2_Guardini - La pazienza di Dio

ROMANO GUARDINI

LA CONOSCENZA DELLA FEDE

Capitolo secondo

LA PAZIENZA DI DIO

(traduzione di Sergio Arosio)

I.

Quando si tratta di Dio, noi parliamo perlopiù dei suoi attributi, del fatto che Egli sia santo, buono, giusto, onnipotente e onnisciente. Ma quando si tratta delle proprietà di Dio, le cose diventano più complesse. Le proprietà di un uomo possono essere più o meno strettamente legate al loro portatore, ma mai a tal punto da essere una cosa sola con lui. Può perderle, rimanendo tuttavia se stesso. Un uomo può essere fiducioso e aperto, ma poi, a causa di una delusione di qualsiasi genere, può diventare sospettoso e chiuso; tuttavia, egli rimane se stesso. Questo poter essere diversamente rende la vita difficile, non si può mai diventare un’altra persona e, al contempo, si deve permanere in questa condizione mutevole. Ma in Dio non è così. Se lo privassimo della Sua giustizia, non avremmo a che fare con un Dio ingiusto, ma con nessun Dio. L’uomo ha soltanto i suoi attributi; Dio è i Suoi attributi. Le Sue proprietà coincidono con il Suo stesso essere vivente. In ognuna di esse Egli si rivela sotto un particolare aspetto e, ultimamente, esse sono tutte una cosa sola. Noi non siamo in grado di comprendere questa unità, possiamo soltanto intuirla. Deve essere qualcosa di veramente grande il poter comprendere che la giustizia di Dio è soltanto bontà; tuttavia, questo significherebbe afferrare come tutti gli attributi di Dio consistano nella semplicità della Sua Essenza.

Ma noi vogliamo riflettere su uno di questi attributi di Dio, che non si sente nominare frequentemente, la Sua pazienza.

Subito si presenta un’obiezione: si può parlare di pazienza in Dio? Egli non è forse la grandezza e la gloria stessa- mentre la pazienza è al contrario qualcosa di piccolo e di povero, la virtù di un’esistenza misera? Pensiamo allo sfogo di Faust: “Maledetta la speranza, maledetta la fede e maledetta soprattutto la pazienza!”- Forse che ogni spirito grande non debba provare questo sentimento al sentire tale parola? La pazienza può nutrire questo sentimento di grandezza, ma non deve. Per esempio, si dice che la genialità sia la forza di chi è molto paziente, e dicendo ciò si ha proprio poiché l’inusuale può maturare solo grazie a una lunga preparazione ed esercizio. Si può dire altrettanto del grande uomo di azione, egli deve essere capace di attendere, benché egli arda, fin quando non arriva il momento giusto. Anche questo è pazienza. E ancora, essa è la forza silenziosa con la quale l’uomo vince il suo destino dall’interno… La pazienza può quindi essere perfettamente una virtù di chi è grande, forse quella grazie alla quale il grande uomo si impadronisce della realtà.

Pertanto ha senso interrogarsi circa la pazienza di chi è semplicemente grande, ossia di Dio. Ha senso anche che alcuni pensieri, in prima battuta, possano apparire strani, ma infine essi sboccheranno in una verità consolante e degna di adorazione.

II.

La pazienza di Dio si rivela nel suo rapporto con il mondo e con l’uomo. Essa, considerando Dio in se stesso, non è né necessaria né possibile, poiché Egli è sicuro e beato nel Suo essere infinito. La pazienza è collocata alla radice stessa della Creazione.

Le cose iniziano, emergono, giungono alla loro chiarezza e di nuovo si dissolvono. Questo divenire procede spesso attraverso tempi lunghi, talvolta impercepibili. Non abbiamo bisogno di ripetere qui quanto la scienza afferma circa i tempi del divenire del cosmo. Il cammino della nostra terra si sviluppa racchiuso da questa incommensurabilità, piccolissimo al suo confronto, e al tempo stesso, rimane più grande di quanto possiamo renderci conto. La nostra umana esistenza appare tardi in questo corso, ma per noi inimmaginabilmente presto, e si sviluppa fino al momento presente. Perché le cose vanno così? Perché la realtà si fonda sul divenire? Perché il realizzarsi necessità di tempi così lunghi? Perché non esiste tutto nello stesso istante e tutto in una volta? La domanda appare forse folle, ma non lo è. Noi uomini moderni riteniamo il divenire come qualcosa di ovvio e di bello. Tutto il medioevo, epoca veramente grande, era di tutt’altro sentire e altrettanto l’antichità. Una volta si sarebbe detto veramente degno e di valore quell’essere che fin dal suo principio dispiega la sua intera realtà… Dio non ha voluto così, non è forse pazienza il fatto stesso che egli abbia voluto il mondo come in divenire attraverso lunghi tempi non percepibili?

L’esistenza consiste nella molteplicità. Proprietà, valori, forme sono ripartiti. Ciò che è di uno, può non appartenere a un altro. La vitalità silenziosa dell’albero, la potente durata della vita nella sua forma tranquilla significano, nello stesso tempo, rinuncia alla libera espressione nello spazio, vincoli e assenza di difesa. Perché il giorno possa giungere con la sua luce, la notte con le sue brillanti stelle deve indietreggiare. Il giorno non è migliore della notte; il fatto è che essi non possono stare insieme. Per entrare nella giovinezza un uomo deve lasciarsi l’infanzia alle spalle. Entrambe sono preziose, nessuna sostituisce l’altra, allora perché l’uomo deve staccarsi da questa per entrare nell’altra? Perché quando voglio fare qualcosa devo lasciare che qualcos’altro, che potrei benissimo fare allo stesso modo, non venga fatto? Perché la fedeltà nei confronti di un uomo comprende sempre, in un certo senso, la chiusura nei confronti di un altro? Perché non si può racchiudere tutto in una sola cosa? Anche questa domanda non è così sciocca come potrebbe apparire. Nell’uomo c’è un profondo desiderio di racchiudere ciò che è molteplice nella semplicità. San Benedetto ha visto in un raggio di luce il mondo intero; un’intera filosofia ha vissuto a partire da questa tensione verso l’essere che tutto afferrasse in modo semplice. Dio ha voluto che il mondo fosse fatto di cose particolari e molteplici. Egli ha stabilito che si scegliesse tra questo e quello e che ci fossero rinunce. Non ci deve essere allora nella sua idea sulla Creazione qualcosa che possiamo benissimo indicare con la parola “pazienza”?

Il mondo è certamente immensamente grande, ma non infinito. Noi non ne veniamo mai a capo, ma esso è limitato da ogni parte. Non esistono infinite forme delle cose o dei viventi, ma solo alcune ben determinate. Non ci sono infiniti motivi per agire, ma solo un numero ben preciso, anzi solo pochi. Perché? Perché solo questi? Perché ogni volta questa singola determinazione e non diversamente? Non è strano, per rimanere a noi uomini, che alla nostra esistenza venga assegnata una ragione ben determinata, che comprende solo un piccolo frammento delle possibilità dell’universo? Per esempio non è strano che il nostro corpo non superi certe misure e che non possa scendere al di sotto di altre, o che i nostri sensi possano cogliere solo certe frequenza di luce e di suono? Così è in tutte le cose. Il mondo non è infinitamente grande bensì circoscritto e determinato. Da ciò dipende la sua natura; ma perché il mondo può esistere solo in questo modo?

Il mondo non è nemmeno il solo possibile; ve ne potrebbero esseri altri, tanti altri e di diversa specie. Non è nemmeno il migliore dei mondi possibili, affermarlo sarebbe infantile. Ma perché proprio questo plasmato in questo modo? Dio lo ha voluto e ha voluto solo questo, come può essere che non se ne stanchi? La domanda è molto antica. Si è cercata una risposta pensando che il nostro mondo sia soltanto un anello di una catena infinita. La potenza creatrice non sarebbe capace di esaurirsi in un solo mondo; così un mondo seguirebbe sempre a un altro, ognuno di essi sarebbe solo un passaggio da superare. A ciò si contrappone in modo netto la Rivelazione. Esiste solo un mondo, questo. Esso porta il sigillo della volontà di Dio. Egli lo ha voluto non come una necessità, ma come un fatto; non come infinito, ma come forma dappertutto limitata. Ma, allo stesso tempo, anche come spazio in cui l’uomo possa decidersi per la salvezza eterna, anzi come luogo della Sua Incarnazione e del Suo destino di Redentore. Non si può affatto parlare di molti mondi. Un mondo nel quale Dio è diventato uomo nel senso letterale della parola è necessariamente l’unico. Ma cosa significa che Dio non se ne sia ancora stancato? Significa collocare la pazienza nell’atto stesso di creare. Tra le rappresentazioni che l’uomo si è fatto di Dio c’è anche quella di un creatore senza pazienza, il dio indiano Shiva. Questo dio costruisce un mondo e gioisce di esso, poi se ne stanca, sorge in lui il desidero di distruggerlo, comincia a danzare e lo manda in frantumi, poi ne costruisce uno nuovo. Questo è un creatore come l’uomo lo pensa, lo pensa così a partire dall’immagine del suo proprio instabile mondo. No, Dio non è così.

La fede dice che il mondo trova il suo senso ultimo nell’uomo e che attraverso l’essere umano ritorna a Dio. Questa non è presunzione: tale pensiero è imposto all’uomo nella stessa in misura in cui gli è concesso, allo stesso tempo esso comporta responsabilità e grandezza. “Mondo” significa anzitutto quello che esiste, ma questo non è l’ultimo né l’unico significato. Un mondo, in senso più alto, si forma quando lo spirito incontro l’ente: lo accoglie, lo riconosce, lo giudica, si decide rispetto ad esso, agisce nei suoi confronti e lo plasma. Ma anche questo mondo non è quello definitivo. Tale è soltanto quello che si forma quando Dio chiama la sua creazione e crea un nuovo uomo in grazia e libertà, in fede e amore, abitando nella terra nuova e sotto nuovi cieli. Questo ha inteso Dio quando ha creato il mondo.

Il divenire del mondo presuppone l’uomo. Ora la scienza ci racconta dei tempi trascorsi prima che comparisse l’uomo, tempi che superano la nostra capacità d’immaginazione. Perché è durato così a lungo questo tempo fino all’apparizione di ciò che è veramente reale? Se l’esistenza deve svilupparsi attraverso un lungo divenire, perché non c’è stata fin dall’inizio una realtà che per prima possedesse in sé la pienezza del senso delle cose e la sviluppasse? Di nuovo appare distintamente la pazienza che regge tutte le cose.

Noi viviamo e quello dei viventi è il nostro ambito specifico, ma a proposito di ciò che non vive noi non sappiamo fondamentalmente nulla. Lo intuiamo come un qualcosa di misterioso, allettante e allo stesso tempo come un pericoloso confine. In quale modo si realizza la vita? Non come le cose inanimate, che si realizzano secondo una rigida necessità, con un cammino brevissimo per mezzo di un’esatta relazione del fine con i mezzi necessari. La vita si realizza in un modo del tutto diverso, non facile da descrivere.

Prendiamo solo la relazione con il tempo. La vita ha bisogno di tempo e in un modo del tutto particolare ma non soltanto secondo una misura esterna. Il tempo, nel quale un cristallo si sviluppa, è senza paragone più lungo di quello lungo il quale un animale si sviluppa; il tempo di una vita non può neppure essere paragonato alla vitalità di una stella. Tuttavia il vivente ha bisogno di più tempo di un essere senza vita, il vivente ha con il tempo una relazione di tutt’altro genere: egli deve poter perdere tempo. Egli non deve essere incalzato dalla misura del tempo, egli deve giocare, comportarsi in modo superfluo, deve poter fare divagazioni. Divagazioni e soste sono nel suo divenire importanti tanto quanto il procedere e l’andare avanti; compiere qualcosa di superfluo è necessario come il raggiungere lo scopo.

Chi assume come paradigma il modo di operare di ciò che non vive, percepisce inevitabilmente il comportamento del vivente come irragionevole. Osservato dal punto di vista delle macchine, il vivente appare inammissibile, una dissipazione. In questa prospettiva si è spinti a mettere ordine e a risparmiare tempo ed energie, materia e forme. Si cerca di conformare il vivente a uno scopo utile, tendenzialmente con l’effetto di atrofizzare quanto vi è di buono, nel migliore dei casi di intristirlo, se non lo getta totalmente a terra. Non si è lasciato alla vita il suo specifico modo di esistere. Non si è usata pazienza… Da bambini non ci è mai capitato da bambini di ricevere dei semi da piantare? Non abbiamo forse lasciato trascorrere delle ore senza che nulla accadesse, per poi togliere il terriccio e constatare che non era germogliato niente? Non abbiamo mai fatto pressione ai boccioli di una pianta o non li abbiamo aperti perché fiorisse prima del tempo, per poi rattristarci quando ci accorgevano che avevamo rovinato tutto? Noi non sapevamo come si dovesse trattare la vita. Noi non avevamo affatto pazienza!

Che Dio abbia voluto la vita terrena è una rivelazione della Sua pazienza, perché soltanto per mezzo di questa la vita terrena può prosperare. Egli vede come la vita si svolge e si diffonde, come essa si soffermi e come compia divagazioni, come sprechi materia, energie e forme. Egli vede la curiosa contraddizione della vita rispetto all’utilità e all’ordine ragionevole, vede che proprio in questo consiste il suo splendore. Egli osserva le graziose casualità, le belle follie della vita e concede loro spazio. Dio è paziente, ma deve essere beato nella sua pazienza? Se egli non agisse dappertutto, nella terra, nell’aria, nel cielo, nella materia e nelle forze, nessuna pianta fiorirebbe, nessun animale agirebbe e nessun uomo avrebbe una sola ora di gioia.

L’amore di Dio non vuole ottenere in poco tempo ciò che può essere realizzato solo in un lungo tempo. Egli permette il gioco, si rallegra del fiorire e dello sperperare, dà spazio al superfluo e anche a ciò che è apparentemente stolto. Egli lascia tempo per l’incertezza, per l’indugio e per l’indecisione. Egli non interviene quando un vivente rimane fermo, sospeso e ingarbugliato, bensì attende fino a quando esso non torni ad essere libero e ritrovi la direzione. È bello pensare come Dio debba essere, poiché Egli ha creato i viventi proprio così come sono e ha formato l’esistenza secondo tali leggi. In questo si manifesta la sua pazienza!

E per quanto riguarda poi ciò che non riesce, l’incompiuto e il fallito? Cosa faremmo noi se avendo costruito un regno di forme e avendolo dotato di energia e di moto vedessimo una cosa che fallisce, una seconda riuscita solo a metà e una terza nel posto sbagliato? Interverremmo per sradicare e distruggere, non è vero? Non prenderemmo affatto in considerazione il valore che si trova anche in quanto vi è di incompiuto, anch’esso porta in sé una scintilla di senso- e dimenticheremmo quanto sia importante ciò che è incompiuto per ciò che è eccellente.

Non abbiamo mai riflettuto su come potrebbe essere una famiglia con dei genitori in buona salute e capaci, con bambini ben educati, la casa in ordine, pulita, di buon gusto e senza niente in giro? Per questa famiglia cosa significherebbero povertà, malattia e inattività? Tale famiglia non coglierebbe in esse nulla di buono da trattenere, ma molto probabilmente le cose per questa famiglia prenderebbero una cattiva strada. Guai al sano che reputasse il malato privo del diritto di esistere! Guai al sano che vorrebbe eliminarlo invece che aiutarlo o sopportarlo, qualora non possa giovargli! In questo suo essere sano egli diverrebbe malato. Guai al forte che non comprendesse che la sua forza rimane vigorosa rispettando il debole e che in questo diventa generoso e libero. Egli andrà in rovina quando la sua forza sfiorirà.

Tutto ciò significa che la vita senza pazienza non è possibile. Essa sopporta l’incompiuto, si modera davanti a ciò che è imperfetto, risparmia ciò che non è riuscito e lo circonda con misteriosa premura, che non è solo misericordia, ma anche un sentimento di segreta solidarietà davanti al destino. Perciò l’uomo semplicemente continua quanto Dio già opera già alla radice dell’esistenza. Egli che crea questa esistenza ha posto la pazienza come condizione dell’umana esistenza.

Dio è santo e vuole che il bene si compia. Egli condanna il male, anzi lo odia. Ma se Egli è onnipotente perché non lo impedisce? Perché il bene è così gravoso? Perché Dio lascia che il male appaia come ciò che è veramente forte?

Il bene non si può realizzare come si forma un cristallo o come cresce una pianta; il bene deve essere voluto. Voluto non come lo vorrebbe un animale che caccia la sua preda, ma voluto secondo lo spirito a partire dalla libertà. Perché il bene si realizzasse Dio ha dovuto creare l’uomo libero, realmente libero, sinceramente e veramente libero; ma allora questo significava che gli ha conferito anche il potere di non voler il bene e di compiere il male. Dio doveva dare spazio anche a questo. Egli doveva tollerare che il male ricevesse apparentemente il potere.

Quanto è grande la pazienza di Dio! In primo luogo, essa comportava l’affermazione del finito e della sua modalità di esistenza, poi divenne rispetto per la vita, e ora appare come stima della libertà. Dio non ha creato il mondo come se ciò gli fosse indifferente e come se fosse rassegnato ad accettare ciò accade nel mondo, bensì come uno che prende parte alle vicende del mondo. L’intera rivelazione è testimone del fatto che Dio ama la Sua creazione e che Dio vuole che le cose vadano bene nella creazione stessa.

Il mondo è la Sua gioia e il Suo onore. Non dice forse la Scrittura che Dio, dopo aver creato il mondo, ha dichiarato e confermato che la sua opera è buona e molto buona? (Gen 1,31) Non ha poi garantito il mondo con la Sua autorità di creatore? E nonostante ciò concede spazio alla libertà di cui il mondo ha bisogno per essere libero, ma anche alla possibilità che la Sua opera venga rovinata.

Dio concede persino la possibilità che ci si rivolti contro di Lui. L’uomo può allontanarsi da Dio, Dio gli lascia la sua libertà. L’uomo può negare Dio, può cercare di sopprimerLo scientificamente, filosoficamente o eticamente, può indignarsi conto di Lui, può bestemmiarLo, può disonorare il Suo Santo Nome. Dio lo permette. È il sogno di una religiosità impulsiva il voler far scendere un fulmine sull’uomo vizioso, facendo così risplendere l’onore di Dio per mezzo di un castigo. È anche possibile che questo accada, forse, ma ne dubitiamo. Di solito ciò non accade, perché sulla nostra esistenza si dispiega il mistero del silenzio di Dio. Se Dio volesse punire ogni rivolta contro di Lui il temporale non cesserebbe mai sopra le nostre teste. Egli permette la rivolta dell’uomo. Ma la punizione si compie in modo terribile. Essa consiste proprio nell’atto stesso della rivolta, consiste nella terribile distruzione che il rivoltoso opera in se stesso; essa rimane per ora ancora nascosta e solo un giorno sarà manifestata. Ma questo silenzio è la pazienza di Dio.

Sì, è successo persino l’impensabile, che Dio entrasse nel mondo, il Creatore in ciò che è stato creato da Lui, il Signore nella sua proprietà: Dio si è fatto uomo. Non ha semplicemente riempito e plasmato con cura un uomo, Egli stesso è diventato uomo, così che questo uomo fosse Dio. Quando Costui dice “Io”, era Dio a dirlo e tutto ciò che capitava a Costui era secondo un destino voluto da Dio. Questo accadde in Gesù Cristo. Egli era la pienezza della verità, “la luce vera, che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Egli era la pienezza dell’amore, forza che veramente tutti aiuta, tutti risana, che tutti rendi felici. L’infinita possibilità si spalanca, tutto potrebbe mutare, e il Regno di Dio potrebbe comparire manifesto.

E gli uomini come lo hanno trattato? Si sono rifiutati di riconoscerLo, si sono accesi d’ira contro di Lui, hanno compiuto quanto era in loro potere per disonorarLo e annientarLo; ma Egli ha perseverato con una pazienza al di là di ogni comprensibilità. Intuiamo quanto fosse grande la Sua pazienza se leggiamo di quando persino i suoi si mostravano così privi di buona volontà, a tal punto che Egli tuonò dicendo: “Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? Non comprendete ancora?” ( Mc 8, 17-21). Qui, dove Egli quasi “dimentica la pazienza”, percepiamo lo scandalo di questa silenziosa pazienza. Quale autocontrollo esercita l’Onnipotente ponendosi come Redentore. Egli possiede ogni potere, ma può impiegarlo solo in modo da non ferire la libertà dell’uomo. La libertà dell’uomo, che egli stesso ha creato, è il confine che Egli si è posto davanti ed lo rispetta fino alla morte. Quanto è profondo il Suo disappunto quando, nel loro sdegno, i discepoli desiderano invocare fuoco e zolfo sopra i villaggi samaritani poco ospitali: “Voi non sapete di che spirito siete”. Di per sé il loro impeto è qualcosa di grandioso e secondo le migliori intenzioni, ma Egli fa loro percepire quanto sia differente il Suo sentire e quale l’origine di tale modo di pensare (Lc 9,55).

La pazienza di Cristo, e la pazienza del Padre, che vede Suo Figlio in questa condizione di limitazione, e che sembra folle al confronto di Giove con i suoi fulmini. Chi la comprende?

Ma torniamo ancora una volta al principio. Forse che ogni essere non vive semplicemente della pazienza di Dio? Dio è la pienezza dell’essere ed è onnipotente, perfetto ed eterno, mentre il mondo è finito, limitato, incompiuto e in divenire. Come può volerlo Dio? Come Dio può creare un mondo siffatto e sopportarlo dopo averlo creato? Non possiamo rispondere molto facilmente. Lasciamo aperta la domanda. Sentiamo la rischiosa profondità della domanda, l’oscurità minacciosa che grava sulla nostra esistenza…

Non ci è mai successo di trovarci a tavola mentre intorno a noi si aggirava un moscerino, così che ne fossimo spazientiti e cercassimo di colpirlo? Tale piccola agitazione ci irritava. Quando Dio si è sentito così nei nostri confronti? Nei confronti del mondo che davanti a Lui è soltanto un moscerino che svolazza? Non è per niente sciocco chiederselo. Dio non è un Dio idilliaco, benigno e amico, ma è Colui al cui confronto tutte le preoccupazioni di questo mondo sono prive di valore.

Cosa vi è in Lui che gli permette di sopportarci? E di sopportare in primo luogo non tanto la nostra malvagità, la nostra rivolta, la nostra disobbedienza, semplicemente la nostra esistenza, che così meravigliosamente conduce davanti a lui il proprio essere. Perché Egli non ci elimina? Riusciamo a percepire la pazienza di Dio? La potenza, la profondità, la pace, il sostengo, l’abbraccio che ci regge e domina, così grandi come Dio stesso? Riconosciamo l’autorivelazione di Dio che si trova nel fatto che Egli sia essenzialmente la pazienza stessa? E che noi abbiamo salvezza e sicurezza esclusivamente nella garanzia della Sua esistenza?

III.

Ma la domanda sulla pazienza di Dio è incompleta, anzi non l’abbiamo posta correttamente. Infatti abbiamo trattato la pazienza di Dio come se ci stessimo interrogando sull’essenza di un organismo o sulle leggi dell’universo. Ma questo non basta. La domanda non deve suonare che cos’è la pazienza di Dio con gli uomini?, bensì che cos’è la pazienza di Dio nei miei confronti? Deve essere posta con la serietà che ci viene dalla partecipazione, da un colloquio, e deve sondare la mia responsabilità: “La tua pazienza, Signore, con me”.

Egli reso possibile la mia esistenza attraverso l’impercepibile corso del mondo che è giunto fino a me. Egli ha voluto che il mondo trovasse il suo senso in me, come se non potesse riceverlo da nessun altro. Egli ha preparato le forze e i motivi sui quali il mio essere ha avuto principio nella lunga serie delle generazioni fino a me. Egli mi ha fatto scaturire dalla vita dei miei genitori e ha seguito la mia vita con amore vigilante. Egli ha sopportato le mie stoltezze. Egli mi ha dato la libertà per il bene e per il male. Con il suo sguardo silenzioso, con il suo fermo giudizio e con il suo divino rispetto per la libertà ha visto quando sbagliavo. Egli ha udito i miei innumerevoli propositi infranti sempre di nuovo, nuovamente rinnovati e ancora abbandonati. Egli ha osservato come ho speso il mio tempo, la mia capacità di amare, la mia forza di agire, irrequieto e instabile in tutto, perseverante solo in ciò che era realmente importante evitare… e avanti così, e ognuno che si interroghi su tali cose fa bene a proseguire il discorso in senso personale, in prima persona.

La Sua pazienza ha visto e sopportato tutto questo. Cosa risponde il nostro cuore? Come può rispondere se non con la profonda preoccupazione che questa pazienza possa esaurirsi?

Un giorno potrà anche esaurirsi, non perché la pazienza diventi debole, ma perché potrebbe apparire sufficiente al cospetto della verità di Dio. Signore, non permettere che ciò accada! Nel Vangelo troviamo la consolante vicenda di Pietro che chiede a Gesù: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,21-22). Se Egli si aspetta da noi, che viviamo nella fugacità e nell’impazienza, che perdoniamo settanta volte sette l’errore che ci irrita e ci crede capaci di farlo, allora Egli, il Signore della pazienza, non sarà capace e desideroso di perdonare infinitamente sette volte? La pazienza di Dio risponde alla nostra debolezza ed è la giustificazione di ogni fiducia.

Noi esistiamo grazie alla pazienza di Dio. Che qualcosa di finito possa esserci è Sua opera. Quanto la grandezza del Suo essere emerge in questa forza così poco appariscente! Egli è anche la forza grazie alla quale possiamo sopportare la nostra esistenza.

Che cosa rende così opprimente la nostra miseria che fa parte dal nostro destino? La privazione e la malattia, l’incomprensione e l’inimicizia, il lavoro odiato e inutile, l’infelicità e le perdite? Il fatto che sia così, sebbene non debba essere così. La ragione e l’esperienza ci dicono che la vita è ora e che le cose sono sempre andate così; anche noi comprendiamo che le cose stanno proprio così, sono sempre andate così, che noi lo vogliamo o no; ma noi non riusciamo a riconoscere che debbano essere e andare proprio così. Il nostro cuore leva una protesta, per quanto folle possa sembrare la protesta, essa è ragionevole. Le domande che ci sono state consegnate con il nostro stesso essere: perché mi accade ciò? perché sono così? perché devo essere così?... non ricevono nessuna risposta poiché in fondo tutti questi interrogativi ricercano il senso di ciò che è finito. Comprendo bene che, data una certa causa, si produca un certo effetto, ma non riesco a comprendere perché io debba imbattermi ed essere sottomesso proprio a questo particolare nesso di causa ed effetto. Non comprenderò mai perché ho a disposizione così pochi mezzi e troppo modesti per soddisfare ciò che mi è richiesto. Perché sperimento questa condizione di malattia? questa insufficienza di talenti? questa incapacità del cuore?...Non lo comprenderò mai. Questo è il punto da dove può proseguire solamente la pazienza, perché essa significa ultimamente la capacità di accettare ciò che è.

L’impazienza è la protesta contro la realtà, e nel mondo non c’è in fondo nessuna ragione per cui tale protesta non dovrebbe venir sollevata. Perché non dovrei rimediare all’incalcolabile ingiustizia del mondo, prendendo ciò che mi manca, e sottraendomi a ciò che mi è stato imposto? La risposta viene solo da Dio e non dice: “Egli ha deciso così”… questo susciterebbe soltanto un rifiuto maggiore; bensì: “Egli stesso si è accontentato”. In ciò che ti viene richiesto prosegue una misteriosa richiesta che Dio si è imposto.

La più grande mancanza non proviene da quello che mi accade, piuttosto da quello che sono, e essa si accresce tanto più la vita avanza. Nell’infanzia questa miseria è ancora nascosta, in gioventù è superata grazie alla speranza che deriva dalla giovane età, e più tardi, quando si è maturi, si confida che le cose vadano avanti per conto loro. Poi però comincia a diventare evidente l’insufficienza, si insinua il ricordo delle decisioni precise e non compiute, quello che di misero e ripugnante è presente in ogni esistenza penetra nella coscienza. In maniera ineluttabile si erge il fatto che io sono questo uomo, solo questo uomo, e che non potrò mai essere altro. Il sentimento di essere chiuso in me stesso non mi abbondona più. Al di là di tutte le forze che spingono all’azione, nella dispersione dei giorni si presentano l’angoscia, la noia e la sfiducia… Questa è la vera miseria. Se si potesse vedere dietro la facciata dell’autorità e della competenza, della sapienza di vita e della superiorità mondana, dietro ogni impresa e dinamismo, dietro la bellezza e l’eleganza: ci si rode e strugge! Come deve sopportare l’uomo questa miseria? Ma egli non la sopporta! Infatti, cosa sono i divertimenti se non un viaggio fuori dalla realtà, fuori da ciò che siamo? Che cosa sono tutte le arti dei gioielli e dell’abbigliamento, del gioco e delle maschere se non stratagemmi per sgusciare via da se stessi? Che cosa sono la vanità, i titoli e il lusso se non tentativi di diventare nell’apparenza quello che non si può essere in verità?

La fugacità, lo scorrere dei giorni uno dopo l’altro, l’arrivare sempre di nuovo del tramonto, lo sfiorire della primavera, ancor prima che se ne possa avere ragione, le ore felici che già all’inizio hanno il sapore di ciò che viene dopo di esse, le opere nel proprio compiersi dicono: “Non ti ricordi? Proprio come l’ultima volta”. I volti intorno a noi invecchiano e il proprio tempo deperisce... con quale umana profondità si esprime Walther von der Vogelweide quando scrive:

Ohimè, dove fuggirono gli anni della mia vita?

È stato forse un sogno, o è davvero esistita?

Ciò che fosse qualcosa, come sempre pensai,

c’era? Forse dormivo, e chi può dirlo, ormai?

Ora son desto, eppure ravviso male, o invano

Ciò che una volta noto m’era più della mano!

I paesi e i popoli tra i quali crebbi bambino

ora mi sono estranei, come se differenti.

I miei antichi compagni sono stanchi ed invecchiati.

Il campo adesso è pronto, il bosco dissodato,

se non scorresse ancora, come una volta, il rio,

grande sarebbe invero questo tormento mio.

Chi ben mi conosceva, appena mi saluta;

tutto il mondo è pervaso come di rabbia muta.

Quando ai felici giorni mi metto a ripensare

che da me sono caduti come un tuffo nel mare,

sempre più mi lamento.

Questo intimo svanire, il continuo scivolar via del proprio essere. Chi non ha mai pensato che una fine netta non sia meglio di questo continuo procedere verso la fine? Chi lo trattiene dall’agire così e dal mettere la parola fine? Se questa esperienza acquista una volta un certo potere, nessun ideale può più opporvisi, perché un ideale può alimentarsi solo del calore del cuore e solo questo può cominciare a nutrire un ideale. Nemmeno una legge morale, un costume, perché questo deve essere irrorato da una vita interiore, ed è proprio questo che ci rende stanchi. Solo la fiducia in un termine innominabile ci trattiene ancora; un sentimento di onore, che non ci permette di lasciare il nostro posto; l’esitazione di chi sa di non appartenersi. Fili sottili, misere forze che sembrano non possano essere abbastanza provati. In verità essi sono i più intimi lacci della pazienza, grazie ai quali l’essere si afferma in questo essere; e la pazienza risulta più forte di tutto ciò che pesa, corrode e disperde, quando viene riconosciuta nella sua vera essenza, come umana copia dell’infinita e onnipotente forza che sopporta ciò che è finito, la pazienza di Dio.

Questo è il termine del discorso e il suo cuore: l’accordo del Creatore con la Sua creazione grazie alla pazienza che Egli esercita nei confronti dell’esistenza finita. Misteriosa alleanza! Forza povera e resistente sulla quale tutto poggia! Non vi è niente di ricco, di fiorente, di operante e di audace che non venga retto da essa.

Di tanto in tanto la grandezza si manifesta più chiaramente nelle piccole cose che in quelle mature e già sviluppate. Io sono l’ultimo e il più povero, ma tutto trova senso e vita proprio in me. Chi possiede se stesso e si domina è al sicuro. Egli non può perdere niente, poiché egli ha già dato tutto per perso. Questa verità giace più profondamente che tutto il resto. È il centro

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