Lo ‘straordinario’ della vita cristiana

Le beatitudini

Gesù sulle pendici di un monte, il popolo, i discepoli. Il popolo vede: Gesù con i discepoli che si sono avvicinati a lui. I discepoli - essi stessi - sino a poco tempo prima facevano completamente parte della massa del popolo. Erano come tutti gli altri. Poi li raggiunse la chiamata di Gesù; abbandonarono tutto e lo seguirono. Da allora appartengono completamente a Gesù. Ora vanno con lui, vivono con lui, lo seguono dovunque egli li conduce. A loro è accaduto qualcosa che non è accaduta agli altri. È un fatto estremamente inquietante, scandaloso quello che il popolo vede qui con i suoi occhi. I discepoli vedono: il popolo dal quale provengono, le pecore perdute della casa di Israele. È la comunità chiamata da Dio.  È la chiesa di popolo. Quando essi furono, dalla chiamata di Gesù, scelti in mezzo a questo popolo, essi fecero quello che era naturale e necessario per le pecore perdute della casa di Israele: seguirono la voce del buon pastore, perché conoscevano la sua voce. Essi, proprio seguendo questa via, appartengono a questo popolo, vivranno in mezzo a questo popolo, entreranno in mezzo a questo popolo e gli annunzieranno la chiamata di Gesù e la gloria del cammino al suo seguito. Ma quale sarà la fine? Gesù vede: i suoi discepoli. Sono venuti apertamente dal popolo a lui. Egli li ha chiamati a uno a uno. Alla sua chiamata essi hanno rinunciato a tutto. Ora vivono soffrendo indigenza e privazioni; sono i più poveri tra i poveri, i più tentati tra gli esposti alla tentazione, i più affamati tra gli affamati. Hanno solo lui. E, con lui, nel mondo non hanno nulla, proprio nulla. Ma presso Dio hanno tutto. Egli ha trovato una piccola comunità, e ne cerca una grande quando guarda il popolo. Discepoli e popolo formano un tutt’uno; i discepoli saranno i suoi messaggeri, essi troveranno pure, qua e là, degli uditori e dei credenti. Eppure, tra loro e il popolo regnerà inimicizia fino alla fine. Tutta l’ira contro Dio e la sua Parola ricadrà sui suoi discepoli ed essi saranno respinti assieme a lui. La croce è in vista. Cristo, i discepoli, il popolo: ecco tutto il quadro della passione di Gesù e della sua comunità[1].

Perciò: beati! Gesù parla ai suoi discepoli (cfr. Lc. 6,20 ss.). Parla a coloro che già si sono posti sotto la potenza della sua chiamata. Questa chiamata li ha resi poveri, tentati, affamati. Egli li dichiara beati, non per le loro privazioni o la loro rinuncia. Né povertà né rinuncia sono per se stesse in qualche modo motivo della proclamazione di beatitudine. Solo la chiamata e la promessa, per cui i suoi seguaci vivono in mezzo a privazioni e a rinunce, è motivo sufficiente. L’osservazione,che in qualcheduna delle beatitudini si parla di privazione, in altre di cosciente rinuncia, cioè di particolari virtù dei discepoli, non ha importanza. Privazione obiettiva e rinuncia personale hanno la loro ragione comune nella chiamata e nella promessa di Cristo. Nessuna delle due ha, per se stessa, valore o diritto[2].

Gesù chiama beati i suoi discepoli. Il popolo l’ode ed esterrefatto è testimone di ciò che accade. Ciò che, secondo la promessa di Dio, appartiene a tutto il popolo di Israele qui tocca alla piccola comunità di discepoli scelti da Gesù. «Di loro è il regno dei cieli». Ma i discepoli e il popolo sono una cosa sola per il fatto che sono tutti comunità chiamata da Dio. Le beatitudini di Gesù dovranno portare tutti alla decisione e alla salvezza. Tutti sono chiamati a essere ciò che in realtà sono. I discepoli vengono proclamati beati a causa della chiamata di Gesù, alla quale hanno risposto. Tutto il popolo di Dio viene chiamato beato per la promessa a lui diretta. Ma il popolo di Dio afferrerà la promessa credendo a Gesù Cristo e alla sua Parola o si separerà, non credendo, da Cristo e dalla sua comunità? Ecco la domanda che resta aperta.

«Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli». I discepoli subiscono privazioni in tutti i campi. Sono semplicemente dei ‘poveri’ (Lc. 6,20). Non hanno sicurezza, non beni da chiamare propri, non un pezzo di terra da chiamare patria, nessuna comunità terrena a cui appartenere completamente. Ma non hanno neppure una propria forza spirituale, una propria esperienza, una propria sapienza alla quale richiamarsi, con la quale consolarsi. Hanno perso tutto questo per amore di Gesù. Quando si incamminarono dietro a lui, persero pure se stessi e così anche tutto ciò che avrebbe potuto ancora arricchirli. Ora sono poveri, così inesperti, così stolti da non avere più nulla in cui sperare tranne colui che li ha chiamati. Gesù conosce anche quegli altri, i rappresentanti e i predicatori della religione di popolo, questi potenti, rispettati, che stanno ben fondati in terra, radicati nel carattere nazionale, nello spirito del tempo, nella religiosità popolare. Non sono, però, questi, ma solo i suoi discepoli che Gesù chiama «beati, perché di loro è il regno dei cieli». Il regno dei cieli viene per quelli che, per amore di Gesù, vivono semplicemente «in privazioni e rinunce». In mezzo alla loro povertà essi sono gli eredi del regno celeste. Essi hanno il loro tesoro profondamente nascosto, lo hanno sulla croce. Il regno dei cieli è loro promesso in gloria visibile, ed è già donato a loro nella perfetta povertà della croce.

Qui le beatitudini di Gesù si distinguono radicalmente dalla loro caricatura in forma di programmazione politico-sociale. Anche l’anticristo chiama beati i poveri, ma non lo fa per amore della croce, nella quale è insita e beata ogni povertà, ma lo fa appunto per allontanare dalla croce mediante ideologie politico-sociali. Egli può chiamare cristiana questa ideologia, eppure proprio perciò diviene nemico di Cristo.

«Beati gli afflitti, perché saranno consolati». Con ogni ulteriore beatitudine la frattura fra discepoli e popolo diviene maggiore. La schiera dei discepoli viene chiamata fuori in forma sempre più visibile. Gli afflitti sono appunto quelli che sono pronti a vivere rinunciando a ciò che il mondo chiama felicità e pace, quelli che non possono essere accordati allo stesso tono del mondo, che non possono adeguarsi al mondo. Sono afflitti a causa del mondo, della sua colpa, del suo destino e della sua felicità. Il mondo festeggia e loro se ne stanno in disparte; il mondo grida: «godete la vita», e loro sono afflitti. Vedono che la nave, sulla quale domina questa gioiosa festa, ha già una falla. Il mondo segue il progresso, la forza, il futuro; i discepoli sanno che la fine è vicina, che verrà il giudizio, che sta arrivando il regno dei cieli, per il quale il mondo è così poco adatto. Perciò i discepoli sono stranieri nel mondo, ospiti fastidiosi, disturbatori della tranquillità, e vengono respinti. Perché la comunità di Gesù deve restare esclusa da tante feste del popolo in mezzo al quale vive? Non capisce più gli altri uomini? Si è fatta prendere dall’odio e dal disprezzo per gli uomini? Nessuno comprende i suoi simili meglio della comunità di Gesù. Nessuno ama i suoi simili più dei discepoli di Gesù, appunto perciò sono esclusi. appunto perciò sono afflitti. È sintomatico e anche bello che Lutero traduca il vocabolo greco con: portare dolore. Infatti l’importanza sta nel ‘portare’. La comunità dei discepoli non si scuote di dosso il dolore come se non la toccasse per nulla, ma lo porta. E su questo si fonda la sua comunione con gli altri uomini. Contemporaneamente questo vocabolo dice che la comunità non cerca arbitrariamente il dolore, che non si ritira per un arbitrario disprezzo dal mondo, ma porta ciò che le viene imposto, ciò che le tocca per amore di Gesù Cristo, mentre lo segue. Ed infine, i discepoli non vengono piegati, logorati, amareggiati dal dolore, in modo da esserne spezzati. Anzi, portano il dolore loro imposto solo per la forza di colui che sulla croce porta tutto il dolore. Come «portatori di dolore» si trovano in comunione col Signore crocifisso. Vivono come stranieri sostenuti dalla forza di colui che era tanto straniero in terra che fu crocifisso. Questo fatto, o meglio quest’uomo è la loro consolazione, il loro consolatore (Lc. 2,15). La comunità degli stranieri trova consolazione nella croce, trova consolazione nel fatto che viene respinta al luogo dove il consolatore di Israele la attende. Essa trova la sua vera patria presso il Signore crocifisso, qui e in eterno.

«Beati i miti, perché possederanno la terra». Nessun diritto proprio protegge questa comunità di stranieri nel mondo. Non lo pretende nemmeno, perché i miti di cuore sono coloro che vivono rinunciando ad ogni proprio diritto per amore di Gesù Cristo. Se li si rimprovera tacciono, se si usa loro violenza la sopportano, se li si caccia cedono. Non fanno processi per difendere il proprio diritto, non fanno chiasso se subiscono ingiustizia. Non cercano il proprio diritto. Vogliono lasciare ogni diritto a Dio; non cupidi vindictae, diceva la chiesa antica. Ciò che piace al loro Signore deve piacere anche a loro. Solo questo. Ogni loro parola, ogni gesto manifesta che non appartengono a questa terra. «Lasciate loro il cielo», così dice pieno di compassione il mondo; «lì è il loro posto»[3]. Ma Gesù dice: «possederanno la terra». La terra appartiene a questi uomini senza diritti, impotenti. Quelli che ora la occupano con violenza e ingiustizia la perderanno; e quelli che qui hanno completamente rinunziato, che erano miti fino alla croce domineranno sulla nuova terra. Non si tratta qui di pensare ad una giustizia punitiva di Dio in terra (Calvino), ma quando il regno dei cieli sarà istaurato, la forma della terra sarà rinnovata e sarà la terra della comunità di Cristo. Dio non abbandona la terra. Egli l’ha creata. Ha mandato suo Figlio in terra. Ha edificato la sua comunità in terra. Così il regno incomincia già in questo tempo. Un segno è stato dato. Già qui agli impotenti è data una parte di terra, hanno la chiesa, la comunità, i loro beni, fratelli e sorelle - in mezzo alla persecuzione fino alla croce. Anche Golgota è un pezzo di terra. Da Golgota, dove il più mite morì, parte il rinnovamento della terra. Se viene il regno dei cieli, i miti possederanno la terra.

«Beati gli affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati». Chi segue Cristo non vive rinunciando solo al proprio diritto, ma persino rinunciando alla propria giustizia. Con le proprie azioni e con i propri sacrifici non si acquista nessuna gloria propria. Non si può ottenere giustizia se non essendone affamato e assetato; né giustizia propria né giustizia di Dio in terra; lo sguardo del seguace è sempre rivolto alla futura giustizia di Dio, ma non può crearla lui stesso. Chi segue Gesù sarà affamato e assetato durante il cammino. Desidera perdono dei peccati e totale rinnovamento della terra e perfetta giustizia di Dio. Ancora la maledizione copre la terra, ancora il peccato del mondo cade su di lui. Colui che egli segue deve morire maledetto sulla croce. Un disperato desiderio di giustizia è il suo ultimo grido: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Ma il discepolo non è al di sopra dei suo Maestro. Segue lui; è beato in questo cammino perché gli è stato promesso che sarà saziato. Otterrà giustizia, non solo a parole; sarà fisicamente saziato di giustizia. Mangerà il pane della vera vita nella futura Cena con il suo Signore. È beato per questo futuro pane; perché lo ha già qui presente. Colui che è il pane della vita è in mezzo ai suoi discepoli, in tutta la loro fame. Ecco la beatitudine dei peccatori.

«Beati i misericordiosi, perché a loro sarà fatta misericordia». Questi nulla tenenti, questi stranieri, questi impotenti, questi peccatori, questi seguaci di Cristo vivono con lui ora rinunciando anche alla propria dignità, poiché sono misericordiosi. Non si accontentano delle proprie difficoltà, delle proprie privazioni, ma partecipano pure alle difficoltà altrui, alla bassezza altrui, al peccato altrui. Hanno un amore irresistibile per i piccoli, gli ammalati, i miserabili, gli umiliati e oltraggiati, per quelli che subiscono ingiustizie, per gli esclusi, per tutti quelli che si tormentano e si preoccupano; cercano quelli che sono caduti nel peccato e nella colpa. Non c’è difficoltà troppo grave, peccato troppo terribile, perché la misericordia non li cerchi. Il misericordioso dona il proprio onore a chi si è macchiato di vergogna e prende su di sé la sua vergogna. Egli si fa trovare presso i pubblicani e i peccatori e subisce volontariamente il disonore della loro compagnia. Cede il massimo bene che un uomo possa avere, la propria dignità ed il proprio onore, ed è misericordioso. Conosce solo una dignità e un onore: la misericordia del Signore, della quale sola egli vive. Gesù non si vergognò dei suoi discepoli, divenne fratello degli uomini, portò la loro vergogna fino alla morte sulla croce. Questa è la misericordia di Gesù, della quale sola vogliono vivere quelli che sono legati a lui. La misericordia del Cristo crocifisso fa loro dimenticare ogni proprio onore e dignità e cercare solo la compagnia dei peccatori. E se anche sono coperti di vergogna sono pure beati. Perché sarà fatta loro misericordia. Dio si chinerà profondamente su di loro e prenderà su di sé i loro peccati e la loro vergogna. Dio darà loro il suo onore e lui stesso toglierà loro il loro disonore. Sarà l’onore di Dio a portare l’infamia dei peccatori e a rivestirli del suo onore. Beati i misericordiosi, perché hanno per Signore il Misericordioso.

«Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio». Chi è puro di cuore? Solo chi ha dato totalmente il suo cuore a Gesù, perché lui solo vi regni; chi non macchia il proprio cuore del proprio male, ma neppure del proprio bene. Il cuore puro è il cuore semplice del bambino, che non sa che cosa è bene e che cosa male, il cuore di Adamo prima della caduta, il cuore nel quale non domina la coscienza, ma solo la volontà di Gesù. Chi rinuncia alle proprie azioni buone e malvagie, al proprio cuore, chi vive così nel pentimento e resta unito solo a Gesù avrà un cuore puro per opera della Parola di Gesù. La purezza del cuore è qui il contrario di ogni purezza esteriore, di cui fa parte anche la purezza dei buoni sentimenti. Il cuore puro è puro dal bene e dal male, appartiene indiviso a Cristo, guarda solo a lui che precede. Vedrà Dio solo chi, in questa vita, ha guardato unicamente a Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Il suo cuore è libero da immagini che possano macchiarlo, non è trascinato or qui or lì dalla molteplicità dei propri desideri e delle proprie intenzioni. È tutto intento a guardare Dio. Vedrà Dio colui il cui cuore è divenuto specchio dell’immagine di Gesù Cristo.

«Beati quelli che s’adoprano alla pace, perché essi saranno chiamati figlioli di Dio». I seguaci di Cristo sono chiamati alla pace. Quando Gesù li chiamò essi trovarono la loro pace. Gesù è la loro pace. Ora non devono accontentarsi della loro pace, devono anche farla[4]. Questo vuol dire rinunciare a violenza e ribellione. Queste infatti non servono mai alla causa di Cristo. Il regno di Cristo è un regno di pace, e la comunità di Cristo si scambia il saluto di pace. I discepoli di Gesù mantengono la pace soffrendo loro stessi il male piuttosto di fame ad altri; conservano la comunione dove un altro la rompe, rinunciando all’auto affermazione e subiscono in silenzio odio e ingiustizia. Così vincono il male con il bene. Essi diffondono la pace divina in mezzo ad un mondo che si nutre di odio e di guerra. Ma la loro pace non sarà da nessuna parte maggiore che lì dove vanno incontro al malvagio offrendogli pace e sono pronti a subire del male da parte sua. I pacifici porteranno la croce con il loro Signore: infatti sulla croce fu conclusa la pace. Essendo così attirati nell’opera di pace di Cristo, chiamati a partecipare all’opera del Figlio di Dio, essi stessi saranno chiamati figli di Dio.

«Beati i perseguitati per cagione di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli». Non si parla qui della giustizia di Dio, ma della sofferenza per una causa giusta[5], per il giudizio e l’azione giusta dei discepoli di Gesù. Coloro che seguono Gesù rinunziando a beni terreni, a felicità, al diritto, alla giustizia, all’onore, alla violenza si distingueranno dal mondo nel giudizio e nell’azione, saranno di scandalo al mondo. Perciò i discepoli saranno perseguitati per cagione di giustizia. Il premio delle loro parole ed azioni non sarà riconoscenza, ma riprovazione da parte del mondo. È importante che Gesù chiami beati i suoi discepoli anche lì dove non soffrono direttamente per la testimonianza del suo nome, ma per una causa giusta. È loro rivolta la stessa promessa che ai poveri. Come perseguitati, infatti, sono uguali a questi.

Qui alla fine delle beatitudini sorge la domanda, quale luogo in terra resti ancora a una simile comunità. È chiaro che a loro resta solo un posto, cioè quello dove si trova il più povero, il più esposto alla tentazione, il più mite, la croce sul Golgota. La comunità delle beatitudini è la comunità del Cristo crocifisso. Con lui ha perso tutto e con lui ha trovato proprio tutto. Partendo dalla croce ora si dice: «beati, beati». Ma ora Gesù parla esclusivamente a quelli che possono comprenderlo, ai discepoli, perciò usa la seconda persona: «Beati voi, quando v’oltraggeranno e vi perseguiteranno e mentendo diranno male di voi per causa mia. Gioite ed esultate, perché molta è la vostra ricompensa nei cieli; così infatti perseguitarono i profeti prima di voi». «Per causa mia...» i discepoli vengono ripudiati, ma è Gesù stesso a essere colpito; tutto ricade su di lui, perché essi sono oltraggiati per cagione sua. Egli porta la colpa. L’oltraggio, la persecuzione fino alla morte, la maldicenza sigillano la beatitudine dei discepoli nella loro comunione con Gesù. Non può essere altrimenti, se non che il mondo si sfoghi con parole, violenza, calunnia contro lo straniero mite. Troppo minacciosa, troppo forte è la voce di questi poveri e miti, troppo paziente e silenziosa la loro sofferenza; troppo potentemente la schiera dei discepoli testimonia, mediante povertà e dolore, dell’ingiustizia del mondo. Questo deve essere punito con la morte. Mentre Gesù grida: «Beati, beati! », il mondo grida: «via! via!». Sì, via, ma dove? Nel regno dei cieli. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli. Ecco i poveri nella sala addobbata a festa. Dio stesso asciuga le lacrime versate dagli afflitti in esilio, sazia gli affamati con la sua Cena. I corpi feriti e martoriati ora sono trasfigurati, e al posto delle vesti del peccato e della penitenza portano le vesti bianche dell’eterna giustizia. Da questa eterna letizia già ora una voce giunge alla comunità dei seguaci sotto la croce, la voce di Gesù: «Beati, beati».



[1] La giustificazione esegetica di questa interpretazione sta nella espressione anoigen to stoma,  sulla quale già nell' esegesi della chiesa primitiva si attirava l'attenzione. Prima che Gesù inizi il suo discorso, passano alcuni minuti di silenzio.

[2] La costruzione di un contrasto tra Matteo e Luca non trova nessuna ragione nella Scrittura. Non si tratta di una spiritualizzazione, da parte di Matteo, delle beatitudini originali in Luca, né di una politicizzazione delle beatitudini da parte di Luca, dicendo che in origine si sarebbero solo riferite alla «disposizione d'animo». Né in Luca la ragione della beatitudine è la privazione, né in Matteo la rinunzia. In ambedue privazione e rinuncia, atteggiamento spirituale o politico, sono giustificate solo dalla chiamata e dalla promessa di Gesù, che solo fa delle beatitudini ciò che sono, e che è il solo fondamento della loro beatificazione. L'esegesi cattolica, a partire dai Clementini, ha voluto proclamare beatitudine la virtù della povertà pensando d'un canto alla paupertas voluntaria dei monaci, d'altro canto ad ogni povertà volontaria per amore di Cristo. In ambedue i casi l'errore consiste nel fatto che la ragione della beatitudine non viene ricercata solo nella chiamata e promessa di Gesù, ma in un comportamento umano.

[3] L'imperatore Giuliano nella sua 43ma lettera scriveva beffardamente, che confiscava i beni dei cristiani solo perché potessero entrare poveri nel regno dei cieli.

[4] Eirenopoioi ha un duplice senso: anche l'espressione 'pacifici' secondo l'interpretazione non deve essere presa solo in senso passivo. La traduzione inglese peacemakers (= facitori di pace) è unilaterale a causa di un molteplice attivismo cristiano frainteso.

[5] Attenzione alla mancanza di articolo!

 

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