La comunità visibile

Il corpo di Cristo occupa dello spazio in terra. Con la sua incarnazione Cristo pretende dello spazio tra gli uomini. Venne «in casa sua». Ma alla sua nascita gli diedero una stalla, «perché non v’era posto nel loro albergo»: lo respinsero nella vita e nella morte, così che il suo corpo fu appeso tra cielo e terra, sulla forca. Ma l’incarnazione comprende il diritto ad uno spazio proprio in terra. Ciò che occupa dello spazio è visibile o non è corpo. Si vede l’uomo Gesù, lo si crede Figlio di Dio. Si vede il corpo di Gesù, lo si crede corpo di Dio divenuto uomo. Si vede che Gesù era incarnato, si crede che egli portò la nostra carne. «Devi indicare questo uomo e dire: è Dio» (Lutero). Una verità, una dottrina, una religione non ha bisogno di spazio per sé. È senza corpo. La si ascolta, impara, comprende: ecco tutto. Ma il Figlio di Dio incarnato ha bisogno non solo di orecchi e di cuori, ma di veri uomini che lo seguano.

Perciò egli invitò i discepoli a seguirlo fisicamente, e la sua comunione con loro era visibile a tutti. Era fondata e tenuta unita da Gesù Cristo stesso divenuto uomo. La Parola incarnata aveva chiamato, aveva creato la comunità fisica visibile. I chiamati non potevano più rimanere nascosti, erano la luce che deve risplendere, la città sul monte che si deve vedere. Sopra la loro comunità stava eretta visibilmente la croce e passione di Gesù Cristo. Per amore della comunione con lui i discepoli dovettero lasciare tutto, dovettero soffrire ed essere perseguitati, ma proprio mentre erano perseguitati era loro visibilmente restituito, nella comunione con lui, ciò che avevano perduto, fratelli e sorelle, campi e case. La comunità dei seguaci era manifesta davanti al mondo. Qui erano corpi che agivano, lavoravano, soffrivano in comunione con Gesù.

Anche il corpo del Signore glorificato è un corpo visibile sotto forma di comunità. Come diviene visibile questo corpo? In primo luogo nella predicazione della Parola. «Ed erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli» (At. 2,42). Ogni parola di questa frase è importante. Dottrina (didake) significa predicazione, qui in opposizione ad ogni specie di discorso religioso. Qui si tratta di comunicazione di fatti avvenuti. Il contenuto di ciò che deve essere detto è obiettivamente certo, basta che venga trasmesso con «l’insegnamento». Ma una comunicazione si limita essenzialmente a cose non note. Una volta che sono conosciute non ha senso continuare a comunicarle; perciò veramente il concetto di ‘insegnamento’ rende se stesso superfluo. In strano contrasto qui è detto che la prima comunità ‘perseverava’ nell’insegnamento; cioè che questo insegnamento non si rende superfluo, ma pretende, anzi, perseveranza. L’ ‘insegnamento’ e la ‘perseveranza’ devono essere collegate da una necessità obiettiva. Essa è espressa nel fatto che si tratta qui di «insegnamento degli apostoli». Che significa «insegnamento degli apostoli?». Apostoli sono gli uomini scelti da Dio per testimoniare la realtà della rivelazione in Gesù Cristo. Hanno vissuto in comunione fisica con Gesù, hanno visto Gesù incarnato, crocifisso, risorto e hanno toccato il suo corpo con le proprie mani (1 Gv. 1,1). Essi sono i testimoni di cui si serve Dio, Spirito Santo, come strumento per annunziare la Parola. La predicazione degli apostoli è la testimonianza della realtà che Dio si è rivelato fisicamente in Gesù Cristo. Sul fondamento degli apostoli e profeti è edificata la Chiesa, la cui pietra angolare è Gesù Cristo (Ef. 2,20). Ogni ulteriore predicazione deve essere predicazione apostolica ed edificare su questo fondamento. Così viene stabilita l’unità tra noi e la prima comunità mediante la parola degli apostoli. Fino a che punto questo insegnamento apostolico rende necessaria la perseveranza nell’ascolto? La parola apostolica è, nella Parola di Cristo, realmente Parola di Dio (1 Ts. 2,13). È perciò Parola che vuole accettare uomini ed ha il potere di farlo. La Parola di Dio cerca una comunità per accettarla. È essenziale nella comunità. Entra spontaneamente nella comunità. Ha un movimento proprio verso la comunità. Non che da una parte ci sia una parola, una verità e dall’altra una comunità, e che il predicatore debba ora prendere questa parola, la debba usare, muovere per portarla nella comunità, applicarla ad essa. La Parola percorre da sé questa via, il predicatore non deve e non può fare nulla se non servire al movimento proprio della Parola, non opporle nulla. La Parola esce per accettare gli uomini; gli apostoli sapevano questo e questo era il contenuto della loro predicazione. Avevano pur visto la Parola di Dio stessa, com’era venuta, come si era incarnata ed aveva preso su di sé, in questa carne, tutta l’umanità. Ora non dovevano che testimoniare che questo, che la Parola di Dio è divenuta carne, che venne per accettare i peccatori, per perdonare e santificare. Questa è la Parola che entra nella comunità, la Parola incarnata, che porta già tutta l’umanità, che non può più essere senza l’umanità che ha accettata, che va dalla comunità. Ma con questa Parola viene lo Spirito santo stesso, che mostra al singolo ed alla comunità ciò che da tempo le è stato donato in Cristo. Egli opera negli uditori la fede, che nella Parola della predicazione Gesù Cristo stesso è venuto in mezzo a noi nella potenza del suo corpo, che viene per dirmi che mi ha già accettato e che mi vuole accettare anche oggi.

La parola della predicazione apostolica è la Parola che ha portato nel suo corpo i peccati di tutto il mondo, è il Cristo presente nello Spirito santo. Cristo nella sua comunità, ecco «l’insegnamento degli apostoli», la predicazione degli apostoli. Quest’insegnamento non si rende mai superfluo, ma si crea la comunità che resta ferma in essa, perché è accettata dalla Parola e ogni giorno riacquista questa certezza. Questo insegnamento si crea una comunità visibile. Alla visibilità del corpo di Cristo nella predicazione della Parola si aggiunge la visibilità nel battesimo e nella Santa Cena. Ambedue provengono dalla reale umanità del nostro Signore Gesù Cristo. In ambedue egli ci viene incontro fisicamente e ci rende partecipi della comunione del suo corpo. Ma tutti e due questi atti vanno uniti all’annunzio. Nel battesimo e nella Santa Cena c’è l’annunzio della morte di Cristo per noi (Rom. 6,3 ss.; 1 Cor. 11,26). In ambedue ci viene donato il corpo di Cristo. Nel Battesimo ci viene dato di essere membri del suo corpo, nella Santa Cena ci viene donata la comunione fisica (koinonia) con il corpo del Signore che riceviamo, ed appunto in questa la comunione fisica con le membra di questo corpo. Così, mediante il dono del suo corpo, diveniamo un corpo con lui. Non comprendiamo completamente né il dono del Battesimo né quello della Santa Cena se li qualifichiamo perdono dei peccati. Il corpo del Signore offertoci nel sacramento ci dona il Signore realmente presente nella sua comunità. Ma il perdono dei peccati è incluso nel dono del corpo di Cristo nella sua comunità. Da ciò si comprende come in origine la somministrazione del battesimo e della Santa Cena - proprio al contrario di quanto accade oggi - non fosse legato al ministero della predicazione apostolica, ma venisse compiuto anche dalla comunità stessa (1 Cor. 1,1 e 14ss.; 11,17ss.). Battesimo e Santa Cena appartengono solo alla comunità del corpo di Cristo. La Parola è rivolta a chi crede e a chi non crede. I sacramenti appartengono solo alla comunità. Perciò la comunità cristiana nel suo vero senso è comunità di battesimo e di Santa Cena, e solo da qui nasce il suo compito di comunità che annuncia la Parola.

È ora chiaro che la comunità di Gesù Cristo nel mondo richiede uno spazio per la predicazione. Il corpo di Cristo è visibile nella comunità raccolta attorno alla Parola ed al Sacramento.

Questa comunità è un tutto articolato. Il corpo di Cristo come comunità include articolazione e ordinamento della sua comunità. Questo è dato con il corpo. Un corpo non articolato si trova in stato di decomposizione. La forma del Cristo vivente, secondo l’insegnamento di Paolo, è forma articolata (Rom. 12,5; 1 Cor. 12,12 ss.). Qui è impossibile distinguere contenuto e forma da essenza e manifestazione. Questo vorrebbe dire rinnegare il corpo di Cristo, cioè del Cristo incarnato (1 Gv.4,3). Perciò il corpo di Cristo assieme allo spazio per la predicazione richiede pure lo spazio per l’ordinamento della comunità.

L’ordinamento della comunità ha origine e carattere divino. Certo è solo lì per servire, non per dominare. I ministeri della comunità sono ‘servizi’ (diakoniai 1 Cor. 12,4). Da Dio (1 Cor. 12,28), da Cristo (Ef. 4,11), dallo Spirito santo (At. 20,28) sono stati istituiti nella comunità e non per mezzo di essa. Anche lì dove la comunità stessa assegna le cariche, lo fa solo sotto la guida dello Spirito Santo (At. 13,2 e passim). Ministero e comunità hanno la stessa origine nel Dio uno e trino. I ministeri servono alla comunità, hanno il loro diritto divino solo in questo servizio. Perciò nelle diverse comunità ci devono essere ministeri, ‘diaconie’, diversi, diversi per es. a Gerusalemme che nelle comunità fondate dalla missione di Paolo. Certo la loro articolazione è data da Dio, ma la loro forma è varia e dipende solo dal giudizio spirituale della comunità stessa, che nomina i suoi membri per il servizio. Anche i carismi che lo Spirito santo dona a singoli sottostanno severamente alla disciplina della diaconia nella comunità, perché Dio non è un Dio del disordine, ma della pace (1 Cor. 14,32 ss.). In questo appunto è visibile lo Spirito (phanerosis 1 Cor. 12,6), che tutto accade per il bene della comunità. Apostoli, profeti, dottori, sovrintendenti (episcopi), diaconi, anziani rettori e capi (1 Cor. 12,18 ss.; Ef. 2,20 e 4,11) sono i servitori della comunità, del corpo di Cristo. Sono nominati per il servizio nella comunità, perciò la loro carica ha origine e carattere divini. Solo la comunità può dispensarli dal servizio. Perciò la ,comunità è libera di disporre i propri ordinamenti secondo il bisogno; ma se i suoi ordinamenti vengono toccati dall’esterno, è la forma visibile del corpo stesso di Cristo a essere toccato.

Particolare attenzione merita, tra i ministeri della comunità, in tutti i tempi, l’amministrazione genuina della Parola e dei Sacramenti. Bisogna tener conto di quanto segue: l’annunzio sarà sempre vario e diverso a seconda del compito e dei doni del predicatore. Ma sia esso di Paolo o di Pietro, di Apollo o di Cristo, in tutto si deve riconoscere quell’unico Cristo indiviso (1 Cor 1,11). Ognuno dia una mano all’altro (1 Cor. 3,6). Formazione di scuole conducono solo a dispute nelle quali ognuno cerca di difendere la propria opinione (1 Tm.6,5 e 20; 2 Tm. 2,10; 3,8; Tt. 1,10). Troppo facilmente la ‘beatitudine’ diviene guadagno terreno sia di gloria, sia di potere o di denaro. Facilmente nascerà pure la tendenza a creare problemi per amore di dispute e di distogliere dalla semplice verità (2 Tm. 3,7). Si sarà indotti a seguire la propria volontà e a disubbidire a Dio. Al contrario, la sana e utile dottrina rimarrà scopo della predicazione (2 Tm. 4,3; 1 Tm. 1,10; 4,16; 6,1; Tt. 1,9 e 13; 2,1; 3,8); e garanzia del giusto ordine e dell’unità.

Non è sempre facile riconoscere il limite tra un’opinione lecita di una corrente e un’eresia. In qualche comunità una dottrina, che in un’altra è già messa al bando come eresia, è ancora accettata come opinione di corrente (Ap. 2,6 e 15 ss.). Ma se si manifesta l’eresia, è necessaria una netta separazione. E l’eresiarca deve essere espulso dalla comunità e dalla comunione personale (Gal. 1,8; 1 Cor. 16,22; Tt. 3,10; 2 Gv. 10 ss.). La Parola di una predicazione genuina deve unire e separare in maniera visibile. Lo spazio per l’annunzio e l’ordinamento della comunità si è quindi manifestato con chiarezza nella sua necessità voluta da Dio.

Si pone la questione se con ciò è già delimitata la forma visibile della comunità del corpo di Cristo e se essa comprende ancora un diritto ad un ulteriore spazio nel mondo. La risposta del Nuovo Testamento indica senza ambiguità che la comunità deve pretendere dello spazio in terra non solo per i suoi culti e le sue istituzioni, ma anche per la vita quotidiana dei suoi membri. Quindi si dovrà parlare dello spazio vitale della comunità visibile.

La comunione di Gesù con i suoi discepoli era pure comunione di vita in tutte le sue manifestazioni. Tutta la vita di ognuno di essi si svolgeva nella comunità. La comunità è una testimonianza viva dell’umanità incarnata del Figlio di Dio. La presenza fisica del Figlio di Dio richiede l’impegno fisico per lui e con lui nella vita quotidiana. L’uomo con tutta la sua vitale vita fisica deve essere unito a colui che per amor suo assunse corpo umano. Il discepolo che segue Gesù deve essere inseparabilmente unito al corpo di Gesù.

Lo testimonia pure la prima relazione sulla giovane comunità negli Atti degli apostoli (2,42 ss.; 4,3 ss.). «Ed erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere». «E tutti quelli che avevano creduto stavano insieme e avevano tutto in comune». È istruttivo che qui la comunità (koinonia) trova il suo posto tra la Parola e la Santa Cena. Non è una determinazione casuale del suo essere, se deve sempre di nuovo avere la sua origine nella Parola, la sua meta e il suo perfezionamento nella Santa Cena. Ogni comunità cristiana vive tra la Parola e i Sacramenti; nasce e finisce nel culto. Attende l’ultima cena con il Signore nel Regno di Dio. Una comunità che ha tale origine e tale fine è comunità perfetta, nella quale si inseriscono anche le cose e i beni di questa vita. In libertà, serenità e potenza dello Spirito santo qui viene stabilita una comunità perfetta, nella quale nessuno «vive nell’indigenza» e «distribuivano a tutti secondo che ognuno ne aveva bisogno», «né c’era alcuno che dicesse che era suo quel che gli apparteneva». Nel quotidiano ripetersi di questo fatto si manifestava la piena libertà evangelica che non ha bisogno di costrizione. Essi erano infatti «un cuor solo ed una anima sola».

Questa giovane comunità era visibile agli occhi di tutti e - cosa strana! - «godeva il favore di tutto il popolo» (At. 2,47). Era la cecità del popolo d’Israele che non vedeva più dietro questa comunità perfetta la croce di Gesù? O è l’anticipazione del giorno in cui ogni popolo dovrà onorare il popolo di Dio? O è la bontà di Dio per la quale, proprio in periodi di crescita, di seria lotta e di divisione dei credenti dai nemici, circonda la sua comunità con una cerchia di benevolenza puramente umana, di partecipazione umana al destino della comunità, o il popolo presso il quale la comunità godeva favore era il popolo che aveva gridato ‘Osanna’ e non ‘crocifiggilo’? «Il Signore poi aggiungeva ogni giorno alla Chiesa quelli che si salvavano». Questa comunità visibile con la sua piena comunione di vita irrompe nel mondo e gli strappa i suoi figlioli. Il crescere quotidiano della comunità dimostra la potenza del Signore in essa vivente.

Per i primi discepoli vale: dov’è il loro Signore devono trovarsi anche loro, e dove saranno loro Il sarà anche il loro Signore fino alla fine del mondo. Tutto ciò che il discepolo fa, lo fa assieme alla comunità di Gesù quale suo membro. Anche l’azione più profana avviene ora nella comunità. E così per il popolo di Cristo vale: dov’è uno dei suoi membri lì è tutto il corpo, e dov’è tutto il corpo lì si trova anche il membro. Non c’è sfera della vita nella quale il membro si possa o voglia sottrarre al corpo. Dovunque uno sia, qualunque cosa faccia, tutto avviene «nel corpo», nella comunità, «in Cristo». Tutta la vita è accolta «in Cristo». Il cristiano è forte o debole «in Cristo» (Fil. 4,13; 2 Cor. 13,4), lavora o fatica o gode «nel Signore» (Rom. 16,9 e 12; 1 Cor. 15,58; Fil. 4,4), parla e ammonisce «in Cristo» (2 Cor. 2,17; Fil. 2,1), è ospitale «in Cristo» (Rom. 16,2), sposa «nel Signore» (I Coro 7,39), si trova in prigione «nel Signore» (Fil. 1,13 e 23), è schiavo «nel Signore (1 Cor. 7,22). Tutta la gamma di relazioni umane tra cristiani è abbracciata da Cristo, dalla comunità.

Il battesimo che inserisce nel corpo di Cristo concede ad ogni cristiano la piena vita in Cristo, nella comunità. È una grave riduzione, per nulla neotestamentaria, se il dono del battesimo trova i suoi limiti nella partecipazione alla predica e alla Santa Cena, cioè nella parte dei beni salvifici, o forse ancora ai ministeri e servizi della comunità. Con il battesimo ad ogni battezzato viene aperto incondizionatamente tutto lo spazio della vita comunitaria dei membri del corpo di Cristo in tutti i campi. Chi concede ad un fratello battezzato solo la partecipazione al culto, mentre gli nega la comunione nella vita quotidiana, ne abusa o lo disprezza, si rende colpevole di fronte a tutto il corpo di Cristo stesso. Chi riconosce che i fratelli battezzati posseggono i doni della salvezza, ma nega loro i doni della vita terrena o li lascia coscientemente nel bisogno e nel tormento terreno, schernisce il dono della salvezza ed è menzognero. Chi, dopo che lo Spirito Santo ha parlato, dà ancora ascolto alla voce del sangue, alla sua natura, ai suoi sentimenti di simpatia o antipatia, si rende colpevole di fronte al sacramento. Il battesimo che inserisce nel corpo di Cristo non muta solo lo stato della salvezza personale del battezzato, ma anche tutti i suoi rapporti nella vita.

Filemone «riavrà per sempre» lo schiavo Onesimo che è fuggito al suo padrone, credente, e lo ha alquanto danneggiato, ma «non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello diletto... secondo la carne e nel Signore» (Fm. 16). Paolo sottolinea «fratello secondo la carne» e mette così in guardia davanti a quel pericoloso malinteso di tutti i cristiani ‘privilegiati’, che sopportano la comunione con i cristiani aventi minori diritti e minore considerazione, nel culto, ma non permettono che tale comunione si effettui pure al di fuori di esso. Secondo la carne un fratello di Filemone! Filemone accolga lo schiavo come un fratello, come se fosse Paolo stesso (v. 17); come fratello non tenga conto del danno subìto (v. 18). Filemone lo faccia volontariamente, per quanto Paolo si sentirebbe anche di comandarlo (v. 8- I 4), e certo Filemone farà più di quanto richiesto (v. 2 I). Un fratello secondo la carne, perché battezzato. Anche se Onesimo rimane sempre schiavo del suo padrone Filemone, pure il rapporto tra loro è cambiato. Perché? Il libero e lo schiavo sono divenuti membra del corpo di Cristo. Nella loro comunione ora vive, come in una piccola cella, il corpo di Cristo, la comunità. «Quanti siete stati battezzati in Cristo, di Cristo vi siete rivestiti. Non c’è più né giudeo, né gentile, non c’è più né schiavo né libero, non c’è più né maschio né femmina, voi siete uno solo in Cristo Gesù» (Gal. 3,27 s.; Col.3,11). Nella comunità l’uno non vede più nell’altro il libero o lo schiavo, il maschio o la femmina, ma il membro del corpo di Cristo. Certo, questo non significa che ora lo schiavo non sia più schiavo, il maschio non più maschio. Ma non vuol nemmeno dire che nella comunità si continui a vedere in ognuno il giudeo o il gentile, il libero o lo schiavo. Proprio questo deve essere escluso. Noi vediamo negli altri solo l’appartenenza al corpo di Cristo, cioè consideriamo che siamo tutti Uno in lui. Giudeo e gentile, libero e schiavo, maschio e femmina sono ora nella comunità parte della comunità del corpo di Cristo. Lì dove vivono, parlano, agiscono insieme è la comunità; essi sono dunque in Cristo. Ma allora anche la loro comunione è determinata e mutata in maniera decisiva. La donna obbedisce all’uomo «nel Signore», lo schiavo serve Dio quando serve il suo padrone; il padrone sa che anche lui ha un Signore in cielo (Col. 3,18; 4,1), ma ora sono fratelli «secondo la carne e nel Signore».

Così la comunità interviene nella vita del mondo e conquista spazio per Cristo, perché ciò che è «in Cristo» non è più sotto il dominio del mondo, del peccato e della legge. In questa comunità rinnovata nessuna legge del mondo ha più da dire qualcosa. Il regno dell’amore cristiano tra fratelli è sottoposto a Cristo, non al mondo. La comunità non può ormai permettere oltre che al servizio dell’amore reso al fratello, al servizio della misericordia siano imposti dei limiti. Infatti dov’è il fratello lì è il corpo di Cristo stesso, lì è sempre anche la sua comunità, lì devo esserci anch’io.

Chi appartiene al corpo di Cristo è liberato dal mondo, chiamato fuori, deve essere visibile al mondo non solo a causa della comunione nel culto e dell’ordinamento della comunità, ma anche per la nuova fraterna comunione di vita. Quando il mondo disprezza il fratello cristiano, il cristiano lo amerà e lo servirà; quando il mondo gli usa violenza, egli lo aiuterà e consolerà; quando il mondo lo disonora e offende, egli darà il suo onore per il disonore del fratello. Dove il mondo cercherà guadagno, egli rinunzierà; dove il mondo sfrutta, egli si priverà; dove il mondo opprime, egli si piegherà verso l’oppresso e lo solleverà. Se il mondo nega di far giustizia, egli userà misericordia; se il mondo si circonda di menzogna, egli aprirà la sua bocca per i muti e testimonierà la verità. Per amore del fratello, sia esso giudeo o pagano, schiavo o libero, forte o debole, nobile o ignobile, egli rinunzierà a ogni comunione con il mondo; infatti egli serve la comunità del corpo di Gesù Cristo. Perciò in questa comunità non può restare nascosto al mondo. Egli è chiamato fuori e segue.

Ma «ognuno rimanga in quella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato quando eri schiavo? Non te ne preoccupare, ma pur potendo diventare libero approfitta piuttosto della tua condizione» (cioè: resta schiavo), perché chi è stato chiamato nel Signore da schiavo è un liberto del Signore, come chi è stato chiamato da libero è schiavo di Cristo. Siete stati comprati a gran prezzo, non diventate schiavi degli uomini. Fratelli, ognuno rimanga davanti a Dio nella condizione in cui era quando fu chiamato» (1 Cor. 7,20-24). Non è, forse, tutto mutato da quanto accadde quando Gesù invitò i primi discepoli a seguirlo? Allora i discepoli dovettero abbandonare tutto e seguirlo. Ora invece è detto: «ognuno rimanga nella condizione in cui era quando è stato chiamato». Come risolviamo questa contraddizione? Solo riconoscendo che sia per la chiamata di Gesù sia per l’ammonimento degli apostoli l’unica cosa importante è che chi è chiamato entri a far parte del corpo di Cristo. I primi discepoli dovettero andare con Gesù per restare in comunione fisica con lui. Ora, invece, il corpo di Cristo, nella Parola e nel Sacramento, non è più legato ad un unico luogo in terra. Il Cristo risorto e glorificato si è avvicinato al mondo, il corpo di Cristo è penetrato nel mondo - sotto forma della sua comunità. - Chi è battezzato è battezzato nel corpo di Cristo. Cristo è venuto a lui, ha accettato la sua vita ed ha quindi strappato al mondo ciò che gli apparteneva. Se uno è stato battezzato quando era schiavo, egli è divenuto partecipe della comunione del corpo di Cristo come schiavo. Come schiavo è già strappato al mondo, è divenuto liberto di Cristo. Perciò lo schiavo rimanga pure schiavo. Come membro della comunità di Cristo ha già ottenuto la libertà che nessuna ribellione, nessuna rivoluzione gli avrebbe potuto né potrebbe dare. Paolo ammonisce lo schiavo a rimanere schiavo non certo per vincolarlo maggiormente al mondo, per «ancorare religiosamente» la sua vita al mondo, per fame un cittadino di questo mondo, migliore e più fedele. Paolo non parla certo per giustificare un’organizzazione sociale oscurantista, per coprirla con una guarnizione cristiana. Non perché l’ordinamento civile del mondo sia così divino da non dover essere rovesciato, ma solo perché tutto il mondo è già stato scosso fin nelle fondamenta dall’opera di Cristo, dalla liberazione concessa da Cristo sia allo schiavo sia al libero. Una rivoluzione, un rovesciamento dell’ordine sociale non rischierebbe di offuscare lo sguardo per il rinnovamento divino di tutte le cose e per la creazione della sua comunità per opera di Gesù Cristo? Ogni tentativo rivoluzionario non impedirebbe forse, o almeno ritarderebbe, la demolizione di tutto l’ordine cosmico e così l’avvento del regno di Dio? Non certo, dunque, perché nell’adempimento del proprio dovere professionale del mondo si debba riconoscere il compimento della vita cristiana, ma perché nella rinunzia a liberarsi agli ordinamenti di questo mondo sta l’espressione adeguata del fatto che il cristiano non s’aspetta nulla dal mondo, ma tutto da Cristo e dal suo regno - perciò lo schiavo rimanga schiavo! Poiché questo mondo non ha bisogno di riforme, ma è maturo per essere distrutto - perciò lo schiavo rimanga schiavo! Egli gode di una promessa migliore. Il mondo non è forse giudicato con sufficiente chiarezza e lo schiavo sufficientemente consolato nel fatto che il Figlio di Dio ‘prese’ forma di schiavo (Fil. 2,5) quando venne in terra? Il cristiano chiamato come schiavo, proprio nella sua condizione di schiavo in terra non è forse già abbastanza lontano dal mondo, che potrebbe amare e desiderare, del quale potrebbe preoccuparsi? Perciò lo schiavo non soffra perché ribelle, ma perché membro della comunità e del corpo di Cristo. In ciò il mondo diviene maturo per la distruzione. «Non siate schiavi degli uomini!». Ciò accadrebbe in due modi: d’un canto con la ribellione e con il rovesciamento dell’ordine dato, d’altro canto con la trasfigurazione religiosa delle istituzioni date. «Fratelli, ognuno rimanga davanti a Dio nella condizione in cui era quando fu chiamato». «Davanti a Dio» e perciò «non siate schiavi degli uomini» né ribellandovi né assoggettandovi falsamente. Restare davanti a Dio nella propria professione, significa restare, in mezzo al mondo, uniti al corpo di Cristo nella comunità visibile, e dare una testimonianza viva della vittoria sul mondo nel culto e nella vita dedita a Gesù.

Perciò «ogni persona sia sottomessa ai poteri superiori» (Rom. 13,1 ss.). Il cristiano non desideri salire in alto fino al potere; il suo compito è di rimanere in basso. Le autorità sono sopra (uper) di lui, lui rimanga sotto (upo). Il mondo domina, il cristiano serve; in ciò è in comunione con il suo Signore che si fece schiavo. «E Gesù chiamatili a sé dice loro: Sapete che quelli che hanno fama di guidare i popoli li tiranneggiano e i loro grandi li opprimono. Ma non è così tra di voi; chi infatti voglia diventare grande tra di voi sia vostro servo e chi voglia essere primo fra voi sia lo schiavo di tutti, poiché anche il Figlio dell’uomo non venne per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti» (Mc. 10,42-45). «Perché non v’è potere se non da Dio». Questo è detto al cristiano, non alle autorità. I cristiani sappiano che riconoscono e adempiono la volontà di Dio proprio in basso, dove è stato loro assegnato il posto dai superiori. I cristiani si sentono confortati dal fatto che Dio stesso vuole agire in loro favore tramite i superiori, che il loro Dio è Signore anche delle autorità. Ma questo non deve rimanere una considerazione ed una conoscenza generale del carattere delle autorità (exousia singolare), ma deve essere applicato nella presa di posizione del cristiano di fronte alle reali autorità in carica (ai de ousai). Chi si oppone a queste si oppone alle disposizioni di Dio (diataxe tou theou), che ha voluto che il mondo domini e che Cristo vinca servendo, e con lui i suoi cristiani. Il cristiano che non volesse comprenderlo, attirerebbe su di sé il giudizio (v. 2); infatti egli si sarebbe di nuovo adeguato al mondo. Da che cosa nasce tanto facilmente l’opposizione dei cristiani alle autorità? Dal fatto che si scandalizzano degli errori e delle ingiustizie delle autorità. Ma con questa considerazione i cristiani incorrono già nel grave pericolo di badare ad altro che alla volontà di Dio che essi stessi devono compiere. Purché essi stessi badino sempre ad agire bene, come Dio ordina loro, essi possono vivere «senza timore» dei superiori, perché «i magistrati non sono da temere per le opere buone, bensì per quelle cattive» (v. 3). Perché il cristiano che rimane davanti al suo Signore e fa il bene dovrebbe temere? «Vuoi vivere senza temere il potere? Fa’ quel che è bene». «Fa’ quel che è bene», solo questo conta. Non ciò che fanno gli altri, ma quello che farai tu sarà importante per te. Fa’ il bene, senza timore, senza limitazioni, senza condizioni. Come, infatti, potresti biasimare i superiori per i loro errori, se tu stesso non agisci bene? Come vuoi giudicare gli altri, se tu stesso incorri nel giudizio? Se vuoi vivere senza temere, fa’ quel che è bene! «e ne riceverai lode. Esso, infatti, è per te ministro di Dio per il tuo bene». Non che il desiderio di lode possa essere la ragione delle nostre buone azioni; non può nemmeno essere il nostro fine; la lode è solo qualcosa che sarà aggiunto se i superiori sono come devono essere. Paolo fa tutte queste considerazioni tenendo sempre presente la comunità cristiana; lo interessa solo la comunità cristiana, la sua salvezza e il suo cammino, a tal punto che egli deve mettere in guardia i cristiani dalla loro propria cattiveria e ingiustizia, mentre non biasima le autorità. «Se fai il male temi, perché essa (l’autorità) non porta la spada invano, ma essendo ministra di Dio deve punire chi fa il male» (v. 4). È solo importante che nella comunità cristiana non accada alcun male. Paolo si rivolge ancora ai cristiani e non alle autorità. A lui importa solo che i cristiani siano mantenuti nella penitenza e nell’obbedienza, dovunque si trovino, qualunque conflitto li minacci; e non che qualche autorità terrena sia giustificata o respinta. Nessuna autorità può leggere in queste parole una giustificazione divina della propria esistenza. Anzi, se realmente questa parola toccasse una volta un’autorità, anche per essa sarebbe, allo stesso modo, un richiamo al pentimento, come in realtà qui è un invito a pentirsi rivolto alla comunità. Un potente (arxon) che sentisse queste parole non ne potrebbe mai dedurre l’autorizzazione divina al suo modo di adempiere alle sue funzioni; dovrebbe piuttosto sentirvi l’ordine di essere servitore di Dio per il bene della cristianità che fa del bene. E con questo incarico dovrebbe pentirsi. Paolo parla in questo modo ai cristiani, non certo perché le istituzioni di questo mondo siano tanto buone, ma perché la loro bontà o meno non ha nessuna importanza di fronte a ciò che solo importa, cioè che nella comunità domini la volontà di Dio e venga adempiuta. Non vuole insegnare quali siano i compiti delle autorità, ma parla solo dei compiti della cristianità davanti all’ autorità.

Il cristiano deve «ricevere lode» dalle autorità. Se non è così, se invece di essere lodato viene punito e perseguitato, che colpa ne ha lui? Non ha infatti fatto per amore di gloria ciò che ora gli viene imputato a colpa. E non ha fatto il bene nemmeno per timore della punizione. Se ora deve soffrire invece di essere lodato, è tuttavia libero davanti a Dio e senza timore, e sulla comunità non è ricaduta alcuna vergogna. Obbedisce alle autorità non per qualche vantaggio, ma per «motivo di coscienza» (v. 5). Perciò l’errore delle autorità non può toccare la sua coscienza. Egli rimane libero e senza timore e ancora, soffrendo innocentemente, può dimostrare la debita obbedienza alle autorità. Egli infatti sa che, in definitiva, non domina l’autorità, ma Dio, che l’autorità è ministra di Dio. L’autorità è ministra di Dio - questo lo dice l’apostolo, che più volte è stato messo in prigione innocentemente, che tre volte è stato duramente percosso da essa, che sapeva che tutti gli ebrei erano stati cacciati da Roma dall’imperatore Claudio (At. 18,1 ss.). L’autorità è ministra di Dio così dice l’apostolo che sa che da tempo a tutte le potenze e autorità del mondo è stato tolto il potere, che Cristo le ha portate in trionfo sulla croce, che non passerà molto tempo prima che tutto questo sarà manifestato.

Ma tutto quello che è detto qui è posto sotto l’ammonimento precedente di Paolo a proposito delle autorità: «Non esser vinto dal male, ma vinci il male col bene» (Rom. 12,21). Non si tratta qui della bontà o malvagità dei potenti, ma della vittoria sul male operata dai cristiani.

Mentre per gli ebrei era una questione che poteva realmente indurre in tentazione, se pagare all’imperatore i tributi o no, poiché ponevano le speranze nella distruzione dell’impero romano e nell’istituzione di un proprio dominio, per Gesù e i suoi è una domanda spassionata. «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt. 22,21) dice Gesù, «perciò pagate anche i tributi» (Rom. 13,6) così Paolo conclude le sue esplicazioni. Questo dovere non suscita nelle coscienze cristiane nessun conflitto, con i comandamenti di Gesù, perché restituiscono all’imperatore ciò che, in fondo, è suo. Anzi, devono rispettare coloro che chiedono tributi quali «ministri di Dio» (leitourgoi) (v. 6). Certo, non può esserci alcun malinteso: i cristiani non rendono un culto a Dio pagando i tributi, così dice Paolo, ma quelli che riscuotono le tasse rendono in questo il - loro! - servizio a Dio. Paolo non invita neppure i cristiani a questo servizio, ma a sottomettersi e a non restare a nessuno debitori di quello che gli è dovuto (v. 7-8). Ogni opposizione, ogni resistenza, a questo punto, dimostrerebbe solo che i cristiani scambiano il regno di Dio con un regno di questo mondo.

Perciò lo schiavo rimanga schiavo, perciò il cristiano si sottometta ai superiori che hanno potere su di lui, perciò il cristiano non abbandoni il mondo (1 Cor. 5,11). Ma naturalmente, pur essendo schiavo, viva come liberto di Cristo; sotto le autorità viva facendo del bene, nel mondo viva come membro del corpo di Cristo dell’umanità rinnovata; e faccia tutto senza riserva; e così in mezzo al mondo testimoni della perdizione del mondo e della nuova creazione della comunità. Egli soffra solo in quanto membro del corpo di Cristo.

Il cristiano rimanga nel mondo; non per la bontà data da Dio al mondo, non per la sua responsabilità per il corso del mondo, ma per amore del corpo di Cristo incarnato, per amore della comunità. Egli rimanga nel mondo per attaccare il mondo frontalmente, egli viva la sua «vita civile nel mondo» per poter far vedere tanto più chiaramente la sua «estraneità al mondo». Ma questo accade solo mediante l’appartenenza visibile alla comunità. L’opposizione al mondo deve essere disputata nel mondo. Perciò Cristo divenne uomo e morì in mezzo ai suoi nemici. Perciò - e solo perciò - lo schiavo rimanga schiavo ed il cristiano resti sottomesso alle autorità.

Lutero non ha pensato diversamente a proposito della professione civile negli anni decisivi in cui si è allontanato dal monastero. Non biasima il fatto che nel monastero si richiedevano azioni straordinarie, ma che l’obbedienza al comandamento di Gesù veniva inteso come opera buona di singoli. Lutero non ha attaccato l’ «estraneità al mondo» della vita monastica, ma il fatto che questa estraneità al mondo nell’ambito del monastero era divenuta di nuovo adeguamento spirituale al mondo, che è un vergognoso rovesciamento dell’Evangelo. Questa «estraneità al mondo» della vita cristiana deve essere trasferita in mezzo al mondo, nella comunità, nella vita quotidiana, così aveva pensato Lutero. Perciò i cristiani vivono la loro vita cristiana nella loro professione civile. Perciò nella professione devono morire al mondo. Il valore della professione cristiana consiste nel fatto che il cristiano può vivere in essa, perché Dio è buono, e può lottare con più impegno contro il mondo. Il ritorno di Lutero nel mondo non è dovuto a un «giudizio più positivo» sul mondo o addirittura a una rinuncia all’attesa paleo-cristiana di un vicino ritorno di Cristo. Esso aveva semplicemente il significato critico di protesta contro la secolarizzazione del cristianesimo nella vita monastica. Lutero, richiamando i cristiani nel mondo, li richiamava proprio alla giusta estraneità dal mondo. Lutero lo ha sperimentato di persona. L’invito di Lutero a ritornare nel mondo era sempre un richiamo a far parte della comunità visibile del Signore divenuto uomo. E Paolo non la pensava diversamente.

Perciò ora è anche chiaro che la vita nella professione civile per il cristiano ha ben determinati limiti e che perciò può accadere che all’invito a dedicarsi a una professione nel mondo segua l’invito ad abbandonarla. Questo è il modo di pensare di Paolo, e anche di Lutero. I limiti sono segnati dall’appartenenza stessa alla comunità visibile di Cristo. Il limite è raggiunto se lo spazio richiesto e occupato dal corpo di Cristo in questo mondo per servire Dio, per il culto, per i ministeri ecclesiastici e per la vita civile entra in collisione con lo spazio preteso dal mondo. Che si è raggiunto questo limite lo si riconosce chiaramente nel momento in cui si rende necessaria, da parte del membro della comunità, una confessione di fede aperta e pubblica sulla propria appartenenza a Cristo, mentre il mondo si ritira prudentemente oppure usa violenza. Qui per il cristiano iniziano le sofferenze pubbliche. Lui che morì con Cristo nel battesimo, il cui segreto soffrire con Cristo non è stato riconosciuto dal mondo, ora viene pubblicamente espulso dalla sua professione in questo mondo. Entra in visibile comunione con la passione del suo Signore. Ora ha più che mai bisogno della piena comunione e dell’aiuto fraterno della comunità.

Ma non è sempre il mondo a espellere il cristiano dalla sua vita professionale. Fin dai primi tempi della chiesa primitiva ci furono delle professioni considerate incompatibili con l’appartenenza alla comunità cristiana. L’attore che deve rappresentare divinità ed eroi pagani, l’insegnante che deve insegnare in scuole pagane la mitologia pagana, il gladiatore che deve uccidere per gioco degli uomini, il soldato che deve usare la spada, il gendarme, il giudice - tutti questi dovettero lasciare la loro professione pagana se volevano essere battezzati. In seguito la Chiesa - cioè il mondo - riuscì a liberalizzare di nuovo la maggior parte di queste professioni. Più e più la resistenza dalla parte della comunità passò a quella del mondo.

Quanto più il mondo invecchia, quanto più aspra diviene la lotta tra Cristo e Anticristo, tanto più radicalmente il mondo cerca di liberarsi dei cristiani. Ai primi cristiani il mondo concesse ancora lo spazio nel quale potevano nutrirsi e vestirsi col lavoro delle proprie mani. Ma un mondo divenuto assolutamente anticristiano non può più concedere ai cristiani questa sfera privata della loro attività professionale, del loro lavoro per guadagnarsi il pane quotidiano. Per ogni pezzo di pane che i cristiani vogliono mangiare il mondo deve pretendere da loro il rinnegamento del loro Signore. E così ai cristiani, infine, non resta altro che la fuga o la prigione. Ma la fine sarà vicina, quando ai cristiani sarà tolto l’ultimo spazio vitale su questa terra.

Così il corpo di Cristo si inserisce profondamente in tutte le sfere vitali di questo mondo, eppure, d’ altro canto, la netta separazione è ben visibile e deve divenire sempre più chiaramente visibile. Ma sia l’essere nel mondo sia l’esserne nettamente separati, ambedue le cose avvengono in piena obbedienza alla Parola: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati «(metamorphousthe) mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio» (Rom. 12,2).

Ci si può adeguare a questo mondo, ma ci si può anche rifugiare volontariamente nel ‘mondo’ spirituale del monastero. Si può restare nel mondo contro la volontà di Dio e si può fuggire il mondo contro la sua volontà. In ambedue i casi si tratta di un adeguamento al mondo. Ma la comunità di Cristo ha una ‘forma’ diversa dal mondo. Essa deve lasciarsi trasformare in modo da assumere sempre più questa forma. È la forma di Cristo stesso che venne al mondo e accolse e portò gli uomini con infinita misericordia senza pertanto adeguarsi al mondo, tanto che fu rifiutato dal mondo e scacciato da esso. Non era di questo mondo. In un giusto incontro con il mondo la comunità visibile diverrà sempre più simile all’immagine del Signore nella sua passione.

Perciò i fratelli devono sapere: «Il tempo si è fatto breve, non rimane dunque altro che coloro i quali hanno moglie siano come se non l’avessero, quelli che piangono come se non piangessero, quelli che godono come se non godessero, quelli che comprano come se non possedessero e quelli che usano del mondo come se non ne fruissero: passa infatti l’apparenza di questo mondo. Ora io vorrei che foste senza preoccupazioni» (1 Cor. 7,29-32a). Questa è la vita della comunità di Cristo nel mondo. I cristiani vivono come altri uomini: sposano, piangono e godono, comperano e usano del mondo per la loro vita quotidiana. Ma ciò che hanno lo posseggono solo mediante Cristo e in Cristo e per amore di Cristo, e perciò non ne sono mai vincolati. Lo posseggono come se non lo possedessero. Non vi attaccano il loro cuore. Sono del tutto liberi. E poiché lo sono, possono usare del mondo e non devono andarsene (I Coro 5,13). Poiché sono liberi possono anche abbandonare il mondo se esso impedisce loro di seguire il Signore. Essi sposano; certo, l’apostolo pensa che sono più beati se restano liberi, ma solo se lo fanno per fede (1 Cor. 7,7 e 33-40).

Comperano e commerciano, ma tutto per le loro necessità nella vita quotidiana. Non raccolgono tesori a cui resti legato il loro cuore. Lavorano perché non devono vivere nell’ozio. Ma naturalmente il lavoro non è per loro un fine a se stesso. Il Nuovo Testamento non conosce il lavoro per il lavoro. Ognuno si guadagni con il suo lavoro ciò di cui ha bisogno. E abbia anche qualcosa da dare ai suoi fratelli (1 Ts. 4,11 s.; 2 Ts. 3,11 s.; Ef. 4,28). Sia indipendente da quelli «di fuori», dai pagani (1 Ts. 4,12), come Paolo stesso si vanta di guadagnare il suo pane con il lavoro delle sue mani per non dipendere nemmeno dalle sue comunità. (2 Ts. 3,8; 1 Cor. 9,11). Questa indipendenza serve al messaggero come la miglior prova che egli non predica per un qualche guadagno. Tutto accade a servizio della comunità. Accanto all’ordine di lavorare si pone quell’altro: «Non preoccupatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere a Dio le vostre richieste, con preghiere, con suppliche e con azioni di grazie» (Fil. 4,6). I cristiani sanno: «La pietà è infatti una fonte di grande guadagno, accompagnata dall’accontentarsi di ciò che si ha, poiché nulla abbiamo portato nel mondo e nulla, senza dubbio, possiamo portar via. Se dunque abbiamo vitto e vestito, accontentiamoci di questo. Quelli invece che vogliono abbondare in ricchezze, cadono nella tentazione, nei lacci, in molte cupidige insensate e funeste che sommergono gli uomini nella rovina e nella perdizione» (1 Tm. 6,6-9). Perciò i cristiani usano dei beni di questa terra come di «cose destinate a perire con l’uso» (Col. 2,22). Lo fanno ringraziando e pregando il Creatore, perché tutto quello che ha creato è buono (1 Tm. 4,4). Eppure sono liberi. Possono essere sazi o patire la fame, avere in abbondanza o essere nel bisogno. «lo posso ogni casa in colui che mi fortifica» (Fil. 4,12).

I cristiani sono nel mondo; hanno bisogno del mondo, perché sono carne e per amore della loro carne Cristo venne nel mondo. Essi fanno cose di questo mondo. Sposano, ma il loro matrimonio sarà diverso da quello del mondo. Sarà «nel Signore» (1 Cor. 7,39). Sarà santificato nel servizio reso al corpo di Cristo e verrà condotto nella disciplina della preghiera e della temperanza (1 Cor. 7,5). Esso sarà così una simili tu dine dell’amore di Cristo che ha sacrificato tutto per la sua comunità. Il loro matrimonio sarà parte del corpo di Cristo; sarà chiesa (Ef. 5,22). I cristiani comperano e vendono, commerciano e sono artigiani, ma anche qui essi si comporteranno in maniera diversa dai pagani. Non solo non si soverchieranno a vicenda (1 Ts. 4,6), ma faranno anche ciò che al mondo sembra così impossibile, cioè accetteranno più volentieri di essere imbrogliati e di subire ingiustizia piuttosto che cercare di far valere per amore di «beni terreni» il proprio diritto rivolgendosi a tribunali pagani. Se dev’essere, essi risolveranno i loro conflitti all’interno della comunità, davanti a tribunali propri (1 Cor. 6,1-8).

E così la comunità cristiana conduce la sua propria vita in mezzo al mondo e, con tutto il suo essere e agire, in ogni momento, testimonia che «l’apparenza di questo mondo passa» (1 Cor. 7,23) ed «il Signore Gesù è vicino» (Fil. 4,5). Questo la colma di grande letizia (Fil. 4,4). Il mondo diviene troppo piccolo per lei; solo il ritorno del Signore ha importanza per lei. Ancora cammina nella carne. Ma il suo sguardo è rivolto al cielo, da dove ritornerà colui che essa attende. Qui essa è, in paese straniero, una colonia lontana dalla patria, una comunità, una colonia di stranieri che godono dell’ospitalità del paese in cui vive, che obbedisce alle leggi di questo paese e rispetta le sue autorità. Usa con gratitudine ciò che è necessario per la vita; si dimostra onesta in ogni cosa, giusta, pura, mite, silenziosa e pronta a servire. A tutti gli uomini dimostra l’amore del suo Signore, «ma soprattutto ai fratelli in fede» (Gal. 6,10; 2 Pt. 1,7). Nel dolore è paziente e allegra e si vanta delle sue sofferenze. Vive la sua propria vita sotto autorità straniere e così rende loro il massimo servizio (1 Tm.2,1). Ma è qui solo di passaggio. Ogni momento può esserle dato il segnale di continuare la marcia. Allora essa parte e abbandona tutte le amicizie e parentele terrene e segue solo la voce di colui che l’ha chiamata. Lascia il paese straniero e va incontro alla sua patria che è in cielo.

Sono poveri e addolorati, affamati e assetati, misericordiosi, amanti della pace, perseguitati e scherniti dal mondo, eppure solo a cagione loro il mondo viene ancora preservato. Essi proteggono il mondo dal giudizio di Dio. Soffrono perché il mondo possa ancora vivere nella pazienza di Dio. Sono ospiti e stranieri in terra (Eb. 11,13; 13,14; 1 Pt. 2,1), aspirano a quello che è nel cielo e non a quello che è in terra (Col. 3,3). Perché la loro vera vita non è stata ancora manifestata, è ancora nascosta con Cristo in Dio. Qui essi vedono il riflesso di ciò che saranno. Qui si vede solo il loro morire, il segreto morire quotidiano dell’uomo vecchio e il suo morire in pubblico davanti al mondo. Ancora sono nascosti a se stessi. La sinistra non sa ciò che fa la destra. Proprio come comunità visibile sono assolutamente sconosciuti a se stessi. Guardano solo al loro Signore, che è nel cielo e presso di lui è la loro vita che essi attendono. Ma quando Cristo, la loro vita, sarà manifestato, allora anch’essi saranno manifesti con lui nella gloria (Col. 3,4).

Camminano in terra e vivono nel cielo, 
rimangono impotenti e proteggono il mondo;
gustano la pace in mezzo al tumulto,
sono poveri, ma hanno ciò che piace loro.
Sono nel dolore, ma rimangono allegri,
sembrano morti ai sensi esteriori
e conducono la vita della fede interiormente.


Quando Cristo, la loro vita, sarà manifestato, 
quando un giorno si presenterà nella sua gloria, 
essi compariranno assieme a lui come principi della terra,
e faranno meravigliare il mondo. 
Regneranno, trionferanno con lui, 
orneranno il cielo come splendidi astri.
E allora la loro gioia sarà sentita apertamente.

Da «Es glänzet der Christen inwendiges Leben» 
( La vita interiore dei cristiani risplende, di Chr. F. Richter).

Questa è la comunità degli eletti, l’ecclesia, il corpo di Cristo in terra, i seguaci e discepoli di Gesù.

 

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