La giustizia di Cristo

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma a completare. In verità vi dico che fino a quando non passeranno il cielo e la terra, uno iota solo o un solo apice non passerà dalla legge fino a che non sia tutto adempiuto. Chi dunque avrà abolito anche uno solo di questi minimi comandamenti e così avrà insegnato agli uomini, sarà chiamato il più piccolo nel regno dei cieli, ma chi li osserverà ed insegnerà, sarà chiamato grande nel regno dei cieli, poiché vi dico che, se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli». (Mt.5,17-20).

Non ci si deve certo meravigliare se i discepoli, sentendo dal loro Signore queste promesse, nelle quali era svalutato tutto ciò che agli occhi del popolo aveva valore, ritenevano arrivata la fine della legge. Infatti la Parola era rivolta a loro e li contraddistingueva come uomini a cui era dato semplicemente tutto per libera grazia di Dio, come uomini che ora possedevano tutto, come eredi certi del regno dei cieli. Essi erano in piena comunione personale con il Cristo che rinnovava tutto. Erano il sale, la luce, la città sul monte. E allora tutte le cose vecchie erano passate, erano cambiate. Era, dunque, fin troppo logico che Gesù avrebbe provveduto a fare una netta separazione tra sé e il passato, che avrebbe dichiarata nulla la legge dell’antico patto e, nella sua libertà di Figlio, avrebbe rotto con questa legge e l’avrebbe abolita per la sua comunità. Da quanto precedeva i discepoli potevano pensare come Marcione, che, rimproverando al testo una falsificazione giudaistica, lo cambiò come segue: ‘Credete voi che io sia venuto per compiere la legge o i profeti? Sono venuto per abolirla, non per completarla’. È infinito il numero di coloro che, dopo Marcione, hanno letto e spiegato la parola di Gesù in questo modo. Ma Gesù dice: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti...» Gesù avvalora la legge dell’Antico Testamento.

Come possiamo spiegare questo fatto? Sappiamo che Gesù si rivolge ai suoi seguaci, a quelli che sono vincolati a Gesù Cristo solo. Nessuna legge aveva potuto impedire la comunione di Gesù con i suoi discepoli; questo risultò evidente nell’interpretazione di Lc. 9,57 ss. Seguire Gesù vuoI dire unirsi a lui solo e immediatamente. Eppure qui, del tutto inaspettatamente, Gesù vincola i suoi discepoli alla legge dell’Antico Testamento. Con questo intende dire ai suoi discepoli due cose: che obbedire alla legge non significa ancora seguire Gesù, ma che anche una unione con la persona di Gesù Cristo senza obbedienza alla legge non può essere considerato un seguire Gesù. Egli rimanda quelli, a cui ha rivolto le sue promesse e donato la piena comunione con lui, proprio alla legge stessa. Poiché lui, dietro il quale i discepoli si sono incamminati, osserva la legge, la legge vale pure per loro. Allora sorge la domanda: «Che cosa vale: Gesù o la legge? A che cosa sono vincolato? A lui solo, oppure, nonostante tutto, alla legge? Cristo ha detto che nessuna legge può frapporsi fra lui e i suoi discepoli. Ora dice che un’abolizione della legge significherebbe separazione da lui. Che significa? ».

Si tratta della legge dell’antico patto, non di una legge nuova; ma dell’unica antica legge, alla quale fu rinviato il giovane ricco e il capzioso scriba; poiché essa esprime la manifesta volontà di Dio. Questo comandamento diviene un comandamento solo per il fatto che Cristo vincola i suoi seguaci a questa legge. Non si tratta, dunque, di creare una «legge migliore» di quella dei farisei; è la stessa legge, è la legge che deve restare intatta in ogni sua lettera, deve essere osservata fino alla fine del mondo, deve essere adempiuta fino al più piccolo iota. Ma si tratta certo di una «giustizia maggiore». Chi non ha questa giustizia maggiore non potrà entrare nel regno dei cieli, appunto perché in questo caso si sarebbe allontanato dal cammino al seguito di Gesù, che lo rimanda appunto alla legge. Ma nessuno è in grado di avere questa giustizia maggiore, se non colui a cui è rivolta la Parola, che viene chiamato da Cristo. La condizione per ottenere questa giustizia maggiore è la chiamata di Cristo, è Cristo stesso.

Così si comprende, perché Cristo a questo punto del discorso sulla montagna per la prima volta parla di se stesso. Tra la giustizia maggiore e i discepoli, dai quali Gesù la pretende, si trova lui stesso. Egli è venuto per compiere la legge dell’antico patto. È la premessa per tutto il resto. Gesù fa vedere la sua completa unità con la volontà di Dio espressa nell’Antico Testamento, nella legge e nei profeti. Egli, in realtà, non ha nulla da aggiungere ai comandamenti di Dio; egli li osserva... è l’unica cosa che aggiunge. Egli osserva la legge, ecco ciò che dice di se stesso. Perciò è vero. Egli la compie fino all’ultimo iota. Ma dato che egli la adempie, «tutto è compiuto» ciò che deve accadere per il suo completamento. Gesù farà ciò che la legge richiede, perciò dovrà subire la morte; perché lui solo vede nella legge la legge di Dio, cioè: né la legge stessa è Dio, né Dio stesso è la legge, in modo che la legge sarebbe messa al posto di Dio. Israele aveva frainteso così la legge. La colpa di Israele consisteva nell’aver divinizzato la legge e aver trasformato Dio in legge. Il colpevole malinteso dei discepoli sarebbe, invece, il voler privare la legge della sua origine divina e il separare Dio dalla sua legge. In ambedue i casi Dio e legge erano separati l’uno dall’altra, oppure identificati, il che, in fondo, è lo stesso. Se gli ebrei identificavano Dio e la legge, lo facevano per impadronirsi, con la legge, di Dio stesso. Dio era assorbito dalla legge e non era più il padrone della legge. Se i discepoli pensavano di poter separare Dio dalla sua legge, lo facevano per potersi impadronire di Dio, essendo sicuri della loro salvezza. In ambedue i casi donatore e dono venivano scambiati, si rinnegava Dio con l’aiuto della legge o della promessa della salvezza.

Di fronte ad ambedue questi malintesi Gesù rimette in vigore la legge come legge divina. Dio è donatore e signore della legge, e solo nella comunione personale con Dio la legge viene adempiuta. Non esiste obbedienza completa alla legge senza comunione con Dio, ma nemmeno comunione con Dio senza obbedienza alla legge. La prima osservazione vale per gli Ebrei, la seconda vale per i discepoli che rischiavano di fraintendere il senso della legge.

Gesù Figlio di Dio, che, unico, è pienamente in comunione con Dio, per amore suo rimette in pieno vigore la legge, venendo per compiere la legge dell’antico patto. Essendo l’unico che la osserva pienamente, lui solo poteva insegnare rettamente la legge e il suo compimento. I discepoli dovevano saperlo e comprenderlo, quando gliene parlò, perché sapevano chi egli era. Gli ebrei non potevano capirlo, finché non gli credevano. Perciò dovevano rifiutare il suo insegnamento sulla legge come bestemmia contro Dio, cioè contro la legge. Perciò Gesù, per amore della vera legge di Dio, dovette subire la condanna da parte dei difensori della falsa legge. Gesù muore sulla croce come blasfemo o come trasgressore della legge, perché ha messo in vigore la vera legge, contro la legge fraintesa e falsa.

La legge, dunque, non può essere adempiuta altrimenti, così dice Gesù, che con la crocifissione di Gesù come peccatore. Lui stesso, crocifisso, è il perfetto completamento della legge.

Con ciò è detto che Gesù Cristo, e solo lui, adempie la legge, perché lui solo è in completa comunione con Dio. Egli stesso si pone tra i suoi discepoli e la legge, ma la legge non può porsi fra lui e i suoi discepoli. La via dei discepoli verso l’adempimento della legge passa per la croce di Cristo. Così Gesù vincola di nuovo i suoi discepoli, rimandandoli alla legge, che lui solo adempie. Egli deve rifiutare la comunione senza la legge, perché sarebbe solo esaltazione, e quindi non un vero vincolo; anzi, sarebbe un completo svincolamento. La preoccupazione dei discepoli, che un loro vincolo con la legge possa separarli da Dio, viene dissipata. Essa potrebbe solo nascere dal fraintendimento della legge, la quale realmente separava gli ebrei da Dio. Invece qui diviene evidente che una vera unione con Gesù può essere data in dono solo a chi si vincola alla legge.

Se ora Gesù sta tra i suoi discepoli e la legge, non è certo per dispensarli di nuovo dall’osservanza della legge, ma per sottolineare la sua pretesa di adempimento della legge. Proprio perché legati a Gesù, i discepoli sono sottoposti alla stessa obbedienza. E altrettanto, con l’adempimento del minimo iota della legge, questo iota non è affatto liquidato per i discepoli. È compiuto, ecco tutto. Ma proprio perciò ora è in pieno vigore, così che un giorno sarà detto grande nel regno dei cieli chi mette in pratica e insegna la legge, «mette in pratica e insegna»...; si potrebbe anche pensare ad un insegnamento della legge che dispensi dall’azione, volendo solo che la legge serva, perché ci si renda conto che è impossibile osservarla. Ma tale dottrina non proviene da Gesù. La legge deve essere osservata, come lui l’ha osservata. Chi vuole seguire lui, che ha osservato la legge, seguendolo osserva e insegna la legge. Solo chi osserva la legge può restare in comunione con lui.

Non è la legge a distinguere i discepoli dall’ebreo, ma la «giustizia maggiore». La giustizia dei discepoli ‘eccelle’ su quella degli scribi. La supera, è qualcosa di straordinario, di singolare. Qui viene per la prima volta fatto cenno al concetto di  [perisséuein], che nel versetto 47 acquisterà grandissima importanza. Dobbiamo chiedere: in che cosa consisteva la giustizia dei farisei? In che consiste la giustizia dei discepoli? Il fariseo certo non era mai caduto nell’errore di credere che, contrariamente alla scrittura, bastasse insegnare la legge senza osservarla. Il fariseo voleva osservare la legge. La sua giustizia consisteva nell’adempimento immediato e letterale di ciò che la legge ordina. La sua giustizia era data dall’azione. La sua meta era la totale conformità della sua azione con quanto la legge ordina. Ciononostante doveva sempre restare una parte che aveva bisogno del perdono. La sua giustizia resta incompleta, anche la giustizia dei discepoli poteva consistere solo nell’adempimento della legge. Nessuno, che non osservasse la legge, poteva essere chiamato giusto. Ma l’azione del discepolo supera quella dei farisei per il fatto che è realmente giustizia perfetta di fronte a quella imperfetta dei farisei. Come? La superiorità della giustizia del discepolo consiste nel fatto che tra lui e la legge sta colui che ha completamente adempiuto la legge, e che il discepolo vive in comunione con lui. Egli si è trovato non di fronte ad una legge incompiuta, ma di fronte ad una legge compiuta. Prima che egli incominci ad obbedire alla legge, la legge è già compiuta, è già stato soddisfatto alla legge in pieno. La giustizia richiesta dalla legge c’è già; è la giustizia di Gesù, che si lascia crocifiggere per amore della legge. Ma poiché questa giustizia non è solo un bene che deve essere messo in atto, ma è proprio la vera comunione personale con Dio, perciò Gesù non ha solo la giustizia, ma è lui stesso la giustizia. Egli è la giustizia dei discepoli. Per mezzo della sua chiamata Gesù ha reso i suoi discepoli partecipi di se stesso, ha loro donato la comunione con lui, li ha resi partecipi della sua giustizia, ha loro donato la sua giustizia. La giustizia dei discepoli è la giustizia di Cristo.

Solo per dire questo Gesù inizia le sue parole sulla «giustizia maggiore» con un richiamo all’adempimento della legge da parte sua. Ma la giustizia di Dio è veramente anche la giustizia dei discepoli. Certo, nel senso stretto della parola, resta giustizia donata, donata mediante la chiamata a seguirlo. È la giustizia che consiste appunto nel camminare dietro a lui, e già nelle beatitudini a questo viene promesso il regno dei cieli. La giustizia dei discepoli è giustizia sotto la croce. È la giustizia dei poveri, dei tentati, degli affamati, dei miti, degli apportatori di pace, dei perseguitati... per la chiamata di Gesù, la giustizia visibile di coloro che appunto in ciò sono la luce del mondo e la città sulla montagna... per la chiamata di Gesù. In questo la giustizia dei discepoli è ‘maggiore’ di quella dei farisei, perché si basa solo sull’invito a entrare in comunione con colui che, solo, ha compiuto la legge; in questo la giustizia dei discepoli è vera giustizia, che essi stessi ora fanno la volontà di Dio, osservano la legge. Anche la giustizia di Cristo non deve essere solo insegnata, ma messa in atto. Altrimenti non è maggiore della legge solo insegnata, ma non osservata. Tutto quanto segue si riferisce a questa messa in atto della giustizia di Cristo da parte dei discepoli. Detto in una parola: al cammino dietro a Gesù. È l’azione reale, semplice, compiuta nella fede nella giustizia di Cristo. La giustizia di Cristo è la nuova legge, la legge di Cristo.

 

footprints of Jesus

Carmelitani Scalzi,
Via A. Canova 4.
20145 Milano
MI
3200652863 duruelo63@gmail.com
Powered by Webnode