Mario Antonelli_Alla ricerca del corpo perduto

Mario Antonelli

ALLA RICERCA DEL CORPO PERDUTO

Un invito alla riflessione

 

 

 

 

I

Dov' è il corpo?

 

Tu farai del mio corpo il tuo giardino più caro.

E. Jabès

Corpo bello, corpo splendido,

corpo sformato, corpo curato,

corpo malato, corpo piagato,

corpo sano, corpo stanco, corpo cadente,

corpo toccato, corpo baciato,

corpo avvolto, corpo penetrato,

corpo esibito, corpo violato,

corpo atteso, corpo desiderato,

corpo che geme,

corpo che gode,

corpo che soffre,

corpo che attende,

corpo che si nasconde,

corpo perduto...

Pensieri in libertà... nella libertà della storia,

nella libertà nuova del Vangelo

C'è una ripresa del «corpo» e del suo valore nella cultura attuale? Forse anche nella Chiesa arriva l'onda lunga di questa ripresa, così che si rivaluta l'importanza del corpo nell'impresa di essere credenti? O che sia la Chiesa nella sua fedeltà al Vangelo ad alimentare e a rilanciare il senso del corpo nell'impresa di essere uomini? O forse è solo apparenza; e in realtà ci aggiriamo ancora nelle immense praterie della cultura laica e nelle mille aiuole ecclesiali a elemosinare una parola, una suggestione che ci prometta il ritrovamento del corpo? Già, perché pare proprio che l'abbiamo perduto, che qualcuno ce l'abbia sottratto! Maledizione!

Esattamente, questa è una maledizione; è la maledizione! Ci hanno portato via il corpo…

Chi può essere stato? Chi mai può aver osato tanto? .. .ma è poi tanto convinta questa nostra interrogazione quasi indispettita? Spenderemmo davvero qualcosa di più di un soldo per avere una qualche informazione, sapremmo avventurarci in un'indagine mirata sulle tracce del corpo, troveremmo almeno l'umiltà per mandare avanti qualcuno che lo cerchi per noi? Saremmo davvero così disposti a investire più di un ciclo di catechesi o più di un buon libro per ritrovare il corpo? O forse ci accontenteremmo di procedere nella fatica dell'esistere e nella gioia tribolata dell'esistere cristiano facendo finta di poter fare a meno del corpo? Ma allora, assente il corpo, non sarebbe «fatica mesta» l'esistere e «gioia simulata» l'esistere cosiddetto cristiano?

Ebbene, chi è stato a portarci via il corpo? Aleggia qualche sospetto circa l'autore di questa sottrazione? Ti fermeresti a sussurrare che c'è la mano distratta dei tuoi genitori, la loro parola stentata in materia di corpo e dintorni? Ne potresti fornire indizi fondati? O vuoi dire pure di una cultura diffusa che nelle sue varie agenzie educative produce un'enfasi del corpo, una sua esibizione ossessiva?

È noto come lì il corpo venga ostentato quasi fosse davvero «corpo del reato» che quelle agenzie presumono di aver confiscato a preti e padri; e ora ti urlano, a mo' di legittimi venditori, loro, ladruncoli incalliti, ti urlano «Te lo restituiamo noi, te lo vendiamo noi quel corpo che preti e genitori ti avevano sequestrato; costa... la tua anima; dacci l'anima ed è tuo!». E te l'hanno portato via! Un'altra volta. Maledizione!

Talvolta ti graffia il sospetto che a sottrartelo siano stati proprio quelli che ti hanno insegnato a credere che i corpi risorgeranno; eh, già! Ecco l'inganno: con il residuo di autorità che gli riconosci, ti dicono, ormai blandamente, questa cosa: che ciò che conta è l'anima e che il corpo è poca cosa. Così tu non ti agiti troppo a cercarlo, il corpo, prima di quella sua ricomparsa spettacolare alla fine dei tempi. Nel frattempo - te l'hanno detto - è questione di «cuore che ama», di «anima bella», di «coscienza pulita» che tra un esame e l'altro impara addirittura ad accomodare in panchina quel corpo che qualche minuto di partita lo vorrebbe pure giocare, diamine! ... e prima che si fischi la fine.

Che siano stati loro, proprio i «nostri» a portar telo via, a nascondertelo? Proprio loro? Eppure sono sempre loro, ogni volta che ci troviamo insieme a ringraziare Dio, che ripetono le parole del Maestro: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo. . .»; e che consegnano le parole di quel grande amante del Maestro che ancora riesce a scuoterci con quel «Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi» (Romani 12, 1 ss). Siamo ben avvertiti della serietà della cosa: non è uno scherzo, anzi. Il corpo del Maestro è cibo per una vita finalmente vera; l'offerta del mio corpo è condizione per rimanere lieti nel cuore della misericordia di Dio. L'evidenza dell'imbarazzo si impone: come faccio a prendere e a mangiare questo corpo nuovo se non lo vedo e non lo tocco; come mai farò a offrire il corpo se me l'hanno portato via o mi convincono della sua inutilità?

Tuttavia, nel rincorrersi di queste supposizioni, ci arriva, dolce e consolante, una parola da regioni remote, da cieli di nuovo luminosi, parola che ti accarezza e ti invita a cercare, ancora: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato...» (Ebrei 10, 5-7). Parola buona del Figlio al Padre che sempre lo ama; ammaestramento sapiente per tutti i fratelli che egli incontra nel mondo, perché tutti godano della sua comunione con il Padre. Memoria affettuosa dell'origine eterna di quel corpo nuovo che è il corpo di Gesù; verità segreta del corpo che pareva scomparso, codice semplice che fa riapparire il tuo corpo perduto e lo fa riapparire con la medesima forma di quel corpo nuovo. Ti vien dato di ascoltare la promessa di Dio che per nulla vuole il tuo presuntuoso sacrificio e la tua offerta un po' superstiziosa; lui, invece, ti prepara il corpo, sempre, con la stessa cura con cui ha plasmato e custodisce il corpo del Figlio.

E questa sua parola non è ancora spenta. Scortata dal ricordo imperdibile del corpo di Gesù, essa arriva puntuale a smentire la supposizione di sempre: quella secondo cui per chi si impegna nel legame sacro e lieto con Dio non v'è ragione di contare sul corpo; la supposizione che, tanto, la voce del corpo, il suo gemito e il suo grido, saranno senz'altro insignificanti nell'avventura della relazione con Dio. Più che insignificanti: dannosi.

Più di una parabola...

Il cammino che ci viene dischiuso sembra scandito dalle note che accompagnano il racconto bello del mattino di Pasqua: in Maria di Màgdala, come in filigrana, puoi rinvenire il tuo pianto per la perdita del corpo, la tua supposizione circa il responsabile di un tale misfatto, la tua gioia per il dono... del corpo «nuovo». Modo indubbiamente strano di leggere il racconto evangelico; ma vogliamo credere che quella donna, che nella resistenza risoluta degli affetti ha sentito e visto semplicemente la Vita, vogliamo credere che lei volentieri ci presta la parola. Del resto lei fin da quel giorno di Pasqua aveva «prestato» la sua parola di testimone ai discepoli.

Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto n corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?», Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: lo salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.

(Giovanni 20, 11-18)

Questa è la donna che stava presso la croce; ora sta presso il sepolcro e piange. Questa è la donna che piange: piange forse non tanto l'andarsene del suo Signore, cristallino «amore sino alla fine», opera compiuta del Padre, ma il fatto che gliel'hanno portato via, sottrazione insopportabile, opera cattiva degli uomini.

Non siamo forse lì con lei, lì dove dovrebbe brillare la gioia della Pasqua, lì dove la vita cristiana si dispiega come incontro affettuoso e grato con il Signore? Non siamo invece lì, noi, a piangere un Signore stancamente cantato e commemorato come in un lamento mesto e lagnante? Non siamo forse lì, impacciati nel seguire Maria di Màgdala sino alla fede che, solerte e lieta, annuncia; lì a piangere perché ci hanno portato via il Signore e ci hanno sottratto pure il corpo, il nostro corpo? E non sappiamo dove lo hanno posto, il Signore e il nostro corpo... Però sappiamo bene che quando sparisce il Signore se ne va anche il senso vero del corpo; e quando scompare il senso del tuo corpo anche del Signore devi dire: «L'ho cercato e non l’ho trovato» (Cantico dei Cantici 3,1ss).

Dove l'avete posto? La domanda emerge imperiosa; è segnata dalla convinzione profonda che se ti portano via il corpo, ti portano via pure il Signore, la comunione autentica con lui, proprio con lui; e viceversa! Il pianto di Maria di Màgdala, questo lo sapeva bene. Lo strazio correva nelle sue lacrime di donna amante del Signore e della vita; per lei perduto il Signore, addirittura sottratto, per lei perduto il suo proprio corpo. Lei infatti era stata guarita da Gesù; meglio, era stata liberata da sette demoni (Luca 8, 2). Da quel giorno corpo finalmente libero, il suo, grazie a Gesù; e ora lui se ne va, ora lo portano via.

Non sarà, per caso, che, scomparso Gesù, il suo corpo di donna finalmente slegato dai vincoli cattivi e liberato da un'occupazione devastante, non sarà, per caso, che questo suo corpo di donna debba ritornare alla detestabile condizione di prima, occupato e saccheggiato? Da qui zampilla come un fiotto il suo dolore... e un presagio oscuro, scarnificante: lei sente nella pancia e nel cuore che, se perde il corpo del Signore, le viene sottratto di nuovo il suo proprio corpo.

Lo teme, anzi, ne è angosciata: e tu? «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto»: la tua pena per il dissolversi del Signore e per la scomparsa del tuo corpo, del suo senso autentico, non è anche segnata dal sospetto che il corpo, il tuo corpo, debba scomparire proprio in nome delle esigenze di una vita con il Signore?

Già. Questa donna sospetta che quello che lei crede il custode del giardino abbia trafugato il corpo del suo Signore. Noi, proprio lì, nel giardino della Pasqua, dove ci viene restituito il nostro corpo trasformato secondo la novità di Gesù, noi avanziamo l'ipotesi - diabolica, sì, diabolica... e lo vedremo - che precisamente il Signore ci abbia portato via il corpo, il nostro corpo; immaginiamo che a quanti osano l'ingresso nella comunione con Dio venga requisito il corpo, quasi fosse una cauzione: ti verrà restituito là, alla fine, se ti comporti correttamente qui nel frattempo. Ti viene requisito, poiché tanto non serve; ...e ti viene confiscato proprio da Dio, poiché - e quanto è antica questa persuasione! - «sappiamo bene» che nella relazione con l'immateriale, l'invisibile, l'impassibile, l'«interiore», insomma con Dio, il corpo non serve, anzi, è dannoso con tutta quella sua materialità, la sua visibilità, le sue passioni, la sua «esteriorità».

Questo insegnamento circola diffusamente nel mondo, da sempre. Illusorio espellerlo definitivamente dal campo del vivere; triste riconoscere che noi cristiani ce ne siamo lasciati sedurre; soprattutto inquieta che questo insegnamento corra troppo indisturbato sui nostri campi ecclesiali. L'espulsione definitiva, finché si campa, no, non ce la si fa: d'accordo. Ma che almeno fiacchino le ammonizioni! Almeno.

E che dire di quella determinazione di Maria di Màgdala che è disposta ad andare a prendere il suo Signore? «... e io andrò a prenderlo»: alla sua risolutezza corrisponde la nostra presunzione di andare a riprendere il corpo, il nostro corpo, quasi fosse un oggetto semplicemente disponibile alla coscienza, alle nostre buone intenzioni.

Siamo alle prese qui con il solito dispotismo che la coscienza esercita sul corpo: ed ecco il buon proposito di riprendere il corpo smarrito, di liberare il corpo legato, di emancipare il corpo censurato, di ammansire il corpo ribelle, di ricomporre il corpo disordinato... Quanti insuccessi dovrebbero ormai averci disincantato! Quanti propositi che gonfiavano di sacro orgoglio e di serioso puntiglio tante confessioni si sono frantumati sotto quel dispotismo velleitario di una «buona coscienza» !

Questa donna si sente corretta dal Signore: «Non mi trattenere; ora non puoi tenermi così come mi tenevi prima». L'eco di questa correzione ti raggiunge mentre piangi il corpo perduto, il tuo corpo perduto, mentre coltivi propositi buoni di ripresa del corpo: «non lo trattenere...», non costringerlo, il corpo, in una definizione e non considerarlo come un oggetto, non sottrarlo alla Vita che vi si manifesta, non togliergli il respiro identificandolo con ciò e soltanto con ciò che tu hai visto, hai sentito, hai toccato. Lascia che lungo la pazienza dei giorni affiori la gloria del corpo, il suo essere provvidente, il suo valore e la sua ospitalità nei confronti della tua verità e della verità di Dio. Che possa rivelarsi, il corpo, come maestro buono, grembo materno della tua coscienza? Che da lì, proprio da lì, dalla materialità del tuo corpo ti possa venire il tuo nome, finalmente pronunciato correttamente? ...voce che porta l'accento di Dio, inconfondibile come per Maria di Màgdala?

Ma, in fondo (e qui il brano di Maria di Màgdala torna a essere letto come racconto), l'esperienza secondo lo Spirito è esperienza del corpo glorioso di Gesù... Quel corpo benedetto viene a prendere te, corpo animato, anima incarnata; e stupita, tu, piccola Maria di Màgdala, piangendo ora non più la mestizia di una sottrazione, ma la gioia di un dono, tu godrai del tuo corpo, finalmente tuo, restituito nella sua forma bella. E andrai, così, come Maria di Màgdala, piedi che corrono, occhi che confidano il segreto, bocca che canta l'incontro, corpo della comunione, corpo offerto... Benedizione per Maria di Màgdala e per te; benedizione per quanti l'hanno incontrata e per quanti incontreranno te

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II

Vivere secondo lo Spirito

 

Caro salutis cardo.

(La carne è il cardine della salvezza)

Tertulliano

La voce cattiva che seduce la coscienza

La voce cattiva che seduce la coscienza è voce che sentono tutti, modulata in mille tonalità nei vicoli e nelle piazze, assordante talvolta anche dentro le chiese...

È voce ammaliante, che insidia pure la coscienza di quelli che camminano e alle volte arrancano in una «vita spirituale»...

La voce cattiva che circuisce la coscienza sa bene come assediare quanti accolgono lo Spirito di Gesù e come distrarne i passi...

Voce dall'accento diabolico; nel senso che si frappone là dove tu stai camminando per farti inciampare. Questa voce è nemica di tutti; essa vuole distorcere il canto d’amore di Dio e disturbare l’affetto fiducioso dell’uomo. Non illuderti che tu possa non ascoltarla. In un modo o in un altro tutti la sentono; l'impresa che vale una vita è resisterle, disattivarne qualche cassa di risonanza, e soprattutto imparare a prestare ascolto ad altre voci, a un'altra voce.

La voce cattiva che ammicca alla coscienza risulta tutt'altro che noiosa: «Se vuoi riuscire nell'impresa di conoscere Dio e fare la sua santa volontà, elévati dall'ordine del corpo e della materia; se intendi entrare nella comunione con Dio diserta il territorio delle cose della vita, sguscia dalla rete delle emozioni e delle passioni... ». Elévati, diserta, sguscia... Ed è tremendamente scaltra questa voce. La voce cattiva ti vuole persuadere proponendosi astutamente come risonanza della voce buona di Gesù: del resto non era lui a raccomandare ai suoi discepoli il «prendere la croce», il «rinnegare se stessi», il «perdere la vita»? È la voce cattiva e minacciosa a dirti che rinnegare te stesso significa trascurare o censurare tutto il corporeo e il materiale in cui la tua vita si muove...

Già, travestimento riuscito! Difficile svergognarla, questa voce, in questo suo abile e ostinato sfruttamento delle parole e del nome stesso di Gesù. Eppure la vita cristiana non rilancia di volta in volta quella vigilanza che va a smascherare gli idoli del «buon senso» religioso? Non dovremmo essere addestrati dalla schiera dei santi a scovare con puntualità e con indignazione le voci diaboliche che si spacciano per la voce buona di Gesù? Se solo ci lasciassimo ammaestrare dalla schiera di quanti hanno diffuso la voce buona di Gesù, potremmo a nostra volta almeno mettere in guardia i nostri fratelli più piccoli da queste contraffazioni.

La voce cattiva che seduce la coscienza è antica; gira per gli itinerari tortuosi delle coscienze da tempo immemorabile, ha mietuto vittime: e tante. Ne mieterà ancora. Siamo stati anche avvisati che sino alla fine, sino alla separazione che riconoscerà la bontà della giustizia e piangerà la scelleratezza dell'ingiustizia, sino ad allora la zizzania crescerà insieme al grano buono.

La voce cattiva che seduce la coscienza ha rapito uomini e donne, li ha intontiti al calice della paura e del senso di colpa. Ha convinto molti e vuole convincere ciascuno che tutta la bellezza del vivere può essere onorata al cospetto di Dio a condizione di fuggire il mondo e le sue cosiddette lusinghe, a patto di guardare con sufficienza (più che con disprezzo) le «cose della vita»: la percezione elementare del piacere e del dolore, il variegato sentire dentro l'ordine degli affetti, le passioni in cui si accende la cura delle relazioni tutte. Perché ci siamo lasciati convincere? Riusciremo a opporre una qualche resistenza?

La voce cattiva che seduce la coscienza è antica; la senti? Se presti attenzione ne puoi intercettare i brani più classici, in un esame di coscienza o in una confessione: «Beh, per quanto riguarda la vita spirituale... cioè la preghiera, la lectio divina, la partecipazione ai sacramenti, insomma, per quanto riguarda il rapporto con Dio, le cose vanno così e così... »; già, la senti la voce antica? Ti ha convinto - maledizione! -, ha contaminato pure te, fin dal seno materno; sì, perché fin dal seno materno il canto dell'amore ti giunge dalla bocca di Dio e l'antica voce cattiva vuole contrastare quel canto proprio sul nascere.

Ti assicura, quell'antica voce cattiva, ti assicura che la vita spirituale è tutto e soltanto ciò che riguarda l'«interiorità», è lo «spirito» che vive il sacro rapporto con Dio; e lo vive in uno spazio proprio (quello della chiesa, della camera addobbata a santuario), in un tempo proprio (quello della celebrazione e della preghiera), in relazioni proprie (quelle con i rappresentanti sacri della religione, i preti o qualche «santone»).

Il corpo dunque è morto per chi è «spirituale»: il corpo è meglio che muoia. Deve togliere il disturbo; poiché è un disturbo per la vita «spirituale». Sì, si concede al corpo qualche passerella, lo si richiama in causa per qualche esibizione in quelle relazioni, in quello spazio, in quel tempo ben recintati dove lo spirito presume di addentrarsi per stringere un legame sacro con Dio. Lì puoi assistere a qualche movenza impacciata del corpo (tant'è che qualcuno si è sentito in dovere di scrivere circa il corpo nella liturgia, il corpo nella preghiera...); lì, nello spazio della chiesa, nel tempo della celebrazione e della preghiera, nella relazione con i rappresentanti sacri dell'autorità di Dio.

Negli altri ordinari spazi del vivere, nella ferialità dei tuoi giorni e delle tue notti, nelle relazioni elementari che costituiscono la tua libertà, il corpo sembra esonerato dalla responsabilità di tessere la comunione con Dio; anzi, solitamente insidia e compromette questa relazione. Allora andrà guardato con sospetto. «È solo questione di anima», suggerisce la voce cattiva; questione di anima che si raccoglie di tanto in tanto nei luoghi sacri della religione. E nel frattempo, nel tempo che si distende fra un tempo sacro e un altro, il corpo girovaga spaesato frequentando senza anima né guida i luoghi dove Dio non sembra più abitare: la stanza e la strada, l'ufficio e la cucina. Quanto è antica la voce cattiva!

E ha un che di sinistro, questa voce. Per questo sale dal cuore l'invocazione a favore di tutti poiché tutti sono alle prese con questa riconciliazione: tra il corpo e la sua anima, tra l'anima e il suo corpo, tra la finitezza del proprio vivere e la buona causa per cui si vive. Tutti, anche solo segretamente, attendono questa riconciliazione come l'ingresso nella terra promessa, come la gioia del mattino di Pasqua; tutti, tutti i disperati, «coloro che erroneamente fanno morire la carne per non sentirne più l'anima». Ma ben più numerosi sono quelli che respirano questa convinzione: che si possa sentire l'anima abbandonando la carne. Quanti successi vanta la voce cattiva!

Gesù,

per coloro che hanno perso la mente

e i princìpi della ragione,

per coloro che sono oppressi

dal duro silenzio dei martiri,

per coloro che non sanno gridare

perché nessuno li ascolta,

per coloro che non trovano altra soluzione al grido che la parola,

per coloro che scongiurano il mondo

di non devastarli più,

per coloro che attendono un cenno d'amore che non arriva,

per coloro che erroneamente

fanno morire la carne

per non sentirne più l'anima.

Insomma,

per coloro che muoiono nel nome tuo,

apri le grandi porte del Paradiso

e fai loro vedere che la tua mano

era fresca e vellutata,

vellutata e fresca,

come qualsiasi fiore,

e che forse loro troppo audaci

non hanno capito che il silenzio era Dio

e si sono sentiti oppressi

da questo silenzio

che era solo una nuvola di canto.

(A. Merini, Corpo d'amore. Un incontro con Gesù)

L'eresia antica

Non appena Gesù viene a fare cose nuove, disobbedendo duramente all'antica voce cattiva, non appena lui fa la «cosa nuova», fa la «vita nuova» (la vita secondo lo S)pirito di Dio!), ecco che tra quelli che stanno e si lasciano prendere dalla musica e dalla danza del Vangelo serpeggia la voce antica: una delle prime grandi eresie della storia cristiana è la spiritualità gnostica. Questa spiritualità può vantare una longevità impressionante e la sua idea fondamentale è la seguente: l'orizzonte degli affetti e la trama delle relazioni devono restare estranei alla vita cristiana; la perfezione della vita cristiana implica una coraggiosa rimozione della vita nel mondo. Insomma, non bisogna sporcarsi con le cose del mondo.

Il punto di forza di questa eresia (l'antica voce cattiva) è 1'alternativa tra la vita cristiana e l'orizzonte degli affetti. La perfezione cristiana veniva strettamente legata alla denuncia dell'ordine creaturale e alla fuga dalla sua colpevole bassezza; da fuggire il sempre «immondo» legame dell'uomo e della donna, da sopportare al più la sempre «sozza» dinamica della generazione, da scansare la sempre «sporca» partecipazione alla vita della città... Più eviti questi territori, più li consideri incompatibili con la tua condizione cristiana, più cresci verso la perfezione della comunione con Dio: così recita l'antica voce cattiva.

La via, decisamente più larga di quanto non sembri. . ., tracciata da questa eresia, salda la ricerca della perfezione interiore e la fuga dal mondo: ciò che riguarda il corpo e il mondo, ciò che avviene dei vincoli sociali di ogni tipo e dei beni materiali rimane fuori gioco, non ha alcuna rilevanza nell'avventura del vivere la relazione con Dio. Anzi, ha una rilevanza negativa, sembra costituire l'impedimento a conseguire l'obbiettivo della vita cristiana.

È bene, insomma, che l'anima si scrolli di dosso il peso del corpo, che se ne liberi come ci si libera di un fardello pesante o ci si toglie un vestito stretto. Il corpo e tutto ciò che lo riguarda sono un incidente per l'anima, una malattia. E così, lasciandosi attrarre da questa via, la vita cristiana rischiava di ammantarsi di un risentimento ascetico per un mondo visto come radicalmente spregevole; e questo risentimento sfociava (e sfocia, quanto sfocia!) nella disinvolta e dispotica durezza nello sfruttare uomini e cose. Quasi che il porsi sopra le cose e ad di là delle relazioni permetta di trattare cose e persone senza rispetto, disponendo di tutto e di tutti. Spesso, davvero, non passa un filo d'erba tra una certa rinuncia al mondo e la prevaricazione «sacra» sugli altri! E se il riferimento risultasse un poco oscuro, si può pensare, senza asprezza, a certi moduli della relazione tra il clero e i laici, a certe strategie «missionarie» dove il dominio sugli altri insidia sempre la bellezza della relazione evangelica...: davvero solidali, talvolta, «rinuncia al mondo» e «prevaricazione sugli altri».

Vivere secondo lo Spirito

Caro salutis cardo. La carne è il cardine della salvezza. Non ringrazieremo mai abbastanza i Padri della Chiesa che hanno fermamente difeso la verità del Vangelo dall'insidia di quella spiritualità gnostica. Cosa è contrario allo spirito? Il corpo? No, non il corpo, ma l’abbandono del corpo, la chiusura del corpo: questo è contrario allo spirito autentico dell'uomo, ed è contrario allo Spirito di Dio. Questo loro hanno ribadito, ricordando in modo categorico che il principio della salvezza è la carne…

...che la carne di Gesù riscatta l'uomo dalla rovinosa menzogna del nemico e dalla paura di Dio e lo introduce nel mondo nuovo della pace con Dio;

...che è vera carne la carne di Gesù, ed è la verità della carne dell'uomo, carne finalmente e perfettamente docile al soffio dello Spirito di Dio; altrimenti, se non fosse stata vera carne, come avrebbe veramente sofferto e come ci avrebbe salvati dall'ingiustizia che abita ogni sofferenza?

...che «rinnegare se stessi e prendere la croce», condizione per essere in comunione con Gesù, non equivale a detestare le cose della vita o a guardarle con sufficienza, ma coincide con l’abbandono dell’idolatria di ogni cosa e di sé, con il trattare ogni cosa e sé secondo la sapienza creatrice del Padre;

...che la salvezza per l'uomo sta non nella fuga dal corpo e dal mondo, ma nel corpo trasfigurato a immagine del corpo di Gesù, come corpo di Gesù, e nel mondo illuminato e rianimato da questi corpi nuovi;

…che non solo «orizzonte degli affetti» e «vita cristiana» non sono incompatibili, ma che la vita cristiana è l’orizzonte degli affetti goduto e patito nella sua qualità divina, in tutta la promessa che sta in esso, secondo lo stile di Gesù;

...che vivere secondo lo Spirito non è disertare il mondo, ma abitarlo in tutte le sue distese e in tutti i suoi anfratti, lasciandosi guidare e trasformare dallo Spirito che ha guidato Gesù nella sua vita di relazione

lieta con Dio, il Padre, nel deserto e sul mare, sulla montagna e nelle piane, nel grembo della madre e negli inferi della storia, nel seno del Padre;

...che «vita cristiana» non significa sottrarsi all'esistenza quotidiana, ma portarla con le sue pulsioni e le sue emozioni, i suoi piaceri e i suoi dolori, i suoi odi e i suoi innamoramenti, le sue pesantezze e le sue letizie, i passaggi delle sue stagioni e i suoi legami familiari, i suoi intrecci civili, i suoi grovigli sociali e le sue responsabilità economiche... e praticarla nell'obbedienza lieta e fiduciosa al Padre.

Questa e la salvezza, questa è la gloria di Dio, il suo onore sommo; lui si onora di questo, della vita, la vita dell'uomo, poiché questa vita dell'uomo corrisponde alla sua identità di Padre che genera sempre vita nuova. Si onora di quanto noi, sedotti dall'antica voce cattiva, abbiamo talvolta disonorato... e proprio «in nome suo», maledizione!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III

Il corpo alla prova

 

Quando gli amanti vedono la bellezza

del corpo amato, scoprono che il mondo

è molto buono, come in un tripudio genesiaco.

 

L. Alonso Schokel

Il corpo messo a dura prova dalla coscienza

«Io», dici tu, e sei orgoglioso di questa parola. Ma la cosa ancora più grande, cui tu non vuoi credere, il tuo corpo e la sua grande ragione, essa non dice «io», ma fa «io».

Strumenti e giocattoli sono il senso e lo spirito; ma dietro di loro sta ancora il Sé. Il Sé cerca anche con gli occhi dei sensi, ascolta con gli orecchi dello spirito.

Dietro i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti, fratello, sta un possente sovrano, un saggio ignoto, che si chiama Sé. Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo. Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza.

(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

La provocazione è forte; c'è tutta la sferzante denuncia di un dualismo «anima-corpo» che va superato. Si corre in difesa di un corpo che pare osteggiato nella sua dignità e nel suo valore; e proprio dalla coscienza. Ci si scaglia contro una coscienza vanitosa che crede di sapere le cose tutte e la loro ragione ultima a prescindere dal corpo, inseguendo le traiettorie ordinate del raziocinio; si dubita di un uomo ridotto a «intelletto che pensa e conosce», padrone distaccato e superbo delle cose del mondo e principio delle scelte della vita, un uomo incagliato nella glacialità di una ragione senza respiro, di una ragione non istruita dal corpo.

Dovremo dunque guardarci - e qui l'ammonimento del filosofo non appare così diverso dall'insegnamento di chi è consueto al Vangelo - dovremo guardarci dalla stupidaggine di certo buon senso comune: ti dicono che per scegliere correttamente, per approdare ad una sensata determinazione di sé bisogna «non badare ai sentimenti e alle emozioni» e «pensarci su due volte»… saggezza?

Se tu dici «io», se tu giungi a riconoscerti percorrendo la via esclusiva di ragionamenti e pensieri, allora ti perdi in una vuota vanità; se tu dici «io», cioè credi di stare finalmente presso di te, presso la tua identità, lasciandoti ammaestrare dalla sola voce di pensieri e sentimenti, beh, sappi che quel tuo dire «io» affonda nel mare dell'orgoglio. Illusione che può durare anche una vita intera. In realtà non sei presso di te, presumi di esserci: appuntamento mancato con la tua identità. Infatti, abbagliato dalla brillantezza dei pensieri e dal fulgore dei sentimenti, trascuri l’opera discreta del corpo, ispiratore e custode dei pensieri e dei sentimenti. La sua opera è possente e ignota.

C'è un fare del corpo che non può essere disdegnato…, che va liberato dal dispotismo vanitoso della coscienza. Il corpo «fa» il tuo «io»; e questo fare non va ignorato, non può essere disatteso. Questo «fare» è l’agire stesso dell’uomo che sta all’origine del pensare; è quell’agire spontaneo senza il quale mai si potrebbe giungere a dire «io» in verità. Ed è pure quel «forzare il corpo» (lo sforzo del corpo) senza il quale non si può ritornare alla propria verità di uomo, di donna. «Forzare il corpo» perché il corpo si rimetta a fare bene la tua coscienza: saggezza antica che brilla nei gesti tradizionali dell'ascesi cristiana, e non solo cristiana.

Converrà indicare i tratti di questa saggezza del digiunare, del pellegrinare, del vegliare, quando ci fermeremo a dire della lotta del corpo...

È il corpo che «fa» il tuo «io», che tesse pazientemente la tua ragionevole identità, il tuo essere presso di te: nel disporsi del tuo corpo avviene il tuo provarti e il tuo riconoscerti.

È così, per te e per tutti: il corpo pronuncia il tuo nome. E se, nei suoi limiti, non ne canta la verità, almeno la balbetta, la invoca, te ne fa segno; più affidabile della supponente esibizione di idee e parole che, sprezzanti verso il corpo e i suoi sensi, storpiano la verità del tuo nome. Idee e parole che ti dicono che tu sei così e così, che devi diventare questo o quello. E noi, talvolta, a crederci, dimenticando l'istruzione del

corpo, la sua opera! Invece «la verità è ciò che arde. La verità non è tanto nella parola ma negli occhi nelle mani e nel silenzio» (Chr. Bobin, Presenze). La verità della tua coscienza; la verità di Dio?

Dovremo tornare a fare i conti con questo debito inestinguibile della coscienza nei confronti del corpo, perché esso è per lei pedagogo affidabile, benefattore della tua giusta identità. Benefattore il corpo, sa fare del bene alla coscienza, sa far bene la coscienza. La sa far bene; e la coscienza ben fatta, ben formata, canterà sempre la sua riconoscenza nei confronti del corpo. Essa avrà sempre il senso della prodigalità del corpo: magistrale e paziente nel costituire il tuo «io», il tuo riconoscerti e il tuo riconoscere Dio.

Si fa largo la domanda se il corpo non abbia in sé il principio del sapere supremo: che è il sapere la verità di te e la verità di Dio, assaporare quanto e come vive il tuo «io» dentro il grembo generoso del Principio di tutto. In effetti questo senso del corpo benefattore spiazza le nostre convinzioni più radicate; le scalza dalla loro presunta ovvietà. Sostando un poco in questa domanda ci accorgiamo che la carne «sconcerta e sfida la saggezza dei saggi, la scienza dei sapienti, ogni forma di conoscenza che ha a che fare con il mondo, che pensa, misura e calcola in esso tutto quanto dobbiamo pensare, fare e credere» (M. Henry, Incarnazione. Una filosofia della carne). Dovremo tornare a fidarci del corpo e della sua saggezza nell'indicarci la via, nell'aprircela.

C'è insomma un agire spontaneo o forzato, un muoversi e un sentire del corpo che precede ogni riflessione e ogni sapere; si tratta del «prima» di ogni intenzione, di quel muoversi e sentire che è il corpo: la scuola di ogni sapere e di ogni volere, di ogni dire «io». C'è sempre un funzionare anche preriflesso o non più riflesso, un funzionare anche esilissimo del corpo senza cui non si giunge alla coscienza, e alla coscienza della tenerezza di Dio...

Ci sono sette cose che sono assolutamente necessarie all'uomo: se esse mancano o tardano troppo, muore. Sono: respirare, bere, mangiare, orinare, andare di corpo, dormire. La settima cosa per ora non la dico. Quelle che ho elencato sembrano molto triviali, soprattutto le funzioni di evacuazione. Ma, piaccia o no, sono gli stretti bisogni. Lo si capisce, per dura esperienza quando l'uno o l'altro si deregolarizza.

Meraviglia del corpo! Si dimentica il miracolo, tutto sembra naturale... Umiltà d'esserne dipendente, di occuparsene, di avere come principale preoccupazione, che arriva anche a cancellare tutto il resto, il riuscire a salvare le funzioni triviali!

La settima cosa è la tenerezza divina… Il suo luogo è il corpo. Essa è sguardo, voce, presenza del corpo, e cura e nutrimento, è pulizia, sgombero, liberazione di ciò che è morto e imputridito. In essa tutte le funzioni del corpo restano e mutano. In lei si annuncia l’altro corpo, in cui il corpo di dolore e d'assenza trova salvezza dalla sua umiliazione.

(M. Bellet, Il corpo alla prova o della divina tenerezza)

È proprio il corpo dunque che «fa» il tuo «io». Nel suo funzionare e nel suo sentire ti plasma, ti conduce presso di te. Opera questa meraviglia sempre, quando si presenta come percezione del piacere, quando si presenta come percezione del dolore; anche quando pretendi di disfartene.

Il corpo alla prova nella percezione del piacere

Ci sono, nel fuoco del desiderio: il desiderio di godere, il desiderio di essere una cosa sola con l’altro, il desiderio di iniziare, il desiderio di essere iniziato, di conoscere insomma, di sapere il segreto, il desiderio di quiete - lo spirito e il corpo tranquilli, la fine della tensione insopportabile – il desiderio di sentirsi vivi, il desiderio di avere la prova che si è vivi, il desiderio di mettere in azione la propria forza, il desiderio di donare la vita, il desiderio di sopravvivere a se stessi, il desiderio di ritornare al luogo precedente la nascita, il desiderio di nascere e di rinascere, il desiderio di morire, di abbandonarsi, il desiderio di essere preso, ricevuto, amorevolmente inghiottito, il desiderio di aprirsi, essere penetrato, invaso, il desiderio di vincere, penetrare, venire e riandare fino alla vittoria, il desiderio della dolce sconfitta, il desiderio di donarsi, il desiderio di dare tutto.

E altri desideri ancora, e il desiderio di estasi: uscire da sé, annientarsi nella estrema affermazione di se stesso - al di fuori di sé.

Se si prendessero questi desideri uno a uno, come dicono il desiderio dell'uomo e il suo destino! E non sono nel fuoco del desiderio prodigiosamente riuniti? Ma il fuoco del desiderio ricade e si spegne.

La divina tenerezza, nella sua sobrietà, credo che non voglia di meno del fuoco del desiderio. Ma è senza ricaduta e senza fine. In qualche modo è fuori dalla morte.

(M. Bellet, Il corpo alla prova o della divina tenerezza)

Il corpo è alla prova, è messo alla prova proprio nel fuoco del desiderio. Il corpo «fa» il tuo «io»; le sue funzioni, che è dire il suo funzionare, anche il più elementare, produce il miracolo del tuo riconoscere te stesso. . .

Nel fuoco del desiderio come il corpo continua a compiere questo prodigio? Capita che il corpo, sempre immerso nel fuoco del desiderio, si ritrovi a essere percezione del piacere. Ecco che si impone una sosta pensosa: come il corpo, che funziona nella percezione del piacere, svolge bene la sua «vocazione» di consegnarti il tuo nome, la tua identità di uomo, di donna, di creatura «in relazione»? Come il corpo, quando prende la forma del desiderio giustamente appagato, ti fa provare il godimento di essere avvolto dalla tenerezza di Dio? Non è, dico, che la percezione del piacere rappresenti una prova per il corpo? O, diciamo pure la parola, una «tentazione»? Il corpo non viene lì messo a dura prova?

Certo, è il caso di rivedere assetti e strategie dell'esperienza religiosa, non solo cristiana, secondo cui è in occasione del soffrire che si viene a sapere dell'onnipotenza divina e della sua misteriosa (e arbitraria?) volontà di bene. Tra l'altro la storia degli uomini attesta che il corpo vilipeso e sfigurato nell'ingiustizia della sofferenza non sempre si inarca a benedire l'Eterno o anche solo a cercarlo; gli capita spesso di maledirlo in una protesta ateistica o di scansarlo nell'indifferenza come ipotesi inutile.

E poi è stato detto, anzi, sta scritto che «l'uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (Salmo 49, 13.21); ma è nella prosperità che l'uomo non comprende, non nella gioia. È la prosperità che va evitata. L'idolatria delle cose e il loro accumulo: questo sfigura la coscienza dell’uomo. Nella gioia, nel piacere del concretizzarsi del desiderio tu comprendi il senso del vivere: ti comprendi e vivi.

E se fosse precisamente in questa lieta e iniziale realizzazione del desiderio che il corpo ammaestra, anzi, edifica la coscienza come coscienza di essere al mondo e di essere nel mondo di Dio? ... e della sua tenerezza? Ti potrebbe per caso accarezzare una qualche ventata della tenerezza di Dio nella sistematica priva-zio ne di qualsiasi abbozzo dell'attuazione del desiderio? Non è proprio in quel «prender corpo» del desiderio che il tuo desiderio ti riappare sempre attraente, concepito e voluto nelle viscere stesse della tenerezza divina? Non è forse lì che tu vivi? Non è proprio di questa gioia e per questa gioia che tu vivi?

Oppure, incuranti della promessa annidata nel piacere, dobbiamo sempre aspettare l'arrivo di qualche «provvidenziale» sofferenza che ci conduca presso di noi e al cospetto di Dio? Certamente il desiderio rischia l’esaurimento quando si scatena l’esaltazione del possesso: e qui il piacere spegne la coscienza invece di accenderla. Saranno sempre gratuità e gratitudine a preservare il desiderio dall'esaurimento; tra gratuità e gratitudine il desiderio si mantiene vivo proprio nella sua soddisfazione. Vive della sua soddisfazione.

Indubbiamente non possiamo nasconderci che nella percezione del piacere il corpo viene messo a dura prova: ... perché può essere mal-trattato e sciupato. Può non funzionare più come educatore mite della coscienza, dell'essere al mondo come relazione. Le sue funzioni, con il loro fiorire di emozioni e passioni, possono essere idolatrate come in un culto con i suoi riti; e invocate come sovrani di regni di solitudine con tutto il loro cerimoniale e le loro regole senz'anima.

Il corpo che patisce una tale strumentalizzazione non è più allora dimora ospitale del desiderio; il fuoco del desiderio pare spegnersi e il calore della divina tenerezza si fa quasi impercettibile.

Vedi, il problema non è se il piacere sia la morte e la sconfitta del desiderio o il compimento del desiderio: la questione decisiva è la quota di giustizia con cui si appaga il desiderio. E non è scontato che il corpo come percezione del piacere abbia la forma del desiderio giustamente appagato. Non è scontato: non ci sono sconti per una giusta attuazione del desiderio. Capita infatti di scambiare il desiderio con il bisogno; c'è un prosperare della salute e del piacere che occlude le vene del desiderio. E nella prosperità l'uomo non comprende.

Non ti e come gratitudine: non riconosci più il tuo «io» come «venire dall'altro» e «andare verso l'altro»; non distingui più i contorni dell’altro da cui vieni e presso cui stai e verso cui vai. Non avverti più l'annunciarsi della tenerezza divina nella finitezza dell'appagamento del tuo desiderio, perché la finitezza di questo appagamento non è raccolta nella sua buona e bella misura, ma censurata... o assolutizzata: è lo stesso!

Davvero l'uomo nella prosperità non comprende! Ma come trovare la misura di quella giustizia del desiderio? Dove rinvenire i criteri per sentire e dire che il desiderio è appagato in modo giusto? Come «dar corpo» a quella soddisfazione del desiderio che assicura la gioia del vivere e libera il canto della gratitudine?

Gli uomini abbassati, umiliati, disprezzati e disprezzanti se stessi; indotti fin dalla scuola a disprezzarsi, a considerarsi un nulla, solo particelle e molecole;. meravigliati di tutto quanto è meno di loro; disprezzanti tutto ciò che è più di loro, degno d'amore e d'adorazione. Gli uomini ridotti a simulacri, a idolo che non sente nulla, ad automi... Gli uomini sostituiti da astrazioni, da entità economiche, da profitti e dal denaro. Gli uomini trattati matematicamente, informaticamente, statisticamente, calcolati come bestie e contando meno di loro.

Gli uomini distolti dalla verità della Vita, che si gettano su tutte le illusioni, i prodigi in cui la vita è negata, beffata, scimmiottata, simulata: assente. Gli uomini consegnati all'insensibilità, divenuti anch'essi insensibili, dall'occhio spento come pesci morti. Gli uomini inebetiti, dediti agli spettri, agli spettacoli che espongono dappertutto la loro nullità e decadenza; dediti ai falsi saperi, ridotti a gusci vuoti, a teste disabitate, a dei «cervelli». Gli uomini le cui emozioni e passioni sono ridotte a secrezioni ghiandolari; gli uomini che sono stati liberati facendo credere loro che la sessualità è un processo naturale, invece e al posto del loro desiderio infinito. Gli uomini la cui responsabilità e dignità non hanno più alcun luogo preciso.

(M. Henry, Io sono la verità. Per una filosofia del cristianesimo)

Da quali osservatori provengono questi lamenti che trapassano il cuore e il mondo, in una denuncia che pare impietosa? Esagerazioni ricorrenti nelle invettive di preti e bacchettoni oppure onesta e disincantata lettura che urla una preoccupazione? Sono parole che decretano la fine del fuoco del desiderio nel mondo degli uomini o sferzano come raffiche del vento di Dio che ancora rianimano una debole brace?

In ogni caso, se pur questo violento rimprovero vantasse un'oggettiva corrispondenza alla condizione dell'uomo di oggi o di sempre, che non ti (ri)venga in mente di legarlo, il corpo, di zittirlo, magari in nome di una provvidenza divina che restauri, risentita e offesa, l'ordine infranto; Dio non gradisce sacrifici, non gli garba l'immolazione del corpo e del fuoco del suo desiderio sull’altare delle nostre paure di depravazione e dei nostri sensi di colpa.

Che non ti venga in mente di far cosa gradita a Dio votando allo sterminio il tuo corpo, come in una guerra santa; perché la tenerezza divina non vuole di meno del fuoco del desiderio. E la tenerezza divina, che si annuncia nel volto dell'altro, preserva il desiderio dalla caduta di un appagamento superbo e idolatrico, lo tiene vivo; anzi, lo concepisce dall'inizio e per sempre lo alimenta e lo riveste di futuro. La tenerezza di Dio tiene vivo il corpo, lo fa parlare sempre, lo slega dalle catene delle nostre idolatrie e strumentalizzazioni, lo riscatta dalle presunzioni baldanzose e ridicole della nostra ragione superba. Non lo sopprime, mai; lo trasfigura, sempre.

Il corpo alla prova nella percezione del dolore

Il corpo di dolore è straziato, penetrato da frammenti di morte; è mostruosamente prolungato: tubi, sonde, perfusione.

Come appare lontano il desiderio! E tutto l'ardore della carne!

Corpo di umiliazione: nel senso originario, non morale. Perché è un corpo prostrato. Ma umiliato e straziato, il corpo mantiene, o forse acquisisce, un'altra sua grandezza, la sua dignità assoluta: poiché esso è, rimane e diviene la presenza. La semplice presenza, senza nient'altro, dove viene la divina tenerezza. Il viso, le mani, il corpo - anche senza contatto - sono, possono essere il luogo della pura tenerezza. Il cuore dell'amore, dell'amore nel corpo, si annuncia forse da qui: quando in un certo senso il corpo è senza desiderio. Corpo di contemplazione: perché non può né conquistare né essere conquistato, è escluso dal gioco del piacere... è fuori dalla semplice opposizione tra l'esaltazione del corpo e il suo disprezzo. In un certo senso mai il corpo è così grande: verbo dello spirito, presenza di un desiderio che oltrepassa ogni desiderio - poiché è il desiderio di tutto, il primitivo desiderio della beata genesi di tutto.

(M. Bellet, Il corpo alla prova o della divina tenerezza)

Il corpo «fa» il tuo «io»; anche quando non è più percezione del piacere? Anche quando non si muove più nell'esultanza e nel vigore? Anche quando la sua colonna sonora non è più travolgente? Anche quando il corpo, il tuo corpo non è più «desiderio soddisfatto», almeno parzialmente? Già, ma non risiede proprio qui la malattia che può uccidere il corpo, il vizio che può infettarlo? Quando il gioco del piacere stagna nelle paludi del conquistare e dell'essere conquistato, il tuo corpo è avvolto dallo stordimento dell'illusione del «desiderio saziato», meglio, del «desiderio ormai sazio» .

Allora il tuo corpo non si muove più, preso e animato dal desiderio e dal suo fuoco; il tuo corpo si trascina in movimenti meccanici che producono l'ebbrezza, illusoria, del desiderio sazio: e si va, di ebbrezza in ebbrezza, illusorie. Il desiderio ormai sazio è desiderio spento, morto; il desiderio vissuto, goduto, onorato è desiderio che resiste, che dice «ancora!». Desiderio che lo urla, questo «ancora!», o lo sillaba, che lo canta nell'esultanza o lo bisbiglia nella prostrazione.

Anche nella percezione del dolore il corpo è messo a dura prova; perché sembra non dire più niente, sembra non guardare e non attrarre sguardi, sembra inservibile e muto, sembra destinato alla solitudine. Il corpo che senza quasi batter ciglio assecondava il desiderio di vivere, ora «non viene più dietro»; zavorra che tutto rallenta, bastone tra le ruote del desiderio che più non avanzano, intralcio che mortifica le attese. Il godimento di un tempo è interrotto; il godimento del tempo pare scomparire. Spossatezza del corpo, ritirata del desiderio.

Si direbbe che nella percezione del dolore il corpo sembra patire un abbandono da parte del desiderio; e sembra cullato dalle nenie tutt'altro che consolanti di memorie tanto nostalgiche quanto strazianti. E, soprattutto, la solitudine. Non è forse vero che la percezione più acuta del dolore si ha nella solitudine? Come credere lì che tutta la sofferenza tua e del mondo è dolore non di un'agonia, ma di un parto? Lì, quando è tutto configurato come percezione del dolore, quando la sua forma è la forma della prostrazione, il tuo corpo fa ancora il tuo «io», lo partorisce? E come lo fa?

O, forse, mai il corpo è così grande come lì, quando si contrae nella stretta di una malattia, quando sospende la produzione di progetti, incontri e soddisfazioni, quando si ritira risolutamente dal gioco del piacere? Lontano dall'ingordigia che alimenta il miraggio del desiderio sazio, quasi indifferente all'esultanza di un desiderio giustamente appagato, come assopito sul giaciglio di un desiderio che non pretende più, ma si muove lentamente tra un «per favore» e un «ti ringrazio»: come dire «stammi vicino»...

Sì, anche come percezione del dolore il tuo corpo fa il tuo «io», ancora. E lo fa nella sua verità; il tuo corpo torna a rivestire quella passività che gli è congeniale (l'essere accudito, l'essere nutrito e lavato e vestito, l'essere visitato, l'essere guarito.. .), esce decisamente dal gioco del conquistare e dell'essere conquistato, e ti restituisce alla coscienza giusta di essere non contro l'altro o sopra l'altro, ma presso l'altro e dell'altro.

Il corpo nella prostrazione assapora la purezza dell'attesa: è attesa di una parola che squarci il silenzio della solitudine, è attesa di un intervento che lenisca il dolore, è attesa e desiderio che l'altro semplicemente ci sia. Ecco, il desiderio purificato dell'altro, del suo non scomparire, desiderio mai sazio del suo esserci e del suo stare presso di te: traccia del desiderio puro che anima la tenerezza divina.

 

 

 

 

IV

Il corpo come promessa

 

So anche troppo bene a che cosa

i dispregiatori del corpo credono più di tutto.

In verità non a mondi dietro il mondo

e a gocce di sangue della redenzione:

bensì al corpo credono anche loro più che a tutto.

 

F. Nietzsche

In effetti l'esistere di ciascuno si nutre delle mille forme del sentire: la percezione del piacere, la percezione del dolore... Dentro qui il corpo appare come promessa; promessa che edifica la tua «buona coscienza», promessa che viene ad accarezzarti e a «tirarti su» a patto che il corpo venga onorato. Ecco, questa è la condizione: che tu riconosca il debito del tuo «io» nei confronti del corpo. Il debito è inestinguibile.

Arrivare a una buona accettazione di sé, incamminarsi verso il senso vero di sé comporta questo riconoscimento, che si fa largo tra modi non sempre pacifici di sentire il proprio corpo: ora «adorato» con compiacimento, ora ignorato con disgusto. Per certi suoi aspetti o parti il corpo è esaltato ed esibito, per altri suoi aspetti o parti viene temuto e nascosto. Che lo guardi con simpatia o che lo sopporti rassegnato, il corpo custodisce la ragione del tuo vivere: il corpo sa bene in ragione di che cosa tu vivi. Ne pronuncia instancabilmente il segreto; il corpo non mente. Dobbiamo credergli. La sua parola esce a fatica, certo; talvolta passa messaggi non ben articolati, emette suoni distorti. Ma dobbiamo credergli, anche noi.

Dopotutto non facciamo fatica ad ammettere che, come cristiani, abbiamo dato adito a quest'accusa di essere stati «dispregiatori del corpo»; del resto Nietzsche, questo implacabile spirito indagatore che non ce ne perdonava una, intuiva che anche noi crediamo al corpo. Se la prima ammissione è piena di rammarico, deve essere motivo di onore l'essere annoverati tra quelli che «credono al corpo».

Crediamo al corpo e al suo impacciato parlare; e, contro la convinzione di quello spirito indagatore, sappiamo che proprio «affidandoci al corpo» e riservandogli la dovuta riconoscenza potremo realmente ritrovarci nel mondo di Dio che è la verità del mondo, e potremo benedire il corpo di Gesù e le gocce del suo sangue di redenzione: corpo non più impacciato nel confidare il volto della tenerezza di Dio, corpo che ricompone i suoni distorti dei nostri corpi feriti.

I Padri della Chiesa lo sapevano bene; e hanno strenuamente difeso la carne e la sua verità, il suo carico di promessa; altrimenti ne andrebbe della stessa possibilità di sperimentare la comunione con Dio. «La carne sarà capace di ricevere e contenere la potenza di Dio perché all'inizio ha ricevuto l'arte di Dio e così una parte di essa è divenuta l'occhio che vede, un'altra l'orecchio che ode, un'altra la mano che palpa e lavora. Ora, ciò che partecipa dell'arte e della saggezza di Dio partecipa anche della sua potenza. La carne quindi non è esclusa dall'arte, dalla saggezza, dalla potenza di Dio, ma la potenza di Dio che procura la vita si esplica nella debolezza della carne» (Ireneo, Contro le eresie).

Il corpo si raccomanda dunque come promessa da intendere bene e in cui confidare; cosa promette il corpo nel suo muoversi e nel suo sentire, in particolare nel suo muoversi e sentire spontanei? C'è una promessa inscritta nel corpo. Quale? Proviamo a decifrarla in quelle due scene indimenticabili della vita del corpo che sono l'infanzia e la relazione sessuata.

L'infanzia

Che sia veramente «età dell'oro» quella in cui si viene portati in braccio, e prima ancora custoditi e nutriti, e accuditi, lavati e vestiti, e tenuti per mano? Se di fatto non è proprio tutto oro, tuttavia la stagione dell'infanzia disegna la condizione di chi è preceduto e messo nel mondo e tenuto nel mondo dalla cura altrui; in questa condizione si dà 'l'esperienza originaria che porta inscritta questa verità che è semplicemente la verità dell'essere uomo, dell'essere donna: la passività.

Questa pare la promessa del corpo, il suo senso profondo, inscritto in modo particolarmente evidente nella stagione dell'infanzia: la promessa sta tutta in quel passaggio stupefacente dalla vertigine gridata dell'essere gettati fuori e del bisogno di essere raccolti al torpore pacifico connesso all'incanto dell'essere saziati e ascoltati. L'asse fondamentale su cui si svolge un tale passaggio ha nome passività.

Sì, la verità che scorre nelle vene di questa scena originaria è la passività: come dire, la vita che li accade, che ti precede. In un modo o nell'altro tu sei atteso. Qualcuno ti attende, qualcuno attende a te. Non è forse che, se ci godiamo sino in fondo questa scena indimenticabile, il corpo promette la parola? Cioè: nell'essere avvolto, custodito, nutrito, portato in braccio, il corpo edifica la tua coscienza, ti consegna il tuo nome. Il corpo pronuncia il tuo nome, in modo particolare nella stagione dell'infanzia.

Il corpo, che è questo muoversi e questo sentire, fa la tua coscienza: coscienza, che al suo stato nascente, consiste in un «essere sé grazie a», un «essere sé chiedendo aiuto a». Questo sente il bambino; il bambino è questo sentire...

L' «io» del bambino emerge cosciente nell'esperienza del tu: al sorriso della madre, per grazia del quale egli esperisce che è inserito, affermato, amato in qualche cosa che incomprensibilmente lo cinge, già reale, e che lo custodisce e lo nutre. Il corpo al quale si stringe, soffice, caldo e nutriente guanciale, è un guanciale amoroso in cui si può rifugiare perché era già stato prima il suo rifugio. L'aprirsi della sua coscienza è tardivo a paragone di questo mistero abissale che lo anticipa in una prospettiva incalcolabile.

(H.U. von Balthasar, Gloria)

Il corpo insegna a te, «infante» (cioè a te «che ancora non parli»), la parola per dire te stesso, la parola che dice in verità chi sei... Quale parola ti insegna? Il tuo nome autentico. Quale parola che coincida con la tua verità di uomo, di donna? Forse due parole ti consegna: grazie e aiuto. Parole che ti identificano nella tua verità, esemplarmente incastonate nelle movenze del corpo nella stagione dell'infanzia; parole non consegnate dal corpo alla tua coscienza, come se la tua coscienza già ci fosse e palpitasse prima dell'opera buona e spontanea del corpo, come se la coscienza potesse germogliare a prescindere dal corpo, ma parole che semplicemente sono la tua coscienza: il suo stato nascente.

Insomma, tu in quelle parole che innanzitutto il corpo pronuncia, sempre: tu, «gratitudine»; tu, «invocazione». Tu così, abbozzato da queste parole che dicono il destino vero di quel senso di solitudine che ti accompagna da quando tua madre ti ha «gettato» nel mondo. Vivremo questo inevitabile «essere separati» e «staccati», condizione della nostra identità, nel modo della gratitudine e dell'invocazione all'altro, verità della nostra identità?

È davvero indimenticabile la ricorrenza luminosa della metafora dell'infanzia nelle Scritture di Israele per esprimere l'esperienza della fede nel Signore. Il racconto di Genesi non tratteggia l'uomo secondo il desiderio di Dio, l'uomo nel suo stato nascente, come contrassegnato da queste due originarie movenze (Genesi 2, 18-25)? L'uomo cerca un aiuto che gli sia simile (l'invocazione...) e canta il suo desiderio saziato da «carne ed ossa» che vengono a soccorrere «la sua carne e le sue ossa» (la gratitudine...).

Secondo la sapienza ebraica l'uomo ritrova se stesso, la sua identità propria, abbandonando la via dell'orgoglio e della superbia. Chi ha imparato a confidare nella promessa di Dio è «come un bimbo svezzato in braccio a sua madre» (Salmo 131). Ecco dove risiede l'identità (smarrita...) di Israele e di ogni uomo: nella passività di un bimbo che è amato, chiamato, educato a camminare, tenuto per mano, attratto con legami di bontà e con vincoli d'amore, sollevato alla guancia, nutrito... (Osea 11).

E se è indimenticabile questa scena che Israele riconosce come sua norma, segreto della sua storia con il Signore, potremo noi trascurare quell'altra sacrosanta parola di Gesù circa i bambini? Abbiamo mandato a memoria l'indignazione di Gesù quando gli hanno toccato i bambini? Con quale determinazione Gesù ha escluso che qualcuno possa entrare nel Regno senza ritornare alla verità di questa scena indimenticabile dell'infanzia! Onori la tua umanità e il suo segreto profondo riguardando questa indignazione di Gesù: eco incessante del desiderio con cui Dio vuole la verità dell'uomo: come i bambini (Marco lO, 13-16; Matteo 18, 1-5).

Del resto il ricordo di un atto non significa sentire di poterlo in qualche modo ripetere? Cosa significa ricordare gli atti dell'infanzia con la radicale passività che li innerva? Troveremo i modi di ritornare, non dico a quegli atti, ma al loro senso profondo, raccogliendo così l'invito di Gesù? Non lo senti il rammarico di Dio quando impedisci al «bambino» che si sbraccia e geme in te lungo i giorni della tua maturità e delle tue responsabilità di andare da Gesù per essere accarezzato, preso in braccio e benedetto?

Quale conversione ti attende per lasciare che quel «bambino», che è dire l'originaria passività dell'invocazione, della gratitudine, della docilità, vada da Gesù; cioè si orienti fiducioso verso la sua dimora e la sua verità! Conversione onerosa alla passività di Gesù stesso, tanto più laboriosa quanto più la vita scorre nel mezzo delle stagioni delle molte attività.

«Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio» (Marco 10, 14).

In fondo accade che l'età adulta corre veloce

perché è l'età del fare tanto,

dello sbrigare tante cose,

è l'età dei mille impegni.

E corri, corri tanto;

e correndo copri la distanza della vita

in meno tempo...

Invece l'infanzia dura molto,

perché non fai e non produci,

ma sopra a tutto ti soffermi

in quella distanza della vita

perlustrando tutto e girovagando dappertutto,

perché nulla sai se non la promessa invincibile

che arde nel tuo venir nutrito e cullato,

e lavato e vestito,

che si annuncia nel tuo passo malfermo,

nel tuo sguardo innocente,

nella tua parola insicura,

e ancor prima nel volto che a te parla e sorride,

e ancor prima nel corpo di madre

che hai visitato.

Dura molto l'infanzia perché non produce,

ma gioca e celebra,

perfetta sospensione del produrre superbo.

L'infanzia in fondo è eterna;

del resto a chi è come i bambini

appartiene il Regno.

È in questa sospensione che si semina tanto,

e tanto si raccoglie,

e tanto si dà

secondo l'impulso finalmente generoso

del proprio cuore.

La relazione sessuata

E che dire dell' «altra» scena indimenticabile, quella della relazione sessuata? Quella relazione ci costituisce, sì, nel senso che è il giardino più o meno curato, più o meno incolto da cui veniamo, nel senso che veniamo al mondo sempre come relazione sessuata (beh, gli angeli non «vengono al mondo».. .): noi siamo relazione sessuata!

Non c'è relazione senza corporeità, non c'è corporeità senza sessualità. Dirai che di questi tempi non vale nemmeno la pena ricordarlo: eppure è sempre incombente il rischio di dimenticare questa evidenza e di non rintracciarne il senso, magari accettando di oscillare mediocremente tra la rigidità e la depravazione, tra la censura sistematica che «dimentica» questa scena e l'arbitrio sistematico che la «consuma». Così, stretto tra la censura e il consumo, il corpo ondeggia paurosamente tra la forma dello spettro che non tocca la terra e quella del cadavere che sotto la terra è sepolto.

Noi siamo relazione sessuata. La nostra identità sta sempre nella differenza (il «maschile» e il «femminile»): cosa sta inscritto in questa differenza che appartiene in tutto e per tutto al linguaggio e alla fantasia della libertà di ciascuno? Quale promessa si muove in questa differenza? Qual è il senso di questo dinamico e attraente convivere di «maschile» e «femminile» che il libro di Genesi canta come grazia promettente?

Forse è il caso di riguardare un poco la costituzione biologica di questa differenza: potremmo intravvedervi come due schemi corporei. Il destino di questi due schemi corporei è il patto, la loro origine è l'opera di Dio. E tu non puoi sottoporre a verifica quest'opera di Dio; essa ti rimane indisponibile (... il torpore che scende su Adamo). Sei chiamato a riconoscerla e ad accoglierla nella meraviglia; la benedici nel grido di esultanza (Herder parlava di «esultante saluto di benvenuto» commentando le parole di Adamo alla vista della donna). «Due schemi corporei» (V Melchiorre, Metacritica dell'eros), dunque, ciascuno con un suo correlato coscienziale e un suo strutturale attendere un complemento, un soccorso dall'altro: orientamenti annida ti nel corpo.

Il maschile

Il femminile

Una costituzione intrusiva

Lo schema corporeo della protensione

Il ruolo della mobilità, della instabilità

La ricerca che vaga e disperde

Una costituzione ricettiva

Lo schema corporeo della ricezione

Il ruolo della saldezza, della stabilità

La dimora ché accoglie e custodisce

Non vedi albeggiare, non già l'amore, ma almeno la reciprocità, la complementarietà, la legge del desiderio dove una costituzione corporea è destinata e orientata all'altra? In filigrana non scorgiamo la promessa di quella verità dell'uomo e della donna che èl'essere «uno»? E che ne dici di andare a rileggere anche qui il racconto di Genesi: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Genesi 1, 27)? Nel faticoso e responsabile procedere verso la comunione, onorando e liberando tutto il «ben di Dio» inscritto nei corpi e nella loro differenza, trapela l'immagine di Dio: se c'è un luogo, una scena dove vedere Dio, è questa.

Bisogna tornare a guardare qui: la Chiesa lo sa. Parrebbe strano per il sentire religioso diffuso, sempre attraversato da un'anima gnostica; i contorni del volto di Dio, il chiarore del suo mistero nel «diventare una carne sola» di un uomo e di una donna!

Parrebbe strano in una terra, la nostra, sferzata dalle folate gelide dell'antica voce cattiva che addita la finitezza di corpi e cose come «frapposto fastidioso» tra l'imperscrutabile Dio e la povera mente dell'uomo: un «frapposto» da rimuovere.

Parrebbe un azzardo all'ombra di quel «buon senso religioso» che designa il corpo e i suoi sensi come impedimento e insidia più che come via e riflesso e notizia di Dio. Parrebbe strano; e forse per questo anche noi restiamo un po' imbarazzati davanti a questa istruzione che indica il profilo del volto di Dio nell'unione dell'uomo e della donna.

Eppure, ammaestrati dal racconto genesiaco e dalla ripresa che ne ha fatto Gesù, sappiamo che quella comunione è immagine di Dio: «sacramento» secondo l'intuizione secolare della Chiesa. L'immagine (la comunione dell'uomo e della donna) non solo somiglia alla realtà (Dio) in quanto ne deriva, ma pure la manifesta; non è un azzardo, ma dono e responsabilità, onorare l'immagine... in quanto è la realtà(Dio) che si manifesta. Non si tratta semplicemente di un rimando: il diventare una carne sola rimanda al mistero di Dio. Più profondamente il diventare una carne sola è Dio che si manifesta; è il darsi di Dio proprio nella concretezza della relazione, nella carne di quella relazione.

Il corpo percepito nella bellezza rimane a distanza. Ed è solamente nella sua apparenza, anche se questa risulta essere un «apparire», che esso è percepito. Ora, ci sono momenti in cui il desiderio si rivela meno disinteressato, in cui non si accontenta dell'apparenza, in cui mira alla sostanza, al contatto con la carne come tale, nella sua densità e nella sua vita sensibile. Il carattere sessuato del corpo percepito, così come del corpo che percepisce, rende allora più acuti al tempo stesso il sentire di esserne separato e il desiderio di varcare quella distanza. La carne appare nella sua conturbante opacità, nella sua impressionante profondità. Il corpo è allora più carne che volto, più materia che forma. A dire il vero, «carne» non designa esattamente la materialità. La nozione non è oggettiva, come quella di «tessuto biologico», per esempio. Essa rimanda a un'esperienza soggettiva, anzi affettiva. È sempre nel contesto del desiderio, dell'emozione, della tenerezza o della sofferenza che il corpo appare come carne. L'esperienza della carne rinvia alla nostra capacità di essere toccati, sensibili, vulnerabili. Percepire l'altro come carne o esperire se stessi come carnali significa fare l'esperienza dell'irriducibile passività dell'esistenza; essa segna i limiti della nostra libertà, ma è al tempo stesso un atout, poiché è anche la nostra migliore occasione di apertura all'altro.

Il desiderio viene a destituire il soggetto della sua apparente sovranità, della sua sicurezza di soggetto pensante e agente. È la distanza stessa tra gli esseri, tra i corpi, che diventa problematica. Allorché appare l'eros, la relazione vis-à-vis e la parola non bastano più. Nasce l'aspirazione a vincere la chiusura dei corpi, l'impenetrabilità della carne altrui. Il desiderio è a un tempo prova della distanza tra i corpi e promessa di vincere tale distanza, di sormontare l'esteriorità varcando la frontiera della pelle, di gustare la carne dell'altro, entrare in essa, fondersi con essa, «sciogliersi dal piacere».

Ciò è solitamente legato alla rivelazione del corpo come sessuato, vale a dire alla vivida percezione che l'altro appartiene all'altro sesso, in altre parole a quella metà dell'umanità che io non sono e non sarò mai, e nella quale tuttavia intuisco così tante ricchezze da scoprire. Quest'altro sesso che io non sono, desidero nondimeno possederlo, foss'anche per un solo istante, vibrando all'unisono con lui e avendo, almeno fuggevolmente, la sensazione di vincere la separazione. Nella vita ordinaria io so che quest'altro appartiene all'altro sesso, lo percepisco intellettualmente e constato certe sue qualità sessuate, ma tale percezione non passa in primo piano, non diventa affascinante o, per lo meno, conturbante. Nell'esperienza del desiderio, invece, questa alterità io cerco non solo di saperla, ma di conoscerla [connaître], di «nascere con» [naître avec] essa. Come in una spirale, l'esperire la differenza e l'aspirare all'unità si concatenano e si accrescono a vicenda. Più noi ci esperiamo come due, più aspiriamo a essere uno, e reciprocamente.

(X. Lacroix, Il corpo e lo spirito)

Ma sostiamo ancora un poco presso questi due schemi corporei. Come il tuo corpo, nella sua differenza sessuale, «fa» il tuo io? Questo essere attratto e questo attrarre quale parola ti confidano; e quale promessa ti fanno? Quale parola che coincida con la tua verità di uomo, di donna; quale promessa che meriti l'impegno di una vita? Non vi intendi una parola, non vi scorgi una promessa? La promessa della comunione. Promessa che vive dell'incanto resistente di quelle due parole che il corpo consegna all'infante come parole d'ordine della sua identità, della sua «prima» coscienza: grazie e aiuto!

Non è forse così? La comunione dell'essere una carne sola vibra al tocco di queste due parole; su queste due parole si edifica di giorno in giorno. Le parole dell'infanzia, le parole della vita autentica.

Che bello star dietro alla genialità di quel capitolo 19 del Vangelo di Matteo! Non dimenticarla mai la sequenza delle parole di Gesù, così come l'evangelista le ha ordinate. Prima troviamo le parole sulla scena del matrimonio in risposta all'interrogativo di alcuni farisei (vv. 3-9); poi ecco le parole sulla scelta del celibato per il regno dei cicli provocate dall'idea dei discepoli circa la sconvenienza per l'uomo di sposarsi (vv. 1012); infine le parole infine sui bambini e la loro familiarità con il mistero del regno dei cieli... parole rivolte ai discepoli che sgridavano i bambini... quasi .fossero demoni (vv. 13-15).

La sequenza potrebbe essere casuale; ma intanto dà a pensare. E ti rammenta che, a scanso di qualche supponenza clericale.. ., l'unica possibilità di intendere e praticare il celibato per il Regno è restare tra la comunione sponsale e i piccoli, lasciarsi vegliare da queste due sentinelle della verità dell'uomo. Quelli cui è concesso di capire il valore del celibato non conoscono la baldanzosa e sprezzante commiserazione della carne, ma si lasciano scortare con riconoscenza dall' «una sola carne» dell'uomo e della donna nell'amore e dalla passività docile e grata dei piccoli.

Andare e venire tra questi due spettacoli che illustrano in modo «sacramentale» la verità dell'uomo, l'immagine di Dio: cammino, unico, in cui, se vuoi capire, capisci il segno del celibato. Altrimenti, se non ti soffermi a onorare la comunione dell'uomo e della donna e la semplicità dei bambini, non potrai mai afferrare il senso del celibato, come capita a tanti; e il celibato diventa il modo più triste e assurdo di tradire la verità di Dio. Succede.

La logica della comunione innerva come promessa la relazione sessuata dei corpi. In questa logica, l'abbiamo visto, si rincorrono, instancabili, quelle due parole che risuonavano nella scena indimenticabile dell'infanzia. La riconoscenza grata per il sapore divino del patto di amore (la gratitudine), l'attesa supplice di un soccorso che ancora e sempre liberi dalla cattiva nostalgia della solitudine (l'invocazione): non è forse così? Ma a quale prezzo!

Sappiamo bene, perlomeno lo possiamo presentire, che il corpo deve lottare per ritrovare questa forma, la forma della gratitudine e dell'invocazione. In quanti e quali campi di lotta dobbiamo lasciarci trascinare per ritornare sempre alla verità dell'infanzia! ... il corpo stesso è una lotta, lotta per salvare la promessa così insistentemente tradita, sprofondata dietro opacità e offuscamenti. Il corpo è opaco; è necessaria la lotta perché lasci trasparire la sua forma più bella: quella della gratitudine e dell'invocazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

V

Il corpo opaco

 

Cosa hai sentito finora del mondo attraverso l'acqua e

la pelle tesa della pancia di mamma?

Cosa ti hanno detto le tue orecchie imperfette

delle nostre paure?

Riusciremo a volerti senza pretendere,

a guardarti senza riempire il tuo spazio

di parole, inviti, divieti?

Riusciremo ad accorgerci di te anche dai tuoi silenzi,

a rispettare la tua crescita senza gravarla di sensi

di colpa e di affanni?

Riusciremo a stringerti senza che il nostro contatto sia

richiesta spasmodica o ricatto d'affetto?

P. Crepet

L'opacità del corpo

Il corpo è dunque promessa: spontaneamente espressivo. Il suo nome è «originaria passività», il suo senso è «impegno della comunione». Ma ci sembra davvero sempre ben pronunciato quel nome proprio del corpo? E sentiamo sempre realizzata la promessa che è in esso? Mah! La storia del nostro corpo, le forme del corpo che vediamo, sentiamo, tocchiamo, brillano di quel suo senso che è la comunione? Viene scandito correttamente quel suo nome che è il segreto della nostra buona coscienza? Le forme dei nostri corpi tracciano, danzando nel chiaroscuro della vita, la scia delle parole «grazie» e «aiuto», le parole della passività riconoscente e docile?

Il corpo ha sempre un che di ambiguità; i segni del corpo hanno un'evidenza opaca. Il corpo ti fa segno della verità Che ti anima e ti attende: ma sempre in modo precario, talvolta in modo contradditorio. Il corpo è opaco.

Pensiamo alla scena indimenticabile dell'infanzia: la tinta che la pervade tutta è quella della «passività». Ma dobbiamo riconoscere che c'è una polivalenza della passività che prende corpo nell'infanzia; c'è un'ambiguità che prende il corpo dell'infanzia. Cosa si muove nell'essere tenuti per mano, nell'essere portati in braccio, nell'essere nutriti? La promessa, certo, della tua verità di uomo, di donna; promessa però sempre insidiata, talvolta gravemente tradita, promessa che si traveste spaventosamente e diventa minaccia, abuso, sentenza brutale: «Tu non crescerai, tu non camminerai da solo, tu non deciderai il tuo tempo... perché tu mi servi».

La passività del tuo corpo di infante è ambigua: capita che si svolga sulle note della sottomissione: l'essere ricattati, l'essere comandati, l'essere posteggiati, l'essere esibiti. Sino all'essere abbandonati, cacciati fuori, abusati? Anche. C'è insomma una passività in cui «ti senti» soggetto desiderato e promosso (coscienza buona che si accende e cresce tra un «aiuto!»e un «grazie!»); c'è una passività in cui, desolato e disorientato, «ti senti» oggetto posseduto e manipolato (coscienza triste che, tra un «aiuto!» spesso soffocato e un «grazie!» troppo raro, rischia di crescere incattivita... appunto, sgraziata, senza grazia né grazie).

Dobbiamo ammetterlo: quando la scena primordiale dell'essere saziato e riscaldato è opaca o perfino oscurata, quando le tinte del godimento vi appaiono sbiadite, allora la coscienza si congela e... «non ci vede più dalla fame».

Pensiamo anche all'altra scena indimenticabile, quella della relazione sessuata: si diceva che l'orientamento tracciato nella costituzione biologica del maschile e del femminile è quello della «comunione». Ma c'è una sfigurazione della comunione che prende corpo nella relazione sessuata; c'è una ambiguità che prende il corpo nella relazione sessuata. Cosa si muove ad esempio nella mano che va ad accarezzare il volto dell'altro? Quanto viene onorata quella promessa di comunione inscritta nei corpi e nella loro reciproca attrazione? «Mani addosso»: mani che sanno sentire? Che cosa sentono le mani?

I corpi che si muovono nell'abbraccio sono gravidi di quella vita nuova che è la comunione? Cosa fai tutto intorno all'altro? Lo proteggi e lo rivesti? Lo assedi per fartene padrone? Dono che feconda di libertà o cattura violenta e sequestro a oltranza? Cosa fai dentro l'altra? La visiti? La invadi? Si va verso la sinfonia dell'amore, è invito alla danza della verità tua e dell'altro o forse si cela, scaltra e sinuosa, la logica del contratto («ti do se tu mi dai») e della convenienza («tu mi convieni»)?

Ecco l'opacità che ricopre la verità del corpo: l'imponenza dispotica del tuo bisogno, l'appisolarsi del desiderio di comunione sulla superficie levigata delle emozioni. Tenerezza o bisogno, dono o possesso? Quante oscillazioni, soprattutto quanti chiaroscuri! Quanta luce in tante ombre! Quante ombre in tanta luce! Quando sarà soltanto luce, quando? Il corpo è opaco.

E ti accade - meraviglia commossa - di assistere allo spettacolo di un corpo che. canta l'altro come dono sacro. la scena è quella del corpo che custodisce e benedice l'altro, mai esaurito e sempre di nuovo atteso; dove la differenza, non solo sessuale, con il suo carico di promessa si ritrova esaltata nella logica della comunione.

E ti capita - stupore amaro - di sorprendere il corpo che omologa l'altro a sé, presumendo di com-prenderlo tutto, in una voracità anche elegantemente mascherata; dove la differenza, non solo sessuale, con il suo carico di promessa si ritrova soppressa nella logica della confusione e della solitudine.

Meraviglia commossa, stupore amaro: si rubano la scena l'uno all'altro, in fondo sono ben abituati a convivere sotto lo stesso tetto. Ci si dovrà rassegnare a queste ambiguità e a questi sbandamenti?

Il corpo e la parola

Lo spettacolo dei corpi ci suggerisce una buona vigilanza. Il corpo, a dispetto di quella sua vocazione a «fare l'io», inscritta nelle scene dell'infanzia e della relazione sessuata, sembra non partorire la parola. Pare che nei giorni ordinari dell'infanzia e nelle relazioni quotidiane il corpo riesca a sillabare solo stentatamente le parole della comunione, quelle che fanno la buona coscienza.

Si diceva che il corpo, con il suo muoversi preriflesso, precede sempre la parola. Nel calore dell'essere avvolti, nella soddisfazione dell'essere nutriti e accarezzati si apprende a parlare; è il corpo che educa alla parola della gratitudine e dell'invocazione. Il corpo educa la parola, la tira fuori, la addestra: prima pietra della tua coscienza, chiave di volta della tua identità.

Il problema è quando il corpo sembra bastare a se stesso; quando il gesto non genera più parole, parole impegnative, parole che investono la vita e il tempo tutto, non solo quell'attimo idilliaco in cui all'altro dici di tutto e di più. Che guaio quando le parole della gratitudine e dell'invocazione che l'infanzia (se sei stato fortunato...) ti consegna subiscono questa sorta di dissolvenza!

Che tristezza e quanta solitudine quando il corpo non educa più a quelle parole! «Grazie» e «aiuto» non compaiono più nel vocabolario quotidiano e le parole che il corpo scrive quasi avidamente diventano «prendere», «sedurre», «vendere», «comprare», «contrattare», «apparire». Opacità del corpo, tradimento della sua vocazione: perché?

Converrà lasciare la risposta ancora una volta al racconto genesiaco (Genesi 2, 18 - 3, 13). Ci viene detto che il peccato dell'uomo sfigura il corpo e la parola e che la radice profonda di questo abbruttimento dell'uomo sta in una rottura della relazione con Dio. Ci viene ricordato che alla «naturale» disposizione a immaginare Dio come onnipotenza tirannica e minacciosa corrisponde l'altrettanto «naturale» disposizione a percepire l'altro come minaccia da cui guardarsi e da neutralizzare: qui il corpo smarrisce il suo destino, la sua forma vera.

Quando l'uomo e la donna ebbero mangiato dell'albero della conoscenza essi conobbero realmente, ma di essere nudi: essi acquisirono la misura dell'uomo solo. E questa nudità gli diviene presto insopportabile, senza potervi porre rimedio, perché essa è divenuto simbolo di solitudine e di povertà. Del resto, questi due esseri, creati l'uno per l'altro, vis-à-vis, pongono tra loro uno schermo di cinture di foglie; la reciprocità del loro essere è infranta e rinchiude il proprio corpo su se stesso non per una decisione volontaria di vestirsi, ma perché tale è, in ciò che concerne la loro mutua relazione, il frutto immanente della loro rottura con Dio. Questa si manifesta pure per la tentazione di ergere uno schermo per mettersi in guardia da Dio: gli alberi del giardino, poco prima dati da Dio e anche divenuti, grazie alla parola del divieto, simboli con tutto il creato di una relazione a livello del Mistero, diventano - o perlomeno l'uomo vorrebbe che essi diventassero - una protezione contro l'incontro con Dio. Così, non solo per il suo rifiuto l'uomo ha rotto con il Dio della Parola, ma ha pure perduto un'identità che avrebbe dovuto essere vissuta nell'azione di grazie: con la donna che gli aveva dato, con Dio che l'aveva formato e con se stesso. E la cascata sordida di rimproveri che ne seguirà al momento dell'incontro con Dio tentando ogni creatura di scaricare la colpa su un'altra, è il segno della profondità di questa rottura di reciprocità.

(Gh. Lafont, Dio, il tempo e l'essere)

I corpi diventano come muti, non riescono più a dire le parole della comunione; in essi sembra non ardere più quel fuoco del desiderio che semplicemente asseconda l'opera di Dio. In quel racconto si dice che Adamo ed Eva «si accorsero di essere nudi». E poi Adamo giustifica il suo nascondimento al rumore dei passi di Dio nel giardino: «Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Il corpo diventa una «cosa», ci si accorge di avere un corpo: è la prima esperienza che l'uomo e la donna fanno dopo la disobbedienza a Dio. la legge del loro desiderio di vivere non sta più nell'unione all'altro (il diventare «una carne sola»...), ma nella difesa dall'altro, dentro un gioco di paura reciproca e di aggressività: riflesso della paura e della diffidenza nei confronti di Dio. Il corpo non è più simbolo della comunione, ma è percepito come un avere: si accorgono di avere un corpo. Il corpo diventa un possesso, addirittura un'arma offensiva. Il corpo ormai rappresenta il primo avere da salvaguardare.

Potremmo persino dire che «prima» non c'era percezione del corpo. Il volgere le spalle all'alleanza con Dio disobbedendo all'interdetto che la sigillava svela il corpo come separato: separato dall'altro, separato da te. «Prima» il corpo era tutto animato dalla parola della comunione: riconoscenza. Semplicemente la parola del nominarsi reciprocamente prendeva corpo. la parola di Dio all'uomo, parola che crea e benedice; la parola dell'uomo a Dio, parola che invoca e ringrazia; la parola tra il maschio e la femmina, canto dell'alleanza. Tutta la parola che andava e veniva tra Dio e l'uomo, tra l'uomo e la donna, prendeva il corpo, lo istituiva luogo della comunione.

Chi lo re-istituirà così? Ci verrà restituito così? Condannati a non sperimentarvi più !'immagine di Dio (che è comunione)? Quell'immagine è apparsa ultimamente e insuperabilmente nel «corpo dato» di Gesù, corpo finalmente in pace con la parola eterna di Dio e con la parola più vera dell'uomo; e appare, grazie a lui, nel «corpo dato» di chi, laboriosamente e pazientemente, si lascia convertire dal suo Spirito. Ritroveremo così la verità del nostro corpo?

Il racconto genesiaco rammenta anche che nel vortice del rifiuto dell'alleanza vengono inghiottite le parole della comunione (la mitezza di un «aiuto! », l'esultanza di un «grazie!»). Non è soltanto il corpo a perdere la via della comunione; è anche la parola che si corrompe e non ringrazia più, non invoca più. Ora la parola sospetta e accusa. Su quei corpi che falliscono il loro compito fiorisce ora la parola dell'opposizione e della solitudine: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero...»; «Il serpente mi ha inganna ta...» .

La parola perde la sua iniziale destinazione alla gratitudine e all'invocazione C...ricordi l'inquietudine di Adamo che cerca, e non trova, un aiuto che gli sia simile e quel «Questa volta essa è carne dalla mia carne e ossa dalle mie ossa» 7). La parola si scopre congelata nella forma dell'accusa all'altro e della difesa di sé: non è luogo della comunione dove si rende lode e si invoca un aiuto. La parola diventa invece luogo dell'opposizione e dell'aggressività, dove si rivendica la propria innocenza e si accusa l'altro. Non è vero che, non appena si profila un'opposizione, la tua parola, come per una spinta che sembra irresistibile, pretende di essere l'ultima? Prova di forza e di superiorità che neutralizza la parola altrui? «Prima» la parola era come dettata dal corpo e dalla sua gioia. Semplicemente il corpo della comunione aveva la parola. La buona soddisfazione del corpo scolpiva la parola, la istituiva come appello e riconoscenza.

Chi la re-istituirà così? Ci verrà restituita così? Condannati a non intendervi più l'eco della parola di Dio (che è bene-dizione)? Quella parola è risuonata ultimamente e insuperabilmente nella benedizione del Padre da parte di Gesù (Luca 10,21 ss: «lo ti rendo lode, Padre...») e nella benedizione dello Spirito che in noi dice bene Dio come Abbà e Gesù come Signore. Ritroveremo così la verità delle nostre parole?

Il corpo e la parola: li vedi e li senti risolutamente orientati verso un'alleanza trasparente, verso l'accordo tenace nell'edificare la comunione e la benedizione? Oppure, nella trama dei sensi tutti, corpo e parola vagano ancora senza meta, soltanto sfiorandosi o voltandosi le spalle, o gareggiando nel tradire la promessa della comunione?

Il senso del corpo e i sensi del corpo

Abbiamo meditato un poco sul senso del corpo. Le due scene dell'infanzia e della relazione sessuata ti istruiscono circa la responsabilità del corpo nell'edificare la coscienza. Sentiamo tuttavia la tribolazione in cui si sviluppa questa responsabilità, le contraddizioni e le ambiguità in cui il corpo si muove.

L'ambiguità della passività inscritta nel corpo (nella sua forma infantile, nella sua differenza sessuale) appare come letizia dell'essere ben-voluti e, insieme, come smacco dell'essere mal-trattati; come godimento dell'essere accolti e riconosciuti e, insieme, come pena dell'essere rifiutati e ignorati. I sensi del corpo restano segnati da questa ambiguità: marchiati a fuoco. Ed è soltanto in essi che il senso del corpo viene alla luce e opera. In essi soltanto germoglia e fiorisce il senso di Dio...; un altrove non c'è! «Altrove» è soltanto regno dell'alienazione.

Così tu godi e patisci il senso onorato e tradito del tuo corpo dentro l'ambiguità del tatto. Nelle relazioni ordinarie del vivere quotidiano il senso del tatto pare poco praticato; il contatto con altri è raro. Spesso inavvertito, il contatto sembra consegnare un muto «essere qui», a fianco di..., vicino a... Il tatto è senso dal segnale alquanto debole; a meno che si vivacizzi in una novità evidente dove abita il desiderio e si esprime un'intenzione: una stretta di mano o uno schiaffo, una carezza o una spinta.

Il senso del tuo corpo si attiva dentro l'ambiguità della vista. Senso del piacevole o amaro riconoscimento dell'altro che viene e che va, che attrae e che disgusta; senso che non sembra amare la compagnia di altri sensi, soprattutto dell'udito. Come è difficile ascoltare davvero mentre si guarda! La vista è il senso che, lasciato nella sua superba solitudine, finisce per oggettivare l'altro. L'altro: lo osservi e lo sezioni, lo «squadri»e lo definisci. La vista si limita a ciò che appare, non sente ragioni né ascolta voci; ed è quindi capace di provocare l'illusione.

Il tuo corpo è promessa e responsabilità dentro l'ambiguità dell'udito. Senso che ti fa abitare presso il grido e il gemito dell'altro. L'udito sembra informare di più; il suono percepito manifesta lo stato intimo dell'altro. Di lì, per quella via ti è dato di prendere dimora presso l'altro; a patto che tu sappia che la grammatica dell'altro è sempre un po' diversa dalla tua.

Quanta fatica per apprendere a decifrare quell'«aiuto!» e quel «grazie!» che affiorano dentro il parlare dell'altro, dentro il suo gemito e il suo grido! Il parlare è il fiato articolato che viene dal di dentro: e tu sei disposto a trattenere il respiro per sentire il respiro dell'altro, per assicurarti che sia vivo e per vegliare con un bacio e una carezza che non turbano, ma fanno danzare i sogni con le memorie? Premura attenta e tenerezza responsabile; trattenere il respiro... per sentirlo dalle labbra e vederlo sul petto di un bimbo che dorme nella culla che promette futuro, o di un vecchio che giace nel letto di una morte vicina. Ti è capitato?

Torneremo allora a praticare bene i sensi del corpo, così che danzino insieme, in buona armonia. Ci metteremo a vigilare sull'ambiguità dei sensi, così che non si corrompa il senso del corpo e il corpo possa continuare a parlarci e a suggerirci le parole della comunione. Saremo risoluti nel correggere abitudini e modi di fare in cui un senso, solitamente la vista, la fa da padrone; e altri sensi, soprattutto l'udito e il tatto, andranno liberati e rieducati, con pazienza e con decisione. Qui sta la lotta del corpo, la lotta a favore del corpo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VI

Il corpo come lotta

 

È proprio del cattivo spirito

rimordere, rattristare, creare impedimenti,

turbando con false ragioni

affinché non si vada avanti;

mentre è proprio del buono spirito

dare coraggio, forza, consolazioni,

lacrime, ispirazioni e pace,

diminuendo e rimovendo ogni difficoltà,

per andare avanti nella via del bene.

Ignazio di Loyola

Senza ingenuità

Lo sai, non è una magia; e non ci sono sconti. Il corpo è destinato a istituire la buona coscienza di te, ma questo non accade in modo scontato. Avviene invece sempre a prezzo di una lotta; non contro il corpo, ma per liberare il corpo dalla sua ambiguità, per salvare la promessa che è nel corpo e che è così insistentemente disattesa. Il corpo ha una sua opacità.

Questa lotta si svolge nella trama dei sensi, che si muovono, si cercano, si attendono. Il corpo infatti continua a elargire i suoi doni e le sue promesse se si cerca di combinare i sensi; se rinunci a cercare questa combinazione, se selezioni un senso e ne fai l'assoluto, il corpo smette di parlare, non ti suggerisce più spontaneamente la tua verità di uomo, di donna. Anche questo è «dominio di sé» (Galati 5, 22): senza questa attenzione nel riordinare i sensi ti abitui a subire gli impulsi come uno schiavo irresponsabile o finisci per schiacciarli come un tiranno pauroso.

I sensi, dunque, nella lotta del corpo. La vista è il senso insoddisfatto, perché crea distanza e vive della distanza (due occhi che giungono al contatto, abolendo ogni distanza, non vedono più. . .); forse per questo la vista è il senso più disposto a vendicarsi con la seduzione, con le strategie dell'apparire?

La vista tende al tatto perché il tatto comunica l'intimità della presenza altrui, dove l'esser vicino non è mai abbastanza, dove le terminazioni nervose meno «nascoste», protette da pelle tanto sottile (le labbra, le mani...), risuonano dell'incontro dell'intimo tuo e dell'altro.

La vista e il tatto tendono all'udito perché nell'udito tu entri nel mondo dell'altro: e l'ambiguità insidiosa della vista viene come neutralizzata, la distanza sembra quasi scomparire. La vista, ammansita, si inchina a tatto e udito, toglie ogni disturbo; non è forse così per il neonato che ancora non vede, ma tutto sente e vive del contatto con la madre? E non è forse così per gli amanti che più non si vedono nel buio che brilla di una carne sola e che echeggia le semplicissime parole dell'amore? Lo sai: per riorientarsi sempre alla bellezza di queste scene bisogna lottare, senza mai dimenticare l'ambiguità del corpo.

 

Quel giorno, in uno dei suoi discorsi, Gesù aveva avvisato quanti si lasciavano attrarre dalla vita stessa di Dio e intendevano testimoniarla: «Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco» (Matteo 18,8-9).

Non dimenticare ingenuamente l'ambiguità del tuo corpo. In questa storia degli uomini, stretto anche dai legami di solidarietà con il mistero del male, riconosci che almeno uno dei tuoi occhi non vede quanto cielo colora le cose della terra, ma rincorre la vanità dell'apparire: e ti ostacola nel tuo desiderio di gustare la vita stessa di Dio. Cavalo, gettalo via, questo occhio: snida questa cattiva inclinazione, mettendo in conto la fatica della rinuncia, se vuoi «entrare nella vita».

Ugualmente ammetti che almeno una delle tue mani non si apre a ricevere e a donare, ma si rinchiude ad afferrare ciò che doveva essere un dono e invece diventa una preda: e compromette il tuo desiderio di godere la comunione con Dio. Tagliala, gettala via, questa mano: se vuoi «entrare nella vita», lascia che la vita entri in te e recida questa abitudine.

E ancora considera che almeno uno dei tuoi piedi non va lesto e sicuro lungo i sentieri angusti della vita, ma si volge verso le praterie della morte e manda in fumo (il «fuoco eterno») la tua volontà di vivere la vita di Dio. Taglialo, gettalo via, questo piede: scova ogni indugio che ti distrae dalla meta, se vuoi «entrare nella vita».

Nei sensi del tuo corpo opaco avviene questa lotta. È in gioco l'ingresso nella vita. Lui ce l'ha detto: noi, uomini che veniamo al mondo con tutta l'ambiguità del corpo e dei suoi sensi, noi nella comunione con Dio entriamo sempre un po' orbi, un po' monchi, un po' zoppi.

Se non provi la durezza, talvolta lo strazio, di questo combattimento in cui cavi e tagli, se non ne avverti il travaglio, allora è segno che non stai entrando nella vita (quella di Dio); forse stai entrando in qualcos'altro. Come Giacobbe, che ha combattuto con Dio, di notte; lui, dalla notte della preghiera autentica e del confronto sincero con Dio, è uscito offeso nella sua sicurezza, «mancante» di quella perfezione e di quella prosperità che aveva perseguito con grande abilità. Come Giacobbe, uomo nuovo e zoppo. Non puoi essere nuovo senza essere zoppo, senza lasciare che il Signore colpisca e rimuova le tue cattive abitudini. Sarebbe come rincorrere il sogno di una santità senza la purificazione del cuore, senza la riforma del corpo. Già, la purificazione del cuore è la riforma del corpo. Davvero, nella tua «infermità» si mostra la forza di Dio, la sua vita! «Spuntava il sole... e Giacobbe zoppicava all'anca» (Genesi 32,32). Quando ti ritroverai a zoppicare perché hai tagliato il piede che non seguiva la via della vita, allora il sole starà spuntando: come per Giacobbe.

Frequentare i piccoli, i poveri, i santi

Come poi possa svolgersi la lotta, questo sarà da inventare di volta in volta, nella docilità di chi si lascia ammaestrare. Tuttavia almeno le mosse essenziali del combattimento vanno apprese bene. Dovremmo anzitutto lasciare spazio allo stupore per quei corpi che spiccano per la loro «bellezza eversiva»; dico di quei corpi che si segnalano per le tinte forti della passività e della comunione, consueti a tratteggiare le parole della gratitudine e dell'invocazione.

In questo senso bisognerà tornare a frequentare i piccoli, i poveri, i santi; non sarà che proprio presso di loro avverti il fascino del corpo di Gesù? Loro, il suo corpo reale? Piccoli, poveri, santi, proprio come il corpo di Gesù sfuggono a ogni definizione, non puoi bloccarli in qualche descrizione: la loro bellezza avvolgente ti interpella e ti attira, ti pulisce e ti adorna di sogni.

I piccoli, quelli che chiedono un'istruzione e occupano le strade; quelli che attendono un futuro e ancora non sanno che qualcuno (forse anche noi...) è pronto a rubarglielo. Loro, i piccoli, dopotutto - o meglio, prima di tutto - ti chiedono una benedizione, che incarni almeno un po' la mano buona di Gesù. «Benedizione», prima parola dei bimbi brasiliani quando incontrano l'annunciatore del Vangelo: perché, questo sì lo sanno bene, sanno che il Vangelo è benedizione, e che loro sono benedizione per te, sempre chiamato a tornare come loro, come i piccoli. I piccoli sono quelli che non se ne vanno finché tu non li hai degnati di abbraccio e sorriso e carezza e benedizione. Nei loro occhi l'ammonimento per noi, professionisti dello sfruttamento del tempo: «Se non lo passiamo così il tempo...!».

I poveri, quelli che popolano il mondo, ma non abitano una casa, e sono senza voce; e se la voce esce a rivendicare nella loro lingua i diritti più elementari, si toglie loro la voce. Ai potenti basta questo, poiché i diritti sono già tolti da un pezzo. I poveri hanno appreso a non attendersi nulla dagli uomini, al più attendono da Dio... Loro, i poveri, e tu non te ne accorgi; loro, i poveri, chi li degna di uno sguardo, di un'attenzione? La strada, il margine, la polvere, la malattia, l'ingiustizia: tutti nomi del grembo di Dio. Ecco, loro abitano lì. Forse è per questo che loro, i poveri, sono così ospitali e generosi, perché abitano il grembo di Dio. «Solo così infatti, facendosi "amici" i poveri, si può entrare nel Regno... I ricchi non entrano nel regno se non perché vi vengono introdotti dai poveri, che ne sono i primi e veri cittadini a pieno titolo» (G. Moioli, Temi cristiani maggiori). .

I santi, quelli che camminano per le strade e non temono la solitudine; quelli che nella lingua del popolo annunciano la meraviglia che è Dio e denunciano in faccia ai potenti ogni attentato al respiro del piccolo e del povero. Loro, i santi, non ti raccontano il loro sforzo e il loro sacrificio, ma ti dicono che Dio è davvero vino di festa e pane e vestito: e tu, abituato ad altre feste, al cibo artificiale e alle vesti dorate, tu percepisci al volo che questi, i santi, non conoscono altra festa, altra gioia che quella di Dio e cercano anzitutto il pane che è la parola di Dio e sono vestiti di carità. Vestiti di carità, e quindi di polvere e di sudore: e non riesci più a distinguere il loro sudore da quello dei poveri e dei piccoli che gli si è attaccato addosso...

Riattivare il corpo

La vicinanza ai piccoli, ai poveri, ai santi è certamente una benedizione. Lì si svolge la lotta del corpo; il corpo assopito si risveglia alla luce non del mondo, ma della promessa di Dio. Il corpo opaco sente di nuovo che la trasparenza è possibile e che può tornare a pronunciare le parole della gratitudine e dell'invocazione.

Bisognerà lasciarsi interrogare da questi spettacoli così da far memoria della promessa del tuo corpo e dei suoi tradimenti: la tua storia è anche - soprattutto? la storia del tuo corpo. Quanti e quali annunci di speranza nella stagione dell'infanzia, nella fitta trama delle relazioni, nell'emozionante propedeutica all'unione dell'amore! Quante e quali museruole imposte a questo canto del corpo, quali distrazioni superficiali, accanimenti e inerzie!

Anche qui ci sarà da «valutare tutto e tenere ciò che è buono», proprio per «non spegnere lo Spirito» Cl Tessalonicesi 5, 19-21). Significa custodire e valorizzare tutto quanto onora il tuo corpo come promessa. Significa bonificare la storia e la vita del tuo corpo da quelle contaminazioni che lo sfigurano e lo ammutoliscono; e senza ingenuità, con un senso vivo di essere al mondo e nella complessità della storia.

Dobbiamo essere ben avvertiti che valori e contaminazioni si presentano di volta in volta a livello di attitudini personali, di vicende familiari, di rapporti amicali, di strutture sociali, di dinamiche culturali. Infatti «in un certo senso, tutta la storia del mondo, del suo male, della sua salvezza, degli slanci e delle ricadute, è presente in tutta la storia individuale, perché esiste una solidarietà di fatto, corporalmente inscritta, tra tutte le ere dell'umanità come tra due generazioni immediate» (Gh. Lafont, Dio, il tempo e l'essere). In questa rete di fattori che fa la storia è in gioco il tuo corpo, dentro lì può giungere a cantare la tua verità desiderata, dentro lì può finire 'per rantolare il tuo male così temuto e così sinuoso.

Tutto è da esaminare, a ogni livello e nell'intersecarsi dei vari livelli, e quanto buono andrà tenuto e custodito! E quante storture andranno snidate e combattute! Così che lo Spirito possa ardere e alimentare quel fuoco del desiderio che nel muoversi del corpo attende e spera la conformazione a Gesù, l'immagine di Dio. E questa conformazione sarà novità; altro rispetto a un ritorno alla cosiddetta innocenza dello stato infantile. La raccomandazione di Gesù mentre benedice i piccoli che vanno a lui non disegna una regressione all' «incoscienza» di stagioni dorate; piuttosto, ti impegna in una ripresa del tuo corpo e della sua parola perché si riveli finalmente la loro vita vera e la loro buona armonia.

Questo tuo corpo, dentro la storia del suo formarsi e sformarsi, lungo le stagioni delle tue responsabilità, attende la sua novità. E precisamente in questo tuo corpo, che è dire nella sua forma, nel suo fremere, nei suoi abbattimenti e nella sua goffaggine, nel suo malinconico sentire la fredda vertigine della solitudine e nel suo ambiguo sospirare il ristoro della comunione, si accende la speranza del «corpo come Gesù»: verità del tuo corpo, insopprimibile e inesausta, sempre all'opera.

E poi - diciamolo - la vita già ti ha insegnato che il desiderio della tua verità non si nutre di grandi proclami e di buoni propositi: quante amare delusioni quando affidi la riforma della tua vita alla cocciutaggine del «non farò più certe cose»! C'è invece un popolo - popolo di discepoli di Gesù e non solo - che attraversa la storia e che ti consiglia dell'altro. Ti suggerisce non già l'accanimento puntiglioso e scrupoloso contro certe abitudini in cui il tuo corpo si contrae e si deforma, ma di muovere il corpo in gesti, meglio, in esercizi che rifanno il tuo cuore, che ti riportano al cuore del tuo vivere.

Sono esercizi in cui il corpo viene attivato; esercizi in cui il corpo riattiva la tua coscienza. E senza che tu debba perderti nelle paludi di ragionamenti e di propositi, di pie intenzioni e di pensieri ardimentosi: ci pensa il corpo! Ci pensa il corpo, che in questi esercizi si dispone, buono e paziente, a riformare la tua anima. Il corpo «fa» il tuo io, si diceva: lo costituisce e lo ricostituisce, non solo per come è fatto (la piccolezza e la passività del bimbo che riceve, l'orientamento dell'uomo e della donna alla comunione), ma anche per ciò che fa.

I santi hanno smontato pezzo a pezzo la presunzione che gonfia i buoni propositi; loro sanno bene il valore del corpo. Non lo abbandonano; piuttosto, abbandonano l'idolatria che lo deforma. Al corpo loro chiedono tanto, perché sanno che tanto può dare e che può darsi tutto. I santi hanno appreso dietro a Gesù quale differenza passa tra il rinnegare se stessi e il censurare il corpo. I santi hanno attivato il corpo in esercizi mirati, per rinnegare se stessi, per diventare davvero discepoli di Gesù (Marco 8, 34-38).

Di quali esercizi stiamo parlando? Di quelli che la tradizione dei santi e dei saggi ha praticato come sforzo metodico per assaporare la verità dell'uomo e di Dio: il digiunare, il fare silenzio, il pellegrinare, il vegliare. Si tratta qui del corpo che lotta, attratto dalla forma bella del corpo del Signore. Si tratta di gesti che vanno al cuore dell'uomo, e lo riattivano soprattutto quando quel cuore versa in gravi condizioni di affaticamento ed è sempre lì lì per cessare di battere.

Sono esercizi che vanno al cuore dell'uomo perché toccano gli aspetti più semplici e ordinari del vivere: il mangiare, il parlare, il camminare, il dormire. Questi aspetti in cui il corpo è normalmente impegnato sembrano talvolta non luogo dell'incontro con te stesso e con la tua verità, ma luogo di smarrimento; dove non ritrovi più te stesso, dove non intendi più il nome buono di Dio. Perché?

Perché, ammaliato dalle logiche dell'idolatria, il tuo corpo che mangia ti identifica come consumatore insaziabile; e il tuo corpo che parla rimbomba di mille chiacchiere vane; e il tuo corpo che cammina segue come un'ombra il tuo cuore che vaga senza una meta; e il tuo corpo che dorme riflette tutta la tua voglia di smorzare le attese sofferte e faticose del tuo cuore e del mondo intero. Lo capisci: non si tratta di punirsi disprezzando il corpo. Piuttosto, bisognerà confidare nel corpo stesso, nella sua capacità di «fare» ancora il tuo io, di riaccompagnarti a quella bontà e a quella bellezza in cui ti senti un po' più vero; così che tu possa ritrovare te stesso proprio nelle abitudini più quotidiane come il mangiare, il parlare, il camminare, il dormire.

Allora il tuo corpo che digiuna, che è dire il tuo sentire di tanto in tanto i morsi della fame, ti scolpirà nel profondo questa tua ritrovata verità: che tu sei «fame di Dio», che lui e i suoi doni sono nutrimento per te e per tutti. Te la scolpirà nel profondo, il tuo profondo sarà scolpito così, e senza che tu debba troppo rifletterei.

E il tuo corpo che familiarizza di nuovo con il silenzio, che è dire il venir via di tanto in tanto dalle mille parole cantate, dette, gridate, ti scriverà nel profondo il comandamento di Dio: «Ascolta!».

E il tuo corpo che cammina, che è dire intraprendere di tanto in tanto un pellegrinaggio verso un luogo della santità, ti riconsegnerà, con la stanchezza di passi sempre uguali, il senso di essere orientato verso la meta della pace con Dio.

E il tuo corpo che veglia nella notte, che è dire risentire di tanto in tanto il sospiro del mondo senza dormirci sopra, ti offrirà di nuovo il tuo nome autentico: «attesa della luce di Dio». Davvero; e senza che tu debba moltiplicare ardui propositi o perderti in improbabili autoconvincimenti.

Certo, senti i morsi della fame; la fame che viene a mordicchiare la coscienza opulenta e ingorda Ci provvidenziali «rimorsi» della coscienza). Familiarizza con il silenzio; il silenzio che mette ordine nella coscienza spesso stordita dal vociare e dal chiasso del mondo. Affronta la fatica del cammino; fatica che snellisce la coscienza così appesantita dalle solite soste nei santuari del consumo frenetico. Prova a vegliare nella notte; veglia che scuote la coscienza dal torpore che pare non attendere più nulla.

Il tuo corpo, riattivato in questi esercizi che toccano le esperienze elementari della vita, si rivelerà buon educatore della tua coscienza: la addestrerà a quella decisione che corrisponde al «digiuno gradito» al Signore. È la decisione di «sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi, spezzare ogni giogo... dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli di casa tua» (Isaia 58, 6-7). Proprio i gesti della santità di Gesù.

In questo movimento di uscita è la santità che Egli propone ai suoi discepoli. Si riempiranno biblioteche per raccogliere le riflessioni sulla spiritualità di Gesù che spesso viene studiata nelle sue azioni, nel suo operare, dimenticando l'origine [i quaranta giorni di digiuno nel deserto]... È l'eccomi messianico, è la rinuncia all'io egoista, al suo correre verso il piacere immediato spinto dal bisogno, forse più forte del piacere, di impadronirsi, di appropriarsi, a cui sta unito il potere.

La santità che Gesù propone è difficilissima per la sua estrema semplicità. È il nulla, kenosis vuol dire appunto vuoto, nulla, non muoverti. Questa disappropriazione, questo sacrificio della dinamica spontanea primaria dell'io, rappresentata nell'episodio delle tentazioni, apparirà poi nello svolgimento della vita, negli atti, ma chi si ferma all'imitazione degli atti si può ingannare. Gesù ha smascherato l'ipocrisia dei digiuna tori che alimentano con il digiuno e con la preghiera questo io. Pregano per essere visti: è !'io che cattura gli altri, che li mangia. Il mangiare, il portare dentro di sé, il fare io quello che è l'altro, sono proprio l'antitesi esatta della santità.

(A. Paoli, Quel che muore, quel che nasce)

Un tale esercizio di ripresa del tuo corpo (il frequentare lo spettacolo dei piccoli, dei poveri, dei santi, l'impegno dei gesti tradizionali dell'ascesi verso la santità) ti introduce in quel giardino dove, con Maria di Màgdala, giungi a contemplare il corpo della comunione con il Padre e con tutti, il corpo della passività di Figlio e di fratello: Gesù.

Questa contemplazione sarà sensata se verrà di volta in volta istruita dal racconto di quanti sono stati e sono familiari a Gesù e ci hanno consegnato la memoria affettuosa del loro stare con lui; e del suo stare con loro. La lotta del corpo, così dispendiosa, in questa contemplazione e in questo ascolto troverà l'alimento che rianima e sostiene, anche nei momenti in cui senti di soccombere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VII

Confidare il corpo, affidarsi a Dio

 

Resta l'amore che ci solleva da tutto,

senza salvarci da nulla.

L'amore non revoca la solitudine.

La porta a compimento.

Le apre tutto lo spazio per bruciare...

L'amore non oscura ciò che ama.

Non l'oscura perché non cerca di prenderlo.

Lo tocca senza prenderlo.

Lo lascia andare e venire.

Lo guarda allontanarsi con un passo così leggero

che non lo si sente spegnersi:

elogio del poco, lode del debole.

L'amore viene, l'amore va.

A suo tempo, mai al nostro.

Chiede, per venire, tutto il cielo, tutta la terra,

tutto il linguaggio.

 

Chr. Bobin

Il corpo dato e il corpo ricevuto

Conosciamo bene la voce antica della strisciante tentazione: è insistente, ti convince dell'inguardabile e detestabile miseria del corpo. Tutto quanto pertiene la sfera del sensibile, tutto ciò che «cade» sotto la tua vista e il tuo udito, tutto ciò che è alla portata della tua mano; tutto, a partire dalla tua stessa carne, attenta alla dignità della tua condizione umana.

Questo ti viene sinuosamente suggerito: che il tuo corpo non è all'altezza della tua anima. Anzi, ti si dice che il corpo e il suo sentire compromettono la buona riuscita dell'impresa propria dell'uomo: conoscere il mistero santo di Dio. In ordine al successo di questa avventura, ripete l'antica voce cattiva, conviene scommettere su qualche acrobazia del pensiero, su eventuali visioni straordinarie, su istruzioni esoteriche che inizino al mistero divino; e tutto in una ferma diserzione del corpo e delle sue regioni.

La nostra storia ci presenta una figura di libertà sfigurata da questa ossessiva negazione del limite; di quel limite ben rappresentato dal corpo e dal suo molteplice sentire. La libertà si dibatte sempre nella tentazione di assolutizzarsi, cioè di sciogliersi dalla sua finitezza. Qui e là, tra le pieghe di ogni vicenda personale, appare la figura della libertà che si «eleva» dalla storia; la libertà presume di potersi «levare» da tutto il piccolo, illimitato, il passivo del corpo, che è poi l'unico luogo dell'esistere.

L'impresa a cui la tua libertà laboriosamente e in modo promettente si dedica non deve essere sfuggire alla finitezza, ma sfuggire a questa colpa radicale. E la colpa radicale è precisamente sfuggire alla finitezza, presumere stoltamente che la verità di te può essere raggiunta abbandonando la finitezza: censurandola. «Sarete come Dio» (Genesi 3, 5): menzogna antica e di ogni giorno.

Invece sfuggire alla colpa radicale consiste proprio nel riassumere la finitezza del corpo tuo e altrui, nel riassumerla benevolmente. Riprenderla sempre di nuovo, senza essere schizzinosi, sapendo che sarà sempre fastidiosa e drammatica questa finitezza, ma che in quella opacità, soltanto lì, si annida la promessa della tua verità: questa è l'impresa degna dell'uomo, il fuoco di quel desiderio su cui Dio veglia di giorno e di notte.

Conosciamo la promessa che si aggira nel corpo e lo anima. Nel tuo corpo di infante, nel tuo corpo che, nel crogiuolo delle emozioni, si muove attratto dall'altro, si annuncia quella promessa che ha nome «comunione». «Comunione» è il nome reale di Dio, nome possibile per te se ti muovi nell'esperienza della «passività» pronunciando le parole della gratitudine e dell'invocazione. La sapienza di Israele ce lo ricorda con la sua fede robustamente terrena; lo Spirito che riscrive nei cuori la parola di Gesù ce lo attesta con la sua fantasia («se non ritornerete come i bambini...»; «diventeranno una carne sola»), attirandoci di volta in volta al corpo di Gesù: i piccoli, i poveri, i santi.

Qui si annuncia la verità del corpo: il corpo è vero, e non mente, quando si ritrova nella forma dell'offerta. Scorgi le figure della comunione desiderata? Senti il tuo nome là dove il corpo che a te viene è riconosciuto e benedetto dal tuo corpo che accoglie e si dà? La intravvedi finalmente, la tua identità spesso nascosta nelle coltri dell'idolatria dell'apparire e del prendere, la intravvedi in questo dare e ricevere? Non è precisamente qui che è riscattato il senso bello dell'esistere, filigrana sottile e fragile della stagione della tua infanzia e del tempo della trepida iniziazione all'amore? Non avverti il brivido del cielo quando il corpo è disposto nella forma del «dono per la comunione»? O quando ritorna a cercare e a domandare come corpo di bimbo, di bimbo che non sa di avere un corpo e quindi non teme spigoli e spine, contrarietà e opposizioni pur di raggiungere il grembo che lo sazia e le cose sempre nuove che lo circondano e lo invitano?

La regola d'oro nel confidare il corpo

La mortificazione e la colpa si incontrano proprio là dove gli affetti cedono alla tentazione di «essere come Dio», di cercarsi come si cerca Dio, di viversi come si vive Dio, di farsi seguire come si segue Dio: nell'amore dell'uomo e della donna, nella proprietà dei figli, nella complicità dell'amicizia, nel lavoro della propria mente e delle proprie mani, nella manipolazione della natura e nel possesso della terra, nel godimento del corpo e nell'audacia dello spirito, nella cura per la propria realizzazione e nella libertà della propria autodeterminazione. In tal caso la corruzione degli affetti - anche i più cari e sacrosanti - è sempre inevitabile. E la deformazione della prossimità in complicità collettiva ed egoistico interesse - per quanto dissimulata - obiettivamente corrosiva.

Nella relazione dell'uomo e della donna c'è un grande mistero di Dio, che vale la considerazione del corpo - che qui forma «una sola carne» - come tempio dello Spirito. Ma, appunto, non dovete desiderarvi e amarvi come si desidera e si ama Dio. L'esperimento è dannoso, e la delusione (spesso inavvertita delle sue reali ragioni) capace di mortificare e rendere detestabile ogni legame. Gli umani affetti si accendono alla luce della rivelazione di Dio, tanto quanto si spengono all'ombra della prevaricazione che li sostituisce a Dio.

(P.A. Sequeri, Sensibili allo Spirito)

È vero. A volte ci si cerca come si cerca Dio; e si domanda all'altro di seguirci come si segue Dio, e di amarci come si ama Dio. Dio tu, Dio l'altro: finendo prima o poi per smascherare rabbiosamente !'inganno tentato e subìto, quando il corpo (che è dire lo sguardo, le mani, la voce, il sesso...) tuo e dell'altro passano messaggi non propriamente divini. Quali messaggi?

I più ordinari sono «Tu sei mio», «lo ti posseggo», «Ho assolutamente bisogno di te». Indubbiamente questo inganno, che erode gli affetti più intensi, può essere anche molto resistente poiché l'immaginario segreto produce senza sosta la figura del «dio» che ti lega a sé con vincoli di sopruso, che dietro la finta del dono cela strategie di assoggettamento e che all'ombra di un'onnipotenza ingombrante attende e spera la tua dipendenza timorosa e la tua venerazione servile.

Allo spettro di un tale «dio» si allinea armonicamente la figura di quegli affetti corrotti; vi si ritagliano su misura. Il problema è che uno spettro non ha misure, è volubile: ti terrorizza e ti devasta, soprattutto quando è lo spettro di un «dio» così e di affetti che gli corrispondono.

Lo sai, certo, per esperienza, che non appena alla porta di quell'immaginario si affaccia una differente figura di Dio, magari nella testimonianza di affetti felicemente riusciti, allora l'inganno viene snidato, con i suoi pretesti più miseri e con le sue brillanti giustificazioni; allora non puoi più sopportare strategie di assoggettamento e logiche di dipendenza. Ti divincoli e ti sottrai a una presa che costringeva la tua carne e la tua anima in un bisogno assoluto, e che ti rubava la dignità e ti spegneva il fuoco del desiderio di comunione.

L'esperienza del ricevere il corpo altrui e del dare il proprio corpo non può non attraversare questa prova. È un'esperienza che conoscerà sempre la tentazione del ricevere l'altro come fosse Dio e del dare se stessi come si fosse Dio.

Non ti torna qui alla mente !'istruzione della Legge e dei Profeti che Gesù si è chinato a raccogliere? Quell'istruzione che nessun discepolo può screditare, trafiggente nella sua forza imperativa: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Matteo 7, 12). La nobile impresa che occupa densamente la stagione della giovinezza C e che lascia tracce notevoli in ogni altra stagione della vita...) è individuare ciò che vogliamo: l'orientamento del nostro desiderio.

La questione è appunto ciò che noi vogliamo... Non è che la grande tentazione che accompagna l'impresa del crescere è proprio questa? Quella di desiderare in fondo che gli altri, che qualcuno ci possegga, risparmiando ci la responsabilità grave di decidere e di vivere, di decidere di vivere? Talvolta vogliamo che gli altri ci facciano esattamente questo: ci posseggano, ci facciano da tana e da rifugio, si sostituiscano alla nostra libertà. E così, lo facciano veramente o no, ci ritroviamo (.. .anzi, ci perdiamo) a rendere loro questo stesso «servizio».

Obbediamo così, paradossalmente, alla raccomandazione di Gesù: facciamo davvero agli altri quanto vogliamo che essi facciano a noi. Vogliamo che in qualche modo ci posseggano e finiamo per possederli, nelle forme più svariate ed eleganti. In effetti a volte capita anche nelle nostre comunità ecclesiali, anche nelle relazioni personali in cui abbondantemente circola la parola «amore»: gioco frenetico e quasi inavvertito di possessi vicendevoli.

Eppure l'attenzione paziente al nostro volere, la frequentazione dei piccoli, dei poveri, dei santi, la lotta del corpo ci portano a desiderare che anche gli uomini ci trattino come Dio ci tratta. La purificazione del desiderio conduce il cuore benedetto a volere che gli altri ci facciano quanto Dio realmente ci fa: l'amore, la tenerezza, la custodia, l'accarezzare e l'abbracciare, il vestire ed il nutrire, la raccolta premurosa e responsabilizzante della nostra umanità... E noi allora a fare a loro tutto questo; e non qualcosa di meno. Non è forse così nell'albeggiare della vita nuova che ci sorride nella notte del mondo?

Resterà sempre poi da sopportare (e questo è il vero mondo dell'amore!) l'inesorabile sproporzione tra il tuo desiderare che gli altri ti facciano quanto ti fa Dio e il loro effettivo fare nei tuoi confronti; un fare l'hai già provato - che drammaticamente e deludentemente spesso non corrisponde al tuo desiderio purificato, quando non si presenta perfino contrario alla tua attesa e alla tua invocazione...

Sai bene come questa sproporzione dolorosamente sperimentata può indurre irrequietezza, può produrre risentimento, può invitare al compromesso, può stordirti fino a che ti adegui all'ingiustizia del fare degli altri: e finisci per fare lo stesso. Invece, l'avvio sensato del progetto di Dio (la Legge e i Profeti, ciò che incammina verso Gesù) consiste nel fare agli altri non ciò che gli altri fanno a te, ma ciò che tu desideri che gli altri ti facciano. La confusione è sempre dietro l'angolo; la distinzione è essenziale.

Gesù ha realizzato questo progetto di Dio, ha praticato in modo inedito questa regola d'oro della Legge e dei Profeti: e si tratta di oro purificato nel crogiuolo della passione. Tutto l'oro di questa regola semplice dell'amore è brillato lì, dove la sproporzione tra il desiderio di Gesù circa il fare degli uomini per lui (che lo ascoltassero condividendone la nuova «idea» di Dio, che lo seguissero in un modo o nell'altro sulla via della fiduciosa comunione con il Padre, che credessero nel nome santo e buono del Padre...) e il loro fare contro di lui ha assunto la forma angosciante della croce.

Lì Gesù ha continuato a fare agli altri quanto desiderava che gli altri facessero a lui; li ha «seguiti», ha condiviso la loro notte, si è seduto alla loro tavola sino a bere il calice amaro del non sentire più le mani provvide del Padre. Senza mai cedere a fare loro quanto loro facevano a lui. Sino a gridare come sua la miseria più terribile degli uomini: il sapersi abbandonati da tutti, il sentirsi abbandonati da Dio. Pieno compimento della legge è l'amore.

Il duplice comandamento nel dare e nel ricevere

Ma la cura degli affetti nell'esperienza del dare e del ricevere non domanda forse dell'altro? Non deve prevedere forse una rigorosa vigilanza sulla presunzione che sta in agguato negli affetti che vengono e vanno tra il corpo dato e il corpo ricevuto? La presunzione sta sotto gli occhi di tutti - è quella di assolutizzare gli affetti: divinizzarli. Il tuo sentimento per l'altro è perfettamente giustizia; la tua parò la all'altro è semplicemente verità; il tuo sguardo nello sguardo dell'altro è assolutamente purezza; la tua mano sul corpo dell'altro è evidentemente bontà.

Ecco cosa minaccia gli affetti che fioriscono nel giardino del corpo dato e del corpo ricevuto: l'ondeggiare paurosamente tra la rimozione del corpo e degli affetti che in esso germogliano e l'assolutizzazione degli affetti stessi e del corpo che li ospita e li nutre. Già, «paurosamente», perché da un lato passi di paura in paura, attraversando la foresta soffocante dei sensi di colpa, quando temi che il tuo confidare il corpo non sia all'altezza, anzi, sia incompatibile con il tuo affidarti a Dio; e, dall'altro lato, passi di paura in paura, provocando e subendo asservimenti e schiavitù di ogni tipo, quando confidi il corpo presumendo di essere «Dio per l'altro», quando ricevi il corpo altrui desiderandolo come si desidera Dio.

In questa seconda evenienza, nel caso dell'assolutizzazione degli affetti e del corpo che li ospita e li nutre, ti attende la delusione. Quanto ti cullava come un incanto ora ti stordisce come una delusione: a un certo punto si infrange l'illusione di poter offrirsi e imporsi all'altro come Dio e si spegne il sogno di attendere e ricevere l'altro come fosse Dio. Allora, nella frustrazione che prostra il tuo corpo e ti abbatte l'anima, ecco che la delusione ti porta a gridare un «mai più». «Mai più» l'azzardo del corpo dato, «mai più» osare ricevere il corpo d'altri; «mai più» docilità a quella che pareva voce buona e promettente del corpo, la voce che annuncia l'arrivo sontuoso e mite della comunione. «Mai più.»

Quando ti lasci cullare da quell'illusione di sostituirti a Dio e di sostituire l'altro a Dio è come se tu operassi un'alternativa tra i due comandamenti dell'amore, scordando che sono indistricabili o sopprimendone la distinzione: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Marco 12, 29-31).

Non si è dissolta l'antica voce cattiva, sempre pronta a slegare il primo comandamento dal secondo; ti promette l'incanto dell'amorosa comunione con Dio a prescindere dal tribolato amore del prossimo. Ti persuade che il passaggio al Padre è accessibile proprio nell'ebbrezza farneticante di qualche pio pensiero, nell'eccitazione religiosa di qualche celeste emozione, senza dimorare presso l'altro, senza rivolgersi a favore dell'altro.

L'antica voce cattiva copre con le sue strilla religiose la parola netta di Gesù secondo cui «il secondo è simile al primo» (Matteo 22, 39): sì, gli assomiglia, gli è familiare, lo ospita con tutti gli onori del caso. Il secondo comandamento assomiglia al primo: vuol dire che i tratti del primo comandamento li puoi rinvenire nel secondo. Soltanto nel secondo! Da questo sai dell'effettiva obbedienza al primo comando, quello di amare Dio: dalla puntuale esecuzione del secondo, quello di amare il prossimo!

Non v'è ingresso nel mistero grande di Dio che non sia la porta angusta dell'amore del prossimo. Se pensi e dici che Dio ti ha ormai riservato un posto alla sua mensa benedetta e tu non riservi il posto al tuo prossimo, non lo ami insomma, sei un mentitore (resta sempre elementare e sferzante insieme la lezione di 1 Giovanni 4,7-21).

La saldatura dei due comandamenti è robustissima. Chi vi attenta o soltanto ne allenta il nodo sognando l'intimità con Dio nella sdegnosa e superba dimenticanza del prossimo, manca l'obbedienza del comandamento più grande; e rimane in balìa di tradizioni e precetti tanto irragionevoli quanto comodi. E si ridurrà alla pratica mesta di olocausti e sacrifici per Dio: trionfo di un timore servile da sempre voluto e spesso ottenuto dall'antica voce cattiva. E sì che anche quello scriba aveva fiutato che Gesù aveva «detto bene e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici» (Marco 12,32-33).

Questa è la lezione di Gesù e dei santi: là dove si è appreso a confidare il corpo, azione gravida della comunione con Dio, bisogna ancora vegliare perché questa azione non si abbrutisca nell'affidarsi all'altro come a Dio. «Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui»: l'antica voce cattiva si diletta non solo a slegare il primo comandamento dal secondo, ma pure a confonderli. Ti presenta l'altro che a te si avvicina e che tu avvicini come fosse Dio: scompare la distinzione tra «quelli che sono, tutti, nell'Unico» e «l'Unico fuori del quale nessuno è, nessuno vive». Perso il senso di questa distinzione ti perdi a moltiplicare olocausti e sacrifici non già a favore di Dio, ma a onore e nell'adorazione dell'altro: olocausti e sacrifici e regalie per l'altro, che diventa il «tuo tutto», ...che è dire, di solito, «tutto tuo», non è vero? Gioco estenuante di possessi e di adulazioni: gran ballo dell'idolatria. .

Il tuo approssimarti all'altro, proprio alla carne dell'altro, è invece tanto «più vero» quanto più contatta e riconosce e onora appunto l'altro nella sua finitezza: condizione elementare e dura di ogni probabile godimento nel dare il corpo e nel riceverlo. Fermamente e lietamente convinti che questa è la via della comunione con Dio; irremovibili nel ricordare, proprio toccando quella concretezza così finita e così necessaria del suo corpo, che l'altro non ti si approssima come «Dio»; non ti si dà come «Dio», né lo attendi e lo ricevi come «Dio»; e che tu non ti dai a lui come «Dio». Perché l'altro non è fuori di Dio, suo concorrente o sostituto; e tu nemmeno. A meno che il tuo toccare, sentire, guardare la carne dell'altro nella sua chiaroscura finitezza sia soltanto simulato o perennemente superficiale, così che, non contattando mai realmente il corpo dell'altro, tratti l'altro come «infinito e perenne». " come Dio. Accade; da quando circola l'antica voce cattiva accade.

L'appello ad affidarsi a Dio fiorisce nelle varie forme della prossimità tra gli uomini; l'obbedienza al primo comandamento garantisce la buona èsecuzione del secondo; e la preserva dall'assolutizzazione dell'altro e di te. Né tu né lui al di fuori di Dio. «Il corpo non è per l'impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo» (1Corinzi 6, 13): cos'è l'impudicizia se non anzitutto l'andare verso l'altro come se si andasse verso il Signore? Cos'è se non, alla fin fine, desiderare, toccare, amare l'altro come «Signore» del tuo vivere? Questo è vergognoso: dare il corpo all'altro trattando e sentendo l'altro come «Signore».

Il corpo invece, proprio nel suo offrirsi all'altro e riconoscere l'altro per come è, realizza la sua vocazione, quella di essere «per il Signore», orientato a quella forma bella che è la comunione: la forma stessa del Signore. E, se soltanto ti fermi a guardare il Signore, se rimani seduto alla mensa dell'Eucaristia, vedi che lui, il Signore, è «per il tuo corpo»; non te lo sottrae, ma te lo dona e lo plasma e riplasma finché giunga alla sua forma vera.

Credi che ci sia un autentico offrire il corpo all'altro che non abbia come anima, segreta o pudicamente confessata, una qualche forma di affidamento al mistero santo di Dio? Impossibile: si danza sempre su una musica, anche nel silenzio. E credi che ci si possa davvero affidare alla bontà benedetta di Dio senza offrire in qualche modo il corpo all'altro? Impossibile, anche questo: le mani giunte non sono mai chiuse. Mai un comandamento senza l'altro.

La benedizione del corpo dato e del corpo ricevuto

Basta una distrazione. È sufficiente allentare la lieta e impegnativa consuetudine a contattare la finitezza dell'altro o mettersi a coprire sistematicamente i segni vistosi della nostra finitezza, è sufficiente questo perché il dare il corpo proprio e il ricevere il corpo altrui si corrompano e diventino un'autentica maledizione. Penose liturgie dell'asservimento all'altro e dell'altro, lontani dalla strada dell'affidarsi a Dio: che è poi la condizione perché sia «secondo verità» il confidare il corpo proprio e il ricevere il corpo altrui.

Quando, nell'impresa del dare e del ricevere, si gode e si patisce il contatto con l'altro, avviene una discreta rivelazione della finitezza tua e sua: composizione di attese e di affanni, intrecci di gioie e di desolazioni, grovigli di talenti e di miserie. Lì, come protetti dalla fedeltà, forse inconfessata, al primo comandamento, i corpi vengono apprezzati nella loro promettente finitezza, nella loro precarietà gravida di futuro.

Lì, nel contatto effettivo con l'altro, senti che il tuo corpo e la «sua» anima vengono da...: da volti, da intenzioni, da sbagli, probabilmente anche da cattiverie che ti hanno generato, ma forse anche da amori, da voci e mani e sguardi che ti hanno restituito almeno un poco di quanto, forse, ti era stato sottratto o negato. Allora senti che il tuo corpo e la «sua» anima vengono dal corpo che ti si approssima e sosta presso le tue ferite e le tue attese: e così, la forma di questo tuo corpo che «viene da» non deve essere quella della gratitudine, riconoscenza per una qualche solidarietà per cui ci sei?

Lì, in quel contatto effettivo con l'altro, senti pure che il tuo corpo e la «sua» anima vanno verso...: hanno un orientamento, sono attratti dall'oriente, dal chiarore del sole che sorge. Vanno verso quella comunione che è l'oriente per tutti, verso una prossimità che svesta i panni dell'ostilità, già troppo a lungo sperimentata, e indossi l'abito della carità: vestita a resta. in ronda senti che il tuo corpo e la «sua» anima vanno verso il corpo dell'altro riconoscendovi una storia, per offrirgli una storia: e così, la forma di questo tuo corpo che «va verso» non deve essere quella del desiderio, attesa di una qualche comunione per cui vivere? Benedizione per te e per tutti.

La gratitudine si fa lode, il desiderio si veste di invocazione. Ricevere il corpo e darlo: senti che è benedizione di Dio. E ti sale dal profondo del cuore quel «Ti amo» a Dio, a Dio che si annuncia in quel ricevere e in quel dare; e li ispira e li sostiene. Un po' come la donna che porta la vita nel grembo finalmente fecondo: «lo voglio dirtelo, Dio: io ti amo. Desiderio di questo mio povero cuore, intimo come la vita che già rallegra questo mio corpo ospitale, così simile a te, Dio: io ti amo».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIII

Il corpo offerto

 

La visione, che scomparve

dopo un colloquio arcano e familiare,

lo infiammò di ardore serafico nell'interno dell'anima

e impresse all'esterno, come un sigillo, sulla sua carne

l'immagine perfettamente somigliante del Crocifisso:

come se la potenza divina l'avesse fatto liquefare

e poi vi avesse stampato il suo sigillo.

 

Fonti francescane

Ci siamo incamminati lungo strade che si aprono sulla verità del corpo, del tuo corpo. Valicando colli e attraversando boschi abbiamo scorto all'orizzonte la sua forma, da sempre sperata e spesso mancata.

In questi passaggi c'è da tenere alto e fisso lo sguardo su quella forma che ti viene a visitare elevandosi sopra le nebbie che ancora coprono le valli da cui veniamo. È la forma del corpo offerto; il confidare il corpo e l'affidarsi a Dio, il confidare il corpo poiché ci si affida a Dio, l'affidarsi a Dio confidando il corpo. Gesù di Nazareth. Lui, il preannunciarsi della sua forma nuova nel canto dell'amore dell'uomo e della donna (il Cantico dei Cantici), il riflesso della sua forma nuova nell'umanità dei santi (il corpo ecclesiale). Il senso della povertà che abbiamo maturato percorrendo questo nostro itinerario e la meraviglia per il corpo di Gesù riusciranno a portare in grembo la fede, come in una paziente e premurosa gestazione?

Perlomeno, nella danza di povertà e meraviglia, davanti allo splendore della forma nuova di Gesù che brilla nel corpo dei santi, ti visiti il cuore la domanda mite e coraggiosa che Chiara si pose davanti allo «spettacolo» del corpo di Francesco: corpo segnato dalle piaghe della passione di Gesù. Chi ha mostrato una buona familiarità con lei, l'ha intesa pronunciare queste parole: «Non disse niente... Lo medicai, lo fasciai senza chiedere nulla. Pensai. .. pensai che l'amore aveva reso il suo corpo identico al corpo dell'amato. Mi chiesi se sarei mai riuscita ad amare così tanto...» (dalla sceneggiatura del film Francesco di L. Cavani). Il pensiero di Chiara risveglia in te lo stupore? La sua domanda ti tocca le corde più profonde del cuore? Lo stupore reclama una sosta, almeno per raccogliere !'invito alla meditazione che la bellezza nuova del «corpo offerto» ti rivolge.

Il corpo che canta la gioia della comunione

Primo invito alla meditazione: il Cantico dei Cantici

Il canto del corpo celebra i gesti dell'amore: espressione del desiderio di incontro con l'amato, con l'amata. Ti avvolge questo affresco luminoso dove il corpo ritrova la sua destinazione propria: luogo della comunione nell'atto dell'offrirsi, canto di gioia quindi, perché la comunione è la verità che si annuncia, sempre in qualche modo contrastata, proprio nelle esperienze più elementari della vita. Quali esperienze? L'essere messi al mondo, l'attrazione sessuale... con la verità che le innerva: la gratitudine per l'altro, l'attesa dell'altro. E quando uno sperimenta la verità... canta, canta la sua riconoscenza e la sua invocazione.

Il motivo del Cantico è questo: il corpo come luogo della comunicazione personale nella ricerca della comunione gioiosa e fedele, dentro tutta la selva «oscura» delle contrarietà e dei limiti della vita. Splendida l'attenta meraviglia degli amanti nella contemplazione vicendevole; l'incanto poetico li rapisce nel descrivere lo splendore dell'altro. Con la foga dei poveri invocano la presenza amata che li riscatti dalla solitudine; non mancano le venature di nostalgia, dolore causato in ciascuno dei due dalla prossimità del lontano.

La creazione stessa è come raccolta nell'esultanza degli amanti e chiamata nella ricerca vicendevole. Lieti e grati, colgono le mille sfaccettature del corpo atteso, cristallo su cui riposano i colori del desiderio. La contemplazione sboccia in una esaltazione delle rispettive bellezze corporee, dentro un gioco di aromi, profumi, sapori: i sensi in festa, solidali nel percepire una bellezza che è tocco di Dio, nulla di meno.

La fantasia contempla il corpo come emblema e somma delle bellezze naturali: montagne, alberi, animali. La bellezza totale e multiforme della creazione risiede nel corpo che viene contemplato e cantato: gazzelle, daini, cerbiatti, colombe, corvi, agnelli, una cavalla; anche melograni e gigli, palme e cedri, e un mucchio di grano, le cisterne d'acqua e il Carmelo e il Libano. Quasi saremmo tentati di parafrasare: quando gli amanti vedono la bellezza del corpo amato, scoprono che il mondo è molto buono, come in un tripudio genesiaco.

(L. Alonso Schòkel, Il Cantico dei Cantici)

Tripudio dei corpi che cantano la gioia della comunione? Sì. Ma la poesia che ammanta questi canti dell'amore non ti porta fuori dalla storia; il Cantico dei Cantici - come dire, il Cantico per eccellenza - non ti introduce in un mondo fatato. Anzi... Se segui i passi e le corse dei due, se ne ascolti il respiro e la voce, attraversi con loro la vicenda concretissima dell'amore: loro si desiderano e si perdono, loro ricordano e attendono vegliando nella notte, loro si cercano e si trovano, loro sentono lo strazio della distanza e conoscono l'estasi dell'incontro. L'amore? Quando lei, alla fine, osa definirlo, riesce a cantare che l'amore è fuoco che resiste dentro le avversità («le grandi acque»), è fuoco che affronta la morte: e la brucia.

Sii fedele al realismo di questo «canto per eccellenza»: apprendi testo e musica dal tuo corpo stesso. E non ridurti a dire che la relazione appassionata dei due amanti indica l'amore di Dio per il suo popolo; che il desiderio di comunione cantato dai due fa pensare al desiderio di Dio di realizzare l'alleanza con l'umanità. Non dire così: sarebbe non troppo, ma troppo poco. Piuttosto impara proprio dal loro corpo e dal tuo, impara dal corpo di Gesù..., che la relazione appassionata dell'amore è ben di Dio, è la sua benedizione, è il tocco felice e buono della sua mano. Non è che tu, considerando l'intensità della relazione con l'altro, devi poi pensare che l'amore di Dio è come questa relazione, o molto di più. No: questa relazione, in tutta la sua concretezza di corpi e di affetti, di attese e di incontri, è l'amore di Dio che ti fa e ti plasma. Ti ammaestri sèmpre il Cantico: questa relazione dell'amore è il «bacio universale» di Dio (P. Verlaine, Dialogo mistico). Tutto ciò, raccontalo ai tuoi piccoli un giorno.

Gesù... dove «abita corporalmente la pienezza della divinità»

(Colossesi 2, 9)

Secondo invito alla meditazione:

il corpo offerto di Gesù, la verità di Dio

Non è questo l'apparire senza ombre della verità di Dio? Il corpo offerto di Gesù? Si tratta davvero di fissare lo sguardo su Gesù, sulle movenze del suo corpo, delle sue mani, dei suoi piedi, dei suoi occhi: ed è mano aperta che spezza il pane é sazia, ed è «piede bello»di messaggero di pace e di giustizia, ed è occhio che tutto vede e di tutto ha compassione e per ogni bellezza gioisce e per ogni afflizione piange. È questo il corpo «preparato da Dio» (Ebrei 10,5-7): questo è il corpo nel desiderio di Dio, il corpo che realizza ed esprime il desiderio di Dio.

Il desiderio di Dio, che è la comunione con il Figlio, che è l'alleanza con gli uomini nel Figlio, il desiderio di Dio che gli uomini vivano come immagine sua, ecco, questo desiderio di Dio prende corpo; prende questo corpo, il corpo di Gesù. Corpo tutto plasmato dal desiderio di Dio, corpo sempre docile al desiderio di Dio, nella gioia per il Vangelo che illumina i piccoli e consola i poveri, nell'angoscia che grida l'assenza delle voci più care e quel sentire tremendo di essere abbandonato persino da Dio. Corpo a tutti confidato, nell'affidamento a Dio, il Padre. Non c'era né mai ci sarà altra forma di affidarsi a Dio, il Padre, che non sia l'offerta del corpo; non c'era né mai ci sarà altro segreto dell'offerta del corpo a tutti che non sia l'affidarsi al Padre di ogni dedizione.

Abbiamo qualche timore. a dire e a cantare che questo corpo è Dio? Il Dio dell'alleanza e della comunione con gli uomini tutti: corpo benedetto, così radicalmente immerso nelle acque delle nostre infamie e così di spiegato nella forma inedita del servizio che dà la vita. Per questo Gesù si attira tutto il compiacimento del Padre. Dio si riconosce in quel corpo; che infatti viene celebrato e venerato dal «fiuto» tutto femminile che lo unge Ci piedi? il capo?), ravvisandovi il «corpo consacrato», cioè l'immagine perfetta di Dio (Matteo 26, 6-13; Marco 14,3-9; Giovanni 12,1-8). E noi lì, a sdegnarci come i discepoli, per tutto quell'unguento sprecato! Anche noi.

Eppure tutto il divino si trova finalmente identificato da quel corpo; sottratto una volta per sempre ai goffi tentativi di parlarne, di definirlo con delle idee, di racchiuderlo in qualche immaginazione. Soprattutto, identificato da quel corpo, il divino non aleggia più come onnipotenza tremenda e fascinosa, quasi a imporre un legame di paura e di schiavitù: «È in Cristo che abita corporalmente la pienezza della divinità» (Colossesi 2, 9): corporalmente.

Tutta la divinità in quel corpo; senza che tu debba sospettare che vi siano brandelli di divinità che non abitassero e non abitino in quel corpo; senza che tu vada a indagare aspetti misteriosi e preoccupanti della divinità che non fossero e non siano presenti ed evidenti in quel corpo. Alla tavola dei peccatori quel corpo è dato a tutti perché tutti abbiano di nuovo la vita; perché abbiano la vita nuova e ritrovino il proprio corpo come corpo dell'alleanza con Dio. Riascolta a questa tavola quel «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo»: con te tutti saranno allietati da questa parola nuova che, tra i gemiti imploranti nella notte e gli antichi malintesi su Dio, annuncia che Dio si è da sempre cinto le vesti e sta passando a servirci (Luca 12, 37); che la vita con Dio, la via di Dio, la verità di Dio è Gesù, il suo corpo offerto, il suo gemito e la sua notte, il suo silenzio e il suo grido, il dolce miracolo delle sue mani vuote... e delle nostre. Vuote, sempre, perché senza sosta donano tutto quanto hanno soltanto ricevuto.

Uomini e donne che sono il corpo del Signore Gesù

Terzo invito alla meditazione:

il corpo offerto, verità dell'uomo

Si viene tutti al mondo in un «corpo di carne» che va alla morte (Colossesi 2, 11); si procede nella vita inseguiti e istruiti dalla legge che dice «Non desiderare»(Romani 7, 7). Non desiderare le cose del tuo prossimo, tutte le cose del tuo prossimo, non «prendere» il tuo prossimo, non farne il tuo possesso. . .

Per grazia - e quali le misteriose vie della grazia, la sua fantasiosa invasione nei nostri giorni. distratti e scostanti! - per grazia ci siamo «ritrovati» nuovi, proprio rinati: dall'alto. «Il corpo di peccato è distrutto»(Romani 6, 6), abbiamo svestito l'uomo vecchio e siamo stati rivestiti del nuovo: non più un corpo che si trascina per la terra straniera della paura e della diffidenza di Adamo, ma un corpo che danza sulle note della lieta fiducia di Gesù.

Il nostro corpo brilla di questa luce nuova: corpo spirituale, non già perché dimentichiamo le relazioni, i vincoli, il tempo, le emozioni, i sensi..., ma perché il corpo, proprio questo nostro corpo è pervaso dalla legge dello Spirito, fioritura sorprendente di quanto giace e muore in ciascuno come seme nascosto. Ritrovi il corpo, il tuo corpo: ricevuto e dato. Maestro e compagno fedele della parola che si riveste della bellezza degli inizi, nella gratitudine e nell'invocazione a Dio e ai suoi complici che ti dicono e ti fanno bene, che tu benedici e custodisci. Lo Spirito riplasma il nostro corpo a immagine del corpo di Gesù. Anzi, lo Spirito ci incorpora a Gesù, ci fa corpo di Gesù. Siamo il corpo del Signore Gesù.

Allora siamo chiamati ad ascoltare ogni esortazione che proviene da chi è apostolo e maestro, e che affiora sulle labbra o anche «solo» nello sguardo dei piccoli e dei poveri che vogliono vedere il corpo del Signore: l'esortazione a «offrire i corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Romani 12, 1-2). Questo è il sacrificio in cui l'uomo finalmente vive, il sacrificio che santifica il nome di Dio e la festa impegnativa dell'esistere: l'offerta del corpo. Vigilando che nemmeno ci sfiori l'idea di inventare altri sacrifici per sentirei sollevati dalla responsabilità di offrire il corpo.

E tantomeno dovrà insinuarsi la comoda persuasione che lo Spirito abbia concluso la sua opera e che possa giungere in questa vita il momento in cui possiamo sentirci a posto. No, fermi mai; sempre attratti invece dalla bellezza del corpo del Signore, sempre docili all'opera dello Spirito che illumina i sensi, infonde amore ai cuori, muove i corpi verso la carità crocifissa, sempre grati al Padre che non vuole sacrifici e offerte, ma ci ha dato un corpo. Un corpo. Un corpo solo, un corpo ricomposto nella comunione della carità fraterna: verità dell'uomo, terra promessa per lui che viene dalla confusione babelica e dalla schiavitù dell'Egitto... e ancora le rimpiange.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IX

Per sempre corpo della comunione

 

Dal sepolcro la vita è deflagrata.

La morte ha perduto il duro agone.

Comincia un'era nuova:

l'uomo riconciliato nella nuova alleanza

sancita dal tuo sangue

ha dinanzi a sé la via.

Difficile tenersi in quel cammino.

La porta del tuo regno è stretta.

 

M. Luzi

Ascoltando l'esortazione alla mensa del corpo del Signore

«Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi» (l Corinzi l, 10ss). L'esortazione di Paolo sferzava la comunità di Corinto e interpella oggi ogni comunità cristiana. Si dirama in tre raccomandazioni: «siate tutti unanimi nel parlare», «non vi siano divisioni tra voi», «siate perfetti nello stesso pensiero e nello stesso intento».

Paolo non vuole imporre ai cristiani di Corinto una piatta uniformità, una omologazione dei pensieri e degli stili secondo criteri umani: richiama il fatto che la comunità cristiana, nella sua identità profonda, è la comunione di quelli che appartengono a Gesù Cristo. Coerentemente tutti siano protesi ad adeguarsi al parlare, al pensiero, all'intento non di un altro nella comunità (foss'anche Pietro, Apollo o Paolo stesso: anche qui l'altro idolatrato!), ma- di Cristo: «Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» Cl Corinzi 2, 16), abbiamo l'intento di Cristo, siamo unanimi nel condividere il parlare di Cristo. Questo è il vanto di Paolo; questo sia il vanto della comunità cristiana.

Invece ci sono discordie. E questa è anomalia grave per la comunità cristiana, perché significa rinnegare l'appartenenza comune a Gesù Cristo; attentare all'identità stessa della comunità cristiana. Se apparteniamo a Gesù Cristo, se siamo «incorporati» a lui, se siamo membra dell'unico corpo di Cristo, una cosa sola in lui, allora è impensabile essere discepoli e vivere nella discordia. La discordia, il conflitto che esclude e sopprime l'altro è cosa passata se davvero viviamo nel mondo nuovo dell'unanimità nel pensare, nel parlare e nel desiderare secondo Gesù Cristo (leggi la ripresa di questa esortazione in l Corinzi 12, 12-27).

Che in questo riapparire della forma vecchia dell'uomo, che è la discordia, vi sia anche una qualche trascuratezza nel celebrare degnamente la cena del Signore? Paolo tuona, severissimo, nel denunciare la clamorosa infedeltà al senso della cena del Signore (l Corinzi 11, 17-34). Se è convivialità con Gesù Cristo, che ha dato la vita per tutti, la cena del Signore è principio e luogo della convivialità con i fratelli; invece, non praticando la relazione di comunione reale con i fratelli più bisognosi, evidentemente «il vostro non è più un mangiare la cena del Signore».

Il contrasto è di una chiarezza impressionante: dovreste mangiare la «cena del Signore», invece ciascuno mangia la «propria cena» in modo del tutto privatistico, secondo i moduli non del condividere il pane e del confidare il corpo, ma del tenere tutto per sé.

Accade; e accade così di «disprezzare la chiesa di Dio» e «umiliare i poveri»: e le due cose coincidono! «O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?» (l Corinzi 11, 22). Umiliare i poveri, escluderli o semplicemente ignorarli rappresenta gesto o abitudine che attenta alla verità della Chiesa: palate di fango non sulla facciata, ma al cuore della Chiesa. Lo stridore rispetto al senso della cena del Signore risulta insopportabile; infatti l'attuale rendersi presente del Signore nel gesto celebrativo fa dei credenti uomini e donne che offrono i corpi, che versano il sangue, che vivono la carità del Signore. Gli uomini e le donne delle divisioni, delle esclusioni e delle umiliazioni vicendevoli dovrebbero essere passati.

Celebrare l'Eucaristia significa annunciare la morte del Signore, perché non c'è Eucaristia che non sia «in memoria di Gesù». Nella comunità di Corinto (e nelle nostre?), abituata non poco a vagheggiare una comunione spiritualistica con il Signore, questo richiamo giungeva puntuale, trafiggente: quando fate questo gesto voi non vi estraniate in una disincarnata e intimistica relazione con il Signore (nel modo contradditorio di chi tradisce lo stile del Signore). No; quando fate l'Eucaristia voi vi disponete a portare in giro lo spettacolo della croce di Cristo, proprio perché il senso di quel gesto del Signore era ed è l'offerta del suo corpo... E il suo corpo siete voi!

Infatti per la comunione al corpo e al sangue del Signore siamo riuniti in un solo corpo: il suo, verità della nostra umanità. Se la gratitudine non è simulata, se la gioia del cuore è sincera, perché non sciogliere il canto del desiderio? Desiderare ancora che la forma del corpo di Gesù diventi la forma del nostro corpo; che non ci sia contraddizione tra il confessare Gesù, Signore della vita, e la forma del nostro corpo; che, vestiti a festa, i nostri corpi danzino la carità, disegnino la forma della croce, portino le piaghe dell'umanità afflitta e disperata, si pieghino a lavare i piedi di tutti, siano pane spezzato per tutti, nutrimento e consolazione per gli affamati e i desolati.

L'Eucaristia è l'amore di Cristo che si dilata e vi travolge. Se avete paura dell'amore non celebrate mai la Messa. La Messa farà riversare sulla vostra anima un torrente di sofferenza interiore, che ha un'unica funzione, quella di spaccarvi in due, affinché tutta la gente del mondo possa entrare nel vostro cuore. Se avete paura della gente, non celebrate mai la Messa! Perché quando incominciate a celebrare la Messa lo Spirito di Dio si sveglia come un gigante dentro di voi e infrange le serrature del vostro santuario privato e chiama tutta la gente del mondo affinché entri nel vostro cuore.

Se celebrate la Messa condannate la vostra anima al tormento di un amore che è così vasto e così insaziabile che non riuscirete mai a sopportarlo da soli. Quell'amore è l'amore del cuore di Gesù che arde dentro il vostro miserabile cuore e fa cadere su di voi l'immenso peso della sua pietà per tutti i peccati del mondo. Sapete che cosa quell'amore vi farà, se lo lascerete lavorare nella vostra anima, se non gli resisterete? Vi divorerà. Vi ucciderà. Spezzerà il vostro cuore.

(T. Merton, Dove ho incontrato Cristo)

Si tratta, dice Paolo in quella sua esortazione, di «riconoscere il corpo del Signore». Vuol dire certamente disporsi a ricevere in quella cena il corpo del Signore e la sua forma che è la forma della carità, e della carità che giunge al dono di sé. Insieme, indisgiungibilmente, vuol dire riconoscere con attenzione solerte e fattiva il «corpo del Signore» che è la Chiesa, la comunione effettiva di tutti i credenti, senza esclusioni né selezioni.

«Il pane che spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi, che siamo molti, siamo un solo corpo perché condividiamo quest'unico pane» (l Corinzi 10, 16 s). Altrimenti, se si fa l'Eucaristia senza riconoscere il corpo di Cristo, ci si ritrova condannati; cioè ci si esclude stoltamente dalla comunione con Dio proprio compiendo esteriormente e distrattamente il gesto che dovrebbe fondare la comunione con Dio. Ed è così, dice Paolo, che si moltiplicano gli ammalati e gli infermi, e molti muoiono (e non in senso figurato!); infatti quando la cena del Signore non viene lasciata fruttificare secondo il suo senso proprio, i credenti risultano dei solitari che condividono non il pane della carità, ma il veleno della diffidenza e del disinteresse vicendevoli. Si resta non rivestiti dell'uomo nuovo, ma si segue ancora la logica del mondo, passandosi la droga di un cameratismo elettivo e selettivo che produce, come ben si può registrare, malattie, infermità e, sì, anche morti.

Impossibile toccare questa carne [del fratello] senza toccare l'altra [la carne del Cristo], che ha fatto di essa una carne. Impossibile colpire uno senza colpire il Cristo. Lo dice lui stesso: «Quello che fate al più piccolo dei vostri fratelli, lo fate a. me» (Matteo 25, 35). Non si tratta di una metafora. La frase non vuol dire che quello che fate a uno dei vostri fratelli è come se lo faceste a me. Nel cristianesimo non ci sono metafore, niente che sia dell'ordine del «come se».

(M. Henry, lo sono la verità. Per una filosofia del cristianesimo)

Quale responsabilità! Tu, toccato dalla mano del Signore e mondato dalla lebbra che ti escludeva dal mondo della vita autentica e che ti sformava corpo e cuore in un disfacimento a stento camuffato (Marco l, 40-45), tu ora sai bene che è impossibile toccare la carne del tuo fratello (carne sempre in qualche modo piagata dalla lebbra...) senza toccare la carne del Signore. Non c'è modo di evadere dalla responsabilità prospettata da Gesù che non sia simulazione e ipocrisia.

Tu cammini all'ombra di questa parola che ammonisce; parola che amorevolmente ti ammaestra circa il modo evangelico di godere della comunione con il Signore. «Quello che fate al più piccolo dei vostri fratelli, lo fate a me» (Matteo 25, 35). Se tocchi con premurosa dedizione la carne del tuo fratello, se la onori con il profumo della carità, tu tocchi con affetto la carne del Signore: la onori come splendore di Dio.

Ma se eviti di toccare la carne del tuo fratello (con il senso profondissimo di prossimità che sta nel toccare!), tu eviti di toccare la carne del Signore. Se tocchi la carne dell'altro non nel modo della benevolenza che monda e ricrea, ma nel modo dell'offesa, dello sfruttamento, dell'abuso, tu tocchi nello stesso modo la carne del Signore. E la comunione di te con il Signore sarà miseramente simulata, risucchiata nell'ipocrisia di chi stende la mano e tocca magari un'ostia consacrata, ritraendo però la stessa mano e scansando il corpo, sempre un po' implorante, dell'altro; ...0 stendendo la mano e toccando malamente questo corpo del fratello. Che non è «come il corpo del Signore»; è il corpo del Signore!

Davanti all'Ultima Cena

La mano destra di Gesù sulla tavola nell'atto di afferrare il pane; l'altra, sempre sulla tavola, ben evidente, protesa e spalancata nel gesto dell'offerta generosa. Lì, sempre sulla tavola, in una prossimità sconcertante, la mano sinistra di Giuda, pure essa nell'atto di afferrare il pane. E, come per Gesù, è l'altra mano a illustrare il senso di quel gesto: tant'è che, quasi nascosta, come ritratta in un istinto di vergogna, la "mano destra di Giuda si stringe in forma di pugno intorno al sacchetto dei soldi, figura dell'egoismo che non sopporta l'inedita rivelazione di Dio fatta da Gesù. Nel gesto del prendere, spezzare e offrire il pane, Gesù compie il dono di sé in vista della salvezza di tutti: lì si compie il desiderio di Dio, Padre suo e Padre nostro. Umanità che in modo singolare si affida a lui dando il corpo per tutti. La genialità di Leonardo ha fissato così la memoria dell'Ultima Cena: movenze di mani, giochi di sguardi, flussi di affetti... tutto raccolto nell'intenzione di Gesù di realizzare l'alleanza nuova, la comunione degli uomini con il Padre dell'amore eterno.

Che bella la comunità cristiana che considera la qualità del suo desiderio di lasciarsi edificare dall'Eucaristia e non da qualcos'altro! La comunità che ascolta l'esortazione dell'apostolo e onora l'attesa del piccolo e del povero riconosce, lieta e grata, che davvero la buona celebrazione dell'Eucaristia fa germogliare un'umanità nuova, la Chiesa, dove le mani conoscono le traiettorie premurose delle mani di Gesù che guariscono da ogni infermità e condividono il pane, dove gli sguardi acquistano la luminosità della tenerezza risoluta di Gesù che promuove e consola, corregge e perdona, dove la danza lieve e tenace degli affetti ridisegna i contorni della incondizionata carità di Gesù.

Ogni comunità cristiana confessa che solo nel nome di lui c'è salvezza, che senza il venire del Figlio benedetto e obbediente non ci sarebbe l'umanità nuova della Chiesa e di ogni cuore che, anche fuori dei confini della Chiesa, ripresenta lo spettacolo dell'amore di Gesù.

Anzi, con il disincanto degli umili, la comunità cristiana avverte che anche al suo interno si insinuano e permangono cattive abitudini, «un poco» distanti dalla limpidissima testimonianza di Gesù: mani che, proprio su quella tavola, cocciutamente e avidamente si chiudono nella affannata rincorsa del potere di ogni tipo; sguardi che, miopi e altezzosi, sembrano soddisfatti solo nel denunciare e biasimare il peccato e la stoltezza altrui; affetti che, invece di danzare nell'apertura cordiale e appassionata dell'ospitalità e della missione, si rattrappiscono nei circoli miseri di una specie di soap opera ecclesiastica. Corpi sempre più trattenuti; non più offerti.

Allora la gratitudine, forma per eccellenza della vita e della preghiera cristiana, si fa invocazione: che la Chiesa si lasci fare e rinnovare dall'Eucaristia con sempre più decisa docilità; «portando in giro» lo spettacolo della carità, unico modo sensato di attendere la venuta del Signore e di sperare la comunione senza fine e senza travaglio con lui.

Vestiti a festa, per sempre

Poco sapere ma molta gioia

Tale è il premio dei mortali.

 

(F. Hòlderlin, Le liriche)

Tra le domande serissime che arrivano a Paolo da Corinto, ve n'è una che ormai pochi si sognerebbero di rivolgere a un annunciatore del Vangelo: in che modo risorgono i morti? La domanda spiazza anche noi, così ben accomodati in questa vita, raramente sfiorati dalle parole sulla risurrezione dei corpi, soprattutto timorosi nel mettere in conto la morte. Quanto è presente e quanto è incisiva nella nostra vita di fede la prospettiva del futuro? «Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell'attesa della tua venuta»: il mistero della fede è custodito per intero? Oppure la prospettiva si è fatta angusta, limitata al presente, l'attesa si è affievolita, la speranza della gioia eterna si è attenuata ed è stata come consumata dal cumulo degli impegni quotidiani in cui si svolge la partecipazione a Gesù?

A Corinto non sono pochi quelli che si lasciano attrarre da un cristianesimo entusiastico: siamo già risorti con Cristo, quindi siamo liberi in tutto, e in tutto seguiamo le ispirazioni più fantasiose, anche se queste non sempre immettono in una vera conformità a Gesù e nella sua carità. Insomma, per loro la risurrezione è già avvenuta nella loro esperienza carismatica e nella loro sapienza illuminata: pare di assistere a uno svuotamento totale del futuro, tutto assorbito nel presente. Non c'è da attendersi alcuna novità per il «dopo»: «... hanno deviato dalla verità sostenendo che la risurrezione è già avvenuta» (2 Timoteo 2, 18). Paolo vuole ammonire i Corinti: guardate che se non sperate nella risurrezione di quelli che muoiono, vuol dire che non credete nella risurrezione di Gesù Cristo.

Così, dopo aver ribadito che i morti risorgono, che la vita con Cristo è protesa verso un futuro di gloria dove anche l'ultimo nemico, la morte, sarà annientato, Paolo passa ad affrontare questo interrogativo (1 Corinzi 15, 35-58): in che modo risorgono i morti? Con quale corpo verranno? E comincia col dire che tra l'estremo del «corpo terrestre» e l'estremo del «corpo celeste» vi è non una pacifica evoluzione, ma una rottura drammatica. Tra il semplice seme e la pianta rigogliosa sta, inesorabile, la morte del seme; c'è insomma un «venir meno» del corpo e una ri-creazione da parte di Dio. E tu - mette in guardia Paolo - tu non puoi disporre dell'opera di Dio; piuttosto, gioisci semplicemente di questo corpo che senti e che vedi, corpo che Dio dispone per te. Gioisci di questo corpo terrestre che è stato rivestito della carità di Gesù; e in questa gioia attendi, fiducioso e operoso, il futuro di gloria, senza ombre né lacrime.

Va sospesa dunque l'immaginazione presuntuosa che pretende di raffigurare ciò che è indisponibile alle nostre menti: sei così preso a rivestire il tuo corpo terrestre della carità di Gesù che non perdi tempo a inseguire domande alienanti circa il corpo glorioso.

Invece si tratta di considerare con affetto la via che conduce alla «vita per sempre»; la via, vivendo e morendo nella quale, erediti la gloria. La via non è quella del primo Adamo; non è l'uomo vecchio che è preda della morte e della sua arma (il peccato), non è l'uomo che è schiavo del peccato e della sua forza (la legge), l'uomo insomma che diffida di Dio... La via invece è quella del nuovo Adamo; l'uomo celeste, l'uomo che è «spirito datore di vita», l'uomo che ha sottomesso la morte e l'ha ingoiata, l'ha vinta; l'uomo insomma che si affida a Dio...

Non si deve dunque immaginare il corpo glorioso a partire dal corpo terrestre; bisogna piuttosto re-inventare il corpo terrestre a partire dalla memoria affettuosa del corpo del nuovo Adamo che è Gesù Cristo. «La carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio»; il corpo che si corrompe nella logica del mondo e resta come rattrappito nella forma dell'idolatria e dell'egoismo non può condurre alla condizione gloriosa.

Ci vuole un ri-vestimento: la conversione proprio di quel corpo terrestre che viene al mondo già pronto a vestirsi con le foglie di fico, come Adamo. Il corpo che si lascia rivestire della veste nuziale per partecipare alla festa del corpo e del sangue di Gesù: questo corpo risorgerà. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Giovanni 6, 54). Risorgerà ogni corpo che nel suo stare al mondo avrà in qualche modo ripresentato le movenze del corpo di Gesù. Vivrà per sempre nella gioia di Dio ogni corpo che avrà assimilato, come sostanzioso nutrimento, la forma del corpo di Gesù: il dono, la comunione.

Il corpo incorruttibile, il corpo glorioso che mai più potrà corrompersi, non sappiamo come sarà. Non perdiamo tempo, il nostro tempo, a farcene delle immagini: il corpo glorioso sfugge a ogni immaginazione e a ogni previsione, come del resto il corpo risorto del Signore che si offriva sempre imprendibile ai discepoli e alle donne. Cosa hanno ricordato, discepoli e donne, di quegli incontri insperati? Quali segni, quali tratti di quella gloria si sono impressi nella loro memoria e nei loro corpi? Segni e tratti che identificassero quella gloria che veniva a visi tarli e ad attrarli? Cosa hanno ricordato se non quelle mani e quei piedi, quel costato, quel pane spezzato, quel mangiare insieme?

I segni dell'amore e dell'amore crocifisso identificano il corpo della gloria di Dio. Non cercarne altri, non immaginarne altri. E quindi con quale corpo verranno i morti che risorgono nella comunione con Gesù? Non lo sappiamo. Questo solo sappiamo: che senz'altro avrà la forma del corpo dell'uomo spirituale, dell'Uomo pienamente docile allo Spirito, Gesù. Avrà la forma del dono, della condivisione, della comunione, per sempre. Ecco come risorgono i morti, ecco con quale corpo essi verranno. Che si intravveda questa forma gloriosa nel corpo nuovo di quanti stanno alla mensa del Signore; vestiti a festa. La festa che è già cominciata...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

X

La fede di Maria

 

Qui se' a noi meridiana face

di caritate, e giuso, in tra' mortali,

se' di speranza fontana vivace.

Donna, se' tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar sanz'ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al dimandar precorre.

Dante Alighieri

 

Maria di Màgdala ci aveva prestato la voce, all'inizio. Ora, alla fine, viene a prenderci la Madre, generosa, grembo ospitale che porta sempre tutti quelli che cercano il Figlio. Lei, icona di tutte le madri, speranza di tutti i grembi che generano un figlio... e la sua morte. Lei vive tutto lo sgomento delle madri, e tutto lo illumina con la fede che resiste nella notte:

E quale bellezza malinconica nelle donne, quand'erano gravide e si reggevano in piedi, e nel loro grosso ventre, su cui giacevano d'istinto le mani esili, c'erano due frutti: un bambino e una morte. Il loro sorriso denso e quasi nutriente nel volto svuotato non scaturiva forse dal loro capire, talvolta, che i due frutti crescevano insieme?

(R.-M. Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge)

Come quella di tutte le madri la bellezza malinconica del suo corpo offerto, a favore di tutte le madri l'umile risolutezza del suo affidarsi a Dio. La Madre viene a prenderci e ci rivela di quel mattino di Pasqua; di come visse la sua fede provata. È soltanto una minuta confidenza materna, quasi la pagina di un Vangelo apocrifo; ricorda come quel giorno, in casa del discepolo prediletto dal Figlio, la sua fede visse proprio nel muoversi del corpo. Lo sapeva - e forse quel giorno soltanto questo sapeva, non altro - che l'affidamento al Padre e al suo implacabile generare prende forma nel confidare il corpo: come il Figlio.

Quel giorno, senza aver visto il Figlio risorto, con il cuore trapassato dall'aver visto e sentito il Figlio che se ne andava in quel modo, si avviò dunque per una nuova visitazione a Elisabetta; così, per rinnovare i passi della carità, lasciandosi sospingere dalla melodia non svanita dei giorni dell'annuncio dell'angelo. Si incamminò, quel mattino di Pasqua, verso quella prossimità che è il nome di Dio, Padre fedele del Figlio.

In quel cammino pensoso e mite, esattamente nella ripetizione di quel gesto antico, la Madre incontra un corpo amico: Maria di Màgdala. Nessuna parola; lo sguardo, l'abbraccio a confidarsi una gioia: la gioia di chi aveva visto, la gioia di chi aveva creduto. Non vi fu indugio. La decisione del cammino da Elisabetta non svanì nella magica euforia di un'estasi: semplicemente il cammino si fece danza. E ti invita. La fantasia del racconto è mia, l'invito è suo, della Madre.

* * *

Volevo tornare a Nazareth... se non fosse stato per quelle sue ultime parole: «Donna, ecco tuo figlio». Parole pesanti di una sapienza troppo alta, giogo di una responsabilità non conclusa, quella di essere madre, ancora. .. E quel modo dolcemente fermo di chiamarmi «Donna», quasi a ricordare una distanza che già, quel giorno delle nozze, aveva ospitato l'apparire della sua gloria: «Che ho da fare con te, donna?». Parole violentemente portate da quel respiro che sulla croce aveva il nome dell'abbandono o, forse, la tinta luminosa dell'abbraccio eterno: parole che soccorrevano quelle sue mani ormai stanche ed esangui – le mie ancor di più... – a indicare per me una dimora nuova: «Ecco tua madre! ». Sollievo inadeguato a un dolore che reclamava, sperandola, ben altra compassione. Eppure, e lo sapevo bene mi era giunta voce – mi consegnava a una dimora carica di promesse; e lui, il discepolo, mi prese con sé nella sua casa, lui che aveva raccolto il segreto del Suo Cuore... lui che era rimasto e, rimanendo, vedeva come l'invisibile, attratto da un'impensabile predilezione, da ascoltare, da contemplare, da. .. sì, da toccare.

Come dire, inquieta interrogavo il cielo muto; dopo molte stagioni, mi domandavo ancora che senso avesse un tale saluto: questa volta neanche l'ombra fugace di un angelo. Solo quella della croce e il volto sempre dolce e mansueto di chi mi rammentava di aver chinato il capo sul Suo Cuore; e di come ne avesse percepito l'eco palpitante della parola eterna. Strano modo di farmi pervenire quel «Non temere!» che da quel giorno lontano irrompeva senza sosta a rischiarare la fatica di essere madre «così». «Non temere!» mi ripeteva lui, il discepolo, primo acerbo frutto di un grembo non mio, sentinella vigile di un giorno che mai declinava. «Non temere!» sussurrava al mio cuore piagato, come a provocare una suggestione; di più, il ravvivarsi di una preghiera assediata dal dolore: «Nel tuo amore, mia stabile dimora».

Volevo tornare a Nazareth... ed ecco che il mio capo si flette, lieve e docile, accarezzato da un soffio cordiale, quasi a raccontare di un'amorevole comprensione che non conosceva il rimprovero o la stizza per lo spettacolo di quel morire del «figlio»: il dolore sì, lo conosceva. Ed ecco che le mani vanno a intrecciarsi, umide e pallide, sul grembo già un tempo visitato: come se prevedessero, lì quando mi veniva tolto il «figlio», il dono d'altri figli, l'onere di altre generazioni, ed accompagnassero il travaglio incipiente di un parto che già si annunciava. Sì, altri figli, come lui, come allora; sorpresa da quell'ultimo sospiro che scendeva dall'alto, visitata da una potenza - ma come potevo chiamarla così allora? - che stendeva su di me la sua ombra, dalla croce. Avrei concepito ancora?

Volevo tornare a Nazareth... e stavo e andavo nella casa di lui. Lui, il discepolo, che sapeva dove sempre il «figlio» aveva abitato, lui che pareva scorgere nell'alto di quella croce l'ultima dimora del «figlio». Presso di lui pensavo, pensavo a quel mio capo, riguardavo a quelle mie mani, presagio di un'attesa da proseguire, invito a non disperare; soprattutto limpida icona di passi da muovere. Vi era da riscrivere una storia; volevo procedere in questa ripetizione.

 

Lì, mi dicevo convinta, lì, soltanto lì, nel disegnare di nuovo le movenze di quei giorni benedetti dalla misericordia dell'Eterno, potevo intendere il senso di quel saluto crocifisso; le movenze di quella mia voce bambina che sussurrava «Eccomi...», le movenze di una giovinezza svezzata che, sempre pronta a ogni cenno dell'Eterno, risoluta correva, guidata da una gioia che smorzava il timore della solitudine e del viaggio per le montagne.

Pensavo, pensavo che anche allora l'angelo era partito: irrimediabilmente partito. Quella partenza era stata la fine di ogni possibile suggestione: la festa dell'abbraccio aveva lasciato il posto alla ferialità del ricordo; all'allegrezza dell'incontro erano subentrati, per rimanerci, il travaglio della memoria e la pazienza dell'attesa. Come allora: così ora rimanevo, l'angelo ormai partito; l'angelo, e anche il «figlio»... Rimanevo nel silenzio della sua parola: «Tu sarai madre» e delle mie mani che tratteggiavano il mio «Eccomi». Custodivo la memoria del loro fantasioso avvinghiarsi. Pareva una cella per il mio cuore: ore ed ore, nella notte della storia, nel fuoco dell'attesa.

Fu allora che mi sovvenne, luce chiara come il volto di chi mi narrava del Suo amore: se v'era da riscrivere la storia di quell'incontro, se v'era da procedere per potersi stupire della verità di un preludio, se l'intuizione ricevuta all'ombra torrida della croce non andava interrotta... dovevo andare, dovevo tornare: ma non a Nazareth.

Dovevo tornare da Elisabetta, come allora, rintracciando forse cocciutamente una melodia che mi aveva convinto a danzare nel tempo dell'assenza dell'angelo e della pazienza degli uomini. Da lontano giungeva fioco e promettente il ricordo di quella melodia che aveva scandito il canto della mia corsa decisa da Elisabetta e il canto del mio grato benedire l'Eterno: su quella melodia avevo danzato senza impaccio il mio premuroso andare ed il mio pacificante dimorare.

Dovevo tornare da Elisabetta: partire, il mattino seguente, dopo quel sabato oscuro come gli inferi, solcato dal raggio che tenue filtrava nella nuova dimora cui ero stata affidata; partire lasciando mi suggerire la bontà del cammino dalla luce ancora fredda dell'aurora che anticipa la visita sperata e temuta del sole che sorge. Avevo concepito così, nel risentire quelle sue parole che avevano trafitto il mio cuore turbato: «Ecco tuo figlio»; per quelle mie mani inavvertitamente adagiate sul grembo a proteggere un nuovo frutto: avevo concepito così.

Mi misi in viaggio, verso la terra dell'esilio dei miei padri: sapevo che questa volta il cammino era più breve, come se l'Eterno avesse provvidenzialmente preso cura di un'età moltiplicata e di un cuore appesantito oltreché vilipeso. Andavo per ripetere una storia; la certezza di chinarmi su una donna piagata dagli anni e dal loro inarrestabile supplizio. Anche per lei lo strazio di un figlio ingoiato dal folle potere degli uomini; in me la segreta disposizione a condividere con lei il pianto fiducioso dei poveri che dominano il tempo e i suoi drammi inesorabili; la previsione esitante di poterle ancora partecipare la mia benedizione dell'Eterno che un giorno, come per alleviarle la fatica del grembo pesante, le avevo fatto ascoltare: l'avrei sillabata, quella mia benedizione, come per i bambini che imparano la legge. Perché il mondo - mi ripetevo - è sospeso sul respiro dei bambini che studiano e dei vecchi che muoiono e delle "donne che generano e... lo voglia il Cielo, sì, lo voglia davvero il Cielo, sul respiro di un «figlio» che se ne è andato così.

Andavo e, intanto, il capo chino a scrutare la terra e le mani a cercare di ricomporre il velo irrequieto, rincorrevo nella sua originaria bellezza quel benedire dell'anima mia: timorosa che il tormento ne violasse l'integrità invece di preservarne la cristallina sapienza. Andavo così: attendendo come allora.

Andavo a visitare una donna torchiata come me dalla cattiveria che sfinisce; avrebbe !'impatto di due cuori così sfigurati mutato il turbamento della morte nel risveglio rigoglioso della gioia? Andavo comunque a visitare, impercettibilmente complice del commuoversi dell'Eterno che visita; non potevo che attendere così l'operare dell'Eterno, attendendo all'opera dell'Eterno che si approssima e non tarda.

Andavo, stentando a ricomporre, oltre al 'velo, la benedizione che quel giorno avevo cantato: «L'anima mia ti magnifica, Signore... ». Come contemplare senza finzioni quell'opera dell'Eterno che ancora non vedevo, che, anzi, pareva inesorabilmente infranta? Come ridire ora senza mentire che l'Eterno rimanda i ricchi a mani vuote, che ricolma di beni gli affamati, che innalza gli umili? Come guardare a una storia che sembrava aver smarrito d'un tratto i colori dell'eternità? Bastava una preghiera per ritrovarli, come d'incanto? Non sarei così forse evasa dal tempo nostro, nauseata dai cattivi odori di questa storia, illudendomi nel detestare la colpa dei miei fratelli e vagheggiando, stordita, l'amore di un Dio improvvisamente silenzioso? Come potevo confessare il nome santo dell'Eterno in questa terra d'esilio - che dico? - in questa terra che si esiliava stoltamente dalla Sua misericordia... irriconoscente e dura? Come potevo andare ancora dimorando nell'amore, quando l'angelo era ormai partito... e anche il «figlio»?

Andavo così, dispersa nei frammenti di mille domande, inquieta per l'assedio di pensieri che destavano qualcosa che avrei detto «malinconia»: turbine di ansie, grida, lamenti, appelli... e in lontananza il rantolare della speranza dei Suoi. Fu allora che fui distratta dall'approssimarsi di un respiro affannato, concitato, quasi del tutto sommerso dal rumore dei sassi smossi sulla strada: si sarebbe detto il correre ansimante, impetuoso di una donna - ora potevo scorgerla bene, era una donna - inseguita da fantasmi mai svaniti o attratta perdutamente da un amore. Correva senza vedere - certo, poi seppi che aveva visto Tutto -, incurante dei distratti viandanti che incrociava sulla via.

Fu un attimo. Ebbi solo il tempo di distinguere quei suoi occhi inconfondibili, abituati un tempo al duro mestiere della seduzione e al prezzo umiliante della sottomissione, feriti da mille sguardi rapaci, pervasi da un'intensità irresistibile: specchio terso di un amore finalmente senza ricatti. Erano, i suoi occhi, testimoni di disordini paralizzanti, spettatori di teorie estenuanti di egoismi e prevaricazioni: occhi poi rapiti da uno splendore inedito, appassionati a bagnare la carne del «figlio», a seguirlo, inesausti e imploranti, là presso la croce con me e con il prediletto di Lui. Era ancora più bella in quel suo incedere irruente che tradiva una giovinezza non ancora sfiorita. Era lei; e fu un attimo. Alzai il braccio, disperando di fermarla, la chiamai; mi passò oltre, giusto il tempo di arrestarsi, di voltarsi...

E mi raggiunse senza lasciarmi il tempo di proferir parola; soltanto riuscii a incrociare il suo sguardo prima di essere nascosta in un abbraccio che cominciò a risuonare di note mai conosciute. Oltre le parole confidava, nella foga incantevole di quegli istanti, lei donna a me donna, della vita udita, veduta, toccata; oltre le parole, perché la nostra carne di donne era addestrata a vedere e a sentire la vita, ad anticiparla quasi in soavità e dolcezza; la nostra carne, così affine alla terra da cui germoglia la verità, come canta il mio popolo.

L'abbraccio tutto confidava: mi teneva così, diffondendo in me l'amore di quel «figlio» che più non poteva essere tenuto così. Si confondevano le sue lacrime con le mie e nulla le chiedevo perché tutto quell'abbraccio confidava. Non perché non sapeva, ma perché aveva visto ed era stata amata, e mandata: per questo ora piangeva. Nelle sue mani come un fiore che si apriva nel profumo verdeggiante dell'offerta; nei suoi occhi come un riflesso limpidissimo che brillava di una sapienza senza confini; sul suo volto un sorriso che varcava la soglia arcana dell'amore; dentro il suo cuore il palpito generoso della speranza compiuta e un nuovo coraggio a tracciare i suoi sentieri. Aveva visto con i suoi occhi la carne finalmente gloriosa del «figlio»: aveva visto e ora andava.

Non disse niente; nemmeno quando feci come per seguirla. Credo che neppure se ne sia accorta. Aveva ripreso la corsa verso la città; andava, andava correndo per il vigore di quella parola appena udita, per la bellezza di quel «figlio» che avrebbe tenuto soltanto così, andando; andava nell'ebbrezza seria ed esaltante della visione cercata all'ombra della disperazione, sospirata presso i tanti sepolcri abbandonati dagli uomini.

Per un istante fui tentata di rimettermi con lei sulla strada di casa; ma lei correva, mi dissi, e il corpo stanco e saggio mi dissuase. Piuttosto, e fu l'illuminazione che allietò da quel giorno l'appassire dei miei anni, v'era una storia da continuare; v'era una visitazione da compiere. Anch'io, la madre Sua, avevo visto Tutto in quell'abbraccio; anch'io andavo, ora, avendo visto, udito, toccato. Andavo dimorando, il passo leggero e frettoloso a dispetto dell'età, la bocca schiusa incredibilmente a cantare, non più a sillabare, di una misericordia che aveva innalzato l'Umile; le mani irrobustite, pronte a sollevare le membra prosciugate della donna, Elisabetta, che salutava la scena drammatica del mondo. Dovevo procedere: semplicemente, da Elisabetta.

Andavo; dimorando in quella gioia implacabile del Cielo confidatami da colei che aveva visto e udito e toccato e forse stava ancora correndo, o forse stava già raccontando, seducente, capace di parlare al cuore, con quei suoi occhi che sigillavano il venire della sua storia di donna e l'andare glorioso del «figlio».

Andavo, rallegrata dalla gioia del Cielo e dei suoi angeli santi; andavo io, la madre, a visitare una madre. Non avrei intravisto questa volta l'agitarsi di un bimbo in quel grembo contratto dal pianto pressoché ininterrotto; sapevo però - sì, sapevo bene - la verità del mio benedire l'Eterno e del mio essere da lei benedetta. Avrebbe compreso, Elisabetta, già prima di scorgermi, quando nelle vecchie mura paterne il canto del mio camminare precedette il mio entrare. Quella sera riuscì a cantare anche lei, in un ultimo sussulto che la portava, stupita e grata, a lodare per sempre e senza più lacrime l'amore dell'Eterno... nostra stabile dimora perché dimora eterna del «figlio» benedetto.

 

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