Moby - 'Why Does My Heart Feel So Bad? (Reprise Version)'

Why does my heart feel so bad?

Perché il mio cuore soffre così?

Why does my soul feel so bad?

Perché la mia anima soffre così?

These open doors, these open doors

Queste porte aperte, queste porte aperte

 

 

Il carattere dell’essere umano è spirituale perché aperto. La via migliore per chiarirlo è, forse, quella che attraversa l’accidentata regione che chiamiamo desiderio. Quest’ultimo deve essere letto e interpretato in rapporto con il bisogno e con l’appetito che lo accompagna. L’essere umano, come ogni altro vivente, è definito dai bisogni, la sua vita, come ogni altra vita, si raccoglie attorno a un insieme di esigenze che esigono con forza di essere soddisfatte; tuttavia, a differenza di ogni altro vivente, l’uomo non si esaurisce mai nei propri bisogni essendo anche abitato dal desiderio. Ciò che accomuna il bisogno e il desiderio sono l’evidenza di una assenza/mancanza e la tensione che quest’ultima puntualmente genera; ma mentre nel bisogno il soggetto ha sempre un sapere chiaro e distinto a proposito di ciò di cui sente l’assenza (e di conseguenza l’assente fin dall’inizio gli appartiene, è presente, sebbene non ancora nella forma del posseduto ma solo in quella del possedibile), così come ha sempre la certezza che la tensione generata dall’assenza si esaurirà una volta che l’assente sarà posseduto, nel desiderio il soggetto manca di ciò che non sa o anche non sa di che cosa manca, e l’unica certezza di fronte alla quale la sua esperienza con insistenza lo pone è quella relativa al rilancio continuo che il desiderio riceverà da parte di tutto ciò che in un primo momento prometteva di soddisfarlo. Il soggetto sa che desidera, ma non sa mai che cosa desidera, e ogni qualvolta crede o sogna di avere individuato l’oggetto del proprio desiderio, ecco che quest’ultimo, l’oggetto, con rigore fallisce, puntualmente non mantiene le promesse e il desiderio si acuisce. Il possesso di un oggetto mette così fine all’assenza che contraddistingue il bisogno corrispondente, ma non colma mai la mancanza che contraddistingue il desiderio del soggetto; esso fallisce rispetto al desiderio poiché sempre lo esaspera invece di placarlo, e ciò avviene non perché quell’oggetto sia mancante di qualcosa, ma perché il desiderio non è mai relativo all’assenza di qualcosa ma al soggetto stesso che è in sé mancanza (il soggetto è abitato da una mancanza di «niente di nominabile»[1] che non è un’assenza [di qualche cosa]). Si deve quindi affermare che il soggetto desidera sempre ciò di cui non ha bisogno, così come si deve riconoscere che appartiene proprio alla sua natura di soggetto l’essere destinato a eccedere, con assoluto rigore, la legge dei bisogni e del godimento connesso alla loro soddisfazione: rispetto a una simile legge, il desiderio che abita il soggetto è sempre sconcertante, rivoluzionario, inevitabilmente trasgressivo. L’uomo, dunque, non è un semplice vivente perché, oltre ad essere un organismo vivente caratterizzato da bisogni, è anche e soprattutto un soggetto di desiderio, un essere soggetto al desiderio. Quest’ultimo travaglia il soggetto con un’inquietudine che non è più quella della lotta per la sopravvivenza a cui ogni vivente si vede costretto all’interno del proprio circolo funzionale, ma è quella di un’apertura destinata a restare essenzialmente aperta.

L’uomo è l’aperto, è un essere spirituale, è l’essere soggetto a un desiderio che non è bisogno. Il suo “qui” non è mai solo “suo” essendo fin dal principio abitato/inquietato da “altro”. A differenza di ogni altro vivente che entra in relazione ma solo per ricondurre a sé non può evitare di incontrare “altro”, l’inquietudine che nasce dall’incontro con l’alterità dell’altro. L’incontro è un evento che non si decide e non si organizza; è per questa ragione che si è affermato che l’uomo è l’aperto e non che l’uomo si apre. L’ apertura ad altro, all’altro, non è infatti l’esito di una decisione del soggetto ma un tratto strutturale del suo stesso modo d’essere. Tutte quelle porte aperte di cui si parla nel testo siamo noi.

Noi incontriamo non semplicemente qualcosa o qualcuno che incrocia il nostro cammino ma qualcosa, qualcuno a cui noi andiamo incontro, aprendoci ad esso, cercandolo, attendendolo e soprattutto desiderandolo. Bisogna infatti riconoscere che l’attesa e il desiderio costituiscono le condizioni stesse di possibilità di un incontro: senza quell’attesa e quel desiderio nessun incontro, fosse anche quello con la verità o con Dio, potrà mai prendere forma. In tal senso un incontro, un vero incontro, è evento, impossibile da dedurre, prevedere, programmare e soprattutto imporre.

Ora: l’indiffèrenza, la distruzione e l’accoglienza sono le risposte che accompagnano l’incontro da parte dell’uomo. In verità la prima via, quella dell’indifferenza e della superficialità, non è propriamente un rispondere; a questo livello il soggetto vive assorbito dalle sue urgenze ed è come se non si accorgesse neppure dell’alterità che gli viene incontro, lo interpella e inquieta: chiuso nel suo mondo, se mai questo fosse possibile, egli incrocia l’altro senza mai incontralo, s’imbatte nell'alterità ma in verità non la incontra mai, e questo accade perché egli non va incontro a nulla e dunque nulla gli viene incontro.

A un livello decisamente più profondo si colloca la risposta del “distruggere”. Una forma di espressione attraverso la quale si rivela il particolare modo d’essere del soggetto. Lo si può comprendere col riflettere sulla differenza tra “essere in relazione con l’altro” (l’individuo vivente) e “fare esperienza dell'altro” (il soggetto); all’interno della prima si può sempre tentare di appropriarsi dell’altro o, laddove questo non fosse possibile, si può sempre decidere di sottrarsi all’altro, si può decidere di lasciar perdere ciò che non si riesce a possedere (si trascura ciò che non si riesce a possedere); ma questa è proprio una via che il soggetto non può mai percorrere dato che la sua stessa esperienza non solo lo espone a ciò che non può dominare, ma anche lo vincola a ciò che non può mai evitare: tale esperienza non fa che attestare questa esposizione e questo vincolo, non fa che strutturarsi interiormente attorno all’esteriorità dell’alterità. Si può dunque facilmente comprendere perché, a rigore, ciò che il soggetto può desiderare distruggere è solo l’altro, vale a dire proprio ciò che non può dominare ma neppure evitare: si distrugge sempre per riaffermare un potere all’interno di un non-potere. Colto a questo livello, il distruggere non coincide affatto con l'azione che accompagna alcune manifestazioni di un essere particolarmente malvagio, ma descrive la modalità essenziale attraverso la quale il soggetto, e solo esso, nel tentativo di “venire a capo” dell’alterità che lo abita e consiste nel porre un inizio senza origine, cioè un inizio che sia origine di sé stesso (ego). Al fondo di un vero distruttore (e solo l’uomo può essere tale) si agita sempre un aspirante creatore (e solo l’uomo può aspirare a questo).

Ma il distruggere non è l’unica via lungo la quale il soggetto può condurre la propria esperienza; egli, infatti, può trattenersi dal distruggere, è capace di resistere alla volontà di distruggere disponendosi ad accogliere. Quando vede il proprio “ego” in azione secondo l’ordine della distruzione, soprattutto quando si sorprende nell’azione del distruggere, ecco che allora può anche decidere di fermarsi, può tentare di cambiare condotta rispondendo a ciò che lo investe secondo l’ordine dell’accoglienza. È una forma di lotta e di ascesi. L’accogliere infatti non ha nulla di naturale e spontaneo; esso, proprio perché non rifiuta, non neutralizza, non distrugge ma neppure si limita a ricevere l’alterità dell’altro (si può ricevere senza accogliere), accetta di ospitare ciò che per questo non cessa di inquietare il soggetto. Forse il primo passo dell’avventura che conduce all’essere uomini, riguarda proprio l’accogliere. Accogliere proprio quella vita all’interno della quale ci si trova ad essere senza averlo potuto decidere.

Altrimenti gli appetiti che, come sappiamo, accompagnano i bisogni dell’uomo, stimolati dalle “briciole” di un sapere chiaro e distinto, dominano su di lui “sempre scontento e inquieto, come un famelico” (Giovanni della Croce, 1S 6, 3). A riempire l’abisso del desiderio che lo abita può giungere solo Dio, quella vita all’interno della quale ci si trova ad essere senza averlo potuto decidere e che qualcuno chiama il “di più” dell’Amore. Quello che ci “apre in uscita” e non soltanto ci tiene “aperti in entrata”.

[rielaborazione da un articolo di Silvano Petrosino]

<

footprints of Jesus

Carmelitani Scalzi,
Via A. Canova 4.
20145 Milano
MI
379 174 4166 duruelo63@gmail.com
Powered by Webnode