Molto da fare, dunque pregare

Non c’è tempo o vi è scarsità d’amore?

Siamo presi da una complessità di doveri e di attività che ci stringono come in una rete. Ma, se ho molto da fare, devo pregare di più, perché ci dev’essere una proporzione tra quello che faccio e quello che prego. Giovanni della Croce nel “tempo libero” si divertiva a stare con l’Amato.

Ci lamentiamo della mancanza di tempo. Ma è scarsità d’amore. È difficile trovare due innamorati che non hanno il tempo per incontrarsi. E da chi ci ama aspettiamo soprattutto il dono di un po’ di tempo. Se la preghiera è un fatto d’amore, la prima cosa da fare è “buttar via”, “sprecare” un po’ della propria vita nella preghiera. E poi ci accorgiamo che, se sappiamo buttare del tempo nella preghiera, alla fine saremo ricchissimi di tempo, perché quello che ci rimane è completamente diverso: fa un salto qualitativo. E la ragione è questa: dopo aver pregato, se è vero che senza di Lui non possiamo far nulla (Gv 15, 5), con Lui riusciamo a far tutto.

 

La preghiera è un alibi?

Alcuni obiettano: “La preghiera è un alibi all’azione; favorisce l’irresponsabilità. È meglio agire che pregare”. Certo la preghiera non è un rifugio per sottrarsi alle proprie responsabilità. Lo ha detto Gesù: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7, 21). La preghiera non è evasione dalla vita, ma invasione nella nostra vita di Dio. A ciò ci si predispone.  Altrimenti non viene. Il tempo della preghiera è quello in cui affermiamo di voler stare col Signore della vita, lasciandoci trasformare a sua immagine; impariamo chi Egli è da quello che noi diventiamo. La sua luce illumina la nostra povera mente, così corta di vedute; la fragilità della mia volontà è sostenuta dalla sua forza; la mia vita è invasa dalla sua Grazia.

La preghiera è l’azione più importante per far andare avanti il mondo. “È per la preghiera dei cristiani che il mondo sta in piedi” (Aristide l’Apologeta, II secolo). “L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia” (s. Giovanni Crisostomo, III secolo).

 

Il Signore va trattato da Signore.

La nostra vita ha assoluto bisogno di un ritmo vivo che alterni momenti di preghiera e di solitudine a momenti di impegno e di azione.

"Ora et labora" (prega e lavora) diceva s. Benedetto. Se si spezza questo equilibrio, diventiamo schiavi delle cose, degli avvenimenti e di noi stessi: la nostra vita diventa un caos inutile e dannoso. "Chi non raccoglie con me disperde" (Mt 12, 30).

Chi non sa interrompere la sua azione per buttarsi in uno spazio di contemplazione, ad un certo punto non si possiede più. Shakespeare diceva: "L’uomo che si agita fa scoppiare di risate gli angeli". La nostra azione diventa un agitarsi inconcludente, una accozzaglia di frammenti eterogenei che non servono a formare qualcosa di unitario. Anche le azioni più belle della nostra vita, le perle del nostro ingegno, vanno sicuramente perdute se non sono tenute insieme da questo filo d’oro che è la preghiera.

Dio, bisogna lasciare che stia al centro della vita, in trono nella parte più intima del nostro cuore e lasciare che di lì domini tutto. E non prendiamo la scusa che non siamo degni, che il nostro cuore è una stalla. Fin dal suo nascere Gesù ha scelto una stalla come suo quartier generale e luogo di appuntamento tra il cielo e la terra (cfr Lc 2, 1-20). Quando il Signore è accolto in una persona, tutto si trasforma, tutto diventa meraviglioso; è il paradiso già sulla terra.

Charles de Foucauld si esprimeva così: “Esalarsi davanti a Dio in pura perdita di sé". La preghiera non è accattonaggio: è atteggiamento di figlio, di innamorato. Si sta davanti a lui perché lo amiamo, perché non possiamo fare a meno di lui, perché ci è più necessario dell’aria che respiriamo e del pane che mangiamo. Gesù si è definito luce, pane, vita... perché è realmente tale: Lui è indispensabile, necessario. "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6, 33).

La preghiera non è anzitutto un mezzo per ricaricarsi, per stare meglio, per essere più felici: questi motivi e altri ancora nascono dal desiderio di affermare sé stessi e i propri interessi per come li possiamo intendere noi e cioè, in senso non radicale. Il nostro vero interesse, infatti, radicalmente, è disposto da un altro. Per quanto dia fastidio accettarlo la vita, e dunque anche la vita di preghiera, è una partita a tennis dove non sono mai di servizio. Batte sempre un altro. La palla della realtà mi arriva con il suo spin e la sua direzione, che è quella che è. Se siamo figli di Dio e non schiavi o parassiti, questo dice allora che la preghiera è soprattutto un bisogno filiale, un bisogno dell’amore di figli.

 

Alla scuola della tradizione

Diamo la parola a quelli che se ne intendono, a quelli che hanno pregato tanto prima di dire qualcosa sulla preghiera.

 

Agostino (354 - 430)

"Se preghi con le aspirazioni intime, tu anche tacendo con la lingua, canti col cuore. Se tu invece non preghi con queste aspirazioni, qualunque sia il clamore con cui ferisci le orecchie degli uomini, resti muto davanti a Dio" La preghiera è essenzialmente uno slancio del cuore. Le formule delle labbra non sono preghiera ma un mezzo di preghiera.

"Risuoni nel cuore ciò che viene pronunciato con le labbra". Le formule e gli esercizi di preghiera sono mezzi importantissimi, ma servono solo nella misura in cui diventano veicoli delle realtà che ci urgono nel cuore.

 

Girolamo (340- 420)

"Preghi? Sei tu che parli allo Sposo. Leggi? È lo Sposo che parla a te". Per Girolamo "leggere" significa "leggere la Bibbia". La Bibbia non è un libro, ma Qualcuno che parla: Parola viva. La preghiera è la risposta dell’uomo a Dio che ha parlato: è un dialogo. La lettura della parola di Dio è un "cuore a cuore" con Dio: Lui mi parla e io gli parlo, e così entro in intimità con Lui.

 

Evagrio Pontico (345 - 399)

"La preghiera è sorgente di gioia e di grazia. Quando dedicandoti alla preghiera, sei giunto al di sopra di ogni altra gioia, allora veramente hai trovato la preghiera."

La preghiera non deve essere abitualmente un peso, un dovere imposto dal di fuori, ma un bisogno che nasce nell’intimo e produce gioia. Quando prega, l’anima raccoglie bracciate di gioia. Le persone che si vogliono bene sono sempre felici d’incontrarsi: e il tempo vola quando stanno insieme. Perché l’incontro con Dio, che deve essere amato con tutto il cuore, dovrebbe sfuggire a questa legge?

"Beato colui che, dopo Dio, considera tutti gli uomini come Dio." È un’indicazione luminosa preziosissima che mostra la strada principale per creare l’osmosi tra la preghiera e la vita: vedere nel fratello un"sacramento" del Risorto, trasformare ogni incontro con i fratelli in un incontro con Dio.

"Porta a compimento la preghiera colui che offre a Dio la primizia di se stesso, come se fosse un frutto." La preghiera è dono di sé nell’amore. A Dio si danno le primizie della nostra vita, le energie migliori e la parte migliore del nostro tempo, non i rimasugli e lo scarto, il tempo della stanchezza e degli sbadigli, il tempo che ci vergogneremmo di dedicare agli altri. Dio non è il bidone dei rifiuti!

La preghiera è un gesto con cui il meglio di noi stessi viene buttato in Dio in modo gratuito.

 

Massimo il confessore (580 - 662)

"La mente che è unita a Dio si intrattiene a lungo con lui, mediante la preghiera e la carità, diventa saggia, buona, benefica... in breve reca in sé quasi tutte le caratteristiche divine"

La preghiera non abbassa Dio al nostro livello, ma innalza noi al suo: ci divinizza, ci trasforma in Dio. Dopo la preghiera non siamo più quelli di prima e il mondo non è più lo stesso.

 

Giovanni Damasceno (650 - 740)

"La preghiera è un’elevazione della mente in Dio". È come un volo d’aquila, un’impennata ardita, con cui l’anima si innalza fino a Dio. Ricordiamo che l’uomo non potrebbe salire a Dio, se prima Dio non fosse disceso fino all’uomo. "Ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me" (Es 19, 4). Gesù buon Pastore viene a cercare l’umanità perduta e, ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento e la porta alla casa del Padre (cf Lc 15, 4-6). Lo Spirito che prega in noi ci eleva verso Dio.

 

Bernardo di Chiaravalle (1090 - 1153)

"I tuoi desideri gridino a Dio". Ci ricorda la beatitudine evangelica: "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati" (Mt 5, 6). L’inappetenza verso il cibo materiale è una malattia grave e va curata energicamente. Lo stesso, e ancor più, dicasi dell’inappetenza verso le cose di Dio, la noia e il disinteresse per Dio e per il suo regno. Chi tiene acceso il desiderio di Dio prega sempre. Chi non prega si spegne e muore. Per cacciare i nostri mali dobbiamo riempirci di Dio, unico bene.

"La preghiera è una pia tensione del cuore verso Dio". È l’atteggiamento del figlio che tende le braccia verso il genitore: gesto più eloquente di qualsiasi parola.

 

Francesco d’Assisi (1181/82 - 1226)

Francesco ha pensato di vivere la preghiera più che a scrivere su di essa.

Sentiamo il suo biografo, Tommaso da Celano: "Se il suo sguardo cadeva sul Crocifisso, diventava come ebbro d’amore e compassione, e cominciava a cantare la più delicata melodia, piano prima, poi sempre più forte...". "Suo porto sicuro era la preghiera, non di pochi minuti, o vuota e presuntuosa, ma lunga per durata, piena di devozione e placida di umiltà... sia che camminasse o sedesse... era intento all’orazione".

E finalmente una frase scultorea che non sarà mai dimenticata: "Non tam orans quam oratio factus"Divenuto non orante, ma preghiera. Cioè, non era più uno che pregava, ma era diventato la sua preghiera. Non c’era più diaframma tra preghiera e vita, ma combaciavano perfettamente: pregare era vivere e vivere era pregare. Il cuore di Francesco era totalmente identificato con quello di Cristo, attraverso l’amorosa e appassionata contemplazione del Crocifisso.

Solo quando il cuore del cristiano si identifica col cuore di Cristo la vita diventa preghiera e la preghiera diventa vita.

 

Bonaventura (1218 - 1274)

"I desideri in noi si infiammano doppiamente: per lo slancio dell’orazione che sprigiona gemiti dal cuore e per lo splendore della speculazione con cui la mente, in modo diretto e intensissimo, si volge ai raggi della Luce".

La preghiera è un grido del cuore e un’illuminazione dell’intelligenza. Amando si capisce di più e scoprendo, nello stupore, si ama di più. La contemplazione è come un esporsi alla luce e al calore di Dio. L’uomo, come il girasole, volge continuamente se stesso verso l’infinito sole di Dio per attingere avidamente calore e vita.

 

Tommaso d’Aquino (1225 - 1274)

"La preghiera non viene presentata a Dio per fargli conoscere qualcosa che egli non sa, ma per spingere verso Dio l’animo di chi lo prega". Il pagano pregava Dio per conquistarlo, per cattivarsene il favore e tirarlo dalla sua parte: doveva in qualche modo informarlo e convincerlo.

Il vangelo invece ci dice che Dio non ha bisogno di essere informato: "Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate" (Mt 6, 8). E lo sa molto meglio di noi "perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare" (Rm 8, 26). Meno ancora ha bisogno di essere convinto e tirato dalla nostra parte perché il Padre ci ama (cfr Gv 16, 27) e vuole il nostro bene molto più di quanto lo vogliamo noi per noi stessi.

E allora a che cosa serve pregare? Serve a me, non a lui. Prego per prendere coscienza della mia situazione e del mio estremo bisogno di Dio. Prego per togliermi i fumi della superbia e dell’autosufficienza. Prego perché senza di lui non posso esistere.

Prego non per tirare Dio dalla mia parte, ma perché Dio mi tiri dalla sua. Non chiedo a Dio di cambiare la sua volontà per fare la mia, ma chiedo che mi dia la forza per fare solo e sempre la sua.

La sola risposta che mi attendo dalla preghiera è la mia conversione.

Molti dicono sfiduciati: Dio non mi ascolta; la preghiera è inutile. E spesso cessano di pregare. Senza saperlo sono ancora sulla linea pagana: pretendono di essere gli architetti della loro vita e, solo a progetto ultimato, chiamano Dio, mediante la preghiera, perché venga a fare il manovale. No! Il progettista è lui; io nella preghiera collaboro umilmente per la realizzazione del suo progetto.

 

Ignazio di Loyola (1491 - 1556)

Ha paura dei lunghi colloqui con Dio, per non rischiare l’astrattismo. Non concepisce la preghiera sganciata dall’azione. Pregare è perciò "seguire Cristo che va tra gli uomini, quasi accompagnandolo" È un’indicazione preziosa per la fusione tra contemplazione e vita. È chiaro che per un uomo di Dio come Ignazio l’andare ai fratelli è frutto dell’incontro con Dio. Ma l’incontro con Dio rende impellente l’andare verso gli altri, essere "contemplativi nell’azione".

 

Carlo de Foucauld (1858 - 1916)

"La preghiera è l’attenzione dell’anima amorosamente fissata su Dio: più l’attenzione è amorosa, migliore è la preghiera".

Riportiamo una delle sue preghiere più celebri:

"Padre mio, io m’abbandono a te;
fa’ di me quello che ti piace;
qualunque cosa tu faccia di me, 
io ti ringrazio. 
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
perché la tua volontà si compia in me
e in tutte le tue creature;
non desidero nient’altro, mio Dio. 
Rimetto la mia anima nelle tue mani, 
te la dono, mio Dio, 
con tutto l’amore del mio cuore, 
perché ti amo. 
Ed è per me un’esigenza d’amore 
il donarmi, il rimettermi nelle tue mani, 
senza misura, con confidenza infinita,
perché tu sei il PADRE MIO".

È stata una rapida corsa attraverso la Tradizione per cogliere qualcuna delle componenti maggiori della preghiera, un gesto accessibile nella pratica. Evagrio diceva: “Vuoi imparare a pregare? Prega”.

 

Due racconti evangelici (Gv 11, 1 - 44 e Lc 10, 38 - 42).

"Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro". Per diventare amici di Cristo e per innamorarsi di lui bisogna sentire che ci vuole molto bene.

"Il Maestro è qui e ti chiama". Quando Gesù è o sembra lontano succedono i guai; quando lo sentiamo presente rifiorisce la vita e la speranza. Il Cristo che duemila anni fa era a Betania, oggi è qui e ripete anche a noi: "Io sono la risurrezione e la vita".

Per Maria "sedutasi ai piedi di Gesù" non esiste più niente: c’è lui solo. Lo guarda con occhi estasiati e pieni d’amore. "Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta".

Queste pagine del vangelo ci sembrano riassunte nella bella definizione di Teresa d’Avila: "La preghiera per me, altro non è che un intimo rapporto d’amicizia e un frequente intrattenersi da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati".

 

Un intimo rapporto personale.

Il cristianesimo è Qualcuno, è Cristo.

È Qualcuno che per me conta; Qualcuno senza del quale non potrei vivere: "Per me infatti il vivere è Cristo" (Fil 1, 21).

Il mio rapporto con lui deve essere esauriente, afferrare tutta la mia vita.

 

L’amore ha sete di presenza.

Dio si è fatto meravigliosamente vicino. È venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1, 14). L’amore ha bisogno di presenza, desidera l’incontro. Dio è soprattutto presenza: Qualcuno che è qui, adesso, per me. È qui e mi aspetta perché mi vuol bene. Bisogna avvertire questa presenza. Una presenza non avvertita è come una "non presenza". E non vale la scusa che abbiamo tante cose da fare e da pensare. Un giorno il Signore disse a santa Teresa: "Figlia mia, pensa a me, che a te ci penso io". Se noi pensiamo a Lui e ai suoi interessi, Lui pensa a noi e ai nostri interessi: è un affare d’oro!

La preghiera non può nascere se non avvertiamo questa presenza: non si dialoga con un assente. La preghiera comincia nel preciso istante in cui Dio cessa di essere un egli e diventa un Tu. I personaggi dei salmi danno del tu a Dio, lo interloquiscono con fiducia.

Si dice che santa Caterina, quando pregava il "Gloria al Padre", lo recitasse così: "Gloria al Padre, e a Te, o Figlio, e allo Spirito santo" perché in quel momento, attraverso un’esperienza particolare, la presenza di Cristo si faceva sensibile. Per non essere da meno, noi potremmo pregare così: "Gloria a Te, o Padre, e a Te, o Figlio, e a Te, Spirito santo" perché sappiamo che la Trinità abita stabilmente in noi come in un tempio (cf Gv 14, 23; 1Cor 3, 16-17; 6, 19-20).

 

Io lo guardo e lui mi guarda.

È meraviglioso sentirsi addosso lo sguardo di un innamorato. Il salmo 139 (138) e l’episodio dell’uomo ricco (Mc 10, 17-22) ci aiutano ad attualizzare e a pregare questa realtà.

Quando prego, io lo guardo e lui mi guarda. Io che sono senza importanza per tutti, non sono senza importanza per lui.

Per intanto lo possiamo contemplare solo nei segni della sua presenza, nel riflesso delle sue creature. "Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 3, 2).

Il desiderio di vederlo ha fatto nascere nella Chiesa primitiva la prima formula liturgica tipicamente cristiana: "Maranà tha, Vieni, Signore Gesù" (cf 1 Cor 16, 22; Ap 22, 20).

È la stessa struggente nostalgia del paradiso che faceva dire a Teresa d’Avila: "Muoio, perché non muoio".

 

Camminare alla presenza di Dio.

Dice la Bibbia: "Enoch camminò con Dio" (Gen 5, 21-23); "Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio" (Gen 6, 9); "Quando Abram ebbe novantanove anni il Signore gli apparve e gli disse: Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro" (Gen 17, 1). Tutti camminano con lui come si cammina con un compagno di viaggio. In Cristo Gesù, buon samaritano, Dio è in viaggio e passa accanto all’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi e se ne prende cura (cf Lc 10, 30-37). La fede è la capacità di avvertire questa presenza amorosa e benefica.

 

Il mio silenzio ti parla.

Il primo mezzo per comunicare è il silenzio. Sbaglia chi crede che il silenzio sia un diaframma tra persone che porta all’isolamento. I momenti più belli dei rapporti anche umani sono i momenti in cui ci si guarda negli occhi senza dir niente. Il silenzio può esprimere una fusione di cuori, un’intimità che nessuna parola può tradurre. Elisabetta della Trinità l’ha definito "l’estasi dell’amore". Un’anima inebriata dalla presenza di Dio non trova più parole.

 

Il dialogo orante.

Il valore del silenzio non elimina né oscura quello della parola. È proprio il silenzio che dà valore alla parola. Una parola è vera quando nasce dal silenzio interiore di chi parla e trova nel silenzio interiore dell’interlocutore uno spazio per entrare.

Il bisogno di comunicare con il Tu divino, di cui nella fede avvertiamo la presenza, si esprime dunque attraverso la parola, rispettando però le norme del dialogo. Molti pensano che pregare significhi semplicemente parlare con Dio. E non si accorgono di cadere così nel monologo. C’è dialogo tra due persone quando parlano entrambi. Se poi tra i due uno emerge sull’altro per dignità, spetta a lui la prima battuta del dialogo. Qui l’interlocutore è il Signore: dovrò lasciare che anzitutto parli lui. Pregare è soprattutto ascoltare. La mia non potrà essere che una risposta.

Ora il mezzo privilegiato con cui Dio mi parla è la Parola ispirata, la Bibbia. Dio parla certamente anche attraverso le creature, gli avvenimenti, le voci intime del mio cuore, ma senza la luce della Parola ispirata non saprei decifrarne il linguaggio. Nella storia della salvezza è la Parola profetica che illumina gli avvenimenti indicando il senso che assumono nel piano di Dio. Sarà dunque la Bibbia il grande mezzo per mettermi in ascolto: la Bibbia però come parola viva, colta sulla bocca dell’interlocutore.

Diciamo di più: la Bibbia mi fornisce anche la risposta. Questo spiega perché la Chiesa privilegia i salmi nella sua preghiera. "Sono preghiere ispirate che arrivano dirette al cuore di Dio" (s. Gregorio Magno). E Pascal diceva che "solo Dio parla bene a Dio".

In ogni caso la mia risposta dopo l’ascolto consisterà nel reagire a ciò che egli mi ha detto, nel far rimbalzare verso di lui la Parola ricevuta dopo che essa si è incorporata al mio mondo interiore ed è diventata ad un tempo la sua e la mia parola.

Esiste una scuola di preghiera, esiste una maestra esperta in materia. La liturgia è la Chiesa che prega. È lì che dobbiamo imparare a pregare ed è da lì che dobbiamo prendere ispirazione e metodo anche per la nostra preghiera personale.

 

Pregare è soprattutto lodare.

Quando Dio è al centro del nostro interesse, la lode prende il sopravvento sulle altre forme di preghiera. Non guardo me, guardo lui. Se guardassi solo me, rischierei di restare paralizzato dal panorama squallido delle mie miserie.

Certo l’esame di coscienza ci vuole, ma va fatto in compagnia del Signore. Un bambino che fa l’inventario delle sue ferite in braccio a una madre premurosa che minimizza l’accaduto, lo consola e lo restaura: ecco un’immagine dell’esame di coscienza.

Quindi non stiamo a perdere eccessivo tempo a guardare i nostri cerotti. Mettiamo sempre Dio in primo piano e guardiamo soprattutto le sue meraviglie.

"Cantare amantis est: è proprio di chi ama, cantare" (s.Agostino). Cantare, nei testi agostiniani, è sinonimo di lodare.

Tagore, un poeta non cristiano ma impregnato di senso religioso esprime così l’atteggiamento di lode: "Quando mi comandi di cantare, il mio cuore pare che si spezzi dall’orgoglio. Guardo il tuo viso e mi vengono le lacrime agli occhi. Tutto quello che vi è di aspro e di discorde nella mia vita, si fonde in un’unica dolce armonia, e la mia adorazione apre le ali, fa come l’uccello felice quando vola attraverso il mare. So che ti diletti del mio canto, e che solo quale cantore sono venuto al tuo cospetto. L’ala spiegata del mio canto sfiora i tuoi piedi, che non aspirerei mai a raggiungere. Nell’ebbrezza gioiosa del canto dimentico me stesso e chiamo te amico, che sei il mio Signore".

Soprattutto le ultime parole sono una delle più stupende definizioni dell’atteggiamento di lode: dimenticarsi per prorompere in un canto di ammirazione e di gioia, davanti all’amico Signore.

"Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa". Non solo per i benefici che ci hai dato, o Signore, ma soprattutto perché Tu esisti, perché Tu sei Dio, perché Tu sei la bontà, la bellezza infinita.

"Bisogna anzitutto lodarlo. Lodare è esprimere la propria ammirazione e nello stesso tempo il proprio amore, perché l’amore è inseparabilmente unito ad una ammirazione senza limiti" (C. De Foucauld).

Certo l’atteggiamento di lode non è l’unico atteggiamento della preghiera: ci sono tutti gli altri. Ma è il vertice della preghiera.

Sarà la lode che riempirà la nostra eternità felice, alla fine, senza fine.

 

Ora et labora - Prega e lavora.

Uno storico tedesco (!) ha detto che si potrebbe caratterizzare le grandi svolte della civiltà con il motto benedettino "ora et labora".

Per gli antichi valeva così com’è: la preghiera al primo posto, il lavoro al secondo posto, e una stretta unione tra preghiera e lavoro.

All’epoca del Rinascimento i due termini sono stati capovolti nella prassi, ed è come se si dicesse: "Labora et ora".

Finalmente con la svolta materialistica del nostro tempo uno dei due termini è soppresso. È come se si dicesse: "Labora et labora".

Infatti siamo in una repubblica fondata sul lavoro! Questa mentalità è diffusa e si cerca anche di giustificarla a suon di Bibbia.

Il cavallo di battaglia più conosciuto e più usato è il testo di Matteo che presenta i criteri del giudizio finale: Ero affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato... (cf Mt 25, 31-46).

Per dare maggiore forza al discorso si sintetizza l’immagine di Gesù, come "l’uomo per gli altri".

È verissimo che Gesù è stato l’uomo per gli altri, ma egli era anzitutto "il Figlio unigenito che è nel seno del Padre" (Gv 1, 18), che si occupa delle cose del Padre (Lc 2, 49), che onora il Padre (Gv 8, 49), il cui cibo era fare la volontà del Padre e compiere la sua opera (Gv 4, 34). Per farla breve, insegnandoci a pregare, Gesù ci ha messo subito davanti agli occhi il Padre, il suo nome, il suo regno, la sua volontà.

Poi il pane. Un pane che è dono del Padre prima, e più ancora, che frutto del lavoro dell’uomo.

Si dice: "Chi lavora, prega". Sì, il lavoro è preghiera per chi sa pregare. Il lavoro diventa preghiera quando prima di lavorare si trova il tempo per pregare; in questo modo il lavoro diventa la continuazione naturale della preghiera, il fare quello che si è detto e capito nella preghiera. Diversamente il lavoro resta lavoro e stop.

Non siamo capaci di scoprire il volto di Cristo nel fratello se prima Cristo non è diventato per noi Qualcuno nella preghiera. Padre Peyriguère, un discepolo di Carlo de Foucauld, così esprime l’incontro con Cristo nei fratelli: "Forse, non faccio mai così bene orazione, quanto nelle lunghe e stressanti giornate passate in mezzo a questa brava gente che mi assedia, che mi succhia letteralmente. Vedere Gesù in ogni essere umano, diceva il padre de Foucauld. Come è reale il Cristo, come è terribilmente reale, quando si presenta "sotto le specie" di uno dei nostri fratelli infelici! Come è bello venire in aiuto di Gesù, quando ce lo domanda uno di quelli per cui egli è morto! Allora, passare la giornata a curare la carne stessa di Gesù, è diventare contemplativi."

Ma questo poteva scriverlo uno che aveva cominciato la sua esperienza spirituale, passando molte ore in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, e che continuava a farlo anche mentre faceva l’infermiere.

Chi non prega, e dice di incontrare Cristo nei fratelli, illude se stesso e gli altri.

 

Agire per amore.

Siamo spesso in balia delle cose da fare. Siamo schiavi del lavoro. Parafrasando il detto di Gesù: "Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato" (Mc 2, 27) potremmo dire: "Il lavoro è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il lavoro".

Dobbiamo poter dire: Agisco perché amo. E questo non deve valere solo per i grandi gesti, che nella vita capitano raramente, ma per quei piccoli gesti quotidiani, per i gesti al dettaglio.

Fra’ Lorenzo della Risurrezione, umile cuoco carmelitano, diceva: "Non è necessario avere grandi cose da fare. Io rivolto le frittate nella padella per amore di Dio. Quando sono pronte, se non ho altro da fare, mi prostro a terra e adoro il mio Dio che mi ha dato la grazia di prepararle. Dopo di che mi alzo più contento di un re. Quando non posso far altro, mi basta aver sollevato una pagliuzza da terra per amor di Dio".

È questo "per amor di Dio" che rende felici nella vita: solo questo.

Trova Dio nell’intimo di te, poi agirai.

 

Gesù: preghiera e azione in perfetta simbiosi.

Ogni azione deve sgorgare dall’azione numero uno: dall’intimo del cuore che si unisce a Dio. Di lì tutte le azioni devono sgorgare per essere vere ed efficaci.

Gesù, l’esemplare divino, a questo riguardo, come sempre, è inarrivabile.

Gesù riceve in ogni istante la vita dal Padre e vive continuamente rivolto verso di lui. È un rapporto costante che non conosce interruzione: "Io non sono mai solo. Il Padre è sempre con me" (Gv 16, 32); "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10, 32).

Questo si traduce anche a livello operativo: "Io faccio sempre le cose che gli sono gradite" (Gv 8, 29).

Lo vediamo passare spontaneamente dalla preghiera all’azione e dall’azione alla preghiera. Davanti alla tomba di Lazzaro, prima alza gli occhi al cielo e dice: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto..." poi si rivolge verso la tomba e grida a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori"Il morto uscì" (Gv 11, 41-44).

Passa dalle giornate in cui non aveva più neanche il tempo per mangiare (Mc 6, 31) alle nottate di preghiera sulla montagna (Lc 6, 12).

Per lui preghiera e azione sono in perfetta simbiosi. Questo è il modello divino.

Riusciremo a pregare e a vivere così?

"Dio dà la preghiera a colui che prega" (Evagrio).

Si impara a pregare pregando.

"Chi impara a pregare impara a vivere" (s. Agostino).

"Signore, insegnaci a pregare!" (Lc 11, 1).

"Signore, insegnaci a vivere! Amen".

 

 

Sacramenti e preghiera
Abramo, Mosè e i profeti parlavano a Dio come un amico parla al suo amico. Leggiamo nella Bibbia: "Il Signore parlava con Mosè a faccia a faccia, come un uomo parla con un altro" (Es 33,11).
Ma veniamo subito al centro dell’argomento: Gesù. Cristo in quanto Dio è la grande parola del Padre rivolta agli uomini, il Verbo; in quanto uomo è la grande risposta degli uomini a Dio, il grande "sì", la grande preghiera in tutta la sua vita, sulla croce, sull’altare. Il sacramento dell’alleanza, l’eucaristia, è la grande presenza in mezzo a noi del Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per noi, e sempre in atteggiamento di supplica per noi (Rm 8,34; Eb 7,25). Pertanto la nostra grande preghiera personale e comunitaria è la messa, nella quale Cristo ci convoca e ci attende per pregare in mezzo a noi e attraverso di noi.
Per mezzo dei sacramenti noi riceviamo la grazia. La grazia non è qualcosa, ma Qualcuno: è lo Spirito santo. La presenza, la luce e l’amore dello Spirito santo si risolvono innanzitutto e soprattutto in preghiera, in adorazione, in un grido filiale che si alza verso Dio: "Abbà, Padre!".

 

 

Caricature della preghiera
A pensarci bene, tutte le deviazioni della preghiera possono essere ricondotte a una sola: vogliamo che Dio faccia la nostra volontà. No! Lo scopo della preghiera non è di ottenere che Dio faccia la nostra volontà, ma che noi facciamo la sua. Gesù ci ha insegnato: "Quando pregate, dite: ‘Padre nostro... sia fatta la tua volontà’" (Mt 6,9-10). Al di fuori di questo atteggiamento ogni preghiera è illusione. E proprio perché Dio ci ama. La sua volontà nei nostri confronti si identifica con il suo amore per noi. Chiedere e ottenere qualcosa di diverso dalla sua volontà sarebbe chiedere e ottenere da Dio di non amarci: un’autentica follia e soprattutto una cosa assolutamente impossibile perché "Dio è amore" (1Gv 4,8).

 

Da sempre Dio esiste in se stesso come amore, come dialogo d’amore del Padre e del Figlio nell’unità dello Spirito santo. Mediante il battesimo noi siamo introdotti in questo mistero, chiamati personalmente ad essere figli e figlie nella famiglia della Trinità, ad essere in comunione col Padre, mediante il Figlio, nell’unità dello Spirito santo. Essere battezzati significa partecipare al rapporto di Gesù col Padre.

Ma che cos’è questo rapporto filiale di Gesù col Padre? Come lo vive concretamente Gesù? Ci risponde il vangelo prospettandoci la preghiera di Gesù. Gesù è Figlio. Ciò significa innanzitutto che egli prega. Spieghiamoci meglio. Anche quando agisce in mezzo agli uomini, Gesù rimane aperto al Dio vivente che lo ascolta sempre (Gv 11,42) in uno stato di lode e di supplica incessante. Non può fare a meno di lunghe e frequenti ore d’intimità gratuita con lui. Il Padre è la fonte di tutta la sua vita e il suo continuo riferimento. Il Figlio riceve la propria vita dalle profondità del suo ininterrotto dialogo con il Padre. È Figlio, ed è detto tutto. La sua esistenza consiste nell’essere in comunione costante e reciproca col Padre suo. A differenza dei figli di questo mondo, che possono continuare a vivere anche quando muoiono il padre e la madre, il Figlio di Dio dipende eternamente nel suo essere dal Padre. Il Figlio esiste perché è da sempre generato dal Padre, è nel seno del Padre (Gv 1,18) e vive per il Padre (Gv 6,57).

 

Per capire il genuino significato della preghiera cristiana dobbiamo comprendere che cos’è l’adorazione in spirito e verità di cui parla Gesù nel vangelo secondo Giovanni al capitolo quarto. La donna samaritana interroga Gesù su un problema che opponeva giudei e samaritani. Leggiamo: "Gli replicò la donna: ‘Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare’. Gesù le dice: ‘Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre... È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità’" (Gv 4,19-24).

È una risposta solenne che segna la grande svolta nella storia della preghiera per tutta l’umanità. Fino alla venuta di Gesù nessun uomo era figlio di Dio nel senso pieno della parola. Dio era l’Altissimo e conveniva rendergli culto sui luoghi alti dove si costruivano i santuari. Ma ora il Figlio di Dio si è fatto uomo. Gesù è qui, uomo tra gli uomini. Quindi tutti i templi non valgono più nulla perché il solo luogo da cui sale la sola adorazione degna di Dio non è un edificio di pietre consacrate, ma Qualcuno, il Cristo. È lui il vero tempio, è lui il vero adoratore. Ormai l’adorazione in verità non sale né salirà più da un monumento di pietre, ma da un cuore d’uomo, dalla vita d’un uomo, dell’uomo-Dio Gesù. Ed essendo Gesù il Figlio, l’adorazione non si rivolge più al Dio altissimo, ma al Padre. La parola chiave di questa adorazione in spirito e verità è: "Abbà, Padre!’’. È lo Spirito santo che nel cuore del Figlio fa salire questo grido filiale verso il Padre. Ripetiamo: da quando il Figlio di Dio si è fatto uomo, la sola adorazione vera è quella "in Spirito" e il tempio da cui sale non è più un luogo sacro, ma il cuore dell’uomo-Dio Cristo Gesù. È Gesù stesso che identifica il nuovo tempio con il suo corpo. Leggiamo nel vangelo secondo Giovanni: "Gesù rispose ai Giudei: ‘Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere’. Gli dissero allora i Giudei: ‘Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo fai risorgere?’. Ma egli parlava del tempio del suo corpo" (Gv 2,19,21).
Questa rivelazione ha un’importanza sconvolgente per comprendere la vera preghiera cristiana: non esiste altro luogo sacro, altro tempio al di fuori della persona di Gesù. Osserviamo, dunque, come vive la preghiera questo Figlio così unito al Padre suo nell’unità dello Spirito santo. Leggiamo qualche tratto del vangelo.

All’inizio della sua vita pubblica, il giorno del suo battesimo: "Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’" (Lc 3,21-22).
Il vangelo secondo Marco ci dice: "Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava" (Mc 1,35).
E il vangelo secondo Luca: "La sua fama si diffondeva ancor più: folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare" (Lc 5,15,16).

E quando giunse il momento di scegliere i Dodici "Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione" (Lc 6,12).
Dopo la prima moltiplicazione dei pani "salì sul monte a pregare" (Mc 6,46).
E Luca ci riferisce così il fatto della trasfigurazione: "Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto..." (Lc 9,28-29).
I tre testimoni della trasfigurazione saranno in seguito i testimoni della sua agonia. Nel Getsemani, racconta Luca, "Gesù, inginocchiatosi, pregava: ‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’... E, in preda all’angoscia, pregava più intensamente" (Lc 22,40-44).
Messe una dietro l’altra, queste citazioni ci sorprendono. Forse, per la prima volta, attirano con forza la nostra attenzione sulla vita interiore di Gesù. Questi "pregava", ripetuti, all’imperfetto, indicano e sottolineano un’abitudine, una vita di preghiera frequente e prolungata. Questi lunghi tempi gratuiti, queste notti in preghiera sconcertano tutti e in particolare quelli che non hanno mai tempo di pregare e tutti quegli indaffarati, quegli attivi ad ogni costo per i quali "lavorare è pregare". Il Figlio di Dio non la pensa in questo modo e non si comporta in questo modo.

E di che cosa è fatto questo dialogo Padre-Figlio nello Spirito santo? Innanzitutto Gesù prega per illuminare e orientare il suo cammino missionario, per capire a chi e dove il Padre lo invia. Dopo la prima giornata di insegnamento e di guarigioni a Cafarnao, Gesù prende un breve riposo e poi se ne va, quando era ancora buio, a pregare in un luogo solitario. Al mattino, Simone e i suoi compagni si affrettano a trovarlo e gli dicono: "Tutti ti cercano!". E lui: "Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là: per questo infatti sono venuto!" (Mc 1,35-38).
Gesù prega per i suoi apostoli e per la sua chiesa: "Padre, prego per coloro che mi hai dato. Custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato... Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno... Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me, perché siano una cosa sola..." (Gv 17).

Gesù prega per avere il coraggio di aderire alla volontà del Padre, accettando la croce (ricordiamo la preghiera nel Getsemani). Gesù prega per ottenere la salvezza, cioè la sua risurrezione e la nostra. Leggiamo nel vangelo secondo Giovanni: "Alzàti gli occhi al cielo, Gesù disse: ‘Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato’" (Gv 17,1-2).
E nella Lettera agli Ebrei leggiamo: "Nei giorni della sua vita terrena, egli (Cristo) offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Eb 5,7-9).
Infine, e soprattutto, Gesù pregava proprio per conversare disinteressatamente con il Padre e solo perché è Figlio. Tertulliano ha scritto: "Nessuno è tanto Padre quanto Dio; nessuno è così tenero quanto lui". Allo stesso modo possiamo dire che nessuno è tanto Figlio quanto Gesù, nessuno è così tenero quanto lui.
Gesù è il Figlio, Iahvè è suo Padre, o meglio, il suo papà. È questo infatti il termine che gli esce dalla bocca e dal cuore; una delle prime parole balbettate dal bambino ebreo: abbà, papà; un termine completamente diverso da quello che usava il popolo di Dio quando ripeteva: "Iahvè tu sei nostro padre" (Is 63,15; 64,7; Ger 3,19; ecc.).

Scrive Ioachim Ieremias: "Ci troviamo qui di fronte a qualcosa di completamente nuovo: il termine ‘abbà’... Uno sguardo d’insieme sulla grande e ricca letteratura giudea della preghiera ci porta a concludere che è completamente sconosciuta l’invocazione di Dio col nome di ‘abbà’. Come spiegare questo fatto? I padri della chiesa Crisostomo, Teodoro di Mopsuestia e Teodoreto di Ciro, originari di Antiochia, le cui nutrici, conseguentemente, parlavano il dialetto siriano occidentale dell’aramaico, sono concordi nell’affermare che ‘abbà’ era il nome dato dal bambino a suo padre. E il Talmud conferma: ‘Quando un bambino è svezzato, impara a dire ‘abbà’ e ‘immà’, papà e mamma. ‘Abbà’, ‘immà’ sono le prime parole balbettate dal bambino. ‘Abbà’ è puerile e comune; nessuno avrebbe osato dire ‘abbà’ a Dio! Gesù ha quindi parlato a Dio come un bambino al padre suo, con la stessa intima semplicità e lo stesso fiducioso abbandono".

Un figlio non può dire "abbà", papà, a uno che non è suo padre nel senso più forte del termine, se non è stato generato da lui, se non è della stessa natura, della stessa sostanza. L’uomo Gesù è quindi Dio, "della stessa sostanza del Padre" . Per questo la sua vita è pregare, perché la sua vita è essere Figlio. E la sua preghiera è "abbà" perché Dio è il suo "papà". Mai prima d’allora si era sentita una simile preghiera. Eppure da allora sarà la preghiera del mondo, la preghiera di tutti gli uomini, perché il Figlio si è fatto uomo appunto per essere "il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29), ai quali dirà: "Quando pregate, dite: ‘Padre nostro’, chiamatelo papà". Per il fatto che tutti i cristiani sono "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4), la preghiera "cristiana" passerà dal cuore e dalle labbra di Gesù al cuore e alle labbra dei cristiani.

 

Leggiamo nel vangelo secondo Giovanni: "A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue né da volere di carne né da volere d’uomo, ma da Dio sono stati generati" (Gv 1,12-13). Dobbiamo credere alla realtà di questa nostra nascita da Dio: battezzati nel nome del Dio trinitario, entriamo realmente nella condivisione della vita filiale di Gesù. Leggiamo nella prima Lettera di Giovanni: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1Gv 3,1). Sul fonte del nostro battesimo, come sulle acque del Giordano, è disceso lo stesso Spirito di vita e d’amore, e su ciascuno di noi il Padre ha detto veramente: "Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Mc 1,11).
 

Con la sua nascita umana, Gesù aboliva tutti i templi, superandoli e surclassandoli all’infinito. Con la nostra nascita battesimale, siamo diventati, ciascuno, tempio come lui, con lui e in lui.
L’apostolo Paolo scrive ai Corinti: "Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio che siete voi" (1Cor 3,16-17).
In tutto il mondo, il tempio di Dio è dove un cristiano è abitato dallo Spirito e cerca di vivere come figlio o figlia di Dio. C’è tempio di Dio ovunque una comunità è riunita nello Spirito, nel nome di Gesù, e vive l’ascolto, la supplica, la lode e soprattutto l’eucaristia. I luoghi di culto non sono niente senza cuori oranti e assemblee celebranti "in spirito e verità" (Gv 4,23-24). La chiesa non è mai un edificio, ma l’assemblea che lo fa vibrare della sua fede e del suo fervore.
Gesù è entrato nel tempio tante volte per insegnare (Mt 26,55; Lc 19,47; 20,1; Mc 12,35), per affrontare i suoi avversari (Gv 7,37; 8,2), per scacciarne i mercanti (Mt 21,12), ma mai per pregare il Padre suo. Perché? Perché lui è più grande del tempio (Mt 12,6). Non da quelle mura secolari sale la vera adorazione, ma dal suo cuore abitato dallo Spirito, abitato dall’amore filiale. I veri sacrifici graditi a Dio non sono quelli offerti nel tempio, ma solo dal suo corpo viene offerto il vero ed unico sacrificio. Leggiamo queste parole attribuite a Cristo nella Lettera agli Ebrei: "Tu (o Dio) non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ‘Ecco io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà’" (Eb 10,5-7). Anche noi siamo più grandi del tempio, più importanti della nostra chiesa parrocchiale e del duomo della nostra diocesi, perché il tempio di Dio siamo noi. Scrive san Paolo: "O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo" (1Cor 6,19-20).
 

La nostra preghiera dunque non può essere un vestito da cerimonia da indossare ogni tanto. La nostra condizione di battezzati esige un’esistenza che abbia il suo centro nella comunione con il Padre mediante il dialogo con lui. Per un cristiano pregare non significa solo dire qualche preghiera mattina e sera, recitando delle formule di tanto in tanto, ma stare all’ascolto di Dio, in atteggiamento di apertura al Padre, in modo da prendere tutte le proprie decisioni in un amen, un "sì" filiale alla divina volontà. Questo è il senso della sola formula di preghiera che il Signore ci ha insegnato, il "Padre nostro".
 

Dobbiamo diventare quello che siamo! Noi siamo costitutivamente fratelli o sorelle di Gesù, figli del Padre. Ora un fratello o un figlio che non ama è un degenere: rinnega il proprio sangue, la propria specie. Invece chi ama sente il bisogno di vivere questa realtà e di proclamarla. Ebbene, questo è pregare. Pregare è amare. Essere figli con Gesù costituisce la nostra stessa natura e quindi ascoltare il Padre e parlargli costituisce la nostra stessa vita; lasciare che lo Spirito d’adorazione e d’amore soffi in noi è la nostra stessa respirazione, il nostro alito vitale. Pregare significa esistere come figlio di Dio, come fratello di Gesù Cristo e come tempio vivo dello Spirito santo.
 

Se siamo figli nel Figlio Gesù, preghiamo nel nome di Gesù, come ci invita a pregare Gesù (Gv 14,13-14; 16,23-28; ecc.), ossia non chiediamo a vanvera la prima cosa che ci salta in mente, ma quanto egli stesso ha chiesto, quanto egli stesso chiederebbe se pregasse al nostro posto, perché in realtà è proprio Cristo che prega in noi e attraverso di noi quando preghiamo. La preghiera "cristiana" è la preghiera di Cristo. In altre parole, la preghiera "cristiana" è quella che Gesù continua a rivolgere al Padre attraverso di noi e in noi, per mezzo del suo Spirito, come scrive san Paolo: "Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio" (Rm 8,26-27). E che cosa ci fa dire lo Spirito? Ascoltiamo nuovamente l’apostolo Paolo: "Avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà’, ‘Padre!’. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8,15-16). Ancora, come sempre, ci troviamo davanti al Padre nostro.
 

Prima di concludere diciamo qualcosa sulla preghiera di domanda. È una preghiera insegnataci con forza da Gesù stesso. È lui che ha detto: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane gli darà una pietra? O se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono" (Lc 11,9-13).
Diciamo subito una verità elementare: la preghiera non serve per cambiare Dio che va benissimo così, ma per cambiare noi che non andiamo bene così e dobbiamo convertirci. La preghiera serve per cambiare i nostri cuori, così che ci mettiamo all’opera con Dio che opera sempre (Gv 5,17).

 

Vi sono parole di Gesù che insistono «sugli atteggiamenti del credente che prega. Per esempio, c’è la parabola dell’amico importuno, che va a disturbare un’intera famiglia che dorme perché all’improvviso è arrivata una persona da un viaggio e non ha pani da offrirgli. Ecco cosa dice Gesù a questo che bussa alla porta, e sveglia l’amico: «Vi dico – spiega Gesù – che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono» (Lc 11,9). Con questo vuole insegnarci a pregare e a insistere nella preghiera. E subito dopo fa l’esempio di un padre che ha un figlio affamato. Tutti voi, padri e nonni, che siete qui, quando il figlio o il nipotino chiede qualcosa, ha fame, e chiede e chiede, poi piange, grida, ha fame: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?» (v. 11). E tutti voi avete l’esperienza quando il figlio chiede, voi date da mangiare quello che chiede, per il bene di lui.

Con queste parole Gesù fa capire che Dio risponde sempre, che nessuna preghiera resterà inascoltata, perché? Perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono.

Certo, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto – ne abbiamo l’esperienza tutti – quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa? Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà, sempre. Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega.

Possiamo essere certi che Dio risponderà. L’unica incertezza è dovuta ai tempi, ma non dubitiamo che Lui risponderà. Magari ci toccherà insistere per tutta la vita, ma Lui risponderà. Ce lo ha promesso: Lui non è come un padre che dà una serpe al posto di un pesce. Non c’è nulla di più certo: il desiderio di felicità che tutti portiamo nel cuore un giorno si compirà. Dice Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» (Lc 18,7). Sì, farà giustizia, ci ascolterà. Che giorno di gloria e di risurrezione sarà mai quello! Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. Pregare. La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia» (Francesco, Omelie, 9 gennaio 2019).

Quindi la preghiera non serve per rifilare a Dio le cose che non ci piacciono e per chiedere che faccia lui la nostra parte e ci lasci vivacchiare nella pigrizia e nel disimpegno. Dio è il Padre, l’educatore perfetto e non si presta a foraggiare i nostri vizi e ad accarezzare le nostre viltà. Se vogliamo essere figli come il Padre ci vuole, dobbiamo realizzare la beatitudine proclamata da Gesù: "Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,28). Ascoltare per sapere che cosa domandare; domandare per avere l’amore e la forza di vivere ciò che si è ascoltato: questo è il culmine, questa è la perfezione della preghiera di domanda.
 

Leggiamo nel vangelo: "Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate" (Mt 6,8). Quindi le nostre richieste non sono pronunciate per rendere edotto Dio di qualcosa, ma per aprirgli il nostro cuore. Non perché il Padre, il Figlio e lo Spirito santo non sappiano quanto abbiamo in cuore, ma perché il nostro cuore si illumina mentre si manifesta, come una stanza quando si aprono le imposte. "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto" (Mt 7,7-8). Con questi imperativi, amorosamente fermi, è Dio stesso che bussa alla nostra porta. Nel rispetto assoluto della nostra libertà, egli aspetta la nostra invocazione; come una madre, spia il nostro grido per venirci in aiuto.
 

Concludiamo con una frase felice di Paul Claudel: "Se Dio non cessa di comandarci e di raccomandarci la preghiera è perché ne ha bisogno per essere alleggerito della sua misericordia che monta la guardia alla porta del nostro cuore in attesa che questa si apra".

 

 

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