Nel cammino dell'orazione

Prima di iniziare un cammino è buona cosa sapere dove esso ci conduca. Perché fare orazione? A qual fine consacrarvi del tempo, che sarebbe così prezioso per il servizio del prossimo? Sono molte le necessità che ci sollecitano: tutto dipende, io credo, dal posto che noi riserviamo a Cristo nella nostra vita. Qual è la qualità della nostra relazione con Lui?

Fare orazione è comunicare con Cristo. L’orazione è la nostra risposta d’amore a Colui di cui sappiamo, nella fede, che ci ama: ci lasciamo impregnare del suo amore.

Per san Paolo il cuore della vita cristiana, come del resto la sua completa fioritura, è nel conoscere il Cristo: una conoscenza che, nella Bibbia, implica ordinariamente tutto l’uomo. Si conosce l’altro con tutto il proprio essere. Vivere “in Cristo” è vivere in comunione totale con Lui: si compie una scelta. “Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore” (Fil 3, 8): Paolo vuole “guadagnare Cristo ed essere trovato in Lui” ed è questo il motivo per cui “accetta di perdere tutto” (ibid.). Non intraprendiamo dunque il cammino dell’orazione se non vogliamo “guadagnare” Cristo; d’altra parte, l’orazione ci insegnerà proprio a voler “guadagnare Cristo”, a desiderare di “essere trovati in Lui”.

                                  

Un compagno di vita

Cristo era il centro della vita di Teresa: Gesù conosceva Teresa e Teresa conosceva Gesù. Nella vita di Teresa molte prove testimoniano questa comunione profonda. Gesù era per lei un compagno di vita. Lei stessa ci dà questo consiglio: molti libri insegnano a “distaccarci da ogni cosa e avvicinarci interiormente a Dio. Dobbiamo ritirarci in noi stesse anche in mezzo alle occupazioni, essendoci sempre di gran vantaggio ricordarci di tanto in tanto, sia pure di sfuggita, dell’Ospite che abbiamo in noi ... (Chi vuoi arrivare a questo stato) se può, lo ricordi spesso ogni giorno, o almeno di tanto in tanto; e fattane l’abitudine, presto o tardi ne caverà profitto. Dopo aver ottenuto questa grazia, non vorrà cambiarla con alcun tesoro ... Se vi applicate decisamente, sono sicura che l’aiuto di Dio non vi mancherà, e solo in un anno, o anche in mezzo, ne verrete a capo felicemente. Che poco tempo per sì gran guadagno! ... In tal modo getterete un solidissimo fondamento, in grazia del quale il Signore, volendolo, vi potrà innalzare a grandi cose, tanto più che mantenendovi a Lui vicine, ne avete già la disposizione” (C 29, 5; 29, 7-8). Altrimenti detto, la relazione con Cristo abbraccia e riempie tutta la vita. Il tempo dell’orazione esprime dunque un atteggiamento interiore, un atteggiamento di fede, di speranza, d’amore: amiamo Cristo, ci abbandoniamo a Lui, speriamo di incontrarlo in pienezza.

Questo atteggiamento, anche per chi è stato toccato improvvisamente dalla grazia, non si acquisisce che con l’esercizio. Dobbiamo imparare a conoscere Cristo, cioè ad amarlo: il primo passo nel cammino dell’orazione è senza alcun dubbio imparare ad “innamorarsi” di Cristo. Una volta innamorati, bisognerà approfondire la nostra relazione con Lui e conservarla, salvaguardare questo amore. Dobbiamo esercitarci a “innamorarci della sua umanità” (V 12, 2), Bisogna dunque entrare in Cristo. Non si possono ammirare le vetrate di una cattedrale senza entrarvi. Non si può ammirare e contemplare una tale sinfonia di forme e colori, senza vederla illuminata dalla luce del sole. Nella Chiesa, la luce del Sole che è il Cristo è sempre presente per chi crede. Bisogna che noi entriamo nella Chiesa, dimoriamo con amore umile e servizievole nel cuore della Chiesa. Ora, ciascuno porta la Chiesa nel proprio cuore, ciascuno è la Chiesa nel proprio cuore: un cuore che prega si apre alle dimensioni della Chiesa.

È in questo spazio ecclesiale che si incontra Cristo. Fare orazione è contemplare Cristo all’interno della sua Chiesa.

 

I primi passi

Come iniziare, dunque, il momento dell’orazione? L’interiorità dell’uomo trova la sua espressione negli atteggiamenti corporali e, d’altra parte, il comportamento del corpo stimola l’atteggiamento interiore corrispondente. Sarà molto importante, allora, all’inizio dell'orazione, fare attenzione alla posizione del nostro corpo. Il mio corpo in preghiera: nulla di sensazionale; un atteggiamento semplice, umile, pieno di rispetto verso Colui che si va ad incontrare; un atteggiamento di accoglienza, di attenzione, di abbandono. Lo spirito segua il movimento del corpo.

Il mio incontro con Cristo inizia con un lungo sguardo: uno sguardo di Cristo su di me e di me su di Lui, gli occhi negli occhi. Non può sussistere alcuna zona d’ombra tra noi due: la relazione dev’essere totalmente aperta. È l’unico modo per amare e lasciarmi amare. Teresa riassume questo atteggiamento iniziale: per pregare come si deve, “anzitutto si fa il segno della croce, poi l’esame di coscienza, indi si recita il Confiteor (C 26, 1). Sì, queste cose si sanno, ma si trascurano spesso, benché questo atteggiamento sia estremamente importante per collocarsi al giusto posto nei confronti di Cristo.

Non mancheremo di invocare lo Spirito Santo perché ci guidi nell’orazione: è Lui, lo Spirito, che suggerisce in noi la preghiera stessa di Gesù: “Abbà, Padre!” (Gal 4, 6). Egli è il miglior maestro dell’orazione. Invocheremo anche la Vergine Maria, colei nella quale lo Spirito è stato preghiera in pienezza: “Madre, insegnaci a pregare”. Ma Teresa rinvia ancora a qualcun altro: “(A san Giuseppe) devono essere affezionate specialmente le persone d’orazione. Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo Santo glorioso, e non sbaglierà” (V 6, 8).

Anche un libro ci aiuterà a progredire nel cammino dell’orazione: non disprezziamolo; soprattutto, non vantiamoci di non averne bisogno, o anche solo di un testo stampato o scritto di nostra mano. Anche se non lo usiamo, ma rimane presso di noi, esso riveste un ruolo molto prezioso: è lì, come un angelo custode fedele, molto discreto, sempre pronto ad aiutarci. Si crea un legame psicologico tra noi e il libro: sapere semplicemente che c’è, quando è impossibile pregare, ci dà fiducia e sicurezza. Il libro è come un’arma contro le distrazioni, di cui è inevitabile subire la tentazione. Teresa, sottile psicologa, ne fa l’elogio: “A meno che non fosse dopo la comunione, non osavo cominciare la meditazione senza libro. Entrare nell’orazione senza libro mi era come entrare in guerra contro un esercito formidabile, mentre il libro mi consolava: mi serviva di compagnia e di scudo per ribattere gli assalti dei molti pensieri. Il libro era per me una compagnia, uno scudo sul quale ricevevo i colpi dei pensieri, tanto che quando ne ero senza, mi assaliva l’aridità, della quale ordinariamente andavo priva, e l’anima si turbava, mentre con il libro raccoglieva i pensieri dispersi e m’immergevo lievemente nell’orazione. Spesso mi bastava solo apri re il libro, alle volte leggevo un poco e altre volte molto, a seconda della grazia che il Signore mi faceva” (V 1, 9).

Il momento dell’orazione è assolutamente diverso da quello della lettura spirituale. Un’orazione che si semplifica progressivamente ha bisogno di essere sostenuta da un tempo di lettura personale che avvenga in un altro momento: la fede che si esercita nel momento dell’orazione dev’essere nutrita da una lettura perseverante e regolare. Se l’orazione è l’espressione dell’amore, bisogna imparare a conoscere sempre meglio l’Amato. La sposa del Cantico dei cantici, in cerca del suo Amato, percorre le strade e le piazze e interroga i guardiani, coloro che dovrebbero sapere dove si trova il suo Amato. Così, una lettura approfondita ci aiuta a scrutare il mistero di Cristo. Ciò che ci colpisce attraverso la lettura può servire, al momento dell’orazione, a stimolare in noi la preghiera. Si è ben certi di trovare alla tal pagina un testo ben conosciuto, letto e gustato tante volte: lì disponibile, a nostro servizio. Il semplice fatto di rileggerlo può destare in noi la grazia di cui è stato mediatore: esso favorisce il raccoglimento nel corso dell’orazione e può accompagnarci per tutto il giorno. Teresa confessa: “Desidero di potermi dare alla lettura, alla quale sono sempre stata affezionata. Ma leggo assai poco, perché appena prendo in mano il libro, entro in un raccoglimento così soave che la lettura mi si cambia in orazione” (Rel. I, 5). È evidente che il libro può a volte cedere il posto a una raccolta di testi sacri che possiamo aver trascritto noi stessi dalla Scrittura o da autori spirituali; alcuni hanno composto una sorta di “poesie” spirituali, frutto maturo della loro lettura spirituale. Ci si può servire anche di un’immagine o di un’icona. Ascoltiamo ancora il consiglio di Teresa: “Buon mezzo per mantenervi alla presenza di Dio è di procurarvi una sua immagine o pittura che vi faccia devozione, non già per portarla sul petto senza mai guardarla, ma per servirvene a intrattenervi spesso con Lui; ed Egli vi suggerirà quello che gli dovrete dire” (C 26, 9).

 

Alla ricerca dell’Amato

Ritorniamo all’orazione. Dopo questo momento iniziale in cui ci si apre a Cristo, viene il momento di un contatto personale con Lui. La parola chiave di Teresa sarà sempre “compagnia”: ne è come posseduta. E così come ci ha insegnato a tenere compagnia al Signore durante le nostre occupazioni quotidiane, a maggior ragione lo insegna nel momento in cui si sta in riposo davanti al Signore, proprio per tenergli compagnia. Ad alcuni questo può sembrare tempo perduto: per i santi era tempo guadagnato. Basta leggere o cantare il Cantico dei cantici per esserne convinti: la sposa desidera con tutto il cuore di essere presa dal suo Amato.

Come la rosa ha soggiogato il Piccolo Principe, io mi avvicino a Cristo per lasciarmi soggiogare da Lui: cerco il contatto “dolcemente, umilmente, amorosamente”, come diceva un grande carmelitano, fra Lorenzo della Resurrezione. Ma ascoltiamo ancora Teresa, questa grande mistica: “Poi, siccome siete sole, cercatevi una compagnia. E quale può essere la migliore se non quella del Maestro che vi ha insegnato la preghiera che state per recitare? Immaginate quindi che vi stia vicino, e considerate l’amore e l’umiltà con cui vi istruisce. Ascoltatemi, figliuole: fate il possibile di stare sempre vicino ad un amico così grande” (C 26, 1). Fare orazione è vivere in prossimità di Cristo. Osservate bene le parole chiave che ho evidenziato: compagnia, vicino, amico. Vivere un’amicizia con qualcuno che è vicinissimo. L’orazione è un “cuore a cuore”: la si vive a due. Con il mio atteggiamento di accoglienza, io invito Cristo in me. “Se vi abituerete a tenervelo vicino, ed Egli vedrà che lo fate con amore e che cercate ogni mezzo per contentarlo, non solo non vi mancherà mai, ma, come suoi dirsi, non potrete mai togliervelo d’attorno. L’avrete con voi dappertutto, e vi aiuterà in ogni vostro travaglio. Credete forse che sia poca cosa aver sempre vicino un cosi buon amico?” (C 26, 1). È il modo in cui si può affrettare la venuta di Cristo. Già san Pietro diceva: “Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio!” (2Pt 3, 11). Si ritrova io stesso pensiero in san Giovanni della Croce: “Il vero innamorato spingerà di più il Signore, se così si può dire, ad amarlo di più e a trovare maggiormente diletto nell’anima sua” (CB 13, 12), Qualche volta ci si dimentica che al desiderio deve corrispondere “una santa condotta'”, un “autentico” amore: ci si dimentica che il Signore deve vedere “che voi non vivete se non per fargli piacere”. Nel capitolo precedente abbiamo trattato del “realismo” teresiano: l’orazione esige un impegno nella carità fraterna, richiede una vita secondo il Vangelo.

 

L’immagine di Cristo

Se Cristo è nostro amico, tutto ciò che lo r guarda deve interessarci, a cominciare dalla sua vita e dalle sue parole, che i Vangeli hanno trasmesso. All’inizio dell’orazione, allora, apriamo il Vangelo. Vi ritroviamo il Cristo vivente: guardiamolo attraverso un episodio della sua vita. Noi sappiamo che Teresa amava molto contemplare il Cristo sofferente: il Cristo alla colonna e l’Ecce Homo coperto di piaghe hanno particolarmente sostenuto la sua devozione. Con grande realismo, infatti, l’arte spagnola del XVI secolo ha saputo esprimere l’umanità di Cristo. Non c’è da stupirsi che per Teresa il Cristo sofferente abbia giocato un ruolo così grande nella sua evoluzione spirituale: Teresa riceverà la grazia della sua “conversione”, frutto della misericordia divina, guardando una piccola statua di un Ecce Homo. Quest’immagine di Cristo, “che mi ha amato e si è consegnato per me” (Gal 2, 20), ha accompagnato Teresa per tutta la sua vita. A Medina de Campo si mostra ai visitatori un minuscolo Cristo alla colonna, situato entro una capsula di vetro: questo Cristo era appeso alla croce del rosario di Teresa, che lo teneva sempre sotto gli occhi.

Un’altra scena della passione, quella di Cristo all’orto degli ulivi, ha molto affascinato Teresa: nella sua infanzia, questo episodio l’ha profondamente segnata. Questo può essere di esempio e di richiamo anche per noi. “Fermarmi alquanto sull’orazione dell’orto era esercizio che praticavo, da vari anni, quasi tutte le sere prima d’addormentarmi, quando mi raccomandavo a Dio, e ciò anche prima che divenissi monaca, perché mi avevano detto che si guadagnavano molte indulgenze. Sono convinta che con questo esercizio la mia anima si sia molto avvantaggiata, perché cominciavo a fare orazione senza neppur sapere cosa fosse. Per l’abitudine che ne presi, vi rimasi cosi fedele, come a farmi segno della croce prima di mettermi a letto” (V 9, 4). Si comprende allora che Teresa abbia tanto insistito sul rispetto verso l’umanità di Cristo e sull’importanza che essa assume nella nostra orazione, definita come una “relazione di amicizia”. Ecco una sana teologia: “Questo era il mio metodo di orazione.... Procuravo di rappresentarmi Gesù Cristo nel mio interno. Mi trovavo molto bene con l’orazione dell’orto, dove gli tenevo compagnia" (V 9, 3).

 

Una meditazione amorosa

Ecco perché Teresa ci offre volentieri questo episodio come tema di meditazione durante l’orazione: “Tornando alla meditazione su nostro Signore alla colonna di cui stavo parlando, è bene fermarsi alquanto a lavorare d’intelletto, pensando chi è che soffre, come soffre, perché soffre e l’amore con cui soffre” (V 13, 21). Ecco un bell’esempio di vera meditazione nel senso classico del termine, in cui sono impegnate tutte le facoltà: ci si rappresenta una scena del Vangelo di cui il Cristo sia il centro e ci si interroga sul “chi, come, perché, per chi”.

Questo sguardo posato sul Cristo sofferente, nel momento in cui noi stessi ci troviamo nella tristezza o nel dolore, ci sarà di grande aiuto nel superare le nostre sofferenze. “Se siete afflitte o fra travagli, potete contemplarlo mentre si reca al giardino degli olivi. Consideratelo legato alla colonna, sommerso nello spasimo, con le carni a brandelli... Oppure consideratelo con la croce sulle spalle... Egli allora vi guarderà con quei suoi occhi tanto belli, compassionevoli e ripieni di lacrime. Considerate con quanta stanchezza Egli si trascini e quanto i suoi tormenti sorpassino i vostri. Per gravi che siano le vostre sofferenze, e voi ne siate sensibili, vedendo che di fronte alle sue non sono che sciocchezze, ne uscirete molto Consolate” (C 26, 5; 26, 7).

Per Teresa, non si tratta affatto di un travaglio puramente intellettuale: si tratta di un incontro d’amore. Il lavoro dell’immaginazione e dell’intelletto non è dunque che una preparazione a un contatto più profondo: un “io” che incontra un “tu”. È un fatto d’amore. Benché l’abbiamo già citato, richiamiamo un testo di Teresa ben noto su questo argomento: “Desidero sol tanto avvertirvi che per inoltrarsi in questo cammino e salire alle mansioni a cui tendiamo, l’essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare, per Cui le vostre preferenze devono essere soltanto in quelle cose che più eccitano all’amore” (4M, 1, 7). L’orazione si svolge dunque su un piano esistenziale e relazionale: ci si rende presenti e si cerca una presenza. “Scopri la tua presenza”, esclama san Giovanni della Croce nel suo Cantico spirituale (B, 11).

 

Un semplice sguardo

Teresa ci mette in guardia, giustamente, contro un’orazione che si vanificherebbe in un’operazione intellettuale e che consisterebbe solamente nel rispondere a delle domande che ci si pone. “Tuttavia non bisogna affaticarci troppo. Essendo così vicini al Signore, occorre che l’intelletto sappia anche tacere, immaginandoci, per quanto ci sarà possibile, che il Signore ci stia guardando. Allora facciamogli compagnia, parliamo con Lui, supplichiamolo, umiliandoci, deliziamoci della sua presenza, ricordandoci sempre che siamo indegni di stargli innanzi. Quando un’anima può fare questi atti, ne avrà vantaggio anche se è ai principio dell’orazione, perché, come almeno io ho constatato, questo modo di pregare è assai utile” (V 13, 22). In fondo, tutto è lecito a colui che ama. L’amore è inventivo e comprende una moltitudine di atti o di espressioni: Teresa ne enumera solo qualcuno. È tutta la persona, nella sua vita intellettuale ed affettiva, che si impegna in una relazione con Cristo: ne consegue un dialogo. È benefico stare davanti a Cristo e confidargli le angosce dei nostro cuore: “Vedendolo in quello stato, il vostro cuore intenerirà, e allora non solo lo guarderete ma vi verrà pure di parlargli, ... non con preghiere studiate, ma con parole sgorganti dal cuore, che son quelle che Egli ama di più” (C 26, 6).

Si tratta dunque di parlare, ma soprattutto di contemplare. Sarà bene che le parole diminuiscano: del resto, dopo qualche tempo si è detto tutto. Ciò che rimane da fare, allora, è vivere la presenza attraverso un semplice sguardo. Si sa di essere guardati da Lui e si risponde al suo sguardo: si è insieme. Si è felici: non necessariamente di una gioia che trabocca sentimenti emotivi, ma di una pace che si stabilisce nel più profondo del nostro cuore, di una felicità spirituale che ci invade. La fede ne è illuminata, la speranza vivificata l’amore infiammato. Ma ascoltiamo Teresa stessa: “Non vi chiedo già di concentrarvi tutte su di Lui, formare alti e magnifici concetti ed applicare la mente a profonde e sublimi considerazioni. Vi chiedo solo che lo guardiate. E chi vi può impedire di volgere su di Lui gli occhi della vostra anima, sia pure per un’istante se non potete di più? ... Ora, forse gran cosa che togliendo gli occhi dagli oggetti esteriori, li fissiate alquanto su di Lui? Non aspetta che un vostro sguardo per subito mostrarvisi quale voi lo bramate. Stima tanto questo sguardo, che per averlo non lascia nulla d’intentato... Sarà dunque gran cosa che rivolgiate qualche volta i vostri sguardi sopra Colui che vi riserva tanti beni?” (C 26 3-4).

Con questa orazione di semplice sguardo, Teresa ci prepara all’orazione di raccoglimento: un’orazione che le sta veramente a cuore, poiché apre la porta a più grandi grazie. “Io per me vi confesso che mai seppi cosa volesse dire pregare con soddisfazione fino a quando il Signore non mi pose su questa via. L’abitudine di raccogliermi in me stessa mi fu feconda di così grandi vantaggi che non seppi trattenermi dal parlarvene ampiamente” (C 29, 7). È l’argomento dei capitolo seguente: nel frattempo sia con la meditazione amorosa, sia con l’orazione di semplice sguardo prepariamoci a vivere una nuova tappa nel cammino dell’orazione.

 

 

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