Un'altra Economia

«Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: “Il vostro maestro non paga la tassa?”. Rispose: “Sì”. Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?”. Rispose: “Dagli estranei”. E Gesù replicò: “Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te”» (Mt 17,24-27).

 

Dunque, non dai figli ma dagli estranei si esigono le tasse. Per il fatto di non percepirsi famigliari gli uomini esigono il pagamento di tasse nelle religioni e negli stati sociali. L’estraneità nelle relazioni impedisce l’assunzione vera di un’altra economia da quella vigente, di un altro modo di condurre la “casa” comune, che tuttavia esiste, accordandosi, tra l’altro, a un modello di economia che può dirsi davvero cristiano.

Sappiamo infatti come agli inizi del cristianesimo molte comunità religiose presero come modello di vita «la primitiva comunità giudeo credente descritta da Luca negli Atti: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito ai singoli secondo il bisogno di ciascuno” (At 2, 44-45; 4, 34-35). Secondo questo modello gli apostoli erano divenuti gli amministratori dei beni comunitari[1]. Con il termine apostolo[2] gli evangelisti non indicano tanto un titolo quanto una funzione, che è appunto quella di essere inviato, messaggero per un determinato compito[3]. Gesù aveva chiamato i discepoli per inviarli “ad annunziare il regno di Dio” (Lc 9, 2) ed essere suoi testimoni “fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8); e aveva chiesto loro di “non prendere nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro” (Lc 9, 3) e di non stare con l’animo in ansia per il proprio sostentamento (Lc 12, 29), dando così prova di fidarsi completamente dell’assistenza di quel Padre che dona queste cose ai suoi in sovrabbondanza (Lc 12, 31). Ora questi discepoli si sono trasformati in sedentari amministratori della comunità ed esercitano un potere che viene unanimemente riconosciuto[4]. Gli inconvenienti di questo sistema economico emergono subito. Infatti, a Giuseppe, detto Barnaba, che vende i suoi averi consegnandoli ai piedi dei discepoli, l’evangelista contrappone una coppia, Anania e Saffira, che prudentemente consegna solo una parte del ricavato agli apostoli tenendo il resto per sé (At 5, 1-11). Nel preciso momento in cui si è ricorsi ad amministratori dei beni della comunità è iniziata l’ipocrisia e la finzione. Quella di Luca non è l’esaltazione di un modello, ma una severa critica dello stesso. La comunione di beni adottata dalla comunità giudeo-credente di Gerusalemme con la creazione di un’amministrazione centralizzata, fu un fallimento: due terzi della comunità (Anania e Safira contro Giuseppe Barnaba) ricorsero alla simulazione per sfuggire al controllo degli amministratori, portando così la comunità alla rovina. Se l’ideale, vantato dalla comunità di Gerusalemme, era che “la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (At 4, 32), la realtà mostrava un volto diverso. Di fatto in questa comunità emergeranno subito gravi ingiustizie che faranno sorgere “un malcontento fra gli Ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana” (At 6, 1). È evidente che non solo la comunione di beni non funzionava, ma ad esser emarginate erano proprio le categorie più deboli[5]. Da questi elementi l’evangelista fa già presagire la fame e la povertà che questa comunità dovrà patire (At 11, 28-29).

La comunità giudeo-credente di Gerusalemme, almeno inizialmente, ha mostrato di non aver compreso la radicalità assoluta che esige il messaggio del Cristo e si è conformata alle istituzioni religiose giudaiche, “godendo del favore di tutto il popolo” (At 2, 47). Quello di Luca non è un benemerito attestato alla comunità di Gerusalemme, ma una denuncia del suo comportamento. Questa comunità non gode del favore di Dio, ma di tutto il popolo, dimentica del monito di Gesù: “Ahi a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6, 26). Nonostante Gesù avesse dichiarato il Tempio “un covo di ladri” (Lc 19, 45) e ne avesse annunciato la totale distruzione (Lc 21, 5), la comunità giudeo-credente di Gerusalemme continua a crederlo un’istituzione ancora valida e seguita a frequentarlo[6]. È sorprendente leggere che di questa comunità fanno parte persino i farisei (At 15,5), pii osservanti che hanno considerato Gesù un bestemmiatore (Lc 5, 21.30), farisei che non sembrano minimamente sfiorati dalla novità portata da Gesù e continuano a imporre la circoncisione e altre pratiche religiose (At 15, 1.5). A Gerusalemme la Legge, che Gesù ha ignorato e trasgredito[7], viene ancora creduta valida, come dichiarerà Giacomo a Paolo: “Tu vedi, fratello, quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede e tutti sono osservanti della Legge” (At 21, 20). Ma c’è un’altra comunità, nata in terra pagana per opera di evangelizzatori provenienti dal mondo e dalla cultura greca, non vincolati dai nazionalismi dei discepoli di Gerusalemme, che “non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei” (At 11,19), i quali iniziano ad annunziare il vangelo anche ai pagani: “Alcuni di loro, cittadini di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunziando la buona notizia del Signore Gesù” (At 11, 20). E qui, in terra pagana, accade un fatto insperato: “E la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore” (At 11, 21). La “mano del Signore” è un segno di benedizione (At 4, 30; 11, 21), espressione dell’azione divina che accompagna e benedice l’attività degli evangelizzatori, e il risultato è che “ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani” (At 11, 26). Il Signore potenzia l’attività degli evangelizzatori perché questi realizzano il suo progetto d’amore universale dal quale nessuno è escluso. Luca contrappone due comunità, quella di Gerusalemme, legata alle istituzioni religiose giudaiche, e quella sorta in terra pagana, ad Antiòchia, dove i credenti, per la prima volta, non sono più considerati una delle tante sette giudaiche, ma qualcosa di nuovo: seguaci del Cristo. La mano del Signore è su Antiòchia e non a Gerusalemme. Una volta che il messaggio di Gesù è stato liberato dalla camicia di forza della Legge e delle tradizioni religiose, lo Spirito ha potuto portare frutto abbondante. Mentre ad Antiòchia i discepoli vengono riconosciuti come Cristiani, si viene a sapere che sarebbe “scoppiata una grave carestia su tutta la terra, ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio” (At 11,  27-28)[8]. La reazione dei cristiani antiocheni all’annuncio della carestia, che avrebbe colpito anche loro (“su tutta la terra”), è esemplare. Anziché pensare a se stessi si preoccupano subito di soccorrere i fratelli “abitanti nella Giudea” (At 11, 29). Gli antiocheni, che hanno accolto la buona notizia, credono nelle parole di Gesù[9] e hanno completa fiducia nel Padre che conosce ciò di cui la comunità ha bisogno (Lc 12, 30-31). Mentre a Gerusalemme i credenti non possiedono nulla, tutto è in comune, e si trovano nell’indigenza, ad Antiochia il modello di comunità è differente. Qui i credenti possiedono e decidono, in piena libertà, di donare l’aiuto ai fratelli Giudei: “I discepoli si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di mandare un soccorso ai fratelli abitanti in Giudea” (At 11,29). Dalla necessità di soccorrere la comunità giudeo-credente di Gerusalemme, dove la colletta verrà inviata (At 21,17), si vede che la tanto esaltata comunione dei beni non ha dato alcun risultato positivo. Questa comunità, che si vantava che nessuno dei componenti “tra loro era bisognoso” (At 4, 34), in realtà ha avuto bisogno di “una colletta a favore dei poveri che sono nella comunità di Gerusalemme” (Rm 15,26). Criticando con tanta severità la comunità di Gerusalemme, centrata nella comunione dei beni attraverso la capitalizzazione comunitaria degli stessi, l’evangelista pone in evidenza quale è l’atteggiamento conforme al messaggio di Gesù: la comunicazione libera e responsabile dei propri beni, senza necessità di amministratori o di controlli interni o di imposizioni (tasse e decime), senza preoccuparsi delle proprie necessità ma di quelle degli altri. La dipendenza economica mantiene le persone in uno stato infantile, la responsabile gestione dei propri beni è segno di maturità e dell’età adulta. Mentre la persona infantile è centrata sui propri bisogni, la caratteristica della persona adulta e matura è di occuparsi degli altri. Laddove c’è libertà c’è lo Spirito (2 Cor 3,17) che spinge gli uomini a liberarsi dall’egoismo e dal pensare alle proprie necessità per aprirsi ai bisogni e alle necessità degli altri, in sintonia con la generosità della creazione. I fedeli di Gerusalemme e quelli di Antiochia credono nello stesso Signore, ma sono riconosciuti come cristiani solo quelli di Antiochia, gli unici che, anziché pensare a se stessi, si preoccupano per gli altri» (Tratto da La comunione dei beni a Gerusalemme ed Antiochia, articolo di A. Maggi per la rivista Montesenario - Anno IX, n. 25 Gennaio - Aprile 2005).



[1] L’insistenza con la quale l’evangelista colloca nella narrazione termini appartenenti al campo semantico del possesso, quali beni (At 4, 32.34.37; 5, 4), possedimento (At 5, 1), vendere (At 4, 34.37; 5, 1.4.8), guadagno (At 4, 37), ricavo (At 4, 34; 5, 2.3), campo/casa (At 4, 34.37; 5, 3.8; 4, 34), contrasta con la condizione assoluta, posta da Gesù, di rinunciare a tutto quel che uno possiede (Lc 14, 33) e di darlo in elemosina (Lc 12, 33), condizione che, almeno in teoria, hanno compiuto i suoi primi discepoli (Lc 5, 11.28; 18, 28-29). È sorprendente che nella comunità di Gerusalemme questa condizione non venisse considerata come il requisito indispensabile (At 5,4).

[2] gr. apostolos, dal verbo apostellô, inviare, cf Lc11, 49.

[3] Gv 13, 16; Mc 6, 30; Lc 9, 10.

[4] Deporre qualcosa ai piedi di qualcuno significa riconoscerne l’autorità (Mt 15, 30).

[5] Cf Pérez Márquez, R., L’Evangelo della povertà secondo i Servi di Maria: fonti bibliche della Famiglia dei Servi sulla povertà, in Quaderni di Monte Senario, (13), 2003, 128.

[6] “Ogni giorno tutti insieme frequentavano il Tempio” (At 2, 46; 3, 1).

[7] Lc 6, 1-11; 13, 10-17; 14, 1-5.

[8] La carestia, calamità sempre incombente, colpì alcune regioni dell’impero tra il 46 e il 48.

[9] “Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia” (Lc 12, 29).

 

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