Nascosti in Cristo

Consideriamo la grazia dell’orazione di quiete di riposo in Dio. Abbiamo sperimentato come un “tocco” di Dio, un’unzione dello Spirito: esso si manifestato nel silenzio profondo che ci ha invaso, in una pace che non è di questo mondo, che ci ha lasciati pieni di un grande amore di Dio e nello stesso tempo di un profondo rispetto per “sua Maestà”. Questa presenza d’amore si mantiene sempre viva nella carità fraterna.

L’atteggiamento fondamentale durante l’orazione consiste in una profonda disponibilità a fronte del l’opera di Dio in noi. Con Giovanni della Croce, l’abbiamo descritta come un’attenzione amorosa, con tutto ciò che il termine “attenzione” implica di accoglienza, accettazione, desiderio, attesa. Avvertiamo il nostro essere interamente orientato, attirato, teso verso Dio: un grande desiderio di unione invade la nostra anima. Questa attenzione amorosa spingerà sempre Dio ad unirsi a noi o piuttosto ad attirarci nel suo amore, e questo in qualsiasi momento ci troviamo del nostro itinerario di orazione.

 

L’orazione di unione

Teresa d’Avila descrive il cammino dell’orazione con la nota immagine dei castello interiore, da cui poi trae il titolo uno dei suoi scritti. Basta visitare la sua città natale, o ammirarne qualche veduta, per capire donde Teresa abbia tratto la sua ispirazione: Avila è come una fortezza circondata da mura con ventiquattro torri; dalle porte d’entrata situate nella mura tutte le vie conducono al centro della città, al palazzo del re. Per Teresa, è lì che risiede il Cristo-Sposo. Si entra nel castello dalla porta dell’orazione e si percorrono diverse “Dimore” (Il Castello Interiore è anche conosciuto come Libro delle dimore) prima di giungere al centro del palazzo per trovare udienza presso il re; meglio ancora, si è invitati dal re stesso ad abitare definitivamente con Lui nel suo palazzo e a condividere la sua vita. Noi abbiamo già percorso quattro Dimore e ci troviamo davanti la quinta: complessivamente sono sette. Questo momento è decisivo: a partire da questa Dimora qualcosa cambia completamente in noi, poiché bisogna che ancora oltrepassiamo una soglia. Questa quinta Dimora richiede da parte nostra una generosità senza riserve, la volontà di donarci totalmente a Dio e di perderci completamente in Lui. La novità di questa quinta Dimora è l’orazione d’unione.

Prima, nell’orazione di quiete, eravamo già attirati verso il centro della nostra anima: la porta era socchiusa e noi potevamo udire il richiamo del pastore in questo centro; eravamo come inebriati dal profumo di Dio che saliva da questo centro, e comprendevamo all’improvviso perché, o piuttosto per chi, eravamo creati. Tutto il nostro essere fluiva verso Dio, come un ruscello nel fiume: iniziavamo a percepire la sua presenza nella profondità della nostra anima. Ora, in questa orazione di unione il fiume sbocca nel mare: giungiamo ai centro della nostra anima attraverso una porta spalancata e riposiamo in Dio. Una nuova soglia è oltrepassata: “Il centro dell’anima è Dio”, scrive Giovanni della Croce (FB, 1, 12). Teresa da parte sua scrive: “Dio entra nel centro dell’anima nostra. Qui... vuole che altro non facciamo che assoggettargli la volontà, guardandoci bene dall’aprire le porte delle potenze e dei sensi che giacciono addormentati, perché intende entrare nel centro dell’anima senza passare per alcuna porta, come entrò dai suoi discepoli quando disse: Pax vobis, e come uscì dal sepolcro senza smuovere la pietra” (5M, 1, 12).

Teresa pensa alle parole della sposa del Cantico: “Il Re mi ha introdotto nella cella del vino” (Ct 2, 4).  … non dice che vi sia andata da sé ... Ora, l’orazione di cui parlo è appunto la cena vinaria nella quale il Signore intende introdurci, ma quando e come vuole Lui. Da noi, con i nostri sforzi, non vi possiamo entrare: bisogna che ci introduca Lui. Ed Egli lo fa quando entra nel centro dell’anima nostra. Qui, per meglio mostrare le sue meraviglie vuole che altro non facciamo che assoggettargli la volontà” (5M 1, 12). Quando Teresa parlerà della settima Dimora, preciserà che là si penetra ancor più profondamente in se stessi. Non si può concepire il centro dell’anima come un punto, ma come uno spazio rivestito dell’infinità di Dio: esso infatti non è alla nostra portata, poiché continuamente ci si scontra nei propri limiti; ma una volta giunti in questo centro, si vive senza limiti, senza frontiere, nella libertà infinita di Dio.

Teresa descrive questa orazione d’unione come un totale assorbimento dell’anima in Dio: le facoltà sono sospese. “Egli vuole che altro non facciamo che assoggettargli la volontà, guardandoci bene dall’aprire le porte delle potenze e dei sensi che giacciono addormentati” (5M 1, 12). Dio ha privato l’anima “dell’intelletto per meglio arricchirla della vera sapienza” (5M 1, 9). Poiché l’intelligenza e la volontà sono assorbiti in Dio, si è totalmente impotenti: qui Dio compie ogni cosa. Durante l’unione, si è come della cera molle tra le mani di Dio. “Del resto, qui l’anima non è più di una cera su cui s’imprima il sigillo. La cera non si imprime il sigillo da sé: essa non fa che tenersi pronta a riceverlo con la sua mollezza. Ma anche in questo non è essa che si modifica: ciò che essa fa è soltanto di stare immobile senza opporre resistenza. Oh, bontà di Dio! Anche qui dev’esser tutto a vostre spese! L’unica cosa che chiedete è la nostra volontà: cioè, che la cera non opponga resistenza” (5M 2, 12).

 

Il bruco diventa farfalla

A questo punto del nostro cammino spirituale il contatto con Dio ci cambia in profondità: l’unione con. Dio porta delle conseguenze e la prima è certamente quella di trasformarci in Lui. Teresa pensa al baco da seta che muore ed è trasformato in una farfalla. “Avrete già udito parlare delle meraviglie che Dio opera nella produzione della seta... Si tratta di piccoli semi, simili a granellini di pepe... Al sopraggiungere dell’estate, quando i gelsi si coprono di foglie, questi semi cominciano a prender vita. Prima che spuntino quelle foglie di cui si devono nutrire, stanno là come morti; a poco a poco, con quell’alimento si sviluppano, finché, fatti più grandi, salgono sopra alcuni ramoscelli, ed ivi con la loro piccola bocca filano la seta che cavano dal loro interno, fabbricandosi certi bozzoli molto densi, nei quali ognuna di quegli insetti, che sono brutti e grossi, si rinchiude e muore. Ma poco dopo esce dal bozzolo una piccola farfalla bianca, molto graziosa” (5M 2, 2). E Teresa usa quest’immagine per l’anima che si trova sotto l’influsso di Cristo: “L’anima, di cui quel verme è l’immagine, comincia a prendere vita quando, per il calore dello Spirito Santo, comincia a valersi dei soccorsi generali che Dio accorda a ognuno... Ripreso a vivere con quei rimedi e pie meditazioni, vi si andrà pure sostentando finché sia cresciuta... Quando questo verme si è fatto grande - come abbiamo visto in principio di questo scritto - comincia a lavorare la seta e a fabbricarsi la casa nella quale dovrà morire. Questa casa, come vorrei fare intendere, è il nostro Signore Gesù Cristo. Mi pare di aver letto in qualche parte, o di aver udito, che la nostra vita è nascosta in Cristo, ovvero in Dio, che è poi lo stesso, oppure che Cristo è la nostra vita. Osservate qui, figliuole mie, quello che con l’aiuto di Dio possiamo fare: che Sua Maestà diventi nostra dimora fabbricata da noi stessi, come lo è in questa orazione di unione... Orsù dunque, figliuole mie, mettetevi subito al lavoro! Tessiamo questo piccolo bozzolo mediante lo spogliamento di ogni nostro amor proprio e volontà, distaccandoci da ogni cosa terrena... E poi muoia, muoia pure questo verme, come il baco da seta dopo aver fatto il suo lavoro! Allora ci accorgeremo di vedere Iddio... Passiamo ora a vedere come questo verme si trasformi, che è lo scopo di quanto finora vi ho detto. Dico che quando il verme entra in questa orazione e vi rimane morto a tutte le cose del mondo, esce mutato in piccola farfalla bianca. Oh, potenza di Dio! Oh, in che stato esce l’anima, dopo essere rimasta nella grandezza di Dio e tanto a Lui unita come qui, sia pure per poco tempo... In verità vi dico che essa non si riconosce più” (5M 2, 3-7).

 

A differenza delle condizioni precedenti, qui non viviamo più per noi stessi: il nostro egocentrismo è sconfitto; ci siamo liberati della prigione del nostro ego e non viviamo più che per Dio e per il suo Regno. “Oh, grandezza di Dio! Pochi anni, forse pochi giorni prima, quest’anima non pensava che a se stessa” (5M 2, 11). Tuttavia, dobbiamo vigilare, perché contrariamente a quello che avviene nella settima Dimora, in cui tutto è definitivo, la morte qui non è ancora definitiva e non è dunque completa: la voce come il canto di una sirena, si lascia ancora percepire di tanto in tanto, anche se da lontano. Resta grande dunque il pericolo di essere meno attenti, troppo sicuri di ti di perdersi così nel cammino spirituale. Si la farfalla (cioè l’anima) è in linea di principio immortale, ma non è ancora giunto per lei il momento di riposarsi, perché l’anima che non vive secondo la grazia che il Signore le ha fatto smette di essere farfalla e rischia di tornare al su ostato primitivo. Una delle caratteristiche dell’orazione d’unione è proprio un grandissimo dinamismo: è come un proiettile lanciato che si dirige a grande velocità verso il bersaglio, ma la cui velocità non è acquisita una volta per tutte. Dobbiamo dunque restare in guardia e vigilare costantemente su di noi, con gran de fedeltà.

 

Perduti in Dio

Teresa descrive l’orazione d’unione come una festa. “È l'amore che si unisce all’amore” (5M, 4, 5). L’unione d’amore crea sempre una gioia profonda, a volte anche a livello psico-affettivo e corporale. Teresa parla per esperienza, è una mistica di grande portata e attribuisce molta importanza alla gioia e alla festa: per lei è sempre domenica o giorno festivo. Ecco perché descrive l’orazione di unione nella sua forma ideale, quando l’anima si trova sotto la “presa” di Dio. In altri, tuttavia, la grazia di questa orazione resta piuttosto interiore, mentre la vita si svolge nella calma della ferialità.

In ogni caso, che si parli di domenica o di giorno feriale poco importa. Ciò che è essenziale nell’unione, sia che accada in un tempo riservato all’orazione sia in tutt'altro tempo, è il “sì” totale che noi diamo a Dio in risposta al suo appello cui non si tratta più della semplice risoluzione di “raccogliersi”: la nostra decisione così totale che impegna tutta la nostra persona. Pensiamo alla conversione di san Paolo, in risposta all’appello diretto di Dio; pensiamo allo sconvolgimento interiore degli apostoli dopo la Resurrezione: è in quel momento che essi sono divenuti veramente discepoli di Gesù. La nostra decisione è sempre risposta ad un invito divino, che ci dà nello stesso tempo la forza di rispondere: nessuno può prendere questa decisione di propria iniziativa. Prima volevamo donarci, ma restavamo nell’ambito del desiderio; qui, ci doniamo realmente. A partire da questo “si” radicale ed effettivo noi apparteniamo a Dio: abbiamo abbandonato la nostra Vita egocentrica e troviamo il nostro “sentirci a casa” in Dio, nel suo amore. Il nostro unico desiderio è quello di donare gioia a Dio. Assumiamo allora l’atteggiamento di Teresa di Lisieux che, dall’età di tre anni, non ha più rifiutato nulla al buon Dio. Questo non significa che non conosciamo più la debolezza: bensì, che possediamo una bussola interiore che fa sì che la nostra volontà sia orientata, senza esitazione, verso Dio. Disponiamo così di uno stimolo che ci aiuta a rialzarci immediatamente dopo ogni caduta. Come vivere questo “si” radicale a Dio nella pratica della vita? Come mostrare concretamente che abbiamo lasciato il mondo del nostro egoismo e che siamo ancorati al Inondo dì Dio? Il cammino è molto semplice: la carità fraterna. Se vogliamo che i1 baco (cioè l’uomo vecchio) muoia in noi per sempre, non possiamo fare nulla di meglio che vivere per gli altri. I lettori ricordano certamente, come abbiamo scritto all’inizio, che l’amore del prossimo è in Teresa l’elemento principale dell’infrastruttura dell’orazione. Al termine dell’itinerario dell’anima, la carità fraterna resta per Teresa il segno più certo del progresso dell’anima nell’amore di Dio. “Più vi vedrete innanzi nell’amore del prossimo, più lo sarete anche nell’amore di Dio: statene sicure. Ci ama tanto Iddio, che in ricompensa dell’amore che avremo per il prossimo, farà crescere in noi, per via di mille espedienti, anche quello che nutriamo per Lui. E di ciò non v’è dubbio ... Se comprendeste quanto importi tal virtù, non vi applichereste ad altro studio” (5M 3, 8.3,10).

Dio a questo punto è il tutto della nostra vita. Non ci domanda più che una cosa: lasciarlo vivere ed agire in noi. In fondo, la quintessenza della quinta Dimora è senza alcun dubbio questa affermazione di san Paolo; “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2, 20). Il lettore ricorda certamente i quattro modi di procurarsi l’acqua per irrigare il giardino dell’anima: sono quelli che hanno aiutato Teresa a descrivere l’itinerario dell’orazione. L’orazione di unione corrisponde al quarto modo, quello della pioggia: “finalmente una buona pioggia, nel qual caso è Dio che innaffia senza alcuna fatica: sistema migliore che supera ogni altro” (V 11, 7). Non rimane che lasciarsi innaffiare dalla pioggia mistica per essere completamente impregnati dell’amore divino.

 

Il mio Amato è per me, ed io per lui

Abbiamo rinunciato completamente a noi stessi: siamo entrati in comunione con la morte di Cristo. Nella sesta Dimora Teresa descrive a lungo le purificazioni dello spirito che corrispondono alla notte dello spirito di Giovanni della Croce. Il baco deve morire per diventare una bianca farfalla: la comunione con il Cristo resuscitato si annuncia in pienezza. Nella settima Dimora hanno luogo le nozze: entriamo nella Dimora di Dio dove regna una grande semplicità, la pace che Gesù stesso ci ha promessa.

Teresa cerca di spiegare l’unione d’amore con Dio paragonandola all’amore umano tra due coniugi, pur trattandosi certamente di tutt’altro amore. Teresa distingue anche tra fidanzamento e matrimonio spirituale e usa un linguaggio figurato per mostrare il grado di unione dell’anima con Dio. “Possiamo paragonare l’unione (del fidanzamento spirituale) a due candele di cera unita insieme così perfettamente da formare una sola fiamma, oppure come se il lucignolo, la fiamma e la cera non siano che una cosa sola. Nondimeno le candele si possono separare, ricavando ne due candele distinte: così pure il lucignolo dalla cera. Ma nel caso nostro è come l’acqua del cielo che cade in un fiume o in una fonte, dove si confonde in tal modo da non saper più distinguere quella del fiume da quella dei cielo” (7M 2, 4).

In questa settima Dimora l’unione è più radicale e più profonda che nella quinta. Da una parte un grande vuoto e dall’altra un grande desiderio si rafforzano a vicenda: povertà e speranza sono come due sorelle indissolubilmente unite. “Quando nostro Signore si degna d’aver pietà di quanto patisce ed ha patito per il desiderio di Lui quest’anima..., la introduce... nella sua stessa mansione, che è questa settima di cui parliamo” (7M 1, 3). Dio ci ha preso completamente in tutto ciò che siamo e in tutto ciò che abbiamo e regna in noi un’armonia profonda: “Il mio senso e il mio spirito non solo non vengono meno in te, ma anzi rinvigoriti, con grande conformità delle due parti”, scrive Giovanni della Croce (FB, 1, 36). Siamo completamente in potere di Dio. D'ora in poi sarà Lui a guidarci: “Quando giovane, ti vestivi da solo e andavi dove volevi; quando sarai vecchio, tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21, 18). “Quest'altro che ci veste è Dio stesso.

Il sogno di Dio su di noi si è realizzato: si divenuti un’adesione continua alla sua volontà; vogliamo ciò che Dio vuole: la felicità di colore che ormai comprendiamo essere nostri fratelli. Ci siamo aperti per dare libero accesso alla volontà divina in questo mondo e renderla efficace: noi siamo uno spazio in cui può risuonare l’eco della volontà divina. La nostra volontà raggiunge qui le sue più alte possibilità e la sua più grande libertà: tutti i nostri limiti umani sono superati, noi siamo nascosti in Cristo. “Tutti i primi moti delle potenze di queste anime sono divini”, dice Giovanni della Croce (3S 2, 9). Eppure, non c’è nulla di sensazionale, nulla di straordinario: la vita trascorre in una grande semplicità e in una pace profonda. Il divino è naturale!

Per preparare la sua sposa al grande giorno del matrimonio mistico, lo Sposo l’ha condotta nel deserto per parlare al suo cuore e rivelarle i segreti del suo amore: l’unione d’amore è consumata.

“Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto?” (Ct 8, 5).

 

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