerarchia della Chiesa e il monaco carismatico. La Chiesa ha bisogno della preghiera incessante dei monaci per non rinserrarsi in elucubrazioni sterili e non  rischiare di invischiarsi in successi superficiali. Lo spirito dell'uomo d'altro canto ha bisogno del discernimento della Chiesa, altrimenti si troverebbe esposto a ogni genere di illusioni e, pensando di avvicinarsi a Dio, non cesserebbe di allontanarsi da lui, dimentico dell'amore dei fratelli e dell'idea fissa del regno.

La sintesi è ben realizzata in Oriente, in particolare in Russia, dove i vescovi vengono tutti scelti tra i monaci. A questa presenza del monachesimo in seno alla Chiesa si deve certamente il fatto che la preghiera del cuore è restata viva nel più profondo della Santa Russia nel corso di questi lunghi anni di persecuzione.

Il rinnovamento spirituale dell'Occidente nascerà da una nuova Pentecoste e da una seconda evangelizzazione, ma per ottenere che lo Spirito Santo scenda veramente su di noi, dobbiamo tornare con Maria e gli apostoli al Cenacolo. Dobbiamo essere assidui nella preghiera e innalzare le nostre suppliche finché lo Spirito ci sarà dato in tutta pienezza: ogni cosa allora ci sarà chiara e capiremo che cosa si deve fare. Che questi brevi pensieri accendano in noi il fuoco della preghiera! Noi pero resteremo sempre alle soglie della preghiera se il Padre non ce ne concede la grazia, che si ottiene sempre per intercessione di Maria.

 

 

 

VERITÀ

 

Nella sinergia degli atteggiamenti che provocano in te l'implosione della gloria, la più importante, anche se noi l'abbiamo citata per ultima, è - senza alcun dubbio - la sincerità con se stessi. L'assenza di questa sincerità è quel che più paralizza l'azione dello Spirito Santo nell'orazione. E questo peccato è tanto più grave quanto più tu non ne sei cosciente. Per questo motivo devi chiedere perdono prima ancora di venirne a conoscenza, come recita il salmo: Purificami delle colpe nascoste.

 

2. Come definire questo peccato per il quale non ci si affligge e che pure è il più pericoloso fra tutti? Io lo chiamerei “una certa menzogna nei propri confronti”. In te c'è la tendenza a tessere menzogne per quel che ti concerne: non sono menzogne coscienti volute, ma tendono spesso a manifestarsi con un rifiuto a riconoscerti per quel che sei o, il che è ancora più pericoloso, a voler praticare un tipo di perfezione che Dio non vuole per te e che tu ti rimprovererai di non mettere in pratica. Per fortuna non riesci nel tuo intento: sarebbe quanto di peggio ti potrebbe capitare e tu saresti completamente perduto.

 

3. Questo peccato ha la disgrazia di intaccare il tuo stesso raziocinio: non puoi quindi vederlo senza un'illuminazione speciale che ti venga dallo Spirito Santo e non puoi liberartene se Lui non te ne dà la forza. Sul piano umano questa scoperta richiede una indagine psicanalitica, ma sul piano spirituale solo l'illuminazione dello Spirito Santo può aggredire e dissolvere questa menzogna su te stesso che è l'ostacolo principale all'incontro dell'amore di Cristo in te.

 

4. Inizialmente è lo Spirito Santo che rimuove le tue false apparenze ma poi, in questo processo di eliminazione, tu hai una parte importante. Sta a te fare un patto con la illuminazione e la verità che consenta al Cristo di dichiarare guerra alla menzogna che hai tessuto attorno a te.

 

5. Gesù denunzia questa menzogna nella parabola degli invitati al banchetto nuziale i quali cercano scuse per non parteciparvi, adducendo pretesti e giustificazioni che celano la verità e il loro cuore insincero. Bisogna scoprire e comprendere questo errore e comprenderlo è già essere perdonati. Peccato è voler ignorare, non dolersene. C'è una parte di te che vuole barare.

 

6. Nella vita ci sono peccati che ti turbano e peccati che non ti turbano. I peccati che ti turbano sono quelli che t'impediscono di rispondere a quella bella immagine di cristiano che desideri essere, tutti gli errori di debolezza come la collera o la sensualità (nei casi in cui sei il più lucido). Ma non sospetti nemmeno che c'e un peccato molto più grave che tu non scorgi e che non vuoi affatto che altri ti rivelino. Proprio come dice Cirano a proposito dei rimproveri: «Me li rivolgo da solo con abbastanza spirito ma non permetto che altri lo facciano...». Neanche tu sopporti che un altro ti faccia veder chiaro nei tuoi errori. È un peccato di cui non sei cosciente e che fa causa comune col tuo essere più intimo. Tu non lo vedi e lui non ti disturba.

 

7. Che significa fare un patto con la verità? Semplicemente dire al Signore: «Dio mio, ci sono cose tra te e me che non vanno e impediscono che lo Spirito circoli liberamente in me. Esso non può riposare e trovare dimora in me a causa della mia incostanza (san Tommaso d'Aquino) e della mia infedeltà. A dire il vero, io non vedo questo ostacolo creato da una certa “menzogna”. Ti supplico, in nome di tuo Figlio Gesù, fai in me la verità!». Lasciami dire che se questa preghiera ti sgorga dal profondo del cuore e non è solo pronunciata a fior di labbra, non passeranno più di cinque minuti prima che il Signore t'abbia rivelato la tua menzogna. lo, questa esperienza l'ho fatta tantissime volte e ho constatato che tutto fila senza intoppi! Sta' però ben attento: non sarai capace di dissolvere questa menzogna con le tue sole forze, quindi devi chiedere allo Spirito Santo di farlo per te.

 

8. Dio ama la verità in fondo all'essere e Gesù detesta le menti contorte che fanno il doppio gioco, ma quando si trova dinnanzi un vero israelita come Natanaele, può fare tutto in lui e soprattutto mostrargli i cieli aperti.

 

9. Questa “operazione verità” è dolorosa perché ci spoglia delle nostre false tuniche di pelle per metterci a nudo sotto lo sguardo di Gesù ma è anche liberatoria perché Dio sa bene di che polvere siamo impastati e si ricorda di che argilla siamo. Non è la nostra miseria (ontologica) che gli impedisce di renderci santi, ma il rifiuto di vederci per quali siamo. Quando un uomo si è calato nella verità dell'essere allora può gridare verso il Padre il quale è costretto a usargli misericordia.

 

10. La prima cosa che si dovrebbe insegnare a chi vuol fare orazione è la sincerità con se stesso. Il padre spirituale deve insistere molto al proposito perché il discepolo sarà sempre tentato di prendere per la tangente e sottrarsi all'illuminazione. O, il che è ancor più grave, si crederà pieno di buoni sentimenti o di virtù mentre non ha proprio niente. Come dice l'Apocalisse, è il momento di comprarsi un collirio, instillarselo negli occhi e riacquistare la vi-sta: Tu vai dicendo: io sono ricco, dovizioso, non mi manca niente e non sai d'essere meschino e miserabile, cieco e nudo! (Ap 3, 17-18).

 

11. Dio non può far nulla per chi si copre gli occhi e sfugge il suo sguardo.

 

12. Perché la verità nei propri confronti è l'atteggiamento più importante nella sinergia dell'orazione? Per il semplicissimo motivo che guida e comanda tutti gli altri atteggiamenti.

 

13. Tutti sanno che in terra cristiana la base e il fondamento di ogni edificio spirituale è l'umiltà e l'animo semplice e puro, infantile. È il “ba, ba” di tutta la vita d'orazione perché l'uomo non può mettersi in preghiera se non ha prima trovato il posto giusto davanti a Dio. Ebbene, l'umiltà è il primo frutto della verità su se stessi.

 

14. I Padri hanno spesso definito l'umiltà come la verità. Tu ti fai spesso un'idea errata dell'umiltà perché la assimili al complesso d'inferiorità o di superiorità. La vera umiltà è agli antipodi di questo complesso: in un senso come nell'altro è sempre uno sguardo posato su di te talvolta per svilire, altra per accrescere il tuo valore.

 

15. L'umiltà è anche uno sguardo rivolto a Dio per misurare l'abisso che esiste tra Dio e te, tra il Creatore e la sua creatura. E in tal senso, l'umiltà è la verità del tuo essere creatura davanti a Dio tre volte Santo. Si capisce come la Bibbia abbia detto di Mosè: Era l'uomo più umile che abbia messo piede sulla terra! Come avrebbe potuto essere altrimenti per uno che era stato arso da Dio nel roveto ardente?

 

16. Un essere vero che si vede nella verità di Dio è umile per forza e questa umiltà lo sprofonda nell'adorazione.

 

17. Possiamo quindi dire con sant'Agostino: «Conoscere Dio e conoscere se stessi... ecco in che cosa consiste la verità».

 

18. Come Diogene se ne va per il mondo con la sua lanterna per trovare un “uomo”, così il Cristo va per la terra per trovare un uomo vero che sa di essere creatura peccatrice e lo invoca per essere salvato. Coloro che non sperimentano il proprio viscerale bisogno di salvezza non hanno bisogno del Cristo.

 

19. «Signore, fa' che io mi veda per quel che sono e per come tu mi vedi».

 

20. Se la verità è la base dell'umiltà, essa è anche alla radice della rinuncia a se stessi che è il secondo atteggiamento sinergico dell'orazione. Bisogna capire bene in che senso bisogna essere veri per rinunciare a se stessi.

 

21. La rinuncia mira a un atteggiamento concreto, ben preciso, agli antipodi dell'amore e dunque dell'orazione: l'escrescenza dell'io che si fa centro del mondo. Ci si preoccupa talmente tanto di se stessi da non accorgersi più degli altri, che possono essere schiacciati dalle disgrazie ai nostri piedi.

 

22. Anche se non commetti questo peccato allo stato puro - il che sarebbe una prova di follia (l'amore per se stessi e il disprezzo per gli altri) - non si può non riconoscere che molti dei tuoi atti sono inficiati da questo egoismo. Quante volte ti capita di ricevere visite di persone che non smettono di raccontarti le loro piccole miserie senza curarsi di te? Tu potresti essere annientato dalle pene e non se ne accorgerebbero neppure. Anche se può darsi che alla fine dicano: «Oh, non ho neppure chiesto vostre notizie!».

 

23. Ammettiamo che alla base della rinuncia a se stessi c'è una lucida presa di coscienza della nostra volontà di potere. Di nascosto rifiutiamo di rinunciare a noi stessi per consentire all'altro d'esistere. Ebbene, per comprenderlo, ci vuole una illuminazione speciale dello Spirito Santo che, mi si perdoni l'espressione, ci sorprenda con “le mani nel sacco”! Allora ci si dice: «Non supponevo di essere a questo punto!». Ancora una volta dunque bisogna fare un patto con l'illuminazione e chiedere allo Spirito Santo di educarci alla rinuncia nei dettagli quotidiani della nostra vita: il che è impossibile agli uomini, ma possibile a Dio.

 

24. Lo stesso vale per tutti gli atteggiamenti prima citati e in particolare per la carità fraterna. Senza quell'amore per i fratelli che si esprime in primo luogo col perdono delle offese, non può esistere amore per Dio e, quindi, orazione. Non c'è niente di più detestabile di un uomo di preghiera che disprezza i fratelli. In questo caso l'antinomia è così enorme che non si può neppure parlare più di uomo di preghiera!

 

25. Solo Dio, la cui natura è di essere Amore, ci può svelare a che punto siamo il non-amore, come diceva sant'Angela da Foligno: «Man mano che entravo in Dio, ero fatta il “non-amore”. Ancora una volta lo Spirito Santo deve unirsi a noi e attuare in noi “l'operazione verità” spazzando via energicamente i nostri rancori, le nostre amarezze e i nostri egoismi. L'amore potrà allora invadere il nostro cuore e circolare liberamente in noi».

 

26. C'è un peccato contro la verità che è il più subdolo perché riguarda il dono totale di noi stessi a Dio. Non possiamo amare Dio a metà: dobbiamo amarlo con tutto il cuore, con tutte le nostre forze e con tutta l'anima nostra. Ciò significa accettare che Dio ha un diritto di controllo e d'imperio su tutta la nostra vita. Ogni qualvolta decretiamo che c'è un angolo della nostra esistenza, del nostro essere, su cui Dio non ha diritto di controllo, vogliamo essere i padroni della nostra anima e commettiamo peccato contro la sapienza divina. Nulla è nostro. Come dice il poeta: «Volle avere un angolo dell'universo dove poter dire a Dio: “Ciò che capita qui non vi riguarda”». L'uomo vuole essere un sostantivo mentre non è che un semplice aggettivo.

 

9. Noi commettiamo quotidianamente questo peccato fondamentale. Quando ci svegliamo, durante l'orazione deponiamo il nuovo giorno ai piedi di Dio. Prima ancora d'aver finito di raderci è già diventato il “nostro” giorno perché abbiamo già prelevato per noi una decima parte di ciò che spetta a Dio. Preleviamo una parte del nostro bene per farne tributo a Dio: tempo d'orazione, attenzione, rosario, ecc. e alla fine commettiamo una piccola rapina ai danni dell'olocausto o, ancor peggio, gli sottraiamo la nostra parte. Dio deve fare verità in noi affinché possiamo scoprire l'inganno latente nel presunto dono di noi stessi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SPIRITO SANTO

 

 

1. «Tu penetri, Signore, il cuore di ogni uomo, tu conosci i desideri di ciascuno e nulla ti rimane nascosto: degnati di purificare i pensieri dei nostri cuori, elargendo loro lo Spirito Santo, affinché il nostro amore sia perfetto e la nostra lode degna di te. Per Gesù Cristo nostro Signore». (Seconda orazione, Messa votiva dello Spirito Santo).

 

2. «Tu che sai ciò che è necessario ad ognuno e glielo doni in ogni momento, veglia sulla tua Chiesa, guida il suo cammino. Il tuo Spirito la sostiene e la conserva fedele affinché essa non dimentichi mai di supplicarti al momento della prova né di renderti grazie nella gioia, per Cristo nostro Signore» (Prefazio della Messa Votiva dello Spirito Santo).

 

3. «Signore nostro Dio, tu hai rinnovato le nostre forze dandoci il vero pane del cielo: fa' penetrare la dolcezza del tuo Spirito fino in fondo al nostro cuore affinché possiamo ottenere un giorno quei beni d'eternità che pregustiamo in questa comunione» (Dopo la Comunione, Messa votiva dello Spirito Santo).

 

4. Entrando in orazione devi essere convinto di questa verità fondamentale: «Non so pregare bene» (Rm 8, 26). Se non lo ammetterai t'illuderai di saper pregare, mentre, riconoscendo la tua impotenza, sarai nella verità e confesserai che solo lo Spirito Santo può venire a pregare in te. Siine convinto fino alla fine della vita. Supplica lo Spirito come dice il Prefazio e avrai un assaggio del cielo, l'orazione (Dopo la Comunione).

 

51 Chiama lo Spirito Santo in tuo aiuto con parole “tue” ma se «non hai parole per pregare» (traduzione inglese) come dice san Paolo (Rm 8, 26), invocalo con le parole che la liturgia mette sulle tue labbra. È per questo motivo che abbiamo riportato per te queste tre preghiere della messa votiva dello Spirito Santo. Puoi recitarle separatamente o una dopo l'altra a condizione però che tu le ripeta fino al momento in cui esse realizzino nel tuo sguardo o nel tuo cuore quel che chiedono. Può darsi che prima che ciò accada passino anni e anni, ma un padre può dare una pietra al figlio che gli chiede del pane? Allora il tuo Padre celeste ti darà certamente lo Spirito Santo.

 

6. Ma un giorno lo Spirito Santo sorgerà dall'intimo, illuminerà il tuo sguardo e tu realizzerai la verità di queste parole: «Tu, o Signore, penetri nel cuore di ogni uomo, tu conosci i desideri di ognuno e niente ti rimane nascosto». Allo stesso tempo sentirai la dolcezza dello Spirito penetrare fino in fondo al tuo cuore e pregusterai il cielo.

 

7. La più profonda delle sofferenze della terra è l'inizio del cielo nella tua anima. In fondo, fare orazione, è accettare che la dolcezza dello Spirito Santo affronti nel tuo cuore la dolcezza della terra e il cielo ti crolli in testa.

 

8. Vedi quindi quanto l'orazione sia un mistero che sfugge alla presa della nostra conoscenza e anche della nostra esperienza. Ti capiterà di essere affascinato dallo sguardo del Padre o del Cristo e resterai soggiogato dai loro sguardi per ore o ore, oppure all'esterno non capiterà nulla, ma tutto il tuo essere, a cominciare dal tuo cuore, sarà come impegnato e saturato dalla dolcezza dello Spirito. Lascia che Dio ti si riveli come vuole.

 

9. Hai notato come il vegliardo Simeone sia il modello dell'uomo di orazione: lo Spirito è su di lui e lo spinge ad andare ogni giorno al tempio per aspettare il Messia del Signore. Un giorno è finalmente ricompensato della sua fedeltà e lo Spirito Santo lo avverte che riceverà presto tra le braccia il Salvatore. Ed ecco che si realizza per lui e per tutti i giusti la profezia che alimenta e sostiene tutta la loro preghiera: gli uomini che pregano ricevono assicurazione e certezza che non moriranno prima di aver visto il Cristo, come cantano i fratelli d'Oriente: «Noi abbiamo visto la vera luce». San Luca da parte sua scrive: Lo Spirito gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di aver visto il Messia del Signore (Lc 2, 26). E Gesù lo dirà anche prima della sua trasfigurazione: Io vi dico in verità: ci sono alcuni tra i qui presenti i quali non moriranno prima di aver visto il Regno di Dio (Lc 9, 27).

 

10. Così alcuni uomini ricevono l'assicurazione che non moriranno prima di aver visto Cristo. In un rapido baleno essi gioiscono già di una anticipazione del Regno di Dio. Essi avvertono senza dubbio di sorta interiormente la presenza spirituale del Signore Gesù, come vita eterna che si comunica a tutto il loro essere e una luce che risplende in mezzo alle tenebre del mondo e delle passioni. Ecco che cosa è promesso a coloro che perseverano instancabili nell'orazione. Il giorno in cui vedono Cristo, sono ricompensati dei tanti anni d'attesa e di desiderio. Poco importa che lo vedano o lo sentano interiormente, è sempre lo stesso effetto della preghiera.

 

11. «Santo Spirito, vieni in soccorso alla mia debolezza perché non so pregare bene, ma vieni a pregare in me con gemiti inesprimibili e tu, Padre, che scorgi il fondo dei cuori, tu sai che è la preghiera dello Spirito in noi e che questa preghiera corrisponde a ciò che tu vuoi» (cf Rm 5, 26-27).

 

12. Quando preghi lo Spirito Santo, non cercare di raffigurartelo, perché non ha forma, né volto, esso è essenzialmente slancio, movimento, e tu non sai né da dove viene né dove va. Lo riconoscerai per ciò che fa in te. Se vuoi sapere che cosa egli operi in ogni essere, interroga la liturgia: egli dimora, prega, consola, guarisce, ristora, addolcisce, riscalda, ammorbidisce, fortifica... Non immaginare però troppo ciò che egli può fare in te, ti disperderesti e porresti dei limiti alla sua azione infinita. Invocalo puramente e semplicemente come un assetato accanto alla sorgente di acqua viva. Non ti sarà difficile riconoscere la sua venuta perché sarai liberato della tua sete di Dio ma essa non sarà placata perché lo Spirito infonderà in te un desiderio infinito di Dio. Dopo, non far più nulla, taci e lascia che lo Spirito preghi in te misteriosamente. Per la maggior parte del tempo non vedrai e sentirai nulla. Solo un profondo silenzio inonderà allora la tua anima... non sei lontano dal Regno. La fede è il “senso” più sicuro per raggiungere Dio.

 

13. Quando Gesù ti invita a parlare del Padre, nel segreto ti chiede solo di metterti sotto il suo sguardo e di pregarlo con fiducia e certezza. Il Padre sa di che cosa hai bisogno e te lo darà. È il primo consiglio nel Vangelo (Mt 6,6) a proposito della preghiera. Ce n'è poi un secondo sul quale Gesù insiste a più riprese nella parabola dell'amico importuno (Lc 11,5-13) e della vedova importuna (Lc 18, 1-8). Nota come egli insista con forza su questo secondo consiglio e lo ribadisca con una espressione che ne afferma la verità e l'importanza: Orbene, io vi dico. Nella preghiera devi domandare, bussare e cercare senza stancarti, senza temere di essere importuno e di frastornare l'amico o il giudice. Questo secondo atteggiamento, io lo chiamo Supplica.

 

14. Hai anche notato che  questa supplica mira sempre al dono dello Spirito Santo? La tua relazione con lo Spirito Santo è dunque un legame di invocazione, di domanda e di supplica. Per concludere la parabola dell'amico che si lascia impietosire, Gesù dice chiaramente che il fine ultimo della preghiera è il dono dello Spirito. È lui che tu chiedi e cerchi e per riceverlo devi bussare alla porta del Padre: Se voi dunque, cattivi come siete, sapete dare ai vostri figli cose buone, quanto più il Padre del cielo darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono? (Lc 11, 13).

 

15. Tu comprendi allora che nella preghiera la supplica è una questione di vita o di morte. Direi quasi che è la sola domanda da porsi a chi voglia imparare a pregare e la pietra di paragone di ogni vita cristiana. Se oggi c'è un risveglio della preghiera, è lecito domandarsi se questa preghiera è attraversata dalla supplica. Ogni staretz dovrebbe avere una predisposizione per la “stregoneria”, per intuire, di fronte ad ogni persona, a sua insaputa e in forma non cosciente, se ha a che fare con uno che è in ginocchio o non lo è. Non si possono dare risposte valide a chi non vuol mettersi in ginocchio per pregare.

 

16. L'impossibilità di supplicare ti condanna perché è frutto dell'atteggiamento che hai preso nella vita. C'è in te (come in ognuno di noi) uno che dice “no” alla supplica. In pratica, nel tuo intimo non vuoi chiedere a colui che è al primo posto ciò che tu vuoi dare da solo. Supplicare in ginocchio è riconoscere che sei al secondo posto. Lo scrittore inglese Charles Williams scrive nel Morgan: «Non so chi sia al primo posto, ma so che nell'ora della morte, sarò al secondo posto... Ecco perché l'inginocchiarsi è moralmente necessario all'uomo». In questo campo non ci sono tre o quattro posti, ma solo due: il primo è occupato da Dio e il secondo dall'uomo. Se lo accetti, ti liberi dall'orgoglio e quindi dall'impossibilità di supplicare.

 

171 Capisci ora perché padre de Foucauld, dopo la conversione, cercò appassionatamente l'ultimo posto. Quell'umiltà era stato il frutto di una preghiera che gli aveva consigliato l'abate Huvelin: «Dio mio, se esisti, insegnami a conoscerti». Dio aveva udito ed esaudito la sua supplica. Da quel momento padre Charles seppe che Dio esiste e che lui era al secondo - e cioè all'ultimo - posto. Se lo hai veramente capito, hai capito anche la preghiera incessante. Tu non rischi nulla a pronunciare una preghiera del genere, ma dubito molto che un uomo come Sartre che rifiutava di essere al secondo posto, avrebbe accettato di pronunciarla.

 

18. I marxisti considerano l'uomo che prega un malato che rinuncia alla vita. Per loro la preghiera non ha alcun senso perché l'uomo occupa nell'universo il primo posto: non ha bisogno dunque di ricorrere a Dio, dal momento che è il creatore di se stesso.

Nella tua vita, Dio è al primo posto come afferma sant'Ignazio nei Fondamenti degli Esercizi: «Sei stato creato per adorare, lodare e servire Dio». Tu spesso ti lasci trascinare da impulsi basati sull'istinto che affermano: l'importante è l'uomo! Se però Dio è per te al primo posto, in una parola, se è il tuo Creatore, tu prenderai sul serio la sua esistenza senza problematiche di sorta e desidererai pregare sempre.

 

10. Sei monaco se desideri pregare in continuazione. Anche se preghi ventiquattr'ore su ventiquattro, senza però avere il desiderio di pregare sempre, tu non preghi. Ma se preghi un quarto di secondo all'ora, col desiderio lancinante di pregare sempre, sei un monaco. Non fa differenza se sei in un monastero o nel mondo, immerso nella vita attiva: vivi lo stesso il monachesimo interiorizzato. Ciò detto, questo desiderio può essere disperato. Sono ben pochi gli uomini che se ne sentono capaci senza peraltro essere dei temerari. Devi essere pazzo nei desideri e saggio nella loro realizzazione.

 

20. Nel momento in cui comprendi che Dio è al primo, ti accorgi di quale sfida sia la tua vita di preghiera. Ti inginocchi o no. Non parlo qui delle lunghe ore di preghiera per le quali puoi più o meno essere portato, secondo le tue disposizioni naturali e la volontà, ma penso all'atteggiamento intimo del cuore che ti spinge a inginocchiarti e a dipendere da Dio. Trascorrere ore in preghiera o consacrare alla preghiera la propria vita può sembrare difficile: eppure è meno difficile, se non lo si è mai fatto, che consacrarle un minuto. Se inginocchiarci ci è diventato praticamente impossibile, è perché è una deflagrazione spirituale.

 

21. Vorresti pregare e non puoi. È questo il primo livello dell'umiltà: la possibilità di pregare colui che è al primo posto, cioè il Creatore e non una potenza superiore con la quale ti trovi ad avere a che fare. Sento a volte - e ne soffro - che la nostra generazione è travagliata da un terribile rifiuto di dipendenza da Dio e afferma che: «Dio non ci chiede di dipendere, ma di affrancarci ed espanderci». Non si vuoi più mendicare perché mendicare non è un comportamento degno di un uomo.

 

22. Se Dio non è al primo posto, l'uomo che prega è un malato che si ritrae di fronte alle proprie responsabilità: di conseguenza non bisogna pregare mai. Oppure la preghiera ha un senso per l'uomo perché una creatura che riceve ciò che ha da Dio. E allora bisogna pregare sempre. II significato della preghiera è così importante che bisogna decidersi: pregare sempre o non pregare affatto. Come l'amore, la preghiera deve essere totalitaria. L'unica salvezza per l'uomo è di pregare sempre secondo l'incitamento di Gesù nel Vangelo.

Se non ci riesci, capirai che sei malato e che hai bisogno di un salvatore: Non i sani hanno bisogno del medico, ma gli ammalati. Tu sei malato, perché non sei capace di pregare in continuazione e chi non è capace di pregare in continuazione, non è capace di pregare affatto. «Ti guarirò esclusivamente con la preghiera. Se ti ho guarito, è perché preghi» (due parole insite nella preghiera). Se, infatti, sei capace di esprimere una preghiera degna di questo nome, non riuscirai più fermarti.

 

23. Sarai forse tentato di obiettare che quel che ti ho detto è pura utopia per il semplice motivo che non siamo angeli: la mancanza di tempo, le distrazioni, la stanchezza e le prove impediscono di pregare. A livello tecnico per quanto concerne le cause secondarie, tutto ciò è vero: ma non sfiora nemmeno il nocciolo centrale del cuore che è in stato di supplica. Sei distratto nella preghiera come lo sei dal rumore delle auto nella strada mentre ascolti un brano di musica che ti appassiona: anche se il rumore ti infastidisce, la musica continua ad attirarti. Allo stesso modo, la preghiera è sempre presente, dolce voce di Dio che mormora in te, anche se fuori e soprattutto dentro, ci sono rumori, i “rumori della tua gestione” interiore! Il giorno in cui, mentre preghi, sarai costantemente disturbato da te stesso, dalle tue passioni e dai tuoi peccati e che quel rumore sarà contemporaneamente una croce perpetua, allora pregherai senza interruzione.

 

24. Io sono convinto che la preghiera è la soluzione a tutti i problemi della vita, a condizione che tu non le chieda di essere una soluzione ai problemi della vita ma, al contrario, ciò per cui bisogna vivere. Non preghi per vivere, ma per pregare.

Devi vivere per pregare (è questo il senso della parola citata prima a proposito della guarigione che ci fa vivere per pregare), non pregare per essere salvato, ma per pregare, perché intuisci che è la preghiera a dare gusto alla vita e che senza di lei la vita non sa di nulla. Se capisci che senza la preghiera la vita è solo un'immagine della morte (Rimbaud), ti rendi conto della grande miseria dell'uomo che non supplica.

 

25. A prima vista questo slancio verso Dio che dura non più di un quarto di secondo non è difficile. Pensa all'avvocato che chiede la grazia per un condannato a morte. Basta che tu riconosca di non essere in grado di venirne fuori da solo e che tu speri che un altro ti venga a salvare. Allora lanci invocazioni di soccorso come un naufrago quando scorge una nave: è quel che io chiamo la supplica ispirata dallo Spirito Santo, un moto molto semplice che consiste nel cercare Dio attraverso la pena, la sofferenza e qualche volta la disperazione: «Rendere grazie nella gioia e supplicare nella prova».

 

26. Cercare il contatto con Dio nell'infelicità e nella disperazione è un gran segreto: Dio appare allora come il rifugio, la salvezza, il padre o la madre che avvolgono con la loro presenza e la loro tenerezza: ti comprendono e ti salvano. Oso dire che è molto complesso - non nel senso di un'acrobazia, ma del contrario di una acrobazia - una sorta di caduta libera nella vita. Il che non è difficile, ma presume che tu perlomeno ipotizzi l'esistenza di Dio. Chiunque lo voglia, dunque, può pregare anche se non ha fede, anche se è incapace di presentarsi al cospetto di Dio. Ecco perché il Cristo ti dice: «Bisogna pregare sempre e non stancarsi mai».

 

27. Potresti sollevare due obiezioni:

- Non tutti possono pregare, come testimoniano le parole di un giovane che, nella prova, dice a un suo amico cristiano: «Prega, tu che puoi; io non posso farlo».

- Dirai poi che ciò non basta. A questa obiezione rispondo categoricamente: sì, basta, purché la tua preghiera sia vera e reale (cf il capitolo “Verità”), ma è evidente che non puoi chiedere qualcosa a Dio e farti beffe di lui. In tal senso è vero che non tutti possono pregare o almeno non possono farlo di continuo. Per esempio, quando ci si prende gioco di Dio, coscientemente o inconsciamente, non si può. Chi sprofonda sistematicamente nell'egoismo e nell'orgoglio della carne (o peggio ancora quello dello spirito) non può assolutamente pregare continuando a comportarsi in tal modo. E se capita che egli chieda che si preghi per lui, è da parte sua ipocrisia e un'ulteriore derisione, oppure vuol dire che egli per un istante emerge dal male e allora ripeto che è sufficiente: perseveri in questo atteggiamento e sarà salvato.

 

28. Vedi bene dunque che la preghiera a prima vista non è difficile. Non parlo delle lunghe ore di adorazione, le veglie notturne dei “duri dell'orazione” che possono sembrare magari delle prodezze. Le ignoro e non mi pronuncio al proposito per affermare che è facile o difficile. È tutt'altra cosa. Io parlo semplicemente del grido puro e semplice che chiede aiuto e raggiunge veramente Dio oppure chiede ad altri di invocare aiuto per noi. Come vedi, è cosa facile perché non richiede d'aver Fede o, ancor meno, speranza o carità e neppure di sapere che Dio esiste: bastano un dubbio abbastanza profondo e una inquietudine reale (Ricorda la preghiera di padre de Foucauld). Potrai chiedere qualunque cosa purché risponda ad un vero desiderio o a una reale ansietà.

 

29. Può anche sorgere in te il dubbio che nulla sia più difficile per alcuni che lanciare un'invocazione d'aiuto. In effetti può persino diventare impossibile. Ci sono uomini che vorrebbero pregare e sentono di esserne assolutamente incapaci. Fisicamente non è difficile mettersi in ginocchio o stesi ventre a terra: è una delle nove posizioni per pregare di san Domenico ed è meno stancante del salto in alto o in lungo, è un salto in profondità. La difficoltà è puramente di ordine morale ma, in certo senso, è assoluta. È una specie di impossibilità.

 

30. Ma la minima preghiera, anche indiretta, implica qualcosa di simile. Tra il mettersi ventre a terra, inginocchiarsi e chiedere qualcosa non c'è molta differenza, è solo una questione di grado. Come dice Williams: «Di fronte alla morte, inginocchiarsi diventa necessario, anche se non si sa davanti a chi ci si inginocchi».

 

31. Inginocchiarsi può diventare moralmente necessario... e può diventare anche moralmente impossibile. Quelli che ci riescono potranno anche far finta di inginocchiarsi in chiesa, come quelli che si tolgono il cappello per educazione o per fare come fanno gli altri, ma non si inginocchiano veramente. Quando per troppo tempo si è preso l'andazzo di sbrigarsela da soli o di farsi burla di tutto (lo stoicismo o l'epicureismo: tutte le morali che non ammettono la preghiera vi si riconoscono), può diventare praticamente impossibile ricorrere all'aiuto del Creatore e inchinarsi davanti a lui.

 

32. Se provi veramente a pregare, non ci riuscirai. Tuttavia è importante almeno provare per apprendere una verità che è il punto nevralgico della rivelazione cristiana: arrivare a sapere che è impossibile. Pregare, in fondo, è impossibile. Non dico che è difficile tranne forse qualche volta, e quando la preghiera arriva, capirai benissimo che non è affatto difficile; ma quando non arriva, non è affatto difficile, è impossibile.

 

33. Rifletti bene su questa difficoltà che può diventare impossibilità di pregare non solo per alcune ore, ma neanche per un quarto di secondo. Se puoi pregare un quarto di secondo puoi pregare quanto tempo vuoi, è solo una questione di abitudine e di fedeltà. Quando gli apostoli dicevano: Signore, inseqnaci a pregare, intuivano che mancava loro qualcosa, una specie di scatto che li mettesse in moto. Trovato che hai questo “qualcosa”, le distrazioni non hanno più tanta importanza, basta tornare senza stancarsi al punto di partenza, all'avvio iniziale, al quarto di secondo, al primo autentico appello che hai lanciato a Dio. È proprio il caso di dire che quel che conta è il primo passo. È una locomotiva che si mette in moto ansimando e finirà col non fermarsi più. Se resti fedele alla tua prima supplica il resto accade infallibilmente.

 

34. Prova ogni giorno, ogni mattina e ogni sera. Il giorno in cui sarai arrivato saprai tutto.Ma se non ci arrivi, magari sarà ancora meglio, perché farai cosa gradita a Dio cercandolo, il che  non è certo poca cosa! Lo sforzo di cui ti parlo sarà, in seguito, scoraggiante perché in apparenza sterile; ma in sé e per sé non è difficile, anzi, è una cosa molto semplice, non devi romperti la testa. Invece di annoiarti superficialmente nella vita, si tratta di annoiarti molto di più, molto più a fondo, perché hai sete del contatto con Dio. Non c'è nessuna formula, non c'è nessun trucco: se hai orecchie per intendere, intendi... Capisci così il fondo della rivelazione cristiana: abbiamo perduto l'amicizia con Dio o l'innocenza originale.

 

35. In fondo, se vuoi essere sincero con te stesso, devi riconoscere che qualche volta - o magari spesso - ti annoi alla preghiera e all'Eucarestia. Non lo vuoi però ammettere e sfuggi a questa presa di coscienza che ti nasconde la realtà. Se però accetti di soffrire lucidamente, di annoiarti a tal punto di stare vicino a Dio, capirai con la tua stessa sofferenza che non è normale, che è il frutto di una catastrofe originale e sarai profondamente illuminato e incoraggiato. La prima guarigione sta nell’accettare di annoiarti con Dio. Se lo accetti grazie a Gesù Cristo potrai ritrovare la gioia di pregare: ecco la prima cosa da chiedere quando preghi.

 

36. Quel che ti sto dicendo è al contempo profondamente incoraggiante e terribilmente scoraggiante perché ci sono molti cristiani praticanti e persino preti e religiosi, che in vita loro non hanno mai pregato un solo istante, un solo secondo: si sono messi in ginocchio ma non si sono mai realmente inginocchiati, hanno preso l'acqua benedetta, ma non hanno mai elevato una supplica. Certamente in vita tua, tu hai supplicato una o più volte, ma di norma, quando preghi, che spazi dai alla supplica? Quanto più grande e profondo esso sarà, tanto più tu pregherai in verità.

 

37. Forse molti sono stati toccati dalla grazia della preghiera e hanno supplicato nei momenti di angoscia e di tribolazione, ma non sono stati fedeli: non hanno saputo tenere accese le lampade, hanno lasciato spegnere la vita nuova che penetrava in loro perché la preghiera non è un atto, è una vita, una maniera di essere. Può arrivare di sfuggita: se non la lasci spegnere invaderà tutto.

 

38. Fai allora quest'esame di coscienza: «Quando sei in chiesa o nella tua camera, ti inginocchi veramente per elevare la tua supplica? Se sì, ricomincia più spesso che puoi e lasciati colmare da lei; in caso contrario, coltiva l'inquietudine, il timore, la buona tristezza di cui parla Paolo. Non posso predicarla io, la pace, a quelli che non si inginocchiano, è la grande predicazione della Chiesa sui fini ultimi e la perseveranza finale: il timore è l'inizio della saggezza. Chi non si mette in ginocchio è insensibile all'Amore.

 

39. Dunque, se senti una resistenza, non insistere e soprattutto non recitare lunghe preghiere come i farisei di cui parla Gesù (è ben diverso pregare a lungo quando la preghiera è nel tuo cuore). Di' semplicemente: «Dio mio, se esisti, insegnami a conoscerti». Più oltre, quando ne parlo, intendo proprio questo per “preghiera a freddo”. Il fervore verrà dopo o non verrà affatto. C'è un tempo per il fervore e un tempo per l'aridità. Dal momento che il mettersi in ginocchio non ha motivo di arrestarsi, non dipende dal caldo o dal freddo: esso è impassibile, radicale o implacabile.

 

40. Sai dunque che è grave inginocchiarsi e ancor più grave rifiutarsi di farlo. Eppure un giorno o l'altro, al momento della morte, dovrai deciderti. Se non ci riuscirai, non ti resta che chiedere a Dio di indicarti la via. Non inginocchiarti, ma chiedi la grazia di farlo, è il primo passo. E fallo a freddo: prendi la decisione di chiedere senza entusiasmo e senza fervore, semplicemente perché è la verità.

 

41. Arrivo allora a darti un consiglio scandaloso, che però si rifà a quello che Cristo disse a proposito dei farisei. Se reciti le preghiere più o meno automaticamente, lascia perdere, smetti di pregare, ecco il mio consiglio scandaloso. Smetti di pregare per cominciare finalmente a pregare: come quel canonico che, durante un bombardamento, chiese ai confratelli di sospendere la celebrazione dell'uffizio e di mettersi a pregare. Spingerei quindi lo scandalo fino a metterti in guardia contro uno pseudo fervore che non è in ginocchio. E ti propongo questa preghiera:

 

42. «Signore, mi rendo conto che la preghiera è la fonte della vita vera e la risposta a tutte le nostre domande. Vorrei essere sempre in ginocchio ma la debolezza della carne e la resistenza opposta al peccato me lo impediscono. Abbi pietà di me e concedimi questa grazia perché non voglio dirti nulla prima di essermi prostrato in ginocchio e non ho diritto di aprir bocca prima di essermi steso a faccia in giù davanti al Creatore invisibile che Gesù Cristo è venuto a rendere visibile».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AMBITO

 

1. Se non preghi durante il lavoro, gli incontri, i momenti di distensione, il quotidiano andirivieni, ben difficilmente potrai trovare la preghiera al momento dell'orazione perché la preghiera, come d'altronde l'amore, è totalitaria, vuole riempire la tua esistenza e soprattutto il tuo sonno.

 

2. Lo chiamerò ambito della preghiera. Gli antichi monaci quando parlavano usavano molte altre espressioni riferendosi a questo “risveglio”, nepsis, che è la preghiera. Gli autori moderni ricorrono a un linguaggio preciso, parlano della preparazione remota o immediata all'orazione. Poco importa quali siano le espressioni usate; esse racchiudono tutte lo stesso messaggio pedagogico: tu non entri nella preghiera se non hai prima preparato il cuore, come dice il Piccolo Principe. L'ambito è la preparazione del cuore. Ho sentito spesso Dom Grammont dire che si deve entrare nella notte come in una cattedrale: è un atto liturgico. Il che sta a dire che tu devi accettare incondizionatamente il tempo ed entrare nella notte e anche nel giorno per mezzo di un atto libero e positivo che ti fa penetrare nella preghiera.

 

3. Nella decisione di consacrarti alla preghiera entrano in gioco parecchi elementi: c'è innanzitutto il richiamo che avverti in te confusamente ma qualche volta anche con molta chiarezza, come se lo Spirito Santo celato nel tuo cuore si aprisse una breccia nella tua corazza di marmo (cuore di pietra) e uscisse a respirare l'aria esterna a pieni polmoni. Questo richiamo - come dice Paolo - si traduce in desiderio di preghiera: Coloro che sono abitati dallo Spirito desiderano ciò che è spirituale (Rm 8, 5). Ben presto però sperimenterai che il solo desiderio non basta perché in te la legge dello Spirito è combattuta dalla legge della carne e quindi la preghiera è frenata nel tuo cuore. San Paolo aggiunge anche che questo desiderio deve diventare operante grazie alla potenza dello Spirito affinché la giustizia della legge possa realizzarsi in te (Rm 8, 4) e tu possa infine pregare liberamente.

 

4. Il che conferma una cosa semplicissima: se decidi di pregare sappi che in te, come in tutto il resto della tua vita, saranno in gioco la libertà e la grazia. Proverai il desiderio di pregare e farai di tutto per riuscirci (tempo, sforzi, sudore) e allo stesso tempo capirai che la preghiera è un dono che devi mendicare ogni giorno rendendo grazie allo Spirito Santo d'aver fatto nascere in te quel desiderio. Da qui questi apoftegmi, apparentemente sconnessi, sul desiderio, la chiamata, gli inizi e soprattutto la grazia della preghiera che abbiamo raccolto in questa prima parte del libro. È l'ambito della preghiera.

 

5. In questo ambito esistono leggi fondamentali che sarebbe pericoloso ignorare o trasgredire perché passeresti solo a fianco della vera preghiera o saresti oggetto di molte illusioni. La prima, per non dire la più importante di queste leggi, è la verità con Dio, con se stesso e con gli altri, per la semplice ragione che lo Spirito Santo, fonte della preghiera, è spirito di verità. Lo Spirito non può pregare in te se tu non hai fatto verità in te stesso perché egli penetra il tuo cuore, conosce i tuoi desideri profondi e nulla gli rimane nascosto. Per pregare in te, deve toccare il tuo corpo, il tuo cuore, il tuo spirito: guarirli, addolcirli e pacificarli. Se, nella preghiera, tu presenti a Dio una maschera, lo Spirito che è il bacio del Figlio al Padre non potrà farti baciare il volto del Padre perché sul tuo viso è dipinta la menzogna. L'esperienza mi ha insegnato che quel che più paralizza gli uomini di preghiera è una certa dose di menzogna con cui si avvolgono, la quale impedisce allo Spirito di agire in loro.

 

6. Come seconda legge, alla pari con la “verità”, devi aggiungere ciò che il Cristo dice nel Vangelo a proposito della preghiera: per pregare in verità bisogna nascondersi nel luogo più remoto della propria casa, ma soprattutto essere nascosti a se stessi nel proprio cuore. Non devi cercare la gloria nello sguardo e nella stima degli uomini ma solo nella gioia dello sguardo del Padre. Ciò che perde gli uomini di preghiera e talvolta gli uomini di Chiesa è spesso la smania che li coglie di parlare e di agire davanti alle macchine da ripresa o di scrivere sulle riviste. Non vedrai mai, di contro, un Padre d'Oriente concedere interviste o raccontare di fronte ad altri la sua vita, le sue imprese spirituali, né tanto meno le grazie di

preghiera che sono in lui.

 

7. La verità, col segreto, l'umiltà, la rinuncia e lo spirito di fanciullezza, appartiene a quel bagaglio di forze grazie alle quali la gloria e la santità entrano in sinergia. Questi capitoli devi

meditarli a lungo se non vuoi fuorviarti in vie traverse. C'è poi una legge piuttosto misconosciuta sulla quale non si insiste abbastanza in Occidente, la quale pone l'accento soprattutto sulla qualità della preghiera: l'Oriente invece insiste sulla quantità: «Non sarai mai un uomo conquistato dalla preghiera se non preghi molto, molto!».

 

8. Nell'orazione ci sono una quantità di discussioni tecniche alle quali i principianti e talvolta anche le guide conferiscono eccessiva importanza; come, per esempio, la posizione da assumere, la lotta contro le fantasticherie, le distrazioni, l'impiego della lettura, i tempi consacrati alla preghiera e tanti altri dettagli! Non impantanarti in questi problemi perché finiresti col dedicare loro tutto il tempo dell'orazione sottraendolo alla preghiera.

L'unico valido consiglio che posso darti quando ti raccogli in orazione, è di levare il tuo grido al Padre, di invocarlo, di supplicarlo finché non ne vedi lo sguardo: allora potrai parlargli in verità.

 

9. Se non ti stancherai di continuare a chiedere la grazia della preghiera, un giorno la riceverai. ho sperimentato in me stesso e in molti altri che una preghiera fatta in umiltà, fiducia e perseveranza è sempre esaudita. Il giorno in cui avrai ricevuto il dono della preghiera non ti chiederai più come fare per continuare a pregare senza fine, ma come fare a smettere di pregare. Né d'altronde ti porrai più nessuna di queste domande perché la preghiera ti accompagnerà giorno e notte, nel lavoro e nel riposo, durante i pasti e il sonno, nella gioia e nella prova, nella preghiera liturgica e durante la lettura. Forse ti sembrerà strano che la preghiera sia lì quando reciti l'Uffizio o durante l'orazione, ma tu sai bene che puoi cantare i salmi e magari recitare il rosario senza essere in preghiera. Essa non ti lascerà mai e tu potrai essere assolutamente presente a tutte le altre occupazioni senza pericolo di distrarti.

 

 

Chiamata

 

10. Quando leggi i Racconti di un pellegrino russo o gli scritti di Silvano o la vita di san Serafino di Sarov (e in particolare il suo colloquio con Motovilov) capirai di essere chiamato alla preghiera del cuore se senti che nel tuo più profondo si accende una scintilla di gioia, di dolcezza e il desiderio di pregare incessantemente, proprio come hanno fatto loro.

 

11. Se lo Spirito ti fa desiderare di gustare la preghiera esicasta, per quanto poco regolarmente e intensamente ti dedichi alla Preghiera di Gesù, sappi che è l'opera più ardua della vita spirituale e che ti capiteranno alcune “piccole cose”:

- Al principio i demoni ti tormenteranno e faranno il possibile per distoglierti dalla preghiera, per impedirti di pregare o perlomeno cercheranno di strapparti all'orazione perché sanno che la preghiera distrugge le loro assisi demoniache nel mondo.

- Poi la preghiera prolungata infrange letteralmente tutte le forze umane.

- Infine sarai tentato d'abbandonare la Preghiera di Gesù per un'orazione più gratificante.

Soprattutto tieni duro e un giorno perverrai alla preghiera pura.

 

12. Nulla al mondo è più difficile della preghiera.

 

13. Non cercheresti il volto del Cristo nell'orazione se non avessi già sentito il suo sguardo

di misericordia scendere su di te.

 

14. Poemeno il Grande quando i discepoli andarono a trovarlo al suo letto di morte, disse

loro: «Credetemi, figli miei, non ho ancora cominciato a convertirmi». Quando anche tu dirai: «Non ho ancora cominciato a pregare», sarai sul limitare della preghiera pura.

 

15. Se “pregare bene” non ti svincola dalla tua operosità, non devi mai smettere di pregare per domandare il dono della preghiera.

 

 

Inizi

 

16. Innanzi tutto non cominciare mai la tua preghiera ricorrendo all'intelligenza per riflettere su Dio, né alla volontà per entrare nel silenzio: impiegheresti le tue forze in pura perdita; cominciala invece buttandoti letteralmente nella supplica e lanciando un grido verso il Padre. Chiedigli il suo Spirito: «Padre, in nome di Gesù, dammi il tuo Spirito». Abbarbicati a questa invocazione; come una freccia questo grido infrangerà il tuo cuore e trafiggerà il cuore del Padre. Nel momento in cui sentirai il mormorio della preghiera scaturire dal tuo cuore, lascia

che il tuo grido si spenga. Come dice Serafino di Sarov: «La preghiera, a quel punto, cede il

passo al silenzio».

 

17. “Pregare bene” e pervenire alla preghiera pura non dipende da te, è un dono gratuito dello Spirito Santo; dipende però da te curarne l'inizio e trascorrere il primo quarto d'ora di

preghiera a supplicare lo Spirito di venire a pregare in te: poi te la vedrai con lui.

 

18. Nella preghiera oscilli sempre tra un volontarismo che vuole imporre il tuo punto di vista allo Spirito Santo e un lasciar correre che nulla ha a che vedere con il “lasciar fare” del Vangelo. Entra nella preghiera senza idee preconcette, preparala con un testo della liturgia; se ti ritrovi subito nell'orazione pura non recitare la preghiera di Gesù, ma parla col Padre come un amico parla all'amico perché sei già in contatto e in relazione con lui. Se invece non succede niente, di' lentamente: «Gesù, pietà», finché lo Spirito ti introduce nell'orazione.

Sii malleabile nelle mani di Dio un po’ come le corde della lira lo sono nelle mani dell'artista. A Dio piace farti passare attraverso la dialettica del contrario: parola e silenzio, giustizia e misericordia, preghiera di Gesù e orazione pura.

 

19. Per la maggior parte del tempo la porta dell'orazione ti sarà chiusa e trascorrerai la tua ora a ripetere: «Signore, tu metti nel mio cuore il desiderio di fare orazione e vedi la mia incapacità. Abbi pietà perché soffro per non saper pregare, abbi pietà di me peccatore e concedimi questa grazia perché non voglio dirti niente prima di essere in ginocchio sotto il tuo sguardo, nella preghiera; non ho il diritto di aprir bocca prima di essere al cospetto del Padre invisibile, che Gesù Cristo è venuto a rendere visibile. Io sono come il cieco che mendica la luce sul ciglio della strada. Ti supplico di concedermi la grazia dell'orazione».

Può darsi che essa arrivi durante gli ultimi minuti dell'ora di preghiera o anche fuori dall'o-azione. Sappi però che anche se, per colpa tua, non hai fatto orazione al mattino, ne sentirai la mancanza durante tutta la giornata anche nei pensieri, nelle parole, nelle azioni.

 

20. Si racconta che sant'Ignazio aveva la facoltà di trovare Dio nell'orazione come voleva, quando voleva, dove voleva. Tu senza dubbio sei ben lungi dall'avere questa facilità ma non venirmi a dire che questa grazia non è alla tua portata: se perseveri nella preghiera ti sarà concessa. Di sant'Ignazio si dice anche che, dopo aver visto la Vergine, non fu più tormentato nella carne; sappi che anche questa grazia può esserti concessa: l'esperienza me lo ha dimostrato.

 

21. In attesa di quel momento disponi il tuo cuore ad accogliere il dono, attendilo soprattutto pazientemente protraendo il tuo desiderio come il vecchio Simeone che ogni giorno si recava al tempio di Gerusalemme, spinto dallo Spirito, per aspettare il Salvatore. Come lui, anche tu un giorno lo riceverai tra le braccia e sarai ricompensato della lunga attesa.

 

22. Per trascorrere il tempo dell'attesa fa' quel che puoi: recita la preghiera di Gesù o il rosario, leggi la parola di Dio; al limite, non far niente, ma attendi, conscio che in qualunque momento l'orazione può scaturire nel tuo cuore.

 

23. Fa' quel che puoi e vuoi, ma sii folle fino a credere che in ogni istante Dio può fare qualunque cosa. La cosa più sicura che tu possa fare all'orazione è aspettare. Il più delle volte lo Spirito non scende in te durante l'orazione ma dopo, nel corso della vita. Ecco allora che durante l'orazione hai l'impressione di star lì a perder tempo: ma è per questo che vai all'orazione. Pregare, diceva Padre de Foucauld, è perder tempo per Dio. E il giorno in cui non hai fatto l'orazione, cinque o sei ore dopo ne sentirai la mancanza.

 

24. Per un uomo spirituale non c'è nulla di più doloroso che essere colmo di un grande desiderio di preghiera e non trovare Dio nel momento in cui entra in orazione pur avendo tatto di tutto per incontrare il suo Signore. I suoi sforzi però non sono mai inutili e spesso proprio nel momento più impensato egli sarà visitato dall'orazione anche se durante l'orazione non sarà successo nulla. Il paragone più attinente mi pare essere quello con un radioamatore, che con la sua emittente cerca in tutti i modi di entrare in contatto con un navigatore solitario. Per riuscire nel suo intento ci vogliono magari ore e ore, ma il giorno in cui il contatto è stabilito e si intreccia un dialogo, l'uomo è ricompensato di tutte le ore d'attesa e di apparente insuccesso. Lo stesso dicasi per la preghiera: tutti gli sforzi per cercare il contatto con Dio un giorno o l'altro saranno compensati dalla sua risposta.

 

 

La grazia della preghiera

 

25. Se lo Spirito Santo ti ha fatto il dono della preghiera, ti ha dato tutto; ti prego, non chiedere altro.

 

26. «Tutti i beni sono stati dati nell'orazione», dice santa Teresa d'Avila. Ne posso far fede anch'io: ogni qualvolta ho ricevuto il dono dell'orazione, le mie sofferenze fisiche si sono calmate, le tentazioni sono scomparse, nella mia anima è tornata la pace e in me ha dimorato la gioia.

 

27. La seguente testimonianza ci viene da un confessore della fede che ha trascorso alcuni anni in un ospedale psichiatrico in Russia. A causa dei medicinali e del lavaggio del cervello, gli era stata preclusa ogni possibilità di preghiera vocale (questo perché si comprenda questa insistenza della testimonianza sulla “preghiera del cuore”). La preghiera però non si estinse in lui al momento della sofferenza perché egli comunicava con Dio a un livello più profondo. In quei momenti la preghiera fu veramente la sua forza, altrimenti sarebbe certo uscito da quegli anni di trattamento e d'internamento completamente distrutto. Invece accadde esattamente il contrario. Ecco la sua testimonianza:

«La preghiera è la forza più grande di cui dispongono gli uomini per trasformare il mondo... Da parte mia, io ho avuto la rivelazione che Dio mi parlava senza sosta e sono riuscito a tacere. A quel punto non dovevo far altro che ascoltare la parola pronunciata nel mio cuore da Dio, una parola non traducibile nel nostro linguaggio. Ho sperimentato che Dio rispondeva alle mie domande ed era qualcosa di molto forte che molte persone accanto a me condividevano. Il primo messaggio di Dio nel silenzio interiore mi fece capire che Dio perdonava il mio peccato. E quella voce in seguito non ha più taciuto, anche se non si esprimeva con le parole e mi ha dato, giorno dopo giorno, la forza di essere fedele e di continuare nel mio cammino.

In quel momento ho capito che la cosa più importante nella vita di un cristiano è avere nel cuore il silenzio di Dio, stabilire un contatto permanente con lui, essere in un continuo cuore-a-cuore col Signore. Le preghiere espresse con le parole, la musica, i canti, i gesti, debbono sgorgare da questo contatto con Dio nel silenzio, altrimenti la preghiera è fragile, non riesce ad avere quella forza che trasfigura il mondo» (Russia - Appunti di viaggio. “Feu et Lumière”, n. 58, dicembre 1988, p. 30).

 

28. Se Dio ti concede il dono della preghiera di fuoco (la preghiera ignea come dicono i Padri), accoglila nell'azione di gloria e nel rendimento di grazie, ma non restarci troppo attaccato come se fosse una forma di preghiera elevata o il massimo dell'orazione; ti mostrerò una via assolutamente superiore: la preghiera delle lacrime. Prega lo Spirito Santo perché ti conceda il dono delle lacrime per ammorbidire con la contrizione la durezza del tuo cuore. Confesserai allora al Signore il tuo peccato per ottenerne il perdono.

 

29. Un giorno Gesù a proposito della guarigione del fanciullo epilettico - ha pronunciato queste parole: Questa specie di demoni non si può scacciare in altro modo, se non con la preghiera (Mc 9, 14-29). Soffermati a lungo su questa parola pronunciata dal Figlio di Dio e chiedigli l'intelligenza spirituale di queste parole nella lotta contro il demonio muto che ti impedisce di pregare e di ascoltare il Signore.

Se Gesù ha pregato tanto intensamente per scacciare il demonio, tanto più devi chiedergli la grazia della preghiera, di buttarti cioè anima e corpo nella supplica.

 

30. Una delle più grandi sofferenze della tua vita di preghiera, secondo sant'Ignazio di Loyola, è di essere sottomesso all'avvicendarsi di “spiriti diversi”. Qualche volta sei visitato dalla preghiera di fuoco e la dolcezza dello Spirito penetra nel tuo cuore; altre volte sei secco, arido, e non hai più nessuna voglia di pregare: la cosa non ti dice più nulla! Teresa di Lisieux racconta della grazia che ha ricevuto un giorno, durante la Via Crucis, alcuni mesi prima di morire. Ad un tratto si sentì trafiggere da un dardo di fuoco e invadere da un'improvvisa intensità d'amore mai ancora provata prima d'allora e, racconta, se il fenomeno fosse durato ancora qualche secondo non avrebbe più potuto restare in vita, ma sarebbe morta d'amore.

Dopo di che vien da pensare che Teresa fosse sommersa dalla dolcezza e la consolazione dello Spirito. Non illuderti: la Santa aggiunge: «Dopo, sono ripiombata nella mia abituale aridità».

 

31. «Coloro i quali sono stati degni di diventare figli di Dio e di rinascere nello Spirito Santo, che hanno in sé il Cristo che li illumina e li conforta, sono guidati dallo Spirito Santo per vie diverse e varie; invisibilmente, nei loro cuori, sono animati dalla grazia e godono della pace spirituale.

Qualche volta è come se fossero immersi nel lutto dell'afflizione per tutto il genere umano, recitano preghiere per tutta l'umanità, si abbandonano alla tristezza e alle lacrime perché lo Spirito li fa ardere d'amore per tutti gli uomini.

A volte invece lo Spirito fa ardere in loro tanta esaltazione, tanto amore che, se fosse possibile, accoglierebbero nel loro cuore tutti gli uomini senza distinzione di bene o di male.

Altre volte ancora si calano più in basso di chiunque altro nell'umiltà dello Spirito al punto da giudicarsi gli ultimi, i meno importanti tra tutti.

Talvolta, sotto l'effetto dello Spirito, godono di una gioia inesprimibile.

Qualche volta sono simili a un eroe valoroso che, rivestito dell'armatura regale, affronta il combattimento, lotta coraggiosamente contro i nemici e riporta su di loro la vittoria. L'uomo spirituale prende allo stesso modo le armi celesti dello Spirito, assale i nemici, li affronta in combattimento e li schiaccia sotto i piedi.

Talvolta l'anima riposa in profondo silenzio, nella calma e nella pace, non conosce che il godimento spirituale, un riposo e una pienezza inesprimibili.

A volte la grazia pone l'anima in una comprensione e una saggezza senza pari, in una profonda conoscenza, attraverso lo Spirito, di misteri che né la lingua né la bocca possono esprimere.

Qualche volta diventa come un uomo qualunque».

(Omelia del IV secolo. Diversità degli effetti dello Spirito).

 

32. Capita che, dopo essere stato innalzato al “settimo cielo” tu divenga “un uomo qualunque” ricadendo nella tua “aridità abituale”. L'alternarsi di spiriti diversi è un mistero, ma esso è voluto da Dio e cela un significato nascosto. Prima ti fa capire che il fervore della preghiera non dipende da te, non è opera tua.

Non dipende infatti da te, dice sant'Ignazio, «andare a costruire il tuo nido, là dove ti piacerebbe». Poi ti insegna a rendere grazie quando sei visitato dalla gioia dello Spirito e ancora più a elevare la tua supplica quando sei preda dell'aridità. Non sei tu il padrone della situazione ma aspetti tutto dal beneplacito del Padre.

 

33. La pedagogia di Dio mira ad insegnarti la povertà spirituale e la fedeltà nel puro amore: «...lo Spirito non può dimorare immobile in me come se non dovesse ricevere null'altro dalla mia bontà. Quel che procuro, varia: talvolta do un'allegria spirituale, talaltra una contrizione e un disgusto del peccato talmente forte da sembrare che lo spirito ne sia completamente sconvolto... Tutto ciò che faccio è per amore, per conservare e accrescere la vostra virtù nell'umiltà e nella perseveranza, per insegnarvi a non impormi regola alcuna..., affinché voi crediate infine con una fede viva che io do sempre a seconda dei bisogni della vostra salvezza» (Dialogo di santa Caterina di Siena, ed. Seuil, cap. 68 p. 223).

 

34. Ora t'invito a penetrare nelle diverse zone della preghiera ma, per non correre il rischio di cadere in astrattismi, ho voluto abbozzare a grandi linee il ritratto di un uomo di preghiera come l'avresti potuto vedere se ti fossi avvicinato a Serafino di Sarov, al Curato d'Ars, a Silvano o magari a Giovanni di Cronstadt. Questi uomini appassionano perché da essi si sprigiona il buon profumo del Cristo e sui loro volti si può contemplare il volto di gloria di Gesù. Non vorresti più lasciarli perché vicino a loro si respira la felicità e la gioia. Ecco perché, finita l'orazione, devi leggere spesso la vita dei santi.

 

NASCOSTO

 

L’uomo investito totalmente dalla preghiera è simile al bambino celato nel grembo della madre: non vede nulla, non sa nulla, non prova nulla, non ha affatto coscienza di pregare, ma in lui c'è una gioia oscura.

 

2. Il Padre ci ha nascosti nel segreto del suo volto perché lo supplichiamo.

 

3. Santa Teresa d'Avila si meravigliava che il suo "Piccolo Seneca" (san Giovanni della Croce) fosse poco conosciuto e che non si parlasse mai di lui. È il destino riservato agli uomini di preghiera. Essi debbono essere nascosti agli occhi del mondo e ai loro stessi occhi, come Elia era nascosto nel torrente Kérith. Questa non è solo la volontà di Dio rivelata da Gesù nel Vangelo quando parla della preghiera, ma è anche il loro desiderio che Dio accoglie ed esaudisce, nascondendoli agli occhi del mondo. Questo desiderio di restare nascosti è frutto della castità spirituale.

 

4. Fa' bene attenzione alle parole di Gesù che precedono il suo insegnamento sull'orazione: esse sono tanto fondamentali per la preghiera così come per l'amore fraterno l'elemosina e il digiuno. Non sarai mai un uomo di preghiera se cercherai di essere notato e apprezzato dagli uomini. Tra l’“essere visto dagli uomini" e l”essere visto da Dio” c'è una incompatibilità radicale. Per questo motivo mi vien da interrogarmi sull'operato di alcuni uomini di Chiesa i quali cercano a tutti i costi di attirare su di sé l'attenzione dei media, con un atteggiamento opposto a quello di Gesù: quando le folle corrono appresso a lui o agli apostoli, li costringe a saltare in barca e raggiungere la riva opposta o rifugiarsi in luoghi deserti.

 

5. Medita dunque queste parole del Cristo, sia per quanto riguarda la preghiera che per l'elemosina e il digiuno: E quando pregate non siate come gli ipocriti i quali amano fare la preghiera in piedi davanti le sinagoghe o nelle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità, vi dico: hanno ricevuto la loro ricompensa. Bisogna scegliere: preferire lo sguardo del Padre o la ricompensa degli uomini. Il Cristo in questo non può transigere, come la sfinge della mitologia greca: bisogna seguirlo o fuggire; san Benedetto ben lo esprime nella sua Regola: «Non preferire nulla all'amore del Cristo!».

 

6. Quando preghi, chiudi a chiave la porta, fa' in modo che la tua preghiera non sia vista né sentita dagli uomini, chiudila a doppia mandata nel tuo cuore o almeno nella tua intenzione e nella tua coscienza.

 

7. «Silvano restò lucido e benevolo fino all'ultimo, lungi dalle preoccupazioni mondane e indifferente alle cose di questo mondo. Come un asceta veramente esperto, sapeva non scoprirsi. Stando davanti al Padre celeste in segreto, portava senza posa in fondo al cuore il fuoco dell'amore del Cristo» (Staretz Silvano, p. 179).

 

8. Santa Teresa di Lisieux diceva: «La Santa Vergine ha fatto bene a tenere tutto per sé, non mi si può rimproverare se io faccio lo stesso». Il che trova riscontro preciso nella parola di Gesù a proposito della preghiera, del digiuno e della carità: Quando preghi o digiuni, fallo in segreto, perché il Padre tuo che vede nel segreto te lo renderà. Ciò che Gesù afferma con chiarezza in queste parole, costituisce il fondo della sua anima, il suo respiro permanente. Egli faceva senza posa la gioia del Padre.

 

9. La castità è la gioia di essere il bene di Dio. Questa gioia ci ispira il bisogno di nasconderci per appartenergli, perché sia lui il solo a gioire di noi: non rivelarsi agli altri se non nella misura in cui lui ce lo chiede. Lo spirito di castità è dunque l'anima del silenzio. Tutto ciò che riveliamo di noi inutilmente è già qualcosa di impuro ( P.M.D Molinié, Conversazione sui voti, n. 6).

 

10. La preghiera è un'attività segreta e - come di tutto ciò che hai di meglio - non devi parlarne con nessuno. È così che gli altri ne beneficeranno maggiormente perché è Dio che metterà la lampada sul candelabro e non tu. Dio è molto geloso di ciò, vuol essere il solo a conoscere veramente la tua bellezza che ha celato persino ai tuoi stessi occhi e che tu soprattutto non devi neppure cercare di conoscere: sarebbe la più grave colpa contro la castità. Come dice il Cantico dei Cantici: Sei la più bella delle donne, se ti ignori (1, 8).

 

11. Quando fai del bene devi cercare sempre che la tua mano sinistra ignori ciò che fa la destra, bisogna rendere dei servizi quanto più possibile nascosti come faceva santa Teresa di Lisieux la quale piegava di nascosto i mantelli delle sorelle; è questo il modo migliore perché gli altri traggano profitto dal tuo tesoro.

 

12. Nessun santo avrebbe cercato di esprimere verbalmente o per iscritto la propria esperienza di preghiera, ma sarebbe restato sempre nel silenzio, questo “mistero del secolo da venire”, se non si fosse trovato di fronte al compito di dover insegnare al suo prossimo, se l'amore non avesse fatto nascere la speranza che qualcuno «foss'anche una sola anima», scrive lo staretz Silvano, potesse sentire la parola e, incamminatosi sulla via del pentimento, trovare il dono della preghiera.

 

13. Di fronte all'inflazione di scritti mi capita qualche volta di chiedermi - e ciò vale anche nei miei confronti - se il tempo speso a redigerli non avrebbe potuto essere impiegato più proficuamente nella preghiera. Tanto più che questa civiltà della poligrafia, per non dire della “inflazione verbale”, alla fin fine non ha certo dato dei grandi frutti. Si resta colpiti, per esempio, nel veder comparire ogni anno un documento sull'incontro dei vescovi a Lourdes. Chi si ricorda qualcosa di ciò che era stato scritto cinque anni prima? E il risultato è che il numero dei cristiani continua a diminuire e ha subito negli ultimi anni un calo vertiginoso. Mi domando se la Chiesa non farebbe bene a ritirarsi nel deserto come suggeriva Pierre Pierrard in uno dei suoi ultimi editoriali, e restarci per qualche anno. Forse allora udrebbe la Parola che il Signore dice oggi alla sua Chiesa! E questa parola darebbe tanti buoni frutti perché scaturirebbe dal silenzio e dalla preghiera.

 

14. Invitandoti a non svelarti davanti agli uomini, il Cristo collega direttamente la preghiera alla castità. Solo i cuori puri vedranno Dio e gli potranno parlare perché non hanno cercato la stima degli altri. I peccati più gravi contro la castità sono dovuti al fatto che tu desideri non solo il corpo ma anche l'anima degli altri. Non scusarti dicendo che ciò che ami in loro è l'anima: essa è giustamente il regno proibito, il «giardino circondato da alte mura» nel quale solo Dio può entrare, e il pudore del corpo non deve essere che un riflesso del pudore dell'anima.

 

15. Devi anche - e non è cosa facile - non incoraggiare gli altri a peccare contro la castità facendo loro dei complimenti o delle lodi inutili, assecondando il loro istinto a togliersi i veli (a denudarsi) davanti agli sguardi umani. Teresa di Lisieux, certo pensando a Madre Maria Gonzaga, diceva a questo proposito che si ammannisce ogni giorno ai Superiori un veleno e che è un miracolo che non avveleni nessuno.

 

16. La grazia della preghiera è concessa solo ai cuori puri. Se cederai all'impurità, vedrai la preghiera abbandonare il tuo cuore e dovrai penare molto per ritrovare la grazia perduta.

 

17. Sii attento a quel che dici, non parlare a nessuno (se non al tuo Padre spirituale) delle grazie che ricevi nell'orazione. Sii molto attento nei contatti, specie nel campo della castità, e non porre per curiosità nessuna domanda che potrebbe turbare te privandoti della preghiera e turbare anche gli altri.

 

18. Non cercare di conoscere la preghiera dei fratelli, ma se devi aiutarli, puoi interrogarli e soprattutto incoraggiarli sulla durata e sulla perseveranza della loro preghiera.

 

19. La preghiera più umile è la migliore e la preghiera più umile è quella che si ignora. Nel momento stesso in cui sei contento della tua preghiera, vuol dire che ti guardi, sia nel bene che nel male. Ed è già meno bene. Quando incontri uno di quegli esseri nascosti, ricordati di quelle parole del Cantico dei Cantici che abbiamo già citato: Se ti ignori sei la più bella delle donne. È infatti proprio perché si ignorano che sono così belle. Ecco perché bisogna stare attenti a non toccarle e rispettare questo miracolo dell'umiltà.

 

20. Un essere che preghi bene, non sa neanche di pregare. Cassiano dice che la preghiera è perfetta nell'animo del monaco quando egli non è più cosciente di pregare. Ci sono dunque degli esseri che sono sempre in preghiera davanti al Padre e non se ne accorgono neppure. Non ti venga in mente di dirglielo né di intrometterti, perché essi fanno la gioia del Padre e non esistono che per lui.

 

21. Il grande difetto della preghiera degli orgogliosi è una specie di piattezza: non si libra verso il cielo perché non sgorga dal profondo degli abissi. Non va in alto perché non viene dal basso. Soprattutto non immaginarti di essere allo stesso livello di Dio, né che puoi parlargli, né trattarlo da pari a pari. Dio non ascolta la preghiera del fariseo. Per il fatto stesso che si mette in mostra, egli crede di non essere come gli altri uomini ed è convinto di essere simile a Dio. Ed incorre nella folgore: «Michele, chi è come Dio?».

 

22. Non c'è che Gesù che possa insegnarti l'umiltà: Imparate da me che sono dolce e umile di cuore. L'umiltà è qualcosa di assolutamente divino, è un vero miracolo. Più sarai davanti a Dio tre volte santo, più diventerai umile. Lo Spirito scaverà in te abissi di umiltà se ti poni al suo servizio. Anche quando sarai sceso molto molto in basso, sappi che sei ancora infinitamente lontano dall'umiltà di Maria e soprattutto dall'umiltà di Gesù. Devi diventare uno di quei piccolissimi che si ignorano totalmente perché sono nascosti nell'amata dimora del seno di Maria, dove tutto ti sarà rivelato in una grande luce.

 

23. Hai mai fatto l'esperienza, un giorno, di essere sotto lo sguardo del Padre, unicamente per fare la sua gioia? Per dirla in altre parole, hai fatto già l'esperienza della grazia? E non intendo riferirmi a un qualunque pio sentimento o all’emozione religiosa di un giorno di festa, ma alla vera e propria esperienza di grazia: l'essere cioè ricolmati dallo Spirito del Dio trinitario che si è realizzato in Cristo quando si è incarnato e sacrificato sulla Croce. Dopo tutto, è possibile che tu faccia nella tua vita un'esperienza del genere?

 

24. Gli spirituali affermano tutti che è possibile, ma questa conoscenza spirituale di Dio è una cosa oscura e misteriosa della quale non puoi parlare se non ce l'hai e della quale non parli quando ce l'hai. È esattamente come la preghiera: un'attività segreta di cui non si parla.

 

25. Senza pretendere di uguagliare le esperienze dei mistici, tu hai sicuramente già fatto l'esperienza dello spirituale in te, cioè l'azione dello Spirito che si unisce al tuo spirito per testimoniare che tu sei Figlio di Dio. Ed è proprio su questo carattere nascosto, silenzioso, solitario, al riparo da ogni sguardo indiscreto, che si verificherà la tua esperienza. È sempre la stessa intuizione di Gesù nel Vangelo: vivere unicamente sotto lo sguardo del Padre e per lui.

 

26. Ti è già capitato di startene assolutamente solo nella tua stanza e pregare Dio in segreto solo per lui, per la sua gioia, senza che nessuna regola ti costringesse a farlo? Hai già taciuto quando avresti voluto difenderti perché eri stato trattato ingiustamente? Hai già perdonato senza aspettarti niente in cambio, anche se questo perdono silenzioso era considerato come sottinteso? Hai già obbedito non perché dovevi farlo per evitare delle noie, ma solo per quel mistero di silenzio che si chiama Dio o volontà di Dio?

Hai già offerto qualcosa senza ricevere né ringraziamenti né approvazioni, senza aver ombra di soddisfazione interiore? Hai già preso una qualche decisione solo perché spinto dalla voce più intima della coscienza, quando non puoi parlarne né spiegarlo a nessuno, quando sei assolutamente solo? Hai già provato ad amare Dio quando non sei spinto a farlo neppure dal minimo impulso o entusiasmo sensibile, quando l'amore è come morte e il tutto sembra solo un pauroso salto nell'abisso? Ti sei già dimostrato buono con un uomo dal quale non ti aspetti la minima riconoscenza e comprensione, né nessuna ricompensa per il sentimento che ti ha spinto ad essere “disinteressato” e generoso? Se hai vissuto una di queste esperienze di gratuità, hai sperimentato veramente in te la grazia dello Spirito Santo.

 

27. Tutto il bene che fai mettendolo in mostra svanisce agli occhi di Dio come una nube di fumo.

 

28. Gli uomini di preghiera sono come le radici che stanno alla base delle assise spirituali del mondo. Ecco perché essi fanno paura ai demoni i quali li supplicano di metter fine alle loro preghiere. Essi, con la loro costante intercessione, scalzano le loro assise demoniache. Ora, se tu vuoi essere una di queste radici, accetta di essere nascosto nel più profondo della terra, non cercare di essere un ramo che attira ammirazione per i suoi frutti e i suoi fiori. Resterai nascosto per tutta la vita, senza sapere mai dove vanno le tue preghiere: sii però anche convinto che un albero senza radici perde ogni vitalità e non dà più frutti.

 

29. Lo stesso dicasi per il padre spirituale: egli dev'essere una rivelazione e il suo ruolo è quello di esercitare la paternità di Dio e non la sua. In questo ambito i suo primo moto è nascondersi e cancellarsi quanto più perfettamente possibile. I santi sapevano nascondersi cancellarsi in modo tale che in loro non si vedeva che Dio. Il Vangelo di san Matteo dice che gli uomini che vedono compiere opere buone devono rendere grazie a Dio. Ciò che sei, che fai, che dici, deve essere fatto e detto in modo che l'attenzione si porti immediatamente su Dio e non su di te. La voce che chiama nel deserto è la voce di Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SUPPLICA

 

1. Un giorno, durante l'omelia, rifacendomi alle parole di san Paolo ai Romani (8, 26-27), avevo affermato che per l'uomo è impossibile pregare. Una ragazza appartenente al Rinnovamento venne a dirmi: «Credo che lei esageri un po', perché pregare non è poi così difficile, anzi, nell'uomo è naturale!». La preghiera, invece, non ci è affatto “naturale”. Mi chiedo se oggi, dopo anni di preghiera, quella ragazza tornerebbe a ripetere la sua affermazione! Ecco dunque che mi sento di ribadire: «Pregare è impossibile!». Lo ho detto e spiegato prima, lo ridico ora, a costo di stancare e magari di irritare, a proposito della supplica, essa pure ispirata dallo Spirito Santo.

 

2. Perché bisogna essere intimamente persuasi di non saper pregare? Per fartelo capire mi rifaccio a un esempio relativo alla salute fisica. Poniamo che tu sia malato, ma che tu non conosca la causa o l'origine della malattia. L'essenziale per te è trovare un buon medico che sappia fare una diagnosi esatta. Una volta stabilito di che malattia si tratti, basta ricorrere al trattamento adeguato. Dobbiamo ammettere però che non sempre è facile stabilire con certezza come stanno le cose. Lo stesso, ne sono convinto, avviene per la vita cristiana e in particolare nel campo della preghiera.

 

3. Troppi “direttori” spirituali danno consigli sul come pregare, come se tutto poi filasse da solo: basta fare questo o quello e una tecnica corretta ti conduce alla preghiera. Ci si dimentica semplicemente dell'essenziale: il terreno, la base su cui la preghiera deve porre le radici. Prima di tutto bisogna fare una diagnosi attendibile per saper su che cosa si andrà a costruire. Come dice spesso Gesù nel Vangelo: guai a chi innalza la sua casa sulla sabbia, essa crollerà alla prima tempesta e Dio sa se, nella vita di preghiera, le tempeste non sono tante, improvvise, infide.

 

4. Beato colui che costruisce la sua casa sulla roccia della parola di Dio! Essa resisterà ai venti e alle maree e nessuna tempesta avrà la meglio su di lei! Essa è costruita su un fondo di verità e le sue fondamenta affondano nel volere del Padre. Se scavi bene le fondamenta della tua casa di preghiera, vedrai che essa è minata da ogni parte, sia dal peccato che dalla tua impotenza nel pregare. Continua a scavare e nel più profondo della tua povertà, troverai la roccia della volontà del Padre (Lc 6, 47-49). Quanto più ti avvicinerai alla tua miseria profonda, tanto più ti avvicinerai a Dio.

 

5. Di conseguenza, sento di doverti dire che la preghiera autentica è simile più alla speleologia che all'alpinismo. Raggiungere il gradino più alto della scala della preghiera è scendere prima nelle profondità dell'umiltà. Se ti innalzi sarai umiliato, se ti umili sarai innalzato. Può darsi che tu non sia capace di discendere in questa “fossa dei leoni” ma se Dio ti concede di esplorare, in dolcezza e pace, le profondità della tua ferita, ti fa sperimentare fino a soffrirne la tua impotenza nel pregare, ma ti darà al contempo la forza di sopportarla e ti indicherà il mezzo per levare a lui la tua voce. Quanto più tocchi il fondo della tua povertà, tanto più t’innalzi verso Dio nella supplica. Una palla più è scagliata al suolo con forza, più rimbalza in alto, come dice san Giovanni della Croce e come ribadisce Teresa di Lisieux: «Scesi così in basso, così in basso che infine potei risalire così in alto, così in alto da raggiungere ciò che cercavo».

 

6. Per te - come per i monaci di Oriente – i due maestri di preghiera debbono essere il pubblicano del Vangelo che leva il grido: Abbi pietà di me peccatore, e il buon ladrone che riesce a malapena a mormorare le parole: Ricordati di me quando sarai nel tuo Regno.

 

7. Dostoevskij racconta la storia di un arcivescovo dei Nord della Russia, ai confini con la Finlandia, che aveva deciso di far visita a tutta la sua diocesi sulle rive del Baltico. Ricordatosi ad un certo punto che su un'isola fuori mano vivevano alcuni monaci, fece una deviazione per andarli a trovare. Arrivando scorse sulla riva tre poveri pescatori coperti di stracci e con le barbe incolte: quelli, nello scorgere finalmente il loro vescovo, levarono grida di gioia. Il prelato si avvicinò e chiese loro come pregassero e quelli gli risposero che, non conoscendo alcuna preghiera, ripetevano durante tutta la giornata: «Voi siete Tre, noi siam tre, abbiate pietà di noi!». Il vescovo decise di fermarsi qualche giorno con loro per insegnargli il Pater. Fece una gran fatica perché quei poveri monaci non riuscivano a mandare a mente le parole della preghiera. Trascorsa una settimana, il vescovo ripartì, felice di aver potuto evangelizzare i monaci e aver insegnato loro il Padre Nostro. Era però appena a poche miglia dalla costa quando vide i monaci chiamarlo con grandi gesti di sconforto. Tornò sui suoi passi e dovette arrendersi all'evidenza: avevano già dimenticato tutte le parole del Padre Nostro. Ebbe pietà di loro e li confortò, esortandoli a continuare a pregare come erano abituati a fare: «Voi siete Tre... noi siamo tre». Forse tu hai più memoria e maggiori capacità intellettive di quei monaci, ma in fondo non sei molto diverso da loro, non sai pregare e non hai parole per pregare come si deve (Rm 8, 27). Felici quei monaci che si sono attaccati a quella modesta invocazione che ha fatto di loro degli uomini di preghiera! Quei poveri monaci ti siano maestri di preghiera.

 

8. Non perderai così tempo a esplorare la tua impotenza nel pregare. E quanto più avanzerai in questa vita di preghiera, più vedrai con terrore che non sai pregare e, qualche volta, che non hai nemmeno voglia di farlo. Non ne sei responsabile, ma in te c'è una parte oscura nemica della preghiera e magari nemica anche di Dio. Non riuscirai ad aver la meglio su di lei con le tue sole forze. Solo la Trinità può illuminarti e farti dono della preghiera.

 

9. Metti in fila queste tre parole della Scrittura e della liturgia e trasformale in preghiera. Vedrai che, ammettendo il vuoto che ha dentro, l'uomo fa la più bella preghiera in assoluto. È come se dicesse: «So di non saper pregare». Ripeti allora a lungo nella tua preghiera queste parole animate da un moto trinitario che ti introducono nella preghiera autentica: Ogni grazia eccellente, ogni dono perfetto, discendono dall'alto, dal Padre della luce, presso il quale non vi è cambiamento, né ombra di variazione (Gc 1, 17). Senza di me non potete fare niente (Gv 15, 5) Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo (Mt 28, 20). E queste parole del Veni Sancte Spiritus: «Senza la tua potenza divina, non c'è nulla in nessun uomo, nulla che non sia perverso».

 

10. Prima di affrontare questa impossibilità di supplicare, ti invito a metterti sotto lo sguardo del Padre da cui discende ogni dono perfetto, a fianco del Cristo che dimora sempre presso di te e ad invocare in te lo Spirito Santo affinché supplisca alla tua incapacità: egli guarisce sempre ciò che di distorto è in te. Soprattutto non contrarti per supplicare con durezza; la supplica deve essere innalzata senza sforzo e senza mirare al massimo: fa' invece come la Vergine quando a Cana disse a Gesù: Non hanno più vino.  Digli semplicemente la tua povertà: «Abbi pietà di me che non so pregare, Signore!». Al limite, non dir niente, offri solo la tua piaga allo sguardo misericordioso del Padre. Egli ti guarirà a tua insaputa.

 

11. Non potrai mai andare abbastanza a fondo di questa parola di Giacomo: Ogni dono perfetto viene dell'alto, dal Padre della luce. La tua eternità non ti sarà sufficiente per sondarne a fondo tutta la ricchezza. Ricorda le ultime parole di Teresa prima di andare in cielo per trascorrervi tutto il tempo a far del bene sulla terra: «Tutto è grazia!». Sì, «tutto è grazia». Il giorno in cui lo avrai capito, la tua vita spirituale sarà profondamente semplificata: cioè senza meandri e senza complicazioni. Che vuol dire? Una cosa molto semplice: l'orazione, l'umiltà, la dolcezza, la rinuncia, la castità, il fatto di trovare Dio in ogni cosa nella preghiera incessante, il desiderio del Regno, toccare i cuori, consolare gli afflitti..., insomma tutto ciò che puoi immaginare e che con tutta la buona volontà non riesci a realizzare, ebbene... tutto ciò è grazia. Vedi dunque che ti resta da fare: tendere le mani come un povero e aspettarti tutto dal Padre. Questo atteggiamento è attivo, tutto percorso dalla supplica.

 

12. Quando realizzi che Dio ti ricolma di grazie molto, molto oltre a quanto tu possa pensare, immaginare e persino chiedere (Ef 3, 20), comprendi allora che tutto è grazia. Nessuno ha bisogno di iniziarti alla preghiera dell'azione di grazie perché essa sgorga spontanea dal tuo cuore, ma questa straordinaria generosità del Padre è anche la sorgente della tua supplica: vuoi chiedere tutto a Dio ed è meglio chiedere molto che poco. Dio è il Signore dell'Impossibile.

 

13. Se avverti in te una resistenza alla supplica, non colpevolizzarti troppo, perché l'impossibilità di pregare fa parte della tua condizione di uomo peccatore, è una conseguenza del peccato originale proprio come l'impossibilità di amare i fratelli. Non sei ancora andato fino in fondo nello scrutare la parola di Paolo: Non sappiamo pregare bene. In fondo, è impossibile pregare. E lo è perché tu devi pregare lo Spirito Santo e chiedere che scenda in te per insegnarti a pregare e a supplicare. Io l’ho definito: “pregare a freddo” senza essere sostenuti cioè dal calore e dal fervore. È semplicissimo: basta che tu, durante tutto il corso della giornata, ripeta questa invocazione già ben nota: «Padre, nel nome di Gesù, dammi il tuo Spirito!».

 

14. L'impossibilità di pregare ne nasconde un'altra ben più profonda e soprattutto ben più dolorosa. Non puoi amare, essere casto, povero, generoso e rassegnato, in una parola obbedire a tutto ciò che Gesù ti chiede nel Vangelo. Lo comprendi nei momenti in cui sei più lucido e sincero con te stesso. Realizzi allora che solo la potenza dello Spirito Santo può attivare in te l'umiltà, la carità e lo spirito semplice dell'infanzia. Ma come puoi ricevere lo Spirito Santo se non lo chiedi supplicando?

 

15. Ho constatato che ci sono situazioni nelle quali sono incapace di consigliare qualcosa di diverso della supplica. Se qualcuno afferma che non può amare, essere puro e generoso, gli dico: «Supplica!». E se mi dice che non può supplicare per chiedere lo Spirito Santo, allora questa sua impossibilità lo condanna perché, se veramente lo vuole, può sempre pregare o, almeno, mendicare.

 

16. Un giorno qualcuno a cui consigliavo la supplica mi disse: «Non capisce che, parlandomi così, lei mi fa disperare ancora di più perché è proprio ciò che non so fare e che mi porta alla disperazione?». A quel punto non resta che sperare che altri supplichino per noi. Mi capita spesso di consigliare a chi non sa pregare di andare da un prete o da una suora e chiedergli di pregare per lui o di bussare alla porta di un monastero e domandare la stessa cosa. Non importa se colui a cui abbiamo rivolto la nostra richiesta se ne dimentica, basta l'intenzione. Questa umile domanda è già un segno del cammino della preghiera perché manifesta l'umiltà e il desiderio di preghiera di chi la formula.

 

17. San Giovanni Crisostomo racconta di un monaco che andò a trovare il Padre Superiore e gli confessò che gli era impossibile mantenersi casto. Il padre gli risponde: «Sforzati ogni giorno, domanda a Dio la forza pregando e, soprattutto, non perderti di coraggio. Il Signore è paziente e misericordioso». Un altro monaco va da lui per confessargli che non sa obbedire e un terzo gli confida che non sa essere paziente. La risposta è sempre la stessa. Alla fine gli si presenta un monaco che gli dice: «Perdonatemi Padre, io non so e non posso pregare!». A lui l'Abate risponde: «Questa impossibilità ti condanna perché deriva dall'orgoglio. Sappi che è sempre possibile pregare».

 

18. Un mio amico convertito a ventisei anni era entrato nell'ordine dei Domenicani. Come tutti i novizi, pregava parecchie ore al giorno, facendo orazione, recitando l'uffizio e il Rosario e partecipando all'Eucaristia. Un giorno, nella preghiera lo colpirono queste parole di Gesù nel Vangelo: «Tu non hai ancora chiesto nulla in mio nome... Tu non sai ancora chiedere». Quel giorno egli comprese che cosa fosse veramente la supplica e scoprì la sua vocazione nella Chiesa.

 

19. Questo mi porta a dirti una cosa molto semplice: puoi fare la meditazione contemplativa, raggiungere magari la contemplazione senza mai supplicare. Ad una svolta del tuo cammino il Cristo potrà dirti come a quel giovane religioso: «Non hai ancora chiesto nulla!». Passare dalla meditazione alla supplica è più difficile di quanto tu non creda. Capita magari che ci siano dei preti e persino dei religiosi che non hanno mai chiesto nulla, che non sanno che cosa sia chiedere e continuano a dire “grazie” prima di aver detto “ancora”. È più inspiegabile e più raro di quanto tu non pensi.

 

20. Quando lo Spirito Santo prega in te, non può che gemere, sospirare, gridare e supplicare perché lui è l'Amore. Ed è caratteristico dell'Amore dire: «Sempre più!». Per questo motivo la supplica urta in te contro strati di egoismo e di rifiuto. Sono i problemi di comunicazione oggi tanto di moda. E tutti questi problemi si risolvono nella supplica. Devi tendere la mano per uscire dal tuo io. Finché non avrai fatto questo gesto, cui potranno seguirne altri come l'azione di grazia, la lode, l'abbraccio, l'unione, ci sarà una parte di te che discute e contesta. Tu dici d'amare: ma quanto profondamente questo amore è penetrato nel tuo essere non puoi saperlo altro che quando mendichi, quando non ci sono più problemi di comunicazione. Sei allora uscito da dentro te stesso.

 

21. Come i migliori teologi della vita spirituale, anch'io sostengo che, a livello metafisico, non c'è altra via d'uscita che la supplica. Per tutti gli altri comportamenti sociali e anche per tutte le altre forme di preghiera, non si è coinvolti a fondo, si dà solo una parte di sé. Nella supplica invece, si passa dalla parte di Dio con armi e bagagli.

 

22. Qualcuno mi dice: «Ma la santità non è la preghiera che chiede, è l'amore. La supplica è una tappa da superare, io sono nell'amore!». Sant'Agostino ha risposto a queste obiezioni all'inizio de Le Confessioni. Egli si chiede se bisogna prima invocare Dio o lodarlo e risponde che, per conoscerlo e lodarlo, bisogna prima invocarlo e supplicarlo.

 

23. Ti faccio una domanda: «Cos'è un amore che non supplichi? Ne conosci uno?». Anche l'amore di Dio per te ti supplica, è l'atteggiamento più divino: «Vuoi il mio amore? Dammi il tuo amore». È Dio che ti ama per primo e dunque ti supplica. E quando tu supplichi non fai che rispondere a una supplica di Dio. Dio è colui che non teme di supplicare perché lui è comunicazione, interamente volto a te : «Vuoi ascoltarmi? Vuoi darmi il tuo cuore e la tua libertà?. Non storcere la bocca a proposito della supplica dicendo che è un atteggiamento da superare: non potrai mai passar oltre a un atteggiamento divino.

 

24. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo si dicono “grazie” e si chiedono amore gratuitamente. Al centro della vita trinitaria c'è l'equivalente della domanda e, quindi, della supplica. Non si vive d'amore senza donarsi l'un l'altro l'amore, reciprocamente. È il mistero stesso dell'amore. Anche in Dio c'è amore e domanda reciproca dei due esseri. E il frutto di questo doppio amore generato è lo Spirito Santo. Tu comprendi ora perché c'è un legame così profondo e così misterioso tra lo Spirito Santo e la supplica.

 

25. Se non ci tosse stata la rivelazione trinitaria, io non potrei parlarti così della supplica. Tu ti rendi conto allora che, se l'orazione è l’accesso alla comunicazione trinitaria, tu non potrai lesinare la supplica nella tua orazione. E la tua supplica sarà rivolta alla persona stessa del Santo Spirito che è il frutto dell'amore mendicato reciprocamente dal Padre e dal Figlio. Elemosinare l'amore ha un valore eterno. Ogni volta che all'orazione tu supplichi lo Spirito di venire in te, tu penetri nel fuoco di questi due sguardi - quelli del Padre e del Figlio - che si divorano d'amore.

 

26. Nell'orazione, tu mendichi l'amore e il Padre mendica soprattutto la tua miseria, la sola cosa che ti appartiene veramente e che tu puoi donargli. Quando tu supplichi lo Spirito Santo di venire in te, tu esprimi il vuoto della tua miseria e lo sconforto della tua povertà. A una simile preghiera il Padre non può resistere.

 

27 . Dio è l'unico ad aver risolto i problemi della comunicazione nel suo stesso interno perché lo Spirito Santo rende perfetta la comunicazione infratrinitaria. È la tua relazione con Dio che non funziona perché tu non rispondi alla supplica di Dio. Ecco perché la liturgia ti chiede di contemplare Dio sotto forma di un bambino o di un crocifisso. Pensa in che modo la Chiesa ti conduce verso il Natale e la Pasqua. Essa si rifà alle parole della Scrittura e del Vangelo per nutrire la tua preghiera, ma a Natale come a Pasqua essa ci presenta la «Parola-fatta silenzio»: l'in-fans, colui che non parla, cioè il bambino e il Verbum Crucis, la Parola della Croce dove Gesù tace. Il Verbum resurrectionis sarà ancora una parola di velato silenzio. Perché? Perché l'Amore intenso è silenzioso. Il bambino e il crocifisso sono la figura del Dio mendicante d'amore, non vogliono dominarti, ma essere amati.

 

28. Coloro che affermano che la supplica è un atteggiamento da doversi superare, non sono ancora stati introdotti nella supplica trinitaria in questa danza di cui parla Lewis, nella quale ogni singolo personaggio è in ginocchio di fronte all'altro. Detto in altro modo, tu non tralascerai mai la supplica e non andrai mai oltre. Al colmo della perfezione tu supplichi Dio di non abbandonarti. Anche nell'eternità tu supplichi Dio e lui risponde “sì” alla tua supplica eterna. L'eternità è un istante con uno spessore eterno. La danza trinitaria è la danza delle suppliche.

 

29. Questo mi porta a dirti una cosa molto importante, della quale devi ricordarti anche quando conoscerai l'orazione d'unione e di semplice sguardo, e cioè che la supplica resta il punto più alto della preghiera. Sì, il colmo della perfezione è sapere chiedere e supplicare. Questo cliché torna continuamente nella vita dei santi (in particolare quella del Curato d’Ars): «Ricorreva al suo ricorso abituale che era chiedere soccorso. Il santo è proprio qualcuno che non ha più nessuna soluzione alternativa se non la supplica, sia nella vita spirituale che nella vita apostolica».

 

30. Tu vuoi chiedere, ma vuoi avere delle soluzioni di riserva in caso la supplica non “funzionasse”. È proprio questo che fa sì che la tua supplica non abbia la forza disperata che capovolge le montagne e le fa precipitare nel mare. Tu tieni da parte una soluzione di ricambio e quindi non ti affidi totalmente a questa preghiera di domanda.

 

31. Come entrare nella danza della supplica, se non hai con lei alcuna dimestichezza? In vita tua hai già senza dubbio elevato una supplica per chiedere di essere liberato da una sofferenza o di sfuggire a un pericolo imminente, e quindi in te si è già aperta una breccia. Salta allora sul treno, non importa dove, non importa come e naturalmente a proposito di quello che nella tua vita non va come dovrebbe. Se tutto andasse al meglio ne sarei infastidito perché non potrei darti questo consiglio, ma c'è da sperare che non tutto vada proprio per il verso giusto. Perfetto, meraviglioso: approfitta di questa occasione per dire «Signore, abbi pietà di me!».

 

32. Nella tua vita, la prova, la tribolazione, la sofferenza e soprattutto la tentazione sono degli “stratagemmi d'amore” del Padre per insegnarti a ricorrere a lui e dunque a pregare dal momento che, quando tutto va bene, non lo ringrazi. All'inizio emetti a fatica un suono come la locomotiva cui accennavo più sopra, una locomotiva coperta da decine di anni di ruggine che deve rimettersi in moto, li tuo cuore è una locomotiva arrugginita - è confuso e malato, dice Geremia - che deve rimettersi in moto. Ci dai sotto e, dopo anni, per effetto della gloria e delle tribolazioni, la macchina lancia un secondo urlo che gli ricorda quello precedente: «È vero, un giorno ho già supplicato» e dopo supplicherai allo stesso ritmo con cui la locomotiva avanza regolarmente.

 

33. La tua supplica diventa allora un respiro costante, quello dei santi che non possono cessare di supplicare. È partito ad una velocità che sfiora l'infinito. San Giovanni della Croce dice che al centro della Santissima Trinità, lo Spirito Santo è la spirazione del Verbo al Padre, il che sarebbe come dire che lo Spirito è al contempo l'aspirazione e l'espirazione. Allo stesso modo i Padri d'Oriente connetteranno la preghiera incessante dello Spirito nei nostri cuori al movimento della espirazione e ai battiti del cuore. Così, quando supplichi, lo Spirito Santo stabilirà la sua dimora in te, non cesserà di respirare e di pregare in te,  che tu lavori o che tu ti abbandoni al sonno.

 

34. Riconosco che nella vita spirituale c'è un momento critico, in cui ti accorgi che non ce la fai più a fermarti. All'inizio trovi che va molto bene supplicare di tanto in tanto e magari anche spesso, ma il giorno che senti la pressione dello Spirito divenire tale da non consentirti più di fermarti un solo istante, allora ti dici: «C’è ben altro da fare, nella vita!». Ebbene, no, non c'è altro da fare che supplicare, anche se sei oberato di lavoro, per te o per i fratelli immersi nella disperazione, fino al giorno in cui non entrerai nella gloria. E anche in quel momento supplicherai ancora, perché la tua missione non sarà compiuta; trascorrerai la tua vita in cielo a far del bene sulla terra e supplicherai per tutti i tuoi fratelli.

 

35. San Serafino di Sarov dice che «scopo della vita cristiana è l'acquisizione dello Spirito Santo». Lo Spirito, d'accordo, dimora in te, ma tu devi chiamarlo senza posa perché egli è l'Infinito e può accrescere o diminuire in ogni istante la tua capacità di accoglierlo. San Gregorio di Nissa ha forgiato un bel termine per paragonare questo mistero al cuore dell'uomo che si dilata come sotto la pressione di un gas in espansione: e parla di “epectase”. Quanto più supplichi lo Spirito di scendere in te, tanto più egli scava nel tuo cuore insospettabili voragini che lo possano accogliere; al punto che, invece di saturarti della sua presenza, sarai assalito da un desiderio sempre maggiore di accoglierlo in te.

 

36. Vuoi sapere se sei posseduto dallo Spirito? Esamina il tuo desiderio e lui, meglio di qualunque sentimento o emozione, ti informerà sulla sua influenza calata in te. Vuoi ora che il tuo desiderio non rimanga semplice velleità e diventi attivo e operante? Devi tradurlo in preghiera. La supplica dà corpo al tuo desiderio e lo rafforza talmente che più preghi, più desideri lo Spirito Santo. Come dice san Gregorio di Nissa: «Vai da un principio a un altro in una serie di principi che non hanno fine».

 

37. Quel che è più difficile nella preghiera - dice il cardinale Lustiger - è il fatto che essa ci obbliga a uscire da noi stessi per volgerci verso Dio». Di fronte a questa difficoltà non possiamo che contare sulle nostre stesse forze, quindi dobbiamo rivolgerci a lui e chiedergli aiuto supplicandolo. Capisci ora perché i Padri consigliano di iniziare sempre l'orazione con una supplica prolungata: essa ti insegna a uscire da te stesso per tendere le mani verso il Padre. Dopo, potrai modulare la preghiera sui vari registri dell'adorazione, della lode, del rendimento di grazie. Ma se il Padre ti trattiene fino in ultimo nella supplica, non cercare di uscirne: lo Spirito ti ha introdotto nel cuore della supplica trinitaria.

 

38. Non finirai mai di chiamare in te lo Spirito Santo. È attraverso lo Spirito che conoscerai la divinità di Gesù Cristo. Sarà lui a mostrarti il suo volto o ti farà sperimentare la sua presenza in te. Colui che ha conosciuto in tal modo il volto del Cristo, capirà con la sua esperienza spirituale l'unione del Cristo al Padre, capirà anche la natura increata della luce divina che brilla sul volto del Cristo. In tutta verità è l'esperienza della grazia, completamente diversa dalla conoscenza dogmatica o dalla fede per “sentito dire”. «Credere in Dio è una cosa, conoscerlo un'altra», diceva lo staretz Silvano. E aggiungeva: «O Santo Spirito... Tu mi hai rivelato un mistero insondabile». E se gli dicevi: «Svelaci il mistero che lo Spirito Santo ti ha concesso di conoscere», la risposta non era certo quella che ci si aspettava. Diceva: «Lo Spirito Santo, in modo invisibile, dà la conoscenza all'anima. A me ha concesso di conoscere il Signore mio Creatore. Mi ha concesso di conoscere quanto il Signore ci ami... Spiegarlo è impossibile» (Staretz Silvano, tradotto da Sophronio, pp. 187 e 335).

 

 

 

 

 

RITRATTO

 

L’uomo d'orazione non fissa alla preghiera un limite minimo che gli consenta di dedicare il resto del tempo ad altre occupazioni come i doveri quotidiani o l'accoglienza fraterna, ma al contrario, stabilisce il tempo massimo che dedicherà alle altre opere per poter ritornare poi subito all'orazione.

 

2. Si diceva di sant'Ignazio che fosse talmente preso dalla preghiera che, appena terminate le sue incombenze, le visite o gli incontri, ripiombava nell'orazione, quasi attirato da un

peso di amore o di preghiera.

 

3. Fa' ben attenzione: nel campo della preghiera trovi cristallo e vetraccio, santi e “svitati”. Devi aver occhio buono per non lasciarti ingannare. Un santo, un uomo di preghiera, è un essere così incessantemente fisso su Gesù Cristo che vien da chiedersi se la sua non è un'ossessione da manicomio. Ricordati dei folli in Cristo e del beato Basilio di Mosca il quale lanciava pietre contro le case dei ricchi perché sui loro muri vedeva appesi i diavoli e baciava

i limitari delle porte delle prostitute perché in esse vedeva entrare gli angeli. Tra un santo e uno “svitato”, tuttavia, c'è una differenza abissale che ti permetterà di discernere l'uno dall'altro.

 

4. Gli ossessi patologici non badano a nessuno: puoi essere annientato dalla sofferenza e dalle prove sotto i loro occhi e non se ne accorgeranno nemmeno; è inutile che tu ti affanni ad esporre i tuoi problemi e le tue sofferenze, non li strapperai dal loro sogno: continueranno imperterriti a seguire la loro rappresentazione, anche religiosa. Avanzano a fianco delle loro “pompe”, assolutamente distaccati dalla realtà.

 

5. Tutt'altra cosa sono i santi: ossessionati dal Cristo, dalla preghiera e dall'intimità con Dio, anche se in estasi, rapiti al settimo cielo, saranno attentissimi alle tue miserie, alle tue difficoltà, ai tuoi minuti problemi. Ricorda Serafino di Sarov che si turbava ascoltando una vecchietta che gli andava raccontando i suoi

problemi con i polli e con le anatre. E a chi gli faceva notare che forse era un po’ esagerato badare a quei problemi piuttosto futili, rispondeva a quelli che aveva attorno: «Ma è tutto ciò che quella povera donna ha per vivere!». Sì, capita anche che i santi si lascino turbare!

 

6. Se non fai attenzione, se non hai l'occhio addestrato, può darsi che tu neanche ti accorga che essi pensano sempre a Gesù Cristo. Ti nasconderanno il tesoro che li riempie di gioia, ti parleranno dei loro piccoli problemi, svolgeranno la loro opera in semplicità, né meglio né peggio di altri (piuttosto meglio, nell'insieme, ma non sempre perché anche loro - come gli altri - possono essere più o meno dotati). Al primo istante di libertà, però, andranno verso Colui che è il loro respiro, la loro gioia, la loro ragione di vita, anzi, semplicemente, la loro vita. Possono parlare di Gesù perché sono abitati da lui (come altri - e Céline lo diceva alla sorella Teresa del Bambino Gesù - sono abitati dal demonio). C'è in loro un virus o una follia, ma questa follia è saggezza. Come dice Paolo: Noi siamo pazzi per il Cristo, mentre voi siete saggi per il mondo!

 

7 Non sempre è facile cercare Gesù Cristo nell'orazione. Un po' come ai radioamatori, capita che spesso si inseriscano dei parassiti e disturbino l'ascolto. Ma con la pazienza, con tanta pazienza, riuscirai lo stesso a captare una certa “musica” che ti piacerà e, soprattutto, ti aiuterà a vivere. Dopo averla udita due o tre volte non potrai più farne a meno e cercherai instancabilmente nei cieli la stazione trasmittente: il cuore del Cristo.

 

8. Per questo motivo ci sarà nei santi una tristezza indelebile finché Gesù non sarà tornato. La loro preghiera incessante è legata a questo desiderio, a questa attesa del ritorno del Cristo. Per questo motivo la Chiesa non smette di ripetere: Maranatha! Vieni, Signore Gesù! Per questo motivo i santi, appena hanno un momento libero, si mettono all'ascolto accanto alla loro radio (il Santo Sacramento o il fondo della loro anima) e cercano di captare Gesù Cristo... o, per dirla in altre parole, di pregare.

 

9. Questi esseri troppo rari hanno risolto tutti i problemi della vita: non li deconcentrerai mai. Chi ha ritrovato l'intimità col Cristo può essere perseguitato, turbato, ma in cinque minuti ritroverà la pace nel contatto con lui.

Questi uomini conoscono il segreto della felicità. Il che non significa che non soffrano quanto e forse più degli altri; ma alla fine sono felici e solo chi è felice può evitare di essere cattivo e quindi insegnare agli uomini come comprendersi fra loro.

 

10. Un santo sa di non essere più solo di quella solitudine che è il grande dramma di tutti. La sola risposta alla solitudine, all'angoscia del cuore, la sola rocca sicura è Gesù Cristo che abita nella tua anima dal giorno del battesimo.

 

11. Il volto del Cristo ha il potere di svelartisi oggi e di sedurti attraverso altri volti. Un uomo che ami Gesù è un po' come Mosè che sale sul Sinai: il suo sguardo è segretamente quello

del Cristo. È quel che si definisce il fascino dei santi, un termine di cui oggi si abusa ma che definisce una profonda realtà.

 

12. Paolo, quando evoca il ministero della Nuova Alleanza, ricorre all'immagine della gloria che irradiava dal volto di Mosè (2Cor 3, 6ss) e quella del buon profumo del Cristo (2Cor 2, 15). È così che si fa conoscenza col Cristo.

 

13. Il primo passo che ti si impone di compiere non è in particolare di leggere dei libri, ma non è neppure l'ultimo! Gesù è vivo e, per capire un essere vivente, bisogna vederlo vivere. Questa è l'importanza di vedere e di incontrare i santi. Uno chansonnier aveva creato una scenetta nella quale descriveva un oggetto formato da due montanti distanti tra loro quaranta centimetri e alti tre metri, spaziati di venti centimetri. Dopo che tutti si erano rotti la testa cercando di indovinare di che cosa si trattasse, l'attore svelava che era una scala! Lo stesso avviene col Cristo. Finché non avrai visto l'amore del Cristo operare nel cuore di un santo ed esserti reso conto che questi possiede il segreto della felicità, della verità e della vita, è meglio che io non ti dica troppo al proposito. Dopo, quando avrai incontrato un santo, potrai leggere il Vangelo e ascoltare la predicazione.

 

14. Ti potrà capitare di trovarli mediocri, ma se osserverai al di là delle loro persone il moto che li ha travolti, potrai scorgere il volto del Cristo. Nella Chiesa c'è tutto ciò che occorre per scoraggiarti e disgustarti dalla preghiera, c'è la mediocrità perché c'è anche il demonio il quale si occupa della Chiesa con zelo particolare per insozzarla. Ma attraverso questa zizzania si scorge una follia d'amore: il volto di Gesù visibile per coloro i quali hanno il dono di cogliere tra il fango il buon profumo del Cristo.

 

15. Quando hai aspirato quel profumo una volta sola, saprai immediatamente e per sempre che coloro da cui esso si sprigiona sono felici, magari hanno anche molti difetti, ma possiedono il segreto della felicità e quando non sono presenti ne avverti la mancanza. Gesù Cristo ha un indirizzo, l'Eucaristia. Non sempre è facile trovarlo, questo indirizzo, ma quando hai trovato l'amico che cerchi sei ripagato di tutte le pene. Solo Gesù ti attira.

 

16. Nell'estate del 1858 un nobile, il conte de Bruissard, si presenta alla “prigione” e trova Bernadette seduta sulla soglia che rammenda una calza nera. Il conte la prega di raccontargli delle apparizioni poi, colto da un'improvvisa ispirazione, le chiede di mostrargli come era il sorriso della Madonna.

- Sono scettico, non credo alle apparizioni! - le spiega.

La prima reazione di Bernadette è di mandare al diavolo l'importuno: - Allora, signore, voi credete che sono una bugiarda! - gli risponde. Riprende però subito il controllo di sé perché d'un tratto l'atteggiamento dell'uomo che ha di fronte sembra contraddire la sua affermazione e ne accoglie la richiesta: Dato che siete un peccatore (Bernadette non dice un incredulo!) vi mostrerò come ha sorriso la Vergine.

Il pellegrino del 1858 confesserà in seguito che dovette a quel ricordo se in un baleno il suo cuore si trasformò illuminando poi il resto dei suoi giorni (racconto di Dom Bernard Billet).

 

17. Quanto più un uomo è immerso nella preghiera, tanto meno si accorge che sta pregando. Si è perduto talmente di vista da non sapere più nemmeno dov'è, perché è nascosto ai suoi stessi occhi. Ma tu, tu puoi saperlo. Se, parlando con lui, ti trasmette il gusto e il desiderio ardente di pregare, lo riconoscerai come un vero uomo d'orazione. Solo i grandi oranti possono accendere nel cuore dei fratelli il fuoco della preghiera.

 

18. C'è un tempo per la preghiera e un tempo per il silenzio. Ci sono giorni in cui sarai talmente schiacciato dalla sofferenza fisica, la stanchezza, lo sconforto, da non essere in grado di dire una sola parola sulla preghiera. Tieni allora l'anima in silenzio e la bocca nella polvere. Un mio amico, uomo di preghiera dotato di un gran senso dell'umorismo, rispondeva a un tale che una sera lo interrogava sulla preghiera: «Dopo le nove di sera non so più niente di Dio».

 

19. Quando sant'Antonio si trovò a cercare un uomo di preghiera più santo di lui, il suo angelo custode non lo mandò in un monastero o dall'arcivescovo di Alessandria, ma in una viuzza di quella grande città di perdizione in cui gli uomini non distinguevano più la loro destra dalla sinistra; in quella viuzza Antonio trovò il piccolo calzolaio che lo convertì tanto radicalmente da far dire a Sisinio e a Poemeno il Grande: «Chi può raggiungere il pensiero di

Antonio sull'inferno?». Se vuoi trovare un vero uomo di preghiera, vai a cercarlo nei luoghi in cui sono nascosti uomini del genere, soprattutto nel cuore delle città e delle grandi distese desertiche. Se vai nei monasteri, guarda vecchi padri conversi o i monaci silenziosi. Ci sono anche luoghi di grandi solitudini: gli ospedali, i ricoveri per vecchi. Lì esistono molti uomini di preghiera, ma sono nascosti ed invisibili. Prega il tuo angelo custode di svelarteli. Ti basterà vederli e capirai tutto. C'è una rete misteriosa di uomini di preghiera nascosti come le radici nelle profondità della terra e Dio qualche volta permette che li si incontri e li si scopra nel silenzio. E questo, gratuitamente.

 

20. Avevo circa diciassette anni quando ho letto un libro (La vita nascosta in Dio) che mi ha messo in contatto con un grande spirituale, Roberto di Langeac (pseudonimo di Augustin Delage), professore al seminario di Limoges. Non l'ho mai incontrato di persona, ma leggendo le sue opere ho capito che lo Spirito Santo gli aveva affidato la missione di pregare per le anime interiori (espressione un po' desueta).

Roberto di Langeac, a causa della sua indegnità non si riteneva in grado di pregare per i peccatori. Era lui pure un uomo d'orazione. Ho cercato di conoscerlo meglio, chiedendo informazioni sul suo conto) a chi lo aveva avvicinato e tra di noi finì per crearsi un legame di amicizia e di preghiera che non s'interruppe mai. In quanto a lui, diceva che la vita di orazione aveva preso corpo in lui il giorno in cui era andato al carmelo per chiedere a una carmelitana di farsi carico di lui nelle sue preghiere. Affamato come sono sempre stato di “quelle cose” non mi ci è voluto molto tempo per avere delle risposte sulla preghiera. Debbo proprio a lui il nascere della mia vocazione alla preghiera e tutto ciò che “so” (o piuttosto che “non so”) mi viene da lui.

 

21. Robert de Langeac diceva che non gli era stata certo affidata la cura di tutte le anime e che, quando doveva pregare per qualcuno, ne era avvertito interiormente, era chiamato all'orazione. Ho incontrato tanti uomini e tante donne di preghiera, ma per scoprire un vero uomo di preghiera che avesse ricevuto il dono dell'orazione, ho dovuto aspettare questi ultimi anni. Era un uomo celato persino agli occhi dei confratelli i quali tuttavia subodoravano qualcosa di misterioso in lui. Il penultimo giorno di ritiro mi chiese di fare quattro passi con lui. Non so se parlassimo molto di preghiera, ma alla fine di quella mezz'ora ho avuto la convinzione di aver trovato un vero orante, così come si trova una pietra preziosa o un tesoro nascosto in un campo: non v'è dubbio possibile. La cosa poi è tanto più rara in quanto quell'uomo è un giovane di neanche trent'anni.

 

22. Debbo riconoscere che quell'incontro è stato una delle grazie che ho ricevuto nella vita. Anche quando si è chiamati alla preghiera bisogna incontrare dei testimoni della preghiera e soprattutto degli uomini che preghino per noi. Non me lo aspettavo proprio. Benché molti miei amici siano stati attirati dalla preghiera, non avevo mai incontrato un uomo per il quale la preghiera fosse “tutto”. Un giorno, benché non gli manchi proprio nulla a tutti i livelli, mi disse: «Non ho altro, io!». Il che è vero. La sua ricca umanità era alimentata dalla preghiera.

Quel che più mi ha colpito in lui è il silenzio e la capacità di ascoltare Dio. Quando si è in

mezzo agli altri, qualche volta il non poter parlare è una sofferenza. «Tacerei ancora di più pur di ricevere da Dio ciò che debbo dire!». Ci scriviamo poco, ma ogni qualvolta ci rivediamo, scaturisce in noi la stessa preghiera, abbiamo l'impressione di riallacciare un dialogo e una preghiera mai interrotta. È chiaro che si deve rinunciare a parlare di una relazione del genere che non può essere espressa con parole umane. Dio ti fa una grande grazia se mette sul tuo cammino di preghiera, spesso solitario, incompreso e magari anche vilipeso, un uomo trasformato in preghiera vivente. Capisci così che non sei un'eccezione, ma che appartieni alla grande famiglia dei supplici.

 

23. All'uomo di preghiera è conferito il potere di toccare il cuore di coloro che avvicina: è quindi molto importante che, nel cercare di tradurre la sua esperienza spirituale, egli parli in modo semplice e ricorra alla preghiera per introdurre l'interlocutore nello stato spirituale da cui sgorga la sua preghiera, senza la quale il senso della sua parola resta nascosto. Per la potenza della sua preghiera egli ha il dono di introdurre l'interlocutore in un altro mondo. Un'influenza di questo tipo non opera alcuna pressione e rispetta la libertà dello Spirito nel cuore dell'altro.

 

24. Quel che più manca alla Chiesa di Francia in particolare e alla Chiesa d'Occidente, non sono tanto la devozione, la generosità, il coraggio, quanto piuttosto una certa dose di afflato spirituale o di slancio vitale, di quel calore dello Spirito che emana dai nostri fratelli d'Oriente, in particolare dai Russi e dai Copti. I motivi di questa carenza di anelito sono parecchi, ma il principale è certo da ricercarsi nella separazione tra il monachesimo e la Chiesa ufficiale. In Oriente i vescovi sono tutti monaci, il che conferisce alla Chiesa uno spirito diverso. A livello di popolo cristiano si sente che i nostri fratelli d'Oriente sono iniziati alla preghiera del cuore tramite la preghiera di Gesù, mentre da noi questa preghiera incessante sembra essere totalmente assente nella mentalità dei cristiani, anche i migliori e i più devoti.

 

25. «Quando non ci sarò più venite spesso a me e portatemi le vostre disgrazie, i vostri affanni, tutte le vostre pene, parlatemi come se fossi vivo perché io per voi lo sarò sempre» (san Serafino di Sarov). I santi intuiscono, hanno quasi la certezza che, dopo la morte vivranno ancora e continueranno nella loro missione di misericordiosa compassione verso i fratelli. Teresa di Lisieux era certa di trascorrere il suo soggiorno in cielo a far del bene sulla terra. Benedetto-Giuseppe Labre vede, sconvolto, in una chiesa di Roma il luogo in cui sarà seppellito e le folle che si recheranno a pregare sulla sua tomba. Nella preghiera, fa' esperienza della presenza e della potenza di intercessione dei santi e degli amici di Dio.

 

26. Dio non fa nulla senza svelarlo ai suoi servitori, ai suoi amici, ai santi. San Filippo Neri dice che Dio rivela agli uomini d'orazione l'avvicinarsi della morte. Se sei un vero uomo di preghiera il Padre non può lasciarti nell'oscurità per quel che concerne la tua vita, il tuo avvenire e le decisioni da prendere. Nel momento in cui sarai immerso nell'orazione pura, sentirai salire in te delle luci, dei desideri, in breve, delle parole che dovrai verificare razionalmente ma che t'introdurranno nella volontà del Padre. Penso a quel religioso, uomo di grande preghiera, al quale fu rivelato che sarebbe stato chiamato all'episcopato. Dapprima ne fu atterrito ma, dopo averne parlato col suo padre spirituale, la rivelazione gli fu confermata e qualche mese più tardi effettivamente nominato vescovo.

 

27. Ho l'intima certezza - una convinzione che mi viene dallo Spirito Santo - che se tu hai ricevuto sulla terra la vocazione per la preghiera e soprattutto quella d'intercedere per i tuoi fratelli, la tua missione non sarà fermata dalla morte. Nell'eternità continuerai ad intercedere per i tuoi fratelli, essa sarà forse la tua unica missione, non più ostacolata dai limiti dello spazio e del tempo. La tua intercessione avrà la profondità di un istante eterno. Come Serafino di Sarov, invita i fratelli a venirti a confidare le loro pene e le loro preghiere ed essi avranno coscienza della tua intercessione celeste.

 

28. Se non sai pregare, vai a chiedere a uno dei fratelli di pregare per te o fai celebrare l'Eucaristia secondo le tue intenzioni. La preghiera fervente di un giusto (santo), dice l'apostolo Giacomo, è molto potente presso il Padre. Poco importa se tuo fratello dimentica di pregare per te, tu hai avuto l'intenzione di mendicare la sua preghiera e questo basta. Soprattutto non cercare mai di pregare da solo ma entra nella preghiera del Cristo, della Vergine e della Chiesa. Quando è il tempo dell'orazione, se non sai pregare, fai l'atto di fede di entrare nella preghiera del fratello che è anche il tuo vicino.

 

29. Gli uomini di preghiera risplendono senza volerlo e soprattutto senza saperlo. Come dice Bergson a proposito dei mistici: «Basta che esistano: la loro esistenza è un richiamo».

 

30. C'è chi cambia spesso il padre spirituale per avere il piacere di ricominciare a raccontarsi e per non dovere andare a fondo nell'obbedienza. «Non stancare mai il tuo padre spirituale con parole inutili, non raccontargli il tuo passato, i tuoi progetti per il futuro. Digli qual è al momento il tuo stato d'animo perché è in questo momento che egli vuol salvarti. È in questo momento che devi ricevere la grazia del perdono e la forza dello Spirito. Se gli parli di ciò che non è più o di ciò che non è ancora, in quale presente può egli deporre il dono di Dio?» (Parole del Monte Athos, “Vie Spirituelle”, n. 631, marzo/aprile 1979, p. 279).

 

31. La morte di santa Macrina (sorella di san Basilio e di san Gregorio di Nissa).

«Era già trascorsa gran parte del giorno e il sole andava calando al tramonto. Il suo fervore però non accennava a diminuire: anzi, tanto più si avvicinava al momento della dipartita, tanto più cresceva in lei l'ansia di andare verso il beneamato, quasi potesse contemplare la bellezza dello sposo. Non si rivolgeva più a noi che eravamo presenti, ma solo a colui verso il quale teneva incessantemente volto lo sguardo. Il suo giaciglio era stato girato verso Oriente e lei aveva cessato di conversare con noi per non parlare che con Dio nella preghiera; tendeva a lui le mani supplici e mormorava con voce flebile, tanto che a malapena riuscivamo a cogliere le parole (...). Così dicendo si faceva il segno della croce sugli occhi, la bocca e il cuore. A poco a poco la lingua riarsa dalla febbre cessò di articolare distintamente le parole, la voce si affievolì e solo dal movimento delle labbra e delle mani ci accorgevamo che pregava. A quel punto, essendosi fatto sera, qualcuno portò una lampada. Macrina allora, aprendo gli occhi e dirigendo lo sguardo verso la luce, ci faceva capire che desiderava lei pure recitare la preghiera di grazie per la lampada. La voce però le venne meno e poté realizzare il suo desiderio solo nel cuore con i gesti delle mani mentre i movimenti delle labbra ne esternavano lo slancio interiore. Appena ricevuta l'Eucaristia e indicato, portando la mano al viso per farsi il segno della croce, che aveva terminato di pregare, emise un respiro lungo e profondo e pose fine alla preghiera e alla vita».

(Gregorio di Nissa, Vita di Macrina, Sources chrétiennes, 178, pp. 217 e 227).

 

MOLTO

 

1. Se non puoi fare della preghiera una questione di qualità, devi farne una questione di quantità.

 

2. Di primo acchito questa affermazione può suonare scandalosa perché sembra andare contro il consiglio di Cristo di «non continuare a farneticare» nella preghiera come fanno i pagani i quali credono che parlando molto si faranno ascoltare meglio. Il Cristo condanna le chiacchiere inutili che pretendono di ricordare al Padre ciò che sembra aver dimenticato. Il Padre vede e sa ciò di cui hai bisogno, perché esaurirti in parole vane? Taci sotto il suo sguardo. La preghiera delle labbra ripetuta frequentemente e lungamente deve portarti proprio verso questo silenzio de cuore: ma tu questo non puoi comprenderlo se non lo hai sperimentato.

 

3. Non oserei mai darti questo consiglio scandaloso se non lo avessi attinto sia dalla tradizione orientale che occidentale. I monaci del deserto, i Padri neptici e gli staretzi d'Optino fino a san Francesco di Sales, sant'Ignazio, santa Teresa d'Avila e Padre di Caussade, consigliano tutti di usare nella preghiera una parola, un'invocazione, una preghiera monologica, un'orazione giaculatoria da ripetersi pian piano, avendo cura di interporre anche pause di silenzio. Com'è possibile trascorrere delle ore in orazione senza ricorrere a questo mezzo così semplice e concreto?

 

4. Se non l'avrai sperimentato di persona, a lungo, non potrai comprendere quanto sia fondato questo consiglio che rivela il suo segreto solo dopo anni di pratica. Vieni all'orazione, scegli l'atteggiamento del corpo che meglio ti dispone alla preghiera e, senza ragionare né sforzarti per fare silenzio nel tuo immaginario, pronuncia un'invocazione che hai scelto, di preferenza la preghiera di Gesù. Sii molto libero nella scelta della parola, sempreché essa corrisponda al tuo desiderio, cristologico o trinitario, e nutrine la preghiera. Dopo averla scelta, non cambiarla più. Recitala lentamente, tanto a lungo quanto è necessario e resta ben vigile sulla soglia del tuo cuore. Proprio quando meno te lo aspetti, la preghiera del cuore zampillerà in te. Smetti allora d'invocare, a meno che non senti di essere spinto da dentro. Quando lo Spirito è con noi non è più necessario invocarlo. Quando la preghiera ha fine, riprendi pian piano l'invocazione. L'ora passerà così senza che tu te ne accorga nemmeno e, a tua insaputa, diventerai un uomo di preghiera.

 

5. Questa tattica non è un “trucco” esteriore per entrare nell'orazione; mette in opera in te stesso dei meccanismi profondi. Non sei guidato solo dalla tua intelligenza e dalla tua volontà, ma nel più profondo di te c'è una corrente di vita che devi raggiungere e che porta la tua preghiera in un grido. Questo modo di fare si pone dunque a livello del cuore e non alla periferia delle tue facoltà. Può darsi che tu pensi che per metterti alla presenza del Padre basti pensare a lui sforzandosi di meditare e riflettere. È un passo abbastanza razionale che lascia provvisoriamente incolto il profondo del tuo cuore. Se invece gridi verso di lui abbastanza a lungo la tua invocazione, vedrai il suo sguardo al di fuori o la sua grazia al di dentro.

 

6. Può darsi che tu metta l'accento sul raccoglimento, sul sistematico allontanamento da ogni distrazione che potrebbe distoglierti dal ricordo di Dio. È vero che il raccoglimento diventerà ben presto per te un bisogno vitale per l'orazione, non appena essa si sarà messa pian piano in moto dentro di te. Ma sarà un silenzio raccolto che accompagnerà spontaneamente il corso della tua preghiera ed essa sgorgherà tuo malgrado, come da una sorgente.

 

7. Ma già lo sforzo di raccoglimento di per se stesso, anche intenso e prolungato, all'inizio dell'orazione, rischia di non approdare a nulla e di creare una tensione inutile se rifiuta di passare là dove ti attende l'unica sorgente della tua preghiera: il tuo più segreto sconforto, la tua debolezza più nascosta. Bisogna evitare che la generosità che hai profusa al servizio di quei metodi di raccoglimento, buoni di per sé, ti impedisca di prendere il vero cammino della preghiera in te stesso. E questo cammino porta necessariamente alla povertà radicale nel luogo in cui ha ragionato in te il grido primordiale delle tue origini. Ogni volta che levi un'invocazione che esprime questo grido profondo, sei vicino all'orazione e quanto più questo grido dura nel tempo, tanto più la tua preghiera diventerà permanente.

 

8. Comincia l'orazione con un grido o un'invocazione: è il metodo più sicuro per calarti nelle profondità del cuore dove alberga la vera preghiera. Continua poi a lungo a ripetere pian piano la stessa invocazione, tanto a lungo quanto è necessario perché il tuo cuore sia convertito dalla preghiera. Nella tua vita la preghiera non ha solo una dimensione di profondità ma anche di durata perché tu vivi nel tempo che deve convertirsi in “istanti” di preghiera.

 

9. Tutti gli spirituali hanno intuito l'importanza della durata della preghiera. Ricordati di quel che ho detto dei Padri orientali che consigliavano ai loro discepoli una “quantità” di invocazioni per pervenire alla preghiera incessante. La stessa intuizione la troverai in un uomo come Ignazio di Loyola il quale nei suoi “modi di pregare” consiglia di ripetere reiteratamente le parole del Padre Nostro o di un'altra preghiera fino al momento in cui non si sente più alcun gusto spirituale a farlo. Si passa poi all'altra parola. Lo stesso dicasi per le meditazioni sulla vita di Cristo, in particolare i misteri dell'infanzia e della Passione: Ignazio consiglia di rinnovare più volte la meditazione del mattino soffermandosi sugli stessi episodi.

 

10. In occasione degli Esercizi, esprimevo la mia meraviglia a Padre Laplace - un vero maestro nel pregare e nel dare i 30 Giorni - perché ci si soffermava un'intera settimana sulla Passione, ripetendo parecchie volte al giorno le meditazioni sull'Agonia o altri episodi, e mi chiedevo quando si sarebbe passati alla Risurrezione. E il Padre mi rispose: «La ripetizione è la scienza della preghiera». Benedico il Signore per avere avuto tanto maestro perché oggi riesco a valutare la verità di quelle parole. Mi vien quasi da dire che non si può diventare uomo di preghiera se non si ripete più e più volte un episodio del Vangelo o la preghiera di Gesù o un'altra parola delle Scritture.

 

11. Sant'Ignazio si pone soprattutto su un piano pratico per invitare alla “ripetizione” chi è in ritiro spirituale. Come dice Padre Pousset, Ignazio è un “artigiano” geniale il quale, avanzando tentoni nella sua esperienza spirituale, ha tentato direzioni diverse, ha impiegato mezzi diversi, finché non ha trovato quel che cercava e cioè la volontà di Dio in tutte le cose. Ha trattenuto quindi ciò che più gli si confaceva e lo portava a trovare Dio nell'orazione. Così facendo è riuscito a mettere a punto dei consigli molto semplici, apparentemente senza una dimensione mistica, ma che, se attuati, si dimostrano estremamente efficaci per creare in te preghiera.

 

12. Questi consigli negli Esercizi sono definiti annotazioni e mirano soprattutto a disporre il tuo cuore ad accogliere la preghiera. Tu devi ascoltare questi inviti a ripetere senza posa la preghiera proprio in questa prospettiva. In po’ come Boileau che dice: «Durante il lavoro, ricomincia cento volte ciò che stai  facendo». Questa pratica è ben nota nelle scuole rabbiniche o coraniche nelle quali si ripetono all'infinito i versetti della Bibbia o del Corano affinché impregnino il cuore come la rugiada che impregna il prato su cui si è posata. Un versetto del salmo 36 esprime molto bene questa pratica: La bocca del giusto mormora la  Legge del Signore giorno e notte, il che ne fa la preghiera incessante degli eletti che gridano giorno e notte verso il cielo (Lc 18, 7).

 

13. Ignazio dice per esempio: «Non è l'abbondanza del sapere che sazia il cuore, ma il gustare le cose interiormente». Ed ecco che capisci subito perché bisogna ripetere le parole di Dio o di Gesù. Esse debbono penetrare nel tuo cuore come la goccia d'acqua che continua a cadere senza posa e fora la più dura delle rocce. Tu vivi spesso ispirandoti al principio del consumismo in cui importante è l'abbondanza del sapere. Non è sufficiente che tu legga tutti i libri sulla preghiera: devi sceglierne uno e sviscerarlo finché ti avrà svelato il vero segreto della preghiera. Vivrai allora secondo il principio dell'assimilazione e gusterai le cose dall'intimo.

 

14. Per assimilare la verità di Dio non basta ascoltarla un volta e registrarla distrattamente nella memoria. Devi meditare, mormorare cioè a voce bassa, così come indicato dalla parola ebraica Hagha, meditare. Bisogna ripetere la preghiera, masticarla, proprio come i bovini ruminano l'erba brucata. La tua parola diventa allora carne e sangue del tuo corpo. Purché tu non cessi di ripetere e di mormorare l'invocazione.

 

15. Ignazio precisa poi quale dev'essere la durata dell'orazione. Non basta ripetere la parola o meditare un episodio del Vangelo seguendo criteri personali di durata. «Bisogna sollecitare chi è in ritiro - dice ancora Ignazio - a dedicare all'orazione un'ora intera. E il suo cuore dev'essere felice di protrarre l'orazione di uno o due minuti oltre l'ora, e non pensare di sottrarle nulla. Né Teresa d'Avila la pensa diversamente, se consiglia alle carmelitane di fare ogni giorno due intere ore d'orazione. Non puoi comprenderlo, tu, se non lo hai sperimentato nella preghiera, così come i giovani allievi rabbini sanno che debbono ripetere i testi della Thora per impararli a memoria ed assimilarli.

 

16. Ti invito anche a imparare a memoria qualche brano del Vangelo, qualche preghiera della messa, delle strofe o canti della liturgia che possono alimentare la tua preghiera. Nei momenti di aridità li reciterai lentamente un po' alla volta, li ricreerai dal tuo intimo e diventeranno tuoi. Nella preghiera non puoi innovare o inventare ad ogni piè sospinto, devi tenere in serbo nella bisaccia provviste con le quali sostentarti nei momenti di carestia.

 

17. Se solo proverai veramente a pregare un'ora ripetendo lentamente, sommessamente, l'invocazione scandita da pause di silenzio, ti troverai d'accordo con i vecchi monaci che affermano essere la preghiera l'atto più arduo della vita spirituale anche per chi ne abbia già sperimentato i benefici. Sarai sempre tentato di ascoltare la preghiera o di arricchirla di idee e di sentimenti. Devi sperimentare nel tempo questo modo di pregare con una sola parola come Serafino di Sarov il quale rimase duemila giorni su una roccia recitando solo la preghiera di Gesù. Chi si è affidato completamente a questa forma di preghiera, ne è uscito completamente trasformato.

 

18. Prima di cercare di pregare bene - il che non dipende da te - è meglio che cerchi di non stancarti mai di pregare. Dio non cerca gente che preghi bene, ma uomini che non smettano mai di pregare. A chi prega tanto Dio fa il dono della preghiera pura. Non possiamo non notare che la Vergine, nelle sue apparizioni, insiste sempre che si preghi molto; si direbbe, più che si preghi bene. È una cosa strana – e potrebbe prestare il fianco a qualche obiezione - ma comprensibile se si tiene presente che la “quantità” dipende da noi e la “qualità” dal Padre della luce al quale si deve ogni dono perfetto.

 

19. Per fabbricare il miele fine della preghiera, fa' come le api, va' a raccogliere il polline dove lo si trova, scegli d'istinto gli aromi migliori affinché la tua sia una preghiera di qualità. Dopo aver interrogato sant'Ignazio e Teresa d'Avila, passa alla scuola di san Domenico e dei suoi figli, discepoli del rosario. Il rosario, a suo modo, è l'equivalente della preghiera di Gesù, la via di umiltà di cui hai bisogno per giungere a tuffarti nella preghiera continua. All'apparenza reciti meccanicamente delle Ave Maria, ma lo Spirito Santo può in ogni istante far scaturire in te la preghiera. Non c'è proporzione tra quel che fai a livello materiale di preghiera vocale e ciò che può nascere grazie all'azione dello Spirito. Quanto più aspiri alla preghiera dello Spirito in te, tanto più devi prendere a prestito la voce di umiltà del rosario o della preghiera di Gesù.

 

20. Mi rifarò ad un altro figlio di san Domenico che nella sua predicazione ha affrontato il rapporto tra quantità e qualità della preghiera. È Padre Pietro-Tommaso Dehau il quale ha predicato molto a monaci e contemplativi. Quando si scriverà la storia della spiritualità di questi ultimi cent'anni, ci si renderà conto di quale posto importante ha rivestito nelle correnti spirituali contemporanee. Egli, da buon pedagogo concreto, si rifà ad un paragone preso a prestito dal mondo dell'arte. Dio è come uno scultore il quale vuole plasmare una statua e chiede quindi al suo apprendista di portargli molta argilla per modellare un bozzetto, abbozzo del futuro capolavoro. Quel materiale in pratica non è nulla (prope nihil, nel linguaggio di Aristotele per designare la materia) eppure lo scultore senza di essa non può fare nulla. Ed ecco come Padre Dehau fa parlare lo scultore che paragona a Michelangelo nel suo capolavoro della Sistina.

 

21. «Domani portami tanta argilla perché voglio lavorare molto. Ho in animo tanti capolavori e se tu non mi porti argilla in quantità, guai a te, andrò su tutte le furie. Quel che farò con quell'argilla non è affar tuo e io la metterò sotto chiave perché non voglio che tu vada a metterci le mani. Non mi fido molto di te; non sei che un pasticcione e se tu andassi a sbirciare quel che faccio, rischieresti di metterci su le mani e non troverei altro che una pozza di fango per terra. Chiuderò quindi tutto a doppia mandata. Tu, se non vuoi che mi arrabbi, portami solo una grande quantità di argilla».

 

22. Tu sei il piccolo apprendista e la tua preghiera è l'argilla. Dio potrebbe fare a meno dell’uno e dell'altra ma da tutta l'eternità ha deciso che tutti i suoi capolavori dipendano dalla tua povera preghiera. Ha voluto aver bisogno di questo materiale. Dio allora ti dice: «Prega tanto. Non preoccuparti troppo di come preghi né di quel che io farò della tua preghiera. Lo tengo nascosto anche ai tuoi occhi. Col tuo orgoglio distruggeresti ciò che hai fatto con la preghiera. Ti chiedo solo di darmi tanta preghiera, proprio come l'apprendista che porta al suo maestro tanta argilla».

 

23. Dio vuole tanta preghiera e per quanto tu senta che la tua è miserabile, lui ti dice di continuare, di aumentarla, di intensificarla. «Quanto più la tua preghiera è miserabile, tanto più è umile e questo è quel che mi serve; resta là dove sei; sii il piccolo apprendista che porta tanta argilla e non deve occuparsi d'altro. Dammi solo tanta preghiera, della “quantità”, ed io le conferirò “qualità” coi doni del mio Spirito Santo. Tu non hai bisogno di vedere, nasconditi e lascia che io li nasconda le belle opere che faccio tramite tuo.

 

24. Noi non preghiamo mai abbastanza, neanche quelli che pregano di più, neanche quelli che pregano sempre. E come per la fede, non ne abbiamo mai abbastanza. Gesù potrebbe dirci: Uomo di poca preghiera!», come dice a Pietro: Uomo di poca fede! Com'è piccola, che poca cosa è la tua preghiera. lo non posso fare ciò che voglio. Corri dunque a cercare dell'altro materiale, non ne ho abbastanza per tutto ciò che il mio amore vuol creare, che io voglio far dipendere sempre più dalla tua preghiera. Me ne serve di più, sempre di più, me ne serve all'infinito.

 

25. Bisogna vedere in che modo Dio incita i santi alla preghiera. Li pungola dall'interno e li spinge a chiedere sempre di più. «Pregate tanto», dice la Vergine a Banneux. «Orsù, pregate!», dice a Pontmain. In questo senso, Dio vuole tanta preghiera, una gran quantità, e sembra quasi che, da un certo punto di vista, la qualità gli interessi meno. Tu dai la quantità e lui darà la qualità, in altri termini, darà forma alla tua preghiera. E la vivificherà con un soffio di vita che trasformerà l'argilla in una forma viva. Tutta l'opera di Dio dipende dalla tua preghiera. Ti è difficile crederlo: non comprendi abbastanza l'efficacia della tua preghiera di domanda.

 

26. San Tommaso insiste molto sull'efficacia della preghiera di domanda. Tutti i santi perseverano nella preghiera, il loro essere è tutto teso nella supplica perché sentono di reggere il mondo. San Domenico pregava giorno e notte rivolgendo verso il cielo dei ruggiti e dicendo: «O mia Misericordia, che cosa diventeranno i peccatori?». La stessa convinzione si ritrova nello staretz san Silvano: «Il mondo continua a esistere grazie alla preghiera dei monaci, ma quando la preghiera si affievolirà, il mondo perirà» (Staretz Silvano p. 378). In noi la salda convinzione che avevano i nostri avi a proposito della preghiera non esiste più, non abbiamo più neanche le loro idee chiare e semplici, quegli slanci luminosi e ardenti che catapultavano verso il cielo le loro preghiere penetranti come frecce.

 

27. I teologi notano che la perseveranza è una delle caratteristiche della preghiera di domanda. Ma, per perseverare nella preghiera, devi pregare molto. Tu sai benissimo che la preghiera di domanda, sempre efficace per tutti e per tutto, in certe condizioni è infallibile: devi farla per te, deve concernere la salvezza e devi farla con perseveranza. Quest'ultima condizione è essenziale, può sembrare che Dio respinga per tanto tempo anche grazie che concernono la salvezza - come la castità e la pazienza - e persino la conversione.

 

28. Perché Dio si fa pregare così a lungo? (Notare queste tre parole: si fa pregare). Perché vuole che tu preghi tanto. È questa forse la prova più grande che Dio vuole, che tu preghi, che tu preghi sempre e che tu non ceda mai. Talvolta non ti concederà quel che chiedi se non avrai pregato a lungo, disperatamente pregato! Ne La Scala, san Giovanni Climaco fa più o meno la stessa riflessione e dice al suo discepolo: «Non preoccuparti troppo se la tua preghiera non è stata esaudita: hai ottenuto una grazia ancora più grande per il fatto stesso di aver perseverato nella supplica. Non c'è grazia più grande dell'essere con Dio nella preghiera».

 

29. Dio è altro e diverso da te, è eterno. Tu vivi nel tempo e lui in certo qual modo vuol farti imitare la sua eternità per mezzo della perseveranza. Perseverando nella preghiera apri una finestrella sull'eternità e respiri l'aria del cielo. La perseveranza è una vittoria sul tempo, qualcosa che racchiude in sé un riflesso di eternità. Dio vuole una preghiera che non sia stretta stretta, striminzita nel tempo e nello spazio.

 

30. Negli Atti degli Apostoli è scritto: «Perseverantes unanimiter in oratione cum Maria». Unanimi nel perseverare nella preghiera con Maria. La perseveranza è la preghiera che si dilata nel tempo, mentre l'unanimiter è la preghiera che si dilata nello spazio, non limitata ad alcuni uomini, ma desiderosa di estendersi a tutti. È la cattolicità e l'universalità della preghiera.

 

31. Quando preghi, devi farlo in grande unione con i fratelli e con tutti coloro che pregano. Devi anche pregare per tutti quelli che non pregano. Dio non vuole preghiere isolate. Vuole che la preghiera si propaghi di anima in anima, vada a cercare gli uomini che non sanno pregare, che si dibattono nelle difficoltà della preghiera e non riescono a svincolarsi dalle tentazioni con le quali il demonio vuole impedire loro di pregare. Per pregare in verità ci vuole molto tempo e un amore universale.

 

32. Non offrirai mai abbastanza preghiera a Dio perché essa è la materia con cui egli foggia le sue opere e i suoi capolavori. Egli ne chiede sempre più. Lui può attribuirle caratteristiche divine, spesso se ne riserva il diritto; quel che implora o mendica da te è la quantità. Con la tua perseveranza dammi la quantità nel tempo e la quantità nello spazio unendoti ad altri in preghiera affinché essa faccia blocco e diventi irresistibile. Questa è la grande legge dell'arte della preghiera.

 

33. Restare in preghiera è restare nel cuore di Maria che è l’orante per eccellenza. Lo sentirai se preghi molto, se sei perseverante e se resti in preghiera anche quando hai voglia di allontanartene. La tua povera natura ha paura di Dio, ha paura della preghiera. Ma quando tutto va bene, ha sempre una dannata tendenza a non continuare, a ripiombare dalla preghiera alle fantasticherie e alle preoccupazioni di quaggiù. Anche quando la tua natura è felice nell'orazione, essa avverte più o meno chiaramente che è Dio che trionfa e cresce in lei. Alla tua natura non piace lasciarsi fare da Dio neanche nei momenti in cui Dio facilita il tuo riavvicinamento a lui. A maggior ragione quando questo incontro è penoso e il tuo peso terrestre ti disturba o ti affatica di più, sei tentato di abbandonare la preghiera.

 

34. Ti potrà capitare di sentire un'obiezione molto simile a un'illusione o a un sofisma, espressa più o meno in questi termini: «Non si tratta di pregare molto senza curarsi della qualità: è meglio pregare meno, ma bene». In fondo, l'obiezione è corretta e la risposta sembra chiara come il sole, ma osservandola da presso vedrai che si tratta di un sofisma, cioè di un'affermazione che solo all'apparenza corrisponde a verità ma che in realtà non lo è. Come sempre quando ci si trova di fronte ad obiezioni del genere, bisogna prendere in considerazione separatamente le due affermazioni prima di unirle: comprenderai allora che esse sono solo una illusione di verità.

 

35. Eccoci dunque di fronte a due domande ben distinte: «Abbiamo il diritto di pregare poco?», e «Sappiamo quando preghiamo bene?». Se non facciamo chiarezza su questi due punti, dell'obiezione non rimane nulla.

 

36. Chiediamoci, per cominciare: Abbiamo il diritto di pregare poco? Pregare poco: come suona male! Basta rifarsi alle parole del Vangelo dove Gesù dice che bisogna pregare sempre e non stancarsi mai. Nella tua vita la preghiera ha un ruolo totalitario. “Poco” non va d'accordo con “totalitario”, è proprio l'opposto. In un cristiano la preghiera dev'essere al livello di pienezza. La preghiera che darai a Dio sarà spesso una materia informe, ma se c'è in te il desiderio di pregare sempre, sarà una pienezza di preghiera. Dovrai ricominciare senza posa dopo periodi di indifferenza, di improvvisa debolezza e di cali troppo facili da spiegare ma mai accettati, sempre constatati e combattuti con tutta la forza del cuore.

 

37. Consentimi un'osservazione a proposito della debolezza. Se prendi la decisione di dedicare tutta la tua vita alla preghiera, è molto, non è poco, devi aspettarti molti cedimenti: non fare l'orazione per mancanza di tempo, accorciarla, farla in fretta o, cosa più grave, “far finta” di farla. Sappi che tutte queste debolezze non sono importanti purché si ammettano come tali, se ne dispiaccia e vi si ponga riparo. Dovrai ogni volta ricominciare a pregare con la stessa pazienza del ragno che riprende a tessere la sua tela ogni volta che viene distrutta. L'unica cosa grave sarebbe se tu ti giustificassi dicendo: «L'orazione non fa per me, va bene per i contemplativi!». Perderesti allora la fiducia nella potenza dell'orazione e il baco entrerebbe nel frutto. Avrai allora bisogno di cambiare metro di giudizio, non solo una confessione della tua debolezza, ma una grazia di forza e il desiderio di rimetterti all'opera.

 

38. Se non dedichi la totalità della vita alla preghiera o all'effetto penetrante della preghiera, in una forma o nell'altra, non sei un uomo di preghiera. Tutta la tua vita, i tuoi atti, le tue parole, il tuo modo di essere, debbono essere affidati alla preghiera.

 

39. Passiamo ora all'altra parte dell'obiezione: sappiamo noi forse quando preghiamo bene? La risposta è molto difficile. Quando dici: «ho pregato bene», è in pratica fatale che tu provi immediatamente un po' di orgoglio o, per lo meno, una certa soddisfazione. È questo il motivo per cui Dio ti nasconde nel modo più assoluto la qualità della tua preghiera e i capolavori che con essa realizza.

 

40. Non sappiamo pregare bene, afferma san Paolo. Solo lo Spirito sa farlo. Egli viene in tuo aiuto, in aiuto della tua affezione. Suscita in te gemiti ineffabili che non puoi trasmettere appropriatamente né agli altri né a te stesso. E quanto più sarai sotto l'azione dello Spirito Santo, sotto il regime dei suoi doni, meno saprai. Dello Spirito senti la voce ma non sai né da dove viene né dove vada. A questo proposito Paolo e Giovanni si fanno eco l'un l'altro.

 

41. Mi sono già dilungato tanto su questa impotenza nel pregare, ma vorrei dirti ancora che, per essere realmente convinti di non saper pregare, bisogna passare attraverso un gran lavorio di doni d'intelligenza e di scienza che ti permettano di vedere a fondo in te stesso. Se vuoi penetrare nello spirito di preghiera, un bel giorno dovrai dire: «Non ci capisco niente, non so». Potrai allora come gli apostoli dire a Gesù: Signore, insegnaci a pregare!

 

42. Questa richiesta tanto semplice, così limpida, così diretta, ci ha valso il dono del Pater, la breve preghiera che ha messo in moto, se così si può dire, la grande preghiera, la preghiera per eccellenza. Nella sua forma così breve e modesta era già una preghiera perfetta. Gesù, accortosi dell'ardente e profondo desiderio di preghiera che era nei suoi apostoli, ha capito che era giunto il momento di insegnare loro la preghiera definitiva.

 

43. In qualunque campo, per dire a qualcuno “insegnami” devi aver cominciato con l'ammettere: “Non so”. In qualunque disciplina, chi sa non chiede di essere istruito. Devi cominciare col renderti conto di non sapere. Allo stato attuale, è molto difficile insegnare perché molti credono di sapere: e ciò è tanto più vero nel campo della preghiera, che è un'arte che si insegna con la pratica e non solo con lo studio. Eccoci così tornati all’“ignoranza” del pregare. Per formarsi alla preghiera ci vogliono decine di anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MARIA LA MADRE DI GESÙ

 

1. Non posso parlare della santa Vergine a chi non sia stato arso dal fuoco che il Cristo è venuto a diffondere sulla terra. Questo fuoco genera in te una sete divorante di vedere Gesù e di entrare in unione con lui. Se così non fosse le mie parole su Maria ti faranno l'effetto di qualcosa di sdolcinato e basta. Un circuito di refrigerazione senza fuoco, ecco che cosa è per molti la santa Vergine.

 

2. Per dirla in altre parole, se il Cristo non è il cuore della tua preghiera, troverai difficilmente nella tua orazione un posto per Maria. La pregherai per dovere o per convenzione ma non ti lascerai coinvolgere appieno nella preghiera.

 

3. Parimenti, la presenza di Maria nella tua vita e il dialogo che allacci con lei nella preghiera, è puro dono del Cristo Risorto.

 

4. Un giorno alcune persone erano andate a trovare sant'Ambrogio, il celebre staretz di Ottino, e gli avevano chiesto un consiglio su una decisione che dovevano prendere. Lo staretz non aveva risposto subito e aveva preso tempo per pregare. Trascorsi alcuni giorni, i suoi visitatori gli dissero: «Non possiamo attendere oltre: dacci una risposta!». E lui: «Che volete che vi dica: sono cinque giorni che rivolgo la vostra domanda al Signore e alla santa Vergine e loro non mi rispondono!». Lo stesso capita quando tu parli alla Vergine; se non ti sarà concesso dall'alto, tutto quello che dirai sarà inutile o ti sembrerà sciocco. Per arrivare a dire questo mi ci sono voluti mesi di preghiera perché non basta pregare per essere illuminati, capita quando Dio lo vuole.

 

5. La tua prima conversione è di scoprire, come Saulo sulla via di Damasco, che un certo Gesù ti cerca, ti desidera e ti vuol incontrare in un dato luogo. Nel momento in cui incroci il suo sguardo, tutto il tuo universo vacilla e tu non desideri che una cosa: cercarlo, lui, con la potenza della Risurrezione e la comunione con le sue sofferenze. Come Paolo puoi dire: La mia vita è Cristo e morire e una vittoria! La tua vita cambia significato: è la conversione, la quale non è solo una grazia di forza, ma una grazia di luce che si effonde su di te e ti mette in contatto con Gesù Cristo.

 

6. Da quel momento è come se tu avessi contratto una grave malattia: la malattia di Gesù Cristo; è una malattia mortale che non ti darà mai tregua. In altri termini, hai contratto la febbre per il Cristo, è un gusto che viene da lui e puoi scoprirlo in un amore umano o nella vita religiosa. L'amore che ti svela il volto di Cristo non è per forza quello che vivi, ma quello che non vivi, che lascia in te un vuoto. O perché il posto è stato già prima preso da Dio. Invece di giocare con una creatura tu giochi con Dio per guadagnare tempo.

 

7. Questa febbre per il Cristo però è niente in confronto alla realtà. Man mano che il Cristo si avvicina tu provi la dolcezza del suo calore e della sua presenza, ma più egli penetra in te, più scopri che è un fuoco divoratore. Se mi consenti il paragone, è un po' come una bomba atomica! Puoi essere sollevato da una intensità che desidera il martirio, puoi avere fame e sete di santità e d'intensità ed essere divorato da un desiderio infinito, ma non da quello di una “bomba atomica”! Di fronte a Gesù Cristo tutto ciò è nulla e capirai che non è possibile, è troppo forte!

 

8. In quel momento scoprirai la Chiesa o la Vergine Maria, cioè il circuito di refrigerio, o meglio, il Cristo ti fa dono di sua Madre. Come, con un certo umorismo, Dio dice a Mosè: «Sei stato completamente folle a desiderare il fuoco... Desideravi il fuoco, ora t'insegnerò a desiderare il fresco». Se non hai trovato la frescura dell'umiltà della santa Vergine; se questo desiderio di umiltà non si è tramutato esso pure in una febbre (è la seconda conversione) e se non vai fino all'estremo dell'amore, vedrai che la porta è chiusa e che entrare è pericoloso.

 

9. Per entrare nel Roveto ardente ci si deve rivestire di una tuta ignifuga. Come ti ho detto all'inizio, devi portarti appresso il tuo circuito di refrigerazione, di dolcezza, di allegria, di umiltà, di ingenuità e di sicurezza. In una paro­a, devi ritrovare lo spirito dell'infanzia infinita per affrontare l'intensità infinita di Dio.

 

10. Al momento di questa seconda conversione, diciamo: invece di aver fame e sete del fuoco, bisogna aver fame e sete dell'acqua, della dolcezza e dell'umiltà. Devi cercare di scomparire nella modestia, nel silenzio ed è così che entri sotto il tendone. Lo sai, al circo prima c'è la parata, fuori, per attirare gli spettatori e poi lo spettacolo, all'interno del tendone. Durante la parata sei attirato dal fuoco e dalla luce. Quando comprendi l'intensità di questo fuoco, cerchi un lasciapassare per circolare nella Casa di Dio.

 

 

11. Come dice il Cristo: «Bisogna convertirsi e ritornare bambini per entrare nel Regno di Dio». Se non sei circondato d'acqua e di umiltà, muori. Hai allora bisogno della Vergine e della Chiesa che ti danno le disposizioni di sicurezza. E tu finisci per aver fame e sete della Vergine che ti dà questa sicurezza più di quanto non te la dia la sete di Dio. Capisci ora meglio quel che dicevo all'inizio: parlare della Vergine a qualcuno che non ha la febbre di Cristo è una grande sciocchezza. È come offrire ombra a qualcuno che non ha caldo.

 

12. Se hai allo stesso tempo desiderio e paura del Cristo, puoi comprendere e accettare il rimedio che è già presente nel Vangelo: «Ecco la Madre che ti aiuterà a cambiare per tornare bambino». Confronta queste parole di Gesù nel Vangelo: Se non cambiate e non diventate come fanciulli, non entrerete nei Regno dei Cieli. È la prima parola di Gesù a Nicodemo per invitarlo a ritornare bambino. Ma Nicodemo non comprende. E il Cristo gli risponde. Non lo fa subito, perché Gesù non risponde mai alle domande  che gli sono rivolte... ma dall'alto della Croce (san Giovanni nota che Nicodemo era nei paraggi del Calvario). Gesù gli da ciò che attendeva da mesi: «Ecco tua madre nel cui seno devi entrare per trovare la porta del Regno dei cieli e ritornare bambino».

 

13. Ho cercato di spiegartelo valendomi del linguaggio simbolico del fuoco, della febbre e dell’acqua, ma non lasciarti prendere da queste immagini dicendo che non hai mai provato quel fuoco che Gesù è venuto a spargere sulla terra e l'acqua viva di cui parla il Vangelo. Non sono certo cose che si verificano sempre a quel modo, il che non ha nessuna importanza. Nella prima fase iniziale c'è la gioia di essere dei Cristo. È la fase delle consolazioni e dei fidanzamenti prima delle nozze. Non è che un piccolo inizio del tuo ingresso nel cuore della Trinità. Spesso non proverai che oscurità, tenebre, in una parola la faccia oscura del lavoro luminoso che opera in te lo Spirito Santo.

 

14. Olivier Clément descrive molto bene questa fase della vita con il linguaggio dei Padri di Oriente: «Agli inizi della vita spirituale capita che Dio si manifesti in modo evidente. Ma l'uomo, ancor poco esperto, mescola queste esperienze all'immaginazione e si prende sul serio. Ecco allora l'esodo attraverso il deserto, la “tristezza per Dio” e poi le lacrime di dolore “senza dolore”. E l'uomo riceve come grazia veramente “gratuita” la vera gioia, quella che ora può accogliere in completa umiltà e che lo ricrea radicalmente. Come il mondo fu creato partendo dalle acque originali, l'uomo è così ricreato dalle acque delle sue lacrime» (Estratto dalle Fonti, I mistici cristiani delle origini, p. 148). La preghiera delle lacrime o la santa Compunzione è sempre superiore alla preghiera di fuoco.

 

15. Muoversi nella gloria è esteriorità: per fortuna non dura in eterno! Si passa poi alle cose serie. Fino ad ora, dice lo Sposo, ti ho corteggiato cantando il mio amore, ora forse dovrei stringerti tra le mie braccia. All'inizio sentirai soprattutto l'immobilità; prima potevi contemplarmi, ora non lo puoi più. Quando si è troppo vicini a qualcuno, non si riesce più a vederlo, si desidera magari arretrare un po’, allontanarsi un po'. Se resti lontano da Dio non è più l'abbraccio, ma l'abbraccio di Dio - intendo cioè questa unione - non ha più niente del fervore e della febbre del fidanzamento. L’amore di Dio è talmente forte che invece di illuminarti, ti acceca.

 

16. Quando ti inoltri nella montagna, non vedi più la montagna. Quando un bambino è nel seno della madre, non vede la madre né il suo viso. È questo un momento molto cruciale e inevitabile  che non puoi sopportare se non in un circuito di refrigerazione. Desideri l'esplosione, ma capisci che è necessario cambiar ritmo perché l'esplosione non avvenga. La febbre scompare e in te cala un gran silenzio nel quale impari a essere umile, a entrare nell'umiltà e nella dolcezza del cuore di Maria.

 

17. Accetti allora la volontà di Dio e ti rimetti nelle sue mani. E il Cristo ti depone nelle mani e nel cuore di Maria. È la notte della fede e la notte dello Spirito. È proprio il momento nel quale entri in Dio. Fino ad allora - dice Olivier Clément - eri un po' nell'illusione. Ma non trovi più nella preghiera alcun gusto, o gusto di morte o di manna. Il che, in un certo senso, è meglio, perché questa febbre è ingannevole: non ci mostra le cose come le conosceremmo definitivamente. E questo salverà la terra dalla follia nella quale sprofonda; non sarà la saggezza, ma una follia più grande: quella di Dio.

 

18. Non riconosci in quel che sto dicendo il tuo volto, il tuo cammino faticoso? Il linguaggio simbolico delle notti rischia di travisare la realtà quotidiana, appena percettibile; lascia allora che ti dica le cose in forma più concreta e più semplice. Nella tua vita c'è stata senz'altro una prima conversione in occasione di un ritiro in un Focolare di Carità, dell'incontro con un gruppo di preghiera o un uomo di Dio, di una lettura o di una iniziazione all'orazione. Se ripensi a quell'istante, scoprirai che all'origine del cambiamento c'è l'intervento della Vergine sia esso per mezzo di un rosario o di una consacrazione a Maria o più semplicemente di un incontro con lei. Questo farà nascere in te un grande amore per la Vergine alla quale rivolgerai le tue preghiere. Dopo molti anni, a poco a poco, la sua presenza si attenuerà e Maria sembrerà svanire dalla tua vita. Un giorno, in cui avevo parlato della Vergine, mi avvicinò una donna che mi disse esattamente ciò che ho affermato più sopra. Era consapevole di aver ricevuto la prima conversione per la preghiera di Maria ma, al momento, quanto più progrediva, tanto più la presenza di Maria diventava per lei una “presenza di fede”. Mi mostrò la diecina che portava al dito e mi confermò  che pregava spesso perché quello era il solo legame che la univa a Maria. Questa discrezione di Maria è nell'ordine naturale delle cose spirituali perché la sua missione è di annullarsi totalmente per lasciare agire solo Dio. Ecco il paradosso: quanto più preghi Maria, quanto più tu le sei attaccata, tanto più ti sembra lontana, per non dire addirittura assente.

 

19. Questo amore per fede che porti a Maria, non è solo frutto della tua esperienza di preghiera, è prima di tutto frutto di una volontà del Cristo morente sulla Croce. Non v'è dubbio che nessun altro apostolo ebbe col Cristo legami più profondi di amicizia di san Giovanni, il discepolo prediletto. Pur sapendo che avrebbe inviato a Giovanni lo Spirito il quale avrebbe reso il Signore presente nel suo cuore, Gesù, prima di morire, gli ha voluto affidare sua Madre. E Giovanni ha ratificato questo desiderio di Gesù prendendo con sé Maria, accogliendola nella sua casa.

 

20. Si potrebbe meditare all'infinito su questa scena evangelica e tu dovresti farlo spesso sia per comprendere il desiderio del Cristo che per accogliere la volontà del Padre. Dovresti riuscire a vedere e a sentire il Cristo che, puntando il dito verso di te, dice a Maria: Ecco il tuo figlio!. E allo stesso tempo le parole di Gesù quando dice: Ecco tua Madre!, dovrebbero imprimersi nel tuo cuore.

 

21. Quando, durante il ritiro, Ignazio di Loyola invita i presenti a meditare il mistero dell'Annunciazione, propone di meditare l'episodio prendendo le mosse dal mistero stesso della santa Trinità prima di soffermarsi sull'avvenimento in sé e per sé. Tu dovresti adottare il suggerimento per meditare la scena di Gesù e di Maria al Calvario. Gesù ti dona a Maria al cuore della Trinità. Naturalmente è Gesù che pronuncia le parole: Ecco tua Madre! Ma Gesù non fa e non dice nulla che non veda fare e dire al Padre. È dunque dal cuore del Padre che ti viene il dono di Maria come Madre. Maria era la madre di Gesù, ciò che lui aveva di più prezioso. Ma questo bene è anche del Padre, stando alle parole stesse del Cristo al Padre: Tutto quello che è mio è tuo e tutto ciò che è tuo è

 mio. Anche lo Spirito è all'opera e glorificherà il Cristo attingendo dal suo bene per farcene parte. Tra Maria e lo Spirito Santo c'è una grande affinità molto grande e molto pura perché lei è pura trasparenza dello Spirito, è quasi - dice il Vaticano II - intrisa di Spirito Santo. Ecco, così tutta la Trinità è all'opera e ti dona a Maria perché tu vada verso di lei.

 

22. Da tutta l'eternità dunque la santa Trinità ha voluto che tu accolga in te Maria. Così come un giorno sei stato afferrato dallo sguardo del Cristo, così la parola del Cristo Ecco mia Madre deve prendere in te carne e sangue. In quel momento Maria entra nella tua vita come una persona concreta con la quale hai una relazione da figlio a madre, da madre a figlio; non cercare però di analizzare troppo a fondo il legame che hai con lei perché più progredirai, più ti attaccherai a lei, più avrai coscienza della non-evidenza di questa relazione. Un giorno o l'altro ti capiterà di chiederti se lei è ancora “qualcuno” per te.

 

23. In vita tua ti capiterà di dovere accogliere Maria come Madre, anche se questo dono ricevuto una volta per tutte, è senza remissione né ritorno. Tu però sarai certamente tentato di dimenticare questa presenza, sia che essa si nasconda nelle profondità del tuo essere, sia che sfugga alla tua presa abituale. Sta' ben attento: più Maria è presente in qualcuno, più è “invisibile”. Lo Spirito Santo dovrà allora tornare nel tuo cuore e rammentarti le parole di Gesù: Ecco tua Madre! Questo «tornare a prendere coscienza», ha la durata di un baleno, ma la tua visione del mondo e di te stesso è sovvertita dalla presenza di Maria che è là come era a Cana e tu l'hai presente nella preghiera e in tutto ciò che dici e che fai. Non solo, ma essa ridà forza e vigore al tuo corpo o ti aiuta a sopportare la prova fisica in pace, nell'abbandono al Padre e, quindi, col sorriso. Quando soffri troppo per l'assenza di Maria nella tua vita, quando ti senti abbandonato a te stesso, devi pregare e chiedere la grazia di un'altra visita di Maria: conoscerai allora la vera gioia.

 

24. Ad ogni venuta di Maria, però, devi ratificare il dono che ricevi dallo Spirito Santo rendendo grazie al Padre e a Gesù. Sta' ben attento a non compiacerti di questa grazia al punto da dimenticare di andare a fondo del dono ricevuto. Ogni qualvolta Maria ti fa visita, lo Spirito Santo ti invita a riceverla, a prenderla con te come san Giovanni alla morte di Gesù. Prendere Maria con te significa consacrarti o offrirti a lei con le parole di Grignion de Montfort, di Massimiliano Kolbe o di Giovanni Paolo Il nell'enciclica Redemptoris Mater. È il desiderio di offrire a Maria il tuo cuore, il tuo corpo, il tuo spirito, tutto il tuo essere in modo tale che tu preghi, parli, pensi, agisci con lei e in lei. In poche parole, tu la fai stabilire in te dandole le chiavi della tua dimora.

 

25. Consacrarsi a Maria, è imitarne l'atteggiamento di abbandono alla volontà del Padre, dal momento in cui all'Annunciazione pronuncerà le parole: Sia fatto di me secondo la sua volontà. Ho già avuto modo di spiegare che Maria si era affidata totalmente alla volontà del Padre perché era in permanente stato di supplica. Chi supplica Dio ininterrottamente si affida a Dio ininterrottamente. Prima di accettare quel che le veniva dalla parola del Padre, Maria aveva sentito dire dalla bocca dell'angelo che niente è impossibile a Dio e che bastava supplicarlo per ottenere ciò che è impossibile realizzare con le proprie forze. Maria sapeva bene che obbedire in ogni istante al Padre era supplicarlo in ogni istante di volerle concedere questa grazia.

 

26. Lo stesso dicasi per te. Non puoi accogliere in te Maria e consacrarti interamente, con lei, alla volontà del Padre senza sperimentare che è impossibile: da qui il sorgere del desiderio innato, che in seguito si trasformerà in abitudine, di pregare senza sosta, tanto nella gioia che nella prova e nella difficoltà. Se sarai nel bisogno, ma anche nella felicità, la invocherai e ti accorgerai subito che è venuta in tuo aiuto proprio come recitano le parole della Supplica: «Non si è mai sentito dire che qualcuno abbia fatto ricorso alla vostra protezione, implorato la vostra assistenza o reclamato la vostra intercessione e sia stato abbandonato da voi». Maria non abbandona mai chi si rivolge a lei e la prega. La preghiera incessante, dunque, consigliata da Gesù nel Vangelo, non è una qualunque attività spirituale, ma è intimamente legata al desiderio di fare la volontà di Dio: è una questione di vita o di morte. Senza la preghiera non c'è umiltà, castità, povertà, né spirito d'infanzia. Se preghi, terrai duro nella prova e nella tentazione, ma se non perseveri nella preghiera, non saprai essere fedele al Padre e alla sua volontà.

 

27. Se ti lasci prendere così completamente dalla preghiera a Maria recitando il rosario o l'orazione o invocandola, arriverai a chiederti se non trascorri troppo tempo a pregare la Vergine. Io lo chiamo lo schema della ripartizione. Bisogna saper dare a ogni cosa il tempo dovuto: se preghi un momento Maria, dopo pregherai il Signore Gesù e il Padre. Bisogna saper dividere bene il tempo in modo da mettere un limite allo spazio dedicato a Maria, come se dovessi gestire al meglio il tuo budget-tempo per non dedicarle “troppo tempo”. È questo lo schema della divisione che spesso spinge gli uomini di preghiera a porsi delle domande. In pratica, però, è un falso problema che non può essere esaminato in termini di tempo ma nella globalità della tua vita di preghiera.

 

28. Col passar del tempo, comprenderai l'unità della via mariana: non esistono due tempi, un tempo per pregare Maria e uno per pregare il Signore. Nella tua vita di preghiera non ci sono due atti separati, cioè una preghiera a Maria e poi una preghiera alla Trinità. La vita mariana è caratterizzata dall'unità: c'è un solo atto e un solo tempo. Quando conoscerai più intimamente la Vergine, vedrai che essa non si appartiene per niente: tutto il posto, in lei, è occupato da Dio perché lei si rapporta totalmente ai Tre. Grignion de Montfort dice: «Quando invochi Maria, lei risponde: Dio».

 

29. Devi quindi liberarti dal timore di dare nella tua preghiera troppo spazio a Maria per il fatto stesso di rinunciare all'illusione di dominare la tua vita spirituale, in virtù della quale farai la tua ripartizione. L'unità della vita mariana significa che se tu vivi in Maria, trovi in lei Dio. Se preghi Maria, trovi in lei Dio, se ascolti Maria, ascolti in lei la parola di Dio non dopo, non altrove, ma al momento stesso, nell'atto stesso. Quante volte quelli che cercano di fare orazione mi hanno fatto questa confidenza! Arrivano alla preghiera e cercano di mettere assieme i vari pezzi del puzzle del loro spirito per essere attenti alla presenza di Dio in loro. Per gran parte del tempo non ci arrivano o ci arrivano a fatica. Ma quando hanno l'umiltà di prendere in mano il rosario e cominciare l'orazione sgranando le Ave Maria, si trovano all'improvviso nell'orazione senza accorgersene.

 

30. Poco importa che tu trovi Dio in Maria o che trovi Maria in Dio, sei comunque lambito dalla stessa atmosfera trinitaria sia all'interno che all'esterno. Invece di chiederti come pregherai, di sapere come dividere le intenzioni della tua preghiera personale, puoi correre il rischio di perderti in Maria. Maria stessa guiderà il tuo pregare, a patto che tu accetti di perderti. Che cosa ti può conferire l'audacia di perderti in Maria? Il comprendere che, nel mistero di Dio, Maria non fa da schermo ma è, al contrario, la dimora dell'incontro con Dio. Lei è il nembo luminoso dell'Esodo nel quale Dio si fa conoscere da te, lei è come la Tenda dell'incontro nella quale Dio si manifesta a Mosè, lei è come la nube leggera che avvolge Gesù nel mistero della Trasfigurazione. Tu trovi Dio in Maria perché lei è il luogo spirituale dell'incontro. Tu trovi Maria in Dio perché Dio è l'unificatore e quindi ti pone in relazione con tutti coloro che oggi vivono della sua vita e dunque per eccellenza, con Maria. È  fondamentalmente una questione di esperienza che sfugge alla maggior parte di quelli che pregano Maria senza arrivare al termine ultimo della loro preghiera.

 

31. Parlare di Dio in Maria e di Maria in Dio, significa senza scampo evocare il mistero della sua preghiera. A parte il Magnificat e il fatto che Luca ben due volte ripete che Maria serbava in cuore tutti gli avvenimenti e li meditava, restano le parole di Maria a Cana: Fate tutto ciò che vi dirà, ma il Vangelo è discreto, tace a proposito della preghiera di Maria. Come tutti coloro che si sono completamente dati a Dio, immersi nello Spirito, e non sono più consapevoli di pregare, Maria probabilmente pregava ininterrottamente, ma non lo sapeva. È molto importante soffermarsi sulla preghiera di Maria perché quando ci si rivolge a lei, pregandola, si entra proprio in questa preghiera. Maria continua ancor oggi, nella gloria, a pregare perché questa è l'unica missione affidatale.

 

32. Negli Atti tuttavia si fa chiaramente menzione alla preghiera di Maria nella sala superiore del Cenacolo, al ritorno dai Monte degli Ulivi. Si legge intatti: Tutti questi perseveravano uniti nella preghiera, con alcune donne e con Maria, madre di Gesù e i parenti di lui (At 1, 14). Queste parole eserciteranno sempre una grande attrazione sugli uomini che vogliono pregare, i quali contempleranno in Maria il prototipo per eccellenza dell'orante, quella che i Padri definiranno la Supplice Onnipossente; essi però vedranno anche in lei il cammino verso la preghiera continua. Come dice Giovanni Paolo II: «La Chiesa da sempre ha dimora nel Cenacolo la cui missione è di restare assiduo nella preghiera». Ecco perché la Chiesa invita tutti i cristiani, dall'Ascensione alla Pentecoste, a intensificare le loro preghiere nella novena dello Spirito Santo.

 

33. Nel Cenacolo, oggetto della preghiera di Maria è certamente la discesa dello Spirito sugli apostoli e sulla Chiesa. Tutti aspettano in preghiera di essere investiti da una forza venuta dall'Alto. Ma la preghiera della Vergine corrisponde esattamente alle parole che Luca ripete due volte, già da noi citate: Quanto a Maria, essa serbava in cuore tutte quelle parole per meditarle. Aspettava il giorno in cui le sarebbe stato svelato il senso profondo della vita del figlio. Maria, quando viveva con Gesù, era testimone degli avvenimenti della sua vita dall'Annunciazione e la nascita. In seguito lo ha sentito predicare, ha assistito ai suoi miracoli e, infine, l'ha visto inchiodato sulla croce. Luca dice che Maria non ha sempre compreso ciò che accadeva al Figlio, ma che ha sempre vissuto tutti gli avvenimenti nell'obbedienza della fede. Essa afferra il senso degli episodi della vita di Gesù nel momento in cui riceve il dono dello Spirito Santo nel mistero della Pasqua, che abbraccia sia Gesù che esula lo spirito sulla croce che la discesa dello Spirito a Pentecoste. Maria conservava questi avvenimenti nel cuore e li rimuginava in attesa del giorno stabilito, quello, senza dubbio, del dono dello Spirito alla Pentecoste. Comprende allora che la potenza dello Spirito che ha resuscitato Gesù dai morti è la stessa che era discesa su di lei all'Annunciazione, e suscitato nel suo corpo verginale il corpo di Gesù. Non solo, ma lo Spirito le fa “rileggere” tutta la sua vita e gli straordinari avvenimenti che l'hanno segnata, come opera di Dio. Perché in lei si facesse piena luce sia sul mistero del Figlio Gesù che sul suo stesso mistero, era necessario che le fosse dato il dono dello Spirito Santo. Ed ancora lo Spirito Santo pregava in Maria mettendole sulle Labbra le parole del Magnificat con le quali rende grazie a Dio per tutte le meraviglie compiute in lei. È sempre lo Spirito che le fa esclamare Gesù è Signore! e Abbà! Padre!

 

34. Maria era una povera donna, semplice, non aveva certo coscienza di essere il punto focale della Storia della salvezza. Nel Cenacolo richiamerà dalla memoria del cuore tutti gli avvenimenti della sua vita e quelli del Figlio: l'Annunciazione, la Visitazione, la nascita di Gesù, gli episodi della sua vita pubblica e soprattutto quelli della grande settimana che va dal Cenacolo al Calvario. Essa è ancora tramortita dai fatti della Resurrezione. Nessun evangelista racconta di una apparizione di Gesù a Maria, ma «bisogna essere intelligenti e comprendere», dice sant'Ignazio, che era ovvio: la Vergine non aveva nessun bisogno di vederlo con gli occhi della carne, lei che aveva creduto in lui profondamente con gli occhi della fede e del cuore. A lei, più che a chiunque altro, si addicevano le parole rivolte da Gesù a Tommaso dopo la Resurrezione: beati quelli che avranno creduto senza vedere! Maria tra l'altro aveva sicuramente accompagnato gli apostoli sul Monte degli Ulivi dove Gesù si sarebbe ricongiunto al Padre perché l'autore degli Atti nota che essa ridiscese con gli Apostoli, i parenti di Gesù e alcune donne, alla sala superiore del Cenacolo. Da lì comincia il suo grande ritiro nel corso del quale rievoca nel cuore di preghiera tutti gli avvenimenti della vita di Gesù.

 

35. Oserei dire che la Vergine Maria, sotto l’azione dello Spirito Santo, è riandata a tutti gli avvenimenti della vita di Gesù e a tutto ciò che le era capitato, un po' come si sgrana un rosario di ricordi attualizzandoli e rendendoli presenti con l'amore e l'amicizia: invece, però, di vederli come eventi materiali bruti e incomprensibili, Maria li ha contemplati sgranandoli lungo il filo d'oro della parola di Dio che conferiva loro un senso in accordo con le Scritture; ha compreso allora che, per entrare nella gloria il Messia doveva soffrire. A Nazareth lei aveva partorito Gesù nella sua carne per opera dello Spirito Santo: a quel punto doveva partorirlo nel suo cuore ad opera della fede, sotto l’azione dello stesso Spirito che l'aveva avvolta con la sua ombra all'Annunciazione. Eletta così anche Madre della Chiesa, la sua missione principale diventava intercedere per lei.

 

36. La tua preghiera a Maria seguirà lo stesso percorso, se hai deciso di investirti totalmente in una preghiera materiale. Sta' bene attento però: al centro della tua orazione sarà sempre il Cristo nel tuo cuore: Non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me (Gal 2, 19). Come Maria lascerai rivivere in te il Cristo riandando con la memoria del cuore ai misteri della sua vita. Questo è, anche, il senso del rosario. Può darsi però (a me capita spesso!) che tu sia attirato soprattutto dalla seconda parte dell'Ave Maria, che è supplica: «Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell'ora della nostra morte». Non temere dunque di lasciarti andare all'inclinazione del tuo cuore là dove si unifica la tua preghiera: è lo Spirito Santo che geme e intercede in te e ti trasforma in preghiera vivente, come Maria nella sua gloria.

 

37. Ora che hai scelto di unirti al Cristo vivente in Maria, devi scegliere anche un punto di partenza perché l'inizio è la cosa più importante. Nella vita di Gesù e di Maria il punto di partenza è senza dubbio l'Annunciazione. In quel momento Gesù è già un uomo come te, è un uomo tra noi uomini, anche se ancora in germe. Teresa di Gesù Bambino amava il mistero dell'Annunciazione; diceva - ben a ragione! - che in quel giorno Gesù era stato il più piccolo. Papa Giovanni Paolo II dice che «il cristiano è un uomo dell'Annunciazione e l'Annunciazione è la sintesi di tutti i misteri cristiani» (Annecy, 7 ott. 1986). Tutta la vita cristiana si dipana nel mistero dell'Annunciazione come luogo spirituale, cioè penetrando nel mistero di Maria e vivendo in lei.

 

38. Lo Spirito che ha formato il corpo di Gesù nel seno di Maria è lo stesso che ti rende figlio di Dio, ti conferisce un'identità precisa, così come realizza l'Eucarestia. In tal senso tu sei originato nel seno materno della Trinità, ma poiché Gesù ha preso corpo tra noi accettando di nascere e di crescere nel seno di Maria dal primo istante della concezione, la tua crescita cristiana consisterà nell'accettare di avere dimora in Maria come il bambino prima della nascita. Non che lei ti dia la vita divina, perché l’adozione filiale è opera dello Spirito Santo, ma accoglie questa vita con te e la fa crescere nello spazio che è in lei, vitale e materno. San Bernardo aveva avuto questa intuizione: la vita cristiana è una vita nel cuore di Maria. Sant’Alberto Magno dirà che Dio Padre non cessa di comunicare la sua Parola, di darle forma in te per opera dello Spirito Santo, ma sempre nel seno di Maria. Grignion de Montfort dirà che dobbiamo prendere forma in Maria, cioè all'interno del cuore di Maria.

 

39. Tutta la tua esistenza cristiana consisterà nel lasciare che il Cristo prenda forma e cresca in te, perché tu possa raggiungere la statura dell’uomo perfetto. Affinché questa crescita possa aver luogo in te armoniosamente, avrai bisogno dell'opera materna di Maria, della sua stessa disposizione di spirito al momento dell'Annunciazione. La sua presenza discreta ti aiuterà a superare tutte le tappe. Lei ti insegnerà la sua fede vivente. La fede di Maria all'Annunciazione è adesione totale alla parola e al pensiero di Dio, al di là delle sue “evidenze”, anche se lei forse non comprende. Maria non fa che adeguarsi alla semplicità di Dio, aderisce semplicemente alla Parola, senza discutere. Altra caratteristica della fede di Maria è l'abbandono, la fiducia totale che comprende il dono della vita: Sono l'ancella del Signore. Si faccia di me secondo la tua Parola. E non manca mai l'invito alla gioia che è nel suo cuore dal momento in cui l'angelo le dice: Rallegrati, Maria, piena di grazia.

 

40. Ti sarebbe difficile ripercorrere tutte le tappe della vita cristiana, ma non dolertene: con lo Spirito Santo che opera in Maria, sei in buone mani. Ho voluto insistere soprattutto sulle disposizioni spirituali di Maria al momento dell'Annunciazione, che debbono essere pure le tue: la fede impregnata di semplicità, di abbandono, di umiltà, di obbedienza e di gioia. Quanto al cammino, non dipende da te conoscerne i tempi e i momenti. Tu devi vivere nell'istante presente. Vivere nel cuore di Maria. Sta allo Spirito Santo concederti di partecipare alle disposizioni spirituali del suo cuore. È questo il richiamo spirituale che esige più impegno perché è il richiamo al distacco e alla purificazione.

 

41. Maria ha nella tua vita spirituale un ruolo di madre. Essa ti insegnerà ad entrare in relazione col Padre. Nell'orazione tu guarderai al Padre del cielo con gli occhi di Maria e ne sentirai le parole nelle orecchie. Che dire allora del tuo rapporto con Gesù, dal momento che egli nasce, cresce e vive in te? Gesù è tutto rivolto con lo sguardo al Padre, tutto adorazione e rendimento di grazie; vivendo in te, ti trascinerà nel suo cammino di Figlio del Padre. Se ti lasci attirare in Maria, lo Spirito Santo ti concederà di partecipare a questo moto di Gesù. Darà forma in te a un'umanità filiale che ti attirerà verso il Padre. Ecco

perché, in forma privilegiata, nel tuo accogliere lo Spirito Santo, Maria ti farà scoprire soprattutto il Padre. È il moto stesso di Gesù che rivela suo Padre. Sia Grignion de Montfort che san Bernardo insistono moltissimo nel collegare l'operato di Maria al Padre: è l'influenza di Maria su di te. Il ruolo del Padre è specificamente quello dell'origine. Quando sei bambino, sei più vicino al dono del Padre che ha cominciato col darti il germe della vita.

 

42. Se accogli in te Maria, lei sarà per te una madre sempre disponibile, molto delicata e nel contempo molto esigente, pronta a consigliarti e a guidarti in ogni istante. Maria eserciterà la sua azione soprattutto nella “guida” spirituale perché la sua missione è quella di favorire in te la crescita del Cristo. Essa ti dispone ad accogliere le ispirazioni e le mozioni dello Spirito Santo. Mozione è di norma l'impulso che lo Spirito dà alla nostra capacità di agire o di sentire. Sullo sfondo che abbiamo tracciato, essa è piuttosto una luce sulla tua intelligenza della fede e il servizio dei tuoi fratelli. Le ispirazioni si riducono tutte a delle parole ma non è detto che esse passino sempre per il linguaggio parlato. Naturalmente la condotta interiore della Vergine Maria può manifestarsi in forma implicita come attrazione del cuore o per vie ordinarie, cioè le richieste dei fratelli o i compiti che devi assolvere.

 

43. Un grande spirituale, Jean Claude Sagne, che conosce a fondo le comunità di Rinascita perché ha collaborato alla nascita del Nuovo Cammino, si spinge oltre e scrive: «Ai nostri giorni capita a più di una persona di ricevere in fondo al cuore consigli espliciti della Vergine Maria in forma di parole interiori. Non bisogna temere che si tratti di illusioni e presumere che quei consigli siano privilegio di chi è più docile allo Spirito Santo. Maria è la Madre dei poveri. Non esita ad entrare soprattutto nella vita di chi si trova in gravi difficoltà morali e spirituali, purché nei loro cuori sia aperta la porta di una fiducia infantile. Ciò che comunque permette di riconoscere i consigli di Maria è l'orientamento costante che li caratterizza. Si tratta di passare con discrezione, progressivamente, dall'obbedienza a Gesù (Fate ciò che egli vi dirà, Gv 2, 5), all'obbedienza ai superiori, all'umiltà, alla delicatezza della carità fraterna più quotidiana e concreta. Maria ti invita a semplificare la vita e restare nella gloria del Magnificat. Maria, la credente, ti attira verso la fede pura. Custode del cuore, essa attira verso la purezza dell'amore, conferisce significato al mistero della santità della Chiesa nei suoi sacramenti e nei suoi ministeri».

 

44. Come pregare Maria? Ho già parlato del rosario ma, prima di concludere, voglio tornare sull'argomento. Il rosario corrisponde a ciò che in oriente è la preghiera di Gesù, cioè il mezzo povero per calarti nella preghiera incessante. L'intuizione del rosario sta nel rivivere con Maria tutti gli episodi del Vangelo. Tu accogli le parole di Dio, il Verbo incarnato in Maria, con gli occhi, col cuore, con le orecchie e con tutti i sensi del cuore della Vergine. Questa esperienza corrisponde all'unità della vita mariana e si estrinseca nel rosario stesso. L'umile recita del rosario conduce qualcuno fino alla preghiera del cuore e all'orazione del semplice sguardo come la preghiera di Gesù. Ma per chi vive nella preghiera continua, il rosario non è solo una preparazione al silenzio e all'orazione.

 

45. Il rosario può diventare il tempo del silenzio, dell'orazione e dell'ascolto della parola di Dio. È un'esperienza da vivere. Se sei fedele alla preghiera del rosario, lo Spirito Santo può concederti un'esperienza semplice, grazie alla quale, nel momento in cui preghi Maria invocandola con le preghiere che ti escono dalle labbra, parole che le orecchie percepiscono appena, in quello stesso momento, nell'atto stesso, nel fondo del tuo io, ti è data la parola di Dio. La parola verbale mantiene desta, per quel tanto che basta, la tua attenzione su Dio e il tuo cuore nel silenzio della preghiera. Il rosario stesso e al contempo la recita della preghiera vocale, si trasformano in un silenzio che ti introduce nel silenzio di Maria per il fatto stesso che le parli. È un'esperienza su un doppio livello: mentre con l'intelligenza e le labbra mormori le parole di Maria, in un altro - e più profondo punto di te stesso si la sentire la parola di Dio; il rosario ti consente di sperimentare l'unità della vita mariana. Per ascoltare la parola di Dio in Maria basta che tu ti lasci attrarre dal suo silenzio di modo che lei possa parlare al tuo cuore.

 

46. Se fai esperienza della preghiera di semplicità: il rosario, la preghiera del cuore della Chiesa d'Oriente, la “preghiera di Gesù”, la preghiera litanica, imparerai a conoscere la parte più profonda del tuo essere. Nella misura in cui il tuo spirito è abbastanza occupato nel ripetere le parole dei Vangelo o dei salmi, tu sei libero nei confronti del tuo spirito, tu sei placato da un lavoro minimo della tua intelligenza e per questo stesso fatto sei portato a penetrare in te stesso. Guidato dallo Spirito Santo, esplori il tuo intimo più profondo: l'uomo interiore, il luogo della presenza di Dio in te. Lo Spirito Santo allora ti fa scoprire l'ambito in cui di Maria agisce e nel quale fa dimorare le altre Persone divine, con lui, in te. In breve, è il cuore, inteso in senso biblico, il luogo in cui Dio abita in te, il fondo della tua anima. Nel linguaggio della Scuola francese, è l'apice dello Spirito.

 

47. Caratteristica dell'esperienza della preghiera di semplicità a Maria, è il farti scoprire nell’unione stessa con la Vergine quella profondità nella quale sei abitato da Dio. Là dimora la parola di Dio in te prima ancora che tu possa sentirla perché la parola di Dio è anteriore a te più di quanto tu non lo sia a te stesso. Caratteristica della preghiera di semplicità è però anche l'unirti nel profondo del tuo essere alla Parola vivente di Dio, Gesù nel tuo profondo, quella parola grazie alla quale vivi e parli. Ecco che cosa scopri in Maria. Afferralo bene, tu che sei tentato di andare a cercare le soluzioni ai tuoi quesiti nell'ambito delle scienze umane: solo l'esperienza della preghiera ti può rivelare il profondo del tuo essere che sfugge di norma alla tua conoscenza, anche al termine di un lavoro di rimemorizzazione. Solo lo Spirito Santo può rivelarti il tuo stesso mistero, cioè il tuo cuore come luogo in cui dimora la parola di Dio.

 

48. Quando contempli Maria, vedi che è la donna perfetta, quella che più si è avvicinata a ciò che Dio ha voluto da lei, quella che, quindi, è riuscita in pieno nella vita. E in questa meravigliosa riuscita ha realizzato in tutto e per tutto la sua vocazione e scoperto il nome che le spetta. Anche tu hai una vocazione e un nome che fanno la tua gioia in terra. Se ti affidi alla Vergine e la preghi intensamente, lei ti farà scoprire un giorno dopo l'altro il tuo vero volto e allora conoscerai la vera felicità. Quando il Padre ti chiamerà, non avrai allora nessuna difficoltà a riconoscere il tuo nome.

 

49. L'ultima parola che vorrei dirti a proposito di Maria, è quasi una forma di provocazione: «Non pregherai mai bene la Vergine se prima non l'avrai vista!». Queste parole riecheggiano quelle che Robert de Langeac diceva a proposito dell'adorazione del Santissimo Sacramento: «Non si prega bene che nell'estasi». Quando sapeva che era esposto il Santissimo Sacramento, era come affascinato, magnetizzato dall'Eucarestia e abbandonava tutte le occupazioni per recarsi in cappella. Quell'uomo di preghiera, neanche per un istante, pensò mai che si trattasse di fenomeni straordinari, ma piuttosto che l'orante era uscito dalla sua persona (ek-stasis) per essere nel Cristo. Lo stesso vale per ciò che ho detto su Maria: non si tratta di vederla con gli occhi del corpo, né si tratta di una visione intellettuale o immaginaria. Di che si tratta, allora?

 

50. Per cercare di fartelo capire prenderò una testimonianza dalla vita di Padre Vayssière, op., un eremita al Santo Balsamo che aveva consacrato tutta la vita alla Vergine. Un giorno, durante una passeggiata parlava di Maria con un suo amico e, senza accorgersene - ne fu in seguito molto turbato - gli fece questa confidenza: «Non so che cosa mi è capitato, ma la santa Vergine è sempre con me». E, per non rivelare ciò che aveva nel cuore, si affrettò ad aggiungere: «Ma non si può chiedere a tutti di avere fiducia e devozione totale alla Vergine, perché è una grazia che viene direttamente dallo Spirito Santo». Vedere la Vergine non è vederla con gli occhi della carne - verrebbe infatti da chiedersi se non si è stati vittime di un'illusione e poi un giorno la visione finirebbe - ma è fare l'esperienza della sua presenza al nostro fianco o magari in noi, prima in forma intermittente, poi in modo permanente. Rileggi il par. 45 e vi troverai questa intuizione, ma invece di fare l'esperienza del silenzio e dell'orazione recitando il rosario, sentirai la presenza di Maria. Quando comincerai a dire il rosario e qualche volta magari quando meno te lo aspetti, lei sarà vicino a te e, pronunciando le parole dell'Ave Maria, in fondo al tuo cuore o in cielo, converserai con lei degli avvenimenti della tua vita. Dopo anni di esperienza, io credo che questo significhi proprio «vedere la santa Vergine».

 

 

 

 

 

DESIDERIO

 

È di capitale importanza, per quel che concerne la santità o l'orazione, desiderare di raggiungere lo scopo, anche se lo neghiamo ostinatamente. Per chiarire il concetto, prenderò ad esempio una camminata. Io vi propongo di percorrere diecimila chilometri e voi non siete capaci di percorrere più di cento metri. Sia chiaro che i cento metri che percorrerete hanno un valore solo se in voi c'è un desiderio reale di farne diecimila. Non è certo qualcosa di molto concreto, specie per dei realisti come noi, ma sul piano spirituale le cose sono diverse.

 

2. Bisogna quindi desiderare sempre l'orazione, anche se non la si realizza poi perfettamente. Sarai giudicato in base ai desideri. Chi ha operato bene ma non ha il desiderio dell'impossibile, resta ai margini. Sarai giudicato in base al tuo desiderio dell'impossibile. Se non desideri l'impossibile, non desideri Dio, perché

Dio è l'impossibile. Nel Vangelo è scritto: Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio.

 

3. Potremmo dire con Péguy, facendo parlare Dio: «Chiedendoti di desiderarmi, ti chiedo di

desiderare l'impossibile. Se non desideri l'impossibile ti indurirai. Sarai contento di te e non potrai vivere nella costante angoscia di desiderare l'impossibile. Applica questo all'orazione e vedrai che ciò che ti dico è assolutamente consolante perché basta desiderare, il che però è anche molto gravoso perché desiderare il cielo ti sfiancherà. Sappi semplicemente che, se lo supplichi, lo Spirito Santo renderà efficace il tuo desiderio di orazione».

 

4. Teresa di Lisieux diceva che all'orazione i desideri la assalivano, le facevano patire un vero e proprio martirio» e questo non meraviglia dato che il fuoco dello spirito alimentava tutti i suoi desideri e li rendeva efficaci. Lo stesso è per te: se lo Spirito mette nel tuo cuore un gran desiderio di orazione, sappi che vuole realizzarsi in te, perché Dio non fa sperare o desiderare nulla che non abbia intenzione di darti.

 

5. Se provi un vero desiderio di orazione e di preghiera incessante, queste grazie ti verranno certamente concesse perché un desiderio sincero è sempre esaudito anche se in esso è insita - com'è inevitabile per ogni desiderio - una parte di sogno e d'immaginazione. Un giorno la parte di sogno svanirà e il tuo desiderio verrà esaudito. Ma, allora, come verificare l'autenticità di un desiderio? Lo verificherai se esso dura e persevera nella preghiera umile e fiduciosa.

 

6. Non sarai mai un uomo dal desiderio abbastanza grande!

 

7. Se desideri la preghiera e non smetti di desiderare che essa inondi tutta la tua vita come un maremoto, sappi che lo Spirito Santo è all'opera nel tuo cuore. È lui che ti fa desiderare la preghiera e desiderarla è già averla. San Giovanni della Croce dice che Dio non ci fa desiderare nulla che non voglia donarci. E il segno del tuo desiderio è che tu non smetti mai

 di chiedere questo dono della preghiera.

 

8. Per quanto attiene alla preghiera, è tuo interesse frequentare i teologi, in particolare san Tommaso, laddove parlano della fede. Tra preghiera e fede c'è un rapporto: il che ti spiegherà molte cose e ti consolerà di molte miserie. San Tommaso dice che la fede è una certezza, una convinzione riguardo a cose che non appaiono concretamente (Fides est argumentum non apparentium) e si dilunga molto su questo doppio movimento della fede, ma io te ne faccio grazia. L'essenziale è capire che in materia di fede la certezza è tanto più grande quanto più è debole l'evidenza. Quanto meno vedi, tanto più la tua certezza è radicata e la tua fede ingrandita. La fede è fatta per contemplare ciò che non vedi.

 

9. Ne discende per la tua vita di fede una conseguenza. Quanto più progredisci nella fede, tanto più il nutrimento che Dio ti dà è solido e tante più tenebre devi divorare perché le tenebre sono essenziali per la fede, sono alimento stesso della fede. È quella “santa mezzanotte della fede” di cui parla Giovanni della Croce. Dio sa meglio di te quando ti invita ad entrare nelle tenebre, sa che sei in grado di affrontarle e sa che là vi è un valido supporto. In cielo, la luce di cui splenderai sarà proporzionata alla fede che avrai avuto quaggiù perché la carità cresce assieme alla fede.

 

10. Questo per la fede! Lo stesso però si può dire per la preghiera. San Tommaso ci presenta la preghiera come un agente universale (mi si perdoni questa espressione barbara!) che ha un'influenza e un'azione misteriose sulla condotta del mondo, ma tu non le vedi. Per la preghiera, è lo stesso. Tu sai che occupa un posto immenso nel mondo e che è uno dei percorsi essenziali. La grande verità è che l'influenza della preghiera è una cosa certa ma misteriosa. Sei sicuro che essa trasforma il mondo, ma non la vedi. Fa' bene attenzione perché sei ad un punto cruciale della tua vita di preghiera.

 

11. Ti trovi di fronte alle due caratteristiche peculiari della fede: certezza e mancanza di evidenza, oscurità profonda. Chi prega lavora più di chiunque altro, siine certo, ma quello che fa, tu non lo vedi. E lo vedi sempre meno, man mano che il suo lavoro si amplia e si approfondisce. Ed ecco la caratteristica che conferisce autenticità alla tua vita di preghiera. L'uomo che prega è sempre certo - e questa certezza va continuamente aumentando in lui

- che fa per il mondo, la Chiesa, gli amici, qualcosa di più importante di ciò che nasce da qualunque altro tipo di attività. La sua certezza cresce lassù e si va radicando in lui sempre

più, mentre egli sa sempre meno dove va la sua preghiera, che cosa diventa, che cosa ne fa

Dio.

 

12. Dio sa che agli inizi della tua vita di preghiera tu non hai ancora abbastanza sicurezza per sopportare un mistero troppo profondo. Si degna di facilitarti le cose e lasciarti un po' di luce. Man mano però che procedi, tutto diventa sempre più misterioso. Sei sicuro di fare qualcosa di immenso, ma invece di conoscere sempre più a fondo la faccenda, essa ti sfugge, sprofondata nelle tenebre, e questo affinché la tua preghiera acquisti più merito ed efficacia.

 

13. Vedi dunque a che punto la teologia della preghiera ricalca quella della fede. Tutta la vita del giusto, e soprattutto quell'atto essenziale che è la preghiera, deve scaturire dalla fede, come sua fonte e sua radice. La tua preghiera deve rivestirsi delle condizioni essenziali della fede. Quanto più progredirai nella preghiera e nell'opera di Dio, tanto più le tenebre diventeranno spesse e pesanti. Tu devi rallegrartene e accettarle perché Dio trova che sei abbastanza maturo per sopportare il suo silenzio.

 

14. Ho creduto a lungo che la preghiera dissipasse le tenebre della fede, ma ora capisco che invece le accresce e ci conduce in una tenebra luminosa. Ho creduto anche che, col progredire nella vita di preghiera, l'avrei trovata più facile e agevole, ma ancora una volta ho dovuto ricredermi. Ora capisco un po' meglio la miseria e la grandezza della mia preghiera, una specie di moto dialettico che sfiora il paradosso.

Più preghi e più penetri nelle tenebre della non-evidenza. Non sai pregare; anzi, in certi

momenti, non hai più voglia di farlo e soprattutto hai l'impressione - dico proprio l'impressione di perdere il tuo tempo perché non sai dove vada a finire la tua preghiera e chi ne tragga vantaggio. Al tempo stesso, con la stessa intensità, hai voglia di pregare sempre perché intuisci che quella è la vera vita e non c'è nulla che tu possa fare di più utile per il mondo degli uomini. Quanto più progredisci nella preghiera, tanto più hai l'impressione di fallire miseramente e più preghi e hai fiducia nella preghiera. Ecco dunque il paradosso: tu sei un uomo di preghiera e non lo sai perché la tua preghiera è nascosta ai tuoi stessi occhi... In ciò consiste la miseria e la grandezza della preghiera.

 

15. Sappi pure che questa legge di certezza e di non evidenza ha delle ripercussioni concrete nella vita di preghiera. Infatti lo Spirito Santo non ti darà tregua e ti pungolerà in modo lancinante soprattutto nei momenti in cui perdi tempo, per incitarti a pregare... E quando sarai in preghiera, persino nei momenti migliori in cui il Padre ti si rivelerà, avrai la tentazione di fuggire o di abbreviare la tua orazione. Non tentare di sfuggire a questa tensione perché è quella che ti spinge in avanti e non ti darà pace fino al momento in cui sarai passato totalmente nella preghiera. Un giovane medico interno un giorno mi ha raccontato che, dopo mesi e mesi, aveva sentito un richiamo alla preghiera e, prevedendo che questo fatto l'avrebbe portato dove non voleva andare, cercava ogni scusa per non cominciare. Una sera che era di turno all'ospedale e cercava dei pretesti per sfuggire alla preghiera, ha udito delle parole che suonavano più o meno così: «Se non preghi, qualcosa si romperà tra di noi». Fu quello il punto di partenza di una vita di preghiera efficace che portò quel medico al sacerdozio.

 

16. C'è in te una tensione dolorosa fra l'attrazione verso la preghiera e una specie di rigetto che ti fa trovare tutte le scuse per evitarla. Sei un po’ simile al cane di Pavlov che è attirato dal cibo, ma nel momento in cui s'avvicina per prenderlo riceve un colpo di bastone sul muso

che gli provoca in tutto il corpo una reazione prossima alla nevrosi. Nel momento in cui tu ti avvicini a Dio nella preghiera, tutto il tuo essere si ribella e occorreranno parecchi anni perché tu sia completamente “naturalizzato” nei confronti dell'orazione. Le cose stanno così e tu non puoi farci niente. Non sei padrone di te stesso come non sei padrone dell'universo! Invece di batterti invano a livello dei sintomi, risali alla causa di questa sofferenza e chiedi al Padre di avere pietà di te e di darti la grazia della preghiera.

 

 

ORAZIONE

 

Non confondere la preghiera con l'orazione. L'orazione non è né una preghiera, né una meditazione, né una lectio divina, né una lettura spirituale, né l'ufficio divino, né l'Eucaristia, né la preghiera di Gesù, né il rosario, benché l'orazione possa impregnare tutte queste forme di preghiera, come l’olio lubrifica un cuscinetto a sfere o una leggera musica fa da sottofondo a una lettura o a una conversazione. Se però queste forme di preghiera impregnano tutte queste realtà, esse non si identificano con l'orazione. Che cosa è, allora, l'orazione?

 

2. L’orazione è come l'ambrosia che inebriava gli dei. È meglio gustarla che definirla, perché il giorno in cui ti sarà dato il dono dell'orazione, dirai: «Ma non ha nulla a che fare con quel ho letto nei libri!». Non ti resta allora che chiedere al Padre la grazia dell'orazione che non viene mai rifiutata, soprattutto a chi la chiede con umiltà, fiducia e perseveranza.

 

3. L'orazione è un presagio di cielo nella tua anima. - 4. Nell'orazione vedi i cieli squarciarsi e Gesù seduto alla destra del Padre che intercede per tutti gli uomini.

 

5. Se decidi di dedicare la vita all'orazione per una vocazione speciale o perché hai sentito il richiamo di Gesù, che nel Vangelo incita a pregare senza posa - non puoi esimerti da una scelta radicale, perché in questo ambito non c’è né una terza via né una mezza misura, ma una cosa o l'altra: essere visti dagli uomini o essere visti dal Padre, e questo coinvolge i livelli più profondi del cuore e non solo il tempo consacrato alla preghiera. E noi siamo degli esperti nel barcamenarci: vorremmo scegliere lo sguardo del Padre, ma al contempo vorremmo che gli uomini non ci dimenticassero del lutto, che parlassero un po’ di noi. Non puoi servire due padroni: Dio e le ricchezze, Dio e gli uomini. Devi dichiararti apertamente per Dio, consapevole di essere morto per il mondo. Del resto, poi, gli uomini te lo faranno ben sentire, perché sono terribilmente allergici a Dio. Prima di scegliere l'orazione, medita a fondo le parole di Gesù a proposito della preghiera (Mt 6, 6-8) che abbiamo commentate nel capitolo “Nascosto”. Potrai in seguito chiedere a Cristo di insegnarti la vera orazione.

 

6. Da oltre trent'anni, durante l'orazione, scruto quelle parole del Cristo eppure ho l'impressione di essere ancora sulla soglia del mistero, nel senso che quelle parole mi sembrano sempre nuove e rinfocolano in me il desiderio dello sguardo del Padre. Bisogna dedurne che esse rivelano il loro segreto solo dopo anni di supplica e di orazione. È questo il motivo per cui chiedo a chi desidera fare orazione di leggere quel testo ogni giorno, nella consapevolezza che ad ogni istante lo sguardo del Padre o di Cristo può manifestarsi nel suo cuore.

 

7. Ma tu, quando vuoi pregare entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Pregando, poi, non moltiplicate le parole, come fanno i pagani che credono di essere esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro, poiché il Padie vostro sa di che cosa avete bisogno prima che glielo chiediate (Mt 6, 6-8).

 

8. Se vuoi pregare come il Cristo, devi scomparire dagli sguardi degli uomini e dal tuo, devi farti “come una formichina”, dicono i Padri. Quanto più sarai nascosto agli occhi del mondo, tanto più il Padre si compiacerà di guardarti. Per essere nascosto non basta che ti ritiri nel locale più segreto della casa (Thaéïon, come dice il Vangelo, cioè dispensa), perché puoi sempre recitare il ruolo di personaggio nel tuo piccolo teatro interiore; deve essere, il tuo, soprattutto un pellegrinaggio nel cuore dove sei al riparo dagli sguardi indiscreti, primo tra tutti il tuo.

 

9. Lasciati avvolgere dal gran silenzio di Dio come il bambino è celato nel grembo della madre: è il volto oscuro dell'orazione. Non ci arriverai a forza di pugni, ma a forza di supplicare e gridare verso Dio. Poi c'è il volto luminoso dell'orazione. Se ci fosse solo il volto scuro, l'orazione sarebbe simile a un esercizio zen o a una meditazione trascendentale nella quale si fa il vuoto in se stessi. L'essenziale nell'orazione è lo sguardo del Padre che vede nel segreto.

 

10. Far sì che questo sguardo del Padre tu lo capti dall'intimo è tanto difficile quanto pretendere di descrivere l'Himalaya o il Tibet senza esserci mai stato. Quel che più mette alla prova nella preghiera è che si parla del cielo e di Dio senza però poter mai entrare in contatto diretto con loro. Bisognerebbe farti “toccare” Dio in un uomo; in una parola, mostrarti un santo.

 

11. Se vuoi, possiamo avvicinarci all'orazione “da un altro lato”, data l'incapacità di entrare in contatto con lei tramite le parole, a meno che il cielo non ti caschi in testa il che sarebbe ancora una grazia del Padre. Guardala allora nell'ottica delle disposizioni da sviluppare per consentire all'orazione di nascere in te. Penso alla parola di san Giovanni della Croce: «L'anima non va all'orazione per stancarsi, ma per distendersi». Nel tuo profondo, sei convinto che l'orazione sia una distensione? Troppo spesso per te distendersi significa leggere un romanzo, guardare uno spettacolo alla televisione o buttarti sul letto.

 

12. Non è facile inserire nella tua vita un'attività distensiva. Eppure distendersi è l'unico nodo per recuperare l'emorragia di energie dovuta alla vita frenetica che conduci. Ti distendi con gli amici, passeggiando in mezzo alla natura, e allora perché non col Cristo, a condizione che lo consideri tuo compagno di distensione? Di norma, di fronte al Cristo, ti senti obbligato ad assumere un'espressione seria e a concentrarti.

 

13. L'orazione non è una concentrazione, non è un incontro da tennis per il quale i giocatori debbono concentrarsi. In terra cristiana la concentrazione è bandita. Ci sono uomini che dopo un'ora di preghiera sono stravolti di stanchezza perché l'affrontano male: si impegnano con la niente invece che con il cuore.

 

14. Teresa di Lisieux che visse al tempo in cui si stava scoprendo il magnetismo diceva: «Vorrei essere ipnotizzata dal Cristo». Credo che questo dell'ipnotismo sia un buon paragone per l'orazione. L'ipnotizzatore deve concentrarsi. La tentazione è di concentrarti in questo modo quando ti metti davanti al Santissimo Sacramento e ti lamenti perché ti distrai. Meno male! Il guaio sarebbe se tu ci riuscissi. È questo il motivo per cui il successo dei metodi orientali mi preoccupano: essi sono agli antipodi della vera orazione.

 

15. L'ipnotizzato deve concentrarsi e abbandonarsi nelle mani di un altro. Nell'orazione devi lasciarti ipnotizzare dallo sguardo di Dio, un po' come il figliol prodigo e turbato dallo sguardo del Padre, a sua volta emozionato e commosso. L'ipnotizzato è prigioniero di chi lo ipnotizza, non può sfuggire al suo influsso.

 

16. In questo caso la concentrazione viene da Dio e non da te. Ecco perché sei completamente deconcentrato da te, e concentrato in Dio. Devi quindi essere convinto che c'è uno sguardo del Padre che ti cerca. Nel corso di tutta la sua vita terrena, Gesù ha vissuto in costante comunione con questo sguardo (il loro sguardo eterno nell'unità con lo Spirito) e lo ha voluto condividere con te nell'orazione. Per condurti in questa esperienza, Gesù non ha alzato la voce come noi siamo sempre tentati di fare, ma ha semplicemente fatto affiorare all'esterno ciò che albergava nel profondo della sua anima.

 

17. Nel racconto Consolatrix afflictorum, Benson narra la storia di un bambino che ha perduto la madre e ogni sera va sulla strada per cercarne lo sguardo, ma rimane sempre deluso. «Non era la mia mamma...», finché un giorno incrocia uno sguardo ed è folgoralo da tale intensità di amore che dimentica la madre ed è sedotto dallo sguardo della Vergine. Fare orazione è scrutare l'orizzonte per scoprire questo sguardo: esso è unico per ciascuno di noi.

 

18. L'orazione consiste nel fare a questo riguardo un atto di fede e poi un atto di non-paura e di non-fuga. Accetti di esporti per un quarto d'ora ai raggi di questo sguardo che agisce come un laser. Quando durante la preghiera, guardi costantemente il Cristo, ti trasformi in lui, la sua immagine mistica si imprime segretamente nel tuo essere più intimo; ne ricevi allora le caratteristiche e i sentimenti, cioè il riflesso della sua bontà e della sua dolcezza infinita e la luce del suo volto.

 

19. Se solo potessi esporti, non foss'altro che per cinque minuti o magari uno solo, allo sguardo del Padre o all'influsso dello Spirito Santo, se tu rinnovassi questa preghiera assidua, giorno e notte, venti o trenta volte, essa opererebbe nel più profondo della tua mentalità e del tuo cuore, del tuo carattere e del tuo comportamento, un cambiamento fondamentale. Tu magari non te ne rendi conto, ma chi ti sta vicino se ne accorgerà subito.

 

20. Non devi far altro che lasciarti andare all'irraggiamento del Padre, alla potenza del Cristo o all'influenza dello Spirito. Ti capita a volte di spendere una fortuna per andare a vedere uno spettacolo che ti tiene col fiato sospeso per tre ore. Chi ti affascina con la sua recitazione e tiene desta la tua attenzione è l'attore. Nell'orazione, sii un buono spettatore e lasciati coinvolgere da Dio. In questo modo l'orazione non è stancante: è agli antipodi dei contemplativi indù o tibetani. Contemplativo in senso cristiano è colui che “subisce” la presenza, il lavoro e l'azione di un altro.

 

21. Eva Lavallière era una grande artista che affascinava le folle. Verso i quarant'anni ha conosciuto una “pentecoste interiore” e lo Spirito Santo le è piombato addosso, si è convertita e ha chiuso la sua vita nella preghiera e nella penitenza. Abituata a balli, ricevimenti, teatro, un giorno parlando del Santo Sacramento, disse: «Oggi, questo è il mio teatro!». Il Cristo avvince molto più profondamente di quanto non possano fare i sensi. Prendi il brano musicale che più ti avvince, ti induce alla contemplazione senza che tu debba concentrarti, per esempio la nona Sinfonia di Beethoven. Ascoltala venticinque volte di   seguito e raggiungerai in brevissimo tempo la “notte dei sensi”, al punto da non poterla più sopportare.

 

22. Con l'orazione è tutt'altra cosa: non puoi stancartene mai. C'è una grande differenza tra i beni materiali e quelli spirituali. Un bene materiale lo si desidera tanto più quanto meno lo si possiede. I beni spirituali invece, quanto più li si ha, tanto più li si desidera perché suscitano in noi una sete d'infinito. Nella Vita di Mosè, san Gregorio di Nissa dice che «la visione di Dio non è altro che il desiderio di Dio». Più un uomo “vede” lo sguardo del Padre nell'orazione e più desidera pregare.

 

23. Teresa d'Avila, parlando dell'orazione alle carmelitane, in pratica dice: «Non vi chiedo tanto di guardare il Cristo durante l'orazione, quanto di prendere coscienza che, Lui vostro Sposo, non smette per un solo attimo di guardarvi». Fare orazione è prendere coscienza che il Cristo desidera e aspetta la tua orazione come il ritorno della creatura al Padre. Una volta che sei entrato nella sua sfera con la preghiera, Dio desidera che tu non ne esca mai più. «Così anche la vera preghiera che è stata in grado di rispondere al desiderio benevolente di Dio deve continuare segretamente nel profondo del tuo cuore con uno scambio senza parole, dopo che ti sei allontanato dal luogo di preghiera», dice Padre Matta-el-Maskine, che è stato igumeno nel monastero di san Macario nel Deserto di Scété (e ora vive da eremita in una grotta di Wadi-el-Natroun).

 

24. Coloro che hanno gioito dello sguardo attento e benevolo del Padre non lo  possono più dimenticare, sanno che questa esperienza vitale non dipende dalla loro buona volontà: possono attenderla, desiderarla, pensare di chiederla, ma  essa giunge dall'alto come dono gratuito dell'amore di Dio, mentre le esperienze di ordine puramente intellettuale dipendono dalle tendenze naturali dell'uomo e dalla sua volontà di realizzarle. L'esperienza vitale dello sguardo del Padre dipende essenzialmente dalla sua benevolenza. Ogni qualvolta vieni all'orazione, sappi che il Padre ti aspetta e desidera mostrarsi a te nel fulgore spirituale del suo sguardo. Egli soprattutto prova una grande gioia nel vederti tornare a lui nella preghiera.

 

25. Quando nell'orazione intravedi lo sguardo del Padre, accedi ad un incontro particolare con lui e il tuo orientarti verso Dio assume un carattere profondamente personale. Fino a quel momento la tua preghiera consisteva nel parlare con Dio senza sapere bene dove essa si dirigesse. Ora invece, quando preghi, parli con Dio faccia a faccia come un amico con l'amico. La scoperta del Dio personale purifica la tua preghiera dall'immaginazione e dalie speculazioni astratte e le fa penetrare al centro di una comunione vitale ed intima. Concentrandosi all'interno dello sguardo del Padre, la tua preghiera cessa di essere un richiamo nello spazio per diventare un dialogo: lo spirito si raccoglie e si mette ad ascoltare il Padre.

 

26. Solo chi ha sperimentato questa preghiera faccia a faccia la può comprendere. Ti sembra quasi di parlare con qualcuno che poi ti risponde. Come dice il salmista, potresti «trascorrere notti intere a parlargli» senza mai stancarti anche se, ad un certo momento, il dialogo non ha più bisogno di parole e continua nel silenzio. È questo il massimo dell'orazione che consiste in un semplice sguardo del Padre a noi e di noi al Padre. È l'orazione del padre Chaffangeon al quale il Curato d'Ars chiese che cosa facesse seduto per ore e ore sul banco in tondo alla chiesa: «Lui mi vede, io lo vedo rispose - e insieme siamo felici».

 

27. Quando entri nella preghiera faccia a faccia, comincia a effondersi in te “l'immagine di Dio”. E comincia anche la preghiera pura del cuore. Il Padre si manifesta in te in una comunione immediata, “faccia a faccia”. Di solito questa rivelazione è accordata all'uomo in preghiera. Nella sua realtà profonda, una tale preghiera è l'energia stessa di Dio che agisce nell'uomo. È indispensabile - per dirla con lo staretz Silvano - che «Dio, per primo, ci cerchi e si manifesti in noi».

 

8. L'orazione comincia al momento stesso in cui cogli «lo sguardo del Padre che vede nel segreto» - sguardo affascinante e sfuggente - poi prosegue con una presa di coscienza ancor più profonda: Il Padre sa ciò di cui hai bisogno prima ancora che tu glielo chieda. Allora capisci al volo che ogni avvenimento della tua vita è guidato dalla mano benevola e attenta del Padre che veglia su di te e non permetterà che un capello cada dalla tua testa se lui non vuole. Perché faticare tanto a chiedere ciò di cui hai bisogno, se lui lo sa meglio di te? Il che non significa che devi smettere di pregare, sarebbe disattendere il consiglio del Cristo che ti invita a tener duro, a perseverare, a pregare senza posa. L'oggetto della tua preghiera non può essere che una supplica ripetuta all'infinito: Sia fatta la tua volontà così in terra come in cielo.

 

29. Dopo l'atto di fede nello sguardo del Padre, devi fare anche un atto di non-paura e di non-fuga. C'è in te un brutto timore nei confronti di Dio perché se ti ritrai temi di farti “possedere” da questo amore. Guarda quanto spesso Cristo nell'avvicinare gli Apostoli dice loro: Non aver paura, non temere, sono io! Tu sei fatto in modo tale che nel momento in cui Dio ti si avvicina, tutto il tuo essere si contrae per la paura. E invece non devi temere perché il Cristo è là, presente nella totalità della tua esistenza e il Padre sa e vede nel segreto che cosa ti è necessario sia per la tua salvezza che per la vita, il cibo, il vestire.

 

30. Invece di contrarti nelle tue paure, lascia che lo sguardo del Padre ti distenda e allo stesso tempo svegliati nella tenerezza del suo volto. Addormentati tra le braccia del Padre per destarti nel bacio del suo volto. Non concentrarti tentando di mantenere il controllo sulla tua vita. Impara ad abbandonarti nelle mani del Padre: il più piccolo passo in questo senso ti colmerà di pace e di gioia.

 

31. Quando la nave attraversa il canale di Suez il capitano deve cedere il comando nelle mani del pilota. Non essere più il padrone della tua condotta, ma abbandona il senso della tua esistenza nelle mani dello Spirito Santo il quale, senza passi falsi, ti condurrà verso il Padre in compagnia di Gesù.

 

32. Nell'orazione tu focalizzi spesso i tuoi sforzi sull'idea fissa di dettagli tecnici ma tutte le risposte tecniche si scontrano a quel livello profondo nel quale non hai voglia di lasciarti fare dal Padre abbandonandoti nelle sue mani. Ti comporti allora come Marta nel Vangelo, parli e ti agiti troppo e non consenti al Padre di dire neppure una parola.

33. Quel che cerco di dirti, è il fine ultimo dell'orazione e della vita eterna. Quel che farai in cielo, devi farlo sin d'ora: addormentarti tra le braccia di Dio per risvegliarli nella sua tenerezza. E questa, presso gli Orientali, la dottrina dei Padri neptici (nepsis: risveglio). Secondo loro noi tutti siamo degli “addormentati” e il nostro cuore deve risvegliarsi con la preghiera di Gesù. Quando il cuore si risveglia, la preghiera può scaturirne.

 

34. È questo uno sforzo per non fare sforzi. Si presuppone che l'orazione non si sviluppi solo nell'intelligenza o nella volontà, ma soprattutto a livello del cuore. Ci credi, l'accetti veramente? Il più grande nemico celato nel tuo intimo è che tu ti dica: «Bene, benissimo, ma il da farsi è ben altro. Allora ti agiti, fai chiasso pur di sfuggire allo sguardo del Padre e del Cristo.

 

35. Devi essere onesto e non cercare altri che Gesù Cristo e lo sguardo del Padre, devi essere quello che accetta di non dover fare altro che lasciarsi possedere dal Cristo perché non c'è nulla di più importante. Niente deve entrare in concorrenza con lo sguardo del Padre, il quale ti vuole nella dolcezza infinita del suo amore (Un seguito a questo pensiero lo troverai nel capitolo «Lo sguardo di Gesù», n. 27).

 

36. Vuoi il ritratto del contemplativo cristiano che non è “concentrato” in se stesso, ma ne è uscito, si è proteso verso un Altro? Bene: osserva il cane che aspetta il ritorno del padrone. Non si concentra, non ne ha bisogno: si annoia, geme, guarda alla porta ed è pronto, al minimo rumore, a precipitarglisi incontro. Gesù dice: Felici, i servitori che vegliano per attendere il ritorno del loro Padrone! Ecco il ritratto del contemplativo cristiano.

 

37. Se vuoi trovare degli autentici contemplativi da prendere a modello, non andarli a cercare troppo tra i sufi o gli indù, guarda il tuo cane: ti mostrerà nel modo più semplice e concreto che cosa Dio attende da te, il che è molto semplice, ma anche molto umiliante. È umiliante infatti essere un povero cane che non può fare altro per uscire dalla situazione in cui si trova se non aspettare, starsene disteso davanti alla porta e guaire. Non può fare proprio nient’altro per distrarsi mentre aspetta il ritorno del padrone. È costretto ad annoiarsi, ma che gioia quando la porta si apre ed è compensato della lunga attesa!

 

38. Lo stesso vale per te durante l'orazione. La prima cosa che dipende da te è dare all'orazione un tempo abbastanza lungo perché il Padre possa convertirti. La seconda, è invocare il nome del Padre. Come il servitore fedele attende il ritorno del padrone, tu aspetta che il Padre si degni di lasciar cadere su di te il suo sguardo... Possibile che tu sia uno di coloro che non hanno mai incontrato quello sguardo? Come gli Israeliti, potresti aver paura del gran fuoco e della fiamma che potrebbero divorarti (Dt 5, 25ss). Non ti resta allora che la voce e il Nome di Colui che ti ha parlato in quel gran fuoco.

 

39. Se durante l'orazione non hai ancora “visto” il volto del Padre, non puoi far altro che stabilire la tua dimora nell'invocazione del suo santo Nome. L'apostolo Paolo ricorda a due riprese che nella preghiera lo Spirito mormora costantemente nel tuo cuore di battezzato la santa invocazione: Abbà, Padre! (Rm 8, 15; Gal 4, 5). L'invocazione Padre è certo la preghiera incessante dello stesso Gesù, nella sua lingua madre. Come potrebbe, altrimenti, lo Spirito di Gesù mormorarla in te? Rifatti al Vangelo e avrai la conferma che il ricordo del Padre era costantemente nel cuore e nel pensiero di Gesù, così come il suo Nome era senza posa sulle sue labbra. Sia che pregasse solo, in disparte di notte o che fosse tra la folla compiendo miracoli, Gesù invocava sempre il nome del Padre (cf Gv 11, 41-42). Abbà! fu l'ultima sua preghiera nell'orto di Getsemani, fu il suo ultimo grido sulla croce (Mc 14, 36; Lc 23, 46). Eppure Gesù aveva costantemente nelle profondità del cuore la visione dello sguardo faccia a faccia del Padre. L'invocare il suo Nome lo teneva in costante comunione con lui. Se vuoi diventare un vero uomo di orazione, fissa il tuo sguardo su Gesù, lui ti insegnerà a invocare il Nome del Padre e un giorno lo vedrai.

 

40. Tutto questo è un invito a fare di questa invocazione Abbà, Padre! il centro stesso della tua vita d'orazione, a ripeterla all'infinito come la tua preghiera più cara, sempre sulle tue labbra, nel tuo spirito, soprattutto nel tuo cuore. Così facendo non imiterai Gesù solo nella sua vita e nel suo comportamento esteriore, ma condividerai con lui quel che c'è di più intimo, il centro della sua vita di relazione col Padre e con gli uomini.

 

41. Ripetendo con lui, dopo di lui, Abbà! Padre! penetrerai nei segreti più nascosti della sua “vita interiore”, soprattutto il segreto della sua esperienza di essere uno col Padre e allo stesso tempo il suo Figlio amatissimo, faccia a faccia con lui senza fine, che gli parla come un Figlio al “Papà carissimo”. Il tuo cuore si trasformerà poco a poco in quello di Gesù. E con Gesù e in Gesù offrirai al Padre l'omaggio della tua preghiera, della tua supplica e della tua adorazione.

 

42. Abbà, Padre! ti farà partecipare più di ogni altra preghiera alla vita segreta del Padre e del Figlio, al loro sguardo eterno nell'unità dello Spirito. Abbà, Padre! sarà la risposta incessante a «Tu, mio amato figliolo» che il Padre pronuncia su di te, nel suo unico Figlio, per l'eternità. E sarà anche la tua risposta più vera al richiamo che si leva dal tuo stesso cuore, fatta da Dio, per Dio e inappagata finché non sarai entrato nella gloria del Padre. Sarà infine la tua risposta al richiamo che ti giunge dall'intero creato e che passa attraverso tutti gli esseri, tutti gli avvenimenti della storia, tutti gli incontri umani, perché in tutto e attraverso tutto è sempre Dio Padre onnipotente che viene a te per mendicare il tuo amore.

 

43. Abbà, Padre! è la parola sacra che apre le porte dell'eternità, quelle del santuario più intimo, della cripta segreta dell'anima e ti guida fino al mistero più nascosto di Dio nel profondo di te stesso, un segreto nascosto alle generazioni tutte degli uomini finché non è venuto sulla terra il Figlio di Dio stesso manifestatosi nel figlio d'uomo.

 

44. Ognuno ha un suo modo per entrare in orazione. Qualche volta ti trovi immediatamente sotto lo sguardo del Padre senza aver fatto nessuno sforzo perché ciò avvenisse; questo comportamento ti sarà sempre più naturale man mano che avanzerai nella preghiera. Penso però anche a quelli che muovono i primi passi nell'orazione e cercano di avviarvisi.

Per la maggior parte del tempo dovranno ricorrere all'invocazione del Nome e la dovranno protrarre fino alla fine dell'orazione, prima di entrare in preghiera sotto lo sguardo del Padre. Cerca un'invocazione che corrisponda al tuo nome, alla tua missione. Come i radioamatori cercano disperatamente di captare Radio-Mosca, così tu andrai a tentoni penosamente per mesi e magari per anni per captare la stazione emittente: il cuore del Padre. Ma quando, alla fine, sarai con lui, capirai tutto.

 

45. Lascia che ti racconti quel che mi è capitato una ventina di anni fa mentre facevo gli Esercizi spirituali dei trenta giorni. Mi preparavo e pregavo in vista dell'orientamento spirituale da seguire. Avevo scelto come lettura per il ritiro gli scritti spirituali del Beato Pierre Favre. Quando meno ci pensavo, leggendo una nota a piè di pagina, trovai un'invocazione divenuta la preghiera familiare del discepolo preferito di Ignazio. Era breve e presentava il vantaggio di essere tratta di Vangelo, di avere una struttura trinitaria che, naturalmente, è il culmine, il fine e la via di tutta la vita cristiana perché l'uomo è chiamato a entrare e a restare nella comunione dei Tre: «Padre, nel nome di Gesù, dammi lo Spirito!».

 

46. Credo superfluo commentare sul piano spirituale questa invocazione. Se la ripeti a lungo ogni giorno (e se è per te) lo Spirito Santo te ne rivelerà quasi subito il segreto. Ciò su cui necessario insistere, invece, è la durata e la perseveranza in questa invocazione. Io l'ho ripetuta per anni e anni, quasi una musica di sottofondo a tutte le mie orazioni un po' come la preghiera di Gesù con la quale è imparentata. Vorrei quasi dire che l'ho recitata materialmente e meccanicamente avendo nel mio intimo la certezza che fosse la mia “Dimora”. Qualche volta mi basta ripeterla una decina di volte per entrare in orazione, altre volte invece essa invade tutto il campo della preghiera e tesse un fondale all'orazione. La grazia della preghiera diventa allora permanente, indipendentemente da ciò che si dice o si fa. Non c'è proporzione tra l'invocazione che si leva e l'effetto prodotto in noi: quanto più è pronunciata terra terra, tante più probabilità ha di accendere in noi il fuoco della preghiera del cuore, ben al di là dell'intelligenza e della volontà. Per finire, voglio dirti che, per poco che tu entri in questa forma di preghiera, lo Spirito Santo non ti darà più tregua finché non avrà investito tutta la tua vita. Mi capita spesso di provare la sensazione che dovrei consacrarmi a lei totalmente, al di là di ogni altra idea, immagine, impressione.

 

47. Se cambi continuamente la formula della preghiera, essa non ti rivelerà mai del tutto il suo segreto, come una pianta che deve radicare a lungo nella terra per svilupparsi. Ho voglia di dirti: poco importa la formula, purché essa corrisponda al tuo desiderio profondo, cioè alla tua vocazione, e che essa ti sia concessa. La verifica della sua validità avverrà nel tempo e per gli effetti che produrrà in te, primo tra tutti di introdurti nell'orazione sotto lo sguardo del Padre, ma anche nell'amore per i nemici e la preghiera per il mondo.

 

48. Ora, se non ti vien data nessuna parola o se preferisci entrare per la strada maestra del Vangelo, pregando come Gesù ti ha insegnato, recita il Padre Nostro. Comincia col dire: Abbà, Padre, finché saprai nell'intimo che egli è veramente tuo Padre perché vedrai il suo sguardo d'amore. Oppure aggrappati alla prima invocazione che cela in sé tutto il mistero dell'orazione: «Padre, sia santificato il tuo Nome... Fatti riconoscere come Dio». È come se tu dicessi: «Mostraci il tuo volto di Padre». Può darsi che nel Pater tu non vada molto oltre, ma se il Padre ti fa “riconoscere” il suo volto, avrai realizzato il desiderio di Gesù e soprattutto sarai motivo di gioia perché pregherai come lui ti ha chiesto.

 

 

 

 

PREGARE PER GLI ALTRI

 

1. Vegliate e pregate per non entrare in tentazione perché lo spirito è ardente (pieno di ardore), ma la carne è debole (Mc 14, 38): Gesù non si limita ad invitarti alla preghiera incessante ma, entrando nella lotta dell'agonia, prega lui stesso con più insistenza. Dovresti sempre avere davanti agli occhi Gesù in preghiera nel Getsemani. Perché Gesù prega con tanto ardore e tanta insistenza? Non credere, innanzi tutto, che voglia darti un esempio di preghiera continua. Gesù non fa nulla per dare l'esempio: esiste e prega, punto e basta! Il resto risplende da solo!

 

2. Il Cristo accetta di pregare senza posa non solo perché vede Dio e arde di amore per lui, ma perché sperimenta fino all'angoscia e alla paura che la sua carne è debole e ha bisogno di un aiuto straordinario per portare a termine i disegni del Padre: Gesù accetta di sperimentarlo e ci invita a entrare nell'umiltà e pregare perché la carne è debole. Hai notato che a soccorrerlo nell'agonia è stato un angelo e non la visione dei Padre... che, ben lungi dall'essere un conforto per l'infermità della carne era, semmai, un peso ancora più schiacciante.

 

3. Quando si evoca la “debolezza della carne” non si parla tanto di “tentazioni” contro la carne come lo si intende abitualmente, ma del l'uomo sottomesso al peso della carne, alla debolezza, alla degradazione, alla prova, alla sofferenza e alla morte.

Chi prega perché la carne è debole, è nel profondo della disperazione (De profundis, salmo 129) perché non ne distoglie gli occhi e non si racconta delle storielle..., ma proprio per questo non corre alcun pericolo, è protetto dallo Spirito Santo. Sei allora al centro del coraggio d'aver paura (come dice Padre Molinié nel libro che porta proprio questo titolo): sei in pericolo fino a quando la debolezza della carne non ti fa paura e sei al sicuro fino a quando preghi perché questa debolezza ti fa paura, finché accetti le sofferenze che animano questa paura.

 

4. Al contrario, chi non prega si sottrae all'agonia del Cristo, le sue tentazioni sono un miscuglio nel quale interviene senza dubbio la debolezza della carne (il che l'umilia) ma in forma molto più grave l'orgoglio della vita o semplicemente l'orgoglio che lo rende incapace di resistere nella gioia alla debolezza della carne, che di fatto è diventata motivo d'orgoglio nella sua vita, e al quale non può contrapporre che l'orgoglio della virtù, che è ancor peggio.

 

5. Vedi dunque che bisogna assolutamente capire perché Cristo, proprio per la debolezza della carne, ha pregato per penetrare nel mistero della preghiera per gli altri. La lettera agli Ebrei dice che Cristo non è incapace di compatire la nostra debolezza - quella della carne - perché, a nostra somiglianza, l'ha sperimentata in tutto, come noi. Per questo motivo egli è quindi capace di aver compassione e comprensione per noi perché anche lui è stato messo alla prova, attaccato da ogni parte dalla debolezza (Eb 4, 15; 5, 3). Proprio muovendo da questa stessa debolezza egli intercede per gli uomini. L'epistola così prosegue: E questi, nei giorni della sua vita mortale, offri preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva salvarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà (Eb 5, 7).

 

6. Se vuoi intercedere in verità, non puoi fare a meno di penetrare nel più profondo della tua disperazione e della sofferenza dei tuoi fratelli. Come il Cristo, tu dovrai sperimentare la debolezza della carne e griderai al Padre per ottenere un soccorso straordinario per portare a termine il suo disegno. In ogni caso la tua preghiera non potrà mai consistere nell'esortare cortesemente Dio a ricordarsi dei tuoi fratelli chiedendogli di intervenire in loro favore. La tua preghiera sarà veramente una battaglia simile alla lotta dell'agonia nella quale getterai sulla bilancia la vita tua e quella dei fratelli. Per aiutarti a comprendere quel che dico, il mezzo più semplice è ancora rifarsi a due esempi d'intercessione: quello del santo Silvano del Monte Athos e del rabbino Suzya. Avrei potuto anche citare come esempio l'intercessione di san Domenico il quale trascorreva le notti “ruggendo”: «Che cosa diventeranno mai i peccatori?».

 

21 Chiesero a Silvano: «Padre, come mai i vostri operai lavorano così bene (era responsabile del mulino del monastero San Pantaleone sull'Athos) senza che voi li sorvegliate?». «Non lo so, rispose, tutto quello che posso dirvi è quel che faccio al mattino; io non metto mai piede nel laboratorio senza prima aver pregato per quei bravi ragazzi; mi avvicino loro col cuore colmo di compassione e d'amore e quando entro nel laboratorio li amo a tal punto che lacrime d'amore m'inondano l'anima. Distribuisco loro i compiti per la giornata e, dato che sono deciso a pregare per loro tutto il tempo che dedicheranno al lavoro, mi ritiro nella mia cella e prego per ognuno di loro in particolare. Mi metto alla presenza di Dio e gli dico: “Mio Dio, ricordati di Nicola: è giovane, ha giusto vent'anni e ha lasciato al villaggio la moglie che è ancora più giovane di lui, e il loro primo bambino. Ti lascio immaginare quale miseria l'ha costretto ad abbandonarli, dal momento che  non poteva mantenerli col suo lavoro”. All’inizio pregavo con lacrime di compassione per Nicola, sua moglie e il loro bambino ma procedendo nella preghiera, mi sentivo man mano invadere dalla sensazione della presenza divina, finché, ad un certo punto, essa fu così intensa che, perdendo di vista Nicola, sua moglie, i loro bisogni, il loro villaggio, non ebbi più coscienza che di Dio e solo di lui. Il sentire la presenza di Dio mi trascinò in un raccoglimento via via sempre più profondo. All'improvviso, nell'ambito stesso di quella presenza, incontravo l'Amore di Dio, la sua Misericordia e, al centro di questo Amore, Nicola, la sua giovane moglie e il loro piccolo; allora, con l'amore stesso di Dio, ricominciavo a pregare per loro; ma mi sentivo daccapo attirato da nuovi abissi in fondo ai quali incontravo una volta ancora l'Amore di Dio. Ecco come trascorro le mie giornate pregando a turno per ognuno degli operai... alla fine di ogni giornata dico loro qualche parola e torno al monastero per assolvere ai miei compiti».

 

 

8. Queste parole ti aiutano a capire quale sforzo, quale combattimento, quale lotta esige la preghiera contemplativa, la compassione e la preghiera attiva. San Silvano prega per gli uomini di tutto il mondo, ma prega anche per quelli che gli sono più vicini e li nomina davanti al Signore. Non prega solo perché la miseria umana di Nicola lo tocca e commuove, ma perché è immerso nella misericordia stessa di Dio e con questo stesso amore per Dio supplica il Padre per i suoi operai. La sua preghiera è proprio una supplica. Silvano non si limita a dire: «Signore, ricordati di questo o di quello o di quell'altro. Trascorreva ore e ore a pregare con una compassione e un amore che nel suo cuore erano tutt'uno.

 

9. Per il secondo esempio mi rifaccio alla tradizione giudaica e lo traggo dal libro di Martin Muber: I racconti di Chassidim. Un uomo, Suzya, era discepolo di uno dei grandi spirituali del suo tempo. Vedendolo pieno di comprensione, capace d'aiutare le persone che andavano da lui, lo esortò a pregare il Signore affinché gli accordasse la facoltà di vedere nelle persone ciò che era in loro di bene e di male. Esaudendo la preghiera del maestro, Dio concesse a Suzya la facoltà richiesta. Qualche tempo più tardi si recò dal maestro di Suzya un mercante la cui vita era profondamente contaminata dal male. Il giovane discepolo ebbe immediata la visione della natura schifosa del suo male ed esclamò: «Come osi presentarti davanti a un santo, infimo come sei?». E il mercante se ne andò. Il maestro chiamò allora il suo discepolo e gli disse: «È appena venuto qui un uomo e tu lo hai scacciato. Eppure quella era la sua ultima occasione!». In preda all'orrore, il giovane discepolo supplicò il maestro di pregare per lui, perché gli venisse tolta la facoltà di vedere il male. Il maestro gli rispose che i doni di Dio sono inalienabili ma che avrebbe pregato il Signore di accordargli un altro dono, quello cioè di scorgere con una tale forza la propria identità col fratello, che tutto il male che avesse visto, lo avrebbe visto non come male di un altro, ma suo proprio.

Qualche tempo dopo, Suzya fece un pellegrinaggio attraverso la Polonia. Un giorno, giunto in un albergo, posa gli occhi sull'albergatore e lo vede così come egli appariva agli occhi di Dio: vede cioè l'orrore del male nel quale viveva. L'albergatore gli chiede che cosa desideri e il giovane rabbino gli risponde: «Nient'altro che un angolo per pregare!». L'albergatore gli indica uno stanzino, poi dice alla moglie: «Chi è quel tale? Stanco, coperto di polvere, invece di rifocillarsi chiede solo un angolo per pregare: vado a vedere cosa fa!». Scivola dietro la porta, la socchiude pian piano e vede il giovane rabbino che prega davanti a Dio sciorinando il racconto di tutta la vita di lui, l'albergatore, come se fosse la sua stessa vita nella quale si era immedesimato con tutta la più grande solidarietà e comprensione. All'improvviso, l'albergatore vide davanti a sé la propria esistenza così come la vedeva Dio stesso e il cuore gli si spezzò; si pentì e comincio una vita nuova. Quando fu chiesto al rabbino come mai tutti quelli che guardavano a lui finivano col pentirsi e cambiare vita, rispose: «Quando un uomo viene da me, ma non vuole pentirsi, io scendo gradino dopo gradino nel più profondo del suo peccato e quando ho avvinto il fondo della sua anima alla radice della mia, “uno” con lui, comincio a pentirmi dei nostri peccati. A quel punto, lui non può più non pentirsi con me, perché siamo diventati una cosa sola».

 

10. Ecco la testimonianza di un uomo di Dio che prega per i suoi fratelli, ma con una preghiera che li presenta a Dio nella loro interezza, accettati da lui in tutta la loro radicale povertà senza che nulla della loro vita venga respinto. L'orante va persino oltre perché si identifica col fratello peccatore e intercede con lui e per lui presso il Padre. Questa intercessione è resa possibile per i cristiani perché il Cristo per primo si è calato fino in fondo nel nostro inferno e nel nostro peccato per intercedere in nostro favore davanti a Dio. È in questo senso che noi siamo “salvatori” col Cristo in quanto partecipiamo al suo sacerdozio di intercessione. Non siamo solo “salvati”, ma anche “salvatori” perché il Cristo ci associa alla sua croce gloriosa e fa di noi figli del Padre in grado di condividere la sua supplica.

 

11. Non potrai mai intercedere veramente per i tuoi fratelli se non sei afferrato dalla commozione e non sei sconvolto fin nel più profondo delle tue viscere dalle loro sofferenze. Tu devi provare nella tua stessa carne la loro sofferenza fisica o morale e prima di tutto la loro sofferenza d'essere peccatori. Ricordi il piccolo calzolaio di Alessandria al quale il grande sant'Antonio era andato a chiedere il segreto della sua santità? L'uomo aveva risposto  che non faceva nulla di straordinario, ma che non poteva sopportare di vedere precipitare in fondo all'inferno tutti quelli che passavano davanti alla sua bottega: per quel motivo supplicava Dio di farlo finire all'inferno con loro, ma di salvarli tutti.

 

12. Per imparare a pregare devi prima diventare solidale con tutta la realtà dell'uomo, del destino suo e con quello del mondo intero e fartene carico in tutto e per tutto. È quello l'atto essenziale che Gesù ha realizzato nell'Incarnazione e, quindi, nell'intercessione. Di solito, quando pensi all'intercessione, tu credi che consista nel ricordare educatamente a Dio ciò che ha dimenticato di fare. L'incarnazione consiste nel fare un passo che ti porta al cuore delle situazioni tragiche, un passo che ha la stessa caratteristica di quella del Cristo il quale è diventato uomo una volta per tutte.

 

13. Tu devi fare un passo che porta al cuore delle situazioni dalle quali non potrai più uscire. Questa solidarietà col Cristo è orientata contemporaneamente verso due poli opposti: il Cristo incarnato, vero uomo e vero Dio, è totalmente solidale con l'uomo nel suo peccato quando si volge a Dio, totalmente solidale con Dio quando si volge all'uomo. È questa duplice solidarietà che in un certo senso ti rende estraneo ad ambedue i campi tanto quanto ti unisce loro: ed è la tua situazione cristiana di base.

 

 

14. Mi dirai: «Che fare?». Ebbene, la preghiera nasce da due fonti:

- o è la comunione all'amore misericordioso del Cristo per tutti gli uomini e la tua partecipazione alla sua intercessione vivente per tutti coloro che si avvicinano a Dio passando per lui;

- o è il senso del tragico, il tuo e soprattutto quello degli altri. Berdiaev diceva: «Quando ho fame, è un fatto fisico; se mio fratello ha fame e una questione morale».

Ecco il tragico, come ti appare ad ogni istante. Il tuo vicino ha sempre fame, non sempre ha fame di pane, più spesso invece ha fame di un gesto di amicizia, di uno sguardo affettuoso. Ecco da dove prende le mosse la tua preghiera,  in comunione intima col Cristo, o una sensibilizzazione al senso tragico dell'esistenza.

 

15. Finché esiste questa sensibilizzazione la preghiera è facile: immerso nell'unione al Cristo, preghi facilmente, così come preghi facilmente quando ti trovi in una situazione tragica o nella sofferenza di uno dei fratelli. Guarda tutti quegli uomini e quelle donne che sono stati colonne di preghiera per il mondo e ti renderai conto che tutti sono stati sia grandi uomini di preghiera che uomini immersi fino al collo nella miseria dei fratelli. Silvano dell'Athos, per esempio, pregava senza posa per il mondo e il suo cuore sanguinava.

Pur non essendo lui a contatto con la miseria, Gesù lo faceva partecipe della sua passione d'amore per i malati, gli infermi e i peccatori. Guarda Gandhi, Madre Teresa, l'Abbé Pierre, il domenicano Helder Camara: sono tutti uomini di grande preghiera per il semplice motivo che, dopo essersi consumati fino allo stremo per confortare e aiutare i fratelli, sperimentano che tutto ciò che essi non possono fare, deve essere affidato a Dio, Signore dell'Impossibile (sono parole di Madre Teresa). Allora ricorrono alla loro arma abituale, la supplica.

 

16. Apri bene gli occhi per scorgere la sofferenza dei tuoi fratelli e apri bene le orecchie per udire il grido della loro disperazione, così come Dio è stato sconvolto dal grido degli Israeliti oppressi dagli Egiziani. Il Signore è attento al più piccolo grido che si leva dalla terra in preda ai dolori del parto. E c'è una sofferenza infinitamente più grande: quella di essere peccatore e non conoscere l'amore di Gesù Salvatore. È la sofferenza stessa del Cristo di fronte a quelli che si perdono e discendono all'inferno. Egli condivide questa sofferenza con gli amici intimi come il piccolo calzolaio di Alessandria. Chi potrà comprendere la sofferenza dei cuore di Cristo nella Passione? Egli ha sofferto infinitamente di più perché il suo amore era stato rifiutato sia dai discepoli che dal popolo e dai capi, che non per i chiodi che lo hanno trafitto sulla croce: è venuto dai suoi e i suoi non l'hanno ricevuto. Come vedi, insensibilmente, si passa dalla sofferenza degli uomini alla sofferenza del Cristo.

 

17. La tua comunione con quelli che soffrono, siano essi ammalati o offesi, e la tua capacità nel condividere i loro fardelli non ti deriva da semplice filantropia umana, da una compassione passeggera o da una vibrazione della tua sensibilità, anche se questa esperienza del tragico è una fonte di preghiera. Non farci pero troppo conto perché questo tipo di compassione è destinata a diminuire in fretta per poi scomparire. È con la preghiera perseverante, pura e sincera che ricevi questa compassione come un dono di Dio che ti rende capace non solo di perseverare nella comunione con i più deboli, ma anche di non poter più vivere senza di loro (1Ts 3, 5) e di non trovare tregua altro che nella condivisione delle loro pene e delle loro sofferenze. Il segreto di questo carisma sta nella tua comunione al Cristo, nella tua partecipazione al suo amore infinito e misericordioso per gli uomini. Parimenti, la tua comunione con le sofferenze degli uomini e la tua comunione col Cristo dipendono fondamentalmente al massimo grado l'una dall'altra, di modo che portare la croce del Cristo significa per ciò stesso partecipare alla croce degli nomini senza limiti, fino in fondo.

 

18. Quando l'intimità dei tuoi rapporti col Cristo nella preghiera diminuisce, vuol dire che la preghiera stessa, nella sua essenza, è stata colpita da una malattia molto seria. Per coloro che agiscono, servono gli altri e pregano per loro, questo significa una grande perdita, una sconfitta sicura: cominciano a quel punto a diventare più tiepidi, a sentirsi stanchi. Per chi si consacra totalmente alla preghiera, invece, è segno che rischiano di rinchiudersi in una preghiera avulsa dalla vita, si riempiono la bocca di una certa gioia dell'unione al Cristo o, nei casi più gravi, si lasciano andare nella preghiera incessante e danno modo allo spirito del mondo di penetrare in loro.

Pregare per gli altri significa ormai per loro uno sforzo. In seguito trascurano la vita di preghiera e vogliono evaderne. Alla fine se ne astengono e vagano in una vita molto penosa perché senza il Cristo è impossibile continuare a servire gli altri con un'azione feconda, costante ed efficace; e al Cristo si arriva solo nella preghiera.

 

19. È dunque dalla tua vera unione, intima e profonda, col Cristo che dipende la tua intercessione per i fratelli. Quando tu provi in te stesso la gioia della comunione col Cristo nella preghiera e riposi sotto lo sguardo dei Padre, non vuol dire che la tua preghiera è giunta in porto. Anzi, è un invito per te a cominciare a iniziarti alla preghiera che va ben oltre la comprensione umana e che è la preghiera del Cristo per tutti gli uomini. Scopri allora che la tua preghiera si trasforma per gli altri in fonte di forza spirituale.

 

20. In terra cristiana non c'è altra preghiera se non quella del Cristo e, per quel che ne sappiamo tramite il Vangelo, essa è sempre legata alla sua missione. Prima di sceglierli, Gesù prega per i suoi apostoli, perché sia santificato il nome del Padre, perché venga il suo Regno, per l'unità dei suoi discepoli o per una guarigione. Gesù prega soprattutto e sempre per gli uomini e quando il Padre lo glorifica, fa subito notare che quella voce è risuonata per i discepoli. Dopo che il verbo di Dio si è incarnato e ha mosso un passo decisivo in mezzo all'umanità sofferente, la sua vita e la sua preghiera non possono più essere avulsi dalla storia dell'uomo. La sua continua intercessione è legata alla sua Incarnazione, come la teologia affermerà che il suo sacerdozio è radicato nella stessa Incarnazione. Per Gesù esistere è intercedere per gli uomini.

 

21. Gesù ha cominciato ad intercedere presso il Padre dal momento in cui si è fatto carne: E questi, nei giorni della sua vita mortale, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva salvarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà (Eb 5, 7). Queste parole alludono sicuramente al grido di Gesù sulla croce di cui parlano gli evangelisti, ma tutta la sua vita è stata una lunga supplica. Che ne è di Gesù che oggi vive nella gloria? Ora che ha varcato la soglia, che è resuscitato ed è nella gloria, Gesù continua a pregare. Si, il Cristo è sempre in preghiera. Persino là nella gloria, accantonato il compito di giudice fino al giorno della Parusia, è questa la principale, se non la sola, occupazione che il Nuovo Testamento gli attribuisce esplicitamente.

 

2. Oggi l'attività del Cristo è tutta spirituale, tutta preghiera. Ora, più di quanto lo fosse sulla croce, egli è solo preghiera. È preghiera vivente. Le sue mani sono costantemente levate nella preghiera, come fa fede il testo agli Ebrei: quindi ha il potere di salvare in modo definitivo coloro che per mezzo suo si accostano a Dio, perché egli è sempre vivo per intercedere a loro favore (Eb 7, 25). Se Gesù è vivo e risorto (Rm 8, 34) è per intercedere per noi. Egli continua in cielo (Eb 7, 25) ciò che ha cominciato sulla terra (Eb 5, 7). Non si può però fare alcun paragone fra la preghiera della terra e quella del cielo, perché lui ormai è entrato nella gloria, è diventalo il Gran Sacerdote che è stato investito di tutti i poteri passando attraverso la morte per sfociare nella Resurrezione. Ha ricevuto il nome che è al di sopra di ogni nome: ecco perché ogni preghiera fatta nel suo nome sarà sempre esaudita. Gesù ottiene dal Padre tutto cio che gli chiede mostrandogli le sue ferite d'amore.

 

23. Hai mai realizzato che Gesù è vivo per intercedere in nostro favore? La sua nuova vita di Risorto consiste nell'intercessione. Finché non avrai visto i cieli squarciarsi e Gesù, seduto alla sua destra, supplicare il Padre per te, non saprai pregare bene per gli altri. Il Risorto dovrebbe poterti dire le parole mormorate un giorno a qualcuno: «Ti ho reso la vita perché tu supplichi». Un uomo che risale dagli abissi dell'inferno ed è strappato alla morte, può comprendere queste parole. Da quell'istante sarà tormentato dal desiderio di pregare per gli altri anche se sperimenta ari ogni istante la debolezza della carne che lo allontana dalla preghiera.

 

24. Allo stesso tempo però si radica in lui la certezza serena e dolce che un giorno sarà realmente unito al Cristo nella sua morte e nella sua resurrezione. E lo Spirito gli fa comprendere nell'intimo che la vita eterna consisterà nel conoscere il Padre e il Figlio e soprattutto nell’intercedere per i fratelli, per gli uomini. Questa certezza gli conferisce una pace assoluta perché ciò che egli fa oggi nella fede, domani lo farà nella luce della gloria. È l'intercessione del cielo.

 

25. Tutto questo lo si realizza nell'unione col Cristo risorto, che ti confida i segreti del suo cuore e della sua missione a favore dei peccatori. Tu ricevi allo stesso tempo il potere di compiere la sua opera e di vivere del suo amore. Colui che ama i peccatori come li ama il Cristo, che ha compassione per le sofferenze dei poveri e dei malati e che è disposto a prodigarsi per loro, è proprio colui che più è capace di intercedere in loro favore e ottenere per loro la guarigione, la consolazione, il conforto. Dio, quando ti guarisce da una ferita o da una malattia, ti dà una grazia di consolazione e di guarigione per i fratelli, soprattutto nella potenza della preghiera.

 

26. Quando preghi non badare a te stesso, altrimenti la preghiera ne sarà sminuita. Più avanzi nella preghiera pura, più dimentichi te stesso per interessarti e occuparti unicamente dei bisogni, delle pene, della salvezza degli altri. Quando nell'orazione dimentichi le tue necessità personali e provi gioia solo nel chiedere, supplicare, prodigarti per i bisogni degli altri, allora Dio comincia ad occuparsi di te, a farsi carico di tutta la tua vita fin nei minimi dettagli, sia sul piano materiale che su quello spirituale. In altre parole, quando tu ti occupi degli altri, Dio si occupa di te. Quando limiti la tua preghiera e la tua supplica ai bisogni degli altri, Dio viene incontro alle tue necessità senza che tu glielo chieda.

 

27. Ti domandi forse come la preghiera può toccare il cuore dei peccatori e di quelli che si perdono. Spesso è difficile, diciamo quasi impossibile, avvicinare fisicamente chi ci è lontano. Con la preghiera invece tu ti avvicini ai loro cuori, ti identifichi con loro, come se anche tu fossi peccatore e smarrito. Ricorda Suzya! E agisci prima che ti riconoscano e ti respingano. Se dal profondo del cuore preghi e invochi Dio facendoti carico dei loro errori e del loro smarrimento, Dio li ascolta tuo tramite e malgrado il loro rifiuto, fa sì che il pentimento assalga le loro coscienze e il richiamo alla conversione si fa così pressante che li spinge verso Dio.

 

28. La preghiera è forza d'attrazione grazie alla quale l'uomo attira il fratello tramite lo Spirito Santo: infatti è proprio tramite lo Spirito Santo che il Cristo attira tutto a sé (Gv 12, 32) e trasforma in sé la dualità in unità (Ef 2, 14).

 

29. Un midrash della Bibbia lascia intuire quanto sia irrinunciabile il ruolo degli intercessori: questo midrash è certamente comparso a seguito della meditazione del dialogo di Abramo con Dio sui dieci giusti che avrebbero potuto salvare Sodoma e Gomorra. Nel testo si dice che trenta giusti stanno ininterrottamente alla presenza di Jahweh e intercedono per i peccatori (un po' la preghiera dei santi dell'Apocalisse!). Quando ne muore uno, Dio ne suscita un altro che prenda il suo posto. Il giusto, mio servo, con le sue pene giustificherà delle moltitudini e prenderà sopra di sé le loro iniquità... Fu annoverato tra i malfattori, egli che tolse i peccati di molti e si fece intercessore per i peccatori (Is 53, 11b- 12).

 

30. Sono entrato di recente in contatto con un monaco del monastero di San Macario nel deserto dello Scété, il quale mi ha scritto tutta una lettera per chiedermi con insistenza di pregare per lui e per il suo monastero. Avevo l'impressione che i ruoli si fossero invertiti e mi domandai se non si trattasse di una di quelle convenzioni che ci spingono a esortare qualcuno a pregare per noi. Avendone chiesto quindi al padre spirituale del monastero, padre Matta-el-Maskine, capii che chi mi scriveva lo faceva con la massima convinzione. «Non solo i peccatori e quelli che si perdono hanno bisogno che si preghi per la loro conversione e giungano alla conoscenza di Dio: anche noi abbiamo gran bisogno delle preghiere degli altri» (testuali parole!).

 

31. Avendogli manifestato il mio desiderio di avere qualche chiarimento al riguardo, il religioso mi spiegò per quale motivo abbiamo bisogno che si preghi per noi. Il motivo è semplice: anche noi siamo peccatori. Trascuriamo di fare dei buoni esami di coscienza e ci trasciniamo dietro gravi errori. Omettiamo di occuparcene per anni e anni col risultato che essi finiscono col minare e indebolire la nostra vita spirituale: quanti errori nascosti, invisibili, ci sono in noi che solo lo Spirito Santo può rivelarci (il peccato che non ci angustia!). Alla nostra anima viene così a mancare la potenza di Dio e dell'azione manifesta della sua grazia. Parliamo dei peccati degli uomini, preghiamo per gli altri e il peccato cova nelle nostre membra, intacca i nostri pensieri e nutre le nostre passioni.

 

32. Tutti abbiamo un gran bisogno che si preghi per noi con fervore affinché lo Spirito Santo ci riveli i peccati nascosti in fondo al nostro cuore e la nostra coscienza si converta. Potremo allora ricevere in noi la potenza di Dio e le nostre preghiere e le nostre opere saranno ravvivate dal dinamismo manifesto della sua grazia.

 

33. Quando chiedi a qualcuno di pregare per te, lo Spirito risveglia il tuo essere interiore e ti concede il gusto di pregare. Le preghiere degli altri si trasformano in scie di fuoco scintillanti, che ti illuminano la coscienza e t'infiammano il cuore spingendoti a cercare la conversione e la salvezza. Chi ha più bisogno della tua preghiera per non desistere né giorno né notte dalla conversione e dalla supplica sono i monaci, gli eremiti, i reclusi e coloro che consacrano la vita alla preghiera.

 

34. Il patriarca Giustiniano di Romania esortava i fedeli e i monaci a pregare per tutti coloro che non sanno pregare, non vogliono pregare, non possono pregare. In fondo tutta la tua supplica per gli altri consiste nel chiedere la grazia della preghiera per tutti i tuoi fratelli e per te.

 

35. Persino i santi, i profeti e gli apostoli avevano bisogno delle preghiere degli altri. Se il Cristo non avesse pregato per lui, san Pietro sarebbe stato irrimediabilmente perduto per averlo rinnegato e la sua fede sarebbe venuta meno per sempre (Lc 22, 32). Così pure se la Chiesa non avesse elevato senza posa preghiere per lui, la sua vita sarebbe trascorsa nella prigione di Erode (At 12, 5). Lo stesso san Paolo era convinto dell'importanza della preghiera degli altri perché gli venisse concesso di aprire la bocca per annunciare il messaggio dello Spirito e perseverare nel suo ministero: per questo chiedeva sempre a ogni Chiesa di pregare per lui ( Ef 6, 19; Col 4, 3; Rm 15, 30).

 

36. Chiunque tu sia - vescovo, prete, apostolo, evangelista, catechista - non puoi contare solo sulla tua preghiera anche se preghi tanto, anche se preghi sempre: hai veramente bisogno che gli altri preghino per te - soprattutto i piccoli, i poveri e gli ammalati - perché tu sia colmato di tanta potenza divina e la grazia susciti in te nuove energie.

 

37. La preghiera degli altri si trasforma, per chi agisce e predica, in fonte ineguagliabile di energia spirituale. Quanto più ferventi si fanno le preghiere per l'apostolo, tanto più il suo operare aumenta di efficacia. Finché si persevera a piegare le ginocchia per lui davanti al Signore, l'ardore del suo operare non verrà meno e le sue parole acquisteranno la potenza e l'efficacia dello Spirito. Mentre Mosè levava le braccia supplicando il Signore, Aronne riportava la vittoria su Amalec; quando Mosè smetteva di supplicare, il nemico prevaleva. Ecco perché sotto le braccia di Mosè venivano poste delle pietre per sostenerlo nella preghiera: Mosè e il prete Aronne, Samuele, il Supplice, tutti, invocavano il Signore ed egli li esaudiva.

 

38. «L’orazione è la leva che solleva il mondo», diceva Teresa di Lisieux; Silvano aggiungeva: «Il mondo regge grazie alla preghiera dei monaci». Se la preghiera si esaurisse nel mondo, ci sarebbe da chiedersi che cosa capiterebbe all’umanità. Ecco perché dunque non bisogna chiedere ai monaci nulla che possa distrarli dalla preghiera o farli desistere dalla supplica incessante.

 

39. «Dirai forse che di questi monaci che pregano per il mondo intero non ce ne sono più; io ti dico a mia volta che quando veramente non ci saranno più uomini di preghiera come loro, allora sarà la fine del mondo e grandi calamità si abbatteranno su di esso come peraltro già capita ora.

Il mondo continua a esistere grazie alle preghiere dei santi e il monaco è chiamato lui pure a pregare per il mondo intero. Ecco il suo compito: non gravatelo quindi delle preoccupazioni terrene che lo distoglierebbero dalla preghiera. Il monaco deve vivere in perenne sobrietà; se si lascia assorbire dalle occupazioni terrene, deve mangiare di più e non potrà pregare bene perché alla grazia piace vivere in un corpo sobrio» (Staretz Silvano, tradotto da Sofronio, p. l71).

 

40. Non pensare che sei dispensato dal pregare per gli altri perché non sei un monaco. Ogni cristiano deve condividere il fardello della preghiera per il mondo. Forse all'inizio della tua vita di preghiera non lo capisci, ma un giorno scopri che è proprio attraverso la preghiera che passa il tuo rapporto con i fratelli. Sperimenti che la tua preghiera è diventata per gli altri fonte di vita e di forza, come dice san Giovanni: Se uno vede il fratello commettere un peccato... preghi Dio e lui gli darà la vita (1Gv 5, 16). Chi prega per gli altri fa rivivere anime morte o che stanno per morire, secondo le parole del Signore: Risuscitate i morti (Mt 10, 5).

 

41. Vedi dunque com'è grande la responsabilità che incombe su di te. Se smetti di pregare per i peccatori che ti circondano e tralasci di supplicare in loro favore, tu non soccorri chi è in pericolo ed egli rischia di morire nel peccato. La negligenza nella preghiera comporta gravi conseguenze. Il peccatore muore nel suo peccato se la tua preghiera non accorre a destare la sua anima. Vedi la gravità della preghiera e la sua importanza? Chi, dunque, conosce il bene che deve fare e non lo fa, commette peccato (Gc 4, 17). E quanto a me, non commetterò mai contro il Signore il peccato di non pregare più per voi (1Sam 12, 23).

 

42. Agli inizi della vita spirituale scoprirai che la preghiera è necessaria; progredendo in essa, vedrai che è essenziale alla vita dello Spirito in te. Ma se sei iniziato al mistero della preghiera per gli altri, comprenderai che essa è una delle più grandi responsabilità che Dio abbia mai conferito agli uomini.

 

43. Berdiaev racconta la storia di un prete russo morto nella rivoluzione. Benché non fosse monaco e non irradiasse santità, era diventato uno staretz che molti andavano a trovare. Egli aveva preso l'abitudine di annotare in un taccuino i nomi di tutti quelli ai quali aveva promesso le sue preghiere e ogni giorno ripeteva quei nomi al Signore con la preghiera di Gesù, secondo una pratica abituale nella liturgia orientale al momento della protesi (imposizione). Bisogna ammettere che è un'ascesi faticosa: ma ti capiterà, arrivando in fondo alla lista, di sentirti invadere dalla grazia della preghiera. Più progredirai nella preghiera, più dovrai sentirti libero di fronte a tutti questi metodi. Spesso ti basterà supplicare col desiderio di accogliere nella tua preghiera tutti i fratelli.

 

44. In quanto a me, amo pregare per i fratelli con le parole stesse del Cristo nella preghiera sacerdotale: io prego per loro: non prego per il mondo, ma per quelli che mi hai donato, perché sono tuoi. Ogni cosa mia è tua ed ogni cosa tua è mia. In essi io sono stato glorificato (Gv 17, 9-10). Né soltanto per questi prego, ma anche per quelli che crederanno in me per la loro parola; affinché siano tutti una cosa sola come tu sei in me, o Padre, ed io in te; che siano anch’essi una sola cosa in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17, 20-21). Tutto è detto in questa preghiera che Gesù ripete in te per tutti quelli che il Padre ti ha dato e ai quali tu hai detto la Parola.

 

45. Con la preghiera diventi prete, nel senso che ti fai responsabile della salvezza degli altri e capace, nell'amore e nel dono di te, di partecipare al sacrificio e al sacerdozio del Cristo. Oggi lui esercita il suo sacerdozio con l'amore e l'intercessione. Egli è il nostro Difensore presso il Padre: Figlioli miei, vi scrivo queste cose, perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di  espiazione per i vostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (1 Gv 2, 1-2).

 

46. Gesù è il Paraclito, l'Avvocato o il Difensore che prende le nostre difese presso il Padre. Oggi, nella sua gloria, non può far altro: è questa la sua missione essenziale. Ma lui non vuole solo intercedere, vuole anche associarci alla sua preghiera. Ecco perché ci ha inviato un altro Paraclito presso il Padre, lo Spirito Santo, che prega in noi con gemiti ineffabili. In san Giovanni (Vangelo), per Paraclito si intende sempre lo Spirito Santo, mentre nell'epistola Giovanni designa con questo termine il Cristo. Gesù ormai ci manda lo Spirito Sardo perché ci uniamo a lui nella sua missione d'intercessore davanti a Dio. Lui è l'lntercessore, il Difensore, il Consolatore. Quando invochi su di te lo Spirito Santo, lui prega in te e ti conduce davanti a Dio nell'intercessione di Gesù per tutti gli uomini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SINERGIA

 

Tu che fai orazione tutti i giorni, hai concesso a Dio il tempo per convertirti? Sei rimasto in preghiera per arrivare in fondo alla conversione che Dio vuole realizzare nella tua vita con la sua Parola? Come mai l'orazione ci rende così poco permeabili alla santità di Dio?

 

2. Non rispondere affrettatamente a questa domanda, altrimenti la risposta verrebbe da te. L'essenziale non è rispondere alle domande - soprattutto se vitali - ma porle correttamente. Se arrivi a porre questa vera domanda nella preghiera, non preoccuparti, la risposta arriverà da sola.

 

3. L'orazione, anche se fondamentale e necessaria, non è tutto nella vita cristiana, specialmente se non è accompagnata da “altre cose”.

Hai notato che scrivendo Il cammino della perfezione, che è un piccolo trattato sull'orazione, santa Teresa d'Avila (la grande Maestra d'orazione) dedica i primi ventidue capitoli del suo libro alla rinuncia, all'umiltà, alla povertà, alla

carità fraterna?

 

4. L'orazione fa parte della sinergia (Il termine “sinergia” è usato spesso dai Padri greci per

definire la sintesi attiva di diverse forze che si incontrano e vengono accoppiate per esempio, così: azione di Dio e sforzo dell'uomo. Il termine altre volte designa anche come la natura divina e quella umana si uniscano nella figura del Cristo. Per l'argomento di nostro interesse, “sinergia” sta a significare la potenza dell'orazione quando essa è vissuta da un essere che si converte ogni giorno (conversio morum) degli atteggiamenti che provocano in noi l'implosione della gloria del Cristo Risorto e, dunque, della santità di Dio. Se si adotta, a scelta, uno dei seguenti atteggiamenti: orazione, adorazione, carità fraterna e soprattutto l'Eucarestia, si è superato un abisso. Ci sono anche l'umiltà, la rinuncia, la verità con se stessi. Se si mettono in pratica tutti questi modi di essere, si produce il fenomeno della sinergia: gli effetti si moltiplicano (4 x 4 = 16) invece di sommarsi (4 + 4 = 8) e si arriva all'implosione. Se ne omettiamo uno solo, non si produce un effetto maggiore che se ne mettessimo in atto uno solo.

 

5. Vuoi un paragone? Pensa al contadino che dissoda un campo per deporvi il seme. Fare orazione è deporre nel tuo cuore il seme della parola di Dio e dell'Eucaristia perché germogli e faccia risplendere in te il cielo. Quando sei umile, sincero con te stesso e caritatevole coi fratelli, tu smuovi la terra e la rendi friabile affinché il cielo si dilati nel tuo cuore e ti dia un

piccolo assaggio di sé.

 

6. Tra gli atteggiamenti che dispongono anche il tuo cuore all'erompere del fuoco dell'orazione, c'è l'accettazione degli avvenimenti interni o esterni alla tua vita. Siano essi permessi o voluti da Dio, poco importa, l'essenziale sta nel modo in cui tu li accogli una volta superata la prima reazione. Per diventare santo e quindi uomo di preghiera, basta che tu sappia abbandonarti completamente al volere di Dio: Non coloro che dicono: Signore, Signore, entreranno nel suo regno ma, quelli che fanno la volontà del Padre mio che è nei cieli.

 

7. Teresa d'Avila diceva press’a poco così: «Io garantisco della salvezza di chiunque dedichi più di un quarto d'ora al giorno all'orazione».

Queste parole, detto tra parentesi, non hanno alcun senso per quelli che, come avviene spesso ai nostri giorni, garantiscono della salvezza di tutti. Non si tratta di una faccenda commerciale o economica, ma di un atteggiamento che rientra nel campo della sinergia.

 

8. Se ogni giorno dedichi quel tempo all'orazione, lo Spirito Santo ti “prenderà a tradimento”, facendoti trovare gusto nell'orazione e tu tenderai ad aumentare la dose. L'essenziale è di essere “presi a tradimento”, poi non c'è scampo: ne farai sempre di più. È proprio questo il motivo per cui non ti obbligo a farne di più, per il momento: So che diventerai un “fanatico”. “Bisogna...” si dice in relazione a ciò che ti aspetti dall'orazione con desiderio e timore. In tal senso, fare un quarto d'ora d'orazione al giorno non è facoltativo. Paradossalmente, nella realtà, è più difficile fare dieci minuti che tre ore di orazione. Dieci minuti non bastano, un quarto d'ora, sì. In un lasso di tempo più o meno lungo sarai portato a farne un'ora: a quel punto entrerà in gioco la sinergia dell'implosione in gloria.

 

9. Se ti proponi di fare un quarto d'ora di orazione al giorno, devi prevedere molte “infedeltà”: non farla o - il che è estremamente pericoloso - far finta di farla ai tuoi occhi e agli occhi di Dio, sia per stanchezza che per mancanza di tempo. Regola fondamentale per chi ha preso questa decisione, è che le infedeltà non hanno alcuna importanza a patto che tu le riconosca tali e che non diventino abituali (ancora una volta: sii sincero con te stesso). Colui che per sei mesi non fa orazione ma se ne tormenta e ne sente vivo il desiderio, è salvo. Chi invece, pur facendo orazione, permette che il turbamento e il dubbio lo assalgano (l'orazione non è per me, ma per i contemplativi),

è in pericolo. Ricorda la parola di santa Teresa

 d'Avila.

 

10. Vuoi sapere se la tua preghiera è vera o se preghi secondo i desideri del Padre? Lo staretz Silvano affermava con chiarezza che l'unico criterio valido per stabilirlo - nell'ordine assoggettato al controllo della ragione - è l'amore che portiamo ai nemici e la preghiera per tutti, e non il contenuto della preghiera in sé e per sé. Un albero lo si riconosce ancora e solo per i suoi frutti. Silvano dice anche: «Il Signore è umile». Ama la sua creatura; dove c'è lo spirito del Signore, là regna infallibilmente l'umile amore per i nemici e la preghiera per l'umanità tutta. Se questo amore non ce l'hai, chiedilo al Signore che ha detto: « Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete (Mt 7,7) il quale te lo accorderà» (Staretz Silvano, tradotto da Sofronio).

 

11. Veglia sul limitare del tuo cuore, armato della preghiera di Gesù, soprattutto la sera e il mattino, all'inizio e alla fine del sonno. Se sentissi sorgere un “pensiero” (logismo: pensiero passionale presso i Padri greci) nel tuo cuore, non permettergli di prendere corpo, altrimenti non ne sarai mai più padrone, ti invaderà e ti farà cadere; ma annientalo col nome di Gesù. Come dice san Benedetto, bisogna schiacciare ogni pensiero sulla roccia del nome di Gesù. Se si tratta di un pensiero buono non scacciarlo, ma rivestilo della potenza del Nome e offrilo al Padre in azione di grazie, lasciando uscire dalle tue labbra il santo Nome di Gesù. Arriverai così alla preghiera incessante, alla base della tua esistenza, con armi e bagagli, e la rinuncia e la lotta spirituale troveranno la loro fonte nella preghiera.

 

12. I Padri del deserto, pur non sapendo nulla di psicoanalisi, conoscevano benissimo i meccanismi della psicologia del profondo. Sapevano che esistono zone del tuo essere che sfuggono al controllo, sulle quali non hai che un potere indiretto. Esse sfuggono alla tua lucidità e alla tua buona volontà, il che significa che hai su di loro potere politico ma non potere dispotico. Queste zone inconsce affiorano a livello di sogni e di fantasmi: per questo motivo, gli antichi consigliavano sempre ai loro discepoli di varcare la soglia della notte pregando, specie nel momento in cui sopraggiunge il sonno. Non puoi prevedere l'istante esatto, ma puoi vegliare in orazione di modo che il tuo inconscio sia come saturato dalla preghiera. I tuoi sonni allora diventeranno visioni (nel senso di extasis) nei quali lo Spirito Santo farà sentire le sue pulsioni. Il patriarca Athenagoras racconta che nel corso di una visione vide il Calice in cima a una collina e se stesso salirvi con il papa Paolo VI per comunicarsi col sangue del Signore.

 

13. Cassiano diceva che “un segreto” dei Padri del primo secolo era ripetere questo verso: Dio mio, aiutami; affrettati, Signore, a soccorrermi (Sal 69, 2). Cassiano poi proseguiva: «Che il sonno ti chiuda gli occhi su queste parole così che, a forza di dirle, tu prenda l'abitudine di ripeterle anche mentre dormi. Siano esse, al momento del risveglio, la prima cosa che si affaccia al tuo spirito, prima ancora di ogni altro pensiero» (PL 49, 832 a).

 

14. San Benedetto nella sua Regola dice che il corpo e lo spirito sono i due montanti di una scala che porta il monaco verso Dio, il che significa che non dovrebbe esserci traccia di dualismo nella vita e nell'attività di un monaco e, dunque, nella vita del cristiano. Tu, col corpo e con lo spirito, devi cercare il contatto col Cristo nella preghiera. Anche quando mangi

 devi assumere il nutrimento nell'azione di grazie: sia che mangiate sia che beviate o facciate qualunque altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio (1Cor 10, 30-31). Non che si debba provare a pregare mentre si mangia e fare le due cose contemporaneamente, - il che creerebbe ancora dualità nella tua vita - ma piuttosto consumare il pasto rendendo grazie: il che non vale solo per i monaci, ma per tutti i cristiani e per gli apostoli. Padre Arrupe ha composto una «preghiera a Gesù Cristo nostro modello» e, a proposito dei pasti, si esprime così: «Possa io, come fece Ignazio, imparare da te il tuo modo di mangiare, di bere, di prendere parte ai pranzi di festa e imitare il tuo comportamento quando avevi fame e sete e sedevi stanco dopo i lunghi viaggi e avevi bisogno di riposo e di sonno».

 

15. Se vuoi pregare non devi mangiare troppo perché il nutrimento eccessivo appesantisce lo stomaco, induce sonnolenza e ti impedisce di pregare. Devi mangiare solo quanto basta per poter lavorare e tenere desto il cuore alla preghiera. La preghiera è intimamente legata al digiuno. Quando digiuni devi pregare più del solito perché non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Così nell'ascesi il digiuno è correlato alla preghiera, scolpisce nella tua carne la fame e la sete della parola di Dio e dell'Eucaristia. Una volta terminato il digiuno, non rimpinzarti se vuoi mantenere la preghiera viva in te.

 

16. Tutta la tua esistenza deve essere riappropriata “nella” e “dalla” preghiera, così qualunque cosa facciate, in parole o in atti, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo rendendo, per mezzo di lui, grazie a Dio Padre (Col 3, 17). Camminare, respirare, lavorare, guardare le cose più umili, per non parlare del viso del fratello genera in te senso di pienezza, capacità di essere presente in quel “battere di ciglia” di Dio che è l'istante attuale. È l'esperienza della Resurrezione nel tempo. È, questa, la via per la quale i grandi spirituali arrivano a quella che è definita la preghiera spontanea o la preghiera ininterrotta.

 

17. In quel momento la preghiera di Gesù si identifica con i battiti del tuo cuore e, come dice dom André Louf: «Sorprendi il tuo cuore in flagrante delitto di preghiera!». «Dopo un po' - dice il Pellegrino russo - sentii che la preghiera entrava da sola nel mio cuore: in un certo senso il mio cuore, battendo regolarmente, si metteva a recitare le parole sante ad ogni battito» (p. 42). Puoi desiderare questo stato, chiedere con le parole che ti venga concesso, esercitarti, ma non puoi crearlo e volerlo tu, magari dopo averne letto sui libri: esso è puro dono di Dio donato per sua grazia a chi lo prega dal profondo del cuore: «Dio concede il dono della preghiera a chi prega», diceva san Giovanni Climaco.

 

18. Con la preghiera non sei più nella testa, ma nel cuore assieme al santo Nome di Gesù che invochi. Preghi con i battiti stessi del cuore. E il Pellegrino russo continua: «Ero così abituato alla preghiera che la praticavo senza sosta e alla fine mi accorgevo che fluiva da sola, senza che io mi facessi parte attiva; sgorgava nel mio spirito e nel cuore non solo mentre ero sveglio ma anche durante il sonno, senza interrompersi neanche un secondo». Ricordati della parola di sant'Isacco il Siriaco: «Quando lo Spirito Santo stabilisce la dimora nel cuore di un uomo, questi non può più smettere di pregare... sia che egli mangi o svolga qualunque altra attività, dorma o sia sveglio, la preghiera non si separa mai dalla sua anima».

 

19. Chi è quell'uomo che ha raggiunto lo stato di preghiera continua? È l'uomo risvegliato alla vita dallo Spirito che è in lui. L'uomo deificato non è solo in atto di preghiera, ma è in stato di preghiera. «All'atto di preghiera succede lo stato di preghiera», dice il monaco d'Oriente. Il che è molto importante, perché l'uomo è preghiera. La sua vera natura, come la vera natura di tutte le cose al limite anche di un albero o di una montagna - è di essere preghiera. La montagna è una specie di preghiera del cosmo: ecco perché gli uomini costruiscono i santuari in cima alle montagne. La terra tutta è nutrita dalla preghiera. E perché questa preghiera possa scaturire è necessario che vi siano degli uomini che la esprimano e proclamino il senso del mondo. In altri termini, sono i preti che liberano la preghiera del mondo. «Nelle chiese si celebra il culto e là dimora lo Spirito Santo. La tua anima sia essa pure la chiesa di Dio: per colui che prega senza sosta il inondo intero diventa una chiesa» (Silvano, p. 30).

 

20. Tu diventi allora il prete del mondo, il grande celebrante della esistenza in grado di fare eucarestia fin nell'opera comune dell'uomo nell'arte, la scienza, la tecnica. È così che devi recitare il Cantico dei tre fanciulli nella fornace e levare verso il Padre l'inno dell'universo: il sole e la luna, la pioggia e la rugiada, il caldo e il freddo, le notti e i giorni, il cielo e la terra. E il salmo termina con un invito rivolto ai preti, ai giusti, ai santi e agli umili di cuore, vale a dire a tutti coloro che consacrano e consumano la loro vita in preghiera, offrendo il mondo al Padre tramite Gesù Cristo. Quegli uomini liberano la preghiera celata nel cuore del mondo: «Tutto pregava, tutto cantava la Gloria di Dio - dice il Pellegrino russo. Comprendevo così che la filocalia richiama il linguaggio della creazione. Mi rendevo conto di come sia possibile conversare con le creature di Dio». A proposito del sacerdozio universale, Massimo il Confessore dice: «L'uomo si rifugia nella contemplazione spirituale del cosmo come in una chiesa e un asilo di pace. Vi entra col Verbo, con lui e sotto la sua guida offre l'universo a Dio, nella sua intelligenza come su un altare.

 

21. Tutto ciò può essere vissuto attraverso una ricerca scientifica o tecnologica. Ho sentito che alcuni giovani intellettuali romeni, dei fisici atomici che svolgono ricerche nel campo della microfisica, lavorano alle loro ricerche e recitano contemporaneamente la preghiera di Gesù col desiderio non tanto di disintegrare la materia, ma di reintegrarla in un immenso movimento spirituale. L'esistenza è allora concepita come un atto liturgico, è ciò che Nadal definisce “la contemplazione nell'azione”.

 

22. La preghiera suscita allora nel cuore una carità totale: «Che cosa è un cuore caritatevole, domanda Isacco il Siriaco, se non un cuore che arde d'amore per la creazione tutta, per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni, per tutte le creature? È per questo che un uomo del genere non cessa di pregare anche per i nemici della verità e per chi gli fa del male. Prega anche per i serpenti, mosso dalla pietà infinita che si risveglia nel cuore di coloro che si assimilano a Dio». L'uomo ritrova così la condizione paradisiaca che si concretizza nel fatto che i santi hanno dimestichezza con i bambini e gli animali selvaggi che non li temono, così come essi non hanno paura di loro. Serafino di Sarov nutriva un orso che andava a mangiare nella sua ciotola.

 

23. Tutto culmina nell'amore vero verso il prossimo che è un po’ come il fiore prezioso della preghiera pura. Spesso in Occidente senti che la preghiera e l'amore fraterno o il servizio reso agli altri sono considerati cose distinte: «Non basta pregare, bisogna anche operare». L'oriente ha una visione più armonica della sinergia tra la preghiera e l'amore fraterno. Non li oppone mai l'uno all'altro. Al contrario, anzi, non si stanca di affermare che l'amore fraterno è frutto dell'amore di Dio e quindi della preghiera. Prima di voler produrre nella tua vita i frutti dell'amore, devi cominciare col seminare i semi dell'Amore che diventerà un grande albero.

 

24. Penso al bellissimo testo di un “folle in Cristo” russo dell'inizio del secolo: «Senza la preghiera, tutte le opere sono come alberi senza terra; la preghiera è la terra che consente a tutte le virtù di crescere. Il cristiano, amico mio, è un uomo di preghiera. Suo padre, sua madre, i suoi bambini, la sua vita, tutto questo per lui, è Cristo. Il discepolo di Cristo deve vivere unicamente in Cristo. Quando amerà a tal punto Cristo, amerà anche, per forza, tutte le creature di Dio. Gli uomini credono che bisogna prima amare gli uomini e poi Dio: anch'io al principio ho fatto così, ma non serve a nulla. Quando, al contrario, ho cominciato ad amare Dio, nel mio amore per Dio ho trovato il mio prossimo. E in questo amore per Dio i miei nemici sono diventati i miei amici».

 

25. Questo è un altro testo di Isacco il Siriaco: «Lasciati perseguitare, ma tu, tu non perseguitare mai. Lasciati offendere, ma tu, tu non offendere mai. Lasciati calunniare, ma tu, tu non calunniare mai. Gioisci con coloro che gioiscono, piangi con coloro che piangono; è il sintomo di purezza. Con quelli che soffrono dividi la pena. Versa lacrime coi peccatori. Sii nella gioia con coloro che si pentono. Sii amico di tutti ma nel tuo spirito resta solo». E Silvano del Monte Athos diceva che, infine, l'unico criterio che ti permette di verificare che sei sulla via della vita eterna è l'amore per i tuoi nemici nel senso evangelico della parola. Un segno evidente, diceva già Cassiano, che l'anima non si è ancora purificata, è che non hai compassione per i peccati degli altri, ma che ti pronunci invece con severità sul loro conto. Come diceva il patriarca Athenagoras, devi diventare un uomo inerme, un uomo cioè, che non ha più paura, che avanza con le mani aperte e vuote, nell'accoglienza e nell'amore perché porta in sé la certezza della Risurrezione.

 

26. In un certo senso tu devi diventare come il Cristo nelle sue relazioni con il Padre e con gli uomini. In vita pregava senza posa e si poneva allo stesso livello dei fratelli. Le costanti relazioni col Padre in una preghiera che cominciava all'alba e si protraeva fin dopo che gli altri si erano addormentati, sono state di consolazione e forza per annunciare il Regno: «Insegnami il tuo modo di comportarti con i miei discepoli, con i peccatori, con i bambini, con i farisei o con Pilato ed Erode. Insegnami il tuo modo di fare con i discepoli, soprattutto i più intimi: con Pietro, con Giovanni e anche con Giuda il traditore. Comunicami la delicatezza con la quale hai preparato loro da mangiare sulle rive del lago di Tiberiade o hai lavato loro i piedi».

 

27. Insegnami a soffrire con coloro che soffrono: con i poveri, i lebbrosi, i ciechi, i paralitici. Mostrami come tu esternavi le tue profonde emozioni arrivando a versare lacrime quando hai provato un'angoscia mortale che ti fece sudare sangue per cui dovesti essere consolato dall'angelo. E soprattutto voglio che m'insegni il modo con cui testimoniasti quell'estremo dolore sulla croce quando ti sentisti abbandonato dal padre.

 

28. Gesù sarà sempre il tuo unico modello, l'unica sorgente che unificherà la tua preghiera e la tua vita. Ai tuoi occhi egli testimonia una perfetta armonia tra la sua vita e il suo insegnamento, tra la sua intimità col Padre e il suo amore per gli uomini, tra la preghiera e l'azione. Quanto più sarai unito a lui, tanto più tu sarai nel cuore del Padre del mondo, degli uomini. In una parola, qualunque cosa tu faccia, sarai nella preghiera continua. Questo però non lo si ottiene a forza di pugni: è un dono del Padre. Non lo nega mai a chi prega.

 

29. A colui il quale raggiunge questa profondità di preghiera si svela allora il mistero di come la Provvidenza governa il mondo (il mistero della Storia) e il mistero di ogni singola persona, perché l'uomo è risvegliato e svela la presenza del Risorto che agisce nel cuore del mondo e di ogni uomo e può vivere la tenerezza di Dio. Due grandi parole dell'Oriente cristiano: “nepsis, risveglio” e “katanuxis, tenerezza”. L'uomo di preghiera è uno che si è destato; prende tutta la forza delle sue passioni e la crocifigge (katanuxis), ma Dio la risuscita e la tramuta in tenerezza, nel senso ontologico di dolcezza fondamentale. Guarda l'icona di Vladimir, la Vergine della Tenerezza e vedrai come i due visi esprimono l'attenzione degli sguardi e la tenerezza del cuore. La Madre regge il bambino, i due volti si chinano l'uno verso l'altro e i due si guardano. Soprattutto la Madre di Dio fissa con una tenerezza insondabile e infinita colui che le sta davanti per venerarla e pregarla. Possa dunque succedere ciò che capitò a Silvano del Monte Athos: «Un giorno – ero ancora un giovane novizio - pregavo davanti all'icona della Madre di Dio quando la preghiera di Gesù irruppe nel mio cuore: e da allora vi dimorò per sempre».

 

 

 

LO SGUARDO DI GESÙ

 

 

1. Se è fondamentale fare un patto con la verità affinché l'orazione possa produrre tutti i suoi effetti, sii tuttavia persuaso di questo: solo lo sguardo del Cristo può penetrare nel profondo del tuo cuore nella misura in cui tu oggi lo puoi sopportare, e svelarti a te stesso.

 

2. È come dire che l'orazione, se è vera, sarà il luogo privilegiato nel quale potrai lasciarti guardare dal Cristo così come sei. Ancor meglio, egli ti scorgerà nel più profondo di te. Per comprenderlo, è necessario che tu ti rifaccia senza posa a che cosa è l'orazione: una ricerca instancabile dello sguardo del Cristo o del Padre, che sia una vera esperienza personale di questo sguardo.

 

3. Il che mi autorizza a dirti che «fare orazione o cercare Dio, è vedere colui che ti vede».

 

4. Ricorda l'esperienza di Silvano del Monte Athos il quale rimase immerso per mesi e mesi nella preghiera di Gesù: «Abbi pietà di me, peccatore». Egli aveva pregato tanto a lungo, versando fiumi di lacrime, ma il suo grido si perdeva nel silenzio di Dio (non aveva fatto ancora l'esperienza della preghiera faccia a faccia). E un giorno la sua anima, straziata dalla disperazione, gridò a Dio: «Sei inesorabile!». Aveva dovuto giungere a tanto per convertirsi.

 

5. «All'improvviso, nel balenare d’un istante, vide il Cristo vivente. Il suo corpo e il suo cuore furono avvolti da un fuoco di una tale violenza che, se la visione fosse durata ancora un istante, non avrebbe potuto sopravviverle. E da allora non poté più dimenticare lo sguardo del Cristo, sguardo d’inesprimibile dolcezza, infinitamente amorevole e colmo di gioia e di pace. E nel corso dei lunghi anni della sua vita che trascorsero da quel momento, non fece che testimoniare instancabilmente che Dio è Amore, Amore infinito, insondabile» (Archimandrita Sofronio, Staretz Silvano, p. 2).

 

6. Colui che ha visto un giorno lo sguardo di Cristo incrociarsi col suo, non può più dimenticarlo. Non è più necessario istruirlo nell'orazione perché vi è immerso come nel fuoco. Ma questo incrociarsi di sguardi è così raro! Tanti uomini sfuggono lo sguardo del Cristo commettendo peccati di superficialità.

 

7. Qualche volta si dice di un santo che ha “l'occhio”. Ebbene, questo “occhio” è quello del Cristo. Dal momento in cui un uomo si trova alla sua presenza, è nudo fin nel più intimo. Gesù indovina tutto e fa sì che ce ne accorgiamo.

 

8. È quel che accade a Natanaele il quale, diffidando di Nazareth, lo ritiene un luogo di perdizione da cui non ci si può aspettare nulla di buono, in particolare non il Messia. Di conseguenza non si fida di Gesù. Ma Gesù gli dice: Ti ho visto sotto il fico. Di colpo egli tocca Natanaele nel suo segreto di purezza e di verità e gli fa il più bell’elogio che Dio possa rivolgere a un uomo: Ecco un vero figlio di Israele, nel quale non v'è menzogna (Gv 1, 47). È questa la risposta di Gesù a Natanaele che aveva testimoniato la sua divinità. Natanaele è vinto, affascinato dallo sguardo di Gesù dal quale non si allontanerà più. Quando un uomo si pone in verità davanti a Gesù, egli lo può salvare.

 

9. Insisto su questa purezza e questa verità come condizione assoluta perché il Cristo possa esercitare il suo potere di seduzione: gli spiriti contorti che non amano la luce e sguazzano nella menzogna, rischiano di non sopportare il suo sguardo. Anche l'impurità è pericolosa perché fa vecchi i nostri cuori, li indurisce e li rende progressivamente incapaci di amare..., a meno che essi, nel mezzo della loro impurità, non conservino nostalgia di purezza, come Maria Maddalena, Dimitri Karamazov e molti altri peccatori.

 

10. Ti trovi in un punto cruciale in cui tutto è in gioco: indurirsi o no. Ecco il peccato fondamentale per la Bibbia: Se voi ascolterete la mia voce, non indurirete vostri cuori. Dire: «approfittiamo della vita senza troppi pensieri, è mortale, molto più mortale di tante intollerabili debolezze. Fino a che conservi in fondo al cuore una sofferenza e un grido, fino a che ti duoli perché non sei innocente, sei salvato dallo sguardo del Cristo che penetra la tua disperazione e il tuo desiderio: Quando eri sotto il fico, io ti ho visto. Gesù quindi legge nei cuori e già per questo formula un primo giudizio: molti infatti sono felici di essere messi a nudo, coloro che levano la voce proclamandolo Salvatore, ma molti non lo sono e non vogliono esserlo a nessun costo, come i farisei e i Dottori della Legge.

 

11. Ii Cristo scorge il fondo dei cuori ma non condanna, perché, lui, è innocente. Lo dice senza mezzi termini alla donna adultera: «Io che sono senza peccato, non ti condannerò!». Una delle sofferenze più insopportabili della vita di oggigiorno - anche se tu non te ne rendi conto - è che tu stesso sei peccatore e hai a che fare con dei peccatori, ovverossia con dei duri di cuore: i tuoi amici, i tuoi fratelli, i tuoi genitori e i tuoi bambini hanno il cuore duro e tu, tu ami con cuore duro. Ecco perché il Cristo dice: Voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli. Tu dai loro cose buone, ma tu sei cattivo e i bambini lo sentono, pur essendo loro stessi, a loro volta, cattivi. La durezza di ognuno serve a giustificare la durezza dell'altro, che è esattamente il regime che regna nell'inferno descritto da Jean Paul Sartre. Come trovare, in queste condizioni, una qualche sicurezza presso qualcuno? Questa insicurezza fa oggi la fortuna degli psicologi e dei maghi i quali, nel migliore dei casi forse possono attenuare il fenomeno, ma non possono certo guarirlo.

 

12. Ed ecco entrare in gioco il secondo segreto col quale il Cristo ti attira e ti cattura: tu senti che lui è buono o, per essere più precisi, misericordioso. Ecco dove sta la differenza tra lui e tutti coloro i quali hanno il dono naturale o acquisito di penetrare in fondo ai cuori: perché anche il demonio, come e più di loro, pratica la psicologia del profondo. La sola cosa che nessuno può scorgere in te è la presenza di Dio e del suo Santo Spirito. E chiunque non sia abitato dalla presenza di Dio, anche se ha il potere di leggere nei cuori, lo esercita come il demonio.

 

13. Al contrario invece, il Cristo è capace a volte di trafiggerti senza pietà, a volte di perdonarti senza limiti: la sua misericordia non è solo bontà, né l'indulgenza più o meno complice che spesso offri con quel termine e che tu pretendi anche dagli altri. Il Cristo non è “gentile”: sono i “Clubs Mediterranée” che “gentilizzano” tutto! Quando si legge nei cuori, non si è né gentili né compiacenti. Ma solo allora l'amore comincia ad essere un fuoco divoratore e la misericordia ti sconvolge. Quando ti senti completamente denudato, denunciato per quel che hai di più odioso (come mi diceva un giovane drogato convertito) devi corazzarti al meglio. Commettere cioè il gran peccato della Bibbia: indurire il cuore.

 

14. Comincia così la seduzione del Cristo: non è che un inizio, ma è già qualcosa di enorme. Io dico che se si legge nei cuori (cardiognosia), senza offrire l'amore del Cristo, si commette un'azione demoniaca. Al contrario, offrire l'amore del Cristo senza penetrare nel segreto dei cuori, non costa granché, ma siamo nel campo della cartomanzia. Il Cristo, lui, mette in luce la tua capacità di tradire ed è proprio in questa tua capacità di tradimento che ti ama, così come ha amato Pietro e Giuda. Vedendo ciò, il mondo ti condannerà e tu sarai il primo a fare lo stesso. Ma Gesù, malgrado tutto, non ti condanna. Per resistere a tanto amore bisogna commettere il peccato più terribilmente grave di cui ti ho già parlato e che si chiama indurirsi.

 

15. L'orazione prende le mosse a partire dal momento in cui consenti di lasciarti guardare e amare dal Cristo per quel che sei. Finché non avrai visto quello sguardo, non saprai nulla del Cristo, né di te stesso. C'è una terza dimensione dei segreto della seduzione esercitata dal Cristo, la più importante e la più affascinante (che, del resto, regola le altre due): dal momento che sei in contatto con lui, ti rendi conto che è posseduto da una forza, una potenza, una realtà misteriosa di cui parla per parabole e che sgorga da lui come le acque di una sorgente e si sprigiona dal suo volto come luce di fuoco. È il segreto stesso dell'orazione.

 

16. Per farci avvicinare questa realtà misteriosa il Cristo parla di un fuoco: «Sono venuto a scagliare un fuoco sulla terra, questo fuoco è in me, io lo possiedo in tutta la sua pienezza e voi siete degli infelici perché non l'avete. Io sono venuto a portare questo fuoco nei vostri cuori e ciò che desidero è solo che si accenda!”. Quando il Cristo lo guarda, il corpo e il cuore di Silvano avvampano per questo fuoco e, conte accadeva a Teresa di Lisieux, se esso fosse durato un istante di più, non avrebbe potuto sopravvivergli. Tu fai orazione perché questo fuoco prende ad ardere in te. Se t'invadesse totalmente, saresti consumato dall'Amore. Eccolo allora avanzare lentamente, a poco a poco, diffondendo in tutto il tuo essere un dolce calore che ti farà pregustare il cielo. Questa è l'orazione.

 

17. In altre occasioni, Gesù, facendo riferimento alla stessa realtà, parla dell'acqua, che pure sembra proprio il contrario del fuoco: l'acqua che rinfresca verrà a guarire la tua febbre (un fuoco che rinfresca e un'acqua che brucia). «Se qualcuno ha sete venga da me e beva e io gli darò l'acqua viva. Perché chi berrà l'acqua della Samaritana (quella della felicità umana) avrà ancora sete, ma chi berrà l'acqua che gli darò io non avrà più sete in eterno e quell'acqua diventerà in lui una sorgente zampillante fino alla vita eterna». Gesù dunque ti fa ardere e ti disseta allo stesso tempo. Quando potrai dire con sant'Ignazio d'Antiochia: «Sento in me un'acqua viva che mormora: Vieni al Padre!», saprai d'aver ricevuto il dono dell'orazione.

 

18. Il mistero di Gesù dunque è affascinante proprio perché è un mistero che nutre, rinfresca e brucia. In lui c'è tutto quello che uno può desiderare, tutto quello che ti fa perdere la testa quando lo cerchi impaziente o lo chiedi a fonti avvelenate. Al di fuori di Cristo, tutti perdono la testa, anche se in modi diversi. Guarda la testa di chi si droga, gioca alla roulette o alla borsa, vedrai come sono sinistri. Non c'è da meravigliarsi, bevono un'acqua che non disseta.

 

19. Solo gli uomini d'orazione sono veramente felici perché hanno trovato nello sguardo del Cristo tutto quel che cercavano. Vedere il Cristo o avvertire nel suo cuore la dolcezza dello Spirito è sempre orazione, interiore o esteriore. Così quando Silvano vede il volto di Gesù, sente la grazia dello Spirito Santo accendersi in lui.

 

20. Gesù ci si presenta dicendo: «Tutto quel che cerchi, io ce l'ho e anche sono. Io sono la Via, la Verità e la Vita. Tu cerchi l'intensità, la grandezza e l'esaltazione, io sono l'intensità e l'Infinito. Tu cerchi la felicità, io sono la Fonte. Infine cerchi l'Amore e senti che “senza Amore non c'è nulla”. Ebbene, io sono l'Amore: chi ha sete venga a me e beva». Come resistere? Soprattutto se l'invito è accompagnato dai segni della sua potenza e se esso viene da questo “occhio” che  penetra in te e raggiunge talvolta ciò che hai di meglio e di peggio. Vedi dunque in che misura l'orazione è la sola vera sorgente della felicità. Quando si accetta di guardare fino a che punto tutti gli uomini sono disposti a morire di fame e di sete non si può che augurare loro di incrociare lo sguardo del Cristo nell'orazione.

 

21. Gesù pur non essendo un uomo che vive tra noi - benché sia anche questo - è un uomo che ha il potere di risvegliare in te un desiderio che tu non osi nemmeno formulare e che in fondo è il desiderio di vita eterna. E la vita eterna è il conoscere il Padre e il suo inviato Gesù Cristo, è il cielo che comincia a prender vita nella tua anima. Tu vedi anche che cosa è l'orazione: un'anticipazione del Cielo mentre sei ancora sulla terra. L'orazione ricade nell'ordine del fine ultimo, cioè del Cielo.

 

22. La tua voglia di vivere è illimitata, ma tu la soffochi perché non speri. Allora ti rassegni - e questa è la virtù più anticristiana che ci sia - ti rassegni a non conoscere la vera vita e l'intensità che provano i giovani. Dostoevskij diceva: «Dammi una vita, dammi due vite, dammi tre vite e non mi basteranno ancora, voglio la vita eterna». Se anche tu potessi vivere mille anni, non ti basterebbero perché desideri la vita eterna, cioè una vita che meriti di essere eterna, per la sua intensità e originalità, una vita che può durare migliaia di secoli senza venire mai a noia.

 

23. Ecco che cosa desideri in segreto, nel tuo intimo, perché sei fatto per questo a immagine del Dio infinito. L'enorme peccato è il non sperare e fartene una ragione. Ci sono altri peccatori che cercano, in qualunque modo, dovunque. Sputano sulla società dei consumi (pur traendone profitto) perché non solo non dà l'Infinito ma neppure ci crede ed incoraggia soprattutto a non pensarci. Se desideri l'Infinito comincia col fare orazione ogni giorno: ne avrai una anticipazione o almeno un presentimento e non riuscirai più a farne a meno.

 

24. Il Cristo ti si presenta dunque come colui che possiede il segreto dell'Infinito e la chiave del Regno dei Cieli. Prenditi la pena di valutare se ti promette la luna o il sole della felicità. Il tuo peccato è di non porre nessuna domanda. Dopo duemila anni ci sono il Cristo Risorto e i testimoni del Cristo, specchio del Sole di giustizia e di santità; poco importa che tu guardi il sole direttamente o attraverso uno specchio - il che forse è meglio per non restarne accecati. L'unico timore è che possa trattarsi di un miraggio: la Chiesa ti offre il sole o la luna? Non devi tagliar corto alla leggera a questa domanda, ma non devi neanche ignorarla alla leggera. Se poni veramente questa domanda al Cristo dicendogli che è una questione di vita o di morte, egli è costretto a risponderti. Saprai allora che cosa è l'orazione.

 

25. Chi ha sete venga a me e beva. Il Cristo è apparso a Paolo, Paolo ha creduto in lui, è venuto e ha bevuto alla sorgente del cuore di Cristo. Abbeverato alla sorgente di fuoco, ha dato a sua volta origine a un ruscello e ha cominciato a irrigare..., è quel che si dice “irraggiare”. Ai cristiani si chiede di irraggiare la loro fede, come se fosse qualcosa che ognuno fa a suo piacimento! Chi è saturo, irraggia senza farlo di proposito, come Mosè che, scendendo dal Monte Sinai, si dovette coprire il volto con un velo. Quel che si ha dentro deborda inevitabilmente, è un contagio che non ha mai subito interruzioni da migliaia di anni. Quando esci dall'orazione, la pelle del tuo viso dovrebbe essere passata da parte a parte dalla gloria del Risorto che si è mostrato a Paolo sulla via di Damasco.

 

26. Se sei pazzo di Cristo, genererai pazzi per Cristo; assetato, diventerai sorgente; affamato, diventerai cibo per i tuoi fratelli. Non dirai che sei la fonte, anzi, al contrario, dirai: «Non sono la fonte, essa è più grande di me. Essa mi invade, mi inonda, trasborda dal mio cuore, mi annega ed io te la propongo. Sono affogato, vuoi andare a picco con me? Se sì, fai come me: mangia la carne dei Cristo, bevi il suo sangue e soprattutto fai orazione».

 

27. II volto di Gesù deve animarsi per te: due occhi che guardano, una bocca che parla e un cuore che ama. È un dono di Dio, non c'è una ricetta. Eppure gli spirituali testimoniano: bisogna fare in modo che il volto di Cristo si animi per te e questa non può essere che opera dello Spirito Santo.

 

28. Un giorno hai sentito questo soffio passare nella tua vita e il tuo sguardo ha incrociato quello di Gesù, altrimenti ora non saresti qui. A partire da quel giorno Gesù Cristo ha smesso di essere per te qualcosa di astratto e tu non hai avuto che un solo desiderio: ritrovarlo nell'orazione.

 

29. Ma dopo, il mare si ritira e il vento cade. Come dicono i Padri, la grazia ci abbandona. La tua situazione allora diventa molto dolorosa perché ti rivolgi gemendo a Cristo come Adamo cacciato dal Paradiso terrestre. Capita persino che in alcuni momenti essa (l'orazione) non ti dice più niente o almeno non ti dice gran che. Come fare perché questo incontro non cada nell'oblio, non come le maddalene di Proust ma come nella Bibbia: «Ricordati di ciò che è accaduto quando il volto del Cristo si è fatto carne ai tuoi occhi». San Giovanni Crisostomo dice che al momento del Battesimo siamo illuminati dalla grazia dello Spirito Santo che però si rifugia rapidamente nelle profondità dell'essere e noi ci affrettiamo a dimenticarlo. Un catecumeno me lo ha rivelato di recente.

 

30. Non dimenticare che, quando tutto va bene, tu rischi di non curartene. Quando il cielo si squarcia tu dici come i discepoli: Il nostro cuore non era tutto ardente? Quando però tutto è finito, rischi di sentirti colpevole perché tutte le tendenze represse in te si scatenano. Ho voglia di dirti: «Tu non ti conosci». Proprio nel momento in cui non ti senti colpevole perché Dio ti è vicino, rischi di esserlo maggiormente. È nel momento invece in cui ti senti miserabile, povero e peccatore che agli occhi di Dio lo sei meno perché Dio ha pietà di te. L'unica tua via d'uscita è di levare la voce al Cristo dicendo «Gesù, abbi pietà di me». Fa' tue le parole di Silvano nelle Lamentazioni d'Adamo (Staretz Silvano, pp. 404-412).

 

31. Sappi che puoi dispiacere a Dio proprio nei primi momenti in cui ti si rivela. Ma è un errore nascosto, invisibile, un'omissione che solo lo Spirito può rivelarti. Puoi dispiacere a Dio perché ti compiaci della sua grazia credendo che essa venga da te, dai tuoi meriti o dalla tua pietà. Puoi dispiacergli anche non andando in fondo nel donare te stesso. Ti abbandoni comodamente nella sensazione di essere amato da Dio e non ti affretti a dare tutto (specialmente quel millimetro che teniamo sempre da parte come una mela per la sete). Approfitti del fatto che i tuoi demoni sono incatenali per non dare tutto e per prendere possesso della grazia. È questo il momento di preoccuparti: quante occasioni buttate via! In seguito, non potrai più farlo, perché sei ostacolato dalle tue tendenze e dalle paure.

 

32. Il giorno del giudizio, Dio ti dirà: «In quel momento potevi darmi tutto e non l'hai fatto!». Per il resto del tempo hai delle scuse: ma non ne hai nessuna per i cinque minuti nei quali hai intravisto lo sguardo di Cristo. Devi temere il momento in cui tutto è facile e va bene.

 

33. Che lo sguardo del Cristo si accenda nel tuo cuore non dipende da te, ma è un dono del Padre. Nessuno viene a me se il Padre non lo attira. Né, dipende dalle tue forze di andare fino in fondo nel donare te stesso perché è lui che opera in te il volerlo fare, ma dipende da te il fare di questo duplice dono l'oggetto della tua preghiera incessante e instancabile. Il Padre non può rifiutartelo perché la tua preghiera realizza il suo più profondo desiderio e tu pregandolo in tal senso fai la sua gioia. C'è più gioia in Cielo per un peccatore che si converte e si volge verso il Padre, pregandolo, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di convertirsi.

 

34. Se tu non hai mai visto lo sguardo del Cristo, ti resta un’ultima possibilità: l'invocare il suo santo Nome. Ricordati quel che ti ho detto a proposito del volto del Padre. Nel Deuteronomio torna di continuo a proposito di Dio questo ritornello: voi non avete visto un volto, voi non avete visto una forma sul Monte Sinai, ma solo sentito una voce e il nome (4, 12). Lo stesso dicasi per il Cristo con la differenza che egli ha assunto il volto di un uomo e che tu puoi incontrarlo sulla tua strada, come Paolo sulla via di Damasco. Non è certo per il fatto che il Cristo è resuscitato col suo corpo glorioso che non ha più un volto. In ogni momento puoi incontrare il suo sguardo.

 

35. Nell'attesa di questo incontro, ti resta il nome di Gesù. Il suo Nome è la sola realtà che ti consente di ricollegarti a lui. Come gli Israeliti del deserto ricordavano il nome di Yahweh, anche i cristiani, in fondo, non hanno null'altro che il Nome di Gesù. Rileggi il libro degli Atti e vedrai quale enorme importanza la predicazione apostolica accordava alla potenza salvifica del Nome di Gesù. Per quelli che non hanno visto, è l'unico mezzo per entrare in relazione con lui. Tutta la potenza del Risorto e l’efficacia della Parola divina sono in questo nome.

 

36. Voi avete ucciso l'autore della vita, che Dio ha risuscitato dai morti, e di questo noi siamo testimoni. Ora, appunto per mezzo della fede ricevuta da lui, il suo nome ha fortificato quest'uomo che voi vedete e conoscete (At 3, 1-16). E non vi è in nessun altro salvezza. Infatti, non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini per mezzo dei quale noi possiamo essere salvi (At 4, 12).

 

37. Vuoi vedere il volto di Gesù salvatore e permettere al suo sguardo di guarire il tuo cuore e il tuo corpo? Agganciati al suo Nome: è il solo modo per essere in relazione con lui. E Paolo ti dirà come devi pregare questo nome. Prima di tutto devi credere in cuor tuo che Dio ha resuscitato Gesù dai morti, poi devi confessarlo con la bocca invocandone il Nome (Rm 10, 10-13). Per invocarlo devi credere in lui e per credere in lui devi aver ascoltato la predicazione del Vangelo. Ecco perché ti invito a invocare il nome di Gesù e a confessarlo con le labbra, mormorandolo. Prima di continuare, però, ti invito a fermarti e a meditare sulla ricchezza e sulla povertà del nome di Gesù. Com'è mai possibile che l'aver semplicemente invocato quel nome fa guarire lo zoppo della Porta Bella'? Non c'è proporzione alcuna tra il mormorare quel nome e la potenza di gloria che esso opera nei cuori e nei corpi.

 

38. Ricchezza e povertà del Nome di Gesù: è così poca cosa un nome, così facile da pronunciare! Ci sono giorni in cui hai l'impressione che sia muto. Ci sono giorni in cui ripetere il nome di Gesù, il nome di Dio o, per noi, il nome del Padre, è un esercizio vano. L'eco di questo nome non produce alcun effetto in Cielo e nel tuo cuore. Eppure questo nome è proprio il suo e non ce n'è un altro.

 

39. Colui che prega si aggrappa a questo nome che riassume tutta la sua preghiera. Questa specie di ripetizione instancabile del nome di Gesù è come un'esalazione del suo cuore cui egli confida tutto il suo essere. È un appello pieno di fiducia. Gesù è il nome-scambio mediante il quale il Padre viene a te. Il nome che serbi in te, è il nome che ti salva: è il baluardo della tua vita. Il nome di Gesù è l'ospite del tuo silenzio interiore, che mormora in te il messaggio di una presenza, di un amore e di una fedeltà. Il nome di Dio o di Gesù, quando alberga nel tuo cuore, ti porta la certezza di amare e di essere amato.

 

40. Tu hai riconosciuto in questa reiterazione piena d'amore del nome di Gesù la sorgente della preghiera del cuore tanto cara ai nostri fratelli d'Oriente: «Gesù, figlio del Dio salvatore, abbi pietà di me peccatore». Tutto il rinnovamento spirituale dei nostri fratelli russi affonda le radici in questa preghiera che le nonne recitavano in passato e che hanno tramandato ai nipoti. Lo sai che la Chiesa russa ha appena canonizzato due grandi servitori della preghiera di Gesù: Paisij Velickovskij che nel 1794 compose e pubblicò i testi della Philocalia e l'arcivescovo Ignazio Brianchtaninov che trascorse tutta la vita nella preghiera di Gesù?

 

41. La ripetizione dei nome di Gesù affonda come una vite nella profondità del tuo cuore e vi raggiunge misteriosamente il mormorio dello spirito che l'orecchio non esercitato non riesce a percepire ma che è già all'opera nel tuo intimo. I primi monaci presero sin dagli inizi (V secolo) l'abitudine di associare alle invocazioni il suo nome benedetto: «Gesù, salvami... Gesù, soccorrimi... Gesù, pietà...».

 

42. Se hai familiarità col Vangelo, riconoscerai nella formula della preghiera di Gesù la preghiera del cieco Bartimeo e la preghiera del pubblicano: Gesù, Figlio di Dio salvatore, abbi pietà di me peccatore. È il grido che scaturisce dal tuo più profondo sconforto, quello del tuo peccato, di questa tendenza subdola che è in te e ti distoglie dall'amore vero.

 

43. «La preghiera di Gesù è breve. Essa è destinata ad essere ripetuta più e più volte. Si rivolge a Gesù Cristo. Lo chiama con appellativi diversi. Implora la sua misericordia. Definisce l'orante “peccatore”. Costituisce una “attività nascosta”. E soprattutto un mezzo per raggiungere il fine di ogni vita interiore: l'unione a Dio per mezzo della preghiera continua. È quest'ultimo, tra i vari elementi, quello che conferisce un senso a tutti gli altri» (Ireneo Hausherr S. G., Nomi di Cristo e vie d'orazione, Orientalia Christiana, Analecta 157, p. 125).

 

44. Non c'è altra preghiera cristiana possibile se non quella che scaturisce dalla rivelazione del tuo peccato nel momento in cui Dio lo perdona e torna ad accoglierti nella sua dolce pietà. Ecco che quella che tradizionalmente è chiamata la preghiera di Gesù, se è un punto di partenza, è anche il punto più alto della preghiera, quella che si ricorda del Padre misericordioso e ti proietta senza posa tra le sue braccia.

 

45. Per alcuni basterà il puro e semplice nome di Gesù amorevolmente ripetuto, respirato; il nome benedetto fra tutti, il piccolo Nome di Dio abbraccerà tutti i tuoi sentimenti dal pentimento alla tenerezza, dal bisogno di perdono alla comunione più colma d'amore e più intima.

 

46. Gesù diventerà il grido il cui dolce mormorio sovrasterà tutti gli altri battiti del cuore. L'uomo di preghiera vi si installerà pian piano, andrà ad abitare il nome, dimorerà in questo amore come seduto sul bordo del pozzo che si apre sul fondo del suo cuore e la cui profondità abissale ad un certo punto sfocia in Dio.

 

47. Ripetere il nome di Gesù dunque ti da una specie di vertigine, la vertigine di Dio che porti nascosta in te (Ruysbroeck) e alla quale basterà che tu ti abbandoni per ricadere senza posa in lui. La preghiera ti fa così discendere e dimorare al nocciolo del tuo essere. Essa è unione suprema che ti consegna al Signore e ti restituisce alla tua propria identità, l'unica vera.

 

48. Ripetendo il nome di Gesù impari ad ascoltare il tuo, quello che lui solo conosce e ti ripete senza sosta. Nell'imparare a riconoscere nella notte il suo volto, tu ritrovi i tratti del tuo; abbandonandoli al suo amore impari finalmente ad amare sul serio.

 

49. È bello “essere là”. Si dovrebbero poter piantare tre tende per abitare sempre con Gesù. La preghiera è questa dimora di Dio con gli uomini dove la liturgia non ha mai fine. E il grido che hai ascoltato a lungo non è più altro che un mormorio appena percettibile che si confonderà ben presto con il silenzio degli abissi facendo eco al silenzio abissale di Dio: ii silenzio di lode e d'amore che secondo un antico monaco “è il linguaggio dell'eternità”.

 

 

 

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