La messe

«E Gesù andava per le città e le borgate, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia ed infermità. Poi, avendo vedute le folle, ne ebbe pietà, perché erano stanche e spossate come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: ‘La messe veramente è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe, che mandi operai nella sua messe’» (Mt. 9,35-38).

Lo sguardo del Salvatore si posa pieno di misericordia sul suo popolo, sul popolo di Dio. Non poteva bastargli che alcuni pochi avessero ascoltato la sua chiamata e lo seguissero. Non poteva pensare a ritirarsi aristocraticamente in disparte dalla folla con i suoi discepoli, e a trasmettere a loro, alla maniera dei grandi creatori di religioni, gli insegnamenti di una dottrina superiore e di un modo di vivere perfetto. Gesù era venuto, si affaticava e soffriva per il suo popolo. Ed i discepoli che lo volevano tutto per sé, che volevano evitargli la molestia dei bambini che gli venivano portati e di altri poveri mendicanti ai margini della strada (Me. 10,48) devono riconoscere che Gesù non si lascia porre da loro dei limiti al suo servizio. Il suo Evangelo del regno di Dio e il suo potere di Salvatore appartengono ai poveri e ammalati, dovunque li trovi nel suo popolo.

La vista della folla, che nei suoi discepoli, forse, suscitava avversione, ira o disprezzo, riempiva il cuore di Gesù di profonda misericordia e afflizione. Nessun rimprovero, nessuna accusa! Il popolo amato da Dio giaceva oppresso a terra e la colpa era di coloro che avrebbero dovuto rendere loro il servizio divino. Non ne erano causa i Romani, ma il cattivo uso della Parola di Dio da parte dei servitori della Parola. Non c’erano più pastori! Un gregge che non viene più condotto alla fresca sorgente, che non viene dissetato, pecore che il pastore non protegge più dal lupo, strapazzate e ferite, spaventate e atterrite sotto il duro bastone del loro pastore, prostrato a terra: ecco come Gesù trovò il popolo di Dio. Domande senza risposta, pena senza aiuto, scrupoli di coscienza senza liberazione, lacrime senza consolazione, peccato senza perdono! Dov’era il buon pastore di cui questo popolo aveva bisogno? Che serviva se c’erano scribi che costringevano duramente il popolo a frequentare le scuole, se gli zelanti difensori della legge condannavano severamente i peccatori senza aiutarli? A che servivano i predicatori e interpreti della Parola di Dio con la loro giusta fede se non erano afferrati dalla misericordia e dal dolore per il popolo di Dio oppresso e sfruttato? A che servono scribi, gente ligia alla legge, predicatori, se mancano i pastori della comunità? Di buoni pastori, ‘pastori , ecco di che ha bisogno il gregge. «Pasci le mie pecore» è l’ultimo incarico affidato da Gesù a Pietro. Il buon pastore combatte per il suo gregge contro il lupo; il buon pastore non fugge, ma dà la sua vita per le sue pecore. Conosce per nome tutte le sue pecore e le ama. Conosce i loro bisogni, le loro debolezze. Guarisce ciò che è ferito, disseta ciò che è assetato, solleva ciò che sta per cadere. Le pasce con gentilezza e non con durezza. Le guida sulla giusta strada. Cerca la pecora smarrita, anche se è una sola, e la riconduce al gregge. I cattivi pastori, invece, dominano con violenza, dimenticano il loro gregge e si interessano solo della propria causa. Gesù cerca dei buoni pastori, ma... non ne trova.

Questo lo addolora. La sua misericordia divina abbraccia il gregge abbandonato, la folla che lo circonda. Dal punto di vista umano è un quadro disperato. Ma non per Gesù. Egli vede, lì dove il popolo di Dio è maltrattato, misero e abbandonato, il campo di Dio maturo per il raccolto. «La messe è molta». Essa è matura per essere portata nei granai. È venuta l’ora di portare a casa, nel regno di Dio, i poveri e miseri. Gesù vede che la promessa di Dio sta per realizzarsi per le folle. Gli scribi e zelanti della legge vi vedono solo un campo calpestato, bruciato, distrutto. Gesù vede il campo di spighe ondeggianti maturo per il regno di Dio. «La messe è molta». La sua misericordia solo può vederlo!

Non c’è tempo da perdere. Il raccolto non permette indugi. «Ma pochi sono gli operai». C’è da meravigliarsene, dato che a ben pochi è donato lo sguardo pieno di misericordia di Gesù? E chi potrebbe accingersi a questo lavoro se non chi è partecipe dei sentimenti di Gesù, chi ha ricevuto da lui occhi che vedono? Gesù cerca aiuto. Non può compiere l’opera da solo. Chi sono i suoi collaboratori? Solo Dio li conosce e deve darli a suo Figlio. Chi potrebbe offrirsi da sé a essere collaboratore di Gesù? Nemmeno i discepoli possono farlo. Essi preghino il Signore della messe perché mandi operai al momento opportuno; perché è ora.

 

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